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AGI – Il Covid ha rappresentato un’importante battuta d’arresto per l’economia italiana, e per il futuro le previsioni sono condizionate anche dalla disponibilità e dalla somministrazione dei vaccini. Nel suo ultimo report sulle prospettive economiche del biennio 2020-2021, l’istituto di statistica ha rivisto al ribasso le previsioni per il Pil pari a 0,6 punti percentuali per entrambi gli anni, da -8,3% nel 2020 e +4,6% nel 2021 a -8,9% e +4,0%. I

Insomma la ripresa per l’anno prossimo sarà solo parziale e comunque l’attuale quadro delle stime “risulta fortemente condizionato dall’evoluzione dell’emergenza sanitaria e dalla disponibilità e dalla tempistica di somministrazione del vaccino”. Di certo influiranno anche le misure legate al Recovery fund che dal canto loro “potrebbero rappresentare un ulteriore e robusto stimolo agli investimenti”, e quindi un elemento decisivo per far ripartire l’economia.

Al momento, la situazione è tale che si aspettano gli effetti della ripresa dei contagi anche se, rileva l’Istat, “i provvedimenti varati dal Governo dovrebbero consentire una parziale tenuta dei redditi e un contenimento della disoccupazione”. Ma il conto di quest’anno risulta comunque pesante, sia dal punto di vista che dei consumi sia dell’occupazione.

Nel 2020, sottolinea l’Istat, i consumi delle famiglie crolleranno del 10%, e questo andamento sarà accompagnato da un deciso aumento della propensione al risparmio. Per il 2021, la ripresa “sarà contenuta, condizionata dalla fase di transizione del recupero delle spese nei servizi e della progressiva riduzione dell’incertezza legata all’evoluzione del virus”.

Ed infatti, l’istituto di statistica stima per l’anno prossimo una ripresa della spesa delle famiglie nell’ordine del +4,5%. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il Covid ha avuto come effetto quello di far aumentare in modo considerevole il numero degli inattivi mentre a ottobre “il numero degli occupati risulta significativamente inferiore a quello di gennaio” per circa 400mila unita’ in meno. Si tratta quindi di quasi mezzo milione di posti di lavoro persi.

Non solo, “alla riduzione dell’occupazione non e’ corrisposto, nello stesso periodo, un aumento della disoccupazione (circa di 20mila unita’ l’aumento rispetto a gennaio) quanto un aumento dell’inattivita’ (circa 250mila unita’ in piu’)”. Cifre alla mano, nel 2020 il tasso di disoccupazione dovrebbe calare al 9,4%, per poi tornare a crescere nel 2021 (11,0%). Anche le stime sul tasso di disoccupazione sono state riviste: per il 2020, l’Istat prevedeva il 9,6% mentre per il 2021 valutava un aumento del 10,2%.

L’istituto di statistica spiega che l’evoluzione dell’input di lavoro, misurato in termini di ULA (unità di lavoro), seguirebbe quella del Pil, con un’ampia riduzione nel 2020 (-10,0%) e una ripresa parziale nel 2021 (+3,6%). L’andamento del mercato del lavoro risentirebbe del processo di ricomposizione tra disoccupati e inattivi oltre che della progressiva normalizzazione dei provvedimenti a sostegno dell’occupazione.

Per quanto riguarda le imprese, le ricadute del Covid sui fatturati sono state significative: l’Istat evidenzia comunque il vero e proprio crollo delle attività legate al turismo. Basti pensare che nei primi nove mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente il fatturato ha registrato pesanti diminuzioni per le imprese nel trasporto aereo (-58,3%), nei servizi di alloggio (-52,0%) e nelle attività dei servizi delle agenzie di viaggio, dei tour operator e servizi di prenotazione e attività connesse (-73,2%)”.

AGI – Non si fermano i lavori nel cantiere per il futuro di Unicredit. La seconda banca italiana, reduce da una tre giorni di scossoni, culminata lunedì sera nell’annuncio della prossima uscita dell’ad Jean Pierre Mustier e in due sedute nere a Piazza Affari, avvia ufficialmente la ricerca del nuovo capo azienda.

Si è infatti riunito oggi pomeriggio il comitato nomine del gruppo, dove siede anche il presidente designato, l’ex ministro Pier Carlo Padoan. Sotto la guida del dg di Assonomine, Stefano Micossi, i membri del comitato hanno avviato i lavori in vista del rinnovo del cda all’assemblea del prossimo aprile. Appurato che a guidare la banca non sarà più Mustier, il primo obiettivo, con il supporto di Spencer Stuart, è individuare a chi sarà affidato il timone di Unicredit e possibilmente farlo in tempi rapidi.

A chiedere al gruppo di muoversi velocemente sono anche i sindacati, che hanno spronato il cda a trovare “al più presto la strada” per evitare che una fase di incertezza “abbia conseguenze finanziarie ed economiche sull’intero gruppo”. Al di là del toto-nomi, l’intenzione della banca sembra essere quella di andare verso una figura più diplomatica di Mustier, in grado di relazionarsi meglio con l’anima italiana dell’istituto, che si arrivi o meno a un matrimonio con Mps, direzione verso cui continuano a spingere in diversi.

Su questo fronte il mercato ha registrato come, in vista della discussione sulla legge di bilancio, siano stati dichiarati inammissibili gli emendamenti messi in pista da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle per ‘azzoppare’ la possibilità di nozze sull’asse Milano-Siena.

La commissione Bilancio ha infatti fermato quelle modifiche che puntavano a limitare gli incentivi fiscali previsti in manovra per agevolare le aggregazioni bancarie, fra cui una che fissava un tetto massimo di 500 milioni di euro per trasformare in crediti d’imposta le cosiddette imposte differite attive (Dta), e un’altra che prevedeva la possibilità di trasformare le dta in crediti fiscali non solo in caso di fusione ma anche per realizzare aumenti di capitale.

Un segnale chiaro dopo che ieri sera il cda di Unicredit ha fatto sapere che “non accetterà mai alcuna operazione che possa danneggiare gli interessi del Gruppo e in particolare la sua posizione patrimoniale” e che “continuerà a sostenere l’economia e a distribuire il capitale agli azionisti”.

AGI –  Dall’inizio del lockdown sono andati persi 420.000 posti di lavoro. I dati Istat di ottobre mostrano, rispetto a febbraio, un calo di 284 mila lavoratori dipendenti e 136 mila autonomi. Il tasso di disoccupazione è stabile in ottobre al 9,8% ma sale al 30,3% per i giovani. 

A ottobre l’occupazione scende lievemente rispetto al mese precedente e al contempo aumentano i disoccupati e calano gli inattivi, rileva l’Istat, spiegando che la marginale flessione dell’occupazione (-0,1%, pari a -13 mila unità) è sintesi da un lato dell’aumento osservato tra le donne, i dipendenti a tempo indeterminato, i 25-34enni e, dall’altro, della diminuzione registrata tra gli uomini, i dipendenti a termine, gli indipendenti e tutte le altre classi d’età.

Nel complesso il tasso di occupazione resta stabile al 58,0%. Le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno – spiega poi l’Istat – hanno fatto sì che, anche nel mese di ottobre 2020, l’occupazione continui a essere più bassa di quella registrata nello stesso mese del 2019 (-2%, pari a -473 mila unità).

La diminuzione coinvolge uomini e donne di qualsiasi età, dipendenti (‑319 mila) e autonomi (-154 mila), con l’unica eccezione degli occupati over50, che crescono di 45 mila unità per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di un punto.

“Dopo la crescita di luglio e agosto e la sostanziale stabilità di settembre, a ottobre l’occupazione scende lievemente a seguito del calo tra uomini, dipendenti a termine e indipendenti – osserva l’istituto nel commento – il tasso d’occupazione e quello di disoccupazione rimangono tuttavia stabili.

Rispetto a febbraio 2020, l’occupazione è ancora inferiore di oltre 420 mila unità (-136 mila per gli indipendenti, -284 mila per i dipendenti a termine e -4mila per i permanenti) e rimane più elevato sia il numero dei disoccupati, di circa 80 mila unità, sia quello degli inattivi, di quasi 230 mila unità”

Il tasso di occupazione, scrive ancora l’Istat, “è ancora inferiore di un punto percentuale, mentre quello di disoccupazione è stabilmente al di sopra dei livelli di febbraio”. Nel trimestre agosto-ottobre 2020, il livello di occupazione è superiore dello 0,5% rispetto a quello del trimestre precedente (maggio-luglio 2020), registrando un aumento di +115 mila unità.   

Nel dettaglio, spiega l’Istat, rispetto a settembre, nel mese di ottobre tra le donne l’aumento del tasso di occupazione (+0,2 punti) si associa alla diminuzione sia del tasso di disoccupazione (-0,2 punti), sia di quello di inattività (-0,1 punti); tra gli uomini, invece, diminuisce il tasso di occupazione (-0,2 punti) a vantaggio di quello di disoccupazione (+0,2 punti) e a fronte della stabilità del tasso di inattività.

Su base annua, tuttavia, il tasso di occupazione scende per tutti (-1,1 punti tra gli uomini e -0,8 punti tra le donne), così come cresce per tutti quello di inattività (+0,7 punti per gli uomini e +1,0 punti per le donne).

Il tasso di disoccupazione, invece, risulta in crescita tra gli uomini (+0,6 punti) e in calo tra le donne (-0,1 punti). A ottobre, infine, le ore pro capite effettivamente lavorate, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 35, livello di 0,8 ore inferiore a quello registrato a ottobre 2019; la differenza scende a 0,6 ore tra i dipendenti. Nell’arco dei dodici mesi, aumentano sia le persone in cerca di lavoro (+1,7%, pari a +43 mila unità), sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,9%, pari a +257 mila).

AGI – Lo scossone al vertice di Unicredit, con le divergenze fra il cda e l’Ad Jean Pierre Mustier sulle strategie per il futuro del gruppo, pesa sul titolo della banca a Piazza Affari.

Gli investitori non apprezzano l’incertezza – né sulla governance né sulle future mosse – e vendono il titolo, che, dopo il calo del 4,96% di lunedì ieri ha perso l’8,02%, bruciando in due sedute circa 2 miliardi di capitalizzazione.

Prenderà il via così, fra i dubbi del mercato e degli analisti, la ricerca del nuovo ad per la seconda banca italiana, la prima per penetrazione in Europa. Oggi Unicredit riunirà il comitato nomine, presieduto da Stefano Micossi e in cui siede anche Pier Carlo Padoan, l’ex ministro del Tesoro recentemente cooptato in consiglio d’amministrazione e designato presidente in vista del rinnovo del 2021.

Già in occasione della sua entrata in cda, il 13 ottobre, era stato rimarcato come Padoan avrebbe svolto “un ruolo attivo nella definizione della lista dei candidati per il rinnovo dell’organo amministrativo”.

Ieri la banca, nell’annunciare che la prossima uscita di Mustier, che manterrà il suo incarico fino alla fine del suo mandato “o fino alla nomina di un successore per garantire una transizione ordinata”, ha spiegato che sarà possibile “ora avviare i lavori sulla futura composizione del Consiglio di Amministrazione”, con il presidente designato, Padoan, e il Consiglio di Amministrazione che inizieranno una ricerca, sia all’interno che all’esterno del gruppo, per identificare il nuovo ad “seguendo un processo di selezione accurato e rigoroso che riflette l’impegno del gruppo per assicurare una solida governance aziendale”.

Proprio su questo tema si è fatto sentire il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni. “Per Unicredit, mi aspetto una guida italiana con la quale saprà conquistare spazi lasciati ad altri e riprendere quel ruolo che aveva negli scorsi anni sia con Alessandro Profumo sia con Federico Ghizzoni”, ha detto, attaccando nuovamente Mustier.

“Il disimpegno del gruppo Unicredit e la vendita dei gioielli di famiglia perseguita con la gestione di Jean Pierre Mustier ha dato l’idea di un gruppo senza prospettiva nel medio e nel lungo termine. Di questo vuoto di progetto hanno approfittato altri gruppi bancari: Intesa ha investito molto e in maniera lungimirante sia per la formazione del personale sia per la vicinanza verso tutti i governi con una importante presenza sul territorio, senza lasciare terreno alle Poste”, ha aggiunto.

In vista dei lavori del comitato nomine e del cda, assistiti da Spencer Stuart, è già partita negli ambienti della finanza la lotteria sul prossimo ad di Unicredit: fra i nomi in campo alcuni degli amministratori delegati dei principali gruppi italiani, come Alberto Nagel di Mediobanca e Giuseppe Castagna di Banco Bpm, e grandi ex come Marco Morelli, fino a pochi mesi fa alla guida di Mps, e Victor Massiah, uscito da Ubi dopo l’opas lanciata da Intesa. Sul tavolo anche manager interni – i più accreditati nel toto nomi sono Francesco Giordano e Carlo Vivaldi – ma anche ‘cavalli di ritorno’ come gli ex top manager della banca Bernando Mingrone e Marina Natale

AGI – Peggiora il mercato dell’auto a novembre. Le immatricolazioni sono state 138.045, in calo dell’8,34% rispetto alle 151.001 dello stesso mese del 2019. Si tratta del secondo mese consecutivo con segno negativo dopo il -0,18% di ottobre. Negli 11 mesi, le vendite si sono attestate a 1.261.802 unita’, in discesa del 28,97% rispetto al 1.776.501 registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

In un quadro di mercato in rosso si distingue Fca che a novembre ha immatricolato 34.566 veicoli, in aumento dell’1,41% rispetto ai 34.085 di un anno prima. Per il gruppo si tratta del terzo mese consecutivo in crescita.

La quota di mercato sale al 24,97% dal 22,57% di novembre 2019. Negli 11 mesi, le vendite di Fca sono state invece pari a 299.690 autovetture contro le 421.080 dello stesso periodo del 2019, con una contrazione del 28,83% e una quota di mercato che avanza al 23,75% dal 23,70%.

Sul risultato di Fca a novembre influiscono sia le iniziative promozionali sia il lancio di nuovi e significativi modelli (come le Jeep 4xe ibride plug-in e le Fiat Panda e 500 e la Lancia Ypsilon Hybrid). Per quanto riguarda i marchi, va segnalato il risultato ottenuto da Jeep, con valori di crescita decisamente migliori rispetto alla media del mercato. 

In particolare, il Brand ha registrato una crescita nei volumi del 18% (7.022 a novembre) e nella quota dell’1,1% (5,1% a novembre) rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Anche gli altri marchi di Fca hanno tutti aumentato la quota. A novembre, Fiat ha registrato 21.342 vetture e ha ottenuto una quota del 15,4%, in crescita rispetto allo stesso mese di un anno fa di un punto percentuale.

Lancia, che ha immatricolato oltre 4.200 auto, ha visto crescere la sua quota dello 0,2% ed e’ ora al 3%, mentre Alfa Romeo, che ha avuto quasi 2000 immatricolazioni, ha aumentato la quota dello 0,1%, attestandosi all’1,4%.

Sono ben 5 i modelli Fca tra le top ten delle auto piu’ vendute in novembre, con Fiat Panda stabilmente al primo posto con quasi 11000 immatricolazioni. In classifica sono inoltre presenti nell’ordine Lancia Ypsilon, Fiat 500 e Jeep Compass e Renegade.

Ancora una volta Panda si conferma leader delle vendite in Italia e naturalmente prima nel segmento A di cui detiene il 43,9% di quota. Insieme con Fiat 500 – seconda nel segmento A – raggiungono nella loro categoria una quota del 59,8%.

Anche la Jeep Compass, l’Alfa Romeo Stelvio e la 500L sono al primo posto nei rispettivi segmenti di riferimento con percentuali rispettivamente del 15,9%, 16,8% e 38%. La Lancia Ypsilon si conferma nelle posizioni di vertice del segmento B con una quota del 13,1%, cosi’ come la Jeep Renegade (12,1%) e la Fiat 500X (11,3%) nel loro segmento di appartenenza. Negli 11 mesi, Fiat ha immatricolato quasi 192 mila auto, per una quota del 15,2%, Alfa Romeo oltre 15.500 (1,2%), Jeep poco piu’ di 54.000 (4,3%) e Lancia quasi 38.300 (3%). 

AGI – Le vendite globali online durante la Cyber Week, ovvero il periodo compreso tra il Black Friday e il Cyber Monday, hanno raggiunto la cifra record di 270 miliardi di dollari a livello globale, con un aumento complessivo del 36% del commercio digitale e una crescita del 22% nel numero di consumatori che hanno partecipato alla settimana di offerte rispetto al 2019. Lo rivelano i dati raccolti da Salesforce, tra le principali aziende mondiali per lo sviluppo di tecnologie cloud e sistemi di relazioni con i clienti.

Secondo gli analisti, a dare nuovo impulso alle vendite online è stata soprattutto la pandemia da coronavirus che avrebbe indotto molti ad approfittare delle offerte online data la limitazione degli spostamenti e degli accessi ai negozi.

Molti clienti, si legge nel report di Salesforce, hanno deciso di comprare online per poi ritirare gli acquisti in negozio. A causa dei limiti nelle spedizioni anticipate, sono oltre 700 milioni i pacchi che potrebbero far fronte a ritardi nella consegna, per questo sempre più consumatori avrebbero scelto di “combinare la comodità degli ordini online con la comodità delle opzioni di ritiro in negozio e nei punti di consegna locali, permettendo cosi’ ai venditori al dettaglio di tutto il mondo di vedere una forte crescita delle entrate digitali per l’intera stagione natalizia”.

Grazie a questa nuova modalità di consegna, i clienti Salesforce in tutto il mondo registrato una crescita del fatturato digitale del 95% rispetto al 2019. Limitata invece la crescita degli acquisti via social. I consumatori hanno preferito interagire direttamente con i marchi e le aziende. Durante la Cyber Week, le piattaforme di social media hanno generato il 9% del traffico globale verso siti web commerciali. In questi sette giorni, i social hanno rappresentato però il 3% degli ordini digitali globali. Gli sconti inoltre, spiega il report, sembrano essere cresciuti durante i giorni di promozione. A livello globale il tasso di sconto medio è partito al 27% il 26 novembre ed e’ cresciuto di un punto percentuale, arrivando al 28%, durante il Cyber Monday.

Solo negli Stati Uniti, rivelano i dati di Adobe Analytics, durante il Cyber Monday sono stati acquistati beni online pari a 10,8 miliardi di dollari, segnando il record di sempre in un singolo giorno di spesa su commerce negli Usa. L’incremento rispetto al 2019 è stato del 15,1% secondo la società, che analizza le transazioni sui siti web di 80 tra i 100 principali rivenditori online statunitensi. 

Il risultato positivo è sottolineato anche da Amazon. Per il colosso dell’ecommerce si è trattato dell’evento “migliore di sempre per i partner di vendita in tutto il mondo, principalmente piccole e medie imprese, che hanno ottenuto una crescita delle vendite del 60% rispetto allo scorso anno”. 

AGI – Solo un registratore di cassa su tre è ‘attrezzato’ per partecipare alla lotteria dello scontrino. Lo afferma Confesercenti, secondo cui partire già a gennaio vorrebbe dire “escludere migliaia di attività del commercio, della ristorazione e dei servizi che, anche per l’emergenza Covid, non hanno avuto la possibilità di rinnovare il registratore di cassa o procedere all’adeguamento del vecchio”.

Per questo la confederazione chiede di rivedere le tempistiche, “spostando il termine di almeno sei mesi”. 

“L’emergenza Covid ha avuto un impatto pesantissimo sulle imprese di vicinato”,fa notare Confesercenti. “Tra chiusure forzate, fatturati azzerati e futuro incerto, molte attività non hanno ancora potuto completare gli investimenti necessari a partecipare alla Lotteria dello Scontrino. Anche perché il solo adeguamento dei registratori di cassa costerà alle imprese circa 400 milioni di euro: una cifra difficile da sostenere in questo momento, con la prospettiva di un Natale sotto le attese o addirittura di stop del lavoro per via delle regole di contenimento della pandemia”.

Secondo Confasercenti, “è chiaro che non ci siano le condizioni per far partire la Lotteria già a gennaio: farlo vorrebbe dire escludere dalle vincite migliaia di consumatori e piccoli esercenti.

Anche le regole della lotteria, per la confederazione, vanno ricalibrate: attualmente, il meccanismo di vincita è squilibrato, perché garantisce più possibilità di vittoria a chi emette più scontrini. Un vantaggio evidente per i giganti della grande distribuzione rispetto ai piccoli esercenti, ed un ennesimo elemento distorsivo della concorrenza.

Secondo Confesercenti, andrebbe ripensato anche il cashback: “in teoria è un’opportunità di risparmio per i risparmiatori. Tra cashback, supercashback e procedure d’accesso via smartphone, però, lo strumento è di non immediata comprensione e rischia di essere utilizzato solo dagli utenti più smart.

Allo stesso tempo, le infrastrutture per rendere più agevoli i pagamenti elettronici – a partire da banda larga e terminali per pagamenti contactless – sono ancora insufficienti. Così – conclude – si rischia l’insuccesso dell’iniziativa: forse sarebbe stato meglio prima investire in un’accelerazione del processo di modernizzazione del sistema del commercio, per rendere il cashback più efficace”.

AGI – L’Istat rivede al ribasso le stime di crescita del III trimestre, mentre perde vigore a novembre la ripresa del manifatturiero con l’indice Pmi elaborato da Ihs Markit che cala a 51,5 punti dai 53,8 di ottobre.

Tra luglio e settembre il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato del 15,9% rispetto al trimestre precedente contro il +16,1% indicato il 30 ottobre scorso. Nei confronti del terzo trimestre del 2019, l’economia italiana si è invece contratta del 5% contro il calo tendenziale del 4,7% rilevato a fine ottobre.

Secondo le nuove stime dell’Ocse, alla luce della seconda ondata della pandemia da Covid il Pil italiano si contrarrà quest’anno del 9,1% per poi rimbalzare del 4,3% nel 2021 e del 3,2% nel 2022. L’organizzazione di Parigi migliora le stime rispetto al rapporto di giugno, quando aveva previsto un calo del Pil italiano nel migliore dei casi dell’11,3% e nel peggiore del 14%. 

Le stime diffuse oggi da Standard & Poor’s vedono il Pil dell’Italia avviarsi a chiudere l’anno a -8,7% (meglio del -8,9% stimato in precedenza). Per l’agenzia di rating nel 2021 ci sarà poi un rimbalzo del 5,3% e nel 2022 una crescita del 3,2% che scenderà all’1,7% nel 2023. Le stime evidenziano, invece, un aumento della disoccupazione, il cui tasso passerà dal 9,1% di quest’anno al 10,5% del 2021 per poi scendere al 10,1% e al 9,5% negli anni seguenti. Ma andiamo con ordine.

Istat, Pil III trimestre +15,9%. Su i consumi +9% e boom degli investimenti (+31%)

Tra luglio e settembre il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato del 15,9% rispetto al trimestre precedente contro il +16,1% indicato il 30 ottobre scorso. Nei confronti del terzo trimestre del 2019, l’economia italiana si è invece contratta del 5% contro il calo tendenziale del 4,7% rilevato a fine ottobre. A essere rivista al ribasso è anche la stima del cosiddetto Pil acquisito, quello che si otterrebbe con una variazione nulla nel quarto trimestre: dal -8,2% si è passati a -8,3%

La stima completa dei conti economici trimestrali, osserva l’Istat, conferma comunque che l’economia italiana “dopo la forte contrazione registrata nella prima metà dell’anno per gli effetti dell’emergenza sanitaria, registra un consistente recupero nel terzo trimestre“. 

Nel dettaglio, nel terzo trimestre tutti i principali aggregati della domanda interna risultano in crescita rispetto al trimestre precedente, con un aumento del 9,2% dei consumi finali nazionali e del 31,3% degli investimenti fissi lordi. In particolare, la spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato un aumento in termini congiunturali del 15%. Le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del 15,9% e del 30,7%. Aumentano poi le ore lavorate, con un incremento del 21% rispetto al trimestre precedente. 

Pmi manifatturiero novembre scende a 51,5 da 53,8

Gli ultimi dati Pmi hanno segnalato un nuovo miglioramento dello stato di salute del settore manifatturiero italiano. La ripresa però ha perso vigore e la crescita della produzione è diminuita a causa dell’ennesimo crollo del volume dei nuovi ordini collegato alle più rigide misure di contenimento collegate al Covid-19.

L’Indice Pmi (Purchasing Managers Index) elaborato da Ihs Markit del settore manifatturiero italiano – che con una sola cifra dà un’immagine degli sviluppi delle condizioni generali del settore manifatturiero – ha registrato a novembre 51,5 e ha segnalato il quinto mese consecutivo di miglioramento dello stato di salute del settore manifatturiero. Diminuendo da 53,8 di ottobre, l’Indice Pmi ha tuttavia segnalato un tasso di crescita più lento.

Guardando all’economia dell’Eurozona, si riconferma a novembre la forte crescita nel manifatturiero. Malgrado l’indice principale si sia contratto a 53,8, da 54,8 di ottobre, è risultato leggermente migliore della precedente stima flash (53,6) e ha segnalato il quinto miglioramento mensile consecutivo delle condizioni operative del settore manifatturiero dell’eurozona. A eccezione dei Paesi Bassi e dell’Irlanda, nel corso dell’ultima indagine tutte le nazioni hanno riportato un indebolimento dei loro rispettivi Pmi.

La Germania è stata la nazione a riportare i risultati migliori, seguita dai Paesi Bassi e l’Irlanda. Forti crescite sono state osservate in Austria e Italia, a differenza delle marginali contrazioni riportate in Spagna e Francia. La Grecia è rimasta la nazione che di gran lunga ha registrato i risultati peggiori.

Ocse migliora stime Pil Italia 2020, -9,1%

Il Pil italiano si contrarrà quest’anno del 9,1% per poi rimbalzare del 4,3% nel 2021 e del 3,2% nel 2022. Lo afferma l’Ocse nell’Economic Outlook di dicembre che migliora le stime rispetto al rapporto di giugno quando aveva previsto un calo del Pil, nel migliore dei casi dell’11,3% e nel peggiore del 14%.

“L’aumento dei contagi, le limitazioni all’attività e l’incertezza hanno arrestato la forte ripresa dell’attività in il terzo trimestre”, spiega l’Ocse parlando della seconda ondata della pandemia che ha colpito l’Italia e il resto del mondo. Proprio per questo le previsioni sul Pil per il 2021 sono peggiori rispetto all’outlook di giugno, quando il rimbalzo era previsto tra il 5,5% e il 7,7%. Per l’anno in corso il governo ha previsto nella Nadef un -9%, la Banca d’Italia -9,5% e il Fondo Monetario Internazionale -10,6%. 

S&P, in Italia rimbalzo del 5,3% nel 2021

Il Pil italiano, dopo un calo dell’8,7% quest’anno, nel 2021 rimbalzerà del 5,3%. A stimarlo è S&P in un report sull’economia dell’Eurozona alla luce della seconda ondata della pandemia da Covid-19. Per il 2022 l’agenzia di rating prevede una crescita del 3,2%, che scenderà all’1,7% nel 2023. Le stime di S&P evidenziano, invece, un aumento della disoccupazione, il cui tasso passerà dal 9,1% di quest’anno al 10,5% del 2021 per poi scendere al 10,1% e al 9,5% negli anni seguenti.

Ampliando lo sguardo all’economia dell‘Eurozona, la crescita si contrarrà del 7,2% quest’anno prima di rimbalzare del 4,8% il prossimo. Secondo S&P, i nuovi lockdown introdotti per contrastare la seconda ondata della pandemia “sebbene molto meno stringenti di quelli di marzo e aprile, hanno interrotto la ripresa in atto”. 

AGI – Partenza in forte ribasso a Piazza Affari per Unicredit dopo il ribaltone che, fra domenica e lunedì sera, ha portato all’uscita, prevista al massimo per l’aprile dell’anno prossimo, dell’ad Jean Pierre Mustier. Il titolo, a metà mattinata, perdeva oltre il 6%. A pesare sulle quotazioni della banca le tensioni su governance e strategia che hanno portato alla prossima uscita dell’ad Jean Pierre Mustier. Il cambio al vertice della banca milanese può avvicinare il matrimonio con Mps (+3,53%). 

Il cda della banca e il presidente designato, l’ex ministro Pier Carlo Padoan, con il supporto di Spencer Stuart, sono alla ricerca del successore del banchiere francese. Diversi i nomi che circolano: fra questi quello dell’ex ad di Mps, Marco Morelli, del consigliere Diego De Giorgi, degli ad di Mediobanca e Banco Bpm, Alberto Nagel e Giuseppe Castagna, e dei manager interni Francesco Giordano e Carlo Vivaldi. Suggestiva anche l’ipotesi di un ritorno di Marina Natale, ad di Amco, ex top manager della banca: sarebbe la prima donna a guidare una delle principali banche italiane.

Il cambio della guardia alla guida della banca milanese avvicina una possibile operazione con il Monte dei Paschi, da cui il ministero del Tesoro intende uscire il prossimo anno.
 

Agi – L’authority per la Concorrenza ha sanzionato per 10 milioni di euro Apple International e Apple Italia per due distinte pratiche commerciali scorrette. La prima – spiega una nota dell’Antitrust – riguarda la diffusione di messaggi promozionali di diversi modelli di iPhone – iPhone 8, iPhone 8 Plus, iPhone XR, iPhone XS, iPhone XS Max, iPhone 11, iPhone 11pro e iPhone 11 pro Max – in cui veniva esaltata, per ciascuno dei prodotti pubblicizzati, la caratteristica di risultare resistenti all’acqua per una profondità massima variabile tra 4 metri e 1 metro a seconda dei modelli e fino a 30 minuti.

Secondo l’Autorità, però, nei messaggi non si chiariva che questa proprietà è riscontrabile solo in presenza di specifiche condizioni, per esempio durante specifici e controllati test di laboratorio con utilizzo di acqua statica e pura, e non nelle normali condizioni d’uso dei dispositivi da parte dei consumatori.

“La contestuale indicazione del disclaimer ‘La garanzia non copre i danni provocati da liquidi’, dati gli enfatici vanti pubblicitari di resistenza all’acqua – fa notare l’Autorità – è stata ritenuta idonea a ingannare i consumatori non chiarendo a quale tipo di garanzia si riferisse (garanzia convenzionale o garanzia legale), né è stata ritenuta in grado di contestualizzare in maniera adeguata le condizioni e le limitazioni dei claim assertivi di resistenza all’acqua”.

L’Antitrust ha inoltre ritenuto idoneo a integrare una pratica commerciale aggressiva il rifiuto da parte di Apple, nella fase post-vendita, di prestare assistenza in garanzia quando quei modelli di iPhone risultavano danneggiati a causa dell’introduzione di acqua o di altri liquidi, ostacolando in tal modo l’esercizio dei diritti ad essi riconosciuti dalla legge in materia di garanzia ossia dal Codice del Consumo. (AGI)Ing

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