Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

In Italia la ripresa ha parzialmente perso slancio: è quanto emerge dalla Nota congiunturale di luglio dell'Ufficio parlamentare di bilancio in cui si segnala "un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate determinando un lieve peggioramento nelle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019". In particolare, l'Upb stima che "l’espansione del Pil nella media del 2018 si attesterebbe all’1,2 per cento sulla base dei conti trimestrali, che potrebbe tradursi in un incremento dell’1,3 per cento nei conti annuali (che non correggono per il numero dei giorni di lavoro)". Si avrebbe quindi una revisione al ribasso di un decimo di punto percentuale rispetto ai valori previsti dall’Upb a maggio. "La minor variazione acquisita per il 2019 porterebbe a una correzione della crescita del Pil anche per il prossimo anno, che risulterebbe di poco superiore all’uno per cento", sottolinea ancora l'Upb.

Il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, in un'intervista a La Verità, ribadisce che non esiste un piano B di uscita dell'Italia dall'Euro e propone l'utilizzo dei 50 miliardi di avanzo con l'estero per un mega-piano di investimenti. "Preferisco parlare del piano A – ha spiegato al giornale diretto da Maurizio Belpietro – cioè della nostra azione di governo, di come l'Italia può restare nell'Ue e, di conseguenza, di come questa possa sopravvivere".

Il piano A, aggiunge, "si compone di due parti. La prima: quale politica economica il governo si prefigge di seguire? E la seconda: quali richieste rivolge all'Ue per realizzar e tali obiettivi".

Sulla politica economica del governo, Savona spiega che "l'Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non puo' essere attivato, cioe' non possiamo spendere, per l'incontro tra i vincoli di bilancio e e di debito dei Trattati euro".

"L'avanzo estero di quest'anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna". Di fatto la proposta di Savona rappresenta un ribaltamento della posizione Ue. Secondo il ministro "sarebbe meglio se l'Ue proponesse, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil che ne risulterebbe potrebbe consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat Tax, salario di cittadinanza e revisione della legge Fornero, senza aumentare né il disavanzo pubblico, né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua". "Il problema è la cadenza temporale dell'operazione non la capacità di attuarla. Esiste una possibilità tecnica, occorre una volontà politica di rispettare tempi e dimensioni delle operazioni". 

Leggi sulla Verità la versione integrale dell'intervista.

Alle 12.00 comincerà l'Amazon Prime Day e con le 36 ore di offerte speciali per i suoi clienti, la società di ecommerce vuole confermarsi "un veicolo di crescita per le piccole e medie imprese italiane". I dati dello scorso anno sono incoraggianti. Nel 2017 le imprese italiane che hanno aderito all’iniziativa, secondo i dati diffusi salla società, hanno generato vendite per oltre 40 mila euro ciascuna nelle ore dell’offerta. 

Oggi oltre 10 mila imprese italiane vendono su Amazon e più di un terzo esportano i loro prodotti soprattutto in Europa e alcune anche in tutto il mondo: nel 2017 queste aziende hanno raggiunto la cifra record di vendite all’estero di oltre 350 milioni. “Prime Day aiuta le Pmi a raggiungere oltre 100 milioni di clienti iscritti ad Amazon Prime in tutto il mondo e offre l'opportunità per le più piccole imprese di vendere proprio accanto ai più grandi marchi”, ha affermato Francois Saugier, vice presidente europeo del servizio per i venditori di Amazon. “I clienti Prime hanno ordinato più di 40 milioni di articoli da piccole e medie imprese durante il Prime Day 2017, consentendo a quegli imprenditori di avere ancor più successo”.

Tra le piccole e medie imprese che per la prima volta quest’anno faranno offerte speciali dedicate ai clienti di Amazon c’è Oilalà, produttori di olio pugliesi, un’azienda totalmente familiare di Corato: “Per noi si tratta di una giornata importante, questi oli sono una novità assoluta, che testiamo proprio in occasione del Prime Day", dice il suo amministratore delegato Spiros Borraccino. "Il riscontro che avremo dalle vendite e dai commenti degli acquirenti ci permetterà infatti di valutare la potenzialità di questi oli per una futura immissione sul mercato offline”.

“Siamo alla nostra prima esperienza Prime Day di Amazon, e abbiamo delle aspettative molto alte sia in termini di vendite che di brand awareness”, commenta invece Marco D’Urso, manager dell’ecommerce di D’Arienzo Collezioni, azienda campana che produce capi di abbigliamento in pelle. “Le nostre giacche in pelle best seller saranno disponibili a prezzi scontatissimi, che diventerà un momento chiave per gli acquisti da parte dei nostri clienti; allo stesso tempo, questa giornata ci consentirà di farci conoscere da milioni di potenziali acquirenti, sia in Italia che all'estero”.

Secondo i dati di Amazon, dal 2011 sono stati investiti oltre 150 miliardi di dollari nel mondo e creati più di 1,7 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti. Solamente nel 2017, la società sostiene di aver assunto oltre 130.000 persone, escluse le acquisizioni, portando l’azienda a oltre 560.000 dipendenti in tutto il mondo. Amazon Prime Day fa parte della strategia dell’azienda per aumentare i volumi di vendita sul suo canale di ecommerce, che consente l’acquisto di beni a circa 100 milioni di clienti Amazon Prime nel mondo.

Il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, "non ha mai accusato né il ministero dell'Economia e delle finanze, né la Ragioneria generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità". "Certamente, però, bisogna capire da dove provenga quella 'manina' che, si ribadisce, non va ricercata nell'ambito del Mef". È quanto si legge in una nota ministeriale. Quanto al merito della relazione tecnica, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, ritiene che "le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili".

Rafforzare la propria offerta nella progettazione di sistemi di automazione per la casa. Questo uno degli obiettivi che ha spinto Nice, gruppo trevigiano guidato da Lauro Buoro e che si occupa da 25 anni di automazione per edifici privati e pubblici e di home security, verso l’acquisizione dell’azienda polacca Fibaro: un’operazione da 63 milioni di euro. Fibaro è una compagnia che si occupa di domotica: in chiave smart home ha sviluppato un proprio ecosistema wireless e modulare per la casa. Nice ne ha acquisito l’intero capitale sociale. 
 

Che fa Fibaro

Fondata nel 2010 e basata a Poznan, Fibaro ha dichiarato per il 2017 ricavi pari a circa 114 milioni di zloty polacchi (poco più di 26 milioni di euro) e un mercato che copre 100 paesi. La società progetta e produce all’interno dei propri stabilimenti e centri di ricerca dispositivi ad accesso remoto e compatibili con i sistemi, tra gli altri, Apple, Google Assistant, Amazon. Tra i prodotti di Fibaro anche sensori multifunzione (monitorano l’ambiente all’interno dei locali e rilevano allagamenti, fumi e la presenza di CO), rilevatori di apertura e chiusura di porte e finestre, sirene d’allarme e telecamere e anche valvole termostatiche innovative che ottimizzano la temperatura della casa.

“Crediamo che la semplicità sia la via da percorrere – ha dichiarato Maciej Fiedler, CEO e Founder di Fibar Group – 8 anni fa ho preso la decisione di costruire un sistema davvero intuitivo e funzionale, per una casa accogliente che è sempre con te, ovunque ti trovi, grazie alle applicazioni per smartphone, tablet e pc, per essere sempre informati su cosa sta succedendo in casa e controllarla”.

Di che si occupa Nice 

Nata nel 1993, quotata in Borsa dal 2006, Nice sviluppa soluzioni che vanno dai sistemi di comando per cancelli, garage, barriere stradali, tapparelle, tende, avvolgibili a dispositivi di allarme wireless. Basata a Oderzo, ha all'attivo unità produttive, distributive, centri di ricerca e sviluppo in più di 20 paesi, con un organico al 2017 di 1.500 persone e un fatturato consolidato di 325 milioni di euro. La società ha acquisito pochi mesi fa Abode Systems, azienda americana specializzata nell'offerta di soluzioni intelligenti per la sicurezza dell'abitazione e la domotica integrate.

L’acquisizione

“Nice e Fibaro – ha spiegato Lauro Buoro, fondatore e Presidente di Nice – sono unite dalla spinta all’innovazione e alla digitalizzazione, oltre che da una mission condivisa: semplificare i gesti quotidiani delle persone offrendo una user experience straordinaria e semplice, in uno spazio domestico con il massimo comfort, amichevole e sicuro”. Per Maciej Fiedler, CEO e Founder di Fibar Group, l’operazione “permetterà di rafforzare la nostra presenza integrando fin da subito sinergie tecnologiche e commerciali”.

80.000 posti di lavoro in dieci anni, ovvero 8.000 all'anno dal 2019 in poi. Sono i posti di lavoro a tempo determinato che verrebbero persi con il Dl Dignità in seguito alla stretta sui contratti a termine prevista dal testo che con l'obiettivo di combattere il precariato, limita da 36 a 24 mesi il tempo massimo di proroga per i contratti a termine.

I numeri sono contenuti nella relazione tecnica allegata al decreto, redatta dalla Ragioneria generale dello Stato, e hanno causato la levata di scudi di Pd e Forza Italia. 

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, però non ci sta. Il Movimento 5 stelle sul Dl dignità si gioca tantissimo, anche politicamente: è una grande occasione per arginare il protagonismo di Matteo Salvini con un provvedimento che ricordi a tutti quegli elettori con un'estrazione di sinistra (i quali magari non hanno digerito sempre benissimo l'alleanza con la Lega) che la loro fiducia è ben riposta. Il vicepremier ha affrontato la questione in una diretta Facebook, utilizzando parole piuttosto dure.

"Quel numero per me non significa assolutamente nulla"

"Leggo sui giornali che il decreto farebbe perdere ottantamila posti di lavoro, non sta da nessuna parte. C’è un altro numero, ottomila, perché nella relazione c’è scritto che questo decreto farà perdere ottomila posti di lavoro in un anno". Gli ottantamila posti di lavoro sarebbero però quelli persi in dieci anni quindi il numero è giusto. "Quel numero, che per me non significa assolutamente nulla, è apparso nella relazione tecnica al decreto la notte prima che si inviasse al presidente della Repubblica. Non è una cosa che hanno messo i miei ministeri, non hanno chiesto i miei ministeri, e soprattutto non è una cosa che hanno chiesto i ministri della Repubblica", prosegue il ministro, affermando che il Dl "ha contro lobby di tutti i tipi". "Ci tengo a dirvi che quel numero è apparso la notte prima che il dl venisse inviato al Quirinale", ribadisce, "non è un numero messo dal governo". Anche qui c'entrano le lobby?

"Nella relazione che accompagna ogni decreto legge, e quindi anche il decreto entrato in vigore oggi, che viene redatta dalla Ragioneria generale dello Stato, si legge chiaramente che 80 mila contratti a tempo determinato superano la durata massima di 24 mesi introdotta dal decreto legge", spiega il Sole 24 Ore, "e quindi tecnicamente sono in contrasto con il nuovo quadro normativo, cioé a rischio. La stessa relazione tecnica, poco più avanti, non lascia dubbi: «numero di soggetti che non trova altra occupazione dopo 24 mesi pari al 10% degli 80.000 di cui sopra (8.000)» l’anno. Nella tabella viene poi specificato che 3.300 non ritroveranno lavoro quest’anno (visto che il decreto è entrato in vigore il 14 luglio) e altri 8 mila l’anno non lo ritroveranno dal 2019 al 2028. Pertanto è vero che nella relazione tecnica non si stima l’effetto positivo che le nuove norme dovrebbero portare, ma è anche vero che al momento non sono previsti incentivi per stabilizzare i contratti a termine a rischio". Incentivi che Di Maio ha promesso ma sui quali non ci sono ancora dettagli che possano permettere di correggere la stima.

L'irritazione aumenta dopo il chiarimento del Mef

Un chiarimento arriva da fonti del Ministero dell'Economia, le quali ricordano che "le relazioni tecniche ai provvedimenti vengono consegnate dalle amministrazioni proponenti assieme al provvedimento e che nello specifico tale stima era già stata inserita nella relazione tecnica consegnata al dicastero". Stima peraltro, ricordano le stesse fonti, che è frutto di un'elaborazione dell'Inps. Quando un provvedimento viene presentato, da parte sua la Ragioneria dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione tecnica per valutare oneri e copertura. 

"Sono sbalordito dal fatto che il Mef abbia reagito in quel modo", replica Di Maio da Matera, "non è la parte politica ad aver inserito in relazione quei numeri, non si tratta di un decreto per ridurre posti ma per ridurre precarietà, ci sono tante lobby che ci si stanno scagliando contro, chiedo quindi al Paese ed ai cittadini una scelta di campo sul decreto dignità: bisogna capire se stare dalla parte delle lobby o delle persone".

"Fare pulizia"

Per riassumere, quel numero che secondo Di Maio "è apparso la notte prima che si inviasse al presidente della Repubblica" era già inserito nella Relazione presentata allo stesso dicastero. Un 'busillis' che fa registrare irritazione nel Movimento, nel quale, a quanto apprendiamo da fonti interne al partito, ci sarebbe la volontà di 'fare pulizia' sia alla Ragioneria dello Stato sia al Mef per avere persone di fiducia e non di chi rema contro.

Il ministro dello Sviluppo e del Lavoro contesta il fatto che nella relazione tecnica che accompagna il decreto dignità si ipotizzi che si possano perdere 8.000 posti di lavoro per effetto del provvedimento. In una diretta su Facebook, Luigi Di Maio precisa: "Quel numero per me non ha nessuna validità, perché nessuno ha spiegato davvero cosa significava. E' apparso nella relazione tecnica al decreto la notte prima che si inviasse il decreto al presidente della Repubblica. Non è una cosa che ci hanno messo i miei ministeri, non è una relazione che hanno chiesto i miei ministeri e soprattutto la relazione non e' stata chiesta dai ministri della Repubblica, perché qualcuno potrebbe cominciare a dire che sto andando contro altri ministri". Non è insomma, ha ribadito, "un numero messo dal governo". 

Il governo italiano dirà no al Ceta, l’Accordo economico e commerciale globale tra Unione Europea e Canada, che in verità è già in vigore dal 21 settembre dello scorso anno ma che i diversi parlamenti nazionali europei (nonché alcuni emicicli regionali) devono ratificare (finora l’hanno fatto in nove, tra cui Spagna e Portogallo). L’ha annunciato venerdì 13 luglio il ministro del Lavoro e vice-premier Luigi Di Maio durante l’assemblea di Coldiretti. Secondo Le Monde, la mossa dell'esecutivo italiano “mette a rischio l’intero accordo”.

Che cos’è il Ceta e cosa prevede

Il Ceta, si legge sul sito della Commissione Europea, è un accordo commerciale che “ridurrà le tariffe doganali e le altre barriere commerciali tra l'UE e il Canada, sosterrà le rigorose norme europee in settori quali la sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti alimentari, i diritti dei lavoratori e l'ambiente, e rispetterà la democrazia”. In concreto prevede di ridurre i dazi doganali, cioè i costi di importazione ed esportazione, di “merci originarie”. Un taglio progressivo che, nel giro di sette anni, dovrebbe cancellare il 99% dei dazi. Lo scorso anno, al momento del via libera del Parlamento Europeo all’accordo datato 15 febbraio 2017, avevamo fatto i conti: gli scambi commerciali tra i due soggetti, Ue e Canada, nel 2015 valevano 53 miliardi di euro l’anno. Con l’introduzione del Ceta, si stima di raggiungere quota 65.

Guardando solo al nostro Paese, secondo i dati del ministero dello Sviluppo Economico, l’accordo migliorerebbe ulteriormente una situazione già da per sé positiva: “L’Italia è l'ottavo fornitore del Canada con un volume di interscambio bilaterale di oltre 5 miliardi di Euro nel 2016, esportazioni per 3,7 miliardi di euro e un saldo positivo di 2,2 miliardi di euro”, motivo per cui il Ceta dovrebbe garantire un ulteriore miglioramento della bilancia commerciale, cioè la differenza tra import ed export. Più esportazioni significa maggior reddito, con una serie di ricadute positive: più produzione, e quindi più lavoro e maggiori investimenti. Almeno sulla carta.

La tutela del made in Italy

Uno dei cavalli di battaglia dei pro-Ceta è la tutela dei prodotti Igt (indicazione geografica tipica) e Dop (denominazione di origine protetta). L’accordo contiene 143 prodotti europei tutelati da queste etichette, di cui 41 made in Italy.

 

Recetas- #cheese #parmesan #parmesano #cheeseparmesan

Un post condiviso da Miguel andres vs (@mpray_aka_create) in data: Lug 13, 2018 at 7:05 PDT

Niente più parmesan sugli scaffali canadesi, insomma, e tutti quei prodotti che utilizzano in nome all’italiana ma che in realtà arrivano da tutt’altra parte. Il cosiddetto italian sounding. Tra i prodotti italiani tutelati c’è di tutto, dall’aceto balsamico di Modena al taleggio, passando per la mela Alto Adige e la lenticchia di Castelluccio di Norcia. Parmigiano Reggiano e Grana Padano inclusi, ovviamente. Non soltanto alimenti, però, anche perché i beni maggiormente esportati dall’Europa verso il Canada sono i macchinari industriali, che nel 2016 contavano per quasi 8 miliardi e mezzo.

Perché il governo dice no? “Sano sovranismo, difendiamoci”

Dal palcoscenico dell’assemblea Coldiretti, Di Maio ha parlato di “sano sovranismo”, commentando l’annuncio del no al Ceta: “Essere qui significa rivendicare un po' di sano sovranismo perché viviamo un momento in cui sembra che preoccuparsi degli affari nostri come Paese sia una brutta cosa”. Di Maio ha attaccato una “narrazione secondo cui, se cerchi di difendere le eccellenze, allora sei populista, anti-europeista, anti-occidente”. Il vicepremier ha parlato di “vantaggi scellerati del Ceta”, minacciando di “rimuovere i funzionari italiani all’estero che li difendono”. Il leader del Movimento 5 Stelle ha definito l’accordo con il Canada, e quello (per ora saltato) con con gli Stati Uniti – il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) – “tentativi di altri Paesi di entrare coi loro prodotti nella nostra economia”. Una minaccia da cui “dobbiamo difenderci”.

L’opposizione al Ceta in Italia non è nuova: già a luglio 2017 Coldiretti aveva organizzato una manifestazione davanti a Montecitorio, a Roma, per chiedere di fermare un accordo che, secondo loro, “porterebbe ad un'indiscriminata liberalizzazione e deregolamentazione degli scambi con una vera e propria svendita del Made in Italy”. E oggi, davanti all’Assemblea, il presidente Roberto Moncalvo ha fatto sapere che le esportazioni di Parmigiano reggiano in Canada sono diminuite del 10% nel primo trimestre del 2018, mentre le falsificazioni del formaggio sarebbero in crescita.

Flag Counter