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Facebook, pressata dalla Commissione europea, ha fatto il primo passo: registrerà il fatturato dove lo realizzerà. Anche se non ci sono certezze sulle conseguenze della decisione e anche se abbondano le soluzioni per aggirarla, è un primo passo verso una maggiore trasparenza. Che non è proprio il punto forte delle maggiori compagnie tecnologiche al mondo. Ecco come i loro assetti societari sono organizzati per alleggerire il peso fiscale.

Apple: dall'Irlanda a Jersey
 

All'inizio di dicembre, Apple ha trovato un accordo con il governo irlandese: pagherà 13 miliardi di euro di imposte arretrate. Il rapporto tra Dublino e la Mela è stato molto favorevole tra il 2003 e il 2014. L'Irlanda, afferma la Commissione Ue, “ha garantito benefici fiscali” tali da offrire a Apple la possibilità di pagare solo lo 0,005% sui profitti. L'architettura creata dal gruppo riusciva infatti ad ammorbidire la già soffice tassazione irlandese (12,5% sui profitti). È stata la stessa Commissione a ricostruirla. Grazie alla controllata Apple Sales International, tutti gli acquisti fatti in un negozio Apple europeo vengono contabilizzati in Irlanda, lasciando praticamente a bocca asciutta gli altri Paesi membri. La società, però, utilizzava un ulteriore passaggio (consentito dalle regole di Dublino): parte dei profitti venivano dedotti perché spediti negli Stati Uniti per finanziare l'attività di Ricerca e sviluppo di Cupertino. Il resto (quasi tutto il fatturato europeo) veniva inviato in un “ufficio centrale”, che però non aveva né una vera sede né dipendenti. Un'entità senza Stato e senza tasse.

Di consegueza, solo una minima parte del fatturato era soggetto al fisco irlandese. Oggi questo meccanismo non è più concesso: le vendite vengono ancora contabilizzate in Irlanda ma sono soggette alla tassazione locale e non più a quella della sede centrale fantasma. All'inizio di novembre, però, Apple (dopo le rivelazioni dei Paradise Papersha confermato che “la residenza della filiale sussidiaria che controlla la liquidità estera è stata trasferita a Jersey”, isola e paradiso fiscale della Manica. Una mossa per trovare nuovi spazi vista l'offensiva europea sulle multinazionali di internet? L'obiettivo, secondo la società, è “assicurare che gli obblighi e gli oneri fiscali verso gli Stati Uniti non venissero ridotti” perché è negli Stati Uniti che avviene lo sviluppo del prodotto.

Google: il triangolo con l'Olanda
 

A maggio Google ha raggiunto un accordo con il Fisco italiano per pagare 306 milioni di euro, relativi al periodo 2009-2013, che comprendono però, ha spiegato l'Agenzia delle Entrate, anche “importi riferibili al biennio 2014 e 2015 e a un vecchio contenzioso relativo al periodo 2002-2006”. A spiegare come funziona lo schema Google è stato Alberto Zanardi, consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un’audizione al Senato lo scorso 15 marzo.

La capogruppo ha ceduto i diritti di sfruttamento della propria tecnologia (cioè, prima di tutto, la possibilità di utilizzare l'algoritmo) a una controllata registrata in Irlanda (Google Ireland Holding) ma amministrata dalle Bermuda. Questa società, a sua volta, concede una “sub-licenza” a un'altra entità irlandese (Google Ireland Ltd), che gestisce materialmente i contratti del mercato europeo. In questo modo, il fatturato dei singoli Paesi viene convogliato verso Dublino, dove le tasse sono più basse. A questo punto, però, parte un altro viaggio. Google Ireland Ltd, dopo aver incassato, deve pagare i diritti di licenza a Google Ireland Holding. Ma per farlo passa dall'Olanda, dove un'altra holding fa semplicemente da filtro. Perché? Le norme irlandesi prevedono che se si versano i diritti a società di altri paesi Ue, non si pagano imposte. In questo modo, le somme passano da Google Ireland Ltd (che così riduce gli utili per pagare meno) a Google Ireland Holdings senza incontrare le già larghe maglie del fisco. Per poi essere girate nelle Bermuda.

Amazon in Lussemburgo
 

Le società che consentono ad Amazon di ridurre il carico fiscale si trova in Lussemburgo. Un accordo del 2003 sottoscritto con lo Stato ha consentito al gruppo di Jeff Bezos di ridisegnare la propria struttura. Prima c'era una piramide in cui le affiliate (con sede in Francia, Gran Bretagna e Germania) e i siti europei venivano controllati da una società con sede negli Stati Uniti. Grazie al restyling, il Lussemburgo è diventato il centro di aggregazione dei profitti generati in Europa. E ha permesso di utilizzare lo stesso meccanismo della doppia società già sfruttato da Google: una (Amazon EU) gestisce i contratti; l'altra (Amazon Europe Holding Technologies) detiene le licenze. La prima, che paga le tasse in Lussemburgo, per alleggerire il bilancio trasferisce alla seconda denaro con importi che l'Ue ha definito “gonfiati e non corrispondenti alla realtà economica”. Si può abbondare, perché tanto la holding, “data la forma giuridica di società in accomandita semplice, non è soggetta all'imposta sulle società”.

A ottobre, Amazon è stata quindi condannata a pagare 250 milioni di tasse non versate. In questo caso, ancor più che nel caso di Apple, ci sono una contraddizione e un paradosso. La contraddizione sta nel fatto che a incassare il rimborso sarà il Paese che ha promosso l'accordo e concesso i vantaggi fiscali poi sfruttati dalla compagnia. Il paradosso riguarda Jean-Claude Juncker: il presidente della Commissione che oggi condanna Amazon era primo ministro del Lussemburgo al momento dell'accordo con il gruppo.

La legge sulla web tax inserita nella Manovra
 

In Italia la web tax è stata inserita nella Manovra in discussione in questi giorni.  Ma dopo l'annuncio di Facebook gli altri giganti del web si adegueranno? Ha ancora senso introdurre questa normativa nel nostro ordinamento? "Ha senso più che mai", spiega in una intervista a Repubblica il senatore Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria, commercio e turismo. "Sono 10 anni che elude il fisco. Guarda caso, Facebook dice, sia pur genericamente, che pagherà le tasse in Italia alla vigilia del voto della Camera e dopo che il Senato ha deciso il rafforzamento della definizione di stabile organizzazione e il varo della web tax sui ricavi. Se avessimo ancora rinviato alla UE o all’Ocse, campa cavallo. E tuttavia attenzione. Facebook farà transitare da Facebook Italia solo i ricavi effettuati con la collaborazione di questa filiale che ha 22 dipendenti. E gli altri, fatturati da Dublino? E poi quali e quanti costi caricherà? L’Agenzia delle entrate farà il suo mestiere. Ma con la web tax al 6% avremo un gettito pieno e garantito: Facebook potrebbe compensare con il credito d’imposta solo gli oneri fiscali e contributivi che sostiene in Italia, IVA esclusa. Oggi non paga nulla. Domani, in un modo o nell’altro, pagherebbe il 6%. Con l’emendamento Boccia sei volte meno".

Dopo un'ora di audizione i "non ricordo…" dell'ex presidente di Banca Popolare di Vicenza, sotto inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, diventano talmente tanti che, su richiesta del deputato del Pd Gianni Dal Moro, l'audizione di Gianni Zonin presso la Commissione d'Inchiesta sul sistema bancario viene secretata. "Sono un po' anziano", si giustifica il banchiere con i cronisti al termine della convocazione. In realtà a costringerlo a tenersi abbottonato è l'imminente udienza preliminare, prevista venerdì, del processo che lo vede imputato a Vicenza insieme ad altri sei ex dirigenti della banca. Nel frattempo continuano ad attendere risposta le migliaia di persone che avevano affidato all'istituto i risparmi di una vita, "sicuri di sottoscrivere obbligazioni blindate ma tenuti all'oscuro dei rischi", sottolinea il Corriere. Con l'azzeramento del patrimonio della Popolare, 120 mila azionisti si sono ritrovati senza più nulla in mano. 

"Zonin ha sempre ripetuto di non essere a conoscenza di quello che accadeva, e che all'interno della Popolare di Vicenza esisteva una cupola che per anni lo ha tenuto all'oscuro delle irregolarità", prosegue il quotidiano, "nella memoria difensiva presentata dai suoi legali si legge che Zonin ha condiviso e condivide la situazione dei risparmiatori e dei soci Bpvi che in due anni si sono visti azzerare il valore delle proprie azioni. "Ho perso anche io", è infatti stata la risposta riservata ai cronisti che, prima dell'inizio dell'audizione, gli chiedevano cosa provasse pensando ai risparmiatori truffati.

"Volevamo compare Banca Etruria ma non ho mai conosciuto i Boschi"

"I rapporti con le istituzioni sono sempre stati improntati alla massima trasparenza, era la filosofia del nostro Cda", ha esordito Zonin, che ha negato pressioni da parte di Bankitalia per una fusione con Veneto Banca: "Nessuna pressione da nessuno. Quello che volevamo era creare un grande istituto. Abbiamo capito però che non c'era la volontà dall'altra parte. Resto convinto che l'idea nostra potesse esser buona. Con Veneto Banca c'erano incontri annuali perché il nostro Cda vedeva con interesse e favore una fusione che avrebbe portato l'istituto ad avere oltre 1.000 sportelli mettendo insieme due peculiarità. Una visione che guardava con interesse anche al Veneto. Avere un grande istituto veneto avrebbe portato ricchezza".

Zonin ha confermato che l'istituto aveva studiato la possibilità di acquisire Banca Etruria ma la risposta della banca toscana fu negativa:"Su Etruria c'era la possibilità di acquisirla – ha aggiunto – c'era il vantaggio che saremmo diventati il secondo istituto in Toscana. Siamo arrivati a predisporre un'opa che valutava le azioni dell'istituto da 0,9 a 1 euro, superiore del 15% prezzi correnti. Ma la risposta fu negativa e abbiamo accantonato". Il banchiere ha poi negato di aver mai conosciuto il sottosegretario Maria Elena Boschi o il padre Pier Luigi, ex vice presidente di Banca Etruria. Né avrebbe mai invitato nella sua tenuta nel Chianti il dg di Bankitalia Salvatore Rossi: "Non mi sarei mai permesso".

"Mai saputo nulla dei prestiti baciati"

Il banchiere ha poi affermato di non sapere nulla dei cosiddetti "prestiti baciati", ovvero finanziamenti concessi a condizioni più favorevoli in cambio di sottoscrizioni di azioni della banca, che hanno rovinato tanti risparmiatori: "Ci furono due fatti, uno nel 2014 e uno del 2015, arrivò una lettera di un dipendente che diceva che c'era la possibilità di finanziamenti baciati. Ci fu un'analisi degli organi di controllo ma non venne fuori niente. Nella primavera del 2014 in assemblea un socio si rivolse al collegio sindacale per dire che c'erano finanziamenti baciati ma anche in questo caso dopo verifiche non è risultato nulla. "L'ho saputo il 7 maggio 2015 dal capo ispettore Bce che mi ha convocato d'urgenza a Milano. Ne ho subito chiesto conto telefonicamente al direttore generale".

L'audizione prosegue con domande sulle assunzioni di ex funzionari di Bankitalia, Gdf ed ex magistrati ("non era mio compito") e sugli incontri con il governatore Ignazio Visco e il presidente della Bce Mario Draghi. Zonin afferma di non ricordare i motivi e il contenuto dei colloqui. I "non mi ricordo" diventano troppi. L'audizione, da questo punto, viene secretata.

 

Cresce il mercato dell'auto in Europa, secondo i dati Acea, soprattutto grazie al fatto che a novembre è stato registrato un giorno lavorativo in più. A novembre le immatricolazioni sono salite del 5,8%. I principali paesi che hanno registrato un aumento sono la Spagna col 12,4%, la Francia con il 10,3%, la Germania con il 9,4% e l'Italia con il +6,8%. In ribasso il Regno Unito, -11,2%, principalmente a causa della Brexit. Analizzando i dati nei primi 11 mesi dell'anno, l'italia registra la migliore performance con il +8,7%, seguita dalla Spagna (+7,8%), dalla Francia (+5,3%) e dalla Germania (+3%). È il gruppo Volkswagen, in crescita del 5,5%, ad avere la fetta più grossa del mercato europeo (24,6% delle immatricolazioni). Il secondo gruppo, PSA, raggiunge il 16,2% del mercato con un aumento delle immatricolazioni del 17,6%. Tra gli altri costruttori, la giapponese Toyota e la coreana Kia registrano i risultati migliori, in aumento rispettivamente del 12,3%. A marcare il segno meno Fca, con il -1,3%, meglio comunque di Nissan (-4,8%), Volvo (-2,4%) e Honda (-3%). 

La banca centrale cinese ha innalzato i tassi di interesse sui prestiti a breve e medio termine di cinque punti base, a poche ore dalla decisione delle Federal Reserve di alzare di un quarto di punto i tassi di interesse, portandoli all'1,25%-1,5%. L'incremento, seppure minimo, ha colto di sorpresa alcuni analisti, ma per la People's Bank of China, la banca centrale cinese, si tratta di "una normale reazione di mercato" alla decisione della Fed e avrà come scopo quello di contenere il leverage finanziario. 

E’ arrivata fino a Roma, suscitando l'intervento del Papa, l’eco del caso Oriocenter: il centro commerciale alle porte di Bergamo in cui i lavoratori protestano da giorni contro l’apertura a Natale e Capodanno. E dalla realtà sorta vicino all’aeroporto bergamasco la questione si è allargata e riguarda tutti i commercianti: è giusto tenere aperti i negozi nei giorni di festa?

Sull’argomento si sono espressi – in modo opposto – il candidato premier 5 Stelle Luigi di Maio e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Ma soprattutto, nel corso dell’Angelus, ha detto la sua anche Papa Francesco. Nessun riferimento al braccio di ferro in corso all’Oriocenter né alle dichiarazioni dei due politici, ma con un tempismo non casuale ha ricordato che “il riposo domenicale fa vivere da figli e non da schiavi”. E se vale per la domenica, va da sé che il principio non cambi per il Natale e le altre feste cattoliche.

Cosa era successo

All’Oriocenter l’agitazione è iniziata dal 10 novembre, quando dal Consorzio operatori è arrivata la circolare indirizzata ai 280 negozi del centro che annunciava, per la prima volta nella storia del centro, l’apertura totale per il 26 dicembre dalle 9 alle 22, come un qualsiasi giorno feriale, e fino alle 23 per l’area food e cinema, dove si lavorerà dalle 17 alle 23 anche il giorno di Natale e il primo dell’anno.

“Dopo il primo maggio, Ferragosto, 25 aprile, 2 giugno, Ognissanti, Immacolata, Epifania, Pasquetta e tutte le domeniche del mese, c’era rimasto solo Natale. Ora vogliono toglierci anche questo”, protestano i lavoratori. “Si parla tanto di famiglia, ma poi guai se non compri una maglietta il giorno di Natale! Mica salviamo la vita di qualcuno vendendo panini e mutande!”. Dalle parole sono passati ai fatti: oltre la metà dei 3.000 lavoratori ha firmato una petizione di protesta. La loro paura è quella che si arriverà alla richiesta di tenere aperto il centro 365 giorni all’anno. Il timore dei vertici dell’Oriocenter, quello di ritrovarsi con migliaia di lavoratori a braccia incrociate sotto le festività. 

Lo scontro Di Maio-Calenda

Per Di Maio quella di tenere aperte le saracinesche anche nei giorni festivi è una proposta sbagliata: “Ho un appello da fare a tutte le forze politiche. Prima delle feste di Natale, prima dello scioglimento della legislatura, il Senato deve approvare la proposta di legge a prima firma Michele Dell’Orco, già approvata alla Camera dei Deputati all’unanimità, che dice una cosa molto semplice: tutte le famiglie hanno il diritto al riposo, anche quelle che posseggono o gestiscono esercizi commerciali. Famiglie più felici sono la premessa di una Italia più forte!”, ha scritto sul blog di Beppe Grillo.

Poi ha continuato con i dettagli della proposta: “su dodici giorni festivi all’anno sei devono essere di chiusura per i negozi. Questi giorni devono essere contrattati fra associazioni di categoria e i Comuni ma garantiscono che il 25% degli esercizi commerciali a rotazione deve restare aperto. Approvando questa legge si istituirebbe, inoltre, un Fondo per il sostegno delle piccole imprese del commercio. Le liberalizzazioni selvagge di Monti e dei decreti Bersani hanno fallito. Hanno solamente spalmato su sette giorni lo stesso incasso che i negozi facevano prima in sei. A fronte di nessun beneficio economico, le conseguenze sociali sono state disastrose”.

La risposta del ministro dello Sviluppo economico non si è fatta attendere: “Io trasecolo. Sono proposte che porteranno Amazon a vendere di più. Con queste proposte si fa un favore ad Amazon e ai grandi player che non sono nostri", ha commentato Calenda ospite di “Porta a Porta”.

"Il riposo cristiano"

“La domenica è un giorno santo per noi, santificato dalla celebrazione eucaristica, presenza viva del Signore tra noi e per noi. È la Messa, dunque, che fa la domenica cristiana", ha detto Francesco. Il Concilio Vaticano II ha voluto ribadire – ha ricordato il papa – che "la domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro". "L'astensione domenicale dal lavoro non esisteva nei primi secoli: è un apporto specifico del cristianesimo – ha ricordato Francesco -. Per tradizione biblica gli ebrei riposano il sabato, mentre nella società romana non era previsto un giorno settimanale di astensione dai lavori servili. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia, a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo".

Il 15 dicembre il personale di Alitalia, Vueling e Ryanair incroceranno le braccia per motivi diversi. Ma gli assistenti di volo italiani della compagnia low-cost irlandese si sono visti recapitare una lettera con la quale vengono invitati ad astenersi dallo sciopero, a meno che non vogliano incorrere in sanzioni. Fra queste – riporta il Corriere della Sera – “la perdita di futuri aumenti in busta paga secondo l’accordo” oppure “trasferimenti o promozioni”. La lettera è siglata dal capo del personale Eddie Wilson ed è indirizzata a “All Italian based Cabin Crew”: “Per favore continuate a lavorare secondo i vostri turni già previsti”, conclude Wilson. Non solo. Piloti e assistenti di volo vengono poi messi in guardia: “tutti devono fare rapporto come sempre il 15 dicembre nella sala equipaggio”, perché “ogni azione intrapresa da ogni dipendente risulterà nella perdita immediata del roster 5/3 (la turnazione che prevede cinque giorni di lavoro e tre di riposo, ndr) per tutto l’equipaggio di cabina”.

Le ragioni della protesta

L’agitazione di venerdì durerà dalle 13 alle 17 trova le sue ragioni in un sistema – quello che Ryanair insiste ad adottare – che “non è più sostenibile e necessita di un confronto serio con chi rappresenta i lavoratori”. I dipendenti della compagnia low cost chiedono inoltre "l'ottenimento di un contratto collettivo unico che regoli i rapporti di lavoro di tutti i piloti e assistenti di volo Ryanair operanti sulle basi italiane, insieme al superamento delle disparità che oggi caratterizzano i rapporti di lavoro del personale navigante". Insomma i lavoratori vogliono quella rappresentanza sindacale che Ryanair si era rifiutata di riconoscere. E non solo in Italia. Altre agitazioni sono già state proclamate sempre per dicembre anche in Germania e in Irlanda:  quelli di Dublino, in particolare, sciopereranno il 20 dicembre, 5 giorni dopo i colleghi italiani. Ancora da definire le date della protesta tedesca.

Gli attriti nel vettore irlandese

Da tempo i rapporti tra i manager della compagnia e il personale sono tesi. Ultima in ordine di tempo la polemica scaturita dal richiamo di una hostess perché su 300 voli non era riuscita a vendere nemmeno un profumo, un biglietto della lotteria i cui proventi contribuiscono a fare cassa per la compagnia aerea di Michael O’Leary. L’assistente di volo non solo si è vista recapitare un richiamo ufficiale, ma è stata anche minacciata di una riduzione dei turni di riposo e del cambio di turni.

Lo sdegno di Calenda

Per il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda tutto ciò “è indegno”. E per questo motivo chiede un intervento per chi “va sul mercato ma non rispetta le regole”. “Non è il mio ambito di responsabilità – ha spiegato – ma ritengo si dovrebbe intervenire. Non si può stare su un mercato, prendere i vantaggi e non rispettare le regole.

Venerdì 15 dicembre i piloti (e non solo) di Alitalia, Ryanair e Vueling incroceranno le braccia e così gli aerei resteranno a terra insieme ai passeggeri che avevano prenotato il volo. Non tutti, sottolinea l’ex compagnia di bandiera italiana, che assicura di aver attivato un piano straordinario per limitare i disagi che consentirà all’80% degli utenti di imbarcarsi. In totale, la compagnia vuole cancellare 77 voli tra nazionali e internazionali. Chi preferirà rinunciare del tutto al viaggio in alternativa potrà ricevere il rimborso del biglietto o cambiare il proprio volo senza alcuna penale.

Le ragioni di Alitalia

Insieme nella protesta, diverse le ragioni. Lo sciopero che ha coinvolto Alitalia, spiega Il Post, è stato indetto dalla confederazione sindacale Cub Trasporti, che ha espresso le sue motivazioni in un comunicato. Cub accusa i commissari straordinari che gestiscono Alitalia di volere la “liquidazione della ex compagnia di bandiera e la frammentazione dei lavoratori per colpirne i salari e peggiorarne le condizioni”. “Inaccettabile – si legge nel comunicato -la litania dei soliti noti che, pur di sostenere l'operato del Governo, stanno tentando di promuovere lo smembramento come soluzione inevitabile, raccontando ai lavoratori i benefici effetti della separazione dell'hangling da Alitalia: una irresponsabile tesi, architettata solo per nascondere i veri obiettivi”.

Da parte sua la compagnia aerea ha fatto sapere che “a seguito dell’agitazione proclamata da alcune sigle sindacali dei controllori di volo per venerdì 15 dicembre (dalle 13.00 alle 17.00), Alitalia è stata costretta a cancellare alcuni voli programmati per quel giorno, sia nazionali che internazionali. La compagnia ha attivato un piano straordinario per limitare i disagi dei passeggeri, riprenotando sui primi voli disponibili il maggior numero di viaggiatori coinvolti nelle cancellazioni: l’80% riuscirà a volare nella stessa giornata del 15 dicembre. Sul sito alitalia.com è disponibile la lista completa dei voli cancellati, insieme alle informazioni dettagliate sulle modalità di riprotezione che prevedono il rimborso del biglietto o la possibilità di cambiare il proprio volo senza alcuna penale fino al 22 dicembre”.

E quelle di Ryanair

 

Diverse le ragioni dell’agitazione di Enav, la società che gestisce il traffico aereo in Italia, e Ryanair indetta da Fit Cisl. Questa volta i motivi non sono di tipo economico, spiega il sindacato. L’obiettivo è quello di combattere per il riconoscimento e il rispetto dei diritti previsti dall'ordinamento nazionale italiano. La protesta del 15 durerà dalle 13 alle 17. “Il sistema che Ryanair insiste ad adottare non è più sostenibile e necessita di un confronto serio con chi rappresenta i lavoratori”. I lavoratori della compagnia low cost chiedono inoltre "l'ottenimento di un contratto collettivo unico che regoli i rapporti di lavoro di tutti i piloti e assistenti di volo Ryanair operanti sulle basi italiane, insieme al superamento delle disparità che oggi caratterizzano i rapporti di lavoro del personale navigante".

In particolare, spiega Emiliano Fiorentino, Segretario nazionale della Fit-Cisl, "Dopo la richiesta da parte del Ministero dei Trasporti, abbiamo differito al prossimo 15 dicembre lo sciopero per i lavoratori di Ryanair e delle società ad esse collegate, inizialmente previsto per lo scorso 10 novembre”. "Continua il nostro impegno – prosegue Fiorentino – alla ricerca delle tutele di legge per i lavoratori del vettore irlandese e per stabilire con la compagnia delle corrette relazioni industriali. Il sistema che Ryanair insiste ad adottare non è più sostenibile e necessita di un confronto serio con chi rappresenta i lavoratori”. Vueling, altra società di voli low cost, verrà coinvolta in un’altra fascia oraria (10.00.14.00).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C'è un emendamento alla legge di Bilancio che è un 'bignami' del rapporto tra politica italiana e digitale. Ci sono alcuni parlamentari che hanno compreso l'importanza del tema e le resistenze degli altri. E ci sono le buone intenzioni di una proposta che, se le norme fossero state rispettate, non sarebbe dovuta esistere.

Cosa prevede l'emendamento

Ma andiamo con ordine. L'emendamento, che adesso dovrà superare la prova del Parlamento, mira a istituire un fondo di 50 milioni di euro e a creare, tramite concorso pubblico, un albo dei “dirigenti informatici” al quale potranno attingere tutti gli enti. Le risorse dovrebbe servire, grazie a un contributo del 30% sul costo del personale, a incentivare le amministrazioni ad assumere, per tre anni (rinnovabili), un dirigente che guidi la trasformazione digitale. Terminato l’incarico, è possibile essere iscritti nuovamente all'albo solo se è stata ottenuta una valutazione delle performance uguale o superiore al 90%. Cioè se si è fatto bene il proprio lavoro.

La proposta che conferma un fallimento

L'emendamento offrirebbe quindi incentivi e introdurrebbe il vincolo di pescare da un albo, senza nomine ad personam. Non obbligherebbe però le amministrazioni a dotarsi di un responsabile per la trasformazione digitale. Anche perché l'obbligo c'è già: è contenuto nel Codice dell'amministrazione digitale del 2005 che tutte le amministrazioni centrali avrebbero dovuto adottare entro il settembre 2016. Ecco perché questo emendamento non sarebbe dovuto esistere.

La Commissione di inchiesta sulla Digitalizzazione presieduta da Paolo Coppola (deputato Pd e primo firmatario dell'emendamento) ha invece evidenziato che, su 13 ministeri, solo 8 hanno provveduto alla nomina. E su 14 città metropolitane, lo hanno fatto solo in 5. “Difronte a un obbligo non applicato – afferma Coppola – si può fare finta di niente o provare a fare qualcosa. Il punto è: perché le nomine non sono state fatte? Perché non sono state ritenute importanti o per mancanza di disponibilità finanziaria? In questo caso l'emendamento fornisce un incentivo”.

Se la digitalizzazione non è una priorità

La Commissione aveva sottolineato non solo la scarsa quantità ma anche la poca qualità delle assunzioni. Le legge prevede infatti che i dirigenti debbano avere competenze specifiche. Mentre, in molti casi, si è evidenziato “il rischio di assenza dei requisiti richiesti”. Degli otto responsabili nominati dai ministeri, “uno solamente è risultato essere in possesso di una laurea idonea al ruolo ricoperto”. Contestare le nomine della PA è impossibile, anche se i dirigenti non hanno i requisiti necessari.

“Spero – afferma Coppola – che le amministrazioni, qualora l'emendamento venisse approvato, facciano la cosa giusta e attingano al fondo anche se non è obbligatorio. La nostra proposta è prima di tutto un messaggio: la digitalizzazione deve essere una priorità”. Ecco il punto: i 14 firmatari della proposta sono parlamentari che hanno fatto parte della Commissione di inchiesta sulla digitalizzazione o che si occupano da tempo del tema. Ma se i nomi ricorrenti sono sempre più o meno gli stessi, c'è un problema. Ed è lo stesso Coppola a dire qual è: “La digitalizzazione è vissuta ancora come marginale da buona parte della classe politica. Non è ancora percepita come un tema strategico. Se ne parla molto, ma la verità emerge quando si arriva al sodo, al momento di scegliere. L'approvazione o meno di questo emendamento ne sarà la prova”.

La Melegatti​ può tirare un momentaneo sospiro di sollievo, ma difficilmente i suoi lavoratori trascorreranno un Natale sereno. Nonostante il salvataggio in extremis, nell’azienda di panettoni e pandori di Verona è scattata già la cassa integrazione. In crisi di liquidità, la Melegatti è stata salvata con una mini campagna natalizia e, soprattutto, dall’intervento di un fondo maltese. Ma dire che la crisi è alle spalle sarebbe inappropriato. E così, dopo aver venduto 1,5 milioni di prodotti, una pausa è d’obbligo. “Da Natale in poi, nei supermercati i pandori e i panettoni costano pochissimo, meno del pane. Si lavorerebbe in perdita”, spiegano dall’azienda dolciaria veronese. Ma come si è arrivati a questo punto?

La crisi e il salvataggio

La storica azienda di pandori è finita in una crisi di liquidità senza precedenti e così non ha avuto altra scelta: a ottobre ha chiuso gli stabilimenti e ha portato i libri in tribunale. Quanto ai lavoratori (una novantina a tempo indeterminato e altri 220 stagionali), si sono ritrovati con le buste paga congelate e così anche i fornitori. Poi a novembre il primo miracolo di Natale: il tribunale di Verona ha dato l’ok al piano di salvataggio dell’azienda in concordato preventivo. Il fondo maltese Abalone ha garantito nell'occasione 6 milioni di liquidità per la campagna di dicembre e per consentire l'avvio della maxi-produzione festiva nello stabilimento di San Giovanni Lupatoto.

La sfida: 1,5 milioni di panettoni

In meno di tre settimane, riporta il Sole24Ore,  la fabbrica ha prodotto e venduto un milione e mezzo di prodotti. “grazie all’impegno e al sacrificio di tutti i dipendenti e alla meravigliosa solidarietà di quanti si sono prodigati nell’acquisto”, si legge nel comunicato del sindacato. E un milione e mezzo: era esattamente il numero autorizzato dal tribunale, che ha vigilato su questa ripartenza. A far decollare le vendite ha contribuito un tam-tam sui social network che invitava i consumatori ad acquistare il prodotto per permettere ai lavoratori di trascorrere un Natale sereno.

E ora?

Nello stabilimento Melegatti, i lavoratori già pensavano alla produzione della colomba. Per la campagna pasquale – spiega Il Giornale – si dovrà attendere l'approvazione del Tribunale, ma si presume che una parte degli operai degli stabilimenti possa essere comunque impiegata. Una buona notizia c'è: lo stipendio di novembre è stato pagato ai lavoratori dell'azienda. Purtroppo mancano ancora le mensilità di agosto, settembre e ottobre. La situazione di Melegatti è molto delicata: “il 7 novembre scorso è stata depositata in tribunale a Verona la proposta di ristrutturazione del debito. Da quella data, quindi, entro quattro mesi (più due di eventuale proroga) la Melegatti deve pensare ad un piano di rientro dei debiti pensato per ciascun creditore. Il piano va accettato, entro quella scadenza, dai creditori che detengono il 60% del debito totale; in caso contrario, sarà fallimento”.

Nella palude a causa di due famiglie in lite

Secondo il Corriere della Sera, gli occhi ora sono puntati sul fondo maltese che “promette di sottrarre il marchio Melegatti alla palude dei litigi e delle ripicche tra soci di maggioranza e minoranza. Rispettivamente le famiglie Ronca e Turco. Montecchi e Capuleti dell’alimentare veronese che negli ultimi anni hanno portato sulla soglia del fallimento il marchio di Domenico Melegatti, il pasticciere che nell’ottobre del 1884 depositò il brevetto del pandoro al ministero del Commercio del Regno d’Italia. In particolare, dopo la morte nel 2005 di Salvatore Ronca, imprenditore e pilota d’auto da corsa che fino ad allora aveva guidato l’azienda, le liti tra soci si sono alternate alle scelte imprenditoriali sbagliate fino a mettere a repentaglio l‘esistenza dell’azienda”.

 

Il bitcoin nasce nel 2009. All'inizio è materia che definire di nicchia è già tanto: la moneta virtuale vale pochi dollari e per “minarla”, cioè per completare il puzzle necessario a creare un nuovo bitcoin e metterselo nel proprio portafoglio virtuale, basta il pc di casa. Sono gli anni in cui il racconto passa più dalle leggende che dall'impatto economico. Tutti cercano Satoshi Nakamoto, il creatore della criptovaluta. Ma, a oggi, non ci sono ancora certezze su chi sia, né se sia una sola persona o un gruppo di lavoro.

La crescita e la crisi

Fino all'aprile 2013, un bitcoin vale meno di cento dollari. Alla fine dello stesso anno arriva a sfiorare i 1000 dollari. Ma, proprio quando sta prendendo slancio, la criptovaluta incappa nella più grande crisi della sua storia: nel febbraio 2014 Mt.Gox, la piattaforma di scambio più grande al mondo, crolla: bancarotta. Per i critici è la conferma che un sistema decentralizzato non sia sostenibile. Inizia un periodo carsico, nel quale si parla meno di bitcoin e molto di più della tecnologia che ne è alla base (la blockchain). Dopo il collasso di Mt.Gox, il prezzo inizia una discesa che lo porterà, all'inizio del 2015, sotto i 220 dollari.

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2015-2016: la risalita

Poi inizia la risalita, lenta: per arrivare a quota mille bisognerà aspettare l'inizio di quest'anno. Salta il primo argine psicologico e il bitcoin inizia a galoppare. Creare nuova criptovaluta è sempre più complesso perché la catena di transazioni da registrare è sempre più lunga. I pc casalinghi non bastano più. Ma la domanda cresce, e arriva anche dai non addetti ai lavori. Il bitcoin si trasforma in un ibrido tra una moneta (cioè un mezzo di pagamento) e un asset di investimento. Per i suoi sostenitori è un bene rifugio, sicuro come l'oro e destinato a guadagnare valore nel tempo. Per i detrattori è pura speculazione, una bolla destinata a scoppiare.

La corsa del 2017

L'accelerazione del 2017 è impressionante. In 105 giorni il bitcoin passa da 1.000 a 2.000 dollari. Ne bastano poco più di 20 per arrivare a 3000. Dieci per scavalcare i 4000. Un rallentamento di fine estate porta i bitcoin oltre quota 5.000 “solo” due mesi dopo. È solo un momento che serve per prendere fiato: in un mese e mezzo è già oltre i 9.000 dollari. Ne bastano altri tre per arrivare a 11.000. Il resto è storia di questo mese: giovedì 7 dicembre si arrampica fino a sfiorare i 17.000 dollari. Su Coinbase, la principale piattaforma di scambio americana, si va anche oltre: in due ore e 13 minuti il bitcoin guadagna 3.000 dollari e sfonda i 19.000 dollari. Coinbase ha un traffico talmente elevato e una richiesta di nuove iscrizioni così copiosa che resta fuori servizio per alcune ore. Mentre la criptovaluta bruciava record, tra l'8 e il 9 dicembre l'app di Coinbase è stata la più scaricata negli Stati Uniti. Più di applicazioni di massa come YouTube e Facebook. I bitcoin sono ormai usciti dal circolo degli iniziati.

L'arrivo dei future

Il bitcoin nasce, in un certo senso, come moneta anarchica: nessun centro di potere, nessun centro direttivo, il controllo affidato alla crittografia e a un database distribuito su tutti i dispositivi che accedono alla rete. La sua crescita (da inizio anno superiore al 1500%) ha però attratto anche la finanza più istituzionale. Il Chicago Board Options Exchange ha lanciato i future sui bitcoin, cioè titoli che scommettono su un suo rialzo o su un suo ribasso della criptovaluta. Nel primo giorno di scambi, la piattaforma ha registrato prezzi oltre i 18000 dollari. Entro il 18 dicembre dovrebbe arrivare un altro future, questa volta lanciato da Cme, la società che gestisce il più grande mercato di derivati al mondo.

Cosa significano i future per i bitcoin

La possibilità di scommettere sui bitcoin potrebbe ampliare la portata speculativa dell'investimento e la sua volatilità. Già oggi i bitcoin hanno un valore che varia in modo considerevole di ora in ora. E buona parte degli investitori si avvicina alla criptovaluta con un approccio esclusivamente speculativo. Ma, fino a ora, la scommessa è quasi sempre stata al rialzo: buona parte della platea avvicinatasi ai bitcoin nell'ultimo anno lo ha fatto perché si attende un incremento del prezzo. I future, oltre ad assecondare questa tendenza, rendono più agevole il suo contrario: il cosiddetto “short selling”, cioè la possibilità di guadagnare sul calo del prezzo.

È una bolla? Favorevoli e contrari

L'istituzionalizzazione dei bitcoin in mercati regolamentati ha rafforzato le divisioni tra chi prevede un imminente scoppio della bolla e chi indica un futuro di ulteriore crescita. Tra i più feroci critici c'è il ceo di JPMorgan Jamie Dimon. Ha descritto i bitcoin come “una frode”, paragonandoli alla bolla dei tulipani del '600. Un'analisi della stessa banca, però, ha descritto i bitcoin come “asset class emergente”. I sostenitori della bolla hanno dalla loro parte i numeri: l'incremento del 1500% nel giro di un anno è una fiammata senza precedenti. E sarebbe l'indizio che, prima o poi, i prezzi saranno talmente alti da non avere abbastanza compratori e generare una frenesia da vendita pari a quella da acquisto di oggi.

Ci sono poi altri osservatori che, pur riconoscendo i forti tratti speculativi, non parlano di bolla. Dalla loro parte c'è il tema della “scarsità”. Il protocollo dei bitcoin prevede l'emissione di un numero preciso di monete (poco più di 21 milioni) e un progressivo rallentamento (con un tocco al freno ogni 4 anni) della loro produzione. Di conseguenza, i nuovi bitcoin saranno in futuro sempre meno. E non dovrebbe quindi risentire dell'inflazione. Il tema però è discusso. Perché se l'offerta (il numero di bitcoin in circolazione) è certa, la domanda deve fare i conti anche con la concorrenza delle altre criptovalute.

Un mercato non regolamentato

Anche se non è più possibile estrarre bitcoin da casa, investire sulla criptovaluta resta piuttosto semplice: basta registrarsi su una piattaforma di scambio e aprire un proprio portafogli virtuale. In altre parole: è più semplice e immediato investire in bitcoin piuttosto che in oro. Se non altro perché conservare criptovaluta in una chiavetta Usb è più agevole che tenere un lingotto in garage. Ad ogni modo, soprattutto oggi che ai bitcoin si avvicina un pubblico poco esperto, non bisogna guardare alla criptovaluta come a un asset privo di rischi. Resta molto volatile. E, soprattutto, si muove su un mercato non regolamentato.

Per quanto viaggino su un sistema decentralizzato, gran parte degli scambi avviene su un numero limitato di piattaforme (i cosiddetti exchange) che non offrono sistemi di tutela in caso di collasso. Il precedente di Mt.Gox, fallito nel 2014, insegna. Le difficoltà registrare da Coinbase durante i picchi di traffico non hanno nulla a che vedere con la sua solidità finanziaria. Ma hanno comunque condizionato gli scambi: per alcune ore gli utenti non sono riusciti ad accedere (né per vendere né per comprare). È la conferma di quanto il mercato possa essere intaccato da variabili (oltre che emotive e finanziarie) anche tecnologiche.  

A cosa servono e cosa ci si può comprare

Adesso che i bitcoin sono diventati argomento da bar, che cosa ci si può comprare? Di tutto, anche un caffè. Si stanno moltiplicando sia le grandi aziende che i piccoli negozi che accettano la criptovaluta.

App e giochi

Una delle prime grandi società a credere nei bitcoin è stata Microsoft. Il gruppo permette di “riscattare” la criptovaluta per trasformarla in dollari e comprare giochi, film e app di Windows Store e Xbox Store. Per restare nel settore videogiochi, anche Zynga (la società che sviluppa Farmville) permette di fare acquisti via app in bitcoin. Viste le quotazioni, chi ha accumulato bitcoin fin dalla prima ora si è trasformato da nerd in buon partito. Ecco perché l'app di incontri Badoo accetta, da tempo, criptovaluta per i suoi servizi premium. Le grandi piattaforme di e-commerce che accettano bitcoin sono però ancora una rarità. Secondo un'analisi di Internet Retailer sono solo tre tra le maggiori 500. Nonostante le voci si rincorrano ormai da anni, Amazon non ha ancora dato il via libera. Etsy, il sito che permette vendite tra privati di oggetti artigianali, ha invece detto sì.

Viaggi (terrestri e non solo)

Con i bitcoin si possono anche prenotare biglietti aerei e hotel, tramite Expedia. Se si decide di pagare in criptovaluta, il servizio rimanda a Coinbase (una delle più importanti piattaforme di scambio al mondo), che converte il prezzo in bitcoin e consente di pagare (in cambio di una piccola commissione). Per chi non si accontentasse di un viaggio terrestre, Virgin Galactic (la società di Richard Branson impegnata nello sviluppo del turismo spaziale) accetta criptovaluta. I posti a bordo non sono ancora prenotabili e non è noto il loro prezzo. Ma, secondo indiscrezioni, dovrebbero costare circa 250.000 dollari. Più o meno 15 bitcoin.

Blog e donazioni per Wikipedia

Avete voglia di aprire un blog o un sito? WordPress è la più nota piattaforma che permette di farlo. Spesso gratis, in alcuni casi (per particolari grafiche o per acquistare un dominio, cioè il nome del vostro sito) serve qualche euro. O qualche centesimo di bitcoin. La più grande enciclopedia del mondo, Wikipedia, non ha fini di lucro. Si regge sulle donazioni alla Wikipedia Foundation, che tra i sistemi di pagamento accettati annovera anche i bitcoin.

La mappa dei bitcoin

I bitcoin però stanno diventando sempre più familiari. E non riguardano solo gli acquisti online. Ci sono anche dei “bancomat” per bitcoin, per convertire criptovaluta in euro e viceversa. Secondo Coinatmradar.com (una mappa degli Atm mondiali) in Italia ce ne sono 14: 5 a Bolzano, 2 a Firenze, uno al Brennero, Milano, Roma, Rovereto, Torino, Trento e Udine. E iniziano a essere molti anche i piccoli esercizi che accettano moneta virtuale. Ci si può orientare grazie alle mappe che li tracciano. Una è Coinmap.org. L'altra, focalizzata sull'Italia, è Quibitcoin.it (con tutta probabilità non esaustiva).

Dal farmacista al falegname

Spulciando la lista, ci sono una ventina di bar (da Trieste a Pordenone) e quasi 40 ristoranti (una trattoria a Bologna, una pizzeria a Cagliari, un agriturismo a Civitella di Romagna). La macelleria Zenatti di Rovereto accetta bitcoin in cambio di cosce di pollo e costate di vitello. Tra le attività che accettano bitcoin ci sono anche cinque farmacie, tre centri massaggi, un urologo a Caserta, un personal trainer a Trieste e tre psicologi (ad Avellirno, Roma e Cadoneghe, in provincia di Padova). In cerca di un artigiano? C'è un calzaturificio a Monte San Giusto, in provincia di Macerata, un idraulico a Trieste, due falegnami (entrambi in Toscana) e tre imbianchini (ad Avellino, Palermo e Bernate Ticino). Ma si trova davvero di tutto, anche se in quantità ridotte. Come un investigatore privato a Modena e un dog sitter a Vicenza.  

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