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Bankitalia rivede al ribasso le stime di crescita della nostra economia: quest'anno il Pil crescerà dell'1,3% mentre nel 2019 si attesterà sull'1%. Nel 2020 la crescita è stimata all'1,2%. Precedentemente, Bankitalia aveva previsto per il 2018 il Pil al +1,4% e al +1,2% nel 2019. Nel Bollettino economico, gli esperti di Via Nazionale sostengono comunque che "la crescita proseguirebbe nel prossimo triennio" anche se ad un ritmo più lento rispetto al previsto. La revisione delle stime, si legge nel Bollettino, "risente principalmente dei rincari del greggio e, per l'anno in corso, dalla dinamica più debole dell'attività nel secondo trimestre, come suggerito dai principali indicatori congiunturali. Dalle stime emerge che i prezzi al consumo salirebbero dell'1,3 per cento nella media di quest'anno e dell'1,5 nel biennio 2019-2020, sospinti soprattutto dal rialzo delle quotazioni del greggio. I consumi delle famiglie non decollano: lo scorso inverno, erano tornati a salire (+0,4%) dopo una lunga fase di ristagno nel 2017 ma nel secondo trimestre hanno rallentato.

Il governo continua a cavalcare l’onda del cambiamento promessa (minacciata?) in campagna elettorale, il tema del giorno è il lavoro nei giorni festivi. Nello specifico un salto indietro nel tempo a prima del Governo Monti, quando il professore con la missione di salvare il paese dal mostro dello spread, ai tempi, era il 2011, all’interno del suo decreto Salva Italia in materia scelse la strada della liberalizzazione.

Il progetto di legge portato in aula invece dal sottosegretario allo Sviluppo Economico pentastellato Davide Crippa, che riprende un testo dell’altro grillino Michele Dell’Orco ora sottosegretario alle Infrastrutture, prevede l’apertura per ogni Comune di non più del 25% dei negozi per ciascun settore merceologico, rimettendo il potere chiaramente nelle mani degli enti locali ed esentando dalla nuova vecchia norma i Comuni turistici, che ovviamente godono di una legislatura ad hoc sull’argomento.

Leggi anche: Aperture festive dei negozi, chi ci guadagna e chi ci perde

Il calcolo è facile: dodici aperture festive l’anno, non un minuto di più. Che ridurrebbe anche il rischio di concorrenza sleale tra grandi catene e piccoli esercenti secondo una turnazione precisa, anch’essa organizzata in loco. E a dover rispettare le regole anche le attività online, quindi si stringe il guinzaglio anche allo shopping da tastiera, chi vorrà acquistare prodotti da aziende italiane in un paio di click dovrà essere informato che le spedizioni, comunque, seguiranno l’iter previsto dalla turnazione.

La questione vista da fuori pare banale e riguardare esclusivamente la nostra libertà di manifestare gioiosamente la nostra sete di acquisti, in realtà però risulta essere un problema ben più grave per migliaia di lavoratori e commercianti che, rappresentati dai sindacati ad un tavolo assieme al Sottosegretario al lavoro Claudio Cominardi “attendono risposte”. Risposte che non tarderanno ad arrivare tant’è che Francesco Iacovone, sindacalista Cobas, al termine dell’incontro si dice “ottimista: è stata una discussione approfondita, abbiamo parlato di sfruttamento e precarietà e il ministero si è impegnato anche a rivedere il sistema ispettivo”.

Cgil, Cisl e Uil invece, che un tempo scesero in piazza con la campagna “La festa non si vende” chiedono un incontro col Ministro del Lavoro Di Maio per ricevere rassicurazioni e mettere ordine nella legislazione. L’uomo di punta del Movimento 5 Stelle in realtà da diversi mesi, ben prima delle elezioni, in periodo natalizio, ha già preso pubblicamente una posizione in favore della chiusura degli esercizi durante le festività. D’accordo col governo sull’intervento anche Confcommercio che, parlando tramite il vicepresidente Renato Borghi, dichiara “indispensabile” una regolazione. 

Più equilibrio quindi, come continua Cominardi in una nota del ministero, tra i diritti dei lavoratori e quelli dei consumatori.

Zte è salva. Il numero due delle telecomunicazioni cinese – colpito a fine aprile dall’amministrazione Trump con una tagliola di sanzioni – ha raggiunto un accordo con il governo degli Stati Uniti per la sospensione del bando alle forniture, che negli ultimi tre mesi aveva congelato il business dell’azienda cinese. Vola il titolo in Borsa: le azioni del colosso cinese hanno avuto un rialzo del 24% alla Borsa di Hong Kong, mentre hanno raggiunto il tetto di rialzo massimo giornaliero consentito alla Borsa di Shenzhen del 10%.  L’annuncio segna la fine – almeno per il momento – di uno dei capitoli più aspri della guerra commerciali tra le due maggiori economie del pianeta.

Ci vorrà ancora un po' prima di cantar vittoria. Il bando sarà rimosso dopo il pagamento di un deposito da 400 milioni di dollari da parte di Zte, secondo quanto reso noto dal Dipartimento del Commercio di Washington.

Non solo. In base all'accordo raggiunto con gli Usa il 7 giugno, Zte deve pagare anche una multa di un miliardo di dollari e cambiare i vertici gestionali del gruppo.

Una volta rimosso il bando, Zte – che impiega 84 mila persone – potrà rimettersi in pista. La tregua arriva in coincidenza con la nuova rappresaglia americana che ha rinfocolato le tensioni commerciali tra Pechino e Washington. La Casa Bianca ha minacciato dazi del 10% su 200 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina. Il governo cinese ha prontamente risposto bollando come “totalmente inaccettabile” l’ennesima mossa protezionistica dell’amministrazione Trump.

Il bando di vendita di componenti al gruppo per sette anni era stato emesso ad aprile scorso sull'accusa di esportazioni illegali di tecnologia a Iran e Corea del Nord.

La prima vittima eccellente della guerra commerciale aveva annunciato a maggio di aver cessato “importanti attività operative” a causa del divieto settennale di vendita di tecnologia statunitense, lasciando "in stato di shock" il gruppo, come dichiarato dal suo presidente, Yin Yimin. Zte aveva tuttavia assicurato di avere ancora riserve liquide sufficienti per "attenersi strettamente ai suoi obblighi commerciali". Nessun contraccolpo – per dire – sui piani di espansione in Italia. 

A decidere la riabilitazione di Zte – osteggiata dalle frange intransigenti del Senato e al centro dei colloqui bilaterali sul commercio con l’agguerrito governo cinese – fu poi lo stesso Donald Trump che dopo il drammatico annuncio dei vertici cinesi aveva annunciato l’intenzione di riportare in affari il colosso della tecnologia. Trump su Twitter aveva anche aggiunto che "Cina e Stati Uniti stano lavorando bene sul commercio, ma i passati negoziati sono stati cosi' a senso unico a favore della Cina, e per così tanti anni, che e' difficile per loro fare un accordo che sia di beneficio a entrambi i Paesi", assicurando, poi, che "risolveremo tutto".

Così è stato per il colosso di Shenzhen, fino ad oggi al centro di una querelle che però non accenna a smorzarsi. E che sta già mietendo nuove vittime. 

All’inizio è stato il caso Foodora, con il tavolo aperto dal ministero del Lavoro di Luigi Di Maio e le aziende italiane di food delivery e la recente firma della Carta dei Valori su contrattualizzazione, contributi e compenso per i riders. Ora, a voler aprire una discussione su tutta la smart economy, è FlixBus, società di trasporto low cost (soprattutto bus, ma da qualche mese anche treni), che, per voce del suo managing director in Italia Andrea Incondi, ha rivolto un appello al ministro Di Maio a sedersi intorno ad un tavolo “per discutere e scrivere un manifesto per la smart economy, anche insieme ad altre aziende digitali per far sì che diventino come FlixBus e facciano bene al nostro Paese”. La proposta è stata lanciata ieri sera, nel corso di una serata evento per festeggiare i tre anni di attività della società in Italia: numeri lusinghieri (10 milioni di persone trasportate, 300 città collegate) che danno forza all’iniziativa.  

Un programma in 5 punti 

L’invito a collaborare contiene anche un programma di discussione, in 5 punti. “Realtà come Flixbus – ha spiegato sempre Incondi – posso avere successo in Italia, ma anche per il Paese. Abbiamo imparato quali sono le sfide e quali le difficoltà per arrivare fin qui. Un successo che ci ha portato anche a riflettere sul tipo di responsabilità che abbiamo come azienda: cercare di aiutare tante altre aziende a portare innovazione in Italia”. Incondi li ha chiamati “5 pilastri: ci vuole meno burocrazia, più orientamento all’innovazione e una maggiore promozione di aziende digitali, ci vuole un maggior investimento da parte dello Stato in queste realtà, maggiori garanzie per i lavoratori di questo settore e più correttezza fiscale”. 

Fare startup in Italia

Incondi ha sottolineato nel corso del suo intervento anche quanto sia “fare un’azienda in Italia è difficile, fare startup in Italia non è facile, però abbiamo imparato che si può fare, con successo e nel rispetto pieno del Paese in cui siamo inseriti”. E ha ricordato come in tre anni “70 ragazzi tra i 28 e i 30 anni hanno rivoluzionato la mobilità in Italia”, un arco di tempo in “cui abbiamo trasportato solo nel nostro Paese 10 milioni di persone e collegato oltre 300 città”.

Il modello FlixBus

Fin dall’arrivo di FlixBus in Italia, a luglio 2015, la società ha applicato un modello di business, basato sulla collaborazione con aziende storiche di autotrasporti del territorio. Questo modello si fonda su una divisione dei compiti: da un lato, FlixBus si occupa della pianificazione di rete, del marketing, della comunicazione, del pricing e del controllo qualità avvalendosi di una tecnologia superiore. Dall’altro, le aziende partner, svolgono il servizio operativo mettendo a disposizione i mezzi, gli autisti e il personale adibito alla manutenzione. Secondo la società, questo modello ha portato alla creazione, solo in Italia, di oltre 1.500 posti di lavoro presso 60 aziende.

La Commissione europea ha tagliato di 0,2 punti percentuali le sue stime di crescita per l'Italia per il 2018, portandole dall'1,5% indicato la scorsa primavera all'1,3% delle previsioni economiche estive appena pubblicate. Anche le stime per il 2019 hanno subito un taglio, con la crescita prevista per l'Italia che passa dall'1,2% all'1,1%.

Nella zona euro le previsioni di crescita economica del 2018 e del 2019 sono rispettivamente del 2,1% e del 2%. Per la Commissione l'incertezza sulle politiche che seguirà il governo Conte e i rendimenti più alti sul debito pubblico rischiano di avere un impatto negativo sulle prospettive di crescita dell'Italia che dovrebbe restare l'ultimo Paese per crescita del Pil sia nella Zona Euro, sia nell'Ue: fa peggio anche del Regno Unito su cui pesa l'effetto della Brexit, ma che registra una previsione di crescita dell'1,3% nel 2018 e dell'1,2% nel 2019.

 

Punire i responsabili della attuale situazione Alitalia “significa promuovere l’azione di responsabilità su quei manager che in questi anni hanno utilizzato Alitalia come un bancomat. Una volta capito questo abbiamo capito anche come si è sprecato e come si può risanare l’azienda”. Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio, a margine della sua audizione davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato. “L’obiettivo – ha ribadito – non è svendere l’azienda ma rilanciarla e, per rilanciarla, noi siamo aperti ad ogni tipo di soluzione che salvaguardi i livelli occupazionali e il brand Alitalia. Oggi siamo impegnati su quel fronte”.

Il governo "sta già lavorando a un intervento volto a strutturare un modello di reddito di cittadinanza rispetto al quale talune risorse del Fondo sociale europeo potranno essere utilizzate nell'ambito delle finalità del Fondo stesso". Lo ha detto al Question time il ministro agli Affari europei, Paolo Savona. "In questo senso – ha aggiunto – l'intuizione del ministro Di Maio mi appare corretta e conferma che il governo intende rispettare i parametri fiscali ricercando le risorse europee nell'ambito di quelle già esistenti; tuttavia richiede che lo stesso ministero del lavoro se ne dia carico nel Consiglio europeo competente". Savona ha osservato che "non si può ignorare che le disponibilità messe a disposizione dell'Italia a questo titolo non sono abbondanti ma resta in ogni caso l' impegno ad utilizzare tutte gli strumenti finanziari idonei a coprire le misure ritenute prioritarie all'azione di governo". Il ministro ha quindi spiegato che "nel negoziato che ha accompagnato la programmazione dei fondi, la Commissione europea ha teso a escludere l'utilizzo per misure di natura esclusivamente passiva. Se la misura del reddito di cittadinanza avesse la natura di mero sostegno a reddito, nonostante l'obiettivo tematico non lo consente, troverebbe conferma la difficoltà nel finanziarla a valere su fondo sociale europeo; tuttavia in presenza di misure di politiche attive, ad esempio la costituzione di comitati per l'occupazione, come al momento  sembra essere previsto nel disegno, le risorse del fondo sociale europeo a complemento di politiche nazionali o locali, potrebbero sostenere tali misure, compresa l'eventuale indennità riconosciuta ai partecipanti come rimborso spese".

"Tra oggi e domani" ci sarà il testo definitivo del dl Dignità. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, in audizione nelle commissioni Industria, commercio, turismo e Lavoro, previdenza sociale in Senato. Anche il ministro dlel'Interno, Matteo Salvini in precedenza aveva detto che il provvedimento sarebbe stato  'rapidamente' pubblicato in Gazzetta ufficiale.

E' fuori dalla grotta anche l'undicesimo ragazzo intrappolato a Tham Luang. Lo riferisce la CNN.
Al terzo giorno di operazioni di salvataggio, in Thailandia, all'interno della grotta dunque rimangono solo due persone. Per tutti il ritorno all'aria aperta e' previsto in giornata. I ragazzini, una volta usciti dal buio, vengono trattenuti brevemente nell'ospedale da campo, poi prelevati in elicottero e portati nell'ospedale di Chiang Rai, dove vengono tenuti in assoluto isolamento per il timore che, con il sistema immunitario indebolito, siano a rischio di infezioni.

"Le condizioni di salute dell'economia italiana sono ancora buone, tuttavia l'osservazione degli indicatori economici più recenti sembrano profilare un rischio di moderata revisione al ribasso delle stime della crescita". Lo ha affermato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, secondo cui le cause sono da rintracciare nel rallentamento delle esportazioni dovuto alla flessione che si registra negli scambi con gli Stati Uniti e alla politica dei dazi Usa.

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