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Se non si può muovere la leva dei ricavi è necessario muovere quella dei costi e delle efficienze. È questo l’assunto dietro l’ipotesi che il nuovo piano al 2023 di Unicredit contenga una sforbiciata al personale del gruppo, in Italia ma non solo. Per l’ufficialità bisognerà attendere l’appuntamento di Londra a dicembre, quando verrà alzato il sipario sul documento, ma la prima linea dell’ad Jean Pierre Mustier sta già lavorando da mesi alla sua redazione.

I numeri – Bloomberg ha parlato di 10mila persone, mentre altre fonti indicano in un generico 10% (pari a circa 8800 persone) l’asticella – sono ancora tutti da verificare, ma di sicuro sono tali da mettere in allarme i sindacati, che temono un disimpegno dall’Italia, che pesa per il 46% dei dipendenti e per il 49% dei ricavi del gruppo. “Le indiscrezioni sono ancora da verificare, ma se fosse vero vorrebbe dire che il gruppo vuole smobilitare dall’Italia e concentrarsi in ambiti non domestici. Non accetteremo uno strappo di questo genere”, ha detto all’AGI il segretario generale Fabi Lando Maria Sileoni.

Di sicuro quello delle efficienze sarà uno dei temi del nuovo piano che, come l’attuale, prevederà una base organica, ovvero escluderà grandi fusioni. In una recente intervista Mustier ha spiegato che uno dei cardini della strategia al 2023 sarà l’efficienza, che “arriverà soprattutto dall’ottimizzazione delle attività”.

“Per esempio – ha detto Mustier nella stessa intervista di poco tempo fa – semplificheremo i processi e la gamma prodotti grazie all’automatizzazione e alla digitalizzazione. Questo genere di efficienza consentirà alle nostre persone di dedicare molto più tempo al cliente”, ha aggiunto, sottolineando che nel prossimo piano, rispetto a quanto fatto con Transform 2019, “lavoreremo molto di più sulla trasformazione di Unicredit”.

L’efficienza – ha aggiunto Mustier – “sarà una leva fondamentale in un contesto di debole crescita economica e di tassi negativi che ci aspettiamo per i prossimi anni in Europa. In questo contesto non è credibile una strategia basata sulla crescita dei ricavi. Bisognerà muovere più leve e lavorare sia sulla stabilizzazione delle fonti di reddito che sul controllo dei costi”, ha precisato il banchiere.

Fra ‘Quota 100’ e ammortizzatori sociali la platea delle potenziali uscite da Unicredit potrebbe, secondo fonti sindacali, arrivare a 12 mila unità; in ogni caso le uscite sarebbero su base volontaria. Per prepararsi alle prossime sfide Mustier ha recentemente portato a termine alcune mosse che hanno fatto discutere: su tutte spicca la vendita della quota residua in Fineco, che ha portato nelle casse della banca circa 2,1 miliardi, destinati a far salire i buffer di capitale.

Altre dismissioni sono poi in atto sul fronte degli immobili, mentre il progetto di una sub-holding che riunisca le attività all’estero, tale da migliorare le capacità di funding e prodromica a ipotesi di aggregazioni oltre confine, rimane nell’aria. Ultimo fronte quello della pulizia di bilancio: Mustier vuole accelerare, cedendo altri crediti deteriorati, cosi’ come vuole ridurre il peso dei Btp in portafogli, non rinnovandone una parte alla scadenza.

L’economia italiana crescerà dello 0,1% quest’anno e dello 0,8% il prossimo. La stima è contenuta nell’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale che, rispetto alle previsioni di aprile, ha lasciato invariate le stime per il 2019 e limato dello 0,1% quelle per il 2020. Nel nostro Paese, scrivono gli economisti dell’istituto di Washington, “l’incertezza delle prospettive sui conti resta simile a quella di aprile, con un costo in termini di investimenti e domanda domestica”. 

Per quanto riguarda la crescita globale, per il Fmi resta “modesta”. Il Fondo ha limato dello 0,1% le stime per quest’anno e il prossimo al 3,2% nel 2019 e al 3,5% nel 2020, lo 0,1% in meno rispetto a quanto indicato nel rapporto di aprile. Sullo scenario, scrivono gli economisti dell’istituto di Washington, pesano i timori legati alla guerra commerciale, alla Brexit e alle crescenti tensioni geopolitiche che hanno spinto verso l’alto i prezzi dell’energia.

“Non ci sono le condizioni per revocare nè rinviare lo sciopero” dei trasporti programmato per il 24 e il 26 luglio. Filt Cgil, Fitcisl e Uiltrasport lo hanno detto durante il tavolo in corso al Mit con il ministro Danilo Toninelli che aveva chiesto alle organizzazioni sindacali un rinvio dopo i disagi di ieri. Fonti presenti all’incontro hanno spiegato che non ci sono le condizioni neanche per un rinvio. Le sigle sindacali accolgono invece la proposta di un tavolo che apra il confronto sulle problematiche e sulla mancanza di regole su concorrenza e dumping contrattuale, per scongiurare ulteriori scioperi. 

Banche centrali pronte a entrare in azione e a sfoderare le armi contro una possibile crisi. I mercati guardano con attenzione alle imminenti riunioni degli istituti centrali da cui sono attesi segnali sulle prossime mosse. Interventi che, secondo gli analisti, non potranno che passare per una ripresa degli stimoli all’economia e di un generale allentamento delle politiche monetarie.

Ad aprire le danze sarà la Bce la prossima settimana. Il direttivo del 25 luglio a Francoforte sarà il terzultimo di Mario Draghi che il 31 ottobre lascerà il timone della Banca centrale europea a Christine Lagarde. A stretto giro, tra il 30 e il 31 luglio, si riunirà il Fomc, comitato di politica monetaria dell’americana Federal Reserve. Il 30 luglio sarà il turno del board della Boj, la Banca del Giappone. Poi, il primo di agosto toccherà al comitato di politica monetaria della Boe, la Banca d’Inghilterra. A chiudere l’agenda, dal 22 al 24 agosto, sarà il tradizionale meeting annuale di Jackson Hole, nel Wyoming, dove i banchieri centrali s’incontreranno per fare il punto della situazione.

  • Bce

Il Consiglio direttivo dell’istituto di Francoforte si riunirà giovedì prossimo e la riunione sarà l’occasione per aprire le porte a un taglio dei tassi a settembre. Una decisione che viene data ormai per scontata dai mercati. Mario Draghi, ormai agli sgoccioli del suo mandato, ha parlato di ulteriori stimoli in assenza di miglioramenti dalla crescita e dall’inflazione ai minimi e ha già lasciato intendere che modificherà la ‘forward guidance’, cioè le linee guida dell’istituto, per consentire alla Bce, a settembre, se necessario, di ripristinare il suo bazooka, ovvero il Qe, il piano di acquisto di bond.

A settembre, quindi, l’istituto di Francoforte potrebbe tagliare di poco, cioè di 10 o 20 punti base, i tassi di deposito, che sono già negativi. Inoltre l’Eurotower farà ripartire il terzo round di Tltro, le operazioni di rifinanziamento a lungo termine, una ogni tre mesi da settembre 2019 a marzo 2021, che avranno lo stesso pricing del 2016, cioè tassi ultra-agevolati per i prestiti delle banche a consumatori e imprese. I particolari operativi del nuovo Tltro verranno quasi certamente resi noti nella loro interezza il prossimo 25 luglio.

  • Fed

Il presidente Jerome Powell ha mandato un forte segnale sulla possibilità che la banca centrale americana possa tagliare i tassi. Il meeting della Federal Reserve, in programma il 30 e 31 luglio, seguirà di qualche giorno quello della Bce. La banca centrale Usa dovrebbe procedere a un taglio ‘preventivo’ dello 0,25% dei tassi. L’operazione è data praticamente per certa dai mercati. A dicembre la Fed parlava di due rialzi dei tassi possibili nel 2019. A gennaio si era passati a indicazioni differenti con zero rialzi e tassi fermi per tutto l’anno.

Dalla riunione della di maggio, al termine di un mese terribile per le borse con l’aumento dei dazi alla Cina e lo stop ai negoziati, e dal vertice di giugno, il governatore americano ha cominciato a parlare di “correnti contrarie”, di “incertezze”, di “venti” che soffiano in direzione opposta. Segnale chiaro a questo punto sul fatto che la banca centrale statunitense possa procedere a un taglio dei tassi di interesse nella riunione di fine luglio. Sul tavolo della Fed c’è anche l’ipotesi di anticipare l’arresto del calo del bilancio della Fed.

  • BoE 

La riunione della Bank of England di giugno ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe. Per ora, anche ad agosto, l’istituto resterà alla finestra.

  • BoJ

La Banca del Giappone non rivedrà la sua politica già oggi ultra-accomodante sui tassi e sul Qe. Piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni.

Il disegno di legge sull’introduzione del salario minimo, cavallo di battaglia dei 5 Stelle è diventato un nuovo terreno di scontro tra il Movimento e la Lega, mentre i lavori al Senato procedono al rallentatore.

L’approdo nell’Aula di Palazzo Madama è previsto per il 23 luglio, sempre che nel frattempo il provvedimento sia stato approvato dalla commissione Lavoro. “In Commissione non è ancora terminato l’iter – spiega all’Agi Susy Matrisciano, senatrice del MoVimento 5 Stelle membro della Commissione Lavoro, relatrice del ddl – servono i pareri della Bilancio per iniziare la fase di votazione degli emendamenti. Stiamo seguendo quello che è l’iter dei lavori dell’Aula e della Commissione”.

Considerando l’approssimarsi della pausa estiva e lo stallo dei lavori in Commissione, si profila un rinvio dell’esame del provvedimento alla ripresa dei lavori in autunno quando però l’attività sarà concentrata sulla sessione di bilancio. Oggi il M5s è tornato in pressing sulla proposta: il vicepremier Luigi Di Maio su Facebook ha parlato di una “battaglia di civiltà” e ha promesso che “presto diventerà legge anche in Italia. Basta stipendi di 500-600 euro al mese”.

Di Maio attacca “chi in questo momento sta rallentando” il provvedimento perché “sta dando una pugnalata a quei lavoratori”. Il ministro infine annuncia sul tema “novità” nei prossimi giorni. Immediata la replica della Lega tramite il sottosegretario Durigon: “Pronti con il salario minimo a costi perlomeno invariati per le Pmi”. E aggiunge: “Non possiamo permetterci altri stati di crisi che fino ad oggi sono stati gestiti passivamente con la reintroduzione degli ammortizzatori sociali. E’ necessario per creare lavoro dignitoso dare sostegno alle piccole e medie imprese, incentivandole e non creando nuovi costi”.

La proposta grillina contro cui sono schierate tutte le parti sociali, tranne i sindacati autonomi e di base, è frenata dalla Lega che teme contraccolpi per il mondo produttivo, soprattutto in termini di aumento del costo del lavoro. Matteo Salvini lo scorso 15 luglio durante una pausa dei lavori della riunione con le parti sociali al Viminale era stato chiaro: “Sul salario minimo occorre prima ridurre la pressione fiscale e burocratica a chi i salari li paga”. Secondo il Ddl, che la senatrice 5S Nunzia Catalfo ha presentato a luglio del 2018 e modificato nel corso dell’iter parlamentare, il trattamento economico minimo orario previsto dal contratto collettivo nazionale non puo’ essere inferiore ai 9 euro lordi. Il salario minimo a 9 euro determinerebbe un maggiore costo del lavoro compreso in una forchetta tra i 4,3 miliardi stimati dall’Istat e i 6,7 miliardi stimati dell’Inapp (ex Isfol). (

L’intensificarsi dello scontro economico tra Cina e Stati Uniti rischia di danneggiare uno dei più piccoli Paesi al mondo: le isole Faroe. L’arcipelago subartico, che formalmente fa parte del Regno di Danimarca, è stato finora il secondo al mondo per la qualità della propria rete 4G, seguito solamente dalla Corea del Sud.

Negli ultimi quattro anni l’amministrazione delle Faroer ha lavorato al fianco di Huawei per dotare tutte le isole di una delle più ampie coperture 4G e 5G del mondo, in termini di percentuale servita rispetto alla superficie del Paese. Oggi però, la pressione esercitata da parte degli Stati Uniti contro Huawei, accusata di esercitare attività di spionaggio proprio grazie alle reti per le telecomunicazioni che fornisce, potrebbe far sfumare questo progetto.

“I Faroesi sono tradizionalmente visti come persone umili, ma in questo sono veramente poco Faroese. Voglio che diventiamo il numero uno al mondo”, ha dichiarato a Politico l’amministratore delegato della statale Faroese Telecom, Jan Ziskasen. Negli ultimi anni la sua azienda ha garantito ai 50 mila abitanti delle 18 isole che costituiscono l’arcipelago una connessione pressoché ininterrotta, che copre anche vaste porzioni di mare e che garantisce la massima affidabilità nelle comunicazioni al largo.

Per ottenere questo risultato, Huawei ha avuto l’incarico di installare i ripetitori per la rete 4G per valli e montagne, in modo da coprire una superficie di 277 mila chilometri quadrati e garantire all’intera popolazione una velocità di rete di circa 73 megabyte al secondo (la media globale è di 27,2 megabyte per secondo). Come scrive Politico, questa è sufficiente a effettuare una videochiamata anche mentre si passa in uno dei tunnel sottomarini che collegano alcune delle isole.

“Ho investito 120 milioni (di corone danesi) quindi ho davvero bisogno di prove solide, e fino a questo momento non ne ho vista alcuna”, ha dichiarato ancora Ziskasen. Il riferimento è alle ormai quotidiane accuse di spionaggio che gli Stati Uniti scagliano contro l’azienda che ha sede a Shenzen e, secondo le autorità statunitensi, sarebbe soggetta a un controllo diretto da parte del governo cinese, che potrebbe approfittare delle reti telematiche per compiere operazioni di spionaggio ed esfiltrare i segreti industriali dell’Occidente. Accuse severe ma vaghe, dal momento che finora non si è mai vista la “pistola fumante”, e che non c’è alcuna prova concreta di abusi da parte del colosso.

Pur se autonome nella gran parte delle decisioni che le riguardano, le isole Faroe dipendono formalmente dalla Danimarca per la Difesa e le Politiche Estere. Dunque anche dalla diplomazia europea, che scontato è a riguardo sembra orientata a limitare l’espansione di Huawei pur senza chiudere tutte le porte a Shenzhen. Di fatto, l’azienda è la più concorrenziale al mondo per la realizzazione di infrastrutture tecnologiche e bandirla vorrebbe dire rimandare la diffusione della rete 5G, ormai necessaria data la sempre crescente quantità di dispositivi connessi.

Sotto la pressione degli Stati Uniti, negli scorsi mesi alcuni Paesi hanno dichiarato di voler rivedere i propri accordi con Huawei. In particolare questo ha riguardato i cosiddetti Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito), che sotto l’influenza di Washington – quinto Paese del consesso – hanno istituito delle commissioni indipendenti per valutare l’impiego di tecnologie asiatiche. Tra questi il Regno Unito, che inizialmente aveva dichiarato che avrebbe fatto a meno delle infrastrutture di Huawei, salvo poi cambiare idea in ragione del fatto che “non c’è alcuna motivazione tecnica per bandire” l’azienda, come ha recentemente chiarito il Parlamento di Londra.

E per quanto la Casa Bianca faccia pressioni a riguardo, la decisione è evidentemente poco scontata: il colosso cinese ha annunciato pochi giorni fa di voler investire in Italia almeno 2,75 miliardi di euro in tre anni, con l’obiettivo di creare un centro di ricerca. E questo avviene proprio mentre l’azienda sta cercando di salvare più di ottocento dipendenti dalla chiusura di un altro centro, nella Silicon Valley. Evidenziando ancora di più la portata globale della competizione commerciale, nonché le sue ricadute fin negli angoli più remoti del pianeta. 

In Islanda non è solo il pesce ad essere salato: una notte in albergo, il pranzo, l’abbigliamento o un biglietto dell’autobus costano in media di più, o anche molto di più, che in qualsiasi altra parte d’Europa. Nell’isola subartica, nel 2018 i prezzi al consumo sono stati in media superiori del 56% rispetto al resto d’Europa, facendo dell’Islanda il paese più caro davanti a Svizzera (52%), Norvegia (48%) e Danimarca (38%), secondo gli ultimi dati Eurostat.

Ma c’è l’incubo-recessione: per la prima volta in 10 anni, il Pil quest’anno dovrebbe registrare una contrazione, che secondo la banca centrale sarà dello 0,4%. Questo significa che potrebbero diminuire i prezzi e calare il potere d’acquisto dei 355 mila abitanti dell’isola.

Ad esempio una pizza margherita costa 2.400 corone – quasi 17 euro – mentre un bicchiere di vino supera al bar i 10 euro, una pinta di birra “solo” 7 euro. Secondo altri calcoli, una cena per due persone in un ristorante di fascia intermedia costa in media 85 euro, una bottiglia di vino nei negozi 17 euro, una dozzina di uova fino a 5 euro.

Konràd Gudjonsson, Chief Economist della Camera di Commercio islandese spiega che l’Islanda essendo così piccola è fortemente dipendente dalle merci importate in quanto “è molto difficile realizzare le stesse economie di scala delle imprese situate in paesi 100 volte più grandi”. Anche l’agricoltura è strettamente regolamentata: i prodotti importati a base di uova crude o di latte non pastorizzato incontrano notevoli barriere doganali e sanitarie.

Peraltro, le forti fluttuazioni della valuta islandese nel 2016-2017 hanno portato a un aumento generalizzato dei prezzi anche se nella seconda metà del 2018, la corona ha subito un deprezzamento di circa l’11%. A ciò si aggiunge l’elevato tenerore di vita: nel 2018, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, il salario medio per l’occupazione a tempo pieno in Islanda era di 632.000 corone al lordo delle imposte (circa 4.450 euro), tra i più alti d’Europa. L’attuale affitto medio di un appartamento con una camera da letto nel centro di Reykjavi’k è di circa 1.300 euro.

Ma c’è il rischio dell’inflazione che nel primo trimestre di quest’anno è salita al 3,1% e tale andamento potrebbe ridurre il potere d’acquisto. Non solo, ma nel 2019 secondo le previsioni della Banca centrale, l’economia del paese dovrebbe rallentare dello 0,4%, la prima volta in dieci anni. Questo peggioramento delle prospettive è dovuto principalmente ad una contrazione del turismo, ma anche alle difficoltà del settore della pesca.

Nei suoi ultimi dati, l’istituto nazionale di statistica ha annunciato che prevede un calo dello 0,2% del Pil nel 2019, rispetto all’aumento dell’1,7% annunciato a febbraio, calo che attribuisce al fallimento della compagnia aerea low-cost WOW Air, annunciato a fine marzo.

È la prima banca tutta dentro uno smartphone. Nata nel 2015 a Berlino dall’idea dell’allora 24enne austriaco Valentine Stalf, N26 con l’ultimo round di investimento (470 milioni) ha raggiunto la valutazione di 3,5 miliardi di dollari, classificandosi tra le 10 startup fintech più valutate al mondo. N26 è uno dei più eclatanti casi di successo dell’imprenditoria digitale europea. Dopo aver ottenuto nel 2016 la licenza bancaria completa dalla Banca centrale europea, il numero di clienti che hanno scelto i servizi della mobile bank è schizzato a 3,5 milioni in 24 Paesi dell’Unione europea, registrando una media di 16 milioni di transazioni al mese.

In Italia ha mezzo milione di clienti, un numero che si quintuplicato negli ultimi 5 mesi grazie anche ad una massiccia campagna pubblicitaria nelle principali città: “Finora abbiamo gestito le operazioni in Italia da Berlino, ma l’Italia sta diventando un Paese sempre più importante per N26 e abbiamo deciso di aprire una presenza fisica a Milano alla fine di settembre e nello stesso periodo cominceremo ad operare con l’Iban italiano”, spiega ad AGI Andrea Isola, General manager per l’Italia della mobile bank.

Una banca finora scelta da giovani, imprenditori digitali e freelance 

“Le prime persone che si sono interessate a N26 venivano dall’ambiente tecnologico”, imprenditori del digitale e appassionati di tecnologia applicata alla finanza soprattutto. “A colpirli era l’immediatezza e la velocità dei nostri servizi. Poi hanno cominciato ad adottare N26 anche giovani imprenditori, freelance, studenti universitari e persone che per lavoro o piacere viaggiano spesso, perché trovano vantaggiosa l’assenza di commesse quando si va in altri Paesi. Ma negli ultimi mesi la nostra clientela è diventata molto più variegata e oggi il 40% degli utenti ha più di 35 anni, mentre il 60% rimane di un’età compresa tra i 18 e il 35 anni”.

N26, che all’inizio si chiamava Number 26, deve il suo nome al Cubo di Rubik: 26 è il numero delle dei piccoli cubi che ne compongono gli strati. Ha convinto i primi clienti offrendo la possibilità di aprire un conto corrente gratuitamente online, direttamente via smartphone, e in una manciata di minuti e attraverso una video chiamata. “Siamo e vogliamo rimanere la banca più innovativa al mondo, e per farlo sappiamo che dobbiamo offrire ai nostri clienti prodotti che possano cambiare con le loro esigenze”, spiega Isola. “Il futuro del settore bancario secondo me sarà tripartito tra le banche tradizionali, quelle che offrono servizi innovativi e le big company tecnologiche. Crediamo che il consumatore italiano si accorgerà che il mercato offre sempre più soluzioni innovative nel settore bancario, e potrà decidere a chi affidarsi. E stiamo lavorando per far percepire N26 come una banca che crea fiducia”.

Da banca europea a prima banca mobile mondiale

L’Italia è solo uno dei tasselli della strategia della startup berlinese. Nell’ultimo round di investimento sono entrati alcuni dei fondi di venture capital più importanti al mondo: tra gli altri Insight Venture Partners e Valar Ventures il fondo lanciato da Peter Thiel, il fondatore di PayPal, e i cinesi di Tencent. Ad oggi, N26 ha raccolto più di 682 milioni in 5 round di investimento. “Siamo partiti come banca europea, adesso puntiamo a diventare una banca mondiale”, conclude Isola. Partendo dall’Europa per conquistare anche ambienti molto più blasonati per fare innovazione, come la Silicon Valley, da cui da qualche decennio l’Europa l’innovazione la importa.

 

 

Sciopero nazionale il 24 luglio in tutti i settori dei trasporti e il 26 luglio nel trasporto aereo. A proclamare la protesta sono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti “per dare sostegno alla piattaforma unitaria di proposte ‘Rimettiamo in movimento il Paese’ indirizzata al Governo, per avviare un confronto su trasporti, infrastrutture per renderle efficienti ed efficaci, su regole chiare che impediscano la concorrenza sleale tra le imprese e che diano priorità alla sicurezza dei trasporti e sul lavoro, nonché alla tutela ambientale e sul diritto di sciopero.

Mercoledì 24 luglio lo sciopero interesserà tutti i settori, il trasporto pubblico locale, ferroviario, merci e logistica, il trasporto marittimo e i porti, le autostrade, i taxi, l’autonoleggio.

  • Trasporto pubblico locale Nel tpl e nel trasporto extraurbano, lo sciopero, nel rispetto delle fasce orarie di garanzia, si svolgerà secondo modalità locali. Tra le principali città, a Milano dalle 18 alle 22, a Torino dalle 18 alle 22, a Genova dalle 11.30 alle 15.30, a Venezia dalle 10 alle 13, a Bologna dalle 11 alle 15, a Firenze dalle 18 alle 22, a Perugia dalle 17:30 alle 21:30, a Roma dalle 12.30 alle 16:30, a Napoli dalle 9 alle 13, a Bari dalle 12.30 alle 16:30, a Palermo dalle 9.30 alle 13.30.
  • Ferrovie Nel trasporto ferroviario sarà di 8 ore dalle 9.01 alle 17.01. Stop mezzo turno per ogni turno nel settore degli appalti delle attività di supporto al trasporto ferroviario.
  • Merci Nel trasporto merci e logistica sarà di 4 ore per le aziende che effettuano servizi pubblici essenziali e articolato, a secondo modalità territoriali, per tutte le altre aziende.
  • Marittimi Nel trasporto marittimo il personale viaggiante sui collegamenti con le isole maggiori si asterrà dal lavoro, nell’arco dell’intera giornata, da mezz’ora prima delle partenze e per 24 ore quello viaggiante sui collegamenti con le isole minori. Saranno garantiti le linee ed i servizi essenziali. Inoltre subiranno ritardi di 24 ore alla partenza i traghetti e le navi da carico presenti nei porti nazionali. Stop per un intero turno di lavoro, per un massimo di 12 ore, degli addetti ai servizi tecnico nautici di rimorchio portuale, ormeggio, battellaggio e pilotaggio.
  • Porti Nei porti astensione per un’intera prestazione giornaliera di tutti i lavoratori, dipendenti/soci imprese art 16, 17 e 18 Legge 84/94 e dipendenti della Autorità di sistema portuale. Sciopero nei porti per un’intera prestazione, fino a 12 ore, anche per guardie ai fuochi, ormeggiatori e barcaioli.
  • Autostrade Nelle autostrade stop nelle ultime 4 ore del turno per il personale addetto agli impianti, alla sala radio e alla viabilità sottoposto alla legge 146 sullo sciopero mentre per un intero turno per il restante personale. Sciopero di 4 ore a fine turno anche per il personale Anas turnista delle sale e operativo sulle strade e per l’intera giornata il restante personale. Si fermano per una giornata di lavoro gli addetti ai servizi di trasporto funerario. Stop di 4 ore, a fine turno anche per gli addetti al noleggio auto, sosta e soccorso stradale e articolato all’interno dei turni nell’arco delle 24 ore per gli addetti al servizio taxi.

Venerdì 26 luglio sciopero di 4 ore nel trasporto aereo, ad esclusione dei controllori di volo di Enav, dalle 10 alle 14. Nel giorno dello sciopero del 24 luglio si terranno presidi presso le prefetture delle principali città e a Roma, a piazzale di Porta Pia, davanti la sede del Ministero dei Trasporti, a partire dalle 10. 

Equilibri, la rivista semestrale della Fondazione Eni Enrico Mattei, edita dal Mulino, in occasione del trentennale della sua nascita esce con un numero monografico dedicato all’Economia Circolare.

In questa speciale ricorrenza la Fondazione rinnova il suo impegno nella ricerca sullo sviluppo sostenibile,  mettendo alla prova nuovi paradigmi e approfondendo le complesse interazioni tra economia, energia e ambiente.

E’ quindi guardando al futuro che la Fondazione Mattei dedica questo primo numero del 2019 all’economia circolare, argomento centrale nel dibattito sulla sostenibilità e tema trasversale delle nuove frontiere della sua ricerca.

“Economia circolare. Aprire lo sguardo per chiudere il cerchio” raccoglie contributi nazionali e internazionali sul tema, abbracciando l’argomento nei suoi molteplici punti di vista e interrogandosi sull’economia di domani lungo un percorso ampio e articolato tra storia, architettura ed economia, nella convinzione che molti sono i fattori e complesse le variabili.  

Il dilemma tra crescita e non crescita attraversa la nostra società. Può esistere una prosperità senza crescita? E’ la domanda che si pone Tim Jackson, docente di Sviluppo Sostenibile all’università del Surrey e autore del volume Prosperità senza Crescita. I fondamenti dell’economia di domani, che afferma, “l’economia lineare, che sta provocando il cambiamento climatico, distruggendo il nostro habitat e consumando le nostre risorse, è un’economia senza futuro. […] l’economia circolare è un ambito che ci permette di parlare di un’economia diversa, un’economia della cura, dell’artigianato, della creatività in cui la comunicazione e i beni non sono più considerati fini ma mezzi per raggiungere degli obiettivi di natura sociale e spesso immateriali. Ognuno di noi deve decidere che cos’è la prosperità e che tipo di futuro vogliamo, high tech o una vita più lenta, e che significato ha l’idea di prosperità in un Pianeta finito.”           

Come sottolinea lo storico ed economista Giulio Sapelli, “la tecnica, sono i classici a ricordarcelo, è la vera mediazione tra uomo e natura, tra uomo e mondo  e oltre la tecnica l’economia circolare è un saper essere condiviso da più persone associate. Per questo l’economia circolare è un concetto da maneggiare con cura, che non può sorgere se non dall’associazione, ossia da una sfera partecipata da più persone.”

Ellen Mac Arthur, velista in solitaria, ha imparato presto la nozione di “finitezza” delle risorse, veleggiando a 2500 miglia dalla città più vicina: “le risorse che abbiamo a disposizione sono destinate a finire, ci sono una volta sola nella storia dell’umanità e noi le stiamo sprecando! Non può funzionare a lungo termine […]  L’economia circolare è un’opportunità enorme, si tratta di eliminare i rischi dell’attuale gestione lineare, e questo ha un potenziale grandissimo. Realizzarlo è complesso, e ancora dobbiamo capire molte cose, ma il confronto tra i due modelli rende chiaro che ne vale la pena.”

I materiali progettati bene non producono rifiuti. Tutto torna in circolo. Dalla culla alla culla è il messaggio lanciato dall’architetto e designer statunitense William McDonough che intervistato da Riccardo Luna sottolinea che “il nostro obiettivo, come essere umani, dev’essere un mondo deliziosamente diverso, sicuro, sano e giusto, con aria, acqua, suolo e energia pulita, goduto da noi abitanti del Pianeta rispettando l’economia, l’equità, l’ecologia e l’eleganza, un mondo giusto, non un mondo meno ingiusto.”

All’interno della rivista anche un approfondito sguardo alle imprese, per capirne ruolo e potenzialità come motori dell’innovazione.  Ancora molti i nodi da sciogliere su questo tema a livello mondiale e europeo, con un focus sull’Italia e quelle aziende che puntano a massimizzare l’efficienza delle risorse attraverso l’eco-design, il riciclo e la diversificazione delle materie prime: nulla si perde, tutto si trasforma.  

E poi ancora uno sguardo alla transizione delle città verso sistemi più sostenibili, il riciclo e il riutilizzo dei materiali, il lavoro e le nuove professioni dell’economia circolare.

I racconti, dai Sassi di Matera dove già nell’antichità si raccoglievano e riciclavano le acque piovane,  fino al Ghana dove gli scarti del cocco diventano carbonella.

All’Africa, cuore del mondo che avanza e che cambia, è dedicata una sezione sull’ accesso all’energia e alle politiche di economia circolare. In Africa manca ancora un impegno strutturato per l’economia circolare, ma è proprio questo tema che permette di dialogare con le sue millenarie culture.  

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