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Si accende lo scontro nella maggioranza sulla manovra approvata “salvo intese” dal governo e ancora in via di definizione. La riunione del Consiglio dei ministri in programma lunedì per il varo del nuovo decreto terremoto potrebbe essere preceduta da un vertice di maggioranza e diventare l’occasione per una resa dei conti sui nodi aperti, come il tetto al contante, le multe sui pos, la stretta per le partite Iva, la sugar e la plastic tax e quota 100.

Poi il confronto passerà in Parlamento dove il dibattito si preannuncia infuocato. Italia Viva non si arrende sull’abolizione di quota 100 e annuncia emendamenti in Parlamento, si oppone alla sugar tax, contesta l’aumento delle tasse sugli affitti sociali e ritiene inutile l’abbassamento del tetto del contante.

“Qui bisogna fare squadra. Chi non la pensa così è fuori”. Giuseppe Conte prova invece a stringere i bulloni della maggioranza, si dice pronto a rifiniture tecniche della manovra, duramente attaccata da M5s e Italia Viva in questi giorni, ma tiene il punto sulle misure principali e ricorda che in Consiglio dei ministri c’erano i titolari dei dicasteri di tutte le forze che sostengono il governo.

Un richiamo a serrare le fila, il suo, che non è diretto a questo o quel ministro, spiegano da palazzo Chigi, ma in generale un appello a maggiore senso di responsabilità in uno dei passaggi cruciali per l’esecutivo e per il paese. “Dobbiamo stare sereni tutti, bisogna fare un lavoro di squadra per un obiettivo comune. Tutti concentrati e determinati, il Paese ci chiede di lavorare tutti insieme” dice in serata. Ma le fibrillazioni restano.

Partite Iva e lotta all’evasione

I 5 stelle dal canto loro rilanciano sulla necessità di colpire i grandi evasori, dicono no alla doppia sanzione sui pos per i commercianti e gli artigiani, così come alla stretta su flat tax e partite Iva, e difendono a spada tratta quota 100. “La manteniamo”, ribadisce il premier Giuseppe Conte, che respinge anche l’accusa di una stangata sulle partite Iva. “Come si fa a dire che sono contro il popolo delle partite Iva. È una fesseria. Io sono il premier che ha portato da 30 fino a 65 mila euro l’aliquota al 15% per commercianti, professionisti, per tutti. L’anno scorso quando ho firmato il provvedimento, avevo anch’io la partita Iva e l’ho dovuta chiudere”.

Ma il Movimento 5 stelle rincara la dose: “Il regime forfettario non si tocca”. Mentre il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, ritiene “doveroso convocare un vertice di maggioranza” e sottolinea che i tecnici del ministero dell’Economia e della Ragioneria, “ovvero chi realmente lavora sul tema, stima un recupero da evasione pari a zero nel caso in cui il tetto al contante passasse da 3 mila euro a mille euro” invitando a iniziare dai grandi evasori.

Tema su cui torna alla carica anche il capo politico M5s, Luigi Di Maio: “Il carcere ai grandi evasori: per noi questo è un punto fermo, irrinunciabile. La priorità, oggi, è dare un segnale diverso dal passato e colpire i pesci grossi, colpire chi ha messo il Paese in ginocchio”.

A spiegare la posizione di Italia Viva è il ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, capo delegazione nell’esecutivo. “Noi in quel Consiglio dei Ministri ci siamo stati, non eravamo eterodiretti e abbiamo portato la posizione di tutta Italia Viva che era: no aumento delle tasse e risorse per la famiglie. Se oggi qualcuno pensa di presentare idee diverse, noi lì in quel Cdm abbiamo avuto posizioni chiare. Se noi diciamo che siamo contro quota 100 perché è uno spreco di risorse, non credo sia una novità”.

Ma da Washington arriva l’altolà del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ribadisce che l’impianto della legge di bilancio non si tocca: “Il perimetro rimane lo stesso, i fondamentali della manovra sono quelli”.

Il capitolo più spinoso resta il pacchetto delle misure anti-evasione, fortemente voluto dal premier. Nonostante le resistenze dei renziani, difficilmente si potrà individuare una soluzione alternativa alla graduale discesa del tetto del contante su cui già è stata raggiunta una mediazione con la soglia a 2 mila euro nei primi due anni e a mille euro dal terzo. Secondo quanto riferiscono fonti governative è escluso che possa essere introdotta una maggiore gradualità così come non è in discussione il traguardo finale del tetto a mille euro.

Dovrebbe trovare spazio nel dl fiscale collegato alla manovra la norma per la riduzione al 90% degli acconti delle partite Iva che si pagano nel 2019. La misura, annunciata dal ministro Gualtieri, è “oggetto di riflessione”, secondo quanto riferiscono fonti di governo. Sostanzialmente si tratta di una riduzione di 10 punti percentuali degli acconti in scadenza il 30 novembre, che saranno pagati quindi al 90%, e il contribuente potrà procedere poi al conguaglio direttamente nella dichiarazione dei redditi che presenterà nel 2020.

L’intervento dovrebbe comunque garantire di conseguire l’extragettito di 3 miliardi annunciato dal ministero dell’Economia con un comunicato stampa e legato in un primo momento alla proroga delle scadenze dei versamenti delle imposte dovute da imprese e professionisti soggetti agli Indici di affidabilità fiscale o in regime forfettario del 18 novembre al 16 marzo 2020. Quanto alla proposta del premier di unificare le aliquote al 20% sotto i 28.000 euro, le stesse fonti governative spiegano che l’obiettivo è una riforma del sistema fiscale con una revisione delle aliquote ma il cantiere si aprirà dopo la manovra con l’avvio della riforma delle tax expenditure e possibili interventi di rimodulazione dell’Iva. 

Multe per chi non ha il Pos

Quanto alle multe ad artigiani e commercianti che non consentono i pagamenti con i bancomat, le stesse fonti spiegano che non è pensabile rendere obbligatorio l’uso dei Pos senza prevedere sanzioni e la penalizzazione del 4% del valore della transazione potrebbe quindi essere alleggerita ma non annullata. Piuttosto l’obiettivo è lavorare per una riduzione dei costi delle transazioni da concordare con l’Abi.

Affitti sociali

Altro tema di scontro l’aumento della cedolare secca sugli affitti sociali. Il governo ha previsto un aumento dell’aliquota dal 10 al 12,5% (senza intervento sarebbe passata al 15%) ma la misura è stata contestata da Italia viva. Uno stop all’aumento comporterebbe una perdita di gettito di circa 150 milioni l’anno che andrebbe compensata. Su quota 100, ovvero l’anticipo pensionistico con almeno 62 anni d’età e 38 di contributi, i renziani insistono per l’abolizione immediata e annuncia emendamenti in Parlamento ma il governo punta a una riforma complessiva del sistema previdenziale da concordare al tavolo con le parti sociali. Eventuali ritocchi, viene riferito, potrebbero essere introdotti in Parlamento con un allungamento delle finestre d’uscita ma esclusivamente sul 2021 senza toccare l’impianto nel 2020.

Sugar Tax

Appare ormai scontato l’introduzione della sugar tax in manovra. La tassa sarà applicata alle bevande zuccherate e vale circa 250 milioni l’anno. Così come non si prevede di mettere mano alla tassa sulla plastica che ha consentito di tamponare l’esclusione della tassa sulle sim, che era stata fortemente contestata dai 5 stelle.

Gli imprenditori strigliano il governo: basta litigare sui media, piuttosto fare sintesi all’interno e operare. Al 34esimo Convegno di Capri dei Giovani di Confindustria, Vincenzo Boccia, avverte la politica: “Preferiremmo che questo governo, anziché dibattere a mezzo stampa, dibattesse al suo interno e definisse una linea comune di direzione per il paese, perché questo non aiuta la serenità del mondo dell’economia”.

“Le fibrillazioni sul governo non aiutano – insiste il presidente di Confindustria – a maggio di quest’anno avevamo chiesto di superare quello che avevamo chiamato il presentismo o la tattica e la continua sensazione di essere sempre in campagna elettorale”.

Boccia torna a chiedere un’azione anticiclica, partendo dall’attuazione delle opere per le quali le risorse sono già stanziate e insiste sulla necessità di un’azione a livello europeo. Sulla manovra approvata salvo intese dal Consiglio dei ministri, gli imprenditori criticano plastic e sugar tax, misure che possono avere effetti negativi rilevanti in termini di occupazione e dimostrano “cecità”, perché invece di penalizzare comportamenti penalizzano prodotti.

Quanto alla lotta all’evasione fiscale, Confindustria invoca “certezza del diritto”. “Le manette arrivano dopo le sentenze, non prima. Su questo non bisogna creare ansia gratuita nel Paese”. Una stoccata anche all’ipotesi di un nuovo intervento sull’immunità per i vertici di ArcelorMittal: “Occorre certezza del diritto, aiutare chi investe, all’interno delle regole del gioco e della correttezza. Se spaventiamo gli investitori non faremo alcun cambiamento, anzi arretreremo in termini economici ed anche sociali”.

A rispondere alle istanze delle imprese c’è il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, unico dei tanti invitati dell’esecutivo a rispondere all’appello. Assenze criticate dal presidente dei Giovani, Alessio Rossi: la presenza di Boccia, ha detto, “ci fa vedere la differenza tra chi gli impegni li riesce a mantenere e chi invece ha qualche difficoltà ad organizzarsi forse perché non è granché abituato a lavorare”.

Il ministro ha invitato le forze della maggioranza a confrontarsi nel merito delle cose “senza fare minacce, ultimatum o show di cui gli italiani non hanno bisogno. Noi non consentiremo a nessuno di fare l’imitatore di Salvini e nessuno del Pd ha voglia di perdere tempo”.

“Abbiamo fatto questo governo per intervenire sui problemi degli italiani, chi ha voglia di perdere tempo lo dica: noi non abbiamo ne’ voglia ne’ propensione a perdere tempo”. Boccia ha riconosciuto che la manovra aveva margini stretti per via delle clausole di salvaguardia e che a suo giudizio la cosa migliore sarebbe investire di piu’ per la riduzione del cuneo fiscale.

Quanto invece a tetto ai contanti e uso della moneta elettronica sono misure “segno di civiltà e chi non vuole che la vita degli italiani migliori dovrebbe vergognarsi”. La manovra, ha fatto notare il ministro, si può sempre migliorare in Parlamento, ma se si peggiora “meglio andare a casa”.  

La manovra economica agita la maggioranza ma a smorzare i toni è il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che dal Fondo monetario internazionale assicura: “In un governo di coalizione elementi di divergenza sono fisiologici”, ha detto, ma “l’impianto della manovra non si cambia”. “L’importante è trovare la sintesi”, ha aggiunto. La legge di bilancio affronta la riduzione del debito” messo “su una traiettoria discendente” ma “con obiettivi credibili” e “realistici”, ha affermato. L’Italia comunque “non è più nella lista dei rischi”.

Quanto alla proposta del premier Giuseppe Conte di un’aliquota unica Irpef al 20% per i redditi fino a 28.000 euro il ministro ha spiegato che “è un’ipotesi forte che rientra nel quadro degli elementi che verranno approfonditi”. “Lavoreremo per una riforma fiscale più organica – ha spiegato – orientata al principio della progressività. La filosofia della proposta va nella direzione delle riforme” del governo. 

E proprio il Fmi ha lanciato un monito dagli Usa: l’Italia deve avviare “un percorso di riduzione del debito nel medio termine” con “un impegno credibile”. Il responsabile del dipartimento europeo del Fondo, Poul Thomsen, ha sottolineato che il nostro Paese è caratterizzato “da una bassa crescita e bassa produttivitaà”. Sempre dai lavori di Washington il commissario europeo uscente agli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha detto che Bruxelles “sta analizzando la manovra dell’Italia e cercando di capire se i conti tornano”. Comunque, ha rimarcato che “non c’è una situazione critica ma questo non vuol dire che non ci siano dei progressi da fare”.

Sulla manovra ha dato una prima valutazione anche la Banca d’Italia che nel bollettino economico ha evidenziato che l’orientamento della politica di bilancio “risulterebbe leggermente espansivo, riflettendo la cancellazione delle clausole di salvaguardia – solo in parte compensata con altre misure – nonché altri interventi”. Scelte che sono “motivate da un quadro macroeconomico meno favorevole del previsto e da rischio al ribasso non trascurabili”.

Renzi torna alla carica su Quota 100

All’interno della maggioranza c’è stata alta tensione sulla legge finanziaria con un pressing del M5S e di Matteo Renzi su Conte. Il Blog delle Stelle ha chiesto un vertice sulle misure economiche. Dai 5 Stelle critiche sul fisco: no a provvedimenti che colpiscono commercianti, professionisti e imprenditori. Serve invece una lotta ai grandi evasori: dai tetti al contante e le multe sul Pos non si recuperano risorse. “Senza di noi non si va da nessuna parte” hanno avvertito i pentastellati ma fonti poi hanno precisato che non c’è nessun ultimatum al premier.

Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ha attaccato su quota 100: è’ ingiusta, presenteremo un emendamento. Ma il presidente del Consiglio ha replicato: quota 100 “è un pilastro della manovra, tutte le forze politiche lo hanno accettato. Poi capisco che una misura possa piacere di più o di meno”, ha aggiunto Conte. 

I cittadini non comunitari in Italia continuano ad aumentare, anche se di poco: al 1 gennaio 2019 sono 3.717.406 (3.714.934 nel 2018). È quanto rileva l’Istat in un report dedicato. E spiega che, nonostante l’aumento dei flussi in ingresso, prosegue il calo delle collettività storiche provenienti da Marocco e Albania a seguito, soprattutto, delle acquisizioni di cittadinanza.

Inoltre, tra il 2018 e il 2019 si registra un aumento della consistenza della popolazione originaria del sub-continente indiano: i cittadini di Bangladesh, India e Pakistan nell’insieme sono cresciuti più del 4% da un anno all’altro. Confrontando la graduatoria delle prime dieci cittadinanze del 2019 con quella del 2018, gli indiani superano i filippini, i cittadini del Bangladesh passano davanti quelli dell’Egitto e i pakistani lasciano indietro i cittadini della Moldova.

I cittadini stranieri che nel 2018 hanno acquisito la cittadinanza italiana sono 112.523, di cui 103.478 originari di un Paese non comunitario. Rispetto al 2017, si è registrata una flessione del 23,8%, in controtendenza rispetto alla continua crescita degli ultimi anni, che ha riportato il valore su un livello vicino a quello del 2013.

Nel 2018 sono stati rilasciati 242.009 nuovi permessi di soggiorno, il 7,9% in meno rispetto all’anno precedente. La diminuzione è in larga parte riconducibile al calo dei permessi rilasciati per richiesta asilo che sono passati da quasi 88 mila e 500 nel 2017 a meno di 52 mila e 500 nel 2018 (-41,9%). Crescono invece del 4% i permessi per motivi umanitari.

In aumento anche i permessi per altre motivazioni, in particolare i permessi per lavoro (+19,7%), dopo molti anni di tendenza alla diminuzione; si tratta di permessi di breve durata: il 27% ha una durata di sei mesi o inferiore; inoltre, quasi il 22% dei permessi per lavoro è stato rilasciato a cittadini statunitensi (in parte personale civile delle basi Nato).

In aumento anche i permessi per studio (+20%) – dei quali quasi il 21% è stato concesso a cittadini cinesi (oltre 4.500) – e i permessi per famiglia che, in termini relativi, coprono oltre il 50% dei nuovi rilasci del 2018. La dinamica dell’anno scorso ha portato a una crescita dell’incidenza della componente femminile, che rappresenta oltre il 45% dei nuovi ingressi, contro il 39% del 2017; la quota di donne è particolarmente elevata (oltre il 58%) per i permessi per motivo di famiglia.

I soggiornanti di lungo periodo – cioè quelli in possesso di un permesso che non richiede un rinnovo – sono il 62,3% dei regolarmente presenti. Il 16,5% del totale dei permessi validi sono stati concessi per motivi di famiglia e l’11,7% per motivi di lavoro. Soltanto il 7,1% delle persone regolarmente soggiornanti in Italia ha un permesso per asilo o motivi umanitari.

Le donne sono poco più del 48% della popolazione non comunitaria regolarmente soggiornante mentre i minori rappresentano il 21,8%. Si tratta di una percentuale di giovanissimi piuttosto elevata se si pensa che l’incidenza dei minori sulla popolazione italiana residente è del 15,6% e che, al netto delle acquisizioni di cittadinanza, potrebbe essere ancora più elevata.

Come si acquisisce la cittadinanza

Sul fronte delle acquisizioni di cittadinanza, a subire il calo più consistente rispetto all’anno precedente sono state le acquisizioni per residenza e quelle per trasmissione dai genitori; per queste due modalità la diminuzione è evidente sia in termini assoluti (-21 mila e -14 mila circa) che percentuali (-37,2% e -31,9%). Il primato delle acquisizioni per residenza e trasmissione resta alle regioni del Nord.

Crescono, anche se di poco, i procedimenti per matrimonio (+2 mila, +8,8%). Grazie all’integrazione di nuove fonti disponibili, dal 2016 è possibile individuare anche coloro divenuti italiani per ius sanguinis (per discendenza), ovvero nati all’estero da padre o madre di origine italiana. Si tratta di un collettivo in crescita: nel 2016 erano circa 7 mila individui – pari al 3,8% di tutte le acquisizioni di cittadini non comunitari – saliti a 8.211 nel 2017 (6,1% del totale) che nel 2018 sfiorano le 9 mila unita’ (8,6%).

L’acquisizione per ius sanguinis è particolarmente rilevante nelle regioni del Mezzogiorno che in passato hanno dato luogo a consistenti flussi di emigrazione verso l’estero. I procedimenti per discendenza rappresentano la maggior parte delle acquisizioni in Calabria, Molise, Basilicata e Campania. Complessivamente per il Sud si registra una lieve variazione positiva rispetto al 2017.

Queste dinamiche si riflettono sulla struttura per età di coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana. Il calo delle acquisizioni per trasmissione dai genitori ed elezione al 18 anno di età ha comportato un calo nella classe d’età più giovane, che dal 2013 ha sempre avuto un peso relativo superiore al 40% mentre nel 2018 è inferiore al 36%.

Sono prevalentemente le donne ad aver acquisito la cittadinanza nel 2018 (53,6% del totale). In particolare, nel caso del matrimonio, su 100 acquisizioni 85 riguardano donne, le quali nel 38,4% dei casi divengono italiane con questa modalità. Gli uomini ottengono invece la cittadinanza italiana principalmente per residenza (58%).

Meno Trump e più Europa, meno conflitti e più mani tese. Da Strasburgo a Zurigo passando per Berlino, in questi giorni Huawei ha mandato un messaggio chiaro agli Stati Ue: abbiamo bisogno l’uno degli altri. Collaboriamo (in barba a Washington).

Europa, la terra di mezzo

Il tiro alla fune con la Casa Bianca continua, ma è un frammento di un più ampio conflitto tecnologico con Pechino. Il fronte americano si è rotto (con Microsoft che si è schierato con Huawei), ma il quadro è ancora liquido. Se il mercato statunitense è precluso a 5G e smartphone, la leadership in Cina non si discute. In mezzo c’è l’Europa. Trump, nonostante i suoi sforzi, non è riuscito a portare dalla propria parte gli alleati atlantici, anche perché Huawei è già incastonato in diversi Paesi e sarebbe complicato minarlo: secondo gli ultimi dati rivelati da Shenzhen, ci sono 3.700 società europee nella catena di fornitura globale del gruppo ed è europea circa la metà degli oltre 60 contratti commerciali 5G chiusi fino a ora. Da queste parti, il gruppo cinese c’è sia nel mercato dei dispositivi che in quello delle infrastrutture di rete. E al momento di bandi non c’è traccia. Ecco perché il gruppo sta portando avanti una politica di distensione con l’Europa sempre più chiara e piena.

Huawei: no a due sistemi paralleli

Il 16 ottobre, Abraham Liu, portavoce di Huawei nell’Unione Europea, è stato tra i protagonisti di un dibattito pubblico al Parlamento Ue proprio per parlare di 5G e sicurezza. Primo messaggio: Huawei è qui per restarci. La compagnia, ha affermato Liu, “è un partner di fiducia dell’Europa da vent’anni”. E nei prossimi cinque anni sono in arrivo 90 miliardi di euro in ricerca e sviluppo. Il dato (“Più di quanto investa la Nasa”, ha sottolineato Liu) è globale, ma è chiaro che una bella fetta arriverebbe in Europa.

Secondo messaggio: dialoghiamo. Il portavoce del gruppo cinese ha ammesso che “le nuove tecnologie portano novità e cambiamenti che possono essere accompagnati da incertezze. Lavoriamo insieme per rimuoverle”. L’intento di Huawei è “raggiungere gli obiettivi senza arrecare danno a nessuno e senza creare due sistemi paralleli”. No quindi a due blocchi tecnologici, uno orientale e l’altro occidentale. “La bicicletta funziona solo con due ruote – ha affermato Liu – e un monociclo non ha mai vinto il Tour de France”.

Più Gdpr per tutti

Sul piatto Huawei mette la propria forza tecnologica. Come a dire: l’Europa serve a noi e noi serviamo all’Europa. Sulle norme, invece – almeno a parole – non c’è negoziato: , ha affermato Liu. “L’Europa è un luogo aperto, dove lo stato di di diritto è motore di innovazione”.

E “il Gdpr è un’iniziativa eccellente”. Il regolamento europeo sulla protezione dei dati era stato lodato, qualche ora prima, da Chaobin Yang, presidente 5G di Huawei, durante il Global Mobile Broadband Forum di Zurigo: “Il Gdpr è una buona pratica, perché introduce uno standard unico sulla privacy. Ed è importante che ci sia un sistema condiviso nell’ecosistema” globale. Poche parole che sintetizzano la stessa idea portata da Huawei a Strasburgo: per non perdere il blocco occidentale, si deve passare dalle norme. Per questo Chaobin Yang si è detto favorevole all’ampliamento del modello Gdpr “in aree differenti”: “Sarebbe importante per la privacy e la sicurezza. È quello di cui si ha bisogno”.

L’appello ai regolatori

Dall’evento svizzero è arrivato anche l’appello di Ken Hu. Il deputy chairman di Huawei ha invocato “un costo ridotto delle spettro” e “il supporto dei regolatori”. Visto che “il 5G è un’infrastruttura critica” per il futuro, le frequenze necessarie al suo funzionamento “non dovrebbe essere così costose”.

L’appello non può essere accolto dall’Italia, tra i pochi Paesi ad aver già completato le aste. Ne ha ricavato 6,5 miliardi di euro: un bell’incasso per lo Stato, che potrebbe però essere un peso per gli operatori. “I governi dovrebbero aiutare di più”, ha continuato Hu, Anche a fronte di un incasso immediato inferiore, una gestione più efficiente dello spettro sarebbe una scelta “win win”.

Cioè conveniente per chi sviluppa il 5G ma anche per gli Stati, che beneficerebbero della spinta delle nuove tecnologie. Il deputy chairman di Huawei ha anche sottolineato la necessità di un maggiore “supporto regolatorio”. Come fatto ad esempio dalla Gran Bretagna (che ha allentato alcune restrizioni, consentendo ad esempio l’installazioni di antenne ad altezze maggiori) e dalla Germania (che ha redatto linee guida sulle infrastrutture).

Modello tedesco e destino comune

La citazione della Germania non è casuale. Oltre a Strasburgo e Zurigo, il “tour” europeo di Huawei ha lambito anche Berlino. Il Bundesnetzagentur (l’ente tedesco che si occupa, tra le altre cose, di sicurezza nazionale) ha pubblicato il Catalogo dei requisiti sulla sicurezza nazionale per gli operatori delle telecomunicazioni.

Huawei non viene citato, ma – ha sottolineato Reuters – le norme sono strutturate in modo da non escludere il gruppo cinese dalla lista dei fornitori. Se la permanenza di Shenzhen in molti Paesi Ue è stata determinata da una sorta di silenzio-assenso normativo (senza un bando esplicito, resta perché c’era già), il quadro tedesco è uno dei primi – chiari – “sì” a Huawei. Non a caso la compagnia cinese ha diffuso una nota per esprimere tutto il suo apprezzamento: il catalogo tedesco è “un passo determinante e un modello di riferimento”. “L’auspicio – continua Huawei – è che anche in Italia sia adottato un approccio simile e chiaro come in Germania, in modo da garantire agli operatori regole certe”.

Come al solito, ogni commento è accompagnato dalla consueto avvertimento: senza norme definite si rischia di “rallentare il processo di trasformazione digitale e le grandi opportunità offerte dal 5G”. Ancora una volta: l’Europa serve a noi e noi serviamo all’Europa.

 

 

Aerei, vini francesi, formaggi italiani, whisky scozzesi: da oggi, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali supplementari per 7,5 miliardi di dollari su una serie di merci provenienti dai paesi dell’Unione Europea, con la prospettiva di un inasprimento delle tensioni commerciali transatlantiche.

Queste tariffe sono entrate in vigore alle 00:01 ora di Washington, quattro giorni dopo che l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) ha dato il via libera a Washington per imporre sanzioni contro l’UE in rappresaglia per le sovvenzioni concesse al costruttore europeo di aeromobili Airbus.

Questa nuova offensiva del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump arriva in un momento in cui Washington e’ impantanata in una grande guerra commerciale con la Cina, che potrebbe destabilizzare l’economia globale. Mercoledi’ scorso, il presidente Usa ha attaccato ancora una volta gli europei, che ha detto di comportarsi in modo ingiusto erigendo “enormi barriere” contro le importazioni statunitensi nella Ue. Tuttavia, non ha chiuso la porta a un accordo tra le due parti.

Nel mirino degli americani: aerei Airbus, prodotti principalmente in fabbriche nel Regno Unito, Francia, Spagna e Germania, che ora costerà il 10% in piu’ se importati negli Stati Uniti. Ma anche i vini europei sono nel mirino di Trump, con una tassa del 25% su queste bevande. Da Washington, dove partecipa alle riunioni annuali del FMI, il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha lanciato un avvertimento all’amministrazione Trump poco prima dell’entrata in vigore delle tariffe. “Queste decisioni avrebbero conseguenze negative sia dal punto di vista economico che politico”, ha avvertito.

“L’UE è pronta a rispondere”. Un incontro tra il sindaco e Robert Lighthizer, rappresentante commerciale statunitense (USTR) e capo negoziatore per gli Stati Uniti, e’ previsto per venerdi’ a Washington. Gli europei sostengono da tempo la negoziazione piuttosto che la guerra commerciale.

Tanto più che essi stessi saranno probabilmente autorizzati dall’OMC l’anno prossimo ad imporre sanzioni doganali contro gli Stati Uniti per le sovvenzioni alla Boeing. Soprattutto, temono che Trump continuerà il suo slancio e imporrà dazi doganali più elevati alle auto europee a metà novembre. Cio’ colpirebbe in particolare il settore automobilistico tedesco, che è già in difficoltà, anche se la Volkswagen o la BMW producono i loro veicoli anche negli Stati Uniti.

Con i #Dazi USA, 500 mln di danni potenziali per l’Italia. Serve subito un’azione forte dall’UE e un fondo per compensare i nostri produttori. Non devono pagare per colpe non loro. Agli USA diciamo: scegliete l’autentico #madeinitaly, non lasciatevi ingannare dal falso cibo.

— Teresa Bellanova (@TeresaBellanova)
October 10, 2019

Trump si lamenta delle difficoltà americane nel vendere i loro prodotti, specialmente le automobili, in Europa, mentre gli europei possono facilmente vendere i loro sul territorio americano. Il conflitto tra i due costruttori di aerei Airbus e Boeing e’ solo uno dei tanti problemi che hanno alimentato le tensioni transatlantiche e si sono rapidamente aggravati con l’insediamento di Donald Trump nel 2017.

Adottando una politica decisamente protezionista, il leader americano ha già imposto tariffe più elevate sull’acciaio e l’alluminio dalla Ue e da altri paesi alleati, minacciando al contempo di fare lo stesso con le automobili.

Nel luglio 2018, Trump e il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, hanno concordato una sorta di tregua a Washington, promettendo di condurre negoziati finora falliti. La battaglia legale tra Airbus e Boeing prima dell’Organizzazione Mondiale del Commercio risale al 2004, quando Washington ha accusato Regno Unito, Francia, Germania e Spagna di aver concesso sovvenzioni illegali per sostenere la produzione di aeromobili Airbus.

Un anno dopo, è stata la Ue ad accusare Boeing di aver ottenuto 19,1 miliardi di dollari di sovvenzioni illegali dal governo statunitense tra il 1989 e il 2006. Il risultato e’ stata una battaglia legale senza fine, con ogni parte che ha presentato una serie di appelli e controricorsi.

Il piano cashless per aumentare i pagamenti elettronici e quindi ‘tracciabili’ annunciato nella Legge di Bilancio e nel collegato Dl Fisco approvati dal Cdm ‘salvo intese’, rappresenta “un primo passo verso un percorso virtuoso di contrasto dell’evasione fiscale e rilancio dell’economia”. Ne è convinto Maurizio Pimpinella, presidente dell’Associazione prestatori servizi di pagamento (Apsp), che intervistato dall’AGI, mette però in evidenza come “per quanto importanti ed efficaci, le proposte del Governo possono avere un effetto positivo soprattutto se accompagnate da una serie di misure più ampie in grado di soddisfare esercenti, contribuenti e rilanciare i consumi”.

E da un cambio di mentalità, un nuovo spirito civico perché “l’evasione fiscale è un fatto culturale”. Nel dettaglio, sul tetto al contante (che cala da 3.000 a 2.000 euro nel 2020 e 2021, poi scenderà a 1.000 euro negli anni successivi) Pimpinella osserva che “non è una questione di limiti” ma perché “il legame tra italiani e contante non dipende solo dalla mancanza di incentivi realmente premianti ma anche da ragioni culturali che vanno affrontate anche con l’informazione”.

La propensione all’uso del contante, osserva, “è spesso legata a una maggiore gelosia della propria privacy o ad abitudini dure a morire, anche se i dati più recenti mostrano segnali incoraggianti. Quello che dobbiamo fare, quindi, è intervenire su questo genere di mentalità attraverso informazione e formazione”. E insiste: “Per incentivare i pagamenti elettronici la prima cosa da fare è sempre puntare sull’educazione finanziaria”.

Tornando al tema della lotta all’evasione fiscale, ragiona il presidente Apsp, “dovendo affidarci alle esperienze di successo degli agli altri Paesi europei che hanno adottato la lotteria (come Portogallo, Malta e Slovacchia) ci potremmo aspettare un aumento degli scontrini emessi. Se poi questi in Italia dovessero arrivare ai livelli del Portogallo, che ha raggiunto un incremento del 51%, è difficile da prevedere.

Una simile operazione – spiega – ha maggiore efficacia solo nel lungo periodo. Dovrebbe, quindi, essere rinnovata anno dopo anno, anche per sfruttare i quasi 5 milioni di euro che saranno spesi per mettere in piedi la piattaforma tecnologica per la lotteria”. Per Pimpinella resta comunque il fatto che l’evasione fiscale “è un fatto culturale. è evidente – afferma – che se parliamo da decenni di evasione fiscale come di una delle peggiori piaghe italiane il problema è fortemente radicato nella nostra società.

Avremmo, quindi, bisogno di un mix di premi, sanzioni realmente applicabili e un nuovo spirito civico”. In questo contesto, conclude, “i pagamenti elettronici sono sicuramente un aiuto ma non si può chiedere loro di essere la soluzione a ogni problema: imprese, istituzioni e cittadini devono lavorare di concerto affinché si trovi una soluzione drastica ma condivisa, e la nostra Associazione è disposta a partecipare a questo dibattito anche per la successiva fase parlamentare”.

Gli abbonati di Netflix crescono di 517.000 unità negli Usa nel terzo trimestre ma meno del target, che prevedeva 800.000 clienti in più. Anche a livello internazionale Netflix cresce di 6,8 milioni di unità, leggermente meno dei +7 milioni previsti. Il titolo di Netflix cresce dell’8,5% nell’after hours di Wall Street, poiché gli investitori che temevano un calo degli abbonati, come nel secondo trimestre, tirano un sospiro di sollievo alla notizia che negli Usa le iscrizioni nello streaming tv hanno ripreso a salire. Tuttavia i risultati di Netflix non piacciono agli analisti, perché il mancato raggiungimento del target dimostra che la società soffre l’ingresso nello streaming di colossi come Disney e Apple, che praticano prezzi molto concorrenziali. 

La manovra di bilancio per il 2020 “non sarà affatto espansiva”, non potrà “stimolare la crescita” dell’economia nazionale, al contrario delle previsioni e intenzioni del governo. Ne è convinto il Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, Carlo Cottarelli, commentando con l’AGI l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del documento programmatico da inviare a Bruxelles sulla legge di bilancio per il 2020. 

Il governo, nel corso di una riunione fiume del consiglio dei ministri, ha approvato il Documento programmatico di bilancio da consegnare alla Commissione europea, una sorta di bozza semplificata della legge di Bilancio. Professore Carlo Cottarelli, le piace?

Non è una questione se mi piaccia o meno. Rilevo che, aldilà delle intenzioni e degli annunci del governo, siamo in presenza di una manovra che non sarà affatto espansiva, non potrà stimolare la crescita dell’economia nazionale.

Si poteva essere più coraggiosi, osare di più?

Non credo, con un debito pubblico così elevato e una crescita del Prodotto interno lordo pressoché piatta, i margini di manovra erano pochi. Del resto con un rapporto deficit/Pil per 2020 fissato al 2,2%, su valori simili allo scorso anno, possiamo senz’altro dedurre che si è fatto il meglio che si potesse fare.

Eppure, lo scorso anno, in condizioni forse persino più complesse per varie ragioni, sono stati varati provvedimenti come il Reddito di cittadinanza e Quota 100. Erano per caso mosse azzardate che il Conte-bis non vuole ripetere?

Diciamo che questo governo non vuole correre il rischio di allarmare, oltre che le autorità di Bruxelles, i mercati, con il rischio di fare incrementare il livello dello spread e con esso la spesa per rifinanziare il nostro debito pubblico. Insomma, siamo quasi davanti al ‘vorrei ma non posso’, tra l’altro con un ampio ricorso a varie misure piccole e sparse qua e là. Posso aggiungere una cosa?

Prego professore.

Diversi provvedimenti contemplati nel Documento, come accaduto anche nel recente passato, sono differiti nel tempo, come per esempio alcuni interventi per la riduzione della pressione fiscale che partiranno a luglio e non a gennaio 2020, oppure quello sugli asili nido che partirà solo dal prossimo anno scolastico. Si tratta di un modo, come ha fatto il precedente governo, di rinviare la ricerca delle varie coperture a chi viene dopo: ora c’è questo governo, vediamo chi ci sarà l’anno prossimo di questi tempi.

Si sapeva che una parte consistente della manovra di bilancio sarebbe stata monopolizzata dalla necessità di scongiurare l’incremento dell’Iva. Beh, questo rischio è stato evitato.

Bene così, però bisogna anche ricordare che una decina dei 23 miliardi necessari a questo scopo deriva da misure individuate a luglio scorso dal precedente governo, oltre che dalla riduzione delle spese sugli interessi pubblici in virtù del calo dello spread.

Professore Cottarelli, lei è anche il Direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica: come giudica gli impegni contenuti nel Documento che vanno nella direzione del contrasto all’evasione fiscale?  

Va senza dubbio nella giusta la riduzione della soglia della soglia dei pagamenti in contanti (scesa da 3 mila a mille euro, ndr.). Poi trovo positiva la riduzione (da quasi 7 a circa 3 miliardi di euro, ndr) della previsione delle risorse derivanti dal contrasto all’evasione, una stima più verosimile della precedente e dunque piu’ accettabile a Bruxelles.

Da più parti si sostiene che i margini per intervenire su due delle misure simbolo della legge di bilancio per il 2019, ovvero il Reddito di cittadinanza e Quota 100, erano ridotti.

Dire che era prevedibile che il Reddito di cittadinanza era inviolabile è pleonastico, del resto il Movimento 5 Stelle che l’ha fortemente voluto è ancora al governo.

E su Quota 100?

I risparmi derivanti da una sua eventuale abolizione, posto che non si può richiamare a lavoro chi ne ha già beneficiato, sarebbero stati tutto sommato limitati per il prossimo anno, che contempla una previsione di spesa tra i 500 milioni e il miliardo di euro, anche se la previsione più attendibile è verso la parte bassa di questa forchetta. Un risparmio dunque tutto sommato modesto, mentre il costo politico da pagare alla Lega, sponsor del provvedimento, sarebbe stato elevato.

Quindi Quota 100 è destinata a rimanere fino alla sua scedenza?

Credo di sì, la frittata ormai è fatta.

Lei è stato anche Commissario per la spending review. Su questo fronte cosa pensa dell’impegno del governo?

Sospendo il giudizio: vediamo cosa accadrà quando la Manovra approderà all’esame del Parlamento.

Il tessuto economico italiano è ricco di piccole e medie imprese a controllo familiare, che spesso hanno sofferto i passaggi generazionali; tante volte, tuttavia, anche nelle principali famiglie del capitalismo italiano, come ricorda lo scontro sul futuro del gruppo Espresso (Gedi) fra l’ingegner Carlo De Benedetti e i figli, questi passaggi hanno portato a vere e proprie rotture. Ecco alcuni esempi.

AGNELLI – È il 24 gennaio 2003 quando Giovanni Agnelli muore nella sua casa sulla collina torinese. Per la sua successione da tempo è stato lui stesso a scegliere il nipote John Elkann, dopo la prematura scomparsa di Giovanni Alberto Agnelli, figlio di Umberto, nel 1997. La scelta di John Elkann, allora ventunenne, viene condivisa dalla famiglia, che lo accompagna fino all’ascesa al vertice di Exor e Fca ed anche ora riconosce gli importanti risultati realizzati sotto la sua guida. I dissidi principali, in quella che è una delle più importanti dinastie italiane, si manifestano dopo la morte dell’avvocato ma riguardano la sua eredità. Una battaglia giudiziaria viene intrapresa dalla figlia di Gianni, Margherita, che fa causa alla madre Marella, a Gianluigi Gabetti, a Franzo Grande Stevens e a Siegfried Maron. Margherita, pur avendo già raggiunto un accordo sull’asse ereditario del padre, chiede un nuovo quadro chiaro e completo del patrimonio che ha lasciato. La prima udienza in tribunale si svolge nel 2008, ma un anno dopo i giudici di Torino dichiareranno inammissibili tutti i 48 capitoli di prova presentati da Margherita. Con la definitiva parola della Corte di Cassazione, del 2015, la battaglia per l’eredità dell’Avvocato è definitivamente chiusa e i rapporti della figlia dell’Avvocato, inizialmente freddi con il resto della famiglia, a poco a poco si normalizzano.

CAPROTTI – Bernardo Caprotti contro il figlio Giuseppe, e poi contro quest’ultimo e la sorella Violetta, entrambi frutto del primo matrimonio del fondatore dell’Esselunga. Uno scontro decennale che ha visto come teatro le aule del tribunale, e che si è protratto anche dopo la morte nel settembre del 2016 di Bernardo tra i figli di primo letto e Marina Sylvia, la figlia nata dall’unione con la seconda moglie, Giuliana. Il motivo e’ sempre stato lo stesso: la visione sul futuro dell’Esselunga e il controllo di un impero da oltre 7 miliardi di euro e piu’ di 22 mila dipendenti, il primo gruppo italiano della grande distribuzione, un marchio-icona per la spesa di milioni di consumatori soprattutto del Nord Italia. La dynasty della famiglia Caprotti è al tempo stesso epopea e sofferenza che incarna uno dei caratteri distintivi dell’imprenditoria a carattere familiare tipica dell’Italia, con al vertice quello che spesso è un autentico ‘genio’ creativo e a valle le generazioni successive, schiacciate dal peso di chi non si rassegna a tramandare agli eredi ciò che eleva a rango di figlio, oltre che da una sensazione di inadeguatezza che affonda la spiegazione nei miti della Grecia classica.

La prima pagina della soap opera caprottiana risale al 1996 quando, con lo scopo di preparare la successione, Bernardo cede le proprie quote a Giuseppe, Violetta e Marina Sylvia, conservando l’usufrutto sulla metà delle azioni e il diritto di voto in assemblea, in modo da continuare a comandare. Dopo 15 anni il colpo di scena: Bernardo ci ripensa e, senza neanche avvertirli, si riprende le quote societarie assegnate a Giuseppe e Violetta. Il padre accusa Giuseppe di essere circondato da “un ciarpame manageriale” infedele e inadeguato a gestire l’azienda, e soprattutto di voler vendere a colossi internazionali la sua creatura. Giuseppe si difende, respinge al mittente le accuse, sospetta che alla base di tutto ci siano le trame per “dare tutto” alla seconda moglie e alla figlia Marina Sylvia. Al dramma dell’impero perduto, si aggiunge il trauma del figlio ‘rifiutato’: “La sua opera di demolizione psicologica mi ha paralizzato per anni”, afferma in una rara intervista di repertorio Giuseppe che non può dimenticare come fu messo alla porta, in modo che a distanza di anni ancora l’offende: “Se non esci da qui, chiamo le guardie”. Come un ladro qualunque, non come un figlio destinato a subentrare al padre.

Sta di fatto che parte una causa civile lunga anni e anni, su cui si abbatte, come un condono tombale, la morte stessa di Bernardo. Con il corpo ancora caldo del fondatore dell’Esselunga, inizia una triste e tanto tesa processione allo studio del notaio Marchetti, custode delle più delicate vicissitudini familiari e imprenditoriali della finanza milanese che conta. Puntuali arrivano i ricorsi, le comunicazioni affidate ai principali studi legali del capoluogo lombardo, le notizie fatte filtrare attraverso i mezzi di informazioni, perché inevitabilmente il testamento non accontenta i figli di primo letto: il 66,7% della holding che controlla il gruppo, infatti, va all’asse ereditario Giuliana-Marina. Nei mesi successivi un accordo tra le parti si concluderà con l’ulteriore rafforzamento nella società della moglie e di Marina Sylvia e la liquidazione di Giuseppe e Violetta delle loro restanti quote, sancendo la loro definitiva uscita di scena e la loro definitiva, ma forse non più amara, sconfitta.

MARZOTTO – All’apice della sua storia fu un gruppo da oltre 1 miliardo e mezzo di fatturato, con un cognome, Marzotto, che voleva dire moda, jet set e molto altro. L’impero tessile di Valdagno (Vicenza) è un chiaro esempio di cosa si rischia con il passare delle generazioni, quando famiglie già numerose si allargano ed emergono visioni e sensibilità diverse. Oggi il gruppo, che controllava marchi come Valentino e Hugo Boss, è diviso e i vari componenti della famiglia si occupano di attività nei settori più disparati. A Valdagno c’è ancora l’azienda dei filati, guidato dal ramo che fa capo ad Andrea Donà delle Rose e ale figlie di Giannino, di Umberto e di Marta Marzotto; a Fossalta di Portogruaro (Venezia) ci sono Paolo Marzotto e i suoi discendenti, con la loro Zignago Vetro e le cantine Santa Margherita. Matteo Marzotto, figlio di Marta e uno degli esponenti più in vista della famiglia, ha rilanciato la maison Vionnet per poi rivenderla ed è entrato in Dondup, oltre a essere sempre presente nella holding che controlla il gruppo di Valdagno.

BENETTON – Anche un’altra delle grandi dinastie venete, quella dei Benetton, ha vissuto passaggi turbolenti e, prima delle discussioni dell’ultimo anno, momenti tesi ci sono stati quando Alessandro Benetton, figlio del patriarca Luciano, decise di rilanciare il gruppo di moda che porta il nome della famiglia e che è stato alla base delle sue fortune. La scelta, presa nel 2012, fu accompagnata dalla consapevolezza, espressa chiaramente, di “aver fatto per la prima volta qualcosa che non gli conveniva”, e portò a scontri con lo zio Gilberto e Gianni Mion, lo storico manager di famiglia ora tornato alla guida della holding edizione. La rottura arrivo’ dopo poco: formalmente Alessandro è stato a capo della United Colors of Benetton per appena 2 anni.

TABACCHI – Minore fortuna hanno avuto i Tabacchi: il loro impero nel mondo degli occhiali si è sfaldato, con il ramo di Vittorio che è uscito dalla Safilo, ceduta al fondo olandese Hal, e quello di Dino che ha ceduto la catena Salmoiraghi Viganò a Luxottica. All’origine della perdita dell’azienda la scelta da parte di Vittorio di liquidare oltre a Dino (com’era noto a tutti, anche se si chiamava Ermenegildo) e all’altro fratello Giuliano le loro quote in Safilo, dopo alcune divergenze sul futuro e soprattutto sul ruolo dei figli. Al tempo stesso il debito fatto per portare avanti la liquidazione dei due rami appesantirà per lunghi anni la struttura finanziaria del gruppo, fino alla necessità di una ricapitalizzazione che manderà i Tabacchi dal 40 al 10%; in mezzo un paio di cambi di management, compreso un passaggio al timone del gruppo da parte di Massimiliano, figlio di Vittorio.

COIN – Simile sorte è toccata ai Coin, eredi di un impero della grande distribuzione: anche qui c’è un Vittorio, che però si scontra con Piergiorgio. Ci sono gli anni della crescita impetuosa, alla fine del secolo scorso: prima viene comprato il ramo abbigliamento della Standa, poi arriva la quotazione, infine l’acquisizione di Kaufhalle in Germania. Una mossa, quest’ultima, che non dà i frutti sperati e che acuisce i dissapori all’interno dei due rami della famiglia veneziana, con Piergiorgio che viene estromesso dall’azienda, controllata da una holding in cui i due gruppi sono rappresentati pariteticamente. Nel 2005, dopo alcuni tentativi di rimetterlo in carreggiata compresa la cessione di una minoranza della controllata Ovs, la quota di controllo del gruppo, che aveva toccato 1,2 miliardi di fatturato ma era finito in rosso, viene rilevata per 181 milioni dal fondo Pai Partners.

DEL VECCHIO – Anche il patron del gigante dell’occhialeria, Leonardo Del Vecchio, ha avuto i suoi motivi di preoccupazione, anche se in questo caso la partita ha riguardato più i rapporti con le mogli che con i figli direttamente. L’imprenditore, noto per aver detto che “i figli devono restare lontani dall’azienda, dato che non si possono licenziare”, ha dovuto ridisegnare l’assetto del gruppo proprio in virtù della necessità di bilanciare le pretese delle diverse parti e di garantire un futuro unitario all’azienda. Il 25% della holding Delfin è stato destinato all’ultima moglie Nicoletta Zampillo, il 75% invece è diviso fra i 6 figli. Tre di questi – Claudio, Marisa e Paola, sono frutto delle prime nozze, con Luciana Nervo; Leonardo Maria è figlio della Zampillo, con cui il magnate si è poi risposato; ci sono poi Luca e Clemente, nati dalla relazione con Sabina Grossi.

MERLONI – Ma non sono solo gli imprenditori del Nord ad aver avuto difficoltà nel passaggio generazionale: anche in casa Merloni, la famiglia marchigiana a cui faceva capo il gruppo degli elettrodomestici Indesit, i contrasti, a lungo sopiti, sono esplosi con la malattia di Vittorio, figlio di Aristide Merloni. Con il passaggio generazionale, avvenuto nel 2010, ci furono diversi scontri fra i quattro figli e nel 2014 l’azienda è stata venduta agli americani di Whirpool. 

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