Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Lo stop all’asporto nei bar alle 18, che sta per essere introdotto dal Governo con le nuove misure anti-Covid in vigore da domani, colpisce duramente i pubblici esercizi, in particolare a Milano città. Il dato emerge dal sondaggio (con risposte da 407 imprese del settore) realizzato fra mercoledì e giovedì da Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza con Epam (l’Associazione dei pubblici esercizi) e i risultati elaborati dall’Ufficio Studi.

Per i bar la perdita media ulteriore di fatturato sarà del 46%. Più alta a Milano, del 50%, rispetto a Lodi (45%), hinterland milanese (40%) e Monza Brianza (38%). Dalle risposte per tipologia d’esercizio, la perdita ulteriore di fatturato con lo stop all’asporto alle 18, sale al 59% per i locali più attivi nelle ore serali. 

La restrizione sull’asporto, afferma una nota, arriva in una situazione drammatica per tutti i pubblici esercizi: nel dicembre 2020 il fatturato scende del 71% in tutte le attività rispetto al dicembre del 2019. Le perdite maggiori le indicano i bar-locali più attivi la sera e i ristoranti: -77 e -76%.

A Milano città i pubblici esercizi hanno perso a dicembre il 75% del volume di affari (Lodi il 69%, hinterland milanese il 66%, Monza Brianza il 64%). Nei pubblici esercizi si alza notevolmente, dal 67 all’86%, la quota di operatori che ritiene la propria attività a rischio chiusura (il confronto è con le risposte della categoria date in un sondaggio effettuato a settembre): il 91% a Milano città (Lodi 86%, hinterland milanese e Monza Brianza l’81%). 

Infine il dato sui contributi, dei decreti Natale e Ristori, giunti al 73% delle imprese. Il 27% non li ha ancora ricevuti (29% per ristoranti e pizzerie). “I dati – afferma Lino Stoppani, presidente di Epam (Associazione pubblici esercizi Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza) e Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi Confcommercio) – evidenziano ancora una volta le grandi difficoltà del settore, danneggiato dall’evoluzione della pandemia che trasferisce danni aggiuntivi ad un comparto letteralmente al collasso, mettendo a rischio il modello del pubblico esercizio italiano, diffuso e qualificato. In aggiunta, questo ‘accanimento normativo’ crea confusione, ha scarsa efficacia sanitaria e impedisce qualsiasi programmazione sul futuro delle imprese, alimentando, oltre ai danni economici, preoccupazione, disagi, disperazione, che hanno effetti anche sulla coesione sociale del Paese”.

AGI – Negozi chiusi per mesi a causa della pandemia, aziende ferme, e molte giornate passate a lavorare in casa con abiti comodi, non certo da grande soirée, con le collezioni presentate in streaming (dal 15 al 19 gennaio c’è la Moda Uomo). Il fatturato della moda non poteva non scivolare. Come spiega il presidente della Camera della Moda, Carlo Capasa, in un’intervista all’AGI “i dati di previsione di quest’anno sono pesanti. Noi siamo la seconda industria italiana, fatturiamo 100 miliardi. E perdiamo il 25% del fatturato, che è tanto”, si arriva a 25 miliardi. 

L’e-commerce argina le perdite

“Questo è un momento unico nella storia, paragonabile a una guerra – ha aggiunto -. E la moda rimane uno dei settori più colpiti da questa pandemia, anche se il digitale ha limitato il danno. Infatti tutti i consumi dell’e-commerce sono saliti a due cifre. Sono cresciuti tutti i gruppi che vendono online”

Nel secondo trimestre del primo lockdown il calo fu del 45%

Il crollo del fatturato, dunque, si può dire che era era atteso. E già c’è stato un miglioramento rispetto al meno 45% registrato nella fase critica del primo lockdown nel secondo trimestre. “Non ci poteva essere una corsa all’acquisto e non solo perché i negozi erano chiusi – spiega – ma anche perché psicologicamente non c’era una predisposizione forte al consumo. Eravamo tutti in casa, in tuta, non c’era voglia di fare compere”. Ad agosto e settembre i nuovi ordini sono tornati ad aumentare, ma ottobre, ancora prima della decisione delle nuove misure di contenimento, l’andamento è tornato ad essere negativo. In generale poi, tra ottobre e dicembre il clima di fiducia delle imprese manifatturiere è risalito.

“Difficile da dire – replica il presidente della Cnmi Carlo Capasa – perché gli scenari sono in continua evoluzione, e molto dipenderà dalla campagna di vaccinazione. Ci auguriamo che verso giugno, luglio la situazione migliori molto. La speranza è tornare al consumo accettabile per la fine dell’anno”.

In uno scenario favorevole la crescita è 15% 

Gli scenari previsti dalla Camera della Moda prevedono un limite massimo e minimo del fatturato. Lo scenario favorevole presuppone il progressivo esaurimento della pandemia nel corso del 2021 e il successo pieno delle politiche di rilancio economico, con un recupero di almeno una dozzina di punti rispetto allo scorso anno”. Anzi, di più. “Diciamo che l’industria italiana della moda potrà crescere a due cifre, intorno al +15%. Mentre in uno scenario sfavorevole, dove le restrizioni si prolungano fino all’anno prossimo, la crescita si limiterà al 6%”.

Per tornare ai consumi pre Covid si dovrà aspettare il 2022

Per tornare o anche solo per avvicinarci ai consumi pre Covid servirà ancora del tempo. “Ci auguriamo che nel 2022 si torni alla normalità, grazie anche a quel revenge shopping che si è visto in Cina”. La ripartenza più forte c’è stata lì, i consumi sono ripartiti. E addirittura “Se parliamo del consumatore finale, i cinesi sono i nostri maggiori acquirenti. Mentre dal punto di vista del business, i nostri primi mercati sono la Francia, la Svizzera, gli Stati Uniti”. “La maglia nera va all’Europa – precisa – , che è quella che ha subito la crisi peggiore, l’Estremo Oriente se l’è cavata meglio perché è uscito prima dalla pandemia. Mentre l’America, dove c’è una forte propensione all’e-commerce, si colloca a metà”.

Ok il virtuale ma la moda è fatta di touch and feel

Ma se è vero che le vendite online e più in generale il digitale hanno permesso alla moda di non sprofondare e che grazie allo streaming le sfilate delle Settimane milanesi sono state visibili in tutto il mondo sulla piattaforma della Cnmi, è anche vero che “la moda è fatta di ‘touch and feel'”. “Benissimo, dunque, la parte digitale ma non vediamo l’ora di tornare alle sfilate fisiche”.

Lo scorso novembre il debito delle amministrazioni pubbliche è rimasto pressoché stabile rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.586,5 miliardi. Lo rende noto Bankitalia.

Il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (16,8 miliardi) è stato più che compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (-16,9 miliardi, a 61,5) e dall’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (che ha complessivamente ridotto il debito di 0,4 miliardi).     

Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, la riduzione del debito è riconducibile alle amministrazioni centrali; il debito delle amministrazioni locali e degli enti di previdenza è rimasto invece stabile.     

Alla fine di novembre la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia era pari al 21,2 per cento (0,4 punti percentuali in più rispetto al mese precedente); la vita media residua del debito è rimasta stabile rispetto a ottobre, a 7,4 anni.

A novembre è stata erogata un’ulteriore tranche (6,5 miliardi) dei prestiti previsti nell’ambito dello strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza (Support to mitigate unemployment risks in an emergency, Sure); alla fine del mese i prestiti erogati dalle istituzioni europee al nostro Paese ammontavano nel complesso a 16,5 miliardi.

Sempre a novembre, le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 42,6 miliardi, un valore sostanzialmente in linea con quello dello stesso mese del 2019. Nei primi undici mesi dello scorso anno le entrate tributarie sono state pari a 363,6 miliardi, in diminuzione del 5,9 per cento (-22,9 miliardi) rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.

Perché l’Unione dei consumatori è preoccupata

Da marzo a novembre il debito pubblico è aumentato di 153 miliardi, “un dato che preoccupa, dato che stiamo indebitando le future generazioni”. Lo afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

“Anche se ci salviamo dall’ennesimo record, dato che rispetto al primato storico del mese precedente, ottobre – fa notare Dona – siamo sotto di 490 milioni, resta il fatto che da marzo, ossia da quando il Governo ha emanato le prime misure di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese per affrontare l’emergenza Covid, effettivamente spese poi solo a partire da aprile, a novembre, ossia in appena 8 mesi, il debito è passato da 2.433.523  a 2.586.481, aumentando di quasi 153 miliardi, 152 e 958 milioni”.

AGI – La pandemia si abbatte anche sui redditi degli italiani, che registrano la peggiore flessione degli ultimi 20 anni. Crollano anche i consumi mentre balza il risparmio degli italiani che viene addirittura triplicato. E ancora: aumentano gli acquisti di titoli pubblici. Sono i dati che emergono dalla nota “I conti economici e finanziari durante la crisi sanitaria del covid-19” di Bankitalia.

Nel dettaglio, a via Nazionale evidenziano che nel primo semestre del 2020 i redditi primari pro capite a valori correnti delle famiglie si sono ridotti dell’8,8 per cento rispetto al primo semestre del 2019, una contrazione decisamente più ampia di quelle registrate nelle fasi più acute della crisi finanziaria (-5,2 per cento) e di quella dei debiti sovrani (-3,4 per cento).

I redditi dei settori privati non finanziari hanno registrato “la contrazione più forte degli ultimi venti anni, che è stata solo in parte contrastata dalle misure di sostegno introdotte dalle amministrazioni pubbliche”. I redditi da lavoro dipendente – si legge nel report – sono scesi dell’8,7 per cento per effetto del calo dei redditi unitari (-7,0 per cento) e dell’occupazione alle dipendenze (-1,7 per cento), mentre i redditi da lavoro e i profitti delle famiglie produttrici (il risultato netto di gestione e il reddito misto netto) sono diminuiti del 7,4 per cento; gli altri redditi, infine, sono calati del 13 per cento.

La flessione del reddito disponibile lordo pro capite è stata molto meno intensa (-3,8 per cento) e sostanzialmente analoga a quelle mediamente registrate nelle due crisi precedenti, grazie all’eccezionale crescita dei trasferimenti sociali netti (60,3 per cento) che ha fornito un contributo di 5,1 punti percentuali.

Sempre nel primo semestre 2020, nonostante il forte sostegno pubblico alla capacità di spesa delle famiglie, il calo dei consumi “è stato eccezionalmente ampio (-9,8 per cento) e ne è derivato un risparmio netto pari a 51,6 miliardi; il tasso di risparmio è più che triplicato rispetto alla fine del 2019, (dal 2,8 al 9,2 per cento), contrariamente a quanto era accaduto durante le due precedenti crisi”.

Intanto tra la fine del 2019 e la fine di giugno 2020, la variazione semestrale del debito pubblico in percentuale del Pil ha raggiunto i valori più alti negli ultimi venti anni. Nel confronto internazionale, questo aumento in percentuale del Pil è stato simile a quello registrato in Spagna e inferiore a quello della Francia, mentre l’aumento è stato superiore a quello del Regno Unito e della Germania. Il debito è complessivamente aumentato di 121 miliardi nel semestre, di cui 97,4 miliardi nel secondo trimestre dell’anno.

Bankitalia nelle statistiche sul turismo internazionale lancia poi un altro allarme: a ottobre 2020 è ripresa la contrazione dei flussi turistici, sia in ingresso sia in uscita, in un contesto di peggioramento degli indici di diffusione della pandemia. Rispetto a ottobre dello scorso anno le spese dei viaggiatori stranieri in Italia (1.193 milioni) risultano inferiori del 70,4 per cento, quelle dei viaggiatori italiani all’estero (572 milioni) del 75,5 per cento; l’avanzo della bilancia dei pagamenti turistica è stato di 620 milioni di euro (era di 1.697 milioni nello stesso mese dell’anno precedente).

Nei tre mesi terminanti a ottobre la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia si è contratta del 49,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; quella dei viaggiatori italiani all’estero è diminuita del 69,3.

AGI – L’economia della Germania nel 2020 si è contratta del 5% a causa della pandemia da Covid-19. E’ quanto emerge dai dati preliminari dell’ufficio federale di statistica, che sono sostanzialmente in linea con l’atteso -5,1%.

Il dato è meno grave della contrazione record del 5,7% subita nel 2009 durante la crisi finanziaria globale

“L’economia tedesca è entrata in una profonda recessione dopo un decennio di crescita”, ha commentato l’istituto di statistica Destatis.

“Tuttavia, l’indicatore sta andando meglio delle previsioni del governo, che aveva previsto un calo del 5,5%“, aggiunge.

A contenere il crollo del Pil ha sicuramente contribuito l’azione del governo di coalizione della cancelliera Angela Merkel, il quale dallo scorso marzo ha lanciato una serie di misure di salvataggio e di stimolo senza precedenti per aiutare le aziende e i consumatori a superare la pandemia.

Dai dati di Destatis ricaviamo che nel 2020 i consumi privati sono crollati del 6%, cosi’ come gli investimenti. L’export e’ sceso di quasi il 10%, mentre l’import e’ diminuito dell’8,6%.

Cio’ suggerisce che l’ampio surplus commerciale della Germania e il piu’ ampio avanzo delle partite correnti, si sono entrambi ridotti a causa della pandemia. Gli unici dati positivi emersi oggi sono stati quelli della spesa pubblica, che hanno spinto al rialzo i consumi statali del 3,4%, e quelli dell’edilizia, con gli investimenti in costruzioni che sono aumentati dell’1,5%.

Secondo Destatis il settore pubblico, inclusi gli Stati federali, i comuni e i sistemi di protezione sociale, hanno registrato un deficit di bilancio di 158,2 miliardi di euro, pari al 4,8% del Pil, registrando un forte rosso della finanza pubblica a fronte del surplus di 52,5 miliardi di euro, pari all’1,5% del Pil, registrato nel 2019.

AGI – La crisi di governo può sbarrare la strada alla macchina degli aiuti anti-Covid compromettendo il percorso dei nuovi ristori per le attività colpite dall’emergenza pandemica e con essi i fondi per i vaccini.

Per finanziare i nuovi aiuti la road map prevede infatti la richiesta di un nuovo scostamento di bilancio da circa 24-25 miliardi che dovrà essere approvato dalle Camere e successivamente il varo del quinto decreto Ristori che nelle intenzioni dell’esecutivo dovrebbe configurarsi come l’ennesimo provvedimento anti-Covid destinato a finanziare il prolungamento della cassa integrazione, l’acquisto dei vaccini, il rafforzamento della sanità con una dote di oltre 3 miliardi, e a destinare nuovi fondi per la scuola e per i Comuni.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha messo in guardia sottolineando che una nuova richiesta di deficit richiede un esecutivo nella pienezza dei suoi poteri e che è un atto “incompatibile” con una crisi di governo.

L’ex premier Matteo Renzi ha annunciato il ritiro di Italia Viva dal governo aprendo di fatto la crisi politica ma lasciando aperta la porta e ha assicurato che Iv voterà a favore del nuovo scostamento di bilancio cosi’ come dei ristori. Il Parlamento si prepara a votarlo il 20 gennaio. Immediatamente dopo il via libera delle Camere dovrebbe tenersi un Consiglio dei ministri per varare il nuovo decreto Ristori.

Gli scenari che si aprono ora sono molteplici: dopo lo strappo di Renzi il presidente del Consiglio potrebbe decidere di considerare conclusa l’esperienza di governo e quindi, nel caso di un esecutivo dimissionario che resta in carica solo per gli affari correnti, non si potrebbe procedere con una richiesta di scostamento di bilancio e con i nuovi aiuti.

Senza, invece, un’apertura “formale” della crisi e le dimissioni di Conte, con un rimpasto più o meno ampio di governo, o un eventuale appoggio esterno all’esecutivo di Iv, o ancora con la formazione di una nuova maggioranza si potrebbe proseguire con il piano da 24-25 miliardi che avrebbe comunque il sostegno di Italia Viva in Parlamento. Poichè il governo Conte, al momento, è ancora nel pieno dei suoi poteri, il Cdm dovrebbe dare il via libera allo scostamento di bilancio che sarà poi votato dalle Camere la prossima settimana.

Di fatto, però, il percorso della crisi politica, qualunque esso sia, mette a rischio i tempi degli interventi. Non solo dei nuovi indennizzi che nello schema dovrebbero superare il criterio dei codici Ateco per estendere più possibile gli aiuti ai settori in difficoltà, anche a quelli che non hanno dovuto chiudere ma che hanno registrato perdite. Ma anche della proroga della cassa integrazione, che scadrebbe a fine marzo, ed è cruciale per scongiurare gli effetti dello sblocco dei licenziamenti previsto il 31 marzo.

Con il nuovo decreto dovrebbero essere finanziate 18 nuove settimane di cig ma solo per i settori più colpiti dalla crisi. Inoltre rischia di avere ripercussioni anche sul piano vaccinale. Alla sanità dovrebbero essere destinati più di tre miliardi, di cui 1,5 per i vaccini. Dovrebbero arrivare inoltre fondi per la scuola e per i Comuni. I 5 Stelle chiedono poi di inserire una nuova rottamazione per le cartelle fiscali già inviate ai contribuenti. 

AGI –  Iniziamo il 2021 “su una base più positiva”. Lo ha detto il presidente della Bce, Christine Lagarde partecipando all’evento online ‘Reuters Next’.

“Oggi alcune delle incertezze che c’erano all’orizzonte si sono schiarite”, ha aggiunto, citando l’accordo post Brexit, le elezioni negli Usa e l’avvio delle vaccinazioni anti-Covid, tuttavia il numero uno della Bce, avverte che la ripresa dell’economia europea dipenderà dalla velocità con cui verranno versati i fondi del pacchetto Next Generation.

“Dobbiamo essere veloci perché chiaramente abbiamo bisogno di una spinta costante, di bilancio e monetaria”, ha aggiunto. Per questo il Recovery fund “deve procedere speditamente e con efficienza, sulla base dei piani nazionali, alcuni già presentati e pronti per essere valutati, ci saranno critiche e manchevolezze, ma il lavoro procede. Speriamo che i prestiti partano rapidamente”. 

Lo scenario di base della ripresa resta stabile

“In Europa sono state imposte nuove misure di lockdown già contenute nelle nostre proiezioni economiche di dicembre” ha detto Lagarde. “Le nostre proiezioni – ha aggiunto – includono un’estensione delle restrizioni in Ue fino alla fine del primo trimestre. Sarà preoccupante un’ulteriore estensione dopo marzo. Ma è qualcosa che non possiamo controllare. Al momento, però, non pensiamo ci sia motivo di peggiorare il nostro scenario di base”, che prevede una crescita del Pil del 3,9% nel 2021 e del 4,2% nel 2022.

Quando gioco si fa duro europei giocano come duri

Il varo dei piani di sostegno europei, come il Recovery Fund, “mostra che quando il gioco si fa duro gli europei restano insieme e giocano come dei duri”, ha detto Lagarde spiegando che il Next Generation dovrà essere “attuato rapidamente”, con un rapida emissione dei fondi e “subito i pagamenti agli Stati”. 

Bce pronta a ricalibrare Pepp per fare più acquisti

“Se servirà un impegno finanziario maggiore attraverso gli acquisti per il Pepp, il piano per l’emergenza pandemica, finora pari a 1.850 miliardi di euro, la Bce è pronta a “ricalibrare” il programma, ma se non ci sarà bisogno di spendere l’intero ammontare questo “non sarà speso”, ha continuato Lagarde che poi si è espressa sui dividendi bancari. “Non voglio dilungarmi sulla tolleranza sui dividendi” espressa a fine 2020 dalla Supervisione Bancaria della Bce, che “dà spazio alle banche affinché paghino dividendi ragionevoli”, ma resta “la preoccupazione che non svuotino le riserve” per pagarli.

L’ Euro digitale si farà, e il Bitcoin va regolato

“Penso che l’euro digitale si farà” anche se in tempi non immediati. “Direi in non più di cinque anni. E’ un asset speculativo da tutti i punti di vista” e “va regolato”. 

Produzione industriale in calo a novembre. L’indice destagionalizzato calcolato dall’Istat segna una contrazione dell’1,4% rispetto a ottobre, mentre quello complessivo, corretto per gli effetti del calendario, registra una riduzione del 4,2% in termini tendenziali (i giorni lavorativi di calendario sono stati 21 contro i 20 di novembre 2019). Nella media del trimestre settembre-novembre il livello della produzione cresce del 2,1% rispetto al trimestre precedente. Nel confronto con febbraio 2020, mese antecedente all’esplosione della crisi pandemica, l’indice destagionalizzato è inferiore del 3,5%.

L’indice destagionalizzato mensile cresce su base congiunturale solo per i beni intermedi (+0,2%). Diminuiscono, invece, i beni di consumo (-4,0%), l’energia (-3,6%) e i beni strumentali (-0,6%).    Flessioni tendenziali caratterizzano tutti i comparti. La riduzione è meno pronunciata per i beni intermedi (-0,2%) e i beni strumentali (-2,8%), mentre risulta più rilevante per i beni di consumo (-9,8%) e l’energia (-5,6%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di apparecchiature elettriche (+5,9%), la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche (+2,9%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (+2,3%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-26,7%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-18,3%) e nella fabbricazione di prodotti farmaceutici di base e preparati (-8,2%).

AGI – Con 25 milioni di nuovi utenti registrati negli ultimi tre giorni, Telegram ha stabilito un nuovo record di download. Probabile non sia un caso che questo boom di nuovi utenti avvenga ora, nei giorni in WhatsApp è al centro delle polemiche per via degli aggiornamenti alla privacy che scatteranno dall’8 febbraio e che consentirà all’app di condividere molti più dati con Facebook nei paesi extraeuropei. Ma cos’è Telegram? Chi la possiede e qual è il suo modello di business?

L’ORIGINE RUSSA DI TELEGRAM

Telegram è un’app di messaggistica lanciata nel 2013 dai fratelli Pavel e Nikolai Durov. Entrambi sono anche i fondatori di VKontakte, il ‘Facebook’ russo, lanciato nel 2006 e poi venduto nel 2014 a manager vicini al Cremlino all’apice di uno scontro tra i fondatori e il governo di Mosca: “Potevo scegliere un compromesso, ma coi compromessi non è facile vivere. Prima o poi si sarebbero presi comunque la mia azienda”, aveva detto in quell’occasione Pavel Durov. Telegram è uno dei progetti nati coi soldi ottenuti dalla vendita di VKontakte. Ha sede a Dubai, anche se la maggior parte degli sviluppatori arriva da San Pietroburgo, città dove i fratelli Durov hanno fondato la loro prima azienda.

COME FUNZIONA TELEGRAM

Telegram ha un funzionamento assai simile a quello di WhatsApp, anche se negli anni ha sviluppati sistemi di ricerca dati e gestione dei gruppi più complessi e raffinati. Inoltre rispetto a WhatsApp è basato sul cloud e ha un diverso sistema di crittografia dei messaggi più ristretto e difficile da violare, in particolare nelle chat segrete. I messaggi scambiati sulla piattaforma vengono cancellati automaticamente e non lasciano traccia nelle chat. L’idea è di emulare nella maniera più tecnologicamente avanzata un discorso fatto a voce, o faccia a faccia. Su Telegram si possono creare gruppi fino a 200 mila utenti ed è possibile editare i messaggi anche dopo averli inviati. Inoltre non c’è bisogno di esporre il proprio numero di telefono per chattare.

COME GUADAGNA TELEGRAM

Al momento Telegram non fa utili. Non perchè non ci riesca, ma semplicemente perchè Durov fino a qualche settimana fa non voleva fare dei soldi dalla sua applicazione. Non ha mai avuto un modello di business e finora è stata finanziata dal fondatore in persona con i soldi ricavati dalla vendita della sua prima azienda. Durov ha spesso definito Telegram “un progetto, non un’azienda”, fatto a suo dire per creare uno spazio “libero da controllo” mentre l’economia digitale diventava sempre più legata ai grossi player statunitensi.

Non è un caso quindi che Telegram abbia registrato un boom di nuovi utenti nel momento in cui WhatsApp è al centro di numerose polemiche, cosi’ come lo è la sua controllante Facebook e lo è Twitter dopo il blocco dei profili di Donald Trump. Ora pero’ il tempo del ‘gratis et amore dei’ è terminato.

IL CAMBIO DI STRATEGIA: SERVONO FONDI

Se finora sono bastati i soldi di Durov, nel prossimo futuro non sarà più cosi’. Il 23 dicembre 2020 il fondatore di Telegram ha annunciato che oramai il progetto viaggia a un ritmo che lascia intravedere presto il miliardo di utenti (ora sono 500 milioni): “Quando un progetto tecnologico raggiunge queste scale, ci sono due possibilità: cominciare a farci soldi o vendere l’azienda”. Durov è quindi alla ricerca di finanziatori. “Non venderemo l’azienda come ha fatto WhatsApp (a Facebook, ndr). Il mondo ha bisogno che Telegram resti uno spazio indipendente”.

Quindi Durov ha scelto la seconda opzione: “Cominceremo a generare ricavi. Lo faremo in accordo con i nostri valori”. Pochi i dettagli forniti finora. Si sa che non ci saranno pubblicità diffuse, ma solo sui canali pubblici e sarà introdotta una versione premium. Alcune delle funzioni sono già state introdotte. Se riusciranno a rendere Telegram una macchina da utili è difficile da prevedere. 

@arcamasilum

AGI – La tendenza alla quotazione in Borsa sul mercato Aim delle Pmi italiane riprenderà “dopo che gli effetti della crisi da Covid-19 si saranno esauriti”. Lo si legge nelle ‘note Covid’ della Banca d’Italia.

 “Con le simulazioni sui bilanci aziendali 2020 (che contengono gli effetti della prima ondata pandemica) e un’analoga stima per il 2021, il numero delle imprese quotabili rimarrebbe superiore a 2.000 anche a inizio 2021, nonostante gli effetti della crisi sanitaria riducano del 20-25% il numero di Pmi idonee alla quotazione”, spiega Bankitalia.

Banca d’Italia evidenzia come le Pmi italiane “abbiano fatto ricorso piu’ al finanziamento bancario e meno alla raccolta di capitale di rischio. Cio’ ha contribuito a un sottodimensionamento del mercato borsistico italiano rispetto alle altre economie avanzate. Il rapporto tra capitalizzazione di mercato e Pil in Italia a fine 2019 era al 36%, più del 100% in Francia e nel Regno Unito e più del 50% in Germania”.

Inoltre è “aumentato negli ultimi anni il numero di ammissioni in borsa di Pmi, anche grazie a misure legislative e di mercato che hanno ridotto gli oneri di quotazione, fra cui la creazione del mercato Aim Italia per imprese di minori dimensioni e ad alto potenziale di crescita. La prima ondata della pandemia e la conseguente crisi economica hanno interrotto tale tendenza”.

L’analisi di un vasto campione di Pmi italiane, di cui 88 imprese ammesse ad Aim Italia tra il 2013 e il 2019, “ha consentito di individuare il profilo tipico della Pmi che decide di quotarsi in borsa. Il profilo è stato utilizzato per stimare il numero delle Pmi quotabili: quasi 2.800 Pmi non finanziarie con caratteristiche idonee alla quotazione prima della pandemia, prevalentemente di medie dimensioni e attive nella produzione di macchinari di impiego generale, nell’industria alimentare e nel commercio all’ingrosso, con esclusione dei  veicoli”.

Flag Counter