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La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Nel contratto di Governo tra Lega e M5s è previsto che lo Stato non esca dal capitale di Mps e che "provveda alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio".

A spiegare cosa intende la futura coalizione di Governo per 'ottica di servizio', scrive il Sole 24 Ore è stato l’economista della Lega Claudio Borghi che, in un colloquio con Reuters, ha precisato che "significa che tutte le sedi di Mps nelle valli che erano molto utili per l’economia della popolazione toscana, e che in un’ottica di puro e crudo profitto è stato previsto di chiudere, verranno tenute per far sì che la banca faccia un servizio ai cittadini".

La chiusura delle filiali rientra nel piano concordato con la Ue che, in cambio della concessione alla ricapitalizzazione precauzionale da parte pubblica e l’aumento dell’influenza pubblica sul Monte, di cui lo Stato controlla il 68%, e l’accenno critico al 'puro e crudo profitto' ha innescato sul mercato un’ondata speculativa di vendite che hanno portato le quotazioni di Mps a chiudere in ribasso dell’8,86%. 

Crollo in chiusura, debole in apertura

Il titolo è apparso ancora debole nelle prime battute della seduta e dopo un iniziale congelamento sono entrate in negoziazione e con un ribasso dell'1,2% a 2,88 euro, dopo aver toccato anche un minimo a 2,84 euro, corrispondente al -2%.

Il ministro uscente dell’Economia, Pier Carlo Padoan, appena eletto proprio nel collegio di Siena, accusa Borghi, Lega e M5S di aver "immediatamente creato una crisi di fiducia" su Mps, scrive il Corriere, "un fatto molto grave che mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare". Lega e Cinquestelle in questi anni sono stati molto critici verso i governi Renzi e Gentiloni per la gestione della crisi Mps e sul duro piano di ristrutturazione messo a punto con la Bce e l’Antitrust Ue, che ha autorizzato gli aiuti di Stato. Nel 2017 il Tesoro ha immesso 5,4 miliardi in Rocca Salimbeni, arrivando al 68% del capitale. 

Parole in libertà che costano un mucchi di soldi ai contribuenti

Molto critico anche il Fatto Quotidiano, secondo cui "la politica continua a giocare con i soldi altrui in modo del tutto irresponsabile". "Le idee di Borghi, della Lega e dei 5Stelle non sono certo una novità, ma asserire a mercato aperto nel bel mezzo di una trattativa per la formazione del governo che il piano industriale approvato dalla banca è sostanzialmente carta straccia e che il cambio di governance di Mps – “pur non entrando nel contratto” – è “abbastanza probabile, quasi naturale” equivale a creare una vera e propria turbativa di mercato".

Le parole “in libertà” di Borghi, aggiunge il quotidiano che non è certo ostile a M5s, hanno fatto guadagnare un mucchio di soldi a qualcuno e ne hanno fatti perdere tantissimi ai contribuenti che attraverso il Tesoro hanno iniettato come 5,4 miliardi nelle casse di Siena.

 

Mark Zukerberg ha infine accettato di presentarsi davanti al Parlamento europeo per rispondere alle domande di alcuni parlamentari. Ma c’è già polemica sull’incontro – che si terrà a Bruxelles il 22 maggio alle 17.45 ora locale – perché, diversamente dalle due audizioni americane, sarà a porte chiuse. E solo dopo il presidente del parlamento Ue, Antonio Tajani, terrà una conferenza stampa per dire ai media di cosa si sarà discusso.

Proteste per l’incontro a porte chiuse

La decisione di tenere un incontro privato – che, secondo alcuni commentatori discenderebbe da una richiesta della stessa Facebook – ha subito sollevato dubbi e proteste. Il leader del gruppo Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa), ed ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, ha twittato di non voler incontrare Zuckerberg se l’evento avverrà a porte chiuse. “L’incontro deve essere pubblico”. Dispiacere espresso anche dalla commissaria europea alla giustizia e alla tutela dei consumatori, Vera Jourova: “Ci sono più utenti Facebook in Europa che negli Usa, e meritano di sapere come sono trattati i loro dati”, ha twittato.

Sconcerto e proteste anche dai Verdi e dall’Alleanza progressista di socialisti e democratici.

L’annuncio del sì di Zuckerberg era stato dato dallo stesso Tajani in un tweet(); nella dichiarazione del presidente dell’europarlamento si specificava che il Ceo di Facebook avrebbe incontrato i leader dei gruppi politici, della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), e della conferenza dei presidenti.

Che domande gli faranno?

Ma di cosa si parlerà nell’incontro? Il comunicato di Tajani fa un generico riferimento al “chiarimento di questioni legate all’uso di dati personali”, salvo aggiungere che “particolare enfasi verrà posta sul potenziale impatto sui processi elettorali in Europa”. Purtroppo l’audizione a porte chiuse sarà un grosso limite, anche se di sicuro, oltre che Zuckerberg, salverà alcuni europarlamentari dal rischio di fare le brutte figure dei loro omologhi americani. Anche se almeno alcuni dei nostri politici europei sembrano piuttosto agguerriti e potrebbero andare molto in dettaglio. Magari aiutati dagli esperti. Nel mentre AGI ha sentito direttamente proprio alcuni di questi esperti per chiedere loro: cosa bisognerebbe domandare a Facebook in quell’incontro?

Le domande che si dovrebbero fare

Chris Wolfie, ricercatore austriaco, autore di numerosi dettagliati studi sull’economia dei dati e delle piattaforme (ben da prima dello scandalo Cambridge Analytica), vorrebbe sapere se e come dati sui profili Facebook siano stati condivisi con altre entità, aziende esterne o collegate. Nello specifico:

– Tra il 2012 e il 2018, Facebook ha condiviso dati a livello individuale sui comportamenti o le caratteristiche dei suoi utenti con altri soggetti, al di là di già note funzionalità come le app Facebook? Sì o no?
– Facebook ha accordi con altre entità per condividere dati che includano il collegamento (matching) di profili individuali? Con chi, quanti e per quale scopo?

Michael Veale è un ricercatore in privacy, machine learning e protezione dei dati all’University College di Londra, e da tempo è un punto di riferimento su GDPR e piattaforme, intervistato da media britannici e americani. Tre le domande che farebbe:

– Facebook ha annunciato la funzione Clear History per cancellare la cronologia della navigazione web raccolta attraverso i tracker di Facebook  (i tracker sono strumenti invisibili per tracciare gli utenti online e quelli Facebook coprono il 29 per cento del traffico web). Ma ora per la legge europea gli individui devono poter anche accedere ai dati che sono in grado di cancellare, e devono poterli scaricare. Finora Facebook ha usato una clausola della legge irlandese per evitare tutto ciò, dicendo che si trattava di  uno sforzo sproporzionato, ma col GDPR la clausola sparisce. Dunque gli utenti Facebook potranno scaricarsi questi dati specifici oltre che cancellarli?
– Facebook ha intenzione di chiedere il consenso anche per l’uso di dati personali sensibili (politica, religione, sesso) che deduce dalle azioni degli utenti (ad esempio dai Like)? La domanda nasce dal fatto che finora il social chiede il consenso solo per i dati che gli utenti inseriscono esplicitamente non per quelli individuati attraverso le loro attività. Eppure questo è un campo vasto e spericolato come dimostrato da una recentissima inchiesta del Guardian e della tv danese che mostra come gli inserzionisti possano inviare pubblicità mirate agli utenti Facebook sulla base di interessi collegati a religione, sessualità e politica, dedotti dalle loro azioni.
– Facebook permetterà agli utenti di scegliere di non far usare i loro post per la profilazione e la pubblicità targettizzata?

Guido Scorza, noto avvocato, docente di diritto delle nuove tecnologie, membro dell’unità di missione per l’attuazione dell’agenda digitale italiana della Presidenza del Consiglio dei Ministri, farebbe invece le seguenti domande a Zuckerberg:

– Quanto investe Facebook in attività direttamente correlate alla protezione della privacy dei loro utenti in proporzione al suo fatturato?

– Quale è la tariffa media oraria dei moderatori che usano per hate speech e fake news e quali sono i loro curricula?

– Perché non utilizzano un po’ della tecnologia che hanno per rendere davvero usabili due funzionalità fondamentali: la dashboard privacy&informativa e la mappatura per sapere “chi usa i miei dati”?

Chissà se i parlamentari Ue presenti all’incontro faranno alcune di queste domande. Almeno, come proposto da qualcuno, potrebbero fare una diretta su Facebook.

Il giorno in cui Tim ha chiesto la cassa integrazione per 3-4 mila persone, l'amministratore delegato Amos Genish ha ribadito di non voler cedere per nessun motivo la rete una volta completate le operazioni di scorporo.

L'azienda ha inviato una lettera al ministero del Lavoro per avviare le procedure per richiedere la cassa integrazione straordinaria per circa 3-4.000 persone per gestire gli esuberi. Dall'avvio dell'iter partono 25 giorni di trattativa tra azienda, ministero e organizzazioni sindacali per esaminare soluzioni alternative alla cgis.

L'azienda aveva messo in campo l'ipotesi di cassa integrazione per gestire gli esuberi già a metà marzo, poi il braccio di ferro tra Elliott e Vivendi aveva fatto passare in secondo piano la questione.

"Siamo stati informati stamattina da parte dei vertici di Tim", ha riferito Salvatore Ugliarolo, segretario generale Uilcom Uil. "Dopo diversi mesi di stallo nelle relazioni industriali, l'azienda ha deciso di partire unilateralmente con la richiesta di questo ammortizzatore sociale. Apriremo un confronto con il ministero per ricercare soluzioni alternative a quelle scelte da Tim che sono sicuramente più drastiche. Per quanto ci riguarda occorre avere chiarezza e certezza sui livelli occupazionali e sull'interesse del perimetro di questa importante azienda".

Dal canto suo l'azienda auspica un confronto costruttivo. "Tim ha avviato fin dal mese di gennaio 2018 un confronto con le organizzazioni sindacali per individuare le misure a sostegno del Piano Industriale DigiTim ed in particolare definire un piano organico e coerente con le finalità e i target annunciati. Malgrado le numerose occasioni di approfondimento congiunto e le disponibilità manifestate dall'azienda ad un costruttivo e risolutivo confronto, non è stato possibile raggiungere una soluzione condivisa e adeguata alle sfide di trasformazione dell'azienda".

Il primo azionista, Vivendi, andato in minoranza all’ultima assemblea, ha diffuso da Parigi una nota in cui si dice 'preoccupato' per la nuova governance del gruppo telefonico al punto che potrebbe 'come prevede la legge, chiedere la convocazione di un’assemblea per proporre di riorganizzare il consiglio' scrive il Corriere.

Il direttore finanziario, Piergiorgio Peluso ha spiegato che la cassa integrazione dovrebbe portare a Tim un contributo di 100 milioni di euro sull'intero anno. Ma il gruppo ha anche annunciato che farà ricorso contro la multa da 74,3 milioni di euro del governo italiano in base al decreto sul golden power e ha precisato che il nuovo Cda, targato Elliott, sostiene il piano e il management. 

Lamentando di non aver raggiunto "una soluzione condivisa e adeguata alle sfide di trasformazione dell’azienda", Tim descrive a Repubblica come "inevitabile" la mossa sulla cassa integrazione per "salvaguardare gli obiettivi industriali, unitamente alle esigenze di sostenibilità economica ed organizzativa dei livelli occupazionali". L'auspicio resta di trovare un accordo.

“Sono 120 euro con la fattura, 100 senza”. Alzi la mano chi non si è mai sentito fare un discorso di questo tipo. Dal dentista o oculista, dall’imbianchino, dal commerciante di mobili vecchi… la lista è molto lunga. Perché in realtà è prassi piuttosto comune nel nostro paese mettersi d’accordo e risparmiare, quando acquistiamo qualcosa o paghiamo per un servizio, invece di pensare che il vero risparmio, quello collettivo, lo faremmo non favorendo l’evasione fiscale e quindi riducendo la scomparsa di fondi pubblici che servono a pagare i servizi per tutti.

Perché di questo si tratta. Quando accettiamo di pagare qualcosa senza ricevuta, nei fatti, stiamo favorendo l’evasione delle tasse, in particolare dell’Iva, che a ogni transazione è associata nella misura del 22% sulla gran parte dei beni di consumo e dei servizi. Per non parlare dell’Irpef, che essendo legata alle dichiarazioni dei redditi, soprattutto nel caso di liberi professionisti, commercianti, artigiani e imprenditori, dipende in larga parte dall’onestà di chi dichiara quanto guadagna esibendo fatture e documenti di acquisto. E che quindi, quando accettiamo di pagare senza ricevuta, può dimenticarsi di dichiarare i guadagni corrispondenti.

L’evasione fiscale italiana è una delle più alte d’Europa. Non è un’impressione né una chiacchiera da bar: è un dato di fatto. E la possibilità di evadere, al di là del momento della dichiarazione dei redditi, è sostanzialmente quotidiana quando appunto i lavoratori autonomi e in libera professione, titolari di partita Iva, decidono di farsi pagare in contanti senza il rilascio di ricevuta o fattura. Tanto che la percentuale stimata di evasione dell’Iva in Italia è poco meno del 26%, precisamente del 25,78%, secondo gli ultimi dati disponibili della Commissione europea (2015). Era del 28% l’anno precedente. Sull’evasione dell’Iva e sul confronto tra Italia e Svezia, il paese con il tasso di evasione più basso, AGI ha recentemente fatto anche un fact checking che partiva dalle dichiarazioni dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli.

Per combattere l’evasione sono stati messi in campo, in tutti i paesi europei, molti strumenti nel corso di questi anni. Una misura che ha senz’altro dato buoni risultati anche in Italia è la possibilità di dedurre o detrarre ad esempio i costi sanitari o quelli per le ristrutturazioni, con la conseguenza che è per tutti noi più conveniente richiedere le fatture e ottenere un risparmio in sede di dichiarazione dei redditi invece che al momento del pagamento del servizio al professionista di turno. Ma uno dei metodi più efficaci per contrastare l’evasione dell’Iva è la diffusione dell’uso di pagamenti elettronici, con carte di credito o debito, che lasciando una traccia molto precisa della transazione, rendono più complicato il pagamento sottobanco.

Diversi studi fatti in questi anni, inclusi due lavori degli economisti italiani Giovanni Immordino e Francesco Flaviano Russo, dell’Università di Napoli, dimostrano che esiste una relazione negativa tra il valore delle transazioni effettuate con carte di credito e debito e l’evasione di Iva. Al contrario, anche se è più difficile da misurare come vedremo, c’è una correlazione positiva tra l’uso del contante nelle transazioni ma anche tra il prelievo dei contanti e l’evasione dell’Iva. Insomma, tanto più contante gira, o perché direttamente ritirato in banca o attraverso i bancomat, tanto più si evade. Una delle misure più efficaci per ridurre l’evasione è quindi sostenere il pagamento diretto con carte di credito o debito o altre forme di transazione elettronica, invece di limitare l’uso delle carte ai semplici prelievi che di fatto aumentano il contante in circolazione.

Non si tratta dunque del numero di carte che sono in giro né della disponibilità di sportelli ATM per il prelievo, che per esempio nel nostro paese sono molti di più che in altri paesi europei e che dipendono da molti fattori diversi, come ad esempio l’organizzazione e la riduzione di personale degli istituti bancari. Si tratta proprio del volume effettivo di acquisti e pagamenti che si fa con carta o con sistemi di pagamento elettronico a fronte di quelli che si fanno in contanti.

Chi evade di più l’Iva in Europa

L’evasione dell’Iva è più alta nei paesi dove la tassazione Iva è maggiore, come appunto l’Italia. Se però guardiamo alla media della tassazione Iva nei diversi paesi, ce ne sono molti altri dove l’Iva è simile alla nostra e che hanno un tasso di evasione nettamente inferiore, come ad esempio la Finlandia ma anche la Spagna e il Portogallo. Gli ultimi dati disponibili sono quelli del CASE e CPB report per conto della Commissione europea, del 2017 con dati fino al 2015.
 

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La differenza tra Iva attesa e Iva effettivamente raccolta

Esiste una misura dell’evasione di Iva, la cosiddetta VAT gap (VAT è la sigla inglese che sta per Iva). Si tratta della differenza tra l’Iva dovuta e quella effettivamente raccolta. Questa differenza, il gap appunto, è interamente dovuta a frodi ed evasione. Essendo denaro che viene a mancare, non è una cifra nota ma viene stimata per differenza tra l’Iva attesa in base al Pil di ciascun paese moltiplicato per la percentuale di Iva associata a ciascun acquisto (o servizio, come una visita specialistica o una consulenza) e quella effettivamente versata.

Insomma, se l’Italia ha un Pil di circa 1600 miliardi di euro, e una tassazione Iva che è del 22% per la gran parte dei beni (e del 4 e del 10 per altri) è possibile calcolare che, se prendiamo il 2015 come riferimento, il totale delle entrate Iva attese era di circa 136 miliardi di euro a fronte di una raccolta di poco più di 101 miliardi. Mancano dunque all’appello oltre 35 miliardi di euro.

In media, nell’Unione europea, il tasso di evasione dell’Iva è del 10,7% rispetto all’Iva totale attesa. Nel nostro paese, come abbiamo detto, questo valore è molto più alto e arriva al 26%. Peggio di noi solo Grecia, Lituania, Slovacchia e Romania, dove questa percentuale sale addirittura a più del 37%. Una sottrazione di fondi pubblici che, secondo le stime dell’Unione Europea, valeva circa 151,5 miliardi di euro nell’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, e cioè il 2015.
 

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Diverse misure sono state applicate nei paesi europei per contrastare l’evasione dell’Iva. In qualche caso, i risultati sono molto evidenti, come vediamo da questo sottoinsieme di paesi europei a confronto con i dati del gap Iva dal 2011 al 2015. Ci sono anche casi, come quello di Malta, dove i dati differiscono moltissimo perché sono cambiati i modi di valutare l’insieme delle transazioni e quindi l’Iva attesa.
 

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Ma il valore più interessante da calcolare è il peso in percentuale che questa sottrazione di fondi ha rispetto al Pil di un paese. Anche qui i dati variano molto all’interno dell’Unione. Si va addirittura dal tasso negativo della Svezia, che era di -1,4% nel 2015, (un dato dovuto a un meccanismo adottato dal governo svedese che incentiva il versamento dell’Iva riconoscendo gli interessi sul credito) al 5,6% della Romania. Il nostro paese si posiziona su poco più del 2%.

 

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Il contante che circola

Uno dei parametri per capire cosa favorisce l’evasione di Iva è la quantità di contante in circolo. Nel caso dell’area euro, però, è praticamente impossibile calcolare la quantità di contante per paese. L’unica possibilità per fare delle distinzioni interne alla zona euro è quella di andare per approssimazione, calcolando i prelievi fatti ai bancomat o presso le banche distribuite sul territorio e ai punti POS che consentono non solo pagamenti ma anche prelievi di contante. E di cercare di mettere a confronto il valore complessivo di questi prelievi rispetto al Pil di ciascun paese con il VAT gap, cioè con la percentuale di Iva evasa sempre rispetto al Pil.

 

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Come vediamo dal grafico qui sopra, che rappresenta i soli valori del 2015, ultimo anno per cui abbiamo entrambi i dati disponibili, la quantità di contante che viene prelevato (e che quindi circola) rispetto al Pil di ciascun paese non è sempre fortemente correlata con il tasso di evasione di Iva, calcolato sempre rispetto al Pil. Questa correlazione però esiste, ed è statisticamente significativa anche se non molto robusta, secondo i vari lavori pubblicati da ricercatori di diversi paesi. Per sicurezza, abbiamo ripetuto le analisi con i dati più recenti a disposizione e anche i nostri risultati confermano quanto osservato in precedenza.

Ci sono delle eccezioni, senz’altro. Che possono dipendere da altre variabili, incluse quelle socio-culturali. La Germania, ad esempio, ha una notevole quantità di denaro contante in circolazione ma una bassa evasione dell’Iva. Al tempo stesso, dal grafico vediamo che la gran parte dei paesi con alto tasso di evasione dell’Iva sono anche quelli in cui la percentuale di contanti prelevati, rispetto al Pil, è più consistente. Insomma, non è detto che alte quantità di prelievi determinino una forte evasione, ma dove c’è forte evasione circola molto contante.

I pagamenti elettronici

La diffusione delle carte elettroniche, sia di credito che di debito, non è di per sé un dato che abbia peso sull’evasione dell’Iva. Sostanzialmente, a molti conti bancari sono associate carte, perlomeno di debito, che non vengono necessariamente usate per effettuare pagamenti. Quello che fa la differenza è proprio l’uso. Prendendo ancora in considerazione i dati della Banca centrale europea, vediamo dal grafico qui sotto che i paesi dove è più bassa l’evasione fiscale sono anche quelli dove si usano di più le carte. Un cittadino britannico, ad esempio, nel 2016, ultimo anno per cui abbiamo i dati, ha usato la carta per pagare circa 218 volte, uno svedese 266 e uno danese oltre 300. In Italia, la media di utilizzo pro capite è di 41 pagamenti con carta l’anno, in Grecia di 25 e in Romania di 13.

Ancora una volta, spicca il dato della Germania, in piena controtendenza, con circa 38 pagamenti elettronici l’anno. Non sono stati presi in considerazione in questo caso i pagamenti con sistemi elettronici diretti, e cioè il cosiddetto e-money (PayPal, ApplePay e tutti i sistemi simili così come le varie app di pagamento con telefono) perché sono dati ancora davvero molto esigui. Poco significativi ormai anche i pagamenti con assegni, che sembrano essere in via di estinzione.

 

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Anche in questo caso, più che i numeri dei pagamenti, il dato più significativo è quello del valore totale degli stessi rispetto al Pil. Facendo una correlazione statistica tra i pagamenti fatti con le carte e il gap di Iva, sempre in riferimento agli ultimi dati utili del 2015 e in percentuale rispetto al Pil, si vede molto chiaramente che più si usano le carte meno si evade l’Iva. Se il grafico non sembra essere così drammaticamente chiaro, i coefficienti statistici non mentono, e la relazione inversa è proprio significativa, assai più robusta di quella diretta tra contante ed evasione. Non c’è dubbio, i paesi a più alta evasione sono anche quelli che fanno minor uso di carte. Rimangono delle eccezioni, come appunto la Germania, ma nel complesso l’analisi è coerente su tutta l’area euro.

 

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Più carte in circolo, meno evasione. Ma a quali costi?

Le contromosse per ridurre l’evasione fiscale sono diverse. Ci sono state molte proposte da parte di economisti di diverso orientamento, dalla tassazione del contante a un maggiore incrocio dei dati di acquisto e vendita registrati da banche e intermediari finanziari con le agenzie delle entrate fino a sistemi di audit frequenti e molto rigorosi. Sperimentazioni fatte negli Stati Uniti, dal 2011, in Turchia, dal 2008 e anche in Gran Bretagna sembrano aver dato buoni risultati, a sentire le dichiarazioni delle relative agenzie delle entrate. Ma si tratta sempre di misure il cui successo dipende da tanti fattori, tra cui la situazione sociale, la propensione culturale, il mercato di riferimento.

Una delle misure senz’altro più efficaci e trasversali è incentivare all’uso dei pagamenti elettronici. Ma qui entra in gioco un problema che pare essere molto sentito anche dai commercianti italiani, e cioè l’entità delle commissioni associate ai pagamenti e richieste dalle banche e dai gestori dei vari POS. In realtà, è molto difficile capire e stimare quale sia esattamente questa cifra. Dipende da vari fattori: dal contratto di leasing dei POS, dalle banche che emettono le carte e da quella utilizzata dal commerciante o professionista. E perfino dai contratti telefonici, come ci hanno raccontato diversi esercenti quando abbiamo rivolto loro questa domanda. Nessuno è in grado di stimare esattamente l’importo delle commissioni. Ma ad esempio, l’accesso a contratti telefonici con chiamate illimitate per effettuare i pagamenti, ha significato per molti un notevole risparmio sul costo mensile. Dunque i costi vanno dall’installazione, al canone, alle cosiddette interchange fees e cioè le commissioni fisse per transazione (di solito dell’ordine di pochi centesimi) e quelle in percentuali rispetto all’entità della transazione stabilite dai vari istituti di credito titolari delle diverse carte. 

Obbligatorio in teoria dal 2016 per tutti gli esercenti, con eccezione di benzinai e tabaccai, il POS che permette il pagamento con carta ancora latita in molti luoghi. Il fatto è che non ci sono sanzioni per chi non accetta un pagamento con carta. Sanzioni che in teoria avrebbero dovuto essere introdotte nella Legge di stabilità del 2018, che estendeva anche l’obbligo del POS a tutti i liberi professionisti. Invece sembra essere ancora tutto fermo. Di fatto, dunque, la proliferazione di biglietti e cartelli appesi nei bar e nei negozi con una cifra minima al di sotto della quale non si accettano pagamenti elettronici è del tutto illegale. Ma non è sanzionabile in alcun modo. Un perfetto gioco all’italiana.

In Europa invece è entrata in vigore, approvata a gennaio 2016 e attuata dunque su tutto il territorio dell’Unione dal 13 gennaio 2018, la direttiva Psd2 (payment service directive), che regola i pagamenti elettronici e rimuove, almeno sulla carta, alcuni degli ostacoli più pesanti. Come già spiegato qui su AGI, la direttiva prevede l’eliminazione dei sovrapprezzi applicati all’uso di una carta o dell’altra (una pratica ad esempio molto comune sui siti delle compagnie aeree o di viaggi) e fissa un tetto massimo per le commissioni interbancarie, allo 0,2% del totale per le carte di debito e allo 0,3% per quelle di credito, molto più ridotte di quelle attuali che in qualche caso arrivano perfino a dieci volte tanto.

Una direttiva che spinge verso un mercato comune anche dei pagamenti elettronici, dunque, e che dovrebbe dare maggiori garanzie e sicurezza. Vedremo se è sufficiente a aumentare l’uso, e soprattutto l’accettazione, delle carte di credito, anche per i cosiddetti micropagamenti, e cioè quelli sotto i 10 euro. Rendendo così realtà il sogno di molti di noi, e cioè la possibilità di girare praticamente senza il contante in tasca. 

Conto alla rovescia per il lancio dell'offerta in Italia del gruppo francese di tlc Iliad, la casa madre dell'operatore Free. Secondo quanto annunciato, il lancio è previsto "prima del 21 giugno", in occasione della presentazione del fatturato del primo trimestre. L'operatore ha confermato la sua disponibilità ad entrare nel mercato italiano, dove ha ottenuto una licenza a settembre 2016 durante la fusione di Wind e 3 Italia, prima dell'estate, dopo aver inizialmente considerato un lancio a "fine 2017 o inizio 2018". La rete di trasmissione “è pronta e funzionante e ha solidi indicatori di performance”. Inoltre “le offerte e i piani di marketing sono pronti”, hanno fatto sapere da Iliad che considera l'Italia “la nuova frontiera della crescita”. La documentazione inoltre sottolinea che il gruppo Iliad “è in procinto di fare il suo ingresso in un mercato da 16 miliardi di euro”.

Cos’è Iliad

Fondata nel 1990 dall'imprenditore francese Xavier Niel, che ne detiene il controllo con una partecipazione del 52,43% del capitale, Iliad a partire dal 2003 fornisce servizi di connessione Internet DSL in Francia. L'anno successivo è stata poi quotata presso la Borsa di Parigi mentre nel 2008 acquista il provider Internet Alice France da Telecom Italia per 775 milioni di euro, diventando il secondo fornitore di accesso Internet in Francia per numero di clienti, dietro a Orange. Il suo debutto in Italia è stato deciso il 1 settembre 2016 quando la Commissione europea approvando ufficialmente la fusione di Wind e 3 Italia, ha così confermato il suo ingresso come futuro nuovo quarto operatore mobile italiano. Il prefisso utilizzato dal nuovo operatore mobile italiano sarà il 351 con blocchi di numerazione dedicati. I primi due ad essere stati assegnati sono il 3518 e 3519, a cui seguiranno blocchi 3515, 3516, 3517. Ad ogni blocco corrispondono un milione di linee.

Quanti sono gli abbonati

Secondo quanto riporta il Sole24Ore, il gruppo Iliad al 31 marzo scorso contava complessivamente 20,3 milioni di abbonati (da 20,2 milioni a fine dicembre), suddivisi tra i 13,8 milioni nella telefonia mobile (in aumento di 130mila) e 6,5 milioni nella banda larga e ultra larga (come a fine dicembre), con 646mila abbonati Ftth (556mila a fine 2017). L'Arpu della banda larga e ultra larga è in calo a 32,90 euro da 33,90 euro a dicembre e 34,50 a fine marzo 2017 e risente «dell'aumento dell'Iva sulle offerte audiovisive e delle offerte promozionali». Per l'offerta Freebox Revolution l'Arpu resta per altro superiore a 38 euro.

Il calo registrato nel primo trimestre

La società ha annunciato nel primo trimestre un calo degli abbonati in Francia realizzando sempre nei primi tre mesi un fatturato di 1,2 miliardi. Si tratta di un rialzo dello 0,8% ma comunque di un risultato comunque al di sotto delle aspettative, che indicavano una media di 1,26 miliardi di euro. A causa di questi risultati al di sotto delle aspettative, il prezzo delle azioni Iliad è sceso sulla Borsa di Parigi, scendendo di quasi il 20% alla chiusura (-19,52%), a 133,20 euro. Lunedì sera, il gruppo ha anche annunciato l'istituzione di un nuovo gruppo dirigente con l'arrivo nella posizione di direttore generale dell'ex direttore finanziario, Thomas Reynaud, mentre l'attuale amministratore delegato, Maxime Lombardini, diventa presidente del consiglio di amministrazione del gruppo, in sostituzione di Cyril Poidatz, nuovo segretario generale. Iliad ha spiegato che questa nuova governance avrebbe "la missione di accelerare lo sviluppo del gruppo in Francia e in Italia". 

Le (possibili) offerte in Italia

Gli analisti di Credit Suisse, nei mesi scorsi, hanno provato a stimare, sia pure genericamente, quali potrebbero essere le offerte di Iliad sul mercato italiano. “I commenti della società sulla totale libertà nella decisione sui prezzi suggeriscono che il lancio dovrebbe avvenire a tariffe davvero molto basse”, scrive Jakob Bluestone in uno studio su Iliad di metà marzo. In un report più ampio risalente alla fine dello scorso novembre, osserva Business Insider, gli esperti di Credit Suisse sottolineano innanzitutto che, in Francia, Iliad ha debuttato con offerte a prezzo zero per pacchetti molto piccoli di minuti, sms e dati rivolti a coloro che erano già clienti nella telefonia fissa (l’offerta era invece di 2 euro al mese per gli altri). Tuttavia, spiegano gli analisti nello stesso studio, “non crediamo che in Italia per Iliad possa funzionare offrire piccoli pacchetti gratis” anche perché “i concorrenti come Wind-Tre e Fastweb offrono già oltre 5 Giga di dati più voce a prezzi tra i 5 e i 9 euro al mese Iva inclusa”. Da Credit Suisse pensano però che, “per avere un impatto significativo sul mercato, Iliad potrebbe offrire pacchetti simili a un prezzo vicino allo zero, nella speranza di generare valore con business al di fuori dei pacchetti e forse anche nella speranza di aumentare i prezzi più tardi”.

Il portale Universo Free, citato dal Giornale, parla comunque di offerte aggressive. Al momento le soluzioni previste sarebbero due: una con 500 minuti, 500 Sms e 5 Giga di traffico internet a costo di 2,90 euro al mese. E un'altra, molto aggressiva dal punto di vista dei dati, che prevede minuti di conversazione illimitati e 30 Giga di Internet (che corrispondono a una tariffa flat, data l'improbabilità di un consumo superiore da parte di un utente medio) a 9,90 euro al mese. Se così fosse, si tratterebbe di offerte forse meno rivoluzionarie del previsto, ma capaci comunque di incentivare una ulteriore riduzione delle tariffe a favore dell'utenza finale. Iliad non conferma e non smentisce. Fa parte della sua strategia aziendale: in Francia, prima del lancio di Free Mobile, a conoscere le tariffe era soltanto il fondatore della società ossia lo stesso Niel.

Tutti salvi i lavoratori del'Embraco "con gli stessi diritti e le stesse retribuzioni". È arrivata dunque, al tavolo del ministero dello Sviluppo economico, la soluzione per il caso dell'azienda del Gruppo Whirpool che a gennaio aveva aperto una procedura di licenziamento collettivo per i 500 addetti dello stabilimento di Riva di Chieri. Una soluzione che prevede il salvataggio dei posti di lavoro con l'intervento di due aziende che si occuperanno della reindustrializzazione del sito di Riva di Chieri, nel torinese. È questo in sintesi quello che è emerso del tavolo al Mise tra sindacati, rappresentanti della Regione Piemonte, Embraco e delle due aziende interessate.

I progetti

Le due società sono la Venture Productions, israeliana con capitale cinese, che punta a produrre robot e droni per la pulizia di pannelli fotovoltaici e filtri per l'acqua e che dovrebbe occupare 350 lavoratori, mentre la seconda è la torinese Astelav, che si occupa della rigenerazione di frigoriferi usati. L'epilogo si prospetta dunque positivo: nella joint venture israelo-cinese dovrebbero confluire circa 350 dipendenti – spiega il Corriere della sera – mentre nell'Astelav altri 40. In questi mesi circa 70 dipendenti hanno lasciato l'azienda con gli incentivi offerti dall'Embraco e, quindi, il numero è sceso a 430. 

La firma venerdì a Torino

I passaggi finali dovrebbero essere messi a punto venerdì a Torino nel corso di un incontro all'Unione industriale. Le due società investiranno nello stabilimento "riprendendo tutti i lavoratori con gli stessi diritti e le stesse retribuzioni, senza nessun supporto di denaro pubblico" spiega soddisfatto il ministro Carlo Calenda al termine dell’incontro al ministero dello Sviluppo economico. Inoltre, ribadisce – come riporta La Repubblica – che "non sono stati usati soldi pubblici" e sottolinea che sarà usata "la dote che Whirpool- Embraco ha messo a disposizione per i lavoratori". Si tratta, spiega ancora il titolare del ministero dello Sviluppo economico "di un'operazione buona, andata a buon fine. Certamente bisognerà stare attenti e vedere che le cose funzioneranno nel modo descritto".

Sindacati soddisfatti

La strada per la reindustrializzazione dalla società del gruppo Whirpool con il salvataggio dei posti di lavoro soddisfa i sindacati. “Stamattina abbiamo finalmente conosciuto le due aziende che si insedieranno, ci sono stati presentati i progetti che sembrano interessanti ma bisognerà poi valutare nella concretezza dei quello che succederà”, spiega Ugo Bolognesi della Fiom di Torino al quotidiano La Stampa

“È una giornata importante per tutti i lavoratori che stavano perdendo il posto di lavoro – aggiunge Arcangelo Montemarano, della Fim Cisl – Sono due società che hanno progetti ambiziosi e seri”. I tempi, rileva Dario Basso della Uilm di Torino, “sono abbastanza contingentati nel senso che l’azienda israeliana ha la necessità di iniziare a produrre molto presto e di assumere circa 370 persone e a regime l’interezza dei lavoratori che rimarrebbero in esubero. Anche Astelav, che ha anche la necessità di produrre subito, prevede di assumere prima 30 e poi 10 lavoratori”. 

Dopo un lungo braccio di ferro, il consiglio comunale di Seattle ha approvato con la cosiddetta "Amazon tax". Si tratta di una tassa imposta alle grandi compagnie che servirà a finanziare le attività della città in favore dei senzatetto, purtroppo sempre più numerosi. Il consiglio ha votato in favore della risoluzione nonostante la forte opposizione di Amazon – l'azienda con il numero maggiore di impiegati nel settore privato – con quartier generale proprio a Seattle, nello stato di Washington. Al coro dei no, guidato dal colosso dell'e-commerce, si erano unite anche altre 131 grandi compagnie del territorio.

45 milioni di dollari all'anno per le case popolari

Il provvedimento, ora sulla scrivania della sindaca democratica Jenny A. Durkan per la firma finale, prevede un contributo di 275 dollari per ogni impiegato a tempo pieno da parte delle aziende che raggiungono i 20 milioni di fatturato annui. Il voto è frutto di un compromesso che ha portato alla riduzione della trattenuta, stabilita inizialmente a 500 dollari. Da gennaio 2019 l'ordinanza interesserà il 3% delle aziende presenti sul territorio di Seattle. La tassa, che resterà in vigore 5 anni, farà intascare al comune circa 44,7 milioni di dollari annui destinati alla costruzione di case popolari e al finanziamento di progetti di assistenza ai senzatetto.

La replica dell'azienda: "Siamo molto preoccupati"

Insorge la compagnia guidata da Jeff Bezos.  "Siamo molto preoccupati per il futuro creato dall'approccio e dalla retorica ostile del consiglio (comunale) nei confronti delle aziende più grandi che ci costringono a mettere in discussione la nostra crescita qui", ha tuonato in una nota il vice presidente di Amazon, Drew Herdener. "La città non ha un problema di ricavi", ha attaccato, "ha un problema di efficienza nelle spese". Quando nel consiglio comunale di Seattle è iniziato il dibattito sull'introduzione della "Amazon tax", la società ha immediatamente sospeso i lavori per l'ampliamento della sua sede.

Apple​ sarà la prima "trillion dollar company", cioè la prima società con una capitalizzazione superiore ai mille miliardi di dollari. Il traguardo è in vista da tempo, ma adesso è davvero a un passo: la Mela ha chiuso l'ultima seduta a 964,27 miliardi.

La spinta finale: conti e buyback

A spingere il titolo sono stati i dati dell'ultima trimestrale: fatturato oltre le attese, a 61,1 miliardi e in aumento del 16% anno su anno; utili a 2,73 dollari per azioni e 13,82 miliardi, il 25% in più del secondo trimestre 2017. Dalla diffusione dell'ultimo bilancio, il titolo ha guadagnato l'11,5%. Merito però non solo del conto economico ma anche del piano di riacquisto di azioni proprie per 100 miliardi di dollari. L'iPhone X e il suo prezzo hanno condizionato le unita' vendute (52,2 milioni di smartphone, solo il 3% in più rispetto a un anno fa) ma hanno fatto lievitare incassi totali e spesa media per ogni dispositivo (passata da 655 a 728 dollari). Lo squilibrio di un bilancio ancora troppo dipendente dagli iPhone è bilanciato dai risultati dei Servizi (tra i quali AppleCare, Apple Pay, App Store): sono cresciuti anno su anno del 31% e dell'8% in un solo trimestre. Quindi non solo crescono ma accelerano. E ormai sono (di gran lunga) la seconda voce di ricavi: 9,2 miliardi, pari al 15% del fatturato.

Una compagnia grande come uno Stato

A furia di snocciolare numeri, si rischia di perdere le dimensioni complessive raggiunte da Cupertino: 61,1 miliardi di fatturato in un trimestre significa macinare in 90 giorni il prodotto interno lordo di Paesi come Panama e Uruguay. Prendendo l'intera annata (il 2017, chiuso con 229 miliardi di dollari di ricavi) Apple 'vale' quanto il Portogallo.

I meriti di Cook

Se a Jobs​ (fondatore con Wozniak​) si riconosce la paternità stilistica di Apple, spesso si dimentica il ruolo cruciale di Tim Cook nel successo finanziario della società. Proseguendo sulla linea Jobs, ma imprimendo anche forti sterzate (come l'ampliamento dei formati degli smartphone), Cook è alla guida dal 2011. Per Recode, che nel 2017 lo ha inserito al quinto posto tra le personalità nel mondo tecnologico, è "ufficialmente un sottovalutato". Perché l'ombra di Jobs, più carismatico, copre i meriti dell'attuale ceo. Spiegate però dai numeri: negli ultimi cinque anni, il valore delle azioni Apple è triplicato.

Il fondatore dimenticato

Quando Apple toccherà i mille miliardi, ci sarà chi festeggerà e chi si mangerà le mani. Chissà come la prenderà Ronald Wayne, "il fondatore dimenticato". Oltre a Jobs e Wozniak c'era anche lui. Oggi ultraottantenne (quindi più anziano dei due colleghi) deteneva una quota del 10%. La vende nel 1976, appena la società incassa la prima commessa, per 800 dollari. Oggi varrebbe centinaia di milioni di dollari. Il traguardo dei mille miliardi potrebbe essere raggiunto il giorno del compleanno di Wyne, il 17 maggio.

Milionari con pochi risparmi

Per capire quanto sia stata ghiotta l'occasione di investire in Apple, basta fare i conti in tasca a chi abbia puntato sulla Mela qualche centinaio di dollari nel 1980. Nel corso degli anni, infatti, Apple è ricorsa per quattro volte al cosiddetto frazionamento azionario: per rendere la società piu' liquida e aprire il capitale a nuovi investitori, il gruppo ha diviso ogni azione in due nel 1987, nel 2000 e nel 2005. E addirittura le ha spezzettate in 7 parti nel 2014. Risultato: chi avesse comprato 100 titoli Apple 28 anni fa per 2.200 dollari (resistendo alla tentazione di vendere), oggi ne avrebbe 5.600. Che ai valori attuali varrebbero poco più di un milione di dollari. Senza contare i dividendi incassati.

La rimonta di Amazon

Ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che sarà Apple a essere la prima "trillion dollar company". Ma potrebbe presto ritrovarsi in compagnia. Amazon è infatti a quota 780,77 miliardi. Ha superato Alphabet (altra papabile "trilionaria", a 765 miliardi). E cresce a un ritmo molto piu' sostenuto della Mela. Le azioni di Cupertino si sono apprezzate del 24% negli ultimi 12 mesi. Quelle di Amazon del 70%.

WizzAir a Bari, Ryanair a Brindisi, ma anche a Crotone, Trapani, Alghero, Ancona, Ciampino, Bergamo. Sono solo alcuni degli scali italiani sotto il controllo totale delle low cost, grazie a generosi contributi pubblici che ne permettono il funzionamento

I sussidi fanno volare le low cost

Si potrebbe obiettare che è la dura legge di mercato in un mondo competitivo, ma guardando al sistema nel suo complesso, si scopre che alle compagnie aeree low cost vengono concessi sotto forma di incentivi, circa un centinaio di milioni all'anno.

A finanziare queste operazioni ci sono, nella maggior arte dei casi, gli aeroporti gestiti da società partecipate dagli enti locali. Ma c'è da dire che troppo spesso queste sovvenzioni non colpiscono nel segno (basta dare un'occhiata ai tanti bilanci in rosso delle società di gestione italiane) trasformando l'aiutino pubblico in uno sperpero di denaro.

Una voce importante di questa anti-economicità diffusa – si legge sul quotidiano La Stampa – è il doping delle agevolazioni e degli sconti sul prezzo dei servizi (di fatto si tratta di sussidi) che parecchi scali pagano a Ryanair o ad altri vettori per deviare artificialmente qualche flusso di traffico verso le loro piste.  

Le regole d'ingaggio sono chiare, le compagnie aeree low cost impongono la legge del più forte. Come scrive il quotidiano la Repubblica, hanno in mano il destino di numerosissimi territori: se decidono di volare su uno scalo possono portare lavoro e turismo. Se stracciano un contratto lasciano in eredità solo macerie. Agli azionisti delle società di gestione invece, per non rischiare di chiudere i battenti, non resta che una sola scelta: aprire il portafoglio.

I sussidi nascosti

Il doping dei sussidi ha tanti volti ed è sempre ben nascosto nelle pieghe dei bilanci dei gestori: alcuni lo camuffano da marketing pubblicitario, o come costi per lo sviluppo di nuove rotte o ancora come spese per valorizzare il turismo locale. Nella maggior parte dei casi i piccoli aeroporti hanno ormai legato il loro destino a quello delle low-cost. Crotone ne è l'esempio più eclatante.

L'on-off dell''aeroporto di Crotone

Dal primo giugno il piccolo aeroporto della città calabrese riprenderà vita – spiega La Stampa. Almeno fino a ottobre Ryanair garantirà i collegamenti con Pisa e Orio al Serio. Era dal 2016 che nello scalo calabrese non c’erano più voli di linea. Da allora molto è cambiato eppure il rischio di un nuovo default è concreto. Infatti, così come accadeva nel passato anche oggi per portare la compagnia irlandese a toccare terra a Crotone c’è voluto più di mezzo milione di euro di fondi pubblici. 

"Abbiamo sostenuto la ripresa dei voli – ha dichiarato il governatore Mario Oliverio presentando le nuove rotte – perché nessuna compagnia vola gratis". Ma anche i Comuni della provincia dovranno partecipare e mettere mano al portafoglio per versare circa 40 mila euro al mese necessari al funzionamento dell’aeroporto. L’interrogativo centrale resta la sostenibilità dell’aeroporto di Crotone

La città resta isolata 

A rendere ancor più difficile lo sviluppo del terminal di Crotone è la mancanza di infrastrutture funzionanti. La ferrovia ionica attende ancora l’elettrificazione – aggiunge La Stampa – i treni a lunga percorrenza sono solo un ricordo e per arrivare a Roma, circa 500 chilometri, occorrono non meno di otto ore. Oppure c’è la statale 106, che tutti chiamano la strada della morte. Tranne pochi chilometri da poco ammodernati, il resto è una stretta lingua d’asfalto che passa in decine di paesi su cui Tir e autobus condividono la carreggiata con trattori e biciclette. Volare via sembra l’unica soluzione.

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