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AGI – Il mercato del lavoro “all’inizio del 2021 presenta più ombre che luci” e “la situazione è destinata molto probabilmente ad accentuarsi e diventare ‘esplosiva’ con l’interruzione della cassa integrazione e la fine del blocco dei licenziamenti”. È la fotografia allarmante che emerge dal ‘Rapporto sul Mercato del lavoro e la contrattazione 2020’ del Cnel.

Si teme, sottolinea il Cnel, “che una parte degli esuberi verrà sicuramente ‘assorbita’ dall’economia sommersa non riuscendo a trovare un’occupazione in regola andando ad aumentare la quota già aumentata negli ultimi anni di lavoro nero”.

“La crisi conseguente alla pandemia ha colpito circa 12 milioni di lavoratori tra dipendenti e autonomi, per i quali l’attività lavorativa è stata sospesa o ridotta, in seguito al lockdown deciso dal Governo per limitare l’aumento esponenziale dei contagi”. 

Giovani e donne pagano il prezzo più alto della crisi innescata dalla pandemia di Covid.

“Lo scarso investimento pubblico sulle nuove generazioni (in particolare la parte che va efficacemente a rafforzare la loro formazione e l’inserimento solido nel mondo del lavoro) è il principale nodo che vincola al ribasso le possibilità di crescita italiane, da sciogliere prima ancora che sul piano del rapporto tra giovani e lavoro, su quello più alto del ruolo delle nuove generazioni nel modello di sviluppo del Paese. Se non si inverte questa tendenza non solo si pregiudicano le prospettive economiche del Paese, ma si rischia di alterare in profondità il patto fra le generazioni che è un elemento costitutivo dell’assetto sociale, della sua equità e stabilità”, si legge nel rapporto.    

Con la chiusura delle scuole e l’adozione della didattica a distanza inoltre non è stata bloccata “la frequenza delle lezioni” ma è ne stata ridotta “complessivamente la qualità e ha esposto ad una forte crescita del rischio di dispersione scolastica. Con la conseguenza di inasprire non solo le diseguaglianze generazionali ma anche quelle sociali”, dice ancora il Cnel.      

Quanto invece alle donne, per il Cnel hanno pagato il prezzo più alto della crisi “in quanto impegnate a ricoprire ruoli e a svolgere lavori più precari, soprattutto nei servizi.

Il Cnel ha più volte sottolineato “come per promuovere la occupazione femminile non bastino politiche di incentivazione economica alle assunzioni, ma serva anzitutto allargare la offerta di servizi, non soltanto asili nido, ma scuola a pieno tempo e servizi per gli anziani, nonché promuovere forme organizzative del lavoro più favorevoli alla conciliazione”. 

Dalla crisi generata dalla pandemia dobbiamo trarre insegnamenti per guardare avanti, ha detto il presidente del Cnel Tiziano Treu.

Con il Covid – ha sottolineato – abbiamo scoperto quanti “buchi ci sono nella rete di sicurezza, del welfare: sanita’, ammortizzatori, sostegno alla poverta’”. In questo anno – ha riconosciuto Treu – si sono moltiplicati gli interventi di carattere generale universalistico: una cosa ottima ma le diseguaglianze sono aumentate”.

“Le fondamenta del mondo del lavoro sono ancora fragili – ha fatto notare Treu – ed esposte ancora agli impatti esterni”. Le politiche del lavoro devono essere universalistiche ma va fatta un’analisi sulle distorsioni. Questa riflessione dovra’ essere centrale nei prossimi mesi”.

Secondo Treu, va ricalibrato il sistema del welfare e la protezione del reddito ma va anche perseguita la connessione tra politiche attive e configurazione di un mercato lavoro più resistente agli shock. E’ quindi necessario – ha concluso – rafforzare gli strumenti di coesione sociale altrimenti lo squilibrio non si correggerà”.

AGI – A Wall Street il titolo di Twitter perde il 10% in apertura. La discesa è legata alla decisione di bandire l’account personale di Donald Trump per il rischio di ulteriori incitazioni alla violenza.

Giù del 3,2% Facebook, l’altro social network che ha bandito l’account di Trump.

AGI – Nel 2021 l’economia dell’Italia crescerà del 5,6% dopo il -9% del 2020. Lo prevede l’agenzia di rating Moody,s, secondo la quale Italia, Francia e Spagna “impiegheranno almeno fino al 2022” per tornare ai livelli pre-crisi. Per l’Europa Moody’s prevede che la economica “sarà lenta, irregolare e fragile”. Nel 2021 il Pil europeo crescerà a +4,6%, dopo una contrazione del 7,7% nel 2020. Solo la Lituania, secondo Moody’s, tornerà ai livelli pre-crisi nel 2021.

Per tutti gli altri Paesi i rischi “rimangono elevati e volti al ribasso”, per gli “sviluppi incerti della pandemia e le potenziali azioni dei governi”, costretti in molti casi a reintrodurre le restrizioni, che manterranno fino ai primi mesi di quest’anno. “Italia e Spagna – rileva Moody’s – sono particolarmente esposte alle restrizioni interne”, perché hanno delle economie molto dipendenti dal settore dei servizi.

In particolare risentiranno del minor afflusso di turisti. Secondo Moody’s, “la domanda di turismo internazionale è improbabile che torni ad avvicinarsi ai livelli precedenti fino a quando un vaccino efficace non sarà largamente in circolazione o non si avrà un trattamento che ridurrà significativamente i decessi”. Inoltre Italia, Francia e Spagna registreranno dei tassi di crescita più elevati nel 2021, ma ciò riflette in gran parte un rimbalzo “meccanico” dopo le notevoli contrazioni dello scorso anno e la loro produzione rimarrà ben al di sotto dei livelli pre-crisi.

AGI – Saranno saldi a loro modo storici quelli che si aprono a Roma martedì 12. Un po’ perché per la prima volta debuttano in una giornata infrasettimanale anziché nel weekend (per scongiurare il pericolo di assembramento), un po’ perché a Roma non erano mai cominciati a gennaio così inoltrato, ma anche perché partono dopo inedite vendite promozionali natalizie, eccezionalmente concesse in quest’anno dominato dal Covid: “I saldi restano un evento simbolo che consumatori ed esercenti aspettano – chiarisce all’AGI il direttore di Confcommercio Roma Romolo Guasco – ma quelli di quest’anno, per via della libertà di vendita promozionale che li ha preceduti, sono connotati da una minore tensione”.

Se nonostante le vendite promozionali il fatturato natalizio, rallentato dalle chiusure obbligate delle varie giornate di zona rossa non ha brillato a Roma (con una diminuzione delle vendite del 30/50 per cento) anche le previsioni per i primi e si spera ultimi saldi invernali dell’era Covid sono con il segno meno: Confcommercio stima che a fronte di una discesa del fatturato nazionale da cinque a quattro miliardi di euro, nelle casse degli esercenti romani rispetto allo scorso anno mancheranno circa 80/90 milioni, con una spesa a famiglia di 254 euro, 70 in meno del 2020.

I ribassi partono già dal 50%

“I saldi restano comunque una preziosa occasione per fare cassa dopo un periodo complicato come questo” chiarisce Guasco segnalando sconti che già dal fischio d’inizio partono anche dal 50 per cento del prezzo iniziale e prevedendo che gli acquisti si concentreranno soprattutto su abbigliamento e calzature. Negozi e grandi catene sono già su piazza con pubblicità e cartelli ammaliatori che promettono anche sconti fino al 70 per cento, ma sul commercio tradizionale pesa quello online che, sempre secondo Confcommercio sarà scelto da un 13,7 per cento di consumatori in più rispetto allo scorso anno.

Che questi saldi partano con sconti maggiori rispetto alla tradizione lo segnala all’AGI anche il presidente di Confesercenti Roma Valter Gianmaria ricordando che la crisi Covid ha già provocato la chiusura di undicimila esercizi in tutto il Lazio : “Normalmente i saldi cominciano con un ribassi del 20/30 per cento – spiega – ma visto che stiamo facendo sconti quasi da un anno con le varie vendite promozionali, è normale abbassare l’asticella. Gli esercenti hanno bisogno di incassare”.

AGI – Il 2021 è partito con “tantissime crisi industriali aperte, molte a metà del guado”: servono soluzioni concrete, a partire da “vertenze simbolo” come la Whirlpool. Lo afferma il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia, secondo cui bisogna “arrivare a situazione risolutive e garantire risultati stabili a decine di migliaia di lavoratori con ammortizzatori sociali che stanno per finire“. “Per i lavoratori della Whirlpool – spiega Benaglia all’AGI – è prevista la cassa integrazione fino a 31 marzo: questo tempo va usato per dare soluzioni industriali e occupazionali”.

Benaglia ricorda poi che il 12 dicembre partirà il confronto con ArcelorMittal per gestire il piano occupazionale: “non vogliamo la cig per 5 anni ma la ripresa degli investimenti e del lavoro”. La strada da percorrere per ridare slancio all’industria italiana – sottolinea il leader Fim – è quella degli investimenti ma “vi sono troppe incertezze”. “Se il Paese riparte alcune crisi troveranno una soluzione fattiva. Il governo non sta però dando risposte concrete: continuiamo ad aggiornare i tavoli senza vere prospettive”.

Quanto all’ipotesi di una crisi di governo, Benaglia osserva: “Guai a noi a pensare che tutto rimanga sospeso in un pur importante gioco di verifica interna della politica: c’è bisogno di un ruolo del governo diretto ed efficace. Non ci pronunciamo sulla crisi ma chiediamo che l’attività sia continuativa e concreta nel gestire le crisi industriali e dare sostegno alla manifattura“. Una strada possibile grazie al Recovery Fund: “Aspettiamo di vedere la prima bozza e di avviare l’indispensabile confronto con l’esecutivo. Il vero tema è riuscire a far vedere che si discute non di crisi ma di rilancio e di investimenti”.

Gennaio di fuoco per il Mise

Un gennaio denso di appuntamenti per il ministero dello Sviluppo economico, alle prese con 105 tavoli di crisi aperti, che riguardano circa 110 mila lavoratori. Oltre alla ‘madre delle vertenze’, cioe’ l’ex Ilva di Taranto, presieduta in prima persona dal ministro Stefano Patuanelli, le altre (tra cui anche la Whirlpool) sono seguite dalla sottosegretaria Alessandra Todde, che è al lavoro con il Fondo per le gestioni delle crisi d’impresa. Affidate invece alla sottosegretaria Alessia Morani il tavolo Piombino, con la Bekaert e la Jsw.

Nel 2020 – ha fatto notare Todde – le vertenze risolte sono circa 15, salvando oltre 30 mila lavoratori, ma “la platea da salvaguardare è ancora vasta”. Il ministero ha fissato una serie di appuntamenti ma su tutti incombe la spada di Damocle di una possibile crisi di governo. I tavoli potrebbero essere ancora rinviati: i tempi della politica rischierebbero di risultare letali per crisi industriali che – affermano i sindacati – hanno bisogno di interventi rapidi e di certezze.

Il primo tavolo è convocato per l’11 gennaio e riguarda la Dema: l’azienda, che produce componenti aeronautiche in 4 stabilimenti in Puglia e Campania occupando 700 persone, ha firmato a fine dicembre con l’Inps un accordo per la rateizzazione del debito. Ora chiede di congelare alcuni debiti nei confronti del ministero. L’assemblea degli azionisti vorrebbe deliberare la ricapitalizzazione entro fine anno.

Martedì 12 gennaio è la volta dell’Alcar Industrie: al centro dell’incontro la verifica delle eventuali offerte di acquisizione del’azienda, che ha due stabilimenti, uno a Vaie (Torino), l’altro a Lecce. Sempre martedì si terrà a Roma, nella sede di Confindustria, l’incontro tra organizzazioni sindacali, ArcelorMittal Italia e Invitalia per entrare nel merito del negoziato del nuovo piano industriale. Il confronto partirà in assenza del governo e in attesa del via libera dell’Unione Europa sull’accordo del 10 dicembre che dovrebbe arrivare entro il 31 gennaio. Tra i nodi della trattativa la cassa integrazione che servirà a gestire la ristrutturazione e la transizione.

Mercoledì 13 si riunirà il tavolo della Sematic di Osio Sotto, l’azienda di ascensori di proprietà della multinazionale tedesca Wittur Holding che ha annunciato l’intenzione di delocalizzare il 65-70% della produzione in Ungheria, mettendo a rischio 190 posti di lavoro. Dopo i due scioperi con presidio dell’11 e del 16 dicembre, la convocazione del Mise ha scongiurato un altro sciopero proclamato per l’8 gennaio.

Giovediì 14 gennaio doppio appuntamento, sempre in modalità video conferenza: Goldoni e Meridbulloni. I 210 lavoratori della prima azienda, che produce macchine agricole a Carpi (provincia di Modena) sono da tre mesi in presidio per scongiurare che la proprietà cinese se ne vada senza spiegazioni. Anche gli 81 operai della Meridbulloni di Castellammare di Stabia (provincia di Napoli) hanno passato le festività natalizie fuori la fabbrica: il 18 dicembre l’azienda ha avviato la procedura ex art. 47 legge 428 del ’90 (trasferimento manodopera da incorporazione per fusione) e il 19 dicembre sono state inviate le lettere di trasferimento ai dipendenti.

Il primo febbraio 2021 avrà effetto la procedura. Il 15 gennaio, infine, è stato convocato il tavolo Iia -Industria italiana autobus, l’azienda che costruisce pullman nelle sedi di Flumeri (provincia di Avellino) e Bologna: al centro dell’incontro il completamento degli investimenti, le prospettive produttive, l’assetto societario definitivo, l’occupazione. 

AGI – 5,8 milioni di cittadini iscritti nel periodo sperimentale del programma, con 9,8 milioni di strumenti di pagamento elettronici registrati e oltre 63 milioni di transazioni effettuate; circa il 50% degli acquisti eseguiti con moneta elettronica ai fini del rimborso nel mese di dicembre ha un importo inferiore ai 25 euro. Sono 3,2 milioni i partecipanti all’Extra Cashback di Natale che hanno raggiunto la soglia minima delle 10 transazioni e otterranno un rimborso complessivo di oltre 222 milioni di Euro.

Con la chiusura del periodo sperimentale del Cashback, che si è tenuto dall’8 al 31 dicembre 2020, è partita ufficialmente l’iniziativa su base semestrale. La partecipazione riscontrata ad oggi – fanno sapere da Palazzo Chigi – è stata al di sopra delle aspettative dal punto di vista dei numeri e dei dati di sintesi. In particolare, nel periodo tra l’8 e il 31 dicembre 2020: oltre 5,8 milioni di cittadini si sono iscritti al Cashback (valore assoluto 5.870.063); sono stati attivati per l’iniziativa piu’ di 9,8 milioni di strumenti di pagamento elettronici (valore assoluto 9.834.919) di cui oltre 7,6 milioni dall’app IO (valore assoluto 7.637.768); sono state elaborate dal sistema oltre 63 milioni di transazioni (valore assoluto 63.218.228) per un importo medio di 46 euro. 

Indicativa la quota di transazioni con valore inferiore ai 25 euro, che rappresenta il 48,5% del totale e segnala l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici nell’ambito del programma anche per acquisti di piccolo importo. Supera i 222,6 milioni di euro (222.668.781) il valore complessivo dei rimborsi da erogare ai 3.230.906 partecipanti che, sul totale dei cittadini iscritti, hanno effettuato il numero minimo delle 10 transazioni per avere diritto all’Extra Cashback di Natale.

Interessante anche il dato relativo alle fasce di rimborso: il 3,1% degli aventi diritto (100.387 valore assoluto) otterrà il rimborso di 150 euro; il 14,5% degli aventi diritto (468.822 valore assoluto) otterrà un rimborso di importo incluso tra i 100 e i 149 euro; il 49,6% degli aventi diritto (1.602.297 valore assoluto) otterrà un rimborso di importo incluso tra i 50 e i 99 euro; il 32,8% degli aventi diritto (1.059.399 valore assoluto) otterrà un rimborso di importo inferiore ai 50 euro.

I dati sopra elencati continuano a crescere anche nella partecipazione rilevata a inizio 2021, con l’entrata a regime del programma lo scorso 1 gennaio e l’avvio del primo dei tre semestri in cui si articolerà fino al 30 giugno 2022. All’8 gennaio, sono più di 6,2 milioni il totale dei cittadini iscritti al Cashback, (valore assoluto 6.244.446) e oltre 10,6 milioni di strumenti di pagamento attivati (valore assoluto 10.636.108), con circa 9 milioni di nuove transazioni effettuate ai fini dell’iniziativa solo negli ultimi 8 giorni.

A differenza di quanto previsto durante il periodo sperimentale, la soglia minima per acquisire il diritto al rimborso è pari a 50 transazioni valide a semestre. Inoltre, dal 1 gennaio si aggiunge anche la possibilità di ottenere il Super Cashback di 1.500 euro a semestre per i primi 100mila partecipanti che abbiano totalizzato, nel periodo di riferimento, il maggior numero di transazioni con carte e app di pagamento attivate nell’ambito dell’iniziativa. L’aspettativa è che la partecipazione continui a crescere in modo graduale e significativo nei prossimi mesi e che, con il tempo, l’iniziativa abbia un impatto positivo sul cambiamento delle abitudini di consumo degli italiani verso un sempre maggiore utilizzo della moneta elettronica negli acquisti di tutti i giorni.

AGI – Le chiamano “Premium Family”, ma la famiglia tradizionale c’entra poco o nulla. Si tratta di promozioni commerciali non per chi è nello stesso “stato di famiglia” ma per quanti semmai vivono “sotto lo stesso tetto”. Senza rapporti di parentela e di consanguineità. Cinque o sei persone. Per abbonamenti da 15 dollari al mese o 14,99 euro. “Sconti d gruppo” per famiglie che non sono famiglia.

Li promuovono diverse aziende di telefonia, musica, del web, della Tv. Contratti multipli per fruizioni molteplici. Nulla di male, anzi: solo vantaggi per tutti. Specie per i più giovani, in particolare studenti universitari, lavoratori in trasferta che dividono le abitazioni. Ciò che fa fare un passo in avanti al concetto tradizionale di famiglia, perlomeno in ambito commerciale. Allargandolo.

Le aziende sono più avanti rispetto allo Stato? “Non sono un esperto di sociologia della famiglia, però so per certo che ormai siamo di fronte a un processo di frammentazione del modello di famiglia tradizionale, quello classico fatto da padre, madre, due figli”, risponde il professor Vanni Codeluppi, sociologo, studioso dei fenomeni comunicativi nel mondo dei consumi, dei media e della cultura di massa, autore di neologismi come “vetrinizzazione sociale”, “biocapitalismo”, “lusso democratico”, che insegna Sociologia dei media allo Iulm di Milano.

“Effettivamente – annota ancora il professor Codeluppi – questo dei contratti scontati che favoriscono gruppi che condividono lo stesso tetto, al di là dei legami canonici, mi sembra un segnale di adeguamento a una società che sta cambiando velocemente, in Italia ma soprattutto all’estero”. E aggiunge: “Anche il mondo della pubblicità e dei media rappresentava la famiglia ‘a quattro’ come l’emblema della tradizione, ma ormai è sicuramente da tempo che si sta disgregando, anche perché i luoghi domestici sono ormai sempre più abitati da persone singole, che vivono da sole. Più frequentemente persone anziane, che rimangono sole, anche perché la popolazione italiana, lo sappiamo, è sempre più vecchia. L’ Italia è il paese col maggior tasso di invecchiamento in Occidente”.

E tra Roma e Milano, spiega il professore, “le persone che vivono da sole sono attorno al 50%”. “E tra quanti vivono soli e la famiglia tradizionalmente intesa, si sono sviluppate sicuramente negli ultimi anni anche delle “forme intermedie” di famiglia, oltre a famiglie di vario tipo”, perché – precisa Codeluppi – “si stanno sperimentando anche delle soluzioni di tipo comunitario”.

Secondo il sociologo Vanni Codeluppi anche chi costruisce case “oggi pensa a soluzioni abitative per contesti di questo tipo”, perché “la persona che vive da sola ha delle sue necessità, è evidente, ma alleandosi con altri può far fronte a problemi e servizi comuni di vario ordine e grado”.

Cambiano cioè gli standard? “È esattamente così” dice il sociologo. “C’è di sicuro una moltiplicazione dei modelli di famiglia. Esiste sempre la famiglia tradizionale, ma ci sono anche varie forme di famiglia che sono ‘altre’. Dobbiamo tener conto che oggi la società è diventata più tollerante, per esempio, verso l’omosessualità – sottolinea il docente di Sociologia dei media allo Iulm d Milano –, quindi le coppie omosessuali, sia maschili che femminili, vengono sempre più accettate e questo finisce per creare nuovi altri modelli ancora di tipo familiare…”.

E dunque anche nuovi modelli di mercato? “Sicuramente. Dal punto di vista aziendale questi sono dei target cui guardare. Perché a volte queste coppie omosessuali hanno dei bambini, in vari modi, perché esistono pratiche diverse per averli, e ricostituiscono delle famiglie che sono diverse da quella tradizionale. Il fenomeno sociale principale odierno è dunque la moltiplicazione dei modelli di famiglia. Che comporta una scomposizione, una parcellizzazione e, al tempo stesso, una ricomposizione sotto le forme più diverse”.

Tornando invece al tema più stringente del rapporto delle aziende con le “nuove” famiglie o le più recenti forme di aggregazione famigliare o comunitaria, il professor Codeluppi osserva: “È chiaro che l’azienda è un attore sociale, un soggetto che agisce nell’ambito della società, quindi nelle sue azioni produce un’influenza, rafforza dei fenomeni, che sono già in corso, plasmandoli. Considerando, poi, che non si tratta di una singola azienda, ma di tante, si produce un effetto di amplificazione di fenomeni in corso, redendoli più evidenti, espliciti. Agendo sotto forma di comunicazione pubblicitaria o modelli di comportamento diversi e più vantaggiosi”.

Poi al professore viene in mente un paragone con la pandemia e l’suo dei termine “congiunti”, che tante polemiche ha suscitato, per dire che proprio sull’uso di questo termine “lo Stato si è mostrato in difficoltà nell’adeguarsi ai cambiamenti e a spiegare al meglio il suo significato, mentre le aziende da questo punto di vista sono molto più libere, meno vincolate e non hanno problemi. E ciascuno è libero di fare la propria proposta di mercato, diversificata”.

Al sociologo tuttavia non sfugge che In Italia vige “una morale cattolica molto forte” mentre in altri paesi “le aziende si possono permettere di mostrare situazioni molto diverse dalla norma e dalla morale comune”. E conclude: “Ma qualcosa comincia a cambiare: persino la Walt Disney negli Stati Uniti ha accennato all’omosessualità nei suo cartoon e l’Ikea, qualche anno fa e proprio qui in Italia, ha fatto comunicazione ritraendo coppie omosessuali che mettono su casa”. Al tempo stesso, “amplificazione e legittimazione”. 

AGI – Il 2020 si è chiuso con 78 milioni di arrivi e 240 milioni di presenze turistiche in meno in Italia a causa dell’emergenza Covid: un bilancio che riporta il turismo indietro di 30 anni. E anche se la voglia di vacanza sta tornando tra gli italiani, e uno su quattro pensa di concedersi un piccolo break entro febbraio, solo pochi lo hanno effettivamente pianificato e di ferie vere e proprie se ne parlerà a luglio. A lanciare l’allarme è Confturismo-Confcommercio sulla base dei dati rilevati dall’indice Swg che, dopo il record negativo di novembre, recupera 9 punti e si attesta a 48 su una scala da 0 a 100.

“Il 2020 si chiude con meno 78 milioni di arrivi e meno 240 milioni di presenze turistiche in Italia, ai quali va aggiunta l’ulteriore perdita dei circa 36 milioni di italiani che non sono andati all’estero. Le lancette dell’orologio del turismo sono tornate indietro di 30 anni“, avverte Luca Patanè, presidente di Confturismo Confcommercio.

“Eppure, non solo nella legge di bilancio 2021 per il turismo c’è ben poco ma ad oggi non abbiamo visto neanche un progetto vero e proprio per il settore nella pianificazione per accedere al Recovery Fund – prosegue Patanè – Confturismo-Confcommercio ha presentato da tempo proposte a tutti i livelli ma, concretamente, non è accaduto nulla, neanche la più volte annunciata apertura del tavolo per aggiornare il Piano strategico del turismo, fermo al 2017. E’ ora di consultarci, di considerare le nostre proposte, di investire sulle nostre imprese, altrimenti sarà il Paese, non solo il nostro settore, a pagarne pesantissime conseguenze”.

Un italiano su quattro pensa a un break entro febbraio

Dall’indagine Swg emergono due scenari ben distinti. Il primo, spiega Confturismo-Confcommercio, “è quello a breve scadenza, entro fine febbraio, con 1 intervistato su 4 che prevede di concedersi una pausa di massimo 3 giorni in Italia. Un’idea, più che un vero e proprio programma di vacanza, visto che, fra questi, il 72% non ha ancora scelto la destinazione né tanto meno prenotato, e la stragrande maggioranza delle preferenze si indirizzano verso seconde case di proprietà o di amici. Insomma, non è turismo”.

Le vere vacanze solo a luglio

Il secondo, osserva l’organizzazione delle imprese, “è quello delle previsioni a più lunga scadenza, dove gli italiani sembrano puntare a una vacanza di 3/7 giorni tra giugno e luglio, nel 28% dei casi, e di oltre 7 giorni tra luglio e settembre, per uno su due. Questo naturalmente a patto che l’epidemia torni davvero sotto controllo, non ci siano nuove ondate di contagi e il vaccino funzioni come si spera.

Le località di mare le più gettonate 

Nel complesso, sono sempre le località di mare ad attrarre di più per i progetti di vacanze, soprattutto se di maggiore durata, mentre per quelle più brevi le città d’arte – soprattutto di Toscana, Lazio ed Emilia Romagna – scelte dal 17% degli intervistati, tornano finalmente a competere con la montagna: un guizzo di positività per la tipologia di destinazione più duramente colpita dalla crisi Covid”.

Mentre, “per i viaggi all’estero il panorama si restringe ancora di più. In bilancio sì, ma da primavera in poi, per 1 Italiano su 4 e quasi esclusivamente in Europa, dove la Grecia si conferma fortemente attrattiva. Il ritorno alla mente degli italiani di destinazioni del medio-lungo raggio, come il Mar Rosso, gli Stati Uniti e tutta l’area caraibica, a partire da Cuba e Santo Domingo, anche se riguarda solo 6 intervistati su 100, lo prendiamo come un buon auspicio per il nostro sistema del turismo organizzato: non può valere nulla di più, almeno per ora”.

AGI – Se gli autonomi fossero trattati come i lavoratori del pubblico impiego lo Stato dovrebbe conferirgli, sia per le perdite registrate a causa delle chiusure per decreto o per Dpcm sia in forma di contributo aggiuntivo del 26%, poco più di 250 miliardi di euro, “un importo che sfiora la somma degli stanziamenti  previsti dal Recovery plan e dalla legge di Bilancio per il 2021“. E’ la provocazione lanciata dalla Cgia di Mestre.

Il fondo per il rinnovo dei contratti della P.a 

Nella manovra 2021, ricorda l’associazione, “è salito a 3,8 miliardi l’importo a  disposizione del fondo per il nuovo contratto di lavoro degli statali. Considerando gli effetti che questa decisione avrà anche sui dipendenti delle amministrazioni periferiche – osserva – si raggiunge una disponibilità di spesa complessiva pari a 6,7 miliardi di euro: il 26 per cento in più di quanto erogato a tutti i lavoratori del pubblico impiego nell’ultimo rinnovo firmato nel 2018″.

L’Ufficio studi della Cgia segnala inoltre che “l’ultimo contratto siglato dai dipendenti pubblici è stato firmato nel 2018 e ha interessato il triennio 2016-2018. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio di blocco degli stipendi imposto per legge. Analizzando l’andamento  della retribuzione lorda media  nel pubblico impiego, si evince, che tra il 2010 e il 2019 l’incremento è stato del 4 per cento (l’inflazione, invece, nello stesso periodo è salita del 10,5 per cento). Se in questo decennio gli aumenti contrattuali a causa del blocco non hanno subito aumenti significativi, nel quindicennio precedente (1995-2009) l’innalzamento della spesa fu esponenziale: +72 per cento contro una crescita media dell’inflazione del 40 per cento”.

Solo 29 miliardi di aiuti ad autonomi e commercianti

Secondo la Cgia, “fino ad oggi, a causa della pandemia, tutte le attività economiche hanno ottenuto dall’esecutivo – al netto delle agevolazioni in materia di credito e dell’effetto dello slittamento di alcune scadenze fiscali – solo 29 miliardi di euro di aiuti diretti“.

Il fatturato annuo delle imprese italiane, ricorda ancora l’associazione, “è pari a circa 3.100 miliardi di euro. Secondo alcune ipotesi molto prudenziali, le chiusure imposte per decreto dal Governo a causa del Covid hanno provocato alle attività interessate una perdita di fatturato di circa 200 miliardi di euro. Se a questo risultato si somma il 26%, si raggiunge un dato complessivo di poco superiore ai 250 mil iardi di euro.Secondo l’ultima bozza in circolazione, il Recovery plan ammonterebbe a poco più di 220 miliardi, mentre la legge di Bilancio 2021 ha una dimensione economica attorno ai 40 miliardi di euro”.

Il confronto tra statali e autonomi

Con questo confronto, spiega l’associazione, “vogliamo mettere in luce come una parte importante dell’economia italiana – costituita da almeno 5 milioni  di artigiani, commercianti, esercenti, albergatori e lavoratori autonomi – abbia subito perdite consistenti a causa delle chiusure imposte per decreto dal governo, non abbia beneficiato di indennizzi adeguati, sebbene da sempre non possono contare su alcun ammortizzatore sociale. A differenza dei lavoratori del pubblico impiego che, invece, di fronte a questa crisi economica senza precedenti  non hanno corso alcun pericolo di perdere né il posto di lavoro né una parte del proprio reddito”.

Senza contare, sottolinea ancora la Cgia, “che tra i lavoratori della Pubblica amministrazione è stata molto elevata la quota di coloro che in questi mesi di Covid ha potuto sperimentare lo smart working, riuscendo a conciliare meglio il lavoro con gli impegni familiari e il tempo libero, beneficiando anche dell’azzeramento dei costi di trasporto e di quelli legati alla pausa pranzo”.

“Le crisi economiche – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – non sono mai democratiche. Anche questa volta, infatti, a pagare il conto più salato saranno le persone più fragili, come le donne e i giovani. E se questi ultimi sono anche titolari di una partita Iva, i disagi aumentano esponenzialmente. Per questo motivo è giunto il momento di creare una rete di protezione sociale finalmente universale che coinvolga tutti: lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti sia del pubblico che del privato”.

Questa strada, prosegue Zabeo, “va perseguita senza togliere le garanzie già acquisite dai lavoratori subordinati, ma allargando le tutele anche a coloro che ne sono attualmente sprovvisti, utilizzando, in prima battuta, le risorse che spenderemo per il  cashback. Un provvedimento, questo, che assume sempre più i contorni di una vera iattura. Nei prossimi 2 anni, infatti, costerà alle casse dello Stato quasi 5 miliardi di euro che scandalosamente regaleremo alle persone più ricche. Risorse, invece, che sarebbero da utilizzare per sostenere le tante partite Iva che a causa del Covid e delle chiusure imposte per decreto rischiano di abbassare definitivamente la saracinesca”.

AGI – I dati raccolti dall’app di contact tracing sviluppata a Singapore potranno essere consultati e usati anche dalla polizia. La conferma è arrivata dal governo che in un primo momento aveva negato che i dati di tracciamento di TraceTogether potessero essere utilizzati per indagini sui cittadini, o per qualsiasi attivita’ al di fuori del controllo dei contagi.

L’app al momento secondo la Bbc è stata scaricata sugli smartphone dell’80% dei cittadini di Singapore. Secondo quanto riportato dalla Bbc, prima l’adozione dell’app era volontaria, poi la richiesta di utilizzo è stata estesa per l’accesso ai supermercati e ai luoghi di lavoro.

TraceTogether utilizza un protocollo diverso da quello utilizzato da molte app sviluppate dai governi occidentali, compresa l’italiana Immuni. A Singapore i dati vengono raccolti in un server centrale, mentre l’Italia ha adottato il sistema decentralizzato creato da Google e Apple per consentire lo scambio di codici via bluetooth tra sistemi operativi Android e iOS.

Singapore è stata tra le prime nazioni al mondo a lanciare lo scorso anno un’app di contact tracing. Prima ancora che Google e Apple lanciassero il loro protocollo. Gestendo i dati a livello centrale, l’app consentiva un tracciamento rapido dei contagi. Ma il modello ha fin da subito suscitato dubbi per la privacy perchè tutti gli spostamenti registrati sarebbero finiti in un server gestito dalle autorità centrali.

Per questo in un primo momento il governo ha assicurato che la finalità della raccolta dati sarebbe stata esclusivamente legata all’emergenza pandemica. Poi il dietrofront: il ministro dell’Interno, Desmond Yan, in Parlamento ha ammesso che i dati potranno essere utilizzati anche “ai fini di un’indagine penale”.

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