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Bitcoin è la quinta moneta per valore al mondo. Una mappa elaborata su dati MarketWatch.com racconta come da quando Bitcoin ha raggiunto il prezzo di 15 mila euro (oggi ne vale 19) il suo valore ha superato quello delle Rupie indiane, posizionandosi tra le 5 monete con più alto valore al mondo dopo dollaro, euro, yuan cinese e yen giapponese. 

Oggi la capitalizzazione di Bitcoin è di circa 300 miliardi. Subito dopo di lui ci sono Ethereum, che è la 17esima moneta con più valore al mondo, Bitcoin Cash, Ripple che superano nazioni come la lira turca, o la corona svedese. Attualmente il 71% della popolazione mondiale vive in nazioni la cui moneta ha un valore inferiore a Bitcoin. 

L’esplosione di Bitcoin infatti ha fatto puntare gli occhi degli investitori sulle altre criptovalute, che in questi mesi stanno apprezzandosi sul mercato. Oggi Ethereum vale quanto Bitcoin poco più di un anno fa, Litecoin vale quanto Bitcoin due anni fa. E la speranza di molti è quella di trovare la fortuna persa con Bitcoin in questi nuovi prodotti del mondo criptocurrency. Va ricordato che si tratta di valute altamente volatili, più volatili di Bitcoin anche perché molto meno capitalizzate. 

Di sassolini, Carlo De Benedetti, se n'era tolto più d'uno. dando sfogo a tutta la propria delusione: nei confronti delle scelte fatte dall'azienda che ha appena donato ai figli; dal fondatore del giornale che ha finanziato per decenni e di una certa sinistra in cui aveva creduto. Il 2 dicembre, in una intervista al Corriere della Sera, l'ex presidente della Gedi aveva, tra le altre cose, sconfessato la decisione di affiancare al direttore di Repubblica, Mario Calabresi, un vice. "Nessun grande giornale al mondo utilizza questa formula anche se penso che Tommaso Cerno sia tra i migliori giornalisti della sua generazione" diceva al Corriere, "la condirezione ha funzionato una sola volta, alla Stampa di Mieli e Mauro; che però avevano entrambi una loro agenda, e non pensavano certo di convivere a lungo".

E poi la battuta che ha preoccupato la redazione del giornale: "Non penso proprio che i miei figli venderanno. Non ne vedrei la ragione, tenuto conto che la Cir, l’azienda che ho loro donato, ha più di 300 milioni di liquidità. Il problema è come investire, non certo come disinvestire". 

Per questo l’assemblea di redazione di Repubblica ha sollecitato un chiarimento ai vertici del gruppo Gedi. La risposta del presidente Marco De Benedetti è arrivata con una lettera in cui prende le distanze dal padre: "Le opinioni espresse nell’intervista non rappresentano né il pensiero degli azionisti, né quello del vertice della Società, che sono tutti determinati a proseguire sulla strada tracciata".

In sintesi De Benedetti jr assicura di credere "nel valore del giornale e del Gruppo", di essere "impegnato a lavorare per un futuro solido e vincente" e che la "riforma del giornale rappresenta molto di più di un semplice restyling. Riflette la consapevolezza della necessità di dare risposte nuove che mettano al centro qualità e professionalità e la volontà di fare un giornale che vada incontro a quanto ci chiedono i nostri lettori, che sono e sempre saranno l’unico nostro riferimento".

La frattura nella famiglia De Benedetti sembra consumata, dopo quella di Carlo con Eugenio Scalfari ("è stato talmente un grande nell’inventare Repubblica e uno stile di giornale che farebbe meglio a preservare il suo passato") e con il Pd di Renzi ("ha deluso non solo me, ma tantissimi italiani. È stato un elemento di novità e freschezza, e ha fatto bene il primo ministro. Ma ha sbagliato sul referendum, e soprattutto ha sbagliato dopo a non trarne le conseguenze").

Entro lunedì i proprietari delle case di lusso, degli immobili strumentali (negozi, capannoni, uffici, botteghe, etc.) e delle seconde/terze case saranno chiamati a versare la seconda rata dell'Imu e della Tasi che ammonterà, complessivamente, a 9,9 miliardi.

Lo sforzo più importante ricadrà sui proprietari di seconde e terze case; questi saranno chiamati a versare ai Comuni 5,3 miliardi di euro. Chi possiede capannoni, uffici e negozi, invece, dovrà pagare 4,5 miliardi, mentre i proprietari di una casa di pregio utilizzata come abitazione principale corrisponderanno all'amministrazione comunale dov'è ubicato l'edificio 36,8 milioni.

Sono i dati diffusi dall'ufficio studi della Cgia di Mestre, giunto a questi risultati analizzando i dati riferiti ai gettiti della prima e della seconda rata degli anni precedenti. "Le brutte notizie", avverte l'associazione, "purtroppo, non finiscono qui".

Una giornata di passione

"Lunedì prossimo sarà una giornata di passione per milioni di italiani", ha affermato Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, "oltre al pagamento della seconda rata dell'Imu e della Tasi, gli imprenditori, ad esempio, dovranno versare le ritenute Irpef e i contributi previdenziali dei propri dipendenti e dei collaboratori. Inoltre, coloro che sono tenuti al pagamento su base mensile dell'Iva dovranno corrispondere all'erario l'imposta riferita al mese di novembre. Se si considera che entro Natale – ha continuato – bisognerà erogare anche le tredicesime, per moltissime imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, non sarà facile disporre della liquidità necessaria per onorare tutte queste scadenze". 

Le Regioni che pagheranno di più

A livello territoriale sarà la Lombardia a dare il contributo economico più importante: tra l'Imu sulle case di lusso (7 milioni di euro), l'Imu e Tasi sugli immobili strumentali (un miliardo) e sulle seconde/terze case (786 milioni), i lombardi verseranno nell'insieme 1,8 miliardi di euro. Al secondo posto di questa graduatoria troviamo i laziali che dovranno corrispondere 1,2 miliardi, mentre sul terzo gradino del podio dei più tartassati troviamo gli emiliano-romagnoli che saranno costretti a metter mano al portafogli per un importo complessivo di 855 milioni.

Segnala il segretario della Cgia Renato Mason: "Grazie al blocco degli aumenti introdotto dal Governo Renzi nella legge di Stabilità 2016, ad eccezione della Tari, anche quest'anno le tasse locali non hanno subito alcun aumento. Non solo, ma già da due anni possiamo beneficiare dell'abolizione sia della Tasi sulle abitazioni principali non di lusso sia dell'Imu sugli imbullonati e sugli immobili a uso agricolo". 

Più in generale, segnalano dalla Cgia, il carico fiscale che grava sulle spalle dei contribuenti rimane ancora su livelli non più sopportabili. "In linea puramente teorica – conclude Zabeo – nel 2017 ogni italiano verserà mediamente 8mila euro di imposte e tasse all'erario, somma che si alzerà fino a sfiorare i 12mila euro se si considera anche il pagamento dei contributi previdenziali. E la serie storica indica che negli ultimi 20 anni le entrate tributarie dello Stato sono aumentate di oltre 80 punti percentuali, quasi il doppio dell'inflazione che, nello stesso periodo, è salita del 41 per cento".

"L'aumento delle tasse ha fatto crescere il sommerso"

Dalla Cgia infine, sottolineano che le difficoltà legate alla crisi e il conseguente deciso aumento delle tasse avvenuto in questi ultimi 10 anni hanno, tra le altre cose, aumentato le dimensioni del 'nero'. Le ultime stime elaborate dall'Istat (anno 2015) evidenziano che l'economia sommersa si aggira attorno ai 190 miliardi di euro l'anno, pari all'11,5% del Pil italiano.

Di questi 190 miliardi di valore aggiunto generato dall'economia sommersa, il 49% circa è ascrivibile a forme di sotto-dichiarazione dei redditi praticate dagli operatori economici (pari a 93,2 miliardi), il 40,6% al lavoro irregolare (che corrisponde a 77,3 miliardi), e il restante 10,4% (19,8 miliardi) ad altre componenti residuali di evasione, come ad esempio gli affitti in nero.

Gli irregolari in Italia sono oltre 3,7 milioni. Il 71% circa è costituito da persone occupate in prevalenza come dipendenti (poco più di 2,6 milioni). Incidenze molto elevate di irregolarità occupazionale si registrano nei servizi alle persone (47,4%), in agricoltura (17,9%), nel commercio/ristorazione (16,7%) e nelle costruzioni (16,9%). 

"La mia opinione è che i future faranno salire ancora il prezzo dei Bitcoin, non so fino a quanto, siamo arrivati a sfiorare i 19.000 dollari, si può arrivare a 50.000, non saprei di preciso. Tuttavia dopo questi rialzi, sono convinto che crolleranno, o li faranno crollare. Le banche, coi future, potrebbero prendere in prestito Bitcoin e poi scommettere sul loro crollo. Lo hanno già fatto coi derivati, figuriamoci se non potrebbero farlo coi Bitcoin".

Così Antonio Simeone, trentenne co-fondatore e ceo di Euklid, una piattaforma fintech che si occupa di gestione del risparmio attraverso i canali del Bitcoin e del blockchain, commenta all'AGI l'esordio delle contrattazioni sul future del Bitcoin, che lunedì debutta al Cme, il Chicago mercantile exchange, dopo l'esordio, al Chicago board of trade. Euklid è una piattaforma con un sistema di intelligenza artificiale che permette di raccogliere e reinvestire automaticamente in criptovalute il proprio denaro.

In questo momento lei vede il Bitcoin come una riserva di valore, o come un asset finanziario?

"Tanti dicono: è la moneta del futuro, ma al presente è un asset finanziario, altamente speculativo e rischioso. Magari col tempo le nuove tecnologie lo renderanno più veloce, più sicuro. Ma al momento è questo".

Secondo lei la trasformazione del Bitcoin da valuta digitale scambiata online da un numero ristretto di persone a un asset finanziario che viene fatto girare in Borsa da grandi società finanziarie, aumenta il rischio di creare una bolla speculativa e dunque di un crack finanziario?

"Sì assolutamente. Qui non parliamo di un prodotto fisico, ma parliamo di scommettere sull'andamento del Bitcoin, che già di fatto non è qualcosa di fisico. Mi spiego: vedo due ordini di problemi. Uno è un problema di exchange, cioè di mercati dove si scambiano i Bitcoin. Intanto va detto che le piattaforme su cui si scambiano i Bitcoin spesso fanno delle manipolazioni, non sono efficienti e non sono regolamentate, non hanno garanzie. Non appena emergono dei problemi queste piattaforme si bloccano, smettono di funzionare".

E il secondo problema?

"È la possibilità di coprire queste inefficienze con dei future. Praticamente il future, che è un contratto a termine standardizzato che può essere negoziato in una borsa valori, permette di andare senza problemi in short, cioè di scommettere al ribasso sui Bitcoin. Se le banche volessero, tutte insieme, far crollare il Bitcoin, potrebbero farlo attraverso lo strumento dei future. In pratica, il future rafforza questo rischio. Già oggi i Bitcoin sono diventati degli asset finanziari sui quali si fanno speculazioni e che sono poco liquidi. Le banche quindi, grazie ai future, potrebbero prendere in prestito Bitcoin e poi scommettere sul loro crollo, andando in short. Lo hanno già fatto coi derivati, figuriamoci se non potrebbero farlo coi Bitcoin".

Vede un pericolo imminente?

"Basta andare in metropolitana a Londra, o a New York e guardarsi intorno. è pieno di pubblicità di piattaforme che ti permettono di scommettere sull'andamento del prezzo del Bitcoin e delle criptovalute. Le pubblicità sfruttano questa mania".

Anche voi investite in criptovalute. Anche voi sfruttate questa mania?

"Un conto sono i puristi dei Bitcoin, che fin dall'inizio hanno acquistato Bitcoin e se li sono tenuti, non li hanno mai visti in dollari. Chi invece acquista adesso Bitcoin, non lo fa per tenerseli, lo fa in termini speculativi, pensa: ci divento ricco, già domani guadagnerò il 10% sul loro valore. è per questo che penso che il Bitcoin diventerà sempre più un asset finanziario e sempre meno una valuta". 

È questo il solo motivo per cui si investe in Bitcoin?

"La finanza tradizionale è abbastanza noiosa. La redditività delle azioni è molto bassa, ci guadagni poco, ci perdi poco. Immaginiamo un ragazzo, che vuole guadagnare subito. Chi specula in Bitcoin punta su questo, lo rende partecipe di questa emotività che circonda la moneta digitale con la pubblicità, lo inserisce in questa follia, questa schizofrenia, che in un giorno ti permette di guadagnare il 30-40%, poi magari il giorno dopo perdi il 20%. La chiamano volatilità, ma c'è anche il fattore emotivo. Molti ci vedono la possibilità di fare guadagni veloci, eccitanti".

Dunque la pubblicità è un modo per cavalcare questa follia?

"Sì, è un modo di intercettare queste emozioni, con un target che è quello dei millennial, dei giovani".

Tuttavia chi compra Bitcoin, poi ha difficoltà a spenderli, chi te li prende?

"E invece no. Io ce li ho i Bitcoin e li posso spendere in tanti modi, molte società li accettano ma soprattutto ci sono società che ti danno un conto in Bitcoin, ti danno una carta di credito in Bitcoin".

Ma che direzione pensa possano prendere le criptovalute in un futuro prossimo?

"La cosa più importante da dire è che i rischi sono molto elevati. A me piace la filosofia che sta dietro al Bitcoin, ma il fatto che i mercati su cui vengono scambiati non siano per niente garantiti, fa sì che il rischio per chi opera coi Bitcoin sia abbastanza alto, specie se di mezzo ci si mettono i future. Ormai la filosofia iniziale è cambiata. Quelle sui Bitcoin sono diventate essenzialmente operazioni finanziarie, che tra l'altro avvengono in un mercato molto volatile, che nel giro di 5 minuti può valere il 30% in più, o il 20% in meno. È un pò come è avvenuto con i junk, i titoli spazzatura. In tanti se lo dimenticano, dietro tutto ciò c'è il guadagno, specie quello dei minatori che sono quelli che creano i Bitcoin, i quali si prendono un sacco di soldi di 'fee', di parcelle, proprio come avveniva coi titoli junk. La mia opinione è che i future faranno salire ancora il prezzo dei Bitcoin, non so quanto, possono arrivare a 50.000 dollari, non saprei di preciso. Tuttavia dopo questi rialzi, sono convinto che crolleranno, o li faranno crollare. Metti che si arrivi a 50.000 dollari, a quel punto la tentazione di vendere diventerà grande, difficile resistere".

Tuttavia i Bitcoin hanno un tetto, non se ne possono creare all'infinito, è previsto un numero chiuso…

"Sì, possono arrivare fino a 21 milioni, non di più, al momento è così, l'offerta è contingentata a 21 milioni di Bitcoin, per questo più li comprano e più valgono: l'offerta è fissa e, all'aumentare della domanda aumenta il prezzo. Tuttavia basta cambiare il protocollo…".

Questo significa che le regole possono essere cambiate?

"In teoria sì, il Bitcoin è un fork. Per intenderci il fork è la scissione/duplicazione del codice sorgente dei Bitcoin. Lo scorso ottobre hanno lanciato il Bitcoin Gold, la cui emissione è stata fallimentare".

Dunque con il fork si può cambiare il tetto di offerta dei Bitcoin?

"In teoria potrebbe anche restare così per sempre, ma potrebbe anche cambiare".

Come valuta la tecnologia dei blockchain che sta dietro ai Bitcoin? 

"La tecnologia dei blockchain è il Bitcoin, ma può essere creata anche dalle banche. Quello che va evidenziato è che il blockchain del Bitcoin è decentralizzato. Nessuno ha il potere su tutta la catena, nessuno ha il 51%. Nel caso di una banca invece è diverso, la blockchain diventa molto più manipolabile e centralizzata".

 

"Bitcoin è la vera Occupy Wall Street". Julian Assange su Twitter è tornato a parlare di Bitcoin ricordando la natura anti-sistema della criptovaluta che oggi ha registrato nuovi rialzi arrivando a sfiorare i 19mila dollari. Ma il fondatore di Wikileaks punta su quella che forse è la vera natura di Bitcoin, ovvero uno strumento nato come alternativa alla finanza tradizionale, anche se per molti oggi sembra essere soltanto uno strumento di speculazione finanziaria.

Occupy Wall Street è stato un movimento di contestazione pacifica, nato il 17 settembre 2011 per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario, che si è poi concretizzato in una serie di dimostrazioni nella città di New York presso Zuccotti Park. Il nome del movimento assume Wall Street quale obiettivo simbolico, in quanto sede della Borsa di New York ed epicentro della finanza mondiale.​

Bitcoin, e tutte le criptovalute che sono nate dopo di lui, non sono nate come strumenti di speculazione. Nasce di fatto come sistema alternativo al sistema finanziario basato sulla fiducia dei risparmiatori verso le terze parti, che siano banche o governi centrali. "Bitcoin è sostanzialmente la volontà di liberare le persone dalla tirannia della centralizzazione del sistema basato sulla fiducia verso i controllori" secondo la definizione di Paul Vigna nel suo fortunato libro The Age of Cryptocurrency: "Nasce dalla di creare un'alternativa a questo sistema con l'idea che la gente possa riprendere il possesso del potere finanziario dato alle banche, ai governi, al legislatore". 

Di qui il paragone di Assange con Occupy Wall Street, che aveva come principale slogan "We are the 99%", noi siamo il 99%, contestando che solo l'1% della popolazione mondiale fosse in possesso della maggior parte della ricchezza. Assange con ogni probabilità immagina che il sistema decentralizzato di Bitcoin possa cambiare questa proporzione, rimettendo la ricchezza nelle mani della maggioranza della popolazione mondiale. 

Il 14 ottobre scorso Assange sempre su Twitter sbeffeggiò il governo Usa dicendo che, costringendo Wikileaks a raccogliere fondi solo in Bitcoin, oggi ha reso l'organizzazione piuttosto ricca, garantendo guadagni sui Bitcoin raccolti del 5.000%. 

È tornato regolare da circa 48 ore il flusso del gas proveniente dalla Russia dopo l'interruzione del 12 dicembre scorso causata da un incendio avvenuto in Austria. Lo rende noto il ministero dello Sviluppo economico sottolineando che è stata ripristinata la piena operatività del gasdotto che, attraverso il territorio austriaco, collega il nodo di Baumgarten fino all'ingresso di Tarvisio della rete nazionale italiana.

"Nella giornata del 12 dicembre – si legge in una nota – la fornitura ai consumatori italiani è stata assicurata da una maggiore erogazione di gas dagli stoccaggi nazionali. Nelle successive giornate del 13 e del 14 dicembre, il completo ripristino delle importazioni ha consentito di compensare la maggiore erogazione degli stoccaggi. Pertanto, in base al Piano di emergenza nazionale, il ministero dichiara la cessazione dello stato di emergenza e il ritorno alla normalità. Per favorire il graduale rientro nelle condizioni di normalità, è disposta, sino al 17 dicembre 2017, la non applicazione dei corrispettivi di supero della capacità di trasporto presso i punti di ingresso della rete nazionale gasdotti". 

La compagnia aerea low cost Ryanair ha accettato per la prima volta di incontrare i sindacati dei piloti, per evitare diversi scioperi in programma in Italia, Irlanda o Portogallo. Li riconoscerà insomma come rappresentanti dei lavoratori, accogliendo così le loro richieste, purché però istituiscano commissioni ad hoc.

"I voli di Natale sono molto importanti per i nostri clienti e desideriamo rimuovere qualsiasi preoccupazione o preoccupazione che possano essere disturbati da azioni di protesta", ha detto l'amministratore delegato di Ryanair, Michael O'Leary, in una dichiarazione che annuncia l'offerta ai sindacati in Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna e Portogallo.
La protesta dei piloti era in programma per il 20 dicembre. 

Molti siti, poco e-commerce. Quasi tre imprese italiane su quattro (il 72%) hanno un canale che permetterebbe di vendere online, ma solo una su dieci ha ricevuto ordini. Solo Bulgaria e Polonia fanno peggio. In entrambi i casi, l'Italia è sotto la media europea, dove il 77% delle imprese ha un sito o un'app e il 16% ha concluso una vendita. I dati emergono da un'indagine di Eurostat che prende in considerazione solo le aziende con più di dieci dipendenti.

La quota delle imprese che puntano sull'e-commerce è ferma da due anni. Era del 12% nel 2010, è cresciuta al 16% nel 2014 e lì si è fermata. L'e-commerce, afferma Eurostat, “potrebbe offrire alle imprese la possibilità di espandersi oltre i confini nazionali, raggiungendo clienti indipendentemente dalla loro posizione geografica”.

E la Commissione europea “mira a creare un Mercato unico digitale in cui il commercio elettronico tra gli Stati membri sia uniforme”. Fino a ora però resta solo un proposito. Se il 97% delle imprese europee vende e spedisce nel proprio Paese, meno della metà (il 44%) lo fa in altri Stati Ue e poco più di una su quattro va oltre il continente. L'e-commerce italiano dimostra di avere una visione più internazionale rispetto alla media: il 55% delle aziende con un sito o un'app vende in Europa e il 35% a Paesi non comunitari. Una virtù nata probabilmente dalla necessità: tra gli Stati con una maggiore propensione alla vendita oltreconfine ci sono (accanto all'Italia) Cipro, Grecia, Lituania, Lussemburgo, Austria e Malta. Cioè Paesi con mercati interni piccoli.

Ma perché, nonostante gli obiettivi della Comunità europea, il mercato unico digitale è ancora lontano? Due imprese su 5 affermano di essere frenate da alcune difficoltà. Quella che impatta di più (per il 27%) è il costo di consegna e di eventuale reso del prodotto. Ma la seconda barriera (indicata dal 13% delle aziende) non è economica: manca la conoscenza di una lingua straniera. Pesano, infine, la burocrazia per risolvere dispute e contestazioni, gli adattamenti che il marchio richiede in mercati diversi e le restrizioni imposte da alcuni partner.

Nel 2017, nell’anno dei chatbot e dell’intelligenza artificiale, anche Babbo Natale diventa un Bot. Per essere più precisi: BabBot. Lo ha creato il team di Userbot per aiutarci a scegliere con maggiore cura i regali da fare ad amici e parenti, per combattere la banalità del dono e per evitare di cavarcela con il classico ritornello: “basta il pensiero”. Soprattutto quando vorremmo regalare qualcosa di utile, di importante, evitare di ripetere le scelte del passato, sorprendere i nostri cari. Insomma, solo Babbo Natale è in grado di accompagnarci in una decisione complicata e a non commettere errori. E ora possiamo rivolgerci a lui direttamente con Messenger.

Come funziona BabBot Natale

Il chatbot guida l’utente nella ricerca del regalo perfetto, grazie a semplici domande per capire la personalità e gli interessi di chi lo riceverà. Le scelte sono categorizzate in maniera molto intuitiva in base al sesso, alla fascia di età e al grado di parentela. Ultima cosa, non banale, BabBot propone idee regalo in base alla fascia di prezzo scelta dall’utente. Un progetto, sviluppato in 24 ore, che nei primi sessanta minuti dal rilascio aveva già scambiato più di 2mila messaggi e che promette anche di intrattenerci con quiz e curiosità sul Natale.

Un progetto (anche) benefico

Natale è anche la festa, per antonomasia, dei bambini e della solidarietà. Per questo Userbot ha stretto una collaborazione con Save the Children, Unicef e Telefono Azzurro per permettere agli utenti di fare una donazione e aiutare i bambini di tutto il mondo a vivere con maggiore serenità le feste che stanno per arrivare.

 

 

Facebook, pressata dalla Commissione europea, ha fatto il primo passo: registrerà il fatturato dove lo realizzerà. Anche se non ci sono certezze sulle conseguenze della decisione e anche se abbondano le soluzioni per aggirarla, è un primo passo verso una maggiore trasparenza. Che non è proprio il punto forte delle maggiori compagnie tecnologiche al mondo. Ecco come i loro assetti societari sono organizzati per alleggerire il peso fiscale.

Apple: dall'Irlanda a Jersey
 

All'inizio di dicembre, Apple ha trovato un accordo con il governo irlandese: pagherà 13 miliardi di euro di imposte arretrate. Il rapporto tra Dublino e la Mela è stato molto favorevole tra il 2003 e il 2014. L'Irlanda, afferma la Commissione Ue, “ha garantito benefici fiscali” tali da offrire a Apple la possibilità di pagare solo lo 0,005% sui profitti. L'architettura creata dal gruppo riusciva infatti ad ammorbidire la già soffice tassazione irlandese (12,5% sui profitti). È stata la stessa Commissione a ricostruirla. Grazie alla controllata Apple Sales International, tutti gli acquisti fatti in un negozio Apple europeo vengono contabilizzati in Irlanda, lasciando praticamente a bocca asciutta gli altri Paesi membri. La società, però, utilizzava un ulteriore passaggio (consentito dalle regole di Dublino): parte dei profitti venivano dedotti perché spediti negli Stati Uniti per finanziare l'attività di Ricerca e sviluppo di Cupertino. Il resto (quasi tutto il fatturato europeo) veniva inviato in un “ufficio centrale”, che però non aveva né una vera sede né dipendenti. Un'entità senza Stato e senza tasse.

Di consegueza, solo una minima parte del fatturato era soggetto al fisco irlandese. Oggi questo meccanismo non è più concesso: le vendite vengono ancora contabilizzate in Irlanda ma sono soggette alla tassazione locale e non più a quella della sede centrale fantasma. All'inizio di novembre, però, Apple (dopo le rivelazioni dei Paradise Papersha confermato che “la residenza della filiale sussidiaria che controlla la liquidità estera è stata trasferita a Jersey”, isola e paradiso fiscale della Manica. Una mossa per trovare nuovi spazi vista l'offensiva europea sulle multinazionali di internet? L'obiettivo, secondo la società, è “assicurare che gli obblighi e gli oneri fiscali verso gli Stati Uniti non venissero ridotti” perché è negli Stati Uniti che avviene lo sviluppo del prodotto.

Google: il triangolo con l'Olanda
 

A maggio Google ha raggiunto un accordo con il Fisco italiano per pagare 306 milioni di euro, relativi al periodo 2009-2013, che comprendono però, ha spiegato l'Agenzia delle Entrate, anche “importi riferibili al biennio 2014 e 2015 e a un vecchio contenzioso relativo al periodo 2002-2006”. A spiegare come funziona lo schema Google è stato Alberto Zanardi, consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un’audizione al Senato lo scorso 15 marzo.

La capogruppo ha ceduto i diritti di sfruttamento della propria tecnologia (cioè, prima di tutto, la possibilità di utilizzare l'algoritmo) a una controllata registrata in Irlanda (Google Ireland Holding) ma amministrata dalle Bermuda. Questa società, a sua volta, concede una “sub-licenza” a un'altra entità irlandese (Google Ireland Ltd), che gestisce materialmente i contratti del mercato europeo. In questo modo, il fatturato dei singoli Paesi viene convogliato verso Dublino, dove le tasse sono più basse. A questo punto, però, parte un altro viaggio. Google Ireland Ltd, dopo aver incassato, deve pagare i diritti di licenza a Google Ireland Holding. Ma per farlo passa dall'Olanda, dove un'altra holding fa semplicemente da filtro. Perché? Le norme irlandesi prevedono che se si versano i diritti a società di altri paesi Ue, non si pagano imposte. In questo modo, le somme passano da Google Ireland Ltd (che così riduce gli utili per pagare meno) a Google Ireland Holdings senza incontrare le già larghe maglie del fisco. Per poi essere girate nelle Bermuda.

Amazon in Lussemburgo
 

Le società che consentono ad Amazon di ridurre il carico fiscale si trova in Lussemburgo. Un accordo del 2003 sottoscritto con lo Stato ha consentito al gruppo di Jeff Bezos di ridisegnare la propria struttura. Prima c'era una piramide in cui le affiliate (con sede in Francia, Gran Bretagna e Germania) e i siti europei venivano controllati da una società con sede negli Stati Uniti. Grazie al restyling, il Lussemburgo è diventato il centro di aggregazione dei profitti generati in Europa. E ha permesso di utilizzare lo stesso meccanismo della doppia società già sfruttato da Google: una (Amazon EU) gestisce i contratti; l'altra (Amazon Europe Holding Technologies) detiene le licenze. La prima, che paga le tasse in Lussemburgo, per alleggerire il bilancio trasferisce alla seconda denaro con importi che l'Ue ha definito “gonfiati e non corrispondenti alla realtà economica”. Si può abbondare, perché tanto la holding, “data la forma giuridica di società in accomandita semplice, non è soggetta all'imposta sulle società”.

A ottobre, Amazon è stata quindi condannata a pagare 250 milioni di tasse non versate. In questo caso, ancor più che nel caso di Apple, ci sono una contraddizione e un paradosso. La contraddizione sta nel fatto che a incassare il rimborso sarà il Paese che ha promosso l'accordo e concesso i vantaggi fiscali poi sfruttati dalla compagnia. Il paradosso riguarda Jean-Claude Juncker: il presidente della Commissione che oggi condanna Amazon era primo ministro del Lussemburgo al momento dell'accordo con il gruppo.

La legge sulla web tax inserita nella Manovra
 

In Italia la web tax è stata inserita nella Manovra in discussione in questi giorni.  Ma dopo l'annuncio di Facebook gli altri giganti del web si adegueranno? Ha ancora senso introdurre questa normativa nel nostro ordinamento? "Ha senso più che mai", spiega in una intervista a Repubblica il senatore Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria, commercio e turismo. "Sono 10 anni che elude il fisco. Guarda caso, Facebook dice, sia pur genericamente, che pagherà le tasse in Italia alla vigilia del voto della Camera e dopo che il Senato ha deciso il rafforzamento della definizione di stabile organizzazione e il varo della web tax sui ricavi. Se avessimo ancora rinviato alla UE o all’Ocse, campa cavallo. E tuttavia attenzione. Facebook farà transitare da Facebook Italia solo i ricavi effettuati con la collaborazione di questa filiale che ha 22 dipendenti. E gli altri, fatturati da Dublino? E poi quali e quanti costi caricherà? L’Agenzia delle entrate farà il suo mestiere. Ma con la web tax al 6% avremo un gettito pieno e garantito: Facebook potrebbe compensare con il credito d’imposta solo gli oneri fiscali e contributivi che sostiene in Italia, IVA esclusa. Oggi non paga nulla. Domani, in un modo o nell’altro, pagherebbe il 6%. Con l’emendamento Boccia sei volte meno".

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