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Un rapporto in “solida crescita”, a cui dare “nuovo impulso” attraverso un aumento della fiducia politica reciproca e della cooperazione pragmatica. Pechino vede così il rapporto tra Italia a e Cina all’inizio del 2019, che nei prossimi giorni sarà sotto i riflettori per la visita in Italia, ancora non ufficializzata, del presidente cinese, Xi Jinping.

Una visita in cui è attesa la firma del memorandum d’intesa sull’iniziativa Belt and Road per la connessione infrastrutturale euro-asiatica lanciata nel 2013, oltre a diversi altri accordi di cooperazione bilaterale.

I dati del commercio bilaterale indicano una continua crescita e una riduzione del deficit commerciale italiano. L’interscambio tra Italia e Cina nel 2017 è stato di 42 miliardi di euro, in crescita del 9,2% rispetto all’anno precedente. Il deficit commerciale italiano si è ridotto di 1,37 miliardi di euro, a quota 14,9 miliardi di euro, con una crescita delle esportazioni del 22,2% rispetto all’anno precedente, a quota 13,5 miliardi di euro, mentre le importazioni sono salite a quota 28,4 miliardi di euro, in crescita del 4% rispetto al 2016.

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In un momento di rallentamento dell’economia cinese, che quest’anno prevede di raggiungere una crescita compresa tra il 6% e il 6,5%, ai livelli più bassi dal 1990, l’interscambio con l’Italia rimane sostenuto, in base agli ultimi dati diffusi dall’agenzia Ice di Pechino sui calcoli effettuati dall’Amministrazione Generale delle Dogane cinesi relativi a gennaio scorso: le esportazioni italiane verso la Cina sono aumentate dell’8,04% rispetto al gennaio 2018, mentre le importazioni italiane dalla Cina sono aumentate del 9,44%.

La presenza italiana in Cina

La presenza italiana in Cina si è fatta più intensa negli ultimi anni. L’attesa visita del presidente cinese in Italia segue di due anni la visita in Cina del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel febbraio 2017, quando Italia e Cina firmarono a Pechino accordi per un valore complessivo di cinque miliardi di euro.

La cooperazione tra Italia e Cina comprende tutti i settori più importanti delle due economie, dall’aerospazio all’agro-alimentare, passando per la cooperazione nei settori della cantieristica, dell’energia, e della finanza, questi ultimi rafforzati durante la visita a Pechino e Shanghai, a settembre scorso, del ministro dell’Economia, Giovanni Tria

Sempre a settembre, l’Italia è stata Paese ospite d’onore della Western China International Fair di Chengdu, nel sud-ovest della Cina, alla quale ha partecipato il vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, nella sua prima visita in Cina.

Poche settimane più tardi, Di Maio ha guidato la delegazione italiana alla prima edizione della China International Import Expo, introdotta da un discorso di Xi Jinping a difesa della globalizzazione. In quell’occasione, Italia e Cina firmarono quattro accordi che vedevano al centro alcuni tra i più grandi gruppi industriali italiani, da Leonardo a Fincantieri. Ansaldo Energia ha rafforzato l’intesa con Shanghai Electric, mentre il gruppo Zambon ha raggiunto un accordo per esportare in Cina il Fluimucil.

L’interscambio con l’Europa

Nel 2018, gli investimenti cinesi nell’Unione Europea e in Italia hanno, invece, assistito al protrarsi del declino già cominciato nel 2017, secondo l’ultimo studio del Rhodium Group affiancato dal Mercator Institute for China Studies di Berlino, pubblicato il 6 marzo scorso. Gli investimenti diretti esteri nell’Ue si sono fermati a quota 17,3 miliardi di euro, il 40% in meno del valore totale del 2017, e in calo di oltre il 50% dal picco raggiunto nel 2016, prima della stretta di Pechino sugli investimenti all’estero dei grandi gruppi cinesi.

Tre Paesi, Gran Bretagna, Germania e Francia, hanno ottenuto il 45% degli investimenti diretti esteri cinesi nel 2018: solo il 13% degli investimenti cinesi è arrivato nei Paesi dell’Europa meridionale, in cui è inserita l’Italia, un dato molto inferiore al boom registrato tra il 2012 e il 2015. Tra gli investimenti cinesi di maggiore rilievo vengono citati, per il 2018, l’acquisizione del gruppo di ricerca oncologica Nms da parte del fondo Hebei Sari V-Capital e l’acquisizione, avvenuta nelle ultime settimane del 2017, del gruppo del biomedicale Esaote da parte di un consorzio di imprese guidato dal gigante dell’e-commerce, Alibaba.

Nonostante il rallentamento, c’è ancora spazio per una crescita degli investimenti secondo lo studio dei due istituti. “Al momento attuale, l’Unione Europea rimane una regione attraente per gli investitori cinesi”, spiega il rapporto. “L’espansione del regime di screening degli investimenti negli Stati Uniti e il deterioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti potrebbe, almeno temporaneamente, sostenere gli investimenti cinesi in Europa”.

I dati possono essere sessisti? Secondo Bill Gates e sua moglie Melinda, sì. La coppia miliardaria ne ha parlato nella sua consueta lettera annuale di bilancio sui dodici mesi precedenti. Di che cosa si tratta? Lo spiega lei: “Ciò che decidiamo di misurare è lo specchio di ciò che la società ritiene importante”. Il punto, sostiene lei, è che troppo spesso le decisioni politiche vengono adottate sulla base di dati parziali: l’universo femminile non sarebbe cioè preso in sufficiente considerazione.

L’aspetto che interessa ai Gates è soprattutto quello economico: “I pochi dati che abbiamo sulle donne nei Paesi in via di sviluppo riguardano principalmente la sfera riproduttiva”, cioè il numero di figli che mettono al mondo, perché “i ricercatori tendono a concentrarsi su quagli aspetti nei luoghi in cui il ruolo primario delle donne è essere mogli e madri” e a tralasciare il resto.

Il data gender gap

In questo modo, sostengono Bill e Melinda, in diverse aree del mondo non si riesce a quantificare il peso economico della popolazione femminile: l’assenza di dati completi può avere conseguenze sul piano di investimenti e sviluppo delle società.

Non è però soltanto una questione di soldi: quando si parla di sessismo dei dati la questione è globale e riguarda anche la vita di tutti i giorni. Nel Regno Unito è appena uscito un libro che denuncia un mondo letteralmente costruito a immagine e somiglianza degli uomini. Si intitola “Donne invisibili”: l’autrice, Caroline Criado Perez, ha raccolto una serie di dati per mostrare come, dalle auto agli smartphone, qualsiasi cosa venga progettata su misura dei maschietti. Non tutte sono piccolezze, irritanti ma sopportabili, come telefonini troppo grandi per essere comodamente tenuti in mano da entrambi i sessi, smartwatch che non calzano perfettamente il polso femminile, o scaffali appesi troppo in alto per essere raggiunti comodamente da una donna; di gender gap, sostiene Perez, si può morire.

Fino a dieci anni fa i crash test non consideravano le donne

Se la vostra auto ha più di una decina d’anni è possibile che non sia stata testata con manichini dalle fattezze femminili. Soltanto nel 2011, infatti, gli Stati Uniti hanno cominciato a usare i dummy che riproducono altezza, peso e corporatura di una donna. Fino ad allora i crash test erano settati con manichini alti 1 metro e 77 e pesanti 76 chili, ha raccontato Perez sul Guardian. Non è un dettaglio: uno studio del Centro di biomeccanica applicata dell’università della Virginia ha dimostrato che, in caso di incidente, una donna ha il 47% di probabilità in più di farsi male in maniera grave, e addirittura il 17% in più di perdere la vita.

Il motivo? Le auto sono progettate su misure maschili: quando al volante siede però una ragazza, che mediamente è più piccola di un uomo, il sedile viene portato più avanti del normale. In caso di scontro frontale, la diversa posizione del corpo “può mettere a repentaglio la vita”, spiega Perez. Senza considerare altri fattori come quelli biometrici, cioè le minori masse muscolari e ossee tipiche del corpo femminile.

Anche la medicina sarebbe ‘roba da uomini’

“Le donne vengono escluse dai numeri e dai dati”, lamenta la scrittrice a Mashable, e anche “dal modo in cui viene studiata la medicina”. Durante le ricerche per il suo libro, durate tre anni, Perez ha infatti scoperto che l’infarto ha sintomi diversi tra uomini e donne, ma che le linee guida dei trattamenti sono stati sviluppati soprattutto tenendo a mente i dati maschili. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo, eppure persino il World Economic Forum parla di sessismo nella ricerca scientifica: “Le donne hanno meno probabilità di ricevere terapie, interventi e opportunità di riabilitazione”. Mancano dati definitivi sulle differenze nell’efficacia delle cure tra uomini e donne, ha confermato l’American Heart Association.

Eppure basterebbe cominciare a raccogliere i dati giusti per guardare al mondo in maniera più completa, tenendo a mente la popolazione femminile, le sue caratteristiche fisiche e le abitudini lavorative che incidono sulla qualità della vita. Per esempio, conclude Perez, “ci sono pochissime informazioni sulle potenziali conseguenze delle sostanze chimiche e le polveri usate dal personale (quasi sempre esclusivamente femminile, ndr) nei nails bar”, cioè i centri estetici che si occupano della cura delle unghie. “Succede perché non siamo abituati a pensare che le occupazioni delle donne siano pericolose”, a differenza di altre mansioni, più tipicamente maschili, di cui invece si sono già studiati gli effetti.

Anche gli over 45 anni potranno accedere al riscatto agevolato della laurea legato alla pace contributiva. Lo prevede un emendamento al decretone approvato dalle commissioni Affari sociali e Lavoro della Camera nella notte. 

Si possono riscattare gli anni a partire dal 1996, prima del quale non ci può esser stato versamento di contributi (quindi con il sistema retributivo). Possono cioè fruire della prevista agevolazione solo coloro che sono “privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995” Per il calcolo si parte dal novembre del primo anno di immatricolazione e si va avanti solo del numero di anni della durata legale del corso (non contano gli anni fuori corso) anche se per arrivare alla laurea vengono impiegati più anni, spiega il Sole 24 Ore.

È possibile, si legge su Money.it, riscattare il diploma universitario (2-3 anni di durata), la laurea triennale, quadriennale o a ciclo unico, il diploma di specializzazione post-laurea, nonché il dottorato di ricerca (se si sono versati i contributi alla gestione separata Inps), grazie alla pace contributiva che sarà in vigore in via sperimentale, dal 2019 al 2021, e consentirà di pagare i contributi di periodi scoperti beneficiando di importanti agevolazioni. Il riscatto dei contributi potrà essere pagato anche dal datore di lavoro, il quale potrà dedurre dal reddito d’impresa l’importo corrisposto.

Il funzionamento del riscatto della laurea è spiegato su GuidaFisco: funziona così: il Lavoratore deve presentare la domanda per via telematica all’Inps e pagare l’onere per il riscatto poiché il riscatto contributivo non è gratis ed è calcolato dall’Inps sulla base delle disposizioni che regolano la liquidazione della pensione con il sistema retributivo o con quello contributivo assecondo la colorazione temporale in cui ho svolto il periodo getto del riscatto una volta calcolato il costo del riscatto e lavoratore può pagare in unica soluzione o al massimo in 10 anni senza interessi.

A cosa serve

Il riscatto della laurea può servire sia ad anticipare l’età pensionabile che a aumentare l’importo dell’assegno della pensione.

Come si calcola

Se il calcolo viene fatto in base al sistema retributivo si applica la cosiddetta riserva matematica prevede che l’onere sia calcolato sulla base di fattori variabili come l’età il periodo a riscattare, il sesso e le retribuzioni percepite negli ultimi anni. Se il calcolo avviene con il regime contributivo invece bisogna tenere conto delle aliquote contributive di finanziamento vigenti al momento della presentazione della domanda.

Il costo del riscatto agevolato è calcolato con le modalità oggi previste per quello laurea per gli inoccupati: moltiplicando l’aliquota Ivs (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti, assicura il lavoratore contro un’interruzione della propria attività per inabilità o anzianità e i superstiti in caso di decesso) vigente (oggi al 33%) per il reddito minimo soggetto a imposizione della Gestione Inps di artigiani e commercianti, pari a 15.710 euro nel 2018 e incrementato dell’1,1% nel 2019, per una spesa di 5.240 euro circa per ogni anno riscattato.

Aumento del dividendo a 0,86 euro per azione nel 2019 (+3,6% sul 2018) e della produzione che crescerà a un tasso medio annuo del 3,5% fino al 2025, avvio di un programma di buyback ma anche una forte attenzione ai business verdi.

Queste le linee portanti del piano di Eni 2019-2022. “La decarbonizzazione è strutturalmente presente in tutta la nostra strategia ed è parte preponderante delle nostre ambizioni per il futuro”, ha sottolineato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, presentando la Strategy. E’ necessario, ha proseguito, “affrontare la doppia sfida da un lato di soddisfare i crescenti bisogni di energia, dall’altro di ridurre le emissioni in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Questo rappresenta una priorità strategica per il nostro cda. Come primo passo, il nostro obiettivo è di eliminare le emissioni nette dell’upstream entro il 2030. Riusciremo a raggiungere questo obiettivo aumentando l’efficienza operativa, riducendo quindi al minimo le emissioni dirette di Co2 del business e compensando le emissioni residuali con vasti progetti di forestazione. Facendo leva sulla nostra dimensione – ha detto ancora – porteremo benefici concreti alle comunità locali grazie alle iniziative di forestazione diretta, che comprenderanno anche la creazione di nuovi posti di lavoro”.

Inoltre, “utilizzeremo un approccio circolare per massimizzare l’uso dei rifiuti come materie prime e allungare la vita dei siti industriali. Un ruolo chiave in questo processo verso un modello più sostenibile sarà giocato dall’impiego di nuove tecnologie”. Il fatto poi che il piano Eni sia stato presentato proprio il giorno della grande manifestazione dei giovani sul clima, per l’Ad “rappresenta una coincidenza positiva”. 

Eni prevede di distribuire una cedola di 0,86 euro per azione nel 2019, in crescita del 3,6% rispetto al 2018. “Creare valore per gli azionisti rimane la nostra principale priorità, e per questo abbiamo deciso di annunciare l’aumento del dividendo, in linea con la nostra politica di remunerazione chiara e progressiva”, una politica che “che intendiamo rispettare”, ha spiegato.

La compagnia avvierà un programma di buyback da 400 milioni nel 2019, mentre per gli anni successivi, ha spiegato Descalzi, “assumendo un leverage stabilmente inferiore al 20%, per un ammontare di 400 milioni di euro con uno scenario Brent a 60-65 dollari o di 800 milioni di euro con uno scenario di Brent maggiore di 65 dollari al barile”.

Il piano di buyback “lo porteremo a maggio in assemblea”, in modo che possa “partire a giugno, luglio o agosto”, ha spiegato il manager. Il Cfo della società, Massimo Mondazzi, ha invece specificato che dal 2020, con un prezzo del Brent tra i 55 e i 60 dollari al barile, Eni non procederà con il buyback ma destinerà la differenza rispetto alla cash neutrality (fissata a 55 dollari al barile per il 2019) all’aumento del dividendo e alla riduzione del debito. –

Obiettivi in crescita anche per la produzione e per le attività esplorative di Eni nel prossimo quadriennio. Nell’upstream, il settore che “continuerà a rappresentare l’elemento chiave della crescita organica di Eni” come ha ricordato Descalzi, la società mette in cantiere un aumento medio annuo del 3,5% fino al 2025 grazie “al ramp-up e all’avvio di nuovi progetti” che contribuiranno per circa 660 mila barili di olio equivalente al giorno a fine piano, oltre alle attività di espansione dei campi esistenti che contribuiranno per quasi 290 mila barili, sempre a fine periodo. Per quanto riguarda l’esplorazione, “grazie alla grande quantità di nuovi permessi in bacini ad alto potenziale”, si punta a realizzare 2,5 miliardi di barili di nuove risorse perforando 140 pozzi esplorativi fino al 2022.

All’esplorazione, “driver fondamentale della crescita di valore per l’azienda” saranno destinati in 4 anni investimenti per circa 3,5 miliardi di euro, mentre il capex complessivo sale a 33 miliardi, di cui 8 miliardi nel 2019 (e fino a 2,4 miliardi in Italia nell’anno in corso). Il cash flow cumulato nel periodo ammonterà invece a 22 miliardi di euro: “Nei prossimi quattro anni continueremo a perseguire il nostro modello distintivo di crescita sostenibile combinata a una rigorosa disciplina finanziaria, migliorando ulteriormente la nostra cash neutrality prevista a 50 dollari al barile a fine piano”, ha garantito ancora Descalzi.

Eni prevede di realizzare progetti di economia circolare pari a circa un miliardo di euro entro il 2022. La società punta a completare 60 progetti tra brownfield e greenfield per un totale di oltre 1,6 GW di capacità rinnovabile entro il 2022, investendo 1,4 miliardi di euro, e fino a 5 GW entro il 2025. Energy Solutions, si legge nel piano, sarà in grado di produrre un cash flow stabile nel lungo periodo con un Unlevered Irr (tasso interno di rendimento al netto dell’effetto leva finanziaria) variabile tra l’8 e il 12%. Inoltre, un ulteriore vantaggio sarà quello che si ricaverà sulle attività upstream, in particolare sui costi operativi, che si ridurranno grazie all’utilizzo delle fonti rinnovabili per le esigenze di autoconsumo, in sostituzione del gas, che potrà così essere venduto. Il piano prevede zero emissioni nette nel settore upstream entro il 2030; una rilevante iniziativa di forestazione per il sequestro naturale di oltre 20 milioni di tonnellate all’anno di CO2 entro il 2030. “

Siamo impegnati a far crescere il nostro business delle rinnovabili in modo organico nel periodo del piano”, ha evidenziato Descalzi. “Il nostro portafoglio di rinnovabili è ben diversificato, sia dal punto di vista geografico sia da quello delle tecnologie utilizzate. In futuro, siamo intenzionati ad aumentare la nostra esposizione nel settore dello stoccaggio di energia. In Italia, espanderemo ulteriormente il ‘Progetto Italia’, che prevede la conversione delle aree industriali bonificate in aree per la produzione di energia da fonti rinnovabili”, ha proseguito.

L’Ad ha ricordato che la svolta ‘green’ è stata intrapresa “da quando sono venuto, 5 anni fa: nel primo incontro con tutti i manager ho parlato dello sviluppo della parte green, perché penso che ormai da parecchio siamo in una fase di transizione ed Eni deve trasformarsi” se vuole continuare a operare nel lungo termine. “Se le forme di energia si trasformano e noi siamo una energy company, allora dobbiamo trasformaci”, ha concluso. 

Energica Motor Company è nata in quel pezzo di terra, lungo la via Emilia, dove i motori sono di casa. Ma anziché puntare su miscele e rombo, ha scelto l’elettrico e il suo “sibilo”. Oggi è il fornitore unico della MotoE, il motomondiale dell’energia pulita.

“All’inizio è stato difficile”, spiega all’AGI la ceo Livia Cevolini. “Il dubbio principale era legato alla prestazione. C’è stato uno scetticismo generale di clienti, industria, mercato e mondo delle corse”. Ma “si sta riducendo, soprattutto in seguito alla dimostrazione da parte dei veicoli elettrici delle prestazioni all’altezza”. Il modello Energica Ego passa da 0 a 100 km/h in 3 secondi e raggiunge una velocità massima di 240 km/h”.

La paura del nuovo

A tirare il freno c’è stato anche altro: “La paura del nuovo è uno dei motivi per cui viene rallentata l’adozione delle innovazioni”.

Energica nasce come costola del Gruppo Crp di Modena, centro specializzato in componentistica per la F1.

“Nel 2009 – spiega Cevolini – abbiamo iniziato a pensare a un prodotto nostro, diverso, nel quale far confluire le nostre tecnologie, la nostra ricerca e sviluppo. Siamo stati sempre appassionati di moto quindi abbiamo scelto questa tipologia di veicolo anche per non entrare in diretta competizione con i nostri stessi clienti”. Quando si parla di motori, attorno alle prestazioni c’è anche una narrazione fatta di suoni e odori che nell’elettrico scompare.

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Ma gli appassionati possono comunque convertirsi: “Si convincono – spiega Cevolini – con le prestazioni e il divertimento di guida. E tutto questo nell’elettrico c’è eccome”.

“Il nostro pubblico è appassionato di moto ma anche di tecnologia. In particolare i nostri clienti non si accontentano di una bellissima moto ad elevate prestazioni, ma vogliono qualcosa di più, una moto per divertirsi, facile da guidare senza cambio e frizione, tecnologica e silenziosa”.

Non ci sarà il rombo, ma “è possibile apprezzare altri suoni come il vento o lo sfregamento del ginocchio a terra in curva”. 

Si chiamano startup innovative ma non sono ancora abbastanza digitali. Poco più della metà delle giovani imprese iscritte al Registro hanno un sito web funzionante e meno di uno su tre (3001 su 9705) raggiunge un “livello base”. Cioè è un sito che si carica velocemente ed è compatibilità con i dispositivi mobili. Lo afferma un report di Instilla. Il rapporto evidenzia chiare lacune, ma allo stesso tempo sottolinea un deciso miglioramento: lo scorso anno, le startup che arrivano al livello base erano appena il 12,4%.

Siti lenti e poco mobile

Resta però molto da fare. Non basta che un sito funzioni per essere efficace. Tra quelli raggiungibili, il 14,3% non risulta “responsive”, cioè disegnato per adattarsi ai diversi dispositivi. “Si tratta – afferma il rapporto – di un dato che fa riflettere, se consideriamo che già da alcuni anni il traffico mobile ha superato quello da desktop”. I siti faticano anche nella velocità di caricamento, cioè il tempo che impiega una pagina a completarsi: un quinto dei siti è al di sotto del livello che Google ritiene sufficiente. Instilla sottolinea forti differenze regionali: raggiunge il livello base oltre il 41% dei siti delle startup sarde. Bene anche Liguria, Molise e Trentino. In Sicilia, invece, la quota scende sotto il 20%. In forte ritardo anche le società con sede in Calabria e Basilicata. Il fatto che tante startup iscritte al Registro non dichiarino il proprio sito web e che molti dei siti non funzionino, spiega Instilla, non è solo una questione di opportunità: “Solleva anche tematiche di rispetto della normativa, in quanto le startup iscritte al Registro sono tenute ad adempiere a una serie di obblighi di trasparenza attraverso la home page del proprio sito”.

Se Google non può trovarti

L’analisi di Instilla non ha badato solo ai siti ma anche ad altri due fattori della presenza digitale delle startup: Seo (l’insieme degli accorgimenti che permettono di essere visibili sui motori di ricerca) e “integrazione” (intesa, in questo caso, come l’adozione di strumenti di analisi e utilizzo dei social network). Le startup italiane si dimostrano poco attente alla Seo (Search engine optimization): tra i siti funzionanti promossi, solo il 3,23% soddisfa anche il livello base Seo. Traducendo le percentuali in numeri, vuol dire che appena 97 società su 9705 superano sia l’esame del sito che quello dell’ottimizzazione per i motori di ricerca. È una “chiara nota dolente”, si legge nel report. Anche perché “le metriche analizzate non sono altro che informazioni che l’impresa fornisce a Google per descrivere il proprio sito, in modo che Google possa poi proporlo tra i risultati della ricerca”.

Analisi e social network

I dati evidenziano poi che meno della metà dei siti utilizza almeno uno di quelli che ad oggi sono gli strumenti di analisi più diffusi, Google Analytics o Google Tag Manager. “Anche se è vero che non tutte le tipologie di siti necessitano di questi strumenti – spiega Instilla – è un dato che fa riflettere, e che mostra chiaramente come l’alfabetizzazione dal punto di vista dei tool di analisi sia ancora bassa”. Altro elemento negativo: tra i 3001 siti oltre il livello base, solo il 41% ha aggiornato i termini che riguardano Privacy e gestione dei Cookie. Un dato che il rapporto definisce “preoccupante” non solo perché dimostra disattenzione nei confronti degli utenti, ma anche perché il Gdpr (il regolamento europeo sulla privacy in vigore dallo scorso maggio) ha inasprito le sanzioni per la violazione delle norme a tutela della privacy. Va meglio invece l’integrazione con i social network: i “Pulsanti Social”, che rimandando agli account Twitter, Facebook o LinkedIn, sono presenti in due siti su tre. 

Incubatori e acceleratori: bene, ma…

L’analisi dedica una sezione all’influenza di incubatori, acceleratori e investitori. La loro presenza spinge a un miglioramento dei presidi digitali. I siti di startup accompagnate da questi “facilitatori” sono funzionanti nell’85% dei casi (contro il 55% del totale). Sono più veloci e più spesso disegnati per il mobile: il 49,3% raggiunge il livello base (contro il 30,9%). Chi supera l’esame dell’integrazione passa dal 29,8% al 42%. Non brilla ma migliora anche la percentuale dei siti con un livello base Seo: 6,1% contro il 3,2%. Un numero ancora “troppo esiguo, sintomo che le ottimizzazioni per motori di ricerca – a torto – non vengono considerate una priorità, nemmeno da parte delle Startup supportate dai facilitatori”. In generale – afferma Instilla – le startup incubate percepiscono meglio il vantaggio di affermare la propria presenza sul web, sia in termini di sito che nel monitorare l’attività degli utenti per convertirli in potenziali clienti”. Anche tra acceleratori e incubatori, però, il panorama è frammentato: i “facilitatori” che nella propria scuderia hanno almeno il 60% di startup con siti promossi sono appena 12 su 52 (tre – United Ventures, Cesena Lab e Primomiglio – superano l’80%). Ed “emerge ancora la mancanza di sensibilità sulle tematiche Seo”. Sono infatti 25 i facilitatori che non hanno nemmeno una startup oltre il livello base. “Non rispondere a questi requisiti minimi per le startup innovative, come per qualsiasi altra impresa – conclude il rapporto – vuol dire perdere posizionamenti nei risultati delle ricerche organiche e visite, quindi potenziali clienti”.  

Prima che in Italia si cominciasse a parlare di startup, almeno nel senso in cui lo intendiamo noi oggi, Marco Trombetti a Roma ha co-fondato Translated, un servizio di traduzione digitale per aiutare i professionisti. Era il 1999. Poi Trombetti di aziende ne ha fatte altre, le ha portate al successo internazionale insieme ai suoi cofounder (Isabelle Andrieu e Gianluca Granero), fino alla decisione di usare i profitti delle sue avventure imprenditoriali per fondare sempre a Roma, nel quartiere Eur, Pi Campus, un fondo per aiutare altri imprenditori a fondare aziende come lui ha fatto.

A 20 anni esatti dalla sua prima esperienza imprenditoriale ha deciso di scrivere un libro. Non un normale libro sulle startup, ma una specie di percorso, professionale e motivazionale, diviso in 12 saggi brevi. Metà sono tecnici, metà riguardano sentimenti, atmosfere, ma anche solo la mentalità che ritiene necessaria per fare impresa. “Quello che ho scritto nel libro è quello che ho imparato soprattutto negli ultimi 5 anni. Sono le cose che avrei voluto leggere quando ho cominciato a fare impresa. Sono un po’ i consigli che dò ai giovani imprenditori quando me li chiedono”. Il titolo richiama Macchiavelli: “Il nuovo Principe. Perché e come fare startup”. Ma non solo. 
 

Perché un libro sulle startup dopo 20 anni di startup? 
“Perché in tutti questi anni ho continuato a ripetere dei concetti a chi voleva fare startup. Col tempo mi sono accorto che erano imprecisi e gli ho migliorati, essere imprecisi quando qualcuno viene a chiederti dei consigli, o magari un investimento, può essere un danno enorme. Ho affinato le mie conoscenze, i concetti che volevo esprimere. E ho deciso di mettere tutto per iscritto, per me stesso prima di tutto. Quando si incontra un founder per un pitch (la presentazione di un progetto di impresa ad un potenziale investitore, ndr), sono momenti brevi, incontri brevi, e devi essere molto preciso. Tu sei il loro advisor e loro da te si aspettano molto. E poi certe cose le ho capite tardi, ci sono cose che oggi so che 20 anni fa non sapevo. Sono molte delle cose che ho imparato negli ultimi 5 anni, e sono le cose che quando ho cominciare a fare l’imprenditore avrei voluto sapere”.

 

Per scrivere di startup citi Macchiavelli, almeno nel titolo.
“Ha un senso, sono 12 saggi brevi, 6 sulle tecniche per fare startup e come presentarla ad un investitore, 6 invece sono motivazionali. I primi sei sono sul come fare startup, e nel titolo il richiamo è a Macchiavelli. Ma il principe non è solo il suo. Gli altri sei richiamano il mondo dell’affettività, e il modello è il Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry”. 

Partiamo dalla risposta alla domanda che ti poni nel libro: perché fare startup?
“Non è tanto perché fare startup. Ma perché fare delle cose e come farle bene. Alla fine noi dobbiamo costruire delle cose, il futuro, e creare delle imprese è un modo per creare un futuro migliore. Il libro ruota intorno all’idea che qualsiasi cosa tu voglia fare da grande, devi sempre dare di più di quello che prendi. Sembra controintuitivo ma non lo è. Per creare qualcosa dobbiamo dare di più di quello che otteniamo. È un po’ come il salvadanaio, cresce se gli dai di più di quello che prendi da lui. Solo così riusciamo a fare qualcosa di importante”. 

Dici che fare startup è il modo migliore per costruire un futuro migliore, eppure rispetto a qualche anno fa intorno vediamo l’innovazione con molto più scetticismo. Gli scandali legati alla privacy, come quello di Facebook, hanno determinato un cambio netto di atteggiamento verso questo settore.
“Nel libro provo a spiegare che ci sono due modi di creare valore. Si può creare valore anche dalla pigrizia, dall’avidità, da cose che non danno alcun valore aggiunto alla società in cui si vive. I social danno dipendenza, ed è un fatto. Alcune di queste società fanno soldi grazie alle debolezze umane. Non creano un’umanità migliore, ma ne sfruttano i lati negativi. Ma non è solo questa l’innovazione. Internet è stata una rivoluzione per le conoscenze umane, lo smartphone ci ha dato accesso immediato ad un patrimonio informativo infinito, lo stesso Google è uno strumento che ha permesso a molti di accrescere le proprie conoscenze. Tutti questi strumenti sono ciclici. Un domani non ci saranno più i social che oggi conosciamo, e forse non ci sarà nemmeno più Google per come la conosciamo. Quello che è importante è creare qualcosa che renda il futuro migliore”. 

Colpisce la parte in cui dici che chi fa startup ‘deve’ vivere nel futuro. Ce lo spieghi meglio?
“Il concetto di futuro è relativo. Il mondo va a velocità diverse. Ci sono persone che per il lavoro che fanno sono già esposte a quello che succederà al mondo anni dopo. Essere vicini a un centro di ricerca è quello che ti permette di vederlo. Jobs e Wozniak (i cofondatori di Apple, ndr) erano imprenditori, ma vivevano vicini a centri di ricerca che gli hanno permesso di vivere il futuro. Così oggi quelli che hanno comprato le prime macchine elettriche e hanno abbandonato i motori a combustione. Questo cambiamento succederà, c’è qualcuno che lo ha visto prima di altri, come Musk”. 

Cominci con una lettera, a cui non hai mai avuto risposta, inviata a Paul Graham, personaggio semimitico che ha fondato l’acceleratore di impresa americano Y-Combinator. Inizi con un’esperienza negativa.
“L’ho fatto perché ogni cosa che si inizia, qualsiasi cosa, parte dalla motivazione. Non sono uno psicologo, ma ho detto come ha funzionato per me. Il senso di non essere accettato da Paul Graham mi ha motivato a fare qualcosa. Ha funzionato per me. Ognuno può e deve trovare dentro la sua motivazione. Poi ci siamo risentiti, gli ho chiesto aiuto perché volevo diventare la sua voce in Europa, il Paul Graham europeo. Mi ha detto che non poteva aiutarmi perché era lui il Paul Graham europeo. Gli ho chiesto in che senso e mi ha spiegato che ha lasciato la Silicon Valley per trasferirsi a Londra e far crescere lì i suoi figli. Dice di averlo fatto per loro”. 
 

Oggi le startup stanno tornando al centro del l’attenzione politica. Vedi un atteggiamento più maturo nelle policy immaginate dal governo?
“Sono sorpreso positivamente dalla manovra del governo. Era inaspettata. Potenzialmente mette l’Italia nei binari che possono portare l’Italia a competere con gli altri grandi paesi europei, ora speriamo solo che treno parti. Poi, parlando di comunicazione, di up e down ce ne sono sempre stati tanti, ma quello che va guardato è il macrotrend. 4 anni fa si investivano 100 milioni, oggi siamo sopra i 600 e sono pochi i mercati globali che ho visto crescere a questo ritmo. Poi i media e la politica si innamorano di temi a fasi alterne, ma al di là di questo c’è un ecosistema che sta crescendo anche senza i riflettori”. 

Il cda di Eni ha approvato il bilancio consolidato e il progetto di bilancio di esercizio di Eni per il 2018 che chiudono rispettivamente con l’utile netto di 4,126 miliardi e di 3,173 miliardi di euro, confermando i risultati preliminari adjusted pubblicati nel comunicato stampa di preconsuntivo 2018 diffuso il 15 febbraio 2019. L’utile netto reported si ridetermina in 4,126 miliardi (4,226 miliardi nel preconsuntivo) essenzialmente per il recepimento del risultato di alcune partecipate valutate ad equity pubblicato successivamente.

Il Consiglio ha deliberato di proporre all’Assemblea la distribuzione del dividendo di 0,83 euro per azione, di cui 0,42 euro distribuiti in acconto nel settembre 2018. Il dividendo a saldo di 0,411 europer azione sarà messo in pagamento a partire dal 22 maggio 2019 con stacco cedola il 20 maggio 2019.

La Relazione finanziaria annuale 2018, di cui all’art.154-ter del Tuf, è stata messa a disposizione del collegio sindacale e della società di revisione. La Relazione sarà resa disponibile al pubblico entro la prima decade di aprile presso la sede sociale, sul sito Internet della società, eni.com e con le altre modalità previste dalla normativa vigente unitamente alle relazioni del collegio sindacale e della società di revisione.

Il Consiglio di amministrazione ha approvato anche la dichiarazione consolidata di carattere non finanziario (Dnf), che è stata inclusa nella Relazione finanziaria annuale. La Dnf illustra le attività del gruppo, il suo andamento, i risultati e l’impatto prodotto con riferimento ai temi ambientali, lotta al cambiamento climatico, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani e alla lotta contro la corruzione attiva e passiva.

 Il cda ha altresì approvato la Relazione sul governo societario e gli assetti proprietari e la Relazione sulla remunerazione, che saranno rese pubbliche presso la sede sociale e nella sezione “Documentazione” del sito Internet della società e con le modalità previste dalla legge, contestualmente alla pubblicazione della Relazione finanziaria annuale 2018.

Il consiglio di amministrazione ha inoltre convocato l’assemblea degli azionisti in sede ordinaria per il 14 maggio 2019.

Un registro dei marchi storici, con più di 50 anni di ‘anzianità’, al ministero dello Sviluppo economico come strumento contro le delocalizzazioni all’estero. Lo propone la Lega in un disegno di legge di cui è primo firmatario il capogruppo del partito alla Camera, Riccardo Molinari. L’idea – è stato spiegato, in conferenza stampa a Montecitorio – è di fare in modo che il marchio “diventi proprietà dello Stato” nel caso in cui, come avvenuto con la Pernigotti, l’azienda sia rilevata da un gruppo estero che proceda allo spostamento della produzione fuori dall’Italia.     

“Spero che strumento di difesa del made in Italy e della aziende italiane”, ha affermato il ministro dell’Interno, in conferenza stampa con Molinari, e la presidente della commissione Attività produttive, Barbara Saltamartini. “Sia il premier Conte che Di Maio sulla Pernigotti hanno fatto possibile e l’impossibile”, ha detto. “Vogliamo difendere con le unghie e coi denti le aziende italiane. Se vuoi farti il cioccolato in Turchia metti made in Turkey”, ha aggiunto, ricordando poi la “battaglia della Lega per etichettatura obbligatoria in Ue che va vanti da da dieci anni”. “Ci sono regole europee che vantaggiano i grandi e danneggiano i piccoli”, ha sostenuto. “È troppo tardi per la tutela dei marchi italiani? Sì, è troppo tardi – ha riconosciuto – ma noi siamo al governo da giugno. È stato fatto un enorme shopping sulle aziende italiane senza che i governi di sinistra battessero ciglio”. 

Il mercato del lavoro ha ripreso quota nel 2018: si contano infatti 192 mila occupati in più (+0,8 in termini percentuali) ma tale aumento riguarda solo i contratti a tempo determinato. È quanto si evince dalla fotografia dell’Istat del mercato del lavoro. È quindi una buona notizia, visto che anche il tasso di occupazione è salito al 58,5%.

Ma nel quarto trimestre dell’anno, in linea con la deludente performance del Pil e della produzione industriale, gli occupati sono scesi di 36 mila unità. Non solo, ma l’aumento degli occupati non è stato uniforme in tutto il Paese: se al Centro Nord il ritmo del mercato del lavoro è ripreso in maniera anche più serrata rispetto a prima della crisi (cioè il 2008), è il Sud ad arrancare confermando le sue difficoltà di ripresa.

Per quanto riguarda il 2018, c’è da precisare che l’incremento di lavoratori dipendenti, aumentati di 215 mila unità (+1,2%), si è registrato esclusivamente per quelli a tempo determinato (+323 mila, +11,9%) mentre dopo quattro anni di crescita cala il tempo indeterminato (-108 mila, -0,7%).

Sebbene a ritmi meno sostenuti, prosegue per l’ottavo anno la diminuzione del numero di lavoratori indipendenti (-23 mila, -0,4%). Inoltre, scende il tasso di disoccupazione dall’11,2% al 10,6%: un calo che riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-82 mila, -4,9%) sia disoccupati di breve durata; l’incidenza delle persone in cerca di lavoro da almeno un anno sul totale dei disoccupati si attesta al 58,1% (+0,2 punti).

Un’Italia sempre più spaccata a metà sul fronte del lavoro

Nelle tabelle dell’Istat, si evince inoltre che il Paese appare sempre più spaccato a metà: se sembra ormai alle spalle la crisi del mercato del lavoro per il Centro Nord, il Sud arranca. Ad esempio, per quanto riguarda il tasso di occupazione, nel 2018 aumenta nel Nord di 0,6 punti, nel Centro e nel Mezzogiorno di 0,5 punti.

Tuttavia, mentre nel Centro-nord il tasso di occupazione raggiunge livelli superiori a quelli del 2008, arrivando al 67,3% nel Nord e al 63,2% nel Centro, nel Mezzogiorno è più basso di 1,5 punti percentuali (44,5%). Nel 2018 anche la disoccupazione si riduce in tutte le ripartizioni ma i divari rimangono accentuati: il tasso nel Mezzogiorno (18,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,6%) e quasi il doppio di quello del Centro (9,4%).

In confronto al 2017, nel Nord il tasso di occupazione sale in tutte le regioni: gli incrementi più elevati si segnalano in Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Provincia Autonoma di Trento e Piemonte (rispettivamente +1,0, +0,8 e +0,7 punti le ultime due). Tutte le regioni del Nord, con l’eccezione di Liguria e Emilia-Romagna, superano i livelli del 2008, anche con sostanziosi incrementi come nel caso delle Province autonome di Bolzano e Trento (+3,1 e +2,3 punti).

Il tasso di disoccupazione si riduce rispetto a un anno prima in tutte le regioni con l’eccezione di Liguria e Veneto (dove cresce di 0,4 e 0,1 punti) e Friuli-Venezia Giulia (dove resta invariato). Infine, una notizia curiosa ma che fa anche riflettere: come si trova lavoro? L’85% di chi lo cerca si rivolge a parenti, amici e conoscenti, predilige quindi l’uso del canale informale.

A seguire, il 66,7% invia il curriculum (in calo dello 0,9%) mentre il 59% naviga su Internet (+2,2%). Sono in diminuzione sia la quota di disoccupati che ha contattato il Centro pubblico per l’impiego (20,8%, -4,5 punti) sia quella di quanti si sono rivolti alle agenzie di somministrazione (11,2%, -3,5 punti).

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