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Raggiungendo i mille miliardi di dollari capitalizzazione di mercato Alphabet, la holding che controlla Google, è entrata nell’esclusivo club di cui fino ad ora facevano parte solo Apple, Amazon e Microsoft. La società di Jeff Bezos e quella fondata da Steve Jobs avevano raggiunto tale pietra miliare nell’estate del 2018 mentre Microsoft è arrivata a mille miliardi per la prima volta nell’aprile dello scorso anno.

I titoli Amazon non hanno mai chiuso sopra il ‘trilione’ di dollari, come hanno invece fatto di recente Apple e Microsoft. A dispetto dei timori legali alle più stringenti regolamentazioni, questi colossi della Silicon Valley hanno continuato a macinare utili pur in un contesto di crescita globale tiepida, trascinando al rialzo tutto il settore tecnologico.

A spingere Alphabet sui mille miliardi di dollari di valore alla fine della seduta odierna è stato il guadagno dello 0,8% delle azioni Classe A insieme al rally dei titoli Alphabet Classe C (senza diritto di voto).

Le cinque principali società dello S&P 500 (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Facebook) rappresentano ora il 19% in termini di peso sull’indice. Apple marcia ora verso i 1.400 miliardi di capitalizzazione, Microsoft verso 1.250 miliardi mentre Amazon si muove sui 930 miliardi di dollari. Facebook vale circa 635 miliardi.

Alphabet è stata creata nel 2015 per separare il core business del motore di ricerca dagli altri segmenti che vanno dalla robotica all’auto a guida autonoma. Dallo scorso 3 dicembre l’amministratore delegato è Sundar Pichai, già Ceo di Google e che ha mantenuto il doppio ruolo. 

* Stefano Boeri

È ormai assodato che, a partire dal periodo dell’urbanizzazione indotta nel XIX secolo dalla nascita della grande industria, le città possano essere considerate le responsabili della produzione di ben il 75 percento della CO2 presente nell’atmosfera terrestre. CO2 la cui incontrollabile crescita è alle origini del riscaldamento globale e dei suoi effetti sui ghiacciai e sui mari del nostro pianeta.

Le città, dove vive la maggioranza degli individui della nostra specie, sono anche le principali vittime degli effetti del riscaldamento del pianeta. Basti pensare agli effetti drammatici delle inondazioni sui waterfront di molte metropoli costiere e ai danni che una meteorologia trasfigurata dal riscaldamento degli oceani genera su aree urbane diventate enormi placche impermeabili, dove l’acqua si accumula e scorre senza poter essere assorbita dal suolo.

O all’accelerazione degli effetti da “isola del calore” che l’aumento della temperatura genera su metropoli quasi totalmente minerali, per non considerare l’impressionante numero di decessi che il riscaldamento unito all’inquinamento dell’aria provoca tra gli abitanti delle aree urbanizzate. D’altro canto, sono proprio le città ad avere oggi le risorse e le potenzialità per diventare protagoniste di una radicale inversione di tendenza, mirata a contrastare i drammatici effetti dell’emergenza climatica.

Le dimensioni e l’intensità del fenomeno dell’emergenza climatica sono tali che il filosofo ecologista inglese Timothy Morton lo classifica come un iper-oggetto, ossia un fenomeno collocato nello spazio e nel tempo in modo da trascendere il tema stesso della localizzazione. Ci troviamo infatti di fronte a una molteplicità di effetti spesso poco visibili o percepibili solo nel lungo periodo. Oppure a effetti geograficamente lontani, come lo scioglimento del permafrost in Siberia e l’innalzamento della superficie del mare nelle isole Fiji, ma che in realtà sono strettamente collegati tra loro, anche se una prima percezione potrebbe trarre in inganno.

Non a caso un quotidiano autorevole come “The Guardian” ha recentemente proposto una sostanziale modifica del vocabolario legato al cambiamento climatico, nominato e definito come crisi o emergenza climatica. Sono proprio le incredibili accelerazioni che hanno caratterizzato l’evolversi di questo fenomeno negli ultimi anni e le loro ripercussioni sempre più intense e devastanti sull’ambiente urbano a suggerire il cambio di nomenclatura e a darci la misura della gravità di una situazione che in termini generali ci vede già sconfitti.

Città e emergenza climatica sono reciprocamente intrecciate anche rispetto alla crescita dei flussi migratori che, a causa dell’inabitabilità crescente di aree del pianeta, si riversano sulle aree urbane, generando un vero e proprio effetto a catena.

Solo nel 2012, a causa di circa 300 disastri ambientali tra uragani, alluvioni e terremoti, che hanno colpito soprattutto Cina, Stati Uniti, Filippine, Indonesia e Afghanistan, ci sono stati più di 32 milioni di profughi per motivi climatici, che si vanno ad aggiungere a tutti coloro che lasciano le proprie terre di origine a causa della progressiva desertificazione e delle continue carestie, delle guerre e delle persecuzioni religiose, di genere o legate all’orientamento sessuale che sempre più caratterizzano alcuni paesi africani e mediorientali.

Secondo le stime più recenti, nel 2050 tra i 200 e i 250 milioni di esseri umani saranno costretti ad abbandonare i propri territori di vita e a spostarsi verso le città, determinando così un ulteriore progressivo aumento dei fattori che costituiscono la causa prima della stessa emergenza climatica.

Da responsabili della crisi a protagoniste del cambiamento

La grande sfida dei prossimi anni sarà di rendere le città del pianeta non più solo responsabili o vittime, ma protagoniste di una campagna planetaria per ridurre e rallentare i fattori scatenanti dell’emergenza climatica. Tra gli strumenti più efficaci perché questo avvenga, un posto speciale merita la Forestazione Urbana. Non si tratta solo di ridurre al minimo la produzione di gas serra, ma di assorbire quote importanti di quella già prodotta e oggi la tecnologia più economica ed efficace in natura per assorbire CO2 è la fotosintesi realizzata dalle piante.

Le foreste assorbono già oggi circa il 40 percento della CO2 prodotta per il 76 percento dalle città; aumentare sensibilmente le superfici boschive entro e intorno alle aree urbane significa portare nel luogo dove si produce gas serra lo strumento più efficace per assorbirlo. Ma gli effetti positivi della forestazione non finiscono qui. Gli alberi infatti sono in grado di assorbire gli agenti inquinanti come le polveri sottili e di stemperare, grazie alla loro ombreggiatura, l’effetto “isola di calore” tipico dei centri urbani densi e congestionanti, raffrescando la temperatura dell’aria di 2-3 gradi centigradi e consentendo una riduzione significativa dei consumi di energia elettrica nel condizionamento dell’aria negli interni urbani. In sintesi si può considerare la Forestazione Urbana come una pratica che contribuisce a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, a contenere il fabbisogno energetico e a incidere positivamente sul microclima urbano e sul benessere fisico e psicologico dei cittadini del mondo.

L’attenzione verso le politiche di Forestazione Urbana è dunque particolarmente forte in questo momento storico, il lavoro di sensibilizzazione iniziato l’anno scorso, con la prima edizione del Forum Mondiale delle Foreste Urbane a Mantova, è proseguito con la seconda edizione che si è tenuta alla Triennale di Milano e che è stata organizzata insieme a FAO, SISEF e il Politecnico di Milano. Entrambe importanti occasioni per mettere a confronto politiche urbane di forestazione su scala planetaria, grazie al contributo di professionisti di discipline diverse e dell’incontro con i rappresentanti del mondo della politica e delle istituzioni, senza tralasciare l’importante dialogo con la cittadinanza.

Ristabilire una nuova alleanza tra Foreste e Città è oggi una sfida globale che richiede un’azione congiunta di reti di città e di più paesi, la collaborazione tra diversi ambiti disciplinari e il coordinamento tra diversi ambiti decisionali, politici o istituzionali. Come nel caso di “ForestaMI” progetto realizzato grazie a un protocollo di intesa tra Comune di Milano, Città Metropolitana di Milano, Parco Nord Milano e Parco agricolo sud Milano per costruire una visione strategica sul ruolo del verde nell’Area Metropolitana milanese, con l’obiettivo di raccogliere, implementare, e valorizzare i principali sistemi verdi, permeabili ed alberati, e le relative sfere vitali, all’interno del perimetro del Grande Parco Metropolitano al 2030.

Un progetto ambizioso che prevede la messa a dimora di 3 milioni entro il 2030 e che sta riscontrando un notevole successo tra imprenditori, enti e singoli cittadini pronti ad attivarsi per rendere possibile il numero maggiore di interventi di piantagione in città. Milano in questo senso sta facendo molto per valorizzare la propria infrastruttura verde e questo è in qualche modo molto significativo a tre anni di distanza dal progetto “Un Fiume Verde per Milano” dove già ipotizzavamo il recupero degli scali ferroviari cittadini attraverso la realizzazione di un parco lineare continuo che attraversasse la città e limitasse il consumo di suolo favorendo l’espansione di aree verdi boscate.

L’innesto di edifici verdi su un tessuto consolidato

Il nostro impegno come studio di Architettura e Urbanistica nella Forestazione Urbana si declina oggi su diverse tipologie di progetti, a partire dalle visioni globali, ai masterplan, agli interventi prettamente architettonici, fino alla scala del design di interni e del prodotto.

In ambito urbano, uno dei modi per dar vita a un intervento di Forestazione è quello dell’innesto di edifici verdi nel cuore del tessuto urbano consolidato. Si tratta di un’azione puntuale, alla scala dell’edificio di cui l’integrazione dell’elemento vegetale nell’architettura è la caratteristica principale. Capostipite di questo approccio è il Bosco Verticale di Milano, un edificio progettato per essere abitato da alberi tanto quanto da esseri umani, che diventa un dispositivo ecologico che contrasta gli effetti del cambiamento climatico. Una nuova tipologia di ecosistema urbano, che stiamo studiando, sviluppando e costruendo in diversi paesi del mondo declinandolo secondo le caratteristiche climatiche in cui ci troviamo ad operare. Nei progetti in corso di realizzazione, da Nanchino, a Utrecht, dal Cairo, a Shanghai, da Tirana, a Losanna, si sperimentano ogni volta tecnologie costruttive, tipologie architettoniche e selezioni vegetali differenti a seconda delle esigenze di progetto e delle caratteristiche ambientali locali. Un lavoro multidisciplinare che è possibile grazie all’importante collaborazione tra architetti, paesaggisti, etologi, agronomi e ingegneri strutturisti.

In Olanda, a Eindhoven, è ad esempio in costruzione la “Trudo Vertical Forest”, un bosco verticale in social housing con tagli tipologici residenziali a costi contenuti per giovani professionisti e nuove famiglie. L’edificio si posiziona in una zona ex industriale riqualificata e, grazie a un’ottimizzazione dei materiali e delle tecnologie impiegate, nonché all’impiego di elementi prefabbricati, propone abitazioni a prezzi calmierati oltre a una distribuzione democratica del verde per cui ogni terrazzo contiene un micro ambiente naturale composto da un albero e circa 20 cespugli.

Un altro esempio è la “Forêt Blanche” progettata per Parigi, che propone un bosco verticale realizzato con una struttura lignea. Il legno è un materiale che ci permette di proseguire nella nostra ricerca progettuale di un’architettura sempre più sostenibile, anche per quanto riguarda i materiali utilizzati, il cui impatto ambientale sia il minore possibile.

Oltre ai Boschi Verticali in varie città del mondo, stiamo attualmente lavorando a diverse soluzioni che integrino la natura nei contesti urbani, dalla realizzazione di sistemi infrastrutturali verdi fino alla fondazione di vere e proprie “città foreste”.

In generale, la sfida a cui le città sono chiamate a rispondere è moltiplicare in modo esponenziale il numero di alberi nelle città, migliorando la qualità dell’aria e – di conseguenza – la vita degli abitanti: una sfida che è necessario affrontare subito e tutti insieme.

 

* Stefano Boeri : Architetto e urbanista, è professore ordinario al Politecnico di Milano e visiting Professor in diverse università internazionali. A Shanghai dirige il “Future City Lab” alla Tongji University di Shanghai: un programma di ricerca post-dottorato che esplora il futuro delle metropoli contemporanee dal punto di vista della biodiversità e della forestazione urbana.

** Questo articolo è apparso sul numero di dicembre 2019 di World Energy

           

Dopo la tregua siglata dagli Stati Uniti con la Cina adesso va cercata la pace anche con la Ue contro la quale Donald Trump è pronto ad aumentare i dazi fino al 100% in valore su una nuova black list allargata dei prodotti che comprende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Usa per un valore complessivo di circa 3 miliardi.

È quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che l’intesa con Pechino è destinata ad avere effetti rilevanti anche sull’Unione Europea e sull’Italia che nel primo mese successivo all’entrata in vigore dei dazi ha visto crollare le esportazioni complessive del Made in Italy negli States del 10,4% con una drastica inversione di tendenza rispetto ai dieci mesi precedenti in cui erano aumentate in media del 11,3% secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat a novembre.

Si apre infatti un nuovo fronte con gli Usa dopo che l’accordo di Washington con il gigante asiatico ha garantito l’aumento significativo delle importazioni cinesi di prodotti agricoli americani, come carne di maiale, pollame, grano, mais, riso e soprattutto soia, per rispondere alle forti proteste dei farmers statunitensi storici elettori di Donald Trump che – ricorda la Coldiretti – aveva stanziato in aiuto un piano di 16 miliardi di dollari per far fronte al pesante impatto della guerra commerciale con Pechino.

A sbloccare l’intesa tra Usa e Cina è stato – precisa la Coldiretti – l’aumento record del 67% delle importazioni di soia da parte del gigante asiatico a dicembre ma anche il balzo del 75% nel 2019 degli arrivi di carne di maiale per effetto della peste suina che ha decimato gli allevamenti locali. Ora l’intesa raggiunta – sostiene la Coldiretti – è destinata a modificare in futuro la domanda di materie prime con scenari inediti nel commercio mondiale che – sostiene e la Coldiretti – vanno attentamente monitorati perché gli Usa sono il primo fornitore di soia sul mercato europeo.

Una cambiamento che riguarda direttamente l’Italia che è il primo produttore europeo con circa il 50% della soia coltivata ma che è comunque deficitaria e deve importare dall’estero. Una situazione che potrebbe precipitare dopo la conclusione della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (Ustr) degli Usa, con Trump che – sottolinea la Coldiretti – minaccia di aumentare e di estendere i dazi a prodotti simbolo del Made in Italy, a quasi tre mesi dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 dei dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti agroalimentari italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

La nuova black list – continua la Coldiretti – rischia di colpire circa i 2/3 del valore dell’export del Made in Italy agroalimentare in Usa che è risultato pari al 4,5 miliardi in crescita del 13% nei primi nove mesi del 2019, secondo l’analisi della Coldiretti.

Il vino, precisa la Coldiretti, con un valore delle esportazioni di quasi 1,5 miliardi di euro in aumento del 5% nel 2019 è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 436 milioni anch’esse in aumento del 5% nel 2019 ma a rischio è anche la pasta con 305 milioni di valore delle esportazioni con un aumento record del 19% nel 2019 secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno.

Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.

“Una eventualità devastante per il Made in Italy agroalimentare che mette a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia” denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che e’ costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni ed e’ ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa”. Prandini chiede pertanto a Bruxelles “di trovare risorse sufficienti e misure di compensazione per gli agricoltori e apprezza gli sforzi messi in campo per cercare di bloccare la disputa commerciale con l’amministrazione USA anche alla luce della missione del commissario al commercio Phil Hogan a Washington.

Il braccio di ferro tra Usa e Unione europea si riferisce alla disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus dopo che il Wto ha autorizzato gli Usa ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari delle sanzioni alla Ue. Per l’Italia al danno si aggiunge la beffa poiche’ il nostro Paese si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante l’Airbus sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna e Gran Bretagna. 

A dicembre 2019 le immatricolazioni di auto in Europa (Ue+Efta) sono salite per il quarto mese consecutivo segnando +21,4% rispetto allo stesso mese del 2018 a oltre 1,26 milioni di vetture, ad un livello record. Lo rende noto l’Acea, l’associazione dei costruttori. Nel complesso, nel 2019, le immatricolazioni di nuove auto sono aumentate dell’1,2% in tutta l’Unione Europea, raggiungendo oltre 15,8 milioni di unità e segnando il sesto anno consecutivo di crescita. L’anno è iniziato su basi deboli a causa dell’impatto dell’introduzione del test Wltp nel settembre 2018. Tuttavia, precisa l’Acea, l’ultimo trimestre del 2019, e in particolare dicembre, ha spinto la performance dell’intero anno del mercato Ue in territorio positivo. Fiat Chrysler Automobiles chiude il 2019 in Europa (Ue + Efta) con le vendite in crescita: infatti in dicembre immatricola oltre 69.400 vetture, il 13,8% in più rispetto allo stesso mese del 2018 per una quota del 5,5%. Nell’intero 2019, invece, si registra un calo del 7,3% con 946.571 nuove immatricolazioni e la quota è scesa al 6% dal 6,5% del 2018.

Usa e Cina firmeranno alla Casa Bianca oggi pomeriggio (alle 17.30 ora italiana) l’accordo commerciale provvisorio, la cosiddetta ‘Fase 1‘, che promette di segnare una nuova tregua nella disputa tariffaria in corso dall’aprile 2018 tra le due super potenze economiche. Per questo, da lunedì è a Washington una delegazione cinese guidata dal vicepremier Liu He.

L’intesa comprende trasferimenti di tecnologia, proprietà intellettuale, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari ed espansione del commercio. La Cina aumenterà significativamente le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso, uno dei punti a cui teneva maggiormente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Gli Usa dal canto loro revocheranno il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi, ma non elimineranno i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi che rimarranno come sono, mentre verranno ridotte al 7,5% le tariffe su molto del resto, per un totale stimato in 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi.

Le tappe principali

MARZO 2018 – MEMORANDUM CONTRO LA CINA SU ACCIAIO E ALLUMINIO – Donald Trump annuncia l’8 marzo ulteriori dazi doganali del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio per ridurre il deficit commerciale americano. Esentera’ da questa tronata di tariffe diversi Paesi, ma non la Cina. Il 22 marzo il presidente Usa dichiara aperta una guerra commerciale contro Pechino, denunciando “l’aggressione economica della Cina” e minacciando di imporre dazi punitivi su 60 miliardi di dollari nelle importazioni di prodotti cinesi.

6 LUGLIO – LA RESA DEI CONTI – Washington impone dazi doganali rafforzati il 6 luglio del 25% su 34 miliardi di dollari di importazioni di merci cinesi, quindi su altri 16 miliardi il 23 agosto. Il 24 settembre, l’amministrazione Trump annuncia tariffe aggiuntive del 10% su 200 miliardi di dollari importazioni dalla Cina. Ogni volta, Pechino risponde. Il braccio di ferro s’intensifica.

1 DICEMBRE – LA PRIMA TREGUA – ​Le due superpotenze economiche dichiarano una tregua di 90 giorni e rimandano i loro piani per tasse aggiuntive. Pechino promette di acquistare una notevole quantitaàdi prodotti americani.

10 MAGGIO 2019 – RIPRENDONO LE OSTILITÀ – Sostenendo che la Cina non ha mantenuto i suoi impegni proprio quando stava per essere siglato un accordo, Washington aumenta dal 10 al 25% le tasse sui 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. La guerra commerciale si estende sul campo della tecnologia a meta’ maggio, colpendo il colosso cinese delle Tlc Huawei, accusato di legami troppo stretti con il regime. Ai primi di giugno, Pechino aumenta le tasse su 60 miliardi di dollari di importazioni statunitensi e pianifica una lista nera di societa’ straniere “inaffidabili”.

AGOSTO – LA GUERRA VALUTARIA – Il primo agosto Trump accusa Pechino di non aver acquistato prodotti agricoli Usa e di fermare la vendita dell’oppioide fentanil, e annuncia tariffe del 10% su altri 300 miliardi di merci cinesi a partire dal 1 settembre. La decisione significa che praticamente tutti i 660 miliardi di dollari di scambi annuali tra le due maggiori economie del mondo saranno soggetti a dazi. Pechino minaccia contromisure e rafforza i suoi dazi doganali su tutte le importazioni dagli Stati Uniti. Sempre a inizio agosto Washington accusa formalmente Pechino di lasciare scendere lo yuan sotto le 7,0 unita’ rispetto al dollaro per la prima volta in 11 anni per sostenere le sue esportazioni. Il 23, la Cina annuncia ritorsioni per 75 miliardi di dollari su prodotti e auto americani. All’inizio di settembre, la Cina presenta una denuncia al Wto. Donald Trump annuncia dazi antidumping preliminari su alcuni acciai strutturali cinesi.

13 DICEMBRE – ACCORDO PRELIMINARE – I due Paesi annunciano un accordo commerciale preliminare. Pechino si impegna a importare circa 200 miliardi di dollari in ulteriori prodotti americani nei prossimi due anni.

13 GENNAIO 2020 Quando mancano due giorni alla firma dell’accordo preliminare (cosiddetto di Fase 1), gli Stati Uniti tolgono la Cina dalla black list dei Paesi che manipolano la propria valuta. Il 14 gennaio fanno sapere che “non c’e’ alcun accordo” per un’ulteriore riduzione dei dazi Usa già in atto al momento della firma. 

In attesa del Cda di Aspi in programma giovedì che potrebbe svelare il nuovo piano industriale che punterebbe forte su investimenti e manutenzione, il governo si interroga su come procedere sulla questione della revoca della concessione. Nella giornata di martedì la ministra delle Infrastrutture e Trasporti, Paola De Micheli, ha auspicato un approfondimento dei gruppi parlamentari a dimostrazione che nel Pd non c’è uniformità di vedute.

“C’è il tema della revisione delle regole di gestione e di rapporto con i custodi di queste opere. Vale per i concessionari autostradali, sui quali c’è una discussione e un dibattito anche dentro di noi”, ha ammesso la ministra. Forti perplessità su una eventuale revoca le avrebbe il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, preoccupato per le ricadute sulla finanza pubblica.

In ogni caso, la decisione del governo dovrebbe essere resa pubblica a fine mese dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria. Fermo sulla sua posizione invece il leader di Italia Viva, Matteo Renzi secondo il quale sulla revoca della concessione “si giocherà l’egemonia culturale” all’interno del governo Conte bis. “Io non difendo Autostrade ma il principio della certezza del diritto. Se ci sono state inadempienze contrattuali lo vediamo dalle carte. Se la società è inadempiente, revoco il contratto: ma chi decide? Le regole e le leggi sono cose serie”, ha osservato.

“Se la revoca ha basi giuridiche serie lo deve dire l’esperto di leggi, altrimenti i miei figli pagheranno per anni un regalo ad Autostrade. Se viene fuori che la colpa” del crollo del Ponte Morandi “non è di Autostrade bisognerà restituirgli 23 miliardi. Mi vergogno che lo Stato domani dovrà pagare 23 miliardi per il populismo di oggi”.

A stretto giro arriva la replica dell’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli secondo cui “Renzi è l’unico a non essere d’accordo sulla revoca ma sappiamo benissimo che lui sta dalla parte dei lobbisti…”. Contrario all’ipotesi di una maxi multa, il viceministro delle Infrastrutture e Trasporti, Giancarlo Cancelleri. “Quando sento parlare di maximulta onestamente mi vengono i brividi”, ha spiegato, sottolineando anche lui come il Pd stia convergendo sulle posizioni del M5S.

In un’intervista al Corriere del Veneto invece il presidente di Edizione Holding (che controlla Atlantia e a cascata Aspi), Gianni Mion afferma come la famiglia Benetton abbia capito l’errore. “È comprensibile che si voglia dare una lezione alla società. Tanto più che si è creata una psicosi sui ponti che crollano e le gallerie chiuse. Da parte dell’azienda ci si è resi conto dei danni causati e c’è stato un significativo ravvedimento operoso riconosciuto anche dal ministro Paola De Micheli”. “Mi risulta – ha concluso Mion – che ci sia disponibilità alla negoziazione della controparte”.  

L’equazione tutele crescenti – licenziamento agevole appare infondata. È quanto emerge dallo studio “I contratti a tempo indeterminato prima e dopo il Jobs act”, elaborato dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro utilizzando i microdati CICO (Campione Integrato Comunicazioni Obbligatorie). Secondo i dati raccolti, dunque, il contratto “a tutele crescenti” non presenta maggiore rischio di licenziamento rispetto a quello soggetto al regime dell’art. 18, tant’è che, a 39 mesi dall’assunzione, risulta licenziato il 21,3% dei dipendenti assunti nel 2015 con il nuovo regime a fronte del 22,6% dei neoassunti con contratto tradizionale nel 2014.

Il contratto a tutele crescenti, inoltre, “sopravvive” di più rispetto a quello tradizionale: sempre a 39 mesi dall’assunzione, il 39,3% dei contratti stipulati nel 2015 continuano ad essere attivi contro il 33,4% di quelli sottoscritti in regime di articolo 18.

Se si guarda, poi, alle motivazioni dei licenziamenti, quelli per motivo economico restano la principale causa di recesso (a 39 mesi dall’assunzione risulta licenziato per tale motivo il 18,5% dei neoassunti con contratto a tutele crescenti contro il 20,6% degli assunti con contratto a tempo indeterminato tradizionale) mentre il licenziamento disciplinare continua a interessare una quota marginale di neoassunti con le tutele crescenti (2,8% contro 2,1%).

L’analisi è stata condotta confrontando gli esiti occupazionali dei contratti a tempo indeterminato stipulati a partire dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del regime a tutele crescenti, con gli avviamenti effettuati tra il 2011 e il 2014 e, dunque, soggetti all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, per un periodo pari a 39 mesi dall’attivazione ed escludendo i contratti a tutele crescenti che hanno beneficiato dell’esonero contributivo triennale previsto dalla L. n. 190/2014 che, come è noto, ha avuto un impatto estremamente significativo sulle nuove assunzioni.

La tenuta di questa tipologia di contratti, infatti, è maggiore rispetto a quella dei contratti a tutele crescenti che non godono dell’agevolazione. Considerando anche l’intervento della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 194/2018 ha abrogato il rigido meccanismo di calcolo delle indennità.

Blackrock, la più grande società d’investimento del mondo, è pronta a votare contro i consigli di amministrazione delle società di cui è azionista “se non svolgeranno progressi sufficienti in materia di informativa sulla sostenibilità e non predisporranno linee guida e piani aziendali ad essa connessi”.

Lo ha scritto l’ad del gruppo, Larry Fink, a conclusione di una lettera pubblicata oggi sul sito dell’azienda. “Riteniamo che quando una società non affronta efficacemente un problema materiale, i suoi amministratori debbano essere ritenuti responsabili”, ha spiegato; “laddove riteniamo che le società e i consigli di amministrazione non stiano producendo informative efficaci sulla sostenibilità o non stiano implementando procedure per la gestione di questi problemi, considereremo i membri del consiglio di amministrazione responsabili”. 

I rischi collegati al cambiamento climatico cambieranno per sempre il mondo della finanza, osserva il numero uno di Blackrock. “Il cambiamento climatico è divenuto per le società un fattore determinante da prendere in considerazione nell’elaborare le strategie di lungo periodo”, ha sottolineato

“Lo scorso settembre, quando milioni di persone si sono riversate per le strade per richiedere un intervento in merito al cambiamento climatico, molte di loro hanno evidenziato l’impatto significativo e duraturo che questo fenomeno avrà sulla crescita e sulla prosperità economica, un rischio che i mercati fino ad oggi sono stati più lenti a recepire”.

“Ma – prosegue la lettera di Fink – la consapevolezza sta cambiando rapidamente e credo che siamo sull’orlo di una completa trasformazione della finanza. I dati sui rischi climatici obbligano gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna”.

Per questo “sempre più gli investitori sono costretti a confrontarsi con questi interrogativi e sempre più si rendono conto che rischio climatico significa rischio d’investimento. In effetti, i cambiamenti climatici sono quasi invariabilmente la prima problematica che i clienti, in tutto il mondo, ci pongono innanzi. Questi interrogativi stanno comportando una profonda rivalutazione del rischio e del valore degli asset. E poiché i mercati dei capitali anticipano il rischio futuro, registreremo i cambiamenti nell’allocazione di capitali più rapidamente rispetto a quelli nel clima. In un futuro vicino – prima di quanto anticipato da molti – avrà luogo una significativa riallocazione del capitale“, prevede l’ad di Blackrock.

Nell’anno della guerra dei dazi, la Cina accusa un vistoso assottigliamento del surplus commerciale sugli Stati Uniti, che scende sotto i trecento miliardi di dollari nel 2019 segnato dalla disputa tariffaria tra le due grandi economie, ora avviate verso la firma dell’accodo di fase uno sul commercio. Lo scorso anno, secondo i calcoli denominati in dollari sui risultati diffusi dall’Amministrazione Generale delle Dogane cinese, il surplus commerciale di Pechino su Washington si è attestato a quota 295,8 miliardi di dollari, in calo dell’8,5% rispetto al risultato record dell’anno precedente, quando aveva toccato quota 323,3 miliardi di dollari.

La Cina è oggi è il terzo partner commerciale degli Stati Uniti, dietro Unione Europea e l’area dell’Asean, l’associazione dei Paesi del sud-est asiatico. A dicembre scorso, invece, il surplus commerciale cinese nei confronti degli Usa si è fermato a quota 23,18 miliardi di dollari rispetto al dicembre 2018, in lieve calo rispetto al risultato di novembre, quando era a quota 24,6 miliardi di dollari. 

La pace commerciale tra Stati Uniti e Cina è finalmente scoppiata? È la scommessa su cui puntano mercati e analisti, quando mancano tre giorni alla firma dell’accordo di ‘fase 1’ che segna una nuova tregua nella disputa tariffaria in corso dall’aprile 2018 tra le due super potenze economiche. Sullo sfondo restano le tensioni tra Washington e Teheran seguite all’uccisione del generale Soleimani che nei giorni scorsi hanno agitato le Borse (e non solo), anche se lo spettro di un conflitto aperto sembra essere rientrato dopo le rassicurazioni arrivate da entrambe le parti.

Una manciata di giorni fa è arrivata da Pechino la conferma della presenza a Washington dal 13 al 15 gennaio della delegazione guidata dal vice primo ministro Liu He. Cina e Stati Uniti “rimangono in serrata comunicazione” sugli ultimi dettagli prima della firma, ha fatto sapere il portavoce del ministro del Commercio cinese. I negoziatori dei due team stanno lavorando per arrivare alla firma di un pre-accordo che comprenderà i trasferimenti di tecnologia, la proprietà intellettuale, i prodotti alimentari e agricoli, i servizi finanziari e l’espansione del commercio.

Nessun nuovo dazio ma quelli vecchi (per ora) restano

La Cina aumenterà “significativamente” le importazioni di prodotti agricoli dagli Usa, come carne di maiale, pollame, fagioli di soia, grano, mais e riso, uno dei punti a cui teneva maggiormente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e su cui è rimasta l’incertezza fino alle ultime ore.

La nuova tregua raggiunta da Washington e Pechino ha eliminato il rischio di nuove tariffe al 15% che sarebbero scattate il 15 dicembre scorso su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi, ma non eliminano le tariffe al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi che, ha precisato Trump, “rimarranno come sono”, mentre verranno ridotte al 7,5% le tariffe su “molto del resto”, per un totale stimato in 120 miliardi di dollari di prodotti cinesi.

Le divergenze che restano

L’accordo raggiunto appare come il maggiore risultato delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, sempre più divisi su altre questioni, dai timori di spionaggio informatico, fino alle proteste di Hong Kong e al tema dei diritti umani nella regione autonoma cinese dello Xinjiang.

Poche settimane prima dell’annuncio dell’intesa, a Pechino durante il New Economy Forum organizzato da Bloomberg, l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, aveva avvertito delle conseguenze di un mancato accordo nella questione delle tariffe che, aveva detto, avrebbe potuto sfociare in una guerra vera tra le due grandi potenze: i colloqui in corso, aveva spiegato il 96enne artefice dell’avvio delle relazioni tra Cina e Stati Uniti negli anni Settanta, rappresentano un “surrogato” per altri colloqui su problemi di maggiore peso.

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