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Parlano, interagiscono, simulano. Le intelligenze artificiali possono fingersi reali senza esserlo. Sono reali invece i loro effetti sulla società, e in particolare sul mercato del lavoro, che in Italia fatica a prendere il ritmo rispetto al nuovo scenario tecnologico. Un esempio su tutti è il nuovo Google Duplex, che telefona al posto dell’utente ed è capace di ordinare una pizza senza che il suo interlocutore si accorga di stare parlando con un computer. Il pensiero va subito ai call center, i cui lavoratori sono diventati il simbolo del precariato all’italiana, e che ora rischiano di perdere anche quella sottile certezza.

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“I meccanismi di automazione vengono già utilizzati nei call center, e sostituiscono i lavoratori umani in diverse fasi del lavoro”, ha spiegato ad Agi Francesco Giuseppe, sindacalista del Dipartimento Telecomunicazioni della Slc Cgil. “Ma le tecnologie sono sempre più raffinate, e questo crea naturalmente dei timori, che potrebbero essere limitati da una regolamentazione in grado di evitare che l’impatto dell’automazione si scarichi esclusivamente sui lavoratori”.

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Secondo i dati Ocse del 2017, l’Italia è il terzultimo Paese in Europa per investimenti nella formazione lavorativa, con il 4 per cento del Pil. Quasi un punto sotto la media europea del 4,9 per cento. “L’offerta formativa finora è stata insufficiente e autoreferenziale, e va ripensata fin dai primi cicli di studio”, ha detto ad Agi Maurizio Del Conte, Presidente dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro. “È inutile e poco produttivo somministrare corsi a persone alle quali semplicemente mancano le basi per trarne pieno vantaggio. Per questo serve lavorare sulle persone prima che sui lavoratori, fin dai primi cicli di studio, e sempre cercando di leggere il mercato”.

Per Del Conte neanche utilizzare le tasse per limitare la diffusione delle tecnologie sarebbe utile: “Google Duplex conferma uno scenario noto, e cercare di arrestare questa tendenza utilizzando strumenti fiscali sarebbe disastroso. Significherebbe rallentare tutto il Paese rispetto al contesto europeo per ottenere un vantaggio di breve periodo, senza considerare che, sul lungo periodo, ci troveremmo completamente inadeguati a sostenere la sfida commerciale – Continua Del Conte – Non possiamo fermare il vento con le mani, ma dobbiamo imparare a usare tutte le più moderne tecnologie, affinché si crei davvero lavoro nuovo e più qualificato”.

Di parere simile è Daniele Gambetta, matematico, giornalista freelance e curatore del saggio Datacrazia: “Il processo di integrazione tra l’uomo e la tecnologia è già iniziato, e non credo che questo sia un problema. Anzi, non credo si debbano porre limiti assoluti allo sviluppo di tecnologie, quanto invece incentivare il dibattito per far sì che che queste non siano fonte di passioni tristi, ma utili al benessere”.

A lanciare l’allarme, a inizio anno, era stata L’Agenzia statunitense per la tutela dei consumatori, che aveva già rilevato come nel 2017 le attività di telemarketing robotizzato fossero state predominanti rispetto all’anno precedente. “Abbiamo bisogno di analisi, e di capire se il saldo dei posti di lavoro, tra quelli che saranno inevitabilmente distrutti e quelli che invece saranno creati, sarà positivo o meno”, per Francesco Giuseppe.

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Se il prossimo esecutivo non riuscisse a sterilizzare l'aumento dell'Iva, nel corso del 2019 ogni famiglia italiana subirà un incremento medio di imposta pari a 242 euro. È quanto stima l'Ufficio studi della Cgia​ secondo cui, nel dettaglio, il rincaro sarà pari a 284 euro per le famiglie del Nord, 234 per quelle del Centro e a 199 euro per il Mezzogiorno. Infatti, spiega in una nota, se non verranno recuperati entro la fine di quest'anno 12,4 miliardi di euro, l'aliquota ordinaria passerà dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta dal 10 salirà all'11,5.

"Si rischiano effetti recessivi"

"Bisogna assolutamente evitare l'aumento dell'Iva", afferma il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, "non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all'insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60 per cento del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie. Se l'Iva dovesse salire ai livelli record previsti, per le botteghe artigiane e i piccoli commercianti sarebbe un danno enorme, visto che la stragrande maggioranza dei rispettivi fatturati è attribuibile alla domanda interna". Non solo. Per la Cgia se non verrà disinnescato l'aumento, dal 2019 l'Italia sarà il Paese con l'aliquota Iva ordinaria più elevata dell'area dell'Euro. Dall'attuale 22%, infatti, si passerà al 24,2. Questo balzo ci consentirebbe di scavalcare tutti e di posizionarci in testa alla classifica dei più tartassati dalle imposte indirette.

Un record poco invidiabile

Dalla sua apparizione ad oggi, prosegue la Cgia, sono trascorsi 45 anni. L'aliquota ordinaria dell'Iva è stata introdotta per la prima volta nel 1973 e fino a quest'anno è aumentata 9 volte. Tra i principali Paesi della zona euro siamo quello in cui è cresciuta di più: ben 10 punti, un record, ovviamente, che nessuno ci invidia. Se nel 1973 l'aliquota era al 12 per cento, ora si attesta al 22 per cento, con un aumento, come dicevamo più sopra, di ben 10 punti. Seguono la Germania, con una variazione di +8 punti (era all'11 adesso si attesta al 19%), l'Olanda, con un aumento di 5 punti (era al 16 oggi e' al 21%), l'Austria e il Belgio, con degli aumenti registrati nel periodo preso in esame rispettivamente del +4% e del +3%. La Francia è l'unico Paese presente in questa comparazione che non ha registrato alcun incremento.

"Se è vero che in questi 45 anni – conclude il segretario della Cgia Renato Mason – abbiamo subito l'incremento d'aliquota più significativo, e' altresì vero che nel 1973 quella applicata in Italia era, ad esclusione della Germania, la più contenuta. Tuttavia, se l'aumento previsto non sarà ulteriormente spostato in avanti, dal 2019 i consumatori italiani saranno sottoposti all'aliquota Iva ordinaria più elevata tra tutti i Paesi dell'area dell'euro, con un serio rischio che l'economia sommersa assuma dimensioni ancor piu' preoccupanti". 

Quali beni e servizi saranno toccati

 La Cgia, infine, ha elencato i beni e servizi che saranno interessati dall'eventuale aumento dell'aliquota Iva dal 10 al 11,5%. Eccoli:
– carni, pesce, spezie, cacao, prodotti della pasticceria e biscotteria, cioccolato, salse, condimenti composti, preparati per zuppe e minestroni, acqua minerale, aceto;
– legna da ardere in tondelli, ceppi, etc.;
– energia elettrica per uso domestico;
– gas metano uso domestico (limitatamente al consumo dei primi 480 metri cubi annui);
– prestazioni alberghiere;
– ristrutturazioni edilizie;
– acquisto o costruzione abitazione non di lusso (che non sia utilizzata come prima casa);
– spettacoli teatrali, attivita' circensi;
– somministrazione alimenti e bevande;
– piante e fiori.

E quelli che, eventualmente, vedranno salire l'aliquota dal 22 al 24,2%:
– vino;
– abbigliamento;
– calzature;
– riparazione di abbigliamento e calzature;
– elettrodomestici;
– mobili;
– articoli di arredamento;
– biancheria per la casa;
– servizi domestici;
– riparazione di mobili, elettrodomestici e biancheria;
– detersivi;
– pentole, posate e stoviglie;
– tovaglioli e piatti di carte e contenitori di alluminio;
– lavanderia e tintoria;
– auto e mezzi di trasporto;
– pezzi di ricambio, olio e lubrificanti;
– manutenzioni e riparazioni;
– giochi e giocattoli;
– radio, televisori, hi-fi, video-registratori, etc.;
– computer, macchine da scrivere e calcolatrici;
– cancelleria;
– prodotti per cura personale;
– barbiere, parrucchiere, istituti di bellezza;
– argenteria, gioielleria, bigiotteria e orologi;
– borse, valige ed altri effetti personali;
– onorari liberi professionisti.

La flat fax proposta da Lega e M5S premia i redditi ra i 40 e i 60 mila euro. Lo scrive il Sole 24 Ore, secondo cui resta da sciogliere il nodo dei costi di un'operazione simile che dovrebbe aggirarsi intorno ai 50 miliardi. 

Due aliquote e quattro scaglioni di fatto con il gioco delle deduzioni, sono tanti per una flat tax vera e propria, scrive il quotidiano finanziario, perché la tassa è davvero 'piatta' se l'aliquota è unica. Ma il meccanismo che gli 'sherpa' di Lega e M5s stanno elaborando prova a mettere insieme due esigenze politiche: il maxi-taglio fiscale con semplificazione del sistema che ha animato il programma economico del Carroccio, e la difesa della 'progressività' posta come condizione dai 5 Stelle.

L'idea di dividere i contribuenti Irpef in due gruppi: quelli con reddito famigliare fino a 8o mila euro, cui applicare l'aliquota del 15%, e quelli più "ricchi",per i quali la richiesta sale al 20%. II primo gruppo sarebbe ulteriormente diviso in tre dal meccanismo delle deduzioni fisse da tremila euro: scatterebbero per ogni componente nelle famiglie con redditi fino a 35 mila euro e sarebbero limitate ai famigliari a carico fra 35 e 50 mila, per scomparire nella fascia successiva.

A chi i tagli più generosi?

Con questa impostazione, i tagli più generosi arriverebbero ai contribuenti con un reddito famigliare da 40 o 60 mila euro, secondo le ultime dichiarazioni fiscali, si tratta di due milioni di italiani, il 15% dei contribuenti totali.

Maxi-tagli sono promessi anche ai redditi più elevati, mentre le cose si complicano per le fasce più basse, dove è forte il peso delle detrazioni attuali che sarebbero sostituite dalla riforma. Un single con 15 mila euro di reddito all'anno, per esempio, si vedrebbe ridurre l'imposta statale solo del 5%, e con lo stesso reddito una famiglia andrebbe addirittura a pagare più tasse di oggi. Il problema non è da poco, in termini di equità: nella piramide dei redditi italiani sono oltre 18 milioni, cioè il 44,9% del totale,i contribuenti che non dichiarano più di 15 mila euro.

La rivoluzione nell'Irpef

Ma, scrive il Sole, la differenza fondamentale tra il sistema attuale e quello ipotizzato è un'altra: oggi per l'Irpef ogni contribuente è un atomo isolato, e la famiglia si manifesta solo sotto forma di sconti per il coniuge o per i figli a carico, con uno sconto maggiore quando i figli hanno meno di tre anni. La riforma, invece, punta tutto sul 'reddito famigliare', cioè sulla somma delle entrate dei componenti, e della famiglia si occupa anche con le deduzioni da tre mila euro. 

Due mesi, 16 studenti-ricercatori di 10 nazionalità, 12 città e 10 Paesi in tutto il mondo. È questo il programma della “Food Innovation Global Mission” che partirà domani da Bologna per un giro nei principali food tech hub globali. A sporcarsi le mani saranno dunque 16 gli studenti-ricercatori del “Food Innovation Program 3.0”, Master internazionale di secondo livello sulla Food Innovation organizzato presso UNIMORE (Università di Modena e Reggio Emilia) da Future Food Institute, organizzazione no-profit italiana impegnata nella ricerca, nella promozione e nella formazione nell’ambito dell’innovazione alimentare (FFI), in collaborazione con l’Institute For the Future di Palo Alto. I risultati verranno poi presentati in occasione della prossima edizione della Maker Faire Rome che si terrà dal 12 al 14 ottobre.

Si parte da Bologna per proseguire nei principali food tech hub del mondo Amsterdam, Madrid, Valencia, Berlino, Toronto, New York, San Francisco, Tokyo, Hong Kong, Shanghai, Mumbai, Bangkok. Ed è in questi luoghi del cibo che la delegazione incontrerà aziende, startup, makers, scienziati per promuovere un approccio più sostenibile e consapevole dell'alimentazione e sviluppare nuove tecnologie e innovazioni nel settore alimentare.

Gli obiettivi di questo giro del mondo sono stati individuati in quattro macro-aree:

  1. promuovere un approccio più sostenibile e consapevole all’alimentazione,
  2. sviluppare nuove tecnologie ed innovazioni in ambito food,
  3. mettere in contatto i centri di ricerca con il mondo delle imprese,
  4.  formare nuovi talenti che possano essere i “future food leaders”

L'accordo (a lungo termine) sulla ricerca

Intanto il Future Food Institute ha siglato un accordo di collaborazione con Food Innopolis, la piattaforma sulla food innovation più influente della Thailandia, e il National Science Technology and Innovation Policy Office per la realizzazione di un programma di attività a lungo termine basato sulla ricerca, lo sviluppo e l’innovazione nell’industria alimentare.
Il Food Innopolis Project conta a oggi, 3.000 ricercatori, 10.000 studenti di Food Science&Technology, 9.000 aziende alimentari coinvolte, 150 laboratori di ricerca, 20 impianti pilota e 70 Università.
La collaborazione, di durata triennale, coinvolgerà agenzie governative, istituzioni accademiche e di ricerca nel campo dell’innovazione alimentare di entrambi i Paesi.
In particolare, la collaborazione prevederà:
●      la creazione di network collaborativi tra i due Paesi
●      una mission per portare le delegazioni di entrambi i Paesi verso i mercati globali della food innovation
●      programmi ed eventi legati all’innovazione alimentare 
●      uno scambio di programmi tra dirigenti, ricercatori e studenti di entrambi i Paesi
●      la mobilitazione di risorse per creare una collaborazione congiunta su programmi di innovazione alimentare, condividendo conoscenze e competenze in settori di reciproco interesse
●      la promozione dell’innovazione alimentare in Italia e Thailandia.
 
"Il Future Food Institute – ha dichiarato Sara Roversi, Fondatrice del FFI – sta investendo in Asia, perché lo riteniamo un hub centrale nel processo di innovazione della filiera agroalimentare e per il relativo impatto sulle grandi sfide che dobbiamo affrontare nel futuro: dai cambiamenti climatici, alla lotta per una equa distribuzione di un cibo sano e salubre. E’ per questo che apriremo presto una sede ad Hong Kong ed è per questo che stiamo consolidando le relazioni con la Thailandia, dove a Novembre realizzeremo il primo Hackathon sulla filiera del riso. Siamo felici che Food Innopolis e il Parco Scientifico e Tecnologico abbiano scelto noi come miglior partner a livello mondiale per affiancarli nel processo di sviluppo e innovazione del proprio tessuto imprenditoriale, e non solo”.   

Eni annuncia l’avvio della terza unità di produzione (T-2) del progetto Zohr, che porterà la capacità complessiva installata a 1,2 miliardi di piedi cubi di gas al giorno (bcfd). Zohr ora sta producendo 1,1 bcf in ramp-up, equivalenti a circa 200 mila barili di olio equivalente al giorno (boed), di cui 75mila attualmente in quota Eni. Questo straordinario risultato, sottolinea una nota, è stato conseguito a soli pochi mesi dall'avvio del giacimento, avvenuto a dicembre 2017.

L’avvio del terzo treno, avvenuto a una settimana di distanza dall’avvio del secondo, conferma il programma perseguito da Eni, assieme ai partner nel progetto e a Egas, per il raggiungimento di 2 bcf di produzione entro la fine del 2018 e del plateau a 2.7 bcfd nel 2019. Questo nuovo risultato conferma l'eccezionale percorso di Zohr, uno dei sette progetti record di Eni, che sta svolgendo un ruolo fondamentale nel supportare l'Egitto a perseguire l'indipendenza dall'importazione di Gnl.

Il giacimento di Zohr, la più grande scoperta di gas mai realizzata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e che contiene più di 30 tcf di gas in posto, si trova al largo delle coste egiziane nel blocco di Shorouk, a circa 190 km a nord di Port Said. Eni detiene nel blocco di Shorouk una partecipazione del 60%, Rosneft il 30% e BP il 10%. Il progetto è operato da Petrobel, la società operativa detenuta congiuntamente da Eni e dalla società statale Egyptian General Petroleum Corporation, per conto di Petroshorouk, detenuta congiuntamente dal Contractor (Eni e i suoi partner) e dalla società di stato Egyptian Natural Gas holding Company.

Eni è presente in Egitto dal 1954 attraverso la controllata Ieoc. La società è il principale produttore del Paese con una produzione equity di oltre 260 mila barili di olio equivalente al giorno. 

Articolo in collaborazione con il mensile L'Automobile

Tavola periodica degli elementi. Numero atomico 27. È il cobalto, chimicamente un minerale di transizione. Definizione che difficilmente oggi potrebbe essere diversa: il cobalto necessario alla produzione delle batterie al litio accompagnerà l’industria automobilistica nel suo graduale processo di elettrificazione. Duro, lucente e di color grigio-argento, ha la proprietà di immagazzinare grandi quantità di energia in piccole masse, con elevata resistenza alle alte temperature (il punto di fusione è a 1.495 gradi centigradi).

Difficile – se non impossibile – farne a meno quando si tratta di batterie. Su un’auto elettrica, in media, ci sono tra i 4 e i 14 chilogrammi di cobalto (in funzione della capacità della batteria), su un ibrida ricaricabile plug-in meno di 4 chilogrammi. È sufficiente moltiplicare questa quantità per il numero di veicoli elettrici previsti nei prossimi mesi (vedi box pagina 31) , per capire l’importanza fondamentale del cobalto nel nostro futuro (senza dimenticare il suo utilizzo – tra i 5 e 20 grammi – nelle batterie per smartphone). Una sorta di oro del futuro al quale tutti guardano con attenzione e voglia di far profitti. Non è un caso che siano molti i fondi pronti a investire milioni sul cobalto e le quotazioni volano: alla London Metal Exchange il valore, mentre scriviamo, è di circa 93 dollari a tonnellata, l’86% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Secondo Darton Commodities Limited, uno dei principali fornitori di cobalto a livello mondiale, il fabbisogno del minerale per il 2020 sarà di oltre 120 mila tonnellate, in crescita rispetto alle 109.500 del 2017. L’United States Geological Survey stima che le riserve di cobalto siano di circa 7 milioni di tonnellate, quasi la metà di queste sono nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2016, sempre secondo Darton, circa il 67% del minerale è stato ricavato in miniera come sottoprodotto dell'estrazione del rame (un altro 32% arriva dal nickel).

Un sistema di produzione spesso artigianale e non sempre sostenibile: incidenti quotidiani, malattie respiratorie e genetiche per i lavoratori (secondo l’Unicef sono più di 40mila i bambini che lavorano ogni giorno nelle miniere di cobalto) sono state evidenziate dalle inchieste del Washington Post che trovate, in forma di foto e video, facilmente in rete. Poveri che diventano più poveri e malati, ricchi sempre più ricchi.

Il predominio di svizzeri e cinesi

Non solo. Il problema si chiama anche concentrazione: la maggior parte dell’estrazione del cobalto è nelle mani della svizzera Glencore che nel 2017 ha prodotto 27 mila tonnellate nelle sue miniere di Congo, Australia e Canada (altro player è China Molybdenum). Arriverà a 38 mila nel 2018 e punta alle 63 mila nel 2020, più della metà del fabbisogno stimato da Darton. Strategia che non sembra per nulla influenzata dall’annunciato aumento da parte del governo congolese, degli oneri fiscali a carico delle aziende minerarie straniere, con royalties che dovrebbero salire dal 2 al 10%, portando qualche risorsa in più a chi, quel patrimonio non più segreto, lo ha nel suo territorio.

Una volta estratto e venduto, il cobalto viene raffinato. Anche in questo caso siamo di fronte ad una posizione dominante, quella della Cina. Secondo gli analisti dell’inglese Cru Group, società specializzata in analisi sui mercati delle materie prime, il 70% della raffinazione del cobalto è nelle mani di aziende cinesi. La stessa Glencore ha siglato un accordo con la Gem di Shenzhen per la vendita di 52.800 tonnellate di cobalto in tre anni. Una strada senza ritorno che potrebbe mettere nelle mani dei produttori cinesi di batterie, gli ambiziosi piani di lancio di veicoli elettrici da parte dell’industria europea. Dipendenze pericolose.

La vertenza Ilva passa al prossimo governo. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha fatto in extremis il tentativo per far sottoscrivere ad Am InvestCo e sindacati un accordo ma l'obiettivo non è stato raggiunto. La trattativa è interrotta.

Qualcuno al tavolo ha sollevato il problema della legittimità a negoziare di un esecutivo ormai con le ore contate e questo avrebbe – secondo alcuni – spinto il ministro a riconoscere che non vi erano le condizioni per proseguire. Ciò non significa – precisano dal ministero – che Calenda abbia abbandonato il tavolo. Se anche fosse vero che uno scontro politico abbia determinato la fine dell'incontro, resta il fatto che la proposta di mediazione avanzata da Calenda è stata bocciata dalle organizzazioni sindacali.

Come è saltato il tavolo

A nulla è valsa la dichiarazione, messa nero su bianco, che tutti i lavoratori avrebbero avuto a fine piano "garanzia di continuità occupazionale a tempo indeterminato". Per Fim, Fiom, Uilm, Ugl la soluzione indicata per 4.000 lavoratori (su una forza lavoro di 14.000) non corrisponde alla richiesta di "zero esuberi" fatta fin dal primo giorno di negoziati. L'azienda si è impegnata infatti ad assumere 10.000 lavoratori a tempo indeterminato; 1.500 sarebbero stati trasferiti, inizialmente fino a giugno 2021, ad una società di servizi costituita da Ilva e Invitalia e i restanti sarebbero rimasti all'Ilva in amministrazione straordinaria, usufruendo di un piano di incentivi all'esodo volontario a cui venivano destinati 200 milioni. 

"Il governo – ha sottolineato Calenda, che non è sceso a parlare con i giornalisti ma ha affidato il commento a un comunicato e poi ha scritto su twitter – ritiene di aver messo in campo ogni possibile azione e strumento per salvaguardare l'occupazione, gli investimenti ambientali e produttivi anche attraverso un enorme ammontare di risorse pubbliche". Sono stati quindi i sindacati a decidere "di non aderire alle linee guida dell'accordo proposto. Liberi di non firmare e di sostenere che non sono più legittimato. Ma non di dire cose non vere. Non solo neanche un licenziato ma garanzia di posto di lavoro a tempo indeterminato per tutti i lavoratori Ilva. Basta leggere i punti dell'accordo sul sito del Mise". 

Le reazioni (discordi) dei sindacati

Per la Fiom la proposta è irricevibile e la trattativa non è mai entrata nel merito e nulla è comunque cambiato sull'occupazione. "Noi – ha detto la leader Francesca re David – non mettiamo la firma su un accordo che prevede licenziamenti e che sarebbe sicuramente bocciato dai lavoratori". Un 'no' secco alla proposta è venuto anche dalla Uilm, secondo cui il testo del Mise non era condivisibile e non poteva essere sottoposto ai sindacati chiedendo "un sì o un no, un prendere o lasciare". Il segretario generale Rocco Palombella ha comunque assicurato la disponibilità a continuare il negoziato, così come ha fatto il leader della Fim, Marco Bentivogli, pronto a riprendere il confronto se Am modificherà le proprie posizioni. Per il sindacalista della Cisl, Calenda ha sbagliato ad accettare "la provocazione" e "cadere nella trappola", architettata da un pezzo di sindacato secondo cui il ministro è "un abusivo". Qualcuno – ha avvertito Bentivogli – spera di avere più risultati con il nuovo governo, ma questo è un atteggiamento "partigiano" di chi non sa fare solo, come dovrebbe, il sindacato. 

Che il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, colpito a fine aprile dall’amministrazione Trump con una tagliola di sanzioni, fosse la vittima eccellente della guerra commerciale in corso tra Washington e Pechino, era apparso fin da subito molto chiaro. Quello che appare oggi evidente è che sarà la prima. 

Leggi anche: La guerra commerciale Usa-Cina fa un'altra vittima eccellente. Il gigante Zte

Il colosso cinese ha annunciato di aver cessato “importanti attività operative” a causa del divieto settennale di vendita di tecnologia statunitense al gruppo.

Cosa è successo

Gli Stati Uniti hanno bloccato per sette anni la vendita dei fornitori americani a Zte, accusato di aver violato l’accordo raggiunto dopo essere stato pizzicato a esportare illegalmente tecnologia statunitense verso l’Iran. Un colpo durissimo per il gruppo di Shenzhen, che dalle compagnie americane compra un quarto della sua fornitura. Gli effetti sul gigante con 84 mila dipendenti, 14 miliardi di fatturato, e una forte presenza anche in Italia, si sono fatti sentire presto.

Stop della produzione?

Non proprio. In una nota alla Borsa di Shenzhen del 9 maggio il gruppo assicura di avere ancora riserve liquide sufficienti che le consentiranno di "attenersi strettamente ai suoi obblighi commerciali". Zte, inoltre, preannuncia "sviluppi concreti" in risposta al bando emesso dal dipartimento del Commercio Usa, che ha fatto precipitare il gruppo “in stato di shock”, come aveva detto il presidente di Zte, Yin Yimin.

La tagliente reazione cinese

Nelle ultime settimane la Cina non è di certo rimasta con le mani in mano: l’ultima mossa è giunta al termine della prima, inconcludente, tornata di colloqui di Pechino tra le delegazioni dei due Paesi, quando il ministero del Commercio di Pechino ha sporto protesta formale nei confronti degli Usa per il bando, di cui la stessa Zte aveva chiesto la sospensione.

Una vecchia storia

Washington ha slegato le durissime sanzioni dalle dispute commerciali con Pechino facendo appello a una causa vecchia che però, come sottolinea il Foglio, è stata tirata in ballo nel momento di massima tensione commerciale tra i due Paesi.

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Ma dopo l’annuncio dello stop alla produzione, è chiaro che al centro della querelle che vede le due principali economie del mondo confrontarsi a colpi di dazi e controdazi su merci di importazione – dall’acciaio alla soia –  per un valore complessivo di 150 miliardi (da ambo le parti), è finita stritolata per prima l’azienda di Shenzhen, e non – come si pensava – i produttori americani di soia (dai quali comunque pare che la Cina abbia smesso di comprare).

Tiro al bersaglio

Ciò potrebbe significare una sola cosa: mentre il primo ministro Liu He si prepara a volare a Washington la settimana prossima per proseguire i colloqui e scongiurare uno scontro commerciale, Trump ha individuato nel livello di dipendenza ancora significativo dell’industria hit-tech cinese, un punto debole. Colpire lì significherebbe fare molto male a Pechino, sottolineano simultaneamente il New York Times e il quotidiano diretto da Claudio Cerasa. 

Non a caso il bersaglio di Trump – esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi – è il piano "Made in China 2025", che promuove l’innovazione manifatturiera puntando sull’intelligenza artificiale; terreno di scontro nella contesa per l’egemonia tecnologica tra i due Paesi.

Zte in Italia

Nata a Shenzhen come il concorrente Huawei, è tra le prime quattro società di telecomunicazioni al mondo. In Italia  – dove è presente a Milano, Torino e Roma – sta realizzando reti 5G e smart city con partner locali attraverso la creazione di centri di ricerca.

Hu Kun, Ceo Zte Italia e presidente Zte Europa, precisa in una nota ufficiale che nonostante le sanzioni le attività in Italia non si fermeranno:

“Le nostre operazioni non solo stanno proseguendo, anzi, vanno avanti con ancora maggiore determinazione, sia per dimostrare la serietà e correttezza del nostro Gruppo e sia per soddisfare le aspettative dei nostri clienti e dei nostri partner, che sono centinaia in Italia e che con fiducia lavorano insieme a noi”.

Con una storia che nasce da lontano, nel 1985, a Shenzhen, nel sud della Cina, polo dell’innovazione a livello nazionale, Zte in 30 anni è diventata una multinazionale con numeri da capogiro: 86mila dipendenti in 160 uffici nel mondo, di cui 30 mila nei centri di ricerca e sviluppo, un giro d’affari di 100 miliardi e un aumento del titolo in Borsa del 150% nell'ultimo anno.

Leggi anche: Cosa è Zte, il colosso che assumerà 2.500 persone al Sud

Il 2017 si è chiuso con investimenti di 100 milioni di euro di investimenti, ai quali si aggiungono i 600 nei prossimi cinque anni destinati all’Italia: scelta da Zte come hub europeo.

Come verranno spesi questi soldi?

Una parte sulle reti della nuova tecnologia, un’altra sullo sviluppo di IoT (internet delle cose) e delle smart cities: città del futuro dotate di parcheggi e illuminazioni intelligenti (Zte le sta già realizzando a Brescia).

Di più: molti investimenti saranno destinati alla formazione di giovani talenti e alla creazione di centri di ricerca e sviluppo. Tutto ciò non stupisce se pensiamo che il colosso cinese si è aggiudicato la gara per la creazione delle reti infrastrutturali 5G in alcune città del centro Italia. Non le svilupperà da sola ma con Wind Tre (per lo sviluppo della rete unica “Golden Network”) e Open Fiber. In via sperimentale – per ora.  La multinazionale ha un ottimo posizionamento nello sviluppo delle reti 5G in Cina, dove la fibra a banda larga è fondamentale per potenziare i settori di punta.

Italia hub europeo

Il Bel Paese interessa moltissimo al colosso cinese che ha trasformato il nome da ZTE Italy a ZTE Italia (infrastrutture ICT, le soluzioni IOT e le periferiche), forte delle sue partnership anche con Vodafone, Telecom e IsiameD.  

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Nei suoi piani di sviluppo l’Italia ha un ruolo strategico: in meno di un anno il numero dei professionisti assunti è passato da 60 a 600 professionisti. Tutti rigorosamente junior. Siamo una "società giovane", ha detto Xiao Ming, vicepresidente del gruppo: "I nostri dipendenti hanno un’età media di 30 anni”.

Formazione dei talenti

Anche in Italia, l’idea è di investire sulla formazione dei talenti. Come? Dalla collaborazione con l’Università di Tor Vergata e con quella dell'Aquila sono nati un Joint Training Center a Villa Mondragone, a Frascati, e un centro di ricerca sul 5G a Prato. L’obiettivo? Formare i futuri ingegneri delle telecomunicazioni. Nel dicembre del 2016 Zte aveva investito 900 milioni per sviluppare la rete mobile di Wind-Tre Italia, aprendo un centro per la ricerca e lo sviluppo nel Mezzogiorno, con la promessa di assumere 2.500 persone. 

E sbaglia chi pensa che questo impero crollerà sotto il fuoco delle sanzioni americane, sussurra il colosso. 

Il verdetto del tribunale del Lavoro di Torino, che ha respinto il ricorso con i quali i rider di Foodora domandavano di vedersi riconosciuto lo status di lavoratori subordinati, è stato una doccia fredda.

Nondimeno, qualcosa inizia a muoversi nel mondo della 'gig economy', che vede lavoratori di fatto dipendenti vedersi negati i diritti più elementari, mentre la politica e i sindacati faticano a stare dietro a un'evoluzione tecnologica che sta riscrivendo le regole del mondo del lavoro. 

Per ora, fa comunque notizia la decisione di Deliveroo, una delle app più utilizzate per la consegna di cibo a domicilio, di concedere una copertura assicurativa gratuita ai 35 mila fattorini presenti nei Paesi dove opera. 

Arrivano i rimborsi in caso di infortunio

La nuova polizza, stipulata con Qover, spiega una nota, "oltre a garantire – come in passato – la copertura in caso di infortuni e danni a terzi durante l'attività, garantirà massimali più elevati, nonché un rimborso in caso di inattività temporanea del rider a seguito di sinistro, a prescindere dal veicolo utilizzato per svolgere le consegne". La polizza coprirà tutti i rider connessi all'applicazione, "inclusa l'ora successiva al log-off, tutelando così anche il rientro verso casa".

Riguardo ai massimali sugli infortuni, la nuova assicurazione garantirà fino al 75% delle entrate medie giornaliere per temporanea inattività fino a un massimo di 30 giorni; e ancora fino a 7.500 euro di spese mediche, 50 euro per ogni notte trascorsa in ospedale (fino a 60 giorni) e fino a 2 mila euro di spese dentistiche.

Saranno coperti anche eventuali danni provvisori o permanenti a seguito di incidenti (udito, vista, parola o attività motoria anche parziale). Rientra, infine, nel pacchetto anche la copertura per eventuali danni verso terzi, con un aumento del massimale fino a 5 milioni di euro, e la responsabilità civile per tutti i ciclisti, i motociclisti non alla guida (essendo durante la guida già dotati di Rca obbligatoria per legge) e i rider che consegnano a piedi.

Pirelli punta a rafforzare la propria presenza in Cina attraverso tecnologie innovative, i prodotti e i servizi, e a intercettare la crescente domanda di prodotti di alta gamma. Il gruppo italiano dei pneumatici ha presentato le strategie per il mercato cinese, assieme alla controllante, il colosso della chimica di Pechino, China National Chemical (ChemChina).

“Pirelli punta a rafforzare ulteriormente la propria posizione in Cina, dove è già leader nei segmenti Prestige e Premium, catturando anche la crescita della domanda locale per i prodotti di alta gamma”, spiega Pirelli in una nota di accompagnamento alla conferenza stampa di oggi alla Diaoyutai State Guest House, nella quale si sono alternati alla parola il presidente di China National Chemical Corporation (ChemChina) Ren Jianxin, e il vice presidente e Ceo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera. 

Pirelli rimarrà a governance italiana “perché è nello statuto”, ha dichiarato Tronchetti Provera a margine della conferenza stampa di oggi, ma l’importanza strategica della Cina è evidenziata dai numeri: l’Asia-Pacifico, che nel 2017 ha segnato una crescita del 14,3% a quota 806,2 milioni di euro, due terzi dei quali provenienti dalla Cina stessa, è il settore a più alto tasso di crescita per il gruppo. “La Cina è una grande opportunità di continua crescita per Pirelli”, ha affermato Tronchetti Provera, in una nota. “Le sue tecnologie innovative hanno sempre fatto di Pirelli un’entità unica nel suo settore, e insieme al prezioso contributo di ChemChina, ci permetterà di rafforzare ulteriormente la nostra presenza nel Paese”.

Per sostenere la crescita in Cina, dove Pirelli produce del 2005 con due fabbriche a Yanzhou, nel sud-est, e Jiaozuo, nella Cina interna, è stato nominato Ceo della holding di ChemChina, China National Tire & Rubber Corporation, Filippo Maria Grasso, vice presidente delle Relazioni Istituzionali di Pirelli.

Il sostegno a Pirelli è stato confermato anche dal presidente di ChemChina, Ren Jianxin, che ha sottolineato come il suo gruppo sia impegnato in una “strategia globale” che passa anche attraverso il consolidamento di asset domestici e stranieri, come Pirelli. “Il nostro investimento è di lungo termine e manterremo quindi la nostra partecipazione a lungo”, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa. “Finora abbiamo raddoppiato il valore del nostro investimento”, ha proseguito Ren, che ha anche sottolineato che “siamo ancora lontani dal raggiungimento del picco”, sottintendendo che c’è ancora spazio per crescere.

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