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“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

“Serve un nuovo modello finanziario sostenibile, dove l’ambiente e i diritti siano al centro. Per quanto riguarda il futuro, anche dell’Europa, crescita e politiche pubbliche devono andare di pari passo per creare occupazione e, in questo modo, diminuire le disuguaglianze”. Lo ha detto il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen che ha incontrato gli under 35 allo Spazio Scuderie di Bologna.

L’economia tra sostenibilità, etica e sviluppo, l’Europa di oggi e di domani: questi i temi al centro dell’evento, organizzato da Banca Etica in occasione dei 20 anni dalla sua fondazione e a pochi giorni dalle elezioni europee.

“L’Europa è stato uno degli esperimenti più interessanti d’integrazione e uno dei più grandi successi dopo la seconda Guerra Mondiale – ha aggiunto Sen – Quando si parla di crisi del 2008 la Bce ha dato un esempio di leadership non ottimale. Non c’era bisogno di austerity, quanto di un coordinamento robusto: l’occupazione è peggiorata, il Pil è calato in diversi Paesi e nel tempo si è capito quanto sia stata negativa”.

Amartya Sen, economista e filosofo di origine indiana, professore ad Harvard ha ricevuto il Premio Nobel per l’Economia nel 1998 per i suoi studi e per le sue teorie rivoluzionarie sui legami tra indicatori economici, uguaglianza, libertà e inclusione delle persone.

“La finanza fa girare quantità immense di denaro” commenta Ugo Biggeri, fondatore di Banca Etica “Con poche riforme a livello europeo questo denaro potrebbe essere usato coniugando la legittima aspirazione a una remunerazione degli investimenti, con la possibilità di mettere ingenti risorse a disposizione dei progetti che creano posti di lavoro grazie alla conversione sostenibile delle attività produttive e alla lotta alle diseguaglianze, con attività economiche inclusive e attente agli impatti sociali”.

“Sen” ha evidenziato Biggeri, “ha rivoluzionato il punto di vista dell’analisi economica, partendo dalle potenzialità che le persone possono esprimere e le opportunità che hanno per svilupparle: un punto di vista che genera efficienza economica e sociale, riduce le disuguaglianze ed è molto coerente con l’idea di diritto al credito”.

Durante l’evento Amartya Sen ha premiato quattro gruppi di under 35 i cui progetti si son qualificati nelle gare di idee “Vénti di futuro”, che tra dicembre 2018 e marzo 2019 Banca Etica ha organizzato in 4 città italiane per dare spazio e voce alle iniziative per i millennials e alla loro visione per un’economia sostenibile, inclusiva e innovativa. Quattro i temi del contest: per la “rigenerazione urbana” si è qualificato il progetto “Zeno, un nuovo spazio pubblico per Trieste”; per il tema “Innovazione sociale” è stato scelto “Stay Human” finalizzati alla realizzazione di un’app per mappare le offerte di prodotti sostenibili; per il tema “Cultura, lavoro e impresa” è stato selezionato il progetto “Da grande sarò un teatro…e anche un cinema”, per la realizzazione di uno spazio culturale autogestito da artisti brindisini”; per il tema “Sharing economy e impact finance”, si è qualificato il progetto “Seed coin”, per una moneta elettronica che connetta produttori e orti a km zero. I quattro progetti riceveranno un contributo di 1000 euro e la supervisione gratuita di un provider integrato di innovazione.

 

Il presidente Usa, Donald Trump, ha vietato alle aziende del Paese di utilizzare tecnologia Huawei. Non in modo così esplicito, ma il fine è esattamente questo. Mercoledì Trump ha firmato un ordine esecutivo che proibisce alle società statunitensi di utilizzare apparecchiature di telecomunicazione di “avversari stranieri” ritenuti un “rischio inaccettabile” per la sicurezza nazionale. Il bando di “emergenza nazionale” punta ad arginare il colosso cinese Huawei, accusato da Washington di spiare i governi occidentali avvalendosi di tecnologie di ultimissima generazione, primo fra tutte il 5G. Non solo. Gli Usa hanno anche invitato caldamente gli alleati a fare lo stesso. Pena il congelamento della condivisione dell’intelligence americana. Ecco come hanno accolto l’appello gli alleati.

Italia

L’Italia per ora è ferma sulle proprie posizioni di apertura alla Cina, complice anche l’accordo sulla via della Seta firmato a marzo e un’altra intesa di aprile scorso. Attualmente, Huawei rimane solido partner di Vodafone, TIM e Wind Tre per lo sviluppo del 5G. Il colosso cinese e Zte, si legge su Il Foglio, “hanno già partecipato alle sperimentazioni del 5G a Milano e Matera-Bari, ma anche la rete del 4G – su cui si basa quella di prossima generazione – è per gran parte costruita con componenti cinesi, come peraltro è successo praticamente in tutta Europa”.

Regno Unito

Come riporta il Sole24Ore, la Gran Bretagna, storico primo alleato americano, al termine di un lungo audit governativo e delle agenzie di intelligence, ha firmato un accordo di cooperazione anti-spionaggio con Huawei(“no-spy agreement”) con il quale la società cinese “si impegna formalmente a fornire infrastrutture di tlc senza ‘backdoor’ segrete o altri dispositivi di spionaggio nascosti”, come ha fatto sapere il chairman di Huawei, Liang Hua.

Australia e Nuova Zelanda

L’Australia, riporta il Guardian, è stato il primo Paese a escludere (dietro divieto) la tecnologia Huawei dalle prossime reti 5G, citando problemi di sicurezza. Poi è stato il turno della Nuova Zelanda che ha bandito la partecipazione del colosso cinese da una importante rete 5G. In seguito al divieto australiano, Huawei ha presentato una denuncia all’Organizzazione Mondiale del Commercio definendo la mossa di Canberra “chiaramente discriminatoria”. In un’intervista al Telegraph, Malcolm Turnbull, l’ex primo ministro australiano che ha introdotto il divieto ha spiegato che il rischio rappresentato da Huawei era un “alto” e che non era possibile “progettare un modo per aggirare” i problemi di sicurezza ad esso associati.

Francia

Il presidente Emmanuel Macron ha fatto sapere giovedì che la Francia non bloccherà Huawei. “Credo che avviare ora una guerra tecnologica o commerciale sia inappropriato”, ha dichiarato il presidente in occasione dell’evento Paris VivaTech. 

Giappone

Il colosso cinese è ufficialmente escluso dagli appalti pubblici.

Germania

Il regolatore delle telecomunicazioni ha fatto sapere che a nessuna azienda sarà vietato di fornire la sua rete 5G. “Gli operatori lavorano tutti con tecnologia Huawei, comunque”, ha dichiarato Jochen Homann, a capo dell’agenzia della rete federale. “Se Huawei venisse esclusa dal mercato, ciò ritarderebbe il lancio delle reti digitali”.

In tutta risposta, una portavoce dell’ambasciata Usa ha ribattuto: “Continuiamo ad avvertire i nostri alleati, inclusa la Germania, dei pericoli insicuri dell’apparecchiatura 5G presenti alle loro economie e sicurezza nazionale … Se questo rischio supera la soglia per gli Stati Uniti, lo faremo essere costretti a limitare la condivisione delle informazioni in futuro”.

Belgio

L’intelligence belga non ha trovato prove di rischio di spionaggio, perciò difficilmente la società cinese sarà bandita dal Paese.

Olanda

Nei Paesi Bassila questione è ancora allo studio. Il servizio di intelligence olandese, secondo il quotidiano De Volkskrant, sta cercando una possibile “backdoor” nascosta nei dati dei clienti dei tre maggiori provider di telecomunicazioni della nazione: VodafoneZiggo, T-Mobile / Tele2 o KPN.

“C’è un Def approvato da governo e Parlamento” e “il governo sta lavorando per attuare quello che c’e’ scritto nel Def”. E quel documento è stato approvato in Consiglio dei ministri anche da Matteo Salvini.

Giovanni Tria arriva a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo preceduto dalle parole di fuoco del ministro dell’Interno che minaccia di ‘stracciare’ le regole su debito e deficit e dalle tensioni che soffiano sullo spread, e prova a rassicurare i partner europei preoccupati per la tenuta dei conti dell’Italia.

Il debito sarà quello previsto dal Def e Salvini lo ha votato, è il messaggio che il ministro dell’Economia porta al tavolo dei 19 per disinnescare le parole esplosive del capo della Lega.

“Campagna elettorale”

Quello che conta sono i documenti e gli impegni del governo sul debito e deficit sono scritti nero su bianco nel documento di economia e finanza.  
“In campagna elettorale i mercati finanziari sono un po’ in fibrillazione ma bisogna attenersi ai documenti”, ripete Tria, lasciando intendere che altro sono i proclami elettoralistici, altro gli impegni sottoscritti.

Tria bolla come ‘boutade da campagna elettorale’ l’ennesima ipotesi di uscita dell’Italia dalla zona euro e assesta un’altra stoccata al vicepremier quando i giornalisti chiedono se dopo il 26 maggio cambierà tutto come promette il ministro dell’Interno: “La Commissione resterà la stessa, per un po’”. 
L’esame dell’esecutivo all’Italia arriverà a giugno, dopo che la Commissione presenterà il suo ‘Country Report‘ per i vari Paesi. Le premesse non sono buone: le ultime previsioni di primavera hanno dipinto un quadro a tinte molto fosche dei fondamentali macro del Paese.

Dal Pil previsto in calo allo 0,1% nel 2019 al balzo del debito all’impennata del deficit oltre il 3% in caso di mancato aumento dell’Iva. E l’appello dei ministri delle Finanze dell’Eurozona che chiedono all’Italia il rispetto delle regole non lascia presagire molto di buono: dal tedesco Olaf Scholz al francese Bruno Le Maire al commissario Pierre Moscovici (il debito italiano al 140% del Pil? “Il 130% è già molto”, dice il responsabile Ue degli Affari economici) fino ai ‘piccoli’ danesi e lussemburghesi, la richiesta a Roma di tenere a posto i cordoni della borsa è unanime. 

Ma la bordata più pesante arriva dall’austriaco Hartwig Loeger che già alla vigilia dell’Eurogruppo, in una intervista aveva detto che l’Italia rischia di diventare ‘la nuova Grecia’, rilanciando le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. “Il collega dovrebbe pensare prima di parlare”, replica Tria. Ma Loeger incalza, “Tria dovrebbe trasmettere questo messaggio di saggezza a Salvini”, invece “ha ceduto”. L’Austria, ripete Loeger, chiederà alla Commissione questa volta di non fare sconti all’Italia e rimetterà sul tavolo la richiesta di sanzioni per chi non rispetta le regole.

L’Antitrust della Commissione europea ha multato cinque colossi bancari Barclays, Royal Bank of Scotland, Citigroup, JPMorgan e MUFG bank (già Bank of Tokyo-Mitsubishi) per 1,07 miliardi di euro per aver formato due cartelli sul mercato delle transazioni in valuta estera. Una prima decisione (il cosiddetto cartello “Forex – Three Way Banana Split”) impone una sanzione totale di 811 milioni e 197 mila euro a Barclays, Royal Bank of Scotland (RBS), Citigroup e JPMorgan.

La seconda decisione (il cosiddetto cartello “Forex-Essex Express”) impone un’ammenda totale di 257 milioni e 682 mila euro a Barclays, RBS e MUFG Bank. Coinvolta anche UBS, destinataria di entrambe le decisioni, ma che non è stata multata in quanto ha rivelato l’esistenza dei cartelli alla Commissione.

“Il deterioramento delle prospettive internazionali ha avuto un forte impatto negativo sull’economia italiana: l’attività economica si è progressivamente indebolita nel 2018, registrando una leggera contrazione – una cosiddetta “recessione tecnica” – nella seconda metà dell’anno”. Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in un intervento all’Aaron Institute for Economic Policy Conference 2019 sottolineando che a pesare è stato anche il “rallentamento dell’attività in Germania, con cui condividiamo stretti legami economici, e il calo della fiducia delle imprese”.

Tuttavia “l’attività economica – ha sottolineato Visco – ha riportato una crescita leggermente positiva nei primi mesi di quest’anno” e “questa tendenza potrebbe continuare, specialmente se il rimbalzo globale nella fiducia degli investitori osservato dalla fine del 2018 procede e continua ad esercitare i suoi effetti anche in Italia”.

Ma, secondo Visco, “per recuperare completamente la via della crescita sostenibile, l’Italia deve affrontare i suoi due problemi strutturali principali: la stagnazione della produttività osservata dagli anni ’90 e l’alto livello di debito pubblico”. L’Italia, quindi, “deve adottare rapidamente una strategia coerente di crescita che combini misure a sostegno dell’innovazione, con quelle per migliorare la qualità del capitale umano”, ha concluso. 

Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi nelle prime contrattazioni passa di mano a 288 punti, dai 284,8 punti della chiusura di ieri, giornata in cui il differenziale era salito fino a quota 291, il top da dicembre. A far lievitare il differenziale è l’alta tensione all’interno della maggioranza di governo, alimentata dalla minaccia dello stesso spread. Il rendimento si attesta a fine giornata al 2,764%.

Dopo la vendita di circa metà della quota che aveva in Fineco tornano a farsi vive le voci di un interesse di Unicredit per Commerzbank. E, a sostanziare le indiscrezioni, arrivano anche i nomi degli advisor della banca guidata da Jean Pierre Mustier, che preferisce non commentare le indiscrezioni e i rumors di mercato, per poi, su richiesta della Consob, dover smentire di aver firmato “alcun mandato relativo a possibili operazioni di mercato”.

Secondo quanto riporta Reuters da Londra, la banca italiana avrebbe dato mandato a Lazard e JPMorgan di assisterla nel caso decidesse di presentare un’offerta sull’istituto tedesco dopo che sono saltate le trattative fra quest’ultimo e Deutsche Bank. La settimana scorsa, presentando i risultati, Mustier ha ribadito per l’ennesima volta di vedere difficili fusioni fra banche, soprattutto transfrontaliere e che il gruppo è impegnato a portare a termine gli obiettivi del proprio piano, Trasform 2019, che è su base organica, mentre prepara la nuova strategia, che sarà svelata a dicembre.

Al tempo stesso analisti e investitori continuano a interrogarsi su quelli che potrebbero essere gli obiettivi del gruppo, che, oltre alla vendita del 17% di Fineco, ha annunciato una serie di misure, fra cui la riduzione del portafoglio di titoli governativi italiani e un’evoluzione dell’organizzazione del gruppo per aumentare le opzioni e la flessibilità, specialmente sul fronte del costo del funding.

I dubbi dei mercati

Di sicuro i mercati non mostrano di gradire l’incertezza da questo punto di vista: se diverse analisi hanno sottolineato come un’operazione fra Unicredit, che in Germania è presente con la controllata Hvb, e Commerzbank abbia potenzialmente più senso di una fra quest’ultima e Deutsche Bank, al tempo stesso ogni volta che si diffonde la voce di questo interesse il titolo in Borsa soffre. Ad inizio aprile, quando si era diffusa l’indiscrezione, aveva lasciato sul terreno lo 0,66% a fronte di un andamento positivo dei bancari, mentre martedì ha perso l’1,69% dopo essere sprofondata a – 3,5% circa in pochi minuti appena si è diffusa la notizia.

Decisamente diverso l’andamento per la banca tedesca, che è immediatamente scattata al rialzo. Fra i due gruppi infatti è quello italiano ad avere una redditività maggiore e fra gli analisti in particolar modo desta perplessità l’idea che l’operazione possa essere finanziata in parte con il derivato della vendita della quota di Fineco, la cui marginalità è ancora superiore. Da segnalare infine che fra gli advisor individuati, secondo Reuters, per Lazard ci sarebbe Joerg Asmussen, ex viceministro delle Finanze tedesco, che potrebbe facilitare i rapporti con il governo di Berlino, che in Commerzbank ha una quota del 15% e che di fatto dovra’ dare il proprio placet all’operazione.

Se siete tra quelli che si stanno chiedendo perché sul vostro smartphone spunti insistentemente e in tutte le salse l’annuncio dell’ormai prossimo lancio di OnePlus 7 e non avete idea di cosa OnePlus sia, allora siete sulla pagina giusta. E se vi domandate come mai tutta questa gente ne stia parlando anche se in giro non  c’è un solo annuncio pubblicitario… beh, siete sempre sulla pagina giusta.

Perché se per voi il mondo degli smartphone non va oltre marchi come Apple, Samsung e Huawei, allora vi sentirete un po’ spaesati di fronte alla tempesta di indiscrezioni su un certo OnePlus 7 che negli ultimi giorni ha invaso la Rete, nemmeno si fosse di fronte all’ennesima bizzarria di Elon Musk.

E in fondo il paragone non è così peregrino, perché quello che oggi viene presentato a Londra da OnePlus sta agli smartphone come una Tesla sta a un’auto di lusso. Con la differenza che invece di costare di più, costa di meno. Una specie di smartphone di lusso democratico.

Ufficialmente i prezzi dello OnePlus 7 non sono noti, ma in Rete si trova una pletora di indiscrezioni. L’unica certezza è che il 7 Pro, il top di gamma (a eccezione della versione 5G) costerà meno di mille euro. Addirittura meno di 900. Forse poco più di 800. Se si considera che sulla stessa fascia le ammiraglie di Samsung e Huawei costano di listino tra i tre e i quattrocento euro di più e che Apple continua a veleggiare su prezzi totalmente fuori mercato…

Quando alle caratteristiche tecniche, ne sono girate di ogni e si può dire senza tema di smentita che sarà uno degli smartphone più potenti in circolazione, con un comparto fotografico di alto livello e una autonomia invidiabile. In sostanza il meglio della tecnologia in circolazione a un prezzo abbordabile. Ma chi è così folle da mettere sul mercato una macchina simile a un prezzo di un quarto più basso degli altri?

In realtà i visionari sono in due e la loro storia l’abbiamo raccontata qui.

Per farla breve, è la fine del 2013 quando Carl Pei e il suo socio Pete Lau fondano OnePlus. Pei ha 25 anni e Lau 39. Lo fanno, racconterà un anno e mezzo dopo Pei, perché pur lavorando in una azienda che fabbrica smartphone con sistemi operativi Android, entrambi usano ancora iPhone. La ragione è che gli smartphone Android sono brutti e hanno un software meno user-friendly di iOs.

Così decidono di creare lo smartphone che piacerebbe a chi con lo smartphone ci lavora e si mettono in ascolto di quello che gira sui forum per smanettoni. Raccolgono le idee, le sottopongono alla community e nel 2014 lanciano One Plus One, il primo modello della nuova casa. L’obiettivo è vendere 30 mila pezzi, ma ne va via un milione.

Ma come diavolo hanno fatto? Di nuovo l’iconografia aziendale parla di annunci online su un nuovo telefono di fascia alta a prezzi contenuti accompagnati da uno slogan accattivante: “Never settle”. Che si può tradurre con “Mai mettersi comodi” o “Mai riposare sugli allori”, con un messaggio che suona vagamente come un monito per Apple.

Fino a poco prima nessuno aveva sentito parlare di OnePlus e nel giro di pochi mesi è sulla bocca di tutti quelli che frequentano siti come TechRadar, forum per geek e Reddit. L’operazione marketing virale ha funzionato e ha scatenato la frenesia.

Al momento del lancio di OnePlus 2 Pei dice al Wall Street Journal: “Tradizionalmente, i consumatori poco informati pensano che a un prezzo più elevato corrisponda un prodotto migliore. Con la trasparenza di Internet e le recensioni degli utenti, l’intera equazione sta cambiando. Per gli smartphone come per i ristoranti”.

Ma è proprio a questo punto che Pei il suo socio commettono un errore. Entusiasti per il successo che hanno ottenuto con lo One hanno smesso di ascoltare le opinioni e i consigli della community e il risultato è che il modello 2 è un flop. E ancora peggio va con l’X, un tentativo di fare una versione ancora più economica, ma decisamente meno performante. Potrebbe piacere, ma nessuno lo compra perché commercialmente non ha senso. I due soci si rendono conto dell’errore e decidono di raccogliere le idee.

Pei e Lau tornano a interagire sui forum e ad ascoltare i pareri esterni ed è così che nasce One Plus 3. Un nuovo successo. Seguito sei mesi dopo dal 3T. A chi gli contesta di essere caduto nella trappola dei grandi marchi di lanciare un modello ogni sei mesi, Pei risponde che così come non si aspetta un anno per aggiornare un software, allo stesso modo non c’è motivo di aspettare a usare hardware più performanti. Un altro messaggio, nemmeno tanto velato, per Apple. Il 5 e il 5T prima e il 6 dopo replicano il successo. Poi, a fine 2018, arriva il 6T che abbatte il muro della distribuzione solo online che era stata fino ad allora peculiarità della casa e diventa, letteralmente, alla portata di tutti.

In attesa di conoscere il 7 Pro (ma anche il fratello minore 7 e, stando sempre alle indiscrezioni, la versione 5G) una cosa è certa: OnePlus ha ascoltato con estrema attenzione le indicazioni che venivano dalla community e questo smartphone è destinato a segnare una svolta. Nella storia dell’azienda di Pei e Lau, senza dubbio, ma forse in quella della competizione su questo affollato mercato in cui nessuno – ma proprio nessuno – può considerare inviolabili le proprie posizioni. 

Si è spento nella notte a Milano Gianluigi Gabetti, storico collaboratore dell’avvocato Agnelli. Aveva 94 anni. I funerali, annuncia la famiglia, si svolgeranno in forma privata, mentre a breve sarà resa nota la data della messa di Trigesima pubblica, che si svolgerà presso la chiesa della Consolata di Torino.

Storia di Gianluigi Gabetti

Gianluigi Gabetti era nato a Torino il 29 agosto 1924, Laureato in legge presso l’Università torinese, entrò alla sede del capoluogo piemontese della Banca Commerciale Italiana, raggiungendo il grado di vice direttore. Passato successivamente alla Olivetti, nel 1965 fu eletto presidente della Olivetti Corporation of America. Negli Stati Uniti conobbe l’Avvocato Agnelli che, avendolo notato per il suo ruolo in Olivetti, una domenica mattina lo chiamò al telefono per chiedergli di accompagnarlo a visitare il Moma; immediatamente gli propose di diventare direttore generale dell’IFI (Istituto Finanziario Industriale). Gabetti ebbe un giorno per pensarci e accettò e nell’ottobre 1971 venne nominato direttore generale dell’IFI, del quale divenne anche amministratore delegato nel marzo 1972. 

Gabetti fu, inoltre, vice presidente della Fiat dal novembre 1993 al giugno 1999. Negli anni all’IFI e all’IFINT Gianluigi Gabetti fu regista di operazioni di grande rilevanza: insieme con Cuccia, nel dicembre del 76 concluse l’accordo che portò i libici della Libyan Arab Foreign Investment Co (Lafico) a sottoscrivere un aumento di capitale della Fiat, versando 415 milioni di dollari ed acquisendo il 9,7% delle azioni ordinarie.

Ancora Gabetti, dieci anni dopo, nel settembre 1986, riacquistò tramite l’IFIL 90 milioni di azioni Fiat ordinarie dalla Lafico, con un esborso di circa 1 miliardo di dollari, portando a poco meno del 40% la partecipazione di Gruppo al capitale ordinario Fiat. A metà degli anni ’90 Gabetti lasciò l’Italia per dedicarsi ad investimenti internazionali del Gruppo attraverso l’Exor (ex IFINT) con sede a Ginevra.

Lasciate le cariche per limiti di età e ritiratosi a Ginevra nel 1999, rientrò dopo poco a Torino a causa della malattia dell’Avvocato Agnelli. Alla morte dell’Avvocato, Umberto Agnelli divenne presidente della Fiat e chiese a Gabetti di tornare in servizio affidandogli la presidenza dell’IFIL.

Da presidente, Gabetti si occupò del riassetto del Gruppo nel 2003 e dell’aumento di capitale a cascata di GA, IFI, IFIL e Fiat che portò in Fiat 1,8 mld di euro. Nel 2004, scomparso Umberto Agnelli, Gabetti divenne presidente della Giovanni Agnelli e C. Sapaz, presidente dell’IFI e Presidente dell’IFIL diventando il punto di riferimento della Famiglia. Quando Morchio si propose per diventare presidente di Fiat, fu proprio Gabetti, in un week-end, dopo un consulto con le sorelle dell’Avvocato e la Famiglia Agnelli, a trovare la soluzione per il vertice del Gruppo: Luca Cordero di Montezemolo presidente.

Poche ore dopo, John Elkann incontrò a Ginevra Sergio Marchionne (all’epoca amministratore delegato di SGS), che il 1 giugno divenne amministratore delegato della Fiat. Nel 2005 Gabetti diede mandato all’avvocato Franzo Grande Stevens di studiare una soluzione che permettesse alla Famiglia Agnelli di mantenere il controllo sulla Fiat. Tra le soluzioni verificate da Grande Stevens, fu approfondita quella della conversione in azioni dell’equity swap sottoscritto nella primavera del 2005 da Exor, quanto il valore dei titoli Fiat aveva raggiunto valori particolarmente bassi (sotto il valore nominale, pari a 5euro).

Nell’aprile del 2007 John Elkann, l’erede designato dall’Avvocato, gli succedette alla presidenza dell’IFI. Appassionato di arte e di musica, è stato Life Trustee del Museum of Modern Art of New York, Presidente del Lingotto Musica e Socio del FAI.

 

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