Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Riappare in tribunale, a Vancouver, la direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata il 1 dicembre scorso in Canada su mandato degli Stati Uniti, che ne chiedono l’estradizione con accusa di frode bancaria e violazione delle sanzioni all’Iran. 

Dopo l’arresto, Meng era stata rilasciata dietro il pagamento di una cauzione di 7,4 milioni di dollari, ma senza la possibilità di lasciare Vancouver: a marzo scorso, in occasione della prima apparizione in aula, i legali di Meng hanno citato “interferenze politiche” nel processo, citando dichiarazioni risalenti a dicembre scorso del presidente Usa, Donald Trump.

Il caso legato alla direttrice finanziaria del colosso delle telecomunicazioni cinese potrebbe trascinarsi per anni, e l’ultima parola sull’estradizione negli Usa della numero due di Huawei spetterà al Ministero della Giustizia canadese. 

Ritorsioni

La saga giudiziaria di Meng Wanzhou ha contribuito a una forte erosione dei rapporti tra Pechino e Ottawa: in più occasioni il Ministero degli Esteri cinese ha chiesto piena libertà per la propria connazionale.

In quello che è apparso come un segnale di rappresaglia, nonostante diverse smentite di Pechino, pochi giorni dopo l’arresto di Meng le autorità cinesi hanno arrestato due cittadini canadesi, l’ex diplomatico Michael Kovrig, e l’uomo d’affari Michael Spavor, accusandoli successivamente di furto di segreti di Stato.

Due tribunali cinesi hanno anche inflitto condanne alla pena di morte per altrettanti cittadini canadesi, l’ultima pronunciata la settimana scorsa, per reati relativi alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti.

Huawei ha mantenuto finora un atteggiamento fiducioso rispetto alla giustizia canadese, e ha ribadito in più occasioni di non essere al corrente di illeciti commessi dalla propria dirigente.

A poche ore dall’udienza, il gruppo di Shenzhen ha diramato una nota sul proprio impegno nello sviluppo del 5G in Canada, annunciando entro la fine del 2019 il lancio del primo smartphone 5G studiato specificatamente per il mercato canadese, e corsi di formazione e aggiornamento a oltre mille cittadini canadesi nel campo delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione.

Infine, Huawei Canada ha promesso un’offerta di centomila dollari alle unità di soccorso impegnate per fronteggiare le alluvioni che hanno recentemente colpito la capitale, Ottawa.

I timori di Washington

Huawei si trova sotto i riflettori internazionali da prima che cominciasse la vicenda che vede al centro la sua direttrice finanziaria, per i timori espressi dagli Stati Uniti legati allo sviluppo delle reti 5G da parte del colosso di Shenzhen.

Washington ha in più occasioni avvertito i propri alleati e partner europei, innescando un dibattito tuttora aperto sui potenziali rischi di sicurezza informatica derivanti da un eventuale accordo con Huawei sulle reti di ultima generazione.

Il rapporto con gli Usa rimane, però, quello più complicato per il gruppo fondato da Ren Zhengfei: complessivamente, Huawei deve rispondere di 23 capi di imputazione formalizzati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti alla fine di gennaio scorso, che vanno dal furto di tecnologia alla violazione delle sanzioni all’Iran.

Per Pechino, Washington sta mettendo in atto una “persecuzione politica” contro l’azienda di Shenzhen e Huawei ha deciso di passare al contrattacco: a marzo scorso ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio l’amministrazione Usa per il bando di acquisto dei propri prodotti per i dipendenti delle agenzie governative emesso dal governo federale.

Gli investitori si preparano a incassare, gli autisti scioperano. Mancano poche ore alla quotazione di Uber. Sarà una delle più grandi nella storia di Wall Street e metterà miliardi nelle tasche di fondi, fondatori, investitori che ci hanno creduto. Fuori, gli autisti hanno organizzato manifestazioni davanti ad alcune sedi della società: rivendicano paghe più eque, condizioni di lavoro da dipendenti. E definiscono i bonus che Uber sta concedendo loro “briciole”, soprattutto se comparati agli enormi guadagni che pioveranno al suono della campanella del 10 maggio.

Lo sciopero degli autisti

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, spiega il New York Times, gli autisti hanno organizzato decine di presidi: fumogeni, slogan e cori urlati alle sedi della compagnia: “Miliardi ai boss e paghe povere per i driver”. A San Francisco, i manifestanti hanno bloccato la strada del quartier generale di Uber, accusando la società di fare soldi con l’Ipo “sulle spalle dei conducenti”. Ci sono proteste simili anche anche a New York. Le rivendicazioni hanno raccolto l’appoggio di diversi candidati alla presidenza: Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Kamala Harris.

Si tratta di una delle più ampie e coordinata azioni degli autisti di Uber, anche se da qui a definirla uno sciopero di massa, ce ne vuole. Lo status contrattuale, da collaboratori autonomi, rende più complesso fare fronte comune, anche perché il panorama è frammentato: non tutti puntano a diventare dipendenti, non tutti erano a conoscenza dello sciopero. E poi c’è chi preferisce non perdere una giornata per protestare. Buona parte degli autisti Uber, quindi, hanno continuato a viaggiare e trasportare clienti.

I driver non saranno mai dipendenti

Il cuore delle proteste è sempre lo stesso: lo status dei lavoratori. Tutti gli autisti di Uber sono collaboratori autonomi. Vengono pagati per le corse assegnate loro tramite l’app. Formalmente non hanno vincoli orari, anche se spesso guidare per Uber è la loro principale occupazione. Mancano però le tutele tipiche di un dipendente: malattia e ferie, ad esempio. A differenza di un autonomo, non c’è invece la possibilità di discutere le tariffe, fissate dalla società. Il fondatore di Uber, Travis Kalanick, ha avuto un approccio frontale con tutti: istituzioni o autisti. Questa e Uber, o lavorate così o nulla.

Il nuovo corso di Dara Khosrowshahi, inaugurato nel settembre 2017, ha toni più concilianti. Non c’è occasione pubblica in cui il ceo non definisca i conducenti “la vera ricchezza di Uber”. Non sono mancate misure richieste da tempo dagli autisti, come alcune funzioni dell’app create per tutelare la loro sicurezza, le mance e – dallo scorso giugno anche in Italia – una copertura assicurativa per infortuni e malattie.

C’è però una cosa su cui Kalanick e Khosrowshahi sono perfettamente allineati: gli autisti sono autonomi e non saranno mai dipendenti. La versione pubblica è: i conducenti sono indipendenti e apprezzano la flessibilità che Uber permette di avere. Quella ufficiale, contenuta nei documenti inviati alla Sec in vista della quotazione, non cambia la sostanza ma la motivazione: “La nostra attività – scrive Uber – sarebbe compromessa se i conducenti fossero classificati come dipendenti anziché come lavoratori indipendenti”. Troppi costi, impossibili da sostenere per una società che non ha ancora prodotto utili.

Quanto guadagnano gli autisti

Uber afferma che, dal 2015 a oggi, più di tre milioni di autisti hanno incassato 78,2 miliardi di dollari. Ma la società non fornisce altri dettagli. Secondo uno studio del Center for Energy and Environmental Policy Research del Mit, pubblicato nel febbraio 2018 e contestato da Uber, un autista statunitense medio di Uber e Lyft (la principale concorrente Usa) incassa 3,37 dollari l’ora (lordi). Tre conducenti su quattro guadagnano meno della paga minima fissata dello Stato nel quale operano e il 30% è addirittura in perdita.

Lo studio afferma che la maggior parte degli autisti lavora meno di 40 ore a settimana e incassa in media 661 dollari al mese. In occasione dell’Ipo, Uber ha deciso di ricompensare 1,1 milioni di autisti in tutto il mondo. Quelli statunitensi possono esercitare un’opzione e trasformare la cifra in azioni. Gli organizzatori delle proteste in Gran Bretagna e Stati Uniti hanno però parlato di “foglia di fico” e “briciole”. Mostafa Maklad, un autista di Uber intervistato dal New York Times, avrebbe ricevuto 500 dollari dopo quattro anni di lavoro. Abbastanza per comprare solo una decina di azioni. Cifre sproporzionate rispetto ai miliardi che scorreranno a Wall Street.

Chi diventa (ancora più) ricco con l’Ipo

Il mese scorso, Uber aveva ipotizzato una quotazione a un prezzo tra i 44 e i 50 dollari per azione. Sembra orientata – scrive il Wall Street Journal – a percorrere la via intermedia: titolo attorno ai 47 dollari, che valuterebbe la compagnia 86 miliardi di dollari. Si tratta di uno “sconto” rispetto alle attese dei mesi scorsi. Quando le voci di un’imminente Ipo si erano fatte più insistenti, l’obiettivo superava abbondantemente i 100 miliardi.

Uber avrebbe scelto di proporsi con cautela visto il disastroso esordio di Lyft, che da quando si è quotata ha perso un quarto del proprio valore e vissuto uno degli esordi peggiori nella storia di Wall Street. Nonostante lo sconto, quella di Uber resta comunque tra le maggiori Ipo di sempre, la terza di un’azienda tecnologica dopo Alibaba e Facebook. Adesso che si conosce (anche se non è ufficiale) il prezzo di Uber, è possibile calcolare quanto valgono le quote in mano ai principali azionisti.

SB Cayman 2 è il veicolo di Vision Fund, il fondo d’investimento guidato da SoftBank. Ha in tasca 222 milioni di azioni, pari a una quota del 16,3%. A 47 dollari per azione, vuol dire avere nel cassetto 10,4 miliardi di dollari. Il venture capital Benchmark ha l’11%. Quindi oltre 7 miliardi. La quota del Public Investment Fund, (il fondo sovrano saudita) vale 3,4 miliardi e quella di Alphabet (la holding che controlla Google) 3,3 miliardi. Il fondatore ed ex ceo Travis Kalanick ha l’8,6% delle azioni, il cui valore ipotetico è di 5,5 miliardi. L’altro co-fondatore, Garrett Camp, ha in tasca 3,8 miliardi.

Ci sono poi le quote nelle mani di singoli: investitori e manager. Nell’azionariato ci sono anche nomi noti come Jeff Bezos e Rupert Murdoch. La dimensione delle loro quote non è nota perché inferiore al 5% (soglia oltre la quale scatta l’obbligo di comunicazione). Viste le cifre in ballo, però, sotto il 5% ci sono pacchetti che potrebbero valere circa 4 miliardi. Insomma, non proprio spiccioli. Ed è plausibile che, in termini percentuali, il vero affare lo abbiano fatto alcuni investitori della prima ora, che si ritrovano in mano un pezzettino di Uber da qualche centinaio di milioni dopo aver sborsato somme modeste (almeno in confronto ai miliardi scuciti da chi è arrivato dopo, come SoftBank). Dovrebbe essere il caso dell’attore Ashton Kutcher, che ha partecipato a un round del 2010.

Ci sono altre quota note pur essendo inferiori al 5%: sono quelle nelle mani dei manager e dei consiglieri. Ryan Graves è stato il primo dipendente assunto da Uber, dopo aver risposto a un annuncio visto su Twitter. La sua quota del 2,2% potrebbe valere 1,6 miliardi. Le 22.000 azioni possedute da Arianna Huffington valgono un milione. Le 196.000 su cui il ceo Khosrowshahi può esercitare opzioni poco più di 9 milioni.

L’equivoco della sharing economy

Questo non vuole essere un confronto tra la paga di un autista e i giganteschi incassi dei venture capital. Chi lavora fa bene a rivendicare diritti e paghe migliori se crede di non averli; chi ha inventato un’azienda miliardaria e chi ci ha visto lungo, rischiando soldi propri, è giusto che guadagni molto. La sproporzione chiarisce però un punto su cui spesso si fa confusione: questa non è sharing economy.

Uber, così come AirBnB e le piattaforme di consegna come Deliveroo e Glovo, sono aziende che – legittimamente, se rispettano le leggi – puntano a fare profitti. Hanno proposto nuovi modelli d’impresa e nuovi modelli di consumo. Stanno cambiando il lavoro in un modo che sfugge allo schema classico, tanto da richiedere un nuovo vocabolario: nel 2017 il rapporto “Good Work. The Taylor Review of Modern Working Practices”, commissionato dal governo britannico, raccomandava di varare una nuova legislazione, con una definizione “più chiara” di cosa sia un lavoratore, superando la dicotomia tra “dipendente” e “autonomo” e riconoscere la terza via di “dependent contractors” (cioè “dipendenti autonomi”). I numeri, però, dicono che “la condivisione” è un’altra cosa.

Articolo realizzato in collaborazione con Eni Gas e Luce.

Il 30 giugno 2020 sarà una data importante per il mondo dell’energia. Troverà, infatti, piena attuazione la liberalizzazione del mercato che non sarà più, come viene chiamato oggi, “tutelato”: non esisteranno più le cosiddette tariffe di tutela oggi stabilite dall’ARERA e i consumatori dovranno scegliere, tra tutti quelli presenti sul mercato, il fornitore che ritengono essere più conveniente e vicino alle loro esigenze.

Se leggendo questo articolo state pensando che, in fondo, quella scadenza sia ancora lontana, è meglio dirvi che in realtà non è proprio così: già oggi, infatti, è possibile uscire dal mercato tutelato dell’energia per sottoscrivere un contratto con un fornitore alternativo. La scelta che ogni consumatore ha davanti è quindi duplice: può aspettare fino all’ultimo per effettuare la scelta o giocare d’anticipo e scegliere fin da subito il contratto energetico del mercato libero che più preferisce. 

 

 

SceltaSicura, l’offerta di Eni gas e luce

Per incentivare tutti quelli che ancora non hanno compiuto questo passo, Eni gas e luce ha pensato a un’offerta che permette di usufruire subito delle opportunità del mercato libero. Optando per SceltaSicura, il consumatore potrà avere uno sconto del 20%, fino al 30 giugno 2020, sulla componente Prezzo Energia per la luce come definita e trimestralmente aggiornata dall’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambiente).

Cosa succede dopo?

In più, per chi avrà aderito a SceltaSicura, Eni gas e luce bloccherà la componente Prezzo Energia per altri 6 mesi, dal 1 luglio al 31 dicembre 2020, applicando la componente Prezzo Energia definita dall’Autorità per la luce nel primo trimestre del 2020. Il cliente conoscerà quindi la nuova componente Prezzo Energia che gli sarà applicata dal 1° luglio 2020 con un anticipo di 6 mesi.

Due soluzioni per il consumatore

Per chi decide di passare a SceltaSicura è possibile scegliere tra due opzioni: la tariffa monoraria o la tariffa bioraria. La prima, è pensata per le persone che hanno un consumo di energia elettrica costante e indifferenziato nel corso di tutta la giornata; la seconda è invece dedicata a coloro che concentrano prevalentemente i propri consumi nella fascia oraria F23, ossia tra le 19 e le 8 nei giorni feriali, il sabato, la domenica e durante le festività e può essere attivata da chi possiede un contatore letto per fasce.

A quanto ammonta il risparmio con SceltaSicura?

È possibile stimare il risparmio tra chi rimane nel mercato tutelato e chi sceglie SceltaSicura visitando il sito

Come si attiva SceltaSicura?

Passare all’offerta di Eni gas e luce è molto semplice e può essere fatto direttamente online, accedendo alla pagina dedicata sul sito enigaseluce.com. L’offerta potrà essere sottoscritta solo dai nuovi clienti residenziali, anche provenienti dal mercato libero con contatore attivo, che passino da un altro fornitore a Eni gas e luce.

Dopo aver letto con attenzione le condizioni contrattuali basterà seguire, passo dopo passo, le indicazioni relative all’attivazione. Per concludere l’operazione è sufficiente avere un documento d’identità e il codice fiscale, una bolletta dell’attuale fornitore e fornire la propria email.

Una volta attivata la fornitura, si potrà usufruire dello sconto del 20%, fino al 30 giugno 2020, sulla componente Prezzo Energia per la luce, come definita e trimestralmente aggiornata dall’ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti Ambiente).

 

(nota: Eni controlla agi al 100%)

Torna a crescere la ricchezza delle famiglie italiane: ammonta a 9.743 miliardi, 8,4 volte il loro reddito disponibile. Tra fine 2016 e fine 2017 è aumentata di 98 miliardi (+1%), dopo aver registrato riduzioni nel triennio precedente, e il suo valore supera anche quello delle famiglie tedesche.

È quanto emerge da un report Bankitalia-Istat sulla ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie in un lasso di tempo tra il 2005 e il 2017. Nel Report si evidenzia che secondo i dati dell’Ocse il rapporto tra ricchezza e reddito è più alto di quello relativo alle famiglie francesi, inglesi e canadesi (intorno a 8), anche se nel periodo il divario si è notevolmente ridotto. Negli ultimi anni l’indicatore è gradualmente sceso dal picco raggiunto nel 2013, con un andamento opposto a quello osservato per gli altri paesi.

Il livello elevato di quest’indicatore nel confronto internazionale è amplificato dal ristagno ventennale dei redditi delle famiglie italiane. Se misurata in rapporto alla popolazione, in Italia la ricchezza netta familiare è risultata superiore agli altri paesi nel 2008 e nel 2009 negli anni successivi essa si è mantenuta su valori stabili, mentre negli altri paesi è aumentata. Alla fine del 2017 il valore della ricchezza pro capite delle famiglie italiane si è collocato leggermente al di sopra di quello delle famiglie tedesche. 

Il ‘mattone’ resta sempre la principale forma di investimento delle famiglie italiane visto che, con un valore di 5.246 miliardi, rappresenta la metà della loro ricchezza lorda. Pur tuttavia, la casa sta perdendo quota mentre salgono le attività finanziarie (depositi, titoli, azioni).

Doveva essere il giorno del Pixel 3A, lo smartphone economico di Google. Ed è arrivato. Ma nella conferenza I/O a rubare l’occhio sono alcune funzioni che arriveranno presto: accorgimenti sulla privacy (Maps in incognito) e un’assistente digitale che – se le dimostrazioni viste sul palco saranno confermate alla prova pratica – sembra davvero fare un salto notevole.

Pixel 3A, lo smartphone economico

Lo smartphone economico di Google si chiama Pixel 3A. Ed è disponibile sia in versione standard (da 5,6 pollici) che in quella XL (da 6 pollici). Ampiamente anticipato dalle indiscrezioni, il 3A segue la tendenza di questo 2019: i grandi marchi, alle prese con un mercato asfittico, affiancano ai top di gamma dispositivi di fascia media. I nuovi Pixel tagliano parecchio il prezzo rispetto ai fratelli maggiori: 399 euro per il 3A e 479 euro il 3A XL.

La disponibilità è immediata anche in Italia. Il design è quello tipico dei Pixel, con una scocca, a due toni, disponibile in tre colori: nero, bianco e viola tenue. Batteria da 3700 mAh per il 3A XL e da 3000 mAh per il 3A. La promessa è di 30 ore con una singola ricarica e 7 ore con una ricarica rapida da 15 minuti. Salvo le dimensioni, i display sono identici per tecnologia (Oled) e definizione. Uguale è anche la memoria RAM (4GB) e lo spazio di archiviazione (64GB). Google si è molto concentrato sulle fotocamere. Quella principale è da 12 MP e quella frontale da 8 MP. La qualità non sta tanto nell’hardware quanto nei correttivi dell’intelligenza artificiale, che dovrebbe permettere di avere risultati simili ai Pixel 3 anche se a un prezzo più abbordabile.

La nuova famiglia Nest

Alla voce hardware, i Pixel 3A non sono stati la sola novità. Google ha presentato Nest Hub Max, il nuovo smart speaker con display. “Nest” è il marchio che Mountain View ha comprato nel 2014 per 3,2 miliardi di dollari. In questi anni ha sviluppato una gamma di oggetti connessi che va dalle videocamere ai termostati. Adesso diventa l’etichetta di tutti i dispositivi rivolti alla smart home, a sottolineare la continuità dell’ambiente domestico. Nest Hub Max è simile al Google Hub presentato lo scorso anno (che cambia nome in Nest Hub, scende di prezzo a 129 dollari e arriva anche in Italia), ma ha nuove funzioni e un display più grande, da 10 pollici. Costa 249 dollari. Oltre alla voce, il dispositivo risponde anche ad alcuni gesti. Ad esempio basterà alzare la mano e rivolgersi verso lo schermo per fermare la musica. Hub Max si propone anche come dispositivo connesso per tenere d’occhio la casa quando l’utente è altrove (è uno degli effetti del rapporto più stretto con gli altri dispositivi della famiglia Nest). Se invece si vuole disattivare l’obiettivo e silenziare il microfono, Google ha introdotto un interruttore fisico, sul retro.

Sul nuovo smart speaker ci sarà Voice Match (che permette di riconoscere la voce del singolo utente per offrirgli un’esperienza personalizzata) ma anche Face Match: stesso obiettivo (calendario, promemoria e contenuti personalizzati, distinti ad esempio tra moglie e marito) ma attraverso i riconoscimento del volto.

L’intelligenza artificiale naviga al posto tuo

Nel corso delle conferenze tecnologiche gli ululati sono un classico. E, diciamo la verità, si sprecano spesso e volentieri per novità che non rivoluzioneranno certo il mondo. Quando però Google ha offerto una dimostrazione del suo “nuovo” assistente digitale, che arriverà in autunno, gli ululati hanno lasciato spazio a un autentico “oooh” di sorpresa. Effettivamente, il test è stato impressionante. Una manager di Google ha parlato al proprio smartphone con un linguaggio del tutto naturale, dando istruzioni una in fila all’altra, rapidamente, senza anteporre ogni volta il comando di attivazione “Ok Google”. Risultato: Google Assistant rispondeva alle istruzioni saltando da un’applicazione all’altra. In una manciata di secondi, ha scritto un messaggio, fatto un preventivo di viaggio su Lyft, selezionato una foto (la manager ha chiesto di cercare le immagini scattate al parco di Yellowstone che ritraevano un animale) e spedito l’immagine.

Secondo Big G, il nuovo assistente digitale è 10 volte più veloce ed è stato “compresso”, occupando così meno spazio sul telefono nonostante prestazioni superiori. L’altro “oooh” è arrivato per un’altra dimostrazione. Ve lo ricordate Duplex? Nella I/O 2018 era stato la star assoluta: l’intelligenza artificiale, praticamente indistinguibile dalla voce umana, chiamava un ristorante e prenotava un tavolo al posto dell’utente. Adesso sarà sempre più integrato con Google Assistant: Big G porta infatti Duplex sul web. Cosa significa? In sostanza è l’intelligenza artificiale a navigare al posto dell’utente, compilando le pagine con le informazioni richieste. La funzione sarà disponibile entro la fine dell’anno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per noleggiare auto e comprare biglietti del cinema. Se l’utente dice “prenota un’auto per il prossimo viaggio”, Duplex attinge dai dati necessari (contenuti nell’account di Google, Gmail, Chrome e Calendario) e li usa per completare la prenotazione. Un segretario digitale nello smartphone, che sa molto di noi e scrive, sceglie, clicca.

So fast, you might’ve missed it. Running on-device, the next generation Google Assistant makes it easier to multitask across apps—so things like looking up answers, and finding and sharing a photo are faster than ever. #io19 pic.twitter.com/qXwIMbFIz5

— Google (@Google)
May 7, 2019

Maps in incognito e privacy

Entro l’anno, Google lancerà la modalità “in incognito” su Maps. Funziona come quella disponibile sui principali browser web: non vengono registrati destinazioni e percorsi. Un’accortezza che arriva dopo le polemiche dei mesi scorsi, legate a una gestione poco trasparente della cronologia delle posizioni. La modalità in incognito arriverà anche su Chrome per mobile e Youtube. Non è solo una questione di riservatezza (sul mio smartphone non resta traccia delle mie destinazioni e dei siti che ho frequentato). Con la modalità in incognito, Google avrà meno dati legati a un account, usati per costruire i suggerimenti delle ricerche (ad esempio la colonna destra dei prossimi video Youtube) ma anche le pubblicità personalizzata che compare in base alla navigazione. Nel corso della conferenza, il ceo di Google Sundar Pichai ha puntato molto sulla privacy, anticipando una nuova sezione dedicata e facilmente raggiungibile: se si sta navigando con il proprio account Google, basterà cliccare sulla foto del profilo per accedervi. La sezione raccoglie le impostazioni in un’unica stanza digitale. L’utente avrà quindi a disposizione alcune opzioni sulla “concessione” dei propri dati e sul tempo limite oltre il quale a Google non è più permesso conservarli.

Android Q: il nuovo sistema operativo

Android Q è la decima versione del sistema operativo. Numero tondo, che Big G ha voluto festeggiare svelando che il robottino verde è attivo su 2,5 miliardi di dispositivi. Come da tradizione, la I/O ha battezzato la versione beta (provvisoria) del prossimo sistema operativo. Oltre a guardare al 5G, è progettato per supportare il potenziale dei dispositivi pieghevoli: renderà più semplice il multitasking (cioè il lavoro con più app aperte) e permetterà di giocare o scrivere “in continuità” se il dispositivo (come il Galaxy Fold) ha due schermi.

In sostanza, se l’utente ha un’app aperta sul display esterno, non ci sarà alcuna interruzione quando deciderà spiegare lo smartphone per passare a quello interno. Una delle novità che più hanno catturato la platea è stata Live Caption, una funzione pensata soprattutto per i non udenti. È un sistema di trascrizione simultanea, che trasforma in lettere qualsiasi video (compresi quelli girati con il proprio telefono), podcast e file multimediali. Funziona anche senza connessione Internet, perché a trascrivere è l’intelligenza artificiale interna allo smartphone. L’intervallo tra voce e parola scritta è praticamente nullo. Android Q avrà una sezione dedicata alla privacy più chiara. E una dedicata alla gestione della geo-localizzazione.

Tra le altre cose, l’utente riceverà una notifica quando un’app in background (attiva, ma non usata in quel momento) sta utilizzando la sua posizione e potrà decidere se continuare o meno a condividerla. Il sistema operativo amplia le funzioni che permettono di controllare il tempo trascorso sul telefono. Ci sarà una modalità “Dark” (con sfondi scuri, per ragioni estetiche ma anche per risparmiare la batteria) e “Focus”: se attivata consente di disabilitare le applicazioni che distraggono. Stai studiando e vuoi evitare Instagram e Facebook ma mantenere attivo Whatsapp? Bastano un paio di mosse, senza silenziare le app una per una né bloccarle tutte. Aumentano le opzioni per i genitori che vogliano imporre vincoli ai figli: su Android Q si potrà impostare un tempo limite per ogni applicazione.

Google, le ricerche si fanno in realtà aumentata

Google interviene sui suoi risultati di ricerca: quando si cercheranno informazioni o termini, sarà disponibile l’opzione “Copertura completa”. È una possibilità già presente su Google News: raccoglie gli articoli in primo piano, i video su quella notizia e la cronologia degli aggiornamenti. Tra i risultati ci saranno anche i podcast e le animazioni in 3D. L’utente sta cercando informazioni sull’apparato scheletrico? Google metterà a disposizione uno scheletro in tre dimensioni, che grazie alla realtà aumentata può essere “posizionato” sulla propria scrivania. Stesso discorso per gli articoli d’abbigliamento: se cerco le scarpe di una marca, avrò a disposizione un’animazione tridimensionale per osservarle da ogni angolazione e – puntando il telefono – vedere come potrebbero calzare ai miei piedi.

L’AI per far parlare chi non può farlo

Questa non è una funzione che vedremo su Android, non subito almeno. Ma il progetto Euphonia, presentato sul palco da Google, è una di quelle applicazioni “buone” dell’intelligenza artificiale. Il riconoscimento vocale, grazie al quale noi parliamo e i dispositivi scrivono o ci rispondono, sta ormai entrando nell’alveo della normalità, facendoci dimenticare che dietro c’è una tecnologia estremamente complessa: un software deve conoscere il significato delle parole, capire modi di dire, comprendere i suoni in lingue e accenti diversi. Il progetto Euphonia prova a fare la stessa cosa, provando però a “tradurre” piccoli cenni, versi, pronunce distorte. Sarebbe un aiuto per chi ha subito un ictus, malati di Sla, sclerosi multipla o Parkinson. In sostanza, l’obiettivo è fare quello che fanno i programmi di trascrizione automatica. Ma partendo da un’altra “materia prima”.

Uno dei casi presentati da Google è quello di Dimitri Kanevsky, un ricercatore di Mountain View: nato in Russia, ha imparato l’inglese dopo essere diventato sordo da bambino. Il suo lessico è impeccabile, la sua pronuncia difficoltosa. Google ha sviluppato un sistema di trascrizione in tempo reale personalizzato. L’intelligenza artificiale conosce la “lingua” di Dimitri e la trasferisce sul display di uno smartphone in inglese corretto. Steve Saling è affetto da Sla e non riesce più a parlare. Euphonia ha tradotto minimi cenni del volto in risposte verbali e suoni (sì, no, esultanza o disappunto) che rendono più immediate le reazioni rispetto alla tastiera che “clicca” con gli occhi. In altri casi di Sla, i ricercatori hanno tradotto dei mugolii in comandi per accedere e spegnere la luce o attivare dispositivi.

Gli Usa confermano la minaccia di innalzare i dazi su 200 miliardi di dollari di beni esportati dalla Cina dal 10% al 25% a partire da venerdì, se non si troverà un accordo, e accusano Pechino di aver tentato una retromarcia rispetto agli impegni presi durante i colloqui per risolvere la disputa commerciale.

Anche martedì le Borse, alla vigilia della ripresa dei negoziati a Washington, tremano: i listini europei, tranne Milano, continuano il trend negativo, così come i futures di Wall Street; quelle asiatiche vedono Tokyo in calo dell’1,51% (anche a causa della chiusura di lunedì), mentre Shanghai e Hong Kong hanno tentato un debole rimbalzo, soprattutto dopo la notizia che il vicepremier cinese, Liu He, parteciperà al negoziato a Washington a partire da giovedì.

La preoccupazione del Fmi (e di Tria)

Intanto, la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, non esita a parlare di “minaccia” all’economia mondiale; e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, auspica l’accordo, mettendo l’accento sull’importanza per l’economia italiana: “Per l’Italia, che è un Paese esportatore, il fatto che ci sia un’intesa e che dunque non ci siano effetti negativi sul commercio internazionale, è una questione cruciale”. 

Ma gli Usa attaccano e accusano la Cina di volersi rimangiare “gli impegni precedenti”: “Nell’ultima settimana abbiamo visto un’erosione degli impegni da parte della Cina. Nella nostra visione è inaccettabile”, ha dichiarato il rappresentante Usa per il Commercio, Robert Lighthizer. Un giudizio condiviso anche dal segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, considerato il funzionario Usa più incline a un accordo con la Cina. Nel fine settimana, sono emerse “nuove informazioni” che lasciano trapelare l’intenzione di “cambiare l’accordo drammaticamente” in una direzione sgradita a Washington, ha detto Mnuchin, e “l’intero team economico è completamente unito e ha raccomandato al presidente di procedere con le tariffe se non raggiungeremo un accordo entro la fine della settimana”. 

Ma nessuno vuol far saltare i colloqui

Né Washington, nè Pechino sembrano comunque intenzionate a far saltare il tavolo dei colloqui. La Cina auspica di lavorare assieme con gli Usa, ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri, Geng Shuang, avvertendo che “i dazi non risolvono il problema”. Poco prima, in un segnale recepito positivamente dai mercati, il ministero del Commercio di Pechino aveva confermato che il vice primo ministro, Liu He, sarà a Washington giovedì e venerdi’ per riprendere i negoziati con la delegazione Usa (la notizia ha fatto schizzare l’indice Composite della Borsa di Shanghai, che ha chiuso la seduta in rialzo dello 0,69%).

Un invito alla calma è arrivato anche dalla stampa di Pechino: in un editoriale pubblicato sulla sua versione in cinese, il Global Times sottolinea che “anche nel caso in cui saltino i negoziati e Washington aumenti complessivamente le tariffe, questo non significa che la porta per i colloqui sia chiusa”. 

Un gruppo “mai così forte patrimonialmente, con una strategia mai così chiara”, con la cassa necessaria per fare acquisizioni, per cui “le opportunità non mancheranno”. Questo il quadro delle Generali come delineato dall’amministratore delegato, Philippe Donnet, durante la tradizionale assemblea di Trieste.

Un’assemblea fiume, oltre sei ore di durata, con numerosi punti all’ordine del giorno tra cui il piano di azionariato per i dipendenti, oltre alla nomina del cda (confermati 11 dei 13 membri precedenti tra cui tutti i vertici) e l’approvazione del bilancio. “Abbiamo definito il quadro strategico e finanziario – ha detto Donnet – ovviamente vogliamo fare acquisizioni, vogliamo rafforzare ulteriormente la nostra presenza e la nostra leadership in Europa, sono convinto che ci saranno opportunità”.

Gli obiettivi riguardano il settore assicurativo in Europa, dove c’è bisogno di un consolidamento per l’alto numero di operatori e il settore dell’asset management, dove “dobbiamo crescere a velocità piu’ alta rispetto al resto del business del 15-20% e questo include opportunità di acquisizione. Abbiamo il capitale, abbiamo la cassa per realizzare operazioni”. Donnet non ha però risposto, al termine dell’assemblea su un eventuale interesse per l’acquisizione di Fineco, di cui Unicredit metterà sul mercato il 17%.

Basta cessioni

Generali dice anche stop alle cessioni: “Abbiamo completato il nostro programma di ottimizzazione geografica vendendo 12 società che non avevano dimensione critica, oltre a Generali Leben che aveva bassa redditività. Non ci sono progetti di altre cessioni, ma se vi saranno operazioni che possono creare valore le considereremo”.

Secondo Donnet, che ha ringraziato i soci dopo la nomina in assemblea la compagnia si trova “in una situazione storicamente favorevole, mai c’è stata una situazione patrimoniale così forte, con risorse per la crescita, mai una strategia così chiara, un management così professionale, una credibilità cosi’ alta dai mercati finanziari e un piano strategico così ambizioso. Guiderò con grande passione ed entusiasmo la squadra”.

I dividendi aumenteranno “in modo sostenibile”

Ora, ha detto il presidente Gabriele Galateri, le Generali sono un vascello “solido, veloce e moderno”, con un team di ufficiali di bordo “coeso e ambizioso” e con armatori – soci e investitori – “capaci di vedere e sostenere i promettenti orizzonti che ci apprestiamo a solcare”. Il gruppo punta tra l’altro ad aumentare utili e dividendi “in modo sostenibile, senza esagerare con il pay out, che sarà tra il 55% e il 65%”.

Nel rinnovo del cda, la lista di Mediobanca ha ricevuto il 60,78% dei voti, quella di Assogestioni il 38,96%. Per la prima sono stati eletti Gabriele Galateri, Philippe Donnet, Francesco Gaetano Caltagirone, Clemente Rebecchini, Romolo Bardin, Paolo Di Benedetto, Alberta Figari, Diva Moriani, Lorenzo Pellicioli, Sabina Ricci, mentre Antonella Mei-Pochtler prende il posto di Ornella Barra. Per la secondo confermato Roberto Perotti, Ines Mazzilli prende il posto di Paola Sapienza. In precedenza l’assemblea aveva approvato la modifica statutaria aumentando i limiti di età per i membri del consiglio, consentendo quindi a Galateri di rimanere presidente oltre i 70 anni. 

L’assemblea ha anche fornito la fotografia dell’azionariato, con Mediobanca che controlla il 12,92%, Caltagirone il 5%,Del Vecchio il 4,86% e Benetton il 4%. In totale i 4 grandi soci italiani rafforzano la presa sul gruppo, contando insieme il 26,78% del capitale, contro il 23,12% dello scorso anno. Una quota superiore a quella dei fondi, pari al 21,79% (il 20,5% i fondi esteri).

Se tutti i tasselli del piano messo a punto da alcuni fondi di Blackrock andranno a posto, e se l’assemblea dell’istituto ligure darà il suo via libera, per Carige si prospetta un aumento da circa 720 milioni di euro. Di questi, circa 313 milioni arriveranno dal bond subordinato sottoscritto lo scorso novembre dallo Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi, il cui cda ha dato ieri il via libera alla conversione.

Sono queste le ultime novità emerse sul fronte della partita per la messa in sicurezza di Carige, la banca commissariata dalla Bce lo scorso gennaio. Quella messa in campo da Blackrock è “un’operazione con cui riteniamo che i problemi siano risolti definitivamente”, ha spiegato il presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd), Salvatore Maccarone, dopo che il consiglio dello Schema volontario “all’unanimita’” ha dato il via libera alla conversione del subordinato. “Un soggetto come Blackrock che ci mette una quantità di denaro importante, che è esperto in queste cose, che non è un soggetto che doveva fare l’operazione per forza e che quindi ha scelto liberamente di intervenire, fa pensare che ci siamo”, ha aggiunto, dicendosi convinto che l’assemblea dello schema, prevista per il 14 maggio, darà il definitivo via libera.

L’operazione, che arriverà al vaglio della Bce il 17 maggio, prevede un aumento di capitale da 720 milioni ‘tripartito’: oltre alla quota che arriverà dal Fitd, una parte sarà riservata al gruppo americano e ai fondi che coinvolgerà nell’operazione e una terza sarà invece dedicata agli attuali azionisti, a partire dalla famiglia Malacalza, attuale socio di riferimento. Su questa, ha aggiunto Maccarone, “c’è l’impegno che tutto l’inoptato sarà sottoscritto dal gruppo di Blackrock, quindi c’è una garanzia di copertura dell’intero aumento di capitale”.

Con il proprio intervento il Fitd salirà a circa il 43% dell’istituto “ma non vogliamo avere il controllo”: a livello di governance i consiglieri “saranno assegnati in maniera proporzionale alle quote” ma “molto verosimilmente sarà Blackrock a nominare l’amministratore delegato”. L’obiettivo è poi di uscire completamente dall’azionariato di Carige entro il 2023. Nel frattempo a Genova i commissari nominati dalla Bce, ovvero l’ex ad Fabio Innocenzi, l’ex presidente Pietro Modiano e Raffaele Lener, hanno incontrato i rappresentanti dei lavoratori.

“Sul fronte delle buone notizie ci hanno confermato che gli esuberi non saranno più di quelli previsti dall’attuale piano e che non ci saranno ulteriori interventi sulle retribuzioni dei lavoratori, che sono già fra le piu’ basse del sistema bancario”, ha spiegato ad AGI Alessandro Mutini, delegato Carige per First Cisl. È invece possibile che salga il numero delle filiali da chiudere, specialmente in alcuni territori, che comunque “non verranno abbandonati: l’idea è di spostare il personale creando delle filiali più grandi”, sintetizza il sindacalista. Fra i rappresentanti dei lavoratori, tuttavia, c’è “preoccupazione per il clima interno” e anche la volontà “che si apra una vera discussione, che al momento non c’è” sul nuovo piano industriale. 

I nuovi dazi sulle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti minacciati dal presidente americano Donald Trump fanno crollare le Borse in Asia e tremare quelle in Europa e gettano nuove incertezze sui negoziati tra Cina e Stati Uniti per risolvere la loro disputa commerciale.

A sorpresa domenica Trump ha minacciato nuove tariffe, annunciando un innalzamento dal 10% al 25% a partire da venerdì prossimo su 200 miliardi di dollari di merci esportate dalla Cina verso gli Usa, e ipotizzando di imporre un’aliquota al 25% su importazioni dalla Cina per altri 325 miliardi. Una mossa che ha creato incertezza a Pechino sulla prossima missione a Washington di una delegazione cinese per la ripresa dei negoziati, mercoledì 8 maggio. Il portavoce Geng Shuang ha confermato la partenza della delegazione, ma non la presenza in Usa del vice primo ministro, Liu He, il principale consigliere economico del presidente Xi Jinping.

Le parole del presidente Usa hanno mandato a picco gli indici asiatici, tutti negativi nella giornata odierna, con Shanghai che ha chiuso in ribasso del 5,58%, a 2906,46 punti, dopo un’apertura in calo del 3,04%, mentre l’indice Component della Borsa di Shenzhen ha terminato precipitando del 7,56%. In forte ribasso anche Hong Kong che ha chiuso in calo del 2,9% (Tokyo è chiusa per il periodo di ferie dovuto all’inizio della Nuova Era dell’imperatore Naruhito). Anche le Borse europee e Wall Street ne hanno risentito, accusando forti ribassi, sia pur non comparabili a quelli delle piazze cinesi.

Le contromosse di Pechino

Il governo cinese, secondo fonti citate dall’agenzia Bloomberg, ha anche preallertato il “National Team” di investitori istituzionali per risollevare le sorti dei listini di Pechino. Almeno una grande banca cinese si è offerta di vendere dollari per limitare il deprezzamento dello yuan, mentre la valuta cinese scivolava verso quota 6,8 sul biglietto verde. In mattinata, la Banca centrale cinese ha deciso di abbassare i requisiti di riserva obbligatori per le piccole e medie banche locali, portandoli all’8% a partire dal 15 maggio prossimo, per favorire i prestiti alle piccole imprese, e liberando 280 miliardi di yuan (circa 37 miliardi di euro).

Il rilancio di Trump rompe una tregua che durava dal 1 dicembre scorso, e giunge a sorpresa in un momento in cui Pechino e Washington sembravano avvicinarsi a un accordo “storico”. L’ultimo round di colloqui a Pechino, la settimana scorsa, era stato definito “produttivo”, dal segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin. Eppure Trump si è detto insoddisfatto: il dialogo procede lentamente, ha scritto su Twitter, accusando la Cina di un tentativo di rinegoziare l’intesa.

Ma le tensioni si inaspriscono anche sullo scenario del Mar Cinese meridionale: due cacciatorpedinieri Usa sono entrati nelle acque territoriali delle isole Spratly, rivendicate da Pechino, ma contese con altri Paesi della regione. Solo un “innocente passaggio” per il portavoce della Settima Flotta Usa, Clay Doss, ma la Cina non ha nascosto la sua irritazione per questo tipo di “azioni provocatorie”.

La Silicon Valley è sempre meno americana. Le aziende tecnologiche della baia di San Francisco, secondo uno studio della testata online Vox, sarebbero sempre più in mano a Cina e Arabia Saudita. Dall’analisi dei flussi di denaro che attraversano la Silicon Valley emergono crescenti investimenti cinesi e sauditi, e il dato sta cominciando a spaventare gli americani.

I sauditi hanno investito nelle start-up della mobilità urbana Lyft, Uber e Magic Leap, mentre 45 miliardi di dollari sono stati versati in un fondo della SoftBank, una delle più grandi banche d’affari al mondo, che ha fatto almeno 26 investimenti in Usa, dalla compagnia tech legata ai giochi online Slack a WeWork e a GM Cruise, che lavora nel campo delle auto del futuro senza guidatore.

Gli investimenti diretti di Riad ammontano a 6,2 miliardi di dollari

Secondo Quid, una piattaforma di analisi finanziarie, i sauditi hanno preso parte a investimenti diretti per un ammontare di 6,2 miliardi di dollari. L’analisi degli ultimi dieci anni mostra un trasferimento di risorse dal settore manifatturiero a quello tecnologico, di cui la Silicon Valley è il cuore. Se storicamente Wall Street ha sempre ben accolto l’arrivo di capitale straniero, crescono i dubbi su queste tendenze attuali.

Uno dei personaggi su cui si è concentrata l’attenzione è Mohammed bin Salman, 32 anni, potente principe ereditario saudita: un anno fa ha riunito quattro dei maggiori investitori della Silicon Valley, per discutere di progetti insieme. Poi ha incontrato Tim Cook, di Apple, e stretto amicizia con Sergey Brin, fondatore di Google, e Bill Gates, guru di Microsoft.

Pochi mesi dopo l’incontro, il commentatore del Washington Post, Jamal Khashoggi, sarebbe stato brutalmente ucciso nel consolato saudita di Istanbul, generando imbarazzi e dubbi sull’opportunità che la petromonarchia continui a svolgere un ruolo guida nella baia di San Francisco.

Nel caso della Cina, invece, sono le stesse start-up ad aver avviato una strategia di reazione per uscire da questo accerchiamento. Come Grindr, la app per gli appuntamenti online riservata ai gay, che attraverso gli amministratori americani ha chiesto alla proprietà cinese di uscire per paura che il governo di Pechino possa usare i dati personali per ricattare gli utenti. 

Flag Counter