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È urgente ritornare alla terra. Perché “in gioco ci sono la terra e i giovani, cioè il nostro futuro”. Lo propongono dalle pagine del Corriere della Sera, in edicola, oggi la scrittrice Susanna Tamaro e il professor Andrea Segré, l’inventore del progetto Last Minute Market, promosso dall’Università di Bologna, un’iniziativa che ha per obiettivo un’azione contro lo spreco alimentare che favorisce il ritiro dei prodotti alimentari in scadenza, ma ancora commestibili, nei supermercati per distribuirli alle associazioni caritatevoli, ai bisognosi e ai poveri nelle mense cittadine.

La proposta per attrarre nuove leve di contadini nei campi ha un nome che ne richiama un altro di recente conio ma assai in voga: “Reddito di contadinanza”, una parola, “contadinanza”, che indica la condizione di contadino o anche la classe dei contadini. Un’espressione antica, che ad esempio nel Friuli del 1500, “fu anche il nome di un sindacato di rappresentanza dei contadini, nato sotto la protezione della Repubblica di Venezia”.

Come si concretizza questo ritorno alla terra e al suo ripopolamento lavorativo?

Secondo gli autori dell’articolo, tre sono le azioni alla base di quest’iniziativa: formazione, reddito, semplificazione burocratico-amministrativa. Ma è sulla seconda che si concentra di più l’analisi, in quanto il reddito non è affatto scontato, “soprattutto per chi inizia e non viene dal mondo contadino”. Ma la proposta punta a “garantire ai giovani un reddito di contadinanza, un contributo limitato nel tempo che possa fungere da humus, da concime, aspettando che gli investimenti necessari a far decollare l’impresa possano generare i primi frutti”.

L’obiettivo principale di quest’azione è legare il reddito all’apprendimento in modo da “evitare la trappola mortificante dell’assegno da ritirare ogni mese per sopravvivere”, richiamando così in maniera polemica anche il dibattito che si svolge di questi tempi intorno al “redditto di cittadinanza” proposto e varato dal Movimento 5 Stelle. “Dobbiamo puntare a un incentivo che non intacchi la dignità di chi lo riceve, che non crei subalternità o dipendenza. Il reddito di contadinanza spezzerebbe questo circuito vizioso perché è legato all’operatività, al fare” scrivono Tamaro e Segré.

I due autori, che lamentano come il loro appello al Governo lanciato sempre attraverso le colonne del quotidiano di via Solferino il 14 ottobre di due anni fa, per favorire il ritorno alla terra e al lavoro agricolo dei più giovani e dei disoccupati, sia “rimasto inascoltato”, sostengono che “gli agricoltori producendo il cibo che mangiamo tutelano il nostro territorio e la nostra salute”. Dobbiamo pertanto “riconoscere questo valore, ed essere disposti — noi consumatori — a pagarlo”.

L’analisi dice che chi entra nel settore dopo aver studiano o fatto altro – o anche nulla – “spesso non ha modo di tornare sui banchi”. Come ovviare, allora? L’approccio va ribaltato, secondo i due autori: “Sono gli insegnanti che vanno nei campi, gli insediamenti agricoli diventano aule a cielo aperto”. Ma come si può favorire questo nuovo approccio? La risposta è piuttosto semplice, nel senso che “va promosso un patto con le scuole agrarie superiori e universitarie affinché possano offrire, gratuitamente per i beneficiari, dei corsi per imprenditori agricoli direttamente sul campo”.

Ovvero delle moderne “cattedre ambulanti” come quelle “dove i professori alla fine dell’800 andavano nelle campagne e trasmettevano materialmente ai contadini i saperi agrari.” La nuova “contadinanza” va infatti guidata nella quotidianità e nelle difficoltà delle pratiche agricole sia tecniche che economiche. “La teoria è importante ma la pratica è fondamentale per riuscire nell’impresa e garantire un reddito almeno soddisfacente, come dicevano una volta gli economisti agrari”. Perché, rilevano Tamaro e Segré, “l’agricoltura e le aree rurali del nostro Paese rappresentano un patrimonio straordinario che ancora non riusciamo a valorizzare al meglio nonostante vogliano dire: cibo, lavoro, salute, ambiente, paesaggio, cultura, turismo…”.

Però i dati e le tendenze degli ultimi decenni sono allarmanti, per via dell’abbandono delle aree collinari e montane, l’invecchiamento degli agricoltori senza ricambio generazionale, l’aumento dei costi di produzione e diminuzione dei prezzi di vendita (spesso “i prodotti non si raccolgono neppure”). L’articolo di Susanna Tamaro e Andrea Segré si conclude con un nuovo appello alle “cariche più alte della nostra casa comune, l’Italia” per un aiuto “a far sì che queste azioni diventino misure concrete per favorire lo sviluppo di una nuova #contadinanza”.

Saipem ha firmato con Plambeck Emirates, azienda di soluzioni nel campo delle rinnovabili con sede ad Abu Dhabi, un memorandum of understanding e un accordo esclusivo per lo sviluppo e la realizzazione di un parco eolico offshore galleggiante. Nelle prossime settimane, riferisce una nota, avranno inizio le fasi del progetto tramite Plambeck Saudi, società di Plambeck situata a Riad, negli Emirati. I partner impiegheranno la propria esperienza e il know how per realizzare un progetto innovativo, in linea con la Vision 2030, la strategia saudita per favorire lo sviluppo del Paese. 

Saipem potrà avviare le attività dopo la sottoscrizione degli accordi finanziari al termine della fase progettuale, a seguito della quale verrà firmato il contratto in base al quale Saipem si occuperà dell’ingegneria, della progettazione, della costruzione e dell’installazione dell’intero progetto e dei relativi servizi. 

 Francesco Balestrino, Renewables e Green Tech Product Manager della divisione Xsight, ha commentato: “Riteniamo che il mercato eolico in Arabia Saudita possa essere sostenuto da soluzioni innovative per la costruzione di parchi eolici offshore come la tecnologia di Saipem, Hexafloat, con programma accelerato e costi ridotti. Avviare il nuovo mercato in Arabia Saudita è un’importante opportunità da cogliere e siamo pronti con Plambeck per questa nuova sfida”.

Norbert Plambeck, azionista di Plambeck Emirates, ha dichiarato: “Lo sviluppo del progetto eolico galleggiante offshore da 500 MW è parte del nuovo concetto di “Wind Market” da 5 GW, che è stato proposto all’Arabia Saudita. Siamo molto orgogliosi di avere un global solution provider con esperienza a livello internazionale come Saipem, con cui intraprendere le prossime fasi di sviluppo del progetto. Inoltre, l’implementazione del progetto con Saipem, solido gruppo internazionale, è già tecnicamente assicurata”.

Sono cresciuti meno del previsto gli abbonati Netflix nel secondo trimestre fiscale e i titoli della società sono crollati del 10% in Borsa. Gli abbonamenti della piattaforma di contenuti in streaming nel periodo sono saliti di 2,7 milioni a livello internazionale contro 5,05 milioni attesi.

Il mancato rispetto delle previsioni ha riguardato tutte le regioni ma soprattutto quelle in cui è stato aumentato il costo del servizio, come gli Stati Uniti, ha spiegato Netflix. “Sebbene il numero dei nostri abbonati sia rimasto sostanzialmente piatto nel secondo trimestre, ci aspettiamo di tornare ad una crescita più tipica nel terzo trimestre, e la stiamo vedendo nelle prime settimane”, ha detto la società nella nota agli azionisti.

Nel periodo che si è chiuso lo scorso 30 giugno, l’utile netto di Netflix è sceso a 270,7 milioni di dollari, pari a 60 centesimi per azione, da 384,3 milioni nel secondo trimestre dell’anno precedente. Il totale dei ricavi e’ salito a 4,92 miliardi di dollari da 3,91 miliardi. Gli analisti si aspettavano in media ricavi pari a 4,93 miliardi.  

A maggio il fatturato dell’industria è aumentato in termini congiunturali dell’1,6% mentre nella media degli ultimi tre mesi l’indice è cresciuto dell’1,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Lo rende noto l’Istat. Anche gli ordinativi registrano a maggio incrementi congiunturali sia su base mensile (+2,5%) che, in misura molto più contenuta, su base trimestrale (+0,2%). Il fatturato così recupera ampiamente il calo registrato il mese precedente.

Su base trimestrale, è confermato l’andamento positivo già registrato nei due mesi precedenti sia per la componente interna sia per quella estera. L’incremento congiunturale è diffuso a quasi tutti i principali raggruppamenti di industrie. Al netto della componente di prezzo e in termini congiunturali, il settore manifatturiero registra risultati positivi a maggio, sia su base mensile sia su base trimestrale.

La dinamica congiunturale del fatturato è trainata da incrementi sia del mercato interno (+1,4%) sia di quello estero (+1,9%). Per gli ordinativi l’incremento congiunturale deriva da aumenti di pari entità (+2,5%) delle commesse provenienti da entrambi i mercati.

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a maggio gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale diffuso, più ampio per i beni strumentali (+3,4%) e più contenuto per i beni intermedi (+1,3%) e per l’energia (+1,2%), mentre i beni di consumo rimangono invariati.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 come a maggio 2018), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dello 0,3%, sintesi di un incremento dell’1,1% sul mercato interno e di una riduzione dell’1,3% su quello estero.

Con riferimento al comparto manifatturiero, i computer e prodotti di elettronica registrano la crescita tendenziale più rilevante (+19,1%), mentre l’industria farmaceutica mostra il calo maggiore (-8,5%).In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce del 2,5%, con una flessione dello 0,8% sul mercato interno e una marcata contrazione del 5,0% su quello estero. La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore delle apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+8,9%), mentre il peggior risultato si rileva nell’industria farmaceutica (-7,1%). 

Entrare con quote di minoranza nelle compagnie con cui si stringono joint venture non per comandare ma per dividere ricavi e costi, fare sinergie, accordi commerciali, ottimizzare le risorse. Questa la strategia del colosso dei cieli americano Delta che le ha permesso di diventare tra le maggiori compagnie mondiali e che pochi giorni fa ha chiuso il secondo trimestre con un utile di 1,44 miliardi di dollari, in crescita del 39%.

Delta prenderà parte al consorzio insieme a Fs, Mef e Atlantia nel rilancio di Alitalia. Analizzando la strategia che ha adottato finora a livello globale si nota che c’è coerenza e un modus operandi sempre uguale. Coniugare una partnership di tipo industriale a una partecipazione di minoranza nelle compagnie con cui si stringe l’alleanza, con una presenza nel Cda. (

È il caso della trans-Atlantic con Air France-Klm e Alitalia a cui piu di recente si è aggiunta Virgin Atlantic di cui Delta ha acquistato il 49% e Air France-Klm il 31%. O la joint venture con la messicana Aeromexico di cui detiene il 49% per trarre i maggiori vantaggi dall’intenso traffico aereo che c’è tra Stati Uniti e Messico.

Caso simile è quello della partnership con la brasiliana Gol di cui Delta ha acquistato una partecipazione del 10%. C’è poi la partecipazione intorno al 4% in China Eastern con la quale ha rilevato il 20% di Air France (il 10% ciascuno). Si creano contratti stringenti, le compagnie restano separate ma tutto viene coordinato dai prezzi, alle salette lounge negli aeroporti, alle miglia che i clienti possono accumulare.

Società separate ma che agiscono sui mercati come se fossero fuse. Ci sono rigidi meccanismi di ripartizione degli utili. Per cui vengono a cadere le obiezioni secondo cui ad Alitalia non converrebbe l’alleanza con Delta per via della remuneratività delle rotte americane. Anzi, vale l’esatto contrario. Il problema di Alitalia finora è stato proprio quello di essere una compagnia troppo piccola. Vedremo se la presenza di Delta riuscirà farla volare anche a livello finanziario. 

Se non hai tutto, non hai niente. I grandi del turismo digitale non si accontentano di comprare concorrenti più piccoli. Assorbono tutto quello che è utile durante un viaggio, dal primo clic fino al ritorno a casa: valutazione, prenotazione, trasporto, affitto, esperienze, pagamenti.

E così, pur partendo da attività diverse, poche grandi piattaforme si ritrovano sullo stesso ring. Un po’ come in un incontro di MMA: c’è chi è più forte nel pugilato, chi nel jujitsu e chi nella lotta libera. Tutti entrano nella stessa gabbia e se le danno di santa ragione.

Booking: dagli alberghi a Libra

Booking.com è il sito di viaggi e turismo più frequentato in Italia e nel mondo. E da tempo ha smesso di essere solo un aggregatore di strutture alberghiere: si occupa anche di voli, noleggio auto e prenotazione taxi. Quale sia il suo obiettivo, la compagnia lo dice chiaramente: non farti trovare la stanza migliore al prezzo più basso ma “dare a tutti la possibilità di esplorare il mondo ed eliminare ogni possibile fonte di stress dall’esperienza di viaggio”. È tutto lì, a portata di dito, controllato da Booking Holdings.

La stessa società possiede anche Agoda.com (11esimo sito al mondo del settore), Kayak.com (13esimo), Priceline.com (45esimo), Momondo. E poi ci sono le controllate che confermano quanto non si tratti solo di stanze e posti letto: Cheapflights è un motore ricerca di voli, Rentalcars.com per il noleggio auto. Cui si aggiungono gli investimenti fatti dalla holding in Grab e Didi, gli equivalenti di Uber nel sud-est asiatico e in Cina. C’è altro: nel 2014, Booking ha speso 2,6 miliardi per comprare OpenTable, servizio per prenotare un tavolo al ristorante.

Questa rete descrive bene il perimetro mobile del turismo online. Un settore onnivoro, che spazia dai voli al dessert. E che oggi si sta concentrando sulle “esperienze”: tour e attività da prenotare e gestire, in combinazione con altri servizi. Nel 2018 Booking ha acquisito FareHarbor, una startup che ha tra i propri clienti anche Expedia, TripAdvisor e Google. Attività che, perché no, potrebbero presto essere pagate con Libra, la criptovaluta di Facebook: Booking Holdings ha un posto nell’associazione che gestirà la moneta digitale creata da Menlo Park.

La rete di Expedia

Expedia è l’altro grande polo del turismo online. Come nel caso di Booking, c’è un sito che fa da alfiere: Expedia.com, il quinto più visitato del settore. È circondato da una galassia di servizi che vanno dalla prenotazione di voli alla ricerca degli hotel: la seconda forza del gruppo è Hotels.com. Ma ci sono anche Trivago, Venere.com (sito nato in Italia, acquisito nel 2008 per 200 milioni e che oggi rimanda a Hotels.com), Hotwire.com, Orvitz, Watif e Travelocity.

Anche Expedia ha investito sui trasporti, comprando CarRentals.com, Auto Escape (per il noleggio a quattro ruote) e SilverRail (per la pianificazione di viaggi in treno). A proposito di “MMA”: negli anni Expedia è diventata anche un po’ AirBnB. Nel 2015 ha comprato per 3,9 miliardi di dollari HomeAway, specializzato nell’affitto di case-vacanze. Nel 2018 ha acquisito ApartmentJet e Pillow, che si occupano di affitti brevi. E neppure Expedia si fa mancare il settore “esperienze”, con la sezione “cose da fare”.

AirBnB, a ciascuno il suo affitto

AirBnB è partita dagli affitti brevi tra privati. Ha praticamente creato dal nulla un mercato, lo ha ingigantito. E da qualche anno ha deciso di andare oltre. Le sue acquisizioni, dal 2011 a oggi, sono venti. All’inizio, come normale che fosse, si sono concentrate su piattaforme gemelle, anche se più piccole, come la tedesca Accoleo. Vantaggio doppio: mi rafforzo più facilmente su un nuovo mercato ed evito di far crescere concorrenti che domani potrebbero darmi fastidio.

Dopo il consolidamento, ecco l’espansione a servizi più specifici, con un’accelerazione negli ultimi due anni. Nel 2017, AirBnB ha acquisito Luxury Retreats, un sito di affitti che punta (come dice il nome) sul lusso. È una direzione imboccata da AirBnB per ampliare la propria offerta: un anno dopo, ha lanciato “Plus” e il riconoscimento di “superhost”. Cioè servizi che mettono un “bollino qualità” su strutture di maggior pregio. Alla fine del 2017, la piattaforma ha acquisito e inglobato Accomable, una sorta di AirBnB per chi ha difficoltà motorie. All’inizio del 2019 è stata la volta di Gaest.com, startup danese per affitti brevi di spazi di lavoro, come sale conferenze e uffici. L’ambizione, aveva spiegato AirBnB era “espandersi nel mondo professionale”.

L’ultimo arrivato è HotelTonight, specializzato in prenotazioni di hotel last minute. Cioè, non più solo affitto tra privati ma anche strutture alberghiere. Neppure AirBnB ha sottovalutato le “esperienze”. Anzi, sono diventate così centrali che oggi, nella sua homepage, il sito non chiede più agli utenti di scegliere una casa ma di prenotare “alloggi e attività”. Già nel 2012 ha acquisito Localmind, una piccola società che metteva in contatto viaggiatori e locali. Nel 2016 ha messo le mani sulla spagnola Trip4Real, che si occupava di prenotare esperienze proposte da abitanti del posto. Per arrivare ad Adventure, il nuovo servizio di “viaggi organizzati oltre i sentieri turistici”.

La compagni guidata da Brian Chesky si è sempre dimostrata attenta ai pagamenti. Perché l’obiettivo non è solo farci scegliere dove andare e cosa fare, ma anche come pagare. AirBnB ha acquisito ChangeCoin e Tilt. La prima era una startup che si occupava di pagamenti in bitcoin; la seconda era specializzata in trasferimento di denaro tra privati. In entrambi i casi, alla compagnia non importava tanto adottare i loro prodotti fatti e finiti quanto portarsi in casa talenti e tecnologie. Non sorprende allora che tra i 27 soci fondatori dell’Associazione Libra ci sia, oltre a Booking, anche AirBnB.

Ctrip, un piede cinese in Europa

Ctrip chi? La società non è molto conosciuta in Italia, ma è il leader del settore in Cina. Le attività online sono guidate da Ctrip.com, il 15esimo sito turistico più trafficato al mondo. Molto più nota, almeno da queste parti, è una delle sue controllate: nel 2016, la società cinese si è presentato a Edimburgo con 1,75 miliardi di dollari e ha comprato Skyscanner. Partito come sistema di ricerca per voli, si è allargato al noleggio auto e agli hotel, pescando anche da Booking.com, Hotels.com ed Expedia.

Citrip ha infatti alcuni accordi di collaborazione con i concorrenti: il più stretto e longevo è quello con Booking, nonostante sia uno dei più diretti avversari di Trip.com, sito acquisito nel 2017 e diventato il canale internazionale del gruppo (Italia compresa). Sulle esperienze, Ctrip ci aveva già investito nel 2013, comprando Tours4fun per un centinaio di milioni: hotel, trasporti, ma soprattutto attività e “viaggi su misura”.

 

Gli europei: eDreams e Lastminute

Spagna, 2000: nasce l’agenzia viaggi online eDreams. Il controllo è poi passato alla società di private equity Permira, che è diventato il polo attorno al quale aggregare altri marchi del settore. Dall’unione con Opodo, Travellink e Govoyages è nato il gruppo eDreams Odigeo, cui si è aggiunto nel 2013 anche Liligo. Parte invece dall’Italia la storia di Lastminute.com. Nel 2004, Fabio Cannavale e Marco Corradino fondano Volagratis. Raggio d’azione: mercato italiano e ricerca di voli. Cioè qualcosa di più ristretto di quel che è oggi, tra viaggi, resort, vacanze, auto e crociere in buona parte d’Europa. La società cresce, si amplia a livello internazionale con il marchio Bravofly.

Nel 2010 si apre alle crociere, con Crocierissime, e nel 2012 acquisisce l’agenzia viaggi online spagnola Rumbo. Il gruppo si allarga con la francese Jetcost e, nel 2015, con la britannica Lastminute.com. Il marchio ribattezza il gruppo, oggi Lm Group, che si dà anche una nuova struttura. In cima c’è Lm Holding, guidata da Cannavale. Controlla Lm Venture e Lastminute.com. La prima investe in startup, come Urbi, l’app che aggrega i servizi in condivisione disponibili, dal car al bike sharing.

A Lastminute.com, che ha Corradino come ceo, fanno capo primi e nuovi marchi: le agenzie di viaggio online Bravofly, Volagratis, Rumbo, Lastminute, Crocierissime e la tedesca Weg.de (acquisita nel 2018); i motori di ricerca per i voli Jetcost e per gli alberghi Hotelscan (acquisito nel 2017). L’ultima nata è la controllata Forward, che si propone come “media company” e abbraccia Travel People (specializzata nel marketing per il settore dei viaggi), Playbook ( agenzia che supporta l’internazionalizzazione) e Madfish (agenzia milanese specializzata in progetti video). Per farci cosa? Supportare le imprese turistiche con consulenza e comunicazione: un’altra portata per gli onnivori del turismo online.  

I legami tra Expedia e Tripadvisor

Il principale azionista di Expedia è Barry Diller, che ne è anche presidente. Diller è il gran capo di IAC, conglomerato che, tra le altre cose, possiede Tinder, Vimeo, Ask.com e The Daily Beast. L’assetto proprietario odierno di Expedia è il frutto di una storia piuttosto complessa. La società nasce come costola di Microsoft. Viene acquisita nei primi anni 2000 da IAC, che ne fa prima una divisione e poi una controllata dedicata al turismo. In questa nuova “scatola” finisce, pochi mesi dopo, anche Tripadvisor.

Solo nel 2011, sotto la guida di Dara Khosrowshahi (allora ceo di Expedia e oggi alla guida di Uber) le due compagnie si dividono, con uno “sdoppiamento” dei titoli che permetteva all’azionista di uno di diventare azionista dell’altro. Ecco perché parte dei soci, da Vanguard a BlackRock, sono in comune. Ed ecco perché il principale azionista di Tripadvisor (la galassia di Liberty che fa capo a John Malone) ha tre posti nel consiglio di amministrazione di Expedia. Ancora per poche settimane. Tra holding dedicate alla gestione delle quote, spezzatini societari e nuovi nomi, l’assetto di Expedia è stato ridisegnato per l’ennesima volta: Diller, che aveva ceduto il controllo di Tripadvisor a Liberty nel 2012, ha deciso di prendersi ancora più potere in Expedia. Ad aprile la compagnia ha annunciato l’acquisto di Liberty Expedia Holdings, veicolo che gestiva la quota di Liberty in Expedia. In pratica la socità ha comprato uno dei suoi azionisti. Tradotto: dopo anni, c’è una divisione netta. A John Malone Tripadvisor; a Barry Diller Expedia.

Tripadvisor: non solo recensioni

Tripadvisor.com è il secondo sito di settore più frequentato al mondo. Ma nella top 20 ci sono anche le versioni britannica, italiana, francese e russa. Un indizio di quanti utenti passino da questa piattaforma per prenotare e recensire. Sia durante il periodo passato sotto l’ombrello di Expedia che dopo, la società ha infilato ben 29 acquisizioni, anche se nessuna miliardaria. Ha quindi ampliato il suo nucleo originario e oggi offre servizi che vanno dalla ricerca dei voli alla scelta di attività, dall’autonoleggio alle case vacanze.

Il punto forte restano le recensioni e i forum degli utenti, ma c’è molto altro. Ha investito in particolare nei servizi di prenotazione dei ristoranti. Se Booking ha preferito spendere miliardi per OpenTable, Tripadvisor ha seguito un’altra strada: acquisire società più piccole e aggregarle. Lo ha fatto con la francese LaFourchette e le italiane MyTable e Restopolis, riunite sotto il nuovo marchio TheFork. Anche Tripadvisor conferma la grande corsa alla gestione delle “esperienze di viaggio”. Non è un caso che proprio Viator, servizio per “prenotare giri turistici, gite di una giornata e attività”, sia stata l’acquisizione più dispendiosa: 200 milioni, sborsati nel 2014. In questa direzione vanno anche l’acquisto di Zetrip (la società che sviluppa Rove, app che crea un “diario di viaggio”) e, nel 2018, di Bòkun, gestore scandinavo di tour e attrazioni.

Nel mese di giugno 2019, l’Istat stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% su base annua (era +0,8% a maggio); la stima preliminare era +0,8%.

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,7% per l’indice generale e +0,5% per la componente di fondo.

Dopo una maratona di oltre sei ore, il consiglio di amministrazione di Fs, con Mediobanca nel ruolo di advisor, ha scelto Atlantia come partner con il quale mettere a punto il piano industriale e la governance societaria, insieme ovviamente a Mef e Delta. Intorno a metà settembre, arriveranno le offerte vincolanti e saranno definite le quote della newco.

Al momento la certezza è che la maggioranza sarà pubblica, come ha ripetuto diverse volte il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, con Fs che dovrebbe avere tra il 35 e il 37% e il Mef il 15%, frutto della conversione in capitale degli interessi maturati con il prestito ponte da 900 milioni. Le quote dei partner privati, Atlantia e Delta, saranno fissate più avanti. Indicativamente la compagnia Usa dovrebbe avere tra il 15% e il 20% mentre la holding della famiglia Benetton circa il 30%. Escono dalla partita il gruppo Toto, il patron della compagnia sudamericana Avianca, German Efromovich e il presidente della Lazio, Claudio Lotito.

La proposta di Atlantia è stata ritenuta la più solida dal punto di vista finanziario e industriale da Fs e Mediobanca. Il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato italiane, “valutate le conferme di interesse pervenute, ha individuato Atlantia quale partner da affiancare a Delta Air Lines e al ministero dell’Economia e delle Finanze per l’operazione Alitalia”. Fs Italiane “inizierà a lavorare quanto prima con i partners individuati per condividere un Piano industriale e gli altri elementi dell’eventuale offerta”, ha spiegato il gruppo.

Soddisfazione è stata espressa da Di Maio secondo cui “oggi possiamo dire di avere posto le basi per il rilancio di Alitalia” per poi precisare che non ci sarà nessun passo indietro sulla revoca della concessione ad Autostrade. La questione del concessionario controllato da Atlantia si è intrecciata fin dal principio con il rilancio di Alitalia.

Il M5s, infatti, dopo il crollo del Ponte Morandi lo scorso 14 agosto ha sempre visto con sfavore l’intervento del gruppo Benetton nella nuova compagnia. Anche oggi Di Maio ha precisato che “erano arrivate altre offerte, ma hanno scelto Atlantia. Nessun pregiudizio, già lo avevo detto”, ha quindi aggiunto, “anche perché lo Stato continuerà ad avere la maggioranza assoluta dell’azienda e quindi anche il controllo della newco. Era questo l’obiettivo che si era fissato il governo. Sia chiara una cosa però: niente e nessuno cancellerà i 43 morti del Ponte Morandi. Niente e nessuno cancellerà il dolore delle loro famiglie. Sulla revoca della concessione ad Autostrade non indietreggiamo di un solo centimetro!”, ha concluso il vicepremier.

Fs ha scelto Atlantia come partner in Alitalia. Il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato italiane, “valutate le conferme di interesse pervenute, ha individuato Atlantia quale partner da affiancare a Delta Air Lines e al ministero dell’Economia e delle Finanze per l’operazione Alitalia”.

Fs Italiane, si legge in una nota, “inizierà a lavorare quanto prima con i partners individuati per condividere un Piano industriale e gli altri elementi dell’eventuale offerta”. Il vicepremier Luigi Di Maio ha subito sottolineato che non vi è alcun nesso con la vicenda delle concessioni autostradali. “Erano arrivate altre offerte – ha commentato Di Maio – ma hanno scelto Atlantia. Nessun pregiudizio, già lo avevo detto, anche perché lo Stato continuerà ad avere la maggioranza assoluta dell’azienda e quindi anche il controllo della newco. Era questo l’obiettivo che si era fissato il governo. Sia chiara una cosa però: niente e nessuno cancellerà i 43 morti del Ponte Morandi. Niente e nessuno cancellerà il dolore delle loro famiglie. Sulla revoca della concessione ad Autostrade non indietreggiamo di un solo centimetro!”.

Alitalia, prosegue Di Maio, “è la nostra compagnia di bandiera, sono i nostri aerei, sono i nostri lavoratori. Io non canto mai vittoria prima di vedere le carte e un serio piano industriale, perché non faccio campagna elettorale sulla pelle delle famiglie e delle persone. Ma oggi possiamo dire di aver posto le basi per il rilancio di Alitalia! E lo possiamo dire a gran voce perché avevamo ereditato una situazione disastrosa, cominciata con il vecchio governo Berlusconi e portata avanti dal Pd. Noi siamo riusciti a trovare una soluzione e questo è un grande risultato. Un grande risultato raggiunto dopo settimane di lavoro intenso. Mentre qualcuno oggi si prendeva un caffè al tavolo e recitava la solita parte, qui abbiamo fatto la differenza. Detto questo, il consiglio di amministrazione di Ferrovie dello Stato, che è autonomo, ha scelto Atlantia come quarto partner del consorzio della nuova Alitalia. Andiamo avanti. Meno parole, più fatti!”, conclude il vicepremier. 

 

 

Huawei investirà 3,1 miliardi di dollari in Italia fra il 2019 e il 2021 di cui due terzi in acquisto di forniture da partner locali. L’annuncio di Thomas Miao, dato in occasione di un incontro con la stampa al Castello Sforzesco, segue di pochi mesi l’apertura del nuovo quartier generale italiano. L’amministratore delegato in Italia del colosso cinese ha annunciato un investimenti 1,2 miliardi di dollari in marketing e 52 milioni in ricerca e sviluppo con la creazione di tremila posti di lavoro: mille diretti e duemila indiretti.

“Solo da Stm (azienda che produce semiconduttori e componenti elettronici, ndr) abbiamo realizzato acquisti per 290 milioni e vogliamo crescere”, ha detto  Miao, convinto che in Italia l’azienda non avrà problemi derivanti da quelli innescati dal bando imposto dagli Stati Uniti, la cui sospensione scadrà il 19 agosto. Miao, ha citato le “politiche trasparenti e aperte” del governo: “Abbiamo un approccio sostenibile alla catena di forniture, con un piano A e un piano B: non importa se avremo le forniture americane, riusciremo comunque a garantire l’equipaggiamento”. Anche con i partner italiani è “business as usual”, ha aggiunto.

In ogni caso “aspettiamo buone notizie e speriamo di poter finalmente applicare il piano A perché il piano B è pensato per il peggior scenario e nessuno vuole lo scenario peggiore”.  “Voglio chiedere regole trasparenti, efficienti e giuste per il golden power sul 5G” ha detto, “Ora si applica solo ai fornitori non europei. Dovrebbe essere applicato a tutti perché la tecnologia è neutrale. Deve essere collegato a tutti gli attori per essere sicuri di avere dal primo giorno una rete sicura e affidabile. E’ una necessità per il Paese essere pronto prima del lancio”, ha aggiunto, spiegando che le regole sul tema non sono chiare e citando l’estensione del periodo di approvazione dei fornitori che “non rappresenta una semplificazione”.

Italia e Cina sono complementari dal punto di vista economico e saranno sempre più vicine, ha ancora detto Miao, “Sono due Paesi che da un punto di vista economico sono ben accoppiati. L’Italia ha bisogno della Cina e la Cina ha bisogno dell’Italia: da un punto di vista commerciale sono molto ottimista”. 

Huawei ha anche annunciato una collaborazione con l’Università di Pavia, con cui realizzerà il Microelectronics Innovation Lab, con un investimento di 1,7 milioni di dollari. II laboratorio sarà operativo a partire da settembre e impiegherà una quindicina di ricercatori, incluso personale di Huawei, presso locali all’interno dell’Università. “Il nuovo laboratorio opererà nel campo della microelettronica e delle tecnologie ad alta frequenza. Nello specifico, il Lab pavese, sotto la guida del professor Rinaldo Castello, si focalizzerà inizialmente sulla ricerca per lo sviluppo di nuove generazioni di dispositivi per applicazioni ottiche coerenti e non coerenti nelle tecnologie Cmos (Complementary Metal-Oxide Semiconductor) e FmFET (Fm-shaped Field Effect Transistor), con l’obiettivo di estendere, nel corso dei prossimi tre cinque anni, la ricerca all’innovazione tecnologica nel campo dei semiconduttori per applicazioni wireless nel contesto del 5G”, spiega una nota.

“Questa collaborazione con l’Università di Pavia è un’ulteriore conferma della centralità dell’Italia nella strategia globale di Huawei”, ha commentato Miao. “Vogliamo fornire nuove opportunità per favorire l’attrattività dell’Italia e frenare la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ che ha contribuito alla creazione del divario digitale oggi esistente con gli altri Paesi dell’Unione Europea”. 

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