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Il vicepremier M5s Luigi Di Maio torna a rivendicare l’approvazione di reddito di cittadinanza e quota 100, e sostiene che con queste misure “si rifonda lo Stato Sociale” e “si sancisce che lo Stato deve pensare prima di tutto alle persone più deboli della sua comunità perché nessuno deve rimanere indietro. È un nuovo diritto per gli italiani. Il diritto a non essere lasciato solo. Mai”. In un post sul blog delle stelle Di Maio accenna poi al referendum per abolire il reddito di cittadinanza, che definisce “la risposta degli ex paladini dell’austerità al ritorno dello Stato sociale”. “Vogliono fare un referendum? Lo facciamo. Vadano avanti. Avere tra i promotori Renzi e Boschi – ironizza Di Maio – gli porterà sicuramente fortuna”. 

La Cina ha offerto un piano di aumento delle importazioni dagli Usa della durata di sei anni per azzerare il surplus commerciale con Washington. Lo rivela l’agenzia Bloomberg, che cita fonti a conoscenza delle trattative. Il surplus commerciale della Cina nei confronti degli Stati Uniti è stato pari a 323 miliardi di dollari lo scorso anno, secondo i dati diffusi da Pechino lunedì scorso. Il piano offerto dalla Cina prevederebbe un aumento delle importazioni dagli Usa che varrebbe, combinato, mille miliardi di dollari per portare a zero il surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti entro il 2024.

La proposta cinese sarebbe stata presentata a funzionari statunitensi agli scorsi colloqui sul commercio, che si sono tenuti a Pechino tra le delegazioni dei due Paesi, dal 7 al 9 gennaio scorsi, e secondo fonti di Cnbc, sarebbe legata alla rielezione del presidente Usa, Donald Trump, alla Casa Bianca, nel 2020.

La tregua tariffaria

Il 1 dicembre scorso, a Buenos Aires, Trump e il presidente cinese, Xi Jinping, hanno concordato una tregua di novanta giorni nella disputa tariffaria: ai colloqui di inizio gennaio è previsto un seguito, a Washington, il 30 e 31 gennaio prossimi, dove sarà presente una delegazione cinese guidata dal vice primo ministro Liu He, il principale consigliere economico di Xi. Qualora Cina e Stati Uniti non trovassero una soluzione accettabile alla disputa tariffaria, Trump aveva minacciato di innalzare i dazi su duecento miliardi di dollari di merci esportate dalla Cina verso gli Stati Uniti dal 10% attuale al 25% e di colpire con nuove tariffe altri 250 miliardi di dollari di export cinese verso gli Usa. 

Tap rassicura circa l’assenza di contaminazione da cromo esavalente nel cantiere di San Basilio, a Melendugno (Lecce), dove sono in corso i lavori per la realizzazione del microtunnel. Nei giorni scorsi il movimento No Tap aveva lanciato l’allarme per il possibile inquinamento legato alla qualità del cemento utilizzato per costruire il pozzo di spinta del gasdotto. “Con l’obiettivo primario di rassicurare la popolazione sull’assenza di pericoli per la salute legati alle attività in corso – si legge in un comunicato – Tap ribadisce che, come riportato dettagliatamente nella relazione di Arpa Puglia del 29 dicembre 2018, non c’è alcuna contaminazione nelle acque sotterranee e nei terreni in prossimità del cantiere di San Basilio, sia negli strati superficiali che in quelli più profondi, per tutti i parametri analizzati, inclusi quelli individuati nel protocollo operativo (arsenico, manganese, cromo totale, cromo esavalente e nichel).

Nel frattempo il Comune di Melendugno ha diffidato Tap dal proseguire nelle opere dopo la diffusione dei risultati delle analisi di Arpa. A tal proposito Tap sostiene che “il rilascio di cromo esavalente da un campione di cemento carotato dal manufatto in opera e’ di 11.3 microgrammi/litro, è mille volte inferiore al valore di 11.3 milligrammi/litro riportato dal Comune”.

Leggi anche: Cosa cambierà con il Tap

Amazon? Sì, forse. Hulu? “Inesistente” fuori dagli Stati Uniti. Secondo Netflix il vero concorrente è Fortnite. Sì, il videogioco. La piattaforma di streaming ha diffuso i dati (singhiozzanti) del quarto trimestre. Ma, scorrendo oltre il bilancio, una delle cose più interessanti della lettera agli azionisti è l’idea (molto allargata) di competizione.

Il bene più prezioso è il tempo

Netflix è il leader indiscusso tra le piattaforme che trasmettono in streaming serie tv e film. Il settore è sempre più affollato e sempre più lo diventerà: ci sono già Amazon, Hbo e Hulu. Arriverà presto Disney, probabilmente Apple. Ma Netflix sembra avere altre preoccupazioni e altri avversari: i videogiochi e YouTube.

“Competiamo con Fortnite più che con Hbo”, scrive Netflix. “Quando YouTube non è stato raggiungibile per alcuni minuti a livello globale, lo scorso ottobre, le nostre visualizzazioni e le iscrizioni sono aumentate. Per quanto riguarda il tempo di visione, Hulu è molto piccolo rispetto a YouTube. Ha successo negli Stati Uniti ma è inesistente in Canada, mentre la nostra penetrazione è simile in entrambi i Paesi”.

“L’attenzione non è su Disney, Amazon o altri”, spiega Netflix, ma su tutte “le altre attività che fanno trascorrere tempo davanti a uno schermo”. In questo scenario, l’unica cosa che la piattaforma può fare è investire “sulla qualità dell’esperienza che offriamo”. Cioè contenuti originali ed evoluzione tecnologica. I toni non sono gentili nei confronti di Hbo e Hulu, ma le dichiarazioni non sono poi così muscolari. Anzi. In questa visione ampliata della concorrenza, gli avversari non sono più pochi e più piccoli ma, come dice Netflix, “migliaia”. Perché l’obiettivo non è conquistare una quota di mercato tra servizi simili (le altre piattaforme di streaming) ma una risorsa aperta a chiunque fornisca contenuti su un display: il tempo degli utenti.

I numeri del bilancio

La trimestrale è stata contrastata: utile in calo (come previsto), fatturato in crescita ma leggermente sotto le stime e previsioni un po’ opache per il trimestre in corso. Le buone notizie però arrivano dagli utenti, che aumentano. Il fatturato è stato di 4,19 miliardi, in crescita del 27,4% anno su anno ma leggermente sotto le stime di Wall Street (4,21 miliardi).

L’utile netto (134 milioni di dollari) ha invece superato le attese ma fatto segnare un deciso calo rispetto al trimestre precedente (-66%) e al quarto periodo del 2017 (-28%). Il dato pesa, perché dà un’idea di quanta pressione possano esercitare la dispendiosa produzione di contenuti originali. Costi che si riflettono anche sul flusso di cassa: nell’ultimo trimestre Netflix ha bruciato 1,3 miliardi e nell’intero anno 3. A penalizzare il titolo, però, ci sono le prospettive del primo trimestre 2019: utile per azioni di 56 centesimi e fatturato a 4,49 biliardi, contro stime di 82 centesimi e 4,61 miliardi.

Margini in cerca di stabilità

La piattaforma lo aveva anticipato lo scorso ottobre: i margini caleranno parecchio. Il margine operativo della scorsa trimestrale era arrivato al 12%, ben oltre le aspettative degli analisti e le prospettive della stessa Netflix. Che, però, anziché evidenziare il dato positivi, aveva avvertito: non è tanto legato a più incassi o a una maggiore efficienza ma a uno slittamento delle spese.

Netflix non aveva ancora aperto il portafogli per la produzione di alcune serie tv e film e avrebbe dovuto farlo tra quarto trimestre 2018 e primo del 2019. E così è stato. Ecco perché il margine operativo si è assottigliato parecchio rispetto a qualche mese fa (al 5,2%). Colpa “dei molti titoli lanciati nel trimestre”. Dovrebbe riprendersi tra gennaio e marzo, toccando l’8,9%: sarebbe uno degli effetti dell’aumento dei prezzi negli Stati Uniti, annunciato da Netflix alla vigilia della trimestrale.

Utenti: il punto di forza

Il dato migliore è quello che riguarda gli utenti: 8,8 milioni di nuovi abbonati (meglio del previsto), con un incremento di 1,5 milioni negli Stati Uniti e di 7,3 milioni all’estero. In un anno, Netflix ha guadagnato 29 milioni di utenti e adesso ne conta 139 milioni. Il numero di nuovi iscritti è sempre importante, ma lo è soprattutto in questo periodo: l’annuncio del rincaro aveva bisogno di una “rete di protezione”. Che nel caso di Netflix non poteva che essere la prospettiva di un pubblico in aumento. La piattaforma potrà verificare gli effetti del ritocco dei prezzi sugli abbonati statunitensi nel trimestre in corso.

Quindi occhi puntati su questo dato anche nel primo periodo del 2019. Sarà un’importante prova di tenuta su un fattore fondamentale anche se non iscritto a bilancio: la fedeltà degli abbonati. Tradotto: quanto sono disposti a spendere per guardare film e serie tv.

Mercato internazionale: il serbatoio da sfruttare

Da diversi trimestri, Netflix cresce molto di più all’estero che in casa propria. È normale: il mercato Usa è più saturo e meno ampio rispetto al resto del mondo. La platea internazionale pesa già molto di più in termini di utenti (80,7 milioni contro 58,5 milioni) ma non abbastanza sul fatturato (poco più del 50%).

Questo significa che Netflix guadagna molto, ma molto di più da un utente americano che da uno internazionale (il margine è vicino al 30% nel primo caso e al 4% nel secondo). Si deve a diversi fattori. Primo: entrare in un mercato costa. È poi molto probabile che negli Stati Uniti siano più diffusi gli abbonamenti meno economici.

Va poi ricordato che l’esordio in mercati nuovi passa dalle prove gratuite (nell’ultimo trimestre 7,1 milioni all’estero e 2 negli Usa), dalle quali Netflix non incassa nulla. Tra gennaio e marzo, la distanza in termini di margini dovrebbe mantenersi costante. Perché la platea internazionale crescerà molto e inizierà a pagare con più costanza, ma quella statunitense subirà il rincaro degli abbonamenti. Nel prossimo futuro, molto dipenderà dal tempismo di Netflix sul mercato internazionale: ritoccherà i prezzi per iniziare a trasformare le potenzialità inespresse in cassa, ma dovrà farlo al momento giusto per evitare di frenare il ritmo dei nuovi abbonamenti.

Il sistema operativo per serie interattive

Il 28 dicembre Netflix ha pubblicato “Black Mirror: Bandersnatch”, il suo primo film interattivo: consente agli spettatori di prendere decisioni al posto del protagonista e indirizzare la storia. È solo il primo esperimento di tanti che seguiranno. Per Bandersnatch, scrive Netflix, “abbiamo creato migliaia di percorsi diversi, inclusi molti finali.

Questo livello di complessità ha reso necessaria la creazione di un sistema per rendere gestibile la narrazione”. Netflix lo ha battezzato “Branch Manager”. È in sostanza un’impalcatura tecnologica e creativa che ha supportato lo sceneggiatore del film. È lo scheletro sul quale far nascere molte altre serie: “Useremo il Branch Manager per costruire ulteriori progetti interattivi in futuro”, afferma la compagnia.

“Abbiamo la sensazione – ha aggiunto nella conferenza con gli analisti il capo dei contenuti Ted Sarandos – che funzioni su tutti i tipi di narrazione”. Sarandos ha sottolineato come il film non abbia solo generato l’entusiasmo del pubblico ma anche, ma anche di sceneggiatori e registi, che “sbavano per un’opportunità come questa”.

È paralisi sulla presidenza della Consob. Malgrado le intenzioni sbandierate dagli ‘azionisti’ M5s e Lega di procedere al più presto alla nomina, vacante dalle dimissioni di Mario Nava, quattro mesi fa, nella maggioranza non si intravede una via di uscita all’impasse. Secondo qualificate fonti governative M5s, l’unica soluzione in campo rimane, al momento, la ‘prorogatio’ dei commissari che stanno gestendo la Commissione nazionale per le società e la Borsa, in attesa che si plachino le tensioni all’interno del Movimento e, soprattutto, che si trovino nomi alternativi a quello di Marcello Minenna, fortemente sponsorizzato da una parte dei pentastellati ma sul quale sono noti i dubbi dei livelli istituzionali cui spetta la nomina, ovvero Palazzo Chigi e Quirinale.

Un’interrogazione spinosa

Lo scontro aperto si è sfiorato martedì con l’interrogazione “al presidente del Consiglio” sottoscritta da tutti i componenti M5s in commissione Finanze alla Camera – presieduta da Carla Ruocco – primo firmatario Raffaele Trano. Nell’interrogazione, poi ritirata, si sottolineava come “dal maggio 2018 ad oggi i mercati finanziari nazionali avessero perso circa 40 miliardi di euro di capitalizzazione, lo spread Btp/Bund ha superato i 320 punti base nel mese di dicembre 2018 assestandosi a 260 punti base nel gennaio 2019” e come “il comparto bancario abbia subito le maggiori perdite anche a causa della stretta correlazione tra spread, regole contabili e quotazione di mercato”.

“Al fine di tutelare la stabilità dei mercati finanziari, il risparmio dei cittadini, gli investimenti esteri nell’economia italiana, la stabilità dei conti della Repubblica si reputa necessario e senza ulteriori attese l’immediata nomina del presidente della Consob”, si chiedeva. “Si precisa altresì che la mancata nomina rappresenterebbe un grave atto censurabile sul piano politico ed istituzionale e, per tal motivo, sarà necessario individuare le dovute responsabilità”, si minacciava. In conclusione, si chiedeva a Giuseppe Conte “se intenda predisporre tutte le opportune iniziative volte ad approvare nel prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 17 gennaio 2019 la delibera di nomina del presidente della Consob”.

Chi sostiene Minenna e chi no

L’interrogazione – dai toni abbastanza inusuali – è stata subito ritirata ma è stata letta come una “mossa contro il premier e contro l’esecutivo”, viene riferito. Ed è stata vista, da chi nel M5s non spinge per Minenna, come una mossa per forzare sul suo nome. Tra i pentastellati, i principali fan dell’ex assessore di Virginia Raggi sarebbero la stessa Ruocco, Elio Lannutti, Alessio Villarosa e Roberta Lombardi. Il nome, in realtà – confermano fonti qualificate 5 stelle – sarebbe gradito a tutti, leghisti compresi, “perché è di rottura”. Luigi Di Maio ha detto che su di lui c’è l’accordo con la Lega. E ieri Matteo Salvini è uscito per la prima volta allo scoperto e ha confermato l’intesa.

Quel nome, è cosa nota, non è gradito al Quirinale, che chiede un nome indipendente e non ha gradito la vicenda del ricorso collettivo di 12 dirigenti Consob contro la promozione di Minenna. Ma al momento nessun nome è stato avanzato ufficialmente e dunque l’impressione, a volte, guardando dal Colle verso gli altri Palazzi della politica, è che si cavalchino i dubbi, reali, del Presidente per evitare di compiere scelte indigeste a settori della maggioranza. Mentre fonti parlamentari sottolineano che allungare i tempi del rinnovo dei vertici della Consob allargherebbe, di fatto, il tavolo anche all’altra partita calda delle prossime settimane: quella dell’Inps.

Enel green power España, la società di Endesa per le rinnovabili, ha avviato la costruzione di tre parchi eolici con una capacità complessiva di circa 90 MW ripartita fra le municipalità di Allueva, Fonfría, Mezquita de Jarque, Fuentes Calientes, Cañada Vellida e Rillo nella provincia spagnola di Teruel, in Aragona. L’investimento totale nei tre impianti è pari a circa 88 milioni di euro.

“Siamo felici di annunciare l’avvio della costruzione dei nuovi parchi eolici di Allueva, Sierra Pelarda e Sierra Costera I, grazie ai quali la nostra capacità rinnovabile totale in fase di costruzione in Spagna sale a circa 900 MW”, ha commentato José Bogas, amministratore delegato di Endesa. “Questi impianti segnano l’accelerazione di una nuova ondata di crescita nel campo delle energie rinnovabili che Endesa intende portare avanti nei prossimi anni, guidando la transizione energetica in Spagna”.

“Con la costruzione di questi impianti, riaffermiamo il nostro impegno a valorizzare l’approccio sostenibile e innovativo di Enel a favore della provincia di Teruel e della Spagna nel suo insieme”, ha aggiunto Antonio Cammisecra, responsabile Enel green power, la business line globale per le rinnovabili del Gruppo Enel. “Con un infaticabile lavoro mirato ad accrescere la nostra capacità installata solare ed eolica stiamo diversificando concretamente il mix energetico spagnolo e aiutando il paese a raggiungere i suoi obiettivi in materia di rinnovabili”.

I tre parchi eolici entreranno in esercizio entro la fine del 2019 e, una volta completati, genereranno oltre 295 GWh l’anno, evitando l’emissione in atmosfera di circa 196.000 tonnellate di CO2 all’anno. La capacità prevista del parco di Allueva (7 turbine) supera i 25 MW, mentre quella del parco eolico Sierra Pelarda (4 turbine), a Fonfría, è di circa 15 MW. Il più grande dei tre impianti, Sierra Costera I (14 turbine), avrà una capacità di circa 50 MW e sarà ubicato nelle municipalità di Mezquita de Jarque, Fuentes Calientes, Cañada Vellida e Rillo.

Con queste strutture, Egpe porta a un totale di sei il numero di parchi eolici in costruzione nella provincia di Teruel, compresi quelli di Muniesa, Farlán e San Pedro de Alacón, che entreranno in operazione entro la fine del 2019. I sei parchi eolici avranno una capacità installata complessiva di circa 218 MW e genereranno circa 708 GWh l’anno, evitando l’emissione in atmosfera di circa 470.000 tonnellate di CO2.

“Nella costruzione degli impianti”, si legge in una nota, “Egpe adotta una varietà di strumenti e metodi innovativi, inclusi i droni per il rilevamento topografico, tracciamento intelligente di componenti di turbine eoliche, nonché piattaforme digitali avanzate e soluzioni software per monitorare e supportare a distanza le attività del cantiere e la messa in servizio degli impianti. Questi processi e strumenti consentiranno una raccolta dei dati più rapida, precisa e affidabile, migliorando la qualità della costruzione e facilitando la comunicazione tra le squadre dentro e fuori cantiere.

Inoltre, la costruzione dei tre impianti sarà basata sul modello ‘Sustainable Construction Site’ di Enel green power, che prevede l’installazione di pannelli solari fotovoltaici in ogni cantiere per soddisfare parte della domanda energetica e l’adozione di misure per il risparmio idrico, con l’installazione di serbatoi d’acqua e sistemi di raccolta dell’acqua piovana. Una volta completati i lavori di costruzione, sia i pannelli fotovoltaici che le attrezzature per il risparmio idrico saranno donati alle municipalità su cui insistono gli impianti, per uso pubblico”.

I sei parchi eolici in costruzione a Teruel fanno parte dei 540 MW aggiudicati da Egpe nell’asta pubblica per le rinnovabili indetta dal governo spagnolo nel maggio 2017. La società investirà circa 434 milioni di euro per costruire 13 parchi eolici nell’Aragona, pari a una capacità totale installata di oltre 380 MW e una produzione annua attesa di 1.240 GWh. I restanti 160 MW di capacità eolica verranno ripartiti fra Andalusia, Castiglia-Leone, Castiglia-La Mancia e Galizia. A regime, i nuovi impianti genereranno circa 1.750 GWh l’anno. Egpe si è inoltre aggiudicata 339 MW di capacità solare nell’asta pubblica del luglio 2017.

L’investimento nella costruzione di capacità eolica e solare di 879 MW, aggiudicata nelle ultime due aste pubbliche, supererà gli 800 milioni di euro, a fronte di un incremento di circa il 52,4% della capacità di Egpe con la messa a regime dei nuovi impianti. 

Il 5G non è più solo progetti e ipotesi: la prima telefonata tra due cellulari sulla rete mobile di quinta generazione è stata fatta a Shenzen, in Cina, dove ha il suo quartier generale ZTE, uno dei player principali della nuova tecnologia. China Unicom ha realizzato la prima chiamata 5G al mondo sul campo con lo smartphone prototipo di ZTE dopo i test dello scorso novembre in laboratorio.

Oltre alla chiamata vocale sono stati provati servizi come la chiamata vocale di gruppo Wechat, i video online e la navigazione web.

Si tratta di fatto del primo test commerciale al mondo in cui viene effettuata una chiamata in modalità NSA, conforme al Rel-15 3GPP. Il test ha adottato la soluzione end-to-end 5G di ZTE, e ha connesso lo smartphone prototipo 5G di ZTE alla rete di accesso radio, a quella principale e a quella di trasporto. Sono state verificate diverse tecnologie chiave 5G come Massive MIMO, 5G NR, connettività doppia NSA, tecnologia di trasporto FlexE e 5G Common Core.

Conosciuta come “la città dell’innovazione”, Shenzhen è una delle prime città pilota 5G di China Unicom. Shenzhen sta verificando pienamente le capacita’ di rete delle apparecchiature di rete 5G, i servizi speciali, il roaming e l’interconnessione dei servizi, gettando così una solida base per l’intera costruzione commerciale della rete 5G. 

Salvata dallo Stato nel 2017 con una pesante iniezione di capitali pubblici, MontePaschi è tornata sotto i riflettori questa settimana per il rischio che l’istituto abbia bisogno di nuovi sostegni per evitare il fallimento. In Borsa lunedì scorso, 14 gennaio, il titolo è caduto di botto del 10% e il ribasso è proseguito il giorno dopo con un’altra perdita del 7,6% a 1,25 euro. La situazione si è poi stabilizzata e ieri sera l’azione ha segnato un prezzo di chiusura di 1,24 euro.

A innescare la caduta è stata la comunicazione, diffusa dalla stessa banca senese  nella serata di venerdì 11 gennaio, che la Banca centrale europea (Bce) ha raccomandato all’istituto di azzerare nei prossimi sette anni i 7 miliardi di euro di crediti deteriorati che ha in portafoglio. Secondo le stime di alcuni analisti questa operazione comporterebbe per il MontePaschi una riduzione del patrimonio di 1,1 miliardi di euro.

Il monito della Bce

La brutta notizia  è arrivata dopo solo un mese dalla forzata rinuncia della banca  a emettere un bond, programmato da tempo, per raccogliere 750 milioni di euro. L’operazione era stata preparata per fine novembre, ma arrivò a coincidere con il periodo di massima tensione sui mercati finanziari a causa delle polemiche fra Roma e Bruxelles sulla manovra 2019, con conseguente innalzamento dello spread. Il cda decise di accantonare l’operazione per non rischiare di andare a pagare interessi spropositati. Decisione saggia, ma intanto le casse piangono e la raccomandazione della Vigilanza della Bce, guidata da gennaio dall’italiano Andrea Enria, aumenta le preoccupazioni per il futuro.

“Nelle prossime settimane avremo un problema Montepaschi? Forse sì…”. Domenica 13 gennaio, prima ancora della caduta in Borsa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, aveva sottolineato che il governo potrebbe essere obbligato a tornare a occuparsi di MontePaschi.

Il decreto per la nazionalizzazione finalizzata al salvataggio pubblico risale al dicembre 2016 e ha comportato in totale l’esborso da parte dello Stato, per evitare il fallimento della banca, di 6,9 miliardi di euro. In cambio di questa cifra il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) è diventato il primo azionista con 68% del capitale.

Il valore attuale dell’Istituto

Ai prezzi delle azioni di oggi il 100% della banca vale 1,42 miliardi, di conseguenza la quota del Mef vale 965 milioni. Sono stati bruciati 5,9 miliardi di denaro pubblico.  Questo è il giudizio della Borsa. Ma le quotazioni di Borsa per definizione oscillano, e in teoria non sarebbe da escludere un recupero in futuro.

Non da escludere, ma sicuramente difficile, stando a quanto ha scritto la Vigilanza della Bce al termine dello Srep, sigla che sta per “Supervisory review and evaluation process”. Nella lettera inviata al management di Siena lo scorso 5 dicembre, gli uomini della Bce hanno sottolineato alcuni rischi e punti di debolezza, che non riguardano solo la gestione dei crediti deteriorati. Particolare attenzione è stata posta sulla redditività della banca, che è inferiore a quella prevista nel piano di rilancio concordato fra il governo italiano, la Bce e la Commissione Ue.

Dopo avere chiuso il 2017 con una maxi-perdita di 3,5 miliardi di euro, il MontePaschi ha realizzato nei primi nove mesi del 2018 un utile di 379 milioni di euro. Fra tre settimane la banca annuncerà i risultati dell’intero 2018. Alcuni analisti si aspettano un utile di poco superiore ai 300 milioni e partendo da questa base, osservano, sarà difficile che   profitti del 2021 arrivino a 1,2 miliardi di euro, come previsto dal piano.

Cosa prevede il piano

L’accordo con Bce e Ue prevede che entro metà 2019 il governo italiano dica come intende uscire dall’azionariato della banca, obiettivo fissato per il 2021. Finora le ipotesi riportate dalla stampa indicano la possibile cessione della quota a Poste Italiane e alla Cassa Depositi e Prestiti. E qui ci sarebbero due problemi:  1) messa in questi termini si tratterebbe di una finta privatizzazione, che potrebbe non avere il via libera di Bruxelles; 2) l’operazione deve avvenire a prezzi che rispecchino il valore di Borsa, il che significa che lo Stato rischia di perdere un sacco di soldi, a meno che da qui al 2021 il management di MontePaschi riesca a fare risalire le quotazioni dimostrando una grandissima capacità di rilancio dell’istituto.

Il tema oggi è diventato anche argomento di dibattito politico fra i partiti della maggioranza. Mentre il leader dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, non vuole sentire parlare di nuovi salvataggi di Stato per le banche (almeno non prima delle elezioni europee di maggio), la Lega sembra più propensa a farsi carico della questione. Il sottosegretario leghista Giorgetti domenica ha detto: “Entro due o tre mesi, come previsto dalla legge sulla ricapitalizzazione precauzionale, saremo chiamati a delle scelte”. Il problema è che “le anticipazioni e le valutazioni che sono giunte dall’Europa mettono in dubbio la capacità di arrivare a rispettare i programmi”. Il governo non si sottrarrà: “Io spero che Mps abbia risolto i propri problemi. Ma se non sarà così, il governo dovrà farsene carico responsabilmente. I problemi vanno affrontati”.

“Il governo auspica una soluzione privata della crisi di Carige che consenta il superamento in via definitiva delle attuali criticità”. Lo ha detto il ministro  dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle commissioni Finanze congiunte di Camera e Senato. “Il governo – ha spiegato Tria – rimane in attesa della presentazione del piano industriale entro la fine del mese di febbraio e auspica che questo agevoli l’individuazione di possibili partner in un’ottica di aggregazione e secondo logiche di mercato”. Il ministro ha quindi precisato che un’eventuale ricapitalizzazione precauzionale di Banca Carige sarebbe “una misura temporanea e l’accostamento alla nazionalizzazione sarebbe improprio”.

Nel corso del vertice governativo sul decreto su reddito e quota 100 sulle pensioni non si sarebbe affrontato il tema della presidenza di Consob. È quanto riferiscono fonti leghiste. La guida della Commissione nazionale per le società e la Borsa è vacante dalle dimissioni di Mario Nava, ormai quattro mesi fa, e il nodo della nomina del nuovo presidente è sul tavolo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e degli azionisti di maggioranza, con parte del M5s che propone l’ex assessore di Virginia Raggi Marcello Minenna, nome su cui si segnalerebbero i dubbi dei vari livelli istituzionali cui spetta la nomina. Stando a quanto si apprende, risulta invece “risolto” il tema dello stanziamento dei fondi ai disabili senza il quale la Lega aveva minacciato di non dare il via libera al reddito di cittadinanza.

Sì agli stanziamenti per Tfs e Alitalia

Al termine del vertice sul decretone su reddito di cittadinanza e quota 100, una nota di Palazzo Chigi recita: “Incontro positivo, governo soddisfatto, ci sono tutte le risorse per quota 100 e per il reddito di cittadinanza. Stasera Cdm alle ore 18 per varare il decreto. Via libera agli stanziamenti per trattamento fine servizio anticipato per tutti e per fondo volo Alitalia”. 

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