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In Italia l’età effettiva di pensionamento è di 62,1 anni, al momento tra le più basse in Europa: nel nostro Paese si va in pensione 7 anni prima che in Portogallo, 5 prima che in Irlanda e un anno prima rispetto alla media europea. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su dati OCSE (“Ageing and Employment Policies – Statistics on average effective age of retirement”) e disponibile qui.

Per età “effettiva” di pensionamento s’intende l’età effettiva media di uscita dal mercato del lavoro, beneficiando anche di eventuali anticipi pensionistici/eccezioni (l’OCSE ha considerato i dati tra il 2011 e il 2016). L’età “normale” di pensionamento è invece quella prevista dalla normativa vigente nei vari Paesi europei senza anticipi di alcun tipo, quindi l’età a cui un individuo può uscire dal mercato del lavoro senza subire una riduzione dell’assegno e dopo una carriera lavorativa senza interruzioni a partire dai vent’anni d’età (l’OCSE ha effettuato questa valutazione considerando l’anno 2014).

Leggi anche: Il governo prova a chiudere su reddito di cittadinanza e quota 100

In Italia l’età effettiva di pensionamento – che come detto è di 62,1 anni – risulta inferiore di 4,5 anni rispetto a quella normale (66,6). Un trend simile si riscontra anche per quanto riguarda le lavoratrici, che vanno in pensione a un’età effettiva di 61,3 anni contro una normale di 65,6. Lo stesso vale per Paesi come la Slovacchia (60,8 effettiva e 66,2 normale), la Polonia (62,6 effettiva e 67 normale) e il Belgio (61,3 effettiva e 65 normale).

Ordinando la classifica per età “effettiva” di pensionamento l’Italia si colloca nella seconda metà della stessa, ossia al 15° posto sul totale di 22 Paesi europei considerati. Si scopre così che da noi si va in pensione molto prima che in Portogallo (69 anni), Irlanda (66,9 anni), Svezia (65,8 anni), Regno Unito (64,6 anni), Paesi Bassi (63,5 anni) e Germania (63,3 anni).

Il risultato si ribalta se invece si prende in considerazione l’età di pensionamento “normale”, ossia quella risultante dalla legislazione vigente senza considerare anticipi pensionistici. L’Italia sale al secondo posto con 66,6 anni, superata solamente dalla Polonia con 67 anni. L’ultimo posto se lo aggiudica invece la Spagna, dove il valore è pari solamente a 59,3.

“L’Italia non è quindi al momento uno dei Paesi in cui si va in pensione più tardi e questo avviene soprattutto perché la maggior parte dei lavoratori utilizza i requisiti stabiliti per la pensione anticipata”, osserva Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. “In futuro il discorso sarà completamente diverso. I giovani iniziano a lavorare più tardi e in maniera spesso discontinua, così accumulando “vuoti” contributivi. Non soltanto andranno in pensione a un’età più avanzata ma soprattutto godranno di assegni previdenziali più bassi. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017 un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2016, quando aveva 20 anni, dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione”.

Il no dell’accordo sulla Brexit da parte del parlamento britannico “aumenta l’incertezza” e questo “ha un impatto immediato su sterlina e fiducia dei consumatori, che restano vicine ai minimi e tiene giù anche gli investimenti, rischiando di compromettere le prospettive di crescita dell’economia Uk nel medio e lungo periodo”.

Il Centro studi di Confindustria fa un punto sugli scenari possibili dopo il voto di ieri. E osserva che ne risentiranno le imprese esportatrici italiane, che rischiano di vedere ridotti i volumi di beni rivolti al mercato britannico: in ballo 23 miliardi.

D’altro lato, però, la prolungata incertezza potrebbe far allontanare alcune multinazionali dal territorio britannico, costituendo un’opportunità per altri Paesi europei: il CsC stima che per l’Italia gli investimenti diretti esteri potenziali extra potrebbero generare un aumento del Pil di 5,9 miliardi annui, ovvero lo 0,4%. Anche se questo non compensa i rischi e gli effetti negativi. 

La “prolungata incertezza” sulla Brexit e gli effetti che questa già produce “riguardano da vicino l’Italia e, più in generale, tutti gli altri Paesi dell’Ue”. Lo rileva il Centro Studi Confindustria (Csc). In questo senso, sottolinea l’analisi, “vanno considerati il più elevato grado di complessità a cui dovranno far fronte le imprese multinazionali operanti su catene del valore con attività tra Uk ed Ue, i rischi per le imprese esportatrici italiane verso il Regno Unito e, seppure non compensative degli effetti negativi della Brexit, le possibili opportunità che potrebbero derivare dai cambiamenti in atto”. 

2054: “Il lavoro che conoscevamo è scomparso”. Comincia così un video pubblicato su YouTube alla mezzanotte del 16 gennaio dalla Casaleggio Associati. Nove minuti e mezzo che partono dalla fine, immaginata, della storia del lavoro dell’uomo, quando dedicheremo al lavoro solo l’1% del tempo della nostra vita. E la maggior parte dei lavori che conosciamo non esisterà più. Tra 35 anni, ipotizza il video.

Conclusione di un percorso che ha subito un’accelerazione negli ultimi 300 anni, quando il tempo che dedichiamo al lavoro ha cominciato a diminuire: “Fino all’Ottocento vigeva il concetto secondo cui ‘se sei vivo, lavori’”, spiega il video. Poi qualcosa ha cominciato a cambiare: sono stati limitati i lavori minorili, è stata introdotta la formazione dell’obbligo, le pensioni, i diritti alle ferie e ai giorni festivi.

Nello stesso tempo è aumentata la produttività con l’introduzione di macchine e nuove tecnologie: “Nel Novecento questo aumento della produttività viene trasferito equamente. Esiste un rapporto fisso tra quota per il capitale (un terzo) e quota per i lavoratori (due terzi)”.

Ma l’aumento della produttività indotto dalle nuove tecnologie dell’automazione “preoccupa gli economisti che teorizzano una scomparsa dei lavori di massa”. Ed è quello, spiega il video, che è successo a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, insieme alla ‘rottura’ di quel rapporto tra capitale e lavoratori: l’aumento della produttività comincia ad essere un vantaggio solo per il capitale, mentre né i salari né il numero di lavoratori hanno un incremento.

Il reddito di base incondizionato e “la nuova era dell’immaginazione”

Il resto è storia recente. Robot che creano prodotti, organizzano la logistica, e la produttività. Guidano i camion e preparano i cocktail al posto del barman all’occorrenza. Fin qui al 2018, nel percorso storico ricostruito nel video. Poi comincia la parte in cui si ipotizza il prossimo futuro. Con l’automazione che permette di abbattere i costo di trasporto e di dazi.

La Casaleggio immagina quindi che i lavoratori dei fast food, del retail, autotrasportatori, della logistica, bancari, gradualmente scompariranno insieme a tutti quei lavori che possono essere sostituiti da robot, bot e software.

Così si arriva al 2040. Quando gli squilibri globali saranno così forti, con la ricchezza accumulata nelle mani di poche aziende multinazionali a discapito della maggior parte delle persone (ex lavoratori, ora senza occupazione). I cittadini chiederanno una redistribuzione del reddito.

Nel 2054 “I lavoratori rimasti sono quelli dove i clienti preferiscono il tocco umano: gli atleti, gli artigiani, gli infermieri per gli anziani e gli amanti”. Scompare il concetto di ufficio. La formazione sarà continua. Ma quello che più importa è che tutte le nazioni in questi anni avranno adottato un reddito di base incondizionato, “finanziato dall’uso dell’infrastruttura dei cittadini”, che hanno “sviluppato l’autosovranità”: “Le società completamente automatizzate vengono tassate in funzione del loro utilizzo e premiate per l’assunzione di persone”, e “le tasse sul consumo vengono usate per redistribuire all’interno di una comunità o uno Stato il reddito”.

Ultimo passo che dovrebbe permettere all’uomo, stando alla previsione del video della Casaleggio, di entrare “nella nuova era dell’immaginazione”.

Laureata a Princeton, scrittrice di talento (a detta di un premio Nobel), mamma, discreta moglie di. MacKenzie Tuttle ha sposato l’uomo più ricco del pianeta quando era un manager con l’idea di vendere libri online. È stata sempre due passi dietro al marito, contribuendo al suo successo. Ma solo adesso che divorzia da Jeff Bezos e si avvia a diventare una delle donne più ricche del pianeta, si è ritrovata con i fari puntati in faccia. E anche il New York Times si è chiesto: “Chi è MacKanzie Bezos?”.

L’incontro con (la risata di) Jeff Bezos

MacKenzie Tuttle non ancora Bezos nasce il 7 aprile 1970. Nel 1992 si è appena laureata con il massimo dei voti in una delle più prestigiose università del mondo, Princeton. Inizia a lavorare come assistente amministrativa nel fondo speculativo D. E. Shaw, dove Bezos – 28 enne – è vicepresidente. Non è il lavoro dei suoi desideri, ma serve per pagarsi le bollette mentre lavora al primo romanzo. Questo è MacKenzie Tuttle non ancora Bezos: un’aspirante scrittrice. Programmi ribaltati da una caratteristica risata, quella di Jeff. “Il mio ufficio era accanto al suo – ha raccontato in una rara intervista a Vogue – e sentivo tutto il tempo quella favolosa risata.

Come avrei potuto non innamorarmi?”. Lui è un manager espansivo almeno quanto la sua risata, lei una timida romanziera. Tre mesi dopo, i due si fidanzano e nel ’93 sono marito e moglie. MacKenzie Bezos non più Tuttle segue Jeff e le sue idee a Seattle, dove nel 1994 nascerà Amazon. All’inizio “solo” una libreria online. È in questa prima fase che MacKenzie ha un ruolo decisivo. Pare abbia contribuito a scegliere il nome della società, tiene la contabilità in un momento in cui non è certo possibile sperperare denaro e finisce anche ad inscatolare pacchi da spedire.

La carriera di scrittrice

Nel 1999 MacKenzie ha il primo dei sui quattro figli con Bezos. Nello stesso anno, visto che l’azienda si allarga molto più rapidamente della famiglia, la coppia passa da un appartamento in affitto in un sobborgo di Seattle a una villa da 10 milioni di dollari. Adesso i figli hanno più bisogno di una madre più di quanto Amazon non avesse necessità di una mano. MacKenzie frequenta sempre meno gli uffici della compagnia. Ma tra scatoloni, miliardi e pannolini, a essere sacrificata è la carriera letteraria. Eppure la penna della signora Bezos pare brillante.

A Princeton incrocia il premio Nobel per la Letteratura Toni Morrison, che la definisce “una delle migliori allieve che abbia mai avuto nei miei corsi di scrittura creativa”. Non si tratta di parole di circostanza: Morrison crede in MacKenzie e la presenta alla sua potente agente letteraria, Amanda Urban. Una donna che ha avuto tra i propri clienti gente come Bret Easton Ellis, Cormac McCarthy e Haruki Murakami. La gestazione del primo romanzo di MacKenzie, spesso costretta a scrivere nei ritagli di tempo, è lunga più di un decennio.

“The Testing of Luther Albright” arriva nelle librerie nel 2005, pubblicato da Harper Collins. Buone critiche, vendite scarse. Morrison incensa la sua discepola: “MacKenzie Bezos ha prodotto una rarità: un romanzo sofisticato che spezza e gonfia il cuore. Un scavo nelle sfumature del terrore quotidiano”. Il New York Times Book Review lo definisce “assolutamente originale e convincente”. Con i figli più grandicelli e Amazon diventato gigante, i tempi del secondo romanzo si accorciano. Nel 2013 arriva “Traps”, edito da Knopf. Nei ringraziamenti, MacKenzie cita Jeff, definendolo “il mio lettore più devoto”.

Pare infatti che il fondatore di Amazon abbia sempre spinto la moglie. Eppure, non manca chi ipotizza che essere la moglie di non abbia giovato alla sua carriera. Contro Amazon si rivolgono le dita di piccoli editori e librerie indipendenti che imputano alla piattaforma di e-commerce la castrazione del mercato. Un manager (che ha però voluto rimanere anonimo) ha confidato al New York Times che alcuni librai si sarebbero effettivamente rifiutati di vendere i romanzi di MacKenzie nei propri scaffali.

Tra riserbo e miliardi

Neppure negli ultimi anni, con il marito sempre più ricco e palestrato, MacKenzie ha abbandonato il proprio riserbo. Rare le sue apparizioni, ancor di più interviste ed interventi pubblici. Niente paparazzate in questi giorni, mentre il quasi ex marito si è fatto vedere ai Golden Globe in atteggiamenti più che amichevoli con la nuova compagna, Lauren Sanchez.

L’annuncio del divorzio pare consensuale: la coppia parla di “continuare a condividere le vite come amici, genitori e soci”. Lo scorso settembre, ha lanciato “Day One”, un fondo da 2 miliardi che aiuterà i senzatetto e si propone di creare una “rete di nuovi asili nido di alto livello, ispirati al metodo Montessori e senza scopo di lucro nelle comunità a basso reddito”. Sarà questa, tra scrittura e filantropia, la vita di MacKenzie, donna più ricca del pianeta?  

 

Nuovo tonfo in Borsa per i titoli Mps: il titolo dell'istituto senese, che ieri aveva ceduto oltre il 10%, è tornato a perdere consistentemente. Poco prima di mezzogiorno, la quotazione e' in calo del 5,49%. Male anche gli altri titoli bancari del listino.  La notizia della richiesta della Bce di svalutare entro il 2026 i crediti deteriorati non ha penalizzato solo Mps, che è l'istituto più esposto, ma anche altri valori del comparto bancario. Stamattina, i ribassi più marcati, che hanno contribuito a far scendere la media del listino milanese sotto la parità dopo un avvio in recupero, sono quelli di Ubi e Bpm (flessioni superiori all'8%) ma scendono anche le quotazioni di Unicredit (- 3,56%) e Intesa San Paolo (-2,67%). 

A novembre il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 10,2 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.345,3 miliardi. Lo riferisce Bankitalia spiegando che "l’incremento ha finanziato il fabbisogno del mese (5,8 miliardi) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (3,3 miliardi, a 51,9); l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio ha inoltre incrementato il debito di 1,2 miliardi".

Una società di investimento di Investindustrial VI L.P. ha firmato un accordo definitivo per l'acquisizione di Jupiter Holding I Corp., proprietaria di diversi marchi di spa e prodotti per il bagno e per il benessere, fra i quali Jacuzzi.

Jacuzzi Brands è un produttore globale di spa di alta gamma, swim spa, vasche idromassaggio, vasche da bagno, saune, bagni turchi, docce emozionali e prodotti e accessori da bagno correlati. La società opera attraverso diversi marchi fra cui Jacuzzi, Sundance, Dimension One Spas, Hydropool, ThermoSpas e BathWraps. Il brand principale dell'azienda, Jacuzzi, è il più conosciuto al mondo nel settore delle spa e dell'idroterapia.

Fondata nel 1956 da una famiglia italiana, è leader indiscussa nel mercato europeo delle spa e co-leader in quello americano. Ha registrato un fatturato di circa 500 milioni di dollari nel 2018, opera attraverso 8 stabilimenti distribuiti in Nord America, Europa e Sud America con oltre 100.000 mq di superficie manifatturiera. La principale sede produttiva europea si trova a Valvasone in provincia di Pordenone, nel Nordest dell'Italia. 

Chi ha venduto Jacuzzi e chi l'ha comprata

A vendere alcuni fondi di investimento affiliati ad Apollo Global Management, Llc, Ares Management Corporation e Clearlake Capital Group, L.P.. Investindustrial ha invitato Nottingham Spirk Design Associates a diventare partner per l'innovazione e per il design di prodotto e a co-investire nella Società in qualità di azionista di minoranza.

Investindustrial ha esperienza nel settore dell'arredo d'interni di alta gamma, avendo investito in società come Flos, B&B Italia e Louis Poulsen. Un gruppo di investimento europeo con quasi 7 miliardi di euro di capitale raccolto, testa a Londra, uffici in varie parti del mondo, ma cuore in Italia che rappresenta il principale mercato scelto per le proprie operazioni. Questo l'identikit del gruppo guidato da Andrea C. Bonomi – nato nel 1965, tre figli, nipote di Anna Bonomi Bolchini, l'imprenditrice che lanciò Postalmarket.

Investindustrial è un gruppo leader europeo di società indipendenti di investimento, holding e di consulenza con 6,8 miliardi di euro di capitale raccolto, che offre soluzioni commerciali e capitale a imprese di media dimensione. La sua missione è "contribuire attivamente allo sviluppo delle aziende nelle quali investe, creando opportunità di crescita e offrendo soluzioni globali tramite una visione imprenditoriale".

Come è nato Investindustrial

Fondato nel 1990, con sede a Londra e uffici negli Usa, Cina, Spagna, Lussemburgo, Investindustrial opera con un team di 100 professionisti che vagliano le diverse opportunità di investimento. I settori preferiti sono quelli manifatturiero, dei servizi finanziari, consumer, retail e tempo libero. Il gruppo opera attraverso una serie di società di investimento create ad hoc, in cui confluiscono i fondi raccolti. La stessa Investindustrial è il principale investitore singolo, attorno a cui si raccolgono circa 50 investitori istituzionali provenienti da tutto il mondo (54% europei, 45% Nord America, il resto Asia); la maggior parte sono fondi pensione (35%), quindi fondazioni e family office (31%), fondi di fondi (19%), poi banche, assicurazioni e società finanziarie.

Moltissimi i 'colpi' messi a segno nel corso degli anni da Investindustrial, conclusi poi con l'uscita oppure ancora in essere. Tra i primi, da ricordare gli investimenti in BancoBpm, Snaitech, Sirti, Valtur, Coin, Gardaland, l'editore spagnolo Recoletos, i gioielli Stroili, i vini Ruffino e soprattutto la Ducati, che con la guida del gruppo di Bonomi dal 2006 al 2012 ha beneficiato di un 'turnaround' incrementando le vendite e tornando alla redditività. L'azienda è stata successivamente venduta con profitto al gruppo Audi-Volkswagen.

Un gruppo con molta Italia nel portafoglio

Molta Italia dunque per il gruppo Investindustrial, come avviene anche per le operazioni in essere. Tra queste due aziende top nel design d'interni, B&B Italia e Flos, confluite in un'iniziativa comune con Carlyle per potenziare gli investimenti nel settore. Il gruppo è presente inoltre in Artsana, Dispensa Emiliana e Sergio Rossi (calzature), ed è di pochi giorni fa l'annuncio dell'acquisizione di Italcanditi.

Sempre nel design controlla la danese Louis Poulsen. Altre iniziative in Spagna, con il parco di divertimenti Port Aventura e l'offerta sull'azienda del cioccolato Natra, e in Gran Bretagna con Aston Martin, mentre Jacuzzi ha sede negli Usa. Tra i vari colpi anche qualche affare parzialmente deludente, come l'ingresso in Banco Bpm, di cui il gruppo acquistò quasi il 9% e in cui lo stesso Bonomi fu presidente del consiglio di gestione senza però riuscire a scardinare il potere dei sindacati, prima della trasformazione in spa; l'investimento si chiuse comunque nel 2014 con una plusvalenza. E ancora la tentata Opa su Rcs, in concorrenza con quella di Urbano Cairo, conclusa però con il successo di quest'ultimo nonostante Bonomi avesse il sostegno di Mediobanca e dei soci forti del gruppo editoriale. 

Investindustrial – il fondo di investimento di Andrea Bonomi, fondatore del gruppo Bonomi Bolchini – ha firmato un accordo definitivo per l’acquisizione di Jupiter Holding I Corp., proprietaria di diversi marchi di spa e prodotti per il bagno e per il benessere, fra i quali Jacuzzi. A vendere sono stati alcuni fondi di investimento affiliati ad Apollo Global Management, Llc, Ares Management Corporation e Clearlake Capital Group, L.P.. Investindustrial ha invitato Nottingham Spirk Design Associates a diventare partner per l’innovazione e per il design di prodotto e a co-investire nella Società in qualità di azionista di minoranza. 

I termini dell’accordo non sono stati divulgati. La transazione è soggetta all’approvazione delle autorità di vigilanza ed è previsto che si chiuda nel primo trimestre del 2019. Jacuzzi Brands è un produttore globale di spa di alta gamma, swim spa, vasche idromassaggio, vasche da bagno, saune, bagni turchi, docce emozionali e prodotti e accessori da bagno correlati. La Società opera attraverso diversi marchi fra cui Jacuzzi, Sundance, Dimension One Spas, Hydropool, ThermoSpas e BathWraps. Il brand principale dell’azienda, Jacuzzi, è il più conosciuto al mondo nel settore delle spa e dell’idroterapia.

Jacuzzi Brands, fondata nel 1956 da una famiglia italiana, è leader indiscussa nel mercato europeo delle spa e co-leader in quello americano. La società ha registrato un fatturato di circa 500 milioni di dollari nel 2018, opera attraverso 8 stabilimenti distribuiti in Nord America, Europa e Sud America con oltre 100.000 mq di superficie manifatturiera. La principale sede produttiva europea si trova a Valvasone in provincia di Pordenone, nel Nordest dell’Italia. 

Le Borse europee aprono in calo. Sui mercati pesano i timori per le Brexit, in vista del voto di domani al Parlamento britannico, che potrebbe bocciare il compromesso negoziato con Bruxelles da Theresa May. Londra arretra dello 0,54% a 6.880 punti. A Milano l'indice Ftse Mib segna -0,38% a 19.216 punti. Francoforte perde lo 0,61% a 10.820 punti e Parigi lo 0,86% a 4.740 punti. Ai mercati non sono piaciuti i dati sull'export cinese. 

Come due pugili nella fase di studio prima che il match entri nel vivo, il management di Tim e Vivendi continuano a sfidarsi sul ring della compagnia telefonica in vista del consiglio di amministrazione che si riunisce oggi a Roma. Le manovre di avvicinamento all'appuntamento sono state caratterizzate da continue schermaglie che al momento non hanno scalfito il muro contro muro tra le due parti in causa.

Materia del contendere la richiesta dei francesi, primi azionisti di Telecom Italia con il 23,9% del capitale, di convocare anticipatamente un'assemblea dei soci: l'appuntamento è richiesto per permettere di dare l'incarico ai nuovi revisori e per sottoporre ai soci la richiesta di revocare 5 consiglieri (Fulvio Conti, Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini, Paola Giannotti de Ponti) per nominare al loro posto Franco Bernabé, Rob van der Valk, Flavia Mazzarella, Gabriele Galateri e Francesco Vatalaro, "tutti candidati indipendenti e di grande esperienza", secondo il gruppo che fa capo a Vincent Bolloré.

I sospetti di Vivendi

Vivendi aveva messo nero su bianco quanto reclama lo scorso 14 dicembre, poi un cda riunitosi per l'occasione il 21 dicembre si era limitato solamente a procedere "all'istruttoria della richiesta" rinviando ogni decisione, appunto, al board del 14 gennaio. Una tempistica sospetta – secondo il colosso francese dei media – "esempio perfetto dell'esplicita tattica dilatoria" che sarebbe attuata, "per evitare il voto democratico degli azionisti", dai "membri del board della lista Elliott", il fondo statunitense socio di Telecom con l'8,8% del capitale uscito vincitore dall'assemblea dello scorso maggio, quando fece eleggere la maggioranza dei consiglieri dalla lista presentata in quella occasione.

Il pressing di Vivendi si è fatto via via più insistente con l'avvicinarsi della riunione di oggi: "Qualsiasi ulteriore ritardo nella convocazione dell'assemblea degli azionisti sarebbe imbarazzante per la società e per il presidente del cda Conti. È ormai chiaro che il vero motivo di queste assurde tattiche volte a perdere tempo riguarda il fatto che il presidente ritiene di non rappresentare più gli azionisti di Telecom nel loro complesso e cerca quindi di evitare un voto democratico ignorando ogni basilare regola di governance. Ancora una volta, Elliott e gli interessi personali, prevalgono su ciò che è giusto per la società", ha detto il portavoce del gruppo francese, secondo il quale "la nuova assemblea deve essere convocata il prima possibile, come previsto dal codice civile, 30 giorni dopo il cda, e quindi prima del 15 febbraio".

"Lavoro nell'interesse di tutti", replica Conti

Non si è fatta attendere la replica dello stesso Conti che, premettendo con ironia che "Vivendi ha sempre la capacità di stupirmi, attribuendomi poteri che non ho", ha sostenuto che "il mio lavoro è rivolto agli interessi di tutti gli azionisti, e rispettando l'azionista con il 24%, non posso trascurare di tenere in considerazione il restante 76%. Se Vivendi ha a cuore le regole di un voto democratico dovrà attendere la convocazione dell'assemblea che sarà deliberata dal prossimo cda del 14 gennaio, che dovrà assumere la propria decisione in totale autonomia, rispettando il codice civile che prevede, entro 30 giorni dalla richiesta, la convocazione di un'assemblea".

"La data di convocazione dell'assemblea – ha spiegato – dovrà essere determinata tenendo in considerazione l'interesse di tutti gli azionisti e l'interesse della società. Informo i signori di Vivendi che il codice civile, a differenza di quanto dichiarato dal loro portavoce, non prevede un limite temporale per la fissazione della data in cui si dovrà tenere l'assemblea, ma affida al consiglio di amministrazione la determinazione di una data corretta per la celebrazione dell'assemblea che contemperi opportunamente tutti gli interessi in gioco".

Quando si svolgerà l'assemblea?

La "data corretta", secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere sì un anticipo dell'assemblea rispetto a quella già in calendario – ovvero l'11 aprile per l'approvazione del bilancio 2018 – ma successiva al limite del 15 febbraio invocato dai francesi. E nello specifico si dovrebbe andare oltre il 26 febbraio, giorno in cui il board si riunirà per l'esame dei conti relativi allo scorso anno e per dare con ogni probabilità il via libera al nuovo piano industriale su cui sta lavorando l'amministratore delegato Luigi Gubitosi per superare quello in vigore ('DigiTim') elaborato dall'ex ceo, Amos Genish.

Arrivati a questo punto, si potrebbe andare direttamente a marzo inoltrato per celebrare un'assemblea che, oltre ad approvare il bilancio 2018 e mettere ai voti le richieste di Vivendi, sarebbe l'occasione per il match decisivo tra due pugili che si confrontano per il controllo di Tim.

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