Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

A maggio il debito delle amministrazioni pubbliche è stato pari a 2.364,7 miliardi, in diminuzione di 8,7 miliardi rispetto al mese precedente. Lo rileva Bankitalia. L’andamento riflette la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (11,3 miliardi, a 47,2; erano pari a 57,6 miliardi a maggio 2018), solo parzialmente compensata dal fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (1,1 miliardi) e dall’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio (1,6 miliardi). 

Nello stesso mese le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 34,1 miliardi, in aumento dell’1,6 per cento (0,5 miliardi) rispetto allo stesso mese del 2018. Nei primi cinque mesi del 2019 esse sono state pari a 156,7 miliardi, in aumento dello 0,9 per cento (1,4 miliardi) rispetto al corrispondente periodo del 2018; al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che la dinamica delle entrate tributarie sia stata più favorevole.

La data per presentare le offerte per Alitalia resta quella di lunedì prossimo 15 luglio. Oggi, entro le 18, le buste arriveranno sulla scrivania di Mediobanca, advisor di Fs nell’operazione, che dovrà valutare la solidità finanziaria delle proposte. La novità è che le offerte potranno non essere vincolanti, questo per permettere ad Atlantia di approfondire il dossier. 

Oggi fonti del Mise hanno sottolineato che il ministro Luigi Di Maio ha espresso “la totale neutralità rispetto ai players che ad oggi hanno manifestato interesse, formale e non formale, nella newco”. “Non esistono pregiudizi così come non esistono preferenze, questo nel rispetto di un’operazione di mercato la cui quota maggioritaria della stessa newco sarà detenuta da Fs e Mef. Si ribadisce ancora una volta che la scadenza ultima e inderogabile per la chiusura del consorzio sarà il 15 luglio”, proseguono le fonti. In pratica, nessuna volontà di limitare l’intervento di Atlantia coinvolgendo altri potenziali partner, dal gruppo Toto a Claudio Lotito passando per l’azionista principale di Avianca, German Efromovich. 

Come sarà composta la cordata

Lunedì, dopo il Cda, Fs non dovrà presentare a Mise e commissari, un piano industriale definitivo sempre nell’ottica di dare il tempo necessario ai componenti la cordata di partecipare alla stesura dello stesso. Consorzio che a meno di sorprese dell’ultim’ora vede appunto Fs con una quota del 37,5%, Mef al 15%, Delta al 15% che però, almeno secondo le ultime indiscrezioni, potrebbe crescere fino al 18-20% e il resto nelle mani di Atlantia che dovrebbe così avere una quota nella newco tra il 25% e il 30%.

In questo modo, come affermato da Di Maio, la maggioranza della nuova Alitalia sarebbe nelle mani ‘pubbliche’ di Fs-Mef. Da lunedi’ in poi i soci si metteranno al lavoro per definire la governance e il piano industriale, lavoro che non sara’ ne’ breve ne’ facile, al termine del quale arriveranno le vere e proprie offerte vincolanti. 

Il tempo tuttavia stringe perché nelle casse di Alitalia ci sono circa 430 milioni di euro, cifra sufficiente ad arrivare a fine anno. Poi ci dovranno pensare i nuovi soci. Sul fronte regolatorio la nuova compagine dovrà fare i conti con l’Ue che ha aperto una procedura per aiuti di stato dopo il prestito ponte da 900 milioni di euro del Mef. Bisognerà vedere cosa farà Bruxelles quando il Tesoro, quasi sicuramente, convertirà il prestito in una quota della nuova compagnia.

Dal 19 al 24 luglio  i 2.980 navigator che hanno superato il test di selezione  firmeranno il contratto che li vedrà seduti alle loro scrivanie a partire da metà agosto. Figura di supporto nei Centri per l’impiego che gestiranno il reddito di cittadinanza, il navigator lavorerà con un contratto di collaborazione con durata fino al 30 aprile 2021 per un compenso lordo annuo di 27.338,76 euro, oltre a 300 euro lordi mensili a titolo di rimborso forfettario per spese di viaggio, vitto e alloggio, sostenute per svolgere l’incarico.

La distribuzione varia a seconda delle platee di beneficiari per provincia, e così, ad esempio, 274 navigator sono destinati a Napoli, 195 a Roma, 125 a Palermo, 107 a Torino, 100 a Catania, 78 a Bari, 77 a Salerno e 76 a Milano. Dati Inps alla mano, nelle regioni con il maggior numero di beneficiari del reddito di cittadinanza, il rapporto navigator/numero di beneficiari è di circa 1/300. 

Quanto alla formazione, riporta il Corriere, Dal 29 al 31 luglio sono previste tre giornate di orientamento a Roma, Palermo e Cagliari. Dal 1° agosto inizieranno le due settimane previste di formazione sul territorio, con l’assistenza di un tutor di Anpal Servizi. I navigator apprenderanno così le competenze di base, anche attraverso il completamento di una decina di moduli e un test finale di certificazione.

Ma accanto ai circa 3.000 vincitori ci sono altrettanti “idonei”, persone che, pur avendo superato la soglia di sbarramento minima prevista, non potranno, allo stato, essere contrattualizzate, né formate, in virtù del limitato numero di posti disponibili. E ora chiedono che sia riportato a 6.000 il numero di posti disponibili. Lo chiede a gran voce soprattuto il Gruppo Nazionale Navigator Idonei che ha inviato un comunicato ad alcune testate: “E’ evidente la necessità di rivedere al rialzo, nell’ambito dei singoli accordi con le Regioni, il numero di Navigator per provincia, rivalutando almeno l’iniziale previsione di 6000 addetti, e dunque di procedere alla formazione e contrattualizzazione degli “idonei”.

Il concreto rischio, infatti, è che i futuri dipendenti dei centri per l’impiego, assunti con determinate mansioni , si troveranno, di fatto, a dover fronteggiare anche la “questione” relativa ai beneficiari di Reddito di Cittadinanza, di competenza, appunto, di altra specifica figura professionale: i Navigator”. “L’auspicio, pertanto, – aggiungono – è quello di un segnale forte e quanto mai opportuno: ritornare all’iniziale numero previsto di Navigator al fine di perseguire, nel miglior modo possibile, il più complessivo rilancio delle politiche attive del lavoro del nostro Paese, a partire, non certo casualmente, dall’assunzione di quanti risultati idonei allo specifico concorso per Navigator. Considerazioni, queste già esposte, purtroppo invano, attraverso canali istituzionali ufficiali, non solo ministeriali, al fine di avere risposte circa il futuro di ben 3000 “idonei” che, con forza, chiedono non solo lo scorrimento della graduatoria in caso di rinunce (già previsto dal bando) ma anche di estendere la platea di quanti opereranno, di qui a breve, nel difficile e complesso mondo delle politiche attive del lavoro previste per il “Reddito di Cittadinanza”.

Così è stato fatto, tra l’altro, nell’ambito dei concorsi INPS e Assistenti Giudiziari e quindi, perché non dare questa possibilità anche ai Navigator idonei?”

La Panini, storico marchio italiano delle figurine, potrebbe diventare americana. Secondo indiscrezioni raccolte dalla Gazzetta di Modena, alcuni acquirenti statunitensi starebbero pensando di presentare un’offerta per rilevare il pacchetto azionario dall’italo-argentino Aldo Hugo Sallustro, attuale amministratore delegato della società, e dalla famiglia bolognese Baroni.

Non sarebbe la prima volta che la storica società, le cui figurine fanno parte dell’immaginario collettivo non solo di bambini e ragazzi, finisce in mani americane. Nata nel 1961, con la commercializzazione della prima collezione Calciatori e la stampa della storica figurina numero uno (quella del capitano dell’Inter Bruno Bolchi), la Panini si ingrandisce al punto da raggiungere, negli anni Ottanta, fatturati annui nell’ordine dei 100 miliardi di lire.

Nel 1988, poi, la gestione passa dalla famiglia Panini al Gruppo Maxwell che installa un management straniero. La scelta però non paga e, dopo appena quattro anni, la società torna italiana: ad acquistarla, nel 1992, sono la Bain Gallo Cuneo e la De Agostini. Nel giro di due anni la Panini torna ai fasti del passato: così, nel 1994, subentra Marvel Entertainment Group che conferma management e gestione italiani.

Cinque anni più tardi un nuovo ribaltone: l’azienda torna in mani italiane. A perfezionare l’acquisto, l’8 ottobre 1999, è la Fineldo SpA, finanziaria di Vittorio Merloni, insieme al management della società modenese guidato da Aldo Hugo Sallustro che detiene una quota rilevante del capitale. L’ultimo riassestamento proprietario risale al 2016, quando Fineldo lascia e subentrano Anna Baroni e Maria Teresa Baroni.

A vent’anni di distanza si torna dunque a parlare di nuovi possibili padroni a stelle e strisce per l’impero delle figurine, un colosso nato a Modena e che oggi, con società controllate (tra le altre) in America, Brasile, Cina, Spagna, Francia, Messico, Regno Unito e Russia, ha un fatturato superiore a 563 milioni di euro (dato del 2017), distribuisce in più di 120 Paesi e ha oltre mille dipendenti.

Secondo quanto riferito dalla società sul proprio sito web, ogni anno Panini produce circa 6 miliardi di figurine. Oltre al settore collectibles, l’azienda è attiva in altri settori. Tra questi il più importante è il publishing, la cui divisione ogni anno crea, modifica, traduce e pubblica circa 7 mila tra fumetti (tra cui Topolino), riviste, opere in fascicoli e libri in Europa, Messico e Brasile. La società opera anche nel ramo della distribuzione. 

Con 24,5 milioni di tonnellate l’Italia si piazza al decimo posto mondiale tra i Paesi produttori di acciaio. I siti produttivi censiti da Federacciai nel 2017 erano 39, con il record dell’ex Ilva di Taranto che resta ancora oggi la più grande acciaieria d’Europa. Al Sud ci sono poi piccole presenze siderurgiche soltanto in altre due città, Potenza e Catania. Tutti gli impianti restanti sono invece dislocati al Nord.

Altoforni sono presenti a Piombino, Taranto e Trieste; convertitori ad ossigeno a Taranto e a Piombino; forni elettrici, che usano il rottame di ferro sono ad Aosta, Bergamo, Bolzano, Brescia, Catania, Cremona, Cuneo, Padova, Potenza, Reggio Emilia, Torino, Terni, Trento, Udine, Varese, Verona e Vicenza.

I gruppi produttori

Lasciati gli impianti di Taranto a seguito del commissariamento e delle vicende giudiziarie, i Riva si sono concentrati nelle unità produttive che avevano nel Nord. Il gruppo ha complessivamente 5.021 dipendenti, 21 siti produttivi, produce 6,9 milioni di tonnellate di acciaio e fattura (dati 2017) 3,2 miliardi di euro.

Altro gruppo leader è Arvedi di Cremona, che dal 2010 ha attivato un moderno insediamento industriale con la linea Esp (Endless strip production). Arvedi ha venduto nel 2017 oltre 3 milioni di tonnellate. Produce tra l’altro acciai piani e tubi saldati al carbonio.

A Lonato del Garda c’è Feralpi. Il gruppo è tra i principali in Europa specializzato negli acciai per l’edilizia e negli acciai speciali. I dipendenti sono 1.500, 2,5 i milioni di tonnellate di acciaio prodotte, il fatturato è di 1,3 miliardi. Poi ci sono le Acciaierie Venete con oltre mille dipendenti e 1,5 milioni di tonnellate di acciaio.

A Brescia c’è Ori Martin, con acciai finiti a caldo per automotive e meccanica. Non produce acciaio ma lo trasforma, ed è leader in questo campo, Marcegaglia, con quartier generale nella provincia di Mantova. L’acciaio lavorato è pari a 5,8 milioni di tonnellate, il fatturato supera i 5,3 miliardi, 25 sono gli stabilimenti, 6.500 i dipendenti.

Gli stranieri in Italia

Al primo posto spicca ArcelorMittal, che tramite ArcelorMittal Italia controlla l’ex Ilva dallo scorso 1 novembre. Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi sono i siti principali. Genova e Novi Ligure si alimentano delle produzioni di Taranto, quest’anno previste attorno ai 5 milioni di tonnellate, molto al di sotto delle potenzialità dell’impianto. Gli addetti, secondo l’accordo siglato al Mise di un anno fa, sono 10.700, di cui 8.200 assunti a Taranto.

A Terni, con Acciai speciali Terni, sono presenti i tedeschi di ThyssenKrupp che hanno recentemente annunciato un piano di ridimensionamento di occupati e produzione. Terni è nel segmento laminati piani di acciaio inox. L’indiana Jindal – che aveva cercato di prendere in cordata con Cdp, Arvedi e Del Vecchio l’Ilva di Taranto attraverso Acciaitalia – gestisce lo stabilimento ex Lucchini di Piombino. Gli occupati sono 740 ma dovrebbero salire a un migliaio una volta che saranno definitivamente rimessi in funzione treni, rotaie, barre e l’impianto della vergella.

Prima dell’arrivo di Jindal, il sito di Piombino era inattivo da quattro anni. A Piombino si insedieranno anche gli indiani di Liberty Steel dopo che ArcelorMittal, incalzata dall’Antitrust europeo, ha dovuto cedere l’ex Magona, a valle dell’acquisizione di Ilva. 

L’andamento produttivo

Dalla relazione 2018 Federacciai emerge un andamento produttivo fortemente altalenante negli ultimi dieci anni. Si passa dalle 25,7 milioni tonnellate di acciaio prodotte nel 2010, alle 24,5 milioni di tonnellate del 2018. Il picco si è avuto nel 2011 con 28,7 milioni di tonnellate in 42 siti, mentre il minimo è stato toccato nel 2015 con 22 milioni di tonnellate. I dati dei primi cinque mesi del 2019 attestano una produzione di 10,470 milioni di tonnellate, in calo del 2 per cento sull’analogo periodo del 2018. 

Il podio mondiale

La lista mondiale dei produttori, che vede l’Italia al decimo posto, è aperta dalla Cina, il Paese che nel 2018 ha messo a segno il balzo produttivo maggiore, passando dagli 870,9 milioni di tonnellate del 2017 a 928,3 milioni di tonnellate. Passo in avanti significativo, ma meno imponente rispetto a quello cinese, anche per l’India, passata da 101,5 a 106,5 milioni di tonnellate. Una crescita che ha permesso all’India di salire dal terzo al secondo posto nella mappa mondiale.

Il Giappone è invece scivolato dal secondo al terzo posto: dopo i 104,7 milioni di tonnellate prodotti del 2017 ha chiuso l’anno scorso con 104,3 milioni di tonnellate. ArcelorMittal è invece il primo produttore mondiale di acciaio. Nella classifica 2018 dei primi 50 produttori, svetta con i suoi 96,42 milioni di tonnellate prodotte. 

Il reato di corruzione internazionale ipotizzato dalla Procura di Milano nell’inchiesta sui contatti del leghista Gianluca Savoini in Russia, era stato già contestato nel procedimento penale contro il capo di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, per la vendita di 12 elicotteri all’India. Un procedimento che ha causato anche una complicata crisi diplomatica con l’India, per poi concludersi – 5 anni dopo – con l’assoluzione piena di Orsi.

Il caso Finmeccanica esplode il mattino del 12 febbraio 2013, quando il presidente e amministratore delegato della società, Giuseppe Orsi, viene arrestato dai carabinieri del Noe con l’accusa di corruzione internazionale nell’ambito di un’inchiesta condotta dal pm di Busto Arsizio Eugenio Fusco. Ai domiciliari finisce invece l’amministratore delegato di Agusta Westland, Bruno Spagnolini. Secondo l’accusa, per la vendita di 12 elicotteri all’India, fra il 2004 e il 2007 era stata pagata una tangente da 51 milioni, per un contratto del valore di 750 milioni di dollari.

Già dall’anno precedente (2012), la Procura di Napoli indagava per altri episodi di corruzione internazionale che avrebbero riguardato attività di Finmeccanica in Brasile, Panama e Russia. Nel giorno dell’arresto di Orsi, la quotazione del titolo subisce forti ribassi in Borsa e la Consob è costretta a vietare le vendite allo scoperto. Il dirigente si dimette dalle cariche e affronta il processo.

In primo grado, il 9 ottobre 2014 il Tribunale di Busto Arsizio (Varese) assolve Orsi e Spagnolini dall’imputazione di corruzione internazionale perché “il fatto non sussiste” e li condanna però a due anni di reclusione per false fatture. 

Il 7 aprile 2016 la Corte di Appello di Milano condanna per entrambi i reati Orsi a 4 anni e 6 mesi, Spagnolini a 4 anni. Il 16 dicembre 2016 la Cassazione annulla con rinvio questa sentenza per risolvere le contraddizioni emerse dalle dichiarazioni di alcuni testimoni. L’8 gennaio 2018, il processo di appello bis finisce con l’assoluzione di Orsi e Spagnolini e l’anno dopo, il 22 maggio 2019, la Cassazione conferma in via definitiva le assoluzioni.

Nel frattempo nel maggio 2016, in pieno ‘caso Marò’, l’India ha annullato le gare vinte da Finmeccanica: motivo ufficiale le indagini sulle presunte tangenti. Sempre nel 2016, il gruppo diventa Leonardo-Finmeccanica, per poi cambiare la sua denominazione sociale in Leonardo Spa dal primo gennaio 2017.

Fiducioso sullo spread il premier Giuseppe Conte: “Il fatto di aver evitato la procedura di infrazione ci sta aiutando. Lo spread è al minimo rispetto al maggio 2108. Confidiamo che scenda ancora di più questo significa che abbiamo la fiducia dei mercati”, ha detto il presidente lasciando l’assemblea del centenario dell’Abi.

Questa fiducia, ha aggiunto, “confidiamo di acquisirla sempre più e di continuare in questa direzione ovviamente noi teniamo i conti in ordine ma il problema è che dobbiamo farlo non con misure regressive di meno rigore ma vogliamo misure che consentano la crescita e l’occupazione.  E sono contento di ciò che oggi ho sentito- continua –  anche dal presidente dell’Abi: c’è stato un passaggio molto significativo che trovo molto consonante con la linea del governo quando rivendica una Europa più democratica, solidale. Che non si affidi solo all’euro burocrazia ma miri a far crescere tutto il sistema euro unitario soprattutto di sviluppo sociale e crescita dell’occupazione. Da questo punto di vista siamo perfettamente allineati”. 

Il settore bancario è in fermento in tutta Europa: fra tassi bassi e ristrutturazioni come quella avviata da Deutsche Bank, nonostante le parole prudenti che gli amministratori delegati degli istituti di credito italiani spendono in ogni occasione ufficiale, gli investitori sembrano convinti che il necessario consolidamento possa essere vicino.

Dal dossier Carige, con la banca ligure che da mesi ormai cerca un partner per essere messa in sicurezza e rilanciata, a Mps – con lo Stato che entro fine anno dovrà presentare alla Commissione Ue una strategia d’uscita dal gruppo – sono diverse le partite che potrebbero dare il via al domino del consolidamento. Le indiscrezioni che si inseguono hanno come protagonisti soprattutto gli istituti di medie dimensioni, ovvero quelli alle spalle dei due big Intesa Sanpaolo e Unicredit, per cui è difficile immaginare un’ulteriore crescita in Italia.

L’ultima ipotesi che si è riaffacciata sui giornali, più che nelle sale operative degli investitori, è quella di un matrimonio fra la terza e la quarta banca del nostro Paese, Banco Bpm e Ubi Banca. Entrambi gli istituti sono frutto di fusioni successive, e quello guidato da Giuseppe Castagna è stato il primo a realizzare un merger sotto l’occhio attento della Bce.

Al tempo stesso sul tavolo dei due amministratori delegati non c’è niente di concreto e anzi, lo stesso Castagna e Victor Massiah, sono stati due fra i protagonisti della Mediobanca Ceo Conference di fine giugno: dalla serie di incontri organizzati dall’istituto di piazzetta Cuccia fra investitori e vertici delle società italiane, sul fronte del settore bancario è emerso fra l’altro che per gli istituti di credito difficilmente si allenterà la pressione sul fronte dei ricavi e che il consolidamento rimane frenato da temi regolatori, legislativi e di governance.

Anche secondo gli analisti di Equita l’idea è “molto prematura” per diversi motivi, fra cui le “valutazioni relative ai due titoli”, con Banco Bpm che viene trattato a multipli decisamente più bassi rispetto alla concorrente. Altro tema è “un vincolo quasi insuperabile nella frammentazione della governance” della banca di piazza Meda, “la cui assemblea straordinaria nell’attuale configurazione potrebbe non garantire il supporto a operazioni sponsorizzate dal management”.

Di sicuro quelle di un matrimonio sono speculazioni a cui la Borsa non sembra credere: in una giornata difficile per i bancari, i titoli di Banco Bpm e Ubi sono stati appesantiti dalle vendite, perdendo rispettivamente il 2,53 e l’1,53%. Entrambi gli istituti, tuttavia, rimangono anche candidati in operazioni su altre banche. MPS Il titolo del Monte dei Paschi, nelle ultime giornate, ha accelerato con decisione al rialzo, passando da circa 1 euro, valore a cui era precipitato in primavera, a oltre 1,6 euro e recuperando tutte le perdite dell’anno.

Dietro il rally c’è l’opinione che, nel caso in cui l’Italia dovesse davvero ottenere il commissario europeo alla Concorrenza, sarebbe più facile trattare un piano di uscita dello Stato, che ha in mano poco meno del 70% delle azioni. Questa circostanza, unita dalla scelta della banca guidata da Marco Morelli di chiudere il contratto di servicing sugli Npl con Juliet (formata da Cerved e Quaestio, ndr.) pagando una penale, ha fatto pensare a diversi analisti che possa esserci un’ulteriore accelerazione nella pulizia del bilancio del gruppo, con una vendita combinata di sofferenze e inadempienze probabili, a cui potrebbe guardare anche Sga, la società del tesoro attiva in questo business.

Di sicuro la stessa Sga è uno degli attori nella partita per la messa in sicurezza di Carige, dove potrebbe essere chiamata a giocare un ruolo ancora più ampio rispetto a quello che si è prefigurato nei mesi scorsi, quando ha avanzato un’offerta su 1,9 miliardi di crediti deteriorati. Sul dossier relativo alla banca ligure c’è un’unica circostanza che sembra certa, ed è quella della conversione del bond da 320 milioni in mano allo Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi: una nuova riunione del consiglio si dovrebbe tenere dopo l’assemblea dell’Abi, che si terrà a Milano venerdi’.

Fermo restando che anche la seconda proposta arrivata dal fondo usa Apollo non è stata ritenuta convincente, le ipotesi sul tavolo attualmente sono due: un intervento di Cassa Centrale Banca, una delle due capogruppo del settore del credito cooperativo, che entrerebbe così in Liguria, e uno di Bper, il cui Ad Alessandro Vandelli ha parlato chiaramente di un potenziale interesse nel caso fosse un’operazione ‘neutra’ dal punto di vista del capitale.

Questo richiederebbe appunto una pulizia più profonda del bilancio rispetto a quella prevista dal piano originario dei tre commissari di Carige: a Sga potrebbe quindi essere richiesto un impegno piu’ ampio, che deve comunque rappresentare una possibilità interessante dal punto di vista economico per la società.

Campbell Soup ha venduto la sua controllata danese Kelsen Group alla Ferrero per 300 milioni di dollari. In particolare, Cth invest, la holding belga del gruppo italiano, assumerà il controllo di due impianti della Kelsen in Danimarca, aggiungendo i famosi biscotti danesi alla sua linea di prodotti.

“La vendita di Kelsen Group è in linea con la nostra strategia di concentrarci sul Nord America dove controlliamo marchi iconici e abbiamo una forte posizione di mercato”, afferma l’amministratore delegato di Campbell, Mark Clouse, in una nota.
Kelsen, tra i cui marchi figurano Kjeldsens e Royal Dansk, ha fatturato 157 milioni di dollari negli ultimi dodici mesi. Ferrero se ne è assicurata il controllo battendo la concorrenza di un consorzio formato da Kkr e Bain Capital e di Mondelez international, il gruppo che produce i biscotti Oreo. 

“Mi dicono che c’è un’offerta di Atlantia, io non ho pregiudizi” nei confronti dell’azienda però “nessuno deve mettersi in testa” che sulla revoca delle concessioni autostradali il Governo possa fare passi indietro. Lo dice il vicepremier Luigi Di Maio in diretta su Facebook. “Sulla revoca si va avanti, poi se si vuole fare un’offerta, verrà valutata per vedere se è un socio solido e può entrare” nel capitale.

Ricordando il 15 luglio che si avvicina che è la data di scadenza per Alitalia, Di Maio ha sottolineato che “dobbiamo avere il consorzio di tutti i soggetti che vogliono rilanciare la nuova Alitalia. Lo sapete che c’è le Ferrovie dello Stato, c’è il Ministero dell’Economia e delle Finanze e c’è Delta Airlines. Serve il quarto elemento: ieri sera ho incontrato Toto, che è uno ei soggetti che ambisce ad entrare nella nuova Alitalia”. Ciò detto, “mi dicono che è in arrivo una proposta di Atlantia” ma il Governo “non può fare passi indietro” sulla revoca delle concessioni.

“Io i 40 e passa morti del Ponte Morandi non me li dimentico, quindi sulla revoca e sulla procedura si va avanti, poi, se si vogliono fare delle offerte per Alitalia, saranno valutate da Fs e da Delta e si vedrà se sono un socio solido per entrare nella compagnia”, ha aggiunto. 

Flag Counter