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C'e' anche l'Ilva​, oltre ad Alitalia​ ed Embraco​, tra i dossier che il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, affronterà martedì a Bruxelles nell'incontro con il commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Ferma la trattativa in Italia – annullato l'incontro previsto per oggi al Mise tra Am Investco, sindacati, commissari Ilva e Governo – il fronte europeo resta probabilmente l'unico, al momento, per capire come sta avanzando la questione relativa al passaggio dell'Ilva dai commissari dell'amministrazione straordinaria alla nuova società di cui è leader Arcelor Mittal.

Due date chiave

Dopo l'ultimo incontro al Mise, lo scorso 12 febbraio, non ci sono infatti novità circa la trattativa sindacale. E se prossimamente ci fossero nuove date di convocazione, appare davvero difficile che questi incontri possano approdare alla firma. Pesano molto la campagna elettorale e la conclusione dell'attività del Governo, del cui ruolo, in una trattativa così complessa, non si può fare a meno. E così, non essendoci le condizioni per una stretta, ora si punta a riaffrontare il negoziato con Mittal dopo due date: 4 e 6 marzo prossimi. Ovvero, le elezioni politiche e la nuova udienza al Tar di Lecce, dove Regione Puglia e Comune di Taranto hanno presentato il ricorso contro il Dpcm che, a settembre scorso, ha approvato il nuovo piano ambientale dell'Ilva. La prima udienza al Tar, lo scorso 9 gennaio, si è chiusa con un nulla di fatto perché i due enti locali avevano ritirato la richiesta di sospensiva verso l'atto impugnato.

Adesso il 9 marzo il Tar di Lecce dovrà decidere se è sua competenza pronunciarsi sul merito, come sostengono Regione e Comune perché, dicono, il Dpcm impugnato dispiega in quest'area territoriale i suoi effetti, oppure dichiararsi incompetente e quindi trasferire il fascicolo al Tar del Lazio. Che è la tesi dei legali dell'Ilva, per i quali la questione va rimessa ai giudici amministrativi laziali trattandosi di un provvedimento del Governo.

Sindacati e Mittal rimangono distanti

Prima dell'incontro di lunedì scorso al Mise, soprattutto Fim Cisl e Uilm avevano tentato l'affondo con l'obiettivo di mettere in sicurezza l'accordo sindacale – pezzo importante di tutta la questione – ed evitare di arrivare a ridosso delle elezioni. Ma una proposta che i sindacati reputano prioritaria, ovvero la tutela dei 14mila posti di lavoro, non è riuscita a farsi strada nella controparte. Mittal, per ora, resta fermo sulla disponibilità iniziale: assumere 10mila dei 14mila totali dell'Ilva lasciando gli altri 4mila in carico all'amministrazione straordinaria. I sindacati, invece, puntavano ad un piano graduale e scaglionato sino al 2023, anno in cui Mittal dovrà completare gli investimenti industriali e ambientali. In sostanza, chiedevano i sindacati, Mittal parta con i 10mila assunti e poi, man mano che gli investimenti vanno a regime e la produzione dell'Ilva sale, assume gradualmente tutti gli altri in modo da avere alla fine del percorso, nel 2023, zero esuberi.

Tutto questo senza escludere esodi volontari e altre misure incentivanti per ridurre in modo indolore la platea dei 14mila. Ma forse perché i nodi da sciogliere sono ancora diversi e perché c'è un'incertezza generale, da Mittal in queste settimane non è venuta alcuna apertura sulla richiesta sindacale. E così, se non si puo' chiudere l'accordo con i sindacati, è quanto meno utile capire come sta avanzando il dossier Ilva a Bruxelles. E di qui l'incontro di martedì tra Calenda e Vestager. Il via libera dell'Antitrust europeo è infatti determinante per chiudere tutta l'operazione e trasferire gli asset di Ilva ad Am Investco. Il pronunciamento dell'Antitrust è atteso ai primi di aprile e le parti – commissione Ue e Am Investco – stanno lavorando sul dossier.

I paletti di Bruxelles

Ci sono già delle prime condizioni che Bruxelles ha posto: uscita di Marcegaglia dalla compagine di Am Investco e cessione, da parte di Mittal, dell'impianto ex Magona di Piombino. L'Antitrust, infatti, non vuole che dall'unione del più grande produttore mondiale, Mittal, col più grande trasformatore europeo, Marcegaglia, nasca una realtà in grado di nuocere al mercato e alla concorrenza. Da rilevare che Mittal si è impegnato a non fare alcun taglio nel perimetro Ilva qualora l'Unione Europea ponesse ulteriori condizioni per validare l'acquisto da parte di Am Investco. Intanto alle richieste già avanzate da Bruxelles si dovrebbe far fronte con la cessione di Piombino – Arvedi rileverebbe il sito da Mittal – e con un riassetto della stessa Am Investco con l'uscita di Marcegaglia e l'ingresso, come partner di Mittal, di Banca Intesa e Cassa Depositi e Prestiti.

A Taranto, infine, tiene banco il problema copertura dei parchi minerali dopo che il gruppo Cimolai, che realizzerà l'opera, ha dichiarato che l'acciaio necessario (60mila tonnellate), pur essendo fornito dall'Ilva, sarà lavorato in Friuli, dove hanno sede gli stabilimenti del gruppo, e poi trasportato di nuovo a Taranto. Questo perché a Taranto non ci sono aziende e impianti in grado di intervenire sulla quantità di acciaio necessaria. Confindustria Taranto ha chiesto a Cimolai un confronto per vedere quali spazi di inserimento delle imprese locali ci sono, mentre Cgil Taranto ha parlato di "inevitabile limite" del sistema imprenditoriale locale e di "miopia di tutti gli attori istituzionali e sociali che da anni conoscono l'esito di una gara che assegnava proprio a Cimolai il compito di questi lavori".

Debacle nel 2017 per il porto di Taranto. Lo dicono i dati complessivi dell'Autorità portuale di sistema del Mar Jonio. Dati che segnalano un calo del traffico generale, rispetto al 2016, del 12,2 per cento.

Si è passati, infatti, da 24,668 milioni di tonnellate del 2016 ai 21,648 milioni di tonnellate dello scorso anno. Arretrano tutti i comparti rilevati ad eccezione del traffico passeggeri, che per la prima volta vede 8546 transiti in considerazione del fatto che, dal 2017, il porto di Taranto è anche sede di approdo degli itinerari della compagnia Thomson Cruises.

Pesante anche il dato relativo al traffico ro-ro su cui pure lo scalo aveva puntato: -90,1 per cento da un anno all'altro. Calano anche le navi che hanno toccato lo scalo: -13,3 per cento dicono le statistiche. Il che, in numeri assoluti, vuol dire che si è passati dalle 2262 navi del 2016 alle 1962 dell'anno scorso.

Le ragioni di un declino

Sul ridimensionamento dell'attività del porto di Taranto pesano due fattori: la stasi che segna i grandi "clienti" dello scalo, a partire dall'Ilva​, e il mancato decollo dei progetti infrastrutturali sui quali pure si è investito. Il molo polisettoriale, la cui banchina è stata ammodernata, e la piattaforma logistica inaugurata qualche tempo fa. Il traffico delle rinfuse, ovvero le materie prime siderurgiche e i prodotti petroliferi, è sceso del 17,2 per cento. Nel dettaglio, -17,1 per cento per le rinfuse liquide e -17,4 per cento per quelle solide.

Il calo del porto si è riflesso più sugli sbarchi, che fanno registrare -17,9 per cento, da 15,359 milioni di tonnellate a 12,616 milioni di tonnellate, che sugli imbarchi, diminuiti anch'essi ma di solo il 3 per cento, tant'è che rimangono attorno ai 9 milioni di tonnellate.

In un bilancio generale così pesante, oltre al debutto del traffico passeggeri per l'avvento delle crociere, si segnala un discreto miglioramento del traffico delle merci varie il cui totale registra +5,8 per cento, da 5,398 milioni di tonnellate a 5,711 milioni di tonnellate. Tuttavia, gli indicatori positivi sono pochissimi rispetto a tutti gli altri che presentano invece un pesante segno meno. E si registra lo zero per i container.

La ripartenza del porto è legata all'utilizzo, da parte di nuovi operatori, della banchina del molo polisettoriale, ammodernata con una serie di lavori finanziati con fondi pubblici. Si tratta dell'infrastruttura sulla quale per anni ha operato col traffico container la compagnia Evergreen, andata via da Taranto agli inizi del 2015, mettendo anche in liquidazione la società Taranto container terminal.

Dopo la bocciatura, nel 2016, del progetto del consorzio Ulisse, ritenuto inadeguato dall'Autorità portuale, negli ultimi mesi due altre società si sono candidate per il molo polisettoriale annunciando investimenti nella logistica. 

La grana dell'assessore incompatibile

Lo scorso 22 gennaio il presidente dell'Authority, Sergio Prete, ha fatto pubblicare l'avviso pubblico relativo alle istanze di concessione demaniale marittima prodotte dal Consorzio Soutghate Europe Terminal e dalla South Marine Gate. Sono, appunto, le due società candidatesi ad occupare parte delle aree del molo polisettoriale.

Ma c'è un'altra grana che pesa sul porto di Taranto: l'incompatibilità a sedere nel comitato di gestione dell'Autorità di uno dei suoi componenti. Si tratta di Aurelio Di Paola, nominato dalla Regione Puglia ma diventato ora incompatibile perché é anche assessore ai Lavori pubblici del Comune di Taranto.

È la Uil trasporti a sottolineare l'incompatibilità sulla base delle modifiche normative intervenute col "correttivo" porti. "Al governatore di Puglia – rivendica la Uil trasporti – chiediamo nell'immediato, vista la ormai avvenuta pubblicazione della norma (i cui contenuti erano però conosciuti da mesi), di correggere tale nomina e rendere nuovamente legittimo il comitato di gestione della AdSP dello Jonio nominando un nuovo rappresentante da sommare a quello già espresso dal sindaco di Taranto ed al comandante della Capitaneria di porto di Taranto (per materie di particolare rilevanza per l'autorità marittima) oltre, naturalmente, al presidente Sergio Prete". 

Le nuove leggi sull'antiriciclaggio e sul contrasto al finanziamento del terrorismo hanno modificato le regole per l'utilizzo di assegni, contante e libretti al portatore. L'Associazione Bancaria Italiana ha pubblicato un vademecum per orientarsi nella normativa e non commettere errori. 

Ecco le 10 cose da sapere e a cui fare attenzione per non sbagliare:

  1. È vietato il trasferimento tra privati, senza avvalersi dei soggetti autorizzati (ad esempio banche), di denaro contante e di titoli al portatore (ad esempio assegni senza indicazione del beneficiario) di importo complessivamente pari o superiore a 3.000 euro.
  2. Gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a 1.000 euro devono riportare – oltre a data e luogo di emissione, importo e firma – l'indicazione del beneficiario e la clausola "non trasferibile". Fai quindi attenzione se utilizzi un modulo di assegno che hai ritirato in banca da molto tempo e verifica se l'assegno reca la dicitura "non trasferibile". Se la dicitura non è presente sull'assegno ricordati di apporla per importi pari o superiori a 1.000 euro.
  3. Le banche, alla luce delle disposizioni di legge, consegnano automaticamente alla clientela assegni con la dicitura prestampata di non trasferibilità.
  4. Chi vuole utilizzare assegni in forma libera, per importi inferiori a 1.000 euro, può farlo presentando una richiesta scritta alla propria banca
  5. Per ciascun assegno rilasciato o emesso in forma libera e cioé senza la dicitura "non trasferibile" è previsto dalla legge il pagamento a carico del richiedente l'assegno di un'imposta di bollo di 1,50 euro che la banca versa allo Stato.
  6. È vietata l'apertura di conti o libretti di risparmio in forma anonima o con intestazione fittizia ed è anche vietato il loro utilizzo anche laddove aperti in uno Stato estero; i libretti di deposito, bancari e postali, possono essere emessi solo in forma nominativa e cioè intestati ad una o più determinate persone.
  7. Per chi detiene ancora libretti al portatore è prevista una finestra di tempo per l'estinzione, con scadenza il 31 dicembre 2018; resta comunque vietato il loro trasferimento.
  8. In caso di violazioni per la soglia dei contanti e degli assegni (come la mancata indicazione della clausola "Non trasferibile") la sanzione varia da 3.000 a 50.000 euro.
  9. Per il trasferimento dei libretti al portatore la sanzione può variare da 250 a 500 euro. La stessa sanzione si applica nel caso di mancata estinzione dei libretti al portatore esistenti entro il termine del 31 dicembre 2018
  10. Per l'utilizzo, in qualunque forma, di conti o libretti anonimi o con intestazione fittizia la sanzione è in percentuale e varia dal 10 al 40% del saldo. 

Gli editori hanno un nuovo (vecchio) alleato: Google. Il motore di ricerca, che da sempre rappresenta la principale fonte di traffico “esterna” da pc, ha superato Facebook anche su mobile. Lo conferma una ricerca di Chartbeat. Nella prima settimana di febbraio, Google ha contribuito con oltre un miliardo di pagine viste (il 40% in più rispetto a un anno fa); Facebook si è fermato a 740 milioni (il 20% in meno).

Il sorpasso si è consumato lo scorso agosto. Se poi si includono anche i pc, il divario si allarga. Perché il motore di ricerca aggiunge 530 milioni di pagine mentre il social network (fruito molto da smartphone e meno da postazioni fisse) solo 70 milioni.

Google, mano tesa agli editori

Facebook e Google hanno fatto due scelte differenti. Mark Zuckerberg ha deciso di penalizzare le pagine (e quindi anche gli editori) per favorire quelle che ha definito “interazioni autentiche” (cioè con le persone). Le modifiche all'algoritmo vanno in questa direzione e hanno avuto come effetto un calo dei clic che dalla bacheca portano agli articoli. Anche se i cambiamenti sono stati annunciati a gennaio (e dovrebbero avere crescente impatto in futuro), già nel corso del 2017 i siti hanno registrato un calo della “portata organica” (cioè del traffico che arriva da Facebook senza pagare). Google, invece, sta spingendo nella direzione opposta.

Il successo delle Amp

Buona parte della crescita si deve alle “Amp”: è un nuovo formato (open source ma utilizzato soprattutto da Big G) che permette di caricare gli articoli in modo più rapido su mobile (Amp sta per “accelerated mobile pages”), senza obbligare gli utenti a saltare da un sito all'altro. Risultato: più traffico e più pubblicità, tanto che gli editori stanno accorrendo. Il 14 febbraio, Google ha annunciato che sono 31 milioni quelli che già hanno adottato le Amp (il 25% in più rispetto a ottobre).

Le “pagine accelerate” funzionano a tal punto che Big G ha deciso di utilizzarle anche nelle neonate Stories: un nuovo formato, simile alle Storie di Snapchat, che potrà essere utilizzato dalle testate e comparire nei risultati di ricerca. Mountain View punta quindi con forza a occupare quello spazio che Facebook sta lasciando vacante.

Il confronto con Twitter

Zuckerberg punta ad allontanare lo spettro delle fake news e a rinsaldare la comunità per venderla a prezzi più cari (anche perché, se un editore vuole emergere, dovrà pagare). Ma per ora il social network deve fare i conti con la quantità. Sta perdendo terreno rispetto a Google e anche Twitter sta rimontando, per quanto resti lontano: secondo una ricerca di SocialFlow riportata da BuzzFeed, a ottobre arrivavano da Facebook 4,7 lettori per ogni visitatore proveniente da Twitter. A gennaio il rapporto è sceso a 2,5 contro uno.

Da una parte c'entra l'algoritmo; dall'altra il crescente coinvolgimento degli utenti emerso nell'ultima trimestrale. E così in tre mesi i clic medi su ogni post Facebook degli editori sono calati da 470 a 400. Mentre quelli per ogni tweet sono passati da 100 a 160.

 

Funziona così: ti rapisco lo smartphone per qualche minuto (se sei attento anche meno, se non lo sei molto di più). Ma non lo uso per chiederti un riscatto: lo faccio lavorare per creare nuove criptovalute. La società americana di sicurezza informatica Malwarebytes ha rintracciato una campagna che coinvolgerebbe circa 800.000 persone al giorno.

L'esca è una pubblicità ingannevole, utilizzata in realtà per diffondere malware. Gli utenti, ignari, vengono indirizzati verso alcuni siti, dove la potenza di calcolo dei loro smartphone viene “succhiata” per fare mining. Cioè per produrre criptovalute, in questo caso Monero (13esima valuta digitale per capitalizzazione e con un valore unitario di oltre 290 dollari).

Una volta catapultati sui siti infetti, sul display compare la segnalazione di “attività sospette” e l'avviso che, finché l'utente non inserirà un codice (disponibile nella schermata), il suo smartphone continuerà a minare, compromettendo le performance del dispositivo.

Secondo i dati di Malwarebytes, gli 800.000 utenti coinvolti ogni giorno passato sui siti malevoli in media 4 minuti. E così, sommando la capacità di calcolo di centinaia di migliaia di dispositivi, i promotori della campagna sono in grado di estrarre Monero per diverse migliaia di euro al mese. L'offensiva, individuata per la prima volta da Malwarebytes a gennaio, sarebbe in corso dal novembre 2017. Conferma che attività di “cryptojacking” (cioè di “rapimento” dei dispositivi per minare monete virtuali), per quanto sia più ricorrente ed efficace sui pc, coinvolge anche gli smartphone.

Campagne come queste sono in aumento. Di recente, hanno coinvolto anche siti considerati sicuri. Pochi giorni fa Scott Helme, blogger ed esperto di sicurezza informatica, ne ha individuati migliaia, tra i quali ci sono anche decine di indirizzi governativi (soprattutto americani e britannici).

Sui siti c'era un pezzo di codice che apre una porta verso il dispositivo usato dagli utenti per connettersi. Grazie a questa breccia, è possibile assorbire capacità di elaborazione dalle schede madri (all'insaputa dei proprietari). Per chi ha messo in piedi l'attacco la convenienza è doppia: aggrega potenza e produce criptovaluta più velocemente. E non compra nuove Cpu (che proprio a causa dell'elevata domanda per minare criptovalute sono diventate molto costose).

Per gli utenti il danno è triplo: vengono coinvolti in un'attività lucrativa senza però intascare nulla; vedono penalizzate le prestazioni dei propri dispositivi e ridursi il tempo della batteria perché parte della capacità di calcolo è impiegata altrove; rischiano di aumentare il consumo energetico (e quindi il costo della bolletta).

Ancora problemi tecnici per la piattaforma di trading di criptovalute Coinbase, alle prese questa volta con anomalie nel funzionamento dei prelievi delle carte di credito: transazioni non autorizzate e ripetute che in alcuni casi hanno svuotato il conto bancario degli utenti. Con l'ulteriore addebito delle spese per lo scoperto.

I primi reclami su Reddit risalgono a 2 settimane fa, ma nelle ultime 24 ore le proteste sono aumentate sui forum, su Twitter. E su Reddit, dove un utente ha raccontato di aver acquistato Bitcoin, Ether e Litecoin per un totale di 300 dollari il 9 febbraio. Pochi giorni dopo, le transazioni sono state ripetute 5 volte per un totale di 1.500 dollari, anche se l'utente non aveva effettuato altri acquisti: transazioni sufficienti però a cancellare il suo conto bancario.

"Stiamo facendo indagini congiunte con tutte le parti coinvolte e forniremo aggiornamenti non appena le avremo ricevute" ha scritto un dipendente di Coinbase, sempre su Reddit. Coinbase ha rifiutato di dare il numero esatto di utenti coinvolto nella vicenda, ma ha dichiarato che "garantirà che ogni cliente interessato sarà rimborsato per intero per qualsiasi addebito errato".

Sull'origine del malfunzionamento, Dan Romero, VP e GM di Coinbase, ha spiegato al tech magazine Tech Crunch che "il problema è derivato da una recente decisione delle banche e delle società emittenti di carte di cambiare il Merchant Category Code (MCC) per gli acquisti di valuta digitale. Visa – ha spiegato – ha modificato l'MCC per gli acquisti di valuta digitale con un codice che consente alle grandi banche e agli emittenti di carte di addebitare ai consumatori commissioni aggiuntive". 

Come ottenere un tirocinio in Microsoft. Istruzioni: prendete un post di LinkedIn, mettete da parte le inibizioni e rendetelo virale a tal punto da coinvolgere Satya Nadella. È la storia di Akosua Boadi-Agyemang, una ragazza cresciuta in Botswana che studia alla Miami University e che, la prossima estate, lavorerà nel gruppo di Redmon (poi si vedrà). Merito di un semplice post e, come ammesso dalla ragazza, della sua “sfacciataggine”.

“Ho inviato candidature, e-mail e ho partecipato a molti eventi”, scriveva Akosua nel messaggio pubblicato lo scorso novembre. “Adesso uso questa incredibile piattaforma per uno dei suoi veri obiettivi: connettere persone di talento con chi le sta cercando. Spero di connettermi con qualcuno che stia cercando qualcuno come me”.

La ragazza tagga Jeff Weiner, il fondatore di LinedIn, e lo ringrazia per aver creato il social network del lavoro. Afferma, senza giri di parole, di cercare “un tirocinio per l'estate del 2018” e chiede ai suoi contatti di spargere la voce. La frase che ha resto virale il post è quella che chiude il messaggio: “Mi hanno sempre detto di essere sfacciata. Spero che un giorno questo possa aiutarmi a raggiungere i miei obiettivi”.

Risultato raggiunto: il post ed è stato “consigliato” più di 5mila volte. E alla fine è arrivato anche sul display di Satya Nadella, ceo di Microsoft (il gruppo che controlla LinkedIn). Sarà per i complimenti alla piattaforma, per l'efficacia del messaggio o per la faccia tosta di coinvolgere Jeff Weiner, fatto sta che Nadella ha prima commentato il post di Akosua (“Grazie per aver condiviso la tua storia, il tuo entusiasmo e per l'incoraggiamento che hai dato agli altri”).

E poi le ha aperto le porte di Microsoft. A confermarlo è stata la stessa ragazza, sempre su LinkedIn, sempre con la stessa faccia tosta. Ha ringraziato parenti e amici e ha taggato di nuovo Weiner: “Nel caso te lo stessi chiedendo, qualcosa si è concretizzato! Grazie”. Aggiungendo un messaggio e un hashtag: “Mai mollare! Sfacciataggine e lavoro duro pagano!”. #theBOLDjourney (il viaggio della sfacciata).

Entro il prossimo 4 aprile le bollette di telefonia e pay tv dovranno tornare mensili, come ha stabilito il decreto fisco collegato alla manovra poi convertito con la legge 172/2017. Lo stop alla fatturazione delle bollette ogni 28 giorni riguarda la telefonia, le pay tv, e Internet ma non vale per luce e gas.

Previsti anche rimborsi per gli utenti di telefonia fissa per i quali però bisognerà aspettare, però, poiché il Tar del Lazio ha congelato fino al 31 ottobre l'obbligo di rimborso automatico che sarebbe dovuto scattare ad aprile. E venerdì 16 febbraio l'Agcom ha diffidato Tim, Wind Tre, Vodafone, Fastweb e Sky per "non aver rispettato le prescrizioni in materia di chiarezza, trasparenza e completezza delle informative", in particolare per quanto riguarda, "la precisa indicazione del prezzo di rinnovo delle offerte a fronte di modifiche contrattuali nella fase di ritorno alla cadenza mensile della fatturazione".

L'Autorità ha anche deciso di avviare nuovi procedimenti sanzionatori nei confronti degli operatori recidivi che non si sono adeguati alla delibera che stabilisce la fatturazione mensile. 

Cosa stabilisce la legge 172/2017

Il periodo mensile o suoi multipli è stato ripristinato come "standard minimo" dei contratti. La norma prevede che gli operatori dovranno adeguarsi entro 120 giorni dall'entrata in vigore (6 dicembre), ovvero a partire dal 4 aprile chi è inadempiente dovrà rimborsare ogni utente con un indennizzo forfettario di 50 euro, maggiorato di 1 euro per ogni giorno successivo alla scadenza del termine imposto dall'Autorità. Raddoppiate anche le sanzioni che vanno da un minimo di 240 mila euro a un massimo di 5 milioni. 

La delibera dell'Agcom

L'Agcom era già intervenuta nel marzo 2017 con una delibera che imponeva agli operatori della telefonia fissa e di quella ibrida (cioè fissa e mobile) di tornare alla modalità di fatturazione mensile. La prassi di addebito a 28 giorni era stata invece temporaneamente consentita solo alla telefonia mobile. Gli operatori telefonici hanno però disatteso il termine di 90 giorni concesso dal Garante per adeguarsi. E hanno scelto, insieme a Sky, di impugnare la delibera dell'Authority davanti al Tar del Lazio.

Lo scorso dicembre, visto il perseverare delle fatturazioni a 28 giorni, l'Agcom era intervenuta di nuovo, applicando una sanzione di oltre un milione di euro a carico di Tim, Vodafone Italia, Wind Tre e Fastweb. Ritenendo che i consumatori non dovessero subire alcun pregiudizio a causa del ritardato adeguamento tariffario, il Garante ha inoltre intimato agli operatori di rimborsare le somme ingiustamente pagate dagli utenti a partire dal 23 giugno 2017, stornandole dalla prima fattura emessa con cadenza mensile. –

La decisione del Tar del Lazio, e cosa succederà ad ottobre

Il Tar del Lazio si è espresso con due ordinanze di accoglimento parziale delle richieste con le quali Wind Tre e Vodafone hanno contestato le delibere dello scorso dicembre con cui Agcom le sanzionava per non aver seguito le indicazioni dell'Autorità. Il tribunale ha quindi rinviato la questione dei rimborsi automatici alla discussione di merito con udienza già fissata per il 31 ottobre. Entro fine mese il Tar si esprimerà anche sui ricorsi di Telecom e Fastweb.

Allo stesso tempo il Tar ha dato ragione all'Agcom sull'illegittimità della fatturazione a 28 giorni respingendo definitivamente l'impugnazione della delibera con cui l'Autorità a marzo aveva imposto il ritorno nella telefonia fissa alla fatturazione su base mensile. –

Il Codacons chiede sequestri alle procure

Il Codacons ha presentato un'istanza a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia in cui si chiede di disporre sequestri cautelari presso le compagnie telefoniche operanti nel nostro paese. Al centro della richiesta dell'associazione le illegittime fatturazioni a 28 giorni da parte delle società della telefonia, adottate a partire dal 2015 e ora bocciate definitivamente dal Tar. 

Apple Park, il nuovo quartier generale ipertecnologico di Apple, costato 5 miliardi di dollari, è in gran parte costruito in vetro e si trova a Cupertino, nel cuore della Silicon Valley. L'azienda, che va famosa per il suo design innovativo, al suo interno, ha inserito porte e innalzato pareti tutte in vetro e ai dipendenti capita frequentemente di schiantarcisi contro, spesso dolorosamente.

Lo rivela MarketWatch, citando documenti e fonti interne. Nei giorni scorsi, almeno in due casi, si sono verificati due incidenti gravi: due uomini sono andati a sbattere contro i vetri provocandosi lesioni e tagli che non hanno comportato un'ospedalizzazione ma hanno richiesto l'intervento del servizio sanitario di emergenza locale. A parte il lato comico degli incidenti, va notato che ci sono normative che regolano la vita sui posti di lavoro che Apple, in questi casi, potrebbe violare.

La legge della California richiede che "i dipendenti siano protetti contro il rischio di attraversare il vetro con barriere o con segni evidenti e durevoli". Finora la compagnia non è stata fatta oggetto di citazioni da parte delle autorità locali sulla sicurezza occupazionale e sulla salute.

Tuttavia, secondo una portavoce del Dipartimento per le relazioni industriali della California, nel caso in cui Apple fosse accusata di violazione della legge, potrebbe essere soggetta a multe e ad altre misure coercitive che la obblighino ad affrontare il problema.

L'Antitrust ha avviato un'indagine su Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre. Il sospetto è che gli operatori di telefonia abbiano coordinato la propria strategia commerciale connessa alla cadenza dei rinnovi e alla fatturazione delle offerte sui mercati dei servizi al dettaglio di telecomunicazione elettronica fissi e mobili, a seguito dell'introduzione dei nuovi obblighi regolamentari e normativi.

Cosa significa

Fastweb, TIM, Vodafone e Wind Tre hanno comunicato "quasi contestualmente" ai propri clienti che, in ottemperanza al suddetto obbligo, la fatturazione delle offerte e dei servizi sarebbe stata effettuata su base mensile e non più di quattro settimane e di voler attuare di conseguenza una variazione in aumento del canone mensile per distribuire la spesa annuale complessiva su 12 mesi, anziché 13, come stabilito dal Tar qualche settimana fa.

Tale coordinamento tra le compagnie sarebbe finalizzato a preservare l'aumento dei prezzi delle tariffe determinato dalla iniziale modifica della periodicità del rinnovo delle offerte (da mensile a quattro settimane), e a restringere al contempo la possibilità dei clienti-consumatori di beneficiare del corretto confronto concorrenziale tra operatori in sede di esercizio del diritto di recesso.

In altre parole, costrette ad adeguarsi alle tariffe a scadenza mensile anziché a 28 giorni, i big della telefonia italiana avrebbero deciso di fare cartello imponendo ai consumatori aumenti allineati.

Le tappe di una vicenda lunga un anno

La vicenda ha preso il via tra la fine del 2016 e il 2017 quando i principali operatori della telefonia hanno modificato la periodicità nell’invio delle bollette da mensile a settimanale, in pratica hanno deciso di inviare una bolletta ogni 28 giorni. Ciò significa che le mensilità sarebbero diventate 13 e non più 12, comportando un aggravio medio delle tariffe dell’8,6%. 

L’Agcom è intervenuta il 24 marzo 2017 con una delibera nella quale si stabiliva che per la telefonia fissa il criterio della fatturazione doveva essere il mese, mentre per la telefonia mobile la cadenza della fatturazione non poteva essere inferiore a 28 giorni.

Come spiega la stessa Autorità, la fatturazione a 4 settimane realizza un vizio di trasparenza che può essere tollerato nella telefonia mobile (dove il 76% del traffico è prepagato), invece nel fisso il pagamento con addebito diretto su conto corrente bancario con il Rid rende difficoltoso per il consumatore comprendere gli aumenti. Dopo la delibera dell’Agcom di marzo, si legge sul sito Consumatori,  le cose non erano per niente migliorate, anzi si era scatenato l’effetto contagio che aveva coinvolto anche Sky Italia.

Sanzioni per 1,16 milioni di euro

Nel mese di dicembre 2017, l‘Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deliberato di sanzionare gli operatori TIM, Vodafone, Wind Tre e Fastweb per la mancata osservanza della propria delibera in materia di cadenza di rinnovo delle offerte e di fatturazione dei servizi, relativamente alla telefonia fissa e alle offerte convergenti fisso-mobile.

Si tratta di 1,16 milioni di euro per ciascun operatore (il massimo della sanzione prevista). L’Autorità ha nel contempo emanato apposite linee guida per spiegare agli operatori come interpretare correttamente l’obbligo a fare una tariffazione “mensile”, come indicato dall’ultima Legge di Bilancio, ciò significa obbligo a rispettare il mese solare. Insomma, gli operatori non possono seguire una fatturazione a 30 giorni, come intendevano fare.

La sanzione dell’Agcom è giunta dopo l’approvazione della legge che su nostra proposta ha ripristinato la fatturazione su base mensile  per imprese telefoniche, reti televisive e servizi di comunicazioni elettroniche. Le compagnie hanno 120 giorni dall’entrata in vigore della legge per adeguarsi (e cioè fino al 4 aprile 2018).

In caso di violazione della norma si applicherà un indennizzo forfettario pari a 50 euro in favore del consumatore, maggiorato di 1 euro per ogni giorno successivo alla scadenza del termine assegnato dall’Autorità delle Comunicazioni.

L’incognita rimborsi

Secondo SosTariffe.it, gli utenti potrebbero ricevere rimborsi per 19 euro. Ma non è né semplice né scontato. Solo gli operatori che dovessero restare a 28 giorni dopo il 4 aprile, sarebbero tenuti pagare un rimborso agli utenti, indicato dalla legge in 50 euro; ma, osserva Repubblica, “è una ipotesi remota. Tutti intendono adeguarsi”.

Non solo. Anche se gli operatori dovessero perdere al Tar – l’udienza è prevista per il 17 febbraio -, non è detto che saranno poi costretti a pagare un rimborso agli utenti e che – soprattutto – questo sia calcolato secondo i criteri indicati da Agcom (da cui derivano poi le stime di SosTariffe.it). A quanto risulta, infatti, gli operatori contestano anche il modo in cui Agcom ha calcolato i giorni su cui gli utenti hanno diritto al rimborso.

 

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