Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Il Pil italiano è atteso crescere a ritmi ancora sostenuti nel 2022 (+3,9%) per poi rallentare significativamente nel 2023 (+0,4%). Lo rileva l’Istat nelle ‘Prospettive per l’economia italiana nel 2022-2023’.

A giugno Istat stimava +2,8% per il 2022 e +1,9% per il 2023. “Nel 2022 – si legge – il Pil segnerebbe un ulteriore miglioramento (+3,9%) trainato dalla domanda interna che, al netto delle scorte, contribuirebbe positivamente per 4,2 punti percentuali mentre la domanda estera netta fornirebbe un apporto negativo (-0,5 punti percentuali).

La variazione delle scorte apporterebbe un marginale contributo positivo (+0,2 p.p.). La fase espansiva dell’economia italiana registrerà una decisa decelerazione nel 2023 quando il Pil aumenterà dello 0,4%, sostenuto interamente dal contributo della domanda interna al netto delle scorte (+0,5 punti percentuali) mentre la domanda estera netta fornirebbe un contributo lievemente negativo (-0,1 p.p.). In questo scenario, il saldo della bilancia commerciale rimarrà in disavanzo nel biennio di previsione (-1,1% in entrambi gli anni)”.

I consumi delle famiglie residenti e delle Isp registreranno una evoluzione in linea con l’andamento dell’attività economica, segnando un deciso aumento nel 2022 (+3,7%) cui seguirà un rallentamento nell’anno successivo (+0,4%). Gli investimenti sono attesi rappresentare l’elemento di traino dell’economia italiana sia nell’anno corrente (+10,0%) sia, in misura più contenuta, nel 2023 (+2,0%). Lo rileva l’Istat nelle ‘Prospettive per l’economia italiana nel 2022-2023’.

Nel biennio di previsione l’occupazione, misurata in termini di Ula, segnerà una crescita superiore a quella del Pil con un aumento più accentuato nel 2022 (+4,3%) rispetto a quello del 2023 (+0,5%). Il miglioramento dell’occupazione si accompagnerà a quello del tasso di disoccupazione che scenderà sensibilmente quest’anno (8,1%) per poi registrare un lieve rialzo nel 2023 (8,2%). Lo rileva l’Istat nelle ‘Prospettive per l’economia italiana nel 2022-2023’. 

AGI – Lunedì 5 dicembre scatta ufficialmente l’embargo europeo al petrolio russo ma Mosca, da quanto sembra, si è già attrezzata per aggirarlo. Il motto sembra quello molto in voga in Italia: fatta la legge, trovato l’inganno. La Russia starebbe già studiando sistemi per aggirare il blocco attraverso ‘navi fantasma’ che disconnettono i sistemi di localizzazione e registrano le petroliere in paradisi fiscali dove vengono offerte bandiere di copertura. Altro escamotage, scrive il Wall Street Journal, è il trasbordo del greggio in navi più grandi mischiandolo con un olio dalle caratteristiche simili. La legge prevede infatti che per essere considerato russo, il petrolio deve provenire almeno per il 51% da aziende del paese.

Secondo l’International Energy Forum l’embargo porterà ad avere almeno 3 milioni di barili in meno ogni giorno per i Paesi dell’Unione europea che unito ai tagli Opec (2 milioni di barili decisi a ottobre), se la situazione in Cina si stabilizzerà, potrebbe portare a una nuova impennata delle quotazioni con pesanti ricadute per l’inflazione. L’embargo europeo infatti si aggiunge a quello deciso a primavera da Usa, Canada, Gran Bretagna e Australia.

Nell’ultimo mese, il prezzo del greggio russo (il cosiddetto Ural) è sceso a 69 dollari, in calo del 10%. La decisione, spiegano gli analisti, potrebbe avere una tendenza rialzista sulle quotazioni del greggio a livello globale. Lunedì insieme all’embargo scatterà anche il price cap per quello trasportato via nave (60 dollari al barile) e consentirà agli operatori europei di trasportare (e assicurare) il petrolio russo verso Paesi terzi solo quando questo ha un prezzo inferiore al tetto stabilito. “Il limite di prezzo è stato pensato per ridurre ulteriormente le entrate della Russia, mantenendo stabili i mercati energetici globali attraverso l’approvvigionamento continuo.

Contribuirà quindi anche ad affrontare l’inflazione e a mantenere stabili i costi energetici in un momento in cui i costi elevati – in particolare i prezzi elevati del carburante – sono una grande preoccupazione nell’Unione europea e in tutto il mondo”, spiega la Commissione europea. Come detto, il price cap sul greggio entrerà in vigore dal 5 dicembre mentre il 5 febbraio 2023 si estenderà ai prodotti petroliferi raffinati (con un prezzo ancora da definire).

Secondo molti broker tuttavia Mosca si sta attrezzando per aggirare l’ostacolo mettendo in piedi una flotta di 100 vecchie petrolioere per aggirare le restrizioni occidentali. I trader affermano che la flotta ombra ridurrà l’impatto di tali misure, ma non riuscirà a eliminarlo completamente. Le misure punitive di Ue e G7 taglieranno fuori Mosca da gran parte della flotta globale di petroliere, spiega il Financial Times, perchè agli assicuratori come i Lloyd’s di Londra sarà impedito di coprire le navi che trasportano greggio russo, qualunque sia la loro destinazione, a meno che non venga venduto al di sotto del prezzo massimo. La Russia ha risposto che non tratterà con nessun paese che impone il tetto.

L’Europa senza petrolio russo

“Da quest’anno l’Europa vivrà senza petrolio russo. Mosca ha già chiarito che non fornirà petrolio a quei Paesi che sostengono il tetto ai prezzi, misura contraria al mercato. Aspettate e vedrete che molto presto l’Ue accuserà la Russia di usare il petrolio come arma”, ha avvertito Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali a Vienna. I trader dicono che l’oro nero sarà diretto verso altri mercati, ovvero India, Cina e Turchia che sono diventati da marzo i suoi maggiori clienti.

Gli acquisti anonimi di navi cisterna sono monitorati attraverso i registri. Le navi hanno generalmente 12-15 anni e dovrebbero essere demolite nei prossimi anni, ha affermato Anoop Singh, capo della ricerca sulle petroliere di Braemar. “Questi sono acquirenti con cui noi, pur essendo broker di lunga data, non abbiamo familiarità”, ha ammesso Singh. “Ma riteniamo che la maggior parte di queste navi sia destinata alla Russia”.

Nel 2022, si sospetta che gli operatori legati alla Russia abbiano acquistato ben 29 superpetroliere – note come VLCC, navi di greggio giganti – ciascuna in grado di trasportare più di 2 milioni di barili, ha dichiarato Braemar all’Agenzia internazionale per l’energia il mese scorso in un convegno. Sembra inoltre che Mosca abbia acquistato 31 Suezmax in grado di trasportare circa 1 milione di barili ciascuna e 49 petroliere Aframax che possono trasportare ciascuna circa 700.000 barili, ha aggiunto l’analista. Andrei Kostin, capo della banca statale russa VTB, lo scorso ottobre sembrava confermare il ‘sospetto’ spiegando che il paese avrebbe dovuto spendere “almeno 16,2 miliardi di dollari” per “l’espansione della flotta di navi cisterna“. Mentre il vice primo ministro russo Alexander Novak a marzo spiegava che il paese avrebbe costruito le proprie “catene di approvvigionamento” nel greggio. 

“Il numero di navi di cui la Russia avrà bisogno per spostare tutto il suo petrolio fa venire l’acquolina in bocca”, ha affermato Craig Kennedy, un esperto di petrolio russo del Davis Center di Harvard che sta monitorando il fenomeno. “Negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose vendite ad acquirenti anonimi e, poche settimane dopo la vendita, molte di queste navi cisterna si sono presentate in Russia per caricare il loro primo carico di greggio”, ha detto al FT.

Il problema delle petroliere

La Russia dovrebbe ancora affrontare una mancanza di petroliere e avere difficoltà nei primi mesi del 2023 per mantenere i suoi livelli di esportazione, il che aumenterebbe i prezzi, affermano gli analisti. Il deficit potrebbe aumentare quando il divieto dell’Ue si estenderà anche ai combustibili raffinati russi a febbraio, ha affermato Kennedy.

La Russia avrà bisogno di accedere a un numero ancora maggiore di petroliere rispetto al solito perchè la durata di ogni viaggio sarà maggiore e il petrolio che in precedenza veniva venduto in Europa sarà inviato a nuovi acquirenti in Asia. Braemar prevede che il deficit russo sarà compreso tra 700.000 e 1,5 milioni di barili al giorno.

Rystad stima che la Russia sarà a corto di 60-70 navi cisterna e prevede che le esportazioni via mare diminuiranno di circa 200.000 barili al giorno. Alla fine i volumi totali russi persi sul mercato potrebbero raggiungere i 600.000 barili al giorno se Mosca dovesse vendicarsi tagliando le forniture via oleodotto verso l’Europa – che non sono soggette a sanzioni – prima di avere abbastanza petroliere per dirottarli, ha detto Rystad. “La Russia ha bisogno di più di 240 petroliere per mantenere il flusso delle sue attuali esportazioni”, ha tagliato corto Viktor Kurilov, analista di Rystad.

“Puoi escogitare ogni sorta di furbizia, ma c’è troppo petrolio da spostare: i russi faranno sempre fatica per mantenere intatte le proprie esportazioni, senza limite di prezzo”, ha chiosato Kennedy. 

AGI – Dopo un mese di scontri ad iPhone city, come è stata ribattezzata Zhengzhou, la città cinese che ospita lo stabilimento della Foxconn, il più grande assemblatore di Cupertino al mondo (l’85% dei pro viene da lì, secondo la società di ricerche di mercato Counterpoint Research), e dopo la perdita di almeno 20 milioni di unità del suo device di punta più aggiornato, Apple intensifica gli sforzi per spostare fuori dalla Cina il più possibile della produzione dei suoi dispositivi. Le possibili direzioni? Spingere su India e Vietnam, che già sono pedine nella supply chain di Cupertino. Devono diventarlo di più. E chiamare in causa altri appaltatori, anche cinesi: Foxconn è diventata fonte di imbarazzo (e non solo) per la società statunitense.

Sono mesi che Apple stringe accordi con società indiane per appaltare parte della produzione. La politica Zero Covid di Pechino è sempre stata una minaccia. Ora la società di Tim Cook non ha più scelta e ha deciso di accelerare. Il progetto, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, è questo: fare in modo che il 40-45% di iPhone provenga da fabbriche in India (che attualmente produce solo ad una cifra) e accrescere in Vietnam l’assemblaggio di prodotti come computer, orologi e AirPod.

Lato Hanoi, Il paese ha però poco meno di 100 milioni di abitanti, meno di un decimo della popolazione cinese. Può gestire siti di produzione da 60mila persone, non luoghi come Zhengzhou che arrivano a centinaia di migliaia. L’India, dal canto suo, ha una popolazione grande quasi quanto quella cinese, ma non ha lo stesso livello di coordinamento governativo.

Apple ha avuto difficoltà a muoversi in India perché ogni stato è gestito in modo diverso e i governi regionali caricano l’azienda di obblighi prima di consentirle di costruire prodotti lì. Sul fronte appaltatori, sono due le società in lizza per le commesse di Apple: Luxshare Precision Industry e Wingtech Technology.

Certo, il cambiamento non arriverà dall’oggi al domani. Apple e Pechino hanno passato decenni a legarsi insieme in una relazione che, fino ad ora, è stata reciprocamente vantaggiosa. Cupertino lancia nuovi modelli di iPhone ogni anno, insieme a continui aggiornamenti dei suoi iPad, laptop e altri prodotti. Si tratta di continuare a far volare l’aereo mentre sostituisce un motore. Nel frattempo, questo Natale i consumatori che sceglieranno un iPhone di fascia alta dovranno attendere, come mai era accaduto prima in 15 anni di storia del prodotto.

AGI – La Banca d’Italia avverte che le norme contenute nella legge di bilancio sull’innalzamento del tetto per l’utilizzo del contante e sulla rimozione delle multe per gli esercenti che non consentono di utilizzare il Pos fino a 60 euro rischiano di entrare in contrasto con la modernità proposta dal Pnrr e di non favorire la lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa. Così come alcune misure di tregua fiscale. Nella deposizione alle Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato, Fabrizio Balassone, capo del servizio struttura economica del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, ha analizzato la legge di bilancio evidenziandone le criticità riscontrate e i punti di forza.

“Le norme in materia di pagamenti in contante e l’introduzione di misure che riducono gli oneri tributari per i contribuenti non in regola rischiano di entrare in contrasto con la spinta alla modernizzazione che anima il Pnrr e con l’esigenza di ridurre l’evasione fiscale”, ha spiegato il dirigente di Bankitalia.

“I pagamenti elettronici riducono l’evasione”

Balassone ha ricordato: “Il tetto sul contante rappresenta un ostacolo per la criminalità e l’evasione. Degli studi degli ultimi anni suggeriscono che soglie più alte favoriscono l’economia sommersa. C’è inoltre evidenza che l’uso dei pagamenti elettronici, grazie al loro tracciamento, riduce l’evasione fiscale”. La manovra prevede, invece, l’innalzamento a partire dal 1 gennaio 2023 da mille a cinquemila euro del limite per l’utilizzo nei pagamenti.

Il dirigente di Palazzo Koch ha specificato inolte che il contante “ha dei costi legati alla sicurezza, visto i furti a cui è soggetto”, segnalando che le statistiche su dati 2016 elaborate da Bankitalia riportavano come “per gli esercenti il costo per il contante è stato superiore a quello delle transazioni digitali con carta di credito o di debito”.

 Bankitalia osserva inoltre come una serie di misure fiscali contenute nella legge di bilancio presenti “aspetti critici più volte segnalati in riferimento a misure analoghe”. Perché, secondo Balassone, “la discrepanza di trattamento fiscale tra dipendenti e lavoratori autonomi, e tra questi quelli sottoposti a regime forfetario, risulta accresciuta”.

Quanto all’estensione della flat tax, il dirigente di Bankitalia ha specificato: “In un periodo di inflazione elevata la coesistenza di un regime a tassa piatta e uno soggetto a progressività comporta una ulteriore penalizzazione per chi è soggetto al secondo”.

Una manovra con una “impostazione prudente”

Al netto dei rilievi, la banca centrale valuta che “vista l’elevata incertezza del quadro economico e gli spazi di bilancio limitati”, l’impostazione scelta dal governo per il documento di programmazione di bilancio “appare prudente”. La congiuntura nel Paese “ha mostrato sinora una tenuta”, con un andamento “ancora favorevole degli investimenti”. Gli inndicatori più recenti, però, ha sottolineato Balassone, “indicano un rallentamento del trimestre in corso. E il quadro macroeconomico delineato nel documento di programmazione sostanzialmente non si discosta da questo scenario”.

Resta ferma un’altra raccomandazione sul deficit. “Dato il livello alto del debito pubblico – ha concluso il dirigente – l’incertezza sulle prospettive economiche ed il livello alto dei tassi di interese, l’obiettivo della riduzione del rapporto debito/Pil nel triennio è una scelta necessaria”.

Non si placa dunque la discussione sulle due misure in materia di utilizzo del contante, tra le più dibattute tra quelle contenute del documento di programmazione. Ieri la premier Giorgia Meloni ha sostenuto che più abbassi il tetto al contante più favorisci l’evasione”. Mentre sul Pos ha aggiunto: “La soglia può essere meno di 60 euro”.

Le critiche delle opposizioni

Ma le opposizioni replicano che le norme vanno stralciate. “Oggi anche la Banca d’Italia, dopo la Corte dei conti e Confindustria, boccia la manovra. Viene cancellato il reddito di cittadinanza e viene introdotta l’evasione di cittadinanza”, ha detto il leader M5s Giuseppe Conte.

Anche il senatore Pd Antonio Misiani ha incalzato il governo: “Dopo la Corte dei Conti anche la Banca d’Italia boccia le norme della legge di bilancio su Pos e contanti. Giustamente. Favoriscono l’evasione, complicano la vita ai tanti italiani che usano la moneta elettronica e mettono a rischio il Pnrr. Il governo le tolga di mezzo”. 

AGI – Ore 9 del mattino, nella nuova sala dei gruppi parlamentari a Montecitorio parte la seconda giornata di audizioni sulla legge di bilancio di fronte alle Commissioni Bilancio congiunte di Camera, nella grande aula si contano appena 4 presenti. In avvio dei lavori, il programma della mattinata prevede le audizioni di Banca d’Italia, Istat e Cnel, sul palco dei relatori c’è il presidente della Commissione del Senato, Nicola Calandrini di FdI, in platea solo 3 onorevoli, tutti dell’opposizione: Luigi Marattin di Italia Viva, Ubaldo Pagano e Silvia Roggiani del Pd. In collegamento risultano presenti altri 3 parlamentari.

Prima che prenda il via l’audizione di Fabrizio Balassone, capo del servizio struttura economica del Dipartimento Economia e Statistica di Bankitalia, Marattin prende la parola e chiede il conteggio dei presenti, sono 7, e domanda che il numero venga messo a verbale. “Sono anni che chiedo di abolire l’inutile liturgia delle audizioni, e sostituirle con l’invio di dettagliati contributi scritti. Mi hanno sempre risposto – compreso pochi giorni fa – che non è possibile perchè si limiterebbe il diritto dei parlamentari a partecipare all’audizione“, twitta poco dopo il deputato renziano.

Sono anni che chiedo di abolire l’inutile liturgia delle audizioni, e sostituirle con l’invio di dettagliati contributi scritti. Mi hanno sempre risposto – compreso pochi giorni fa – che non è possibile perché si limiterebbe il diritto dei parlamentari a partecipare all’audizione pic.twitter.com/vgJQHHz2gg

— Luigi Marattin (@marattin)
December 5, 2022

Successivamente in sala arrivano anche altri parlamentari, ma il numero delle presenze rimane contenuto rispetto a quelle potenziali, 31 i membri della Commissione della Camera, 22 quelli del Senato. Nonostante da giorni la maggioranza sottolinei l’esigenza lavorare a tappe serrate – il testo verrà votato in Commissione dal 15 al 18 dicembre – per arrivare all’approvazione del Parlamento entro fine anno e non dover ricorrere all’esercizio provvisiorio di bilancio

La scarsa presenza rileva una dinamica dove si intrecciano diversi fattori. C’è una disaffezione alla partecipazione alle sedute fiume, dove comunque i relatori depositano i loro testi scritti. C’è, forse, un effetto ‘ponte’, vista la festività religiosa a metà settimana. Ma si risconta anche un maggiore difficoltà a partecipare in giornate in cui sono convocate, come oggi alla Camera, tutte le Commissioni permanenti, visto il taglio del numero dei parlamentari scattato con la nuova legislatura.

AGI – Gli incentivi all’attività di advertising decisi da Twitter hanno fatto centro, dal momento che hanno spinto molti inserzionisti a rilanciare le loro campagne sulla piattaforma. In cima alla lista ci sono due società big, come Amazon e Apple. La prima, come riporta Reuters, si prepara a investimenti per 100 milioni mentre la seconda avrebbe pianificato di riprendere a pieno regime l’attività precedente stabilendo di fatto che maggiore è la quantità di denaro spesa sulla piattaforma, più verranno amplificati gli annunci, generando così un “valore aggiunto” (in termini di “impressions”).

In altri termini, se un inserzionista spende 200mila dollari, otterrà un valore aggiunto del 25%. Se ne spende 350mila, un valore aggiunto del 50%. Se invece investe 500mila, otterrà un valore aggiunto del 100%. Lo sforzo della piattaforma (secondo gli analisti si tratta di incentivi molto generosi) si è reso necessario in seguito all’allontanamento di molti inserzionisti a causa delle nuove policy imposte da Elon Musk al social network. Queste entrate rappresentano più del 90% del totale.

Nonostante gli inserzionisti di ritorno possano essere una buona notizia per Twitter, fonti interne hanno riferito al New York Times che le entrate pubblicitarie della terza settimana di novembre sono state inferiori dell’80% alle aspettative. Proprio il 20 novembre sono iniziati i Mondiali di calcio, storicamente un’occasione ghiotta per Twitter, con traffico record e un grande afflusso di pubblicità. Non questa volta. Le aziende restano prudenti, accettano di fare pubblicità solo per eventi circoscritti e con clausole in cui si afferma che possono cambiare idea per qualsiasi motivo. 

Tutti i numeri

I pesanti tagli al personale imposti dal tycoon, nel primo mese da proprietario della piattaforma, hanno coinvolto i dipendenti che si occupavano sulla moderazione dei contenuti, lasciando scoperta questa attività, con il conseguente proliferare di fake news, account falsi e odio online (situazione incentivata anche dal ripristino degli account bannati). Novembre è stato anche il mese del caos degli account verificati e della spunta blu a pagamento: molti utenti hanno approfittato della nuova funzionalità per impersonare account falsi e twittare messaggi pericolosi e dannosi per la reputazione del marchio “impersonato” (Twitter poi ha messo in pausa la funzione, promettendo un rilancio con nuove misure di sicurezza).

In conseguenza, molte grandi aziende, tra cui il produttore di automobili General Motors, la società alimentare General Mills, il produttore di Oreo Mondelez International, Audi e la società farmaceutica Pfizer avevano interrotto o sospeso la pubblicità su Twitter. 

Secondo i dati di MediaRadar, a maggio Twitter contava 3.980 inserzionisti. A ottobre il numero è calato a 2.315, mai così pochi. Come da analisi di Media Matters, la metà dei primi 100 inserzionisti di Twitter ha ridotto poi le proprie spese nei giorni successivi all’acquisizione. Nella terza settimana di novembre, le vendite pubblicitarie dell’azienda in Europa, Medio Oriente e Africa sono diminuite di oltre il 50% rispetto alla seconda.

AGI – Nella riunione di oggi l’Opec+ dovrebbe confermare i livelli di produzione del greggio. La decisione ‘conservativa’ verrà presa a causa della forte incertezza che c’è sul mercato condizionato dalla guerra della Russia all’Ucraina, dai timori di una recessione globale, dall’incrtezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid’, dal tetto al petrolio russo del G7 e dall’embargo europeo che scatterà lunedì.

Il 6 ottobre scorso il gruppo di paesi con a capo Arabia Saudita e Russia hanno deciso di tagliare l’offerta di 2 milioni di barili al giorno, circa il 2% della domanda mondiale, da novembre fino alla fine del 2023. La decisione non è piaciuta agli Stati Uniti che hnno accusato, in particolare, l’Arabia Saudita di schierarsi con la Russia nonostante l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin.

L’Opec+ si è difesa negando qualsiasi motivazione ‘politica’ e sostenendo che la decisione sia stata presa per le prospettive di un rallentamento economico e per i prezzi in calo a causa della frenata dell’economia cinese e dell’aumento dei tassi di interesse nelle grandi economie occidentali.

Venerdì il G7, l’Ue e l’Australia hanno definito il tetto al prezzo del greggio russo trasportato via mare a 60 dollari al barile per privare Putin delle risorse necessarie per finanziare la guerra e, allo stesso tempo, permettere al greggio russo di fluire verso i mercati globali impedendo così nuove fiammate al rialzo dei prezzi.

Mosca ha risposto che non venderà il suo petrolio ‘a sconto’ e che studierà le contromosse. Per molti analisti e ministri dell’Opec le norme che regolano il tetto al prezzo sono confuse e probabilmente non efficaci visto che Mosca sta vendendo la maggior parte del suo greggio a paesi come Cina e India che non hanno condannato l’invasione dell’Ucraina.

Ieri c’è stata una riunione Opec senza gli altri 10 membri con cui formano l’organizzazione allargata (Russia Messico, Kazakistan, Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Malesia, Oman, Sudan e Sudan del Sud) per discutere di questioni amministrative.

Il cartello non ha discusso del price cap russo. Nei giorni scorsi, invece, era circolata la voce che l’Opec+ non aveva completamente accantonato l’ipotesi di un nuovo taglio a causa dei timori sulla domanda. I rumors hanno provocato un forte rialzo delle quotazioni con il Wti balzato questa settimana di quasi il 5%.

La necessità di un ulteriore taglio tuttavia non circola solo tra i produttori: per molti analisti infatti per mantenere le quotazioni stabili sarebbe necessario ridurre l’offerta in caso contrario potrebbe verificarsi un crollo.

Tuttavia il fatto che la riunione sarà condotta in modalità virtuale sta a indicare, sostengono molti osservatori, che non saranno prese grandi decisioni. Si comincia alle 12 con la riunione del Comitato consultivo congiunto ministeriale di monitoraggio (JMMC) e a seguire la conferenza ministeriale.

AGI – Le previsioni economiche “non sono particolarmente rosee” per il 2023, rispetto al 2022, infatti, la crescita del Pil e dei consumi delle famiglie è destinata ad azzerarsi e ciò contribuirà a incrementare il numero dei disoccupati, almeno di 63 mila unità.

Il numero complessivo dei senza lavoro nel 2023 sfiorerà la quota di 2.118.000. In termini assoluti, le situazioni più critiche si verificheranno nel Centro-Sud, con Napoli, Roma, Caserta, Latina, Frosinone, Bari, Messina, Catania e Siracusa che registreranno gli incrementi maggiori.

A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia sulla base di una elaborazione dei dati Istat e delle previsioni Prometeia. Anche se influenzata dai rientri nel posto di lavoro dei cassaintegrati e dalla stabilizzazione dei contratti a termine, l’altro ieri l’Istat – proseguea la Cgia – ha segnalato che nel mese di ottobre l’occupazione ha toccato il record storico.

Un grande risultato che, comunque, potrebbe invertirsi nel giro di qualche mese. Nel 2023, infatti, il tasso di disoccupazione è destinato a salire all’8,4 per cento. Un livello, comunque, che torna ad allinearsi con il dato del 2011; anno che ha anticipato la crisi del debito sovrano del 2012-2013.

Il Centro-Sud sarà, appunto, l’area più “colpita”: l’incidenza della sommatoria dei nuovi disoccupati di Sicilia (+12.735), Lazio (+12.665) e Campania (+11.054) sarà pari al 58% del totale nazionale.

A livello territoriale le 10 province più interessate dall’aumento della disoccupazione saranno Napoli (+5.327 unità), Roma (+5.299), Caserta (+3.687), Latina (+3.160), Frosinone (+2.805), Bari (+2.554), Messina (+2.346), Catania (+2.266), Siracusa (+2.045) e Torino (+1.993).

Poche le realtà territoriali che, invece, vedranno diminuire il numero dei senza lavoro. Si segnala, in particolare, Perugia (-741), Lucca (-864) e Milano (-1.098). Per quanto riguarda i settori più in difficoltrà, proseguea la Cgia, sebbene non sia per nulla facile stabilire in questo momento i comparti che nel 2023 saranno maggiormente interessati dalle riduzioni lavorative, pare comunque di capire che i settori manifatturieri, specie quelli energivori e più legati alla domanda interna, potrebbero subire dei contraccolpi occupazionali, mentre le imprese più attive nei mercati globali tra cui quelle che operano nella metalmeccanica, nei macchinari, nell’alimentare-bevande e nell’alta moda saranno meno esposte.

Non solo, stando al sentiment di molti esperti e di altrettanti imprenditori, altre difficolta’ interesseranno i trasporti, la filiera automobilistica e l’edilizia, quest’ultima penalizzata dalla modifica legislativa relativa al superbonus, potrebbero registrare le perdite di posti di lavoro più significative. Secondo gli ultimi dati presentati giovedì scorso dall’Istat, dal febbraio 2020 (mese pre Covid) fino a ottobre 2022 (ultimo dato disponibile), i lavoratori indipendenti (sono inclusi anche i soci di cooperative, i collaboratori familiari, ecc.) sono scesi di 205 mila unità, mentre i lavoratori dipendenti sono aumentati di 377 mila.

Certo, tra questi ultimi, si registra, in particolar modo, l’incremento del numero degli occupati con un contratto a tempo determinato, tuttavia questa comparazione ci evidenzia che la crisi pandemica e quella energetica ha colpito soprattutto le partite Iva che, a differenza dei lavoratori subordinati, sono sicuramente più fragili.

 

AGI – Nella riunione di domenica 4 dicembre l’Opec+ dovrebbe confermare i livelli di produzione del greggio. La decisione ‘conservativa’ verrà presa a causa della forte incertezza che c’è sul mercato condizionato dalla guerra della Russia all’Ucraina, dai timori di una recessione globale, dall’incrtezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid‘, dal tetto al petrolio russo del G7 e dall’embargo europeo che scatterà lunedì.

Il 6 ottobre scorso il gruppo di paesi con a capo Arabia Saudita e Russia hanno deciso di tagliare l’offerta di 2 milioni di barili al giorno, circa il 2% della domanda mondiale, da novembre fino alla fine del 2023. La decisione non è piaciuta agli Stati Uniti che ahnno accusato, in particolare, l’Arabia Saudita di schierarsi con la Russia nonostante l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin.

L’Opec+ si è difesa negando qualsiasi motivazione ‘politicà sostenendo che la decisione è stata presa per le prospettive di un rallentamento economico e per i prezzi in calo a causa della frenata dell’economia cinese e dell’aumento dei tassi di interesse nelle grandi economie occidentali.

#Opec+ tipped to hold oil output levels steady #oott https://t.co/Ut0sfs2aPF

— Giovanni Staunovo (@staunovo)
December 3, 2022

Nella giornata di venerdì 2 dicembre, il G7, l’Ue e l’Australia hanno definito il tetto al prezzo del greggio russo trasportato via mare a 60 dollari al barile per privare Putin delle risorse necessarie per finanziare la guerra e, allo stesso tempo, permettere al greggio russo di fluire verso i mercati globali impedendo così nuove fiammate al rialzo dei prezzi. Mosca ha risposto che non venderà il suo petrolio con il limite di prezzo e che studierà le contromosse.

Per molti analisti e ministri dell’Opec le norme che regolano il tetto al prezzo sono confuse e probabilmente non efficaci visto che Mosca sta vendendo la maggior parte del suo greggio a paesi come Cina e India che non hanno condannato l’invasione dell’Ucraina. Oggi, 3 dicembre, c’è stata una riunione Opec senza gli altri 10 membri con cui formano l’organizzazione allargata (Russia Messico, Kazakistan, Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Malesia, Oman, Sudan e Sudan del Sud) per discutere di questioni amministrative.

Il cartello non ha discusso del price cap russo. Nei giorni scorsi, invece, era circolata la voce che l’Opec+ non aveva completamente accantonato l’ipotesi di un nuovo taglio a causa dei timori sulla domanda. I rumors hanno provocato un forte rialzo delle quotazioni con il Wti balzato questa settimana di quasi il 5%.

La necessità di un ulteriore taglio tuttavia non circola solo tra i produttori: per molti analisti infatti per mantenere le quotazioni stabili sarebbe necessario ridurre l’offerta in caso contrario potrebbe verificarsi un crollo. Tuttavia il fatto che la riunione sarà fatta in modalità virtuale sta a indicare, sostengono molti osservatori, che non saranno prese grandi decisioni. Domani si comincia alle 12 con la riunione del Comitato consultivo congiunto ministeriale di monitoraggio (JMMC), seguito dalla conferenza ministeriale. (AGI)Gin

AGI – Entro, verso, compro, vendo. Semplice. Gli exchange sono le piattaforme dove si scambiano valute elettroniche. Macinano milioni e sono stati fondamentali per la crescita del settore.

Ma nel mondo nato dall’impulso punk di Satoshi Nakamoto, che voleva un sistema decentralizzato e privo di intermediari, gli exchange sono diventati degli istmi. Imbuti finanziari che gestiscono il passaggio di criptovalute e ne condizionano l’esistenza. 

Ftx è solo l’ultimo e più eclatante caso di società ancora poco regolate e mai abbastanza trasparenti. Sono decine i casi di piattaforme, piccole o gigantesche, che nascono e falliscono. Il sito Cryptowisser.com prova tracciare quelle che muoiono in una pagina chiamata “Exchange graveyard”, il cimitero degli exchange. Cari estinti. Nel senso che, spesso, gli utenti pagano salato, con la scomparsa dei propri investimenti.

Cryptowisser ha contato 81 lapidi: nel 2019, 95 nel 2020 e 94 nel 2021 94. Fino a ora, nel 2022, gli exchange chiusi sono stati 31. Si è registrato un caso di chiusura forzata per motivi “regolatori”, quattro per un cambio di marchio, otto per “ragioni di business” (cioè bancarotta e simili). Gli exchange chiusi e riconosciuti come “scam” (cioè truffe) sono solo due. Cui però si aggiungono, almeno in parte, 16 piattaforme “semplicemente scomparse”. Puf. Da un giorno all’altro il servizio non risulta più accessibile o in manutenzione fino a data da destinarsi.

Nel cimitero degli exchange si trova un po’ di tutto: attacchi hacker, schemi Ponzi, piattaforme che si dissolvono nel nulla lasciando una scia di creditori, indagini e, talvolta, di sangue. Queste sono alcune delle loro storie.

<

#SBF has been speaking out to legacy media about the #FTX collapse. He claims it was all a mistake, not a crime.

Many aren’t buying it and are demanding criminal prosecution.
Let us know your thoughts.#Bitcoin #cryptocrash @HardMoneyShowpic.twitter.com/x3JiDeDfRY

— Natalie Brunell ⚡️ (@natbrunell)
December 3, 2022

>

Ftx e Mt. Gox

Testa e coda, il primo e (per ora) l’ultimo. Ftx ha dichiarato bancarotta all’inizio di novembre. Deve, solo ai maggiori 50 creditori, 3,1 miliardi di dollari. Ma clienti e investitori sono molti di più: circa un milione. Il liquidatore John Ray ha parlato di situazione “senza precedenti”, con il ceo Sam Bankman-Fried responsabile di un “fallimento totale dei controlli aziendali e un’assenza totale di informazioni finanziarie affidabili”.

Si è parlato di “Lehman Brothers delle cripto”. Se ne era già parlato qualche anno fa, quando finì gambe all’aria Mt. Gox. Fondata nel 2010, nel momento di massimo fulgore arriva a concentrare il 70% delle transazioni in bitcoin. In volumi assoluti, nulla a che vedere con quelli attuali. Ma questa percentuale fa capire perché il suo crac – nel febbraio 2014 – è una tappa storica nel mondo cripto.

Evaporano, a quanto pare per ripetuti furti, 850.000 bitcoin (ritrovati solo in parte). Allora valevano 450 milioni di dollari. Oggi poco meno di 14 miliardi. I creditori stanno ancora provando a recuperare i propri soldi, otto anni dopo. È di ottobre l’ultima comunicazione: il liquidatore fiduciario, Nobuaki Kobayashi, ha fissato al 10 gennaio 2023 l’ultima data utile per presentare la richiesta di risarcimento. Poi i primi rimborsi potrebbero partire.

Mt. Gox vs Ftx: il confronto

Mt.Gox è crollata proprio mentre bitcoin stava prendendo slancio, ricacciando la principale criptovaluta sotto i mille dollari. Per ritornare ai tre zeri serviranno tre anni. Secondo l’analista di Chainalysis Eric Jardine, la bancarotta di Mt. Gox avrebbe un peso relativo persino superiore a quello di Ftx. Jardine ricorda infatti che da lì passava circa il 46% di tutti gli afflussi verso gli exchange di criptovalute, mentre da Ftx il 13%.

Inoltre, sottolinea l’analista, le due piattaforme – entrambe centralizzate – hanno vissuto epoche diverse. Mt. Gox era il leader assoluto di un un mercato in cui gli exchange centralizzati erano dominanti. Ftx, invece, era sì un protagonista, ma di un mercato in contrazione, visto che gli exchange decentralizzati attirano ormai la metà dei volumi.

<

Sharing our press release just issued: FTX Resumes Ordinary Course Payments of Employees and Certain Foreign Contractors
https://t.co/8CDnlsvu2j

— FTX (@FTX_Official)
November 28, 2022

>

Affondati dagli attacchi hacker

Negli ultimi tempi sono diminuite le chiusure dovute a, veri o presunti, attacchi hacker. Ma, nel corso degli anni sono stati una causa assai ricorrente. Nel gennaio 2019, la piattaforma neozelandese Cryptopia ha subito due attacchi nel giro di due settimane. Quattro mesi dopo, a maggio, l’exchange è andato in liquidazione. Al momento del collasso, aveva 2,2 milioni di iscritti e 37 dipendenti. A oggi, il liquidatore incaricato non sa ancora quantificare la somma perse. L’iter per tentare di recuperarle è ancora in corso.

Nel dicembre 2017, anche il sudcoreano Youbit è stato abbattuto da una doppietta di attacchi, capaci di prelevare il 17% delle riserve. Un’indagine della Kisa (l’agenzia sud-coreana della sicurezza informatica) ha accusato spie dell’attacco spie nord-coreane.

Assaltata il 23 dicembre 2020, la piattaforma russa Livecoin è stata costretta a chiudere meno di un mese dopo. Gli hacker, dopo aver fatto breccia, hanno modificato i tassi di cambio e prelevato criptovalute come fossero al bancomat. Nel comunicato che comunicava la chiusura, Livecoin ha ammesso di aver perso il controllo di “server, backend e nodi”. Cioè praticamente di tutto.

I casi italiani

Anche gli italiani hanno un posto nel cimitero degli exchange. Anzi, due. Bitgrail è il caso più noto. La bancarotta è arrivata nel 2018, poco dopo aver visto evaporare 150 milioni di dollari in Nano, la criptovaluta utilizzata per gli scambi. Secondo i documenti dei curatori fallimentari, è stato possibile recuperare quasi 80 milioni, già in parte redistribuiti ai creditori. Il sito della piattaforma è ancora attivo, utilizzato dai liquidatori per raccogliere le domande di adesione degli ex utenti.

Agli esordi di CryTrEx, così scriveva Cryptowisser analizzando la piattaforma: “Non ci sono molti exchange italiani. E il più famoso (Bitgrail) si è rivelato un disastro. Ma andiamo a dare un’occhiata a CryTrEx!”. È finita male. Ha chiuso nel 2020, dopo tre anni di attività. Sempre per bancarotta, a quanto pare come conseguenza di attacchi hacker che hanno azzoppato la piattaforma.

Morti e cripto

BitMarket è stato un exchange polacco, fondato nel 2013. Nel luglio 2019 ha annunciato la chiusura per problemi di liquidità. Circa 400 utenti avrebbero perso 2300 bitcoin, allora circa 23 milioni di euro. Il co-proprietario, Tobiasz Niemiro, ha sempre respinto l’accusa di appropriazione indebita, imputando il fallimento agli attacchi hacker e definendosi “una vittima”. Pochi giorni dopo è stato trovato morto.

Il giallo è più intenso nel caso di QuadrigaCX, fondato nel 2013 e diventato il principale exchange canadese. Una storia raccontata dal documentario pubblicato su Netflix “Trust No One”.

Nel 2018, mentre bitcoin è nel pieno di una picchiata, alcuni utenti segnalano l’impossibilità di prelevare dai propri conti. Il 9 dicembre 2018, il fondatore Gerald Cotten muore improvvisamente in India, a 12 giorni dalla firma del suo testamento. Poco dopo, la piattaforma chiude, blindando oltre 200 milioni di dollari in criptovalute. Sembra infatti che fosse l’unico a possedere le chiavi d’accesso. Difficile da credere.

La coincidenza spinge gli utenti a dubitare della morte. Un’inchiesta del The Globe and Mail arriva fino in India per confermarla. Sì, Gerald Cotten è morto. E sì, come ha rivelato un’inchiesta dei regolatori canadesi, era l’unico a gestire QuadrigaCX. Aveva messo in piedi uno schema Ponzi che inviava agli utenti valute farlocche, mentre lui investiva quelle vere nel tentativo di moltiplicarle.

Gli inquirenti hanno definito QuadrigaCX “un salvadanaio personale”. Rotto quando le perdite registrate da Cotten sono diventate troppo grandi da poter mascherare.

<

Sharing our press release just issued: FTX Resumes Ordinary Course Payments of Employees and Certain Foreign Contractors
https://t.co/8CDnlsvu2j

— FTX (@FTX_Official)
November 28, 2022

>

Un mondo opaco e centralizzato

Vero: non tutte le piattaforme sono uguali. Vero: in un settore ancora giovane, la maturazione passa da fallimenti, crolli, truffe. Le insolvenze potrebbero essere una tappa, necessaria anche se non certo indolore, per fare pulizia.

Ma il mondo degli exchange resta ancora nebuloso. Nella classifica di CoinMarketCap, la più nota piattaforma che assegna un punteggio agli exchange, appena 14 raggiungono la sufficienza. Su centinaia.

I criteri, peraltro, sono assai scivolosi. Il punteggio è assegnato sulla base di “traffico, liquidità, volumi transati”: tende quindi a premiare le piattaforme più grandi.

Ma non solo: il voto sale se c’è “fiducia nella legittimità dei volumi di negoziazione riportati”. Fiducia. Cioè, in altre parole: nessuno sa quali siano i volumi reali e solo una manciata gli exchange rende  disponibili i dati sulle proprie riserve. Neppure chi valuta, poi, brilla per trasparenza.

CoinMarketCap – pur affermando di operare in totale indipendenza – è di proprietà del più grande exchange al mondo, Binance. Il giorno prima di dichiarare bancarotta, Ftx era terza in classifica, ampiamente promossa.

Flag Counter