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AGI – Ore di lavoro frenetiche per provare a trovare la quadra al dossier Autostrade per l’Italia. Martedì scorso il Cda di Atlantia ha aperto all’ingresso di Cdp nell’azionariato di Aspi dopo un braccio di ferro durato quasi tre mesi.

La holding dei Benetton ha confermato la propria disponibilità “a valutare un’eventuale proposta da parte di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) – unitamente ad altri investitori nazionali e internazionali – per un possibile accordo, relativo all’acquisto dell’integrale pacchetto azionario (pari all’88,06%) della controllata Autostrade per l’Italia spa, idoneo ad assicurare l’adeguata valorizzazione di mercato della partecipazione medesima”.

Atlantia ha concesso a Cdp – che ha come advisor Unicredit e Citi – un periodo di esclusiva fino a oggi. Lunedì, è fissato il cda della holding che dovrà valutare la proposta giunta sul tavolo. Questa ipotesi è quella che si avvicina di più all’intesa raggiunta nella notte tra il 14 4 il 15 luglio. I nodi da sciogliere tuttavia sono sempre gli stessi: il prezzo da attribuire alla concessionaria e la manleva.

Atlantia potrebbe concedere uno sconto sul prezzo proprio per i potenziali danni e le eventuali cause risarcitorie legate al crollo del ponte Morandi. Secondo gli analisti la valutazione finale di Autostrade dovrebbe aggirarsi in una forchetta compresa tra gli 8 e i 10 miliardi. Lo schema con cui Cdp entrerebbe nel capitale di Aspi, secondo fonti vicine al dossier, dovrebbe essere quello di una doppia holding attraverso cui Cassa avrebbe circa il 25% di Autostrade e altri investitori la restante quota.

Su quest’ultimo punto c’è l’interesse di Blackstone e Macquaire così come quello del gruppo Toto e del fondo Usa Apollo. In ogni caso già domani dovrebbero esserci degli incontri per arrivare alla formulazione di un’offerta non vincolante su Aspi perchè per un’offerta vincolante serve prima che il governo approvi il piano economico finanziario di Autostrade.

Altra questione aperta è l’assemblea di Atlantia fissata per il prossimo 30 ottobre che dovrebbe approvare il percorso di dual track che prevede o la scissione e successiva quotazione in Borsa della newco Autostrade Concessioni e Costruzioni oppure la vendita diretta dell’88%. 

AGI – “Il Covid è stato qualcosa su cui nessuno era preparato. Anche il governo non poteva essere preparato e ha svolto un ruolo immane” quando è scoppiata la pandemia. “Ma dall’emergenza bisognava pensare al futuro. Cosa è stato fatto nel frattempo? Sono stati stanziati 6 miliardi per la sanità ma al ministro Speranza sono arrivati progetti solo da 5 regioni”. Lo ha detto il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, intervenendo al convegno dei giovani industriali.

Siamo ancora fermi, il modello veneto ha funzionato perché non lo abbiamo adottato? Ora ci troviamo qua a dire la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Non ci sono tamponi, si resta a casa e non si sa se si è positivi o negativi, per mesi”, ha aggiunto.

Sulla burocrazia italiana Bonomi ha sottolineato che “sono 2-3 generazioni che sopportiamo tutto questo, lo denunciamo e non cambia nulla”. “Abbiamo detto mesi fa che eravamo in un’economia di guerra, ci hanno criticato. Oggi lo dicono tutti. La stessa cosa l’abbiamo detta su misure come il reddito di cittadinanza e quota 100. L’ambizione è tornare a compiere quello che hanno fatto i nostri padri dopo la guerra, che hanno costruito un paese che ha insegnato a tutto il mondo. Dobbiamo ricreare fiducia in un momento dove la fiducia non c’è”. 

Il presidente degli industriali si è poi soffermato sulla questione della sicurezza dei luoghi di lavoro: “Oggi i dati confermano che i luoghi di lavoro sono quelli più sicuri. Ieri ci accusavano di essere untori e ora non ho sentito nessuno chiedere scusa”. 

Riguardo alla globalizzazione, Bonomi ha spiegato che “è stato fatto un passo indietro con il Covid ma il commercio internazionale sarà il driver” principale anche in futuro anche se “il nazionalismo protezionista è ancora alle porte”.

Il presidente di Confindustria non ha mancato di criticare alcune scelte del governo. “Le politiche attive del lavoro non si fanno con il reddito di cittadinanza ma con le politiche attive del lavoro, non con l’assunzione dei navigator. Se” questo sistema “non funziona, troviamo un’altra strada. Pensiamoci insieme”, ha detto.

Rivolto alla ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, Bonomi ha aggiunto: “Ho sentito la sua affermazione che dovete assumere ancora 11.200 navigator e mi è corso un brivido lungo la schiena. Se il reddito non funziona non è un problema politico, troviamo semplicemente un’altra strada”.    

E ha concluso: “Il governo dovrebbe uscire dalle logiche politiche: il pil perde il 10%, che significa 180 miliardi di euro, se pensiamo che con il recovery ce ne arrivano 200…”. 

AGI –  È terminato, dopo quasi sette ore di confronto, a palazzo Chigi il vertice tra Governo e maggioranza sul Documento programmatico di bilancio. In giornata è prevista la convocazione del Consiglio dei Ministri, che dovrà dare via libera al testo, atteso dalla Commissione Ue. La viceministra all’Economia Laura Castelli e la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra hanno annunciato l’intesa sul Dpb. Erano presenti, tra gli altri, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economis Roberto Gualtieri e i capi delegazione dei partiti della maggioranza: Alfonso Bonafede, Dario Franceschini, Roberto Speranza e Teresa Bellanova. Allo stato non ci sono ancora convocazioni ufficiali del Consiglio dei Ministri.

Sul Covid non sono state prese decisioni immediate. Resta in vigore il Dpcm, che vale dal 14 ottobre, che già prevede in tutta Italia la chiusura di ristoranti, bar e pub a partire dalle ore 24. Vietati anche in tutta Italia gli sport di contatto a livello amatoriale.

Sistema tedesco per la riforma fiscale

È stata la riforma del sistema fiscale il focus della riunione tra Governo e maggioranza di questa notte a Palazzo Chigi. Secondo quanto si apprende, sul tavolo ci sarebbe il sistema tedesco che non prevede aliquote a scaglioni, ma la previsione da 9 mila fino a 54.949 euro di un’unica maxi aliquota variabile al crescere del reddito che in Germania varia dal 14% al 42%.

Il valore dell’aliquota (e quindi le tasse da pagare) salirebbe proporzionalmente all’aumentare dei redditi, livellando così possibili disparità tra chi, guadagnando pochi euro sotto la soglia di uno scaglione, si troverebbe a pagare molto meno di chi si dovesse trovare appena oltre quella soglia. In Germania la no tax area è fino a 9mila euro. In Italia fino a 8.174 euro.

Riunione con le Regioni sull’epidemia

È iniziata nella sede della Protezione Civile di via Vitorchiano, a Roma, la riunione di coordinamento con le Regioni a cui partecipano in presenza il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, il commissario Domenico Arcuri e il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli. Collegati in videoconferenza il ministro della Salute, Roberto Speranza, e i presidenti delle Regioni. Il vertice, secondo quanto si apprende, è stato convocato ieri per un confronto con le Regioni su terapie intensive e tamponi.

Tra i presidenti in collegamento in videoconferenza il governatore della Regione Lombardia Luciano Fontana, il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, il presidente della Regione autonoma del Trentino Alto Adige, Arno Kompatscher, il presidente del Molise Donato Toma, il governatore della Liguria Giovanni Toti e alcuni assessori.

AGI – La pandemia di coronavirus rischia di ‘bruciare’ 160 miliardi di ricchezza. La stima è della Cgia di Mestre, secondo cui nelle più rosee previsioni il Pil italiano calerà quest’anno di circa il 10%. Per dare l’idea della dimensione della contrazione, sottolinea la confederazione artigiana, è come se il Veneto fosse stato in lockdown per tutto l’anno.

“Il peggio deve ancora arrivare”

“La gravità della situazione”, sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, “emerge in maniera ancor più evidente se paragoniamo l’attuale situazione economica con quanto accaduto nel 2009, ‘annus horribilis’ dell’economia italiana del dopoguerra. Allora, il Pil scese del 5,5 per cento e il tasso di disoccupazione, nel giro di 2 anni, passò dal 6 al 12 per cento. Quest’anno, invece, se le cose andranno bene, il Pil diminuirà del 10 per cento circa. Con un crollo quasi doppio rispetto a quello registrato 11 anni fa, è evidente che una caduta verticale del genere avrà degli effetti molto negativi sul mercato del lavoro. Per questo diciamo no a qualsiasi chiusura generalizzata che aggraverebbe ancor più la situazione. Anche perché il peggio deve ancora arrivare. Quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, infatti, correremo il rischio di vedere aumentare a dismisura il numero dei disoccupati”.

Secondo la Nadef, ricorda la Cgia, i consumi delle famiglie, che costituiscono la componente più importante del Pil nazionale (circa il 60 per cento del totale), subiranno quest’anno un vero e proprio tracollo. Ogni famiglia italiana ridurrà la spesa di circa 3.700 euro per 96 miliardi complessivi. Altrettanto rovinosa sarà la riduzione degli investimenti pubblici e privati: sempre secondo il documento messo a punto dal governo, nel 2020 subiranno una riduzione del 13 per cento che in termini assoluti corrisponde a 42 miliardi di euro.

Con poca liquidità e consumi e investimenti in caduta verticale, il Paese sta scivolando pericolosamente verso la deflazione. Dallo scorso mese di maggio l’indice dei prezzi al consumo è sempre negativo. “Nonostante i prezzi diminuiscano”, rileva la Cgia, “le famiglie non acquistano, poiche’, a causa delle minori disponibilita’ economiche e delle aspettative negative, quel poco che viene venduto comporta, per i dettaglianti, margini di guadagno sempre più risicati. La merce, rimanendo negli scaffali e nelle vetrine dei negozi determina una situazione di difficolta’ per i commercianti, ma anche per le imprese manifatturiere che, a fronte di tanto invenduto, sono costrette a ridurre la produzione. Tutto questo inizialmente da’ luogo a un aumento del ricorso alla cassa integrazione che poi sfocia in una forte impennata dei licenziamenti”.

Il buco nella raccolta fiscale

I dati raccolti ed elaborati da Unimpresa per il 2018 sono parziali, poiché non sono ancora reperibili quelli relativi all’evasione contributiva e anche quelli che si riferiscono all’Irpef (circa 31,6 miliardi di ammanco nelle casse pubbliche) non sono completi; nel 2018, in linea con gli anni precedenti, si è registrata un’evasione di Ires pari a 8,9 miliardi e di Irap per 5,06 miliardi; il totale dell’Iva non versata all’amministrazione finanziaria e’ 33,3 miliardi, mentre mancano 5,1 miliardi di Imu e Tasi oltre a 1,4 miliardi di accise su benzine e prodotti energetici.

“Spesso chi evade, chi paga in ritardo, chi non ottempera a tutti gli obblighi legati dalle norme tributarie è in una situazione di estrema difficoltà. Non sono pochi i casi di imprenditori che si trovano di fronte a un bivio. E tra la scelta di onorare un adempimento fiscale o pagare lo stipendio dei dipendenti, si preferisce dare i soldi ai lavoratori, magari per consentire alle famiglie di fare la spesa”, osserva Lauro. “Tutto questo non vuol dire arrendersi di fronte alla vera evasione o soprattutto di fronte ai casi delle grandi aziende, dell’industria e della finanza, che aggirano sistematicamente le norme fiscali per chiudere i bilanci con utili milionari”, conclude.

AGI – La locomotiva Italia ha ripreso a correre: Bankitalia stima che nel III trimestre il ritorno alla crescita “è stato verosimilmente più sostenuto di quanto prefigurato a luglio”. Nel Bollettino economico, Bankitalia chiamando in causa le sue valutazioni, “anche grazie alle misure di stimolo, l’incremento del prodotto potrebbe essere stato intorno al 12 per cento, sospinto soprattutto dal forte recupero dell’industria, dove le imprese prevedono un andamento più favorevole della domanda nei prossimi mesi”. Nel I trimestre, il Pil si era ridotto del 5,5% mentre nel II trim del 13%.

Secondo gli esperti dell’istituto di via Nazionale, “restano più incerte le prospettive dei servizi, in ripresa anche per effetto del buon andamento dei flussi turistici domestici ma ancora su livelli di attività molto contenuti”. Nelle indagini di Bankitalia, “le famiglie indicano un graduale miglioramento delle proprie condizioni economiche; riportano però anche un’elevata propensione al risparmio a fini precauzionali”.

Più in generale, il Bollettino di palazzo Koch evidenzia che “anche l’attività economica dell’area dell’euro è tornata a crescere, senza raggiungere ancora i livelli precedenti l’emergenza sanitaria, in linea con lo scenario centrale di graduale ripresa delineato in giugno: per le famiglie, ai persistenti timori di disoccupazione si è associato un aumento del risparmio precauzionale”.

Sebbene l’economia sia in ripresa, per Bankitalia “il recente peggioramento del quadro epidemiologico potrebbe continuare a scoraggiare o impedire alcune tipologie di spese considerate non essenziali, come viaggi, vacanze e ristoranti”.

Quanto all’inflazione che è scesa su valori lievemente negativi, “il rischio di una prolungata deflazione incorporato nelle quotazioni degli strumenti finanziari, ancora significativo, si è ridotto grazie alle decisioni di politica monetaria e all’introduzione delle nuove misure di bilancio europee. Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha mantenuto un orientamento molto espansivo e ha confermato che è pronto ad adeguare ulteriormente tutti i propri strumenti”.

“Gli andamenti al momento osservati restano comunque a grandi linee coerenti con il risultato prefigurato per l’anno in quello scenario, che prevedeva una caduta del Pil di poco inferiore al 10%, con una successiva molto graduale ripresa”, prevede Bankitalia sul Pil nel Bollettino economico. La stima viene confermata anche se la ripresa nel III trimestre è stata del 12%, quindi più del previsto in quanto “il calo del II trimestre è stato lievemente più accentuato di quanto stimato” a luglio. 

AGI – Un’azienda italiana su 4 ha adottato soluzioni di smart working e anche dopo la pandemia due dipendenti su tre lavoreranno da remoto almeno un giorno a settimana. Ma la flessibilità alla quale le imprese italiane si sono dovute adattare in fretta e furia non viene senza un prezzo, soprattutto in termini di ridotto tasso di innovazione e di senso di isolamento. 

Secondo una ricerca realizzato da Microsoft su Remote Working e Futuro del Lavoro e che ha coinvolto oltre 600 manager e dipendenti di grandi imprese italiane, il lavoro flessibile e il lavoro ibrido sono già la normalità

Il numero di organizzazioni italiane che hanno adottato modelli flessibili di lavoro è aumentato in modo esponenziale, passando dal 15% del 2019 al 77% del 2020 e i manager intervistati si aspettano che il 66% dei dipendenti continui a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana.

In questa “nuova normalità”, i leader aziendali hanno registrato benefici sia in termini di produttività sia di efficienza: l’87% degli intervistati ha riscontrato una produttività pari o superiore a prima del lockdown e il 71% è convinto che le nuove modalità “ibride” di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi. Inoltre, sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Sia i manager sia i dipendenti stanno apprezzando i vantaggi del lavoro da remoto e nessuno di essi intende tornare alle vecchie abitudini. L’88% dei manager si aspetta l’introduzione di modalità di lavoro più ibride nel lungo periodo e i dipendenti prevedono di trascorrere in media un terzo del proprio tempo (37%) al di fuori del tradizionale luogo di lavoro.

Tra i principali benefici si annoverano la possibilità di vestirsi in modo più casual (77%) e di personalizzare il proprio ambiente di lavoro (39%), avere più tempo per i propri hobby (49%), per i propri figli (36%) ma anche per gli animali domestici (22%).

Il rovescio della medaglia

Tuttavia, gli italiani di tutte le fasce d’età hanno dichiarato di apprezzare l’ambiente lavorativo tradizionale, specialmente per la possibilità di socializzare e condividere esperienze e informazioni più facilmente con i colleghi. Una delle principali sfide del lavoro da remoto è, infatti, la sensazione di essere più isolati e meno in relazione con i colleghi, un fattore che potrebbe comportare anche un importante calo nel tasso di innovazione.

La ricerca di Microsoft ha evidenziato come il lavoro da remoto possa inibire la condivisione di idee tra le persone e porti i dipendenti a essere meno invogliati a chiedere aiuto o a delegare in modo appropriato. In particolare, è fondamentale supportare il middle management nel superare questi limiti per promuovere una cultura del lavoro che favorisca l’innovazione: il 61% dei manager intervistati riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una forte cultura di squadra in questo scenario di remote working.   

La difficoltà nel rimanere connessi con il proprio team influenza, quindi, la capacità di condividere nuove idee e innovare: rispetto allo scorso anno è stato registrato un calo sensibile nel numero di manager che dichiarano che la propria azienda possiede una cultura innovativa, passando dal 40% nel 2019 al 30% nel 2020. Allo stesso modo, è stato rilevato un calo anche nella percezione dell’innovazione di prodotti e servizi, che è passata dal 56% nel 2019 al 47% nel 2020. 

AGI – Ci vorranno almeno due anni prima che l’economia italiana torni ai livelli pre-covid. A sostenerlo è il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervistato da Blomberg Television. Il numero uno di palazzo Koch ha assicurato che il debito pubblico italiano è “sostenibile“, dicendosi ottimista sull’andamento del Pil nel terzo trimestre: “Stiamo osservando dati migliori di quanto previsto“. 

Visco ha quindi affermato che “è importante non ritirare troppo presto le politiche messe in atto dai governi e dalle banche centrali per contrastare l’impatto della pandemia. Le politiche – ha spiegato – devono rimanere estremamente accomodanti sia dal punto di vista fiscale che monetario, come siamo pronti a fare per l’area dell’euro nel suo complesso”. 

Aggiunge il numero uno di Bankitalia: “Siamo qui per considerare i rischi di stop and go e dovremo evitare di ritirare troppo presto le politiche. L’uscita dalle misure di emergenza è un tema che abbiamo discusso un po’ alle riunioni del G20 e del Fmi, ma sarà una questione di misure per la presidenza italiana del prossimo G20”.

AGI – I sussidi settimanali di disoccupazione negli Usa salgono a sorpresa quasi a 900 mila unità a quota 898.000, contro le 845.00 unità della precedente settimanali e sopra le 825.000 richieste attese. Il dato rafforza i timori che la pandemia stia infliggendo danni duraturi al mercato del lavoro.

Le 898.000 richieste rimangono ben al di sopra del picco di 665.000 unità raggiunto durante la grande recessione del 2007-09 e sotto il livello record di 6,867 milioni toccato a marzo, all’inizio dei lockdown.

Circa 3,8 milioni di persone hanno perso definitivamente il lavoro a settembre, un livello molto preoccupante tenuto conto che la Casa Bianca e il Congresso non riescono a trovare un accordo per varare un altro pacchetto di salvataggio per imprese e disoccupati.

 

AGI – Sono quasi 282.000 gli ingressi previsti dalle imprese per il mese di ottobre, in calo del 27,9% rispetto ad ottobre 2019. Sale al 13% la quota di imprese che programmano assunzioni (erano il 10% a settembre). A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, che elabora le previsioni occupazionali di ottobre.

In un quadro economico complessivamente ancora caratterizzato da forte incertezza per l’andamento dell’emergenza sanitaria e per i tempi di superamento della crisi economica – si legge nell’analisi – buona parte delle imprese (82,8%) ritiene che i livelli di produzione e vendita potranno tornare a condizioni “accettabili” solo nel corso del 2021, in particolare il 46,9% di esse sposta direttamente al secondo semestre 2021 la possibile “normalizzazione” delle attività. Sempre elevata la quota di imprese che segnala problemi finanziari per carenza di liquidità nei prossimi sei mesi: è pari al 49,4%, sebbene in discesa rispetto al 58,4% di agosto.

Nel mese in corso sono circa 182 mila le imprese che prevedono assunzioni, erano 147mila a settembre. I segnali di miglioramento arrivano dai servizi alle persone (-6,9%) e dalle costruzioni (-11,9%). Anche in termini di entrate previste, rispettivamente circa 50 mila e 27 mila, questi due comparti sono tra quelli che tengono meglio rispetto all’anno precedente (-11,6% e -23,2% su ottobre 2019), insieme alle lavorazioni dei minerali non metalliferi (-7,2%), strettamente legate alle costruzioni, e all’industria alimentare (-14,6%).

Ancora molto negativa, invece, la tendenza per la filiera del turismo: le previsioni di assunzioni fanno segnare un deciso -43,6% su base tendenziale e a soffrire un calo analogo sono anche i servizi finanziari.

Di fronte a segnali ancora così incerti su tempi e modalità della ripresa, la domanda di lavoro delle imprese tende a concentrarsi sulle figure professionali dell’area core delle attività di produzione, su quelle dell’area tecnica e di progettazione e sulle funzioni collegate alla direzione, con difficoltà di reperimento particolarmente elevate negli ambiti della ricerca e sviluppo (51,7%, con i tecnici in campo ingegneristico al 58,9%), dell’installazione e manutenzione (46,3%, con gli artigiani e operai specializzati di installazione e manutenzione attrezzature elettriche e elettroniche al 42,6%) e della certificazione e controllo di qualità, sicurezza e ambiente (39,6%, con i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi al 54,5%).

Al di sopra della media nazionale si prospetta l’andamento tendenziale delle assunzioni previste a ottobre 2020 per le regioni del Sud e Isole e per il Nord Ovest, mentre più negative sono le attese delle imprese del Nord Est (in particolare di quelle venete) e del Centro (in particolare di quelle della Toscana). 

AGI – “L’Italia è l’unico Paese europeo in cui vige il blocco dei licenziamenti. Una misura eccezionale, legata all’emergenza e che certamente aveva senso nel momento piu’ difficile, quando di trattava di evitare che il lockdown generalizzato cancellasse intere realtà produttive”. È l’analisi di Alessandro Spada, nuovo numero uno di Assolombarda, che in un’intervista a La Stampa spiega che l’epidemia ha profondamente mutato il sistema economico e non sarebbe possibile immaginare che gli organici delle aziende rimangano quelli che erano prima del Covid.

E aggiunge: “Oggi stiamo assistendo alla graduale ripresa di alcuni settori mentre altri pagano ancora duramente gli effetti della pandemia. Si tratta di modulare i provvedimenti tenendo conto di questa realtà in mutamento“.

“In alcuni settori anzi c’è una ripresa incoraggiante”, dice il presidente di Assolombarda, che dinanzi alla domanda su quante aziende senza il blocco licenzieranno e quanti sono i posti di lavoro a rischio, così risponde: “Ecco una domanda che un imprenditore non si fa mai. Chi ha la responsabilità di un’azienda pensa a come farla crescere, non a come tagliare gli organici” quindi “non sarebbe serio dare una percentuale”.

Però poi Spada analizza la situazione: “Ci sono settori, come la manifattura, che hanno fatto registrare forti riduzioni della produzione a marzo e aprile e che successivamente sono lentamente risaliti. In alcuni casi i miei colleghi prevedono addirittura di chiudere il 2020 con risultati migliori del 2019. Ma, diciamolo, sono eccezioni”, puntualizza il capo degli industriali lombardi, che precisa: “Ci sono settori pesantemente colpiti dalla crisi. Ancora oggi, ad esempio, chi opera nelle attività legate al turismo e ai servizi subisce cali di fatturato tra il 50 e l’80 per cento”.

“Purtroppo – sottolinea Spada – ci sono settori in cui la pandemia ha profondamente modificato il panorama economico. E che non è detto che possano continuare ad essere gestiti con gli organici che avevano fino al febbraio scorso” cosicché “nei settori più in difficoltà si tratterà di prevedere ammortizzatori sociali per un periodo di tempo più lungo. Inoltre, in tutti i settori, diventa fondamentale investire sulla formazione, leva strategica a garanzia della rioccupabilità delle persone. In particolare la formazione tecnica”, conclude. 

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