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Il capo del Consiglio di presidenza del governo libico di unità nazionale, Fayez al-Sarraj, ha incontrato oggi a Tripoli l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, per discutere della situazione generale della Libia in questo periodo difficile, reso ancora più complesso dalla pandemia. L’incontro, riferisce una nota, si è incentrato su un aggiornamento sul costante supporto di Eni al Paese per quanto riguarda l’accesso all’energia e la continuità del business. All’incontro era presente anche il presidente della National Oil Corporation (Noc) Mustafa Sanalla.
 

Descalzi ha confermato a Sarraj il pieno impegno della società per quanto riguarda le attività operative e progettuali nel paese e ha rinnovato l’impegno di Eni nel campo sociale, con particolare riferimento alle iniziative intraprese per supportare la Noc fornendo attrezzature medicali di protezione, diagnosi e trattamento essenziali nella risposta contro la pandemia di Covid-19.

In linea con le attività definite nel Memorandum of Understanding firmato con General Electric Company Of Libya (Gecol) e Noc, prosegue il comunicato, Eni sta dando un grande contributo al miglioramento del settore dell’energia, fornendo pezzi di ricambio fondamentali per garantire la continuità di generazione pari a 3 GW. Inoltre, Eni sta assicurando formazione e supporto tecnico per la definizione del codice di rete nazionale e per migliorare l’operabilità della rete stessa.

Inoltre, Eni sta studiando lo sviluppo di una nuova centrale elettrica a gas e sta sostenendo l’avvio di progetti pilota di energie rinnovabili nel Paese, mettendo a disposizione il proprio know-how e la propria esperienza. L’introduzione, per la prima volta, di energie rinnovabili in Libia risponderà all’aumento della richiesta di elettricità per la popolazione senza aumentare il consumo locale di idrocarburi e le emissioni di CO2.

L’ad di Eni ha anche incontrato in un bilaterale il presidente della Noc, Mustafa Sanalla, con il quale ha fatto il punto della situazione sullo stato dei progetti in corso e futuri di Eni in Libia. Particolare attenzione, rileva la nota, e’ stata dedicata ai progressi del mega progetto Structures A&E che consentirà di estendere il plateau di produzione di Bahr Essalam nei prossimi anni e assicurerà l’approvvigionamento di gas al mercato locale, di cui Eni continuerà nei prossimi anni a essere il principale fornitore. Inoltre, Noc ed Eni stanno valutando la possibilità di sviluppare ulteriormente il giacimento di Bouri, e in particolare le aree non sviluppate Ovest e Nord, con l’obiettivo di sfruttarne pienamente il potenziale.

Descalzi ha espresso al presidente di Noc apprezzamento per il continuo impegno nel garantire la continuità del business, il supporto logistico e le turnazioni del personale locale, così come per il grande sforzo fatto dal management e dagli addetti di Mellitah Oil & Gas e da tutti i contractors coinvolti nelle attività, nonostante l’attuale scenario di complessità senza precedenti. Inoltre, l’ad di Eni ha riconosciuto i grandi sforzi di Noc per cercare di risolvere il blocco della produzione dai campi di petrolio onshore libici, tra cui quelli partecipati da Eni (El-Feel e Abu-Attifel). Il blocco prolungato, oltre a compromettere i ricavi del paese, puo’ anche causare il deterioramento degli impianti esistenti di trattamento dell’olio. Eni è principale produttore internazionale di idrocarburi in Libia, dove attualmente produce 170.000 barili di petrolio equivalente al giorno equity.

Il premier spagnolo, Pedro Sanchez, propone all’Italia “Un patto per l’Europa”, per dare “una svolta all’Ue”. Il capo del governo di Madrid lancia la sua proposta dalle colonne del Corriere della Sera, nel giorno in cui riceverà il premier Conte. “Non ci siamo limitati a chiuderci in casa – dice Sanchez nell’intervista – il che già non era scontato. E’ emerso il valore e l’animo dei due popoli. In Spagna ci siamo mossi per salvare le imprese, evitare i licenziamenti, sostenere tre milioni e mezzo di lavoratori senza stipendio, aiutare un milione e mezzo di autonomi. E abbiamo introdotto il reddito minimo vitale, una misura simile al vostro reddito di cittadinanza. Ma ora l’Europa deve essere all’altezza dei suoi popoli”.

Poi Sanchez definisce il patto stretto e raggiunto tra Italia e Spagna come “necessario” e che “può portare grandi frutti all’Europa” anche se “Abbiamo avuto dissidi, ad esempio sull’immigrazion”, ma “è storico il momento che stiamo vivendo”, analizza il premier spagnolo e “se falliamo, i nostri stessi popoli ci presenteranno il conto. Se riusciamo, possiamo fare un balzo in avanti nella costruzione europea”. Conclude Sanchez: “Se avremo successo in questo momento cruciale, sono convinto che vedremo gli Stati Uniti d’Europa”.

Ieri il premier portoghese e quello italiano hanno consolidato l’asse sul Recovery Found: “Non abbiamo tempo e non possiamo accettare un compromesso al ribasso. Serve una decisione politica forte e coordinata dell’Europa. Le altre istituzioni europee, come Bce e la Commissione, hanno fatto bene. Io e Costa faremo la nostra parte affinché il Consiglio Europeo del 17 luglio sia risolutivo con un piano di rilancio efficace”, ha sottolineato in conferenza stampa Conte impegnato in un tour europeo cominciato con la visita in Portogallo ad Antonio Costa. 

L’obiettivo di Italia e Portogallo è quello di rinsaldare le posizioni convergenti rispetto all’accordo politico sul “Next Generation Eu” e sul Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027, anche perché – hanno sottolineato i due leader – “costituiscono un unico pacchetto”. Con il primo ministro Costa c’è una efficace convergenza su una risposta economica europea tempestiva e straordinaria alla crisi. 

“Non entro nei dettagli, ma la linea rossa è il livello indicato dalla Commissione Ue”, ha osservato Conte. “La risposta del Consiglio europeo deve essere all’altezza e immediata”. Il Recovery Fund “non è un assegno in bianco ma un impegno che prenderemo tutti insieme”. 

Ma da questa crisi, anche alla luce delle previsioni economiche per l’Eurozona, si capisce che “o ne usciamo tutti insieme o non esce nessuno”, ha esortato Costa. “E le previsioni sono un campanello d’allarme a Bruxelles sulla necessità di approvare una proposta, quella della Commissione, che è una proposta intelligente ed equilibrata”, ha aggiunto.

Quanto al Mes, i due capi di governo hanno assicurato di non aver affrontato il tema: “non ne abbiamo parlato, non è nei nostri principali pensieri”, ha tagliato corto Giuseppe Conte. 

AGI –  L’impatto della crisi sulle imprese “è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno”. Lo rileva l’Istat in un focus che accompagna la nota sull’andamento dell’economia italia.

Il pericolo di chiudere l’attività è più elevato tra le micro imprese (40,6%, 1,4 milioni di addetti) e le piccole (33,5%, 1,1 milioni di occupati) ma assume intensità significative anche tra le medie (22,4%, 450 mila addetti) e le grandi (18,8%, 600 mila addetti)”. 

 A livello settoriale, la criticità operativa delle imprese riflette la mappa associata ai provvedimenti di chiusura, colpendo in maniera più evidente i servizi ricettivi e alla persona: il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800 mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti).

Anche negli altri settori l’impatto è rilevante, interessando circa un terzo delle imprese della manifattura (4 miliardi di euro di valore aggiunto, 760 mila addetti), delle costruzioni (1,3 miliardi di euro valore aggiunto, circa 300 mila occupati) e del commercio (2,5 miliardi di valore aggiunto, poco meno di 600 mila addetti).

La prospettiva di chiusura dell’attività è determinata prevalentemente dall’elevata caduta di fatturato (oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019), che ha riguardato il 74% delle imprese e dal lockdown (59,7% delle imprese). I vincoli di liquidità (62,6% delle unità a rischio chiusura) e la contrazione della domanda (54,4%) costituiscono i principali fattori che hanno inciso sul deterioramento delle condizioni di operatività delle imprese mentre i vincoli di approvvigionamento dal lato dell’offerta hanno rappresentato un vincolo più contenuto (23%).

Rispetto alla performance, il rischio operativo coinvolge il 63,2% del segmento di imprese caratterizzato da una elevata fragilità (livelli limitati di produttività e alta frammentazione; circa 250 mila imprese che occupano 1,2 milioni di addetti). Questo insieme comprende prevalentemente micro e piccole imprese che operano nell’alloggio e ristorazione, ma anche in settori colpiti dalla crisi sanitaria in maniera meno diretta, come la manifattura e il commercio.

L’incertezza per l’operatività futura coinvolge anche le imprese produttive e con alta rilevanza sistemica (11,1%, 14,1% del valore aggiunto e 1,5 milioni di occupati) caratterizzate da un numero di addetti superiore a 10 che operano in settori direttamente colpiti dalla crisi, quali i servizi connessi al turismo, l’alloggio e ristorazione e attività dello sport, cultura e intrattenimento.

AGI – Nel 2020 l’Italia rischia di perdere quasi 1,5 milioni di posti di lavoro a causa della crisi del Covid-19 rispetto al 2019. E’ quanto emerge dall’Employment Economic Outlook 2020 dell’Ocse, secondo il quale nei primi tre mesi dell’anno l’Italia ha già perso circa 500 mila posti e in caso di scenario favorevole, cioè senza una seconda ondata di pandemia, rischia di perdere circa un altro mezzo milione di posti e in caso di scenario avverso, cioè in presenza di una seconda ondata di contagi, rischia di perdere circa un altro milione di posti.

Piu’ nel dettaglio l’Italia nel 2020, nello scenario migliore, perderà 1.148.620 di posti rispetto al 2019 e nello scenario peggiore 1.483.920 posti. In generale, i posti a rischio nell’area Ocse, a fine 2020, saranno oltre 31 milioni nello scenario migliore e 53 milioni nello scenario peggiore. 

All’Italia serve un cambio di rotta

I paesi Ocse, a partire dall’Italia, hanno adottato misure senza precedenti per far fronte all’impatto sull’occupazione dell’emergenza coronavirus. Tuttavia ora, con la ripresa delle attività economiche, serve un cambio di rotta rispetto al pacchetto di misure preso al picco della crisi e basato sul congelamento dei licenziamenti e sulla cassa integrazione. Occorre dunque, evidenzia l’Ocse, “trovare il giusto equilibrio tra un rinnovato sostegno a chi è in difficoltà, l’accompagnamento delle inevitabili ristrutturazioni dove necessario e la creazione di nuovi posti di lavoro”.

E’ quanto emerge dall’Employment Outlook 2020 dell’Ocse, in cui l’organizzazione di Parigi invita ad evitare una seconda ondata di pandemia, che metterebbe in discussione quanto di buono fatto finora. E, in secondo luogo, passare a una nuova fase, la quale tenga conto che questa crisi non sarà breve e che, difficilmente, tra due anni, nel 2021, saremo tornati al punto di partenza e cioè ai livelli pre-covid del 2021. 

Occorre dunque agire su più fronti: proteggere che si trova senza lavoro, ma non solo, come si è fatto finora, congelando i licenziamento e approvando la cassa integrazione, ma “accompagnando tutto ciò’ con delle politiche di creazione di lavoro”, con incentivi all’assunzione, incentivi alla creazione di imprese e promozione degli investimenti.
Ecco piu’ nel dettaglio le nuove misure che l’Ocse suggerisce soprattutto all’Italia.

– Il 49% dei lavoratori in Italia è occupato in lavori che richiedono un certo grado di interazione fisica. Elevati standard di sicurezza sul posto di lavoro restano quindi una priorità assoluta nei prossimi mesi.

– La cassa integrazione deve essere adattata in modo da dare a imprese e lavoratori i giusti incentivi a riprendere l’attività o a cercare un altro posto di lavoro. Una partecipazione ai costi della cassa integrazione da parte delle imprese, incentivi alla ripresa e alla ricerca di un altro lavoro e la promozione di attività formative sono alcuni strumenti che politica e parti sociali possono considerare per i prossimi mesi per far evolvere la cassa integrazione alla nuova situazione.

– Il divieto di licenziamento e i limiti all’assunzione di lavoratori con contratto a tempo determinato (prima della crisi COVID-19 l’Italia era il terzo paese Ocse per limiti all’uso di contratti temporanei) dovrebbero essere riconsiderati per evitare che l’aggiustamento si scarichi interamente sui lavoratori senza un contratto a tempo indeterminato.

– L’accesso e il livello delle prestazioni di sostegno al reddito dovranno essere rivisti con l’evolvere della crisi, in particolare per evitare che le persone cadano in povertà. Il funzionamento del reddito di cittadinanza e del reddito di emergenza dovrebbero essere riconsiderati per garantire che le famiglie piu’ bisognose siano davvero sostenute.

– L’Italia deve agire rapidamente per aiutare i propri giovani a mantenere un legame con il mercato del lavoro, per esempio riprendendo e rinnovando significativamente il programma Garanzia giovani. I servizi pubblici e privati per l’impiego devono prepararsi a un aumento della domanda dei loro servizi, dotandosi degli strumenti necessari, a partire da un maggiore e migliore uso dei servizi digitali. Programmi di formazione online e offline possono aiutare le persone in cerca di lavoro e i lavoratori in cassa integrazione a trovare lavoro nei settori e nelle occupazioni relativamente piu’ richiesti e a contrastare il rischio di disoccupazione di lungo periodo. Incentivi all’assunzione, concentrati sui gruppi piu’ vulnerabili, possono contribuire a promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro. 

AGI – “Più di un terzo degli individui dichiara di disporre di risorse finanziarie liquide sufficienti per meno di 3 mesi a coprire le spese per consumi essenziali della famiglia in assenza di altre entrate, un periodo compatibile con la durata del lockdown legato all’emergenza Covid-19″. È quanto emerge dall’indagine straordinaria sulle famiglie italiane (Isf) condotta fra aprile e maggio dalla Banca d’Italia per raccogliere informazioni sulla situazione economica e sulle aspettative delle famiglie durante la crisi legata alla pandemia di Covid-19.

Inoltre, “questa quota supera il 50 per cento per i disoccupati e per i lavoratori dipendenti con contratto a termine . Poco meno di un quinto dei lavoratori indipendenti e dei lavoratori dipendenti con contratto a termine si trova in questa condizione e contemporaneamente ha subito una riduzione di oltre il 50 per cento del reddito familiare nei primi due mesi della emergenza sanitaria”.

“L’emergenza sanitaria incide negativamente anche sulle aspettative di spesa: circa il 30 per cento della popolazione dichiara di non potersi permettere di andare in vacanza la prossima estate e quasi il 60 per cento ritiene che anche quando l’epidemia sarà terminata le proprie spese per viaggi, vacanze, ristoranti, cinema e teatri saranno comunque inferiori a quelle pre-crisi”. 

Crollano le entrate fiscali, a causa delle misure varate del governo per far fronte alla crisi innescata dal Coronavirus. 

Nel periodo gennaio-maggio 2020, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 149.731 milioni di euro, segnando una riduzione di 15,3 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-9,3%).

La sensibile diminuzione di gettito, già riscontrata nel mese di marzo e di aprile, si è accentuata nel mese di maggio (-27,1%) per gli effetti del Decreto Legge 8 aprile 2020, n. 23, che ha disposto il rinvio dei versamenti tributari e contributivi per i soggetti esercenti attività di impresa, arte o professione, fiscalmente domiciliati nelle zone colpite dall’emergenza.

Dove sono le perdite maggiori

In particolare, nel mese di maggio, le imposte indirette hanno fatto segnare complessivamente una variazione negativa pari a 7,46 miliardi di euro (-35,4% ) imputabile principalmente al risultato dell’Iva sugli scambi interni (-3.835milioni di euro), dovuto sia al complessivo peggioramento congiunturale, sia al rinvio dei versamenti IVA per i soggetti, fiscalmente domiciliati nelle zone colpite dall’emergenza, con ricavi e compensi non superiori a due milioni di euro; le imposte dirette hanno registrato una complessiva diminuzione del 15%.

Le imposte dirette ammontano a 84 miliardi di euro, con un lieve incremento di 465 milioni di euro (+0,6%) rispetto allo stesso periodo del 2019. Il gettito Irpef si e’ attestato a 74,55 miliardi di euro (-2,9%). La flessione è riconducibile principalmente all’andamento delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-7,8%) e delle ritenute sui redditi dei lavoratori autonomi (-9,4%), mentre le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico registrano un incremento pari al 3,4%.

Tra le altre imposte dirette vanno segnalati gli incrementi dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+751 milioni di euro), dell’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze (+853 milioni di euro) che riflettono le performance positive dei mercati finanziari nel corso del 2019 e dell’imposta sostitutiva dei fondi pensione (+1,13 miliardi di euro), il cui incremento è determinato dai risultati positivi dei rendimenti medi ottenuti nel 2019 dalle diverse tipologie di forme pensionistiche complementari.

Le imposte indirette ammontano a 65,64 miliardi di euro e registrano una variazione negativa di 15,77 miliardi di euro (-19,4%). Il notevole calo è imputabile principalmente alla diminuzione dell’IVA (-9,3 milioni di euro pari a -18,7%) e in particolare la componente scambi interni (-7,9 miliardi di euro pari a -18,0%), che ha risentito del rinvio dei versamenti dell’IVA secondo le disposizioni contenute nel Decreto legge 17 marzo 2020, n.18. Anche il gettito dell’IVA sulle importazioni registra nel periodo un calo pari a 1.4 miliardi di euro (-24,0). Tra le altre imposte indirette, registrano un incremento l’imposta sulle assicurazioni (+43 milioni di euro pari a +10,4%) e l’imposta di bollo (+178 milioni di euro pari a +5,9%), mentre l’imposta di registro segna una diminuzione di 596 milioni di euro (-29,4%). Le entrate relative ai “giochi” ammontano, nei primi cinque mesi 2020, a 3,8 miliardi di euro (-2,7 miliardi di euro, -41,4%).

Salvare gli alberghi convertendo le stanza in spazi di lavoro temporaneo. È la soluzione che  DayBreakhotels.com, la start up nata nel 2014 per rendere disponibili anche di giorno stanze e servizi di hotel di lusso, ha trovato per coniugare le esigenze dello smart working e l’emergenza coronavirus che ha messo in ginocchio l’hotellerie

Il mondo degli hotel è in una crisi senza precedenti che solo in Italia ha evidenziato perdite di 100 milioni di euro al mese – come ha riferito il presidente di Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli – con molte strutture rimaste chiuse e con le altre che ancora fanno fatica a ripartire. Per far fronte a questa crisi e aiutare lavoratori e aziende a rispettare le nuove norme anti-Covid, DayBreakHotels.com ha deciso di rivoluzionare di nuovo il ruolo dell’hotel, trasformandolo in un luogo di lavoro agile.

Anziché lavorare da casa, le persone potranno ricreare il loro ambiente lavorativo in una lussuosa stanza d’hotel: camera con scrivania e wi-fi, zone business per riunioni e conference call, senza dimenticare gli standard di igiene e rispetto di protocolli di sanificazione, con la possibilità di fare un break sfruttando i servizi degli hotel, come palestra, piscina, giardini e ristoranti. Le strutture affiliate sono più di 5.000 in Italia e nel mondo. 

Le camere e gli appartamenti sono prenotabili per lo smart working per 1 giorno (offerte da 49 euro con orario dalle 8 alle 20), 1 settimana lavorativa (offerte da 199 euro per 5 giorni) o anche 1 mese. 
“La sfida è rivoluzionare il concetto dell’hotel, rendendolo uno spazio liquido in grado di trasformarsi in ciò di cui il cliente ha bisogno e sfruttando così tutto ciò che queste strutture hanno da offrire: pensiamo a piscine, sale meeting, spa e ristoranti per a una clientela più ampia che non va in hotel solo per pernottare – dice Simon Botto, CEO di DayBreakHotels.com – Oggi la nostra visione ci permette di aiutare sia le strutture partner, per alcune delle quali siamo attualmente il principale canale distributivo, sia le molte società con cui collaboriamo, interessate ad offrire ai loro dipendenti la possibilità di usare i nostri hotel per il loro smart-working. Innovare generando nuovo valore e assecondando i bisogni nascenti degli hotel e dei clienti è sempre stato il nostro obiettivo e lo è oggi più che mai”. 

AGI –  Entro il 2021 la Pa italiana potrebbe avere più pensionati che dipendenti, per il continuo calo del personale e un equilibrio fra ingressi e uscite che, nonostante lo sblocco del turnover, non è ancora stato raggiunto. È quanto evidenzia la ricerca sul lavoro pubblico presentata oggi in apertura di “Forum Pa 2020 – Resilienza digitale”, la manifestazione dedicata ai temi dell’innovazione e della trasformazione digitale come risposta alla crisi, organizzata da Fpa, società del Gruppo Digital360, che si apre oggi fino all’11 luglio in un’edizione totalmente online. 
A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59% in meno di quelli francesi, il 65% di quelli inglese, il 70% di quelli tedeschi) i pensionati pubblici sono già 3 milioni. Un numero in crescita costante e destinato a salire perché i “pensionabili” oggi sono molti: 540mila dipendenti hanno già compiuto 62 anni di età (il 16,9% del totale), mentre 198mila hanno maturato 38 anni di anzianità. 

Uscite accelerate anche da quota 100

La pensione anticipata è stata parzialmente accelerata da Quota 100, nel 2019 sono uscite anticipatamente dalla PA 90 mila persone, ma è comunque prassi comune: il 57,7% dei pensionati pubblici attuali ha optato per il ritiro anticipato, solo il 13,7% per raggiunti limiti di età (mentre questa percentuale è il 20% nel privato e il 28% negli autonomi).  Risultato: solo dal 2018 a oggi sono andati in pensione 300mila dipendenti pubblici a fronte di circa 112mila nuove assunzioni e 1.700 stabilizzazioni di precari, nel solo 2018.

Pochi concorsi e procedure lente

C’è lo sblocco del turnover, ma le procedure sono lente e la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre 4 anni. E così, con in più il blocco imposto dal covid-19, da settembre del 2019 ad oggi sono state messe a concorso meno di 22mila posizioni lavorative: di questo passo ci vorrebbero oltre dieci anni a recuperare i posti persi. 

​Pa sempre più anziana, solo 2,9% under 30

La fotografia tracciata dall’indagine di Fpa è quella di una Pa anziana, in cui l’età media del personale è di 50,7 anni, con il 16,9% di dipendenti over 60 e appena il 2,9% under 30. Una Pa in cui 4 dipendenti su 10 hanno la laurea, ma gli investimenti in formazione – necessari per aggiornare competenze e conoscenze – si sono quasi dimezzati in dieci anni, passando dai 262 milioni di euro del 2008 ai 154 milioni del 2018: 48 euro per dipendente, che consentono di offrire in media un solo giorno di formazione l’anno a persona.

Con smart working 30% risparmi di consumi 

In questo scenario, c’è un’importante novità: il ricorso (forzato) allo smart working durante l’emergenza covid-19 per la gran parte dei dipendenti pubblici è stata un’esperienza positiva, che ha portato – secondo un recente sondaggio di FPA – in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% l’efficacia è persino migliorata; per il 61% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza. Ma lo Smart Working ha significato anche una notevole riduzione di sprechi, quantificabili in 135 milioni di ore di spostamenti in meno nei tre mesi di lockdown, pari a 1 miliardo di km non percorsi, 400 milioni di euro di benzina risparmiati e 127mila tonnellate di Co2 in meno nell’atmosfera, oltre al 30% di costi in meno a carico della Pa tra consumi energetici, gestione delle mense e pulizie dei locali. 

Percentuale smart working tarata su natura amministrazione 

“Puntiamo a mantenere lo smart working non in maniera ordinaria come nella fase emergenziale, ma tra qui e fine anno per il 50% dei lavoratori che svolgono attività eseguibili in modalità agile. E da gennaio al 60% attraverso il Pola” (Piano organizzativo del lavoro agile). Ha spiegato il ministro per la Pa, Fabiana Dadone, intervenendo in apertura del Forum e sottolineando che “non si può dare dall’alto una percentuale fissa per tutti, va calata sulla diversa natura delle varie amministrazioni, anche sul diverso livello di digitalizzazione”. Secondo Dadone bisogna “responsabilizzare il dirigente che deve individuare le attività eseguibili in modalitàagile. Non c’è nulla di centralizzato o burocratico. Il processo va poi improntato sul risultato”. (AGI)
 

AGI – “È assolutamente necessario evitare che la crisi pandemica, inserendosi su un contesto di scarso dinamismo economico del Paese, nonché di complessi cambiamenti geopolitici a livello mondiale, sia seguita da una fase di depressione economica”: lo scrive il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nelle premessa della bozza del Piano nazionale di Riforma.

“Non vi è tempo da perdere, e le notevoli risorse che ha messo in campo l’Unione Europea devono essere utilizzate al meglio”, avverte il ministro, “bisogna fornire alle famiglie e alle imprese tutto il sostegno necessario per una ripartenza sostenibile nel tempo e da un punto di vista sociale e ambientale, sospingendo gli investimenti produttivi e attuando riforme da lungo tempo attese”.

“Il Governo è al lavoro su un quarto provvedimento in materia economica, volto a semplificare le procedure amministrative e la pianificazione e autorizzazione dei lavori pubblici”, ha spiegato Gualtieri, sottolineando che “la finalità principale sarà quella di rimuovere gli ostacoli che negli ultimi anni hanno rallentato non solo gli appalti e gli investimenti pubblici, ma anche, piu’ in generale, la crescita dell’economia”.

“Guardando più avanti, il presente Programma Nazionale di Riforma (PNR) illustra le politiche che il Governo intende adottare per il rilancio della crescita, l’innovazione, la sostenibilita’, l’inclusione sociale e la coesione territoriale nel nuovo scenario determinato dal Coronavirus. La strategia risponde alle Raccomandazioni al Paese approvate dal Consiglio Europeo lo scorso luglio e si ispira anche alla piu’ recente Europea e dello Annual Sustainable Growth Strategy European Green Deal della Commissione, che rimane il progetto europeo di maggiore rilevanza per il medio e lungo termine. 

 

Una “decarbonizzazione profonda di tutti i settori” dell’economia. È questo l’obiettivo della strategia energetica al 2050 della Commissione Europea, del quale l’Agi è in grado di anticipare le linee guida. Il documento è ancora suscettibile di modifiche e sarà presentato mercoledì 8 luglio, il giorno del vertice a quattro che inaugurerà il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea, presenti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli.

Le linee guida del piano, intitolato “Promuovere un’economia neutrale dal punto di vista climatico”, sono nondimeno chiare: i combustibili fossili dovranno essere gradualmente eliminati, compreso il gas naturale, e portati a non più del 20% del mix energetico totale entro il 2050. Verranno invece stimolati gli investimenti sull’idrogeno e sull’elettrico, così come la produzione locale di biogas.

Il piano pone come principio cardine l’efficienza energetica, stabilendo l’utilizzo delle tecnologie che consentono il maggior risparmio possibile e favorendo l’utilizzo del calore residuale e la ristrutturazione degli edifici. Fondamentale anche l’integrazione dei diversi settori: “Il modello dei silos separati non è adatto per un’economia neutrale dal punto di vista climatico”, si legge nella bozza.

180 miliardi per l’idrogeno

Uno dei punti principali del piano è un programma trentennale da 180 miliardi di euro per stimolare la produzione di idrogeno a scopo energetico nell’Unione Europea.

Quello annunciato dalla bozza è un investimento industriale su larga scala. L’obiettivo di medio periodo prevede la produzione di 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. Ciò significa nuova energia rinnovabile equivalente a quella prodotta da 40 reattori nucleari. La Commissione ritiene che la nuova economia dell’idrogeno possa impiegare un milione di persone direttamente e indirettamente.

Neutralità climatica entra il 2050

I carburanti sotto forma di gas continueranno a svolgere un ruolo importante nel mercato dell’energia ma il gas naturale dovrà contare solo per il 20% dei consumi totali, mentre il restante 80% dovrà essere coperto da gas rinnovabili come l’idrogeno verde, il biometano e il gas sintetico, prevede la bozza.

Le importazioni di gas naturale e prodotti petroliferi, si legge nel documento, dovranno essere sostituite con energia rinnovabile prodotta localmente, gas rinnovabili e combustibili liquidi. Ciò “ridurrà il conto delle importazioni e creerà un’economia europea più resiliente“, si legge nella bozza, “mentre ci spostiamo verso la neutralità climatica, il volume di gas naturale consumato in Europa diminuirà gradualmente”. L’obiettivo è la neutralità climatica entro il 2050. 

Un’auto su due elettrica in 30 anni

Fra trent’anni sulle strade dell’Unione Europea almeno un’automobile su due dovrà essere elettrica. La Commissione prevede che le auto elettriche saranno abbastanza economiche da competere in termini di prezzo con le auto a benzina già intorno al 2025.

La percentuale di autovetture elettriche nell’Unione Europea dovrebbe passare al 7% del totale entro il 2030 e almeno al 50% entro il 2050, con un tetto fissato al 75% nello scenario piu’ ottimistico.

Il documento stabilisce poi che al 2050 l’energia elettrica copra tra il 40% e il 50% del mix energetico totale dell’Unione Europea, rispetto al 23% di oggi.

La bozza sottolinea come “un importante settore di utilizzo del gas naturale oggi sia il riscaldamento negli edifici” e stima che l’energia elettrica possa coprire il 40% della necessità di riscaldamento nel settore dell’edilizia abitativa entro il 2030 e il 50-70% entro il 2050. È prevista quindi un’espansione del mercato delle pompe di calore e del teleriscaldamento.

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