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Il vice presidente del Consiglio e ministro Luigi Di Maio ha firmato tre Memorandum d’intesa sulla Belt and road initiative, sul commercio elettronico e sulle startup, in occasione della visita di Stato in Italia del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Gli accordi fanno parte delle 29 intese, istituzionali e commerciali, che sono state sottoscritte oggi tra Italia e Cina nei settori del commercio, dell’energia, dell’industria, delle infrastrutture e del settore finanziario, al fine di promuovere un rafforzamento delle relazioni economico-commerciali tra i due Paesi, nel rispetto delle linee strategiche dell’Unione Europea e della nostra collocazione euro-atlantica.

“Il Governo italiano – ha dichiarato Di Maio – ha scelto un approccio trasparente nei confronti della Cina e dei nostri partner euro-atlantici, inquadrando i rapporti bilaterali all’interno dei princìpi che hanno tradizionalmente ispirato e continueranno ad ispirare la nostra azione internazionale. In tale contesto, è stato già attivato uno scrupoloso monitoraggio delle singole iniziative di collaborazione che saranno avviate a valle delle intese siglate oggi, per garantire che esse siano sempre promosse, mettendo al centro la difesa degli interessi nazionali e la protezione delle infrastrutture strategiche, prevenendo cosi’ il trasferimento di tecnologie in settori sensibili”.

BELT AND ROAD INITIATIVE: il memorandum, spiega il Mise, non ha valore di accordo internazionale e non dà pertanto luogo ad impegni giuridicamente vincolanti; il governo italiano raggiunge un’intesa quadro volta a individuare scopi, principi e modalità di collaborazione nel grande progetto di connettività eurasiatica.

Un progetto che l’Italia guarda con favore anche per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo. Gli obiettivi sono principalmente il rafforzamento dell’export verso l’enorme mercato cinese, anche per allineare i nostri flussi commerciali e di investimenti diretti esteri a quelli di altri Paesi Europei quali la Germania, la Francia ed il Regno Unito, che sono nettamente superiori ai nostri; il coinvolgimento delle imprese italiane per la realizzazione di progetti infrastrutturali lungo la nuova via della Seta; l’inclusione dei porti italiani nelle rotte del commercio internazionale. Il Memorandum definisce, inoltre, la collaborazione sulla Belt and Road in raccordo con i principi dell’Agenda 2030, dell’Agenda 2020 di cooperazione Unione Europea-Cina e della strategia dell’Unione Europea per la connettività euroasiatica.

“Questo accordo, quindi – sottolinea il Mise – non rappresenta alcun rischio per i nostri interessi nazionali e si pone in linea con le politiche adottate dalla Ue verso la Cina, che invece vengono tutelate, come nessun Paese Membro ha fatto finora nel suo dialogo con Pechino. Vengono, infine, promossi con forza i principi, condivisi in ambito europeo, di mutuo vantaggio, reciprocità, trasparenza, sostenibilità e tutela della proprietà intellettuale, sino a creare un vero e proprio level playing field”.

E-COMMERCE: si punta a promuovere la cooperazione tra le imprese e i consumatori del commercio elettronico operanti in Italia e in Cina, facilitando la cooperazione tra le Pmi e le grandi piattaforme di commercio elettronico nonchè condividendo le best practice e le innovazioni delle imprese di entrambi i Paesi.

STARTUP: la firma del memorandum si pone l’obiettivo di favorire la cooperazione scientifica e tecnologica tra startup italiane e cinesi. A questo scopo sono previsti scambi e collaborazioni tra le startup dei due Paesi, avendo come obiettivo finale l’ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale tra Italia e Cina.

Nell’intesa è prevista anche un’attività di promozione di parchi scientifici e tecnologici, cluster industriali e investimenti in venture capital che possano consentire alle start up innovative una prospettiva di crescita internazionale, attraverso lo scambio di conoscenze, di processi e di persone.

È inoltre posta grande attenzione al tema della proprietà intellettuale per evitare che le aziende vengano penalizzate dalla condivisione di informazioni di natura industriale che possano avere rilevanza di carattere competitivo. L’attuazione dell’accordo verrà seguita per la parte italiana dalla task force Italia-Cina, istituita presso il Mise, e per parte cinese dal dipartimento della Cooperazione Internazionale del ministero della Scienza e tecnologia.

La Levi’s Strauss dopo 35 anni è tornata sul mercato azionario di Wall Street ed è stato un successo clamoroso, così come testimonia un articolo de Il Sole 24 Ore: “I jeans Levi’s sbarcano a Wall Street e volano, aprendo a 22,22 dollari per azione, sopra i 17 dollari fissati nell’ipo, un aumento del 32 per cento”.

“Per il produttore di jeans si tratta di un ritorno a Wall Street dopo quello del 1971, a cui seguì un delisting nel 1984. L’azienda puntava a una valutazione di circa 5,8 miliardi di dollari, ora nettamente superata e stando ai valori dei primi scambi vicina ai 9 miliardi”.

Un esordio che ha ben poco a che fare con la fortuna se si pensa che la Levi’s non ha solo brevettato il tessuto come capo d’abbigliamento ma ha praticamente inventato il mercato dei jeans nel mondo.

Tutto cominciò con un sarto del Nevada, Jacob W. Davis, che aveva realizzato un paio di pantaloni in denim commissionatogli da una donna per il marito. La sollecita massaia raccomandava la massima resistenza, dato che il consorte li avrebbe indossati per spaccare la legna.

Davis allora ebbe l’idea geniale di rinforzare le giunture con dei rivetti di rame, e fu così che iniziò la storia. 

Venne allora il 20 maggio del 1873, giorno in cui Jacob Davis e Levi Strauss ottennero il brevetto per i blue jeans.

Genesi dei “Genes” e origine del termine

Questi, all’inizio non erano neanche blu; pare infatti che i primi jeans prodotti da Levi Strauss fossero di un colore marroncino cachi e che una volta terminata quella stoffa gliene fosse spedita una del classico colore blu.

In realtà la storia dei jeans era iniziata secoli prima, nel XV secolo per l’esattezza, e non negli Stati Uniti ma proprio in Italia, a Chieri vicino Torino. dove infatti si produceva un tipo di tela blu usata per coprire le merci nel porto di Genova.

Tant’è che la traduzione di Genova in francese “Genes” sarebbe all’origine della parola Jeans. E anche la parola denim non sarebbe altro che un’americanizzazione della denominazione francese “serge de Nimes”, un tessuto nato nel medioevo a Nîmes, in Francia, con cui si facevano i calzoni indossati dai marinai genovesi.

I jeans diventano famosi ed iniziano a diffondersi durante la Seconda guerra mondiale, quando i soldati Usa li indossano fuori dagli orari di servizio.

Ai tempi ancora erano considerati come abbigliamento di scarsa qualità, l’etichetta non aveva una gran considerazione per la moda e i jeans erano ben lontani dall’essere il capo d’abbigliamento che noi tutti conosciamo oggi.

Molto famoso l’aneddoto risalente alla primavera del 1951, protagonista il cantante e attore Bing Crosby.

Questi amava i jeans e li indossava abitualmente nel tempo libero. Si presentò, al termine di una battuta di caccia nei boschi della Columbia Britannica, così vestito in un hotel di lusso di Vancouver.

Il portiere obbiettò che, presentandosi in jeans, non si poteva pretendere di alloggiare in quell’albergo e fu solo grazie ad un fattorino, che aveva riconosciuto il crooner più celebre d’America, che Crosby riuscì ad ottenere ospitalità.

La voce circolò in fretta così la Levi’s spedì all’artista un intero abito su misura confezionato totalmente in denim con un’etichetta molto particolare che diceva “Tuxedo Levi’s. Attenzione: al personale di tutti gli hotel. Questa etichetta garantisce al suo portatore di essere convenientemente ricevuto e registrato, con cordialità e ospitalità, in ogni momento e in qualsiasi condizione. Rilasciato a Bing Crosby. Firmato: l’Associazione degli albergatori americani”.

Oggi quello smoking è esposto al Northeastern Nevada Museum di Elko.

Dalle parate sulla Piazza Rossa ai problemi di ecosostenibilità

I jeans dovranno aspettare qualche anno per essere sdoganati come capo d’abbigliamento per tutte le occasioni, il 1955 per l’esattezza, quando James Dean li indossa in “Gioventù Bruciata”, diventando così il capo preferito da una generazione di ragazzi pronti, una decina d’anni dopo, a rivoluzionare il mondo.

Due anni dopo, in occasione del Festival Internazionale della Gioventù e degli Studenti di Mosca, anche i russi scoprirono il denim e fu rapidissima la diffusione dei jeans anche da quelle parti.

Il capo aveva conquistato il mondo fino ad essere quello che è oggi, con un mercato nel 2023 raggiungerà i 60,09 miliardi di dollari.

Un aumento che si tradurrebbe nella vendita annuale di circa 2 miliardi di jeans, con un aumento esponenziale che arriverebbe fino al 12,1% proprio nelle zone più disagiate del mondo, prima fra tutte quella del Sudamerica.

Una crescita talmente enorme che oggi ci si pone anche un problema sulla composizione del denim e sull’ecosostenibilità del jeans.

È stato calcolato infatti che da una balla di cotone si ottengono circa 215 paia di jeans, dunque se è vero che le coltivazioni di cotone coprono 34 milioni di ettari della superficie della terra e, secondo Ethical Consumer, utilizzano il 25% degli insetticidi del mondo e il 10% dei pesticidi, possiamo dedurre che produrre jeans non è sempre sostenibile.

Tant’è che la stessa Ethical Consumer ha studiato una guida online per l’acquisto dei jeans, classificando le varie marche disponibili sul mercato in base alla loro condotta etica, e secondo questa guida le due aziende più rispettose dell’ambiente sarebbero entrambe inglesi: la Howies e la Monkee Soil Association.

Cassa depositi e prestiti e Bank of China Limited hanno siglato un accordo di collaborazione strategico per supportare la crescita delle aziende italiane nel mercato cinese. L’intesa riguarda in particolare la realizzazione di un Piano di emissioni obbligazionarie, “Panda Bond”, da 5 miliardi di Renminbi e la strutturazione di un programma di co-finanziamento per imprese italiane che investono in Cina da 4 miliardi di Renminbi.

L’accordo – che fa seguito al protocollo d’intesa sottoscritto dalle parti il 28 agosto scorso – è stato siglato dall’amministratore delegato di Cdp Fabrizio Palermo e dal Chairman di Bank of China Chen Siqing, e – spiega una nota – è finalizzato a supportare la cooperazione tra le due istituzioni per reperire risorse finanziarie dedicata alla crescita di aziende italiane in Cina.

Il Piano di emissioni per il quale è stato avviato l’iter autorizzativo da parte di People’s Bank of China ha ad oggetto l’emissione da parte di CDP di titoli obbligazionari, “Panda Bond”, destinati ad investitori istituzionali operanti in Cina. I proventi derivanti dalle emissioni verranno utilizzati per finanziare – direttamente o indirettamente – succursali o controllate di aziende italiane con sede in Cina e quindi supportarne la crescita.

La liquidità raccolta sarà veicolata alle imprese sia attraverso le banche italiane presenti in Cina, sia attraverso le banche cinesi. Con tale piano di emissioni, Cdp sarebbe il primo emittente italiano, nonché il primo istituto nazionale di promozione europeo, ad esplorare questo tipo di mercato.

Cassa depositi e prestiti e Bank of China hanno poi stabilito di voler collaborare alla definizione di un programma di supporto finanziario volto alle imprese italiane in Cina da 4 miliardi di Renminbi. Il programma sarà strutturato su un orizzonte di medio-lungo termine e sulla base di un controllo del rischio di ogni singola operazione di co-finanziamento da parte di Boc e di Cdp.

L’accordo prevede, infine, che Cdp e Boc possano continuare a collaborare per l’individuazione di potenziali opportunità di cooperazione in determinati prodotti e settori in cui operano le imprese italiane in Cina quali export, corporate finance e infrastrutture.

Dall’Università Roma Tre a Cupertino. Passando per Londra e San Francisco. È il percorso di Stamplay, startup nata nel 2012 e appena acquisita da Apple. Formalmente non è una società “italiana” perché la sede principale è in California. Ma l’anima, quella sì lo è ancora. Come lo sono il team degli sviluppatori e i fondatori, Giuliano Iacobelli e Nicola Mattina. Nei primi anni di vita, Stamplay si è finanziata con con l’equity crowdfunding, sulla piattaforma Seedrs. È volata a Londra per diventare una Ltd e poi negli Stati Uniti.

Mantenendo però a Roma Ricerca e Sviluppo. La società non svetta per finanziamenti raccolti (attorno agli 800.000 euro) nè per il prezzo dell’acquisizione (secondo alcuni siti di settore attorno ai 5 milioni di euro). Ma questa volta a comprare è Apple, dove fondatori e sviluppatori di Stamplay dovrebbero iniziare a lavorare come dipendenti. Perché, specie quando l’operazione si rivolge a piccole realtà, gli obiettivi sono due: acquisire tecnologia e i talenti che l’hanno sviluppata.

Ma perché un gigante come Apple ha scelto Stamplay? La società si descrive così: “Automate your business”, “automatizza la tua attività”. È un servizio che permette di costruire applicazioni senza smanettare troppo con il codice. Cioè senza quell’insieme di “comandi” che rappresentano lo scheletro di ogni struttura digitale (dalle app ai siti). Stamplay “impacchetta” questi codici in blocchi con funzioni specifiche e li offre alle imprese. Un po’ come pezzi di lego. Per avere il proprio prodotto, ai clienti basta assemblarli. Non devono pensare anche a produrli. Il processo diventa quindi piu’ semplice e aperto anche a chi non mette mette le mani nel codice di sviluppo.

Quella di Stamplay è una storia nata a Roma Tre, dove Giuliano Iacobelli si è laureato in Ingegneria informatica e Nicola Mattina è stato docente a contratto del Dipartimento di Economia Aziendale. Dallo stesso ateneo arriva anche l’intero team di sviluppo: Cristian Roselli, Claudio Petrini, Mirko Di Serafino e Alessandro Oliveri sono ex studenti dell’ateneo romano che hanno preso parte al percorso imprenditoriale di Roma Tre.

“Roma Tre da almeno dieci anni – ha sottolineato Carlo Alberto Pratesi, delegato di Ateneo per le startup e imprese – investe nel creare imprenditori innovativi mettendo insieme team multidisciplinari. Giuliano Iacobelli è stato tra i partecipanti alle prime edizioni del percorso di imprenditorialità che conduciamo da anni con passione e che nelle ultime edizioni ha preso il nome di Dock3”. Dock3 – The Startup Lab è un progetto finanziato dalla Commissione Europea e ha l’obiettivo di sviluppare le competenze imprenditoriali dei ricercatori.

Sono dieci le intese commerciali siglate oggi a Villa Madama durante la visita del presidente Xi Jinping con il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Dai porti all’energia fino alla promozione dello stile di vita italiano in Cina.

La lista degli accordi

1) intesa di partenariato strategico tra Cdp e Bank of China siglata dall’ad di Cdp, Fabrizio Palermo e dal presidente di Bank of China, Chen Siqing.
2) Memorandum of understanding sul partenariato strategico tra Eni e Bank of China firmato dall’ad Eni, Claudio Descalzi, e dal presidente di Bank of China, Chen Siqing.
3) intesa di collaborazione tecnologica sul programma di turbine a gas tra Ansaldo Energia e China United Gas Turbine Technology firmata dall’ad Giuseppe Zampini e il presidente Qian Zhimin
4) contratto per la fornitura di una turbina a gas AE94.2K per il progetto Bengang tra Ansaldo Energia, Benxi Steel Group e Shanghai Electric Gas Turbine.
5) Memorandum of understanding tra Cdp, Snam e Silk Road Fund siglato dall’ad di Cdp, Fabrizio Palermo, dall’ad Snam, Marco Alverà, e dal General manager di Silk Road Fund, Wang Yanzhi.
6) Intesa di cooperazione strategica tra Agenzia Ice e Suning.com Group per la realizzazione di una piattaforma integrata di promozione dello stile di vita italiano in Cina.
7) Accordo di cooperazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale-porti di Trieste e Monfalcone e China Communications Construction Group.
8) Accordo di cooperazione tra il Commissario straordinario per la ricostruzione di Genova, l’autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale e China Communications Construction Group.
9) Memorandum of understanding tra Intesa Sanpaolo e il Governo Popolare della città  di Qingdao firmato dall’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e il vice sindaco, Liu Jianjun.
10) Contratto tra Danieli&C. Officine Meccaniche e China Camc Engineering per l’installazione di un complesso siderurgico integrato in Azerbaijan firmato dal presidente di Danieli, Gianpietro Benedetti, e il presidente di China Camc, Luo Yan.

Anpac e Apnav confermano lo sciopero di 4 ore piloti e assistenti di volo di Alitalia proclamato per lunedì prossimo. “Nella tarda serata di ieri, al termine di una trattativa durata quasi 12 ore”, si legge in una nota, “Anpac e Anpav hanno responsabilmente deciso di sottoscrivere in sede ministeriale l’accordo di proroga della cassa integrazione per 70 comandanti e 60 assistenti di volo. Anpac e Anpav, in rappresentanza dei piloti e degli assistenti di volo di Alitalia SAi e Alitalia Cityliner, in considerazione del fatto che l’atteggiamento del management in amministrazione straordinaria non ha consentito di superare le attuali criticità, sono quindi costrette a confermare lo sciopero di quattro ore previsto per il prossimo 25 marzo”.

Secondo le due sigle sindacali, “la ricerca spasmodica di incrementare i ricavi attraverso un’azione commerciale confusa e poco attenta al risultato economico finale delle azioni intraprese genera molta preoccupazione. Prova ne è la costante perdita finanziaria di oltre 400 milioni all’anno che permane invariata ed il livello di insoddisfazione del personale navigante che permane inalterato. “Auspichiamo”, conclude la nota, “che il ministero dello Sviluppo economico guidato dal ministro Di Maio definisca in tempi brevissimi l’azionariato della Nuova Alitalia per procedere speditamente alla indispensabile discontinuità di gestione per generare le condizioni per un concreto rilancio di Alitalia quale compagnia di bandiera nazionale”.

La Cina apprezza molto il ruolo positivo che l’Italia può giocare nello sviluppo di un sano e stabile rapporto sinoeuropeo”: così il presidente cinese Xi Jinping, al termine del suo incontro con il presidente Sergio Mattarella, ha voluto mettere l’accento sul ruolo che l’Italia può giocare per mediare nei rapporti con l’Ue. 

“La Cina – ha aggiunto – apprezza molto gli sforzi fatti dall’Italia per promuovere la connettività euroasiatica e la prosperità del continente euroasiatico”. E Pechino vuole rafforzare la collaborazione con l’Italia nell’ambito di Onu, G20 e degli altri organismi internazionali. “Riteniamo che intensificare il nostro coordinamento e la collaborazione sui grandi temi internazionali e regionali sia molto utile per salvaguardare gli interessi comuni, promuovere il multilateralismo e il libero commercio”.

“Ci troviamo dinanzi a un cambiamento epocale”, ha proseguito Xi, un momento in cui “la sicurezza e il destino dei popoli nel mondo son più che mai legati”. Di qui, il ruolo che Cina e l’Italia possono giocare, come “forze importanti per salvaguardare la pace e promuovere lo sviluppo”. “La Cina – ha concluso – vuole lavorare con l’Italia e la comunità internazionale per rilanciare lo spirito di equità, giustizia, mutuo rispetto e beneficio” e offrire un contributo per migliorare il mondo.

“Crediamo che i due paesi devono mantenere i contatti di alto profilo istituzionale e per questo vorrei invitare il presidente Mattarella ad effettuare un’altra visita in Cina”, ha aggiunto Xi, sottolineando poi che “i rapporti tra Cina e Ue sono molto importanti, guardiamo con favore a una Unione Europea unita, stabile, aperta e prospera”. 

L’ipotesi di una fusione fra Fiat Chrysler e Psa Peugeot tiene banco sulla scena finanziaria dopo le dichiarazioni di Robert Peugeot al quotidiano francese Les Echos, che avevano condotto entrambi i titoli a forti rialzi in Borsa. Nell’intervista pubblicata martedì scorso il presidente di Ffp, la finanziaria della famiglia Peugeot, ha detto, con riferimento a Fiat Chrysler: “Con loro, come con altri, i pianeti potrebbero essere allineati”.

Andando a guardare i numeri dei due gruppi, il primo allineamento che balza all’occhio è quello della capitalizzazione di Borsa. Alle quotazioni attuali  Fiat Chrysler vale 20,5 miliardi di euro, il gruppo Psa vale 20,3 miliardi. A questo “allineamento” si è arrivati grazie al movimento opposto delle quotazioni delle due società negli ultimi 12 mesi: da marzo 2018 a oggi Psa è salita del 20% e Fiat Chrysler ha perso il 23%.

È possibile che questo movimento abbia reso più baldanzoso il vertice di Peugeot, che potrebbe puntare a una fusione “alla pari”. Da Fiat Chrysler non viene nessun commento all’ipotesi di aggregazione con il gruppo francese. Secondo gli analisti di Websim.it (il sito del broker Intermonte), “mettere insieme Psa e FiatChrysler ha molto senso dal punto di vista industriale: la creazione di valore, nel caso si arrivasse alla fusione, sarebbe notevole”. Ma la stessa Websim riferisce che Sergio Marchionne aveva piu’ di un dubbio su questa opzione.

Ma una fusione alla pari non conviene a Fca

In effetti, al di là della capitalizzazione, i numeri principali dei due gruppi non giustificano l’ipotesi di una fusione alla pari, che penalizzerebbe gli azionisti di Fiat Chrysler. Secondo il consensus (media delle previsioni) degli analisti, Peugeot farà nel 2019 ricavi per 76,4 miliardi di euro e un utile netto di 3,30 miliardi. Fiat Chrysler farà ricavi per 113,6 miliardi di euro e un utile netto di 4,57 miliardi. Per completare il quadro va detto che il debito netto previsto per Fiat Chrysler a fine 2019 è di 5,39 miliardi, quello di Peugeot è di 9,3 miliardi.

Ragionando su un’ipotetica aggregazione sulla base delle quotazioni di oggi, dall’unione fra Fiat Chrysler e Psa nascerebbe un gruppo automobilistico del valore borsistico di oltre 40 miliardi di euro. La famiglia Agnelli, che oggi controlla Fiat Chrysler con il 30% del capitale, sarebbe il primo azionista singolo con il 15%, ma si troverebbe a fronteggiare i tre principali soci di Peugeot, la famiglia Peugeot, lo Stato francese e il gruppo cinese Dongfeng. Ognuno dei tre oggi possiede il 12,2% di Psa, e quindi dimezzerebbero la quota nel nuovo gruppo ognuno al 6,1%, per un totale del 18,3%. Finora i tre, da quando sono intervenuti nel 2013 per salvare Peugeot dal fallimento, sono andati d’amore e d’accordo.

Se da un lato i numeri dicono che sarà difficile trovare un accordo sul valore delle aziende e su chi dovrebbe comandare, dall’altro sono piuttosto evidenti i motivi per cui l’unione fra i due gruppi sarebbe una di quelle operazioni in cui uno più uno fa ben più di due. A febbraio al Salone dell’Auto di Ginevra il Ceo di Fiat Chrysler, Mike Manley, aveva dichiarato: “Ci interessa ogni possibile accordo che renda Fiat Chrysler più forte”. Nel 2018 Fiat Chrysler ha venduto 4,8 milioni di veicoli, contro i 4,12 milioni di Psa. Mettendosi insieme sfiorerebbero i 9 milioni di auto vendute, superando General Motors. Nel 2012 Marchionne aveva detto che la cifra necessaria per la sopravvivenza di un grande gruppo automobilistico era di 8-10 milioni di auto vendute.

Mercati complementari

Arndt Ellinghorst, analista di Evercore, dice: “Psa è essenzialmente un produttore europeo (circa il 90% delle sue vendite sono in Europa), quindi l’acquisizione di una società con una presenza geografica più ampia ha molto senso dal punto di vista strategico”.

Fiat Chrysler offre a Peugeot la possibilità di rientrare nel mercato Usa dove il gruppo francese manca da quasi 30 anni, inoltre è il produttore di auto leader in Brasile, dove Psa ha una presenza ridotta. Peugeot, da parte sua, è ben presente in Cina dove Fiat Chrysler conta poco. Per quanto riguarda le tecnologie, grazie all’alleanza con i francesi Fiat Chrysler potrebbe recuperare il ritardo che la contraddistingue nell’auto elettrica: Peugeot è in vantaggio in materia di auto a zero emissioni, a partire dalla piattaforma Cmp utilizzata per i modelli elettrici Peugeot 208 e DS 3 E-Tense.

È il bene comune più prezioso e vitale, ma anche il più sottovalutato, sprecato e inquinato. Ecco perché all’acqua l’Onu ha dedicato una giornata mondiale che si celebra ogni anno il 22 marzo. L’obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza sull’importanza dell’acqua e sulla sua tutela. Perché la percezione è che l’acqua sia una risorsa rinnovabile all’infinito, ma se non si adottano le strategie opportune la realtà sarà presto molto diversa.

Quanta ne abbiamo a disposizione?

Il 70 per cento circa del corpo umano è fatto d’acqua e il 70 per cento della superficie terreste ne è ricoperta. L’acqua crea un ambiente che sostiene e nutre piante, animali ed esseri umani, rendendo la Terra in generale perfetta per la vita.

Ma la prima cosa da mettere a fuoco – si legge in un articolo dell’Economist ripreso da Internazionale – è che il dato del 70 per cento è piuttosto irrilevante ai fini del dibattito. Fa riferimento al mare, che comprende il 97,5 per cento di tutta l’acqua sul pianeta Terra ed è salato.

Un ulteriore 1,75 per cento di acqua è ghiacciata, ai poli, sotto forma di ghiacciai o permafrost. Perciò il mondo deve contare soltanto sullo 0,75 per cento dell’acqua disponibile sul pianeta, quasi tutta in falde acquifere sotterranee, nonostante il 59 per cento circa del suo fabbisogno venga soddisfatto dallo 0,3 per cento di acqua di superficie.

Quanta ne consumiamo

L’utilizzo globale di acqua è sei volte maggiore di quanto non lo fosse un anno fa, e si prevede che entro il 2050 sarà ulteriormente aumentato del 20-50 per cento. Il volume di acqua utilizzato, circa 4.600 chilometri cubi all’anno, è già prossimo al livello limite che è possibile consumare senza che le riserve idriche si riducano drasticamente.

Un terzo dei più grandi sistemi di falde acquifere al mondo è a rischio di prosciugamento. Tre fattori, poi, continueranno a far aumentare la richiesta di acqua: la popolazione, la ricchezza e il cambiamento climatico. Nel 2050 il numero di abitanti del pianeta dovrebbe aumentare, attestandosi tra i 9,4 e i 10,2 miliardi, rispetto ai poco meno di 8 miliardi attuali.

Gran parte dell’aumento si registrerà in aree del mondo che soffrono già di carenza idrica, soprattutto Africa e Asia. Le persone avranno stili di vita che comporteranno un maggiore consumo di acqua e si sposteranno nelle città, molte delle quali si trovano in aree esposte a un grosso rischio di carenza idrica.

Chi ne soffre

Secondo l’ultimo Rapporto di sviluppo sull’acqua delle Nazioni Unite, già un quarto dell’umanità, ossia 1,9 miliardi di persone, il 73 per cento delle quali in Asia, vive in aree in cui l’acqua potrebbe raggiungere elevati livelli di scarsità (un dato da confrontare secondo altri studi con i 240 milioni di persone di un secolo fa, pari al 14 per cento della popolazione).

E il numero di persone che vivono in gravi condizioni di carenza idrica aumenterà fino a 3,2 miliardi entro il 2050, o a 5,7 miliardi se si considera la variazione stagionale. Queste persone non si troveranno solo nei Paesi poveri. Anche Australia, Italia, Spagna e persino Stati Uniti dovranno affrontare gravi carenze di acqua.

L’acqua italiana, sempre più maltrattata

In base ai monitoraggi eseguiti per la direttiva Quadro Acque – si legge sull’ultimo rapporto di Legambiente “Buone e cattive acque” –  “lo stato attuale dei corpi idrici italiani vede solo il 43% dei 7.494 fiumi in ‘buono o elevato stato ecologico’, il 41% è al di sotto dell’obiettivo di qualità previsto e ben il 16% non è stato ancora classificato. Ancora più grave la situazione dei 347 laghi, di cui solo il 20% è in regola con la normativa europea mentre il 41% non è stato ancora classificato”.

Cosa fare, allora? La tutela della risorsa idrica passa anche attraverso “una corretta depurazione dei reflui fognari e il nostro Paese sembra che non riesca ad uscire da questa persistente emergenza. I dati Istat raccontano che nel 2015 sono 1,4 i milioni di abitanti non serviti da alcun servizio di depurazione, con situazioni maggiormente critiche in Sicilia, Calabria e Campania. Ma gli impianti, ove presenti, troppo spesso non garantiscono conformità con la direttiva europea sulle Acque Reflue”.

Il 37% delle acque superficiali italiane, inoltre, non raggiunge gli obiettivi di qualità della Direttiva Acque a causa dell’inquinamento da fertilizzanti, pesticidi e sedimenti inquinanti prodotti da aziende agricole e delle criticità che derivano dalle estrazioni idriche per l’irrigazione. “I nitrati restano un problema rilevante, specie nelle regioni più critiche, come sottolinea anche la Commissione Europea con la sua lettera di costituzione in mora (procedura d’infrazione 2018/2249), così come i pesticidi, presenti nel 67% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 34% di quelli nelle acque sotterranee”.

La Bce blocca i tassi d’interesse fino al 2020 e vara nuovi stimoli per l’economia. E’ quanto si legge nell’ultimo bollettino dell’istituto che ricorda le decisioni assunte nella riunione dello scorso 7 marzo. “L’inflazione di fondo rimane contenuta – si legge nel bollettino – La dinamica più debole della crescita rallenta l’aggiustamento dell’inflazione verso il livello perseguito dal Consiglio direttivo. Al tempo stesso, le condizioni di finanziamento propizie, le favorevoli dinamiche dei mercati del lavoro e la più vigorosa crescita salariale continuano a sostenere l’espansione dell’area dell’euro e il graduale intensificarsi delle spinte inflazionistiche”.

Secondo la Bce, “l’indebolimento dei dati economici indica una considerevole moderazione del ritmo dell’espansione economica che si protrarrà nell’anno in corso, sebbene vi siano segnali che stiano iniziando a venir meno alcuni dei fattori idiosincratici interni che frenano la crescita”. “Le perduranti incertezze legate a fattori geopolitici, alla minaccia del protezionismo e alle vulnerabilità nei mercati emergenti sembrano lasciare il segno sul clima di fiducia”. Per quanto riguarda il nostro Paese, tra il 13 dicembre 2018 e il 6 marzo 2019 “il differenziale di rendimento a dieci anni ha continuato a mostrare una certa volatilità”.

Infine sulla Brexit: “Uno scenario in cui il Regno Unito uscisse dalla Ue senza un accordo potrebbe dare luogo a effetti di propagazione molto dannosi, soprattutto in Europa, e le forti incertezze geopolitiche potrebbero danneggiare la crescita su scala mondiale”. 

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