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Stop di M5s a qualsiasi ipotesi di condono fiscale. "Il M5s non è disponibile a votare alcun condono", ha detto Il vicepremier, Luigi Di Maio, a margine della visita al Micam, la fiera del comparto calzaturiero a Rho. Aggiunge Di Maio: "Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d'accordo. Se invece parliamo di condoni non siamo assolutamente d'accordo. Perché abbiamo già  visto per anni i governi Renzi e altri, fare scudi fiscali e hanno creato solamente un deterrente a comportarsi bene e hanno fatto sempre pensare che in questo Paese una via di uscita all'evasione ci potesse essere".

Forte balzo dello spread a inizio di seduta: dopo la chiusura di venerdì scorso a 236 punti, il differenziale Btp-Bund inizia la settimana a quota 249,4 punti, mentre il tasso di rendimento si attesta al 2,929%. Il differenziale tra Bonos e Bund è a 104,8 punti con un tasso dell'1,487%. Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina preoccupano gli investitori, soprattutto alla luce delle nuove indiscrezioni secondo cui Trump annuncerà a breve ulteriori dazi sui prodotti cinesi per 200 miliardi di dollari. ma non è da escludere che a incidere sul forte rialzo dello spread siano anche le preoccupazioni dei mercati in vista della presentazione della manovra da parte del governo italiano.

Aprono in ribasso anche le Borse europee: a Piazza Affari l'Ftse Mib segna -0,25% a 20.833 punti, a Londra l'indice Ftse 100 perde lo 0,19% a 7.290,31 punti, a Parigi l'indice Cac 40 cede lo 0,15% a 5.344,55 punti, mentre Francoforte lascia sul terreno lo 0,57% con il Dax che si colloca a 12.056,38 punti.

Potrebbe presto infittirsi la guerra commerciale tra Usa e Cina. Secondo quanto riportano alcuni media americani, The Washington Post e The Wall Street Journal, Donald Trump ha deciso di imporre tariffe su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi e potrebbe fare l'annuncio nei prossimi giorni. Citando fonti anonime, le due autorevoli testate hanno riferito che le tariffe sarebbero state fissate al 10%. Trump ha già imposto il 25% delle tariffe sulle importazioni di acciaio e il 10% sull'alluminio, oltre al 25% su 50 miliardi di dollari di merci provenienti dalla Cina. La prospettiva di nuove tariffe riduce le speranze di un'imminente riduzione delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino. 

"Inizialmente pensavamo a una riduzione di un punto percentuale dell'aliquota Irpef piu' bassa ma poi si opterà per una rimodulazione a partire dal 2020 con tre aliquote". Lo riferisce all'AGI il sottosegretario all'Economia, Massimo Bitonci, che fa parte del gruppo ristretto della Lega incaricato di mettere a punto il pacchetto fiscale per la manovra.
"La rimodulazione Irpef, con vantaggi per tutti i contribuenti – spiega Bitonci – sarà accompagnata da un riordino delle tax expenditure perchè ci sono 300 voci tra agevolazioni, deduzioni e detrazioni, e alcune ormai sono anti storiche".

Il ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, ha precisato il suo giudizio sull'operato di Mario Draghi, spiegando che è stato "un valente presidente" della Bce" che ha dovuto superare i vincoli della sua azione per carenze statutarie."L'abilità gli ha consentito di superare i vincoli della sua azione di fronte alle carenze statutarie, come ha confermato la Corte di giustizia investita del problema da parte della Germania", ha osservato Savona, "ma ciò ha richiesto tempo e trascinato polemiche non ancora sopite. Meglio incorporare i poteri nelle norme statutarie, affinché si affermi la volontà democratica propriamente definita e non quella puramente giurisdizionale". "Anche se non è suo compito istituzionale farlo, il ministro Savona intende riaffermare il convincimento che Mario Draghi è stato un valente presidente che ha operato in una condizione di grandi difficoltà", si legge in una nota. "Il problema", ha aggiunto, "è che le istituzioni devono essere ben regolate per ogni circostanza, cosa che attualmente manca". 

Gli italiani erano entrati nel terzo millennio con una buona dose di ottimismo. Poi, dopo il 15 settembre 2008 con la bancarotta di Lehman Brothers, tutto è cambiato. Da allora hanno perso fiducia nel futuro, hanno iniziato a diffidare dell'Europa, a guardare con sospetto gli immigrati, a 'percepire' un senso di insicurezza non giustificato dall'andamento dei reati che pure da anni risultano complessivamente in flessione.

Sono anche entrati in crisi i valori tradizionali, in primis quelli legati alla religione cattolica, così come si è affievolita la speranza di benessere alimentata, negli anni precedenti la crisi del 2008, da modernizzazione e innovazione tecnologica. Ma soprattutto è notevolmente aumentata la percentuale di coloro che si sentono esclusi dal contesto sociale ed economico e sono convinti di non poter cambiare in meglio il proprio futuro.

A registrare con grande nettezza questo mutamento radicale dell'opinione pubblica italiana è stato l'istituto di ricerca Swg che ha analizzato i trend e le dinamiche del mercato, della politica e della nostra società, pubblicati nel libro 'In modo diverso. 1997-2017: come è cambiata l'opinione pubblica italiana', a cura di Enzo Risso e Maurizio Pessato.

Il commento: Perché siamo tutti figli di Lehman Brothers, di Riccardo Luna

Lo studio evidenzia che l'opinione degli italiani ha subito, a partire dalla crisi economica scoppiata nel 2008, una vera e propria inversione di tendenza (che il sociologo polacco Zygmunt Bauman chiamava 'retropia').

Dai dati si vede, quindi, che la fiducia nell'Europa e nell'adesione dell'Italia all'Unione, che all'inizio del millennio vedeva favorevole il 70% delle persone, nel 2017 è crollata al 18%.

L'opinione degli italiani è cambiata in maniera netta negli ultimi 10 anni anche sui temi degli immigrati e dell'Islam. Se nel 2007 si diceva favorevole all'arrivo di immigrati in Italia (variabili considerate nello studio sono lavoro, criminalità e possibilità di voto) quasi la metà degli italiani (47%) mentre il 38% aveva una visione di apertura verso l'Islam, nel 2017 le cose sono cambiate in maniera significativa: la chiusura agli immigrati viene dal 65% degli italiani mentre scende al 28% la percentuale di chi non pensa che l'Islam sia sinonimo di terrorismo.

Analogamente, negli italiani la percentuale di coloro che ritiene che la microcriminalità sia aumentata è passata dal 60 al 64%. In crisi anche la fiducia su temi e valori tradizionali come la modernizzazione, il controllo del futuro e la Chiesa. In 10 anni si è assistito al rovesciamento di polarizzazione sul sentimento di modernizzazione e la fiducia nell'innovazione tecnologica è passata dal 62% del 2007 al 28% di oggi. Da sottolineare, inoltre, che l'effetto Lehman Brothers è stato dirompente e ha comportato nel solo 2008 una perdita netta di fiducia di ben 20 punti percentuali.

Cronistoria: La notte che cambiò per sempre il capitalismo

A livello sociale,la crisi ha avuto come conseguenza una perdita di fiducia da parte degli italiani e la percentuale di coloro che si sentono esclusi dal contesto sociale ed economico è passata in 10 anni dal 49 al 68%, mentre quella di coloro che si sentono sufficientemente attrezzati per governare la propria esistenza e credono di poter cambiare in meglio il proprio futuro si è ridotta dal 44 al 26%.

A risentire in negativo della crisi anche gli atteggiamenti valoriali legati alla morale cattolica e al magistero religioso: negli ultimi 10 anni si è dimezzata la percentuale di coloro che credono nella centralità dei valori cattolici (dal 51% del 2007 al 27% del 2017). 
A spiegare all'Agi i risultati della ricerca, condotta con una 'metodologia scenariale' (chiamata TrendSwg) che trova applicazione ottimale nel momento in cui la realtà osservabile è costituita da un intreccio di spinte e componenti non univoche e quindi non rappresentabile attraverso uno strumento come il sondaggio, è l'autore del libro, Enzo Risso, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore scientifico di Swg.

"Nel ventennio che ha decretato la fine delle grandi narrazioni, sancito l'affermarsi dell'era dei social network e avviato il cambio epocale verso la società 4.0 – premette Risso – partiamo dalla tendenza più evidente che si avverte nel cambiamento dei valori, degli atteggiamenti e anche delle paure degli italiani: la retropia.

Perciò osserviamo che l'opinione pubblica si esprime in maniera diametralmente opposta al passato". Gli esempi concreti riguardano temi di grande attualità, a partire dalla globalizzazione. "La percezione degli italiani si è ribaltata: nel 2002 il 61% pensava che il privato avrebbe portato vantaggi a tutti, poi dopo il crac della Lehman Brothers del 2008, questo dato è mutato fino ai giorni nostri quando quell'opinione è condivisa dal 39% delle persone", mentre l'idea che il "modello imprenditoriale privato fosse migliore è passato dal 48 al 37%".

L'ondata della crisi internazionale seguita alla bancarotta di Lehman Brothers, spiega Risso, "ha impattato su un Paese già in difficoltà e l'effetto è stato perforante per intensità e dimensione: i contraccolpi economici sono avvertiti dalla stragrande maggioranza del Paese e nel 2012 il senso di caduta arriva all'apice, con l'80% delle famiglie in difficoltà o costrette a fare tagli e a mutare prospettiva. Il quadro inizia, lentamente, a perdere un po' di nuvole negli anni seguenti".

Oggi la situazione sembra stia lentamente migliorando e "il pessimismo cala pigramente fino a oggi, con i segnali di ripresa e di lento e progressivo miglioramento anche se il 66% degli italiani è ancora pessimista".

La crisi economica ha portato anche a cambiare l'opinione degli italiani su moltissimi temi, ma il ribaltamento della percezione non è solo in chiave negativa. "Alla fase di chiusura sociale ed economica – dice Enzo Risso – si accompagna un processo di valorizzazione valoriale perché la società ha un suo ritmo interno di cambiamento e i costumi si evolvono. Così vediamo, ad esempio, che l'apertura verso i temi ambientali è cresciuta di molto: se nel 2007 era quasi una moda con un 57% di attivisti, oggi il dato è salito al 76%".

"Analogamente – continua – c'è stata un'apertura sui temi dei diritti di quarta generazione (convivenza, omosessualità, eutanasia) o sulla fiducia nella scienza, passata dal 66% di contrari del 1998 al 24% di oggi, o, ancora, sulla tecnologia come mezzo per migliorare la vita dell'uomo di cui sono convinti l'88% degli italiani contro il 65% di inizio secolo".

Dalla crisi economica innescata dal crac Lehman Brothers, da come la classe dirigente l'ha affrontata senza risolvere molti problemi è scaturito uno scenario politico nuovo che Enzo Risso illustra all'AGI dandogli una valenza filosofica oltre che sociale. "Oggi viviamo la fine dell'epoca post-moderna – spiega Enzo Risso – e assistiamo al ritorno delle narrazioni. E queste sono destinate a cambiare la società e la politica e sostituire i classici concetti di destra e sinistra".

"Ne abbiamo individuate tre a cui abbiamo dato definizioni ben chiare: 'Prima gli italiani', 'Popolo contro elite' e 'Comunanza umanistica'. La prima narrazione cosiddetta 'primatista' è popolare e parla a tutti i ceti sociali: propone una soluzione difensiva e mette al centro gli italiani. E' una narrazione di cui il 'sovranismo' di cui si parla tanto è un sottoprodotto in quanto riguarda la difesa della nazione. In Italia è identificabile politicamente con la Lega.

 

"La seconda narrazione è quella per cui bisogna contrastare la cosiddetta 'casta', i corrotti, e oggi è incarnata dal Movimento 5 stelle anche se la Lega ha la tendenza a entrarvi dentro. Infine – prosegue Risso – c'è la 'Comunanza umanistica', la narrazione che raccoglie istanze di solidarietà, altruismo, eguaglianza e mutualismo e oggi in Italia rappresenta il 25% della popolazione, per la quale un altro capitalismo è possibile, un capitalismo più umano. Chi crede in questa narrazione oggi non ha un leader di riferimento nè un partito, non solo in Italia. L'unico che può essere considerato la sintesi politica di questa narrazione è il senatore Bernie Sanders negli Usa".

Lo scenario così analizzato, conclude Enzo Risso, "porta a dire che nel prossimo futuro non ci sarà più una divisione tra destra e sinistra, ma ci saranno i 'primatisti' da una parte e quello che prevarrà tra 'Popolo contro elite' e 'Comunanza umanistica' dall'altra". 

Aggiornato alle ore 13,00 del 14 settembre 2018.

A partire da gennaio le pensioni minime saranno portate a 780 euro: ad annunciarlo è il viceministro dell'Economia, Laura Castelli. In un'intervista a La Stampa, l'esponente M5s assicura che il reddito di cittadinanza "è la base attorno alla quale ruota l'intera manovra. Partiremo il primo gennaio con le pensioni di cittadinanza, portando le minime a 780 euro. Intanto ci occuperemo della riforma dei centri per l'impiego. Abbiamo calcolato che ci vogliono 3-4 mesi. Successivamente partirà il reddito di cittadinanza".

Quale sarà la platea? "Quella prevista dal contratto. Tutti coloro che sono al di sotto della soglia di povertà. Costera' 10 miliardi. Le risorse ci sono. Alcune sono quelle già esistenti nel bilancio dello Stato, altre saranno frutto delle razionalizzazioni delle misure di sostegno al reddito che oggi non funzionano. Infine ci sono le coperture che avevamo indicato nel programma". Per disincentivare il nero, ha spiegato Castelli, "creeremo un'identità digitale del reddito di cittadinanza". 

Il viceministro ha poi smentito che Tria abbia minacciato le dimissioni per dissidi relativi alle coperture sul reddito di cittadinanza: "A me non risulta. Da settimane, assieme al viceministro della Lega Massimo Garavaglia, facciamo riunioni con lui. Nessuno critica l'altro. Ci sono discussioni tecniche, reciproche sollecitazioni. Tria è consapevole delle esigenze politiche, e convinto delle nostre ragioni, altrimenti non avrebbe accettato di far parte di un governo così particolare".

Il reddito di cittadinanza sarà avrà un'identità digitale, ha detto la Castelli alla Stampa. "Con il team di Diego Piacentini, commissario per l''Agenda digitale, stiamo mettendo insieme tutte le banche dati necessarie, Inps, centri per l'impiego, centri di formazione. Digitalizzeremo la domanda e l'offerta, facendo incontrare chi cerca e chi offre lavoro, ma avremo anche un borsellino elettronico per i pagamenti. Così si eviterà l'evasione, la corruzione, i furbetti".

Cinquant'anni fa bastavano 475 mila lire (4.700 euro di oggi) per comprarsi una Fiat 500, l’auto più richiesta dell’epoca; oggi la vettura più economica tra quelle più "gettonate" è la Dacia Sandero, che però parte da 7.450 euro, ben il 56% in più. L’evoluzione dell’automobile in Italia, negli ultimi 50 anni, non è però legata solo una questione di prezzo. 

Stando a quanto riporta il sito DriveK, che ha confrontato le 20 auto più richieste dagli italiani nel '68 e le 20 più cercate sul web nel 2018, sono cambiati più volte anche i gusti, anche se poi ciclicamente sono tornati a essere gli stessi. In mezzo secolo l’auto si è allungata dell’11%, allargata del 18% e diventata anche più pesante del 57%. Se un’Alfa Romeo 1750 non andava oltre i 1.100 chili, oggi la Jeep Compass ne segna sulla bilancia 1.505.

Negli anni gli italiani hanno puntato al comfort

Gli italiani sono innamorati di vetture sempre più voluminose e che corrono di più: la velocità massima dell’auto media tra le più richieste è infatti aumentata quasi del 32%, passando dai 132 km/h del 1968 ai 174 km/h di oggi. Diminuiscono, grazie all'innovazione tecnologica, i consumi: il calo medio è stato pari al 26%.

In cinquant'anni l'offerta di modelli è quintuplicata

Le 20 automobili nella classifica del ‘68 rappresentavano oltre il 20% dell'offerta delle case produttrici: nel 1968 erano in vendita 89 modelli, contro i 501 attuali; per numero di immatricolazioni, invece, quei 20 da soli erano l’85% del totale delle nuove vetture messe in strada. L’evidente concentrazione dell’offerta ha contribuito a rendere iconiche la Fiat 500 o l’Alfa Romeo Giulia GT Junior, ma non è stata sufficiente, forse, a far superare ad altre la prova del tempo: quanti, tra i più giovani, ricordano la Bianchina panoramica di Autobianchi.

Alcuni confronti tra le auto di ieri e quelle di oggi

Nel segno dell’amarcord si scopre che l'auto che, a listino, costava meno era la mitica Fiat 500, disponibile con sole 475 mila lire: una cifra, questa, che rivalutata in base all'indice dei prezzi al consumo ISTAT ammonta a poco più di 4.700 euro. Siamo davvero lontani dalla somma necessaria per comprare la più economica delle auto più richieste oggi, la Dacia Sandero, il cui prezzo di listino parte da 7.450 euro (ben il 56% in più).

Se l’Alfa Romeo 1750, con un prezzo di listino di 1.865.000 lire, era la più costosa tra quelle considerate nell’analisi, oggi la più cara tra le 20 macchine più richieste in rete è la Peugeot 3008, che ha un prezzo di listino di partenza superiore ai 26 mila euro. I 1100 chili dell’Alfa Romeo 1750 la rendevano anche l’auto più pesante, ma erano nulla in confronto ai 1.505 kg della Jeep Compass di oggi. L’Autobianchi 500 Giardiniera era l’auto più ecologica dell’epoca e aveva una media di 5,2 l/100km, mentre oggi con 3,8 l/100km la Renault Kadjar è il modello che consuma meno.

50 anni fa il 8,5 auto su 10 erano Made in Italy

Impossibile non notare che nel 1968 gli italiani scegliessero prevalentemente marchi italiani: le prime cinque automobili erano FIAT e 8,5 auto su 10 erano prodotte da case nazionali. Uniche straniere in classifica erano la NSU Prinz IV, la Simca 1000, l’Opel Kadett, la Renault 4 e la Volkswagen 1200 – il mitico maggiolino.

"A partire da oggi la professoressa Anna Genovese, componente della Commissione con la maggiore anzianità di istituto, assume l'incarico di presidente vicario della Consob, subentrando al presidente dimissionario, Mario Nava". È quanto comunica l'Authority di vigilanza all'indomani delle dimissioni di Nava. 

Un commissario in quota renziana

Genovese era stata nominata tra i tre commissari della Consob nel giugno 2014. Formiche la definì il "commissario col piglio renziano che vuole rottamare Vegas", ovvero un tassello delle nomine con le quali il Pd intendeva smontare la vecchia guardia tremontiana. "Firenze è il fulcro da cui si dipanano i raggi di ogni decisione dell’attuale governo", scrisse allora la rivista online "a Firenze c’è lo studio dell’avvocato e professore Umberto Tombari, grazie al quale è iniziata la carriera universitaria di Genovese. E Tombari è anche amico di Renzi e di parte del suo entourage". 

Nel curriculum pubblicato sulla pagina dell’Università di Verona, Genovese spiega di essere diventata professore ordinario di diritto commerciale nel 2004, a 39 anni, dopo essere stata “dal 2001 professore associato e dal 1998 ricercatore di diritto commerciale, presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Catanzaro”. È nata a Aci Catena, in provincia di Catania, nel 1965, e a Catania si è laureata a 24 anni con il massimo dei voti. Subito dopo essere diventata avvocato ha vinto una Borsa di Studio del Cnr per studiare al Max Planck Institut di Diritto privato internazionale di Amburgo, dove poi tornerà a fare ricerca tra il 1999 e il 2005. Nel frattempo ha fatto ricerca anche alla London School of Economics and Political Science. Dal 1994 al 1998 Genovese è stata inoltre Funzionario presso l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Di Maio: "Nomineremo un servitore dello Stato"

"Finalmente arriva la presa d'atto da parte del presidente della Consob, Mario Nava, circa la sua incompatibilità tra il distacco dagli uffici tecnici della Commissione europea e la guida di una Autorithy nazionale come la Consob. Complimenti a chi nel Movimento 5 Stelle non ha mai mollato su questa battaglia. Adesso vi prometto che nomineremo un servitore dello Stato e non della finanza internazionale", aveva commentato il vicepremier Luigi Di Maio, aggiungendo: "Volteremo pagina assicurando alla Consob un presidente che possa esercitare pienamente e liberamente il suo ruolo".

Critiche dall'opposizione: "Capisco Mario Nava. Un tecnico troppo bravo e troppo autonomo per l'attuale Governo. Peccato davvero per la Consob", scrive l'ex premier Paolo Gentiloni su Twitter.

Benvenuti nel Medioevo prossimo venturo. Arriverà: è solo questione di tempo. Nessuno, a ricordare la fine di quei giovani arroganti e sfortunati assunti dalla Lehman Brothers per finire su un marciapiede con uno scatolone pieno di faldoni di carta e matite temperate – tutto ciò che restava della loro sicumera, roba buona al massimo per un falò delle vanità – nessuno dicevamo ha osato finora sussurrare due parole di ottimismo. Eppure Wall Street tira come un toro a Pamplona, eppure la crescita è appena sotto il 2 percento anche nei paesi europei più pelandroni, eppure gli indici dicono sereno.

Sì, tutto bene, ma vallo a cercare sui giornali il titolo “La crisi è finita”, come dissero una mattina del 1934 gli americani che si erano affidati a Franklin Delano Roosevelt. Semmai è il contrario: a spulciare i ricordi, ormai a decine, che in questi giorni la grande stampa dedica all’anniversario di quella banca d’affari crollata all’improvviso, come se fosse fatta di calcestruzzo, non si trova una sola nota di ottimismo. Perché l’ottimismo morì quella mattina del 15 settembre 2008, chiuso a soffocare in una scatola di cartone.

Ha vinto il mercato, fine della storia

Fino ad allora un mondo dominato dal verbo rivelatore della globalizzazione, che non ammetteva eterodossie, e stordito dalla vittoria dell’economia di mercato sul modello dirigista-statalista-socialista, si era trastullato in una glossa del pensiero liberista. L’idea era che il mercato bastasse lasciarlo libero, e con una sua manina invisibile avrebbe sistemato tutto, anche le storture che esso stesso via via andava provocando.

Lo sosteneva persino Adan Smith, e allora perché dubitarne? Del resto chi l’aveva vinta la Guerra Fredda, l’America energizzata dalla deregulation reaganiana o quelle femminucce degli Europei, con il loro burro sul pane al posto dei cannoni? Si contentassero, quei fortunati, che erano stati salvati una seconda volta come nel ’45, e imparassero che la Storia era finita. Per sempre. Lo teorizzava anche Francis Fukuyama, uno che aveva studiato Hegel.

Ma una mattina, una banca nel South Carolina (ma poteva essere anche in Oregon come in Alabama, la sostanza è quella) convocò un padre di famiglia insolvente e gli chiese conto del ritardo nei pagamenti. Poi, di fronte ad una risposta insoddisfacente, gli portò via la casa perché così voleva Adam Smith. E fu l’inizio della fine.

Una banca piena di spazzatura

Quel povero padre infatti aveva comprato casa con i soldi di un mutuo che i guru di Wall Street chiamavano subprime. Una ciofeca che aumenta a dismisura il rischio per il debitore (al quale si può portare via la casa con facilità) ma anche per il creditore: tutto si basa sull’espansione all’infinito di quei prestiti sciagurati. Come in una piramide finanziaria di quelle inventate da Ponzi.

E quel povero padre fu solo il primo: la sua insolvenza innescò un meccanismo diabolico di altre centinaia di migliaia di insolvenze, che prima erano delle famiglie ma poi divennero delle banche e poi delle banche ancora più grandi e poi di quelle colossali e poi di quelle megagalattiche. Ed alla fine arrivarono a loro, ai ragazzotti della Lehman. La punta della piramide. Quattro miliardi di dollari di esposizione, le altre sorelle come la Barclays che si rifiutarono di intervenire, soprattutto Wall Street che perde in una sola mattina 500 punti. Ecco cosa accadde dieci anni fa. E sembrò, giustamente, una replica del ’29.

La crisi che ne scaturì, infatti, fu la peggiore da quei tempi. Una depressione mondiale dalla quale siamo usciti con grandi fatiche e facendo pagare il conto, spesso, ai meno abbienti e al ceto medio. E questo giustifica il pessimismo strisciante di questi giorni.

Se anche i giornali vedono nero 

Più che strisciante, se persino il Wall Street Journal, che pur dovrebbe essere l’avvocato d’ufficio del sistema,  parla di pericolose amnesie e di analisi avventate quanto trionfalistiche da parte degli istituti di credito. Quanto al New York Times, le previsioni sono sconsolate: i motivi per un nuovo capitombolo ci sono ancora tutti: “La Grande Recessione è ancora tra noi, nascosta appena sotto il pelo dell’acqua”.

Il problema centrale, infatti, resta ancora quello: l’impoverimento del ceto medio e delle famiglie, che da sempre sono il motore centrale dello sviluppo economico. La ricchezza, ora come 10 anni fa, proviene dalle speculazioni finanziarie, più o meno azzardate, e non dai salari che fanno da carburante all’economia reale, e viceversa. Si arricchisce chi ha portafogli di azioni, e continua a giocare in borsa o in banca. Chi va a lavorare tutti i giorni è uno che non ce l’ha fatta, e non ce la farà mai. Quanto al mercato delle case, una volta il mattone era l’investimento sicuro del ceto medio, ma i subprime hanno insegnato che è meglio starne alla larga.

Non ci si potrebbe aspettare che le cose potessero andare diversamente, se si considera che gli aiuti delle banche centrali sono andati in massima parte alle banche private. Risultato: la situazione è migliorata solo per pochi, mentre una buona metà delle famiglie americane sono esposte nei confronti del mercato azionario persino per le loro pensioni. Aumenta il gap tra ricchi e poveri, e questi ultimi sono sempre di più. Direbbe Marx: io ve lo avevo detto che il capitalismo produce l’accumulazione di quantità sempre maggiori di ricchezza in un numero sempre minore di mani.

È il ceto medio, stupido

Molti i segnali del cattivo funzionamento del sistema: gli studenti si stanno esponendo troppo per i loro percorsi universitari, aumenta il debito accumulato dalle imprese, aumenta anche la sciagurata abitudine degli investitori di prestare a compagnie ad alto rischio. Non solo: i mercati emergenti sono affogati nel debito a buon mercato, e questo si sta avvicinando pericolosamente ai mercati più solidi.

Certo, le banche ora sono più robuste di 10 anni fa, per non parlare del ’29, e il Dow Jones sale e continua a salire. Ma contemporaneamente i salari sono stagnanti, molto più di quanto non ci si dovrebbe attendere in momenti di ripresa dopo un periodo recessivo, e aumenta l’insicurezza.

Trump, la Brexit, i populismi nel Vecchio Continente sono tutte spie di una malattia che potrebbe essere conclamata quando sarà troppo tardi.

Un dazio di troppo

Uno scenario possibile lo ha tracciato l’Economist, ma fa accapponare la pelle. I dazi di Trump (che non sono un’illazione, ma una cosa già concreta) scatenano la reazione di Europa, Cina e Canada. I negoziati si sono dimostrati inutili per risolvere l’impasse. Sulle prime, comunque, gli effetti delle guerre commerciali sembrano essere modesti, e nessuno si preoccupa, ma è solo perché ancora soffia il vento della ripresa dei mesi precedenti. Però è solo questione di mesi: i costi iniziano a crescere, per chi produce e quindi per chi compra. A questo punto la Cina, o chi per essa, vede le proprie imprese soffrire, le proprie esportazioni languire e il proprio mercato finanziario deperire. Che fa? Svaluta la valuta nazionale per dare nuova spinta all’export, ma la Casa Bianca reagisce inasprendo le tariffe. La sovrapproduzione cinese trova la strada di altri mercati, dove diviene impossibile far altro che erigere nuove barriere commerciali. Il circolo diventa, da vizioso, letale.

Si blocca il commercio, si ingolfa la produzione, si perdono milioni e milioni di posti di lavoro. Il Medioevo prossimo venturo, come in un brutto phantasy.

Tutto perché, affacciandosi dalla finestra della sua Torre a Manhattan, una mattina del 15 settembre di 10 anni fa forse proprio Donald Trump osservò un centinaio di giovani rampanti portar via, nell’umiliazione generale, i loro scatoloni. Ma non volle capire cosa stesse succedendo. 

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