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Conad, la più ampia organizzazione di imprenditori indipendenti del commercio al dettaglio d’Italia, ha chiuso oggi un accordo con Auchan Retail per l’acquisizione della quasi totalità delle attività di Auchan Retail Italia. L’operazione, informa una nota, riguarda una parte importante dei circa 1.600 punti vendita di Auchan Retail Italia: ipermercati, supermercati, negozi di prossimità con i marchi Auchan e Simply, disposti sul territorio italiano in modo complementare alla rete Conad.

Francesco Pugliese, Amministratore Delegato di Conad, ha dichiarato “Siamo soddisfatti di aver acquisito e riportato nelle mani di imprenditori italiani una rete di distribuzione di grande valore, che sta attraversando un periodo di difficoltà ma che ha grandi potenzialità ed è complementare a quella di Conad. Oggi nasce una grande impresa italiana, che porterà valore alle aziende e ai consumatori italiani”.

L’acquisizione sarà perfezionata solo in seguito all’approvazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in Italia. Non sono compresi in questo accordo i supermercati gestiti da Auchan Retail in Sicilia e i drugstore Lillapois. L’accordo prevede anche che i centri commerciali in cui sono situati i punti vendita di Auchan Retail Italia continueranno ad essere gestiti dalla società Ceetrus, che prosegue la propria attività in Italia. L’acquisizione sarà condotta da Conad con il supporto di Wrm Group, società specializzata nel real estate commerciale. 

L’escalation della guerra commerciale tra Usa e Cina potrebbe avere conseguenze molto gravi per l’economia globale. Lo stima Gregory Daco, responsabile per gli Usa della società di ricerca britannica Oxford Economics, il quale ha costruito tre possibili scenari: uno minimo, che prevede gli attuali aumenti tariffari Usa e una ritorsione cinese, uno più grave e uno estremo, una sorta di catastrofico ‘Armageddon tariffario’. “Un’escalation della guerra commerciale tra Usa e Cina – spiega Daco – non porterà a una recessione, ma un’eventuale guerra commerciale globale sì lo farebbe”.

– SCENARIO MINIMO. Secondo Daco la decisione dell’amministrazione Trump di rialzare le tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti importati dalla Cina e l’annunciata ritorsione di Pechino, che consisterebbe in un aumento delle tariffe dell’8% su circa 60 miliardi di dollari di beni importati dagli Stati Uniti, determinerebbe un calo del Pil Usa dello 0,3% nel 2020 e una discesa dello 0,8% del Pil cinese. Tradotto in soldoni questo significherebbe un costo di 29 miliardi di dollari per gli Stati Uniti e di 105 miliardi dollari per l’economia globale.

– SCENARIO PIÙ GRAVE. Uno scenario in cui Washington dovesse decidere di alzare il tiro e tassare del 25% tutte le importazioni cinesi negli Usa, provocando una ritorsione della stessa portata da parte di Pechino, determinerebbe una contrazione dello 0,5% del Pil Usa nel 2020, che porterebbe il Pil reale pericolosamente vicino all’1% e costerebbe agli americani circa 45 miliardi di dollari. Per la Cina il danno sarebbe più grave e il Pil subirebbe una contrazione dell’1,3% dimagrendo a un tasso del 5% circa, mentre a livello globale l’economia incorrerebbe in una frenata dello 0,5%.

– SCENARIO ESTREMO, L’ARMAGEDDON TARIFFARIO. Lo scenario estremo è quello che prevede una guerra commerciale globale, che dunque andrebbe al di là dello scontro tra Usa e Cina. Ciò comporterebbe, secondo Daco, aumenti tariffari del 35% da parte degli Stati Uniti su tutte le importazioni cinesi, tariffe del 25% da parte di Washington sulle importazioni globali di auto e dazi del 10% su tutti gli altri beni importati dall’Ue, da Taiwan e dal Giappone, con ritorsioni equivalenti da parte degli altri Paesi sui beni importati Usa. Questo ‘Armageddon’ tariffario porterebbe ad una contrazione del 2,1% del Pil Usa, che finirebbe in recessione già alla fine del 2019.

Per la Cina l’arretramento del Pil sarebbe del 2,5%, mentre l’Europa e il Giappone subirebbero uno stop dell’1,5% delle loro economie. Durissimo anche il contraccolpo sull’attività economica globale, che frenerebbe dell’1,7%. Secondo Daco la fiducia dei mercati verrebbe scossa in modo molto grave e il contraccolpo sui mercati azionari e del debito costringerebbe le principali banche centrali a prendere misure di stimolo di vasta portata e a ridurre significativamente i tassi di interesse. 

Bisognerà aspettare che vengano nominati i nove componenti della Commissione chiamata a valutare le richieste di indennizzo e che sia operativa la piattaforma Consap perché i risparmiatori truffati possano fare domanda per essere risarciti: il decreto attuativo è pronto e se, come appare certo, verrà pubblicato il 13 maggio sulla Gazzetta Ufficiale, occorrerà attendere 45 giorni.

Col decreto attuativo sul Fondo per l’indennizzo dei risparmiatori, da 1,5 miliardi stanziati con l’ultima legge di bilancio, si compie così un ulteriore passo in avanti a favore dei risparmiatori truffati, ossia coloro che hanno subito violazioni degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e buona fede che il Testo unico della finanza impone nella vendita di titoli.

Sono chiamati in causa coloro che hanno investito nelle banche in liquidazione, quelle venete Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ma anche in altre come Banca Etruria e Banca Marche. I beneficiari, così come prevede il testo del decreto attuativo, sono i risparmiatori che hanno dichiarato nel 2018 un reddito Irpef fino a 35 mila euro o hanno un patrimonio mobiliare fino a 100 mila euro).

Potranno presentare domanda dopo la nomina dei Commissari e dopo che la Consap, entro 20 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, aprirà il portale telematico che verrà poi reso operativo.

I rimborsi saranno parametrati al costo d’acquisto: il meccanismo prevede un ristoro del 30% nel caso delle azioni, e del 95% quando si tratta di obbligazioni subordinate. In entrambi i casi, il tetto è fissato a 100 mila euro per ogni indennizzato, a cui vanno detratti gli eventuali indennizzi già ricevuti in passato a forfait o tramite giudizio o arbitrato. Nel caso delle obbligazioni, andrà detratta l’eventuale differenza positiva far il rendimento del bond e quello di un Btp della stessa durata.

Oltre al risparmiatore e agli eredi potranno chiedere il rimborso i familiari, i conviventi o i parenti entro il secondo grado a cui sono stati ceduti i titoli. In dettaglio, viene sancito che l’indennizzo viene determinato nella misura del 30 per cento del costo di acquisto delle azioni, ivi inclusi gli oneri fiscali, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun avente diritto (ma si sta discutendo se innalzare tale soglia a 200 mila come sollecitato da più fronti).

Per le obbligazioni subordinate che non hanno beneficiato delle prestazioni del Fondo di solidarietà, l’indennizzo è determinato nella misura del 95 per cento del costo di acquisto delle stesse, ivi inclusi gli oneri fiscali, entro il limite massimo complessivo di 100 mila euro per ciascun avente diritto. Sarà la Commissione a valutare poi le richieste, a verificare la sussistenza dei requisiti previsti e a disporre il pagamento “con la massima celerità”.

La Consap renderà intanto operativa, entro 20 giorni dalla pubblicazione del decreto, una piattaforma informatica per fornire al pubblico informazioni chiare e complete circa le modalità di presentazione della domanda e gli adempimenti a tal fine necessari. La piattaforma è dotata anche di un sistema interattivo di ricezione e risposta alle domande provenienti dal pubblico. Entro 45 giorni la piattaforma consente agli utenti di procedere alla presentazione formale dell’istanza e dei documenti.

Capitali e città d’arte europee ma anche mete paradisiache dell’Oceano Pacifico stanno letteralmente crollando sotto il peso dei turisti. La piaga dell’overtourism, una delle parole di maggiore tendenza, si sta diffondendo come conseguenza diretta dei voli low cost e delle nuove piattaforme di prenotazione online. Capitale mondiale indiscussa di questo fenomeno è Venezia, ma anche Amsterdam e Barcellona non sono da meno, spingendo i residenti sulla strada della ‘turismofobia’. Per correre ai ripari le amministrazioni comunali hanno già varato provvedimenti tesi a limitare i flussi di visitatori e tutelare l’ambiente.

I numeri del sovraffollamento turistico

Il termine di “overtourism” è stato coniato da Rafat Ali, Ceo e fondatore di Skift, società di analisi del settore viaggi, in riferimento all’impatto del turismo di massa in Islanda e sui relativi pericoli di sostenibilità delle politiche di ricezione. Secondo la definizione maggiormente riconosciuta, a firma di Greg Dickinson, giornalista esperto di turismo del ‘Telegraph’, si tratta del “fenomeno secondo cui una destinazione popolare o un particolare scorcio vengono invasi dai turisti in modo insostenibile”.

L’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), l’agenzia Onu di riferimento, ha messo nero su bianco le cifre di questa marea crescente di persone che viaggiano. I turisti che hanno varcato le frontiere del proprio paese di residenza sono  più di 1 miliardo e 300 milioni e al ritmo di crescita attuale, l’Unwto prevede che nel 2030 questo flusso supererà i 2 miliardi. Un’onda che andrà a concentrarsi in particolare sulle mete più gettonate perché le destinazioni non variano e non crescono in numero di pari passo nel tempo.

In questo scenario la Cina rischia di diventare una vera e propria bomba turistica: nel 2000 erano circa 10,5 milioni i turisti cinesi che viaggiavano all’estero. Nel 2017 sono stati 145 milioni con un aumento del 1.380% e l’Istituto di Ricerca Cinese sul Turismo Estero prevede che questa cifra toccherà quota 400 milioni entro il 2030.

I Paesi Bassi cercano di allontanare i turisti da Amsterdam

Scordatevi dei canali, del quartiere alle luci rosse di Amsterdam e dei coloratissimi campi di tulipani con mulini a vento. Le campagne governative dei paesi Bassi per attrarre turisti sono state così fruttuose che le orde arrivate nella capitale – 8,4 milioni nel 2018 – stanno asfissiando vie e canali.

“Di più non è sempre e certamente meglio, non ovunque” sentenzia l’ultimo rapporto diffuso dal Netherlands Board of Tourism & Conventions (Nbtc), che dopo essere stato vittima del proprio successo ha optato per un cambio di rotta della sua politica turistica. Così l’ente nazionale del turismo ha deciso di bloccare la promozione dei luoghi di maggiore attrattiva per incoraggiare i visitatori a scoprire destinazioni meno note. Una scelta risalente allo scorso ottobre che non ha fatto notizia fino a pochi giorni fa, quando a scriverne è stato il quotidiano ‘De Telegraaf’. La Nbtc calcola che entro il 2030 almeno 29 milioni di turisti l’anno visiteranno i Paesi Bassi. Un afflusso importante per un Paese che conta 17 milioni di abitanti e che nel 2018 ha accolto 19 milioni di turisti.

“Molte altre regioni dovrebbero trarre profitto dalla crescita del turismo prevista Dobbiamo agire adesso. Anziché promuovere la destinazione, è ora di gestirla” ha spiegato Elsje van Vuuren, portavoce dell’Ente turistico olandese. Quindi niente più pubblicità sulla popolare Amsterdam, diventata una delle destinazioni più battute in Europa da turisti di ogni fascia di età per i suoi musei, i canali, il quartiere a luci rosse e l’uso legale della cannabis.

Del resto sono già stati varati alcuni provvedimenti per controllare l’afflusso con l’introduzione lo scorso marzo di un divieto sulle visite guidate nel quartiere a luci rosse e un’ulteriore tassa su altri ‘tour’ nella capitale entrerà presto in vigore. Già nei mesi scorsi, il sindaco Femka Halsema ha introdotto alcune sanzioni per arginare comportamenti negativi riscontrati nei turisti, ma non solo, con multe da 140 euro per rumore eccessivo, stato di ebrezza e per chi urina per strada, minando gli sforzi dell’amministrazione per tenerle pulite.

In stato di sofferenza per la presenza eccessiva di turisti anche i famosi campi di tulipani che ogni anno fanno da cornice a selfie di decine di migliaia di visitatori, danneggiandoli irrimediabilmente. Durante il solo week-end di Pasqua a Keukenhof, il più grande giardino di fiori olandese è stato invaso da più di 200 mila visitatori, all’80% giunti dall’estero. Paralizzato il traffico locale mentre le autorità locali hanno chiesto ai cittadini di non uscire di casa e molte attività commerciali non hanno potuto aprire. “Camminare in un campo di tulipani e scattarsi una foto in un mare splendido di fiori è ovviamente una tentazione incredibile. Ma ogni anno i coltivatori di fiori subiscono centinaia di migliaia di euro di danni a causa della gente che calpesta i loro campi” deplora l’Ente del turismo olandese.

“Ora la promozione ha un altro obiettivo: spingere altri visitatori a recarsi in altri luoghi dei Paesi Bassi, come la provincia di Zeeland o in città quali Groningen, relativamente trascurati” ha annunciato la van Vuuren. Parte del piano consiste nel rivalutare e rendere più appetibili, anche attraverso il miglioramento dei collegamenti di trasporto pubblico, mete alternative come Zandvoort, a 20 km dal centro della capitale, ribattezzata Amsterdam Beach. Tra le nuove attrazioni possibili anche i villaggi di pescatori, la regione dei laghi in Frisia e il comparto del design di Eindhoven.

Ma l’Olanda non è l’unica destinazione europea a dover fare i conti con il sovraffollamento turistico e di fronte a quello che in alcuni casi rappresenta una piaga per città d’arte e destinazioni da sogno ormai troppo battute, c’è chi ha puntato il dito su ‘Airbnb‘, per le sue proposte di alloggi troppo economiche. Il portale che mette i turisti in contatto con i proprietari di alloggi di vacanze si è difeso argomento che solo il 7% degli arrivi nelle mete più popolari è da attribuire a prenotazioni sul suo sito. 

In Europa, oltre ad Amsterdam, il sovraffollamento turistico colpisce in primis Venezia, alcune città d’arte e siti naturali italiani, senza dimenticare Barcellona, l’isola greca di Santorini e altre destinazioni più recenti ma in pieno boom, quali Croazia e Albania. Il fenomeno mondiale dell’overtourism ha raggiunto persino i remoti paradisi tropicali dell’Oceano Pacifico.

Venezia capitale mondiale dell’overtourism

Con almeno 23 milioni di visitatori l’anno – c’è chi registra 30 milioni di ingressi – all’unanimità Venezia è stata decretata capitale mondiale del turismo di massa, battendo di gran lunga Barcellona, Amsterdam e Bangkok. Numeri alla mano la città lagunare è soffocata dai troppi turisti, pari a ben 370 visitatori l’anno per ogni residente nel centro storico, che sono meno di 54 mila. Se il dato viene riportato al numero globale di residenti nell’intero Comune di Venezia – 270 mila – si scende a 73,8 visitatori per abitante. Venezia non ha quindi eguali in materia di ‘overtourism’, tenuto contro dei 7,8 turisti per residente ad Amsterdam,10,2 per Mallorca, 4,7 per Barcellona, 3,3 per Bali, 2,8 per Bangkok e 2,1 per Kyoto. Sorprendente il risultato della città neozelandese di Queenstown, a quota 51,3, sempre in base allo stesso rapporto sul turismo sostenibile “Healthy Travel anche Healthy destinations 2018”, commissionato proprio da Airbnb, che mette a confronto otto mete turistiche mondiali. 

A Venezia le critiche riguardano l’aumento degli affitti, ma soprattutto l’inquinamento causato dalle navi da crociera. Le autorità hanno già vietato la costruzione di nuovi alberghi e messo cartelli per responsabilizzare i turisti quali “non tuffarsi nei canali dai ponti” o “non dare cibo ai piccioni”. Lo scorso anno ai piedi del ponte della Costituzione e all’inizio di Lista di Spagna sono stati istallati dei tornelli per regolare i flussi turistici nei periodi di particolare affluenza tramite il monitoraggio delle telecamere di sorveglianza.

Per mettere un ulteriore freno al numero di visitatori e per suddividerli nell’arco di tutto l’anno, dall’1 settembre prossimo per poter entrare nella Serenissima bisognerà pagare un ticket di 3 euro. Poi dal 2020 la tassa sarà aumentata: nei giorni da bollino verde, con un flusso limitato di persone, il ticket sarà di 6 euro; in quelli da bollino rosso costerà 8 euro mentre in quelli neri, con una presenza eccezionale di turisti, il costo di accesso sarà di 10 euro.

In Italia gli altri casi più allarmanti di sovraffollamento turistico riguardano Firenze, Capri e il Parco delle Cinque Terre in Liguria, dove, in minor proporzione rispetto a Venezia, il rapporto tra visitatori e residenti sta diventando conflittuale, spingendo le amministrazioni comunali a varare provvedimenti ad hoc per limitare gli accessi, potenziare i trasporti per limitare il caos quotidiano per i locali. 

In base ai dati diffusi dalla Città Metropolitana relativi al Comune di Firenze, a partire dal 2012 le presenze turistiche sono aumentate del 28%, a quota 10,2 milioni nel 2017, con una crescita dell’8% tra il 2016 e il 2017. Di gran lungo inferiore il numero di visitatori internazionali censito da ‘Euromonitor’, a quota 5 milioni. 

Pur avendo raggiunto la soglia dei 15 milioni di visitatori nel 2018, secondo i dati del Comune (9,7 milioni in base alla classifica ‘Euromonitor’) Roma non viene per ora inserita nella classifica delle mete turistiche sovraffollate, anche se i monumenti più gettonati della Città Eterna – Colosseo, Fontana di Trevi e Pantheon – sono in situazione di sofferenza nei periodi di maggiore affluenza.

Barcellona e Santorini alle prese con il sovraffollamento

Negli ultimi 24 anni il numero di turisti a Barcellona è aumentato di quattro volte. Gli abitanti sono scontenti soprattutto per i turisti che vengono dall’estero e si ubriacano nella città. A Barcellona si sono svolte diverse manifestazioni contro il turismo di massa e sulle pareti alcune scritte indicano “turisti tornate a casa vostra” o “non distruggere la nostra città”. Con solo 1,6 milioni di abitanti la città catalana – la quarta più amata in Europa dietro Londra, Parigi e Roma – ospita ormai più di 6,7 milioni di visitatori (dato 2018 ‘Euromonitor’).

D’estate i residenti locali scappano e deplorano l’attuale modello di turismo che danneggia l’ambiente e ha fatto aumentare i prezzi degli affitti. In Spagna anche a Maiorca e San Sebastián i cittadini sono frustrati dal turismo di massa. Per la stagione 2019 il numero chiuso è in arrivo persino sulle spiagge della Galizia per tutelare i litorali e l’ecosistema marino della regione durante l’alta stagione, in particolare negli arcipelaghi di Ciés e Ons, e nelle isole di Sàlvora e Cortegada.

Invece sull’isola greca di Santorini, altra destinazione amatissima, negli ultimi 5 anni il numero di soggiornanti è aumentato del 66%, rendendo invivibile il quotidiano dei residenti e dei turisti nei mesi estivi. 

Il sovraffollamento turistico è diventato una sfida anche per la piccola città storica croata di Dubrovnik, patrimonio Unesco, che sperimenta il boom sulla scia della famosa serie di ‘Game of Thrones’, ospitando più di 5 mila visitatori al giorno in alcuni periodo dell’anno. L’amministrazione comunale ha imposto il limite di 4 mila accessi al giorno e installato le telecamere per monitorare flussi e comportamenti dei turisti. “Anche se perderemo un sacco di soldi – circa 1 milione di euro –  guadagneremo molto di più per il futuro” ha detto il sindaco di Dubrovnik, Mato Frankovic, che deve anche fare i conti con il problema delle navi da crociera, con circa 800 mila arrivi annui e 539 crociere. 

Allarme rosso anche per l’Albania, che sta registrando un boom di arrivi, con 6 milioni di turisti nel 2018. In base alle ultime statistiche il numero di visitatori è raddoppiato negli ultimi cinque anni e si prevede un ulteriore raddoppio nei prossimi cinque. 

‘Sos’ nei paradisi tropicali del Pacifico

Thailandia, Filippine e Indonesia sono paradisi tropicali dell’Oceano Pacifico che il sovraffollamento turistico sta mettendo a dura prova. Lo rivela uno studio condotto dalla Yale School of Forestry & Environmental, precisando che in quei luoghi in passato incontaminati il turismo di massa ha portato con sé i problemi legati allo scarico dei rifiuti, alle sostanze chimiche, allo sconsiderato impiego della plastica, alla distruzione delle mangrovie per fare spazio a lussuosi resort.

Così molte isole sono costrette a correre ai ripari, tra chiusure e limitazioni, per permettere ai loro ecosistemi di rigenerarsi. Emblematica la situazione disastrata di Maya Bay, la spiaggia del film “The Beach” con Leonardo Di Caprio, che resterà chiusa fino al 2021 a causa dell’inquinamento e dell’erosione delle barriere coralline causati dal massiccio afflusso di turisti. Un altro caso alla ribalta della cronaca è stato quello dell’Isola di Boracay nelle Filippine: un paradiso tropicale trasformato in disastro ambientale e chiuso al turismo per permettere la demolizione di centinaia di strutture ricettive abusive e creare un sistema fognario adeguato. 

In tempi di crisi, ha dell’incredibile. Un imprenditore offre un contratto a tempo indeterminato con uno stipendio di 1.500 euro al mese ma non trova nessuno perché l’impiego richiede che ci si svegli molto presto al mattino.

Il caso è emerso dalla telefonata dello stesso potenziale datore di lavoro (è di Jesolo) al programma, i Lunatici, condotto ogni notte su Rai Radio2 da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio e che raccoglie le storie e le confessioni dei vari ascoltatori.

Tra le varie chiamate arrivate ha spiccato quella di Andrea: “Io ho una attività di vendita di pesce al commercio e al dettaglio a Jesolo. Cercavo una segretaria o un segretario, e una persona che andasse ad aprire la pescheria al mattino. Ho fatto una montagna di colloqui, ma quando le persone scoprono di doversi svegliare presto al mattino e di dover lavorare anche il sabato si defilano. Offro un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio di 1500 euro al mese. Solo che bisogna svegliarsi presto al mattino”.

“Tantissimi giovani sono venuti ai colloqui, dicevano che andava tutto bene, e poi sono spariti. Non chiedo esperienza particolare, si può imparare, ma non riesco a trovare personale. Non c’è voglia di lavorare. A parole i giovani sono volenterosi, ma quando poi li richiami non rispondono nemmeno al telefono. Oppure inventano scuse assurde. Sono ancora in cerca di queste figure. Parliamo di un posto fisso, con contratto annessi e connessi”. 

La crisi dei giornali tradizionali innescata dal boom di Internet e dalla vasta disponibilità di informazione presente in rete porta con sè un gigantesco paradosso. Da una parte non c’è mai stata tanta domanda di informazioni, e quindi di lavoro giornalistico, come oggi. Dall’altra queste informazioni il pubblico è abituato ad averle gratis e, se si trova di fronte a un ‘paywall‘ (ovvero un contenuto online riservato agli abbonati), ha a disposizione parecchie alternative gratuite. La conseguenza è una competizione al ribasso dove il crollo degli utili degli editori si traduce in un taglio del costo del lavoro, il che va a detrimento della qualità dei contenuti disponibili sul web. 

I limiti del ‘paywall’

Trovare un modello di business sostenibile e compatibile con la rivoluzione digitale è da tre o quattro lustri il problema che attanaglia tutti gli editori. Il meccanismo del ‘paywall’ ha rivelato presto i suoi limiti. In primo luogo perché il presupposto è spingere chi non vuole spendere soldi per il cartaceo a investirli per leggere lo stesso articolo su un dispositivo, senza quindi offrire un contenuto originale e pensato su misura per la rete. In secondo luogo perché sono davvero poche le testate così prestigiose e così insostituibili da poter sperare di avere una sufficiente base strutturale di lettori online a pagamento. I primi esempi che vengono in mente sono i grandi quotidiani finanziari, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che limitano peraltro al massimo gli articoli consultabili gratuitamente. 

Un caso unico

La notizia è che un giornale che è riuscito a trovare questo modello di business, senza ricorrere al paywall, c’è. È il britannico The Guardian, che ha annunciato di aver chiuso l’anno fiscale 2018-2019 con un utile operativo (ovvero il denaro guadagnato solo con l’attività editoriale, al netto di altre voci come, ad esempio, investimenti finanziari o immobiliari) di 800 mila sterline, dopo vent’anni di bilanci in rosso, con perdite definite “sostanziali”. 

Un risultato che è ancora più sorprendente se si va ad analizzare il bilancio nel dettaglio. Oltre la metà del fatturato, il 55%, viene generato dal sito, un traguardo che solo il Financial Times e pochissime altre testate possono vantare (Il 60% del fatturato del New York Times arriva ancora dal cartaceo). E le entrate pubblicitarie contano solo per l’8% del totale. Come detto, inoltre, i paywall non ci sono: tutta l’edizione online del Guardian è consultabile gratis. E allora? Alla fine di ogni articolo del Guardian trovate questo box.

Un libero invito a donare (con la possibilità di una sottoscrizione fissa e periodica) al quale hanno aderito abbastanza lettori da costituire oggi il 47% del fatturato. Un caso unico. Talmente unico da essere molto difficilmente replicabile. Per più di una ragione. 

Le ragioni di un successo

Prima di tutto, il Guardian è scritto in inglese, oggi lingua universale, e ha un’edizione internazionale distinta da quella britannica e pensata per i lettori residenti fuori dal Regno Unito, che costituiscono circa i due terzi del totale. Un obiettivo al quale Handelsblatt o Yomiuri Shinbun non possono certo aspirare. El Pais e Le Monde, che invece scelgono di offrire in abbonamento una versione digitale del cartaceo, comprensiva di supplementi, potrebbero forse provarci. Lo spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina e il francese in mezza Africa. Ma l’inglese è un’altra cosa.

La questione della barriere linguistiche spiega però solo una piccola parte dell’unicità del caso del Guardian. Ad aver reso, sovente a ragione, l’opinione pubblica diffidente nei confronti della stampa sono gli interessi che muovono i proprietari delle testate, raramente editori puri o privi di simpatie politiche.

Il Guardian, invece, può dirsi indipendente senza il timore di suscitare ironie, può permettersi davvero di affermare che “nessuno revisiona il nostro direttore”. La proprietà è di un trust che dal 1936 ne garantisce l’indipendenza. L’altra storica voce progressista della stampa britannica, The Independent (altro caso interessante: ha chiuso l’edizione cartacea e vive solo con l’online), nell’azionariato ha persino i sauditi

La lezione che vale per tutti

Ciò non vuol dire che The Guardian non abbia una linea politica: nato contiguo ai liberali, è poi diventato una testata di sinistra. Le critiche che i laburisti ricevono dal Guardian sono spesso però ancora più virulente di quelle che giungono dai quotidiani conservatori. Un altro aspetto da non sottovalutare, poi, è che The Guardian ha saputo fare autocritica dopo essere in parte caduto anch’esso, ai tempi dell’elezione di Trump, nel gioco della polarizzazione dove ogni elettore di destra finiva per essere infilato da molte testate liberal nel “cesto dei deplorevoli” di clintoniana memoria e, qualsiasi problema geopolitico sorgesse, era sempre e comunque colpa di Putin

Oggi, invece, anche il nazionalista più acceso difficilmente potrà negare che la serie di articoli sul fenomeno populista pubblicata nei recenti mesi o le inchieste di Tobias Jones dedicate all’estrema destra italiana sono tra i contributi più approfonditi e obiettivi mai pubblicati sull’argomento. Contributi che sono solo un piccolo risvolto di un’altra scommessa vinta.

Viene spesso detto che in rete la soglia d’attenzione è bassissima e che dopo 30 righe quasi tutti gli utenti vengono distratti da altro. Esiste però un altro tipo di lettore, quello che vuole i longform (formato che viene considerato improponibile sul web ed è invece tra i fiori all’occhiello della nuova strategia del Guardian), vuole contenuti che siano davvero di qualità, vuole percepire che dietro quel pezzo ci sia un lavoro strenuo di ricerca, documentazione e revisione, non un copia e incolla distratto e raffazzonato.

In poche parole, il lettore vuole vedere che il giornalista di turno ha lavorato, si è sforzato e lo ha fatto senza le direttive di un padrone. In tal caso, è persino disposto a pagarlo sua sponte. Ed è quest’ultima la lezione del Guardian che vale davvero per tutto il settore. 

@cicciorusso_agi

Al 31 dicembre 2018 i principali Comuni italiani avevano 3,6 miliardi di euro di debiti nei confronti dei propri fornitori. E’ la fotografia scattata dalla Cgia sullo stato dei ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni.

Una somma importante, secondo l’organizzazione, che, comunque, risulta essere sottodimensionata, visto che in questa elaborazione non sono incluse molte amministrazioni comunali che, a oggi, non hanno ancora pubblicato/aggiornato sul proprio sito il numero dei creditori e l’ammontare complessivo dei debiti maturati alla fine dello scorso anno per le seguenti voci di spesa: somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali.

Debiti, segnalano dalla Cgia, che includevano anche quelli non ancora scaduti che, tuttavia, dovevano essere onorati per legge entro lo scorso 31 gennaio. Somme, pertanto, che rispetto alla dimensione registrata alla fine dell’anno scorso potrebbero, allo stato attuale, essersi notevolmente ridotte, anche se i dati riportati successivamente dai singoli Comuni non ci hanno consentito di provare questo assunto.

“Sebbene negli ultimi anni i vincoli imposti dal patto di stabilità interno siano stati superati – sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – molti Comuni continuano a liquidare i propri fornitori con tempi abbondantemente superiori a quelli stabiliti per legge. In particolar modo al Sud. Nelle grandi Città Metropolitane, inoltre, dove le spese sono sensibilmente superiori a quelle sostenute dalle amministrazioni di medie e piccole dimensioni, lo stock degli insoluti rimane ancora elevato e in molti casi addirittura in aumento rispetto agli anni precedenti. Come nei casi di Roma, Milano, Torino, Cagliari e Venezia”. 

Dai dati ricavati dalla lettura dei siti Internet, il Comune di Roma è quello più indebitato: al 31 dicembre 2018 i fornitori dell’amministrazione capitolina (pari a 4.966 imprese) avanzavano 1,5 miliardi di euro.

Nella graduatoria dei “peggiori” pagatori scorgiamo anche il Comune di Napoli con 432,2 milioni di mancati pagamenti (599 imprese creditrici), il Comune di Milano con 338,2 milioni di euro (2.124 imprese creditrici), l’Amministrazione comunale di Torino con 299,1 milioni (1.161 aziende creditrici) e il Comune di Palermo con 137 milioni (909 imprese in attesa di essere liquidate).

Da segnalare, invece, la straordinaria performance dei Comuni di Brescia, Ferrara e Trapani: a fine dicembre hanno dichiarato di non avere alcun debito nei confronti dei propri fornitori.

I peggiori pagatori

  • Roma – 1,5 miliardi con 4.966 aziende
  • Napoli – 432,2 milioni con 599 aziende
  • Milano – 338,2 milioni con 2.124 aziende
  • Palermo – 137 milioni con 909 aziende

I comuni virtuosi

  • Brescia – zero debiti
  • Ferrara – zero debiti
  • Trapani – zero debiti

La Cgia, infine, sottolinea che la cattiva abitudine a pagare in ritardo i propri fornitori non riguarda solo la P.a, ma anche i committenti nei rapporti commerciali tra le imprese private. Secondo l’indagine condotta a livello europeo da Intrum Justitia, nel 2018 le imprese italiane hanno saldato i propri subfornitori mediamente dopo 56 giorni (peggior risultato a livello europeo dopo il Portogallo), anche se questo lasso di tempo è comunque al di sotto dei canonici 60/90 gironi. Nulla comunque a che vedere con i tempi registrati in Francia (42 giorni), nel Regno Unito (27 giorni) e in Germania (24 giorni). La media Ue, invece, è di 34 giorni: 22 giorni in meno che da noi.

È ricerca affannosa di nuovi capitali per mettere in sicurezza Carige, in una partita che si snoda fra Genova, sede della banca, Roma, sede del governo, e Francoforte, da dove la Bce vigila sull’istituto. Dopo la ritirata di Blackrock, con un annuncio all’ultimo minuto seguito a settimane di trattative, è stato fatto filtrare l’interesse di altri tre fondi, ipotizzando un ritorno di fiamma da parte di Varde, che si è sfilato dalla partita ad aprile, di Apollo, che con Carige ha già chiuso operazioni negli scorsi anni, e di Warburg Pincus.

Nel settore finanziario tuttavia queste voci sollevano molte perplessità e vengono accolte con scetticismo. L’unica cosa certa è che i commissari nominati a gennaio dalla Bce per traghettare in salvo l’istituto, ovvero gli ex ad e presidente, Fabio Innocenzi e Pietro Modiano, assieme a Raffaele Lener, siano al lavoro per cercare una soluzione cosiddetta ‘di mercato’, ovvero per evitare che si debba ricorrere alla ricapitalizzazione precauzionale con l’ingresso dello Stato nel capitale. Anche questo paracadute, che il governo ha predisposto lo scorso gennaio, assieme a uno sulla liquidità che è già stato usato, potrebbe tuttavia non aprirsi: ad autorizzare un’operazione di questo tipo dovrebbe essere la Bce, come fatto per Mps.

“Non si può escludere nulla”

Al tempo stesso lo spettro di un intervento di questo tipo aleggia. “Speravo che l’operazione Blackrock potesse andare in porto: ora non si può escludere nulla. Abbiamo bisogno che ci sia un’operazione che metta in sicurezza quella banca anche perché in caso di un crollo del sistema Carige, rischia di portare dietro altre banche ma, soprattutto di avere un’altra moria di tantissime imprese”, ha detto Edoardo Rixi, viceministro dei Trasporti in quota Lega, dopo che ieri premier e ministro dell’Economia avevano spinto per una soluzione di mercato.

Le altre alternative sul tavolo sono un nuovo intervento delle altre banche, che già a novembre si sono fatte carico di un bond subordinato da 320 milioni per puntellare il capitale dell’istituto ligure, o quello di seguire la strada usata per risolvere la crisi di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Sul primo fronte sono diversi gli esponenti del mondo finanziario, anche di primissimo piano come l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier, che hanno lasciato uno spiraglio sostenendo che, se ci dovesse essere un nuovo intervento comune a tutto il sistema e proporzionale non si tirerebbero indietro Il Fondo interbancario di tutela dei depositi, la cui assemblea martedì avrebbe dovuto dare il via libera alla conversione del bond subordinato, terrà una riunione d’urgenza del cda lunedì a Roma per aggiornare la propria linea.

L’altra alternativa sul tavolo – fermo restando che quella estrema di un bail-in sarebbe uno choc per tutto il sistema bancario – potrebbe passare per una totale ripulitura del bilancio di Carige, con Sga e Credito Fondiario in prima fila per gestire gli npl (non performing loans, i crediti in sofferenza) dell’istituto, per arrivare a un modello con una bad bank e una good bank: la seconda sarebbe venduta a prezzo simbolico a un’altra banca con coefficienti patrimoniali sufficientemente solidi da assorbirla, la prima gestita grazie all’intervento dello Stato.

Anche questa soluzione, tuttavia, avrebbe bisogno di un avvallo preventivo da parte della Bce: l’Eurotower, già giovedì, è stata informata dai commissari di Carige e sta seguendo da vicino la situazione. Nel frattempo da Genova arriva la rassicurazione che, sul fronte della liquidità, la situazione non desta preoccupazioni.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ricorda che nei quindici giorni precedenti la data della votazione e fino alla chiusura delle operazioni di voto “è vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto”. Il divieto scatta dalle ore 24 del 10 maggio 2019 e si riferisce a tutte le competizioni elettorali in corso di svolgimento.

Si considerano i nuovi guardiani dell’informazione, i cacciatori di fake news, gli investigatori che mettono a nudo le falle dell’informazione online. La redazione della app americana “NewsGuard” è nel cuore di Manhattan, con 35 giornalisti, più i collaboratori che lavorano da casa. Attraverso un’estensione sul browser, da Chrome a Firefox e Safari, gli utenti su Internet trovano in alto a destra sulla pagina del sito un bollino verde o rosso, dipende se ha superato i test di attendibilità e correttezza. Verde, l’ha superato, Rosso, no.

Cliccando sul bollino, appare la “pagella” e si può verificare con quale ranking è stato raggiunto il giudizio complessivo. Un baffetto verde segnala, per ogni voce, il raggiungimento degli standard di correttezza, altrimenti compare una croce di colore rosso. NewsGuard conta anche su ex studenti della Columbia University, è sostenuta da donazioni e dopo aver analizzato 2.000 siti americani e 150 del Regno Unito, passerà ad analizzare l’informazione sui siti italiani: dal 13 maggio NewsGuard sbarcherà in Italia per consegnare le prime “pagelle”.

 

 

Di fatto la redazione si autopromuove come un’autorità per certificare chi fa informazione corretta. Sotto esame 9 voci che rispondono a criteri giornalistici: verificano se le notizie sono attendibili, le fonti citate chiaramente e i donatori resi pubblici, ma anche se notizie e commenti non sono separati, oltre alla presenza di titoli ingannevoli, pubblicità occulta, possibili conflitti di interesse di chi scrive e se il sito provvede informazioni chiare sui creatori di contenuti.     

I giornalisti di “NewsGuard” si muovono in questo modo: ognuno si occupa di una testata online, la analizza per giorni, poi stila la pagella che viene vagliata da un ufficio centrale. Se vengono trovate falle, viene contattata la testata, vengono segnalati i punti che non vanno e valutate le spiegazioni. Dopo alcuni giorni la valutazione verrà messa in rete. Cliccando sul bollino, rosso o verde che sia, l’utente potrà vedere la “pagella”. Il bollino verde si ottiene anche se non si ottengono nove giudizi positivi su nove, ma dipende da quali criteri di trasparenza non sono stati rispettati. 

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