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L’orologio più costoso al mondo è il Patek Philippe Grandmaster Chime Ref. 6300A, battuto per la cifra strabiliante di 31 milioni di dollari da Christie’s, a un’asta di beneficenza. L’orologio in questione è un pezzo unico, che Patek Philippe ha creato per l’occasione, l’annuale asta benefica per finanziare la ricerca sulla distrofia muscolare, tenutasi a Ginevra.

Il pezzo dei record è l’unico esemplare tra i Grandmaster Chime costruito in acciaio inossidabile. Cassa in oro rosa 18 carati, calendario perpetuo, ripetitore di minuti, un secondo fuso orario e meccanismi per il suono. Il precedente record apparteneva a un Paul Newman Rolex vendito per 17,8 milioni di dollari. 

Si è aperto il Black Fridey cinese. Si chiama Single Day ed in un minuto il colosso dell’e-commerce Alibaba ha annunciato di aver ricevuto ordini per un miliardo di dollari. In 63 minuti e 59 secondi gli ordini sono saliti a 100 miliardi di yuan (14 miliardi di dollari), sopra i livelli dell’anno scorso. In questa 11esima edizione del Single Day il record da battere sono i 30,6 miliardi di dollari di vendite dell’anno scorso.

Secondo i conti di Alibaba quest’anno i consumatori online attivi cinesi hanno raggiunto quasi i 700 milioni, il 15% in più dell’anno scorso. La giornata attuale del Single Day vale 2,5 volte le vendite del Black friday e del Cyber monday americani messi insieme.

“Bisogna far cambiare idea a Mittal: l’Italia deve continuare a produrre acciaio, e lo deve fare senza fare morire nessuno”. Lo ha sottolineato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ospite di Lucia Annunziata a in Mezz’ora in più su Raitre. “Se si fanno degli accordi, addirittura in presenza del governo, non ci può essere uno che si alza la mattina e spiega che non valgono più è inaccettabile”.

In studio nella puntata di oggi a fare da pubblico, una sessantina lavoratori coinvolti nelle crisi industriali di oggi, da un folto gruppo di operai dell’ex Ilva ad alcuni lavoratori di Alitalia, Conad e Treofan, fino a una delegazione di indiani sikh che lavorano come braccianti. 

L’intervento dello Stato

In ArcelorMittal “c’è bisogno di un intervento pubblico”, ha detto ancora Landini. “Noi al governo stiamo dicendo che è utile che ci sia un ingresso anche dello Stato in questa società in modo da controllare che gli investimenti si facciano e anche quelle che sono le politiche che vengono attivate”.

“Negli Stati Uniti – ha argomentato il segretario della Cgil – ancora esiste l’attività dell’auto perché Obama quando era presidente ha messo un sacco di soldi per evitare la bancarotta. Non esiste al mondo mercato che da solo risolve tutto, anzi il mercato da solo è quello che a volte determina questi disastri sul terreno dei diritti. Quindi che ci sia bisogno di un ruolo dello Stato che indica quelli che sono i settori strategici e condiziona anche imprese private ad andare in una certa direzione, credo che sia normale. Non sto dicendo nazionalizziamo perché così è meglio: sto dicendo che c’è un accordo che deve essere fatto rispettare. In ogni caso Mittal non può pensare che viene qui un giorno e dice che se ne va”.

Nessun dialogo con l’azienda

Landini ha poi sottolineato come ArcelorMittal non abbia ancora comunicato nulla ai sindacati, né sul fronte della rescissione del contratto né su quello dei 5 mila esuberi. “A noi è stato comunicato dal governo il problema dei 5 mila esuberi e la questione della revoca presentata al tribunale di Milano – ha spiegato – ma Mittal non ci ha detto ancora nulla”.

Per poi aggiungere: “Al Governo abbiamo chiesto che sia riattivato un tavolo con Mittal perché per noi quello deve essere l’accordo che rimane applicato. E allo stesso tempo stiamo dicendo al Governo che bisogna far cambiare idea a Mittal”.

Poi l’invito all’esecutivo guidato da Conte: “Al massimo all’inizio del prossimo anno, oltre ai cambiamenti della legge di stabilità sia chiaro se questo Paese apra una strada diversa oppure no, che rimetta al centro il lavoro e i diritti di chi lavora. Se il Governo darà delle risposte bene  se non lo farà noi facciamo il nostro mestiere come abbiamo fatto fino adesso”.

Rispetto al 2007, anno pre-crisi, le famiglie italiane hanno “tagliato” i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro e quasi 200.000 negozi di vicinato hanno chiuso i battenti. Il dato emerge da uno studio della Cgia secondo cui l’anno scorso, la spesa complessiva dei nuclei familiari del nostro Paese è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro.

Sud il più colpito

Nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). Il Sud è stato la ripartizione geografica che ha registrato la riduzione più importante. Dal 2007 al 2018 le famiglie meridionali hanno “tagliato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), quelle del Nord di 78 euro (936 euro all’anno) e quelle del Centro di 31 euro (372 euro all’anno).

A pagare il conto sono stati anche gli artigiani e i piccoli negozianti, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo. “I piccoli negozi e le botteghe artigiane“, osserva, “faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono.

Dal 2007, anno pre-crisi, al 2018 il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14,5 per cento, nella grande distribuzione, invece, è salito del 6,4 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione e’ stata dello 0,5 per cento”.

A livello regionale le situazioni più negative, in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi, si sono verificate in Umbria (-443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). In controtendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro).

La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 e’ stata inferiore a quella relativa al 2017.

Su acquisto beni la contrazione più durevole

Dall’analisi delle funzioni di spesa invece, sempre tra il 2007 e il 2018 la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7 per cento. Nel dettaglio, i beni non durevoli sono crollati del 13,6 per cento, quelli semidurevoli si sono ridotti del 4,5 per cento e quelli durevoli del 2,8 per cento. La caduta dell’acquisto dei beni è proseguita anche quest’anno: tra il primo semestre 2019 e lo stesso periodo del 2018 la contrazione è stata dello 0,4 per cento con una punta del -1,1 per cento dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno la crescita è stata del 2,9 per cento.

Tra le voci di spesa più significative va segnalata quella dei trasporti: tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8 per cento ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1 per cento. Diversamente, le telecomunicazioni hanno segnato risultati fortemente positivi: negli ultimi 10 anni +20,1 per cento e nell’ultimo anno +7,7 per cento. 

Persi 200 mila negozi in 10 anni

Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70 per cento circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni, sono scese del 5,2 per cento. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono aumentate del 6,4 per cento, mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5 per cento. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2 per cento nella grande e -0,5 per cento nella piccola distribuzione.

Secondo il ricercatore dell’Ufficio studi, Daniele Nicolai, “anche a seguito di questa forte diminuzione dei consumi delle famiglie, la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest’anno le aziende/botteghe artigiane attive”, calcola lo studio, “sono diminuite di 178.500 unità (-12,1 per cento), mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unita’ (-3,8 per cento). Complessivamente, pertanto, abbiamo perso oltre 200 mila negozi di vicinato in 10 anni”.

In Sardegna la moria più grave di aziende artigiane

In termini percentuali la regione più colpita dalla moria di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 18,3 per cento e l’Umbria con il 16,6 per cento. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8 per cento, in Piemonte con il 14,2 per cento e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6 per cento. Di segno opposto l’andamento in Calabria (+3 per cento), Lazio (+3,3 per cento) e Campania (+4,6 per cento).

“Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale”, sottolinea il segretario della Cgia, Renato Mason, “il peso del fisco continua essere troppo elevato. L’aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all’artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre piu’ difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna”. 

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha respinto al mittente la proposta con la quale il collega tedesco, Olaf Scholz, ha suggerito di superare lo stallo sul completamento dell’unione bancaria. Il cuore del piano di Scholz è non rendere più a “rischio zero” per le banche acquistare titoli di Stato, bensì misurare tale rischio sul rating del debito dei diversi Stati membri dell’Eurozona. Ciò, chiaramente, avvantaggerebbe la Germania, i cui Bund hanno un rating tripla A e sono considerati l’investimento sicuro per eccellenza. Ll’Italia e le altre nazioni con spread elevati e rating mediocri resterebbero penalizzate. E non è l’unico motivo per il quale Gualtieri ha ritenuto tale proposta pericolosa per l’intero sistema bancario europeo. Anzi, il progetto di Scholz appare talmente irricevibile per i partner della sponda Sud dell’Europa da apparire quasi provocatorio. 

A che punto è l’unione bancaria

Il progetto di unione bancaria dell’Eurozona rimane incompiuto da anni. I primi due pilastri, la vigilanza unica e il meccanismo di risoluzione unico, sono stati posti nel 2014 e nel 2016. Il terzo, l’istituzione di un sistema di garanzia comune per i depositi bancari, manca ancora all’appello, per via delle resistenze della Germania. La ragione è la stessa per la quale esiste una moneta unica ma di emissione di buoni del Tesoro unici, i vagheggiati Eurobond, ormai non si discute nemmeno più: il timore di Berlino di dover pagare per i partner dalle finanze più fragili o, meglio, il timore dei partiti di governo tedeschi dei costi politici di una maggiore integrazione, che sarebbe percepita dai loro elettori come un’occasione per le presunte cicale mediterranee di approfittarsi delle virtuose formiche teutoniche.

Su questo fronte la tattica di Angela Merkel è sempre stata la stessa: rimandare, rimandare e rimandare, sperando che prima o poi non se ne parli più. Ma ora la cancelliera appare sempre più distratta e lontana dalle questioni nazionali, tanto da essere messa sotto accusa dalla sua Cdu. L’iniziativa del ministro delle Finanze socialista, che ha esposto al Financial Times una sua proposta – sulla carta personale – per completare l’unione bancaria va quindi letta anche come una mossa a uso interno.

L’Spd in cerca di rilancio

Scholz sembra voler dimostrare che la sua Spd, ridotta ai minimi storici dalla concorrenza a sinistra dei Verdi e della rediviva Linke, è in grado di prendere l’iniziativa e scuotere la Grande Coalizione da un torpore che sta lentamente erodendo la leadership germanica a favore dell’attivismo di un rinvigorito Emmanuel Macron

Non solo. I socialisti tedeschi sono spesso stati visti come il ‘partito della spesa’, sempre pronti a venire incontro alle esose richieste delle suddette “cicale” in contrapposizione alla dottrina dell’austerità incarnata dal predecessore di Scholz, il conservatore Wolfgang Schäuble. La proposta del ministro mostra invece che l’Spd da una parte è in grado di portare avanti l’ integrazione dell’unione monetaria, in opposizione all’immobilismo della Cdu, e dall’altra di porre al riguardo condizioni molto rigide. Talmente rigide da essere indigeribili per gli altri pezzi grossi di Eurolandia, a partire dall’Italia, e quindi politicamente inattuabili, quasi a rafforzare l’ipotesi che quello di Scholz sia stato soprattutto uno spot destinato ai connazionali. 

Gli squilibri dell’unione monetaria

Rendere più rischioso per le banche acquistare titoli di Stato della propria nazione minerebbe, come dice Gualtieri, la competitività degli istituti di credito europei. A perderci di più sarebbero quelli italiani, che negli anni della crisi finanziaria hanno incamerato forti quote di debito pubblico per puntellare un Paese sotto attacco finanziario. ​E, più in generale, verrebbe esacerbata quella che è già un’anomalia: una banca centrale, quale la Bce, priva di un ruolo inequivocabile di prestatore di ultima istanza come, ad esempio, la Federal Reserve. Che comprare un buono del Tesoro americano sia “a rischio zero” è un’ovvietà. Comprare un buono italiano o spagnolo non lo è e, se la proposta di Scholz fosse attuata, lo sarebbe ancora meno. 

Se in Usa uno Stato può andare tranquillamente in bancarotta senza che ciò metta in crisi l’esistenza stessa del dollaro, nel vecchio continente la presenza di una banca centrale non ha impedito a più di un membro di andare vicino a un default disordinato. Certo, dopo la crisi greca, Mario Draghi, vincendo le resistenze tedesche, ha aggiunto all’arsenale il piano ‘Omt’, che consente a Francoforte di acquistare titoli di uno Stato membro a rischio in cambio di un piano di riforme. Meglio di niente ma non un gran miglioramento: qualora un Paese si ritrovi nelle condizioni di Atene, ovvero tagliato fuori dal mercato del debito, dovrebbe essere commissariato per poter essere salvato, come certe nazioni del terzo mondo costrette a tagli draconiani in cambio di un prestito del Fondo Monetario. Quindi, per la mancanza di uno scudo che sia davvero automatico e illimitato, investire in un titolo di Stato europeo è già potenzialmente più rischioso di comprare un bond americano o giapponese. 

Quale messaggio per i mercati?

L’idea di Scholz, pur temperata dall’introduzione di limiti graduali, è di fatto la stessa che aveva Schäuble: spezzare il legame tra le banche e il rischio del debito sovrano invece di annullare semplicemente tale rischio, strada che non potrebbe essere percorsa senza effetti negativi sull’opinione pubblica tedesca. L’implicazione di questo obiettivo è chiara: si dà per scontato che, nel caso di una nuova crisi del debito, non ci sarà una risposta immediata ed efficace, come ci si aspetterebbe da un’unione monetaria funzionale, cosa che l’Eurozona in tutta evidenza non è. Le banche vengono quindi disincentivate a investire in un asset, il debito sovrano, che in Usa o in Inghilterra, con la Fed e la BoE sempre pronte ad allargare i cordoni della borsa quanto e come vogliono, sarebbe l’investimento sicuro per antonomasia.

Il messaggio che si lancia ai mercati è devastante: se ci sarà una nuova Grecia, l’Eurozona ancora una volta risponderà in ritardo e in maniera sbagliata. E chiedere alle banche, come fa Scholz, di effettuare accantonamenti proporzionali alla quota di debito sovrano detenuta avrebbe poi, come sottolinea Gualtieri, effetti distruttivi sulla competitività delle banche europee rispetto alla concorrenza, e per molteplici motivi. In primo luogo, verrebbero considerati rischiosi investimenti, quelli in titoli di Stato nazionali, che per una banca americana o inglese non costituirebbero nessun problema.

Sarebbe poi interessante chiedere a Scholz come dovrebbero comportarsi gli investitori stranieri di fronte a titoli considerati “a rischio” dalle banche degli stessi Paesi che li emettono: come minimo dovrebbero chiedere un premio più elevato, imponendo una pressione al rialzo a tassi e spread. Chiedere ulteriori accantonamenti a banche, come quelle italiane, che hanno già in pancia una gran quantità di sofferenze significa infine aumentare la possibilità di un credit crunch.

il vero obiettivo è salvare Deutsche Bank?

Qual è quindi lo scopo di una proposta come quella di Scholz, talmente indigeribile per i partner latini da apparire inattuabile? Delle ragioni di politica interna abbiamo già detto. Nè è un eccesso di retropensiero che Berlino abbia l’intento di far capire subito chi comanda alla nuova presidente della Bce, Christine Lagarde, che – con un’unione bancaria come la immagina il ministro tedesco – dovrebbe intervenire presto a sostegno del credito entrando di conseguenza in rotta di collisione con la Bundesbank. L’obiettivo principale appare però provare a mettere al sicuro il grande malato del sistema bancario europeo: Deutsche Bank.

Se i titoli di Stato detenuti dalle banche di nazioni con rating non eccelsi verranno considerati “a rischio” e dovranno essere compensati con accantonamenti, farà forse un po’ meno paura la mostruosa (sedici volte il Pil tedesco) esposizione ai derivati alla quale è soggetta Deutsche Bank. E rendere più mobili gli spostamenti di capitali e liquidità renderebbe, per una società così ramificata oltre confine, più semplice attingere dalle risorse delle sussidiarie (ragion per cui le nazioni più piccole guardano alla proposta di Scholz con ben poco entusiasmo). 

Il campo si riequilibrerebbe così abbastanza da rendere più semplice per l’istituto tedesco trovare un partner dopo il fallimento della fusione con Commerzbank. Il completamento dell’unione bancaria agevolerebbe infatti le fusioni tra banche di Paesi diversi e la creazione di campioni transnazionali. Con la proposta di Scholz, Deutsche Bank potrebbe quindi diventare un partito più attraente e concorrenziale. Al prezzo, però, di una perdita di competitività dell’intero sistema europeo. 

 

Prima di essere nominato ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli aveva conquistato, in virtù della sua esperienza di capogruppo M5s al Senato, la stima della gran parte dei colleghi e un riconoscimento quale uomo dotato di equilibrio, intelligenza e forte capacità di mediazione politica. Doti confermate, sempre secondo gli addetti ai lavori, nelle settimane di permanenza a via Veneto e di cui avrà bisogno fino in fondo nello scenario di crisi apertosi dopo l’annuncio del dietro-front di ArcelorMittal sugli investimenti nell’ex-Ilva.

Per il 45enne ingegnere triestino, l’annunciato ritiro da Taranto dell’azienda franco-indiana e, in alternativa, i cinquemila esuberi prospettati dalla stessa, compongono un quadro drammatico, con una posta in gioco e responsabilità maggiori di quelle affrontate finora nella sua giovane carriera politica.

Dopo essere stato attivo, a livello di organizzazioni professionali, nell’ordine degli ingegneri della provincia di Trieste, di cui è stato consigliere e tesoriere dal 2009 al 201, Patuanelli ha iniziato la militanza nei 5s nella sua città coi primi gruppi “Amici di Beppe Grillo”, per poi essere eletto, sempre a Trieste consigliere comunale dal 2011 al 2016. Il suo debutto in Parlamento avviene nel marzo 2018, come senatore eletto nella circoscrizione Friuli-Venezia Giulia e da giugno viene nominato capogruppo.

La gestione del gruppo grillino a Palazzo Madama gli vale l’apprezzamento di compagni di partito e di avversari, e lo scoppio della crisi del primo governo Conte lo proietta in un ruolo di protagonista delle trattative tra M5s e Pd per la formazione dell’esecutivo attualmente in carica, al termine delle quali approderà al Mise, sostituendo Luigi Di Maio.

Il primo atto da ministro è stato quello di far approvare un decreto che affida alle autorità statali il golden power nelle operazioni concernenti i rami strategici del settore tecnologici, ma e’ quello di sbrogliare le numerosissime crisi aziendali giacenti sui tavoli del ministero, il compito più gravoso: al momento del suo insediamento erano circa 160, e il decreto imprese, approvato nei giorni scorsi, non e’ riuscito a scongiurare per l’ex-Ilva l’esito attuale. Il timore del ministro è infatti che altre situazioni, storicamente intricate e in bilico, possano precipitare nelle prossime settimane, a partire da Alitalia, senza dimenticare Whrilpool, Bekaert di Figline Valdarno, Jabil Italia, La Perla, Mercatone Uno, Ferrosud di Matera e molte altre ancora. 

“In Europa stiamo tagliando la produzione perché non facciamo soldi”. Con questa affermazione Lakshmi N. Mittal, presidente e ceo di ArcelorMittal, ha risposto, nel corso della conference call sui dati trimestrali, a un analista che gli chiedeva aggiornamenti sulla strategia nel Vecchio Continente. Una dichiarazione che racchiude il motivo principale della volontà del gruppo siderurgico di abbandonare l’Italia.

Le stime di ArcelorMittal lasciano pochi dubbi: in Europa, la domanda dovrebbe contrarsi fino al 3% (rispetto al range -1,0%/-2,0% della guidance precedente) per la debolezza della domanda automobilistica e il rallentamento del settore delle costruzioni aggravato dalla riduzione della catena di approvvigionamento.

In Europa la produzione di acciaio nel periodo giugno-settembre è scesa del 13,6% a 10,4 milioni di tonnellate rispetto alle 12,1 milioni del secondo trimestre. Anche le spedizioni nel terzo trimestre sono diminuite del 17,9% a 9,7 milioni di tonnellate mentre le vendite sono state pari a 8,8 miliardi di dollari -15,4% rispetto ai 10,4 miliardi del secondo trimestre 2019.

Sul fronte finanziario, il gruppo ha chiuso il terzo trimestre con una perdita netta di 539 milioni di dollari, a fronte di un utile di 899 milioni di un anno fa. Il rosso è legato ai bassi prezzi dell’acciaio e agli alti costi delle materie prime. L’utile prima degli interessi, delle imposte e degli ammortamenti (Ebitda) è sceso a 1,06 miliardi di dollari, contro i 2,73 miliardi dell’anno precedente. Gli analisti si aspettavano un Ebitda di 930 milioni di dollari. I ricavi si sono attestati a 16,63 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 18,52 miliardi del terzo trimestre del 2018.

La società stima che le spedizioni di acciaio saranno stabili nel 2019 rispetto al 2018, una previsione al ribasso rispetto alle precediti linee guide che prevedevano un incremento annuale. “Come previsto, nel terzo trimestre abbiamo continuato ad affrontare condizioni di mercato difficili, caratterizzate dai bassi prezzi dell’acciaio e dai costi elevati delle materie prime”, ha commentato sempre Lakshmi N. Mittal.

“In questi mercati, rimaniamo concentrati sulle nostre iniziative per migliorare le prestazioni e la nostra priorità e’ ridurre i costi, adattare la produzione e concentrarci per garantire che il flusso di cassa rimanga positivo. Continuiamo ad aspettarci una sostanziale liberazione di capitale circolante nel quarto trimestre, che dovrebbe permetterci di ridurre ulteriormente l’indebitamento netto anno dopo anno”. 

In calo la produzione d’acciaio italiana

A settembre 2019 la produzione siderurgica italiana ha fatto un passo indietro. Nel nono mese dell’anno l’output è stato di 2,208 milioni di tonnellate, con una riduzione dell’1,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (2,185 milioni tn). Sui primi nove mesi dell’anno il calo è stato pari al 3,9% con un output di 17,620 milioni (contro 18,328 milioni tn). Sono i dati diffusi dalla World Steel Association, che analizza l’andamento della produzione in 64 Paesi del mondo.

Nell’Unione europea a 28 Paesi la produzione è scesa del 2% con un output di 13,386 milioni tonnellate (contro 13,656 milioni tn). Sui primi nove mesi la flessione è del 2,8% a 122,494 milioni tonnellate (contro 125,977 milioni dello stesso periodo del 2018).

La produzione mondiale si flette a settembre dello 0,3% (con un output di 151,499 milioni tonnellate contro 151,898) milioni ma tra gennaio e settembre segna un rialzo del 3,9% a 1,39 miliardi (contro 1,34 miliardi).

Significativo il dato della Cina in controtendenza: a settembre al produzione avanza del 2,2% a 82,773 milioni di tonnellate (contro 80,959 milioni) e sui nove mesi balza dell’8,4% a 747,824 milioni di tonnellate (contro 690,151 milioni). Secondo gli ultimi dati di Federacciai in Italia a luglio l’attività dei settori utilizzatori di acciaio si è confermata in sofferenza, con automotive (-7,5%) e meccanica (-6,9%) in marcato declino.

Italia ‘maglia nera’ d’Europa per crescita nel 2020 e nel 2021, nessun segnale “significativo” di ripresa dell’economia, peggioramento della dinamica del debito anche a causa delle due misure bandiera del governo giallo-verde, reddito di cittadinanza e Quota 100′, confermate dall’attuale esecutivo. Il quadro sull’Italia che emerge dalle previsioni di autunno delle Commissione europea è fosco. Tuttavia, “il clima è cambiato”, dice Pierre Moscovici, e Bruxelles non intende aprire una procedura per violazione della regola del debito nei confronti del nostro paese: la manovra del governo non sarà respinta.

Il titolo delle previsioni della Commissione dedicato all’Italia è già un programma: “L’Italia combatte per uscire dalla depressione e dalla bassa crescita”, si legge nel documento Ue. E infatti il Paese “non mostra ancora segnali di una ripresa significativa”. Quest’anno la crescita sarà praticamente nulla (0,1%), l’anno prossimo sarà solo dello 0,4%, con stime riviste al ribasso rispetto all previsioni precedenti e in confronto alle aspettative del governo che indicano un Pil allo 0,5%. Ma soprattutto, sottolinea Bruxelles, sull’Italia continua a pesare l’aumento del debito, che anzichè collocarsi su una traiettoria discendente come chiede la Ue, salirà quest’anno al 136,2% del Pil, continuerà a crescere anche l’anno prossimo al 136,8% fino a schizzare al 137,4% nel 2021.

Male anche il disavanzo strutturale, quello che la Commissione utilizza come parametro di riferimento per le sue valutazione sui bilanci dei Paesi: nel 2020 l’Italia dovrebbe ridurlo dello 0,6% del Pil, ma Bruxelles stima un peggioramento dello 0,3%, con un aumento del deficit strutturale al 2,5%. Il governo italiano aveva indicato un peggioramento del deficit strutturale dello 0,2%. La Ue inoltre vede un “deterioramento” del mercato del lavoro, rileva un aumento della Cassa integrazione e avverte che il calo della produttività potrebbe indurre i datori di lavoro a tagliare i posti di lavoro o a ricorrere a contratti di corta durata. Il tasso di disoccupazione dovrebbe restare stabile al 10%.

Malgrado lo scenario cupo, la manovra del governo non avrà problemi a passare l’esame di Bruxelles previsto per il 20 novembre. La Commissione promuoverà la legge di bilancio dell’Italia, dice il commissario Ue, Pierre Moscovici. “Ora c’è un dialogo con l’Italia, non c’è lo stesso clima di scontro” dell’anno scorso con il governo giallo-verde, dice.

B​ruxelles, “non aprirà una procedura contro l’Italia, il bilancio del governo non sarà respinto”. Un avviso però arriva dall’altro commissario responsabile delle materie economiche, Valdis Dombrovskis. “Chiedo a tutti i paesi Ue con alti livelli di debito di perseguire politiche di bilancio prudenti e di mettere i loro livelli di debito su un percorso discendente”, dice il commissario lettone riferendosi chiaramente all’Italia. Bruxelles sarà clemente, ma la richiesta di ridurre il debito rimane.

“Mi aspetto che alle parole, a questa grande volontà, ci sia una forza dietro di farlo. Diciamo che in questi anni delle cose sono state fatte, ci sono stati anche delle impasse, tra pubblico e privato, anche col ministero, anche l’amministratore delegato di Eni Rewind lo ha ricordato, sarebbe importante che si cambiasse passo: se così è, diciamo che il Paese lo attende”.

Con queste parole, il generale Giuseppe Vadalà, commissario straordinario di governo per la bonifica discariche abusive oggetto di contenzioso Ue, ha salutato positivamente ad Ecomondo la nascita di Eni Rewind, la società ambientale di Eni (ex Syndial) presentata a Ecomondo nell’ambito di un incontro con l’ad della società, Paolo Grossi, e il direttore generale di Ispra, Alessandro Bratti.

“Sicuramente Eni Rewind, quello che era Syndial, avendo questo compito proprio di dover risanare territori che sono proprietà di Eni, dell’ex Montedison – ha spiegato Vadalà – ha una missione importante: sono 4000 ettari, ma delle situazioni più inquinanti. Eni, con tutte le problematiche che ovviamente ci sono , una società privata che era ente di Stato, è importante che faccia questo. Uno, perché ha la forza, la missione e anche la tecnologia per poterlo fare , due perché sono veramente i territori più impegnati, tre perché se lo fanno loro sicuramente possono essere anche di “esempio” per tanti privati un po’ piu’ piccoli che pero’ stanno in queste aree”.

Per Vadala’, “in questo senso questo esempio pubblico-privato di collaborazione e’ importante: gli obiettivi di inquinamento si mettono meglio a fuoco insieme – ha spiegato – e tra l’altro i territori devono essere seguiti dai comuni: quindi e’ ovvio che lo si deve fare insieme. Questo al netto delle responsabilita’, che e’ ovviamente la grande questione che un tempo aveva chi ha inquinato : dove si riesce a raggiungere il responsabile dell’inquinamento si deve perseguire. Per questo – ha concluso – la missione che abbiamo in quegli 81 siti in cui stiamo lavorando, da una parte bonifichiamo e mettiamo in sicurezza, dall’altra pero’ perseguiamo le responsabilita’ fin dove e’ possibile”. (AGI)

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“Vedo in maniera molto positiva che in un tema come quello dei rifiuti solidi urbani entri un colosso importante come Eni, pur con una sua controllata che fino ad oggi si è occupata di bonifiche, che rimangono il core business dell’azienda, però vicino a questa nuova ‘mission'”. Lo ha detto il direttore generale Ispra, Alessandro Bratti, intervenendo ad Ecomondo alla presentazione di Eni Rewind, la società ambientale di Eni ex Syndial che oggi ha debuttato ufficialmente alla fiera della green economy dopo il cambio di nome.

Per Bratti, “è importante che una società con questo patrimonio – da Syndial a Eni Rewind, al di là dei problemi delle bonifiche che come sindaci si stavano affrontando – che un gruppo cosi’ strutturato entri anche nel mondo della gestione dei rifiuti urbani, perché – ha spiegato – c’è bisogno di know how industriale, di nuove tecnologie, di intelligenza per affrontare le nuove sfide dell’economia circolare”.

“Se parliamo della gestione del ciclo dei rifiuti – ha detto ancora Bratti – l’Italia ha delle eccellenze a livello europeo, mondiali forse, nel senso che abbiamo delle situazioni di grande valore dal punto di vista gestionale, e anche tecnico, e poi ha delle situazioni che sono invece paragonabili a quelle dei Paesi sottosviluppati. Purtroppo è un’Italia ancora a due, tre velocità – ha aggiunto – e questo è un tema che ci trasciniamo da tanti anni: forse è giunto il tempo di aggredirlo nella maniera risolutiva”.

Serve dunque, ha concluso il direttore generale Ispra, “più che un cambio di passo, perché detto così sembra che non abbiamo fatto niente che non è vero, è necessaria una modalità diversa di approcciare il problema. Diciamo che se vogliamo stare nella parte alta della competizione, proviamo a pensare un po’ più in grande”. 

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