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Il fondo di venture capital Primomiglio ha aperto una sede a Roma e investirà fino a 14 milioni di euro in startup innovative del Lazio. Lo comunica la società in una nota dove annuncia inoltre che gli investimenti saranno effettuati attraverso due fondi: Barcamper Ventures e Barcamper Ventures Lazio, un fondo ‘parallelo’ nato grazie all’iniziativa Fare Venture realizzata da Regione Lazio e gestita da Lazio Innova.

“Siamo attivi da molti anni in Lazio e in tutta Italia con il Barcamper – ha dichiarato Gianluca Dettori, presidente di Primomiglio Sgr – ma oggi attraverso il fondo parallelo riusciamo a rafforzare il nostro team di investimento, essere presenti sul territorio Laziale e entrare in maggiore profondità nell’ecosistema innovazione locale. Se tutte le principali regioni seguissero l’esempio di Regione Lazio si potrebbero mobilitare in Italia almeno 500 milioni di Euro di venture capital sfruttando la nuova programmazione Europea 2021-2027”.

Andrea Ciampalini, direttore generale di Lazio Innova, ha commentato: “Riteniamo che una parte importante della strategia regionale per l’innovazione consista nell’accompagnare i talenti e i team del territorio nel proprio progetto d’impresa supportando la nascita e la crescita di imprese innovative con una ampia e diversificata gamma di strumenti finanziari oltreche’ di contributi, come la Regione Lazio ha fatto in questi anni con le misure per il Venture Capital e per l’accesso al credito”.

Il percorso di ricerca delle startup attraverserà, tra ottobre e dicembre, tutta la regione Lazio e si terra’ con appuntamenti negli Spazi Attivi della regione in 8 tappe: 28/10 Roma, 29/10 Viterbo, 7/11 Rieti, 8/11 Ferentino, 14/11 Latina, 15/11 Bracciano, 21/11 Colleferro, 22/11 Roma. 

“Nel mercato del lavoro si intravedono dinamiche incoraggianti che vanno perseguite e rafforzate”. A dirlo, nella giornata di ieri, Roberto Gualtieri, davanti alle Commissioni Bilancio di Senato e Camera, in seduta congiunta, durante l’audizione preliminare all’esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef). Il ministro dell’Economia ha sottolineato però che “il tasso di disoccupazione è ancora stimato su livelli medi troppo elevati, e anche il tasso di disoccupazione giovanile resta su livelli preoccupanti”.

Nel corso dell’intervento è arrivato un chiarimento sul’ipotesi, circolata in questi giorni, che prevedeva che le famiglie avrebbero dovuto agire da sostituto di imposta nei confronti di colf e badanti. “Quella è una fake news, sono felice di poterlo dire in questa sede formale”. Per il ministro, infine, “l’Italia è un Paese solido, ha finanze pubbliche sane e sostenibili e ha mostrato significative doti di resilienza anche nelle fasi più difficili”.

L’obiettivo del governo ora è quello di avviare “una strategia di politica economica imperniata su tre assi fondamentali: il rilancio degli investimenti, la riduzione della tassazione lavoro e sulla coesione territoriale e sociale. Con la Nadef intendiamo ricollocare l’Italia sul sentiero della crescita e della stabilità ereditando una difficile eredità del passato”. Gualtieri ha ben chiaro da dove si deve partire per invertire una situazione di fragilità: “È evidente che il principale punto debolezza italiana ed europea è la debolezza della domanda interna ed è qui che dobbiamo agire”.

E alcuni degli ingredienti della ricetta economica del Conte bis sembrano già chiari: “Evitare l’inasprimento della pressione fiscale” anche grazie a “nuove politiche per il rilancio della crescita: la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l’aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario”. Per una manovra “che ha un’intonazione espansiva, insisto”. Con un primo annuncio: nel trienno 2020-2022 ci saranno “risorse aggiuntive per investimenti pubblici e privati per 15 miliardi di euro”. 

Tutto questo, secondo Gualtieri, “risponde alla alla necessità di assicurare un profilo di sostenibilità alla finanza pubblica e discendente del debito pubblico”. Anche grazie al fatto che “la pressione fiscale scenderà di diversi decimali sia rispetto al tendenziale del 2020 ma anche rispetto al 2019”. Per una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% che viene ritenuta dal ministro una “stima realistica e financo prudente”. 

Poi c’è la questione dello spread, tornato a livelli assai ridotti rispetto ai mesi passati. Una riduzione che comporterà “un risparmio di spesa di interessi pari a 6,8 miliardi di euro”. Sull’Iva, invece: “La rimodulazione non c’è nella Nadef, c’è la completa sterilizzazione delle clausole, ma questo non esclude una rimodulazione delle aliquote”.

Non verrà invece toccato il bonus di 80 euro introdotto dal governo Renzi: “Non sarà eliminato. C’è nelle intenzioni del governo quella di avviare un ripensamento dell’Irpef e più in generale di una riforma fiscale”.

Destino opposto invece per la Flat Tax: “L’intenzione del Governo è quella di non confermare la misura” che prevede un allargamento della flat tax fino ai 100.000 euro, sottolineando che “la misura non è in vigore” e che comunque offre “profili di iniquità. Sulla flat tax attuale – ha aggiunto – il mio giudizio è che presenta numerosi profili critici, tuttavia l’orientamento del Governo è quello di evitare interventi che che modifichino le regole del gioco, ma ci sono profili critici che valuteremo nel quadro di più generale dello sforzo di riforma del sistema fiscale”. 

A Cgil, Cisl e Uil è piaciuto molto il metodo del confronto con il governo, che – dicono – non veniva applicato “da molti anni”. All’incontro presieduto lunedì da Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e durato circa due ore, seguirà l’apertura di diversi tavoli tematici, sui contratti della pubblica amministrazione, sul fisco, sulle pensioni e su investimenti e Sud. 

La manovra eviterà l’aumento dell’Iva, prevederà il taglio del cuneo fiscale sul lavoro, sosterrà i redditi delle famiglie e sbloccherà gli investimenti, ha garantito il presidente del Consiglio. “L’incontro di oggi – avrebbe detto Conte nell’incontro – è un’ulteriore occasione di confronto. Ci siamo incontrati il 18 settembre, e in quell’occasione abbiamo discusso delle priorità strategiche per la prossima legge di bilancio, che è in piena fase di impostazione. Abbiamo anche richiamato alcune nostre priorità, un piano di contrasto all’evasione affinché tutti paghino le tasse per poter tutti pagare di meno. È l’unico principio che secondo noi ci consentirà di poter efficacemente alleggerire la pressione fiscale; un piano di rilancio per il Mezzogiorno; la definizione di una nuova agenda di investimenti nell’innovazione e nella sostenibilità ambientale e, non da ultimo, il potenziamento delle misure a beneficio della sicurezza sul lavoro”. 

“Il quadro economico internazionale si conferma difficile, la guerra dei dazi e le tensioni commerciali sono ormai anche per noi una questione molto attuale – ha avvertito il presidente del Consiglio – Nell’impostare la manovra pur tutelando la solidità dei conti pubblici, abbiamo cercato di essere quanto più espansivi possibili in questo contesto. Rispetto allo scenario tendenziale dell’aumento dell’Iva, il governo ha predisposto tutte le misure per evitare la stretta sui consumi delle famiglie – che avrebbe comportato un rincaro medio a famiglia di 540 euro l’anno – evitare l’aumento delle clausole già di per sé ha un forte impatto, che andrà a sommarsi anche alle misure di sostegno ai redditi familiari, come anche il taglio al cuneo fiscale su cui oggi inizieremo a ragionare più dettagliatamente, e anche a una meticolosa azione di sblocco degli investimenti ancora fermi”. 

Conte avrebbe sottolineato ai sindacati che “un’altra direzione del governo è quella di sbloccare gli investimenti e accelerare la spesa. Ma non vogliamo realizzare la manovra in maniera autoreferenziale: dobbiamo lavorare fianco a fianco per costruire un’Italia più equa, più verde, più inclusiva e che riattivi il motore della crescita economica e dello sviluppo sociale”. 

Al tavolo di palazzo Chigi, infine, non si sarebbe fatto alcun cenno all’ipotesi di tramutare gli 80 euro di taglio al cuneo fiscale di Renzi in bonus per i figli. La questione – secondo quanto si e’ appreso – non è emersa neppure come una mera ipotesi di studio. Non si è parlato neppure della cosiddetta ‘lotteria degli scontrini’. 

Tyler Lorenzen, ex atleta professionista di football americano, crede nelle potenzialità delle proteine dei piselli gialli. Per questo nel 2014 ha lanciato la firma commercialePURIS Pea“, nella convinzione che questo legume avrebbe potuto davvero salvare il pianeta.

Da sempre interessato alla nutrizione, il 33enne dell’Iowa ha incontrato non poche difficoltà nel convincere le persone a credere in questo nuovo prodotto. “Cosa state facendo ragazzi. Proteine di piselli? Non sapevo nemmeno che i piselli avessero proteine”. Questa era solo una delle tante perplessità che venivano avanzate a Lorenzen. Ne ha parlato anche la BBC

In aggiunta, l’azienda Puris ha dovuto combattere i ricordi d’infanzia dei clienti. “Quelli della maggior parte delle persone, che li riportano a pasti a base di piselli, non sono così entusiasmanti”, sottolinea Lorenzen.

Poi qualcosa è cambiato. Il vento ha iniziato a soffiare in un’altra direzione. E il tempismo dell’azienda si è rivelato produttivo. Consumatori attenti alla salute hanno iniziato a considerare i piselli come una possibile alternativa eco-friendly alla carne (ma non solo).

L’azienda Puris: “Con le piante, tutto è possibile”

Oggi Puris produce una gamma di ingredienti non OGM a base di legumi e mais. Dalle piante, “rigorosamente biologiche”, l’azienda estrae il 100% dei suoi componenti: proteine, amido, zucchero e fibra. Ciò implica meno sprechi e un minore impatto ambientale ma anche minori costi nella produzione di alimenti. “Il nostro modello aiuta gli agricoltori. Forniamo le sementi, gli strumenti e le linee guida per coltivare con successo colture non OGM, stabilire pratiche pulite e navigare il processo di certificazione”.

Dal 1985, Jerry Lorenzen, fondatore dell’azienda, ha immaginato il suo “world food system”. E con Puris sta cercando di costruirlo. “Un sistema basato sulle proteine animali non può fornire abbastanza nutrimento per soddisfare l’aumento della domanda globale. Creando cibo abbondante e sicuro grazie a piante ricche di nutrienti, PURIS sta creando un’alternativa che può nutrire in modo sostenibile la popolazione globale che entro il 2050 si stima sarà di 10 miliardi”.

Nei primi anni 2000, la società di Jerry, World Food Processing, ha identificato nei piselli gialli un anello cruciale di questa catena alimentare: una coltura a rotazione che aumenta la produttività degli agricoltori attraverso sistemi di coltivazione a doppia coltura. Oggi, la società detiene brevetti di genetica su molti legumi ricchi di nutrienti adattati alle condizioni di crescita in 14 stati.

Piselli come alternativa alla soia

Per decenni i semi di soia sono stati la principale fonte di proteine vegetali. Tuttavia, con l’inizio del nuovo millennio qualcosa è cambiato: in alcuni casi, semplicemente per una questione di allergia o intolleranza alimentare a questo legume. Altri consumatori, in particolare in Europa, sono stati scoraggiati dal fatto che le proteine della soia spesso derivano da colture geneticamente modificate. Per di più, per estrarle dal legume viene utilizzato l’esano, un solvente derivato dall’olio. Se l’industria sostiene che tutta la sostanza chimica viene eliminata prima che la proteina di soia raggiunga il mercato, per alcuni consumatori l’uso di esano rimane un ostacolo, un’incognita pericolosa e quindi non gradita. Che quindi scoraggia l’acquisto del prodotto finale.

Da qui la curiosità sulla proteina dei piselli. Una coltura che, non richiedendo accorgimenti chimici durante il processo di produzione, diventa un’interessante alternativa.

Le perplessità riguardo il consumo di carne

Gran parte del dibattito odierno sulla produzione di carne è incentrato sul suo impatto ambientale: in particolare sulle emissioni di gas serra che ne derivano. La produzione di carne rossa è una fonte particolarmente importante di gas serra a causa della produzione di metano implicata nella digestione dei ruminanti. Circa il 15% delle emissioni climalteranti di origine antropica proviene dalla produzione animale (circa il 3% è dovuto alla produzione lattiero-casearia) di cui il 40% è dovuto all’allevamento di bovini. E questo problema diventa ancora più acuto quando le norme sulla gestione del letame e del liquame sono carenti o scarsamente applicate.

La necessità di far pascolare il bestiame e di coltivare i seminativi per la produzione di mangimi per animali è il principale fattore di deforestazione. Se invece il bestiame viene allevato su terreni che non possono essere destinati alla coltivazione, ciò può contribuire a mitigare i cambiamenti climatici aiutando a conservare il carbonio nel suolo. Tuttavia, i contributi che spingerebbero questa attività sono relativamente modesti e, spesso, indeboliti da una cattiva gestione del suolo o dal pascolo intensivo.

Una coltura facile ed eco-friendly

Il raccolto dei piselli è abbondante e gradito agli agricoltori. In aggiunta, si tratta di una fonte proteica facile da coltivare. Richiede un clima relativamente secco e, come altri legumi, trasferisce l’azoto dall’aria nel terreno, rendendolo più fertile.  Nonostante non sia così produttiva (per acro) quanto il grano si tratta di una coltura più redditizia e che necessita di meno fertilizzante per crescere.

Secondo Henk Hoogenkamp, consulente di aziende alimentari che investono nella produzione delle proteine ricavate dai piselli, quest’industria l’anno prossimo produrrà tra le 340 e le 350 tonnellate di prodotto: un aumento di un terzo rispetto all’anno in corso.

Impianti di trasformazione si stanno aprendo rapidamente per soddisfare la domanda. Durante l’estate la Puris ha ricevuto 75 miliardi di dollari di finanziamento dalla Cargill, una multinazionale statunitense attiva principalmente nel settore alimentare. Si tratta di una cifra che le permetterà di raddoppiare la produzione.

“La nuova generazione si è sostanzialmente risvegliata e i suoi gusti stanno cambiando in modo travolgente nei paesi ricchi, sostituendo gli animali con proteine vegetali”, sottolinea Hoogenkamp.

Sostegno verde

“Il cibo che mangiamo è intimamente connesso alla vita sulla terra, modellando la salute umana, la sicurezza della nostra aria, terra e acqua, e il benessere delle comunità in tutto il mondo. Quando comprendiamo la rete di connessioni dietro ciò che mangiamo, tutti noi abbiamo il dovere di fare le scelte giuste. Ogni seme, ogni passo, ogni acquisto conta – oggi e per il futuro del nostro pianeta”, questa la filosofia che anima la Puris.

I gruppi ambientalisti sostengono le proteine vegetali, sperando che il loro aumento possa frenare il consumo di carne. “Dobbiamo più che dimezzare il consumo di carne per prevenire il collasso climatico”, ha detto Richard George, capo forestale di Greenpeace. “Le proteine del pisello sono senza dubbio una delle tante opzioni. Cambiare le nostre abitudini alimentari non sarà facile, ma più opzioni abbiamo, più possibilità ci sono per migliorare la nostra salute e quella del pianeta”.

Le proteine alternative che possono sostituire gli alimenti tradizionali a base di animali attraggono notevoli investimenti finanziari, catturando l’attenzione e l’interesse dei media. Vengono viste come una via possibile da percorrere per soddisfare, in modo sano e sostenibile, la nostra dieta. Molte di queste alternative potenzialmente dirompenti sono guardate con speranza anche per la loro potenzialità di ridurre le emissioni climalteranti. Ma anche di rivoluzionare l’alimentazione, aiutando la nostra salute. “Le proteine alternative rappresentano un nuovo dominio che sta emergendo rapidamente all’interno del sistema alimentare”, sottolinea Tyler Lorenzen.

In ogni caso, il consumo globale di carne è di 330 milioni di tonnellate all’anno, un milione di volte superiore rispetto alla produzione annuale di piselli gialli. Molto probabilmente, questo legume rimarrà una “umile” alternativa ancora per un po’.

Impossibile pompare acqua da un pozzo, impensabile far funzionare un frigorifero. Nei villaggi rurali dell’Africa Orientale la mancanza di elettricità esclude l’accesso a servizi essenziali, come acqua e strutture sanitarie sicure, e aggrava situazioni di povertà già estrema, malnutrizione e bassi livelli di istruzione. Eppure i sette stati della regione – Kenya, Burundi, Malawi, Mozambico, Uganda, Tanzania e Ruanda – sono ricchi di materie prime e fonti di energia sia rinnovabili che tradizionali.

“L’Africa Orientale è una delle regioni del mondo con la più bassa percentuale di accesso all’elettricità: circa il 50% della popolazione, 140 milioni di persone, non hanno accesso a energia elettrica e questo limita fortemente i margini di crescita e di sviluppo”, spiega Giacomo Falchetta, ricercatore della Fondazione Eni Enrico Mattei che insieme a Simone Tagliapietra, Giovanni Occhiali e Manfred Hafner ha curato il volume “Renewables for Energy Access and Sustainable Development in East Africa”. Lo studio propone un percorso per raggiungere un livello universale di accesso all’elettricità in quest’area.

Energia per tutti, ovunque

In Africa Orientale vivono circa 271 milioni di persone con un tasso di crescita demografico del 2,6%, tra i più elevati del mondo. A questo ritmo nel 2050, nello spazio di una generazione, la popolazione è destinata a raggiungere i 569 milioni di abitanti. Aumenta anche la ricchezza, ma non per tutti. Il Pil è cresciuto in media di circa il 5,9%, con sostanziali differenze da paese a paese, e si prevede che mantenga un ritmo simile nei prossimi anni. In particolare, il settore industriale è cresciuto a un ritmo doppio rispetto all’agricoltura, trascinato da un’attività mineraria molto vivace. Tale crescita, tuttavia, ha avuto impatto limitato sul Pil pro capite reale e sulla riduzione della povertà.

In questo contesto l’energia, se distribuita in maniera capillare, può diventare fattore di sviluppo per tutti. Lo studio dei ricercatori FEEM punta sulle possibilità offerte dalle fonti rinnovabili di garantire un accesso universale, non subordinato cioè all’allaccio a un’infrastruttura nazionale, come avviene nel caso invece delle fonti energetiche tradizionali.

Risorse in loco già disponibili

“Se il nostro obiettivo è quello di garantire a tutta la popolazione, anche a quella che vive nelle aree rurali e quindi più difficilmente raggiungibili dalla rete elettrica nazionale, un accesso minimo all’energia, tale però da assicurare il funzionamento di sistemi essenziali allo sviluppo delle comunità rurali (per esempio le pompe per i pozzi), allora le fonti rinnovabili possono giocare una partita davvero importante”, aggiunge Falchetta.

Si tratta cioè di garantire a una fetta consistente della popolazione dei paesi dell’Africa Orientale di avere accesso all’energia sfruttando le risorse in loco: eolico, ma anche tanto solare e perfino il microidroelettrico. Con un sistema integrato di risorse di questo tipo è possibile fornire un flusso di energia in grado di alimentare sistemi di comunicazione, sistemi di refrigerazione e anche di sollevamento dell’acqua, dando la possibilità a intere comunità di avere accesso a servizi essenziali.

Il mix energetico ideale

I ricercatori hanno studiato nel dettaglio i sette stati dell’Africa Orientale – Kenya, Burundi, Malawi, Mozambico, Uganda, Tanzania e Ruanda – e, in alcuni casi, hanno incluso nelle loro ricerca anche il Sudafrica. “Pur non essendo propriamente appartenente alla regione – chiarisce Falchetta – fornisce comunque una serie di informazioni interessanti per comprendere le problematiche di approvvigionamento energetico”, soprattutto in chiave di impatto delle nuove regole per il controllo delle emissioni. Il Sudafrica è infatti fortemente dipendente dal carbone: oltre a essere la fonte che produce la maggior quantità di gas climalteranti, è anche molto dispendiosa in termini di risorse idriche, di cui, il paese africano non dispone in abbondanza.

L’analisi FEEM ha anche guardato alla distribuzione della popolazione sul territorio, alla loro concentrazione nelle città e alla percentuale di quella ancora residente nelle aree rurali, cercando di correlare, in termini geospaziali, anche la distribuzione delle diverse fonti energetiche, soprattutto di quelle rinnovabili che, in questo percorso di elettrificazione dell’area possono avere un ruolo molto importante.

“Nel complesso – afferma Falchetta – la nostra analisi rivela che il mix ottimo per elettrificare la regione si attesta a una media di 59% di connessioni alla rete nazionale, 37% di sviluppo di mini-reti, e 4% di soluzioni stand-alone. Uno scenario in cui una maggiore quota percentuale di rinnovabili è inserita nella rete nazionale non solo permette di ridurre sino al 46% le emissioni di CO2, ma anche di ridurre i costi del 4,4%”.

I costi continuano a essere elevati

I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei si sono spinti oltre e hanno cercato di capire che flusso di risorse sarebbe stato necessario per costruire un sistema così strutturato e si sono chiesti anche dove andare a reperire i capitali necessari. Il totale per l’elettrificazione è pari a 83,5 miliardi di dollari, e la cifra in termini pro-capite è di 15,6 dollari per cittadino nel primo anno di investimento, mentre se si considera solo la fetta di popolazione senza accesso la cifra sale a 20,1 dollari per cittadino.

Il punto, però, è che la popolazione senza accesso all’energia non è in grado di sostenere questa spesa e – anche laddove in grado – fino a oggi è mancata la canalizzazione dell’investimento pubblico e con partecipazione privata per la realizzazione dell’infrastruttura. Inoltre vanno considerati all’incirca 40 miliardi aggiuntivi richiesti per potenziare la rete affinché sostenga tale nuova capacità installata. Si arriva così a un totale di 123,5 miliardi (5,6 miliardi per anno se l’obiettivo è 100% elettrificazione entro il 2030), cioè 23 dollari pro capite nel primo anno di investimento, un costo troppo elevato in relazione alle disponibilità economiche della popolazione.

Kenya esempio virtuoso

Dal Kenya potrebbe arrivare un modello di riferimento replicabile anche agli altri paesi dell’area. Negli ultimi 5 anni il suo tasso di elettrificazione è salito di circa venti punti percentuali, raggiungendo il 74% di oggi. Come? Permettendo ai privati di investire in infrastrutture pagando le stesse in maniera dilazionata e proporzionale ai consumi. Il Kenya è uno dei mercati più vivaci per le aziende private che sfruttano sistemi di pagamento smart (cioè via telefonia mobile) e modelli di business pay-as-you-go che permettono anche agli utenti con un reddito limitato di evitare il pagamento di grosse somme ‘upfront‘, che possono rappresentare un forte scoglio iniziale. In questo modo, per esempio, l’acquisto dei pannelli solari sul tetto di casa avviene in leasing o a rate a lungo termine, mentre ciò che si paga è l’effettivo consumo elettrico.

Sono tempi duri per le grandi banche internazionali. Dopo il caso Credit Suisse, che ha visto la rinomata banca svizzera travolta da due dimissioni al vertice, un suicidio e una spy story collegata al passaggio a Ubs di un ex top manager, ora tocca alla prestigiosa banca d’affari statunitense Citigroup, dover fare i conti con la denuncia penale di un ex trader, che ha chiesto 112 milioni di dollari di danni, accusandola di averlo voluto incastrare.

I due casi sono molto diversi tra loro, ma entrambi chiamano in causa il modo in cui le grandi banche globali trattano i loro dipendenti, sospettati o accusati di presunti illeciti. Credit Suisse ha fatto pedinare in modo maldestro Iqbal Kahn, il suo ex capo della gestione patrimoniale, in procinto di passare alla rivale Ubs, provocando un grave scandalo, che ha gravemente danneggiato l’immagine della banca, costretto i responsabili dell’azione di spionaggio alle dimissioni e spinto al suicidio uno degli investigatori privati incaricati di tallonare Kahn.

Il caso Citigroup invece riguarda il Rohan Ramchandani, 39 anni, britannico, che nel 2013 era il capo europeo del trading desk valutario dell’istituto, il quale accusa Citigroup di aver “fabbricato” nei suoi confronti delle accuse di manipolazione valutaria per limitare i danni alla banca di un’indagine antitrust del governo Usa. Ramchandani ha rischiato 10 anni di galera, poi è stato assolto e ha puntato il dito contro Citigroup, accompagnando la denuncia penale a una maxi-richiesta di risarcimento danni.

La spy story che ha travolto Credit Suisse

Una delle più grandi banche d’Europa è finita nella bufera per una brutta storia di spionaggio, mal gestita, che ha portato al suicidio del consulente per la sicurezza che fungeva da intermediario tra la banca e la società di investigazioni private a cui era stato affidato il pedinamento. Il suicidio ha costretto il Credit Suisse a prendere posizione e il suo presidente, Urs Rohner ha deplorato l’accaduto, costringendo il capo operativo, Pierre Olivier Bouée a dimettersi, dopo aver ammesso di aver agito di sua iniziativa per pedinare e spiare l’ex collega.

Dimissioni immediate anche per il responsabile della sicurezza, Remo Boccali. Entrambi sono stati brutalmente silurati. In compenso l’amministratore delegato di Credit Suisse, Tidjane Thiam, molto legato a Bouée e in lite con Kahn, è stato scagionato e dunque è rimasto al suo posto, perché non sarebbe stato al corrente dell’azione di spionaggio. Invece Kahn l’ex capo della gestione patrimoniale, uno dei pilastri dell’attività di Credit Suisse, pochi giorni fa ha ufficialmente assunto lo stesso ruolo in Ubs.

Ex trader chiama in causa Citigroup: “Hanno cercato di incastrarmi”

Ramchandani, insieme ad altri 2 trader, nel 2013 è stato accusato dal dipartimento alla Giustizia Usa di aver usato una chat room online per truccare dal 2007 al 2013 il mercato valutario, manipolandone i prezzi. Lui si è sempre dichiarato innocente e, a metà del 2018, i 3 trader sono stati assolti. Ora Ramchandani accusa Citigroup di aver “consapevolmente” incoraggiato il governo Usa a perseguire un caso antitrust contro di lui “senza motivazioni”, nel tentativo di proteggersi da un danno maggiore. “I datori di lavoro non dovrebbero essere autorizzati a gettare dipendenti innocenti sotto un autobus, né a giocare a giudice, giuria e carnefice, nel tentativo di limitare la loro responsabilità aziendale”, ha dichiarato Ramchandani in una nota.

Citigroup ha definito “prive di merito” le accuse del suo ex trader, il quale però è passato alle vie di fatto, avviando un’azione penale contro la banca e chiedendo 112 milioni di dollari di risarcimento. “Hanno rovinato la mia reputazione” dice Ramchandani, sostenendo di non essere piu’ stato in grado di lavorare nei servizi finanziari dal momento del suo licenziamento, nonostante l’assoluzione. “Citi ha letteralmente fabbricato un caso antitrust basato su accuse consapevolmente false, secondo cui lui si era impegnato nella manipolazione del mercato”, si legge nel documento presentato dai legali di Ramchandani sul caso, nel quale di aggiunge che, di fatto, limitando le basi della propria colpevolezza solo alle attività di Ramchandani, la banca ha evitato azioni legali e ha protetto la sua capacità di partecipare a mercati statunitensi cruciali.

Secondo quanto rivela il Financial Times, nel gennaio di quest’anno, Citi ha ammesso di non aver seguito le regole del giusto processo per il licenziamento di Ramchandani. E entro la fine dell’anno è prevista un’audizione del Tribunale del lavoro del Regno Unito sulla vicenda.

Matteo Renzi esclude di voler far cadere il governo ma chiede al premier, Giuseppe Conte, e al Pd di “lavorare tutti assieme per tornare alla crescita”, senza fare polemiche. “Siamo stati i principali sponsor del governo, perché mai farlo cadere?”, si è chiesto il leader di Italia viva in un’intervista alla Stampa in cui ha difeso il suo intervento per evitare l’aumento dell’Iva. “Italia viva è stata più che corretta”, ha assicurato, “noi non siamo contro il governo ma siamo contro l’aumento delle tasse”.

“Spero tanto che l’esecutivo duri ma “lavori, non apra polemiche”, occorre “lavorare sui dossier”, ha insistito l’ex premier, “ieri sarebbe stato più opportuno parlare di Alitalia, Trieste o servizi segreti, non di me”. Da questo dipenderà anche la legislatura: “Per noi dura fino al 2023. Se qualcuno vuole interromperla se ne prenderà la responsabilità”, ha aggiunto Renzi. 

Lo scontro tra il leader di Italia Viva e il presidente del Consiglio negli ultimi giorni è stato su temi economici, le tasse, appunto, soprattutto quelle sul lavoro, che in Italia sono notoriamente alte, tanto da ‘mangiarsi’ una parte consistente di busta paga dei lavoratori mandando di traverso al contempo le nuove assunzioni da parte delle aziende. Abbassare il ‘cuneo’ significherebbe aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e restituire slancio alle imprese che vogliono crescere.

“La differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto lo stesso lavoratore, calcolata in percentuale del salario lordo”. Così la Treccani definisce il cuneo fiscale, un tema al centro della prossima legge di bilancio e del dibattito politico.

L’ex premier Matteo Renzi rivendica una riduzione del cuneo di oltre 22 miliardi l’anno, facendo così notare che non si tratta di “spiccioli” e criticando la misura dello stanziamento che dovrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio, pari a”solo 2 miliardi”. Critica rintuzzata dal premier Giuseppe Conte: “Pochi? Abbia rispetto per i lavoratori”. Renzi, però, nel calcolo dei 22 miliardi, mette il bonus 80 euro, l’intervento sull’Irap (l’integrale deducibilita dall’Irap del costo sostenuto per lavoro dipendente a tempo indeterminato, eccedente le vigenti deduzioni riferibili allo stesso costo) e la decontribuzione per le assunzioni prevista dal Jobs act. 

Il taglio del cuneo previsto nel Def

Per far quadrare i conti della manovra, il taglio del cuneo fiscale dovrebbe partire a luglio e a beneficiarne saranno i lavoratori con un reddito annuo fino a 26 mila euro. Si stima un bonus di circa 500 euro per l’anno prossimo, un beneficio medio di 40 euro mensili in busta paga per i lavoratori. L’obiettivo è quello di raddoppiarlo nell’anno successivo.

Nel 2020 l’impegno è valutato in 0,15 punti percentuali di Pil, circa 2,7 miliardi, che nel 2021 saliranno a 0,3 punti di Pil, pari a 5,4 miliardi.

Come sarà erogato?

Le ipotesi allo studio sono per il momento due: tramite il credito d’imposta o con la detrazione. La prima proposta vedrebbe l’erogazione del beneficio in una sola mensilità (luglio) mentre con la detrazione si avrebbe un vantaggio fiscale in busta paga ogni mese. Resterebbero comunque gli 80 euro del bonus Renzi.

Il bonus di 80 euro

Si tratta di una riduzione dell’Irpef per circa 10,4 milioni di lavoratori dipendenti per 960 euro annuali che guadagnano fino a 24.600.000 euro lordi l’anno (meno di 1.500 euro al mese). Il bonus è stato ridimensionato per i contribuenti con reddito compreso tra i 24.600 euro ed i 26.600 euro; non spetta infine per redditi superiori ai 26.600 euro e per redditi inferiori agli 8.174 euro. Il ‘bonus Renzi’ è stato erogato attraverso un credito di imposta, in busta paga-

Le decontribuzioni

La decontribuzione per le assunzioni prevedeva uno sconto triennale fino a 8.060 euro l’anno alle imprese per ogni nuovo rapporto di lavoro a tempo indeterminato o stabilizzazione. L’importo complessivo delle agevolazioni è stato di 16,7 miliardi. 

Dopo aver marcato il territorio in Italia la Dan John vuole sfidare il colosso spagnolo Zara. E vuole farlo a casa sua. Quest’azienda italiana di abiti maschili a prezzi accessibili è cresciuta in maniera esponenziale in pochi anni e soprattutto ha fatto molyta strada da quando , nel 1972, sbarcò in Cina “per insegnare ai cinesi come realizzare un prodotto europeo”. Non i 165 anni che si evincevano dal vecchio logo della casa, su cui campeggiava un ‘dal 1855′ un po’ presuntuoso e che non a caso è scomparso nel restyling, ora che l’azienda si affaccia sul mercato europeo e non può permettersi di millantare crediti che non ha. I numeri dicono che in soli tre anni il brand fondato da Daniele Raccah, Hannah Raccah e Giovanni della Rocca, ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro e in ottobre aprirà i suoi primi punti vendita fuori dai confini nazionali – in Spagna e Belgio – che andranno a sommarsi ai 52 italiani.

Nello specifico, si parla di tre i negozi diretti e monomarca  a Madrid, nelle vie principali dello shopping (Gran Via, Goya e in Calle Del Barquillo) e un flagship store da oltre 300 metri quadri a Bruxelles nella centralissima Rue Nueve. “In realtà, sentiamo che con Zara abbiamo già vinto una grande sfida. La sfida è quella del prodotto”, spiega all’Agi Daniele Raccah. “Crediamo che Zara sul mercato maschile offra un tipo di prodotto non adeguato a rappresentare l’uomo moderno, anzi pensiamo sia un prodotto un po’ troppo teenager e prettamente fashion, Dan John in questo ha già vinto la sfida con Zara”.

Ma per raccontare bene la storia dell’azienda bisogna partire dal proprio marchio: Dan e John non sono altro che Daniele e Giovanni. Il primo ha 65 anni ed è nel settore da circa 45. Nel 76, quando in Cina l’industria tessile non andava oltre le produzioni di lenzuola e divise militari, aveva un’azienda, la Derby, di cui portò una linea di produzione in estremo oriente per avere prezzi competitivi, ma un design e un gusto italiano ed europeo.

Oggi, dice Daniele Raccah, l’uomo Dan John ha un guardaroba formale ma attuale, “innovato costantemente con uno sguardo alla moda sartoriale italiana contemporanea. Questo fa in modo che Dan John sia totalmente diverso da Zara e così largamente apprezzato da uomini di ogni età, dal giovane neo diplomato, all’avvocato in piena carriera fino all’imprenditore affermato con anni di esperienza alle spalle. Tutte queste persone hanno in comune un modo di vestire, formale ma moderno, che crediamo di rappresentare molto bene, nell’ambito lavorativo ma anche in un ambito più informale con un casual di prestigio”.

Il nostro uomo – continua Raccah, che vanta un’esperienza di 45 anni sul mercato, “è vestito sempre quasi allo stesso modo, non proporremo mai, ad esempio, un uomo vestito di rosso o con una giacca arancione e il pantalone lilla, né con giacche di raso, più adatte ad un abbigliamento da locale notturno. Noi ci rivolgiamo ad un pubblico formale e classico, che, però segue le tendenze delle vestibilità da uomo, come possono essere i reverse più larghi sulla giacca, o la gamba del pantalone più o meno stretta”.

Sul piano della diffusione – prosegue – “possiamo dire che vogliamo sfidare Zara, ma la strada è ancora molto lunga.  Il nostro piano di espansione nei prossimi anni è molto ambizioso e toccherà sicuramente tutti i Paesi europei”. L’azienda proseguirà nei prossimi mesi con le nuove aperture previste in Germania, Francia, Portogallo Inghilterra. L’obiettivo è quello di raggiungere i 70 milioni di fatturato entro la fine dell’anno e i 180 milioni entro i prossimi tre anni.  “Possiamo parlare di sfida perché abbiamo la coscienza di essere forti, veloci e con le idee chiare e per questo il tempo sarà dalla nostra parte… In fondo la storia di Davide e Golia dovrà pur insegnarci qualcosa?”

Ma la concorrenza è una buona cosa, sostiene Raccah: “L’ho sempre vista come qualcosa di positivo, non negativo. Addirittura, quando apriamo un nuovo negozio, scegliamo sempre strade vicino a un concorrente, proprio perché in una comparazione diretta risaltano le caratteristiche di Dan John, ovvero, un’immagine del punto vendita studiata in modo capillare, dagli arredi, all’atmosfera, ma anche i dipendenti, i profumi, il visual delle vetrine, il modo in cui proponiamo i nostri prodotti, affiancati da oggetti estremamente ricercati che impreziosiscono l’ambiente (ad esempio, sci vintage, racchette, e altre cose che scoviamo in mercatini dell’antiquariato in tutto il mondo) e danno supporto e pregio ai capi. In ultimo, i prezzi molto competitivi rispetto agli altri, soprattutto se paragonati all’alta qualità che diamo”.

Ma c’è un altro elemento che fa la forza della Dan John: l’impresa è di famiglia. “Mi è capitato di incontrare imprenditori della mia età che pensano di essere eterni, e finiscono con l’essere accentratori, senza mai delegare, neanche ai propri figli, qualora ne avessero le capacità. Purtroppo, non è così, e queste sono aziende destinate ad avere tempi brevi. Io ho sempre avuto un’impostazione rivolta al lavoro di gruppo. Sono molto fortunato in questo senso, ho 4 figlie e tutte hanno la volontà di far parte di questa organizzazione. Una di loro, Hannah, è già molto attiva in azienda e si occupa un po’ di tutto nei vari reparti, tra ufficio stile, marketing, logistica e contabilità, proprio per avere una maggiore cognizione di quello che la realtà aziendale in tutte le sue sfaccettature. Da gennaio si sono uniti anche Jessica, la mia primogenita che ha 30 anni ed è laureata in comunicazione, e suo marito Dor, tra i soci di Ernst and Young, che sono rientrati in Italia insieme ai loro bambini. Dan John è un progetto che io ho visto anche come opportunità per i miei figli, con un’impostazione sì di proprietà famigliare, ma a gestione manageriale”.

Intanto, nonostante i grandi numeri Daniele Raccah pensa già alle prossime sfide: “Il nostro obiettivo per 2025 è quello di arrivare ad almeno 250 milioni di fatturato. Abbiamo anche in programma di espandere il nostro quartier generale, che attualmente è di circa 3.500 metri quadri di magazzini e circa 400 di uffici. Convertiremo circa 800-900 mq di magazzini in nuovi uffici, in cui realizzeremo una palestra per i nostri dipendenti, per favorire uno spirito di comunità, come in una famiglia, ed offrire occasioni di svago, inseriremo anche una mensa, con un cuoco di prima scelta che preparerà il pranzo per i dipendenti, chiaramente offerto dall’azienda. Un ufficio all’avanguardia, con grandi spazi in stile americano, un ufficio del terzo millennio”. Solo una cosa non cambierà mai alla Dan John: l’azienda continuerà a produrre solo abiti da uomo.

L’entità dell’evasione contestata alle grandi imprese è 16 volte superiore a quella delle piccole aziende e dei lavoratori autonomi (nel 2017 era stata pari a 18). A dirlo è la Cgia spiegando che a seguito dell’attività di accertamento svolta lo scorso anno sulle attività economiche, emerge come la maggiore imposta media accertata dall’Agenzia delle Entrate per ogni singola grande azienda sia pari a poco più di 1 milione di euro, per la media impresa di 365.111 euro e per la piccola di 63.606 euro.

“Questi dati ci dicono che la potenziale dimensione dell’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enormemente superiore a quella delle piccole. Ovviamente, nessuno di noi auspica che il Paese si trasformi in uno Stato di polizia tributaria; tuttavia, una maggiore attenzione verso questi soggetti sarebbe auspicabile, visto che le modalità di evasione delle holding non è ascrivibile alla mancata emissione di scontrini o ricevute, bensì al ricorso alle frodi doganali, alle frodi carosello, alle operazioni estero su estero e alle compensazioni indebite. Reati, quest’ultimi, che non verranno nemmeno sfiorati dalle misure di contrasto all’utilizzo del contante che il Governo metterà a punto nelle prossime settimane”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

In linea generale, sottolineano ancora dall’Ufficio studi della Cgia, l’accertamento fiscale scatta quando i dati forniti dal contribuente (in questo caso le aziende) sono diversi rispetto a quelli in possesso dall’Amministrazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, si attiva quando ritiene che l’impresa, ad esempio, abbia sottostimato il reddito o abbia usufruito di detrazioni/deduzioni non dovute. Ovviamente, la maggiore imposta accertata non si trasforma sic et simpliciter in gettito per l’Erario. A seguito della richiesta di chiarimenti da parte del fisco, le aziende possono ravvedersi, contrattare la loro posizione con l’Agenzia delle Entrate o ricorrere alla giustizia tributaria, intraprendendo un contenzioso con il fisco che potrebbe interessare i tre gradi di giudizio. 

“Grandi o piccoli che siano, gli evasori vanno perseguiti ovunque si nascondano. Tuttavia, se il nostro fisco fosse meno esigente, lo sforzo richiesto sarebbe piu’ contenuto e probabilmente ne trarrebbe beneficio anche l’Erario. Con una pressione fiscale inferiore, molti che oggi sono evasori marginali diventerebbero dei contribuenti onesti. Ricordo che la nostra giustizia civile e’ lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili e la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”, ha affermato il segretario della Cgia Renato Mason.

La Cgia ricorda poi che secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi relativi al 2018, il reddito medio dichiarato delle persone fisiche (ditte individuali e lavoratori autonomi) è stato di 25.290 euro, quello delle società di persone (Snc, Sas, Ss, etc.) 34.260 euro e quello delle società di capitali (Spa, Srl, Sapa, etc.) solo 34.670 euro.

Un dato, quest’ultimo, condizionato al ribasso, allorché poco meno del 40 cento del totale delle società di capitali registra un reddito in perdita o in pareggio. Non solo accertamenti ordinari: dalla lotta all’evasione nel 2018 sono stati recuperati 19,2 miliardi. Sul fronte dell’attività di contrasto all’evasione, oltre ai 152.200 circa accertamenti ordinari effettuati dal fisco nel 2018, si devono aggiungere:

  • oltre 1.900.000 lettere per l’attivazione della compliance (richieste di chiarimenti su irregolarità riscontrate o potenziali);
  • quasi 252.000 accertamenti parziali automatizzati;
  • quasi 531.000 controlli strumentali effettuati dalla Guardia di Finanza.

L’anno scorso dalla lotta all’evasione fiscale l’Amministrazione finanziaria ha recuperato 19,2 miliardi di euro, di cui 16,2 ascrivibili all’attività ordinaria (versamenti diretti 11,25 miliardi, compliance 1,85 miliardi e ruoli ordinari 3,1) e 3 miliardi riconducibili alle attività straordinarie (rottamazione 2,59 miliardi, voluntary disclosure, 300 milioni e liti fiscali, 100 milioni).

Le disposizioni che obbligano gli Ncc ad iniziare e terminare il servizio presso la propria rimessa, ovvero il Comune di rilascio della licenza, e a compilare sempre il foglio di servizio anche dopo prenotazioni online restano in vigore: lo ha stabilito il Consiglio di Stato che non ha sospeso l’efficacia della Circolare Interpretativa del decreto di riforma del settore Ncc e ha rinviato al Tar Lazio perché sia fissata un’udienza sull’argomento.

Con l’ordinanza depositata venerdì dalla terza sezione, il Consiglio di Stato, pronunciandosi sul ricorso presentato da Uber, non ha dunque riformato la decisione del Tar Lazio che aveva detto no alla sospensione cautelare della circolare del Viminale sulle linee attuative della riforma degli Ncc. Palazzo Spada, infatti, ha “ritenuto, ad un primo esame, che per i motivi proposti le esigenze della società ricorrente siano tutelabili adeguatamente con la sollecita definizione del giudizio nel merito” e, per questo, ha disposto la trasmissione degli atti al Tar per la “sollecita fissazione dell’udienza di merito”.

“Siamo soddisfatti dell’ordinanza del Consiglio di Stato che, accettando la nostra richiesta, ha sollecitato un intervento sul merito da parte del Tar”. Lo riferisce un portavoce di Uber, commentando la decisione. “Si tratta – aggiunge – di un ulteriore segnale che l’Italia ha bisogno di una riforma organica della mobilità. Continueremo a cercare un dialogo costruttivo con le istituzioni e gli operatori per costruire città più sostenibili per tutti”.

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