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“Io sono per l’eutanasia perché sono per la vita”. Lo scrive il Premio Strega Antonio Scurati, autore di M, il figlio del secolo, nel suo articolo di esordio come collaboratore del Corriere della Sera. Lo scrittore afferma anche di essere “per l’eutanasia” nella sua forma “legale, libera, civile” e lo è, spiega,  “con ragione e per compassione”. Dunque “ne peroro la causa in qualità di individuo” aggiunge “di cittadino e anche di scrittore” in quanto “ogni vita è degna di essere raccontata (non solo le vite straordinarie di santi o eroi)”, ma perché “questa dignitosa vita qualunque deve poter esser raccontata in qualsiasi modo (non solo con i versi sublimi dei poemi antichi ma anche con la lingua familiare della prosa, prossima alla lingua quotidiana)”.

L’autore di M. scrive di rigettare “con forza e, permettetemelo, con sdegno” tutti gli slogan dei militanti contrari a ogni forma di “aiuto a morire” che si proclamano “pro-life”, difensori della vita e depositari del suo significato ultimo. “No. Non è così”, aggiunge, “chiunque si opponga alla facoltà dell’individuo di decidere della propria vita, lo fa in nome di un principio cui quella vita viene subordinata, togliendole così pienezza, libertà, sovranità e dignità”.

Scurarti si dice favorevole all’eutanasia in toto, “e non solo per quelle situazioni limite di cui si occupano i media (e in questi giorni la corte costituzionale con la storica sentenza su Marco Cappato)” in quanto “le corsie dei nostri ospedali, lontane dai riflettori, straripano di casi comuni, noti a noi tutti, in cui il moribondo è ostinatamente sottoposto a indicibili sofferenze fisiche e psicologiche per prolungare inutilmente di qualche mese la sua esistenza fino al punto di smarrire nella sua conclusione tutte le ragioni che ce l’avevano fatta amare, finanche al punto di smarrire i tratti di quel volto che per noi aveva incarnato il supremo amore”.

E conclude: “Io sono per l’eutanasia. Io spero nel giorno in cui un figlio e un padre, due amici, due fratelli, ancora entrambi pienamente se stessi, possano, fianco a fianco, dopo aver bevuto per l’ultima volta insieme il caffè mattutino, prepararsi per l’ultimo viaggio, il viaggio per cui non serve bagaglio”. E perché, aggiunge, “tenere la mano al morente, finché è ancora se stesso, è la forma più alta di pietà di cui siamo capaci”. Dopo aver affermato, anche, che “noi europei d’Occidente abbiamo imparato ad amare e a rispettare la singola vita non in quanto ‘sacra’ — concessa da un Dio — e non in quanto sussunta a una laica entità superiore—Stato, Popolo o Nazione—ma in quanto libera, assoluta, sovrana su se stessa. L’individualismo occidentale che ne discende è, per questi motivi, forse la forma più alta di amore e di rispetto della vita che l’umanità abbia mai sperimentato”.

Dopo la discussa classifica dei 100 film più belli del 21esimo secolo, The Guardian torna sull’argomento declinando stavolta la stessa chart sui romanzi. Secondo quanto decretato dal quotidiano anglosassone sarebbe “Wolf Hall” di Hilary Mantel, il romanzo più bello del nostro secolo. Il libro in questione da parte della cosiddetta “trilogia di Thomas Cromwell”, biografia fittizia che racconta l’ascesa al potere del I conte di Essex nella corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Il terzo romanzo della saga è attualmente in lavorazione, i primi due capitoli sono valsi alla Mantel due Booker Prize, nel 2009 e nel 2012, prima donna della storia ad essere insignita due volte del prestigio premio.

Secondo posto che va a Marilynne Robinson, autrice, nel 2004, di “Gilead”, un romanzo di fatto filosofico in cui un segmento di storia degli Stati Uniti viene raccontata attraverso la voce dell’anziano predicatore John Ames, sottoforma di lettera ad un figlio che, già sa, non riuscirà mai a vedere adulto; “Ci sono migliaia di ragioni per vivere questa vita, – scrive nel libro Ames – ognuna delle quali è sufficiente”. “Gilead” è valso alla sua autrice il Premio Pulitzer per la narrativa.

Ancora una donna a completare il podio, si tratta di Svetlana Alexievich e il titolo della sua opera è “Secondhand Time” (in Italia “Tempo di seconda mano”). “Il premio Nobel bielorusso – come scrive The Guardian, motivando la scelta – ha registrato migliaia di ore di testimonianze della gente comune per creare questa storia orale dell’Unione Sovietica e la sua fine. Scrittori, camerieri, dottori, soldati, ex apparatchik del Cremlino, sopravvissuti ai gulag: a tutti viene dato spazio per raccontare le loro storie, condividere rabbia e tradimento, ed esprimere le loro preoccupazioni per la transizione al capitalismo. Un libro indimenticabile, che è sia un atto di catarsi sia una profonda dimostrazione di empatia”.

Come già successo nella classifica relativa al cinema, anche per quanto riguarda i libri l’Italia riesce a ritagliarsi due slot, il primo risulta anche abbastanza alto in classifica e si tratta del primo romanzo della saga de’ “L’amica geniale” di Elena Ferrante, del 2011, che troviamo all’undicesimo posto, piazzandosi davanti a mostri sacri della letteratura mondiale come Philip Roth e Stephen King. The Guardian motiva la scelta così: “Potentemente intima e spudoratamente domestica, la prima parte della serie napoletana della Ferrante la affermò come un vero e proprio caso letterario. Questo e i tre romanzi che si sono poi succeduti, hanno documentato come la misoginia e la violenza potessero determinare la vita, così come la storia, dell’Italia alla fine del XX secolo”.  

La seconda posizione riservata ad un autore nostrano è la 66 dove troviamo Carlo Rovelli con il suo “Sette brevi lezioni di fisica”, pubblicato da Adelphi nell’ottobre del 2014. Romanzo dalla genesi strana che ha stupito tutti, compresa la casa editrice che in prima tiratura aveva considerato appena 3 mila copie e al quale non aveva nemmeno concesso chissà quale campagna promozionale; a dicembre del 2015, dopo 19 edizioni e soltanto in Italia, le copie vendute risultarono essere 300 mila; aumentate poi di un milione quando il libro è stato esportato all’estero e tradotto in 42 lingue diverse.

La struttura è abbastanza lineare, sette semplici spiegazioni di quelle che sono considerate tappe fondamentali nella storia della fisica: teoria della relatività, teoria dei quanti, struttura del cosmo, particelle, origine del cosmo, buchi neri e natura del calore e il ruolo dell’uomo. Scorrevole, divertente, capace di declinare argomenti altamente tecnici con un linguaggio accessibile a tutti ma soprattutto, interessante per tutti. Imperdibile. 

L’appuntamento è a Milano per la fine di ottobre: migliaia di collezionisti e appassionati sono attesi negli spazi del Centro svizzero di Piazza Cavour per provare ad aggiudicarsi una o più delle decine di opere di autore messe all’asta da Pandolfini con il titolo “Tesori ritrovati, impressionisti e capolavori moderni da una raccolta privata”. Quadri di Van Gogh, Renoir, Monet, Picasso, disegni di Modigliani e Segantini, sculture di Messina: il valore minimo complessivo, a partire dalle valutazioni iniziali, è compreso fra i 6 e gli 8 milioni di euro, ma Pietro De Bernardi, amministratore delegato della casa d’aste si aspetta, come ha detto all’Agi, “rialzi consistenti su molti lotti proposti, compresi i più importanti”. 

Si tratta delle opere di una collezione appartenuta nell’ultima parte del secolo scorso a Calisto Tanzi, l’imprenditore parmense protagonista nel 2003 di una bancarotta storica, con un buco da 14 miliardi per il gruppo Parmalat, che ha coinvolto 38 mila risparmiatori.

Balla: Finestra du Düsseldorf

Balla: Finestra du Düsseldorf

Per alcuni anni dopo il “crac” si era favoleggiato di proprietà e di un vero e proprio tesoro di quadri preziosi, di cui però l’imprenditore, durante le udienze del lungo processo che l’ha visto protagonista, aveva sempre negato l’esistenza. Fino a quel giorno di fine novembre 2009 in cui una puntata di Report aveva parlato di un trasporto notturno di quadri per sfuggire ai sequestri nella prima fase dell’inchiesta.

Da allora e nel corso di un paio d’anni, la Guardia di Finanza ha recuperato decine e decine di opere: oltre 100, per un valore che la stampa all’epoca ha stimato in 28 milioni. Ora, 10 anni dopo, una parte della collezione va all’asta. Il lotto più importante è di 55 opere, fra cui i pezzi più preziosi, un Monet la cui valutazione iniziale è fra gli 800 mila euro e il milione e 200 mila (ma ai tempi del suo ritrovamento in una cantina del parmense si era parlato di 10 milioni) e una natura morta dipinta da Picasso nel 1944, identica stima iniziale. 

Saranno “battuti” il 29 ottobre, dopo essere stati per qualche giorno in esposizione: ma già 12 mila persone li hanno visti alla mostra organizzata nei giorni scorsi a Parma, e altre sono attese a Firenze, dove Pandolfini ha sede al Palazzo Ramirez Montalvo e la collezione sarà esposta fra il 20 e il 22 settembre, e a Roma, in via Margutta, dal 10 al 12 ottobre.  “Ci aspettiamo una grande affluenza di pubblico in sala – ha detto ancora De Bernardi – anche perché si tratta di un evento che non ha precedenti in Italia”.

Van Gogh: Pollard willow

A Pandolfini sono già giunte “richieste di Condition Report da tutto il mondo e interesse da parte di collezionisti, Fondazioni e Musei internazionali. Tutto però si concretizzerà in date più vicine all’asta”, ha aggiunto.

Fra le opere più attese, ci sono la Finestra di Dusseldorf di Giacomo Balla, dipinta nel 1912,  due opere di Vincent Van Gogh, due di Kandinskij, oltre a dipinti e disegni di Pissarro, Monet, Manet, Magritte, Toulouse Lautrec, Cézanne, Paul Signac, Chagall, Mirò, Matisse. Fra gli italiani  Zandomeneghi, Segantini, De Nittis, Boccioni. Ligabue. 

Monet: Faleise du petit Ailly à Varengeville

Anche se le firme su alcuni quadri sono dichiaratamente apocrife, e se alcuni critici storcono il naso davanti a opere non sempre considerate capolavori, a suo tempo per acquistarli l’imprenditore aveva, secondo le ricostruzioni dei magistrati, stornato diversi miliardi dai conti Parmalat. Mentre l’ex patron ormai ultraottantenne sconta la sua condanna definitiva a oltre 17 anni ai domiciliari, i suoi intermediari, i galleristi trentini Paolo Dal Bosco e Giovanna Dellana, che negli anni ’90 gli avevano procurato la cospicua collezione, hanno patteggiato con i giudici nel 2011: un anno e mezzo ciascuno per concorso in bancarotta fraudolenta.

Grande successo per Ezio Bosso alle 83esima Fiera del Levante di Bari. Nell’incontro con il pubblico però il grande pianista ha ammesso di non poter più suonare e ha esortato tutti a non chiedergli più di farlo. “Se mi volete bene, smettete di chiedermi di mettermi al pianoforte e suonare. Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire pù a gestire un’orchestra, smetterò anche di dirigere”, ha detto Bosso, citato dalla Gazzetta del Sud.

Il pianista, compositore e direttore d’orchestra, che dal 2011 soffre di una patologia degenerativa, è stato accolto dal presidente Michele Emiliano nel padiglione della Regione Puglia. Il maestro ha incontrato il pubblico, accorso sin dal mattino per assicurarsi un posto in sala, per parlare di musica, arte e talento. “La Puglia ha avuto il privilegio di offrire a tutti i cittadini questo incontro atteso ed emozionante con il maestro Ezio Bosso con il quale collaboriamo da tempo con grande empatia”, ha detto Emiliano. “Stiamo costruendo un legame che possa contribuire all’educazione musicale dei pugliesi, che solo una personalità con grande carisma come la sua può accelerare e rafforzare. La musica non è archeologia è vita e può aiutare a decifrare la complessità quotidiana”.

“E’ importante incontrarsi, la musica è come un focolare attorno al quale sedersi”, ha spiegato Bosso. “La musica è un linguaggio universale che permette a tutti di parlarsi e fare comunità a prescindere dal luogo di provenienza. E’ importante in questo periodo creare occasioni di scambio e coinvolgere i talenti, i giovani e aprire i teatri e i luoghi di cultura allo scambio”.

Bosso è stato ospite della campionaria barese perché impegnato in questi giorni in un articolato progetto – ideato, promosso e finanziato da Regione Puglia, con l’organizzazione del Teatro Pubblico Pugliese, la collaborazione dell’Apulia Film Commission e delle Amministrazioni Comunali e provinciali di Bari, Foggia e Lecce – orientato alla formazione del pubblico e alla valorizzazione del territorio in programma tra Foggia, Lecce e Bari.

Dopo il grande successo registrato a Foggia e l’incontro con il pubblico a Bari, dal 16 al 19 settembre si sposta al Teatro Apollo di Lecce per quattro prove d’orchestra narrate aperte al pubblico dal 16 al 19 e il concerto gratuito “Ezio Bosso dirige i solisti della Europe Philarmonic Orchestra dei giovani dell’Orchestra Filarmonica di Benevento” giovedì 19 settembre alle ore 21.00. 

E’ morto stamane a Sassari Salvatore Mannuzzu, magistrato, politico e scrittore. Nato il 7 marzo 1930 a Pitigliano, in provincia di Sassari, vinse il Premio Viareggio e il Premio Dessì col suo romanzo più celebre, ‘Procedura’.

Nel 2016 aveva perso la figlia Lidia Maria, biologa e fisiologa, morta a 58 anni per un’embolia polmonare, e anche la moglie Nannetta. Mannuzzu  stato anche parlamentare, eletto alla Camera nelle liste del Partito comunista italiano per tre legislature, dal 1976 al 1987.

Nel 1992 con ‘La figlia perduta’ è arrivato terzo al premio ‘Strega‘. Il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2013 da Einaudi, è ‘Snuff o l’arte di morire’. Tra il 2010 e il 2013 aveva tenuto una rubrica quotidiana sulla prima pagina di ‘Avvenire’, un diario diventato un libro, ‘Testamenti’, pubblicato da ‘Il Maestrale’ e dalle Edizioni dell’Asino. Mannuzzu è stato anche vicepresidente della Fondazione Banco di Sardegna.

Da ‘Procedura’ era stato tratto il film ‘Un delitto impossibile’ girato nel 2000 dal regista Antonello Grimaldi, con un cast di grandi attori italiani: Carlo Cecchi, Lino Capolicchio, Ivano Marescotti e la spagnola Angela Molino nei panni della protagonista femminile.

Nel settembre 2013 il comune di Stintino (Sassari) aveva assegnato a Mannuzzu il riconoscimento di ‘Stintinese Doc’, assegnato ogni anno a chi ha portato lustro al paese promuovendone le bellezze anche al di fuori della Sardegna. “Lo ricordiamo come uno di noi, un cittadino stintinese, uno tra i più importanti autori contemporanei”, dice il sindaco di Stintino (Sassari)”, dice il sindaco Antonio Diana che sei anni conferì il premio allo scrittore, in collaborazione Col Centro studi per la civiltà del mare. “Dalle sue storie, come ‘Un morso di formica’ e ‘Il terzo suono’, traspariva una innegabile ambientazione stintinese”.

La Casa editrice E/O, che pubblica i libri di Elena Ferrante, ha scelto il proprio profilo Twitter per annunciare il ritorno in libreria della scrittrice senza volto. Tra poco meno di due mesi, il 7 novembre. Non sono stati rivelati, invece, ulteriori particolari sul titolo del nuovo romanzo o sulla trama della storia. Unica cosa certa, però, è che sarà ancora Napoli il cuore pulsante da cui partiranno le vicende. Una città che, attraverso la tetralogia de L’Amica Geniale (che presto tornerà in televisione per una seconda stagione), i lettori hanno imparato a conoscere e amare.

Siamo lieti di annunciare che il nuovo romanzo di Elena Ferrante sarà in libreria il 7 novembre 2019.

— Edizioni E/O (@EdizioniEO)
September 9, 2019

L’incipit

La stessa casa editrice, tuttavia, ha fatto un altro regalo ai fan della Ferrante pubblicando l’incipitl. ovvero le prime righe, dell’annunciato romanzo che, dalle reazioni sui social, è già molto atteso apprestandosi a diventare un nuovo bestseller.

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione…

 

Milano è la città italiana più visitata ed è l’unica nella Top20 mondiale; fra le prime 10 europee, oltre al capoluogo lombardo ci sono solo Roma e Venezia. I dati emergono dalla nuova edizione del Mastercard Global Destination Cities Index, che classifica 200 città in base all’analisi del volume dei visitatori e dei dati di spesa.

Il Capoluogo lombardo si inserisce al quinto posto della classifica europea. Tuttavia, oltre a confermarsi stabilmente in Europa, la citta’ meneghina rinnova la sua vocazione globale ed e’ l’unica a rientrare nella stretta cerchia delle 20 città piu’ visitate al mondo – precisamente al sedicesimo posto.

“Con oltre 9 milioni di visitatori nel 2018, una previsione di incremento per il 2019 del 2.02% e una spesa media giornaliera di 155 dollari, Milano conferma un trend in costante crescita”, spiega la ricerca. Roma invece è stabile all’ottava posizione della classifica europea di Mastercard, mentre si posiziona solo ventiduesima a livello mondiale con i suoi 7,65 milioni di visitatori internazionali durante gli ultimi dodici mesi. Venezia, terza città italiana in classifica, chiude la top ten europea con 7,4 milioni di visitatori internazionali. 

A guidare il ranking è Bangkok, capitale della Thailandia, con oltre 22 milioni di visitatori seguita dai grandi classici rappresentati da Parigi e Londra, entrambi sopra i 19 milioni, e le mete legate al mondo dell’innovazione e del futuro come Dubai, quarta con quasi 16 milioni, e Singapore, con poco meno di 15 milioni di turisti. Chiudono la Top Ten, dal sesto al decimo posto, Kuala Lampur, New York, Istanbul, Tokyo e Antalya.

Qui il report completo

A guidare il ranking è Bangkok, capitale della Thailandia, con oltre 22 milioni di visitatori seguita dai grandi classici rappresentati da Parigi e Londra, entrambi sopra i 19 milioni, e le mete legate al mondo dell’innovazione e del futuro come Dubai, quarta con quasi 16 milioni, e Singapore, con poco meno di 15 milioni di turisti. Chiudono la Top Ten, dal sesto al decimo posto, Kuala Lampur, New York, Istanbul, Tokyo e Antalya.

 

Il governo Conte annuncia tempi brevi per il divieto di passaggio delle ‘grandi navi’ a Venezia, tanto discussa negli ultimi anni, soprattutto dopo l’incidente in Laguna che ha coinvolto una nave da crociera e un battello turistico. E lo fa per bocca, anzi per tweet, del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini: “Un impegno: entro la fine del mio mandato nessuna Grande Nave passerà più davanti a San Marco. Il vincolo del MiBAC è solo il primo passo. Abbiamo perso troppo tempo e il mondo ci guarda incredulo”.

A giugno il ministero per le Infrastrutture aveva fatto sapere che entro la fine del mese avrebbe trovato una soluzione per allontanare le grandi navi dalla Giudecca e San Marco. “Sulle grandi navi a Venezia il tavolo istituzionale è da tempo in corso”, avevano sottolineano fonti del ministero, “i ministri interessati si vedranno a breve scadenza per tirare le somme sulle opzioni progettuali individuate, allo scopo di trovare la soluzione definitiva migliore”.

L’8 agosto l’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale aveva convocato per il 22 agosto una riunione (la seconda) del tavolo tecnico incaricato da Danilo Toninelli, di individuare tutte le procedure tecniche necessarie per spostare le prime grandi navi sopra le 40mila tonnellate già da settembre fuori dal canale della Giudecca, utilizzando gli attracchi diffusi. Poi è arrivata la crisi del governo gialloverde e Toninelli era stato il primo il 22 agosto, alla vigilia della riunione, ad alzare le mani. 

L’ipotesi dello scavo del canale Vittorio Emanuele, aumentandone la profondità con la rimozione dei fanghi per il passaggio delle grandi navi, resta la via preferita. Ma in contemporanea si attrezzerà anche un primo terminal crocieristico a Marghera, per le navi superiori alle 96 mila tonnellate di stazza, che ora non possono entrare in laguna. Sono previsti entro il 2019 due accosti sul canale Nord nelle banchine adiacenti alla Fincantieri. Una terza nave da crociera potrà attraccare a Marghera entro il 2021 in adiacenza al canale Brentelle. In un momento successivo sarà realizzato anche il “dente” già previsto dal progetto dell’architetto Roberto D’Agostino”.

Per il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, enrio il 2019 il 40% del traffico crocieristico attuale dovrebbe spostarsi su Marghera, lasciando intravedere questo come il vero terminal crocieristico del futuro, mantenendo la Marittima in prospettiva per le navi da crociera più piccole, fino a 40 mila tonnellate e per gli yacht.

Veneziani pronti a rinunciare all’indotto

Dovrebbe essere dunque questa la soluzione alla vicenda. Anche perché. Pur di proteggere la laguna e la loro città dai danni del turismo di massa, i veneziani erano e restano sono pronti a uscire dall’indotto delle crociere. A maggior ragione se il ritorno economico non è poi così alto. Gli abitanti della Serenissima – e non solo – lo hanno detto a gran voce nel referendum consultivo organizzato domenica 18 giugno 2017 dal “Comitato No Grandi Navi” insieme ad altre associazioni ambientaliste. Dalle urne dei gazebo il messaggio è stato chiaro: il 98,7% dei votanti non vuole le grandi navi nella città lagunare. In totale, 25 mila persone hanno risposto al quesito: “Vuoi che le grandi navi da crociera restino fuori dalla laguna di Venezia e non vengano effettuati nuovi scavi all’interno della laguna?”

Passaggio vietato da cinque anni

In teoria il passaggio dei giganti dei mari era vietato dal decreto Clini-Passera del 2012, decreto che proibiva, appunto, l’ingresso nell’area alle navi di stazza superiore alle 40 mila tonnellate (sospendendolo però in attesa di verificare altre possibilità di navigazione). Ma da allora, nella Serenissima, poco è cambiato: le grandi navi da crociera continuano a entrare dalla Bocca del Lido, a passare davanti a San Marco, a imboccare il Canale della Giudecca e a raggiungere lo scalo di Marittimaattraccando in città. A solcare le acque lagunari ogni anno, sono 600 “bestioni lunghi 300 metri, larghi 40 metri e alti 60 metri”, spiega Luciano Mazzolin, tra i leader della protesta. E questo in una città dove “il piano regolatore vieta di costruire edifici più alti di quattro piani. E’ come muovere avanti e indietro per i canali un palazzo di 7-8 piani, che sposta milioni di metri cubi d’acqua, causando erosioni alle rive e alle fondamenta delle case. Inoltre, le eliche muovono i sedimenti della Laguna. Per non parlare dei fumi che inquinano l’aria”.

Gli ambientalisti: “Ritorno economico trascurabile”

Ma quanto incidono i croceristi sull’economia turistica veneziana? Poco secondo uno studio dell’Università Ca’Foscari del 2013 (quando il numero degli sbarchi era nettamente più alto),  impugnato dalle associazioni contrarie alle Grandi Navi per l’analisi costo benefici. “Parliamo di numeri bassi”, spiega all’Agi Marta Canino, leader del “Comitato No Grandi Navi” e convinta ambientalista. “I turisti che scendono dalle navi sono pochissimi: meno del 20%, e quelli che lo fanno devono pagare una tassa per restare a Venezia solo poche ore e consumare i pasti sempre negli stessi circuiti. E’ un’economia chiusa e verticale, non è un indotto. Per non parlare dell’occupazione che è fortemente precarizzata”. Calcolatrice alla mano, il ricavo – secondo lo studio – sarebbe inferiore ai 290 milioni di euro, circa il 2% del Pil di Venezia. 

Non solo: “Gran parte dei ricavi – sottolinea il rapporto – sono concentrati in poche categorie economiche che includono operatori turistici nazionali e internazionali di grandi dimensioni, mentre i costi sono sopportati da tutti i residenti nel centro storico. Coloro che percepiscono i ricavi non si fanno carico dei costi relativi alle esternalità negative generate dalle loro attività, mentre i residenti nel centro storico li subiscono involontariamente”. 

Una cifra in linea con quella calcolata dal Sole 24Ore secondo cui il traffico crocieristico porta nel complesso nelle casse italiane più di 436 milioni di euro.

 

Si intitolerà CapoVersi e rappresenterà l’avventura di Bompiani nel mondo della poesia. Nell’era dei social, dove tutto è estremamente veloce, dove perfino quella che in comunicazione viene tecnicamente chiamata “tv di flusso” risulta ormai troppo lenta, ecco una scommessa: puntare sulla poesia, su un “prodotto” che richiede così tanto tempo di assorbimento, che spinge ad un’introspezione ormai evidentemente sempre più rara. 

Beatrice Masini (capo settore di Bompiani, responsabile del progetto CapoVersi), quello della poesia è ancora un mercato valido?

“Se lei per mercato intende le vendite, ci sono alti e bassi e ci sono casi e casi. Noi per esempio, abbiamo pubblicato, con molta fortuna, un bel libro di Franco Arminio e quella forma di poesia sembra avere una certa presa sul mondo dei lettori. Così come Rupi Kaur, autori che usano la forma poetica in modo molto libero, molto affabile, come veicolo per contenuti di natura varia. Una poesia meno accademica, più vicina al pubblico, e quel tipo di poesia, dal punto di vista strettamente commerciale, numerico, sicuramente di soddisfazioni ne da. Ma mi sembra che in termini generali questi risultati abbiano segnalato in modo molto forte un rinnovato interesse per il mondo della poesia”.

I primi nomi che proporrete: John Ashbery, Vladislav F. Chodasevič, Nicanor Parra. Poesia ai più alti livelli…

“La decisione di fare una collana non viene da questi calcoli e queste considerazioni ma da una riflessione un po’ più larga, ossia il fatto che nella storia recente di Bompiani non c’era una collana di poesia. Si è sempre fatta la poesia, quest’anno abbiamo pubblicato le poesie di Erica Jong, che è comunque una romanziera, abbiamo pubblicato anche le poesie di Moravia, ma Moravia è il narratore del ‘900, quindi fino adesso sono sempre state fatte delle incursioni o per completare il ritratto di un autore oppure in modo sporadico. Sicuramente mancava un’attenzione un po’ più concentrata rispetto la poesia del resto del mondo, infatti questo è il motivo per cui CapoVersi nasce come una collana di poesia straniera. In Italia ci sono tanti editori che fanno poesia, alcune piccole case editrici specializzate lo fanno anche molto bene, quindi è chiaro che molto è stato mappato, non siamo dei pionieri, ma si può fare una ricerca un pochino più affine al lavoro che stiamo facendo, puntando magari ad artisti del passato che sono stati dimenticati”.

La collana CapoVersi sarà disponibile in libreria a partire dall’11 settembre.

Una cosa molto importante del vostro lavoro questa, il dovere, anche morale, di conservare una certa memoria che rischia come non mai di venire dimenticata…

“Si, è proprio un lavoro che abbiamo fatto in maniera molto precisa negli ultimi anni. Una delle autrici che pubblicheremo in CapoVersi è Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura nel 1945, cilena, quasi dimenticata, la prima donna sudamericana a prendere il Nobel, in Italia già pubblicata ma adesso quasi non si trova più, allora cerchiamo di recuperare”.

Quando si accenna al mercato della letteratura, i due assiomi più ricorrenti sono che il settore è in crisi e che in Italia si legge pochissimo: come ragionate quando operate scelte di questo tipo? Anche coraggiose, nel caso della poesia…

“Intanto lo stesso lettore può avere una gamma di interessi estremamente varia, noi non ci rivolgiamo necessariamente ad un lettore supercolto, ma nemmeno a un lettore che cerca nella lettura essenzialmente l’evasione. Ci piace molto mescolare le carte. Il lettore, come fisionomia generica, non esiste; esistono tanti lettori diversi. Noi cerchiamo di far trasparire questa varietà nelle scelte che facciamo. Io sono veramente convinta che nello stesso lettore possano convivere tanti lettori diversi”.

Il titolo va benissimo, anzi sembra perfetto considerando la situazione: La scuola di pizze in faccia del professor Calcare”. Solo che è il signor Calcare a ‘sto giro ad averne sfiorata una di pizza, intesa per i non romani come “schiaffo”, e sarebbe stata anche bella grossa. È questo il titolo infatti con il quale Zerocalcare, uno dei più importanti e talentuosi fumettisti del panorama italiano, il 21 ottobre tornerà in libreria con una raccolta di nuove tavole, alcune delle quali inedite. 

Il problema è nella copertina, abbastanza semplice, dove viene rappresentato l’alterego di Zerocalcare, il suo personaggio, classico, ormai famosissimo, con la maglietta nera con il teschio stilizzato bianco, su uno sfondo che riprende vagamente le bande bianche e rosse della bandiera militare giapponese. Ed è qui che sorge il problema.

Pare che la Bao Publishing, la casa editrice che si occupa della pubblicazione del romanzo a fumetti, una volta diffusa l’immagine della copertina per la promozione, pare abbia ricevuto una scritta da due autori, i coreani Miba e Josh Prigge, che avrebbero fatto notare come quello sfondo, quelle bande bianche e rosse, in realtà potrebbero creare qualche problema.

Ecco come la stessa casa editrice racconta la storia sul proprio profilo Facebook: “Così come il tassista sogna di sentirsi dire dal cliente “Segua quella macchina!”, si dice che agli editori piaccia gridare “Fermate le rotative!” ma è un falso mito. Ieri, due nostri autori (Miba e Prigge, ndr) ci hanno scritto per farci notare che lo sfondo della copertina del nuovo libro di ZeroCalcare ricorda molto la bandiera del Sol Levante giapponese. Ci hanno raccontato di come, a oggi, gruppi di estremisti la sventolino durante i loro raduni inneggiando alla violenza nei confronti di altri popoli asiatici, ricordando conflitti del passato che hanno insanguinato tutto il continente”: 

E Ancora: “L’utilizzo di quella bandiera in altri media, anche non intenzionale, è internazionalmente considerato una grave offesa, e oggetto di legittime e veementi proteste. Così, visto che la copertina non era ancora stata stampata, e d’accordo con Zerocalcare, abbiamo deciso di chiedere ad Alberto Madrigal di intervenire sullo sfondo, perché non abbiamo intenzione di essere confusi con persone che propagano l’odio razziale. Questa è la nuova versione definitiva della copertina, nella onorata tradizione del topos “Calcare walking away from explosion”.

Un cambio repentino e necessario. “Stiamo contattando tutti i siti che venderanno il libro perché aggiornino l’immagine. Grazie per la comprensione e ci scusiamo di aver scoperto questa involontaria gaffe solo dopo aver divulgato un’immagine che, in buona fede, ritenevamo innocua e legittima”.

Così problema risolto, le bande si sono trasformate in uno sfondo con gli stessi colori ma decisamente più vago. Naturalmente anche lo stesso Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, è intervenuto sulla faccenda, a modo suo, con quell’umorismo che lo ha ormai reso celebre ben oltre i confini dei consumatori di fumetti: “Due autori coreani hanno chiamato Bao per dire amici miei, ma lo sapete che per noi quella roba è come se aveste fatto una svastica gigante? Ma come -suppongo gli avrà risposto Bao-, quelli sono dei raggi rossi dinamici, come si usano spesso in grafica! Col cazzo -mi pare di capire gli abbiano risposto loro- quella è la bandiera imperiale della collaborazione con la germania nazista, evoca l’asse e la guerra e ancora adesso la usano i nazisti giapponesi difatti in tutto il mondo viene associata a sangue stermini e razzismo. In tal caso -ha concluso Bao- forse chiedemo a Madrigal di farne un’altra va. E così è andata. La morale di questa storia è state attenti a quei raggi che a noi ce parono decorativi ma invece capace che in giro per il mondo pijate la sveja”. 

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