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Fitch rivede pesantemente al ribasso le stime sulla crescita dell’economia italiana. Quest’anno, afferma l’agenzia di classificazione, il Pil salirà dello 0,1%, mentre nel 2020 guadagnerà lo 0,5%. un taglio notevole rispetto alla precedente previsione, di appena tre mesi fa, che puntava su un incremento dell’1,1%. Il dato è contenuto nel Global economic outlook che segnala anche un aumento della disoccupazione al 10,7% quest’anno e al 10,9% il prossimo. 

Il rapporto sottolinea come l’economia italiana sia “entrata in recessione per la terza volta nel decennio” e come gli indicatori non facciano pensare a “una ripresa imminente”. Fitch segnala il peso negativo della dinamica delle scorte e dei consumi interni, mentre definisce positivo l’andamento dell’export nonostante il rallentamento dell’economia globale.

L’indisponibilità di Salvatore Rossi a ricandidarsi alla carica di direttore generale di Bankitalia, sembra favorire lo sblocco delle nomine all’interno del direttorio di Via Nazionale. Sblocco che potrebbe avvenire già fin dalle prossime settimane. Lo stallo era iniziato nel mese scorso quando la maggioranza gialloverde stoppò di fatto la riconferma di Luigi Federico Signorini alla carica di vicedirettore generale, fortemente voluta dal governatore, Ignazio Visco.

I vertici dei due partiti di governo, M5s e Lega, avevano allora chiesto un “segno di discontinuità” nelle nomine del direttorio della banca centrale, in nome di una presunta insufficiente vigilanza in occasione delle crisi bancarie degli anni scorsi. E così dall’11 febbraio scorso Signorini era decaduto anche se il direttorio aveva continuato a funzionare regolarmente: a norma di statuto, l’organo di Palazzo Koch decide a maggioranza e, in caso di parità nei voti, prevale quello del governatore.

Luigi Federico Signorini (Agf)

Da tener conto poi del fatto che, sempre a maggio, verrà a scadere anche il mandato di Valeria Sannucci, altro vicedirettore generale attualmente in carica. In poche parole, fra meno di due mesi, il direttorio di Bankitalia potrebbe teoricamente trovarsi composto di due sole unità, il governatore Visco, il cui mandato scade a ottobre del 2023, e il vicedirettore generale, Fabio Panetta, il cui mandato è stato rinnovato nello scorso ottobre per altri sei anni. Ma, in realtà, secondo quanto apprende l’Agi, tutto lascia prevedere che la situazione si stia sbloccando e che, già nelle prossime settimane, il puzzle del direttorio di Bankitalia possa essere completato in tutti i suoi elementi.

Di schiarita istituzionale, del resto, si era già parlato dopo l’incontro a Palazzo Chigi del 5 marzo scorso fra il premier Conte e il governatore Visco. Anche se, in quella occasione, sembra che i due abbiano parlato per lo più della situazione economica e finanziaria dell’Italia e della congiuntura internazionale.

Non sarebbe a questo punto una sorpresa se presto il governatore avviasse l’iter delle nomine all’interno del direttorio che avrebbe come primo obiettivo la sostituzione di Salvatore Rossi alla delicatissima poltrona di dg. La scelta dovrebbe ricadere su una soluzione interna e in pole sembra essere l’attuale vicedirettore generale, Fabio Panetta, il cui incarico è stato rinnovato nell’ottobre scorso. A Panetta non mancano certo la competenza, l’autorevolezza, l’indipendenza e la profonda conoscenza dei mercati e dei meccanismi interni alla Banca d’Italia.

Ignazio Visco (Agf)
 

Ma è tutt’altro da escludere anche il ‘ripescaggio’ proprio di Signorini, nei confronti del quale, in realtà, non c’è stato alcun atto ostile da parte del governo. Al di là di dichiarazioni alla stampa sulla richiesta di discontinuità da parte di esponenti della maggioranza, il governo non si è ufficialmente espresso: nel febbraio scorso Visco ha proposto la riconferma di Signorini e il Cdm si è limitato a prenderne atto senza dare corso alla parte di procedura di sua competenza.

Nessuno ha dunque messo in dubbio formalmente che Signorini abbia le caratteristiche di competenza e indipendenza richieste dall’incarico. E Palazzo Chigi non ha elaborato alcun giudizio negativo motivato sulla candidatura. Il che vuol dire che Visco, riproponendo la conferma di Signorini a vicedirettore generale, non produrrebbe alcun vulnus istituzionale.

Nel caso in cui le cose dovessero andare in questa direzione, resterebbero da coprire altre due cariche di vicedirettore generale: una lasciata libera da Panetta eventualmente promosso dg e l’altra lasciata libera da Valeria Sannucci, in scadenza il 20 maggio, che avrebbe manifestato anche lei l’indisponibilità a rimanere nella sua carica.

A quanto apprende l’Agi, Visco è pronto a operare nel solco istituzionale delineato dalla legge e secondo le sue prerogative che gli danno il potere di avviare l’azione di nomina. Dunque, da parte di Visco, nessuna intenzione di cercare una sorta di ‘consenso politico’ ma soltanto l’intenzione di procedere nel rispetto della legge e delle prerogative che essa assegna al governatore di Bankitalia.

Fabio Panetta (Agf)
 

La procedura per la nomina dei componenti del direttorio, fissata dalla riforma di Bankitalia del 2006, prevede che il candidato venga proposto dal governatore e nominato dal Consiglio superiore, che della Banca d’Italia è una sorta di cda. È quindi chiaro che il potere di iniziativa sulla selezione è tutto dentro Palazzo Koch. La scelta va però approvata con un decreto del presidente della Repubblica, promosso dal presidente del Consiglio, di concerto con il ministro dell’Economia, sentito il consiglio dei Ministri.

È dunque altrettanto evidente che, se il premier non si assume la responsabilità ‘politica’ di promuovere il provvedimento, la nomina non si può fare. E sarebbe proceduralmente scorretto anche effettuare la nomina in caso di bocciatura esplicita dell’esecutivo. Il direttorio, di fatto, è il ‘cervello’ di Bankitalia: è costituito da governatore, direttore generale e tre vicedirettori generali.

Salvatore Rossi (Agf)

L’organo è, a norma di Statuto, “competente per l’assunzione dei provvedimenti aventi rilevanza esterna relativi all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite dalla legge alla Banca per il perseguimento delle finalità istituzionali”. Tra i compiti di Via Nazionale, c’è quello, delicatissimo, della vigilanza sul sistema bancario. All’interno dei direttorio, il direttore generale assume un compito particolarmente delicato anche perché è chiamato a sostituire il governatore in caso di assenza o impedimento di quest’ultimo. 

 “Riusciremo a rilanciarla, non solo a salvarla”. Così dal palco della conferenza nazionale sul trasporto aereo, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, parlando di Alitalia. Quanto pesa l’uscita di EasyJet dalle trattative per Alitalia? “Non credo che sia rilevante – ha risposto il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri -. E’ importante coinvolgere degli operatori industriali, ma non a qualunque condizione quindi le condizioni devono essere quelle che riteniamo utili allo sviluppo e alla crescita della compagnia”. “Il governo in questa fase non e’ al tavolo, ma ci sono i pivot e Ferrovie dello stato. – continua Siri – Non spetta al governo entrare nel merito delle trattative, ma di valutare il piano industriale quando ci sarà”.  Intanto l’ad di Ferrovie, Gianfranco Battisti , ha fatto sapere che il il piano Fs-Alitalia verrà presentato “qualche giorno prima di Pasqua. “Possibile uno slittamento, ma sicuramente qualche giorno prima di Pasqua presenteremo il piano Fs-Alitalia” ha affermato.

 

La Via della Seta passa per la Sicilia? C’è chi dà anche questa lettura alla visita privata del presidente cinese Xi Jinping prevista a Palermo per sabato 23. L’Isola come ponte più vicino ai grandi interessi della Cina in Africa, peraltro ben ancorato nel contesto europeo. E chissà che la recente missione di una costola del grande Paese non sia stata una sorta di tappa d’avanscoperta.

Nei giorni scorsi una delegazione di imprenditori siciliani ha incontrato a Palermo Segree Dai, presidentessa dell’organizzazione cinese Eupic, ente governativo cinese, istituito nell’ambito dell’Enterprise European Network della Commissione europea per promuovere la cooperazione commerciale con la Cina e l’Asia in genere, che rappresenta oltre un milione di Pmi cinesi, con 760 mila partner commerciali da 65 paesi diversi, una piattaforma completa che aiuta a promuovere l’innovazione, il commercio, gli investimenti e la cooperazione tecnica tra l’Ue e la Cina.

“Si tratta – commenta Alessandro Albanese, vicepresidente vicario di Sicindustria – di una tappa strategica. Sicindustria lavora da anni per preparare le proprie imprese al mercato cinese e la collaborazione con Eupic, che come noi fa parte di Een, la rete della Commissione europea che sostiene le pmi nei processi di internazionalizzazione, ricerca e innovazione, rappresenta un valore aggiunto importante”. Lo conferma Segree Dai: “L’occasione della visita del nostro presidente ci dà un’ottima opportunità per promuove le nostre relazioni e la cooperazione con la Sicilia. Per gli investitori cinesi gli interessi qui sono nel turismo, nell’agricoltura, nelle tecnologie e nell’innovazione”. 

I risultati ci sono: secondo l’Istat il giro d’affari dell’Isola con la Cina si è attestato, soltanto nei primi tre trimestri del 2018, intorno ai 180 milioni di euro di importazioni e 154 milioni di esportazioni, con un incremento superiore al 212% rispetto al 2017. “È per questo – aggiunge Albanese – che non possiamo permettere che le nostre imprese perdano una tale opportunità consapevoli che per la Sicilia si aprono scenari importanti”. 

Dalla Regione è giunto un invito a concretizzare un interesse anche per lo stabilimento Blutec, i cui manager sono stati arrestati il 13 marzo con l’accusa di malversazione ai danni dello Stato, con il contestuale sequestro dell’ex fabbrica Fiat di Termini Imerese. Nel tavolo al Mise del 5 marzo, i vertici avevano rivelato l’interesse di un produttore cinese di auto elettriche. Sul suo tavolo, in effetti, l’amministratore giudiziario ha trovato una bozza di intesa per avrebbe previsto il passaggio dell’impianto a una joint venture italo-cinese formata dall’azienda di Rivoli e dalla Jiayuan che sarebbe stata disposta a investire 50 milioni di euro per produrre 50 mila veicoli elettrici in tre anni da piazzare in Europa.

Al momento è tutto fermo in attesa di capire cosa accade. Il presidente della Regione Nello Musumeci e il sindaco Leoluca Orlando saranno tra coloro che accoglieranno Jinping all’aeroporto: forse l’occasione per un breve incontro in cui rimettere in ‘pista’ la questione.

I primi passi della Cina in Sicilia

Nel frattempo la Cina mette radici in Sicilia. Nel corso della visita palermitana, Segree Dai ha pure siglato un accordo di collaborazione con l’università degli Studi di Palermo per avviare un programma di formazione per imprenditori cinesi interessati a fare business in Italia. Per il rettore Fabrizio Micari, “l’accordo di cooperazione è una importante opportunità che risponde agli interessi internazionali della Cina in quest’area e di sviluppo dell’ateneo e del territorio. I risultati eccellenti dei rapporti commerciali proseguiranno nel prossimo futuro, grazie alla nostra esperienza e collaudata formazione in tutti i campi del sapere, da oggi rivolta mediante i programmi di aggiornamento anche agli imprenditori cinesi, generando un circuito virtuoso di cooperazione economica, scambi e partnership commerciali tra il tessuto produttivo siciliano, le istituzioni locali e i mercati internazionali”. 

La delegazione cinese con in testa il presidente, accompagnato dalla moglie, è attesa nel pomeriggio del sabato con atterraggio previsto all’aeroporto “Falcone e Borsellino” dopo le 15. Poi tappa a Palazzo Reale, sede dell’Assemblea regionale siciliana, con all’interno straordinari tesori come la Cappella Palatina. Una quarantina di minuti. E prima di trasferirsi a Villa Igiea, esclusivo e storico albergo cittadino, è probabile un passaggio nel centro storico, tra la cattedrale e piazza Pretoria, dove si trova Palazzo delle Aquile, sede del municipio, e forse il Teatro Massimo, principale istituzione culturale del capoluogo.

Domenica mattina, prima della partenza per Parigi, possibile visita a Mondello, rinomata borgata marinara di Palermo. Un mare che in questa stagione ha un fascino intatto e che potrebbe avvicinare ulteriormente Italia e Cina. Di certo la Sicilia non vuole stare a guardare.

Cresce il numero di posti di lavoro e l’occupazione torna ai livelli pre-crisi. È quanto rivela la nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione relativa al quarto trimestre 2018 fatta da Istat, ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal. Il tasso di occupazione destagionalizzato risulta pari al 58,6%, stabile in confronto al trimestre precedente a sintesi di un lieve aumento per le donne e di un calo per gli uomini. L’indicatore supera di oltre tre punti il valore minimo del terzo trimestre 2013 (55,4%) tornando ai livelli pre-crisi e sfiorando il livello massimo del secondo trimestre del 2008 (58,8%).

Di che colore sarà e di quale nazionalità la bandiera che sventolerà a breve sugli aeroporti italiani? La domanda è d’obbligo dopo che Easyjet, la compagnia low cost battente bandiera britannica, ha clamorosamente deciso di ritirarsi dal progetto di consorzio con Delta e Fs per il salvataggio di Alitalia. Il Sole 24 Ore segnala che sono urgenti altri soci e che ora il salvataggio è adesso in salita.

Scrive a questo proposito Gianni Dragoni, anticipando un possibile scenario: “Le sfide che rimangono sono impegnative. Ma almeno, nel seguito della trattativa che vede al centro le Fs, in stretto coordinamento con il Ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo economico, adesso c’è un punto fermo: la disponibilità di Delta Airlines, una delle maggiori compagnie del mondo, a proseguire la trattativa per entrare con una quota iniziale che sarebbe del 10% stando all’indicazione che l’a. d. delle Fs, Gianfranco Battisti, ha portato a casa dalla trasferta degli Stati Uniti. Questo non era scontato. La partecipazione di Delta, dice una fonte vicina alle trattative, potrebbe eventualmente in futuro salire fino al 49%. Ma prima di poter passare a questo, bisogna completare il piano industriale e l’assetto societario di partenza della ipotizzata ‘newco’, la nuova Alitalia”.

Il Corriere Economia rileva che la compagnia Usa Delta sarebbe pronta a mettere sul piatto “subito 100 milioni per finanziare il nuovo corso del vettore tricolore”. E che a Tesoro e Fincantieri andrebbe il 15% ciascuno. Mentre in un secondo articolo il supplemento economico del quotidiano di via Solferino 28 punta la lente di ingrandimento sui “nodi” flotta, soldi e dipendenti. Scrivono Leonard Barbieri e Fabio Savelli che “a conti fatti lo Stato dovrà metterci almeno 900 milioni di euro. Per il rilancio della compagnia aerea, da realizzare con una newco dall’attuale amministrazione straordinaria, il 90% sarà in mano ad aziende pubbliche e al ministero del Tesoro”

“Il negoziato di questi ultimi tre giorni tra Gianfranco Battisti, amministratore delegato di Ferrovie, ed Ed Bastian, numero uno di Delta Air Lines, porta ad un pre-schema di accordo nel quale la compagnia americana ottiene di ridurre al minimo la sua partecipazione in attesa di un progressivo maggiore impegno nel capitale nei prossimi 12 mesi, tutto però ancora da costruire”, prosegue la testata, “Delta resta così l’unico partner industriale, vista l’indisponibilità da parte di EasyJet che aveva proposto uno spezzatino del vettore e l’hub di Milano Linate per alimentare i voli sul corto e medio raggio. Accetta di impegnarsi con il 10%, cioè circa 100 milioni di euro, riservandosi di adottare il modello Aeromexico non appena la compagnia comincerà ad avere un modello di business sostenibile. Nella compagnia messicana Delta entrò al 19% all’inizio salvo poi crescere poco sotto la quota di controllo”.

E sul futuro di Alitalia, la Repubblica sottolinea che “Adesso, il progetto del governo gialloverde, che sul salvataggio ha giocato una parte del consenso popolare puntando tutto sulla nazionalizzazione del vettore, rischia di infrangersi sull’ennesimo scoglio a due mesi dalle elezioni europee. Delta potrebbe entrare inizialmente nella nuova linea aerea con un misero 10%, pari a 100 milioni. Con 100 milioni, per inciso, oggi si può acquistare un aereo passeggeri di medio raggio ma nulla di più. Per rilanciare Alitalia occorrerebbero, invece, circa 2,5 o 3 miliardi di euro. Fs, secondo indiscrezioni dell’ultim’ora non salirebbe oltre 30% del capitale. Il resto andrà spalmato tra gli altri, fra Poste e Fincantieri. In queste condizioni il piano di salvataggio potrebbe decollare, anche se gravato da un fardello di debiti”.

Chiosa La Stampa di Torino: “Luci e ombre dalla trasferta negli Usa dei vertici di Fs”. Delta conferma l’interesse a una quota del 10-15% ma il vicepremier pentastellato Di Maio “vuole coinvolgere alcune aziende partecipate”. Annota infine Il Fattoquotidiano: “Se l’attuale ricerca di investitori fallisse, hanno spiegato ancora le fonti, l’unica alternativa alla liquidazione di Alitalia potrebbe essere quella di far rientrare nella partita per il salvataggio la tedesca Lufthansa”.

La “Tav è un’enorme cazzata”. Lo dice senza mezzi termini, Marco Ponti, professore di Economia applicata al Politecnico di Milano e autore dell’analisi costi-benefici commissionata dal governo sulla Tav per volere del Movimento 5 Stelle. Prima del suo intervento questa sera a Milano in uno studio di architettura per parlare dell’argomento, risponde alle domande dell’AGI e denuncia:

“La Tav è un’opera piccola, appena 5 miliardi, rispetto ai 133 miliardi di opere da completare che non sono mai stati analizzati”.

Ponti va all’attacco del predecessore di Danilo Toninelli alle Infrastrutture, cioè di Graziano Delrio: “Preferisco 10 volte l’attuale ministro a Delrio”; quest’ultimo, a suo dire, “ci ha lasciato 133 miliardi di progetti senza nessuna valutazione. Non si sa nemmeno quanto costano e quanto ricavano: non c’è un’analisi di traffico. Sono state approvate per partito preso, quindi, se vogliamo, il progetto della Tav è irrilevante rispetto al complesso dei progetti che vanno valutati. Io ne ho sul tavolo 27 miliardi”.

Strade, ferrovie, e altre opere “di trasporto in Italia, di cui alcune costano 5 miliardi come la Tav, altre 2, altre un miliardo”, eppure “non si sa quanto traffico ci passa, nè quanto ricaveranno, si sanno solo i costi perché sono soldi nostri”. Ponti è critico: “Solo perché si tratta di soldi dei contribuenti, non occorre valutare?”.

Le polemiche che l’hanno travolto dopo l’uscita dello studio costi benefici, dunque “sono solo all’inizio”. Ci sarebbero margini per modificare il progetto e renderlo dunque approvabile? “Sicuramente, ma è difficile perché si tratta di un tubo”. Ponti torna dunque sui tanti altri progetti che secondo lui è il caso di rivedere: “Ce ne sono alcuni più importanti e molto più costosi della Tav, che hanno alternative e di questi parleremo tra meno di un mese”, annuncia, prefigurando successive analisi costi-benefici da realizzare.

“Anche quelle opere hanno importanti alternative, meno costose, e su questo è doveroso analizzare le alternative. Sulla Tav è più difficile perché il tubo o si fa o non si fa. In generale non è opportuno scavare metà buco, o lo si fa tutto o non lo si scava”. Secondo il docente del Politecnico è da criticare anche “l’assioma” per il quale il trasporto su ferro inquina meno di quello su gomma. “Grazie alla tecnologia abbiamo già risultati strepitosi: un camion di oggi inquina un decimo di uno di 20 anni fa e questa è la strada che sta seguendo tutto il mondo. Tutti stanno investendo decine di miliardi per fare veicoli o ibridi o elettrici”.

Si investono miliardi anche per realizzare ferrovie, professor Ponti. “Stupidaggini. Quella è una tecnologia dell’800 e costa allo Stato, mentre per la tecnologia dei veicoli pagano tutti gli utenti”. Agli attacchi di stampa che gli ricordano una precedente pubblicazione che valutava positivamente la Tav, la risposta dell’economista è netta:

“Il precedente studio è una balla. Quella precedente pubblicazione è una delle bugie più odiose fatta da quello ‘str’ di Mentana, io gli voglio bene ma quello che ha fatto è orrendo. Il precedente studio non era un’analisi costi-benefici ma un’analisi di valore aggiunto, che non ha niente a che vedere con l’analisi costi benefici. Col valore aggiunto è fattibile qualsiasi cosa, anche un’autostrada di alluminio tra la Sicilia e la Sardegna. perché non misura il rapporto tra costi e benefici, infatti ai politici piace tantissimo”.

Secondo lo studioso, “confrontare quello con l’analisi costi benefici è una porcata indegna di un giornalista serio e tutti l’hanno usata per dire ‘ecco Ponti dice sì una volta e sì un’altra voltà e ‘Ponti dice sì per quello per cui è pagato'”. Quindi lei non è stato pagato per la consulenza al governo? “Ci tengo a dire che non sono pagato per mia scelta. La libertà ha un prezzo, sono ricco e non me ne frega niente. Nessuno deve potermi dire che dico sì o no perché sono pagato. Da 10 anni valuto i progetti sulla base dei costi e dei benefici che riesco a calcolare. Per questo progetto mi dicevano già che era indifendibile”.

“Non dicevo ‘no’ per ragioni ideologiche ma perché, come un medico a cui fanno vedere le radiografie di un paziente non complete, poi la temperatura e altri parametri, deve dire, secondo la sua professionalità, se non sta bene o sta bene. Non puo’ dire ‘io penso chè se è un professionista serio. Sui progetti tendo a dire quello che emerge dai dati: non solo io, ma una serie di altre persone, quando hanno visto questo progetto già 10 anni fa, hanno detto che non era un buon uso delle risorse pubbliche, perché costa troppo caro rispetto al traffico che ci passa su”.

Ponti durante la serata va all’attacco dell’Europa: “La Commissione Europea decide senza seguire le regole, tra le quali che chi inquina paga, perché anche le ferrovie sono altamente inquinanti. I ritorni finanziari sull’investimento per infrastrutture ferroviarie sono sempre zero, me l’ha detto la stessa commissaria ai trasporti Violeta Bulc. La lobby ferroviaria in Europa è intoccabile perché muove voti e soldi”. “Un ex amministratore delegato e super ferroviere, ex da poco tempo – conclude Ponti – mi disse che, visto che sulla linea Torino-Lione non ci passerà nessuno, l’ipotesi di potenziare la linea che passa per Nizza e Ventimilgia era assolutamente da prendere in considerazione”.

La contraffazione costa cara all’Italia: 88 mila posti di lavoro persi, mancato gettito fiscale dal commercio al dettaglio e all’ingrosso per 4,3 miliardi di euro (solo nel 2016) e mancato pagamento di diritti di proprietà intellettuale ai legittimi titolari italiani per altri 6 miliardi. Cui vanno aggiunte minori entrate statali per 10,3 miliardi di euro. Secondo la relazione ‘Tendenze del commercio di merci contraffatte e usurpative’ dell’Euipo, l’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, il numero di posti di lavoro persi è pari al 2,1% di quelli dei settori direttamente interessati dalla contraffazione. L’Italia, con il 15% del valore complessivo delle merci sequestrate, è il terzo Paese colpito dalla contraffazione, dopo gli Stati (24%) e Francia (16,6%).

Scarica il Rapporto sulla Contraffazione

In Ue, si legge nel rapporto, entrano ogni anno 121 miliardi di euro di merci false, pari al 6,8 del totale dell’import nell’Unione. Il valore dei falsi scambiati a livello internazionale è stimato ik 460 miliardi di euro. Una quota in crescita dal 2,5% del 2016, quando è stata diffusa l’ultima edizione dello studio, al 3,3% del 2018. L’analisi Euipo/Ocse del 2016 stimava il valore totale dei prodotti contraffatti in 338 miliardi e il volume a livello europeo al 5%, quasi due punti percentuali in meno di quello attuale. 

Stati Uniti, Francia, Italia, Svizzera, Germania, Giappone, Corea e Regno Unito sono i mercati in cui le imprese e le società sono maggiormente colpite dalla contraffazione e dalla pirateria. Tuttavia, il commercio internazionale di prodotti contraffatti e usurpativi riguarda anche un numero crescente di aziende registrate in altre economie, tra cui Cina, Brasile e Hong Kong. 

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 “La contraffazione e la pirateria costituiscono una grave minaccia per l’innovazione e la crescita economica sia a livello dell’UE che a livello internazionale” ha detto il direttore esecutivo dell’Euipo, Christian Archambeau, “L’aumento della quota di prodotti contraffatti e usurpativi nel commercio mondiale è molto preoccupante e dimostra chiaramente la necessità di uno sforzo coordinato a tutti i livelli per poterla affrontare pienamente”.

La relazione evidenzia che i prodotti contraffatti possono provenire da quasi tutte le economie del mondo che li producono o fungono da Paesi di transito. Tuttavia, in base all’analisi dei sequestri eseguiti dalle autorità doganali, i Paesi e le regioni principali esportatori di prodotti contraffatti risultano essere: Cina, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Singapore, Tailandia, India e Malaysia.

Sono stati usati i dati di quasi mezzo milione di confische doganali e la relazione non riguarda né i prodotti contraffatti realizzati e ‘spacciati’ sul piano nazionale né quelli digitali distribuiti via Internet. E’ il seguito e l’aggiornamento del rapporto del 2016 che era stato il primo di una serie di cinque studi: sul commercio globale di merci contraffatte; sulla mappatura delle rotte dei prodotti falsi; sul ruolo delle zone franche nel favorirne il commercio e sui fattori che rendono alcuni Paesi fonti più probabili di prodotti contraffatti. L’ultimo era sull’uso illegale di piccoli colli per il commercio di falsi.

 

Piacerebbe, e anche molto, una eventuale fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank al governo di Angela Merkel. Berlino ha più volte esortato le due aziende di Francoforte ad esplorare le ipotesi di una fusione proprio per evitare che una delle venga inghiottita da un concorrente straniero e per creare un “campione nazionale” in grado di finanziare le aziende tedesche orientate all’export.

Dopo mesi di trattative preliminari, le due banche – entrambe alle prese con dolorosi piani di ristrutturazione dopo anni di profitti in calo – hanno oggi confermato che la discussione è entrata nel vivo, sebbene servirà tempo per conoscerne l’esito. 

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Dalla fusione, se si facesse, si creerebbe un colosso bancario europeo con circa 1.8 trilioni di euro di attività, vicino alla più grande banca francese BNP Paribas. La capitalizzazione di mercato di Deutsche Bank è di 16,1 miliardi di euro, mentre quella di Commerzbank è di 8,9 miliardi di euro. La loro base comune di clienti potrebbe consentire al gruppo congiunto di diventare un importante operatore di retail banking in Germania, dandogli al contempo un trampolino di lancio internazionale, facendo leva sulle unità di corporate e asset management di Deutsche Bank.

La somma di due debolezze?

Una settimana fa il ministro delle Finanze Olaf Scholz aveva esortato i due istituti finanziari a intensificare i colloqui, offrendo la spalla del governo come “buon amico” al tavolo dei colloqui. Ma c’è chi non vede di buon occhio questo eventuale matrimonio, proprio per lo stato di debolezza di entrambe le società, uscite tutt’altro che indenni dalla crisi finanziaria. La combinazione di due imprese in difficoltà, insomma, non ne produrrebbe una sana. “Mettendo assieme due ragazzi sulle stampelle non si avrà un maratoneta”, ha dichiarato Markus Kienle di SdK, un’associazione che rappresenta i piccoli azionisti al dettaglio.

Commerzbank è ancora in parte di proprietà dello stato tedesco, dopo che Berlino è dovuta intervenire dopo l’acquisizione nel 2009 della tormentata Dresdner Bank, ed è a metà strada di una dura ristrutturazione. Anche Deutsche Bank si sta riorganizzando, e solo l’anno scorso è tornata in attivo dopo molti anni di sacrifici per gli effetti finanziari legati alla crisi. Una delle difficoltà per il ritorno alla redditività delle due banche è anche il difficile contesto del Paese, dove l’intensa concorrenza, anche da parte delle casse di risparmio pubbliche, riduce i margini sui servizi bancari al dettaglio.

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Certo è che qualsiasi potenziale legame dovrebbe superare una serie di ostacoli, dalla necessità di riunire i sistemi informatici delle due aziende al trattare con i sindacati, alle differenze culturali, alle potenziali sfide del mercato che si troverà a ricapitalizzare un gigante con i piedi di argilla. Molto critici anche i sindacati. “La fusione non creerebbe un ‘campione nazionale'”, ha detto Verdi, il sindacato dei lavoratori dei servizi. Invece, le banche combinate “diventeranno molto più attraenti per un’acquisizione “ostile”, ad esempio “dalla Francia”, ha aggiunto l’organizzazione dei lavoratori.

Migliaia di posti di lavoro in pericolo

Sul fronte dell’occupazione, “almeno 10.000 nuovi posti di lavoro sarebbero in grave pericolo”, oltre alle migliaia di posti di lavoro già previsti, secondo le stime di Verdi. Resta sulle sue posizioni il governo di Berlino, che sarebbe molto favorevole al progetto. Anzi, il ministro dell’economia Peter Altmaier si è unito al suo omologo francese Bruno Le Maire nell’invitare l’Ue ad allentare le regole sulle fusioni e a consentire la creazione di imprese a livello mondiale, dopo che Bruxelles ha bocciato le nozze tra la divisione ferroviaria di Siemens e il produttore francese di treni Alstom.

Anche le autorità di vigilanza bancaria europee hanno esortato a lungo le fusioni tra istituti di credito per creare un settore finanziario più resistente, ma preferiscono i matrimoni transfrontalieri per evitare di intensificare le fragilità dei singoli sistemi bancari attraverso raggruppamenti su scala nazionale.

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