Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Amazon annuncia il nuovo programma di visite virtuali gratuite dei centri di distribuzione presenti in Italia. A partire da oggi è possibile registrarsi alle visite virtuali ai centri di distribuzione Amazon e scoprire realmente tutto ciò che accade dall’acquisto sul sito Amazon.it fino alla consegna a casa.

Le guide dei tour, informa una nota, saranno collegate in diretta da diversi siti e accompagneranno i visitatori alla scoperta dei centri mostrando loro i vari processi e le postazioni attraverso cui vengono preparati gli ordini dei clienti.

Partecipare è semplicissimo, basta accedere al sito https://it.amazonfctours.com/virtualtours , registrarsi ed essere pronti a lasciarsi stupire. Grazie a questo nuovo programma i partecipanti prenderanno parte a un’esperienza unica nel corso della quale potranno rivolgere le proprie domande e interagire in diretta con le tour leader.

Per molti anni, Amazon ha aperto le porte dei suoi centri di distribuzione italiani a comunità locali, studenti, clienti e a chiunque fosse interessato a conoscere cosa avvenga dietro le quinte. Solo nel corso del 2019, oltre 20.000 persone hanno partecipato al programma che ha ricevuto riscontri estremamente positivi da parte dei visitatori ma, nel corso dell’emergenza sanitaria del Covid-19, è stato interrotto temporaneamente per tutelare la salute e la sicurezza di dipendenti e ospiti. (

Per continuare a offrire a tutti gli interessati informazioni autentiche in merito alle attività logistiche di Amazon, è stata individuata questa alternativa altrettanto interessante e coinvolgente. Infatti, durante i virtual tour, i visitatori, oltre a muoversi all’interno del centro di distribuzione, potranno utilizzare la funzione chat per porre alle guide qualsiasi ulteriore domanda, proprio come accadeva durante le visite in presenza.

“Siamo molto felici di lanciare il nuovo programma di tour virtuali. A partire da oggi, potenzialmente milioni di visitatori potranno scoprire come lavoriamo, vedere con i loro occhi come funzionano le attività logistiche e approfondire le curiosità e gli aspetti che più gli interessano – ha dichiarato Salvatore Schembri Volpe, Amministratore Delegato di Amazon Italia Logistica.

“Dal momento che a causa dell’attuale situazione di emergenza sanitaria non possiamo aprire fisicamente le nostre porte, abbiamo ideato questa soluzione alternativa e innovativa per continuare ad accogliere le persone nei nostri centri consentendo loro di farsi un’idea autentica su Amazon e capire realmente cosa accade all’interno dei nostri centri”.

I tour virtuali live permettono ai partecipanti di scoprire tutti i processi necessari fino al momento della spedizione dell’ordine, a partire dall’arrivo dei prodotti in magazzino, al loro stoccaggio fino all’uscita, dove vengono prelevati, imballati e caricati sui camion. 

AGI – Giorni decisivi per chiudere l’accordo con l’Ue su Ita e permettere alla nuova Alitalia di prendere il volo in coincidenza con l’avvio della stagione estiva. Martedì prossimo i commissari Giuseppe Leogrande, Daniele Santosuosso e Gabriele Fava saranno sentiti dalle commissioni Attività produttive e Trasporti della Camera per fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha detto che “con i commissari straordinari è in corso una riflessione su piani alternativi se l’attuale trattativa andasse male”. In questi giorni il lavoro sta procedendo con i tavoli tecnici per trovare la quadra e poi avere il via libera ‘politico’ al decollo di Ita.

Venerdì il premier Mario Draghi ha risposto in conferenza stampa su Alitalia ribadendo che in futuro dovrà sostenersi dal sola. “Il debito è buono solo se viene fatta una riforma della società che poi andrà avanti con le proprie ali e non dovrà essere continuamente sussidiata come è stata negli ultimi anni. E’ necessario che sia autonoma e si sostenga da sola“, ha sottolineato. 

Il ministro delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili Enrico Giovannini ha spiegato che con l’Ue il negoziato è duro ma non c’è alcuna impasse. La trattativa con Bruxelles su Alitalia “continua, ieri e oggi, non siamo minimamente all’impasse”. 

“Stiamo negoziando in modo molto duro – ha precisato Giovannini – perché ne va di una compagnia forte che sia in grado di stare sul mercato, di fare alleanze successive ma da una posizione di forza”. Il ministro ha sottolineato l’importanza di un’integrazione tra trasporto aereo e ferroviario.

Su un possibile passaggio di lavoratori Alitalia in Fs, Giovannini ha detto che “l’interpretazione che il problema sia semplicemente di sbolognare, parole veramente irrispettosa nei confronti dei lavoratori da un’impresa all’altra, non è corretta”. “Quello che sta accadendo, anche in altri paesi, penso alla Germania – ha precisato – è un’integrazione forte tra i servizi del trasporto aereo e quelli ferroviari. Questa integrazione non è una motivazione di assistenza sociale ma è uno dei pezzi del futuro del trasporto aereo. Quindi quella interpretazione devo dire è decisamente scorretta”. 

Intanto da Bruxelles vengono rispedite al mittente, su tutti sindacati e molte forze parlamentari, le accuse di una disparità di trattamento tra Alitalia e le big europee come Air France e Lufthansa. “Alitalia era in perdita costante ed era in difficoltà prima del 31 dicembre 2019” per questo “il suo caso è diverso da Air France” e per questo “non è idonea a ricevere gli aiuti previsti dal quadro temporaneo degli aiuti di Stato, comprese le misure di ricapitalizzazione”, ha sottolineato una portavoce della Commissione europea.

Il braccio di ferro riguarda in particolare il numero di slot di Linate (per cui Ue chiede un taglio del 50%), il numero di aerei (da cui dipende anche quello dei dipendenti), il marchio e il nome. A questo proposito sempre Giovannini, nei giorni scorsi, ha precisato che “il Governo considera il brand come un elemento importante della trattativa”. Dal canto suo Giorgetti ha assicurato che o con l’Ue ci sarà un compromesso ragionevole oppure “il governo non accetterà” un’intesa. Allo stesso tempo, ha aggiunto, “deve essere interpretata in maniera ragionevole la norma che consente allo Stato di ristorare la compagnia perché chi lavora deve avere lo stipendio”. 

AGI – Nel 2020 sono sei i Paesi che hanno dichiarato fallimento soprattutto per ‘colpa’ del Covid. Si tratta di un livello record per le insolvenze sovrane. Lo rivela Standard & Poor’s Global Rating, secondo la quale è capitato sette volte l’anno scorso che un governo non è stato in grado di onorare i suoi debiti. A fare default sono stati Argentina, Ecuador, Libano, Zambia, Belize e Suriname (due volte).

Il precedente record delle insolvenze sovrane era stato raggiunto nel 2017, con sei fallimenti. Un default sovrano, a differenza di un fallimento privato, riguarda uno Stato e non una società. S&P nel 2020 ha decretato l’insolvenza sovrana 7 volte, a causa della pandemia e in parte anche per il crollo del prezzo delle materie prime, in primis il petrolio, che comunque sono effetti collaterali del coronavirus, che ha fatto crollare la domanda globale.     

Complessivamente S&P ha decretato 24 insolvenze sovrane nel corso della sua storia, metà delle quali riguardano Paesi che sono andati più volte in default. L’Argentina è fallita 5 volte, il Belize 4 volte, l’Ecuador 2 volte e il Libano, lo Zambia e il Suriname sono tutti falliti nel 2020 per la prima volta (anche se il Suriname ha esordito con una doppietta annuale).

Va anche ricordato che i tagli di rating sovrani da parte di S&P nel 2020 sono stati 26, pari al livello record del 2011 e che attualmente il 60% dei Paesi emergenti hanno un indebitamento a elevato livello di rischio, e cioè ‘non investment grade‘. Il che significa che il record di default sovrano raggiunto nel 2020 potrebbe essere già superato quest’anno.

Ecco nel dettaglio tutti i fallimenti dello scorso anno:

Il Libano è l’unico default non legato al Covid 

L’insolvenza sovrana più drammatica nel 2020 è stata quella del Libano, che poi è anche l’unico fallimento di Stato non legato al Covid o ai suoi effetti collaterali. L’annuncio del mancato pagamento di una rata da 1,2 miliardi di euro di un eurobond da parte di Beirut è avvenuta lo scorso 7 marzo e ha fatto scattare il default. In Libano all’epoca i casi di Covid si contavano sulle dita di una mano. Il problema è dunque solo l’eccesso di indebitamento, che ha reso impossibile il pagamento degli interessi da parte dei libanesi.

Nel 2016 il Libano aveva una delle economie più stabili del Medioriente, poi è iniziata una crisi economica senza precedenti: la lira libanese si è svalutata del 90%, l’inflazione è salita all’85%, metà della popolazione, secondo l’Onu, vive sotto la soglia di povertà e i rifornimenti di beni di prima necessità scarseggiano. Insomma, rimborsare ai creditori un debito di circa 90 miliardi di dollari per il Libano è diventato impossibile. E S&P non ha fatto altro che ratificare questa realtà abbassando il rating a livello ‘CC’.

Crollo del prezzo del petrolio e crack Ecuador

Il secondo crack della storia dell’Ecuador è legato al crollo del prezzo del petrolio, ma è durato poco. Ad agosto il Paese sudamericano ha chiesto di rinviare il rimborso di una rata da 800 milioni di dollari di bond in scadenza, facendo scattare il default. Tuttavia nel corso della stessa estate il Paese ha trovato un accordo di ristrutturazione del debito coi creditori, tagliando il debito e riducendo gli interessi.

Per l’Argentina è il quinto default

L’Argentina è campione mondiale delle insolvenze di Stato e quella dell’aprile 2020 è stato il suo quinto default. La sua cronica incapacità di gestire i conti pubblici è stata peggiorata dalla crisi del Covid. In aprile il Paese ha mancato dei pagamenti in bond denominati in dollari e a giugno ha fatto il bis con altri bond in valuta estera. Di conseguenza il governo è tornato a trattare coi creditori, ottenendo un’insolvenza selettiva e cioè un alleggerimento del debito pubblico che ammonta a 65 miliardi di dollari.

Quarto default per il piccolo Belize

Lo staterello caraibico del Belize è al suo quarto default e dunque di insolvenze se ne intende. Il Paese ha mezzo milione di abitanti e vive di turismo. Il Covid ha fatto crollare del 70% la sua unica entrata consistente e ad agosto il governo ha chiesto ai creditori il rinvio del pagamento di una rata di rimborsi da 526 milioni di dollari di bond in scadenza. Il Fmi ha chiuso a marzo la sua ispezione sui conti pubblici del Belize, definendo “insostenibile” il debito.

Il Suriname nel 2020 è fallito due volte

Il Suriname è una piccola ex colonia olandese del Sudamerica. Il crollo delle esportazioni dell’oro, legato alla crisi Covid, l’ha fatta precipitare una crisi economica che persisteva da anni. Discutibili progetti infrastrutturali varati dall’ex dittatore Dosi Bouterse, condannato in Olanda per traffico di cocaina e accusato di omicidio, hanno costretto il Paese a saltare il pagamento di due rate obbligazionarie da 675 milioni di dollari, prima a luglio e poi ottobre. Bouterse si è dimesso e ora il paese ha chiesto al Fmi di aiutarlo a superare il default. 

Default dello Zambia legato ai prezzi del rame

Lo Zambia è l’unico Paese africano che nel 2020 ha dichiarato l’insolvenza. La colpa è del crollo dell’export del rame, la sua principale risorsa mineraria. Anche in questo caso, come per il petrolio, si tratta di un effetto collaterale della crisi pandemica, che ha fatto crollare la domanda globale di materie prime.

Lo Zambia comunque ha l’aggravante di essere uno dei Paesi africani più indebitati, in particolare con la Cina. A novembre il governo non ha rimborsato una rata da 42,5 miliardi di dollari di bond in scadenza, facendo scattare il default. Difficilmente lo Zambia riuscirà a pagare i creditori in un prossimo futuro e secondo gli esperti potrebbe essere il primo Paese africano di una lunga lista a cadere in default.

AGI – Airbnb avrà bisogno di milioni di nuovi host, cioè di milioni di nuovi titolari di ‘bed and breakfast’, o alloggi, per soddisfare il boom della domanda di viaggi e turismo che si creerà non appena il mondo uscirà dalla pandemia.

Lo ha detto alla Cnbc Brian Chesky, il ceo di Airbnb, la più grande piattaforma online del mondo che consente di prenotare un alloggio e affittare una casa durante un viaggio all’estero.

“Per soddisfare la domanda dei prossimi anni, avremo bisogno di milioni di host in più”, ha detto Chesky. “Penso che probabilmente avremo un grosso problema ha detto alla Cnbc – perché mi aspetto che avremo più richieste di quanti alloggi attualmente disponiamo. Prevedo l’arrivo di un formidabile rimbalzo dei viaggi. Qualcosa di mai visto prima”. Attualmente Airbnb conta 4 milioni di host e alla fine del 2020 erano 5,6 milioni. 

L’industria dei viaggi è in fermento perché sempre più americani vengono vaccinati e le restrizioni si stanno allentando. Airbnb, che fa affidamento sui privati disponibili ad aprire le loro case agli ospiti, dovrà trovare nuovi host, cioè dovrà recuperare una disponibilità che con la pandemia era venuto meno.

Si tratta, secondo la Cnbc, di un problema simile a quello affrontato da altre società della gig economy come Uber, che recentemente ha allargato i cordoni della borsa, impegnandosi a offrire 250 milioni di dollari per riportare più conducenti sulla sua piattaforma.

“Con l’aumento dei tassi di vaccinazione negli Stati Uniti, stiamo osservando che la domanda dei consumatori per la mobilità si sta riprendendo più velocemente della disponibilità dei conducenti a fornire il servizio”, ha spiegato Uber in un comunicato depositato alla Securities and Exchange Commission.

Chesky ha anche detto che probabilmente Airbnb non offrirà “molti incentivi” per convincere nuovi host a offrire le loro case, poiché ritiene che già ci sia un’enorme domanda di servizi. “Penso che tutto ciò che dobbiamo fare è continuare a raccontare la nostra storia di Airbnb e i vantaggi dell’hosting. E stiamo riscontrando molto interesse “, ha affermato Chesky.

In questo contesto, ha aggiunto il ceo, la società ha lanciato una serie di pubblicità utilizzando fotografie di ospiti di Airbnb che soggiornano nelle case di tutto il mondo e sono grati ai loro host, per tentare di creare un senso di nostalgia verso questo tipo di soggiorni.

AGI – Nel 2020, annus horribilis dell’economia italiana, la pressione fiscale è salita attestandosi al 43,1 per cento, la stessa soglia che avevamo toccato nel 2014, a soli 0,3 punti percentuali dal record storico che abbiamo registrato nel 2013.

È quanto emerge da un rapporto dell’Ufficio studi della Cgia, in cui si ricorda che l’incremento di 0,7 punti percentuali rispetto al 2019 è ascrivibile in massima parte al crollo del Pil che l’anno scorso è sceso dell’8,9%, mentre le entrate fiscali e contributive hanno subito una contrazione del gettito (-6,3 per centro).

Zero tasse per un anno: alleggerimento da 30 miliardi

Anche per queste ragioni gli artigiani mestrini tornano a ribadire che l’erogazione dei nuovi sostegni alle micro e piccole imprese che il governo Draghi sta mettendo a punto in questi giorni deve essere accompagnata da un azzeramento del carico fiscale per l’anno in corso. Altrimenti, rischiamo che una volta incassati, questi rimborsi vengano subito restituiti allo Stato sotto forma di imposte, tasse e contributi. Una partita di giro già verificatasi l’anno scorso che per molti imprenditori ha rappresentato una vera e propria beffa.

Questo taglio generalizzato di tasse e imposte erariali per tutto l’anno in corso costerebbe al fisco tra i 28 e i 30 miliardi di euro. Una stima che è stata calcolata ipotizzando di consentire a tutte le attività economiche con un fatturato 2019 al di sotto del milione di euro di non versare per l’anno in corso l’Irpef, l’Ires e l’Imu sui capannoni.

Queste aziende, che ammontano a circa 4,9 milioni di unità (pari all’89% circa del totale nazionale), dovrebbero comunque versare le tasse locali, in modo tale da non arrecare problemi di liquidità ai sindaci e ai presidenti di regione. Alleggeriti dal peso di un fisco spesso ingiusto, per un anno vivrebbero con meno ansia, meno stress e più serenità. Non solo, ma con 28-30 miliardi risparmiati metteremo le basi per far ripartire l’economia del Paese.

Entro luglio altri 50 miliardi di contributi a fondo perduto

Oltre all’azzeramento delle tasse, l’Ufficio studi della Cgia auspica che l’esecutivo metta sul tavolo almeno altri 50 miliardi di euro entro il prossimo mese di luglio che consentano di rimborsare in misura maggiore di quanto è stato fatto sino a ora le perdite subìte dalle aziende e permettano agli imprenditori di compensare anche una buona parte dei costi fissi sostenuti.

Modalità, quest’ultima, che la Francia e la Germania hanno applicato da alcuni mesi, avendo recepito le nuove disposizioni introdotte dall’Ue in materia di aiuti di stato alle imprese. Costi, quelli fissi (come gli affitti, le assicurazioni, le utenze, etc.) che, nonostante l’obbligo di chiusura e il conseguente azzeramento dei ricavi, le attività economiche continuano purtroppo a sostenere.

Questo sforzo così importante – spiega la Cgia in una nota – deve essere fatto entro l’estate, periodo in cui, grazie agli effetti della campagna vaccinale e alle condizioni climatiche, dovremmo esserci lasciati alle spalle la pandemia ed essere tornati ad una situazione di “normalità”.

Dalle indiscrezioni apparse in questi giorni, sembra che il decreto “Sostegni bis” in fase di approvazione preveda la compensazione dei costi fissi, anche se in misura molto contenuta e del tutto insufficiente a rispondere alle istanze delle attività economiche.

La crisi ha colpito soprattutto l’economia del sud

Secondo l’indagine Istat realizzata verso la fine dell’anno scorso, dall’incrocio dei dati relativi al numero di imprese che hanno denunciato di essere a rischio operativo alto e medio-alto con il corrispondente numero di addetti interessati, è possibile mappare il rischio operativo del nostro sistema economico.

Dal risultato di questa operazione è emerso che il Mezzogiorno è la ripartizione geografica più colpita dalla pandemia: cinque regioni sono ad alto rischio combinato (Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna), altre 2, invece, sono a medio-alto rischio (Puglia e Sicilia).

Nel Sud solo il Molise si trova in una situazione di rischio combinato medio-basso. Al Centro, invece, preoccupa la situazione dell’Umbria (alto rischio), del Lazio e della Toscana (medio-alto rischio). Al Nord, infine, preoccupa la situazione emersa in Valle d’Aosta e nella provincia autonoma di Bolzano che ricadono nell’area a Medio-alto rischio combinato.

Rispetto a tutte le principali regioni settentrionali, il Veneto presenta un livello di vulnerabilità superiore; tale situazione è riconducibile alla sua forte vocazione turistica e alla crisi registrata, in particolar modo, del settore delle pelli e del tessile/abbigliamento.

Più in generale, segnala l’Istat, la fragilità di un territorio è ascrivibile sia al grado di diffusione dei settori maggiormente colpiti dalla crisi sia dal livello di specializzazione dell’economia locale in tali attività. In particolare, soffrono più degli altri il tessile, l’abbigliamento e la lavorazione della pelle, settori duramente provati in questo ultimo anno dalla forte contrazione registrata dalla domanda interna e da quella internazionale.

Altrettanto drammatica è la situazione dei comparti che ruotano attorno al turismo (alberghi, tour operator, agenzie di viaggio, trasporto pubblico locale, etc.), il commercio al dettaglio, gli ambulanti, bar e ristorazione, le attività culturali (musei, cinema e teatri), quelle sportive (piscine, palestre) e quelle legate al tempo libero (parchi divertimenti, spettacoli viaggianti, discoteche, etc.) che più degli altri hanno subito gli effetti negativi dei provvedimenti di chiusura e di distanziamento fisico imposti dal Governo. 

AGI – “La Commissione europea aveva avviato la revisione delle regole fiscali europee già prima della pandemia. La revisione è stata sospesa ma abbiamo chiaramente indicato che riprenderà non appena sarà finiti la crisi“. Lo ha dichiarato il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis.

“Quindi – ha aggiunto – sarà importante creare consenso sulla nuova direzione delle regole fiscali e ci sono diversi parametri importanti che è necessario guardare: prima sulla semplificazione di quello che è diventato un regolamento molto complesso e che si basa anche su indicatori non direttamente osservabili come gli output gap sugli equilibri strutturali, sulla garanzia della sostenibilità delle finanze pubbliche in tutti gli Stati membri”.

 “E’ chiaro che riusciremo a presentare una proposta più articolata, non appena le consultazioni saranno ripristinate e concluse“, ha aggiunto Dombrovskis. 

AGI –  Il riso da risotto italiano alla conquista delle tavole dei cinesi. Dopo un lungo negoziato è finalmente arrivato l’ok delle autorità competenti di Pechino all’import delle nostre varietà da risotto, vere eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Grazie a questo accordo, il riso italiano potrà esser apprezzato anche da decine di milioni di consumatori del Paese del Dragone.

L’Italia è, attualmente, il primo produttore dell’Unione europea, assicurando oltre il 50% della produzione di riso, che si distingue da quello coltivato nel resto del mondo grazie a varietà tipiche, valorizzate grazie a marchi Dop e Igp che riconoscono le specificità dei territori di origine. Con 228 mila ettari coltivati (+4% nel 2020) e quattromila aziende che raccolgono 1 milione di tonnellate di riso lavorato, si contano più di 200 varietà: dal Carnaroli, il “re dei risi”, all’Arborio e al Vialone Nano, primo riso Igp, passando per il Roma e il Baldo.

Attualmente il 60% del riso italiano è destinato all’export, soprattutto in Germania e in Inghilterra. L’intesa corona un lungo negoziato diplomatico e tecnico condotto insieme al mondo imprenditoriale del comparto. Le agenzie fitosanitarie cinesi hanno, infatti, effettuato controlli molto severi e pignoli prima di autorizzare l’import del nostro riso, mandando in questi anni diverse delegazioni nelle aziende italiane per verificarne l’eccellenza dei metodi di produzione.

“Un via libera tanto atteso su un mercato di primaria rilevanza per l’agroalimentare italiano – dichiara Dino Scanavino, presidente di Cia-Agricoltori Italiani -. Si tratta di un successo che ha visto le istituzioni e la filiera risicola nazionale unite in difesa del riso italiano e alla conquista di nuove quote di mercato. Per l’Italia, primo produttore europeo, si apre ora un mercato importante, con milioni di cinesi pronti ad apprezzare il nostro risotto”. 
 

AGI – Wall Street chiude in rialzo con il Dow Jones supera per la prima volta i 34.000 punti base. Il Dj avanza dello 0,9% a 34.036 punti, l’S&P 500 dell’1,08% a 4.196 punti, bene anche il Nasdaq che chiude segnando un +1,31% a 14.038 punti.

New York ha trovato nuovo slancio dalla certificazione negli Usa del “mini boom economico” dopo un anno segnato dal Covid-19. A marzo i consumi sono ripartiti e le vendite al dettaglio sono balzate del 9,8% su base mensile, ben al di sopra delle aspettative e dopo il -3% di febbraio. Gli analisti si aspettavano un incremento del 5,9%. Segno che la ripresa è in atto, spinta dalla campagna vaccinale e dalla liquidità arrivata sul mercato. Per gli analisti questo è solo un inizio.

E Wall Street lo ha capito bene, grazie anche ai numeri di bancari. Dopo i dati di Jp Morgan, Goldman Sachs e Wells Fargo di ieri, sono arrivati i numeri oltre le attese di Bank of America che ha chiuso il primo trimestre con un utile netto raddoppiato a 8,05 miliardi, Black Rock che ha registrato masse gestite per 9.000 miliardi e Citigroup che ha messo a segno profitti triplicati e sopra le previsioni. Sui tecnologici avanzano Google (1,91%) Facebook (1,6%) Amazon (1,3%) Microsoft (1,5%) e Apple (1,8%). Sempre al Nasdaq Coinbase chiude con una flessione dello 0,9% dopo il debutto record di ieri, recuperando sul finale di seduta dopo essere arrivato a perdere il 2,5%.

A spingere i listini anche i dati sull’occupazione: la scorsa settimana, 576.000 persone hanno chiesto nuovamente l’indennita’, rispetto alle 769.000 della settimana precedente, secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Lavoro. Anche il numero totale di persone che beneficiano dell’assistenza in caso di perdita di lavoro o di stipendio, è diminuito drasticamente, raggiungendo i 16,9 milioni alla fine di marzo. I datori di lavoro hanno creato 916.000 nuovi posti destagionalizzati a marzo, quando il tasso di disoccupazione è sceso al 6%. E il numero di disoccupati dovrebbe continuare a diminuire nei prossimi mesi, mentre l’economia continua a riprendersi.

Un segnale arriva anche dal nuovo rialzo del petrolio che ha chiuso in rialzo a New York con le quotazioni salite dello 0,27% a 63,32 dollari. Bene anche il Brent a Londra che avanza dello 0,35% a 66,81 dollari il barile. Già ieri il petrolio era andato in rally sulla scia dei dati sulle scorte settimanali di greggio in Usa, calate per la terza settimana consecutiva e stavolta in maniera sensibile oltre le attese. Oggi pesa anche l’indebolimento del dollaro che ha reso piu’ attraente il valore del greggio. 

AGI – Il management di Stellantis “ha affermato di non avere intenzione di ridurre la capacità produttiva in tutto il Paese ed a Melfi ma piuttosto immagina azioni finalizzate a fronteggiare il forte calo della domanda di mercato. Tuttavia non ha fugato tutti i nostri dubbi e timori, che approfondiremo nei prossimi confronti sia a livello locale sia nazionale”. E’ quanto affermano i sindacati Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcfr al termine dell’incontro tenutosi a Torino. Il confronto, si legge nella nota sindacale, “proseguirà nei prossimi mesi, a partire dalla fine di maggio”.

Nonostante le rassicurazioni di Stellantis sul fatto che non è in atto un ridimensionamento della capacità produttiva degli stabilimenti italiani, e nemmeno quindi di Melfi, i sindacati non nascondono un certo disagio. Le parole del management, si legge in una nota sindacale, “non ha fugato tutti i nostri dubbi e timori, che approfondiremo nei prossimi confronti sia a livello locale sia nazionale”.

Come sindacato, affermano Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcfr, proseguiremo il confronto e nel frattempo chiediamo un dialogo trasparente e costante negli stabilimenti e saremo impegnati nei prossimi giorni a informare le lavoratrici ed i lavoratori.

Secondo quanto riferito dai sindacati, “la richiesta sindacale è stata, per tutte le realtà italiane ed in particolare dalle preoccupazioni su Melfi, di cessare la gestione unilaterale a cui stiamo assistendo in queste settimane, di scongiurare il ridimensionamento delle capacità produttive o operazioni che producano impatti occupazionali inaccettabili anche nell’indotto. Piuttosto chiediamo un confronto sul piano industriale in vigore e sulle nuove strategie vista la situazione difficile di tutto il settore. Lo stesso confronto costante dovrà tenersi sui luoghi di lavoro, affinché i recuperi sui costi non abbiano impatti negativi sui lavoratori”.

La Direzione aziendale “ci ha ribadito che è in corso la realizzazione del piano industriale presentato due anni fa e ha manifestato la volontà di condividere il nuovo piano man mano che prenderà forma. Ha inoltre affermato di non avere intenzione di ridurre la capacità produttiva in tutto il Paese ed a Melfi ma piuttosto immagina azioni finalizzate a fronteggiare il forte calo della domanda di mercato”. 

AGI – Arriverà nel 2025 la prima Ferrari elettrica. Lo ha annunciato il presidente del Cavallino rampante, John Elkann, durante l’assemblea annuale. “Siamo molto entusiasti della nostra prima Ferrari completamente elettrica – ha detto – che abbiamo in programma di presentare nel 2025 e potete esserne certi: tutto quello che nel vostro immaginario gli ingegneri e i designer di Maranello sono in grado concepire per un simile punto di riferimento della nostra storia, verrà realizzato”.

Continuiamo a mettere in atto la nostra strategia di elettrificazione in modo estremamente rigoroso – ha aggiunto –  e la nostra interpretazione e applicazione di queste tecnologie sia nel motorsport sia nelle auto stradali è una grande opportunità per trasmettere l’unicità e la passione del Cavallino Rampante alle nuove generazioni.

Ferrari oggi ha la gamma di prodotti più bella, innovativa e ampia di sempre – afferma ancora – nonostante tutte le difficoltà, nel 2020 sono stati presentati con grande successo 3 nuovi modelli in modalità digitale; la Ferrari Portofino M, la SF90 Spider e la 488 GT Modificata. Questo significa che oggi abbiamo la gamma di prodotti più bella, innovativa e ampia di tutta la nostra storia. Nei prossimi mesi presenteremo altri tre nuovi modelli”.

Elkann ha inoltre parlato della presenza di Ferrari nelle competizioni sportive . “Con questo spirito nel 2021 crescono le nostre ambizioni nel motorsport, e non solo in Formula 1, dove la nostra formazione di piloti giovani ed eccezionalmente talentuosi ha già portato tanta nuova energia positiva al team. A febbraio abbiamo annunciato il nostro ritorno a Le Mans nel 2023, una gara in cui sono stati scritti tanti importanti capitoli della nostra storia nelle corse automobilistiche. Questa è un’altra opportunità per competere ai massimi livelli, testando le ultime innovazioni tecnologiche in pista e trasferendo successivamente le nostre conoscenze all’ineguagliabile pedigree e all’esperienza di guida di una nuova generazione di auto stradali Ferrari”.

Infine, il gruppo prosegue nell’iter per la definizione del nuovo amministratore delegato. “Il Consiglio ha istituito un comitato di ricerca che ha supervisionato il processo per identificare il nuovo Ceo della nostra società, una figura con le competenze giuste per guidarci in questo decennio. Stiamo facendo buoni progressi nella creazione di una short list di candidati molto forti che hanno tutte le qualità, fra le quali in particolare le capacità tecnologiche, per guidare la nostra società. Il nuovo Ceo e il nuovo Senior Management Team conviderà con voi il futuro entusiasmante di Ferrari nel corso del nostro Capital Markets Day nel 2022, un anno importante anche per i lanci di nuove vetture e del Purosangue in particolare, qualcosa di davvero speciale”.

Flag Counter