Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

“La domanda viene valutata dall’Inps, poi, secondo il decreto legge, ci sono cinque giorni per verificare i requisiti e quando l’Inps ci risponde noi convochiamo l’utente e gli consegniamo carta e pin. Non si può spedire a casa perché la normativa antiriciclaggio impone di verificare il documento di identità prima di consegnare una carta di pagamento. Dopo la consegna, la carta è già funzionante con l’importo definito”. È questo l’iter per ricevere e attivare la Card per usufruire del reddito di cittadinanza e a parlare, con Il Fatto Quotidiano, è Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane dall’aprile 2017.

Una Card gialla, spiega l’Ad, identica ad una normale carta di credito, con il numero sovraimpresso e il logo delle Poste ben evidenziato. Perché le Poste Italiane avranno un ruolo fondamentale nel meccanismo che regolerà la distribuzione del famigerato reddito che, dopo mille disavventure, promesse, rivistazioni e proclami, dal 6 marzo sarà ufficialmente messo a disposizione di quei circa 5 milioni di italiani che rispondono ai criteri di selezione per poterlo ottenere. Si potrà fare richiesta comodamente da casa, online, oppure recandosi nei centri di assistenza fiscale e o, appunto, direttamente alle Poste.

Da quel momento poi l’iter dovrebbe durare all’incirca una decina di giorni, un procedimento quindi piuttosto veloce, d’altra parte, come continua Del Fante con Stefano Feltri: “Le carte sono già in stampa e sono potenzialmente già pronte per tutti gli aventi diritto. Saranno disponibili nei singoli uffici postali”. Uffici postali che, di colpo, dovranno affrontare un’ondata di nuovissimi clienti e circa 5 milioni di nuovi clienti, di fatto, aumenta in maniera esponenziale il lavoro, ma le Poste, in tempi non sospetti, si erano già preparati, così come spiega Del Fante: “Per noi quello che conta è che si consolidi la presenza di Poste sul territorio e la fiducia nei servizi che eroghiamo. Alla lunga è un investimento che ci ritorna: abbiamo fatto la scelta strategica di non chiudere gli uffici postali in 5.800 piccoli Comuni, un impegno preso con i sindaci, e ora vogliamo riempire di contenuti questi uffici postali: il reddito di cittadinanza sarà uno di questi, come le notifiche degli atti giudiziari, i servizi di tesoreria dei Comuni, la carta d’identità elettronica”.

Una volta però ottenuto il reddito di cittadinanza serve un meccanismo che lo regoli e che, soprattutto, vigili sull’utilizzo che ne fa il singolo cittadino, la famosa questione delle “spese immorali”: i soldi che il governo “regala”, come spiega bene il sito guidafisco.it, non vanno spesi per soddisfare chissà quale sfizio; se, per esempio, si venisse beccati ad utilizzarli per un nuovo megaschermo, un pacchetto di sigarette o, peggio, per giocare d’azzardo, il diritto al reddito verrebbe immediatamente revocato. Quel denaro sarà utile esclusivamente per beni di primissima necessità, come alimenti e medicine, o per pagare l’affitto di casa, ma in quel caso è necessario scaricare un’app per smartphone e tablet; solo la parte che è possibile ritirare in contanti (100 euro per i single e fino a 210 euro per le famiglie) potrà essere spesa come più si desidera.

Per quanto riguarda il resto, prosegue Del Fede, “Ogni utente potrà consultare online, all’ufficio postale, e negli Atm di Poste, il proprio estratto conto. Noi poi dovremo rendicontare alla nostra controparte contrattuale, cioè il ministero dell’Economia, i dati sull’utilizzo della carta. Presumo ci chiederanno una reportistica per settore merceologici e per tipologia di esercenti”.

Uber ha pensato bene di unire due settori molto in voga (troppo?) negli ultimi mesi: guida autonoma e monopattini condivisi. Starebbe lavorando a biciclette e “scooter” (come li chiamano negli Stati Uniti) elettrici in grado di spostarsi da soli. Con l’obiettivo di sviluppare queste funzioni, sarebbe nata una nuova divisione, Micromobility Robotics, che opera all’interno di Jump, la società specializzata in bici elettriche condivise che Uber ha acquisito lo scorso aprile.

L’annuncio di Uber (a marchio Jump)

La notizia è stata annunciata dai vertici della compagnia americana nel corso di un evento organizzato da DIY Robotics ed è stata riportata da uno dei presenti, Chris Anderson, ceo di 3D Robotics. Anderson ha pubblicato su Twitter l’immagine di un documento in cui “Uber Micromobility Robotics” rimanda a un indirizzo per candidarsi se si aspira a un lavoro nella nuova divisione: si cercano ingegneri software e hardware, product manager e addetti al marketing. Uber vuole quindi portare la guida autonoma non solo sulle auto ma anche sulle biciclette e sui monopattini. Questi ultimi, in particolare, stanno attirando enormi flussi di capitali. Jump ha lanciato il proprio servizio a Santa Monica. Anche la principale concorrente statunitense di Uber, Lyft, ha esordito sui monopattini, a Denver. Il settore è popolato da startup sostenute da venture capital (come Lime e Bird) e altre supportate dai grandi gruppi (come Spin e Jelly, controllate da Ford).

Exciting announcement from @UberATG at today’s @DIYRobocars event. “Micromobility” = autononomous scooters & bikes that can drive themselves to charging or better locations. Hiring now pic.twitter.com/sOjroo8XZI

— Chris Anderson (@chr1sa)
January 20, 2019

A che servono i monopattini autonomi?

La solidità del mercato è ancora da dimostrare. Anzi, si parla già di bolla. Uber intenda sperimentare nuove strade perché – come dimostra il bike sharing – a un momento di corsa agli investimenti è probabile che ne segua uno di consolidamento dove solo pochissimi operatori riusciranno a sopravvivere. Ma quale sarebbe il vantaggio di rendere autonomi bici e monopattini? Il più importante non riguarderebbe tanto il trasporto degli utenti quanto la logistica del servizio. Oggi gli addetti trasportano i mezzi in diverse zone della città, per dare maggiore equilibrio la servizio. Se monopattini e biciclette fossero autonomi, potrebbero spostarsi da soli nelle zone dove è richiesto un flusso di traffico maggiore. La gestione sarebbe quindi più efficiente: si ridurrebbe a una supervisione centrale e a interventi di manutenzione.      

Dopo una lunga notte di mediazione in Cgil si va verso l’accordo per Maurizio Landini nuovo segretario generale della Cgil e Vincenzo Colla vicesegretario. La commissione elettorale, che si riunirà alle 8, dovrà ufficializzare questa decisione. La segreteria sarà composta sempre da 10 componenti oltre al vicesegretario, Roberto Ghiselli dovrebbero entrare una donna e il segretario dei chimici Emilio Miceli.  Oltre a Colla vicesegretario ci sarà anche una donna come vice per una questione di equilibrio generale.

Rold di Cerro Maggiore e la Divisione Farmaceutica Bayer di Garbagnate (entrambe in provincia di Milano) sono le due fabbriche italiane scelte da McKinsey e World Economic Forum tra i 16 “impianti faro” dell’Industria 4.0 mondiale.

Le due fabbriche italiane

Rold è l’unica Pmi presente nell’elenco. Con 240 dipendenti produce meccanismi di chiusura per lavatrici e lavastoviglie. “Utilizza tecnologie di Industria 4.0, come smartwatch, prototipazione rapida e cruscotti digitali, che hanno contribuito a migliorare il fatturato tra il 7% e l’8%”. Bayer Divisione Farmaceutica “ha adottato soluzioni digitali e utilizzato i dati per migliorare significativamente la produttività”. In un momento di forte crescita dei volumi produttivi, ha utilizzato un “gemello digitale” (cioè un’immagine degli impianti frutto di sensori e dati) per migliorare il controllo qualità.

Il caso Rold

L’impianto Rold, oltre a essere l’unico italiano per proprietà e non solo per geografia, è stato uno dei due casi approfonditi dal rapporto assieme al sito Procter & Gamble di Rakona (Repubblica Ceca). “Rold – spiegano McKinsey e Wef – dimostra che la quarta rivoluzione industriale è possibile anche con investimento limitati”, grazie alla “collaborazione con fornitori e università”. “Le ragioni che ci hanno spinto a introdurre tecnologie digitali – ha spiegato il presidente di Rold Laura Rocchitelli – sono diverse: prima di tutto, la produzione sarebbe diventata più efficiente.

L’opportunità di monitorare in tempo reale i processi è essenziale per raggiungere risultati migliori”. Stefano Bosani, capo del reparto stampaggio, sottolinea come “la piattaforma digitale permette al supervisore e ai lavoratori di avere costantemente sott’occhio il processo”. E anche i lavoratori sottolineano i vantaggi derivanti da una produzione basata su “dati oggettivi piuttosto che su percezioni soggettive”.

Uno degli aspetti sui cui il rapporto torna spesso è proprio la componente umana dell’impianto milanese. “Rold – ha aggiunto Rocchitelli – immagina una fabbrica in cui le soluzioni digitali e l’automazione forniscano il miglior supporto possibile per gli operatori”. E per una Pmi, la trasformazione non sarebbe stata possibile senza il coinvolgimento di tutti: “Abbiamo dovuto creare consapevolezza tra i lavoratori sull’opportunità di utilizzare tecnologie digitali, con un approccio inclusivo”.

Come sono stati scelti i “fari”

“Molte aziende – afferma il rapporto per spiegare come sono stati selezionati i ‘fari’ dell’Industria 4.0 – stanno pilotando la quarta rivoluzione industriale nel settore manifatturiero, ma poche sono riuscite a integrare le tecnologie su vasta scala registrando significativi risultati economici e finanziari”. La selezione delle eccellenze è passata da un esame di oltre mille candidati e da una visita diretta in fabbrica. I vincitori rappresentano “l’avanguardia”. Sono “fari per il mondo perché rappresentano l’approccio alla produzione che può guidare la futura crescita economica globale.

Dimostrano come impegno e lungimirante possano creare un mondo migliore. Allo stesso modo – continua lo studio – illustrano come la rivoluzione possa trasformare la natura del lavoro, coinvolgendo i lavoratori e migliorando le loro competenze”. Osservando gli impianti migliori, McKinsey e Wef hanno individuato “tre grandi tendenze”: “Intelligence, connettività e automazione flessibile”. Lo studio sottolinea che i casi concreti di Industria 4.0 cancellino “miti e false credenze”: “I fari sono la prova dei benefici della rivoluzione digitale”, non solo in termini di efficienza ma anche di lavoro. Gli impianti leader sono “iniettori di capitale umano. Piuttosto che sostituire i lavoratori con le macchine, stanno trasformando il lavoro rendendolo meno ripetitivo, più interessante e diversificato”.

Quali sono gli altri impianti modello

Oltre a Rold e Bayer di Garbagnate, ecco quali sono le fabbriche scelte da McKinsey e Wef:

– Bmw (Regensburg, Germania) ha prodotto 320.000 veicoli nel 2018 usando la piattaforma IoT del marchio tedesco. Sono stati necessari importanti investimenti, ma adesso la fabbrica è più flessibile, tanto da tagliare dell’80% i tempi di adozione di nuove applicazioni.

– Bosch Automotive (Wuxi, Cina) sfrutta l’analisi dei dati per leggere, migliorare e simulare, con il risultato di prevedere il blocco delle macchine prima che avvenga.

– Danfoss (Tianjin, Cina) produce compressori per frigoriferi e impianti di condizionamento. Utilizzando il suo sistema di tracciabilità completamente digitale, ha migliorato la produttività del 30% e diminuito i reclami dei clienti del 57% in due anni.

– Fast Radius e UPS (Chicago, Usa) hanno applicato la stampa 3D su base industriale per creare una produzione più personalizzata. Anche in questo caso, l’analisi in tempo reale dei dati è la base per gestire design, produzione e consegne.  

– Foxconn (Shenzhen, Cina) è la fabbrica dove si assemblano componenti per smartphone (a partire dagli iPhone) e altri dispositivi. Gli impianti sono autonomi non solo nel momento della produzione: apprendono dai processi per migliorarli e per gestire una sorta di auto-manutenzione. Risultato: efficienza aumentata del 30%.

– Haier (Qingdao, Cina) ha spostato sul web il processo di configurazione e vendita dei propri prodotti (condizionatori d’aria). I tempi di consegna sono stati tagliati di un terzo e la produttività è cresciuta del 64%.

– Johnson & Johnson DePuy Synthes (Cork, Irlanda) utilizza la Internet of Things per creare un “gemello digitale” degli impianti, cioè una rappresentazione virtuale che permette di avere sempre sotto controllo quella reale, riducendo i costi d’intervento e anticipando possibili guasti.

– Phoenix Contact (Bad Pyrmont e Blomberg, Germania), produttore di componenti elettriche, ricorre al “gemello digitale” con un altro obiettivo: non c’è una rappresentazione digitale delle macchine ma delle specifiche di ciascun cliente. I tempi di produzione sono stati ridotti del 30%.

– Procter & Gamble (Rakona, Repubblica Ceca) raccoglie e usa i dati per monitorare ed effettuare simulazioni sulla filiera produttiva. Il processo è diventato più efficiente e il tasso di soddisfazione dei clienti è più che raddoppiato.

– Sandvik (Gimo, Svezia) è un gruppo attivo nell’ingegneria dei materiali e nel settore minerario. Ha digitalizzato la produzione, capace adesso di adattarsi anche nei turni non presidiati dalla presenza umana.

– Saudi Aramco (Uthmaniyah, Arabia Saudita) è un impianto di trasformazione del gas. Utilizza sensori e intelligenza artificiale. Le ispezioni vengono effettuate da droni e gli addetti sono accompagnati da caschi intelligenti e altre tecnologie indossabili. I tempi delle operazioni si sono così ridotti del 90%.

– Schneider Electric (Le Vaudreuil, Francia) ha messo l’intelligenza artificiale al centro, favorendo la condivisione di informazioni e buone pratiche su manutenzione e consumo energetico. I costi legati all’energia sono diminuiti del 10%, quelli di manutenzione del 30%.

– Siemens Industrial Automation (Chengdu, Cina) ha creato una piattaforma capace di prendere gli ordini dei clienti, gestire le risorse necessarie per completarli, pianificare i tempi di produzione e consegna.

– Tata Steel (IJmuiden, Olanda) ha uno stabilimento da 9.000 dipendenti che, scrive il report, “mette le persone al primo posto. Ha creato “un’accademia” che aiuta i lavoratori a trovare soluzioni per ridurre gli sprechi e migliorare la qualità e l’affidabilità dei processi di produzione. Ne hanno beneficiato i risultati finanziari.

I 5 “comandamenti” dell’Industria 4.0

Lo studio individua alcune “evidenze”. Non si tratta di principi o sondaggi ma di riscontri che, come chiariscono i 16 impianti-faro, sono già realtà.

Europa e Asia guidano la rivoluzione – “La rivoluzione digitale è arrivata ed è in atto un cambiamento di paradigma nella produzione globale”. I fari coprono diversi settori, ma si concentrano in Europa (con 9 impianti) e Asia (6 impianti), mentre negli Stati Uniti ce n’è solo uno. È “la conferma del fatto che queste regioni sono all’avanguardia in termini di adozione tecnologica”.

Accodarsi non basta – Chi si è mosso per primo è “in anticipo di anni rispetto ai concorrenti”. Chi resta fermo è spacciato, ma anche accodarsi potrebbe non bastare. Oltre a penalizzare la propria impresa, si rischia di “mettere a repentaglio l’intero settore manifatturiero”. La soluzione è “accelerare drasticamente lo sviluppo del digitale, imparando dagli stabilimenti ‘faro’ e lavorando insieme per superare gli ostacoli all’adozione”.

Chi vince prende tutto – Rincorrere potrebbe comunque non bastare. Chi ha fatto in fretta, come i fari, sta già raccogliendo “benefici smisurati”. Tanto che si può già “scorgere una dinamica in cui ‘i vincitori prendono tutto’, simile alla prima rivoluzione internet, dove alcuni precursori hanno ottenuto i maggiori vantaggi della creazione di valore: 9 aziende su 10 hanno già accumulato un anno di ritardo e perfino i leader di settore sono bloccati in progetti pilota”.

Digitalizzare su vasta scala – Si deve andare oltre i progetti pilota, per abbracciare la digitalizzazione “su ampia scala”. È un modo per “rafforzare la resilienza e la produttività”. Agilità e produttività sono infatti strumenti per reggere “alla crisi economica e ad altri shock”. L’applicazione su scala “consente al tempo stesso i benefici in termini di crescita, costi e flessibilità”. Fa quindi bene alle casse, ma non solo: permette di “affrontare eventuali problematiche”.

La fabbrica torna attraente – “I fari sono la prova dei benefici della rivoluzione digitale in termini di produttività, agilità e personalizzazione di massa, creano nuovi modelli di business e iniettano capitale umano per rendere i luoghi di lavoro rivolti alla produzione attraenti e interessanti, dimostrando il potenziale dei sistemi di produzione avanzati per affrontare le sfide globali, guidare la nuova crescita e rendere la produzione un luogo di lavoro allettante”.

Riecco l’iPhone SE: il più economico smartphone Apple è tornato in vendita. È spuntato nella sezione offerte del sito ufficiale americano, a 249 dollari per 32GB e 299 per 128GB. Al momento è disponibile solo per gli utenti statunitensi, visto che non c’è traccia di questa promozione sugli altri siti nazionali. È una buona notizia per gli estimatori del “piccolo di casa” ma potrebbe essere un altro segnale poco confortante per le vendite di Cupertino.

Il ritorno del mini-iPhone

L’iPhone SE è un dispositivo apprezzato perché combinava le caratteristiche di un 6S al design del 5S, con bordi abbondanti e tasto “Home” nella parte inferiore. Il tutto con prezzo più abbordabile (349 dollari al momento del lancio) e dimensioni contenute: 4 pollici, più vicine all’ideale immaginato da Steve Jobs che alla tendenza extra large degli ultimi anni. Lanciato nel marzo 2016, è stato ritirato nel settembre 2018 per fare spazio ai nuovi smartphone e – in particolare – all’iPhone XR, che avrebbe dovuto presidiare una fascia di mercato inferiore ai top di gamma. Una mossa che non si è rivelata felice e sulla quale Apple torna riportando in vita per un breve periodo l’iPhone SE.

Il pubblico dell’SE

A tre anni dal suo lancio, secondo DeviceAtlas, l’iPhone SE ha chiuso il 2018 all’ottavo posto negli Stati Uniti e al sesto in Italia per “quota di traffico generato”. Non è quindi uno smartphone di punta e non sarà certo l’SE a raddrizzare le vendite dell’iPhone. Ma è comunque un dispositivo che ha fatto il proprio dovere: coprire una fetta di mercato inferiore all’indirizzo tradizionale di Apple, integrando le vendite dei fratelli maggiori. La formula ibrida del XR, né top né low cost, non ha convinto, anche perché il mercato è assai meno forte rispetto a due-tre anni fa.

L’offerta “a tempo” che dura da troppo

Il ritorno dell’iPhone SE, per quanto in una finestra di “liquidazione”, potrebbe essere un modo per esaurire le scorte, ma anche un segnale di come Apple stia esplorando soluzioni per rimodulare (per quanto possibile) la propria offerta. L’SE potrebbe quindi rappresentare una domanda: c’è fame di un iPhone a prezzi meno salati o è meglio puntare tutto sulla fascia più alta? In parallelo, Cupertino sta provando a rubare quote di mercato ai vecchi modelli per spingere i nuovi: sul sito americano campeggia ancora l’offerta che permette agli utenti di acquistare un XR per 449 dollari o un XS per 699 se si decide di rottamare il proprio iPhone. Il sito sottolinea che si tratta di un’opportunità “a tempo limitato”. Ma è passato un mese e mezzo ed è ancora lì.

Anche l’Ocse, dopo l’Fmi, potrebbe rivedere di nuovo al ribasso le stime del Pil italiano, dopo averlo già fatto lo scorso novembre. Il segretario generale dell’organizzazione parigina, Angel Gurria, ha risposto con un “forse si’, vedremo” ai giornalisti che a margine dei lavori del Wef gli chiedevano se verranno riviste le previsioni. La prossima occasione sarà nel mese di marzo, quando l’Ocse renderà pubbliche le nuove stime. C’è da dire che l’Ocse ha già tagliato le stime del Pil italiano riducendole dello 0,2% sia nel 2018 sia nel 2019 (rispettivamente all’1% e allo 0,9%).

Dopo il boom di domande per il bando riservato a progetti di ricerca e sviluppo di grandi dimensioni, chiuso dal Mise dopo una sola giornata perché gli importi richiesti superavano la dotazione finanziaria, il 22 gennaio si apre la procedura a sportello per i progetti di importo più contenuto, tra 800 mila e 5 milioni di euro.

In questo caso le proposte possono riguardare solo attività di R&S negli ambiti Agrifood e Fabbrica intelligente da realizzare principalmente nelle regioni meno sviluppate e in transizione, cioè Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Una parte del progetto può essere realizzata in regioni sviluppate, a condizione che non superi il 35% dell’investimento e abbia ricadute significative sul Mezzogiorno.

Le agevolazioni possono essere richieste dalle imprese di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, e dai centri di ricerca, mentre gli organismi di ricerca sono ammessi solo nei progetti congiunti, che non possono coinvolgere più di tre partner.

Gli interventi devono essere finalizzati alla realizzazione di nuovi prodotti, servizi o processi, o a migliorare in maniera rilevante quelli esistenti, facendo ricorso alle tecnologie abilitanti fondamentali.

I costi ammissibili, che devono essere sostenuti dopo la presentazione della domanda, riguardano prevalentemente le spese per il personale dedicato alle attività di R&S, calcolate sulla base dei costi standard. La spesa non è quindi sottoposta a valutazione sulla base delle proposte presentate dalle singole imprese: i costi vengono riconosciuti, indipendentemente da quelli effettivi dell’impresa, sulla base dei timesheet e in relazione alla qualifica del personale.

Sono poi ammissibili le consulenze, gli strumenti e le attrezzature nuovi di fabbrica utilizzati per lo svolgimento del progetto, i materiali e le spese generali, queste ultime calcolate su base forfettaria nella misura del 25% dei costi diretti.

Le agevolazioni sono concesse in forma di contributo alla spesa, con intensità variabile in base alla dimensione dell’impresa e alla tipologia di costo (ricerca o sviluppo), cui si aggiunge un finanziamento agevolato, nella misura del 20% dei costi ammissibili. Ammesso il cumulo degli aiuto con il credito d’imposta ricerca e sviluppo, a condizione di non superare l’importo totale dei costi ammissibili.

Il testo del bando prevede anche maggiorazioni del contributo in caso di collaborazione internazionale, con PMI o con organismi di ricerca. Ma tecnici del Ministero fanno già sapere che la domanda sarà elevata e i 167 milioni di euro stanziati per il bando potrebbero non essere sufficienti per concedere delle maggiorazioni e in generale per finanziare tutti gli interventi. Anche questa volta c’è il rischio che il fabbisogno superi la dotazione disponibile in poche ore e, poiché i progetti verranno valutati e ammessi ai finanziamenti in base all’ordine di presentazione delle domande, avrà successo solo chi riuscirà a battere la concorrenza sul tempo e per qualità delle proposte.

Landini o Colla: chi vincerà la sfida per la guida della Cgil si saprà solo all’ultimo momento, a meno di colpi di scena. La partita per la leadership del principale sindacato italiano è tutta da giocare e il ‘campo’ sarà Bari, dove lunedì si aprirà il XVIII Congresso della confederazione che quest’anno coincide con l’elezione del segretario generale, dopo gli 8 anni di mandato di Susanna Camusso. Alla convention, che si chiuderà venerdì, parteciperanno in tutto 868 delegati. Gli invitati sono circa 1.500 con gli oltre 100 ospiti delle delegazioni straniere in rappresentanza di 40 Paesi. Grande assente, al momento, il governo. È stato invitato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che però non ha ancora confermato e la cui presenza sembra poco probabile.

Una partita aperta

La confederazione arriva a questo appuntamento spaccata: due i candidati entrambi emiliani, Maurizio Landini, 57 anni, ex leader Fiom e Vincenzo Colla, 56 anni, con un passato nella segreteria generale dell’Emilia Romagna. Entrambi fanno parte della segreteria della Cgil e sosterranno al congresso lo stesso documento ‘Il Lavoro è’ che ha raccolto il 97,91% dei voti. Nel corso della segreteria di venerdì sera, convocata per riferire sull’incontro con il premier Conte, c’è stato un tentativo di mediazione per arrivare a una soluzione unitaria che però al momento non ha prodotto risultati. Sulle 12 categorie, sette sono a favore di Landini e cinque di Colla ma il peso sembra quasi essere equivalente, anche se il voto resta segreto e potrebbero esserci soprese dell’ultimo minuto.

Chi sta con chi

Landini può contare sui metalmeccanici della Fiom, sulla Funzione pubblica, sulla scuola, università e ricerca (Flc), su commercio, turismo e servizi (Filcams), sui bancari della Fisac, sui lavoratori dell’agroalimentare (Flai) e sugli atipici del Nidil. Colla è sostenuto invece dai pensionati dello Spi, dagli edili della Fillea, dei lavoratori dei trasporti della Filt, dei chimici-tessili ed energia della Filctem, e dei lavoratori delle telecomunicazioni (Slc). I pensionati rappresentano la metà degli iscritti alla Cgil (sono 2,7 milioni su 5,5 milioni di tesserati), ma lo Spi esprime nel complesso il 25% dei voti direttamente, l’altro 25% come quota di solidarietà è ripartita tra le categorie dei lavoratori attivi.

Gli scenari che si aprono, spiegano gli addetti ai lavori, sono diversi. O si troverà un accordo prima del congresso per arrivare a una soluzione unitaria, con uno dei due che farà dunque un passo indietro. Oppure si andrà alla conta e quindi si sancirà una definitiva spaccatura all’interno della confederazione: Landini e Colla presenteranno liste contrapposte che saranno determinanti per la composizione dell’assemblea generale (l’organo che a sua volta eleggerà definitivamente il leader). E quest’ultima ipotesi sembrerebbe al momento la più probabile.

Un sindacato diviso

 Le candidature ‘ufficiali’ arriveranno solo nel corso del Congresso all’assemblea generale. Ai due nomi si è arrivati non senza malumori e tensioni. Susanna Camusso ha proposto nella riunione di segreteria dell’8 ottobre l’ex leader della Fiom Landini. Una proposta condivisa dalla maggioranza della segreteria confederale e avanzata dopo “un amplissimo confronto interno”, sottolinea Camusso ma da subito obiettata da Vincenzo Colla e Roberto Ghiselli. I due membri della segreteria hanno mosso rilievi di “merito e di metodo” sottolineando che sul nome di Landini non vi era unità e che era meglio non fare forzature e istruire un percorso per arrivare a una sintesi condivisa.

Per ricucire in parte lo ‘strappo’ ci sono voluti altri due direttivi. Quello dell’11 novembre ha sancito come legittima la proposta di candidatura di Landini ha anche preso atto “che su questo percorso si sono legittimamente manifestate differenti posizioni”. Nella riunione del 20 dicembre poi Colla ha annunciato la sua disponibilità a candidarsi.

Entrando nel dettaglio del programma, la convention si aprirà martedì con la relazione di Camusso e gli interventi dei segretari generali di Cisl e Uil, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Mercoledì 23 è prevista la lectio magistralis di Rosy Bindi, ex ministro della Sanità, sul 40esimo anniversario della riforma sanitaria. Giovedì 24 saranno svolti tutti gli adempimenti congressuali e alle 15 verrà convocata l’assemblea generale con circa 300 membri che eleggeranno il nuovo leader. Venerdì infine ci sarà il saluto al segretario uscente Camusso e il primo discorso del nuovo eletto alla guida del primo sindacato italiano. 

La Cina rallenta lievemente al 6,4% di crescita nel quarto trimestre del 2018, contro il 6,5% del terzo trimestre, segnando una crescita del 6,6% per l’anno scorso, al tasso di espansione più basso dal 1990. Lo rivelano gli ultimi dati diffusi oggi dall’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino. Su base congiunturale, la crescita degli ultimi tre mesi dello scorso anno è stata dell’1,5% contro l’1,6% del periodo compreso tra luglio e settembre. I dati dell’ultimo trimestre del 2018 sono ai minimi dal 2009 e risentono della disputa tariffaria in corso con gli Stati Uniti, ma risultano in linea con le attese: per il 2019 non è da escludere uno scenario di ulteriore rallentamento, che potrebbe portare Pechino ad annunciare un obiettivo di crescita compreso tra il 6% e il 6,5% per l’anno in corso. Per prevenire una frenata dell’economia, il governo ha annunciato settimana scorsa nuove misure di stimolo, a cominciare da un taglio delle tasse “su scala più ampia”.

“Il dato di previsione fornito dalla Banca d’Italia è quanto di più attendibile oggi disponibile. Le cose possono andare un po’ meglio o un po’ peggio, a seconda di quanto succederà nei prossimi mesi, ma a oggi è il quadro previsivo più realistico”. Lo spiega all’Agi Luigi Guiso, ordinario di economia all’Università Tor Vergata di Roma. “Questo significa – aggiunge – che l’1% di crescita del Pil previsto dal governo, già ribassato rispetto all’1,5% iniziale, è già una previsione vecchia, che dovrebbe essere aggiustata. Con questo quadro previsivo, se si vorrà centrare l’obiettivo del 2,04% del deficit/Pil concordato con l’Europa, si dovrà fare una manovra correttiva, perché il gettito sarà più basso di quello preventivato nella Finanziaria”.

Contributi negativi

Per quanto riguarda la manovra economica del governo, Guiso concorda con Bankitalia che essa darà un “contributo negativo alla crescita economica”. “Con questa manovra l’intenzione del governo – spiega – è quella di espandere la spesa, facendo così aumentare la domanda, e di conseguenza la produzione e l’economia. Tuttavia espandendo il disavanzo c’è anche un altro effetto”.

“In un Paese finanziariamente fragile, come l’Italia, si determina un aumento del costo del denaro e dunque aumenta il costo del debito. E questo è un problema, perché significa che il debito pubblico dovrà essere pagato più caro e che questi soldi andranno via dal Paese. La tassa per l’incremento dello spread finora è stata di 5 miliardi”, spiega il docente, “Va anche considerato che questi tassi di interesse più alti non li paga solo il governo ma li pagano anche le imprese, che dunque investiranno di meno. Tutto ciò controbilancia in negativo lo sforzo per l’aumento della domanda e dei consumi interni”.

“È già aumentato il costo del denaro”

Questo “è quello che è successo con questa manovra. Per il modo in cui è stata congegnata e per aver detto aggressivamente: voglio varare delle manovre fiscali espansive, il governo ha fatto aumentare il costo del denaro e quello del debito. Attraverso questo canale si è determinato un effetto recessivo sull’economia. Una politica economica un po’ più prudente probabilmente avrebbe contribuito a sostenere l’economia quest’anno più di quanto non contribuisca una manovra roboante, imprudente e alla fine poco pensata”.

Il duro mestiere del profeta

Il vicepremier, Luigi Di Maio, ha bocciato le previsioni di Bankitalia sul Pil: “Sono diversi anni che non ci prende“, ha detto.

“La Banca d’Italia – replica Guiso – ha fatto un esercizio preventivo standard, che fa parte delle sue attività di routine. Due volte l’anno fa un bollettino sulla situazione economica del Paese e sulla situazione dell’economia europea ed internazionale e stende un quadro previsivo dell’economia italiana, da cui risulta che la stima di crescita economica per il 2019 è dello 0,6%, cioè una previsione decisamente orientata verso il basso rispetto a quella di qualche mese fa. Si tratta della previsione più informata, più ragionevole e più attendibile possibile, sulla base dei dati di cui si dispone ad oggi”.

Insomma, “Con tutta probabilità la previsione di Bankitalia sarà un po’ sbagliata, perché nel frattempo succederà qualcos’altro. Dire che non ha mai azzeccato una previsione, è vero, ma vale per tutti. Comunque gli errori della Banca d’Italia mediamente sono sempre stati più piccoli di quelli dei suoi critici”.   

”Ci vuole un’altra manovra”

Se la crescita dell’economia non sarà quella preventivata nella finanziaria, cioè l’1% – dice ancora Guiso – ma sarà più bassa, conseguentemente anche il gettito fiscale sarà più basso e il disavanzo sarà più elevato del 2,04%. Per se si vorrà mantenere quell’obiettivo ci sarà una manovra aggiuntiva”.

“Il complesso della politica economica e degli interventi che sono stati presi da questo governo – spiega Guiso – nonostante il desiderio di adottare una politica fiscale espansiva, molto probabilmente è che contribuirà a far recedere l’economia, piuttosto che a farla espandere. E questo avviene per il modo in cui hanno varato la manovra, per la sua composizione e per gli effetti che questa ha avuto sui tassi di interesse, sul costo del denaro e sullo spread. In un Paese con un debito così elevato come l’Italia, la prima cosa da fare è evitare di pagare tassi di interesse più alti sul debito, perché ciò dà un contributo negativo alla crescita. Ecco, questo non è stato fatto, il governo non ha minimizzato questo rischio ed è questo il peso più grande che l’intervento del governo porta con sé. Ecco perché i provvedimenti che sono stato presi contribuiranno ben poco, insieme al più generale rallentamento dell’economia globale, al miglioramento dell’andamento dell’economia”.

Flag Counter