Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Il tribunale del lavoro di Firenze ha accolto il ricorso della Fiom contro i licenziamenti collettivi dei lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio, avvisati tramite una email lo scorso 9 luglio. I giudici hanno dato ragione ai sindacati, che avevano impugnato il procedimento avviato verso i 422 dipendenti perchè avrebbe agito in violazione dell’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, mettendo in atto comportamenti antisindacali.

Bloccati i licenziamenti

Poche ore dopo l’azienda della componentistica dell’auto controllata dal fondo britannico Melrose, ha congelato i licenziamenti. “Resta ovviamente inteso – si legge in una lettera indirizzata al ministero del Lavoro, al Mise, ai sindacati e alle istituzioni territoriali della Toscana – che si darà altresì esecuzione a tutti gli ordini contenuti in tale provvedimento”. Tuttavia l’azienda precisa che la revoca della procedura di licenziamento “non può considerarsi acquiescenza, con ogni più ampia riserva di impugnazione”.

Esulta la Fiom-Cgil

Ma, è bastata la decisione del tribunale di Firenze per far esultare la Fiom-Cgil. “Abbiamo vinto insieme ai lavoratori perchè avevamo ragione, i licenziamenti alla GKN sono illegittimi”, hanno dichiarato in una nota congiunta Francesca Re David, segretaria generale Fiom-Cgil e Daniele Calosi, segretario generale della Fiom-Cgil Firenze e Prato.

La Fiom chiede che “il Presidente del Consiglio e il Ministero dello Sviluppo Economico facciano la loro parte e intervengano in tema di delocalizzazioni e ad una soluzione che garantisca la ripresa produttiva e l’occupazione nello stabilimento per i lavoratori di Campi Bisenzio e di tutto l’indotto”.

“Il ricorso – sottolineano – è stato uno degli strumenti che la Fiom ha utilizzato in questa vertenza insieme alla grande resistenza dei lavoratori e alla capacità di costruire intorno alla vertenza una rete di solidarietà, a partire dalla comunità fiorentina fino al resto del Paese, come dimostrato anche dall’imponente manifestazione di sabato scorso a Firenze”.

“Oggi – ha detto Re David – è sicuramente una giornata molto importante: il tribunale dà ragione ai lavoratori Gkn e al sindacato che ha presentato ricorso per comportmaneto antisindacale. Licenziare con una semplice comunicazione mentre i lavoratori sono fuori dalla fabbrica non si può fare, perché non è degno di un Paese civile, perché il contratto dei metalmeccanici non consente una procedura di questo tipo e perché va salvaguardata l’occupazione del Paese”. “E’ una giornata importnate – ha concluso – e speriamo che il governo agisca in modo adeguato per salvaguadare le imprese, l’industria, l’occupazione”.

Soddisfazione viene espressa anche dalla viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde.
“La revoca dei licenziamenti collettivi – afferma Todde – è un primo grande passo per i lavoratori che da mesi presidiano lo stabilimento di Campi Bisenzio. Questo risultato certifica gli sforzi sinergici portati avanti dalle Istituzioni, dai sindacati, dai lavoratori e da tutta la comunità che dal primo momento ha sostenuto il territorio in questa difficile battaglia”.

“In questi mesi abbiamo convocato il tavolo due volte, non abbiamo mai interrotto le interlocuzioni con le parti e abbiamo lavorato in un contesto difficile con una azienda che ha smarrito il suo senso di responsabilità sociale. Ora – conclude – dobbiamo essere concreti, perchè perché quando parliamo di 422 lavoratori, più l’indotto, parliamo di famiglie”.

E anche la politica si unisce alla notizia. Per il segretario Dem Enrico Letta “Avevano ragione i lavoratori – scrive in un Tweet – avevano ragione i sindacati e avevamo ragione noi ad accusare la Gkn di aver violato ogni regola. Il Tribunale di Firenze l’ha sancito. Ora si fermino e si volti pagina”.

“Ci ha pensato il Tribunale del lavoro di Firenze a revocare l’apertura dei licenziamenti collettivi via mail alla Gkn. Aldilà del merito della complessa vicenda, è evidente che si tratta di una sconfitta per la politica, per tutta la politica, che non ha saputo intervenire su una questione di grande impatto sociale” fa notare il deputato di FI Elio Vito. 

“Da ex presidente della Provincia e da ex sindaco, vi dico che questo continuo disimpegno delle multinazionali dal territorio fiorentino è un campanello d’allarme pericolosissimo”, afferma il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, mentre per il presidente del M5S, Giuseppe Conte “completiamo il decreto sulle delocalizzazioni preparato dal Ministro Andrea Orlando e dalla viceministra Alessandra Todde”.

AGI – Sarà il comitato esecutivo della Federal Reserve a catalizzare l’attenzione dei mercati la prossima settimana. Gli investitori restano convinti che il tapering, vale a dire la riduzione del piano di acquisto di asset da 120 miliardi di dollari al mese varato per contrastare gli effetti economici della pandemia, non sarù avviato prima di novembre, ma i dati macroeconomici contrastanti delle ultime settimane hanno aumentato l’incertezza.

Gli analisti ritengono comunque che la comunicazione adottata finora dal presidente dell’istituto centrale statunitense, Jerome Powell, abbia ben preparato i mercati, che hanno avuto il tempo di metabolizzare il messaggio e che quindi non ci saranno shock.

“Ci sarà comunque un po’ di nervosismo”, ha detto Siddhartha Khemka, ricercatore della Motilal Oswal Financial Services. “Se dovessero arrivare indicazioni dal meeting sui tempi dell’avvio del tapering, la prospettiva di un ritiro degli stimoli all’economia e l’aumento dei tassi di interesse potrebbero comunque avere effetti sugli investitori”, ha aggiunto.

L’inflazione Usa è rimasta ad agosto sopra il tetto del 5% per il quarto mese consecutivo. L’indice dei prezzi al consumo ha leggermente rallentato al 5,3% dal 5,4% di luglio, lasciando pensare che la corsa del costo della vita abbia raggiunto il suo picco. Per gli analisti, tuttavia, resta improbabile che l’inflazione possa registrare una frenata vigorosa da qui a novembre, e questo la Federal Reserve lo sa bene.

L’unico dato che, per gli analisti, potrebbe davvero indurre Powell a cambiare idea è quello sul tasso di disoccupazione: se troppo alta, tutto potrebbe essere posticipato. Anche l’inatteso balzo delle vendite al dettaglio ha innervosito il mercato. I consumi hanno segnato un incremento dello 0,8% il mese scorso, lasciando presagire che l’impatto della variante Delta del coronavirus sulla crescita resta tutto sommato contenuto.

Non sarà comunque la Fed l’univca banca centrale a esprimersi la prossima settimana. Decisioni sui tassi saranno prese anche dalla banca del Giappone, dalla Banca d’Inghilterra, dalla Banca popolare cinese, dalla svedese Riksbank, dalla norvegese Norges Bank e dalla svizzera Snb. E di certo l’Europa non potrà non guardare al fine settimana, quando si terranno le elezioni in Germania per decidere il successore di Angela Merkel. 

AGI – È il momento di scommettere sulla riscossa italiana. Ne è convinto Luca Paolazzi, economista, advisor di Ceresio investors, dall’ottobre 2007 al febbraio 2018 direttore del Centro Studi Confindustria. Diversi i motivi per cui ritiene che il Paese possa risalire la china: “Il primo – spiega all’AGI – è questo governo: è costretto a fare le riforme strutturali che da anni ci vengono chieste dagli organismi internazionali e dai partner europei, e che ora sono indispensabili per ricevere i fondi del Recovery Plan. Ma soprattutto è in grado di creare le condizioni di stabilità politica. È un esecutivo che sa assumersi la responsabilità di prendere decisioni non facili, anche non condivise, con l’unico fine del bene comune. I principali componenti del governo non hanno ambizione politica, non partecipano alle battaglie di una campagna elettorale permanente come avvenuto in passato. Il Cdm è il luogo dove vengono prese le decisioni”.

Secondo Paolazzi, l’economia e la società italiane per lasciarsi alle spalle la tripla B sui titoli sovrani, “devono passare per la tripla P: Pazienza, Persistenza e Prudenza delle politiche, economiche e non”.

Il Paese – sottolinea – può in questa fase far leva sui tradizionali punti forza: è la seconda potenza manifatturiera europa e la settima nel mondo, per popolazione è 23esima, con un’industria che si è evoluta verso prodotti più sofisticati, a maggiore valore aggiunto, vocata all’export non solo nei settori ‘food and fashion’, ma anche in meccanica, meccatronica, chimica, farmaceutica. Inoltre, ha una elevata capacità di risparmio, testimoniata dal saldo delle partite correnti, attivo da molti anni; “siamo diventati – sottolinea – creditori netti del 5% del Pil mentre nel 2008 eravamo sotto di 23 punti. Insomma, il Paese sta finanziando, con il suo risparmio, il resto del mondo, siamo le formiche che finanziano le cicale”.

Ma un altro elemento da non sottovalutare è “la forte capacità degli italiani di sopportare sacrifici: abbiamo avuto un saldo primario dei conti pubblici al netto della spesa degli interessi positivo. I cittadini italiani hanno ricevuto dalla pubblica amministrazione, in servizi e trasferimenti, molto meno delle imposte e contributi che hanno sborsato, per un ammontare di circa il 60% del Pil (somma dei saldi primari in rapporto al PIL). Solo i belgi hanno fatto di più. Se si confrontano i saldi primari nel corso del tempo, si vede che gli italiani hanno ‘tirato la cinghia’ molto più di francesi, austriaci, olandesi. Mentre i paladini del rigore, gli stessi tedeschi e di nuovo gli olandesi, gli austriaci e i finlandesi, di sacrifici ne hanno fatti pochi o nessuno”.

Ma queste capacità saranno confermate? Paolazzi non ha dubbi: “Sì, per 10 anni gli esperti della Commissione europea hanno sollevato dubbi eppure ora abbiamo un surplus maggiore, sono aumentati i valori unitari di ciò che vendiamo all’estero, nonostante la grave perdite dell’1% di Pil legata al turismo”.

Insomma, “sappiamo fare bene e per farlo meglio abbiamo bisogno di quella stabilita’ politica che consente di prendere le misure con persistenza e pazienza, non cambiando improvvidamente le norme, gli incentivi e i disincentivi”. Le prospettive di successo si stanno già concretizzando: “chiuderemo il gap con il pre-pandemia con un anno di anticipo, nel 2022 invece che nel 2023 come preventivato. Non era mai successo nelle passate crisi che anticipassimo la ripresa. Dobbiamo però essere capaci di mantenere il passo delle riforme, anche per ottenere le successive tranche di fondi europei, che saranno dati a chi rispetta le tabelle di marcia. Siamo chiamati a un grande impegno: non è una passeggiata ma possiamo tornare a crescere come sapevamo fare”.

La scelta del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro è la dimostrazione, spiega Paolazzi, che “questo governo prende decisioni piu’ rapidamente rispetto al passato e rispetto ad altri paesi, su temi molto spinosi, per il bene comune. Da questo punto di vista siamo piu’ bravi degli altri”.

Un economista non può però fare a meno di valutare anche i pericoli: “Certo, il rischio politico continua a esserci, anche se pare di capire che nessuno voglia far cadere il governo. Il secondo rischio sta nell’accelerazione dei prezzi che erode il reddito delle famiglie. Quanto ai tassi, penso che rimarranno bassi o saranno aumentati gradualmente. A livello internazionale incombe la strozzatura della mancanza di semilavorati ma questo porterà le imprese a fare investimenti e potrebbe alla fine risultare un volano per la ripresa”.

Come si esce dalla carenza delle materie prime? “Aumentando la capacità produttiva – risponde Paolazzi – i Paesi produttori di petrolio non hanno intenzione di far schizzare i prezzi e accresceranno la produzione, tornerà il vento sul mare del Nord a spingere la produzione eolica. Certo gli investimenti non daranno la soluzione domani ma tra 6-12 mesi”.

Intanto però famiglie e imprese devono fare i conti con il caro bollette: “Su questo è giusto che i governi intervengano a calmierare i prezzi, perché l’aumento ha un effetto regressivo e nella transizione le energie rinnovabili non saranno benvolute. Ma bisogna mettersi in testa che l’energia è un bene molto prezioso: abbiamo fatto finta che non fosse così e ora dobbiamo prepararci a pagarla di più”. 

AGI – Il governo “saprà intervenire sull’impatto del costo delle bollette, soprattutto per i consumatori e per le aziende, soprattutto quelle che hanno portato avanti progetti green”. A dirlo è Giancarlo Giorgetti nel corso di un collegamento con la 14esima edizione del Festival Città Impresa di Vicenza.

“E’ una situazione in evoluzione ma il governo riuscirà a tamponare la situazione del costo delle bollette. L’aumento del costo delle bollette contribuisce a far capire che un futuro piu’ ecologico ha un prezzo che deve essere pagato”, ha ribadito il ministro dello Sviluppo economico. 

Su rincari materie prime deve agire l’Ue

“Per contrastare il rincaro delle materie prime il Governo italiano può fare gran poco. Se mai è l’Europa che può attuare delle misure di contenimento” ‘ha detto  Giorgetti.

“E’ un tema questo che diventa strategico per gli Stati, perché controllare l’offerta delle materie vuol dire possedere uno strumento di forza e potere verso gli altri paesi – ha proseguito Giorgetti -. Chi ha la produzione del litio, per esempio, nel mondo deciderà come venderlo, a chi, e a quel prezzo. Sono riflessioni geopolitiche ma che prima o poi dovremmo discutere”.

Caro bollette prezzo transizione green

“Paradossalmente la disgrazia dell’aumento delle bollette ci consente di aprire gli occhi e vedere che la transazione ambientale ha un prezzo. Sulla bolletta confluiscono tutta una scelta di politiche economiche ed energetiche, per esempio anche quella di non possedere il nucleare per l’approvvigionamento di energia”.

“Il Governo interverrà per ridurre l’impatto sui consumatori, ma anche sulle imprese. A livello internazionale dobbiamo intervenire, partendo dall’idea che la transizione ambientale ha un costo e lo pagano consumatori e imprese” ha poi concluso.

AGI – E’ di oltre 100 miliardi di euro il valore dei falsi prodotti alimentari made in Italy nel mondo e i più attivi nelle imitazioni sono i Paesi ricchi ed emergenti: è l’allarme lanciato dalla la Coldiretti in occasione del G20 dell’agricoltura di Firenze, dove in piazza Santa Croce è stata allestita una mostra con tante imitazioni e cartelli per lamentare che “il periodo della pandemia ha rappresentato un pretesto per la sostituzione dei prodotti italiani con imitazioni di bassa qualità”. Al G20 è stato chiesto “un intervento immediato contro un fenomeno vergognoso che proliferanei momenti di difficoltà delle aziende italiane e che vale più del doppio delle esportazioni agroalimentari made in Italy”.

Il bollino rosso

Un altro appello della Coldiretti riguarda il bollino rosso sui prodotti della dieta mediterranea, che “dall’Europa al Sudamerica fino all’Oceania rischiano di essere ingiustamente diffamati da sistemi di etichettatura ingannevoli”.  Per il presidente, Ettore Prandini, il pressing delle multinazionali a favore di modelli alimentari sbagliati mette “in pericolo la salute dei cittadini ma anche il sistema produttivo di qualita’ del made in Italy”. 

L’allarme per il grano

II ministro delle Politiche agricole alimentari, Stefano Patuanelli, ha spiegato che si è parlato anche del tema dei prezzi del grano: “E sotto gli occhi di tutti la dinamica che si sta producendo, in particolare in alcuni settori produttivi”, ha osservato, “quella spirale va vista anche con un occhio alle speculazioni che si stanno sviluppando sulla Borsa, che sono internazionali. Se non ci sarà il raggiungimento di un plateau, per poi tornare a livelli inferiori, qualche intervento a livello globale bisognerà prenderlo”. Il ministro ha parlato anche del contributo che l’agricoltura può e deve dare “alla sostenibilità ambientale economica e sociale”, come sta già facendo.

La Food coalition

Patuanelli ha riferito che “sono oltre 35 i Paesi che hanno già aderito alla Food coalition, ma il dato è in costante aumento perché c’è sempre più attenzione rispetto al ruolo della Fao per garantire la sicurezza alimentare nel mondo”. La ‘food coalitionì è  uno strumento di partenariato tra soggetti non statali per affrontare unitariamente le sfide agricole e alimentari, anche in relazione al post Covid. Un’altra preoccupazione riguarda la fuga dall’agricoltura: “L’effetto pericoloso se non invertiamo la tendenza delle produzioni agroalimentari è l’abbandono della coltivazione delle terre e non può prevalere questa cultura come elemento di tutela perché produce danni ambientali”. “Quando si abbandona la terra aumentano i disastri legati agli smottamenti idrogeologici e agli incendi boschivi“, ha osservato. 

AGI – Sono poco meno di 176.400 le imprese italiane che si trovano in sofferenza; tra queste una su tre è ubicata al Sud. Lo afferma la Cgia, secondo cui Roma, Milano, Napoli e Torino sono le realtà territoriali maggiormente in difficoltà. 

Secondo lo studio di Cgia, si tratta di società non finanziarie e famiglie produttrici che sono state segnalate come insolventi dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. Una “bollinatura” che, per legge, non consente a queste aziende di accedere ad alcun prestito erogato dal canale finanziario legale. Pertanto, non potendo beneficiare di liquidità, rischiano, molto più delle altre, di chiudere o di scivolare tra le braccia degli usurai.

A livello provinciale il numero più elevato di imprese segnalate come insolventi si concentra nelle grandi aree metropolitane. Al 31 marzo scorso, Roma era al primo posto con 13.310 aziende: subito dopo Milano con 9.931, Napoli con 8.159, Torino con 6.297, Firenze con 4.278 e Brescia con 3.444.

Le province meno interessate da questo fenomeno, invece, sono quelle che, in linea di massima, sono le meno popolate: come Belluno (con 360 aziende segnalate alla Centrale Rischi), Isernia (333), Verbano-Cusio-Ossola (332) e Aosta (239).

Analizzando i dati per ripartizione territoriale appare che l’area più a “rischio” è il Sud: qui si contano 57.992 aziende in sofferenza (pari al 32,9 per cento del totale), seguono il Centro con 44.854 imprese (25,4 per cento del totale), il Nordovest con 43.457 (24,6 per cento del totale) e infine il Nordest con 30.070 (17 per cento del totale).

Secondo Cgia, sebbene con le sole denunce effettuate all’Autorità giudiziaria non sia possibile dimensionare con precisione il fenomeno dell’usura, dopo la forte contrazione registrata tra il 2016 e il 2018, successivamente le stesse sono tornate a crescere. Ancorché il numero assoluto sia molto inferiore delle punte registrate nella prima parte del decennio scorso, secondo il Ministero dell’Interno nel 2020, annus horribilis dovuto alla pandemia, le denunce sono salite a 222 (+16,2 per cento rispetto al 2019). Cgia segnala che l’anno scorso tra tutti i reati contro il patrimonio, le denunce per usura e le truffe, in particolar modo quelle informatiche, sono state le uniche a registrare una variazione positiva.

La Cgia fa poi notare che quest’anno il mese di settembre è in assoluto il più ricco di scadenze fiscali, anche perché riprende l’attività di riscossione e notifica di nuove cartelle esattoriali da parte dell’Agenzia delle Entrate. Entro il 15 e il 16 settembre scorsi le imprese (soggette agli ISA, ovvero agli ex studi di settore) dovevano pagare l’Irpef, l’Ires, l’Irap e l’ Iva. Lunedì prossimo, invece, sarà l’ultimo giorno utile per il ravvedimento breve e il 30 settembre è prevista la scadenza per il versamento delle rate della rottamazione-ter e del saldo e stralcio scadute il 31 luglio 2020: “Un vero e proprio tour de force che potrebbe mettere in seria difficoltà la tenuta finanziaria di tantissime attività che, tradizionalmente, sono a corto di liquidità: soprattutto in questa fase economica così delicata”.

La Cgia nota poi che l’aumento dei prestiti alle imprese si è esaurito. Dopo il crollo degli impieghi bancari alle imprese avvenuto tra il novembre 2011 e il febbraio del 2020 (-305,3 miliardi pari a una contrazione del 30 per cento), risulta interessante verificare l’andamento registrato nei mesi successivi all’avvento del Covid. Dopo l’introduzione delle misure messe a punto dal governo Conte bis (marzo 2020), lo stock ha cominciato a crescere raggiungendo il picco massimo a novembre 2020, per poi iniziare una lenta discesa fino allo scorso mese di luglio quando è stato sotto quota 743 miliardi di euro.

“In altre parole – sostiene la Cgia – possiamo affermare  che, ad oggi, l’azione di sostegno alle imprese in materia di credito si è esaurita“. Rispetto alla Banca d’Italia – prosegue lo studio – sul fronte dei prestiti garantiti la Task Force composta da MEF, MISE-Medio Credito Centrale, ABI e SACE aggiorna con maggiore frequenza i propri dati in materia di credito alle Pmi. Attraverso “Garanzia Italia”, ad esempio, fino al 7 settembre scorso le domande presentate dalle grandi imprese sono state 3.009 e i volumi dei prestiti garantiti messi in campo da SACE hanno raggiunto i 28 miliardi di euro circa. Sempre alla stessa data, grazie al “Cura Italia” e al “Decreto Liquidità”, al Fondo di Garanzia per le Pmi sono invece giunte 2.326.013 domande che hanno “generato” 191,1 miliardi di finanziamenti. Questi ultimi dati includono anche i mini prestiti fino a 30 mila euro che, invece, hanno registrato 1.167.705 domande, consentendo l’erogazione di 22,7 miliardi di finanziamenti.

Per evitare che la platea di queste aziende in difficoltà aumenti, la Cgia spera che il Governo Draghi  potenzi le risorse a disposizione del “Fondo di prevenzione dell’usura” e aiuti le banche a sostenere le imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione. Grazie all’attivazione di queste due misure, lo stock complessivo delle aziende in sofferenza non dovrebbe crescere. In 22 anni di vita, l’importo medio di prestiti erogati da questo fondo è stato di circa 50.000 euro per le Pmi e 20.000 euro per cittadini e famiglie. Lo stesso si alimenta in prevalenza con le sanzioni amministrative di antiriciclaggio e valutarie. Dal 1998 al 2020, ai Confidi e alle Fondazioni lo Stato ha erogato 670 milioni di euro; tali risorse hanno garantito finanziamenti per un importo complessivo pari a  circa 2 miliardi di euro. Nel 2020 ai due enti erogatori (Confidi e Fondazioni) sono stati assegnati complessivamente 32,7 milioni di euro: di cui 23 milioni ai primi e 9,7 milioni di euro ai secondi2. 

“Cifre importanti che, però – afferma la Cgia – andrebbero implementate: il Covid, purtroppo, ha spinto molte aziende sull’orlo del fallimento. Attività che se non aiutate rischiano di scivolare nell’insolvenza o, nella peggiore delle ipotesi, nella rete tesa da coloro che vogliono impossessarsene con l’inganno, alimentando così l’economia criminale”.

 

AGI – Il gruppo Generali ha comunicato l’adesione di Fondazione Crt, col suo 1,232%, al patto parasociale di consultazione fra il Gruppo Caltagirone e la Delfin di Del Vecchio. Con l’entrata dell’ente torinese il patto rappresenta ora il 12,334% del capitale del gruppo assicurativo. 

Continuano dunque le manovre in vista del rinnovo del consiglio di amministrazione  di Generali e della governance della pricipale compagnia assicurativa del Paese dopo le novità introdotte dallo statuto che prevedono la presentazione di una lista da parte del Consiglio stesso.

Uno dei punti centrali del ‘cantiere’ Generali è il ruolo del group ceo, Philippe Donnet, che ha dato disponibilità per un nuovo mandato (il terzo) ma che è nel mirino di due dei principali azionisti del gruppo: il vicepresidente, Francesco Gaetano Caltagirone, e il patron di Luxottica, Leonardo Del Vecchio. 

I due imprenditori nei giorni scorsi hanno annunciato il Patto di consultazione – al quale adesso ha aderito anche la Fondazione Crt – sulle proprie quote attuali (pari a circa l’11%) e future, in vista dell’assemblea di primavera 2022 per eleggere il cda.

Del Vecchio e Caltagirone, ha ricordato un recente report di Equita, ritengono che Generali debba crescere per linee esterne per accorciare le distanze rispetto a rivali come Axa, Allianz e Zurich, e che sia necessaria una discontinuità manageriale per fare un salto dimensionale, contestando a Donnet una crescita dimensionale troppo lenta).

“Se si concretizzasse lo scenario con la presentazione di 3 liste distinte (una espressione del board con la conferma di Donnet, ‘soci privati’ e Assogestioni), gli investitori istituzionali (che pesano per oltre il 40% del capitale) avranno un ruolo determinante”.

Di fronte al mercato il manager francese si fa forte dei risultati ottenuti: non solo ritiene di aver portato a termine, in sintonia con le linee guida approvate dall’intero cda, due piani strategici, ma è pronto anche a rimarcare quello che è stato fatto.

Dalla sua nomina alla scorsa settimana, è il ragionamento, Generali ha avuto un total return per gli azionisti pari al 103%, superiore a quello delle altre compagnie assicurative (la seconda è Zurich, col 99%), mentre il titolo è salito del 57% rispetto al 20% dello Stoxx 600 Assicurazioni. “Il cda dovrà decidere se rinnovare o no Philippe Donnet come ad nei prossimi mesi, tenenedo in mente che è chiamato a presentare il nuovo piano strategico il 15 dicembre”, sottolinea un report di Oddo.

“Sotto la leadership di Donnet Generali ha raggiunto buoni risultati e portato avanti diverse operazioni di crescita esterna”, continuano gli analisti, che rimarcano come, nonostante la crisi legata alla pandemia, il Leone sia sulla buona strada per raggiungere anche quelli pre il 2021. “Un rinnovo di Donnet sarebbe una buona notizia per il gruppo e rimane il nostro scenario più probabile”, spiega Oddo, secondo cui una sostituzione del manager francese “sarebbe non giustificata e logicamente percepita male dagli investitori”.

Quello che rimane da chiarire è che strada sceglierà Mediobanca, primo socio del gruppo assicurativo con una quota di quasi il 13%, e anche da che parte si schiereranno altri importanti azionisti di peso, come la famiglia Benetton (3,97%) del capitale e il gruppo De Agostini.

Un compromesso fra Piazzetta Cuccia e il duo Del Vecchio-Caltagirone (ora appoggiato anche dalla Fondazione Crt) che dopo i recenti acquisti pesano per quasi il 25% del capitale della banca d’affari, potrebbe secondo Kepler, “facilitare una possibile fusione fra Mediobanca e Banca Generali, che rappresenterebbe un’operazione trasformativa” per l’istituto milanese, “rafforzandone la posizione nel risparmio gestito e portando a una rivalutazione complessiva delle sue azioni“. La prossima tappa in calendario è fissata per lunedì 27 settembre, quando i consiglieri si vedranno e potranno sancire definitivamente la propria posizione. 

AGI – Da lunedì le imprese potranno presentare domanda per richiedere gli incentivi previsti dai nuovi Contratti di sviluppo. Lo prevede il decreto publicato dal ministero dello Sviluppo economico, la cui principale novità è la clausola per le imprese che si impegneranno, nel caso di un incremento occupazionale delle loro attività, ad assumere prima persone che percepiscono interventi di sostegno al reddito, disoccupati a seguito di procedure di licenziamento collettivo e lavoratori di aziende coinvolte in tavoli di crisi attivi al ministero.    

L’indirizzo di Giorgetti

Viene così data applicazione all’atto di indirizzo del ministro Giancarlo Giorgetti rivolto a tutte le direzioni generali del ministero che emanano provvedimenti relativi alla riconversione e reindustrializzazione di aree territoriali del Paese attraverso la concessione di incentivi e agevolazioni. 

“Le imprese italiane potranno contare da lunedì su due strumenti importanti che il ministero dello Sviluppo economico mette a disposizione per sostenere il rilancio, l’occupazione e la crescita economica del Paese”, ha commentato il viceministro al Mise Gilberto Pichetto, a seguito del via libera agli incentivi.

“Il ministero dello Sviluppo economico – spiega Pichetto – sostiene le imprese italiane finanziando due strumenti importanti: i nuovi contratti di sviluppo, con la clausola voluta dal ministro Giorgetti per quelle imprese che si impegneranno ad assumere in via prioritaria i lavoratori di aziende in crisi e il fondo grandi imprese in difficoltà, per il rilancio delle grandi aziende in temporanea difficoltà, o in amministrazione straordinaria, a causa dell’emergenza Covid. Il governo ha un progetto molto chiaro per il rilancio del paese: penso che tutta l’economia possa trarne vantaggio”.

I due articoli del decreto

Nel dettaglio, il decreto è composto da due articoli e dispone, “a partire dalle ore 12.00 del giorno 20 settembre 2021, la riapertura dei termini per la presentazione delle domande di agevolazione a valere sul Contratto di sviluppo per i quali, con il decreto del 4 agosto 2021 citato in premesse, era stata disposta la chiusura”. E, si legge, prevede che i “beneficiari, nel caso in cui sia previsto un incremento occupazionale, si impegnano a procedere prioritariamente, nell’ambito del rispettivo fabbisogno di addetti, e previa verifica dei requisiti professionali, all’assunzione dei lavoratori che risultino percettori di interventi a sostegno del reddito, ovvero risultino disoccupati a seguito di procedure di licenziamento collettivo, ovvero dei lavoratori delle aziende del territorio di riferimento coinvolte da tavoli di crisi attivi presso il Ministero dello sviluppo economico”. 

AGI –  Sembra un paradosso in un Paese dove si fa sentire la mancanza di lavoro, ma è cosi’: le imprese cominciano a trovare difficoltà nel reperire personale da assumere. Lo si evince dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.

Cifre alla mano, si attesta complessivamente al 36,4% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (5,5 punti percentuali in piu’ rispetto a settembre 2019), che sale al 51,6% per gli operai specializzati, al 48,4% per i dirigenti, al 41,4% per le professioni tecniche e al 37,7% per le professioni intellettuali e scientifiche. Le figure di più difficile reperimento sono fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori carpenteria metallica (66,2%), fabbri ferrai, costruttori di utensili e assimilati (65,8%), artigiani e operai specializzati del tessile e dell’abbigliamento (65,5%).

Difficili da reperire anche i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni (59,2%), i tecnici della distribuzione commerciale (58,7%) e quelli della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (57,1%) così come gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (57,2%) e gli ingegneri (47,8%).
    Per i laureati nei vari indirizzi di ingegneria e per quelli nelle discipline medico-sanitarie quasi la metà delle assunzioni previste dalle imprese sono di difficile reperimento; una quota analoga (48,3%) riguarda i diplomati nell’indirizzo meccanica, meccatronica ed energia, mentre supera il 50% la difficoltà a trovare qualificati negli indirizzi edile e meccanico (53,6% per entrambi).

A incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle regioni del Nord est (sono difficili da reperire il 41,5% delle figure ricercate), seguite da quelle del Nord Ovest (36,3%), Centro (34,0%) e Sud e Isole (33,2%).

Le imprese disposte ad assumere oltre mezzo milione di persone

Eppure, come si evince dal Bollettino, Sono oltre 526mila i lavoratori ricercati dalle imprese per il mese di settembre, circa 91mila in più (+20,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019 e quindi ai livelli pre-pandemici; nel trimestre settembre-novembre le imprese hanno in programma di assumere 1,5 milioni di lavoratori (+23,5% rispetto all’analogo trimestre 2019). Prende così velocità la domanda di lavoro sostenuta dal buon andamento dell’economia italiana.

Nel dettaglio, l’industria programma per il mese di settembre 156mila entrate che salgono a 436mila nel trimestre settembre-novembre, in crescita rispettivamente del 24,8% e del 29,1% rispetto al 2019. Si consolida la ripresa del manifatturiero con 114mila entrate nel mese e 317mila nel trimestre (rispettivamente +31,7% e +34,9% rispetto agli stessi periodi del 2019).

A guidare, le industrie della meccatronica che ricercano 31mila lavoratori nel mese e 87mila nel trimestre, seguite dalle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (27mila nel mese e 75mila nel trimestre) e da quelle tessili, dell’abbigliamento e calzature (16mila nel mese e 45mila nel trimestre).
  Elevata anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni: 42mila le assunzioni programmate nel mese (+9,3% rispetto a settembre 2019) e 118mila nel trimestre (+15,7% rispetto al trimestre 2019).
    Sono invece 370mila i contratti di lavoro offerti dal settore dei servizi nel mese in corso (+19,3% su settembre 2019) e oltre 1 milione quelli previsti per il trimestre (+21,2% sul trimestre 2019). Le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dal comparto del commercio (87mila entrate programmate nel mese e 279mila nel trimestre), da quello dei servizi alle persone (84mila nel mese e 188mila nel trimestre) e dai servizi di alloggio, ristorazione e servizi turistici (73mila nel mese e 192mila nel trimestre).

La metà dei posti offerti riguarda contratti a termine

Se si guarda alla tipologia dei contratti la domanda di lavoro  appare trainata prevalentemente dai contratti a tempo determinato con 275mila unità, pari al 52,3% delle entrate programmate. Seguono i contratti a tempo indeterminato (109mila), i contratti di somministrazione (49mila), gli altri contratti alle dipendenze (37mila), i contratti di apprendistato (28mila), gli altri contratti alle dipendenze (18mila) e i contratti di collaborazione (10mila).

Dalla Ue 4,7 miliardi per sostenere la ripresa post-pandemica

La Commissione europea ha concesso 4,7 miliardi di euro all’Italia a titolo di React-Eu per sostenere la risposta del paese alla crisi del coronavirus e contribuire a una ripresa socioeconomica sostenibile. Le risorse contribuiranno, tra l’altro, a proteggere i posti di lavoro nelle piccole imprese delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. I fondi supplementari contribuiranno ad aumentare le assunzioni di giovani e donne, consentiranno ai lavoratori di partecipare alla formazione e sosterranno servizi su misura per le persone in cerca di lavoro. 

 

AGI – Ad agosto i nuclei percettori di reddito di cittadinanza sono stati oltre 1,22 milioni, mentre i percettori di pensione di cittadinanza sono stati quasi 135mila, per un totale di quasi 1,36 milioni di famiglie e oltre 3 milioni di persone coinvolte.

Lo rileva l’Inps spiegando che prevalgono i nuclei composti da tre e quattro persone, rispettivamente 646mila e 673mila. I nuclei con minori sono quasi 443mila, con un numero di persone coinvolte di oltre 1,64 milioni, mentre i nuclei con disabili sono quasi 231mila, con oltre 536mila persone coinvolte.

Oltre il 44% dei beneficiari è single

Su circa 1,36 milioni di famiglie beneficiarie del reddito o della pensione di cittadinanza, 604.381 sono composte da una sola persona. I single che ricevono il sussidio sono quindi il 44,46% del totale. Ssono 516.572 le famiglie monocomponenti che ricevono il sussidio senza disabili. L’importo medio per i nuclei con una sola persona risulta di 446 euro.

Importo medio 546 euro al mese

L’importo medio erogato a livello nazionale nel mese di agosto è di 546 euro (576 euro per il reddito di cittadinanza e 270 per la pensione di cittadinanza). L’importo medio varia sensibilmente con il numero dei componenti il nucleo familiare, passando da un minimo di 446 euro per i monocomponenti a un massimo di 699 euro per le famiglie con quattro componenti.

La platea dei percettori di reddito di cittadinanza e di pensione di cittadinanza è composta da 2,58 milioni di cittadini italiani, 318mila cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno Ue e 119mila cittadini europei. La distribuzione per aree geografiche vede 592mila beneficiari al Nord e 427mila al Centro, mentre nell’area Sud e Isole supera i 2 milioni di percettori. Nei primi otto mesi del 2021, le revoche raggiungono il numero di quasi 83mila nuclei e le decadenze sono oltre 230mila.

Reddito di emergenza per oltre 574mila famiglie

Sono oltre 574mila i nuclei a cui è stata pagata almeno una mensilità, delle tre previste, del reddito di emergenza nel 2021,con un importo medio mensile di 545 euro e un numero di persone coinvolte di oltre 1,3 milioni. Lo rileva l’Inps.
Oltre 803mila sono cittadini italiani (315mila nuclei con un importo medio mensile di 582 euro), 426mila cittadini extracomunitari (quasi 225mila nuclei con un importo medio mensile di 495 euro) e circa 78mila cittadini comunitari (per quasi 35mila nuclei e importo medio mensile di 538 euro).

Flag Counter