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AGI – Scattano dal oggi le sanzioni per commercianti e professionisti che non consentiranno ai propri clienti di pagare con Pos. Oggi, come da decreto legge 36 del 30 aprile 2022 del Consiglio dei ministri (Ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza Pnrr), entreranno in vigore con 6 mesi di anticipo le disposizioni che, in caso di mancata accettazione da parte di esercizi commerciali, imprese e professionisti dei pagamenti con bancomat e carte di credito, prevedono una sanzione amministrativa di 30 euro, aumentata del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento.

Plauso di Assoutenti il provvedimento che introduce una multa per esercenti e professionisti che non accettano pagamenti con bancomat o carte di credito. “Tutte le misure fin qui introdotte per incentivare i pagamenti elettronici si sono rivelate fallimentari, proprio perché non prevedevano alcuna misura punitiva per chi rifiutava di accettare carte o bancomat – spiega il presidente Furio Truzzi – Il solito pasticcio all’italiana che ora potrebbe essere superato dall’introduzione di sanzioni nei confronti di esercenti e professionisti. Va però sottolineato che i costi legati al Pos a carico dei commercianti restano tuttora elevati: è necessario azzerare del tutto le commissioni interbancarie e gli altri balzelli richiesti agli esercenti, perché i pagamenti elettronici non possono arricchire le casse delle banche e delle società che emettono le carte di credito e pesare sulla categoria degli esercenti”, conclude Truzzi. 

Attenzione tuttavia agli “escamotage”. La norma, avverte il Codacons, potrebbe essere aggirata: “Le disposizioni – spiega il presidente Carlo Rienzi – escludono l’obbligo di pagamento con il Pos in caso di oggettiva impossibilità tecnica: il commerciante che dichiara di avere il Pos fuori uso (per un guasto tecnico o quando il terminale non ha linea) non è passibile di sanzione. Non solo. Per essere in regola con la nuova norma, esercenti e professionisti potrebbero limitarsi ad accettare anche un unico circuito e una sola tipologia di carta di debito (per esempio il bancomat) e una sola di credito, restringendo così il diritto degli utenti a pagare con Pos”.

La norma, poi, rischia di essere difficilmente praticabile, dal momento che un numero elevato di segnalazioni contro i commercianti disubbidienti potrebbe mettere in crisi le autorità preposte a eseguire controlli ed elevare sanzioni. “Senza contare che una multa da 30 euro per chi non si adegua alle disposizioni sul Pos rischia di determinare una situazione paradossale per cui il procedimento sanzionatorio nei confronti dell’esercente scorretto avrebbe un costo superiore al valore della sanzione, con un evidente danno le casse erariali”, aggiunge Rienzi. 

AGI – I mercati cercano di recuperare terreno ma fanno fatica a trovare una direzione e si avviano a chiudere la peggiore prima metà dell’anno dal 1970. Le Borse asiatiche sono miste, i future a Wall Street e in Europa arretrano e i prezzi del petrolio sono poco mossi, mentre a New York tutti e tre i listini, dopo due giorni di perdite e dopo il grande rimbalzo della scorsa settimana, si stanno indirizzando per la prima volta dal 2015 verso il secondo calo trimestrale consecutivo.

L’umore complessivo dei mercati resta ‘nero’ e l’impressione generale è che la ‘cura da cavallo’ delle banche centrali per ridurre l’inflazione finirà per far naufragare in recessione l’economia, facendo lievitare il dollaro, un rifugio sicuro per i titoli di Stato.

Tokyo arretra di quasi un punto e mezzo percentuale, dopo che a maggio la produzione industriale in Giappone è diminuita del 7,2% mensile, il calo più grande degli ultimi due anni. Sempre in Asia, Hong Kong è piatta e Shanghai è positiva.

Intanto i rendimenti dei Treasury continuano a scendere, con il 10 anni intorno al 3,1%, mentre il biglietto verde aggiusta al rialzo i suoi ripetuti picchi ventennali. Giù i future a Wall Street, che ieri ha chiuso poco mossa una giornata altalenante, sigillata dalle dichiarazioni di Lagarde, Powell e Bailey, i tre principali banchieri centrali del mondo, i quali da Sintra in Portogallo, hanno avvertito che l’era dei bassi tassi di interesse e dell’inflazione moderata è finita dopo il “massiccio shock geopolitico” dell’invasione russa dell’Ucraina e della pandemia da coronavirus. 

Significativa la sintesi tracciata dal numero uno della Fed, Jerome Powell, secondo il quale “la cosa peggiore che potremmo fare non sarebbe quella di provocare una recessione ma quella di non riuscire ad affrontare questa inflazione elevata, permettendole di radicarsi e di diventare persistente”.

Anche i future sull’EuroStoxx sono in ribasso, dopo che ieri le Borse europee hanno chiuso in calo, con Francoforte maglia nera a -1,6%. Poco rassicurante per i listini del Vecchio Continente, Chrisitine Lagarde, secondo cui “non si tornerà al contesto di bassa inflazione che c’era prima della pandemia”. Lo spread ha terminato la sua corso restringendosi a 187 punti, dopo che il numero uno dell’istituto di Francoforte ha dettato i tempi del futuro scudo anti-spread: “Se ne discuterà durante la prossima riunione del 21 luglio”.

Un buon segnale arriva oggi dalla Cina, dove i Pmi sono saliti a giugno, alimentati dall’allentamento delle restrizioni anti Covid a Shanghai e Pechino. Il Pmi servizi avanza a 54,7 punti dopo tre mesi di ‘fiacca’. È la prima volta da febbraio che questo indice anticipatore sale sopra i 50 punti, la soglia che separa le fasi di crescita da quelle di contrazione. Il Pmi manifatturiero avanza a 50,2, in linea con le attese e dopo i 49,6 punti di maggio. Sempre oggi si conclude lo storico vertice Nato di Madrid, Christine Lagarde chiude l’incontro annuale di Sintra e dagli Usa arrivano i dati sui sussidi settimanali di disoccupazione. 

AGI – “Dolares! Cambio, cambio, dooolares!”: le voci dei cambia-dollari non ufficiali accompagnano il ritmo della vita metropolitana e risuonano nelle strade di Buenos Aires. Totalmente illegali, ma perfettamente tollerati, gli “arbolitos” (piccoli alberi) offrono “il tasso di strada”, al doppio del tasso ufficiale: in questi giorni circa 230 pesos per 1 dollaro, invece di 130. “Arbolitos”? Per via delle “foglie verdi” (il verde del dollaro), che figurativamente tengono a distanza.

I numeri economici dell’Argentina sono ormai da capogiro. Martedì ha toccato un nuovo record: il dollaro ‘blu’, ossia la valuta degli Stati Uniti nel mercato parallelo, è stato scambiato ai circuiti non ufficiali a 239 pesos al terzo rialzo giornaliero consecutivo ed è stato venduto a 242 in alcune province del Paese, mantenendo così la sua tendenza al rialzo.

Il tasso non ufficiale è aumentato insomma di 31 pesos nell’ultimo mese, con il divario di cambio tra il tasso ufficiale all’ingrosso che ora si trova all’89% – il livello più alto da tre mesi. Ciò vuol dire che rispetto al dollaro, nel mercato parallelo, il peso in un solo mese si è deprezzato del 15% e lo scarto tra la banconota libera e quella ufficiale ammonta a circa l’83%

Il tasso di cambio ufficiale invece è salito di 17 centesimi a 124,88 pesos, con un aumento del 21,6% quest’anno. Anche i tassi di cambio finanziari hanno raggiunto livelli record: il dollaro spot è salito del 2,9% a 253,35 pesos e il MEP o dollaro di borsa è salito del 2,6% a 247,57 pesos.

Le autorità sono confuse; il presidente della Banca Centrale, Miguel Pesce, ha affermato che le misure adottate nelle ultime ore hanno sempre funzionato in Argentina e che sono necessarie per evitare una “brusca svalutazione”. In questo clima di nervosismo, il Presidente Alberto Fernández conclude la sua partecipazione in Europa al G7.

La prima spinta ai tassi di cambio liberi è stata la crisi del debito del peso. Subito sono arrivate le nuove decisioni della Banca Centrale di limitare l’accesso alla valuta estera per i beni di lusso, come auto e aerei di lusso, e di estendere l’accesso alla valuta estera per le piccole e medie imprese al 115% del valore importato nel 2021, dal limite precedentemente imposto del 105%, fino a un massimo di un milione di dollari.

Il problema è che l’Argentina non ha accesso al credito; l’unico introito di dollari avviene attraverso le esportazioni. Questo è il problema di fondo, la mancanza di finanziamenti dovuta alla mancanza di fiducia. Tutto è in contanti.

I campanelli d’allarme stanno suonando forte, con i timori di una recessione globale e di un’inflazione in aumento che alimentano le paure degli investitori su possibili default, visti i mancati obiettivi con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e gli immancabili disordini politici.

A questo si aggiunge il fatto che il Paese sudamericano ha visto le sue obbligazioni sprofondare ai minimi storici, la pressione sulla valuta del peso è in aumento e l’elevata spesa per le importazioni di energia stanno colpendo duramente la bilancia dei pagamenti argentina, limitando la sua capacità di accumulare le tanto necessarie riserve estere.

L’inflazione è vista aumentare al 75% come media d’anno – un tasso di gran lunga superiore agli obiettivi concordati con il Fondo Monetario Internazionale (38%-48%) e pesa su stipendi, risparmi e investimenti – i tassi di interesse sono saliti al 52% e anche le esportazioni sono in calo (l’Argentina è un importante fornitore mondiale di soia, mais e grano) mettendo così a rischio la capacità del Paese di raggiungere un accordo da 44 miliardi di dollari concordato con l’Fmi.

La scorsa settimana il governo ha effettuato un massiccio swap del debito locale per posticipare i pagamenti di giugno. E diventa sempre più difficile costituire le proprie riserve valutarie, fondamentali per far fronte ai futuri obblighi di debito. Le riserve lorde ammontano a circa 41 miliardi di dollari, ma quelle nette sono di gran lunga inferiori: secondo l’Fmi, erano pari a 2,3 miliardi di dollari alla fine del 2021. 

Nel frattempo, la Banca Centrale si è ritrovata con un saldo negativo di circa 202 milioni di dollari per gli interventi effettuati sul mercato dei cambi nel mese di giugno. 

Intanto il rischio paese messo a punto da JP Morgan, che misura il divario dei tassi dei Treasury statunitensi rispetto a quelli dei mercati emergenti, è salito a 2.508 punti, ai massimi dal 3 luglio 2020.

Il ruolo predominante del dollaro lo si intuisce anche nella vita di tutti i giorni: il biglietto verde – e il suo valore rispetto al precario peso – è il ritmo dei conti degli argentini, febbre e termometro di un’economia traumatizzata da crisi ricorrenti e inflazione galoppante. Gli argentini – a cui è vietato prelevare più di 200 dollari al mese – si accaparrano in strada dollari appena possono, appena ricevono lo stipendio, abbandonando il peso. Si tratta di una diffidenza consolidata, proprio come quella nei confronti dei depositi bancari. Anche se questo significa cambiare i dollari in pesos quando si fanno certi acquisti o si pagano le bollette.

Alcuni bar e negozi del centro espongono un cartello che indica il tasso di cambio (in pesos) se si paga in dollari. Ovviamente il messaggio è per i turisti, perché un argentino sa che non dovrebbe mai liberarsi dei suoi dollari. Che si tratti dell’acquisto di un’auto, della pianificazione di un costoso trattamento medico o dell’affitto di un appartamento, i conti vengono fatti in biglietti verdi. Cresce infatti la fronda di chi pensa che bisogna ormai mettere in conto una “dollarizzazione” dell’economia e smettere di far finta che non esista.

AGI – Un altro paradosso dell’Argentina è che nonostante possa disporre delle enormi risorse di Vaca Muerta nel Sud est (provincia di Neuquèn), il secondo più grande giacimento di gas da scisto al mondo, dipende ancora fortemente dalle importazioni di energia. Questo perché mancano le infrastrutture per i gasdotti e i terminali LNG per esportare quello che viene chiamato oro ‘blu’.

Eppure, come qualche settimana fa ha scritto il Financial Times, il paese sudamericano potrebbe diventare player fondamentale nel mercato internazionale di gas naturale liquefatto, proprio ora che il bando alla Russia sta dando vita a una nuova mappa energetica globale.

Per questo motivo, il presidente dell’Argentina, Alberto Fernandez, sta spingendo attori stranieri per realizzare un progetto di trasporto e di liquefazione del gas, che darebbe una spinta notevole alla disastrata economia argentina. Ne ha parlato, a margine del G7, anche con il premier italiano. Lo stesso Draghi ha riferito ai giornalisti che con il presidente “abbiamo parlato delle relazioni che uniscono i due Paesi, che sono di lunga data. Mi ha illustrato un progetto di trasporto e liquefazione di gas in Argentina” e “lo esamineremo e vedremo se ci sono le condizioni per proseguire”.

‘Vaca Muerta’ che in spagnolo significa “vacca morta” (scoperta nel 1931 dal geologo americano Charles Edwin Weaver) deve questa curiosa denominazione perché su uno dei suoi lati, vicino a Zapala, c’è una catena montuosa che ha lo stesso nome, ma secondo altri, è perché se la si guarda da una mappa, proietta la sagoma di una mucca sdraiata.

Occupa una superficie di 36.000 km quadrati, ossia l’equivalente del territorio della Svizzera o dei Paesi Bassi e ha proprietà geologiche tali da esser paragonate all’Eagle Ford statunitense contenendo risorse estraibili pari a 16 miliardi di barili di petrolio e 308 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale.

La sua produzione di petrolio non convenzionale ha raggiunto il suo livello record a settembre scorso con 180.000 barili al giorno, il che ha comportato un aumento annuo del 53%, su un totale di 532.000 bpd a livello nazionale in Argentina.

Numeri incredibili se si pensa che il paese utilizza solo il 50% della capacità del giacimento e solo il 10% è sfruttato per la commercializzazione e che quest’anno l’Argentina importerà gas per circa 7 miliardi di dollari sebbene le riserve di Vaca Muerta siano equivalenti a sei volte tutto il gas di cui ha bisogno nei prossimi 20 anni.

Al contrario, con politiche appropriate, le entrate dell’Argentina – che è uno dei quattro Paesi al mondo che producono questo tipo di idrocarburi, insieme a Stati Uniti, Canada e Cina – potrebbero superare i 30 miliardi di dollari all’anno di export. Solo che il suo sfruttamento ha incontrato negli ultimi anni diversi ostacoli, da ultimo anche le limitazioni interne di valuta estera decise dalla banca centrale.

Il governo di Buenos Aires sta puntando quindi tutto sulla costruzione di un nuovo gasdotto ‘Nèstor Kirchner’ (in onore dell’ex presidente) che, con i suoi 563 chilometri, da Vaca Muerta porterebbe il gas fino al centro e di là al nord del paese. Un obiettivo ambizioso che il paese, soffocato dai debiti e sull’orlo del collasso economico, non può intraprendere da solo. Ed invece per Fernàndez, Vaca Muerta rappresenta “una riserva della quale il mondo ha bisogno in questo momento”, e che potrebbe attrarre decine di migliaia di miliardi di dollari di investimenti.

Per il Financial Times, c’è assoluta necessità di un nuovo quadro normativo a sostegno degli investitori. Intanto, il governo ha acconsentito ad un accesso più facile alla valuta estera per le imprese energetiche che potranno ora importare attrezzature specialistiche per lo sviluppo, in particolare per il fracking.

Ma lo sviluppo di Vaca Muerta richiede un progetto a più lungo termine con investimenti annuali tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari, oltre a quelli necessari per il trasporto. Attualmente la compagnia nazionale YPF detiene il 42% dell’area, Gas y Petròleo del Neuquèn S.A. (società statale della provincia di Neuquèn) il 12%, mentre il restante 46% è distribuito tra altre società, tra cui ExxonMobil, Pan American Energy, Petronas, Pluspetrol, Shell, Tecpetrol e Wintershall.

Quando a causa della pandemia, è crollato il prezzo del petrolio i lavori di fracking si sono interrotti in quanto per essere redditizia tale attività richiede un prezzo elevato del barile dell’oro nero. Nell’aprile 2020 il governo aveva fissato un prezzo minimo del barile sul mercato locale, superiore a quello internazionale, per garantire l’attivita’ del settore. Si è andati avanti fino a novembre, ma poi i lavori si sono interrotti a causa della corsa senza freni del prezzo dell’oro nero. 

AGI – L’euforia che si registrava sui mercati nel 2021 è soltanto un lontano ricordo, perché il primo semestre del 2022 si sta rivelando, dal punto di vista delle piazze finanziarie, come uno dei peggiori della loro storia.

Basti pensare a Wall Street: lo S&P 500 ha perso il 18% dall’inizio dell’anno, un semestre catastrofico paragonabile ai cali registrati nel 1974, dopo il primo shock petrolifero, o nel 1962, anno del crollo del mercato azionario. 

Solo nella seconda metà del 2008, nel pieno della crisi finanziaria, e nel periodo della Grande Depressione all’inizio degli anni ’30, l’indice aveva registrato un calo maggiore.

Ma la flessione ha colpito anche i mercati azionari europei, con cali di circa il 15%, ad eccezione di Londra, che si è salvata grazie alle sue compagnie petrolifere, salite con i prezzi del petrolio.

In altri termini, un portafoglio tipico secondo gli analisti come Marko Kolanovic, co-responsabile della ricerca di JP Morgan,  “è diminuito più che durante la pandemia del 2020 o qualsiasi altra crisi dopo il 2008”.

Oltre alle azioni, i prezzi delle obbligazioni sono effettivamente crollati: come riporta Paul Jackson, un investitore che avesse puntato solo sulle obbligazioni avrebbe perso il 9,9% a livello globale e addirittura il 13,5% se si fosse concentrato solo sulle obbligazioni statunitensi.

L’umore dei mercati riflette l’affanno dell’economia globale, colpita dall’inflazione che accelera mese dopo mese, dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali, dai lockdown in Cina, e ovviamente dalla guerra in Ucraina che ha fatto salire i prezzi dell’energia.

Di fronte a tassi di inflazione record, che superano l’8% negli Stati Uniti e nell’area dell’euro, le istituzioni che garantiscono la stabilità dei prezzi sono costrette ad agire, e in modo molto marcato: quasi tutte le principali banche centrali hanno effettuato, o hanno in programma di effettuare, aumenti significativi dei loro tassi di interesse.

Di conseguenza, anche i tassi dei rendimenti nell’obbligazionario sono aumentati: il tasso sul decennale tedesco, il parametro di riferimento per l’Eurozona, ha registrato un rialzo di 1,80 punti percentuali dall’inizio dell’anno, passando da -0,1% a +1,7%.

Si tratta dell’aumento semestrale più rapido della storia. Anche per il tasso decennale statunitense il rialzo è storico (+1,70 punti percentuali), appena inferiore a quello del 1984 o del 1980.

Di conseguenza, gli analisti si attendono ora anche un calo degli utili da parte delle aziende.

AGI – I mercati rischiano di restare al palo e altalenanti per il terzo giorno consecutivo questa settimana, dopo aver chiuso ieri in negativo per l’aumento dei timori di recessione, l’alta inflazione, gli aggressivi rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve e un negativo segnale arrivato dal fronte della fiducia dei consumatori Usa a giugno.

L’indice calcolato dal Conference Board è precipitato a 98,7 punti dai 106,4 di maggio e dai 100,4 punti attesi dal mercato. Il sottoindice sulle aspettative è sceso in picchiata ai minimi da 10 anni e l’interpretazione prevalente è che la corsa dei prezzi potrebbe presto cominciare a frenare i consumi e le spese private degli americani.

“I consumatori statunitensi sono negativamente influenzati dal significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia negli ultimi mesi, rispetto ai quali ci sono poche speranze di miglioramento nel corso dell’estate”, commenta Brian Price, capo della gestione investimenti del Commonwealth Financial Network. “Immagino – aggiunge – che il calo dei prezzi azionari e obbligazionari di quest’anno abbia ulteriormente indebolito gli umori dei consumatori riducendo i valori dei loro portafogli”.

In Asia le Borse sono in calo, nonostante la Cina abbia dimezzato i tempi della quarantena dei viaggiatori in arrivo, portandoli da 14 a 7 giorni. E’ il più grande cambiamento registrato dal governo del presidente Xi Jinping, che persiste però nel portare avanti la sua drastica politica di zero Covid, che da oltre tre mesi continua a tenere isolata la seconda economia più grande del mondo. Tokyo perde oltre un punto percentuale, Shanghai più di mezzo punto e Hong Kong oltre l’1,5%.

In leggero rialzo i future a Wall Street, che ieri  ha chiuso in forte calo. Giornata nera per il Nasdaq che ha registrato un tonfo quasi del 3%. Con il ribasso di ieri l’S&P 500 si appresta a chiudere il suo peggior primo semestre dal 1970. Inoltre, tutti e tre gli indici sono ben indirizzati a registrare due cali trimestrali consecutivi per la prima volta dal 2015. A peggiorare il clima dei mercati ci ha pensato il rialzo del prezzo del petrolio, con il Wti che ha chiuso a un soffio da +2% sopra 111 dollari al barile.

AGI – I mercati non tengono il passo coi guadagni della settimana scorsa e tornano a scendere e ad oscillare, in attesa di segnali più certi sui prezzi, come quelli di venerdì sull’inflazione europea. Unicredit prevede che a giugno i prezzi al consumo dell’area euro saliranno al livello record dell’8,6% annuale dall’8,1% di maggio e, se i prezzi dell’energia non caleranno durante l’estate, stima un picco dell’inflazione intorno al 9% a settembre.

Nonostante i timori di recessione anche i prezzi del petrolio hanno ripreso a salire per le nuove sanzioni del G7 alla Russia.

“Il price cup proposto dal G7 al petrolio russo rischia di ridurre ulteriormente gli approvvigionamenti – commentano in una nota gli analisti della Commonwealth Bank of Australia – e i disordini politici potrebbero ridurre l’offerta di un paio di produttori di secondo livello, come Ecuador e Libia”. In Asia i listini sono deboli.

L’indice Msci dei titoli dell’Asia-Pacifico fuori del Giappone è giù del 3,8% questo mese. Oggi la Borsa di Tokyo guadagna leggermente, Shanghai è piatta e Hong Kong arretra di circa mezzo punto percentuale. Sui mercati asiatici i future sul Wti sono tornati sopra 110 dollari e quelli sul Brent sopra 116 dollari. I future a Wall Street sono deboli dopo che ieri la Borsa di New York ha aperto la settimana in negativo.

AGI – “Leonardo Del Vecchio rappresentava bene le virtu’ e le debolezze del capitalismo italiano”. Lo afferma all’AGI Giulio Sapelli, professore ordinario all’Università degli studi di Milano, secondo cui il fondatore di Luxottica è stato “un grande esempio di continuità imprenditoriale” segnata da un'”anomalia italiana”, quella che spesso porta la continuità a coincidere con la vendita all’estero di rami d’azienda, a fusioni e integrazione con società straniere.

Secondo Sapelli, le medie imprese italiane, a differenza di quanto avveniva negli anni ’50 e ’60, oltre un certo tetto non riescono ad avere le dimensioni di corporation; così nascono esempi di capitalismo franco-italiano.

 “È una delle caratteristiche – sottolinea – di quello che Pietro Grifone definì un capitalismo senza capitali, anche perchè gran parte del capitale italiano va alla rendita”. Del Vecchio, spiega Sapelli, è esempio di questa forma di capitalismo ma è stato anche un uomo lungimirante, diventando azionista di Generali: “ha fatto una cosa importante: è stato un industriale che ha tentato di influire sul comportamento del capitale finanziario”.

Altri aspetti che caratterizzano l’opera di Del Vecchio è stata “la distanza dalla politica e la lotta che ha condotto per tenere a freno i sui manager”; “un imprenditore che ha avuto presente – osserva Sapelli – la lezione di Olivetti e di Valletta, nel contemperare l’ascesa dei manager”. L’insegnamento di Del Vecchio è quindi “molto attuale, perchè spesso i manager si sono spinti troppo in là, senza il necessario controllo da parte della proprietà”.

AGI – Ovs ha sottoscritto con tutti gli azionisti di Coin una lettera di intenti relativa alla possibile acquisizione del 100% del capitale della stessa. Coin, riferisce una nota, è la catena di department store più diffusa in Italia, con vendite sotto insegna di circa 400 milioni di euro, un network di 37 negozi “full format” nelle più prestigiose location di centro città e 100 negozi a insegna Coincasa.

La lettera di intenti prevede che Ovs abbia il diritto di avviare e condurre in esclusiva una fase di due diligence, nel corso della quale il consiglio di amministrazione si avvarrà di consulenti esterni, con l’obiettivo di addivenire – in caso di esito soddisfacente per Ovs e di ottenimento di tutte le necessarie autorizzazioni – al perfezionamento dell’acquisizione entro la fine di novembre prossimo. Data la presenza di Stefano Beraldo – amministratore delegato di Ovs – tra i soci di Coin, l’acquisizione ricade nella disciplina delle operazioni con parti correlate.

AGI – Tesla, società di auto elettriche, pannelli fotovoltaici e sistemi di stoccaggio energetico di Elon Musk, e la utility dell’energia elettrica californiana PG&E hanno lanciato un programma che pagherà i proprietari di Powerwall, sistema proprietario di batteria domestica che si carica utilizzando l’elettricità generata da pannelli solari, che potranno fornire inviare elettricità extra alla rete in caso di blackout o  di emergenza. 

Di fatto, con questa funzione, i Powerwall della società di Elon Musk si trasformano in una “centrale elettrica virtuale”. Nel dettaglio, quando l’operatore di rete della California (il CAISO o California Independent System Operator), emetterà un avviso di emergenza energetica di qualsiasi tipo i proprietari delle Powerwall riceveranno 2 dollari per ogni kilowattora aggiuntivo che immettono nella rete. I pagamenti avverranno “su base annuale o più frequentemente, come stabilito da Tesla”.

Tesla (che sta già lavorando ad un’iniziativa simile in Australia) aveva già lanciato un analogo programma sperimentale lo scorso luglio, ma era volontario e senza pagamenti. Ora, con un incentivo monetario per invogliare i partecipanti, il programma potrebbe crescere abbastanza da diventare una significativa fonte di energia di riserva in California, per di più pulita. 

“La più grande batteria distribuita al mondo, potenzialmente oltre 50.000 Powerwall”, queste le speranze di Tesla secondo cui il progetto “può sostituire le centrali elettriche a gas che in genere si collegano in linea per fornire energia extra ogni volta che la domanda di energia inizia a superare l’offerta”.

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