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Los Angeles – Addio all'Elvis Presley messicano: e' morto di infarto all'eta' di 66 anni il cantante e compositore Juan Gabriel, massimo esponente della musica popolare del Messico e molto popolare anche negli Stati Uniti. Juan Gabriel, che era originario di Paracuaro nel Michoacan, si e' spento nella sua casa di Santa Monica, in California. Forte di una produzione di oltre 1800 canzoni, Juan Gabriel ha vinto piu' di mille dischi d'oro e di platino ed e' stato l'unico cantante messicano capace di sfondare sul mercato statunitense. "Una voce e un talento che rappresentavano il Messico", ha twittato il presidente del Paese centro-americano, Enrique Pena Nieto, "la sua musica e' un lascito per il mondo intero. Se n'e' andato troppo presto. Che riposi in pace". E' stata anche autorizzata l'apertura del Palazzo di Belle Arti di Citta' del Messico per uno speciale omaggio al cantante. Juan Gabriel si era esibito l'ultima volta su un palco venerdi' scorso in California, tappa del suo tour "MeXXIco e' tutto". E' stato uno dei cantautori piu' prolifici nella storia del Messico con una produzione musicale di oltre 1800 canzoni. (AGI) 

Amedeo Minghi festeggia i 50 anni di carriera con un triplo cd

Roma – Amedeo Minghi torna, dopo qualche anno di assenza, sulla scena musicale italiana per festeggiare i 50 anni di carriera. "La bussola del cuore" è il suo nuovo lavoro discografico: un triplo cofanetto che sara' pubblicato da Sony Music il prossimo 14 ottobre. Un produzione articolata e composta da molti brani inediti e da alcuni vecchi successi. Si tratta di 3 lavori distinti, ognuno dei quali rappresenta un diverso aspetto del cantautore che racconta attraverso la sua musica gli ultimi 50 anni di storia italiana. "La bussola" è il titolo del nuovo album contenuto nel primo cd del cofanetto. Nel secondo dal titolo "Il cuore" sono raccolti, invece, cinque classici del suo repertorio, riarrangiati e rivisitati in studio, e alcuni brani inediti che appartengono al suo percorso di 'Fede'. L'artista si è riappropriato in questa occasione delle sue radici cristiane creando un percorso musicale che abbraccia stili diversi. "Mappe" e' il terzo cd, il piu' trasversale, e racchiude 20 brani registrati tra i primi anni Settanta e la prima meta' degli anni Ottanta: canzoni mai pubblicate, alcune scritte per altri artisti, altre che, invece, hanno trovato spazio nel repertorio di grandi interpreti, altre ancora tralasciate per logiche discografiche del tempo.(AGI) 

New York – Beyoncé è stata incoronata regina assoluta del pop agli MTV Video Music Awards, portandosi a casa cinque premi, compreso quello come miglior video, andato a Formation. Favorita della serata con undici nomination, Beyoncé, 34 anni, è stata la protagonista della performance piu' spettacolare della notte: ha sfilato sul tappeto rosso insieme alla figlia Blue Ivy avvolta in uno spettacolare abito, e ha conquistato scena e pubblico interpretando vari temi dall'ultimo album, Lemonade. Con spettacolari effetti visivi e cambi di abito, ha cantato Hold Up, Sorry e il suo grande successo Formation, in uno show che è durato oltre quindici minuti.

Al termine il pubblico le ha dedicato un'ovazione, mentre le telecamere mostravano i volti impressionati degli artisti e celebrities presenti nel teatro. Beyoncé ha dedicato il premio piu' prestigioso "alla gente di New Orleans": la citta' ha ispirato il video, realizzato da Melina Matsoukas, che evoca il passaggio del devastante uragano Katrina e la cultura locale della Louisiana. Ma Formation ha fatto sensazione negli Usa anche perchè allude alla violenza della polizia contro la popolazione afroamericana, il che ha posto la cantante su un terreno piu' politico di quello che le è consueto.

Fasciata in un body nero, ha poi cantato Hold up, tema per il quale ha ricevuto il premio come miglior video di un'artista femminile, e nel quale parla dell'ira di una donna ingannata. "Cosa è peggio, esser gelosa o pazza? Preferisco essere pazza" ha detto dinanzi alle telecamere. Lemonade allude ampiamente alle voci di infedelta' del marito, il rapper Jay-Z. (AGI) 

East Rutherford – La sua canzone "City of ruins" è già stata in passato utilizzata come colonna sonora per descrivere le devastazioni dell'11 settembre 2001 e del terremoto di Christchurch, in Nuova Zelanda, nel 2011: stavolta, però, Bruce Spingsteen ha voluto dedicarla alle vittime del sisma nel Centro Italia.  E' accaduto durante un concerto del Boss al  Metlife Stadium di East Rutherford, in New Jersey. Il cantante americano ha notato il cartello di un fan italiano, Giovanni Cozzani, su cui era scritto "Per il terremoto in Italia, la Mia città in rovina", e ha deciso di dedicare la canzone all'Italia e alle vittime del sisma del 24 agosto. La canzone del 2000 raconta il degrado di Asbury Park, in New Jersey, che fino a inizio '900 era una popolare località turistica. (AGI)

Londra – Non c'è pace tra Amber Heard e Johnny Depp: nonostante l'accordo di divorzio raggiunto dieci giorni fa, i due divi continuano a 'battibeccare' a distanza. Motivo del contendere, riferisce la Bbc, i 7 milioni di dollari che l'attore hollywoodiano deve dare all'ex moglie, la quale a sua volta aveva promesso di darli in beneficenza. Detto fatto, c'ha pensato direttamente il 'pirata dei Caraibi' a devolvere una prima tranche della cifra pattuita a due organizzazioni contro la violenza domestica e a favore dei bambini "a nome di Amber Heard". Quest'ultima pero', pur facendo sapere tramite un comunicato della portavoce che ha apprezzato "la grande e inattesa notizia" dell'interesse dell'ex marito per le due associazioni, ha "insistito che Depp debba onorare l'intera cifra" dell'accordo, "donando 14 milioni in beneficenza". Questa cifra, infatti, "tolte le deduzioni fiscali, e' uguale ai 7 milioni che deve ad Amber". Inoltre, la cifra deve essere "pagata tutta immediatamente e non prolungata per diversi anni". Diversamente, conclude il comunicato, "sarebbe un tentativo dei suoi avvocati di ridurre di meta' il pagamento in nome di una preoccupazione ritrovata per opere di beneficenza che non ha mai sostenuto prima". Negli Stati Uniti, le donazioni sono deducibili fino al 50%. Per tutta risposta, Depp ha confermato di aver fatto arrivare "la prima di una serie di rate" dei soldi pattuiti alle due organizzazioni indicate. "La generosita' di Amber Heard e' profondamente rispettata", ha aggiunto. (AGI)

Londra – Non c'e' pace tra Amber Heard e Johnny Depp: nonostante l'accordo di divorzio raggiunto dieci giorni fa, i due divi continuano a 'battibeccare' a distanza. Motivo del contendere, riferisce la Bbc, i 7 milioni di dollari che l'attore hollywoodiano deve dare all'ex moglie, la quale a sua volta aveva promesso di darli in beneficenza. Detto fatto, c'ha pensato direttamente il 'pirata dei Caraibi' a devolvere una prima tranche della cifra pattuita a due organizzazione contro la violenza domestica e a favore dei bambini "a nome di Amber Heard".

Quest'ultima pero', pur facendo sapere tramite un comunicato della portavoce che ha apprezzato "la grande e inattesa notizia" dell'interesse dell'ex marito per le due associazioni, ha "insistito che Depp debba onorare l'intera cifra" dell'accordo, "donando 14 milioni in beneficenza". Questa cifra, infatti, "tolte le deduzioni fiscali, e' uguale ai 7 milioni che deve ad Amber". Inoltre, la cifra deve essere "pagata tutta immediatamente e non prolungata per diversi anni".

Diversamente, conclude il comunicato, "sarebbe un tentativo dei suoi avvocati di ridurre di meta' il pagamento in nome di una preoccupazione ritrovata per opere di beneficenza che non ha mai sostenuto prima". Negli Stati Uniti, le donazioni sono deducibili fino al 50%. Per tutta risposta, Depp ha confermato di aver fatto arrivare "la prima di una serie di rate" dei soldi pattuiti alle due organizzazioni indicate. "La generosita' di Amber Heard e' profondamente rispettata", ha aggiunto. (AGI) 

 

 Minneapolis (Stati Uniti) – La chioma ramata l'aveva avuta davvero, prima che incanutisse per l'incedere del tempo, e l'elusivita' e' effettivamente rimasta il suo tratto distintivo per tutta la vita. Una vita che, sebbene i giornali americani ne abbiano dato notizia in ordine sparso soltanto in questi giorni, si e' conclusa il 9 agosto scorso a 87 anni per un arresto cardiaco, dovuto alle complicanze del diabete da cui era affetta. Nella sua Minneapolis, la citta' del Minnesota in cui abitava e dove aveva conosciuto colui che le avrebbe conferito la speciale immortalita' spettante ai personaggi dei comics. Lei era Donna Mae Wold, nata Johnson. Lui Charles Monroe Schultz, il celeberrimo papa' dei Peanuts, al quale un grande amore giovanile finito male ispiro' la 'ragazzina dai capelli rossi', l'invisibile infatuazione di Charlie Brown, sempre desiderata e mai incontrata, colei per sedersi accanto alla quale il bambino dalla testa rotonda piu' celebre del mondo avrebbe "dato qualsiasi cosa".

Quasi coetanei, si conoscevano fin dall'infanzia: crescendo, Charles avrebbe voluto che l'amicizia si trasformasse in qualcosa di piu', e per un paio d'anni furono anche fidanzati. Si dice che a un certo punto il futuro campione dei fumetti le chiese addirittura di sposarlo, incassando pero' un netto rifiuto e la fine della relazione.

Non che Donna fosse refrattaria al matrimonio, anzi. Semplicemente, sposo' un altro, tale Allan Wold, vigile del fuoco che in segreto gia' frequentava da un pezzo, e con il quale ebbe quattro figli (tre femmine), sette nipoti e tredici pronipoti. Pioniera ante litteram delle odierne famiglie allargate, come balia, affidataria o in altre vesti crebbe altri quaranta bambini. Schultz non la dimentico' mai, e ne fece il perfetto ingranaggio-fantasma delle proprie creazioni di fantasia: anche se c'e' chi sostiene che, dietro quella protervia nel non mostrane mai le fattezze, si nascondesse un pizzico di vendetta per essere stato piantato. L'interessato si schermiva sostenendo che non riusciva a caratterizzarla correttamente. Lei, per contro, problemi con il passato non ne accuso' mai: al punto da imporre a quasi tutti i suoi piccoli protetti nomi prelevati di peso da quelli delle strisce di Linus, Snoopy e compagnia. Un equilibrio esistenziale che, alla fine dei conti, ha fatto di lei la piu' forte: e' sopravvissuta a Schultz, scomparso nel febbraio 2000, oltre sedici anni.

Solo nell'89 Rheta Grimsley Jhonson, autrice di una biografia autorizzata del grande fumettista statunitense intitolata 'Good Grief' (come la tipica esclamazione di sconforto di Charlie Brown, tradotta in italiano 'Santo Cielo!'), ne rivelo' la vera identita'. Nel frattempo Schultz aveva in parte ceduto al riserbo, permettendo che la ragazzina dai capelli rossi ispirata dalla propria musa apparisse in pubblico: mai su carta, pero', solo sullo schermo, grande o piccolo. La prima volta risale al 1977, nello special televisivo 'It's Your First Kiss, Charlie Brown': la' si apprendeva altresi' che di nome faceva Heather ma di cognome, chi lo avrebbe mai detto, Wold… L'ultima e' dell'anno scorso, in 'Snoopy and Friends – Il film dei Peanuts', nel quale per la prima volta la si sente anche parlare. Un passo d'addio, con il senno di poi, che si era ben meritato in decenni di onorata militanza dietro le quinte. "Ho avuto una bella vita, una vita felice", confesso' in un'intervista rilasciata al quotidiano 'The Washington Post' nell'estate dell'anno scorso, sulla scia del successo di pubblico riscosso dalla pellicola. Ove a interpretarla era stata chiamata una giovanissima attrice italo-californiana, Francesca 'Lilly' Capaldi. Solare come lei, vitale come lei, grande appassionata di escursionismo, alpinismo, viaggi e campeggi. Di giochi di carte. E di nascondino, naturalmente. (AGI) 

Bruxelles – E' morto a 94 anni 'Toots' Thielemans, musicista belga leggenda del jazz. Armonicista e chitarrista, nella sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Benny Goodman, Dizzy Gillespie, Pat Metheny. Negli anni Settanta divenne noto al pubblico italiano per la sua presenza nella sigla finale della trasmissione Milleluci a fianco di Mina. L'artista aveva annunciato il suo ritiro nel 2014. 

Mina & T. Thielemans _ Non gioco più _ Live 1974 di rumpadamant

Brunico – Ogni luogo ha un suo momento magico. Un attimo che lo rende straordinario pur nella sua ordinarietà e poetico nella sua prosaicità. Può essere il mattino nella foresta boliviana, prima che il sole diventi feroce, o l’alba in una periferia metropolitana, prima che la luce si proietti spietata sul degrado. Sono attimi di cui l’occhio spesso non ha percezione, che arrivano direttamente al cuore quasi senza passare per le sinapsi cerebrali, attivando quelle reazioni involontarie che immalinconiscono l’anima, come l’immagine fugace di un ricordo perduto.

Poi ci sono quei luoghi che magici lo sono per definizione. Luoghi fisici e reali, come le meraviglie che si aprono dietro ogni vicolo del cuore di Roma, o immateriali, come l’immaginario creato dal cinema o i ricordi di infanzia che si cristallizzano intorno a un tavolo, in uno sguardo o in una postura.

Quando il momento magico e il luogo magico si incontrano, allora si innesca quel miracolo al quale qualcuno ha dato il nome di Sindrome di Stendhal quasi fosse una malattia del corpo invece che un incanto dell’anima. La magnificenza di certi luoghi è stata pensata per sorprendere, per lasciare letteralmente a bocca aperta; la cura di alcune opere è stata voluta per riempire ogni angolo del campo visivo di chi la ammira e non lasciare spazio ad altro se non all’arte nella sua totale purezza. Ma tutti – luoghi e opere, edifici e monumenti, architetture e sculture – devono sottomettersi  alla ingovernabilità della luce che li ammanta ogni giorno, ogni ora, ogni istante di una veste diversa e, appunto, imprevedibile. E’ cogliendo le forme sotto le pieghe di questa veste che si rigenera l’incanto, sempre diverso in intensità e profondità, di un luogo che è magico in sé e nel contempo di una magia acquisita per l’appunto da quella luce che è fatta di infrarossi e ultravioletti, ma anche di pulviscolo, di riflesso, di densità dell’aria.

Quella stessa densità che Luigi Civerchia, le cui opere sono in questi giorni in mostra alla Seebockhaus di Brunico, Alto Adige, ha reso protagonista della sua pittura. Le sue vedute romane, i suoi scorci monumentali, persino i suoi ritratti e le nature morte sono filtrati attraverso questa densità che li rende unici, come unico è il punto di vista di chi guarda senza limitarsi a vedere. Soffermandosi sulle Naiadi della fontana di piazza Esedra o sul Giordano Bruno di Campo de’ Fiori, Civerchia non ci restituisce un’immagine fedele all’immagine, quanto piuttosto all’immaginario. Al suo personalissimo, incantato e sublime immaginario che attinge a una Roma senza tempo in cui persino lo spazio perde importanza e consistenza per abdicare interamente alla luce. Una luce che – ora sì – attraverso il filtro dell’anima dell’artista, restituisce a chi guarda una visione prima ancora che una immagine. Nei rossi, nei blu e nei verdi delle sue vedute, nelle sovrapposizioni delle immagini felliniane, nel senso di attesa che sembra trapelare dalle sue nature morte, il pittore romano ci restituisce non una interpretazione della realtà, ma il suo vissuto, là dove questa parola racchiude non solo l’esperienza di un uomo che è stato letteralmente testimone e interprete dell’arte italiana del Novecento, ma il modo in cui questa si è sedimentata nella sua anima. E ce la restituisce: magica e splendida; incantata ed emozionante.  (AGI)

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