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AGI – “Il Governo continua a lavorare per la ripresa dell’economia e per sostenere i lavoratori e le imprese. Perché la vera scommessa che dobbiamo vincere è quella di uscire da questa crisi tutti insieme”. Lo scrive su Facebook il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, postando una foto con il titolare di un bar davanti alla sede del Mef, che poco prima dell’approvazione del decreto Rilancio, aveva chiesto notizie sulle misure che il governo stava predisponendo per fronteggiare la crisi economica.

Durante quell’incontro i due avevano fatto una scommessa: “Se riceverò effettivamente quello che lei dice, ministro, le offrirò il caffè!”, racconta Gualtieri nel suo post. “Tra il ristoro a fondo perduto, la cancellazione del saldo-acconto dell’Irap di giugno, la detrazione sull’affitto, il taglio degli oneri di sistema delle bollette, il rinnovo dell’indennità per i lavoratori autonomi e della Cig, ne venne fuori un conteggio con una quantificazione dell’aiuto complessivo tutt’altro che trascurabile”, spiega il ministro. “Adesso che tutti quegli aiuti sono arrivati, il signor Valerio ci teneva ad onorare la scommessa ed è con vero piacere che sono qui a bere un ottimo caffè con lui”, aggiunge.

AGI – A maggio in Italia sono state pagate più pensioni che buste paga. Lo afferma, “con un notevole grado di certezza” l’ufficio studi della Cgia, secondo cui 22,77 milioni di occupati registrati lo scorso maggio si confrontano con 22,78 milioni di pensioni erogate al primo gennaio 2019.

“Se teniamo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi ha raggiunto il limite di età e dell’impulso dato dall’introduzione di ‘quota 100′”, calcola l’associazione mestrina, “successivamente all’1 gennaio dell’anno scorso il numero complessivo delle pensioni è aumentato di almeno 220 mila unità. Pertanto, possiamo affermare con una elevata dose di sicurezza che gli assegni stanziati alle persone in quiescenza sono attualmente superiori al numero di occupati presenti nel Paese”.

La situazione nelle varie regioni

Secondo la Cgia, tutte le otto regioni del Sud presentano un numero di pensioni superiore a quello degli occupati e solo tre province meridionali un saldo positivo, ovvero più lavoratori attivi che pensioni erogate: Teramo, Ragusa e Cagliari. Al Nord, invece, l’unica regione in “difficoltà” è la Liguria, che ha tutte le 4 province con il saldo negativo e il Friuli Venezia Giulia che ha un saldo pari a zero.

Al Centro, invece, male anche l’Umbria e le Marche. “Il sorpasso”, rileva il capo dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, “è avvenuto in questi ultimi mesi. Dopo l’esplosione del Covid, infatti”, spiega, “è seguito un calo dei lavoratori attivi. E con più pensioni che impiegati, operai e autonomi”, avverte, “in futuro non sarà facile garantire la sostenibilità della spesa previdenziale, che attualmente supera i 293 miliardi di euro all’anno, pari al 16,6 per cento del Pil. Con culle vuote e un’età media della popolazione sempre più elevata, nei prossimi decenni avremo una società meno innovativa, meno dinamica e con un livello e una qualità dei consumi interni in costante diminuzione”.

Proprio il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sarà un grosso problema con il quale fare i conti. “Negli ultimi anni”, sottolinea il segretario della Cgia, Renato Mason, “gli imprenditori stanno cercando personale altamente qualificato o figure caratterizzate da bassi livelli di competenze. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali a causa dello scollamento che in alcune aree del Paese si è creato tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi, invece, sono posti di lavoro che spesso i nostri giovani, peraltro sempre meno numerosi, rifiutano di occupare e solo in parte vengono coperti dagli stranieri. Una situazione che con la depressione economica alle porte potrebbe assumere dimensioni più contenute, sebbene in prospettiva futura la difficoltà di incrociare la domanda e l’offerta di lavoro rimarrà una questione non facile da risolvere”.

Le maggiori criticità si registrano nelle aree dove l’età media è più avanzata. A livello regionale quella più elevata si trova in Liguria (48,46 anni medi), seguita da Friuli Venezia Giulia (47), Piemonte (46,54), Toscana (46,52) e Umbria (46,49). A livello provinciale, invece, la realtà più “vecchia” d’Italia è Savona (48,85 anni medi). Seguono Biella (48,70), Ferrara (48,55), Genova (48,53) e Trieste (48,39). Le più giovani, invece, sono Bolzano (42,30), Crotone (42,18), Caserta (41,35) e Napoli (41,31).

La situazione all’estero

La questione dell’invecchiamento della popolazione non è tuttavia un problema solo italiano, ma riguarda la stragrande maggioranza dei paesi più avanzati economicamente. Giappone e Germania, ad esempio, presentano indicatori demografici molto simili ai nostri. L’80 per cento degli over 65 vive nelle 20 economie maggiormente sviluppate che insieme producono l’85 per cento del Pil mondiale.

Nei Paesi emergenti, al contrario, la coorte in piena età lavorativa (30-55 anni) aumenta a un ritmo superiore rispetto alla capacità del sistema economico locale di creare posti di lavoro. I riflessi dell’invecchiamento della popolazione, peraltro, non riguardano soltanto la spesa sanitaria e la sostenibilità del sistema pensionistico, ma la struttura stessa dei consumi. In particolare, quelli degli over 60 sono mediamente più alti rispetto a quelli degli under 30 nel comparto dell’alimentazione, della casa e della salute.

Ma in tutti gli altri settori il divario è a vantaggio delle classi demografiche più giovani che, però, si stanno contraendo paurosamente. “Investire per favorire le nascite, purtroppo”, conclude la Cgia, “è una scelta che non piace a molti governi, spesso in virtù di un banale calcolo statistico, considerato che proprio la tendenza demografica declinante richiede sempre maggiori risorse a favore della parte elettoralmente più rilevante della popolazione. Ma la tentazione della rendita è di per sè un indicatore evidente di declino e di sconfitta”. 

AGI – La “new economy” guadagna terreno sulla “old”. Il quarantanovenne imprenditore Elon Musk, fondatore della casa automobilistica Tesla, ha superato il quasi novantenne Warren Buffett nella classifica dei più ricchi del mondo, “Bloomberg Billionaires”.

La fortuna del fondatore e amministratore delegato del gruppo che produce dalle auto elettriche alle astronavi beneficia della performance borsistica dei titoli della sua società altamente tecnologica (+269% dall’inizio dell’anno, +11% solo ieri, ovvero in un giorno oltre 6 miliardi di dollari in più per Musk) e lo porta al settimo posto dei più ricchi del pianeta, davanti agli altri big del settore come Larry Ellison (cofondatore di Oracle) e Sergey Brin (Google).

Musk detiene circa un quinto delle azioni in circolazione di Tesla e la sua fortuna complessiva è valutata 70,5 miliardi di dollari (circa 62 miliardi di euro). Quanto all’89enne Buffett, l’esponente della “old economy”, investitore e filantropo che 12 anni fa guidava la classifica di Forbes dei più ricchi del pianeta, ha recentemente ridotto l’ammontare della propria fortuna anche a causa di un’ultima donazione: ha destinato in beneficenza solo pochi giorni fa azioni per 2,9 miliardi di dollari.

AGI – Il Pil italiano quest’anno dovrebbe contrarsi del 9,5% per poi rimbalzare nel 2021 del +4,8%. È la previsione della Banca d’Italia contenuta nel Bollettino economico “in uno scenario di base, in cui si presuppone che la diffusione della pandemia rimanga sotto controllo a livello globale e in Italia”.

La contrazione, spiega l’istituto centrale, sarebbe “interamente a causa della riduzione registrata nel primo semestre, e recupererebbe nel prossimo biennio (+4,8% nel 2021 e +2,4% nel 2022)”. La ripresa sarebbe graduale: “Effetti persistenti sui consumi delle famiglie deriverebbero dal calo dell’occupazione e del reddito disponibile, ancorché mitigato dalle misure di sostegno; il peggioramento delle prospettive di domanda e della fiducia delle imprese inciderebbe sugli investimenti, la cui caduta nel 2020, segnalata anche dai sondaggi della Banca d’Italia, verrebbe in parte recuperata nel biennio 2021-22. L’inflazione sarebbe pressoché nulla sia quest’anno sia il prossimo; i prezzi tornerebbero ad aumentare nel 2022, dell’1%”.

Lo scorso 5 giugno palazzo Koch aveva tracciato due scenari: il primo che vedeva una contrazione del Pil del 9,2% e un altro piu’ “severo” secondo cui il calo sarebbe ben più consistente e nell’ordine del 13%. Anche nel Bollettino di oggi, Banca d’Italia spiega che “sviluppi più negativi rispetto a quelli delineati nello scenario di base potrebbero manifestarsi se emergessero nuovi rilevanti focolai epidemici a livello nazionale o globale, i cui effetti potrebbero ripercuotersi sulla fiducia e sulle decisioni di spesa di famiglie e imprese e tradursi in un calo più consistente del commercio mondiale, in interruzioni nelle catene globali di produzione o in un deterioramento delle condizioni finanziarie. In uno scenario più severo si valuta che il prodotto potrebbe scendere di oltre il 13% quest’anno e recuperare nel prossimo biennio in misura più moderata rispetto allo scenario di base”.

A maggio si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale aumenti del 42,1% rispetto ad aprile. Lo rileva l’Istat aggiungendo che corretto per gli effetti di calendario, l’indice complessivo diminuisce in termini tendenziali del 20,3% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di maggio 2019). Nella media del periodo marzo-maggio, il livello della produzione cala del 29,9% rispetto ai tre mesi precedenti.

 “Dopo la forte flessione registrata ad aprile, mese caratterizzato dalle chiusure in molti settori produttivi in seguito ai provvedimenti connessi all’emergenza sanitaria, a maggio si assiste ad una significativa ripresa delle attivita’: tutti i comparti sono in crescita congiunturale, ad eccezione di quello delle industrie alimentari, bevande e tabacco, che registra una leggera flessione”. Lo afferma l’Istat commentando i dati della produzione industriale di maggio. “Il livello della produzione, peraltro, risente ancora della situazione generata dall’epidemia di Covid-19: l’indice generale, al netto della stagionalita’, presenta una flessione del 20,0% rispetto al mese di gennaio, ultimo periodo precedente l’emergenza sanitaria”, aggiunge.

L’indice destagionalizzato mensile mostra aumenti congiunturali diffusi in tutti i comparti: aumentano in misura marcata i beni strumentali (+65,8%), i beni intermedi (+48,0%), i beni di consumo (+30,8%) e, con una dinamica meno accentuata cresce l’energia (+3,4%). Forti flessioni tendenziali caratterizzano tutti i principali comparti; il calo è meno pronunciato solo per l’energia (-7,2%), mentre risulta più rilevante per i beni strumentali (-22,8%), i beni intermedi (-22,4%) e quelli di consumo (-18,7%). 

Sempre secondo i dati Istat la produzione di autoveicoli, a maggio, e’ scesa del 50,8% rispetto allo stesso mese del 2019 (dati corretti). Lo rende noto l’Istat. Il dato grezzo segna una flessione del 54,5%. Nei primi cinque mesi dell’anno la produzione di autoveicoli e’ diminuita del 44,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (dato grezzo -45,1%).

AGI – Ancora un ultimatum del governo ad Autostrade: o nel week end arriverà una nuovo proposta che tuteli l’interesse pubblico, oppure la revoca delle concessioni sarà inevitabile. È questo l’orientamento emerso dopo l’incontro che si è tenuto al ministero dei Trasporti tra i vertici di Aspi e Atlantia e i capi di gabinetto di Mef e Mit. Riunione che si è tenuta in una giornata in cui il M5s è tornato in pressing per fermare la concessione.

Secondo quanto si apprende da fonti vicine al dossier l’incontro al Mit è stato formalmente convocato per ribadire che le proposte fin ora pervenute da Aspi sono ritenute non soddisfacenti per l’interesse pubblico, e non possono in alcun modo interrompere la procedura di risoluzione della concessione.

Per questo motivo è stato chiesto alla società di lavorare entro il fine settimana a una nuova proposta, questa volta soddisfacente per il pubblico interesse, che tenga conto di tutti gli elementi forniti dalla parte pubblica del tavolo, per tutelare sempre e soltanto l’interesse pubblico.

Gli elementi forniti per la formulazione di una nuova proposta riguardano sostanzialmente la revisione delle tariffe, le risorse compensative e sanzioni in caso di inadempimento alle manutenzioni. Le stesse fonti fanno sapere nel prossimo Cdm sarà affrontata la questione Aspi.

Il premier Giuseppe Conte aveva avvertito in un’intervista a La Stampa che il dossier autostrade “si trascina da troppo tempo”, quindi “o arriva una proposta della controparte che e’ particolarmente vantaggiosa per lo Stato oppure procediamo alla revoca”.

Alessandro Di Battista su Facebook in un post dal titolo ‘Conta solo la revoca’ afferma: “Revocare la concessione a chi per ‘incuria’, ‘omesso controllo’, ‘consapevole superficialita”, ‘brama di profitto’ è responsabile di quei 43 morti è un dovere di uno Stato che ha come obiettivo la costruzione di un’identità nazionale. Ed è un dovere che lo Stato ha non solo nei confronti dei familiari dei morti della Strage di Genova ma anche nei confronti degli italiani che verranno”.

Se in due anni si è rifatto il ponte e non si è fatta la revoca è perché giuridicamente questa scelta è pericolosa”. È l’opinione di Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera dei deputati, che in un’intervista a la Repubblica sostiene che la revoca della concessione ad Autostrade “espone gli italiani al rischio di un contenzioso miliardario”.

“Revocare non serve come punizione ai Benetton di ieri ma come monito ai Benetton di domani!”, aggiunge l’esponente M5s. Matteo Renzi sottolinea, in un colloquio con La Stampa, che per Autostrade “è il momento di passare dalle chiacchiere ai fatti. Dopo due anni non si può continuare ad urlare ‘revocheremo’ o ‘cacceremo i Benetton’. Perché è molto semplice, ma impossibile da farsi: basta col populismo degli annunci”.

Infine il leader della Lega, Matteo Salvini, su La7 sollecita: “Su Autostrade vorrei solo che scegliessero, ma uno dice bianco, l’altro dice nero. Intanto questo blocco sta sequestrando la Liguria. Ora abbiamo una scelta giuridica, ora bisogna avere i pareri legali: se ci sono gli estremi revochi, altrimenti proroghi. Io non ho il parere legale”. 

AGI – A quattro anni dai primi lavori (maggio 2016) con i sondaggi del terreno, il gasdotto Tap (sigla di Trans Adriatic Pipeline) marcia veloce verso la messa in esercizio. Si avvicinano due date importanti: ad agosto, con l’immissione del gas nella rete italiana che comprende Mar Adriatico, confine Albania, e Salento (con approdo a Melendugno), e ottobre, con la consegna del gas ai clienti che hanno sottoscritto i contratti di fornitura.

Tutto sembrava remare contro verso quest’opera definita strategica, sostenuta dall’Unione Europea, discussa e ratificata in tre Parlamenti nazionali (Grecia, Albania e Italia) e finanziata dalla Banca Europea degli investimenti: le proteste in Puglia, il Comune di Melendugno e la Regione, nettamente contrari per motivi ambientali, l’assedio, sfociato anche in violenze, dei No Tap.

E ancora: i tentativi di spostare il punto di approdo dalla costa di Melendugno all’area industriale di Brindisi, perché meno bella paesaggisticamente, la pioggia di ricorsi tra Tar e Consiglio di Stato, la temuta violazione della direttiva Seveso, la zona rossa disposta dal prefetto di Lecce per blindare l’area lavori, il grande dispiegamento delle forze di polizia. E inoltre: le indagini della magistratura, la guerra degli ulivi, visto che quelli che erano sul tracciato dell’opera, è stato necessario espiantarli temporaneamente.

Non è mancata neppure la tempesta politica. Con l’M5s che avrebbe voluto far “saltare” Tap perché lo aveva promesso nella campagna elettorale del 2018, ma poi, a fronte di un’opera già “incardinata” e approvata da trattati internazionali, i pentastellati hanno dovuto fermarsi. Anche perché il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, hanno spinto per realizzare il gasdotto e Costa ha rilevato che nessuna irregolarità è stata commessa nella procedura di autorizzazione. Uno scenario complicatissimo. Poteva saltare tutto. O slittare a chissà quando.

E invece, dicono ad AGI da Tap Italia, “nei tempi ci siamo stati, nonostante tutto. Avevamo fissato come data conclusiva il quarto trimestre 2020 in modo da cominciare le consegne ad ottobre, e sostanzialmente ci siamo”.

Nemmeno il Covid ha fermato i lavori del gasdotto. Ci sono stati sì rallentamenti, ma non un vero e proprio blocco. Le caratteristiche dell’operaTrans Adriatic Pipeline parte in prossimità di Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia, dove si collega al Trans Anatolian Pipeline (Tanap). Prosegue quindi sulla terra ferma attraversando la Grecia Settentrionale nel suo tratto più lungo, muovendo in direzione ovest attraverso l’Albania fino ad approdare sul litorale del Mar Adriatico in Puglia. Il tratto sottomarino inizia in prossimità della città di Fier e in Albania e attraversa l’Adriatico per connettersi alla rete italiana di trasporto del gas in Salento.

Tap si snoda complessivamente lungo 878 chilometri (di cui 550 chilometri in Grecia, 215 in Albania, 105 nell’Adriatico off store e 8 in Italia). Tocca la massima altitudine a 2100 metri tra i rilievi albanesi e la massima profondità a 810 metri sotto il livello del mare. L’investimento fa capo alle società BP, Snam e Socar ciascuna col 20 per cento, a Fluxys col 19, a Enagas col 16 e ad Axpo col 5. Italiani, belgi, spagnoli e svizzeri sono in partita.

Da Tap Italia confermano ad AGI: “Ad agosto ci sarà l’immissione del gas. Si aspettava la fine di tutti i test di controllo e venerdì scorso hanno aperto i rubinetti. Dalla stazione di compressione ubicata sul confine greco-albanese, il gas è arrivato in Albania, alla città di Fier che dista qualche chilometro dal mare. Il gas è per ora ad una pressione bassa, deve entrare nella stazione di Fier per essere compresso e ricevere un’ultima spinta e da qui immettersi lungo la tratta offshore, quella che, attraversando l’Adriatico, giunge sino alla costa salentina”.

Venendo alla parte italiana, da Tap Italia spiegano che il gas “verrà immesso intorno a Ferragosto sino al Prt, a Melendugno. E se questo sarà già pronto, allora il gas entrerà direttamente, altrimenti si tratterà di aspettare qualche settimana, magari si andrà ai primi di settembre, perché poi ad ottobre devono avviarsi le consegne”.

AGI – Il 68% degli italiani ha paura per la situazione economica familiare e a vincere la cautela, anche se le entrate del 71% dei percettori di reddito non sono state intaccate durante la fase più acuta dell’epidemia di coronavirus. Ne è derivato un boom del risparmio: il 39% dei cittadini è riuscito a mettere da parte soldi e la liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata di 34,4 miliardi di euro nei tre mesi più neri della pandemia. Sono questi i dati principali che emergono dal rapporto “Il valore della diversità nelle scelte d’investimento prima e dopo il Covid-19”, realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni.

Italia, la penisola della paura

Il 67,8% degli italiani ha paura per la situazione economica familiare. Una paura radicata nei territori e trasversale ai diversi gruppi sociali. La percentuale sale al 72% tra i millennial e le donne, sfiora il 75% nel Sud, supera il 76% tra gli imprenditori e arriva all’82,6% tra le persone con i redditi più bassi. Nella fase post-emergenza, la paura da contagio e la minaccia alla salute si saldano ai timori per le incerte prospettive economiche.

Meglio essere cauti e accumulare risparmi 

L’epidemia del Covid-19, oltre ad aver diffuso la paura, ha generato una grande incertezza economica ed esistenziale. Lo pensa il 49,7% degli italiani (il dato sale al 58,9% tra gli imprenditori). L’unica certezza è che “tutto puo’ succedere”. La possibilità che un evento inedito e inatteso possa cambiare in un attimo la vita delle persone fa esplodere un senso acuto di vulnerabilità. In questo contesto, sul piano economico, per gli italiani ora serve una grande cautela, soprattutto nella gestione dei propri soldi. Lo afferma il 39,7% dei risparmiatori (il dato sale al 45% nel Nord-Est).

Sorpresa lockdown, tanti italiani con più risparmi

Il 38,9% degli italiani ha incrementato il proprio risparmio nel periodo del lockdown. La percentuale sale al 49,1% tra i risparmiatori abituali. Del resto, nel periodo della quarantena sono stati 28 milioni i percettori di reddito le cui entrate non sono state intaccate (pensionati, dipendenti pubblici, lavoratori del settore privato non in Cassa integrazione o congedo parentale), pari al 71,2% del totale. Il risparmio forzoso è nato da continuità nelle retribuzioni e tagli nei consumi.

E’ boom di liquidità, +34,4 mld tra febbraio e aprile

La liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata di 34,4 miliardi di euro nei tre mesi più neri dell’epidemia (febbraio-aprile): una cifra quasi uguale al valore del Mes per l’Italia di cui oggi tanto si discute. Sono risorse che si aggiungono ai 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio): una cifra pari a nove volte le risorse del Piano Marshall destinate al nostro Paese per la ricostruzione del dopoguerra rapportate ai valori attuali.

Il contante come strumento di protezione

Paura, incertezza e cautela fanno decollare ancora il cash cautelativo, da tempo in crescita, come strumento familiare di autotutela. Se la tendenza proseguirà allo stesso ritmo del triennio trascorso, nel 2023 ci saranno altri 135 miliardi di liquidità aggiuntiva per le famiglie. Per il prossimo futuro il 34,1% degli italiani considera la liquidità lo strumento principale per la propria protezione, insieme all’ampliamento del sistema di welfare pubblico (34%) e all’acquisto di strumenti assicurativi, mutualistici, integrativi (18,6%).

Un italiano su 2 non comprerebbe titoli di stato 

Sui titoli di Stato ci si divide: il 43,7% degli italiani li comprerebbe, il 51,3% no, il 5% è incerto. Più propensi ad acquistarli i residenti del Nord-Ovest (47,5%), le persone con redditi elevati (55,9%), i dirigenti e i quadri (59,3%), mentre i più scettici sono gli operai (54,5%) e i residenti del Sud (54%). Vince il timore per un debito pubblico che nel lungo periodo puo’ generare rischi anche per i propri risparmi.

Piacciono gli investimenti sostenibili 

Buona la propensione all’acquisto di strumenti finanziari Esg (Environmental, Social, Governance), basati su criteri di investimento responsabile: il 52,3% degli italiani si dice interessato a investirvi (il 68,2% tra i laureati, il 70,2% tra i dirigenti e i quadri). Una voglia di sostenibilità che oggi si lega al tema della tutela e promozione della salute, balzato in cima alle priorità delle persone con l’emergenza sanitaria.

La diversity in finanza conta molto, anche nel post Covid 

Il 40,3% degli italiani preferirebbe investire in un’azienda o in fondi di investimento guidati da donne. E il 39,9% sceglierebbe un consulente finanziario donna. Spicca il fatto che tra le donne le quote che optano per la preferenza di genere per decidere in cosa investire (42,4%) o per il consulente a cui dare fiducia (39,9%) sono prossime a quelle dei maschi (rispettivamente, 38,1% e 39,9%). Che la diversity conti in finanza lo dicono forte e chiaro anche i consulenti finanziari, tra i quali il 76,4% ha una clientela molto diversificata per genere, età, istruzione, disponibilità economica. Il 95% di loro ritiene che la diversity conti molto più che in passato, motivo per cui l’86% pensa che ci sia bisogno di una formazione ad hoc per affrontarla e gestirla meglio. 

La causa intentata dalla General Motors contro Fca è stata respinta dal tribunale federale di Detroit, secondo cui GM non ha dimostrato di essere stata direttamente danneggiata dal presunto pagamento di tangenti a funzionari sindacali da parte casa rivale. Lo riporta l’agenzia Bloomberg.

Nove leader sindacali e di Fiat Chrysler sono finiti in carcere nell’ambito di un’indagine per corruzione. Nella causa, GM ha affermato che Fca aveva ottenuto contratti migliori rispetto alle case automobilistiche concorrenti corrompendo i funzionari sindacali. Le spese di manodopera di GM, per contro, avevano fatto lievitare i costi dell’azienda di miliardi di dollari.

Il giudice distrettuale americano Paul Borman ha archiviato la causa in una decisione di 30 pagine. “I costi di manodopera di GM non erano superiori a quelli che sarebbero stati quelli di Fca senza il pagamento delle tangenti” ha scritto Borman. “In altre parole, i lavoratori della FCA iscritti al sindacato sono stati le vittime dirette delle tangenti perché sono stati pagati di meno e GM ha subito solo un danno competitivo indiretto”.

“Siamo fortemente in disaccordo con la decisione del tribunale distrettuale e continueremo la nostra battaglia legale”, ha fatto sapere GM. 

AGI – Il Pil italiano crollerà quest’anno del 10,1% per poi rimbalzare del 5,9% nel 2021. La stima è di Prometeia, secondo cui “all’Italia serviranno almeno 5 anni per tornare ai livelli di attività pre-Covid“.

Secondo Prometeia, il rapporto tra deficit e Pil si attesterà all’11% nel 2020, mentre quello tra  debito e Pil salirà al 159%. Lo stimolo fiscale, che Prometeia stima nell’anno in corso in circa 5 punti percentuali di Pil, “non sembra tuttavia sufficiente per riavviare in modo deciso i consumi e gli investimenti, ma si sta traducendo anche in un forte aumento delle disponibilità liquide di famiglie e imprese”.

La fase del superamento della crisi, si legge nel documento, vedrà il nostro Paese con un livello di attività economica inferiore a quello pre-crisi, con meno occupazione, con un livello di risparmio delle famiglie più elevato e di debito delle imprese non finanziarie e del settore pubblico più alto. Più in generale, con un aumento delle disparità a molti livelli, nella distribuzione funzionale e personale del reddito, tra i generi e le classi di età, tra settori produttivi e territori: a farne le spese saranno in misura maggiore le piccole imprese e i lavoratori autonomi e meno istruiti.

Prometeia ipotizza che l’Italia alla fine farà ricorso al Mes e che i Paesi europei si metteranno d’accordo su 650 miliardi di euro complessivi da mettere a disposizione per sostenere le economie nella fase della ripartenza: 350 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 300 di prestiti. L’Italia potrebbe risultare il maggior beneficiario di questi fondi (18,8% del totale). “Se indirizzate in modo corretto verso le ben note aree di fragilità della nostra economia (dalla sanità ai servizi per la “silver economy”, dalla scuola alle infrastrutture), queste risorse potrebbero far fare all’Italia quel salto di produttività, e dunque di crescita, che manca da ormai 25 anni”, commenta Prometeia. 

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