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Stop all’aumento dell’Iva e taglio del cuneo fiscale. Sono i pilastri della manovra per il 2020, primo vero banco di prova per il nuovo governo giallorosso. Le risorse arriveranno, come ha spiegato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nelle comunicazioni alla Camera, dai risparmi derivanti dal calo dello spread, dalla spending review, dal riordino delle tax expenditures e dalla lotta all’evasione che avrà nel mirino i grandi evasori.

Ma l’esecutivo punta anche a una revisione del Patto di stabilità e crescita per strappare più margini di flessibilità a Bruxelles. Una manovra “impegnativa”, ha detto Conte lanciando un chiaro messaggio alle forze politiche, che rispetterà i vincoli di finanza pubblica e l’obiettivo di riduzione del debito pubblico. “Il nostro – ha osservato il premier – è un progetto ambizioso e di lungo periodo, che intendiamo perseguire già con la prossima manovra economica, sulla quale le forze politiche che compongono l’esecutivo hanno già avviato proficue interlocuzioni. Siamo consapevoli che questa manovra sarà impegnativa. La sfida più rilevante, per quest’anno, sarà evitare l’aumento automatico dell’Iva e avviare un alleggerimento del cuneo fiscale”.

Obiettivo prioritario, dunque, disinnescare l’aumento dell’Iva, previsto a legislazione vigente, che vale 23 miliardi e che, senza contromisure, porterebbe l’aliquota ordinaria dal 22 al 25,2% e quella ridotta dal 10 al 13%. Ma anche un taglio del costo del lavoro, a favore dei lavoratori. Operazione che potrebbe quindi assumere una fisionomia diversa rispetto al progetto M5s di sforbiciata ai contributi delle imprese.

“Come dimostra la sensibile riduzione dei tassi rispetto ai livelli dello scorso ottobre, i mercati finanziari stanno investendo con fiducia sulla nuova fase che l’Italia sta attraversando. La diminuzione della spesa per interessi pagati sul nostro debito pubblico – ha sottolineato Conte – è una vera e propria ‘riforma strutturale’, perché ci permette di allentare quello che è stato il maggior freno alla crescita del nostro Paese negli ultimi decenni. Ogni euro risparmiato sulle prossime emissioni dei nostri titoli di Stato consente, infatti, di eliminare, immediatamente e automaticamente, il capitolo più improduttivo della spesa pubblica in modo da liberare risorse pronte per essere investite nelle infrastrutture, nella scuola, nella sanità, e nella riduzione del carico fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese”.

Le risorse per finanziare la manovra, ha spiegato il premier, “saranno reperite con una strategia organica e articolata, che includerà un controllo rigoroso della qualità della spesa corrente, a questo riguardo vanno completate e rese efficaci le attività di spending review, e includerà, altresì, un attento riordino del sistema di tax expenditures, che salvaguardi l’importante funzione sociale e redistributiva di questo strumento, nonché un’efficace strategia di contrasto all’evasione, da condurre con strumenti innovativi e un ampio ricorso alla digitalizzazione”.

Ma il nuovo governo giallorosso punta a mettere in campo una manovra espansiva e, per farlo, conta di strappare nuovi margini di flessibilità per 0,4-0,5 punti di Pil da sommare alla quota dello 0,18% di prodotto legato alle spese per il ponte Morandi e per il contrasto al rischio idrogeologico messa in conto per il prossimo anno nel Documento di economia e finanza. Una partita da circa 10-12 miliardi che si giocherà nelle prossime settimane. L’esecutivo dovrà anche fare i conti con la richiesta di Bruxelles di un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil per il 2020.

Ecco perché il superamento dell'”eccessiva rigidità” dei vincoli europei in materia di politiche di bilancio è uno dei punti messi nero su bianco da Pd e M5s nel programma. “Occorre migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti a partire da quelli legati alla sostenibilità ambientale e sociale”, ha detto Conte sottolineando che “un’impostazione di bilancio pro-ciclica, infatti, rischia di vanificare gli importanti sforzi compiuti sul piano interno per rilanciare la crescita potenziale del Paese, deprimendo la crescita effettiva”.

Il Governo, ha assicurato, “si impegnerà nelle sedi europee per realizzare un piano di investimenti sostenibili, per riformare l’Unione economica e monetaria e l’unione bancaria, a partire dall’istituzione di un bilancio dell’area euro, di uno schema di assicurazione europeo contro la disoccupazione e di una garanzia europea dei depositi”. Conte ha anche rilanciato la proposta di un’aliquota minima europea per tassare le imprese. Per contrastare l’evasione e l’elusione fiscale, ha osservato, “dobbiamo ottenere che i profitti vengano tassati dove effettivamente sono realizzati. Dobbiamo infine contrastare pratiche di concorrenza sleale non solo nel campo commerciale ma anche nel campo fiscale, anche attraverso l’introduzione di un’aliquota minima europea per la tassazione delle imprese”.

E sul dialogo con l’Europa, Conte ha rimarcato: “A tutela del nostro forte interesse nazionale, ho negoziato con determinazione e con successo a Bruxelles per evitare, per ben due volte in poco più di un semestre, una procedura di infrazione che sarebbe stata esiziale per il nostro Paese”. 

 “Sì, vogliamo uscire il primo novembre e farlo con un accordo“: lo afferma, in un’intervista alla Stampa, il segretario di Stato britannico per la Brexit, Stephen Paul Barclay. Il quale aggiunge, a proposito dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea: “Stiamo negoziando su ogni fronte, certi che se non ci fosse un accordo sarebbe una sconfitta per tutti quanti”.

Per quello che riguarda gli italiani che risiedono in Gran Bretagna, Barclay spiega: “I 700 mila italiani che hanno scelto di vivere nel Regno Unito sono molto importanti per noi: abbiamo predisposto un ‘settlement scheme‘ al quale avranno tempo di aderire sino alla fine del 2020. E’ una cosa che vorrei facesse anche il governo italiano, che impone ai britannici di regolare la situazione entro ottobre. Sinora non lo hanno fatto, ma ora c’è un nuovo governo”.

A proposito dello scoglio del backstop (il meccanismo previsto dall’intesa con la Ue per evitare un confine rigido tra le due Irlande), il segretario di Stato spiega che una soluzione possibile ma che “serve pensiero creativo e flessibilità a Bruxelles come ne abbiamo avuta a Londra”. 

L’appuntamento è tra i più attesi, soprattutto tra gli ‘aficionados’ della Mela più famosa del mondo. Certo, anche agli occhi dei non esperti i nuovi prodotti di casa Cupertino destano curiosità perché, diciamolo, ogni anno una novità comunque ce n’è e il telefonino è diventato ormai un oggetto fondamentale nella vita di tutti i giorni.

Nomi e modelli

Domani, martedì10 settembre, verrà levato il sipario sugli ultimi modelli di iPhone, che dovrebbe essere la linea iPhone 11 R, l’iPhone 11 Pro e l’iPhone 11 Max: i tre modelli si differenziano da alcune caratteristiche che li rendono più o meno performanti rispetto al modello base e quindi presentano peculiarità diverse.

Innanzitutto, non è nemmeno scontato che siano questi i nomi che avranno i nuovi melafonini: come in ogni vigilia, si rincorrono le voci ma nulla sembra confermato. A partire dal nome. In passato era piuttosto semplice ‘indovinarlo’, invece nel corso degli ultimi due anni è di gran lunga più complicato, tra “salti” di numerazioni e nuove denominazioni (ad esempio X, XR, XS).

Probabilmente, si chiamerà XI seguendo il progressivo romano ma nulla è ancora sicuro. Sia come sia, Apple promette novità tra hardware e software. Quelle più attese e chiacchierate sono la probabile ‘pensione’ definitiva per il 3D Touch: al suo posto, verrà sviluppato il sistema (già esistente su iPhone XR) dell’Aptic Touch che svolge la stessa funzione senza pressione e solo con un lungo tocco sul display.

Le principali novità

Il nuovo smartphone dovrebbe prevedere invece – novità molto attesa – la wireless bilaterale che permetterà di ricaricare gli AirPods 2 poggiandoli direttamente sulla scocca posteriore del device (c’è chi dice anche l’Apple Watch).

Più performante inoltre fare le foto, visto che Apple inserirà una tripla fotocamera con sensore principale da 12 megapixel sul retro mentre sul frontale potrebbe arrivare una seconda 12 MP.. La forma dovrebbe essere molto simile agli attuali modelli, ma probabilmente saranno inferiori le misure del notch, ossia l’intaglio che custodisce fotocamera frontale e Face ID. Apple avrebbe raggiunto alcuni traguardi tecnici che permettono di ridurlo, magari mascherando la fotocamera dietro lo schermo e spostandola.

Esteticamente, ci si chiede invece come sarà compatibile la presenza delle tre fotocamere ma secondo alcune voci, Apple avrebbe utilizzato un vetro posteriore in un unico pezzo, usando una particolare vernice per uniformare la scocca e rendendo i sensori quasi invisibili.

Il logo sarà spostato?

Una piccola curiosità: il logo della Mela morsicata potrebbe essere in una posizione diversa rispetto quella di oggi. Dal primo iPhone nel 2007, fino al 2018 inclusi, è sempre stato posizionato al centro ma leggermente spostato verso l’alto mentre ora, dicono i bene informati, dovrebbe essere perfettamente al centro. 

I materiali usati sono sempre acciaio e vetro, anche se soprattutto per la scocca anteriore, casa Cupertino avrebbe deciso di rafforzare la sua durezza e di utilizzare una versione opaca. I nuovi modelli dovrebbero inoltre essere più resistenti all’acqua, ed essere in grado di restare sommersi ancora più a lungo di mezz’ora, come ora.

Il possibile nuovo colore del nuovo #iPhone11, il successore del #iPhoneXR pic.twitter.com/0qyxJ3ZAXh

— Apple TechFan  (@AppleTech_fan)
September 5, 2019

Il doppio bluetooth

Altre caratteristiche molto attese: la presenza di un doppio Bluetooth così da collegare due dispositivi o due cuffie assieme, e un nuovo co-processore che affiancherà il principale in alcune attività: il risultato è che la batteria durerà molto di più. Quasi contemporaneamente, è prevista quindi l’uscita del processore Apple 13.

Ma quando saranno disponibili nei negozi i nuovi melafonini? Sempre martedì, si verrà a conoscenza del calendario delle uscite ma sembra che non sia possibile acquistarli prima del 20 settembre. Un’ultima indiscrezione, i prezzi. C’è chi giura che difficilmente potranno essere aumentati di molto rispetto a quelli dei modelli precedenti, nonostante le innovazioni soprattutto del comparto fotografico. Ma anche per sapere questo, c’è rimasto ormai poco da aspettare. 

È “ottimista nelle aspettative” sul nuovo governo perché lo è di natura, ma attende di valutare i fatti: “non è il caso di dare giudizi anticipati”. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, non si sbilancia troppo sul Conte bis e dalla platea di un Forum Ambrosetti con una ridotta presenza di politici (l’unico ministro presente è il titolare dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti) manda un messaggio chiaro al nuovo esecutivo: “Noi non dobbiamo chiedere più deficit all’Europa per aumentare il debito pubblico ma un grande piano infrastrutturale transnazionale”.

Poi la proposta. Il bilancio dell’Unione europea sia “la dimensione ideale per pensare un piano infrastrutturale di 500-1.000 miliardi di euro”. Se vogliamo essere protagonisti, insiste Boccia: “Non possiamo andare a Bruxelles a chiedere soldi per il deficit ordinario per risolvere le cose italiane” ma per cose diverse, come appunto, il piano per le infrastrutture. Determinante sarebbe “una politica anticiclica, sia in Italia che in Europa”.

Non dimentichiamo che anche l’economia tedesca affronta il rischio recessione: “Quindi una proposta che parta dall’Italia su una dotazione infrastrutturale transnazionale europea, finanziabile eventualmente con eurobond, potrebbe trovare una attenzione rilevante da parte di Francia e Germania”.

Della necessità di rivedere il rapporto con l’Europa d’altra parte ha parlato ieri anche il Presidente della Repubblica, ricordato da Boccia. “Il presidente Mattarella come sempre segnala una visione determinante della linea di direzione del Paese: noi abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa nell’interesse dell’Italia” ma “serve un’Europa più integrata”.

 

Per fare tutto questo, secondo Boccia occorre un governo solido e “una linea di direzione chiara nel Paese. Se c’è una linea comune aiuta tutti: la dimensione di relaitiva tranquillità della politica abbassa lo spread, che è una tassa indiretta”. Dunque, “lasciamoli lavorare” dice, e vediamo se riusciranno a realizzare quegli obiettivi che per gli industriali sono chiarissimi: l’occupazione, il cuneo fiscale, abbassare le tasse ai lavoratori per attivare la domanda interna.

L’auspicio è molto semplice: “I ministri e i due partiti che compongono la coalizione di governo invece di dibattere a mezzo stampa, lo facciano all’interno del Consiglio dei ministri. Evitiamo un gioco di governo e opposizione allo stesso tempo”. E qualche luce si vede: “Alcuni punti oggetto dell’accordo sono condivisibili”, ha sottolineato il presidente degli industriali, mentre “su altri vediamo delle criticità”. 

Da Berlino a Bruxelles, da Madrid a Francoforte, nei palazzi che contano lunedì mattina gli sguardi carichi d’ansia saranno rivolti verso Wiesbaden, dove l’istituto tedesco di statistica svelerà le cifre relative all’export della Germania relativi allo scorso luglio.

La tensione è alta, dopo la sequenza di cattive notizie in arrivo dalla “locomotiva d’europa”: la contrazione del Pil per il terzo trimestre di seguito – recessione tecnica conclamata – gli indicatori in forte calo per l’industria dell’auto, la flessione superiore alle attese degli ordini all’industria. ebbene sì, l’economia tedesca è ufficialmente in crisi. Date le ovvie implicazioni, alla fine la domanda che tutti si pongono è semplice: che effetti avra la frenata tedesca sugli equilibri dell’eurozona? anzi: ne ha già avuti?

Domanda non peregrina, dato che la stessa Angela Merkel poco più di una settimana fa ha fatto intendere di potere aprire a misure di stimolo per l’economia. “Dobbiamo pensare ad un’azione congiunta per stimolare l’economia”, aggiunge il vicepresidente della Cdu, Norbert Roettgen.

Anche Olaf Scholz, ministro delle Finanze nonché vicecancelliere tedesco, ha fatto sapere che la Germania intendera contrastare la crisi “con piena forza”. Il sillogismo che segue, in diverse capitali d’europa, è semplice: difficile immaginare “stimoli” per se stessi e poi negarli ai vicini.

Il tema è una possibile riapertura del confronto sulle regole del Patto di stabilita: facile immaginare che la nuova “fragilita tedesca” dopo anni di boom si faccia sentire nelle discussioni sul futuro del Vecchio Continente. Anche perché è tutta la costruzione europea a subirne le conseguenze: “Se l’Europa dovesse sostenere ulteriori contraccolpi economici, come per esempio una Brexit ‘no deal’, un debito fuori controllo in Italia oppure un’ulteriore escalation della guerra commerciale, il rischio di una recessione europea è piuttosto alta”, ha detto al New York Times l’economista tedesca Katharina Utermoehl.

La vede in modo ancora più cupo il suo collega Joerg Kramer, capo economista di Commerzbank, interpellato sempre dal giornale americano: “Il rallentamento della crescita si registrerà ovunque nell’eurozona, più o meno. Non ci sono separazioni di destini in vista”.

 

Nessuno lo dirà apertamente a Berlino, ma negli ambienti governativi tedeschi, off the records, c’è chi ammette che “con la Brexit da una parte, ed un’Italia apertamente euroscettica dall’altra sarebbe stato ancor più difficile affrontare le nubi che si addensano sull’europa”. Nell’ottica della crisi tedesca, l’evoluzione politica italiana è salutata con ancor maggior vigore.

Se non altro, non ha sorpreso l’accorato messaggio che la cancelliera Merkel ha inviato due giorni fa al premier italiano Giuseppe Conte per il suo bis, in cui si sottolinea “l’amicizia cresciuta nei decenni tra Italia e Germania”. I commenti in arrivo dalla capitale tedesca si assomigliano quasi tutti: a proposito della nomina di Roberto Gualtieri al ministro dell’economia, “la Germania e l’Italia possono aprire un nuovo capitolo nella politica europea”, esulta il capogruppo dei Verdi nell’europarlamento, Sven Giegold, secondo il quale vi è addirittura la possibilita “di un nuovo inizio in europa”.

Insomma, una discussione su un possibile allentamento dei cordoni della borsa è sul tavolo, a Bruxelles come a Berlino. Un’accelerazione politica dopo il moltiplicarsi dei dati negativi in arrivo dalla Germania è un fatto. Non per questo la via di una maggiore flessibilita sarà una passeggiata.

I messaggi inviati a Roma dalla capitale tedesca infatti rimangono severi: “Quello che ancora manca è una visione e una strategia in un Paese altamente indebitato come l’Italia, che non riesce a rientrare sulla via della crescita”, ammonisce lo Handelsblatt in un commento sulla formazione del nuovo governo giallorosso.

“Riforma, industria 4.0, innovazione, digitalizzazione e lo scambio tra le Università sulla ricerca è quel che chiedono gli imprenditori. Ma nel programma di governo ancora non ve n’è traccia”, scrive il quotidiano economico tedesco. Che però aggiunge: “almeno per ora l’Italia è di nuovo in europa, l’incubo euroscettico è finito, è viva la speranza per una politica di riforme. Ma non c’è un periodo di tregua per questo governo”. Il governo giallorosso è avvertito: nessun assegno in bianco. 

La platea degli imprenditori di Cernobbio rimanda a settembre Giuseppe Conte dopo il suo primo mandato da premier. Questo l’esito del sondaggio attraverso il televoto condotto sabato 7 settembre al Forum Ambrosetti. Il 46,8% dei partecipanti, infatti, ha giudicato negativamente l’operato fin qui, il 29,5% è positivo, e il 23,7 si colloca a metà strada. 

Aumenta, invece, la fiducia nell’Europa tra gli oltre 200 imprenditori che però reclamano maggiore attenzione sui temi dell’immigrazione e della sicurezza. Secondo un sondaggio coloro che nutrono un alto tasso di fiducia nell’Ue sono il 22,8%, rispetto all’8% registrato lo scorso anno. Coloro che, al contrario, hanno un bassissimo indice di fiducia sono il 4,1% (nel 2018 erano il 13,3%).

Le priorità della nuova Commissione Europea dovrebbero essere sicurezza, immigrazione e politica estera (19,6%), al secondo posto il rafforzamento del Mercato Unico (15,9%), al terzo maggior convergenza nelle politiche di bilancio e armonizzazione fiscale (15,2%). Gli imprenditori sono stati sollecitati infine anche sul rischio di una deriva populista in Europa: chi ritiene che tale rischio sia molto basso e’ il 3,6% degli intervenuti, coloro che invece ravvisano un rischio alto sono nel complesso il 14%.

Il giudizio sulla Brexit

Si fa avanti la possibilità che si torni a votare sul tema Brexit nel Regno Unito. Almeno questa è l’opinione maggioritaria. Per il 38,7% del campione, infatti, potrà esserci un nuovo referendum che torni a valutare la volontà dei cittadini britannici, il 15,6% ipotizza una soft Brexit mentre il 16,2% crede ci sarà una hard Brexit. Se quest’ultimo scenario dovesse concretizzarsi, il 43,5% degli imprenditori sollecitati in sala risponde che potranno esserci impatti negativi sul business delle loro aziende. Chi ritiene invece che non ci saranno conseguenze negative e’ il 28,6% dei votanti.

Trump bocciato ma sarà rieletto

Gli imprenditori di Cernobbio non promuovono l’operato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ma sono convinti che sarà rieletto alla Casa Bianca. I 200 imprenditori, intervenuti in occasione della tavola rotonda con Hillary Clinton, con un televoto hanno giudicato l’azione politica di Trump molto negativa nel 32,9% dei casi, mentre chi lo giudica molto positivo è solo il 3%.

Per quanto riguarda le aspettative delle presidenziali Usa del prossimo anno, il 52,4% dei votanti ritiene per certa la rielezione dell’attuale presidente. L’ipotesi che un democratico batta Trump è prevista dal 31% mentre appena il 5,9% ritiene che un altro repubblicano possa scalzarlo dalla corsa alla Casa Bianca.

L’incontro con Hillary Clinton

Alla prossima presidenza degli Stati Uniti serve una persona “preparatissima” perché dovrà affrontare problematiche disparate, dal climate change alla politica estera, con molti dossier scottanti. Per questo motivo Hillary Clinton sconsiglia George Clooney dal candidarsi alla carica, un’ipotesi trapelata nelle scorse settimane.

L’ex segretario di Stato, e a sua volta candidata alle elezioni presidenziali quando perse contro Donald Trump, ha affermato che non farà endorsement per nessuno dei candidati democratici scesi in campo, “finché il partito non sceglie non dirò niente, poi lo aiuterò dall’esterno”.

Nel suo intervento la Clinton ha criticato le politiche di Trump nei confronti della Russia (“non sta facendo niente per bloccare l’aggressione di Putin all’Europa e e agli Usa” riferendosi alle interferenze in materia politica e di elezioni).  Nel mirino anche la politica verso l’Iran (“quello firmato era un accordo straordinario”) e l’intenzione di vendere tecnologie nucleari ai regimi del Golfo Persico, in particolare l’Arabia Saudita.

Infine, secondo Hillary Clinton il presidente Trump avrebbe “abbandonato” l’Europa, che invece avrebbe bisogno di cooperazione e coordinamento per affrontare temi come l’immigrazione, su cui “rischia molto”.

Le tariffe di telefonia mobile in Italia sono calate nell’ultimo anno del 20%, secondo l’analisi del sito Facile.it dopo una ricerca che ha coinvolto 12 Paesi. I risultati ci dicono che in Italia i contratti con le compagnie telefoniche pesano meno rispetto a quasi tutti gli altri Paesi.

In media nel nostro Paese infatti paghiamo 12,50 mensili potendo contare su un traffico dati di circa 45 GB. Tra gli stati presi in esame, si paga meno solo in Polonia (6 euro al mese), Francia (9 euro al mese) e Germania (11,60 euro al mese). Molti i Paesi, invece, dove i costi mensili schizzano alle stelle, come in Gran Bretagna (15 euro) Spagna (17,40 euro al mese) o Norvegia (28 euro).

L’analisi ha preso in considerazione un mix di piani tariffari rappresentativi per ciascun Paese, calcolando un valore medio sia in termini di costi, sia di traffico dati, focalizzandosi sulla fascia intermedia dell’offerta, escludendo quindi le proposte cosiddette “entry level”, quelle indirizzate a target specifici come gli anziani o i giovani, quelle mirate a stimolare la migrazione da un operatore ad un altro e le offerte categorizzabili come top di gamma.

Se si punta l’attenzione sui GB dati di traffico incluso nella fascia tariffaria presa in analisi, lo scenario cambia sensibilmente. Da questo punto di vista l’unico Paese che batte l’Italia è la Francia dove, per l’importo medio di spesa calcolato (9 euro), i clienti ottengono in media 50 GB di traffico dati al mese.

Sul podio, ma dopo l’Italia, si posiziona l’Irlanda dove è possibile contare, sempre in media, su circa 22 GB di dati ogni mese. Decisamente più limitato il traffico dati per gli utenti della Grecia, che devono accontentarsi di poco più di 3 GB ogni trenta giorni; va meglio, ma solo di poco, in Belgio (3,7 GB) e in Norvegia (4,2 GB).

Facile.it prosegue nella sua analisi dei dati proponendo il calcolo del costo di un singolo GB Paese per Paese, e anche in questo caso possiamo ritenerci più che soddisfatti: con un costo virtuale di 0,28 euro a GB, conquista il secondo posto. Fa meglio, ancora una volta, solo la Francia, dove il costo scende a 0,18 euro; al terzo posto si posiziona invece la Polonia, con un costo di 0,37 euro per GB. Sul lato opposto della classifica, invece, si conferma come maglia nera la Norvegia, dove il costo per il traffico dati è pari a 6,76 euro a GB; seguono la Grecia, con un costo medio di 4,87 euro a GB e il Belgio, con 4,67 euro a GB. 

Si credevano invincibili e sono state spazzate via in pochi anni: Nokia, Kodak, Toys R Us. Poi c’è chi si è accorto che tenere la posizione non è un’opzione: o si cambia o si scompare. Lego, dopo la crisi del 2017, si sta ricostruendo cercando il giusto incastro tra mattoncini e digitale. Da un lato sta investendo su nuovi prodotti che non si toccano: film, e-commerce, videogiochi. Dall’altro sta espandendo la propria rete di negozi fisici, soprattutto (ma non solo) in Cina e India.

Dalla crisi all’espansione

Il 2017 è stato un anno pessimo, il primo con fatturato in calo dopo 13 anni. Vendite giù del 7%, utili del 17%. La crescita in Cina non era riuscita a bilanciare il calo in Nord America ed Europa. Un anno nero, culminato con 1400 licenziamenti e descritto in modo perentorio anche nelle solitamente misurate comunicazioni istituzionali: “Nel complesso, non siamo soddisfatti dei risultati”, si legge sul rapporto annuale di Lego. La società intravedeva però buoni segnali che facevano ben sperare per il 2018.

Segnali che sarebbero poi stati confermati: alla fine dello scorso anno, fatturato e risultato netto sono tornati a crescere. Non ancora tanto da recuperare tutto il terreno perso, ma abbastanza per far sorridere il ceo Niels B. Christiansen: “Il 2018 – scriveva nella lettera che accompagnava il rapporto – è stato un anno determinante per l’industria dei giocattoli”. La rivoluzione nei canali di vendita e la digitalizzazione stanno “ridisegnato il panorama, portando cambiamenti senza precedenti. Sono lieto di affermare che, anche di fronte a queste sfide, il gruppo Lego ha stabilizzato il proprio business”.

Tradotto: ci siamo, anche se il mercato dei giocattoli tradizionali fatica. Il 2018, infatti, non è stato un anno come gli altri: è stato il primo senza Toys R Us. L’ex paradiso dei bambini, finito in bancarotta, ha condizionato l’annata dei grandi produttori. Senza un canale di vendita così importante, il fatturato di Hasbro è calato del 12% e l’utile netto del 45% (ma il gruppo ha avuto un recupero consistente nel primo semestre 2019). Mattel ha chiuso il 2018 con una perdita netta di 530 milioni e vendite ridotte del 7,2% (ed è in rosso anche quest’anno).

Se Lego gioca a Risiko

Il 2019 di Lego è iniziato come si era chiuso il 2018: il fatturato del primo semestre è cresciuto del 4%, anche se i profitti operativi sono calati del 16% e l’utile del 12%. Segni meno che hanno però tutt’altro sapore rispetto a quelli del 2017: sono dovuti – si legge in una nota di Lego – alla decisione di intensificare gli investimenti in iniziative che creino i presupposti per una crescita di lungo periodo”.

Non meno incassi ma più mattoni per il futuro. Mattoni in senso letterale, non solo perché sono il prodotto principale di Lego, ma anche perché il marchio sta ripartendo da negozi fatti di casse e muri. Una raffica di nuove aperture porterà in Cina 140 negozi in 35 città entro il 2019. E ci saranno altre 70 inaugurazioni nel resto del mondo. All’inizio del 2020 aprirà anche la sede di Mumbai: sarà l’avamposto per ampliare la presenza in India.

Ormai da tempo, Lego non è più solo mattoncini. Ha prodotto film, vende videogiochi e abbigliamento, ha parchi tematici (sono appena iniziati, a Gardaland, i lavori per costruire il primo acquatico d’Europa) e associa i suoi omini gialli a grandi marchi che vengono dal mondo della carta (come Batman e gli eroi Marvel) e del cinema (Star Wars). Ma anche dal digitale (come Minecraft), che non è più il nemico da combattere ma un universo da sfruttare. “Stiamo investendo – ha dichiarato il ceo Christiansen – per cogliere le opportunità create da megatrend come la digitalizzazione e i cambiamenti demografici ed economici globali che stanno rimodellando il settore”.

Quindi nuove prodotti in cui dialogano virtuale e analogico, punti vendita in Cina e India (dove la popolazione aumenta e la nuova classe media spingerà i consumi), un e-commerce più efficace. Il margine per avanzare non è enorme ma c’è: secondo un’analisi di MarketResearch, tra il 2017 e il 2023, il mercato globale dei giocattoli crescerà a un tasso medio del 4%, raggiungendo così i 120 miliardi di dollari.

La minaccia non è il digitale

I numeri dicono molto, ma i movimenti del gruppo danese sono spiegati ancor più chiaramente in un documento non finanziario, il Lego Play Well Report 2018: “Come mai nella storia moderna, il tempo del gioco è in pericolo”. La minaccia però non è il digitale che ruba ai mattoncini per dare alle app: “Tutt’altro”, si legge nel rapporto. “Ispirati dallo sfumarsi dei confini tra il mondo digitale e quello fisico, i bambini di oggi fondono ciò che è reale e ciò che è virtuale, reinventando il gioco in modi che le generazioni precedenti non avrebbe mai immaginato”. Il problema è un altro: “Le difficoltà arrivano perché il tempo, lo spazio e il permesso concessi ai bambini per giocare sono costantemente sotto pressione. Nelle nostre frenetiche vite moderne – si legge nel Play Well Report – le famiglie spesso pianificano ‘l’appuntamento del gioco’ piuttosto che inventarlo sul momento”. Lego deve reinventarsi, legando mattoncini e digitale. Deve fare a spallate con i concorrenti. Ma, ancora di più, deve sfidare le abitudini che cambiano. Mattoncino dopo mattoncino.

La Cina chiede all’Italia di fornire giuste condizioni per le imprese cinesi che operano sul territorio italiano, all’indomani della decisione del nuovo governo italiano di esercitare i poteri speciali, ovvero il “Golden Power“, sul 5G, mettendo nel mirino proprio i due giganti della telecomunicazioni cinesi, Huawei e Zte.

“La cooperazione con i gruppi italiani non ha mai posto problemi di sicurezza“, ha dichiarato nel corso della conferenza stampa odierna il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang. “Auspichiamo che l’Italia adoperi una strategia fondata sulla fiducia reciproca e sui benefici reciproci e fornisca giuste condizioni per le imprese cinesi, per approfondire la cooperazione e portare benefici più tangibili a entrambi i Paesi”.

Leggi anche: Il dossier Agi sul 5G

Geng ha poi anche ricordato la cooperazione tra Huawei e Zte con gruppi di ricerca e aziende italiane, e i “massicci investimenti” fatti dai due gruppi cinesi “creando migliaia di posti di lavoro e contribuendo allo sviluppo industriale e all’aggiornamento delle infrastrutture”.

Che cosa è e come funziona il Golden Power

“Qualora sia in gioco una azienda strategica”, spiega La Repubblica, “la legge prevede che gli eventuali cambi di controllo debbano essere notificati alla Presidenza del consiglio entro dieci giorni o in ogni caso prima che divengano effettivi. Nel settore delle comunicazioni, con poteri speciali l’esecutivo potrebbe mettere un veto sulle operazioni riguardanti asset che risultassero strategici, oppure porre particolari condizioni. Per accedere alla golden power, dall’istruttoria dovrebbe emergere un possibile ‘grave pregiudizio’ per gli interessi pubblici legati al buon funzionamento della rete di telecomunicazione”. 

 

Nella sua nuova veste di neoministro dei Trasporti, al posto del giubilato pentastellato Toninelli, che non ha ancora avuto modo di incontrare per il passaggio delle consegne, Paola De Micheli, una cosa l’annuncia subito, ovvero la decisone di dimettersi dal ruolo di numero due del Pd, vice di Nicola Zingaretti: “Non è compatibile con questo impegno” dice a La Stampa di Torino.

Del resto da fare ne ha. L’attendono già 256 richieste di incontri. Fa la mamma di un bimbo di tre anni, che scorrazza già nel suo nuovo ufficio e che vuole tenere con sé almeno per un po’ nel corso della giornata perché “non ho fatto un figlio perché lo cresca qualcun altro”, sottolinea. E molte altre grane da affrontare, come riaprire la stagione dei cantieri bloccati. Le sue priorità?

“La casa e la rigenerazione urbana delle periferie. Vediamo quanto si può stanziare in Finanziaria per queste due voci” dice nel rispondere alla domanda. Ma anche “I decreti sicurezza dovranno cambiare: ce lo impongono due lettere del presidente della Repubblica. E sono sicura che l’Europa tornerà a fare la sua parte” in quanto a Bruxelles “non c’era contezza della gravità della situazione. Con il passare dei mesi si è capito che quella disattenzione ha alimentato i populismi, in Italia e non”. E si dice certa che la Commissione von der Leyen “avrà un atteggiamento diverso”.

 

Con l’approccio del suo predecessore Toninelli ammette di avere una distanza siderale, ma non invece da quello dei Cinque Stelle, con i quali “se andiamo avanti così potremo fare assieme molte cose buone per il Paese” si sente di poter scommettere. Paola De Micheli però non si sente affatto uno dei pochi ministri in “quota Nord”, rispetto ai molti del Sud, perché “in questo ministero si gestisce un pezzo importante del futuro dell’Italia” dichiara al quotidiano torinese che la intervista. Anche perché “la Lega in quattordici mesi non ha risolto un problema. Al massimo li ha ingigantiti: infrastrutture, fisco, autonomia”. A parte la Tav, forse, anche con l’avallo del Pd, per altro.

Sul punto De Micheli è esplicita: “Come è andata quella vicenda è noto a tutti. Ora l’opera deve procedere il più rapidamente possibile” afferma, aggiungendo anche che “da commissario alla ricostruzione post-sisma ho visto da vicino quanto sia difficile tenere insieme efficienza e qualità delle opere pubbliche”. Ciò detto, promette, “qui ostacoli politici ai cantieri non ce ne saranno più”.

È favorevole Paola De Micheli, ad un accordo di desistenza con i 5Stelle per le prossime regionali? Risposta: “Perché no?” E sui migranti? Finita la stagione di porti chiusi? “Quella dei porti chiusi – risponde – è stata una narrazione distorta della realtà, utile solo alla propaganda di Salvini. Uno slogan senza senso che serviva solo a nascondere la verità: l’ottanta per cento dei migranti approda su piccole barche di cui non si accorge nessuno”.

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