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È il 22 settembre 2015 quando la Guardia di Finanza esegue una serie di perquisizioni presso gli uffici della Banca Popolare di Vicenza. Le ipotesi di reato, aggiotaggio e ostacolo delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza, fanno intuire che si è di fronte ad un'inchiesta che avrebbe scosso l'intera BpVi, se non l'intero sistema bancario italiano. Un'inchiesta sfociata in un processo del quale si tiene oggi la prima udienza.

Le indagini prendono il via da alcuni esposti presentati da soci e correntisti della banca Popolare ma anche e soprattutto dalla decisione dell'ex direttore generale Samuele Sorato di valutare azioni legali nei confronti dell'allora presidente Gianni Zonin per alcuni attriti nella gestione della Banca. I magistrati che per due anni – fino al rinvio a giudizio per sette vertici della banca dello scorso settembre – hanno indagato sulla vicenda hanno spiegato che gli indagati "in tempi diversi, diffondevano notizie false e realizzavano operazioni simulate e altri artifici idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni BpVi e a incidere in modo significativo sull'affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale del Gruppo bancario". Non solo. Avrebbero anche concesso finanziamenti finalizzati all'acquisto e alla sottoscrizione di azioni, per un controvalore complessivo di 963 milioni, anche assumendosi l'impegno di riacquisto dei titoli per determinare una apparenza di liquidità del titolo sul mercato secondario. Ma ci sarebbe anche la partita delle "operazioni baciate", la diffusione di notizie false e un camuffamento delle fragilità interne e delle reali condizioni dell'istituto di credito.

Migliaia i risparmiatori coinvolti

Sullo sfondo dell'inchiesta compaiono le storie di migliaia e migliaia di risparmiatori, spesso pensionati o normali famiglie, che avevano affidato alla BpVi i risparmi di una vita sicuri di sottoscrivere obbligazioni "blindate" e in realtà tenuti all'oscuro dei reali profili di rischio delle azioni acquistate. Nel marzo 2016 il nuovo management, guidato dall'ad Francesco Iorio, porta in assemblea il progetto di trasformazione della banca in Spa, supportato da un aumento di capitale da 1,5 miliardi propedeutico anche alla quotazione in Borsa. A causa dello scarso supporto dei soci storici, che hanno visto il valore dell'azione crollare, e dell'assenza di nuovi investitori disposti a entrare l'operazione di rafforzamento patrimoniale sembra destinata a fallire.

A intervenire, sottoscrivendo l'intero importo dell'aumento, con l'emissione di 15 miliardi di nuove azioni a 0,10 euro, sarà il Fondo Atlante. Nel fondo converge anche Veneto Banca, coinvolta in una vicenda simile a quella della BpVi. Nella notte fra domenica 25 e lunedì 26 giugno 2017 Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca vengono poste in liquidazione coatta amministrativa e i tre commissari liquidatori nominati dalla Banca d'Italia per ciascuna delle due banche firmano i contratti di cessione a Intesa Sanpaolo, al prezzo simbolico di un euro, di un insieme di attività e passività facenti capo alle due banche fallite. Ne nasceranno una "bad bank" a cui restano alcuni asset e la maggior parte dei crediti deteriorati (le stime parlano di 18 miliardi di euro), che dovranno essere valorizzati dalla Sga, e una "good bank" da 26,1 miliardi di euro di crediti in bonis e altri crediti per circa 4 miliardi di euro non classificati come deteriorati, ma giudicati ad alto rischio, che finira' in pancia al gruppo milanese. 

Domenica il Bitcoin ha fatto il suo debutto ufficiale alla borsa di Chicago, la Chicago Board Options Exchange (CBOE). Una partenza sprint con la criptovaluta che da 15 mila dollari ha superato in poche ore i 16 mila dollari, per poi toccare quota 18mila sui mercati asiatici. Della moneta digitale si conosce il nome del padre: Satoshi Nakamoto. E il fatto che, probabilmente, un padre non ce l’ha affatto e che quel nome e cognome sono solo uno pseudonimo dietro cui si cela un gruppo di nerd che l’ha inventata. I più preparati hanno seguito la storia sin dall’inizio e conoscono bene il percorso stellare del Bitcoin.

Ecco allora 6 curiosità che (forse) non tutti sanno su quella che hanno definito la moneta del futuro.

1) Il primo negozio fisico è italiano: La rivoluzione bitcoin ha trovato casa in un ex negozietto di abbigliamento all'angolo di una strada di una cittadina che non arriva a 40mila abitanti nel profondo Nord: Rovereto. E’ qui che si trova il primo sportello "fisico" al mondo dedicato alla criptovaluta. Si chiama “Compro Euro” e l'hanno aperto in una manciata di giovani soci, già presenti sul territorio con le loro start-up. Perché a Rovereto? "Usare i bitcoin significa fidarsi di qualcosa, più che di qualcuno. Ma quando si parla di moneta la fiducia è fondamentale", spiega Marco Amadori, già ceo di Inbitcoin e ora anche socio di Compro Euro. E qui ci sono persone che già li usano e che si conoscono fra di loro. Ma guai a perdere la card, o il proprio codice segreto di accesso al portafoglio bitcoin: è una valuta al portatore, perdere i dati equivale a perdere il denaro.

2) Italia, il primo Paese in cui si possono acquistare case in bitcoin: Ci sono 123 appartamenti nel quartiere San Lorenzo di Roma, che posso essere acquistati in bitcoin. L’iniziativa – la prima al mondo del suo genere – è del gruppo immobiliare Barletta, che vuole scommettere sulla criptovaluta al punto da accollarsi le spese d’agenzia e notarili, consentendo un risparmio tra i 15 e i 45mila euro, in base al taglio degli immobili, all’acquirente che sceglierà il nuovo metodo di pagamento. L’operazione si è potuta effettuare in virtù di una risoluzione dell’Agenzia delle Entrate del settembre scorso, che ha di fatto riconosciuto i bitcoin come una valuta straniera, rendendo quindi possibile usarla in un atto notarile.

3) Il primo disco acquistabile con la criptovaluta è di Bjork. Si chiama “Utopia”, è il nono album di Björk uscito il 24 novembre e potrà essere acquistato anche pagando con criptovalute come Bitcoin, Audiocoin, Litecoin e Dashcoin. L’operazione  – riporta Music Ally – nasce dalla collaborazione tra la start-up londinese Blockpool, impegnata nella diffusione della tecnica del pagamento elettronico, e lo staff della cantautrice islandese. “Il pubblico e gli artisti – ha spiegato nell’intervista al portale londinese Kevin Bacon, AD di Blockpool – hanno già usato le criptovalute in precedenza, ma questo è, in ogni modo, il primo caso di artista globale che permetta di utilizzarle per fare qualcosa del genere. Mentre sarà interessante vedere come la comunità legata alle criptomonete risponderà a questa operazione, Utopia può rappresentare il primo approccio per molte persone nei confronti di questa tecnica di pagamento”.

4) Sui banchi a lezione di criptovalute: Sono sempre di più gli atenei che offrono corsi su blockchain e bitcoin per formare una categoria di professionisti fra le più richieste sul mercato. Secondo un recente studio di Deloitte, infatti, il 28% delle maggiori compagne di tech e finanza ha già investito più di cinque milioni di dollari in tecnologie blockchain e un altro 25% prevede di investirli nel 2018.

5) Per estrarre un bitcoin ci vuole tanta energia quanta se ne consuma in Ecuador: Secondo le ultime stime poiché le operazioni computazionali da effettuare per produrre nuovi bitcoin e ridistribuirli tra gli utenti diventano sempre più complesse, l’energia necessaria ogni ora sarebbe diventata oggi comparabile al fabbisogno annuo dall’Ecuador. A risolvere il problema verde ci sta pensando il programmatore Bram Cohen, già fautore di BitTorrent. In che modo? Lanciando attraverso la Chia Network, la società che ha da poco creato, un tipo di crittografia che non sfrutti il proof-of-work (meccanismo per verificare le transazioni), che è esattamente quello che richiede il dispendio di potenza delle macchine e capacità di calcolo e quindi, energia. Per verificare il blockchain (che raccoglie tutte le transazioni) Chia vuole utilizzare lo spazio di archiviazione inutilizzato (più economico) su hard disk.

6) In Usa gli hanno già dedicato una serie: Si chiama StartUp, la serie che ha assoldato nel cast Martin Freeman e Adam Brody, prodotta dal servizio on demand Crackle – la piattaforma di Sony -, e distribuita in Italia da Amazon Video. La storia ruota intorno a un genio dell’informatica, Izzy Morales, il figlio di un ricco finanziere invischiato in affari di riciclaggio di denaro, Nick Talman (interpretato da Adam Brody, noto per la sua interpretazione nella serie “The O.C.”, ndr); un gangster spietato, Ronald Dacey e, infine, un agente corrotto dell’FBI, interpretato da Martin Freeman (conosciuto al grande pubblico per “Fargo” e “Sherlock) incrociano i loro destini. Sarà proprio Izzy a creare una criptomoneta nel garage di casa e a trovare in Nick, un finanziatore e socio che usa i soldi delle attività illecite del padre per avviare la startup.

Leggi anche: Perché non possiamo più non occuparci del Bitcoin

 

 

 

 

Partenza con sprint per il bitcoin scambiato per la prima volta al Chicago Board Options Exchange (Cboe). La moneta digitale, che ha debuttato a quota 15mila dollari e ha superato nei primi scambi la soglia dei 16 mila dollari, ha toccato sui mercati asiatici quota 18 mila dollari, tra scambi molto volatili che hanno, nei primi venti minuti di contrattazione, reso inaccessibile il sito internet Cboe che, ha dovuto sospendere le contrattazioni dopo 2,5 ore e dopo 4 ore a causa dei forti rialzi, scrive Milano Finanza. Chicago ha infatti previsto, per limitare la grande volatilità attesa su questo tipo nuovo di derivato, di porre delle sospensioni di 2 minuti se la fiammata è superiore al 10% e di 5 minuti se superiore al 20%, di cinque e più minuti in casi di rialzi molto marcati.

Una serie di massimi storici

I dieci giorni che hanno preceduto l'ingresso del Bitcoin​ nel mondo della finanza ufficiale hanno visto la criptovaluta inanellare una serie di massimi storici impressionante, fino a superare i 19 mila dollari, raddoppiando così il proprio valore in poco più di una settimana. Ora il grande giorno è arrivato: il bitcoin si è affacciato questa domenica sul mercato dei future negli Stati Uniti, una irruzione nel mondo dell'alta finanza che dovrebbe limitare la volatilità della divisa digitale, ovvero l'aspetto che ha suscitato più perplessita tra gli scettici, che paventano un rovinoso sgonfiamento della bolla.

I derivati in Bitcoin hanno cominciato a entrare nelle offerte a mezzanotte, ora italiana, nel mercato Cboe di Chicago, anche se il primo giorno di operazioni sulla piattaforma sarà oggi, quando sarà possibile valutare in concreto l'esito del lancio. Ed è solo l'inizio: entro il 18 dicembre i future in Bitcoin dovrebbero sbarcare sulla più grande piattaforma di trading di derivati del mondo, la Cme, anch'essa con sede a Chicago, e per il prossimo anno è previsto anche il lancio sul mercato dei future del Nasdaq, mentre sono in corso test anche sui listini di Tokyo e Parigi.

E le grandi banche contrarie

"Dato l'interesse senza precedenti per il Bitcoin, è fondamentale fornire ai nostri clienti gli strumenti di mercato per consentire loro di esprimere i loro punti di vista e coprire la loro esposizione", afferma il presidente della Cboe, Ed Tillu. Ma non tutta la comunità finanziaria è fiduciosa. Nei giorni scorsi le grandi banche Usa hanno avvertito le autorità di controllo che il sistema finanziario non è preparato ad affrontare nell'immediato il lancio dei contratti future sulle criptovalute. La Futures Industry Association, l'associazione che raggruppa i grandi broker e cioè le grandi banche Usa, ha inviato una lettera alla Cftc, la Commodity Futures Trading Commission, l'autorità che la scorsa settimana ha autorizzato il lancio di questi nuovi contratti future. Nella missiva si legge che una rapida introduzione dei future sul bitcoin "non ha permesso di allestire un'adeguata trasparenza" del lancio in pubblico di questi strumenti. Per i broker l'utilizzo di "questi nuovi prodotti non tiene conto dei rischi potenziali che stanno alla base del loro trading e va rivisto". 

Secondo Joe Van Hecke, managing partner di Grace Hall Trading LLc, sentito da Bloomberg, – scrive ancora MF – è stato piuttosto facile operare sul mercato dei futures sul bitcoin, anche se l’intermediazione (clearing house activity) non viene fatta da tutte le banche. I più importanti istituti americani sono infatti ufficialmente contrari a questo tipo di operazione di derivato su una valuta che non poggia su nulla e che non è controllata da un banca centrale.

 

 

Entrerà nel vivo da metà settimana l'esame della manovra alla Camera. Dopo l'assalto alla diligenza, con oltre seimila richieste di modifica presentate dai gruppi a Montecitorio, lunedì 11 scatterà la tagliola delle ammissibilità a cui seguirà martedì il termine per la presentazione degli emendamenti 'segnalati' con cui si punta a ridurre sotto il migliaio le modifiche su cui concentrare l'attenzione. L'accordo di massima con il governo prevede che l'esecutivo presenti le sue proposte entro giovedì, quando prenderà il via il voto in commissione Bilancio. L'obiettivo è chiudere tra domenica e lunedì prossimi con il mandato al relatore per l'Aula dove il provvedimento è atteso, al momento, martedì 19 dicembre. Ma non è escluso uno slittamento.

L'anticipo della web tax al 2018 

Dopo il passaggio al Senato, ammontano a poco più di 60 milioni i fondi a disposizione per apportare modifiche alla manovra nella seconda lettura parlamentare. Montecitorio dovrà quindi recuperare risorse sul lato delle entrate per poter finanziare eventuali correzioni. E proprio dalle modifiche e dall'anticipo della web tax al 2018 potrebbe arrivare parte del gettito necessario. Così come impostata al Senato, prevede un'aliquota del 6% che si applicherebbe solo alla prestazione di servizi immateriali via Internet, riguarderebbe solo le imprese e non il commercio elettronico, e porterebbe nelle casse dello Stato 114 milioni di euro, ma solo dal 2019. Alla Camera si punta a modificarla.

Il presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, Francesco Boccia, vorrebbe cambiarla facendola diventare un'imposta sulle transazioni digitali, più bassa, con un'aliquota all'1 o il 2% invece del 6%, ma applicabile a tutto, compreso il commercio. In questo modo il gettito atteso sarebbe 3-4 volte superiore, ovvero 700-800 milioni di euro. 

Due punti appaiono già fermi, scrive Il Sole 24 Ore: "Il primo è il riconoscimento della stabile organizzazione “virtuale”. Il primo miglio resta quello tracciato con l’emendamento Mucchetti che sulla stabile organizzazione introduce un dispositivo già efficace e in linea con le indicazioni Ocse. Ma il percorso che porta alla stabile organizzazione virtuale resta lungo. La strada, già imboccata da Boccia nella primavera scorsa con la stabile organizzazione su opzione (la cosiddetta web tax transitoria) altro non è che il punto di approdo dell’Europa, come dimostrano i lavori dell’Ecofin del 5 dicembre scorso".

Cedolare estesa a tutte le transazioni?

Il secondo punto fermo è l’estensione della “cedolare” a tutte le transazioni, incluse anche quelle di beni, al momento escluse dal Senato. L’emendamento in arrivo dovrebbe prevedere, dunque, l’applicazione di una tassazione a tutte le cessioni di beni e servizi su piattaforme digitali incluso l’e-commerce. Anche questo in linea con i 27 Paesi dell’Europa, ormai prossimi a un accordo sull’adeguamento della disciplina Iva alle evoluzioni del commercio elettronico e soprattutto sulla semplificazione per gli operatori economici, grazie all’estensione dell’utilizzo dello sportello unico e alle regole di esonero mirato per start-up e micro-imprese. Proprio per questo nella web tax nata al Senato resterebbe comunque l’esclusione per i soggetti minimi e quelli in regime forfettario o di vantaggio.

Tasse più efficienti o maggiore concorrenza?

E proprio sul giornale della Confindustria oggi l'economista Franco Debenedetti solleva diversi dubbi sull'impostazione che si vuole dare alla web tax italiana. "Trovare il modo di ripartire i redditi tra il Paese in cui si fanno e si finanziano gli investimenti (o la maggior parte di loro) non è facile. Quello che è certo è che la web tax votata dalla commissione Finanze del Senato, ammesso che se ne possano evitare i difetti più evidenti, è, ad essere generosi, velleitaria. Non più semplice, ma almeno più serio appare affrontare il problema non dalla coda, cioè dal reddito prodotto dalla periferia, ma dalla testa, cioè da come promuovere la concorrenza nell'era di Internet. (…) Invece di litigare sulle briciole che cadono dalla tavola del loro padrone, è da 'anima bella' pensare che possa essere un'azienda europea a far concorrenza ai giganti della Silicon Valley? Non è facile, è questione di cultura, di mercato e di impresa. Ma se con Marè (Mauro Marè ha illustrato le sue tesi a favore della web tax sul Sole del 5 dicembre, ndr) ci inebriamo all'idea di imporgli una tassa sul fatturato, e con la Vestager di fargli pagare le multe miliardarie, persino inutile provarci".

I dieci giorni che hanno preceduto l'ingresso del Bitcoin​ nel mondo della finanza ufficiale hanno visto la criptovaluta inanellare una serie di massimi storici impressionante, fino a superare i 19 mila dollari, raddoppiando così il proprio valore in poco più di una settimana. Ora il grande giorno è arrivato: il bitcoin si affaccia questa domenica sul mercato dei future negli Stati Uniti, una irruzione nel mondo dell'alta finanza che dovrebbe limitare la volatilità della divisa digitale, ovvero l'aspetto che ha suscitato più perplessita tra gli scettici, che paventano un rovinoso sgonfiamento della bolla.

I derivati in Bitcoin inizieranno a essere offerti alla mezzanotte, ora italiana, di oggi nel mercato Cboe di Chicago, anche se il primo giorno di operazioni sulla piattaforma sarà lunedi', quando sarà possibile valutare in concreto l'esito del lancio. Ed è solo l'inizio: entro il 18 dicembre i future in Bitcoin dovrebbero sbarcare sulla più grande piattaforma di trading di derivati del mondo, la Cme, anch'essa con sede a Chicago, e per il prossimo anno è previsto anche il lancio sul mercato dei future del Nasdaq, mentre sono in corso test anche sui listini di Tokyo e Parigi.

E le grandi banche frenano

"Dato l'interesse senza precedenti per il Bitcoin, è fondamentale fornire ai nostri clienti gli strumenti di mercato per consentire loro di esprimere i loro punti di vista e coprire la loro esposizione", afferma il presidente della Cboe, Ed Tillu. Ma non tutta la comunità finanziaria è fiduciosa. Nei giorni scorsi le grandi banche Usa hanno avvertito le autorità di controllo che il sistema finanziario non è preparato ad affrontare nell'immediato il lancio dei contratti future sulle criptovalute. La Futures Industry Association, l'associazione che raggruppa i grandi broker e cioè le grandi banche Usa, ha inviato una lettera alla Cftc, la Commodity Futures Trading Commission, l'autorità che la scorsa settimana ha autorizzato il lancio di questi nuovi contratti future. Nella missiva si legge che una rapida introduzione dei future sul bitcoin "non ha permesso di allestire un'adeguata trasparenza" del lancio in pubblico di questi strumenti. Per i broker l'utilizzo di "questi nuovi prodotti non tiene conto dei rischi potenziali che stanno alla base del loro trading e va rivisto". 

MyFoody è una piattaforma che ha l’obiettivo di valorizzare i prodotti alimentari a rischio spreco. Con software e app, mette in connessione i punti vendita, che hanno eccedenze disponibili, con i consumatori, permettendo ai primi di segnalare le proprie offerte e ai secondi di fare una spesa economica (quelli della rete MyFoody sono scontati del 50%), etica e di impatto, grazie alla geolocalizzazione.

Costituita come società nel 2014, MyFoody è stata accelerata prima da ImpactHub di Firenze, poi (grazie al bando Alimenta2Talent) presso il Parco Tecnologico Padano di Lodi. Attualmente è fra le 9 startup del secondo programma di accelerazione StartupBootCamp Foodtech a Roma.

MyFoody ha anche vinto nel 2014 la Call 1 del Chest Project, iniziativa europea che ha premiato i migliori 35 progetti europei di social innovation, e partecipato al Web Summit di Lisbona nel 2016. Sette i componenti del team: fra questi Francesco Giberti (ceo e founder), Luca Masseretti (si occupa della parte amministrativa e finanziaria) e Alessandro Di Paola, ingegnere aerospaziale (si occupa di sviluppo del prodotto).

“Tutto è partito da un pacchetto di biscotti acquistati per caso in un piccolo negozio durante un soggiorno studio in Belgio – ha raccontato Francesco Giberti, 30 anni – biscotti  a pochi giorni dalla data di scadenza, venduti a prezzo pieno. Come era possibile? Perché avrei dovuto pagare il prezzo pieno per un prodotto vicino alla scadenza? Non era conveniente né per me né per chi li stava vendendo, che si sarebbe trovato ad avere molte eccedenze”. Era il 2012. “Nel 2016 abbiamo chiuso un angel round – ha continuato – che ci ha permesso di sviluppare il prodotto e testarlo”.

Prima di entrare nell’acceleratore foodtech di Roma, MyFoody ha avviato una collaborazione con “Coop e Unes: attualmente siamo presenti a Milano, Torino, Civitavecchia, Roma, Colleferro e Viterbo”. Per il team di MyFoody i mesi di accelerazione a StartupBootCamp Foodtech sono funzionali all’obiettivo del 2018. “Siamo in fundraising e vorremmo chiudere un round per il primo trimestre. Siamo focalizzati su questo tema e ci hanno aiutato a costruire il round e facilitato il networking con investitori e partner industriali”. Oltre al round, tra gli obiettivi del prossimo anno c’è anche l’Europa. “In particolare, siamo in contatto con le catene della grande distribuzione scandinave, dove il tema etico dello spreco alimentare è molto sentito”.

Intesa Sanpaolo è il primo marchio nel settore bancario in Italia per presenza digitale secondo l'indice i-Leader, la ricerca sulla leadership digitale condotta dall'Agi in collaborazione con la società di business digitale DOING. L'i-Leader Index raccoglie i KPI (Indicatore Key Performance) pubblici diffusi su social network e sul web e li elabora secondo ponderazioni che misurano l'importanza dei diversi canali e l'impatto sulla Rete di protagonisti della vita pubblica, persone e brand.

Intesa Sanpaolo risulta il terzo marchio in assoluto dopo Ferrari e Tim Italy. La ricerca ha coinvolto oltre 200 personalità e marchi dello spettacolo, dello sport, della politica e del giornalismo, tutti leader nel proprio campo. Per ciascuna delle cinque categorie (business leader, star dello sport, show buz & web star, opinion leader e brand italiani), l'indice i-Leader ha svolto un'analisi quali-quantitativa della presenza digitale misurando le attività in rete in base a quattro aspetti fondamentali: engagement (interazioni degli utenti), reach (visibilità), popolarità (dimensione della follower base), sentiment.

I risultati della ricerca sono stati presentati all'Ara Pacis di Roma in una conversazione tra Riccardo Luna, Marco Pratellesi , direttore e condirettore di Agi, e Enrico Mentana , direttore TG LA7 e top opinion leader categoria giornalisti. Spiega Fabrizio Paschina, responsabile del Servizio Pubblicità e Web Intesa Sanpaolo: "Non e facile per una banca essere presente sulle piattaforme social: i temi finanziari e le questioni relative alla quotazione del titolo e alla privacy spesso portano a una presenza di pura forma. Diversa e stata la scelta di Intesa Sanpaolo che con notevole visione alcuni anni fa si e invece affacciata alle piattaforme social con un approccio votato all'ascolto della rete, al dialogo con i clienti e con i cittadini, all'offerta di risposte pratiche su prodotti e servizi. Un cosi buon posizionamento nell'i-Leader Index conferma la correttezza di impostazione della comunicazione digitale secondo quell'approccio di condivisione (sharing) che ha fin qui connotato tutta la strategia di comunicazione della Banca". 

Il sindacato del futuro potrebbe essere completamente digital e social. È uno scenario immaginato da Quartz che ha provato a capire quanto la rete, e in particolare i gruppi Facebook, siano già in grado di dare una voce “collettiva” a tutti quei lavoratori che non possono iscriversi ad un sindacato tradizionale o che cercano una nuova forma per essere rappresentati e difesi. Parliamo dei collaboratori freelance nati all’epoca dello smart working che lavorano da casa o nei coworking, che non hanno mai visto in faccia i loro colleghi e che, nonostante questa distanza, hanno bisogno di unirsi per portare avanti le stesse battaglie.

Meno costi e più rapidità

I social, del resto, permettono di avere molti vantaggi rispetto al sindacato tradizionale. Si possono condividere molto più rapidamente informazioni ed eventi, aggiornando continuamente in caso di novità e discutendo, quasi in tempo reale, sulle azioni da intraprendere. Permettono di portare avanti scelte democratiche dato che i gruppi sono chiusi, privati e danno la possibilità di lanciare sondaggi e quindi vere e proprie votazioni.

Ma non solo. Abbattono i costi delle sedi fisiche, semplificano gli ostacoli burocratici e fanno ottenere, sfruttando i meccanismi della rete, una maggiore visibilità per le proprie campagne. I dipendenti freelance, i collaboratori, i lavoratori a scadenza, quelli che fanno parte della cosiddetta gig economy, hanno cioè capito che è la rete il luogo giusto dove ritrovarsi, discutere e combattere per i propri diritti.

Un meccanismo che è già partito (e funziona)

Fast Company ha recentemente raccontato della protesta portata avanti dai lavoratori di un’azienda di consegne, Instacart, per ottenere salari più alti. Un protesta nata, organizzata e portata a compimento all’interno di un gruppo Facebook dedicato. Tutto nonostante molti dipendenti fossero iscritti a un sindacato tradizionale che, però, non avrebbe potuto dare loro la possibilità di portare avanti un “no-delivery day”  (un giorno senza consegne) in maniera così repentina e con un impatto mediatico così forte.

Ogni gruppo Facebook, inoltre, impone delle regole di comportamento ai suoi membri molto rigide che ricordano veri e propri statuti ed è governato da amministratori, i famosi admin, che controllano tutto quello che viene pubblicato eliminando qualsiasi forma di spam o di post non inerente al conseguimento di un obiettivo comune. E non è un caso che Facebook abbia deciso di dare loro sempre più poteri.

Un esercito di 100 milioni di membri

Ogni giorno su Facebook nascono moltissimi gruppi e già 100 milioni utenti li popolano e li animano. E quelli dedicati al mondo del lavoro, in particolare, hanno dimostrato quanto possano essere utili nell’unire persone intorno a interessi e intenti comuni. Sia recuperando valori trasmessi dai sindacati “fisici” e sia sfruttando le possibilità offerte dai social come quello di Mark Zuckerberg. Quartz cita altri due esempi: il gruppo chiuso “Airline FA Contract Compare & Share” dove più di 3mila assistenti di volo discutono di ciò che accade, a livello contrattuale e non solo, all’interno delle varie compagnie aeree a cui appartengono; e il gruppo “I’m a Real Estate Appraiser" dove periti ed esperti si ritrovano per avere maggiore controllo all’interno del loro settore in un’epoca di grande cambiamento. 

Dalle bandiere in piazza agli hashtag

Il mondo digitale sta cambiando, infine, anche la creazione e la diffusione degli slogan. Ci sono meno voci urlate dentro ai megafoni, meno discese in piazza e più “cancelletti”da diffondere su twitter e su Facebook. La forma migliore per coinvolgere opinione pubblica e media. Dai dipendenti di Zara, e il loro #ChangeZara per ottenere salari più dignitosi, a #NameTheTranslator e #NoFreePhotos, la lotta di traduttori e fotografi professionisti contro i lavoratori improvvisati.

Le firme di protesta, necessarie per portare avanti le rivendicazioni davanti ai vertici delle aziende, non si raccolgono più nei gazebo ma direttamente attraverso piattaforme specifiche come coworker.org. Tutte iniziative che, nel 2015, ottennero persino l’appoggio e la lode dell’allora Presidente americano, Barack Obama. In un mondo così veloce anche le proteste hanno bisogno di essere coordinate molto rapidamente e arrivando a un numero di utenti più largo possibile nel tempo più breve possibile. Cosa che i sindacati, almeno quelli classici, non stanno più riuscendo a fare. Facebook, invece, sì ed è pronto a prendersi anche questa forma di ritrovo e discussione. 

 

Amazon non è più solo la piattaforma per il commercio online più grande del mondo: il suo servizio di consegne ne rende l'attività accostabile a quella dei corrieri espresso. Pertanto la multinazionale americana dovrà chiedere al ministero dello Sviluppo Economico l'autorizzazione generale per agire in qualità di operatore postale.

Queste le conclusioni alla quale è giunta l'Autorità per le Comunicazioni, che ha spedito alla multinazionale americana una diffida per invitarla a mettersi in regola. Una presa di posizione che dovrebbe avere effetti positivi per le rivendicazioni dei lavoratori


Cosa scrive l'AgCom

"Il Consiglio dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha diffidato le società del Gruppo Amazon (Amazon Italia Logistica e Amazon City Logistica) a regolarizzare la propria posizione, con riferimento al possesso dei titoli abilitativi necessari per lo svolgimento di attività qualificabili come servizi postali", si legge nella diffida, "in base alle informazioni e dagli elementi acquisiti, l'Autorità rileva che il servizio di recapito ai destinatari dei prodotti acquistati sul c.d. marketplace, è offerto e gestito sul territorio nazionale da società riconducibili ad Amazon EU S.R.L. A giudizio dell'Autorità, il servizio svolto da queste società, al pari di quelli svolti dai principali corrieri espresso utilizzati da Amazon, è qualificabile come servizio postale, in base alla normativa di settore (nazionale e dell'Unione europea)".
"In particolare", leggiamo ancora, "secondo quanto rilevato da Agcom, è attività postale il servizio di consegna che ha ad oggetto prodotti offerti direttamente dai venditori e recapitati ai clienti finali attraverso società controllate da Amazon, nonché il servizio di recapito presso gli armadietti automatizzati (c.d. locker) svolto da società del Gruppo Amazon. 


Una buona notizia per i lavoratori

Finire nell’elenco degli altri 4274 operatori postali attivi nel nostro Paese può comportare, in capo ad Amazon, l’adozione del contratto collettivo di lavoro del settore, sottolinea Repubblica, la diffida del Garante, che ormai considera Amazon un operatore postale, rappresenta dunque una nuova arma per quei lavoratori che il 24 novembre, proprio nel giorno dei super sconti del Black Friday, hanno incrociato le braccia nel deposito della società a Castel San Giovanni, nel Piacentino, snodo nevralgico della rete logistica del gigante del commercio online.

Una volta iscritta all’elenco degli operatori postali, Amazon entrerà stabilmente nel radar del Garante stesso, che è ormai vigila anche su questo settore, oltre che sulla televisione e la telefonia, prosegue il quotidiano, forse Amazon, che gode di ottima fama come qualità e tempestività delle sue consegne, non riceverà mai richiami o sanzioni del Garante. Ma in linea di principio non potrà più dichiararsi libera da ogni vincolo, anzi.

 

Qualcuno, a Cupertino, fa il tifo per Donald Trump. In particolare per la sua proposta di riforma fiscale che è ora in discussione al Congresso. Apple, rivela il Financial Times, è l'azienda che avrebbe più di ogni altro da guadagnare dalla riforma: un vantaggio potenziale di 47 miliardi di dollari

Il beneficio è legato al miglior trattamento che, grazie alla riforma, godranno i profitti realizzati all'estero e che ora vengono trattenuti al di fuori degli Usa. Attualmente agli utili delle aziende Usa è applicata un'aliquota del 35%, mentre con la riforma agli utili riportati negli Usa verrè applicata un'aliquota intorno al 14,5%.

Apple ha circa 250 miliardi di dollari parcheggiati all'estero, un quinto della liquidità totale che le aziende Usa tengono fuori dagli Stati Uniti proprio per motivi fiscali. In base alle regole attuali se volesse rimpatriarli dovrebbe pagare al fisco 78 miliardi di dollari, mentre con la riforma voluta da Trump la cifra da versare all'erario, secondo gli esperti interpellati dal Ft, sarebbe di 31 miliardi di dollari.

Così Apple beneficerà della riforma fiscale

Il colosso di Cupertino rinvia continuamente il pagamento delle tasse dovute per i profitti all'estero, riporta SkyTg24. Molto difficilmente, quindi, con l'approvazione della riforma fiscale che è alle battute finali, le verrà presentato questo conto da 78,6 miliardi. Apple potrebbe vedersi ridotta questa cifra di 47 miliardi: secondo il testo approvato dal Senato il 2 dicembre. Il Financial Times cita il professor Richard Harvey della Villanova University, secondo cui il colosso di Cupertino dovrebbe pagare immediatamente 31,4 miliardi di dollari sui passati profitti all’estero. Cifra che potrebbe scendere ulteriormente, dice Harvey, a 29,4 miliardi se la Corte europea dovesse deliberare il pagamento dei 13 miliardi di tasse non versate all’Irlanda, dopo l’accordo con quest’ultima. Secondo Moody’s, riferisce il Financial Times, Apple possiede 252 miliardi di dollari all’estero tra liquidità e investimenti: un quinto di quanto detenuto globalmente da tutte le aziende americane all’estero.

A che punto è la legge

I tagli fiscali approvati dal Senato Usa, scrive Repubblica,  dovranno essere riconciliati con la versione della riforma passata alla Camera, ma sembra ci sia la volontà di arrivare a un testo unitario entro la fine dell'anno. In via preliminare, gli analisti di Intesa Sanpaolo parlano di un possibile impatto espansivo sull'economia americana da 0,3 punti percentuali per anno, nel 2018-2019. "I tagli fiscali forniscono un supporto al mercato americano, che ha bisogno di mantenere queste valutazioni e non crollare rapidamente, perché anche l'Asia faccia bene", ha annotato Joshua Crabb di Old Mutual Global Investors all'agenzia americana. Questa settimana, le attenzioni degli investitori si puntano sulle decisioni delle banche centrali in Australia e India, e anche le discussioni su Brexit – con la premier Theresa May attesa a Bruxelles – entrano in una fase centrale.

 

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