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Dopo un 2019 chiuso in forte rallentamento, il 2020 è iniziato – secondo l’Ufficio Studi Confcommercio – con un calo tendenziale del Pil del 4,8% nel primo trimestre e con veri e propri crolli ad aprile e maggio stimati, rispettivamente, in un -24% e -16%. Il dato emerge dal rapporto annuale Confcommercio-Censis su fiducia, consumi e impatto del Covid-19.

La crisi da Covid-19 “si è abbattuta su un’economia già fortemente debilitata: tra il 2007 e il 2019, infatti, ciascun italiano ha perso oltre 21.600 euro di ricchezza”. “Un conto molto salato, prevalentemente a causa delle forti perdite di ricchezza immobiliare e finanziaria, alla cui cifra complessiva contribuisce anche una significativa contrazione di consumi pari a circa 900 euro procapite”, si legge.

Per le vacanze estive, oltre la metà delle famiglie non ha fatto programmi e il 30% ha già deciso che resterà a casa; solo il 9,4% ci andrà ma con durata e budget ridotti. Focalizzando l’analisi sul tema delle vacanze estive, a regnare è l’incertezza: oltre la metà delle famiglie non ha infatti programmato nulla e circa il 30% rimarrà a casa non avendo la disponibilità economica. Percentuale, quest’ultima, che sale al 57% per i livelli socio economici bassi). Solo il 9,4% si permetterà il “lusso” di partire ma con una riduzione di budget e di durata.

Durante la fase di lockdown alcune attività specifiche sono state impedite e questo ha determinato, tra chi le aveva previste, la rinuncia ad alcune spese: circa la metà delle famiglie ha dovuto rinunciare definitivamente a periodi di vacanza già programmati e il 23% all’acquisto di beni durevoli, come mobili, elettrodomestici, auto. Per molte famiglie invece non si è trattato di una rinuncia definitiva ma di un rinvio alla fine dell’emergenza. 

Sempre dal rapporto emerge che le famiglie vedono ‘nero’ per il proprio futuro e quello del Paese. A causa della crisi sanitaria e del conseguente lockdown, il 42,3% delle famiglie ha visto ridursi l’attività lavorativa e il reddito, il 25,8% ha dovuto sospendere del tutto l’attività, il 23,4% è finito in Cig; quasi 6 famiglie su 10 nutrono il timore di perdere il posto di lavoro.

“Resta molto ampia la fascia di chi, dopo la riapertura del Paese, vede il futuro con pessimismo: il 52,8% vede “nero” per la propria famiglia, ma la percentuale sale al 67,5% con riferimento alle prospettive del Paese”, si legge.

L’impatto sulla fiducia delle famiglie è stato piuttosto pesante: dopo 6 anni, infatti, il saldo tra ottimisti e pessimisti torna a registrare valori negativi di entità mai raggiunta prima. Gli ottimisti, in aumento dal 2013, si dimezzano scendendo al 22,4%, mentre aumenta la quota di pessimisti che si attesta al 52,8%, più del doppio rispetto al 2019.

L’ondata di sconforto connessa all’emergenza Covid e alle sue conseguenze economiche sembra aver ridotto l’ampia forbice che ha sempre separato le prospettive della propria famiglia (tendenzialmente improntate ad un maggior ottimismo) da quelle più generali dell’Italia. Infatti, la percentuale dei pessimisti rispetto alla situazione del Paese e’ pari al al 67,5%. 

EasyJet riprenderà gradualmente i voli in Italia a partire dal 15 giugno. Si volerà inizialmente da 8 aeroporti con voli nazionali che collegheranno Milano Malpensa con Palermo, Catania, Bari, Napoli, Lamezia Terme, Cagliari e Olbia. E’ previsto anche un collegamento internazionale da Brindisi a Ginevra. La compagnia, informa una nota, si aspetta di aumentare progressivamente le rotte, man mano che le restrizioni saranno allentate e in linea con la domanda di viaggio da parte dei propri clienti. Durante il periodo di sospensione delle operazioni, gli aeromobili sono stati mantenuti in modo da essere pronti a ripartire non appena fosse stato possibile.

“Siamo molto contenti di poter finalmente tornare a volare in Italia, anche se inizialmente con un numero ridotto di collegamenti. Il trasporto aereo e’ un servizio fondamentale e svolgera’ un ruolo cruciale nella ripresa dell’economia del Paese, consentendo la mobilita’ di persone e aziende – commenta Lorenzo Lagorio, Country Manager di easyJet Italia – easyJet continuera’ a lavorare in sinergia con gli aeroporti e con le autorita’ competenti per garantire alle persone di potersi spostare in sicurezza e riprendere a pianificare i propri viaggi di piacere e di lavoro”.

Dallo scorso 6 maggio, si ricorda, è tornato operativo anche il training centre di Malpensa, dove i piloti easyJet hanno ripreso le attività di addestramento. EasyJet adotterà tutte le misure necessarie per effettuare le proprie operazioni in sicurezza, come l’obbligo per i passeggeri e il personale di cabina e di terra di indossare la mascherina e la sospensione del servizio di ristorazione a bordo per limitare i contatti e gli spostamenti durante la fase di volo. Inoltre, tutti gli aerei saranno dotati di dispositivi sanitari di scorta, tra cui mascherine, guanti e disinfettante per le mani, a disposizione di passeggeri ed equipaggio, in caso di necessità.

Gli aeromobili saranno inoltre quotidianamente sottoposti a una pulizia approfondita, oltre a quella prevista normalmente, e a una sanificazione integrale della cabina che garantisce la protezione delle superfici dai virus per almeno 24 ore. Tali misure sono state individuate e definite in accordo con le autorità aeronautiche Icao ed Easa, nel pieno rispetto delle indicazioni delle autorità nazionali competenti e in linea con le norme di tutela della salute. Gli aerei di easyJet sono già dotati di una tecnologia di filtraggio all’avanguardia. I filtri antiparticolato ad alta efficienza purificano il 99,97% dei contaminanti presenti nell’aria della cabina, compresi virus e batteri. Si tratta degli stessi sistemi di filtraggio utilizzati negli ospedali. Attraverso questi filtri l’aria della cabina viene cambiata ogni 3-4 minuti.

In aeroporto, prosegue la nota, ai passeggeri verrà chiesto di presentare e scannerizzare autonomamente i propri documenti, in modo che il personale di terra e di cabina non debba maneggiarli durante l’imbarco. Ulteriori raccomandazioni per gli aeroporti indicano l’adozione di apposite misure, come l’uso di mascherine, moduli di autodichiarazione sul proprio stato di salute da compilare prima della partenza e screening della temperatura. La compagnia aerea sta lavorando con tutti gli aeroporti in cui opera per capire quali misure saranno adottate per proteggere i passeggeri. 

 

“Acciaio di qualità e di basse emissioni: su questo c’è una forte determinazione ad andare avanti”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, intervenendo in audio video conferenza nel vertice sulla crisi ArcelorMittal, presenti sindacati metalmeccanici e azienda con l’amministratore delegato Lucia Morselli.

Per il Governo collegati anche i ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) e Nunzia Catalfo (Lavoro).  “A marzo – ha detto Gualtieri riferendosi all’accordo davanti al Tribunale di Milano tra commissari Ilva è ArcelorMittal – è stato definito un piano. Oggi ci saremmo dovuti vedere per discutere i dettagli sulla base del piano industriale analitico presentato da Ilva. Ilva ci sta dicendo che ha bisogno di dieci giorni per presentare questo piano. A me sembra, se è questo, che è una proroga ragionevole – ha sostenuto il ministro dell’Economia – abbiamo prorogato tantissime cose per il Covid. Non è particolarmente sorprendente che ci si riveda tra dieci giorni in modo che ci possiamo sedere al Tavolo, discutere, analizzarlo tutti insieme”.​

“Lo Stato è disponibile a coinvestire insieme a Mittal, ad intervenire direttamente per avete un’Ilva forte, che produca tanto, che sia leader del mercato ed abbia i livelli occupazionali che sono quelli che conoscete, i 10.700, e che lavori con investimenti molto significativi ai quali vogliamo concorrere sia direttamente che indirettamente”, ha detto ancora Gualtieri.   

Per quanto riguarda il progetto Taranto, ha sostenuto il ministro, “stiamo lavorando perché questo progetto abbia pieno titolo dentro anche nelle linee del lavoro dell’Unione Europea. Per noi contano i fatti, ho sentito dalla dottoressa Morselli che Mittal vuole andare avanti, proseguire e presentare il piano. C’è anche la legittimità delle visioni tra chi è ottimista o pessimista, ma questa è la via maestra su cui lavorare”. 

Da parte sua, l’ad Lucia Morselli ha attribuito alla fortissima contrazione del mercato dell’acciaio tutti i provvedimenti che sono stati assunti: la cassa integrazione e alla fermata degli impianti nei siti di Taranto, Genova e Novi Ligure. Solo a Taranto più di 3.200 addetti diretti sono in cassa integrazione. Fermati da quasi due mesi un acciaieria su due e un altoforno su tre operativi.  

Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil, ha avvertito: “Nessuno di noi è disponibile a firmare licenziamenti. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. Noi abbiamo firmato un accordo che prevede zero esuberi e ora non ne firmiamo un altro che prevede degli esuberi”. La previsione di “10.700 occupati non è l’accordo che abbiamo firmato”, ha ribadito la sindacalista. “Bisogna che il governo e l’azienda sappia che noi siamo fermi a quello che abbiamo firmato. Il Governo non dia per scontato che noi abbiamo ritirato firma. L’accordo vale. Non si regge una cosa così”, ha aggiunto la segretaria generale Fiom. 

Il governo tedesco e Lufthansa hanno raggiunto un “accordo di principio” su un piano da 9 miliardi di euro per evitare il fallimento del colosso del trasporto aereo. L’intesa, riferisce una fonte vicina al dossier, prevede che lo Stato diventi primo azionista della compagnia e garantisca un maxiprestito.

Dovrà ora essere sottoposta all’approvazione del Fondo per la stabilità economica federale (Kfw) e servirà anche il via libera del direttorio e del consiglio di sorveglianza di Lufthansa, oltre che dell’assemblea straordinaria degli azionisti. 

La scorsa settimana Lufthansa aveva confermato la trattativa in corso con Berlino, con la Kfw pronta ad acquistare una quota del 20% del capitale oltre che a emettere un prestito convertibile che potrebbe valere un ulteriore pacchetto del 5% delle azioni.

La convertibilità potrebbe essere esercitata “in caso di offerta pubblica d’acquisto” da parte di un terzo soggetto, fornendo allo Stato una minoranza di blocco. Se si aggiunge un prestito da 3 miliardi di euro, Berlino otterrebbe due posti nel consiglio di sorveglianza della compagnia, cui verrebbe proibito di versare dividendi ai propri azionisti. Per l’esercizio 2019 lo stacco della cedola è comunque già stato sospeso.

Attualmente circa 700 aerei di Lufthansa su un totale di 760 sono fermi a terra. Nel primo trimestre le perdite sono ammontate a 1,2 miliardi di euro e sono destinate a peggiorare nel secondo. Anche le controllate del gruppo hanno chiesto aiuto ai Paesi in cui hanno sede.

Negoziati sono in corso tra la Brussels Airlines e il governo belga, mentre Austrian ha chiesto a Vienna un’iniezione da 767 milioni di euro. La Svizzera garantirà invece 1,2 miliardi di euro di prestiti a Swiss ed Edelweiss.

Sul colosso Volkswagen pende la spada di Damocle di 60 mila cause in tribunale. La Corte federale di giustizia di Karlsruhe ha infatti emesso la sua sentenza: gli acquirenti di automobili diesel dalle emissioni ‘manipolate‘ possono restituire la macchina e pretendere il risarcimento di un’ampia parte del prezzo.

Si tratta di un passaggio cruciale nello scandalo dieselgate: non solo perché è un verdetto paragonabile a quelli della nostra Cassazione, ma perché orienterà decine di migliaia di procedimenti giuridici a venire, dato che stabilisce il principio del rimborso per le macchine le cui emissioni dei gas di scarico erano state manipolate dai software installati sulle auto della casa automobilistica di Wolfsburg.

“Questa sentenza stabilisce la certezza del diritto per milioni di consumatori in Germania, e dimostra ancora una volta che anche un grande gruppo industriale non può stare al di sopra della legge”, afferma l’avvocato Claus Goldenstein, che oltre al denunciante di questo caso specifico – un pensionato della Renania Palatinato – rappresenta altri 21 mila acquirenti di veicoli a diesel della Volkswagen. E c’è pure il fatto che la decisione dei giudici di Karlsruhe quasi certamente farà da apripista alle cause nei confronti di altre case automobilistiche che abbiano montato sistemi ‘illegali’ di controllo delle emissioni sui propri veicoli.

La denuncia del signor Helbert Gilbert era stata presentata nel 2014: aveva comprato per circa 31.500 euro una Vw Sharan usata con un motore diesel EA 189, su cui appunto era stato applicato il software incriminato, il cui effetto di indicare emissioni inferiori al previsto, mentre il gas di scarico effettivo è ben maggiore. La corte di Coblenza gli aveva riconosciuto un risarcimento di 25.600 euro riconoscendo il “danneggiamento intenzionale”, sottraendo alla cifra complessiva l’ipotetico deprezzamento legato all’utilizzo della vettura. Ambedue le parti in causa avevano presentato ricorso. “Nella sostanza abbiamo confermato la sentenza del tribunale di Coblenza”, riferisce da parte sua il presidente della Corte, Stephan Seiters.

Rimane aperta una serie di questioni giuridiche. La Corte suprema di giustizia ha in calendario per questo luglio altri tre procedimenti per casi legati al dieselgate, e certo non saranno gli ultimi, anche se altre decine di migliaia di automobilisti hanno già concluso intese o patteggiamenti. Già prima della sentenza l’avvocato Sven Bode dell’associazione MyRight parlava di “pietra miliare”, considerando appunto che i vari tribunali regionali si sarebbero orientati sulla sentenza di Karlsruhe, aprendo un vaso di Pandora legale nei confronti della Vw. È la stessa casa automobilistica ad aver calcolato che sono in ballo almeno altre 60 mila cause.

Tre giorni fa l’avvocato Goldenstein affermava di aspettarsi che dopo questa sentenza “ci sarà una moltiplicazioni di cause, perché molti acquirenti sapranno che possono presentare denuncia senza correre rischi”. È questo “il vero inizio” del dieselgate, secondo il legale. Rincara la dose l’avvocato Christian Brade: “Il dieselgate occuperà i tribunali almeno per altri cinque anni”. “E’ una sentenza fantastica”, esulta il denunciante, Herbert Gilbert, secondo il quale la decisione di Karlsruhe “non aiuta solo me, ma altre migliaia di denuncianti in attesa da anni”.  

Lo scandalo mondiale del dieselgate è venuto alla luce nell’autunno del 2015, quando fu la stessa casa di Wolfsburg ad ammettere di aver installato su ben 11 milioni di vetture il software illecito, dopo che era emerso che le emissioni di ossido d’azoto erano notevolmente superiori a quanto indicato dai test di prova. Un terremoto per l’industria automobilistica tedesca le cui scosse si continuano a sentire fino ad oggi.

La settimana prossima i due appuntamenti economici più attesi sono quelli di mercoledì 27 maggio. La mattina alle 9,30 è previsto un intervento del presidente della Bce, Christine Lagarde, che in diretta Twitter farà il punto sull’impatto del coronavirus sull’economia e dunque sul possibile aumento del Pepp da 750 miliardi di euro, in vista della riunione del direttivo del 4 giugno. L’altro appuntamento clou, lo stesso giorno, è quello della Commissione Ue che presenta la sua proposta sul Recovery fund, legato al bilancio pluriennale dell’Unione europea. Tra i market mover più importanti vanno segnalati i due di lunedì 25 maggio e cioè il Pil finale della Germania nel primo trimestre e l’Ifo, sulla fiducia delle imprese tedesche a maggio; quelli di giovedì 28 maggio e cioè l’inflazione tedesca a maggio, il Pil Usa del primo trimestre e i sussidi settimanali di disoccupazione Usa; e quelli di venerdì 29 maggio e cioè il Pil dell’Italia nel primo trimestre e l’inflazione europea a maggio. Vediamo ora più nel dettaglio i vari eventi, commentandoli in ordine di importanza.

LA PROPOSTA DI RECOVERY FUND DELLA COMMISSIONE UE

La Commissione dell’Unione europea, mercoledì prossimo, dovrà lanciare la sua proposta di Recovery Fund e bisognerà vedere quanto farà sua quella franco-tedesca di un fondo da 500 miliardi di euro di dotazioni, che non sono prestiti ma sovvenzioni, anche se non garantire al 100% a livello europeo. Inoltre bisognerà vedere se questa proposta franco-tedesca verrà ampliata con una componente di prestiti in modo da arrivare a un fondo complessivo da 1.000 miliardi di euro.

LAGARDE RISPONDE VIA TWITTER SULL’IMPATTO DELLA PANDEMIA

Lo stesso giorno, in mattinata, Christine Lagarde, risponde via Twitter alle domande sul’impatto della pandemia sull’economia. Alla luce della minute della Bce e in vista della riunione del direttivo del prossimo 4 giugno, Lagarde verrà bombardata di domande sul possibile ampliamento del Pepp a giugno, anche se difficilmente si sbottonerà più di tanto. Nelle minute i membri dl direttivo hanno chiaramente detto che sono preparati ad incrementare il Pepp, alla luce delle informazioni sulla andamento dell’economia europea che saranno disponibili prima del 4 giugno. Ecco perché  i dati macro in arrivo dall’Eurozona, inclusi quelli sull’inflazione, sono particolarmente importanti in questa fase.

 LUNEDI’ ESCONO IL PIL E L’IFO DELLA GERMANIA

Lunedì esce il dato finale sul Pil della Germania nel primo trimestre. Il preliminare aveva registrato una contrazione del 2,3%, che dovrebbe essere confermata. L’Ifo e cioè un dato anticipatore sulla fiducia delle imprese a maggio, dovrebbe migliorare leggermente, non tanto per la componente corrente, quanto per quella sulle aspettative.

GIOVEDI’, INFLAZIONE TEDESCA; PIL E SUSSIDI USA

L’inflazione tedesca è importante in vista delle decisioni della Bce sul Pepp, perché in prezzi al consumo armonizzati Ue della Germania sono una bella fetta di inflazione europea. A maggio l’inflazione tedesca rallenta su base annua da +0,8% a +0,4%. Altri due dati macro importanti sono quelli Usa. Il Pil nel primo trimestre è confermato a -4,8%. Le richieste settimanali di sussidio dovrebbero salire di 2,6 milioni e il totale dei senza lavora Usa salirebbe così a oltre 40 milioni dall’inizio del lockdown.
 

VENERDI’, PIL ITALIANO E INFLAZIONE EUROZONA

Il Pil dell’Italia nel primo trimestre verrà confermato a -4,7%, ma il dato verrà dettagliato, per cui sarà possibili capire il calo dei consumi che c’è stato a marzo. L’inflazione dell’Eurozona a maggio è importante per i riflessi che avrà sulle decisioni della Bce a giugno. La previsione è che l’inflazione a maggio tenda ad appiattirsi. Questo significa che c’è l’intenzione della Bce di intervenire sul Qe e dunque sul Pepp, perchè c’è il rischio che si vada verso un’inflazione zero e quindi lontano dall’obiettivo a medio termine della Bce del 2%. 

Se la crisi innescata dalla pandemia di coronavirus non passa al più presto e se non ci sarà a breve un ritorno dei turisti in Italia le micro-imprese artigiane rischiano di scomparire.

È l’allarme lanciato dall’economista Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi, che commenta all’Agi lo studio della Cgia di Mestre secondo cui nei primi 3 mesi di quest’anno il numero complessivo delle imprese artigiane presente in Italia è sceso di 10.902 unità.

Per l’esperto il campanello d’allarme lanciato dalla Confederazione è il segnale che “stiamo facendo sempre più i conti con la polverizzazione del sistema produttivo italiano”.

“Piccole imprese che vivono di credito, come quelle artigiane – osserva Arfaras – per le quali bastano variazioni modestissime del fatturato perché vadano completamente in crisi, e quindi non siano piu’ in grado di pagare l’affitto e gli stipendi, rischiano di comparire per sempre”.

E prosegue: “Se la crisi non finisce in pochissimo tempo si arriva all’estinzione di queste piccole imprese”. Un destino drammatico per migliaia di artigiani, che per l’esperto “è il sintomo di una fragilità italiana che è duplice: da una parte ci sono le micro-imprese e dall’altra c’è il peso del turismo”.

Una parte cospicua del Pil italiano deriva dal turismo, fa notare l’economista: “Stiamo parlando di circa il 10% del Pil. L’economia italiana aveva e ha questa grande tradizione artigianale” riflette Arfaras “Italia, Germania e Giappone hanno questa tradizione artigianale spaventosa che viene dai secoli. Una tradizione che però non si è evoluta in una dimensione d’impresa maggiore”.

È come dire che c’è una tradizione ma non ci sono le gambe per farla camminare. “Bisogna inventarsi un sistema per cui le micro imprese si uniscano per avere più forza e garanzie di sopravvivenza”. 

È morto l’economista Alberto Alesina. Ne dà notizia l’Istituto Bruno Leoni su Twitter. Insegnava alla Harvard University. 

Noto e seguito in Italia soprattutto per i suoi editoriali a quattro mani con Francesco Giavazzi, Alberto Alesina era stato uno dei primi laureati del Des, quel corso di Discipline Economiche e Sociali nato nel 1974 che ha reso famosa l’Università Bocconi nel mondo intero.

Nato a Broni (Pavia) il 29 aprile del 1957, era professore di Economia Politica ad Harvard, ma continuava a collaborare anche con l’ateneo milanese di via Sarfatti.

Alesina è morto per un attacco di cuore mentre passeggiava in montagna negli Stati Uniti, sua patria adottiva. Il libro scritto a sei mani con Giavazzi e Carlo Favero, “Austerità, quando funziona e quando no”, pubblicato l’anno scorso da Rizzoli, ha da poco ottenuto il premio Hayek, intitolato all’economista liberale premio Nobel nel 1974, l’austriaco-britannico Friedrich August von Hayek.

Quello dell'”autorità’ espansiva” era uno dei cavalli di battaglia dell’economista di Harvard, che già nel 2009 l’aveva teorizzata in uno studio, poi criticato dai nemici dell’austerità come il premio Nobel Paul Krugman.

La teoria espressa negli ultimi lavori, sintetizzata da Favero, uno dei coautori di Alesina nell’ultimo libro, è che “l’austerità può essere capita paragonandola a una medicina necessaria che dà effetti collaterali, che vanno minimizzati. Per l’economia, la malattia è l’alto debito pubblico. Si tratta di un male che viene ereditato dalle generazioni future, su cui manifesta i propri effetti più perniciosi. L’austerita’ basata sulla riduzione della spesa pubblica è meno costosa in termini di crescita ed è piu’ efficace nella stabilizzazione del rapporto debito/Pil rispetto all’austerità basata sull’aumento delle entrate del settore pubblico”.

Moltissimi i messaggi di cordoglio e rimpianto diffusi sui social network fin dal momento in cui si è diffusa la notizia della scomparsa dell’economista, molto apprezzato anche per i modi gentili e l’empatia. Lo ricordano colleghi e ex allievi in Italia e Stati Uniti ma anche nel resto del mondo, oltre che le numerosissime istituzioni con le quali ha collaborato nel corso dei decenni della sua attività.  

Milioni di italiani si sono trovati improvvisamente a lavorare in smart working 2-2,5 milioni nella amministrazione pubblica e altrettanto si stima nel privato (al primo maggio le comunicazioni al ministero del Lavoro risultavano 1.827.792 contro 221.175 della fase pre-Covid ma dopo sono state sospese). Uno studio di Cgil e Fondazione Di Vittorio parla di oltre 8 milioni, contro i 500 mila che lavoravano da remoto prima del coronavirus. Una rivoluzione avvenuta senza preparazione, con i tempi stretti dettati dall’emergenza sanitaria.

Per favorire una modalità di lavoro finalizzata a limitare gli spostamenti e il rischio contagio, il governo ha previsto nei Dpcm delle deroghe a quanto prevedeva la legge 81/2017 sul lavoro agile. I lavoratori, come anche i manager, sembrano apprezzare il nuovo sistema ma ora i sindacati chiedono una regolamentazione e tanto la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo quanto quella della Pa Fabiana Dadone, hanno dato la loro disponibilità.

Meno propensa Confindustria, secondo cui lo smart working è un’opportunità ma l’eccesso di regole non fa bene allo sviluppo. L’Abi da parte sua chiede un intervento pubblico per la formazione e misure per gli investimenti, consapevole che lo smart working proseguirà anche dopo l’emergenza sanitaria.

Smart o home working?

“Con i Dpcm il governo ha introdotto uno smart working emergenziale, semplificato – spiega Simone Cagliano, esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – perché non bisogna più sottoscrivere un accordo nè disciplinare la normativa di sicurezza. Adesso vi è solo l’onere della ‘comunicazione massiva’ sul sito del ministro del Lavoro, dove sono indicati i riferimenti di azienda e lavoratore e il riferimento Inail. L’esigenza è di tutelare la sicurezza sanitaria e consentire di continuare a lavorare. Si tratta quindi di una fase sperimentale, che può rappresentare un modo per far conoscere i vantaggi per la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e convincere le aziende che i lavoratori possono essere altrettanto produttivi”.

Secondo il sindacato, si dovrebbe parlare di ‘home working’, cosa ben diversa dal lavoro agile disciplinato dalla legge (n.81/2017) e dal telelavoro: nella maggior parte dei casi è solo “mero trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio”.

Gli strumenti sono spesso quelli propri, non è normato il diritto alla disconnessione, i lavoratori operano isolati dall’azienda e dai colleghi e possono subire svantaggi per la presenza in casa di bambini o anziani. Inoltre, mentre nel lavoro agile si lavora da remoto dei giorni stabiliti a settimana, con lo smart working i lavoratori sono stati “catapultati” in un sistema senza limiti.

La previsione di Cagliano è che “avremo ancora a che fare con la procedura semplificata fino a fine anno”; in futuro le aziende saranno chiamate a strutturarsi per non diminuire efficienza del lavoro e per proseguire il percorso avviato.

Il lavoro agile e il telelavoro

Il lavoro agile, normato dalla legge 81/2017, è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che dovrebbe aiutare il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

È prevista la possibilità di essere in lavoro agile in alcune giornate su base settimanale o mensile, non lavorando solo da casa ma anche in sale co-working o altrove. Il datore di lavoro è tenuto a garantire la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro.

Nell’informativa, il datore di lavoro deve fornire indicazioni precise circa il corretto utilizzo delle attrezzature o apparecchiature messe a disposizione del lavoratore durante le giornate di lavoro agile. Queste attrezzature devono essere conformi al titolo III del decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81.

Il telelavoro (che nella Pa trova la sua regolamentazione nei Ccnl con la sottoscrizione dell’accordo quadro del 23 marzo 2000 tra Aran e confederazioni sindacali) è una prestazione lavorativa subordinata che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale, ma presso una postazione ben determinata che quasi sempre coincide con il domicilio del lavoratore e che deve essere dichiarata dal dipendente.

Le spese per l’installazione e la manutenzione della postazione di telelavoro, che può essere utilizzata esclusivamente per le attività attinenti al rapporto di lavoro, sono a carico dell’amministrazione. 

Sono a carico dell’amministrazione anche le spese relative al mantenimento dei livelli di sicurezza. Le attrezzature informatiche, comunicative e strumentali, necessarie per lo svolgimento del telelavoro, vengono concesse in comodato gratuito al lavoratore per la durata del progetto. Inoltre questa rigidità si ritrova anche sul piano temporale: infatti nel telelavoro gli orari sono più rigidi. Nelle giornate di telelavoro il dipendente deve rispettare l’orario di lavoro prescelto.

La posizione del Sindacato

Lo smart working deve essere regolamentato nella contrattazione nazionale e aziendale. è questa la convinzione di Cgil, Cisl e Uil, secondo cui occorre definire l’ organizzazione del lavoro, gli orari, le pause, il diritto di sconnessione, le condizioni ambientali e di sicurezza, il trattamento economico, la certificazione delle competenze, il diritto alla formazione , la dotazione tecnologica nonchè l’agibilità dei diritti sindacali. “Bisogna evitare il rischio – ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini – di perdere il diritto all’associazione e all’azione collettiva”. Secondo il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, se lo smart working non verrà codificato “si manderanno allo sbaraglio intere generazioni”.

Le idee di confindustria

“Ragionare di quello che sta accadendo e guardare al futuro”. è l’invito di Pierangelo Albini, direttore Area Lavoro e Welfare di Confindustria, secondo cui lo smart working è stato adottato per necessità e si è rivelato “una scoperta un pò per tutti”. I direttori del personale sono contenti dell’esperienza fatta e sono pronti a proseguirla. “L’ approccio del mondo delle imprese è positivo – sottolinea Albini – e tende a guardare avanti, a leggere nell’esperienza un’opportunità”.

La richiesta di regolamentazione del sindacato è dettata da una tendenza “a guardare il passato con occhi vecchi, a tornare alle norme che regolavano il lavoro da remoto” mentre ora la preoccupazione di tutti deve diventare quella di creare lavoro e formare i lavoratori. Sembra non esserci in questo momento, secondo Albini, la necessaria “sintonia” per scrivere nuove regole insieme. Andiamo avanti così – è quindi la posizione delle imprese – nella speranza di riuscire a costruire condizioni migliore per tutti. Lo smart working può avviare un processo di responsabilizzazione e maturazione, di cui non bisogna essere spaventati. Si chiedono regole mentre il lavoro sta cambiando ed ora è il momento di aiutare le persone e il Paese a cambiare in meglio”.

Le richieste dell’Abi

Le banche sono state tra le prime realtà ad abbracciare lo smart working. Secondo l’Abi, il ricorso al lavoro agile andrà consolidandosi come modalità “ordinaria” di svolgimento di molte attività lavorative anche dopo la fase di più acuta emergenza. Bene dunque la la proroga della possibilità di accedere a modalità semplificate. L’esigenza è che vi siano “significativi interventi formativi” con “forme di sostegno pubblico, per evitare che gravino interamente sulle aziende già ‘provate’ dalla crisi economica correlata all’epidemia.

L’Abi chiede anche dei chiarimenti normativi, in particolare sulle attrezzature e sollecita misure che agevolino gli investimenti che le imprese hanno fatto e dovranno continuare a fare. Se in questa prima fase il lavoro agile e stato possibile anche grazie alla disponibilità del lavoratore all’utilizzo delle proprie dotazioni personali, questa soluzione non appare sostenibile nel medio periodo e richiederà quindi investimenti in attrezzature aziendali.

Cosa pensa il governo

Lo smart working si è rivelato “uno strumento fondamentale, tanto nel pubblico quanto nel privato”, una “grande opportunità” ma va “regolamentato meglio”. Questa la posizione della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che a breve incontrerà le parti sociali per aprire un confronto su come migliorare e aggiornare la legge 81/2017. Secondo Catalfo, in futuro lo smart working deve essere incentivato e adattato al fine di bilanciare la richiesta di flessibilità oraria e organizzativa delle imprese con le legittime esigenze di conciliazione vita-lavoro dei dipendenti.

I lavoratori

L’indagine Cgil/Fondazione Di Vittorio, condotta attraverso un questionario online compilato da 6.170 persone ha rivelato che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo l’emergenza. Le donne sono meno convinte e gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, questa modalità di lavoro è infatti “più pesante, complicata, alienante e stressante.

La campagna social #iolavorosmart del ministero del Lavoro ha mostrato una grande attenzione e partecipazione: in 10 giorni dal lancio, registrava oltre 135 mila visualizzazioni e più di 4.300 interazioni totali, segnalando un atteggiamento positivo dei lavoratori. Appena partito, infine, un monitoraggio del ministero della Pa diretto alla dirigenza per chiedere quale modalità hanno attuato, quanti dipendenti hanno messo, quanti tra uomini e donne, che tipi di strumenti sono stati adottati, e un altro rivolto ai dipendenti per capire il grado di soddisfazione e i suggerimenti per migliorare l’ organizzazione.

Gli obiettivi della Pa

Una pubblica amministrazione più flessibile, dinamica, digitalizzata: è l’obiettivo della ministra Fabiana Dadone, intenzionata a mantenere tra il 30 e il 40 per cento dei dipendenti pubblici in smart working anche nel post-Covid. L’impostazione a cui pensa la ministra non è il semplice lavorare da casa ma una modalità più complessa che preveda anche postazioni di co-working.

Per fare tutto ciò, servirà , secondo Dadone, un cambio di mentalità, nella formazione del personale e nel ruolo dei dirigenti e chi lavorerà in smart-working e per quanto tempo lo decideranno in autonomia le diverse amministrazioni. Dadone vuole quindi mettere a regime l’esperienza, incentrando tutto nell’ottica della funzionalità del servizio, basata sugli obiettivi.

I sindacati sono pronti alla sfida, ma chiedono di sedersi al tavolo della contrattazione. “Siamo d’accordo con la ministra Dadone e favorevoli ad andare anche oltre la percentuale indicata di lavoratori in smart working, arrivando al 50%”, afferma Antonio Foccillo, segretario confederale Uil – ma abbiamo chiesto di normare il tutto attraverso la contrattazione.

Il presidente dell’Aran si è dichiarato disponibile. Occorre però una direttiva della ministra. Si può procedere nel rinnovo contrattuale o facendo un accordo intercompartimentale”. Le problematiche da affrontare sono la strumentazione (pc e rete wifi), la formazione, il diritto alla disconnessione, i buoni pasto e infine la cyber-security.

Secondo il segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga, la contrattazione “potrà aiutare a colmare gli attuali vuoti rispetto al sistema delle relazioni sindacali, che in materia di smart working oggi sono limitate alla sola informazione, recuperando tutte quelle forme di confronto e partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori oggi non previste, evitando difformità applicative rispetto al medesimo istituto”.

La pandemia di coronavirus ha affondato il settore dell’auto a noleggio. Nel mondo come in Italia. E se Oltreoceano a gettare la spugna è stato anche il colosso un colosso come la Hertz, con le sue sussidiarie statunitensi e canadesi che hanno presentato istanza di fallimento, anche nel nostro Paese il settore è in ginocchio.

A dirlo sono, nero su bianco, i dati dall’Aniasa, l’Associazione nazionale Industria dell’Autonoleggio e Servizi Automobilistici, che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità: noleggio veicoli a lungo termine, rent-a-car, car sharing, fleet management e servizi di infomobilità e assistenza nell’automotive.

A partire dalle immatricolazioni, che ad aprile segnano il punto di non ritorno per il mercato del noleggio veicoli: – 97% per il settore nel suo complesso (dalle 57.000 vetture di aprile 2019 alle 1.500 del mese scorso) e addirittura – 100% per il breve termine che ha immatricolato solo 12 autovetture in una fase dell’anno in cui solitamente gli operatori iniziano a prepararsi per la stagione estiva inserendo migliaia di nuovi veicoli in flotta.

In due mesi di lockdown si sono immatricolate oltre 106.000 vetture a noleggio in meno (rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), che significano meno Pil, meno posti di lavoro, meno gettito per l’Erario. Sul fronte dei contratti sottoscritti dagli operatori dell’autonoleggio, ogni anno sono oltre 5,5 milioni i per motivi di turismo e lavoro presso aeroporti, stazioni ferroviarie, punti di snodo e centri cittadini, per un totale di 35 milioni di giornate di noleggio.

Dall’inizio dell’emergenza queste attività hanno subito un crollo verticale (- 90% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), registrando una sostanziale paralisi degli spostamenti turistici.

Il settore del noleggio (soprattutto a breve termine) e dello sharing nel corso della fase di lockdown hanno tenuto aperte le proprie attività “per soddisfare le improrogabili esigenze di spostamento e di trasporto di medicinali e generi alimentari”. Ma non è servito.

Pesanti anche le ricadute sul fronte occupazionale, con una parte del personale in cassa integrazione e il prevedibile mancato impiego dei consueti numerosi “stagionali” nei mesi estivi.

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