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AGI – Il Coronavirus “cambierà profondamente la struttura della nostra economia” e  si registrerà “un aumento delle disuguaglianze che avranno delle conseguenze a livello macroeconomico e sociale. E’ un fatto che si registra con tutte le grandi crisi”. Lo ha sottolineato il presidente della Bce, Christine Lagarde, intervenendo agli incontri economici ‘Aix en Seine’. Lagrade ha poi assicurato che “la politica monetaria della Bce resterà accomandante”.

AGI – Ridurre gli orari di lavoro a parità di salario. E’ la proposta del neo segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, nel suo intervento al consiglio confederale nazionale.

“Noi pensiamo, se effettivamente vogliamo guardare al futuro, che gli orari rigidi, l’uniformità e la stabilità dei modelli vada riaffrontata”, ha detto Bombardieri, che ha spiegato: Non possiamo chiedere cambiamenti e avere i piedi cementati nell’idea fordista dei modelli standard di orario di lavoro. Sono passati 100 anni dal primo contratto del 1919 dei Metallurgici che dopo dure lotte sindacali riconosceva le 8 ore e la prima settimana di ferie. Oggi troviamo 6/7 regimi di orario diversi nella stessa azienda, i part time, i turni“, ha sottolineato il sindacalista, convinto che “dopo cento anni nessuno può impedirci di voler discutere la qualità del lavoro per pensare ad una diversa organizzazione della società. Partiremo da quanto prevede la nostra Costituzione dove all’Articolo 36 sancisce che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e alla qualità del suo lavoro“, ha osservato Bombardieri. 

Il leader della Uil ha rivolto anche un monito al governo:  “La nostra organizzazione, come quella di Cgil e Cisl, è fatta di donne e uomini, di giovani e anziani, che hanno riempito tantissime piazze lo scorso anno per chiedere un Paese diverso. E se non rispetterete quei lavoratori, quelle lavoratrici, quei giovani, quei pensionati, se non li ascolterete, siamo pronti a ritornare in quelle piazze“. Bombardieri si è detto favorevole all’utilizzo del Mes: “A chi ha ancora dei dubbi chiediamo di ricordare i 35.000 morti, di entrare in pronto soccorso, di visitare gli ospedali del Sud”, ha detto, e ha aggiunto: “Abbiamo letto con attenzione la strategia del Recovery Found, e se parliamo di Next Generation Eu ci aspettiamo che i Capi di Stato e di Governo europei, riescano a pensare e a decidere per garantire il futuro delle prossime generazioni a partire dai giovani di oggi”, ha aggiunto

Secondo Bombardieri, inoltre, “dovremmo riformare gli ammortizzatori sociali, questi mesi hanno messo alla prova tutti gli strumenti e le tipologie facendone emergere pregi, difetti e carenze”.  Occorrono, per il sindacalista, “nuove politiche di sostegno che riescano ad intrecciarsi con la formazione e la riqualificazione professionale. Ammortizzatori che coprano tutte le lavoratrici e i lavoratori e che tengano conto delle peculiarità dei vari settori”, ha evidenziato. 

Il segretario della Uil si è poi rivolto al presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: “Chiediamo a Confindustria di affrontare i mali del capitalismo italiano: il nanismo dimensionale, la carenza di investimenti, la scarsità di innovazione, la mancanza di cultura manageriale. Nel momento in cui bisogna ricostruire il nostro sistema economico e produttivo c’è bisogno di un patto per il Paese che veda le parti sociali, sindacati e imprese, protagonisti”, ha osservato Bombardieri. 

AGI – Il coronavirus ha stravolto abitudini e aspettative degli italiani, ed ha soprattutto accentuato la tendenza al pessimismo. I tre quarti degli intervistati dal secondo rapporto Agi-Censis, elaborato nell’ambito del progetto “Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020”, sono convinti che la crisi economica causata dall’epidemia sarà più grave della recessione del 2008 e della crisi del debito sovrano. Ma nel corso dell’epidemia gli acquisti online sono decollati e i lavoratori hanno scoperto i benefici dello smart working, al punto che oltre la metà – il 60,4% – preferirebbe continuare a lavorare da casa.

Come prevedibile, sono crollati i consumi (-6,4%) e la percentuale è destinata a salire al 12% se si escludono i beni alimentari e par la casa. Non solo, ma l’e-commerce ha decollato visto che ci siamo trovato di fronte ad un vero e proprio boom degli acquisti sulle piattaforme online. In questo periodo infatti, ha fatto compere con un clic oltre il 25%. 

Il rapporto mira ad analizzare le difficoltà che l’Italia si porta dietro dal passato, i nervi scoperti che hanno comportato l’impreparazione ad affrontare al meglio l’emergenza legata all’epidemia del Covid-19, per guardare in modo costruttivo al futuro. D’altra parte, come rileva l’indagine, il 61% degli italiani è convinto che tutto quello che è avvenuto ha dimostrato che si può vivere in modo diverso.

 

 

Gli italiani pessimisti nella ‘resistenza’

La pandemia ha tolto l’ottimismo agli italiani: i tre quarti della popolazione sono convinti che l’impatto complessivo sull’economia del Paese sarè superiore a quello delle due ultime recessioni, quella del 2008-2009 e quella del debito 2011-2012. Non solo, ma più della metà degli italiani (57,2%) sono convinti il colpo che subirà il nostro Paese sarà più forte di quello che sperimenteranno gli altri Paesi avanzati. E nel frattempo solo il 19,2% del totale ritiene che le misure di sostegno attivate dal Governo riusciranno a contrastare efficacemente le conseguenze economiche della crisi sanitaria.

Non cambia la valutazione se si guarda alla propria situazione personale: il 37,8% è convinto che al termine dell’emergenza la propria famiglia si troverà in condizioni economiche peggiori. Il 15,2% ritiene che a causa del coronavirus correrà il rischio concreto di perdere il proprio lavoro.

 

 

Gli italiani sembrano anche molto diffidenti rispetto al fatto che il Paese riesca a contrattare efficacemente con l’Europa in materia di aiuti: solo il 29,2% ritiene infatti che il nostro peso politico sia destinato ad aumentare. Unica nota non negativa in questa ampia ricognizione riguarda le tecnologie digitali. Il 61% degli italiani è infatti convinto che tutto ciò che è avvenuto abbia evidenziato la possibilità di “vivere altrimenti” grazie alla loro repentina diffusione.

 

 

Come procederanno gli acquisti quest’anno

In questo quadro di incertezza e di pessimismo, come procederanno gli acquisti degli italiani da qui alla fine dell’anno? Una prima indicazione la si ritrova nelle previsioni di acquisto che ogni anno Censis e Confcommercio rilevano nell’ambito dell’Osservatorio Outlook Italia. L’indagine 2020 (realizzata a marzo) conferma la gerarchia delle diverse tipologie di beni. Le previsioni premiano i beni tecnologici: sono circa il 30% le famiglie che pensano di acquistarli.

Si tratta dell’unica tipologia di beni che fa registrare un incremento, sia pur minimo, rispetto al 2019. Al secondo posto gli elettrodomestici (che scendono però dal 29,6% al 24,5%). Seguono i mobili per la casa (dal 21,4% al 19,9%). Mantengono il quarto posto le spese di ristrutturazione degli immobili, con un calo tuttavia consistente (dal 26,5% al 19,5%) nonostante le misure di detraibilità.

Seguono tutti gli altri beni, ognuno dei quali con qualche punto percentuale in meno rispetto agli anni precedenti. Da segnalare, in particolare, il comparto delle autovetture che vede l’intenzionalità delle famiglie arretrare dal 18,1% del 2018 al 16,5% del 2019, fino all’attuale 12,1%.

 

 

Decolla l’e-commerce

Effetto-lockdown, l’e-commerce decolla in Italia. Stare in casa ha determinato infatti una forte spinta verso gli acquisti in rete da parte degli italiani. Questo perché nei mesi passati se era possibile reperire i beni di prima necessità – sia pur con diverse limitazioni – l’accesso ad altre tipologie di beni invece era possibile solo attraverso l’utilizzo di Internet e la consegna a domicilio. Nel rapporto AGI-Censis  emerge che il decollo dell’e-commerce è essenzialmente dovuto all’intensificarsi egli acquisti più che all’aumento degli utenti: il 25,9% degli italiani dichiara di aver aumentato l’uso della rete a questo scopo. E anche per il food delivery, c’e’ stato un vero e proprio boom.

Incrementi di utilizzo consistenti, sia pure meno marcati dell’e-commerce, si registrano per quanto concerne la spesa quotidiana a distanza (+14,8%) e per i servizi di food delivery (+10,9%). Interessante notare che la crescita del numero di utenti in questi due ambiti (+4,2% e +4,5%, ossia circa 2 milioni di consumatori in più) è stato superiore a quello dei nuovi utenti dell’e-commerce (+1,5%). Ma d’altra parte si tratta di un’attività più complicata che richiede competenze Internet maggiori.

In sintesi, più di due terzi degli italiani maggiorenni hanno praticato l’e-commerce (probabilmente anche attraverso la collaborazione con i familiari maggiormente esperti nell’uso della rete), poco più del 40% si è fatto consegnare la spesa a domicilio e circa un terzo ha utilizzato servizi di food delivery. Quest’ultima modalità, in effetti, risente di una variabile di offerta, essendo questo tipo di servizio localizzato esclusivamente nei comuni con una certa soglia dimensionale. 

 

 

Lo smart working piace e si pensa al dopo

Oltre il 60% di coloro che hanno iniziato a lavorare in “smart working” durante il lockdown vorrebbe continuare a farlo.  Si calcola che il 40% degli italiani con più di 18 anni durante il periodo di lockdown abbia studiato o lavorato da remoto. Se si considerano i soli occupati, la quota di chi ha lavorato da remoto arriva al 56,4%. E il 60,4% di chi l’ha vissuta in prima persona preferirebbe, almeno nel breve periodo, rimanere in smart working.

La ragione prevalente è la possibilità di continuare ad evitare rischi di contagio (sui mezzi pubblici o in ufficio) (32,5%), ma non mancano coloro che rimarcano una più ampia possibilità di far fronte ad esigenze familiari (16,5%) o perché ritengono questo modo di lavorare più produttivo ed efficiente (11,3%). 

 

 

Ma quali sono le intenzioni delle aziende? Il rapporto si rifà ad una recente indagine Istat che ha interpellato un campione rappresentativo di un universo di poco piu’ di un milione di unità, corrispondenti al 23,2% delle imprese italiane dell’industria, del commercio e dei servizi, che producono l’89,8% del valore aggiunto nazionale, impiegano il 74,4% degli addetti e circa il 90% dei dipendenti.

Quello che emerge con chiarezza è la maggior propensione ad adottare questo modello da parte delle aziende più dimensionate. Considerando però le caratteristiche strutturali del nostro sistema d’impresa, molto centrato – anche in termini di numero complessivo di addetti – sulle Pmi, le dimensioni del fenomeno appaiono nel complesso contenute.

Inoltre, sono circa 2,4 milioni di unità gli addetti d’impresa che potrebbero verosimilmente operare a distanza. Ampliando la stima ai lavoratori del pubblico impiego e considerando il
50% dei dipendenti che operano in settori dove esistono meno vincoli ad operare da remoto, si arriva a valutare il fenomeno in poco più di 2,8 milioni di lavoratori.

 

 

Nel rapporto, quindi, viene posta una questione dirimente: uno smart working, non più di emergenza, ma voluto e strutturato come potrà impattare sul sistema economico e sociale del Paese? Tutti riconoscono che le nuove modalità di lavoro rappresentano un cambio di paradigma che può dischiudere interessantissime opportunità per le città anche nel post-pandemia (il pensiero degli amministratori locali va naturalmente al decongestionamento e all’impatto positivo sulle variabili ambientali).

Però, sottolinea il Rapporto, “si tratta di una transizione che va accompagnata e guidata attraverso un affiancamento tra due modelli, senza pensare che l’uno possa repentinamente e necessariamente sostituire l’altro. Nessuno vuole spazi urbani desertificati. Le relazioni fisiche nei luoghi pubblici sono la vita stessa delle città. La dimensione relazionale è presidio di convivialità, di consumo, di intrattenimento, in ultima analisi anche di sicurezza”. 

Però lo smart working non aiuta i consumi

Lo smart working non aiuta i consumi, anzi. Perché un lavoratore se opera da casa, di certo fa a meno del caffè, del panino o del pranzo al bar o ristorante. Per non parlare del fatto che è meno invogliato a fare acquisti di qualsiasi tipo.

Ed è quindi un vero e proprio grido di allarme quello delle imprese che operano nel settore del commercio (all’ingrosso e al dettaglio) e che in Italia sono più di un milione. Per la gran parte si tratta di piccole e piccolissime imprese: il 96,2% del totale ha infatti meno di 9 addetti.

Nel complesso rappresentano il 24,7% delle imprese del Paese e il 19,8 degli addetti: in valore assoluto, 3,4 milioni di lavoratori. Il rapporto evidenzia che c’è per molte di loro un rischio di potenziale chiusura definitiva.

 

 

Tenendo conto delle imprese che potrebbero non riaprire per tutto il 2020 o sospendere l’attivita’ a causa di una insufficiente domanda e il venire meno della convenienza economica a proseguire l’attività (profitti economici nulli o negativi) il rischio interessa circa 88.000 imprese nel commercio (il 9,5% del totale) e 179.000 (il 9,9% del totale) per le imprese di servizio, tra cui ristorazione, bar, alloggio, ecc.

Secondo le stime Ismea, a fine anno si registrerà una perdita di 24 miliardi risultante dal saldo negativo tra i – 34 miliardi di euro di spesa extra-domestica e i +10 miliardi di spesa domestica presso i dettaglianti (+6%). In pratica si stima che il canale Ho.Re.Ca. (Hotellerie, Restaurant, Cafe’) perderà, su base annua, il 40% del suo fatturato.

Nel Rapporto, si legge che appunto “la questione rimanda ad un problema che, anche al di là del periodo del lockdown, non fa dormire sonni tranquilli agli operatori della ristorazione ma in generale a tutti gli operatori del commercio al dettaglio. Un problema che può essere sintetizzato in una sola parola: smart working”.

In sintesi, quello che in alcuni settori d’impresa e della pubblica amministrazione viene visto come un nuovo modello organizzativo in grado di coniugare efficienza, economicità e soddisfazione dei lavoratori, per chi opera nel campo dei servizi commerciali urbani viene visto come un concreto rischio di contrazione del mercato. 

 

 

Il rilancio dei consumi? Serve il taglio anche temporaneo dell’Iva

L’Italia deve fare come la Germania, e stimolare i consumi attraverso un taglio temporaneo dell’Iva. A questa conclusione arriva il rapporto Agi-Censis. Analizzando il calo dei consumi che prosegue incessantemente da 50 anni, e calcolando l’effetto lockdown che ha appensantito una situazione già gravemente compromessa, il rapporto ricorda che in Italia il 60,9%
del Pil nazionale è costituito dai consumi delle famiglie, mentre la media UE è decisamente più contenuta (53,5%) con alcuni grandi paesi come Francia e Germania che oscillano intorno al 51%.

A questo punto, meglio tagliare l’Iva o ridurre il costo del lavoro? “Tendenzialmente e storicamente”, ricorda il Rapporto, le famiglie privilegiano la riduzione delle imposte sul consumo. Anche l’anno scorso, ricorda il Censis, gli italiani si erano espressi contro un aumento dell’Iva, da scongiurare anche se in presenza di una riduzione delle aliquote Irpef.

Ma “comunque sia, al di là delle preferenze dei consumatori, la riduzione dell’Iva sul piano strutturale non pare una misura applicabile, soprattutto se si pensa di finanziare in deficit il corrispondente calo del gettito”, si legge nel Rapporto.

Potrebbe essere invece valutata in una logica emergenziale e individuando fin da ora un limite temporale e alcuni specifici settori. In questo modo si riuscirebbe (almeno in parte) a corrispondere alla necessità di fornire “linfa vitale” alle imprese dei settori più colpiti che sono in numero considerevole a rischio chiusura” prosegue aggiungendo come la Germania sia uno dei paesi dove si è scelta la via dell’Iva, “e nulla osta a farlo anche in Italia dove i consumi ristagnano da due decenni e dove il coronavirus sta falcidiando interi comparti”.

Tra l’altro, fa presente il Censis, “le ingenti risorse riversate dallo Stato alle famiglie per sostenere i redditi rischiano di finire in parte in risparmio precauzionale senza tornare nei circuiti economici”.

Per questo motivo, “appare ragionevole l’adozione di una misura emergenziale, temporanea e mirata sulle aliquote Iva. Un ulteriore auspicio, è che tale misura venga decisa in fretta, attuata rapidamente e connotata nel senso di una importante opportunità a scadenza, dopo la quale ogni vantaggio verrà meno. Gli italiani hanno sempre dimostrato di essere sensibili alle opportunità, e la grande corsa di questi mesi al bonus per la micro-mobilità sta lì a dimostrarlo”.

Sono 16,4 milioni gli italiani convinti che cambieranno in maniera permanente le proprie abitudini di acquisto in seguito all’epidemia di Coronavirus e soprattutto in conseguenza alla percezione del rischio di contagio.

È quanto emerge dal nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez & Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6,000 consumatori appartenenti a 6 paesi  europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

Ma come devono essere letti questi dati? “I consumatori Italiani e Spagnoli sono molto più preoccupati dei loro omologhi Nord Europei – dice Alberto Franzone, managing director di Alvarez & Marsal – sia sulle loro disponibilità finanziarie, sia sul mantenimento del posto di lavoro. Questo ha comportato un drastico taglio di tutti i consumi giudicati non essenziali”.

Per cosa hanno continuato a spendere gli italiani

Gli italiani, infatti, hanno continuato a spendere solo per il cibo (+15%) mentre hanno decurtato tutte le altre categorie d’acquisto: giù del 75% vestiti e scarpe, -50% per i mobili, -20% libri e giornali: hanno resistito solo i consumi di quei prodotti legati al maggior tempo trascorso tra le mura domestiche, come ad esempio elettronica di consumo, pc portatili o attrezzature per la ginnastica in casa. 

Sul versante del digitale l’Italia e la Spagna soffrivano di un notevole ritardo negli acquisti on line, rispetto ai paesi del Nord Europa: la percentuale sul totale è pari soltanto al 6.3% e 5.4% rispettivamente, confrontati con il 20.4% del Regno Unito e l’11.7% della Germania. “In Italia la pandemia ha accelerato la transizione, con 1 miliardo di euro di maggiori acquisti on line previsti nel 2020 – proseguono da Alvarez & Marsal –  del campione di consumatori intervistati, ben il 55% ha dichiarato di aver fatto acquisti su Internet per la prima volta durante questo periodo”.

Cosa cercano i consumatori

Nel post-pandemia i bisogni dei consumatori sono mutati, ma cosa cercano oggi le persone durante la loro esperienza di acquisto? “Il primo rilevante aspetto è la ricerca di sicurezza – risponde Franzone – devono essere garantite le condizioni igieniche, con priorità anche su convenienza di prezzo, qualità e ampiezza di scelta”.

E in questo cambiamento d’approccio l’età non rappresenta un elemento secondario, secondo il managing director della società di consulenza globale “i consumatori hanno approcci all’acquisto molto diversi : i gruppi di consumatori più giovani (ad esempio Gen Z e Millennial) apprezzano ancora molto l’esperienza fisica in negozio, utilizzato per scoprire prodotti di nicchia e poi condividerli sui social.

Per i consumatori più anziani che ancora apprezzano l’interazione interpersonale durante lo shopping, un’esperienza più impersonale (ad esempio un assistente che indossa una maschera) potrebbe rivelarsi più problematica. Questo è un ulteriore elemento che potrebbe dare ancora più spinta al passaggio agli acquisti online”.

Cosa fare delle giacenze?

Un passaggio che appare sempre più fluido, dove i confini tra store online e store offline sono sempre meno definiti “Questo percorso era sicuramente già in atto – commenta Franzone – con la diffusione del cosiddetto omnichannel, e l’utilizzo di piattaforme come Farfetch che utilizzano le giacenze e le logistiche dei negozi fisici. Sicuramente la digitalizzazione farà ulteriori grandi progressi, a partire da un maggior utilizzo della realtà aumentata per migliorare la customer experience, fino all’utilizzo dei data analytics e di sistemi di CRM per meglio conoscere le esigenze del consumatore e migliorare la sua esperienza in negozio”.

Ora non resta che domandarsi se esiste una “ricetta”, un indirizzo per i retailer che oggi si trovano davanti al cambiamento “Senza dubbio i retailer devono rinegoziare i contratti di affitto, indicizzandoli ai corrispettivi (come è successo in Gran Bretagna con un utilizzo enorme delle procedure di CVA – Company Voluntary Arrangement) – affermano da Alvarez & Marsal – devono poi ripensare gli spazi, e conseguentemente l’offerta di prodotto, per adeguarla alla minore disponibilità sugli scaffali. Devono adeguare l’esperienza in negozio (il “cerimoniale di vendita”), anche attraverso nuovi strumenti tecnologici (disponibilità di magazzino su tablet) e attraverso strumenti di realtà aumentata. Infine devono conoscere meglio le esigenze e i comportamenti della loro clientela: in questo contesto l’utilizzo di sistemi di CRM e Big Data diventerà decisivo”.

Mark Zuckerberg non cede di fronte alla campagna di boicottaggio di alcuni inserzionisti, che hanno sospeso la loro pubblicità su Facebook e la controllata Instagram accusando le piattaforme di non fare abbastanza per combattere l’odio online. A togliere i loro spot, sull’onda della mobilitazione di Black Lives Matter, sono stati pesi massimi come Coca-Cola, Starbucks, Adidas e Unilever.

In una videoconferenza con i dipendenti tenutasi venerdì scorso, rivela The Information, Zuckerberg si è detto convinto che gli inserzionisti torneranno “abbastanza presto” e che le conseguenze del boicottaggio avranno risvolti “più di reputazione e di partnership” che economici. In concreto, come ha sottolineato il Wall Street Journal, per quanto possano apparire importanti i marchi che hanno voltato le spalle al social network, l’impatto concreto sui conti dell’azienda è per il momento davvero minimo.

“Non stabiliamo le nostre politiche sulla base della pressione sul fatturato”, ha detto Zuckerberg ai dipendenti, “non stabiliamo le nostre politiche sulla base di nessuna pressione che possa arrivare dall’esterno, anzi, tendo a credere che se qualcuno ti minaccia perché tu faccia qualcosa, il risultato sia metterti in una situazione nella quale diventa ancora più difficile farti fare quanto viene preteso perché apparirebbe come una capitolazione e ciò, nel lungo termine, fissa incentivi negativi al ripetersi di episodi analoghi”

“La conclusione”, ha aggiunto, “è che non cambieremo le nostre politiche e non cederemo su nulla perché è minacciata una piccola percentuale dei nostri ricavi, o una qualsiasi percentuale dei nostri ricavi”.

AGI – Shanghai punta da tempo a soppiantare Hong Kong come hub finanziario globale. Quest’aspirazione è cresciuta dopo che la legge sulla sicurezza nazionale varata da Pechino ha messo in crisi la formula “Un paese, due sistemi”, in vigore da 23 anni. Lo sostiene il South China Morning Post, giornale in lingua inglese fondato a Hong Kong nel 1903 e ora controllato da Alibaba, secondo il quale se Pechino rafforzerà la sua stretta il ruolo di Hong Kong come polo monetario offshore della Cina potrebbe declinare.

In discussione il ruolo di Hong Kong come polo monetario offshore

Tuttavia l’ascesa di Shanghai, che la stessa Pechino favorisce, è difficile, a causa, come nota il giornale, di due ostacoli: gli stretti controlli sui capitali esercitati dalla Cina e l’assenza di un sistema legale che agevoli le imprese internazionali. Insomma, il ruolo di Hong Kong come porta di accesso della Cina sui mercati globali potrebbe anche tramontare, ma non e’ detto che Shanghai riuscirà a scalzarla, poiché ci “sono ancora enormi ostacoli” nella sua capacità  di competere con colossi del calibro di New York o di Londra. 

Ma per Shanghai sarà difficile competere con altri colossi mondiali, anche se è sempre più competitiva

L’ultimo indice dei centri finanziari globali, pubblicato a marzo dal China Development Institute, ha classificato Shanghai come il quarto centro finanziario piu’ competitivo del mondo, due punti sopra Hong Kong. Gli investitori in città nota il South Cina Morning Post, possono scambiare azioni, obbligazioni, futures, valute, oro, assicurazioni e fiducia. Tuttavia, anche se le dimensioni del mercato a Shanghai sono grandi, le negoziazioni sono limitate dai controlli sui capitali, con solo alcune aperture ufficiali come lo Stock Connect con Hong Kong.

Per l’esperto, la sua ascesa è legata alla caduta di Hong Kong

“La relativa ascesa di Shanghai non e’ dovuta al fatto che abbia funzionato bene come piazza finanziaria, ma alla caduta di Hong Kong”, sostiene Chen Zhiwu, direttore dell’Asia Global Institute dell’Universita’ di Hong Kong. Anche Chen Zhiwu ritiene che il declino di Hong Kong sia possibile ma che non c’è nessuna garanzia che Shanghai prendera’ il suo posto, anche se e’ quello che Pechino ha auspicato ancora prima del 1997, quando ha assunto il controllo dell’ex colonia britannica, iniziando fin dai primi anni Novanta a costruire enormi e scintillanti grattacieli a Shanghai proprio per trasformarla nella rivale di New York, Londra e Hong Kong. S&P ha appena affermato il suo rating di credito sovrano per Hong Kong il 23 giugno, dicendo che non si aspettava che l’imposizione di una nuova legge sulla sicurezza nazionale avrebbe influenzato l’autonomia della Regione amministrativa speciale nell’impostazione delle politiche economiche o eventuali cambiamenti nelle relazioni commerciali con gli Usa, tali da”compromettere seriamente lo sviluppo del settore finanziario del territorio e la crescita economica”.

Shanghai, principale centro finanziario della Cina è un vecchio sogno di Pechino

Prima ancora che Pechino rivendicasse il controllo di Hong Kong dalla Gran Bretagna nel 1997, sognava di trasformare Shanghai nel principale centro finanziario del paese. I grattacieli vi si sono moltiplicati negli anni ’90 e 2000, fornendo uno skyline scintillante che rivaleggiava con New York, Londra e Hong Kong. Nel 2009, all’indomani dell’inizio della crisi finanziaria che ha in parte risparmiato la Cina, Zhou Xiaochuan, l’allora governatore della banca centrale cinese, disse al Lujiazui Forum che la Cina aveva bisogno “di un centro finanziario internazionale” per accrescere la sua influenza sulla finanza globale e Shanghai rappresentava la scommessa migliore che si potesse fare in questo senso.

Per Hong Kong, il vantaggio è un sistema legale di diritto comune che Shanghai non potrà adottare in tempi brevi

Tuttavia, quando gli Stati Uniti hanno alzato la soglia per le quotazioni di aziende cinesi, la seconda scelta per le imprese tecnologiche del paese è stata Hong Kong e non Shanghai. “Il nostro desiderio e’ quello di costruire un’economia socialista aperta e rendere Shanghai un centro finanziario internazionale, ma le misure attuali in questo senso sono insufficienti”, ha confessato Zhou il mese scorso, sempre al Lujiazui Forum. Il motivo? Secondo Ronald W. Anderson, professore emerito di Finanza alla London School of Economics, è il fatto che il vantaggio a lungo termine di Hong Kong è rappresentato da un sistema legale di diritto comune che Shanghai non riuscira’ ad adottare in tempi brevi. Un altro ostacolo al decollo finanziario globale di Shanghai è rappresentato dallo yuan, che non puo’ ancora essere scambiato liberamente, e dai lacci con cui il sistema cinese soffoca i flussi di capitale.

Tra le due città servirebbe un compromesso

Secondo Liu Shengjun, direttore del China Financial Reform Research Institute di Shanghai, la priorità di Shanghai e’ ancora rivolta alle esigenze finanziarie dell’economia interna e non di quella internazionale. “Il consumo e gli investimenti della Cina continueranno ad espandersi e cio’ comportera’ un maggiore potenziale sviluppo finanziario del Paese”, afferma Liu Xuezhi, ricercatore senior presso la Bank of Communications. “In uno scenario ideale, Hong Kong e Shanghai dovrebbero continuare a svolgere ruoli diversi per l’economia cinese. Le due città sono complementari tra loro, servirebbe un un compromesso”. 

AGI – L’economia Usa ha creato 4,8 milioni di posti a maggio, nonostante la crisi da coronavirus, dopo il sorprendente rialzo di 2,5 milioni di unità a maggio. Tuttavia non sarà facole recuperare i circa 22 milioni di posti persi finora, dopo il crollo record di 20,5 milioni di addetti ad aprile. Il dato è superiore alle stime degli analisti che si aspettavano un rialzo di 3 milioni di unità. Il tasso di disoccupazione (calcolato su una diversa base statistica) frena all’11,1%, contro il il 13,5% di maggio e il 14,7% di aprile e un atteso 12,3%. 

Le richieste di nuovi sussidi settimanali di disoccupazione negli Usa si attestano a 1,42 milioni. Il dato è superiore alle attese degli analisti si aspettavano 1,35 milioni nuove domande. La settimana scorsa le richieste erano state 1,48 milioni. I nuovi sussidi sono in costante calo dal picco di 6,867 milioni toccato a marzo ma il declino procede più lentamente del previsto. 

AGI – A partire da agosto ci sarà un allentamento dei tagli alla produzione di petrolio dell’Opec+. Lo ha affermato il ministro russo dell’energia Alexander Novak aggiungendo tuttavia che nessuna decisione è stata presa su eventuali revisioni all’accordo di aprile che prevede riduzioni di 9,7 milioni di barili al giorno (il 10% dei consumi globali).

Secondo Novak il mercato potrebbe raggiungere un equilibrio tra domanda e offerta a luglio mentre per tornare ai livelli di consumo pre Covid bisognerà aspettare la fine del 2021. Recentemente i tagli record sono stati estesi anche al mese di luglio.

Il Comitato tecnico  di monitoroggio dell’Opec+, Joint Ministerial Monitoring Committee (JMMC), si riunirà a metà mese per raccomandare agli stati l’adesione alla riduzione prestabilita. In realtà, l’Arabia Saudita sarebbe propensa ad estendere i tagli record ad agosto e secondo gli analisti questa dichiarazione di Novak è tattica visto che la Russia è maggiormanete indirizzata a prendere la strada di una ‘normalizzazione’.

Secondo gli accordi di aprile, ad agosto i tagli dovrebbero ridursi a 7,7 milioni di barili al giorno fino a dicembre. “Vediamo come si evolve la situazione – ha aggiunto il ministro russo – poi controlleremo l’adesione” degli Stati all’intesa, “la situazione di mercato e le previsioni”.

Novak ha aggiunto che nell’industria dell’energia gli investimenti si sono ridotti di un terzo aggiungendo che un ritorno del contagio potrebbe colpire ulteriormente la domanda. Il ministro ha rivelato che la produzione russa di petrolio è diminuita a 9,32 milioni di barili al giorno a giugno dai 9,39 di maggio. 

AGI – Non si ferma l’emorragia di posti di lavoro. A maggio continua – anche se a ritmo meno sostenuto – la diminuzione dell’occupazione e torna a crescere il numero di persone in cerca di lavoro, a fronte di un “marcato” calo dell’inattività. E dopo due mesi di decisa diminuzione, aumenta anche il numero di ore lavorate pro capite. E’ la fotografia scattata dall’Istat negli ultimi dati sul mercato del lavoro: a perdere di più, in particolare, in questo mese sono le donne, oltre ai giovani e ai contratti a tempo. Ciononostante, sottolinea l’Istat, da febbraio il livello di occupazione è diminuito di oltre mezzo milione di unità e le persone in cerca di lavoro di quasi 400mila, a fronte di un aumento degli inattivi di quasi 900mila unità. L’effetto sui tassi di occupazione e disoccupazione è la diminuzione di oltre un punto percentuale in tre mesi.     

Donne le più colpite

La diminuzione dell’occupazione su base mensile a maggio (-0,4% pari a -84mila unità) coinvolge soprattutto le donne (-0,7% contro ­‑0,1% degli uomini, pari rispettivamente a -65mila e -19mila), i dipendenti (-0,5% pari a -90mila) e gli under50 mentre aumentano leggermente gli occupati indipendenti e gli ultracinquantenni. Nel complesso il tasso di occupazione scende al 57,6% (-0,2 punti percentuali).      

La diminuzione degli occupati, nell’ultimo mese, coinvolge esclusivamente i lavoratori dipendenti, con un calo più marcato tra quelli a termine (-3,0%) rispetto ai permanenti (-0,1%); gli indipendenti invece mostrano un lieve aumento (+0,1%). Nei dodici mesi il calo degli occupati è dovuto alla diminuzione dei dipendenti a termine (-18,9%, -592mila) e degli indipendenti (-3,8%, -204 mila); i dipendenti permanenti risultano invece ancora in crescita (+1,2%, pari a +183 mila).      

Il calo congiunturale dell’occupazione determina una flessione rilevante anche rispetto a maggio 2019 (-2,6% pari a -613mila unità), che coinvolge entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-592mila), gli autonomi (-204mila) e tutte le classi d’età; le uniche eccezioni risultano essere gli over50 e i dipendenti permanenti (+183mila). Il tasso di occupazione scende in un anno di 1,5 punti.     

Risale il tasso di disoccupazione

Il tasso di disoccupazione risale al 7,8% (+1,2 punti) e, tra i giovani, al 23,5% (+2,0 punti). L’aumento delle persone in cerca di lavoro (+18,9% pari a +307mila unità) si rileva maggiormente tra le donne (+31,3%, pari a +227mila unità) rispetto agli uomini (+8,8%, pari a +80mila) e coinvolge tutte le classi di età.     

 Generalizzata anche la diminuzione del numero di inattivi (-1,6%, pari a -229mila unità): -1,7% tra le donne (pari a -158mila unità) e -1,3% tra gli uomini (pari a -71mila), con conseguente calo del tasso di inattività che si attesta al 37,3% (-0,6 punti).

AGI – “L’ipotesi su cui si può ragionevolmente lavorare delineando un meccanismo efficace e produttivo di effetti è di mettere insieme le due istanze dando una scossa ai consumi attraverso un possibile sgravio dell’Iva a chi ricorre alla moneta elettronica”. Lo dice il premier Giuseppe Conte, rispondendo al question time alla Camera. “Si potrebbe cioè ricorrere – osserva il premier – a un meccanismo incentivante che consente di rilanciare la domanda modernizzando il paese, incentivare i pagamenti digitali e quindi far sì che tutti paghino le tasse e tutti possano pagare meno”.

 

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