Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Si prospetta un’altra giornata difficile per i mercati con gli occhi puntati sulle mosse aggressive delle banche centrali che stanno rafforzando i timori di recessione globale. I future a Wall Street viaggiano in calo dopo la chiusura negativa di ieri, e anche in Europa sono deboli.

Le Borse asiatiche si avviano a chiudere la quarta seduta in rosso.

Come previsto la Fed ha alzato il tasso di riferimento di 0,75 punti percentuali. Ma ha indicato una traiettoria di rialzi continui più lunga di quanto i mercati avessero stimato. Ora gli investitori temono che una Fed ‘falco’ possa far precipitare l’economia in recessione.

La banca centrale è determinata a domare l’inflazione galoppante e ha riconosciuto che il processo potrebbe portare a un aumento della disoccupazione. Il mercato del lavoro Usa rimane teso, con 213.000 nuove richieste di sussidi di disoccupazione presentate la scorsa settimana, cifra al di sotto delle aspettative e solo leggermente al di sopra del dato rivisto della settimana prima. Tutt’altro che rassicurati, i listini della Borsa di New York dopo un avvio debole ieri hanno ampliato i cali trascinando al ribasso anche le Borse europee, che hanno chiuso la seduta in forte calo.

Dopo la Fed, anche la Banca d’Inghilterra ieri ha aumentato il costo del denaro di mezzo punto percentuale dall’1,75% al 2,25%. Una decisione in linea con le attese degli analisti. Sono intervenute anche la Svizzera e la Norvegia. Nel dettaglio la banca centrale svizzera ha alzato il costo del denaro di 75 punti allo 0,5%, ponendo fine così a oltre sette anni di tassi negativi e non ha escluso la necessita’ di ulteriori rialzi per garantire la stabilita’ dei prezzi a medio termine.

La Banca di Norvegia ha aumentato il tasso di interesse di riferimento di 0,5 punti percentuali, portandolo al 2,25%, al top dalla fine del 2011.

In controtendenza la Banca del Giappone (BoJ) che ha invece mantenuto la sua politica monetaria ultra-accomodante, spingendo brevemente il dollaro al di sopra della soglia simbolica dei 145 yen, un nuovo massimo da 24 anni.

La Boj ha mantenuto invariato il suo obiettivo di -0,1% per i tassi di interesse a breve termine e lo 0% per il rendimento dei titoli di Stato a 10 anni con un voto unanime. Immediato l’intervento del governo di Tokyo sul mercato dei cambi a sostegno dello yen, che è così risalito.

AGI – È possibile ridurre l’elevata inflazione negli Stati Uniti, pur mantenendo un solido mercato del lavoro. Lo ha detto il segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen, affermando di sperare che la Fed “arriverà” a farlo. Parlando in un evento organizzato dalla rivista ‘The Atlantic’, Yellen ha sottolineato: “Penso che ci sia un percorso per riuscire a ridurre l’inflazione mantenendo un solido mercato del lavoro e spero vivamente che la Fed raggiunga questo obiettivo”.

Ieri la Fed ha alzato nuovamente i tassi d’interesse di 75 punti base e il presidente Jerome Powell ha ribadito che combattere l’inflazione potrebbe essere doloroso per l’economia. Ma la carenza di lavoratori nel mercato del lavoro americano, che porta a salari più alti, è una delle fonti dell’inflazione, ha spiegato Yellen, parlando di “probabili pressioni inflazionistiche provenienti dal mercato del lavoro” e sottolineando che “è compito della Fed affrontare gli squilibri tra domanda e offerta”.

La banca centrale Usa dopo la riunione di politica monetaria ha aggiornato le sue previsioni economiche. E prevede che il rallentamento dell’attivita’ causato dai rialzi dei tassi porterà a un aumento della disoccupazione leggermente più forte di quanto previsto in precedenza. Il tasso di disoccupazione negli States dovrebbe raggiungere in media il 3,8% nel 2022 (3,7% previsto in precedenza), per poi salire al 4,4% nel 2023 (dal 3,9%). Era del 3,7% ad agosto, uno dei più bassi degli ultimi 50 anni.

Ma alcuni economisti ritengono che queste previsioni siano troppo basse. Pertanto, ieri l’ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Larry Summers, ha avvertito in un tweet che il tasso di disoccupazione dovrebbe probabilmente superare il 5% per vedere un forte e duraturo rallentamento dell’inflazione.

Yellen ha riconosciuto che c’è “necessità di allentare la pressione del mercato del lavoro”, senza tuttavia “che il tasso di disoccupazione debba aumentare altrettanto”, ha aggiunto. “Possiamo ancora avere un mercato del lavoro buono e solido. Senza così tanta pressione sui salari”, ha affermato.

L’inflazione negli Stati Uniti si è attestata al 6,3% su base annua a luglio, secondo l’ultimo dato disponibile dell’indice Pce, utilizzato dalla Fed, che vuole riportare l’inflazione intorno al 2%. Esiste un altro indice di inflazione, il Cpi, che è un riferimento in particolare per l’indicizzazione delle pensioni, che ad agosto ha raggiunto l’8,3% in un anno. 

AGI – Anche Meta e Google non sfuggono al taglio dei costi (e del personale) che da mesi sta stritolando le Big Tech del pianeta. Palo Alto, secondo un rapporto del Wall Street Journal, sarebbe alle prese con un piano di razionalizzazione delle risorse e di riorganizzazione interna: un taglio dei costi previsto del 10%. Google ha invitato, sempre come riporta il quotidiano, alcuni dei suoi dipendenti a cercare un’altra occupazione all’interno dell’azienda. 

Inflazione, rallentamento della crescita, crisi internazionale, aumento del costo del lavoro, riflessi del post-pandemia: questa la combinazione che sta portando molte aziende americane a stringere la cinghia (che poi vuol dire ridurre l’organico). Poche però usano il termine “licenziamenti”. Lo ha fatto Snap, che a fine agosto ha annunciato un taglio del 20% del personale (dopo aver aumentato il numero dei dipendenti del 65% dalla fine del 2020): 1300 dipendenti.

Tagli alle spese generali e ai budget di consulenza, riorganizzazione dei dipartimenti e la possibilità offerta ai dipendenti di un periodo per cercare una nuova collocazione interna (se dopo un mese non ti sei ricollocato sei fuori: questa la prassi), senza che nelle discussioni interne si parli di “licenziamenti”. È quanto aspetta la società di Mark Zuckerberg. Come è risultato dalla sua ultima trimestrale, la società madre di Facebook è costretta a fare i conti con un aumento del 22% su base annua dei costi e delle spese per un totale di quasi 20,4 miliardi di dollari. La società ha investito molto nel Metaverso nella speranza che questa tecnologia, tutta però ancora da sviluppare, porti a vendite e ricavi massicci.

La società ha anche registrato il suo primo calo dei ricavi in assoluto rispetto a un anno fa e ha previsto che le sue vendite sarebbero diminuite nuovamente nel terzo trimestre. Il Chief Product Officer Chris Cox ha scritto in una nota ai dipendenti che la società deve “funzionare in modo impeccabile in un ambiente di crescita più lenta, in cui i team non dovrebbero aspettarsi grandi afflussi di nuovi ingegneri e budget”.

A pesare sulla compagnia di Palo Alto anche l’aggiornamento sulla privacy di Apple per iOS 14 dell’anno scorso, che ha reso più difficile per Meta fornire agli inserzionisti informazioni dettagliate sui suoi utenti: con la conseguenza che stanno spostando i loro investimenti su altre piattaforme. C’è poi da fare i conti con l’ascesa di TikTok, che ha pesato sulla crescita degli utenti dell’azienda. Meta ha dichiarato di avere 83.553 dipendenti alla fine del secondo trimestre, in aumento del 32% rispetto a un anno fa.

Anche a Mountain View sono alle prese con il taglio dei costi. Google, secondo il rapporto del Wall Street Journal, avrebbe richiesto ad alcuni dipendenti di candidarsi per nuovi posti di lavoro, se vogliono rimanere in azienda. Big G in genere dà ai dipendenti 60 giorni per candidarsi ad altri ruoli nella compagnia. A marzo, più di 1.400 lavoratori di Google hanno firmato una petizione che chiedeva all’azienda di estendere il periodo di 60 giorni a 180 giorni per un gruppo di oltre 100 dipendenti nella divisione cloud computing.

Secondo un portavoce di Google, quasi il 95% dei dipendenti che hanno espresso interesse a rimanere in azienda trova nuovi ruoli entro il periodo di preavviso. Alphabet ha dichiarato 174.014 dipendenti alla fine del secondo trimestre, in aumento del 20,8% rispetto all’anno precedente.

AGI – Tokyo mostra i muscoli e interviene per rafforzare lo yen in caduta libera. È la prima volta che succede dalla fine degli anni ’90.

La valuta nipponica stamane è crollata ai minimi di 24 anni in seguito all’impegno della banca centrale di mantenere la sua politica ultra-accomodante, in controtendenza con gli altri istituti come Fed e Bce che stanno invece rialzando i tassi per fronteggiare l’inflazione.

L’intervento del governo ha fatto schizzare lo yen da 145,83 a 142,39 yen sul dollaro nel giro di pochi minuti. 

La Fed ha ieri deciso il terzo aumento consecutivo dei tassi di 0,75 punti percentuali, cui ha fatto seguito la Banca svizzera che ha rialzato i tassi in ugual misura.

La Banca del Giappone invece, la Boj, ha mantenuto i tassi di interesse overnight a -0,1%: il governatore Haruhiko Kuroda, ha fatto sapere che lascerà invariata la sua forward guidance per i prossimi due o tre anni e ha dichiarato che effettuerà acquisti giornalieri di obbligazioni a 10 anni a un rendimento dello 0,25%. 

In effetti il Giappone non ha un’emergenza-prezzi come gli Usa o l’Eurozona: ad agosto sono aumentati del 2,8% e anche se si tratta del ritmo più rapido in quasi otto anni, è comunque più blando rispetto alle altre regioni.

L’inflazione insomma sta salendo a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime e dell’indebolimento dello yen ma sembra sotto controllo al punto che nonostante la domanda resti debole, la Boj prevede che tornerà presto sotto il 2%. 

“Potete aspettarvi che non ci saranno cambiamenti alla nostra forward guidance per circa due o tre anni”, ha detto Kuroda in una conferenza stampa, anche se ha aggiunto che potrebbero esserci piccole modifiche a seconda degli sviluppi economici e dei prezzi.

“Con chiare differenze nella situazione economica e dei prezzi, non è necessario che il Giappone elimini i tassi negativi perché altri lo hanno fatto“, ha aggiunto, ribadendo che la BoJ deve continuare a sostenere l’economia con misure di allentamento monetario finché non si riprenderà completamente dalla pandemia.

L’impatto sullo yen non si è fatto attendere: per questo motivo, a suo sostegno, Tokyo è intervenuto unilateralmente sul mercato valutario per la prima volta dal 1998, sulla scia della decisione della banca centrale di mantenere i tassi d’interesse ultra-bassi che hanno fatto scendere la valuta.

“Abbiamo intrapreso un’azione decisiva (nel mercato dei cambi)”, ha dichiarato ai giornalisti il vice ministro delle Finanze per gli Affari Internazionali Masato Kanda, rispondendo affermativamente quando gli è stato chiesto se ciò significasse un intervento. Subito dopo, lo yen è balzato del 2,2% rispetto al dollaro statunitense ma c’è da ricordare che quest’anno ha perso il 22% del suo valore. Stamattina, anzi, la valuta ha toccato un minimo di 24 anni a 145,90 contro il dollaro.

Secondo gli analisti, non è il caso di dormire però sugli allori: a giudizio di Oru Suehiro, della Daima Securities, “se il rialzo dei tassi da parte della Fed dovesse accelerare, il rischio di un ulteriore indebolimento dello yen rimarrebbe”.

Pessimista invece Ben Laidler, strategist di Etoro, secondo cui “il primo intervento valutario giapponese in quasi un quarto di secolo è un passo significativo, ma in definitiva destinato a fallire, per difendere lo yen. Quest’anno lo yen è stata la valuta più drammatica, perdendo oltre il 20% del suo valore rispetto al dollaro.

Ma il fenomeno è stato determinato dai fondamentali, con i tassi d’interesse giapponesi ai minimi e la crescita economica lenta. Finché la Fed rimarrà sul piede di guerra e alzerà i tassi, qualsiasi intervento sullo yen probabilmente rallenterà, e non fermerà, la sua corsa”. Sulla stessa linea, Jane Foley, di Rabobank: “Questa mossa avrà successo nell’invertire la rotta del dollaro/yen? Non credo“.

Secondo Simon Harvey, capo di Fx Analysis al Monex di Londra, “la capacità dei politici di far scendere il dollaro-yen nel medio termine è soggetta a un maggiore scetticismo a causa dell’atteggiamento aggressivamente falco della Fed e della natura limitata delle riserve valutarie del Giappone. Per ottenere uno yen più forte nel medio termine, continuiamo a ritenere che la BoJ dovrà abbandonare la sua politica ultra-allentata, in quanto gli sforzi di intervento sul mercato valutario si riveleranno insostenibili.

AGI – La Bce conferma la linea aggressiva contro l’inflazione che resta “troppo elevata”, e lancia l’allarme sul rallentamento della crescita e sui rischi che derivano dal caro-energia, dalla guerra in Ucraina e dalla corsa dei prezzi. L’economia nell’Eurozona, avverte, è destinata alla stagnazione fino ai primi mesi del 2023 e i prezzi del gas nel breve periodo “rimarranno eccezionalmente elevati.

“Dopo il recupero osservato nella prima metà del 2022 i dati recenti indicano un considerevole rallentamento della crescita nell’area dell’euro, con l’economia che dovrebbe ristagnare nel prosieguo dell’anno e nel primo trimestre del 2023″, sottolinea l’istituto di Francoforte nel bollettino mensile.

In prospettiva, “vi sono chiari segnali di un protratto rallentamento dell’attività economica in un contesto di elevata inflazione e perdurante incertezza collegate alla guerra in Ucraina e agli andamenti connessi all’energia”. La crescita del Pil nell’Eurozona dovrebbe quindi attestarsi in media d’anno al 3,1 per cento nel 2022, per poi registrare un calo pronunciato scendendo allo 0,9 per cento nel 2023 e risalire all’1,9 nel 2024.

Gli esperti della Bce hanno rivisto le prospettive per la crescita del Pil al rialzo di 0,3 punti percentuali per il 2022, dopo dati migliori del previsto nella prima metà dell’anno, e al ribasso di 1,2 e 0,2 punti percentuali rispettivamente per il 2023 e il 2024, principalmente a causa dell’impatto delle interruzioni nell’offerta di energia, dell’aumento dell’inflazione e del connesso deterioramento del clima di fiducia.

Gli esperti dell’Eurosistema hanno anche rivisto significativamente al rialzo le proiezioni sull’inflazione, che si porterebbe in media all’8,1 per cento nel 2022, al 5,5 nel 2023 e al 2,3 nel 2024. Rispetto alle stime elaborate nello scorso giugno, l’inflazione complessiva e’ stata oggetto di una revisione al rialzo considerevole per il 2022 e il 2023 (rispettivamente pari a 1,3 e 2,0 punti percentuali) e lieve per il 2024 (0,2 punti percentuali) riflettendo “dati recenti non corrispondenti alle attese, forti aumenti nelle ipotesi relative ai prezzi all’ingrosso di gas ed elettricità, una più vigorosa dinamica salariale e il recente deprezzamento dell’euro”.

Il Consiglio direttivo è quindi pronto a “aumentare ulteriormente i tassi di interesse nelle prossime riunioni per frenare la domanda e mettere al riparo dal rischio di un persistente incremento delle aspettative d’inflazione” e “riesaminerà regolarmente la traiettoria della politica monetaria alla luce delle informazioni più recenti e dell’evolvere delle prospettive di inflazione”.

Anche in futuro le decisioni sui tassi di riferimento saranno definite di volta in volta a ogni riunione. La Bce ribadisce il monito ai governi sui conti: “Le misure di sostegno di bilancio volte ad attutire l’impatto dei rincari dell’energia dovrebbero essere temporanee e indirizzate alle famiglie e alle imprese più vulnerabili, in modo da limitare il rischio di alimentare pressioni inflazionistiche, migliorare l’efficienza della spesa pubblica e preservare la sostenibilità del debito”.

“Le politiche strutturali dovrebbero mirare a innalzare il potenziale di crescita dell’area dell’euro e rafforzare la sua capacità di tenuta”, sottolinea l’istituto di Francoforte. Tuttavia, nonostante gli interventi di sostegno messi in campo dai singoli Paesi, il disavanzo di bilancio delle amministrazioni pubbliche dell’area dell’euro, dovrebbe continuare a scendere, dal 5,1 per cento del Pil nel 2021 al 3,8 nel 2022 e poi al 2,7 entro la fine dell’orizzonte di previsione.

Quanto al mercato del lavoro, “si è dimostrato solido” e si dovrebbe indebolire a seguito del rallentamento economico, pur continuando nell’insieme a evidenziare una tenuta piuttosto buona”. Ma mette in guardia la Bce: in prospettiva, “è verosimile” che “un aumento del tasso di disoccupazione”. 

AGI – “Dieci anni sono un numero importante. Sono davvero orgoglioso che la Maker Faire Rome abbia compiuto 10 anni. Ci siamo evoluti e rafforzati nel tempo raccontando l’innovazione tecnologica e connettendo persone e idee. Siamo una piattaforma consolidata in grado di coinvolgere imprese, scuole e appassionati in percorsi di co-progettazione, apprendimento, formazione e matchmaking”.

Così Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma, alla presentazione della decima edizione della Maker Faire Rome, in programma dal 7 al 9 ottobre a Roma nell’area dell’ex Gazometro, zona Ostiense (ingresso in via del Commercio 9-11, dalle 10 alle 19). Iniziativa organizzata da Innova Camera, azienda speciale della Camera di Commercio. Tagliavanti ha ricordato come nel 2012, in piena crisi, questa iniziativa “fu una luce. All’edizione in programma alla Sapienza poi incontrammo gli innovatori con la I maiuscola”.

Tagliavanti ha sottolineato che oggi la MFR ha l’aspirazione di aprire una porta, “una volta l’anno, a Ostiense, un quartiere dove Roma si riprogettò”. La città ha la sua forza e le sue energie, che “devono parlarsi tra di loro”: tutte: università, imprese, famiglie, innovatori. “Una grande manifestazione di divulgazione che vuole essere un’iniziativa di servizio alla città”

Per Luciano Mocci, presidente di Innova Camera “l’innovazione è una sfida irrinunciabile e decisiva per tutti. Roma molto competitiva su questo fronte anche grazie alla nostra manifestazione. Ora si aprono nuove prospettive per la nostra città che bisogna sviluppare”. Mocci ha sottolineato come “la manifestazione sia cresciuta tantissimo nel corso degli anni raggiungendo nel 2018 110 mila presenze”. Non solo presenze, è cresciuto anche il territorio in chiave innovativa.

“Maker Faire Rome – ha detto sempre Luciano Mocci – continua a crescere e ad attirare l’attenzione di un pubblico sempre più vasto e questo grazie anche alla capacità di non fermarci di fronte agli ostacoli e di superare le difficoltà. Siamo giunti alla decima edizione e, con grande soddisfazione, continuiamo a diffondere la cultura dell’Open Innovation consentendo al sistema produttivo di ricorrere a idee, soluzioni, strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno e dal basso. Roma ha dimostrato di poter competere, ad alti livelli, sul terreno dell’innovazione: se ciò è avvenuto, è stato grazie alla capacità di Maker Faire Rome di costruire un ponte tra Roma, l’Italia e l’Europa. Si aprono dunque nuove prospettive per la nostra città, che occorre consolidare ulteriormente”.

Innovazioni, idee geniali e progetti che hanno cambiato la vita di tanti di noi e anticipato il futuro di cui abbiamo bisogno. “Maker Faire Rome – The European Edition” taglia quest’anno il traguardo delle dieci edizioni e torna negli spazi suggestivi del Gazometro Ostiense, area che Eni, main partner dell’evento, sta riqualificando per trasformarla in un vero e proprio “distretto dell’innovazione”.

L’edizione 2022 è la decima di una manifestazione che è cresciuta ed è evoluta nel tempo, restando sempre un punto di riferimento per tutti coloro che vogliono cambiare il mondo, in meglio, con la propria creatività. Dieci anni di innovazioni e idee che si sono trasformate in progetti concreti e invenzioni che hanno migliorato e rivoluzionato interi settori della nostra società, rendendo possibile ciò che, fino a qualche anno fa, sembrava irraggiungibile.

Dieci edizioni di MFR, in presenza e on line, hanno messo in contatto imprese, università, scuole, centri di ricerca, persone, pensieri, opinioni, saperi, competenze da ogni parte del globo, creando legami sempre più forti e indissolubili grazie a una lingua universale: quella dell’innovazione.

Per l’occasione, #MFR2022 sarà una vera e propria “special edition” preceduta e seguita da una serie di eventi e iniziative anche digitali che non si esauriscono nei tre giorni “classici” della manifestazione.

 

AGI – La ripresa delle imprese italiane dopo la crisi scatenata dalle pandemia di Covid-19 si è dimostrata più forte delle attese, ma ora pesano le incertezze legate al balzo dell’inflazione. Il dato emerge dalla nuova edizione dei “Dati Cumulativi”, indagine annuale curata da Mediobanca sulle società industriali e terziarie italiane di grande e media dimensione analizzate nel decennio 2012-2021. In particolare, sono esaminate le 2.145 società italiane che rappresentano il 47% del fatturato industriale e di quello manifatturiero, il 36% di quello dei trasporti e il 41% della distribuzione al dettaglio.

Ripresa post-covid oltre attese, ma pesano le incertezze

All’eccezionalità della crisi pandemica del 2020 (-12,3% il fatturato), ha fatto seguito nel 2021 un rimbalzo del +25,6%, riveniente sia dalle vendite nazionali (+25,1%) che dall’export (+26,5%). Si tratta di scarti senza pari nella storia postbellica della nostra industria che testimoniano la peculiarità di quanto accaduto, ma anche l’efficacia con cui le autorità monetarie e fiscali hanno gestito lo snodo e la reattività complessiva del nostro sistema produttivo.

Il 2021 posiziona il fatturato delle 2145 società del 10,1% sopra le consistenze del 2019. Le aziende pubbliche, grazie alle attività energetiche (+32,4%) e petrolifere (+15,2%), hanno segnato un recupero (+22,9%) più robusto delle private (+6,6%). Le società industriali hanno registrato una crescita del 13,1%, +9,1% escludendo le energetiche e le petrolifere. La manifattura (+9,3%) conferma le straordinarie capacità del IV capitalismo (+14,3% sul 2019) che doppia i gruppi maggiori (+7,1%). 

Il fermo produttivo pandemico e le limitazioni alla mobilità hanno sortito un impatto differenziato e asimmetrico sui settori produttivi. Anche la successiva ripartenza non ha livellato le disparità. Nel segmento manifatturiero, le performance migliori sono state messe a segno da metallurgia (+35,9% sul 2019), elettrodomestici e apparecchi radio-TV (+32,2%), legno e mobili (+19,8%), chimica (+17,4%) e gomma e cavi (+15,1%).

Per contro, tessile (-8,7%), abbigliamento (-7,7%) e lavorazioni di pelle e cuoio (-2,7%) restano ancora attardati a fine 2021, insieme al comparto dei media: editoria -8,3%, emittenza radiotelevisiva -6,5% e telecomunicazioni -3,1%. Il ritorno sopra il giro d’affari pre-pandemico è stato prevalentemente alimentato dalla domanda domestica: le vendite all’interno dei confini nazionali hanno segnato una crescita del 12,2% sul 2019, quelle destinate oltreconfine del 6,4%.

Gli incentivi fiscali e l’avvio del Pnrr che continuano a interessare edilizia, elettrodomestici e arredo dovrebbero agire in senso favorevole con effetti moltiplicativi anche sul resto dell’economia. Sempre sul fronte delle vendite domestiche, merita menzione la crescita nell’ultimo biennio della grande distribuzione al dettaglio che chiude con un’espansione a perimetro corrente dell’8% sulle vendite del 2019: quella a prevalenza alimentare ha fatto anche meglio, segnando un +9,3%, e trainando in parte il comparto del food.

 La spinta della domanda interna ha concorso al calo dell’incidenza dell’export sul fatturato dal 35,3% del 2019 al 34,2% del 2021. È utile tuttavia segnalare alcuni comparti particolarmente virtuosi anche sul fronte delle vendite oltreconfine tra cui ancora una volta gli elettrodomestici (+32,9%), il metallurgico (+30,1%), il legno e mobili (+21,4%) e la chimica (+14%) oltre a tutte le specialità alimentari (dal +18,4% delle diverse al +8,2% del dolciario).

I risultati delle imprese nel 2021

Il recupero del 2021 si è riflesso anche sui margini di conto economico. Per l’aggregato delle 2145 aziende il valore aggiunto è cresciuto del 3,5% sul 2019, portandosi su valori assoluti che segnano il massimo dell’ultimo decennio, al di sopra del precedente picco segnato proprio nel 2019. Il margine operativo lordo (Mol) è aumentato nel 2021 del 4,1% sul 2019, nonostante il costo del lavoro sia tornato sopra il monte del 2019 in misura pari al 2,9%.

Va segnalato che nel 2020 esso si era ridotto del 4,6% per effetto della Cassa integrazione guadagni nella forma esplicitamente contemplata per la causale Covid-19. Il margine operativo netto (Mon) ha invece flesso nel 2021 dell’1,5% sul 2019, in quanto eroso dai maggiori ammortamenti: quelli materiali sono cresciuti del 7,5%, quelli sugli intangibles del 19,2%, essenzialmente per effetto delle rilevanti rivalutazioni ex lege perfezionate nel 2020. 

La redditività netta del capitale proprio (Roe) nel 2021 ha segnato un valore (6,4%) che, per quanto in ripresa sul 2020 (4,9%), resta inferiore alla media 2015-2019 (7,5%). Osservando il solo perimetro della manifattura, si rileva un ridimensionamento dei livelli di Roe dal 7,8% della media 2015-2019 al 7% del 2021. In considerazione delle tendenze che hanno preso corpo nel 2022, il costo della provvista finanziaria è destinato ad accrescere la propria onerosità negli anni a venire. Il 2021 ha segnato il livello minimo dal 2013 degli oneri finanziari medi: 2,3% contro il 4,4% del 2013. Ipotizzando nel 2022 un incremento dello 0,5% sul costo medio del debito, il maggiore onere per le 2145 imprese sarebbe nell’ordine di 2 miliardi di euro.

Le imprese più avvedute hanno colto in anticipo la prospettiva di un cambio della politica monetaria: ciò spiega l’incremento del 36,5% tra il 2019 e il 2021 delle disponibilità liquide (+26,2 miliardi) per l’aggregato delle 2.145 imprese.

 Il tema più rilevante è senz’altro rappresentato dai costi degli acquisti di beni e servizi sui quali gravano le recenti accelerazioni dell’inflazione. Le 2145 imprese, dopo aver ridotto la forza lavoro nel 2020 di oltre 9.800 unità, sono tornate nel 2021 a espandere la pianta organica di oltre 12.200 addetti (+0,9%). Dal 2012 il numero di dipendenti ha segnato un incremento dell’1,8%, ma non mancano evidenze di contrazione che appaiono circoscritte alle imprese a controllo pubblico (-5,8%), a quelle a controllo estero sia nel loro insieme (-4,2%) che nella sola componente manifatturiera (-5,5%) e ai maggiori gruppi manifatturieri (-2,7%). Hanno contrastato queste tendenze le medie imprese (+14,2%) e quelle medio-grandi (+9,4%).

Manifattura: le sfide del 2022

Le incertezze dell’ultimo biennio hanno suggerito una riorganizzazione della supply chain: il 76,2% delle società manifatturiere ha in agenda l’aumento del numero dei fornitori dando priorità nel 57,4% dei casi a quelli di prossimità. Minore interesse per la riduzione dei fornitori o la loro integrazione (rispettivamente 11,6% e 4,6%). Circa le previsioni per il 2022, è possibile che il ruolo della domanda interna resti rilevante anche nel prossimo futuro poiché, nonostante i venti contrari legati all’inflazione e alla crescita dei tassi di interesse, dovrebbero agire in senso favorevole le misure del PNRR e quelle di agevolazione fiscale, con rilevanti effetti moltiplicativi sul resto dell’economia.

È altrettanto verosimile che, per un’economia a forte vocazione manifatturiera come quella italiana, i settori al momento attardati sul fronte delle esportazioni potranno mettere a segno un sostanziale recupero. Dal quadro sopra evidenziato, il segmento manifatturiero potrebbe chiudere il 2022 con una crescita del fatturato pari al 7,5% (nominale). Rimane tuttavia l’incognita del fragile equilibrio dei margini che potrebbero risultare compromessi dal perdurare delle spinte inflattive legate alla congiuntura. 

AGI – Dopo diversi mesi di rincari senza sosta, i prezzi della benzina hanno cominciano a scendere leggermente, osserva il Paìs. Una tregua, che avviene in misura molto minore rispetto a chi possiede un modello diesel, per cui “ogni volta che si fa un pieno si deve spendere una follia”. L’impennata dei prezzi dei due combustibili dopo la pandemia ha una radice comune: l’aumento del prezzo della principale materia prima, il petrolio. Ma “da lì le strade si dividono”.

Il Paìs sostiene che, pur essendo “un’esportatrice netta di benzina, l’Europa ha bisogno di molto più diesel di quel che può produrre”, in quanto “di tutti i prodotti petroliferi russi, il diesel è il più difficile da sostituire“, ricorda David Wech, capo economista e analista di Vortexa, secondo cui metà del diesel acquistato dall’Europa fuori dai Ventisette proviene dal colosso eurasiatico.

Alla carenza causata dalla guerra, s’aggiunge anche un fattore strutturale: la chiusura accelerata negli ultimi anni delle raffinerie del Vecchio Continente, molte delle quali dedicate proprio alla produzione di gasolio. Chiusure giustificate dalla redditività in calo, fino a prima della crisi.

Nel frattempo, gran parte di quel carburante (più d’un terzo) “continua ad arrivare dalla Russia, ma a febbraio l’Ue porrà il veto ai prodotti petroliferi russi, diesel compreso, e ciò ha fatto aumentare i prezzi”. Poi c’è pure la chiusura accelerata negli ultimi anni delle raffinerie del Vecchio Continente, “molte delle quali dedicate alla produzione di gasolio”.

Il risultato è che “quando entrerà in vigore l’embargo, l’Europa dovrà sostituire un gran numero di barili di diesel che ora arrivano dalla Russia, sia aumentando la propria produzione, sia importando più barili da paesi come Arabia Saudita, India o Stati Uniti a una quota maggiore premium o una combinazione di entrambi”, afferma Esteban Moreno, di Kpler, società specializzata in energia e materie prime. Nel caso della benzina, invece, la fine dell’alta stagione dei consumi negli Usa ha ridotto le esportazioni europee e aumentato i volumi in circolazione nell’Ue, consentendo un certo alleggerimento dei prezzi.

Nel cocktail dei prezzi del diesel c’è anche un buon numero di elementi esogeni che hanno remato contro. L’aumento del gas naturale, che ha decuplicato il suo prezzo negli ultimi due anni, ha avuto un impatto sia sull’offerta che sulla domanda.

Nel primo caso, l’idrogeno è un elemento chiave nel processo di distillazione dell’idrocarburo e per produrre questo gas ad uso industriale, il metano è ancora essenziale; nel secondo, visto il brutale aumento dei prezzi degli ultimi mesi e la necessità di preservare le riserve di gas naturale per l’inverno, il diesel sta sostituendo il carburante negli impianti di produzione d’energia, nell’industria e persino in agricoltura. Maggiore la domanda, maggiore il prezzo.Quanto alla diffusione del diesel, è accentuata nel parco auto spagnolo: se in Italia è il 45% del totale e nel Regno Unito il 40%, la Spagna è vicina al 55%.

AGI – La sua è la prima azienda vinicola del Sud Italia, con oltre 30 milioni di fatturato e un export che copre più di 50 Paesi nel mondo. Ma anche Feudi di San Gregorio, fondata dal padre e dallo zio nel 1986 a Sorbo Serpico, in provincia di Avellino, un marchio che ha riportato nel panorama enologico nazionale e internazionali vini quali il Greco, il Fiano e l’Aglianico, sente il morso della crisi energetica. Senza fare drammi.

“Sul fronte dei risparmi energetici ci siamo mossi cinque anni fa, quando nessuno poteva prevedere uno scenario simile – dice pacato all’AGI Antonio Capaldo, a capo dell’azienda dal 2009 – pensavamo più a una scarsità di risorsa e ci siamo preparati. La nostra energia arriva al 100% dal fotovoltaico. Ma è un fotovoltaico che io rivendo alla rete e per ricomprare energia; e adesso la rete ha prezzi spropositati, circa il doppio anno fa. Non abbiamo investito all’epoca del progetto anche in batterie da accumulo perchè erano troppo costose. Ora sarebbero servite”.

A rincarare anche le materie, come il vetro, essenziale per le bottiglie. La ricetta di Capaldo? Non agitarsi, “cerchiamo di evitare di piangerci addosso”, non puntare sull’aiuto di Stato, e creare “un maggiore sbocco di export in cui paesi in cui è possibile che il consumatore paghi di più una bottiglia di vino“.

“Noi come azienda avremo nel prossimo anno una riduzione di marginalità di circa tre punti – pronostica – bisogna sperare che questo binomio guerra/caro energia e bollette si aggiusti al più presto. Non ho idea di chi debba farlo. Ma per me è certo che se lo Stato restituisce del denaro per pagare le bollette, si alimenta solo l’inflazione“.

A monte dei rincari, per lui, “c’è indubbiamente una catena speculativa. L’abbiamo già visto con la benzina. Tuttavia, il mercato è quello che è, non lo voglio demonizzare. Penso che troverà i suoi equilibri”.

Nel futuro a breve, “ci sarà sicuramente un calo dei consumi. Ma quando la situazione è malata, più intervieni sugli effetti, meno risolvi“. “Ci prepariamo comunque con serenità a questa contrazione; poi troveremo un modo per riuscire ad avere un nuovo equilibrio”, sottolinea il top manager.

A suo avviso, “le aziende di qualità riusciranno a resistere anche a questa tempesta. Veniamo da decenni di benessere, poi abbiamo avuto il Covid e la guerra che ci hanno ricordato che esistono periodi di crisi e bisogna essere veloci e flessibili per sostenerli”.

Capaldo non lavora solo in Campania. Oltre a Feudi, nella sua galassia del vino ci cono anche Bolgheri in Toscana, una cantina biologica nel Vulture e Sirch nei Colli Orientali del Friuli. La sostenibilità “è nel dna di una azienda vinicola, proprio dall’essere azienda vinicola che ha di fronte a sè un orizzonte di lungo lavoro”.

Ma il suo gruppo ancora saldamente familiare ha “sposato in pieno questa visione, perchè crediamo nel legame con il territorio”. La scelta dei vitigni autoctoni del resto è avvenuta già inizi degli anni ’90, fatta dallo zio e dal padre, che presero una strada all’epoca pioneristica. “Abbiamo 300 piccoli viticoltori che conferiscono a noi e hanno attraverso di noi una sicurezza di vendita del loro prodotto a prezzi giusti, forme di assicurazione, e anche difesa del territorio e del paesaggio – spiega Capaldo – non vogliamo una viticoltura intensiva, apprezziamo la biodiversità e scegliamo di preservarla, di curare anche i noccioleti e castagneti che incorniciano le nostre vigne”.

“Ora abbiamo formalizzato questi impegni (dal 10 maggio 2021 Feudi di San Gregorio è diventata Società Benefit, ad agosto si è certificata Equalitas e da giugno 2022 è B Corp, ndr.), ma in realtà abbiamo sempre agito in questo solco non impiantando nuove e viti se non quando c’era la prova che ne esistevano in un luogo già nel ‘900. E poi abbiamo poi zero consumi di acqua ed entro il 2025 raggiungeremo la carboneutrality. Inoltre, abbiamo ridotto il packaging e anche l’uso del vetro da vari anni è diverso da quello della maggioranza dei produttori di vino”. 

Infatti per le bottiglie Feudi, l’azienda anni fa ha creato uno stampo che consente di impiegare meno vetro, che poi i maestri vetrai hanno reso realtà con la loro tecnologia e possono vendere anche a terzi. “Da quanto abbiamo conquistato non si torna indietro – sottolinea l’imprenditore – perchè ogni investimento ha mostrato i suoi benefici pure economici del tempo. La scelta di fare da noi sull’impianto di recupero di acque piovane è costata ma in un paio di anni si è ripagato tutto il progetto, per esempio”. 

Come sarà questa vendemmia?

“Non avrà problemi in Campania – la risposta di Antonio Capaldo – non avrà problemi di quantità, come abbiamo già visto con quella del bianco che ha anche un’ottima qualità perchè nei vigneti in altezza che abbiamo il caldo a luglio e poi le piogge di agosto hanno fatto bene alle piante e agli acini. Sull’aglianico, ho qualche perplessità anche perchè abbiamo avuto grandinate. La quantità c’è, bisogna vedere che qualità avrà l’uva che raccoglieremo. In Toscana la siccità è stata molto forte e questo determinerà una riduzione della resa, stimiamo avremo la metà della produzione di un anno regolare perchè l’acino è piccolo e tutto buccia”.

Certo, ammette Capaldo, la qualità media del vino in Francia “è migliore perchè loro hanno una tradizione antica. Hanno cominciato a fare vino di qualità almeno un secolo prima di noi, ma soprattutto le regole se le danno i produttori stessi, non vengono imposte da un ministero o dall’Europa”.

“I produttori francesi, pur essendo in concorrenza tra loro, vogliono fare qualità alta; per loro ogni bottiglia che si vende è un passaparola della loro denominazione e della loro qualità – racconta – quindi sulle regole si mettono d’accordo. Qui da noi non è così. Inoltre i francesi si sono divisi i ruoli. Ci sono i produttori da una parte e dall’altra gli specialisti del commercio. Sono funzioni distinte e scollegate. Invece noi produciamo e vendiamo e in questo modo il commerciale influisce sulla produzione. Stiamo facendo passi da gigante sulla qualità da qualche anno, ma loro certo non stanno fermi. Non credo che li recupereremo a breve”. 

AGI – L’attesa riunione di politica monetaria della Fed è alle porte. Oggi si apre la due giorni del Fomc che domani decreterà probabilmente il terzo pesante rialzo consecutivo da 75 punti base, nel tentativo di frenare la corsa dell’inflazione che negli Usa viaggia sui massimi da quarant’anni. I prezzi al consumo negli Stati Uniti ad agosto sono scesi all’8,3% dall’8,5% di luglio, ma meno di quanto atteso dagli analisti che scommettevano su una crescita limitata all’8,1%. Si tratta comunque del secondo calo consecutivo oltre a essere la lettura piu’ bassa negli ultimi 4 mesi. L’inflazione core, che esclude le componenti volatili dei prodotti alimentari e dell’energia, è invece cresciuta dello 0,6% ad agosto, dopo lo 0,3% di luglio. 

Lunedì Wall Street ha chiuso in rialzo, dopo una sessione in altalena: il Dow Jones è salito dello 0,64% a 31.019,82 punti, il Nasdaq dello 0,76% a 11.535,02 punti e lo S&P 500 ha guadagnato lo 0,69% a 3.900,01 punti. Piu’ ancora della guerra in Ucraina o degli utili delle società, le mosse della banca centrale statunitense stanno guidando il sentiment del mercato globale, mentre gli operatori cercano di posizionarsi in un ambiente di tassi d’interesse in aumento. Venerdi’ scorso l’S&P 500 e il Nasdaq hanno registrato il peggior calo percentuale settimanale da giugno, con i mercati che hanno pienamente prezzato un aumento dei tassi di almeno 75 punti base, mentre qualcuno scommette persino su un rialzo di 100 punti base.

I dati inaspettatamente ‘caldi’ sull’inflazione di agosto della scorsa settimana hanno anche aumentato le scommesse su un aumento dei tassi nei prossimi mesi, con il tasso terminale dei fed funds statunitensi ora al 4,46%. Tutto ruota intorno a ciò che accadrà domani dunque e l’attenzione sarà anche puntata sulle nuove proiezioni economiche, che saranno pubblicate insieme alla decisione sui tassi della Fed.

Le Borse asiatiche procedono cosi’ in cauto rialzo, come anche i future delle Borse europee e quelli dei listini a stelle e strisce.

Flag Counter