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La 'troika' lascia la Grecia dopo otto anni di commissariamento che lasciano un Paese stremato da tagli durissimi al welfare e una popolazione impoverita dagli effetti recessivi della dottrina dell'austerità. Certo, due anni fa l'economia ha ripreso a crescere e quest'anno dovrebbe raggiungere un'espansione superiore al 2%. I conti sono tornati in ordine, con un deficit sceso lo scorso anno sotto l'1% del Pil. Il costo sociale delle riforme imposte da Ue, Bce e Fmi è stato però elevatissimo. Secondo l'ultimo rapporto Eurostat sulle povertà estreme, un cittadino greco su cinque non riesce a pagare le bollette o acquistare carne regolarmente. Ci sono studi secondo i quali dal 2010 al 2015 la percentuale di greci che ha dovuto rinunciare a spese mediche per mancanza di denaro, potendo contare sempre meno sul sistema sanitario pubblico, è più che raddoppiato, dal 10% al 22%. Il tasso di suicidi, in precedenza bassissimo, e il numero di persone colpite da depressione, nel frattempo, aumentavano. 

Una vulgata da confutare

Ovviamente Atene ha le sue responsabilità, nelle spese allegre per le Olimpiadi che spinsero i governi di allora a truccare i conti per nascondere la voragine nei bilanci e, più tardi, nelle ricette non facilmente praticabili proposte dal primo ministro dell'Economia dell'esecutivo di Alexis Tsipras, Yanis Varoufakis, poi sostituito dal più pragmatico Euclid Tsakalotos. Ciò non rende però meno inaccettabile la vulgata degli operosi nordeuropei costretti a mettere mano al portafoglio per "salvare" gli scialacquatori levantini. I tre piani di prestiti alla Grecia, un totale di 241 miliardi dal 2010 al 2018, sono stati prima di tutto uno strumento per consentire alle banche francesi e tedesche (minima era l'esposizione di quelle italiane) di salvaguardare i propri investimenti nel Paese egeo, investimenti che una 'Grexit' avrebbe ridotto in poltiglia con i prevedibili effetti domino sulle rispettive economie nazionali. A confermarlo fu uno studio dell'European School of Management and Technology di Berlino risalente al maggio 2016, che analizzò la destinazione dei 216 miliardi di prestiti erogati fino ad allora.

I contribuenti europei hanno salvato i privati

Dallo studio risulta che il 95% della somma era stata assorbita dalle banche dell'Eurozona e solo il 5% era concretamente finito nelle casse statali di Atene. "L'Europa e il Fondo Monetario Internazionale negli anni scorsi hanno salvato soprattutto le banche europee e altri creditori privati", spiegò ad Handesblatt Jorg Rocholl, direttore dell'Esmto. Gli economisti che hanno partecipato allo studio, hanno esaminato singolarmente ogni prestito per stabilire dove sia finito il denaro e hanno concluso che solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini laddove 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche. "È un qualcosa che tutti sospettavano ma che pochi sapevano davvero. Ora uno studio lo conferma: per sei anni l'Europa ha tentato invano di porre fine alla crisi in Grecia attraverso i prestiti e chiedendo riforme e misure sempre più dure", sottolineò il quotidiano tedesco, "del fallimento, come ovvio, è maggiormente responsabile la pianificazione dei programmi di salvataggio che il governo greco". In sostanza, chiosò Rocholl, "i contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati".

L'Italia ha pagato il conto per gli altri

Buona parte dell'esposizione – attraverso i fondi salva-Stati europei Efsf ed Esm – è passata quindi dalle banche agli Stati. Il problema è che la cifra concretamente versata dagli Stati come quota dei prestiti non ha corrisposto certo all'esposizione del proprio sistema bancario, bensì alla propria partecipazione nei suddetti fondi. Pertanto la Francia, che nel 2011 risultava la più esposta con 60 miliardi di crediti a rischio, se l'è cavata sborsando 46 miliardi di euro, (considerando prestiti bilaterali e quote in Bce, Efsf ed Esm) laddove l'Italia, sempre al 2015, aveva versato ben 40 miliardi a fronte di un'esposizione pari ad appena 10 miliardi. Ancora peggio è andata alla Spagna, che è passata da un'esposizione quasi nulla a 25 miliardi. La Germania – secondo i dati della Banca internazionale dei regolamenti – risultava esposta per 40 miliardi e ne avrebbe spesi in totale 60.

"Ma a guardare più da vicino, la ripartizione del credito per tipologia mostra che in realtà sono le banche tedesche le più esposte perché hanno 22,7 miliardi di debito governativo ellenico contro i 15 miliardi della Francia", spiegava Formiche, "ed è proprio il debito governativo quello su cui focalizzarsi, come specifica Boris Groendahl in un articolo di Bloomberg". Ci ha perso pure Berlino, quindi? Non è così semplice. Se a settembre 2014, “in valore assoluto solo Belgio e Germania avevano incrementato la loro esposizione al settore pubblico greco", sottolineò Bruegel, "l’unico Paese dove l’esposizione pubblica è aumentata in maniera massiccia come percentuale sul totale è l’Italia”.

 

Si differenziano le posizioni all'interno del governo sul reddito di cittadinanza. Il ministro al Lavoro e allo Sviluppo economico, Luigi Di Maio, non manca di rilanciarlo come cavallo di battaglia del M5s, necessario per lo sviluppo del Paese. Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, non esprime giudizi ma esclude che possa essere fatto nel 2018, a meno che non sia a costo zero. 

Parlando al congresso della Uil, il vicepremier ha affermato che non arretrerà, cercando anche l'appoggio dei sindacati. "Il reddito di cittadinanza – ha riconosciuto Di Maio – è uno strumento che può muovere tante obiezioni, ma io ci credo molto e dobbiamo farlo insieme. Ci metteremo insieme – ha insistito – come forze politiche e parti sociali, se lo vorrete, perché non ci siano abusi".

Di Maio ha quindi precisato che la misura andrà a chi, perso il lavoro, deve seguire un processo di riqualificazione e in cambio fornirà al Comune 8 ore gratuite lavorative di pubblica utilità ogni settimana.

Il ministro dell'Economia: "Non si è mai entrati nel dettaglio"

Da Lussemburgo, Tria spiega che con Di Maio non si è mai entrati nel dettaglio e quindi non può esprimersi "né a favore né contro". Ma – ha aggiunto – per il 2018 "i giochi sono quasi fatti, dobbiamo concentrarci su quegli interventi di riforme strutturali che non hanno costi, ma che sono importantissimi, come far ripartire gli investimenti pubblici. Per il 2018 gli aggregati di finanza pubblica saranno mantenuti, bisogna vedere quali saranno i provvedimenti che saranno proposti dal ministro competente, come saranno articolate e come sarà distribuito nel tempo". "Uno può anche decidere delle misure oggi che entreranno in vigore nel 2019. Dal mio punto di vista – ha concluso – bisogna vedere qual è l'effetto di spesa o di maggiori entrate, speriamo, quando questo effetto si realizzerà". 

L'Europa stila una lista di decine di prodotti made in Usa sui quali verrà applicato un dazio del 25% in reazione alle restrizioni di Washington sulle importazioni di acciaio e alluminio. Il presidente degli Stati Uniti ha già pronta una contromossa. Colpire l'Europa, in particolare Berlino, dove fa più male.

Trump, avverte che se l'Ue non rimuoverà le tariffe imposte "contro gli Stati Uniti e le loro grandi aziende e i loro lavoratori", imporrà "una tariffa del 20% su tutte le auto europee che vengono vendute negli Usa". "Costruitele qui", ha aggiunto il capo della Casa Bianca, ovviamente su Twitter.

I prodotti made in Usa nel mirino

I jeans Levi's, le motociclette Harley Davidson, il succo d'arancia e il burro d'arachidi americano rischiano di costare di più, dopo l'entrata in vigore oggi delle contromisure di Bruxelles. Nella lista dei prodotti a cui si applicherà un dazio del 25% compaiono ovviamente diversi prodotti legati all'alluminio e all'acciaio. Ma la Commissione ha scelto di colpire anche i simboli dell'America per reagire all'offensiva protezionista di Donald Trump: Bourbon, sigari, sigarette e altri prodotti del tabacco; jeans e magliette di cotone; vari tipi di succo d'arancia e di mirtillo, di riso parboiled e di mais confezionato; motociclette sopra i 500 cm3 di cilindrata, imbarcazioni e yacht, motori per barche, canoe e carte da gioco (l'unico prodotto con un dazio aggiuntivo limitato al 10%).

Il valore complessivo delle esportazioni americane che subiranno la rappresaglia europea è di 2,8 miliardi di euro. Un'altra lista di prodotti da 3,5 miliardi di euro è pronta, con i dazi che entreranno in vigore se e quando l'Organizzazione mondiale del commercio dara' ragione all'Ue sul ricorso presentato contro gli Stati Uniti. 

"La decisione unilaterale e ingiustificata degli Usa di imporre tariffe su acciaio e alluminio contro l'Ue non ci ha lasciato altra scelta", ha spiegato mercoledì la commissaria del Commercio, Cecilia Malmstrom, secondo la quale le contromisure sono "proporzionate e pienamente in linea con le regole del Wto". Ma, ancora prima del tweet di cui sopra a Bruxelles e nelle capitali dell'Ue si iniziava a temere una contromossa che andasse a colpire un settore molto più strategico per l'economia europea: le automobili.

Il rischio di un'escalation

"Il rischio di escalation verso una vera e propria guerra commerciale è reale", spiega una fonte europea, sottolineando "la totale imprevedibilità di Trump". Il presidente americano ha accusato l'Ue di concorrenza sleale perché impone tariffe molto più alte degli Usa sulle importazioni di automobili. Gli Usa hanno un dazio del 2,5% sulle auto assemblate in Europa, mentre l'Ue impone una tariffa del 10% sulle auto costruite negli Usa. La Commissione ha risposto ricordando che gli Usa hanno dazi molto più alti per i camion prodotti in Europa.

A maggio l'amministrazione americana ha deciso comunque di lanciare un'inchiesta formale per valutare le se importazioni di auto e camion stiano indebolendo l'economia Usa e possano avere ripercussioni sulla sicurezza nazionale. I risultati potrebbero portare a nuovi dazi del 25%, che andrebbero a colpire una delle principali esportazioni Ue negli Usa. Solo in Germania, il costo delle tariffe di Trump sulle auto potrebbe arrivare a 5 miliardi, secondo i calcoli dell'Ifo Institute for Economic Research.

Le mosse della Germania

Il governo di Berlino è stato tra i più attivi nel corteggiare gli Usa per tentare di disinnescare il pericolo di un'escalation. Non solo la cancelliera Angela Merkel è volata a Washington per incontrare Trump a maggio, appena prima dell'entrata in vigore dei dazi su alluminio e acciaio: il suo ministro dell'Industria, Peter Altmaier, ha più volte evocato la possibilità di un accordo commerciale per cancellare le tariffe sui prodotti industriali.

Secondo il Wall Street Journal, dopo una serie di incontri con l'ambasciatore americano a Berlino Richard Grennel, le principali case automobilistiche tedesche sosterrebbero l'idea di azzerare i dazi nel settore auto su entrambe le sponde dell'Atlantico nell'ambito di un più ampio accordo commerciale per cancellare le tariffe sui prodotti industriali. La Commissione e altri paesi non sono contrari a un "mini-Ttip", ma insistono perché sia allargato a altri settori di interesse europeo come gli appalti pubblici e non vogliono negoziare con la pistola dei dazi Usa puntata alla tempia.

Tuttavia i segnali di escalation di Trump contro l'Europa si moltiplicano. La scorsa settimana il Dipartimento del Commercio Usa ha annunciato la possibilità di nuovi dazi contro le olive spagnole, sostenendo che vengono vendute in America a un prezzo inferiore al loro valore grazie ai sussidi pubblici. La decisione finale è attesa il 24 luglio.

Dopo 8 anni di commissariamento, la Grecia può dire addio all’era della Troika. L'Eurogruppo, dopo un interminabile negoziato chiuso nel cuore della notte, ha promosso per l'ultima volta Atene. Il governo ellenico – riporta Repubblica – ha approvato tutte le 88 riforme necessarie a completare il terzo piano di aiuti dei creditori – hanno accertato i ministri delle finanze dell'Unione – e la Ue sborserà quindi l'ultima tranche di prestiti pari a 15 miliardi.

Non solo: Bruxelles, la Bce e l'Fmi hanno approvato (malgrado le resistenze della Germania) anche l'attesissimo taglio del debito ellenico, una zavorra vicina orma al 190% del Pil, allungando di 10 anni le scadenze dei prestiti. Il presidente della Bce Mario Draghi ha sottolineato che “l’adozione del set di misure sul debito concordato dall’Eurogruppo migliorerà la sostenibilità del debito a medio termine”.

I nuovi paletti

Le decisioni di oggi sono un successo per il premier Alexis Tsipras. Tuttavia, la promozione di Atene arriva assieme a una serie di nuovi paletti imposti dai creditori. Uscirà dal piano di protezione dell'ex-Troika – che ha garantito 273 miliardi di prestiti evitando l'implosione dell'euro – con alcune condizioni: gli osservatori dei creditori faranno un check-up ogni mese per verificare il rispetto delle riforme concordate. Un bastone cui però è associata una carota: se la Grecia non sgarrerà, dopo ognuno di questi esami verrà garantito in caso di promozione un premio finanziario.

Quanti aiuti ha avuto Atene?

In otto anni, spiega il Sole24Ore, la Grecia ha ottenuto aiuti economici per oltre 273 miliardi di euro nel corso di tre diversi programmi di aggiustamento economico, l'ultimo dei quali scattato nel 2015 dopo l'avvento al potere del governo Tsipras, il cui obiettivo in un primo tempo fu di evitare qualsiasi piano di riforme economiche. Dinanzi alle tensioni sui mercati, il premier Alexis Tsipras dovette arrendersi. Secondo le statistiche di Bruxelles, il Paese ha adottato in questi anni oltre 800 misure economiche.

La Grecia ha quindi subito una notevole cura dimagrante. Dopo una lunghissima recessione, la crescita economica è tornata positiva: +1,4% nel 2017. Le previsioni sono di una espansione dell'economia dell'1,9% nel 2018 e del 2,2% nel 2019. Il Paese ha poi registrato l'anno scorso un attivo di bilancio dello 0,8% del Pil, rispetto a un deficit pubblico del 15,1% nel 2009. Nel frattempo, tuttavia, tra il 2008 e il 2017 la popolazione attiva è scesa del 35% per via di una forte emigrazione.

A quanto corrisponde il bailout della Grecia

Alla fine, il valore dei tre bailout della Grecia toccherà i 310 miliardi di euro: un valore più alto dell'intera economia di Hong Kong. E non solo. E’ la stima di Quartz che mette a paragone l’ammontare dei programmi di aggiustamento economico con realtà imprenditoriali e politiche. Il numero è, dunque, più alto:

  • del Pil diel Portogallo, che nel 2017 ammontava a circa 313 miliardi di dollari
  • di quello della Malesia, che è stata di circa 337 miliardi di dollari l'anno scorso
  • di quello danese, che nel 2017 era di 330 miliardi di dollari
  • della società Exxon Mobil, che ha un valore di mercato di 340 miliardi di dollari
  • della Johnson & Johnson (327 miliardi dollari)
  • di Bank of America (298 miliardi di dollari)
  • è poco più piccolo di quello di JPMorgan, la più grande banca negli Stati Uniti, che ha un valore di mercato di 366 miliardi di dollariè la metà del mega budget per la difesa degli Stati Uniti, che è stato incrementato a più di 700 miliardi di dollari quest'anno
  • è il doppio del budget sanitario del Regno Unito per l'anno fiscale passato

Come stanno oggi i greci?

Non bene, afferma Repubblica che fa loro i conti in tasca. Dopo 8 anni di austerità imposta dalla Troika ("Ne abbiamo sottovalutato gli effetti", ha ammesso con il senno di poi l'Fmi) ha falcidiato i bilanci familiari. Il potere d'acquisto dei greci è crollato del 28,3% dal 2008 mentre la bolletta fiscale è salita da 49 a 50 milioni. Le famiglie che vivono in estrema povertà sono il 21% (dati Eurostat) il doppio del 2010. L'importo delle pensioni – tagliate 13 volte – è calato in media del 14% e a inizio 2019 è prevista un'altra sforbiciata. Il settore pubblico ha perso 200 mila posti di lavoro in otto anni. Nel 2017 ben 133 mila persone (+333%) hanno rinunciato all'eredità perché non avevano i soldi per pagare le tasse.

Entro il 2018 il reddito di cittadinanza sarà realtà. Parola del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, che ha annunciato la misura al termine del Consiglio dei ministri degli Affari sociali a Lussemburgo, dove si è dichiarato in sintonia con il responsabile dell’Economia Giovanni Tria. Per realizzarlo – fa sapere Di Maio – il governo utilizzerà anche fondi Ue rispettando le esigenze di riduzione del maxi debito pubblico.

“Voglio partire subito con il reddito di cittadinanza”, ha detto Di Maio, specificando di volerlo utilizzare in modo da “non creare una proposta assistenzialista senza controlli” come i miliardi pubblici alle banche e alle imprese elargiti dai precedenti governi. Dovrebbe diventare una sistema di recupero dei disoccupati perché chi lo riceve sarebbe “orientato verso un percorso di formazione, che poi lo può portare verso il mondo del lavoro”. I fondi Ue “Fse Plus” verrebbero utilizzati per potenziare i centri dell’impiego locali “in quelle regioni in cui sono messi peggio”.

Il modello-Berlino

Nelle prossime settimane, riporta il Corriere, Di Maio intende andare a Berlino “per vedere il loro modello” di uffici di collocamento. Secondo il vicepremier, anche il reddito minimo garantito, che già esiste nei principali Paesi Ue, “passa sicuramente per un intervento della programmazione economica europea dei prossimi anni”. Lo considera una misura di sviluppo economico (insieme alla flat tax proposta dalla Lega) in grado di “aumentare la domanda interna” e, di conseguenza, “il debito pubblico calerà”.

La ricetta di Tria è la stessa del contratto di governo

Di Maio ha manifestato piena sintonia con il rigore nei conti pubblici annunciato dal ministro Tria perché sostanzialmente il governo M5S-Lega intenderebbe solo spendere in modo diverso dagli esecutivi precedenti, ma entro i limiti dei vincoli Ue e negoziando a Bruxelles più flessibilità per favorire investimenti produttivi.

In pratica gli aiuti di Stato elargiti alle imprese e alle banche, insieme a quote delle “pensioni d’oro”, verrebbero dirottati a finanziare il reddito di cittadinanza, le riforme fiscali e il rilancio dell’occupazione.

“Io sono d’accordo con Tria: sia nel Def, che nel nostro contratto di governo, c’è chiaramente indicato che la strada per ridurre il debito è investire e non tagliare”, ha detto Di Maio, escludendo il ricorso alle misure di austerità perché è “l’unica ricetta che non funziona” e “negli ultimi anni ha fatto aumentare il debito pubblico, ha tagliato i servizi essenziali per i cittadini” e non ha aumentato i posti di lavoro stabili e i salari.

In 380 mila in coda per il reddito d’inclusione

Tra gennaio e maggio, nei primi 5 mesi di operatività, le domande per il Rei – il Reddito di inclusione messo in piedi dal governo Gentiloni per combattere la povertà con un assegno massimo di 540 euro al mese e un percorso di reinserimento sociale – hanno toccato quota 380 mila. Ma quasi la metà delle richieste – riporta Repubblica – è stata respinta dall’Inps, perché priva dei requisiti di legge. In particolare, quello reddituale calcolato dall’Isre (un pezzo dell’Isee) e che deve essere sotto i tremila euro.

Il Rei in numeri

  • La metà delle 184 mila domande accettate viene da Campania e Sicilia.
  • Quasi sette su dieci al Sud.
  • Tre su quattro da famiglie numerose con più di tre figli
  • Per il Rei sono stati stanziati 2,3 miliardi di euro
  • 54,4 sono i milioni erogati finora
  • L’obiettivo è quello di raggiungere 700 mila famiglia

C'era una volta Nokia. Marchio europeo, dominatore mondiale. Oggi è rinato, dopo essere passato (con esiti disastrosi) da Microsoft. Ha sede in Finlandia ma controllo a Oriente. Di fatto, il mercato è occupato da due colossi (Samsung e Apple) e dall'espansione cinese (Huawei e Xiaomi). In mezzo resiste il madrileno BQ. In Spagna è terzo per quota di mercato. Tanto che i protagonisti della prima serie iberica di Netflix, “La Casa di Carta”, usano gli smartphone del marchio.

Cosa vuol dire fare smartphone in Ue

In questi giorni, BQ lancia in Italia i suoi ultimi dispositivi: Aquaris X2 e X2 Pro puntano alla fascia media. Come si sta tra la forza dei giganti e la spinta che arriva da est? “Intanto la buona notizia è che ci siamo”, afferma all'Agi Andrea Calcagni, country manager per l'Italia di BQ. “Abbiamo trovato il nostro posizionamento, forti di questa caratteristica unica: l'essere europei”. Cosa vuole dire, in pratica, fare smartphone “europei”? “La sede e l'intero team di sviluppo sono a Madrid.

C'è una grande attenzione all'ottimizzazione della componentistica hardware e vogliamo tenere il know how tecnologico in Europa. E poi c'è grande attenzione alla privacy e alla tutela dei dati. I nostri server sono in Europa”. Scelte che hanno un impatto sul cartellino di vendita: “Il nostro obiettivo – spiega Calcagni – è offrire la migliore tecnologia al miglior prezzo possibile. Che non vuol dire quello più basso.

L'assemblaggio degli smartphone è in Cina, ma con nostro personale che si occupa del controllo qualità e con standard europei. Questo aumenta i costi, ma riusciamo ad avere un rapporto qualità prezzo ottimo anche perché gli investimenti marketing sono inferiori”. Per “La Casa di Carta”, ad esempio, afferma Calcagni “abbiamo ritrovato i nostri dispositivi nella serie senza spendere un centesimo”. Per il semplice fatto che BQ in Spagna è una realtà già consistente.

Il mercato in Italia

E in Italia? “Vogliamo essere sempre più presenti, aumentando le nostre vendite e ritagliandoci lo spazio che pensiamo di meritare”. Imporsi non sarà semplice: “La scelta oggi è molto ampia e il mercato degli smartphone non è florido, anche perché c'è una congestione dell'offerta. L'impronta asiatica è sempre più presente, ma vedo che rischia di appiattirsi. Noi cerchiamo di distinguerci sottolineando il nostro essere europei”.

BQ non punta certo a competere con iPhone X e Samsung Galaxy, ma si indirizza a una fascia media e a utenti pragmatici. “I punti focali di Aquaris X2 e X2, ad esempio, sono l'autonomia, con una baratteria da 3100 mAh, con quick charge che ricarica il 50% in mezz'ora; gli aggiornamenti AndroidOne, che saranno mensili, e la garanzia che i dati non saranno passati ad altri per obiettivi che non siano altro che l'utilizzo dello smartphone”. Quanto alla possibilità di espandersi, “per ora – afferma Calcagni – siamo focalizzati sull'Europa perché è nel nostro dna. Ma non ci limitiamo”.

 

In Italia sono spuntati in ogni città, in ogni quartiere. Negozi che vendono canapa, derivati della canapa, dalla cosmesi agli scopi ricreativi, che, dicono i dati del Registro delle imprese, sarebbero almeno 850. Ma non è una stima facile perché se prima la canapa light la vendevano solo negozi specifici, oggi le infiorescenze di marijuana si trovano ovunque, anche nei bar e nei tabaccai. Per il Codacons questi punti vendita sono oramai "oltre mille". Ma aumentano, a ritmo sostenuto, come aumentano i loro affari, con la stessa velocità che qualche anno fa toccò ai negozi di sigarette elettroniche.

Basta scrivere su Google 'canapa', o 'cannabis', che la mappa si riempie di punti vendita. In ogni città, in ogni angolo della penisola. Il parere del Consiglio superiore di Sanità che chiede al ministero di fermare la vendita della canapa light perché, se assunta in quantità consistenti potrebbe avere lo stesso effetto di quella che light non è, rischierebbe di mettere in ginocchio queste attività commerciali. 

Il giro d'affari della canapa in Italia

Secondo Coldiretti il giro d’affari dei soli produttori di canapa in Italia è arrivato in pochi mesi da zero a 40 milioni di euro l'anno nel 2017. Gli ettari sono passati dai 400 del 2013 ai 4 mila. Ma ancora lontani dai 100 mila ettari di canapa che coprivano le pianure italiane fino agli anni 50, quando l’industria delle fibre sintetiche ha scalzato quella della produzione artigianale dei tessuti in canapa. Su queste coltivazioni poi è calata la scure della legge sulle sostanze stupefacenti del 1961. Coldiretti giovani quest’anno ha partecipato a Seed&Chips, l’evento dedicato al futuro del cibo che ogni anno si tiene a Milano, con una serie di stand dedicati ai giovani coltivatori diretti della canapa. Per raccontarne le storie, i business. 

Tutti imprenditori molto giovani, l'età media è 30 anni, di ogni regione, piemontesi, friulani, emiliani, toscani che hanno deciso il loro particolare “ritorno alla terra” dopo gli studi per cercare un business in questo mercato. Cosmesi, infusi, agroalimentare, e ovviamente abiti, oggetti. Tutte attività nate dal 2016 con l'approvazione della legge numero 242 del 2 dicembre 2016 che conteneva le  "Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa" che ha quindi disciplinato il settore. Da allora in Italia è stato un fiorire di produttori, commercianti e startup che hanno legato il proprio business a quello di una pianta che negli Stati Uniti già muove un giro d'affari da miliardi di dollari. 

Ma il mercato è in continua ascesa, e dai negozietti si è spostato nei bar, nei tabaccai, nei negozi che vendono i liquidi per le sigarette elettroniche. E se circa un migliaio di persone, tra coltivatori e dipendenti, sono impiegati nel primario della canapa (la sua coltivazione), la sua lavorazione e commercializzazione potrebbero contarne molti di più. Almeno altri mille se contiamo una persona per ogni negozio, ma anche questa stima e complicata e potrebbero anche essere il doppio.

20 mila euro per aprire un'attività commerciale

A sentire i loro proprietari in queste ore, traspare una certa agitazione. E preoccupazione. “Perché ho deciso di aprire questo negozio? In primo luogo volevo fare l’imprenditrice,  e finora si è trattato di un un mercato in crescita. E poi credo di fare del bene alla società con un business che promuove l’uso di una pianta invece che pasticche”. Chiara, 33 anni, ha aperto da poco un canapa shop nel quartiere di San Lorenzo a Roma.

Un investimento che, come è nella media, è stato di 20 mila euro per iniziare un’attività che oggi è legale perché in questi negozi si vende un tipo di erba che non contiene una percentuale di principio psicoattivo (thc) non superiore ai limiti di legge (0,6%). “Voto radicale e credo nella scienza. E credo che l’alcol non faccia meno male, e le sigarette nemmeno”. E quella che si vende legalmente in Italia non ha “quasi nulla di thc”, anche se quella quantità minima ha allarmato le istituzioni italiane.

Il Consiglio superiore di Sanità però deve tenere conto della salute pubblica. E i suoi tecnici hanno rilevato possibili problemi per la salute di chi consuma questi prodotti. Ha confermato che è vero che il thc quando è assunto in piccole dosi, è innocuo. Ma se si abusa nel consumo di canapa light è come se si annullasse la sua "leggerezza", potendo ottenere lo stesso effetto della marijuana illegale. Non è chiaro però al momento quanta canapa dovrebbe essere assunta, e in che modo, per ottenere lo stesso effetto.

Il rischio per l'uso terapeutico

Certo è che se fosse davvero il thc il problema, la cosa potrebbe toccare anche chi di canapa fa uso terapeutico. Farmaci come Bedrocan e Bedrolite, attualmente in commercio, contengono tracce di thc uguali a quelle della canapa light. Aprendo un nuovo fronte in questa battaglia.

L’ultima parola spetterà comunque al ministro della Salute Giulia Grillo, che ha detto che prima di pronunciarsi chiederà un consiglio all’Avvocatura di Stato. Una decisione che verrà presa sul confine complesso tra salute pubblica e business.

@arcangeloroc

Steve Bannon, l’ex capo stratega di Trump, è saltato sul carro delle criptovalute. Ma non è detto che i suoi compagni di viaggio ne siano particolarmente felici. Negli ultimi mesi l’ex consigliere del presidente Usa, licenziato dalla Casa Bianca lo scorso agosto, e fatto dimettere a gennaio anche dalla guida della testata di destra estrema Breitbart News, sta puntando sulle criptovalute. L’ex ideologo di Trump ha infatti confermato – riferisce una inchiesta del New York Times – di possedere un “buon pacchetto” di bitcoin. E di aver incontrato nei mesi scorsi una serie di investitori ed hedge funds per valutare il lancio, attraverso la sua società di investimento Bannon & Company, di una ICO (Initial Coin Offerings), una offerta iniziale di criptovaluta, un metodo di raccolta fondi usato da startup che prevede anche l’emissione di un token digitale. Che ultimamente ha sollevato varie perplessità per la disinvoltura con cui viene utilizzato e per il rischio di frodi. 

Le criptovalute “populismo rivoluzionario” 

Ma attenzione, non si tratterebbe solo di business. “Il controllo della moneta è il controllo di tutto”, ha sentenziato Bannon, che dopo aver lasciato Breitbart News, il sito di riferimento della alt right americana, ha iniziato un tour europeo in nome dell’avanzata dei populismi – per usare la sua stessa definizione – inclusa una tappa italiana a maggio, in cui si era scagliato contro il “partito di Davos”, dicendo che la crisi dell’Italia era una crisi di sovranità “provocata dai mercati finanziari e dai poteri forti”.

Invece, come riporta il Times, le criptovalute per Bannon sono “un populismo dirompente, che riprende il controllo dalle autorità centrali. È rivoluzionario”. L’ex consigliere del presidente si era già spinto fino a pensare a una moneta per i sostenitori di Trump – avrebbe detto a un evento ad Harvard – i “deplorable coins” , termine che si riferisce polemicamente a una infelice definizione data da Hillary Clinton, che li aveva apostrofati come “deplorables” (miserevoli, sciagurati). 

Una criptomoneta italiana collegata al marmo? 

Certo, non si capisce dove inizi un progetto vero e proprio e dove finisca la boutade. Ad esempio, Bannon avrebbe anche espresso interesse nell’aiutare imprenditori e interi Paesi a creare una loro moneta digitale collegandola alla ricchezza nazionale e, a questo proposito, avrebbe fatto l’esempio di una “moneta italiana legata ai depositi nazionali di marmo”, riferisce il New York Times – qui un tweet di uno dei due giornalisti che hanno firmato l’articolo del Times, Nathaniel Popper, già autore di un accurato libro sul mondo bitcoin, che lo ribadisce. AGI ha poi chiesto a Popper, che ha confermato che Bannon ha proprio citato questa possibilità senza però dare ulteriori dettagli, o senza citare eventuali persone (politici italiani?) con cui potrebbe averne parlato. 

Ma cosa significa fare una criptomoneta digitale nazionale, e per di più legata a depositi di marmo? Bannon da dove ha preso questa – diciamo ardita – idea? AGI ha interpellato vari esperti italiani di criptovalute, e membri di questa comunità, e lo sconcerto è generale. “Non so proprio dove abbia preso questa idea”, commenta ad AGI Stefano Capaccioli, commercialista che segue da vicino il mondo delle monete digitali, presidente di Assob.it e autore del libro “Criptovalute e bitcoin. Un'analisi giuridica”.  

“L’idea di una criptovaluta di Stato è un po’ quella che c’è dietro al petro, la criptovaluta del Venezuela. Lì il governo dice che dietro a ogni petro ci sarebbe un barile di petrolio. Ma è un’idea che non sta in piedi. In quel caso mi devo fidare di chi mi garantisce questo collegamento, cioè di nuovo di un’autorità centrale”. Anche Ferdinando Ametrano, che insegna bitcoin e tecnologia blockchain all'università Milano Bicocca e al Politecnico di Milano, di fronte all’uscita di Bannon rimane perplesso. “Mi sembra una ipotesi infelice e infondata. Il tema di una moneta con delle sue riserve di garanzia (la "collateralizzazione" di un coin) è delicato: non basta declamarle, e nemmeno averle, ma conta la credibilità del custode”. Perché poi il marmo, non è chiaro.

L’amico di Bannon 

Bannon, per sua stessa ammissione, si sarebbe avvicinato al tema delle valute digitali attraverso un suo vecchio e controverso sodale, Brock Pierce, che anni fa aveva creato una società che vendeva articoli virtuali – spade, cavalli ecc – per videogame, la Internet Gaming Entertainment, e di cui l’ex stratega politico è stato vicepresidente. Secondo Forbes, sarebbe proprio Bannon ad aver raccolto 60 milioni di dollari da Goldman Sachs per finanziare la società (che non andò tanto bene). 
 
Pierce è stato poi coinvolto in vari progetti sulle criptovalute, tra cui il controverso tentativo di crearne una a Porto Rico, anzi, perché limitarsi, di fare dell’isola caraibica, ancora piegata dall’uragano Maria, un paradiso delle cripto e delle blockchain (oltre che un paradiso fiscale). Anche se qualcuno l’ha chiamato il “cripto-colonialismo di un pugno di miliardari dal passato poco limpido”. Ed è stato anche cofondatore della startup Block.One che ha raccolto 4 miliardi di dollari vendendo una criptomoneta di nome EOS attraverso una ICO. Anche se mesi fa è stato mandato via dalla società dopo che i media hanno ritirato fuori la storia di una causa civile degli anni ‘90 che coinvolse lui e suoi partner d’affari di una società precedente, la Digital Entertainment Network, in cui c’entravano degli abusi su minori (lui non è stato incriminato). Ma per questa stessa vicenda nel 2014 alcuni membri della Bitcoin Foundation si erano dimessi per protesta dopo che lui era stato eletto nel board.  
 
Insomma, se non fosse stato per la campagna presidenziale del 2016, Bannon ha detto che si sarebbe buttato in qualche progetto di criptovaluta col suo vecchio amico Brock.

Bitcoin e la destra americana 

A un incontro in Svizzera a marzo, l’ex consigliere di Trump ha detto che le criptovalute e la loro tecnologia possono “dare potere al movimento populista e antiestablishment, alle aziende, e ai governi per fare a meno delle banche centrali che svalutano la moneta e creano paghe da fame (..)”. Questi temi, queste stesse parole e termini, e in particolare il riferimento alle banche centrali, sono diffusi sia nel mondo bitcoin, sia nel mondo della destra americana, dal Tea Party ai complottisti alla Alex Jones, come documentato nel libro di David Golumbia, Politics of Bitcoin: Software as Right-Wing Extremism. Ora è arrivato anche Bannon, che ha deciso di reclutare bitcoin e soci nella sua battaglia “populista”. Il dubbio è che sia Bannon ad aver bisogno delle criptovalute, e dell’attenzione che le accompagna, più di quanto le criptovalute necessitino di lui.

 

Supermercato24, la startup italiana che permette di ordinare la spesa online e di riceverla a domicilio, ha chiuso un round da 13 milioni di euro. Si tratta del principale investimento a livello europeo nel settore e uno delle operazioni più consistenti dell'ecosistema italiano.

Al round, realizzato sotto forma di aumento di capitale riservato, hanno partecipato i fondi FII Tech Growth (veicolo del Fondo Italiano d’Investimento e principale investitore) ed Endeavor Catalyst. Hanno inoltre aderito 360 Capital Partners e Innogest, dando seguito agli investimenti già effettuati nei precedenti round del 2015 e del 2016.

Una startup veronese diventata grande

L’aumento di capitale punta a supportare la crescita della società. È infatti previsto un consolidamento sul mercato italiano e un'espansione anche all'estero. La crescita – fa sapere Supermercato24 in una nota – non sarà solo geografica: sono in programma anche l’ampliamento dell’offerta di servizi ai clienti e il raddoppio dell’attuale team di 60 professionisti entro il 2019. La società assumerà sviluppatori, data scientist, product manager, esperti di marketing, vendite e logistica.

Nata a Verona nel 2014, Supermercato24 collega una rete di punti vendita di diverse insegne, permettendo all'utente di scegliere e di ricevere la spesa entro un'ora o nella fascia oraria richiesta.

I numeri di Supermercato24

Dal 2016 la società è guidata da Federico Sargenti, ex manager Amazon, e da un team di manager con esperienze internazionali in realtà come Google, Vodafone, EY e EDF. Negli ultimi 2 anni Supermercato24 ha triplicato il fatturato ogni anno e siglando più di 15 partnership con i principali attori della grande distribuzione italiana. Attualmente il servizio è attivo in 23 province italiane e oltre 400 comuni al Nord, Centro e Sud Italia. Con quest'ultimo round, la raccolta complessiva tocca i 17,4 milioni di euro.

“La crescita del grocery on-line in Europa sta accelerando”, afferma l'Ad Sargenti. “Ci troviamo di fronte ad un’offerta in forte evoluzione e a consumatori sempre più esigenti e digitali. II nostro modello on-demand, grazie alla tecnologia sviluppata, alla shopper community e alla competenza dei nostri partner retailer è in grado di coprire sia le grandi che le piccole città, e di venire quindi incontro all’esigenza di tutti questi consumatori”.

“Con l’investimento in Supermercato24 – ha dichiarato Mauro Pretolani, Senior Partner di Fondo Italiano d’Investimento SGR, che fa parte del team di gestione del fondo FII Tech Growth – prosegue la nostra attività a supporto delle aziende italiane ad alto contenuto tecnologico ed elevato potenziale di crescita”.

Chiudere tutte le cartelle di Equitalia sotto i 100 mila euro, ovvero – secondo le stime di Repubblica – il 96% del totale, una "pace fiscale" che riguarderebbe 20 milioni di debitori su 21. È il nuovo annuncio di Matteo Salvini, che, alla festa per il 244mo anniversario della Guardia di Finanza, ha affermato che "ora tocca al governo semplificare il sistema fiscale, ridurre le tasse e, da subito, chiudere tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100 mila euro, per liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse". Il ministro dell'Interno prosegue con le invasioni di campo ma questa volta – al di là della vaghezza dell'annuncio in sé – potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba. Quello che l'opposizione già bolla come l'ennesimo maxi condono potrebbe avere infatti l'effetto di spingere a non pagare chi ha già aderito alla cosiddetta "rottamazione" lanciata dai governi a guida Pd. Anche perché il vicepremier parla di una sanatoria con aliquote tra il 6% e il 25%, più convenienti di quelle previste dall'attuale definizione agevolata. Senza contare l'impatto sui conti pubblici

A sostenerlo, in un'intervista al Fatto Quotidiano, è Fabio Benincasa, docente di diritto tributario presso l'Università della Campania: "In questa proposta ci sono problemi che riguardano l’assetto costituzionale nel rispetto dell’equità fiscale dei contribuenti. Non si possono cancellare alcuni debiti con un colpo di spugna mentre è in corso una rottamazione che già taglia more e interessi. Senza contare poi la questione di equità nei confronti di chi è in regola. A questo punto, dopo queste dichiarazioni, mi chiedo che cosa faranno i contribuenti che devono versare le prossime rate della definizione agevolata. Probabilmente penseranno che è meglio aspettare”.

Il rischio per gli enti locali

C'è poi un ovvio problema per i conti pubblici: "La definizione agevolata bis dovrebbe infatti portare nelle casse pubbliche altri due miliardi di cui ben 1,6 miliardi con le rate da pagare nel 2018. Per non parlare del fatto che la prima rottamazione, con un incasso atteso da 7,2 miliardi (di cui 6,5 già versati), prevede il pagamento delle ultime due rate a luglio e settembre", ricorda il quotidiano diretto da Marco Travaglio. "Onestamente non riesco ad immaginare dove si troveranno le coperture”, prosegue Benincasa, "ad alcuni contribuenti morosi potrà anche far piacere una sanatoria come quella prospettata da Salvini, ma alla fine, attraverso l’impatto sui conti degli enti locali, tutto tornerà sulle spalle della collettività".

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