Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Washington  – Le scorte settimanali di petrolio Usa calano più del previsto. Secondo i dati diffusi dal dipartimento dell'Energia, nella settimana che si è chiusa il 6 ottobre gli stock statunitensi sono scesi di 2,8 milioni di barili a 462,2 milioni. Gli analisti si attendevano una flessione di 1,99 milioni. 

Snam ha concluso l'acquisizione del 100% del capitale sociale di Infrastrutture Trasporto Gas (Itg) e di una quota pari al 7,3% del capitale di Terminale Gnl Adriatico (Adriatic Lng) da Edison, dopo che si sono verificate alcune condizioni sospensive cui era subordinato il perfezionamento dell'operazione. Il controvalore complessivo dell'operazione, che avrà effetto a partire da oggi, è di 225 milioni di euro; in aggiunta, qualora Adriatic Lng sottoscrivesse nuovi contratti di utilizzo della capacità del terminale, Snam riconoscerà a Edison un potenziale ulteriore corrispettivo sotto forma di earn-out. L'investimento consente a Snam di rafforzare le proprie infrastrutture in Italia e di mettere a frutto ulteriori sinergie nella gestione integrata dell'intero sistema gas, connettendo alla rete nazionale di trasporto un punto di ingresso strategico per il mercato italiano del gas naturale.

Con una capacità annuale pari a 9,6 miliardi di metri cubi, Itg è il terzo operatore italiano nel trasporto del gas naturale e gestisce il metanodotto che si estende per 83,3 km tra Cavarzere (Veneto) e Minerbio (Emilia Romagna), collegando il terminale di rigassificazione Adriatic Lng alla rete nazionale all'altezza di Minerbio. Adriatic Lng è proprietaria del rigassificatore di Rovigo, il più grande terminale Gnl in Italia e la maggiore infrastruttura offshore per lo scarico, lo stoccaggio e la rigassificazione. Operativo dal 2009, ha contratti assicurati a lungo termine per circa l'80% della capacità e a medio termine per circa il 12%. La sua capacità di rigassificazione annua è pari a circa 8 miliardi di metri cubi, corrispondente al 50% della capacità di importazione di Gnl italiana e a oltre il 10% del consumo nazionale di gas. 

A qualche settimana dall’annuncio della cancellazione di 400mila voli Ryanair, la compagnia irlandese low cost, sembra essere vicina ad una vera e propria crisi finanziaria: i rimborsi dei biglietti potrebbero costargli 35 milioni di euro.

La 'fuga' dei piloti

In 850 sono andati via

Ma non è solo questo a preoccupare i vertici della compagnia: in primis c’è la questione della fuga dei piloti, solo nell’ultimo anno sarebbero ben 700 quelli che hanno lasciato Ryanair. A cui si devono aggiungere altri 150 colleghi, dimessisi tra la primavera e l’estate, per trasferirsi ad altre compagnie come Norwegian Air, EasyJet, British Airways, Iberia, Aer Lingus, Vueling e Lufthansa. Tra le cause principali dei trasferimenti, oltre alla bassa retribuzione, ci sarebbe anche quella dei turni di lavoro impossibili. Una vicenda complicata che nasconde dubbi sulla reale strategia della compagnia low cost più famosa d’Europa.

Il dubbio sulle ferie ‘impreviste’

Un piano ferie del personale sembra essere il motivo che ha messo in ginocchio la compagnia di Michael O’Leary. “A dire il vero – spiega a Panorama Andrea Boitani, economista dell’Università Cattolica ed esperto di trasporto aereo – non c’è una spiegazione plausibile per un evento di questo tipo. A mia memoria, in passato, non è mai accaduto che una compagnia aerea possa aver sbagliato in maniera così clamorosa il piano ferie. Tanto clamoroso, da rendere in effetti poco credibile la cosa”.

Voli cancellati nelle rotte “dove non guadagna”

Ryanair ha cancellato 34 rotte fino al prossimo marzo — oltre ai 2.100 voli nel periodo settembre-ottobre — per risolvere davvero la questione dei turni dei piloti o ha approfittato della situazione per tagliare le destinazioni in perdita, pure quelle dove ha accordi di co-marketing come lo scalo di Trapani? La domanda – scrive ancora il Corriere – se la pongono gli esperti di Aviation Analytics, società che studia il mercato dell’aviazione e le performance delle compagnie aeree, davanti ai risultati del loro studio: prese le performance delle rotte principali interessate dalle cancellazioni quasi tutte comportano perdite economiche per la principale low cost europea. In media: 8 euro di rosso, per posto offerto, contro un profitto di 3 euro di media in tutto il network.

Gli analisti hanno sfruttato il loro database — pieno di cifre, tariffe medie, passeggeri trasportati, costi di gestione e altro ancora — di 23 rotte non stagionali (quindi che durano tutto l’anno) sulle 34 cancellate lo scorso 27 settembre da Ryanair, assieme alla messa a terra di 25 velivoli, ufficialmente «per eliminare ogni rischio di cancellazione futura». Ma la verità, secondo la società di consulenza, sarebbe un’altra. Sulle 23 rotte cancellate il vettore irlandese guadagna in soltanto due, in altre due i ricavi sono pari a zero, mentre nelle restanti diciannove si stima una perdita, «anche di 29 euro a passeggero» che si trasformerebbe – per ogni suo Boeing 737 da 189 sedili – in 5.481 euro di negativo per ogni volo su quella tratta.

Caccia di piloti dalle rivali

La strategia di Ryanair

La strategia di Ryanair queste settimane si gioca su un doppio livello – interno ed esterno – così come viene sintetizzato nel bollettino che il capo del personale della low cost irlandese, Eddie Wilson, ha inviato mercoledì 11 ottobre e di cui il Corriere della Sera è entrato in possesso. Se da un lato la compagnia aerea vuole risolvere le frizioni con i suoi dipendenti mettendo a disposizione retribuzioni “superiori alle concorrenti anche del 27%”, dall’altro cerca di reagire proprio alle rivali che in questi mesi hanno portato via decine di piloti proprio a Ryanair. E ribadendo, ancora una volta, che “non ci sarà alcun dialogo con le sigle sindacali, si parlerà soltanto con i nostri Erc (gli organismi di rappresentanza del personale di Ryanair, ndr)”.

“Da gennaio reclutati 830 piloti”

Nel documento Wilson fa il punto sulla situazione, ricordando i 25 aerei che saranno messi a terra — da novembre 2017 a marzo 2018 — “per proteggere il tasso di puntualità degli altri 330 velivoli”, a dimostrazione “che prenderemo decisioni dolorose pur di salvaguardare il nostro business”. “Dal 1° gennaio 2017 ne abbiamo reclutati 830, nelle ultime dodici settimane 210 hanno concluso l’addestramento”. Accusa la disinformazione che c’è stata negli ultimi tempi e sottolinea che ogni contrattazione avverrà con gli Erc, “democraticamente votati in tutte le 86 basi di Ryanair” e che scadranno, “per la maggior parte tra il 2020 e il 2022”.

Cade la prima testa: se ne va il direttore operativo

La low-cost di Michael O'leary – scrive Repubblica – ha accettato le dimissioni presentate da Michael Hickey, direttore operativo da circa tre anni e collaboratore di lunga durata (lavorava in Ryanair da quasi trent'anni).

Hickey si è sentito responsabile per il caos, che ha causato gravi danni economici alla compagnia aerea, ed ha annunciato che lascerà il posto entro tre settimane.


Leggi anche: Dopo il caos voli, Ryanair vede cadere una testa eccellente

E.On ha acquisito una quota in b.ventus, startup tedesca che ha sviluppato una soluzione che permette ai clienti di produrre direttamente energia eolica in maniera facile e veloce. L'elemento chiave, spiega un comunicato, "è una pala eolica appositamente progettata a questo scopo. Con una torre eolica di trenta metri di altezza minima, la pala può essere installata facilmente. Può anche essere integrata in impianti di generazione già esistenti, come impianti fotovoltaici e di cogenerazione". E.On ha effettuato l'investimento nell'ambito di ":agile", l'acceleratore e incubatore con cui sostiene le startup del mondo dell'energia, tramite le controllate Avacon ed E.Dis. Anche E.On Kundenservice Netz ha acquisito una quota, così come le società Fallersleber Elektrizitats-Aktiengesellschaft (FEAG) e Leitner Group. "Abbiamo scelto b.ventus perché l'azienda ha sviluppato un'idea di business innovativa e promettente che vogliamo lanciare" ha commentato Alexander Montebaur, ceo di E.Dis aggiungendo che "ci offre anche l'opportunità di lavorare a stretto contatto con altre società del gruppo, con una media impresa molto conosciuta e con uno dei nostri partner locali".

Total, il colosso francese del petrolio, e l'Ufficio Nazionale del Petrolio della Guinea (ONAP) in Africa occidentale hanno firmato un accordo di valutazione tecnica per studiare aree offshore profonde e ultra profonde situate al largo della costa della Guinea Conakry, in un'area che copre circa 55.000 chilometri quadrati. Lo ha annunciato la compagnia francese in un comunicato stampa dello scorso 9 ottobre. "Con questa posizione su una nuova area sotto-esplorata, Total prosegue la sua strategia di esplorazione che guarda al potenziale di bacini off-shore profondi", ha dichiarato Kevin McLachlan, Senior Vice President per Exploration & Production in Total. "Total ha, pertanto, la possibilità di valutare un'area molto ampia, situata in un'area estesa del bacino produttivo Mauritania/Senegal dove siamo gia' presenti. Ciò ci permetterà di capitalizzare il nostro know-how e l'esperienza acquisita in Africa occidentale".  
Secondo i termini di questo accordo, Total avrà un anno per valutare il potenziale del bacino sulla base dei dati esistenti. Alla fine di questo periodo, il gruppo selezionerà tre licenze per avviare un programma di esplorazione. Come parte dell'accordo, Total preparerà attraverso un training specifico anche il personale ONAP per sviluppare le proprie competenze tecniche nell'esplorazione e nella produzione. Total, secondo i dati diffusi dalla compagnia francese, è il primo distributore di prodotti petroliferi in Guinea. Attivo nel Paese nelle attività di Marketing & Services attraverso la sua affiliata Total Guine'e, il Gruppo possiede una rete di vendita di 150 stazioni di servizio e una quota del 47% della SGP (entità che gestisce le scorte nazionali). Total Guine'e è presente anche nelle attività di aviazione operanti attraverso il deposito di carburanti locale SOMCAG (con una quota del 66%). 

L'Agenzia internazionale dell'Energia (Aie) mantiene le previsioni di crescita della domanda mondiale di petrolio per il 2017-2018. Nel suo rapporto mensile, l'agenzia conferma dunque le stime al rialzo degli scorsi mesi. Il ritmo di crescita della domanda ha rallentato nel terzo trimestre per il calo estivo e per l'impatto negativo degli uragani Harvey e Irma sulla domanda americana, che hanno riportato a livelli normali la domanda a luglio e agosto dopo un secondo trimestre "molto forte", grazie alla ripresa economica in corso nei paesi Ocse. L'Aie registra un rialzo a 1,6 milioni di barili al giorno delle sue stime sulla crescita della domanda mondiale di petrolio quest'anno, portandole a un totale di 97,7 milioni. La crescita per il 2018 dovrebbe rallentare a 1,4 milioni di barili al giorno per raggiungere quota 99,1 milioni. Sul fronte dell'offerta, la produzione dei Paesi Opec è rimasta praticamente stabile a settembre. Il cartello dei Paesi esportatori e le nazioni partner hanno manifestato l'intenzione di prolungare l'accordo sui tagli alla produzione per riequilibrare il mercato e sostenere il prezzo del greggio. "Molto è stato fatto per stabilizzare il mercato – osserva l'Aie nel dossier mensile – ma sarà necessario mantenere gli sforzi e preservare i risultati raggiunti".
 

create content

Non ci sono più i falliti di una volta. Con l’approvazione in Senato, l’11 ottobre, della riforma sulla crisi di impresa e l'insolvenza, viene mitigata la figura di chi subisce una sconfitta imprenditoriale. Tra le novità la scomparsa della figura del ‘fallito’, che potrà godere di una seconda possibilità imprenditoria, ma anche meccanismi di prevenzione, regole processuali semplificate e un potenziamento della figura del curatore fallimentare.

“Il ‘fallito’ non sarà più tale, senza più lo stigma che sinora lo ha accompagnato”, ha dichiarato il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. “Chi ha subito sconfitta imprenditoriale con la riforma potrà ritentare, ma c'è anche un'attenzione particolare ad anticipare le procedure rispetto alle condizioni reali dell'impresa in modo da non attendere che sia decotta per intervenire e dividere le spoglie”.

Ora i decreti attuativi

Adesso il Governo avrà a disposizione dodici mesi per attuare i decreti attuativi necessari a rendere operativa la riforma. La riforma della disciplina fallimentare va a modificare un istituto mai cambiato dal 1942, adeguando così la legge alle nuove forme dell’economia globalizzata. Lo stesso primo Ministro, Paolo Gentiloni, si è rallegrato su Twitter per il successo della riforma, approvata con 172 voti favorevoli, 34 contrari e nessun astenuto.

Prevenire prima che sia troppo tardi

La riforma introdurrà “meccanismi di allerta per impedire alle crisi aziendali di diventare irreversibili e ampio spazio agli strumenti di composizione stragiudiziale per favorire le mediazioni fra debitori e creditori per gestire l'insolvenza”, come ha scritto il Sole 24 Ore.”Dominus nella liquidazione giudiziale sarà il curatore, con poteri decisamente rafforzati: accederà più facilmente alle banche dati della Pa, potrà promuovere le azioni giudiziali spettanti ai soci o ai creditori sociali, sarà affidata a lui (anziché al giudice delegato) la fase di riparto dell'attivo tra i creditori. Ci sarà però una stretta sulle incompatibilità.”

Scopo degli strumenti di allerta preventiva, secondo Ipsoa, sarà quello di “incentivare l'emersione anticipata della crisi e ad agevolare lo svolgimento di trattative tra debitore e creditori prevedendo:

  • che gli organi di controllo societari, il revisore contabile e le società di revisione, ciascuno nell'ambito delle proprie funzioni, assumano l'obbligo di avvisare immediatamente l'organo amministrativo della società dell'esistenza di fondati indizi della crisi;
  • che creditori pubblici qualificati, tra cui in particolare l'Agenzia delle Entrate, gli enti previdenziali e gli agenti della riscossione delle imposte, assumano l'obbligo, a pena di inefficacia dei privilegi accordati ai crediti di cui sono titolari o per i quali procedono, di segnalare immediatamente agli organi di controllo della società il perdurare di inadempimenti di importo rilevante;
  • l'istituzione presso ciascuna camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di un apposito organismo che assista il debitore nella procedura di composizione assistita della crisi.”

Soddisfatti i creditori, priorità all’impresa

Nel Ddl anche regole processuali semplificate. Lettera 43 spiega che “nel trattare le proposte, priorità viene data a quelle che assicurano la continuità aziendale, purché funzionali al miglior soddisfacimento dei creditori, considerando la liquidazione giudiziale come extrema ratio. Si punta poi a ridurre durata e costi delle procedure concorsuali (responsabilizzando gli organi di gestione e contenendo i crediti prededucibili). Il giudice competente sarà individuato in base alle dimensioni e alla tipologia delle procedure concorsuali, assegnando in particolare quelle relative alle grandi imprese al tribunale delle imprese a livello di distretto di corte d'appello.”

Gli Stati dell'area Ocse hanno finalmente inserito fra le loro priorità le policy per guidare la trasformazione digitale, e l'Italia, anche se su molti aspetti rincorre le altre nazioni, ha le sue buone pratiche. Ma rimaniamo tra gli utlimi per l'utilizzo di Internet a lavoro e per percentuali di popolazione che in generale accedono alla rete. E scontiamo ancora i ritardi negli investimenti in infrastrutture, come la banda larga. Lo rivela il rapporto dell'organizzazione internazionale dei Paesi a economia di mercato nel Digital Economy Outlook 2017, dove l'Italia rimane ancora indietro rispetto ad alcune grandi questioni come la diffusione della banda larga e l'utilizzo del cloud computing, ma, si legge nel rapporto, il piano di super e iperammortamenti del governo per gli investimenti in digitale e innovazione (Industria 4.0) è tra le iniziative degli stati che consentono una più veloce digitalizzazione della produzione di beni e servizi.

Le direttrici di sviluppo dell'economia digitale

La trasformazione digitale, scrive l'Ocse, si sta sviluppando su due grandi pilastri: digitalizzazione e interconnessione. Le nostre comunicazioni, lo scambio di informazioni, foto, video, testi, sono già digitali, un cambiamento radicale e totale dal 2007 in poi, anno dell'introduzione nel mercato del primo smartphone. E questo avviene grazie ad infrastrutture che consentono al mondo intero di scambiarsi informazioni, e quindi dati. Un ecosistema che oggi, spiega l'Ocse, si sta sviluppando attraverso 4 nuove direttrici, importanti per comprendere dove andrà il mondo nei prossimi anni e muoversi per tempo, e che gli stati devono essere in grado di comprendere.

1) L'Internet delle cose, IoT, e il suo mondo di oggetti connessi, in grado di cambiare il proprio stato e le proprie funzioni grazie ad informazioni ricevute via internet

2) L'analisi dei Big data, ovvero la capacità algoritmica di raccogliere grandi quantità di informazioni e dati scambiati via Internet e processarle in modo veloce per ricavarne informazioni utili tanto per le aziende, quando per le istituzioni

3) L'intelligenza artificiale e l'apprendimento delle macchine, sempre più in grado di imparare dalle esperienze e declinare i propri comportamenti su sfide sempre più difficili, dalla produzione di beni e servizi alle guida autonoma dei veicoli fino agli algoritmi in grado di fare analisi e previsioni del comportamento dei titoli in borsa

4) La Blockchain, da molti considerata la nuova Internet, ovvero una struttura per lo scambio di informazioni e per la vendita di beni e servizi totalmente decentralizzata, retta da una rete di computer che garantiscono la correttezza degli scambi nella rete stessa. Queste trasformazioni, già in atto, richiedono pero' competenze adeguate. E la sfida più grande dei Paesi è formare i cittadini alle competenze digitali richieste nell'ICT (Information Technology), spiega il rapporto.

Solo 7 aziende su 10 hanno un sito internet, meno delle media

Il piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico potrebbe essere la leva per far aumentare il numero di investimenti fatte dalle aziende italiane in innovazione. Le aziende italiane sono quelle tra i Paesi Ocse che meno hanno investito nel 2015 in ricerca e sviluppo in relazione al prodotto interno lordo. Meno dell'1%, percentuale che scende di molto, sotto lo 0,5% se si tiene conto degli investimenti fatti nel manifatturiero, in una classifica guidata da Israele (3,5%) e dalle principali nazioni europee: Germania (2%) e Francia (1,5%). 

L'Italia si posiziona bene nella classifica del numero di marchi registrati nelle tecnologie dell'Informazione (Ict) nel mercato europeo, subito dietro Germania, Francia e Regno Unito (Mf-Milano Finanza). La banda larga, spiega il rapporto, raggiunge il 100% delle grandi aziende di quasi tutte le nazioni Ocse, Italia compresa, percentuale che scende di circa 10 punti percentuali se si tiene conto delle piccole e medie imprese (meno di 250 addetti). Mentre l'Italia rimane sotto la media Ocse per il numero di imprese che hanno un sito web: la media dei Paesi è il 77%, percentuale che scende a il 70 per l'Italia, lontana dal 90% dei Paesi industrializzati. Che è decisamente a fondo classifica tra i Paesi industrializzati nell'utilizzo di internet: naviga in rete meno del 69% della popolazione contro la media Ocse dell'84%, con percentuali inferiori agli altri Paesi anche tra i più giovani (il 90% tra i 16-24enni contro il 96,5% Ocse) e un divario ancor più evidente nella fascia d'età più avanzata (42% tra i 55-74enni contro il 63% Ocse). Solo Messico, Turchia e Brasile hanno percentuali inferiori (Il Sole 24 Ore).

Ma Italia tra le nazioni al mondo con più Sim card dell'Internet of Things

L'Italia è tra le nazioni al mondo con che ha una maggiore distribuzione di schede sim utili alla diffusione della tecnologia Internet of Things. Il dato, che per certi versi sorprende, si rifesce alla distribuzione del Machine to Machine (M2M) Sim Card, ovvero le sim che consentono lo scambio dati e di comunicazioni tra macchine e software, il cuore delle soluzioni dell'Internet delle cose. L'Italia è tra le prime nazioni al mondo per distribuzione ogni 100 abitanti di queste carte, insieme a Svezia, Norvegia e Finlandia (Il Corriere della Sera)

L'Italia è poco al di sotto la media Ocse per l'uso del cloud computing nelle aziende: 20%, due punti percentuali in meno rispetto agli altri Paesi. Anche se c'è una forchetta piuttosto ampia tra le Pmi e le grandi imprese: una su due di quelle oltre il 250 impiegati usa soluzioni cloud. Percentuali simili anche per quanto riguarda l'uso di strumenti di analisi dei big data. Il freno maggiore nell'uso del cloud per le imprese italiane, spiega il rapporto, è dovuto per oltre il 40% delle imprese alle difficoltà nel cambiare il provider dei propri servizi internet. Circa il 20% delle imprese italiane ha denunciato problemi di sicurezza nei propri sistemi digitali, percentuale che sale al 35% se si considerano le imprese con oltre 250 impiegati.

Molti registrano attacchi informatici, ma molti vanno nel 'deep web'

Il 20% degli utenti italiani ha registrato problemi relativi ad attacchi informatici e, più in generale, problemi di sicurezza su internet. La percentuale arriva a 30 tra gli italiani con un livello di scolarizzazione superiore. L'Italia, d'altro canto, rimane con la Grecia, l'Ungheria e il Portogallo tra le nazioni dove i cittadini si sentono meno informati sui rischi della sicurezza informatica e sul cybercrime, carenza di informazione che li porta a non fidarsi troppo dei servizi molto diffusi nel resto dei paesi come l'home banking e l'ecommerce (Il Corriere della Sera).

Eppure, quasi come paradosso, l'Italia è tra i Paesi che più utilizzano il deep web insieme a Stati Uniti, Germania, Iran Francia Corea e Russia. Sono questi i paesi dove si fa più accesso alla rete Tor, un network che consente di navigare in anonimato in rete. Il Tor, acronimo che sta per The Onion Router, è un sistema di comunicazione anonima per internet, che consente agli utenti di navigare senza che i loro dati e i loro movimenti online siano tracciati.

L'uso di Internet tra la popolazione

Otto persone su 10 usano internet in media fra i 35 Paesi dell'area Ocse. Percentuale che scende di quasi 10 punti se guardiamo all'Italia, dove però circa il 90% dei cittadini sotto i 24 anni lo usa regolarmente, contro un 60% di popolazione tra i 55 e i 74 anni che non lo utilizza affatto.  Per quanto riguarda la popolazione più giovane, va detto che l'Italia è tra i pochissimi paesi a non raggiungere il 100% della distribuzione di Internet tra gli under 24. Solo un terzo della popolazione italiana invece usa soluzioni legate al cloud computing, mentre l'8% ha partecipato ad un corso online, a fronte di una media del 10%.

Su un dato siamo assoluto fanalino di coda. L'uso di Internet, in generale, per attività come mandare e ricevere email, o cercare informazioni e usare la rete per lavoro. Lo fa un norvegese su due, e un italiano su cinque. Gli italiani sono i lavoratori quindi che usano meno internet tra i Paesi sviluppati. Quasi la metà esatta della media Ocse, che è del 40% (Il Sole 24 Ore, Milano Finanza)

Dopo 10 anni di Kindle, Amazon ne produce uno finalmente resistente all’acqua (dolce), grande sette pollici e che consentirà di continuare sul device la lettura di un testo magari cominciato altrove come audiolibro (The Guardian). Si chiama Oasis e ha diversi miglioramenti tecnici tra cui forse il principale è la batteria che adesso è capace di ‘durare settimane’, e la sua capacità di ricarica rapida permette di passare da zero alla carica completa in meno di due ore.Tutti i Kindle fin dal primo modello del 2007 hanno avuto uno schermo da 6 pollici, con la sola eccezione del ‘DX’ (uscito nel 2010), che arrivava a 9.7 pollici (La Stampa

Le caratteristiche del nuovo Kindle Oasis

La grandezza del nuovo Kindle Oasis consente di visualizzare il 30% di parole in più per pagina, permettendo all’utente di voltare pagina meno frequentemente e più rapidamente. Lo schermo è dotato della stessa precisione e qualità tipografica di un libro su carta stampata grazie alla luce diffusa in modo uniforme su tutta la superficie  e all’assenza di riflessi, anche alla luce diretta del sole. Il design ergonomico sposta il centro di gravità sul palmo della mano, facendo sì che il dispositivo poggi su di essa come farebbe il dorso di un libro, indipendentemente da quale mano si utilizza per leggere. È possibile voltare pagina senza alcuno sforzo sia toccando lo schermo touch sia premendo gli appositi pulsanti e l’orientamento della pagina ruoterà automaticamente sullo schermo a seconda che si impugni il dispositivo con la mano sinistra o con la mano destra (Il Mattino).

I test in acqua del Kindle Oasis

Il nuovo Kindle Oasis può resistere a un’immersione in acqua (dolce, specifica l’azienda) fino a due metri di profondità, per un massimo di 60 minuti. Difficile che possa essere usato per letture in apnea, ma di sicuro sarà più facile portalo dietro a bordo piscina o nella vasca da bagno. L'unico rischio per esposizioni più prolungate, o in altro genere di liquidi, è dovuto alla porta usb, che continuerà ad alimentare il device. Il lettore di Amazon è disponibile in due versioni, con due diverse opzioni di archiviazione: 8 GB, il doppio rispetto al primo Kindle Oasis, in grado di contenere migliaia di titoli, e 32 GB, che consente di archiviare contenuti ancora densi di file di grandi dimensioni (The Verge). 

"Usate il vostro potere creativo per fare del mondo un posto migliore dove vivere". è il messaggio di Joe Gebbia, il fondatore di Airbnb, che martedì 10 ha tenuto un discorso davanti ad una folta platea di studenti alla sede milanese dell'Istituto Europeo di Design. Un 'inspirational speech' quello del giovane imprenditore ed influencer, che ha affrontato molti dei temi caldi del presente attraverso un filo rosso: "Fare qualcosa per il mondo quando ne vediamo l'opportunità", ciascuno nel proprio campo. In particolare in quello del design, da cui lo stesso Gebbia proviene, essendo laureato in questa disciplina:

"Credo che al giorno d'oggi i designers siano al centro di tutto. Perché i designers sono sognatori e creatori di cose che ancora non esistono".

Alla domanda che l'ideatore della più grande piattaforma di stanze private in affitto al mondo e i suoi collaboratori si sono fatti, "Cosa possiamo dare al mondo?", la risposta è stata data ideando dei progetti che oggi ha illustrato. Il primo è quello che riguarda l'emergenza rifugiati: grazie ad Airbnb in caso di disastri ambientali o emergenza umanitaria persone "in stato di bisogno" si sono incontrate con persone che avevano "un posto da condividere".

L'azione di Aibnb per i rifugiati di Amman

"Siamo partiti con l'uragano Sandy, quando alcuni utenti di Airbnb chiedevano come mettere a disposizione le loro stanze per chi aveva perso la casa. E poi dall'essere reattivi di fronte ad un disastro naturale abbiamo pensato a come essere proattivi tutti i giorni". Sono così partiti – ha spiegato Gebbia – progetti che riguardano i rifugiati: "Dopo un brainstorming di due mesi abbiamo pensato ad una piattaforma per Amman, la capitale della Giordania, dove per un terzo la popolazione è fatta da rifugiati" ed è nato un portale: "Vivi Amman come uno del posto", che serve a creare una community tra i visitatori e le persone del posto, provando anche a far muovere l'economia.

Il recupero dei villaggi abbandonati, e il progetto che riguarda l'Italia

L'engagement sociale di Airbnb, ha raccontato Gebbia, è partito da alcuni dati: "Nel 2000 le persone costrette ad abbandonare il luogo dove abitavano erano 20 milioni, nel 2016 sono stati 65 milioni. Ma nel 2044 è calcolato che saranno 325 milioni, quanto la popolazione degli Stati Uniti". Da questa considerazione la voglia di mettere a disposizione il potere della piattaforma. Il secondo progetto è nato da un'idea maturata in Giappone e riguarda il recupero dei villaggi abbandonati: "Il Paese perde 800mila persone all'anno e continuerà a farlo nei prossimi 20 anni, e questo ha ripercussioni soprattuto sulla vita rurale". È partito così il progetto di aiutare le comunità piccole a diventare punti di riferimento per il turismo per evitare lo spopolamento delle campagne.

L'idea ha toccato anche l'Italia: l'azienda, di recente classificata come fra le 6 più influenti company del pianeta, ha lanciato una piattaforma – in collaborazione con il Mibact e con Anci- che attraverso un portale dedicato, offre alloggi in antichi borghi italiani, che vengono ristrutturati insieme ad artisti ed architetti e poi messi in affitto dai Comuni stessi, che ne raccolgono i guadagni. Capofila del progetto è stata Civita di Bagnoregio, borgo abbandonato nel Lazio, mentre quest'anno toccherà a Sambuca in Sicilia, Lavenone in Lombardia, Civitacampomarano in Molise, che vedranno spazi pubblici recuperati grazie alla collaborazione tra la piattaforma e la comunità locale. 

Flag Counter
Video Games