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AGI – Era il 16 aprile 1984 quando Cesare Cavalleri – ancora oggi da oltre 50 anni direttore di “Studi Cattolici”, e delle Edizioni Ares – indirizzava presso il carcere di Rebibbia la sua prima lettera ad Arrigo Cavallina, che era stato suo allievo all’Istituto tecnico commerciale Lorgna-Pindemonte di Verona. Cavalleri aveva letto sui giornali che tra gli imputati nel Processo 7 Aprile c’era quell’ex-allievo che aveva perso di vista da vent’anni. Il succo della lettera sta in tre parole: “Non sei solo”.

Quel carteggio cominciato allora è oggi materia del libro Il terrorista e il professore – Lettere dagli Anni di piombo & oltre (Edizioni Ares, 338 pp., 16 euro). “Questo libro non è un libro sugli Anni di piombo, è un libro sull’amicizia, sulla sua forza invincibile”. Scrive così, il giornalista Michele Brambilla, nella prefazione al carteggio tra Arrigo Cavallina e Cesare Cavalleri a giorni in libreria.

Cavallina, fondatore dei PAC, Proletari armati comunisti era noto alle cronache per la partecipazione, negli anni ’70, a gruppi e azioni violente della cosiddetta autonomia. Tra le altre cose: arruolatore nella lotta armata di Cesare Battisti. La cui ulteriore vicenda, nel corso degli anni, gli ha portato in dote un’attenzione mediatica sgradita e su cui ha pure saputo riflettere con lucidità estrema.

Nel 2009 scriveva a Cavalleri: “Carissimo Cesare, periodicamente mi ritrovo esposto sulla pubblica piazza a rimorchio delle vicende del Battisti, che costituiscono la mia pena accessoria. Al di là dell’antipatia personale che il nostro suscita, fa pensare il fatto di un’alternativa secca tra ergastolo e menzogna, senza che sia dato un terzo. C’è qualcosa di profondamente, eticamente guasto in un ordinamento che neanche cerca di tenere insieme verità, responsabilità, pena e riparazione…”. 

Le lettere sono forse il modo migliore per conoscere i dettagli del lunghissimo viaggio intrapreso da Cavallina. Caratterizzato anche dalla conversione alla fede cattolica. Nel 2017 egli scrive ancora a Cavalleri: “Allora quasi ti chiedo scusa se ho questo desiderio di confermarti come la tua vicinanza sia stata decisiva nella piega della mia vita, è una considerazione che ho sempre presente. E ho occasione di ricordarlo ogni sera, quando da più di trent’anni ripeto mentalmente la preghiera che mi avevi suggerito.”

Il filo d’Arianna del libro è proprio il racconto di una ferita profonda – scaturita dalla partecipazione alla lotta armata -, di una vicenda – per molti versi simbolica – della storia civile e anche culturale del nostro Paese. Com’è potuto accadere che Cavallina si sia spostato progressivamente su posizioni di sinistra estrema fino alla partecipazione ad atti di terrorismo? Come è potuto succedere che la temperie culturale del nostro Paese si sia arroventata a tal punto da non prevedere posizioni di reale riflessione, di approfondimento storico, finalmente capaci di cogliere i dettagli e le sfumature, con il rispetto che meritano parabole, intenzioni, militanze, retrospettive che hanno segnato – e profondamente – il secondo dopoguerra?

Un carteggio su una conversione ma anche una riflessione sugli anni di piombo fino al 1984 grazie alla cronologia ragionata a firma di Cavallina.

Questo è un libro che prova a rispondere e, attraverso un percorso di amicizia, a interpretare anche storicamente i macigni che pesano sulla coscienza civile del nostro Paese, su una memoria che, sfortunatamente, continua a restare non condivisa.

Arrigo Cavallina (Verona, 1945) da un iniziale impegno in ambito cattolico si è spostato progressivamente su posizioni della sinistra estrema, fino alla partecipazione, negli anni ’70, a gruppi e azioni violente della cosiddetta «autonomia». Ha trascorso circa di 12 anni in carcere, dove è stato tra i promotori del movimento della dissociazione. Interrogandosi sulla rottura e continuità col passato, sul senso della pena, sulla possibilità di essere ancora riconosciuto nell’identità nuova e progettuale, ha trovato risposte decisive nelle Scritture. Nel 2005 ha pubblicato con Ares il memoir “La piccola tenda d’azzurro che i prigionieri chiamano cielo”.

Cesare Cavalleri (Treviglio, 1936) da più di mezzo secolo dirige le Edizioni Ares e Studi cattolici. Collabora con Avvenire fin dal primo numero (4 dicembre 1968). Il suo itinerario, non solo professionale, è raccontato nella lunga intervista raccolta da Jacopo Guerriero col titolo “Per vivere meglio. Cattolicesimo, cultura, editoria” (Brescia, 2018). Una silloge di sue antiche poesie è stata recuperata da Mimesis nel 2019 col titolo “Sintomi di un contesto”.

AGI Prestigiosa e rara acquisizione dantesca, per le collezioni delle Gallerie degli Uffizi, in occasione delle celebrazioni per il settecentenario della morte di Dante Alighieri. Il museo ha infatti ricevuto in dono dai Friends of the Uffizi Gallery – il ramo americano degli Amici degli Uffizi – la tela raffigurante ‘Il Conte Ugolino’, realizzata dal pittore fiorentino del primo Seicento Fra’ Arsenio, al secolo Donato Mascagni.

L’opera, di grandi dimensioni e anche per questo di notevole impatto, verrà presto esposta, in via temporanea, nella sala della Niobe al secondo piano della Galleria delle Statue e delle Pitture, dove rimarrà fino alla fine dell’anno dantesco.

Il dipinto si lega a uno degli episodi più celebri della Divina Commedia, descritto nel XXXIII canto dell’Inferno. Ne è protagonista il conte Ugolino Della Gherardesca, colpevole di tradimento della patria: peccato massimamente infame nella visione di Dante, che per questo lo precipita nel nono cerchio, il più profondo e vicino a Lucifero.

Nella realtà storica il nobile pisano venne rinchiuso insieme a due figli e due nipoti nella Torre Muda a Pisa, e lì condannato a morire di fame. Il Poeta narra la vicenda concludendola con il celebre verso “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”, ricordando come Ugolino per disperazione si fosse cibato della carne dei congiunti: una parte della storia efferata e cruenta che l’artista ha evitato, preferendo il momento non meno drammatico (ma molto meno truce) delle ultime fasi della loro lenta agonia.

Nel dipinto viene rappresentata la scena che precede il tragico epilogo, quella corrispondente alla terzina “come un poco di raggio si fu messo/nel doloroso carcere, e io scorsi/per quattro visi il mio aspetto stesso”.

Nella resa visiva dei versi danteschi, Fra’ Arsenio raggiunge l’apice del dramma: in primo piano una luce livida rivela due corpi già privi di vita, mentre sullo sfondo si accascia un giovane, consumato dalla fame. Sulla destra un nudo tremante in piedi, prossimo alla morte; Ugolino al centro, raffigurato da tergo, assiste impotente alla fine dei suoi cari prima di morire lui stesso.

I corpi si stagliano su uno sfondo scuro, illuminati da un fascio di luce cruda che evidenzia le anatomie, rese nella loro miseria fisica con inesorabile esattezza anatomica. La spigolosità di alcuni profili rivela l’attenzione alla verità e la vocazione naturalistica di Fra’ Arsenio, che a Firenze aveva probabilmente assimilato questi caratteri stilistici da Jacopo Ligozzi e dai cicli di affreschi di Bernardino Poccetti.

L’attribuzione della tela al pittore si deve a Mina Gregori, pioniera degli studi sul Seicento fiorentino: grazie all’inconfondibile soggetto, in testi dell’epoca la studiosa ha rintracciato l’ubicazione originaria del dipinto nella Spezieria del Convento Servita della Santissima Annunziata di Firenze, dove è rimasto fino alla seconda metà dell’Ottocento.

Fra’ Arsenio, al secolo Donato Mascagni, entrò nella comunità eremitica dei Servi di Maria di Montesenario nel 1605; dal 1608 al 1614 fu interno nel convento fiorentino della Santissima Annunziata, dove realizzò ‘Il Conte Ugolino’.

Il valore dell’opera è dato anche dalla rarità del soggetto per l’epoca. Dal Medioevo infatti si conosce un numero cospicuo di illustrazioni della Divina Commedia su carta (gli Uffizi possiedono la splendida serie ad essa dedicata con 88 fogli disegnati da Federico Zuccari negli anni Ottanta del Cinquecento), mentre fino all’Ottocento le rappresentazioni in pittura o scultura di episodi danteschi costituiscono una vera e propria rarità.

 “Proprio nell’anno di Dante, grazie al generoso dono da parte dei Friends of the Uffizi Galleries, il Museo si arricchisce di un’opera rara e sofisticata, in passato esposta al pubblico solo in occasione della grande mostra sul Seicento fiorentino a Palazzo Strozzi, nel 1986.

È una testimonianza precoce – spiega il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – della fortuna della Divina Commedia nella cultura figurativa monumentale: prima di questo dipinto, soltanto Pierino da Vinci – in un bassorilievo in bronzo ora nella collezione del principe di Liechtenstein – si era cimentato proprio nella scena del Conte Ugolino, un soggetto che solo dalla fine del Settecento sarà spesso frequentato”.
 

Per la presidente degli Amici degli Uffizi Maria Vittoria Rimbotti: “È stato grazie all’associazione no-profit a noi affiliata Friends of the Uffizi Gallery che siamo riusciti ad acquistare e donare agli Uffizi ‘Il Conte Ugolino’ del Mascagni. Quest’opera, che ricorda un personaggio toscano contemporaneo a Dante Alighieri, fa parte di Firenze ed è giusto che ai fiorentini sia tornata”.

 

Chi l’ha detto che l’attualità non è una roba da ragazze e ragazzi? A Internazionale Kids, a Reggio Emilia, i grandi temi dell’informazione con una formula pensata per i giovani partecipanti. Appuntamento il 17, 18 e 19 settembre con il primo festival di giornalismo organizzato da Internazionale Kids, la testata che pubblica in italiano i migliori articoli dei giornali per ragazzi di tutto il mondo, con il Comune di Reggio Emilia.

Un weekend di incontri e scoperte per parlare di razzismo, sport, ambiente, femminismo e molto altro con giornalisti, scrittori, esperti, illustratori e fotografi attraverso mini conferenze di 30 minuti e laboratori. 

Il presupposto è che non ci sono argomenti da evitare con le nuove generazioni ma bisogna trovare il modo giusto per parlarne. Si parte quindi con la scrittrice afrodiscendente Espérance Hakuzwimana Ripanti, che parlerà delle conseguenze del razzismo anche in Italia e racconterà il movimento Black Lives Matter alle più piccole e ai più piccoli. Si prosegue con approfondimenti su sesso, genere, orientamento sessuale, femminismo.

Le risposte alle domande che ragazze e ragazzi si fanno ma che spesso non hanno il coraggio di chiedere. Tra gli ospiti, la giornalista Giulia Blasi che spiegherà come combattere il patriarcato e perché la parità di genere rende più liberi tutti, lo scrittore Jonathan Bazzi parlerà della generazione fluida e offrirà una mappa per orientarsi nella moltitudine delle identità sessuali; Gianumberto Accinelli, entomologo e scrittore approfondirà la crisi climatica attraverso gli occhi di un’ape, mentre in Tutto sul ciclo. Le mestruazioni spiegate ai maschi (e alle femmine) si affronterà il tema delle mestruazioni dal punto di vista dei tabù e delle sue conseguenze politiche e sociali.

Previsto anche un dibattito su come fare scuola in pandemia rivolto a genitori e insegnanti e realizzato in collaborazione con la Fondazione Reggio Children ed Enel cuore. Non può mancare un punto sull’Afghanistan per raccontare a ragazzi e ragazze la complessa storia di un paese che sembra non avere pace. Poi un approfondimento sul cervello per capire come contrastare le fake news, uno per capire come funzionano virus e sistema immunitario e un incontro sull’economia digitale a portata di ragazzi e ragazze.

E infine dibattiti, presentazioni di libri e laboratori per stimolare l’esercizio al diritto di protesta e l’attivismo, con un appuntamento specifico, con Fabio Geda, per raccontare cos’è successo al G8 di Genova del 2001 a quanti non erano ancora nati e uno con Elly Schlein, politica e vicepresidente della Regione Emilia Romagna, che spiegherà perché non è mai troppo presto per impegnarsi in politica e occuparsi del bene comune.

Non mancherà la musica grazie al rapper Amir Issaa e a La Rappresentante di Lista.

AGI – Giulia Caminito con “L’acqua del lago non è mai dolce” (Bompiani) ha vinto la 59ma edizione del Premio Campiello. La 33enne scrittrice scrittrice ha ottenuto 99 dei 270 voti arrivati dalla Giuria Popolare di Trecento Lettori Anonimi. Secondo si è classificato Paolo Malaguti con “Se l’acqua ride” (Einaudi), 80 voti, e terzo “Sanguinaancora” (Mondadori) di Paolo Nori, 37 voti.

Dedicato alle donne

“Ho indossato le scarpe rosse per dedicare il premio alle possibilità delle donne di leggere e scrivere ovunque”, ha affermato commossa Caminito durante la premiazione all’Arsenale di Venezia. “Non mi aspettavoassolutamente nulla, certo non pensavo di vincere”. Al quarto posto “La felicità degli altri” (La nave di Teseo) di Carmen Pellegrino, 36 voti, e “Il libro delle case” (Feltrinelli) di Andrea Bajani, 18 voti. 
“L’acqua del lago non è mai dolce”, terzo romanzo di Giulia Caminito, era già stato nella cinquina dei finalisti del Premio Strega.

AGI – Merito dell’acceso dibattito sui social, diviso tra puristi e innovatori, del tratto in stile manga del disegnatore Bastien Vivès, della creatività dello sceneggiatore Martin Quenehen o semplicemente dell’intramontabilità e della transgenerazionalità di un mito come Corto Maltese. Fatto sta che a due giorni dal suo debutto in libreria e negli shop online, la  prima tiratura di ‘Oceano nero’, la nuova rivoluzionaria avventura di Corto Maltese edita da Cong, è già andata a ruba.

L’universo di Hugo Pratt, che inventò il suo iconico pirata nel ’67  è stato coraggiosamente rinnovato dai due autori francesi, già star  in Italia, 37 anni Vivès, 43 Quenehen. Non solo nel look (via i vestiti da marinaio, il nuovo Corto sfoggia un cappellino da baseball) ma con un  notevole salto temporale che punta a conquistare una nuova generazione di lettori: dal primo quarto di secolo, dove si muoveva ai tempi di Pratt, il nuovo Corto Maltese è stato trasportato a quelli incandescenti dell’11 settembre 2001, ai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle, quando i due autori avevano circa vent’anni:  ‘Oceano Nero’ diventa una storia di oggi sullo sfondo dell’11 settembre 2001 e racconta di un intrigo tra Giappone e Perù, di fascisti nostalgici che vorrebbero deporre l’imperatore, di un misterioso tesoro nascosto chissà dove, eco-warriors che abbordano i maxi pescherecci che deturpano i fondali marini, narcotrafficanti della cocaina, servizi segreti e donne dallo sguardo fatale. Tra i personaggi spuntano anche l’ex Segretario di Stato Usa Colin Powell e il simpatico e perfido Rasputin, trovato nella giungla a raffinare droga e lasciato su un minibus di improbabili “femministe psichedeliche”.

Le donne hanno ovviamente tutte uno sguardo fatale e fanno vacillare più di una volta Corto Maltese. Lo spostamento temporale dello scenario e lo stile di Vivés che si avvicina al manga giapponese non cambia però l’anima del protagonista, che resta libero, disincantato e ironico, pronto a schierarsi senza esitazioni, fedele al comandamento di non tradire mai gli amici. “Vives è considerato il nuovo Pratt e con Quenehen ha immaginato un Corto Maltese ventenne  ai tempi dell’attentato che ha sconvolto quella generazione” ha spiegato Patrizia Zanotti, managing director di Cong chiarendo di essersi chiesta, prima di dare il via all’operazione, quale sarebbe potuta essere la reazione dei fan storici di Pratt.

Non si tratta però della distruzione di un eroe, ma della sua reinterpretazione: “Lo hanno fatto con grande rispetto”. E che Corto Maltese sia l’eroe del momento lo dimostrano anche il docufilm “Hugo in Argentina” di Stefano Knuchel in scena il 4 settembre alla Mostra del cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli autori e la serie tv internazionale, annunciata al Festival di Cannes otto episodi realizzati da Red Production e che in Italia sbarcheranno su Sky.

AGI – È morto questa notte lo scrittore Daniele Del Giudice. Aveva 72 anni ed era malato da tempo. Sabato prossimo avrebbe dovuto ricevere il Premio Campiello alla carriera, a Venezia.

Daniele Del Giudice era nato a Roma nel 1949. Aveva lavorato alla redazione di “Paese sera” e da molti anni viveva a Venezia, dove la malattia gli aveva impedito di continuare nella sua attività.

Pubblicò “Lo stadio di Wimbledon” (1983), “Atlante occidentale” (1985), “Nel museo di Reims” (1988), “Staccando l’ombra da terra” (1994), “Mania” (raccolta di 1997), “I-Tigi. Canto per Ustica” (testo di uno spettacolo scritto con Marco Paolini, 2001 e 2009), “Orizzonte mobile” (2009). Recentemente suoi scritti sono stati raccolti nei due volumi: “In questa luce” (2013) e “I racconti” (2016).

Tra i suoi saggi letterari, l’introduzione alle Opere complete di Primo Levi (1997 e 2016). Nel 2002 gli fu assegnato il premio Feltrinelli – Accademia dei Lincei per il complesso dell’opera narrativa.

Tutti i suoi libri sono stati pubblicati da Einaudi.

AGI  – Il viaggio di un grande del cinema italiano, attraverso la sua parte oscura, l’incontro felice con l’analisi junghiana e con un terapeuta straordinario: ‘Fellini e l’ombra’ docufilm di Catherine McGilvray, coprodotto da Luce Cinecittà verrà presentato il 6 settembre in prima mondiale nella sezione off delle Giornate degli Autori “Notti Veneziane”.

La pellicola si immerge nell’inconscio del maestro attraverso la sua protagonista, una documentarista portoghese Claudia de Oliveira Teixeira, interessata a fare un film sul rapporto di Fellini con i sogni e con la psicoanalisi di Jung. Attraverso la lettura del ‘Libro dei Sogni’ e altri testi autobiografici del grande cineasta, Claudia ricompone dentro di se’ i frammenti di un discorso, quello della voce interiore di Federico: la sua voce Anima, che dialoga con l’Ombra del suo inconscio.

Le tappe di questa indagine sull’inconscio creativo felliniano condurranno la protagonista a Roma, nei luoghi di Fellini e del dottor Bernhard, il terapeuta che gli fece scoprire Jung. A Cinecittà, che fu la sua vera casa, nei teatri di posa dove nacque il suo cinema. A Rimini, sui luoghi dell’infanzia di Federico, da lui ricreati in tanti film. In Svizzera, sulle tracce del suo pellegrinaggio alla casa-torre del maestro zurighese sul lago di Bollingen e al museo della Fondazione Fellini di Sion.

La protagonista, muovendosi da un luogo all’altro per portare avanti la sua ricerca, incontrando i testimoni e filmandoli, studiando ed elaborando le immagini dei film e i disegni del Libro in una sua visione particolare e personale, conduce lo spettatore in una sorta di indagine sull’avventura umana e artistica di Federico Fellini dal punto di vista del suo rapporto con la psicoanalisi. 

 Due personaggi faranno da guida alla protagonista: il professor Christian Gaillard, psicoanalista junghiano, e Gianfranco Angelucci, collaboratore e amico del Maestro. Oltre a loro, Claudia incontrerà altri testimoni che
le forniranno delle chiavi per inoltrarsi nel labirinto dei sogni di Fellini. A questi materiali Claudia affianca le immagini da lei disegnate in animazione, che rievocano le sedute con l’analista e rielaborano le immagini oniriche.

Il film è questo percorso nel mistero dell’Ombra creatrice di Fellini, costellato dalle immagini del suo cinema, dai
suoi disegni, accompagnato dalla musica di Nino Rota di cui la stessa protagonista esegue dei brani al pianoforte.
Una indagine sul lato femminile nascosto, sottostante alla figura pubblica del genio del cinema. La pellicola e’ prodotta da Verdiana, Celestes Images, Istituto Luce Cinecittà. 

AGI – Nei martedì di settembre gli Uffizi saranno visitabili anche la sera. Dopo le aperture straordinarie del lunedì di Boboli, ad aprire ad orario prolungato sarà la più celebre galleria fiorentina che consentirà ai visitatori di poter passeggiare al tramonto tra i grandi capolavori della storia dell’arte e sostare sulla terrazza per un aperitivo con vista sul Duomo e Palazzo Vecchio.

Dal 7 settembre, fino al 28 settembre, per quattro martedì sarà possibile vedere il museo anche dalle ore 19 alle 22 – arrivando entro le ore 21 (come sempre, l’ultimo ingresso avviene un’ora prima della chiusura), oppure volendo già di pomeriggio e di guardarsi il museo con tutta calma per la serata.

Il prezzo del biglietto è di 20 euro (è consigliata la prenotazione al costo di 4 euro: tutte le informazioni su https://www.uffizi.it/biglietti o al numero 055294883), lo stesso per l’ordinario accesso al museo previsto nel periodo annuale di alta stagione. “Il numero dei visitatori continua ad aumentare – commenta il direttore delle Gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt – per venire incontro alla grande richiesta, offriamo quattro aperture serali per consentire a tutti gli interessati e appassionati di ammirare con una luce diversa i capolavori degli Uffizi”.
 

AGI  – Il busto che ritrae Giovanni II Cornaro (Corner), centoundicesimo doge della Repubblica di Venezia è stato ritrovato a un’asta, acquistato da una cordata di imprenditori veneti e donato alla regione. L’opera in marmo, di notevole pregio artistico, era scomparsa nell’Ottocento da Ca’ Corner a San Polo e se ne erano perse le tracce. Riapparso sul mercato antiquario, il busto è stato consegnato alla Regione da Marco Michielli, dall’Associazione Veneziana Albergatori, attraverso il presidente Vittorio Bonacini, e dal Comitato per il recupero del busto, rappresentato dal professor Antonio Scipioni, dopo l’acquisizione in seguito a un’asta a Viterbo lo scorso 24 giugno.

 “Oggi un pezzo importante di storia veneziana e veneta, dopo secoli, torna nella città a cui era stato destinato e da cui, in tempi oscuri, è stato portato via. Grazie alla sensibilità e all’amore per la cultura di un gruppo di veneti, tutta la nostra comunità si riappropria di una testimonianza preziosa della Serenissima, comune denominatore nelle tradizioni, nelle espressioni culturali e nell’identità di tutti veneti.

A nome di tutta la Regione esprimo la mia gratitudine per un vero atto d’amore. L’opera resterà esposta a Palazzo Balbi e ci impegniamo a non farla andar più via da Venezia”. Con queste parole il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaira, ha sottolineato il dono

“In questo gesto – ha aggiunto il Governatore – c’è tutto quello spirito veneto che in passato ha fatto grande proprio il modello della Serenissima. Uomini e donne del fare, che si sentono parte di una comunità e scelgono di attivarsi per essa in prima persona.

Qui, nessuno ha pensato di creare un movimento di opinione o protesta per far recuperare alle istituzioni l’opera. C’è, invece, una cordata in cui ognuno volontariamente e responsabilmente ha messo mano al portafoglio perché tutti possano riappropriarsi di un pezzo storico della loro vita di popolo. Così, il busto testimonia un passato illustre ma anche un presente di alto senso civico”.

Il doge Giovanni II Corner, nato nel 1647, governò la Serenissima dal 22 maggio 1709 al 12 agosto 1722.  Fu protagonista della vittoriosa guerra di Corfù contro i Turchi, nel 1716, ultima grande vittoria della Repubblica secolare per celebrare la quale Antonio Vivaldi compose la celeberrima Juditha Triumphans, per molti unico vero inno della Serenissima. Il suo dogado, inoltre, viene anche ricordato per l’ufficializzazione dell’utilizzo della parrucca nell’abbigliamento da parata, usato anche da tutti i suoi successori.

AGI – Un maestoso strumento musicale. Anche questo sarebbe dovuto essere il campanile più famoso del mondo, la Torre di Pisa. La suggestiva e affascinante ‘ricostruzione’ del progetto iniziale della Torre – iniziato nel 1173 da Bonanno Pisano e poi ripreso nel 1275 da Giovanni di Simone e concluso da Giovanni di Nicola Pisano -, è di Piero Pierotti, già professore di Storia dell’architettura medievale dell’Università di Pisa, che anticipa all’AGI uno degli studi di prossima uscita nel volume ‘I veri miracoli di Piazza dei Miracoli’, in cui presenta una serie di elementi sconosciuti o meno noti sui monumenti di una delle piazze più visitate e conosciute al mondo.

Meravigliosi concerti

Meravigliosi concerti, secondo quanto emerso dalle ricerche dello studioso, avrebbero dovuto risuonare dalla cella della Torre pendente, provvista di dodici alloggiamenti per le campane, ciascuna delle quali corrispondente a note e semitoni

 “Sotto le maestranze di Giovanni di Simone e, dopo la sua morte, del figlio Guido, la Torre aveva raggiunto quella che forse si considerava una sommità non superabile, oltre la quale poteva essere rischioso continuare”, così lo storico dell’architettura ripercorre l’inizio dei lavori alla Torre.

“Gli alloggiamenti per le campane”, spiega lo storico, “erano sei, aperti e pronti, ricavati nel perimetro circolare del sodo murario. La costruzione era in apparenza completata ma non aveva raggiunto l’altezza di progetto. Giovanni Pisano, mettendo a frutto la sua consolidata esperienza di architetto estremo, mise da parte i timori e concluse l’edificio all’altezza di progetto: cento braccia”.

“Per bilanciare il carico costruì una seconda cella campanaria, rientrata e poggiata sul perimetro murario interno della Torre, in modo da accentrare il baricentro. In sommità lasciò un’apertura circolare, che consentiva di guardare il cielo dal fondo del cilindro, come probabilmente era previsto, e anche questo servì ad alleggerire la nuova aggiunta. La forma finale che essa assunse faceva della Torre un enorme puntatore celeste e forse, essendo chiuse tutte le entrate di luce lungo la parete, creava un effetto cannocchiale che rendeva possibile osservare le stelle anche in condizioni d’illuminazione diurna”. 

Dodici campane per le festività solenni

Pierotti evidenzia la prima novità: Giovanni Pisano cambia la tradizione del castello di campane. “Giovanni – spiega – sviluppò un’altra caratteristica importante. Di solito il castello delle campane era costituito da una struttura in legno, sospesa internamente alla sommità del campanile. Sfruttava il vuoto sottostante come cassa di risonanza ma presentava due limitazioni: non consentiva di osservare il cielo e il numero delle campane era ridotto. Distribuendole invece lungo il perimetro circolare della Torre esso ne poteva contenere di più e a piacimento. Giovanni di Simone aveva già creato sei alloggiamenti perimetrali per le campane, tutti uguali (vi sono tuttora, al penultimo livello). Giovanni di Nicola ne creò altri dodici, sei grandi e sei piccoli, ma questa volta il ricorso insistito al numero sei aveva una valenza ulteriore”. Erano difatti dodici come le note musicali. Perché? Cosa lo ispirò? “Due secoli e mezzo prima – ricostruisce il professor Pierotti -, Guido d’Arezzo, monaco benedettino, aveva scritto il testo che riformava il modo di scrivere la musica ideando e adottando un metodo facile da imparare e applicare. La sua scala musicale si basava su sei tonalità (l’esacordo)”.

Tornando a Pisa, perché dodici campane?

“Per le festività solenni – afferma lo studioso -; forse anche in altre occasioni si realizzavano veri concerti, di solito con le campane suonate a martello. Sei alloggiamenti piccoli più sei alloggiamenti grandi potevano corrispondere a due esacordi con due diverse scale di tonalità”. Secondo il docente, una così vasta articolazione e precisione, concessa alla sonorità delle campane, aveva una ragione. “A Pisa esisteva una scuola importante di maestri campanari – spiega -. Conosciamo i nomi di Bartolomeo, Lotteringio, Guidotto, Andreotto, Giovanni e Bencivenni di Gherardo, Iacopo, un secondo Bartolomeo, Marco (sicuramente attivi fra il 1215 e il 1280) e Nanni. Anch’essi aggiungevano l’aggettivo ‘pisano’ al loro nome, per indicare che a questa scuola prestigiosa appartenevano”. Sulla base di questi elementi lo storico ipotizza il progetto della torre anche come una sorta strumento musicale. 
 

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