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AGI – L’apparenza, il desiderio, la ricerca del proprio ruolo, il perbenismo, la perfezione e imperfezione. Sono gli elementi che conducono il lettore alla scoperta della personalità di Anna, donna della buona borghesia, moglie, figlia, amante, madre.

Una donna che fatica ad entrare nel ruolo di mamma perché a tratti sembra vederlo come una prigione, ma che alla fine di un percorso anche doloroso, ritrova la sua centralità, la consapevolezza di essere determinante per i suoi figli e se stessa.

 E’ un caleidoscopio di ruoli e sentimenti femminili il romanzo “Le imperfette”, con cui Federica de Paolis, ha vinto il premio Dea Planeta, edizione 2020, contestualizzato in ambiente dove trovano posto le figure maschili che siamo abituati a conoscere.

 Con Anna, la protagonista, c’è suo marito ricco e affascinante, uomo di successo, pronto a tradire senza avere intenzione di lasciare davvero la famiglia per convenienza, c’e’ un padre premuroso verso una figlia che cresce nella bambagia a cui nasconde avventure e amanti di uomo rimasto vedovo troppo presto.

E c’è un amante bello, passionale, misterioso, pronto poi a tornare al suo nido per il bene dei figli. Il romanzo è fluido, si legge tutto d’un fiato anche perché Anna suscita un misto di tenerezza e rabbia in chi legge la sua storia.

 Ti verrebbe voglia di scuoterla o di invidiarla per il coraggio che riesce a mostrare in determinati contesti.  Finisci per fare il tifo per lei e alla fine, hai la sensazione di aver capito, ancora una volta, che la figura femminile è sempre al centro di tutto. Muove e decide tutto.

  Sullo sfondo in cui si muovono i  personaggi del romanzo, tutti alla ricerca di se stessi, c’è un tema attuale, quello della chirurgia estetica, della smania di essere belle, perché “imperfette”.

 “Ma è solo un caso – afferma all’AGI Federica De Paolis – all’inizio volevo usare come ambientazione una clinica ortopedica, sono finita invece a scegliere quella di chirurgia estetica prendendo spunto da una vicenda drammatica accaduta in Francia, in tema di protesi al seno. Ma sia chiaro – sottolinea – non ho assolutamente nulla contro la chirurgia estetica. Il mio è stato solo un pretesto”.

Le “imperfette” è il ritratto di una famiglia borghese dove i personaggi, donne e uomini insieme, sono tutti duplici, vivono di apparenze, e la clinica di chirurgia estetica, “fa da cassa  di risonanza – spiega l’autrice –  al fatto che tutti vogliono apparire quello che non sono.  Il titolo originale era ‘Apri gli occhi’,  poi ho scelto ‘le imperfette’ che però, non fa il palio con la chirurgia estetica ma con la ricerca della perfezione che secondo me e’ una chimera. Ho scelto la clinica estetica perché alla fine ho pensato fosse più adatta al tema.

 Ognuna di noi puoi essere Anna, Maria Sole o Gigliola, sono declinazioni della donna, mille facce di una donna con tutti i suoi pregi, difetti e debolezze. Ho provato a descrivere la donna a 360 gradi”.  Nei personaggi del libro domina l’apparenza, un elemento contemporaneo al vissuto quotidiano. Le imperfette alla fine, sono le donne che hanno la continua necessità di cambiare, di modificare i propri ruoli, di accettare o no il ruolo di madri che non è detto riesca a tutte alla “perfezione”.

 “Le donne e gli uomini sono imperfetti – continua De Paolis – aspirano magari alla perfezione ma l’essere imperfetti è connesso alla natura umana. Anna e’ l’eroina con cui siamo in empatia, e’ in una zona grigia fra il tradire o no il marito e il trattenerlo, vaga in una nebbia di inconsapevolezza, che e’ il tema centrale del libro. I miei, sono personaggi che non sono in contatto con loro stessi, sono presi da  desideri che magari considerano non nobili ma fanno  finta che lo siano. Sicuramente la meno ‘sporca’ e’ Anna, noi alla fine siamo dentro Anna e capiamo di piu’ cosa le sta succedendo. I personaggi tutto sommato sono dei vinti, lo stesso Guido, il marito di Anna, ha vissuto un inferno, si è trovato a vivere una situazione complicatissima, ossessionato dal suo lavoro, dal successo. E Maria Sole, alla fine e’ quella che fa piu’ pena di tutti, sfruttata, illusa. Aveva un ruolo centrale nella vita del padre di Anna e del marito,  ha avuto il suo lutto, sfiora il posto di Anna ma tutto alla fine le viene sottratto con violenza”.

 Anna, continua l’autrice “e’ mossa dal senso del dovere, non dalla gioia della maternità. Vuole andare avanti, ha euforia, c’e’ qualcosa che la toglie dalla sua palude ma poi sceglie il figlio passando pero’ attraverso una rottura molto forte che poi è una cosa che avviene in tutte le persone non in contatto con se stesse. Accade infatti – aggiunge De Paolis –  che a volte si debba rompere qualcosa per cui si arriva a capire che la vita che stai vivendo non è la tua. E allora, senza ferire gli altri bisogna andare a prendersi cosa è nostro”.

 C’è qualcosa di autobiografico? “Forse qualcosa si – aggiunge l’autrice – mi sono ispirata ad un amico spagnolo per il personaggio di Javier ad esempio, anche se gli altri sono tutti nati sulla pagina”.  Federica De Paolis, romana, diaologhista cinematografica e autrice televisiva ha scritto altri sei romanzi fra i quali ricordiamo “Lasciami andare”, “Ti ascolto”, “Rewind” e “Notturno Salentino”.

Ha vinto la seconda edizione del premio Dea Planeta, riconoscimento che lo scorso anno e’ andato a Simona Sparaco.  “E’ stata una grande emozione vincere questo premio – racconta  – in piena era covid senza poter andare li. Nonostante tutto, è stata una vera infusione di adrenalina, il coronamento di un sogno. Il conferimento del premio e’ arrivato senza le persone intorno, per via delle regole imposte, ma non posso negare che nonostante tutto, mi sia arrivata una tale ondata di affetto e di interesse che alla fine, va bene anche cosi. Un film con questo libro? Lo immaginano in tanti, non solo io. Speriamo che succeda”.

AGI – E’ Sandro Veronesi il vincitore della 74esima edizione del Premio Strega con 200 voti con ‘Il colibrì’ (La nave di Teseo). Nessuna sorpresa, dunque: il suo romanzo ha infatti nettamente prevalso sugli altri libri in gara per il premio più prestigioso della letteratura italiana, a partire dal secondo classificato, Gianrico Carofiglio col giallo ‘La misura del tempo’ (Einaudi), 132 voti. Terza classificata Valeria Parrella con ‘Almarina’ (Einaudi), 86 voti. Al quarto posto Gian Arturo Ferrari con ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli), 70 voti, davanti a Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori), 67 voti e al sesto classificato Jonathan Bazzi con ‘Febbre’ (Fandango Libri), 50 voti. Hanno votato in 605 su 660 aventi diritto al voto.

Il vincitore del #PremioStrega2020 è Sandro Veronesi con «Il colibrì» @lanavediteseo
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July 2, 2020

Per Veronesi è il secondo Premio Strega su due partecipazioni, nel 2006 lo scrittore fiorentino aveva vinto per la prima volta con ‘Caos calmo’. Prima di Veronesi solo a Paolo Volponi era riuscita l’impresa di vincere per due volte il più ambito premio letterario italiano.  

‘Il colibrì’, il volo di Veronesi verso l’Uomo del Futuro

​“Ho capito, all’improvviso, che tu sei davvero un colibrì. Ma certo. E’ stata un’illuminazione: tu sei davvero un colibrì. Ma non per le ragioni per cui ti è stato dato questo soprannome: tu sei un colibrì perché come un colibrì metti tutta la tua energia per restare fermo. Settanta battiti d’ala al secondo per rimanere dove già sei. (…) La tendenza del cambiamento, anche quando è probabile che non porti a nulla di meglio, fa parte dell’istinto umano, e tu non la concepisci”.

Il volo del ‘Colibrì’ è iniziato a fine 2019 quando è arrivato il libreria, pubblicato da La Nave di Teseo, l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, che è diventato in breve tempo uno dei libri più venduti in Italia e ospite fisso della top ten delle classifiche letterarie. Un volo trionfale che si è concluso (per ora) sul tetto del Premio Strega conquistato per la seconda volta dallo scrittore toscano (dopo ‘Caos calmo’).

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July 2, 2020

Un libro doloroso, dove il lutto diventa protagonista e al contempo motore della storia. Veronesi, come nel magnifico ‘Caos calmo’, fa del rapporto padre-figlia il motivo centrale del tutto. La morte diventa presenza costante, ma non necessariamente negativa. Anzi: il lutto, dopo essere stato elaborato e superato, è motivo di ripartenza e di ottimismo. E dà modo all’autore di immaginare il mondo che verrà (il finale si svolge nel 2030) in cui l’Uomo del Futuro rappresenterà, difenderà e porterà avanti con successo i valori più importanti quali solidarietà, rispetto per l’ambiente, rispetto per l’umanità… 

Il colibrì’ però non è un libro utopico. E’ la storia di un uomo, un medico, della sua vita segnata da una serie di lutti. Perdite importanti che supera concentrandosi sul lavoro, sulla famiglia (che pure si disgrega), sulla figlia. E proprio il rapporto con questa, ossessionata da un filo immaginario (e poi tradita da uno reale) che rappresenta, non solo metaforicamente, l’attaccamento della ragazza alla vita, è il cuore del romanzo. E quando il filo si spezza ‘Il colibrì’, il romanzo, prende il volo.

Nella prima parte, infatti, il protagonista, l’oculista Marco Carrera, deve affrontare la moglie con cui è in crisi, il fratello con cui ha litigato, l’amico che tutti considerano uno iettatore, l’amante con cui non è mai andato a letto. Poi l’evento spartiacque che fa decollare il romanzo, l’urgenza di superarlo e l’avvento dell’Uomo del Futuro che dà un significato diverso e positivo all’esistenza. Grazie a lui e alla catarsi seguita alla grande partita di poker finale, il ‘colibrì’, il protagonista questa volta, tornerà a volare, la vita di Marco Carrera tornerà ad avere senso. 

Utilizzando l’espediente narrativo dei salti nel tempo, in un percorso alternato che va in ordine sparso dagli anni ’60 al 2030, passando dalla narrazione alle lettere al dialogo diretto fino allo scambio di sms, Veronesi rende dinamico il romanzo, creando suspense e aspettative e, al contempo, presentando e approfondendo i vari personaggi del racconto.  Tutti parimenti importanti e allo stesso tempo tutti di contorno nella vita di Marco Carrera che alla fine si concentra e trova il senso vero dell’esistenza prima nella figlia e poi nell’Uomo del Futuro.

Meno di cinque anni fa un gruppo di editori, autori, amici ha deciso di fondare una nuova casa editrice. Eco la battezzò @lanavediteseoed.
Tra noi c’era @SandroVeronesi che questa notte è entrato nella storia vincendo per la seconda volta @PremioStrega con #IlColibrì. pic.twitter.com/QhCniMNTmr

— Elisabetta Sgarbi (@bettywrong)
July 2, 2020

Una soluzione che arriva paradossalmente da un amico psicanalista, al termine di un lungo viaggio in cui Marco Carrera-Veronesi esprime la sua opinione negativa sulla psicanalisi e sull’effetto che fa sulle persone. Nello specifico parla di tutte le donne della sua vita, da sua madre a sua sorella Irene, “per proseguire via via con amiche, fidanzate, colleghe, mogli, figlie, tutte, ma proprio tutte, sarebbero sempre state governate da disparate tipologie di terapia analitica” che avrebbero avuto conseguenze su di lui, vittima di quella che definisce “psicanalisi passiva”.

Interessante, alla fine del libro, l’elenco dei debiti che lo scrittore fa. Un po’ forse autocompiacendosi per citazioni o riferimenti dotti. Che vanno da un racconto di Beppe Fenoglio (definisce il suo capitolo “non semplicemente ispirato, ma una cover vera e propria”) a Mario Vargas Llosa, da Federico Fellini alla cantante Joni Mitchell, da Fabrizio De André al filosofo occasionalista olandese del XVII secolo Arnold Geulincx. 

@andreacauti

AGI – Sandro Veronesi fa il bis e con ‘Il Colibrì‘ vince per la seconda volta il Premio Strega. Con 200 voti il romanzo pubblicato da ‘La nave di Teseo’ si porta a casa l’annunciato trionfo nella 74esima edizione del premio in un Ninfeo semideserto per le restrizioni imposte dalla pandemia, staccando di 68 voti il giallo di Gianrico Carofiglio ‘La misura del tempo’. Prima di Veronesi solo a Paolo Volponi era riuscita l’impresa di vincere per due volte il più ambito premio letterario italiano. Nel 2006 lo scrittore fiorentino aveva vinto per la prima volta con ‘Caos calmo’. 

Dietro a Sandro Veronesi e Gianrico Carofiglio, la ‘La misura del tempo’ (Einaudi) ha ottenuto 132 voti, si sono classificati Valeria Parrella con ‘Almarina’ (Einaudi), 86 voti, Gian Arturo Ferrari con ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli), 70 voti, e Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori), 67 voti. Sesto classificato Jonathan Bazzi con ‘Febbre’ (Fandango Libri), 50 voti. Hanno votato in 605 su 660 aventi diritto al voto.

AGI – Schloss Meseberg, il castello di Meseberg, è la residenza che il Governo tedesco riserva agli eventi speciali con ospiti internazionali. E’ un palazzo barocco che si trova a 65 chilometri a nord di Berlino, nello stato del Brandeburgo, in una tenuta vicino alla città di Gransee nel circondario rurale dell’Oberhavel a sud-est del lago Huwenowsee. Qui, esattamente due anni fa, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Macron firmarono la loro prima dichiarazione comune, un documento che rinsaldava l’asse franco-tedesco gettando le basi per le future riforme dell’Ue.

Regalo del principe Heinrich all’amato Kaphengst

Interessante la storia di questo castello, costruito nel 1739 dalla famiglia Wartensleben, dopo essere passata alla famiglia von der Gröben, nel 1774 fu acquistato insieme alle terre adiacenti dal principe Enrico di Prussia (Friedrich Heinrich Ludwig), che risiedeva nel vicino palazzo Rheinsberg. Con Enrico, tredicesimo figlio del re Federico Guglielmo I di Prussia e della principessa Sophia Dorothea di Hannover e fratello di quello che sarebbe diventato re Federico II di Prussia, il castello assunse le caratteristiche sfarzose che tuttora presenta. Merito del maggiore Christian Ludwig von Kaphengst, amante del principe, che per volontà dello stesso Federico II fu mandato a vivere nello Schloss Meseberg per allontanarlo dalla corte di Rheinsberg ed evitare uno scandalo.

Dal 1775 Kaphengst visse dunque nel castello e lo arredò e decorò sontuosamente a spese di Enrico di cui era il favorito, commissionando affreschi sul soffitto a Bernhard Rode, tra cui uno raffigurante un’apoteosi del principe Enrico (uno dei massimi generali di Federico II, che ha guidato gli eserciti prussiani nelle guerre di Slesia e nella guerra dei sette anni senza perdere mai una battaglia). Schloss Meseberg è stato ampliato con la costruzione di ulteriori edifici, comprese le stalle. Sotto Kaphengst e i suoi successori, il giardino barocco fu ingrandito mentre Peter Joseph Lenné ne progettò un altro all’inglese che bordava gran parte della riva del lago.

Dagli editori di Vossische Zeitung a Goering

La vicenda del castello si è poi arricchita di altri passaggi storici importanti, a partire dall’acquisto della proprietà da parte della famiglia Lessing, proprietaria del quotidiano ‘Vossische Zeitung’, storico giornale della borghesia liberale di Berlino che proseguì le sue pubblicazioni dalla fine del XVIII secolo al 1934. Con l’avvento del nazismo la famiglia Lessing non perse solo il giornale, ma anche Schloss Meseberg: il castello, infatti, fu acquisito con la forza da Hermann Goering prima di essere occupato dall’armata sovietica nel 1945. Diventato di proprietà della Germania Est, il castello fu usato per ospitare un negozio di alimentari e le stanze di una scuola, il che lo preservarono dalla demolizione. I tedeschi dell’Est volevano trasformare il castello in un centro conferenze per l’Accademia delle Scienze, ma non è mai stato realizzato un piano per restaurare il palazzo fatiscente. 

Il restauro della Fondazione Messerschmitt

Solo dopo la riunificazione della Germania e l’acquisto del castello nel 1995 da parte della ‘Fondazione Messerschmitt’, dedicata alla conservazione dei monumenti storici, Schloss Meseberg è stato finalmente restaurato: ci sono voluti 11 anni e più di 30 milioni di dollari per rimettere a nuovo l’edificio, riportando all’antico splendore le sue semicolonne ioniche e il tetto a mansarda. Nel 2004, la ‘Fondazione Messerschmitt’ ha accettato di affittare il palazzo al Governo federale tedesco per 20 anni, per un affitto annuale simbolico di un euro.

Dal 2007 il castello è residenza del Governo

Successivamente il Governo ha speso 17 milioni di dollari per installare apparecchiature di sicurezza e comunicazione e acquistare mobili e dipinti d’epoca. Dal 2007 Schloss Meseberg è diventato una delle residenze del cancelliere tedesco: qui il Governo tiene regolarmente il suo conclave di gabinetto e la cancelliera Angela Merkel riceve e ospita i politici internazionali. 

Da 400 anni le fiammelle delle candele e i loro riflessi su specchi e armature metalliche illuminano e caratterizzano i volti dei dipinti di Georges de la Tour, grandissimo pittore ossessionato dalla luce come il Caravaggio e gli altri illustri colleghi seicenteschi. La fiammella della sua fortuna è stata più incostante:  celebrato dai contemporanei e quasi dimenticato per i secoli successivi, fu riscoperto all’inizio del ‘900 e oltre un secolo dopo a Milano si può nuovamente visitare la mostra a lui dedicata, sospesa dall’emergenza Covid meno di un mese dopo l’inaugurazione e ora prorogata fino a fine settembre.

Dei 50 dipinti che gli sono attribuiti, ne appaiono qui una quindicina, provenienti da musei di tutto il mondo, assieme a quelli di pittori a lui affini per epoca e stile, in particolare i fiamminghi Frans Hals e Honthorst, ribattezzato in Italia Goffredo delle Notti che, a differenza di La Tour, poté vedere a Roma l’opera del Caravaggio.

 La Tour si inserisce più nel solco della tradizione fiamminga che di quella classicista francese del contemporaneo Poussin: le Fiandre, molto più a Nord rispetto alla natia Lorena, fanno però parte della stessa regione storica della Lotaringia. Il re di Francia lo volle a corte e si narra che Luigi XIII apprezzasse a tal punto il suo “San Sebastiano in una notte” da decidere di rimuovere ogni altro quadro dalla sua camera da letto per poterne godere in esclusiva.

Il dipinto, proveniente dal museo di Orléans, è esposto nelle sale del palazzo Reale, anche se non è  ero che sia lo stesso perché  dello stesso soggetto, San Sebastiano curato da Irene, esistono almeno 10 versioni. All’epoca le richieste dei collezionisti spingevano gli artisti a produrre più versioni dello stesso dipinto, con qualche minima variazione che diventava oggetto di appassionate conversazioni dotte fra appassionati. Il catalogo delle opere di Georges de la Tour, ricostruito meno di mezzo secolo fa, si compone di poche decine di opere, una produzione limitata paragonabile  a quella di un altro grande, l’olandese Vermeer, anche per l’accuratezza e la lentezza della tecnica, come spiega all’Agi la storica dell’arte Laura Colombo.

All’epoca, il piacere visivo era legato all’osservazione dei dettagli e i soggetti rappresentavano spunti per lunghe e appassionate discussione nei salotti di nobili e borghesi colti. I soggetti “profani”, come la famosissima Tempesta del Giorgione delle Gallerie dell’Accademia a Venezia,  si prestavano particolarmente allo scopo, e anche alcuni dei quadri “di genere” della mostra milanese suscitano la curiosità di una non univoca interpretazione. È il caso della Rissa fra musici mendicanti dal museo Getty di Los Angeles, del Denaro versato, in prestito dalla galleria d’arte di Propoli in Ucraina e del Suonatore di ghironda del museo di Bergues.

Ma anche i soggetti sacri sono trattati dal pittore francese come marginali a una scena principale profana, come nella Negazione di Pietro del museo di Nantes dove l’occhio fatica a trovare nell’angolo del dipinto la figura del fondatore della Chiesa intento a rinnegare il Cristo: la scena è quasi per intero occupata da un gruppo di elegantissimi soldati che giocano ai dadi. La mostra Georges de La Tour: l’Europa della luce, prodotta dal Comune di Milano con MondoMostre Skira, è visitabile su prenotazione fino a fine settembre: i 28 musei prestatori da 3 continenti hanno tutti accettato di prorogare il prestito delle 33 opere. Il catalogo è pubblicato da Skira. 

AGI – È morto il designer che inventò il logo “I Love NY” e rivoluzionò la grafica negli anni ‘60, creando l’immagine iconica di Bob Dylan con i capelli psichedelici. Milton Glaser ha avuto un infarto, ma già soffriva di problemi renali.

Nato nel Bronx nel ‘29, cresciuto studiando arte anche in Italia, viveva a New York dove è morto ieri, nel giorno del suo compleanno: compiva 91 anni. Il suo nome resterà per sempre tra gli artisti che catturarono lo spirito del tempo degli anni ‘60 e ‘70 e della città più amata al mondo. Il logo “I Love NY”, realizzato utilizzando caratteri tipografici della classica macchina da scrivere, e il cuore al posto della parola “love”, venne creato nel ‘77 per rilanciare l’immagine di una città ferita dalla crisi e dalla criminalità. In poco tempo diventò un’immagine iconica a livello planetario. Il “cuore” è stato utilizzato per milioni di altri messaggi.

Glaser, assieme al team con cui lo realizzò, lo fece gratuitamente, omaggio a New York. L’identificazione con la città fu talmente forte che dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001, Glaser aggiornò il logo. “Sentii – aveva raccontato in un’intervista – che dovevo fare qualcosa per dare una mano. Quando hai un infarto, una parte del cuore muore per sempre ma rivaluti le persone che hai attorno”. Aggiunse al logo una striscia nera con la scritta: “Ora più che mai”. E fu un altro successo.

Grazie a Glaser venne rivoluzionata anche la grafica musicale e l’idea di poster: era il ‘66 quando creò l’immagine pop arcobaleno di Dylan, per la copertina dell’album-raccolta dei suoi “Greatest Hits”. “Con lo sviluppo della televisione – aveva spiegato nel 2009 – dovevamo inventarci qualcosa di rivoluzionario”. E così fu, al punto che l’immagine iconica di Dylan, con i colori e le forme ondulate, è finita nei musei di arte contemporanea. “Ma io ho sempre considerato lavoro, non arte, ciò che facevo“, aveva ricordato di recente. Un lavoro che sapeva prendere, però, spunto proprio dall’arte: le onde di colori psichedelici, aveva confessato Glaser, furono ispirati da un’opera di Marcel Duchamp e dell’arte islamica. (AGI)

AGI – La frase “Whatever it takes”, (“costi quel che costi”, ndr), usata da Mario Draghi alla guida della Bce durante la crisi economica del 2012 – per definire in modo non equivocabile dai mercati il ruolo della Banca centrale europea nella difesa dell’euro – entra nel lessico digitale della Treccani.

L’Istituto della Enciclopedia Italiana pubblica oggi un percorso linguistico che colloca nel tempo e fissa il significato storico, sociale e culturale dell’espressione che ha scandito la fase culminante della carriera istituzionale di Draghi in veste di governatore della Banca Centrale Europea, dopo esserlo stato della Banca d’Italia.

Oggi questa frase è tornata in evidenza, sia nei discorsi dei rappresentanti politici sia degli operatori economici e dei media, anche come marcatore linguistico-temporale legato alla recente emergenza sanitaria da Covid-19. Il lavoro della redazione digitale Treccani, spiega l’Istituto, conferma “anche in campo linguistico lo straordinario ruolo giocato in campo economico, politico e istituzionale da Mario Draghi, definito al termine del suo mandato da numero uno della Bce ‘il più importante uomo di stato europeo dell’ultimo decennio'”. 

AGI –  Il castello di Weimar, un sontuoso edificio seicentesco classificato come “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, non fu progettato dal capomastro Giovanni Bonalino, come gli storici avevano finora creduto, bensì dall’architetto e diplomatico fiorentino Costantino de’ Servi, che dalla Germania forniva ai Medici informazioni sulle corti che lo ospitavano.  La scoperta, un raro “scoop” storico,  è stata fatta da un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, Davide Martino, e diffusa in questi giorni attraverso la pubblicazione di un articolo accademico in Germania.

Il Residenzschloss di Weimar fu originariamente costruito alla fine del Decimo secolo e fino al 18/mo secolo è stato la residenza ufficiale dei Duchi che governavano la Sassonia-Weimar, un ampio territorio nella storica regione della Sassonia, l’attuale Turingia. Quando una parte del castello fu distrutta da un incendio nel 1618, fu ricostruito nello stile italiano, ma non sulla base di un progetto del capomastro Bonalino, come finora dato per assodato, bensì sui disegni di De’ Servi, come ha scoperto lo studioso italiano nel corso di una ricerca all’archivio di Firenze.

Spulciando fra le lettere che l’architetto-diplomatico inviava ai suoi committenti, i Medici, Martino ha trovato la descrizione del nuovo progetto per il palazzo sul quale stava lavorando. L’idea, poi realizzata, era quella di trasformare in una fortezza rettangolare quello che restava delle precedenti costruzioni medievali e rinascimentali, con tanto di sala da ballo, un arsenale, una zecca, le stalle, una chiesa e alcuni laboratori.  Lo storico ha quindi cercato il disegno originariamente attribuito a Bonalino, non firmato, e lo ha trovato identico alla descrizione contenuta nelle lettere di De’ Servi. La scoperta viene pubblicata oggi nella rivista storica tedesca Zeitschrift für Kunstgeschichte.

Costantino de’Servi – spiega lo studioso secondo quanto riporta una nota dell’Università di Cambridge – ha passato molto tempo a Praga, Londra, l’Aia e altre importanti corti straniere, scrivendo lettere per aggiornare Firenze sugli ultimi avvenimenti: in quei tempi molto precedenti alla veloce diffusione delle notizie, era importante per i governanti inviare persone di fiducia in luoghi strategici per sapere che cosa stava succedendo negli altri paesi”.

Quando il palazzo fu semidistrutto dalle fiamme nel 1618, era un momento di gravi tensioni politiche e religiose nel Sacro romano impero e la regione era sull’orlo di una guerra. Secondo la ricostruzione dello storico, in piena rivolta protestante in Boemia per estromettere la famiglia cattolica che governava, il duca di Weimar Johann Ernst volle che il castello e la corte fossero ricostruiti nello stile fiorentino che era di moda in quel momento.

Per questo scrisse a Cosimo II, il Granduca cattolico di Toscana, per chiedere che un architetto fosse inviato per ridisegnare il palazzo. Cosimo II era preoccupato che il Duca si schierasse con la causa protestante e colse l’occasione per inviare de ‘Servi anche come suo informatore. “De ‘Servi aveva precedentemente dimostrato di essere in grado di raccogliere informazioni preziose e di agire come agente diplomatico informale – spiega ancora il giovane storico italiano, ora impegnato in un dottorato sempre a Cambridge –  Nel 1603 la sua abilità artistica e il talento di ritrattista gli avevano permesso di avvicinarsi al riservatissimo imperatore Rodolfo II a Praga e in seguito era anche riuscito ad avere un accesso altrettanto raro alla corte di  Enrico Stuart. Ora, la richiesta da parte del duca di Weimar di un architetto diede a Cosimo II l’opportunità di inviare un cortigiano e un informatore fiorentino vicino all’epicentro della rivolta boema.”     

Costantino ebbe quindi la duplice funzione di architetto e “spia”, ma cercò invano di convincere il Duca a non farsi coinvolgere nel conflitto: questi si unì alla causa protestante e sostenne militarmente l’elettore palatino Federico V, che poi sarebbe stato incoronato Re di Boemia dai ribelli. Nel 1620 la ribellione fu soffocata dagli Asburgo e il duca privato del titolo. Il ducato di Sassonia-Weimar fu rilevato dal fratello che curò il completamento del progetto fiorentino per il castello.

Nel 1774  anche il “nuovo” castello subì un incendio, in seguito al quale fu ricostruito in gran parte sulla base del progetto De’ Servi. La facciata ricostruita e tutto il palazzo sono ancora visibili oggi, e dal 1998 l‘Unesco gli ha attribuito il titolo patrimonio mondiale. 

AGI – La scuola di pittura dell’accademia di Brera racconta il lockdown con una mostra ‘Riflesso Riflessioni autoritratto allo specchio al tempo del coronavirus’.

Una esposizione on-line di una settantina di artisti che si rivela come un primo esito visivo del tema di ricerca dell’anno accademico: “Si può fare altrimenti…” che ha indagato sul significato e la funzione della pittura contemporanea – spiegano dall’Accademia – partendo dai presupposti di necessità, passione ed impegno mettendo in discussione il sistema dell’arte, la formazione e il ruolo delle istituzioni in un Paese che detiene i due terzi del patrimonio artistico mondiale. 

Il completamento di questa indagine si espleterà nel primo semestre del prossimo ciclo di studi e vedrà il suo compimento nel corso di una performance in cui le tesi elaborate da questa Scuola verranno affisse sul portale della Chiesa di Santa Maria di Brera. 

“L’attuale periodo di isolamento provocato dal Covid 19 – viene spiegato – ha forzatamente contribuito a sviluppare in tutti noi particolari momenti di riflessione sul nostro ruolo di intellettuali, nonché sulle plurime componenti di diversità che ci connotano sia nella sovrastruttura sociale che nel contesto delle Accademie di Belle Arti. 

Tali differenze, la storia ci è testimone, hanno contribuito allo sviluppo di una particolare dialettica tra le arti, le scienze e le lettere all’interno di un palazzo, il primo politecnico europeo, che dal secolo dei lumi è animato da personaggi che hanno segnato le epoche italiane ed internazionali. 

Consci di tali pregressi ci adoperiamo per  seguirne adeguatamente le orme perpetuando quotidianamente, con il pensiero e con la mano, la pratica della pittura”.

Sugli scaffali ci sono più libri sugli scrittori di quanto senno del poi ci sia nelle fosse, ma quanti autori si sono davvero presi la briga di raccontare non il mondo intorno al proprio ombelico quanto piuttosto quell’incantevole universo in cui si muovono loro, i loro eroi e i loro lettori? Ecco: Carlos Ruiz Zafon era uno dei pochi. Anzi, è l’unico ad aver scritto sui libri un romanzo tecnicamente perfetto, perché perfetto è l’inganno in cui guida il lettore. La convinzione di muoversi in un thriller gotico e la scoperta di essere stati ammaliati da una delle passioni più travolgenti: quella per la lettura.

Sul suo romanzo più celebre – ‘L’ombra del vento’ – sono stati scritti fiumi di parole: dalle recensioni, alle tesi di laurea. E tutti a indagare su quale fosse la vera stregoneria che ha incantato milioni – letteralmente milioni – di persone intorno a una storia che, a raccontarla per sommi capi, risulta meno verosimile di un Harry Potter.

La stregoneria di Ruiz Zafon

Per quanto Zafon possa essere lo spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes, di sicuro sono più quelli che sanno citare a memoria tutti i personaggi della Casa di Carta che quelli che conoscono i titoli di tutti i suoi romanzi, ma con lui tutti gli scrittori, gli editori e i librai del mondo avranno per sempre un debito: aver tirato fuori i libri dal polveroso mondo in cui una certa visione elitaria, gelosa e miope li aveva confinati e averli resi protagonisti di una serie di romanzi popolari. Oggetti non di un culto sterile, ma quasi personaggi in carne e ossa capaci di essere insieme Indiana Jones e il Santo Graal.

Come fosse possibile tutto ciò, lo raccontava lui stesso nelle interviste: stregoneria. Non quella che lui era capace di fare attraverso parole incantatrici, ma quelle che si portava dentro e alle quali aveva cercato invano di fuggire. Nei suoi romanzi raccontava sempre Barcellona: una città misteriosa e inquietante che milioni di fan hanno cercato di ritrovare in pellegrinaggi nei luoghi delle sue storie, ma dalla quale mancava da quasi trent’anni. Una Barcellona che viveva più nella sua anima di scrittore che nelle vie affollate di turisti e che neppure decine e decine di anni trascorsi nel suo esatto opposto – la vacua, volubile e sbrilluccicante Los Angeles – erano riusciti a cancellare.

Come le favole della buonanotte

Nelle sue opere sono stati cercati e trovati similitudini e paralleli con scrittori come Poe e Dumas, ma chi lo conosceva lo racconta come lontanissimo dalla figura del bibliofilo austero che le sue storie – insieme con l’aspetto e una certa riservatezza – lasciavano supporre. “Il cimitero dei libri dimenticati” diceva parlando del luogo che è al centro dei suoi romanzi di maggior successo “è una metafora, non solo per i libri ma per le idee, per il linguaggio, per la conoscenza, per la bellezza, per tutte le cose che ci rendono umani, per la raccolta della memoria”. E per questo l’eredità che ci lascia non è quella di un incantatore, né quella di un imbonitore. Ma è una sensazione straordinariamente simile a quella che davano le favole raccontate dalla mamma prima della buonanotte: un po’ di inquietudine, ma tanta voglia di sentirle ancora.

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