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“Dedico la vittoria ai nostri nonni e ai nostri padri, che furono prima sedotti e poi oppressi dal fascismo, soprattutto quelli che tra loro trovarono il coraggio di combatterlo armi alla mano. Vorrei dedicare il premio anche ai nostri figli, con l’auspicio che non debbano tornare a vivere quello che abbiamo vissuto cent’anni fa, in modo particolar e a mia figlia Lucia”.

Esprime così la propria soddisfazione, “emozionato e sudato”, lo scrittore Antonio Scurati, l’autore di M. Il figlio del secolo, nel corso della notte che lo proclamato vincitore di quest’edizione dello Strega, la LXXIII per numero progressivo. “Previsto e confermato”, scrive il Corriere della Sera. “Buona la terza. Ha aspettato cinque anni, due sconfitte, l’amarezza sul filo di un voto, per potersi finalmente scolare sul palco il liquore che addolcisce ogni tensione”, è l’incipit della cronaca della serata che si può leggere su la Repubblica.

A dieci anni dall’ultima sconfitta, Antonio Scurati domina il premio Strega con 101 voti di distacco dalla seconda arrivata, Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo. E siccome pur sempre di una competizione editoriale si tratta, con ricche ricadute sulle vendite dei libri, il quotidiano di via Solferino titola “Trionfa Scurati, perde Einaudi”, casa ditrice sabauda in gara con ben due autori: Marco Missiroli con Fedeltà (terzo posto) e Nadia Terranova con Addio fantasmi (Stile libero, ultima classificata).

E sul duello, scrive la Repubblica: “Per la finale i 660 giurati hanno avuto a disposizione un voto secco ed è subito stato chiaro che il romanzone sulle origini del fascismo di Scurati — un tomo di 840 pagine che si avvia a diventare una serie tv e che ha all’attivo 180 mila copie — avrebbe vinto a mani basse. Per la scuderia Giunti è la prima vittoria allo Strega. Quello che non si era mai visto è un duello nelle retrovie, una guerra fratricida per il secondo posto, con sfidanti interni allo stesso gruppo editoriale mondadoriano: Cibrario, che è stata fin dall’inizio molto sostenuta dai voti dei 20 Istituti italiani di cultura all’estero (in tutto 200), dai lettori forti e dalle biblioteche (60 voti) e Missiroli, forte tra gli Amici della Domenica, la giuria storica del premio formata da 400 personalità del mondo della cultura (tra cui siedono giornalisti, intellettuali, editori e molti scrittori”).

Si legge invece sul Corriere: “Nei giorni scorsi il prudente Scurati aveva preferito raccontare l’avvicinamento alla tappa finale: ‘Non è la mia prima volta allo Strega, è la prima volta che ho partecipato al tour: un percorso faticoso, una purificazione dalle esperienze del passato quando ero più giovane, più teso, forse ambizioso. Stavolta mi sono avvicinato alla proclamazione con animo sereno. Mi sono riconciliato con il Premio, mentre negli anni passati lo avevo sofferto’”. 

Annota ancora la cronista del quotidiano milanese: Scurati è “talmente emozionato che, dopo essersi attaccato alla fatidica bottiglia di liquore, è sceso dal palco senza dire una parola. E lo scrittore Sandro Veronesi, ex vincitore dello stesso Premio, gli ha urlato dalla platea: ‘Piangi! Almeno piangi!’”

Di Antonio Scurati si ricorda un’intervista a il manifesto pubblicata sull’edizione cartacea il 23 aprile scorso in cui lo scrittore affermava che “dare voce. Mussolini serve a liberarci di lui”. “Soprattutto significa fare i conti con il rimosso della coscienza collettiva, il fascismo come una delle matrici dell’identità nazionale e farlo attraverso una nuova narrazione popolare e inclusiva, secondo la vocazione della forma romanzo. Mi ha spinto la convinzione che, dopo la caduta storica della pregiudiziale antifascista, un romanzo su Mussolini fosse possibile e, quindi, necessario proprio per rinnovare le ragioni dell’antifascismo”.

Da poco uscito in libreria, M. Il figlio del secolo aveva ricevuto una poderosa stroncatura sulle colonne del Corriere della Sera da parte dello storico Ernesto Galli della Loggia, che gli rimproverava alcuni errori di nomi, date e citazioni e di avere “ritoccato la storia” con il suo romanzo. A propria volta lo scrittore aveva preso carta e penna e replicato allo storico dicendo che “raccontare è arte, non scienza esatta”. Ne è nata così una breve querelle, nella quale si erano infilate anche le annotazioni di Pierluigi Battista, e alla quale Galli della Loggia aveva poi scritto nuovamente, chiudendo definitivamente l’argomento, ma non prima d’aver affermato che “la licenza creativa non autorizza a tradire la verità della storia”.

Scurati ha annunciato che scriverà il seguito di ‘M’, che tratterà il ventennio fascista.

Antonio Scurati ha vinto la 73ma edizione del Premio Strega con ‘M. Il figlio del secolo’. Il 50enne scrittore napoletano si e’ imposto nettamente con 228 voti.  

Lo scrittore di origini napoletane, con il romanzo dedicato all’ascesa di Benito Mussolini, pubblicato da Bompiani ha confermato le previsioni che lo vedevano favorito fra i cinque finalisti: Benedetta Cibrario con “Il rumore del mondo” (Mondadori), seconda classificata, Marco Missiroli con “Fedeltà” (Einaudi), Nadia Terranova con “Addio Fantasmi” (Einaudi) e Claudia Durastanti con “La Straniera” (La Nave di Teseo).

Mai gli sarebbe “passato dall’anticamera del cervello” di dirigere un’opera, ma poi si è “divertito moltissimo”. Woody Allen il geniale attore, scrittore e regista americano con all’attivo 51 film, cambia prospettiva, lascia la cinepresa (solo per poco, sia chiaro) e presenta la sua regia del pucciniano Gianni Schicchi, in scena al Teatro alla Scala di Milano dal 6 al 19 luglio. Le scene e i costumi sono di Santo Loquasto. La produzione, realizzata con i complessi dell’Accademia diretti da da’m Fischer, va in scena insieme a un nuovo allestimento di ‘Prima la musica e poi le parole’ di Antonio Salieri firmato da Grischa Asagaroff

 

A presentarlo alla stampa, al Piermarini c’era proprio lui, reduce da qualche giorno a Venezia e dal concerto con la sua jazz band al Teatro Arcimboldi di Milano, con i suoi 83 anni costellati di successi, e il suo immancabile cappello. La prima volta quest’opera la mise in scena nel 2008 per la Los Angeles Opera e poi arrivò da noi al Festival di Spoleto. Ma al Piermarini si vedrà un finale diverso.

“Ho avuto un’altra ispirazione: il finale che ho fatto a Los Angeles non lo ripeto qui, perché quando ho visto il palco con gli studenti mi sono emozionato e ho avuto una nuova idea. Gliel’ho comunicata proprio poco fa, la vedrete la sera della prima”. Dunque, tocca aspettare. Ma chissà che non sia questa: “Ho sempre provato affetto per Gianni Schicchi, e non lo metterei certo all’inferno, anzi lo farei andare in pensione per vivere bene e felicemente”.

Sul palco ci saranno gli allevi dell’Accademia scaligera con Ambrogio Maestri a fare da “nave scuola”, come ha scherzosamente detto il baritono. “Gli studenti – ha aggiunto Woody Allen – sono fantastici, stanno facendo un gran lavoro, l’opera è esattamente come l’ho pensata, come la voglio. È un’opera comica e loro sono riusciti a capire i miei intendimenti e quelli di Puccini. Si sono immedesimati”. Merito di quello che vedremo, va dato a Placido Domingo che “per diversi anni” ha cercato di convincere Allen a fare la regia di un’opera finché non ci è riuscito. 

“A me piace moltissimo ascoltare l’opera – ha raccontato – il problema è che dovendo svegliarmi molto presto al mattino per girare i film, vedevo solo il primo e il secondo atto. Il terzo mai. Vorrei una serata di terzi atti, tutti quelli che ho perso negli anni, me li godrei pazzamente nel corso di una serata. Chissà se lo faranno mai”.

 

Per il futuro lascia socchiusa una porta: “Non so se ripeterò una esperienza del genere. Gianni Schicchi è divertente, non è molto lungo, è scritto bene. Ha una comicità che funziona. Per fare un altro lavoro del genere dovrei trovare un’opera altrettanto semplice e facile da affrontare”. E forse potrebbe essere il caso della sua “opera preferita, la Lucia di Lammermoor”, ma questo si vedrà.

Per adesso l’instancabile genio del cinema annuncia che tra un paio di settimane inizierà a girare un nuovo film. “Dopo il debutto scaligero me ne andrò a San Sebastian in Spagna dove inizierò le riprese del mio nuovo film. In ottobre in italia uscirà ‘Un giorno di pioggia a New York’. Ma mi accingo a girarne un altro, tra 2 settimane. Sono ancora molto in attività, ma mi fa anche molto piacere, tra un lavoro cinematografico e l’altro, prendermi una pausa e venire qui alla Scala, in luogo così iconico per l’opera”.

E poi si sa che il suo legame con l’Europa è sempre stato forte. Come se lo spiega? “Ho sempre avuto un’accoglienza calorosa in Europa anche quando un film non veniva accolto bene negli Usa. Le mie opere venivano apprezzate in Italia, in Francia e in Germania. Forse perché guardavo sempre film europei durante la mia infanzia, sono sempre stato un grande ammiratore di quella cinematografia”. E questo interesse in qualche modo traspare nelle sue opere.

Anche l’allestimento di Gianni Schicchi è un omaggio al cinema italiano. “Il primo impulso che ebbi – ha ricordato – fu immaginare tutti i personaggi come topolini e il protagonista come un topone. Ma il mio aiuto scenico mi disse che non era una buona idea. Il secondo impulso fu travestire tutti i personaggi da cibo biologico e Gianni da sigaretta. Ma mi dissero che sarebbe stato ridicolo. Alla fine grazie ai consigli abbiamo deciso di fare una produzione che riecheggiasse il cinema realista italiano degli anni ’50, pensando a De Sica o Fellini. Ed è così che decidemmo di metterlo in scena e fu un successo. Spero che anche questa produzione abbia lo stesso successo che ha avuto fino a questo momento. E che il pubblico si diverta quanto mi sono divertito io”.

È Dominique Meyer, manager francese di 63 anni, alla guida dell’Opera di Vienna, il nuovo sovrintendente del teatro alla Scala di Milano. Da luglio o al massimo a settembre, non appena firmerà il contratto, prenderà il posto di Alexander Pereira, alla guida del Piermarini dal 2014. Adesso è ufficiale. Lo ha deciso il Cda, con 8 voti a favore e uno contrario, quello di Giorgio Squinzi, come ha spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che è anche presidente della Fondazione.

Quanto alla ‘transizione’ tra i due leader, i consiglieri hanno approvato la proposta del sindaco Sala (contrari Francesco Micheli e Philippe Daverio) e cioè che il manager austriaco resti fino a metà 2021, accompagnando il sindaco alla fine del suo mandato. Una proposta che il primo cittadino definisce “di buon senso” e che ha visto d’accordo i due diretti interessati. Anche se per Pereira si tratta di una vittoria parziale: non è un segreto che sperava in un rinnovo di due anni, fino al 2022, allineando la fine del suo contratto a quella del direttore musicale Riccardo Chailly. “Meyer sarebbe disponibile da metà del 2020 – spiega Sala – quindi si tratterebbe di un anno di affiancamento, con Meyer nel ruolo di ‘designato’ e Pereira con una formula” che gli permetta di lavorare.

A far propendere Sala per la candidatura di Dominique Meyer alla guida della Scala, il fatto che è “una persona che ha una certa esperienza. E il ruolo del sovrintendente è un ruolo che deve combinare capacità artistica e gestionale”. Mentre sulla possibilità di una proroga di 5 anni ad Alexander Pereira, avrebbe pesato l’età anagrafica: “La Scala – dice Sala – ha valutato la volontà di cambiare e trovare una nuova formula con una persona più giovane, un anno ci sta, ma una proroga avrebbe potuto portarlo a 78 anni. Ci sta tutto, ma questa è una decisione legittima del Cda, poi vedremo se sarà una buona decisione. Pereira – conclude – l’ho trovato, non l’ho scelto io, a volte ci ho discusso, spesso l’ho apprezzato e l’ho difeso come deve essere”.

Quanto allo stipendio di Meyer, Sala non fornisce cifre: “Si attende la ratifica del Cda”, risposta che lascia immaginare che non sarà uguale a quello di Pereira (240 mila euro). Resta aperta la possibilità che il ruolo di direttore artistico non sia ricoperta dal sovrintendente. Questo lo deciderà Dominique Meyer, a lui l’ultima parola.

“Cammino a mezzo metro da terra, perché ogni mio romanzo è come un sogno che vive nella mia mente e vedere il mio “Tre piani” che diventa un film è un sogno che si materializza. Sul set di Nanni Moretti ho spento il cellulare, perché volevo immergermi completamente nel momento”. Così lo scrittore di Tel Aviv Eshkol Nevo, 48 anni, nipote del  terzo primo ministro israeliano, il laburista Levi Eshkol (i genitori gli hanno dato come nome il suo cognome ma aveva solo due anni quando è morto) racconta  il suo primo incontro con il regista che per il suo nuovo film, il primo non nato da un suo soggetto originale, ha scelto di guardare verso Israele, affidandosi a “Tre piani” il  suo ultimo romanzo uscito in Italia nel 2017. 

Per il suo “Tre piani” cinematografico Moretti trasporta in un condominio romano le tre storie e le relative passioni, solitudini, e fragilità che si intrecciano  in una palazzina borghese vicino a Tel Aviv, con  un cast dove accanto a lui spiccano Margherita Buy, Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher. Al primo piano abita una famiglia con due figlie, una delle quali viene spesso affidata a un’anziana coppia di vicini. Al secondo vive quella che chiamano “la vedova” sposata con un uomo che viaggia sempre per lavoro lasciandola sola ad occuparsi dei figli. Al terzo piano c’è una giudice in pensione, vedova per davvero che cerca di instaurare un dialogo con il marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica ed è in rotta da anni con l’unico figlio.

Nevo, scrittore “cult” della nuova generazione letteraria israeliana, pubblicato in Italia da Neri Pozza, era a Roma il 26 giugno per l’intervista pubblica con il direttore della Stampa Maurizio Molinari che ha chiuso la dodicesima edizione del Festival internazionale “Ebraica”, e ha approfittato dell’occasione per una visita sul set di Moretti. Era la prima volta che si vedevano, ha raccontato a Molinari, dopo un lungo carteggio via mail: “Due anni fa ero sul divano di casa mia a Tel Aviv quando mi è arrivata la prima mail di Moretti. Diceva semplicemente: “Mi è piaciuto il tuo romanzo, vorrei farne un film, è ok per te?”. Inizialmente ha pensato che si trattasse “di una fake mail”. Per smascherare quello che credeva il finto Nanni Moretti gli ha chiesto qual era la sua visione del libro e del film: “Quando lui mi ha risposto con una mail lunga e dettagliata mi sono convinto”. Ma il primo incontro dal vivo con il regista sarà anche l’ultimo sul set, ha chiarito poi  Nevo al telefono con l’AGI durante il suo viaggio in treno per Milano, dove  il 27 giugno ha dialogato con Malcom Pagani alla biblioteca Sormani di Milano,  per poi spostarsi a Como alla libreria Ubik con Marco Balzano.

Non le piace frequentare i set?

“Mi piace, è stata una grande emozione per me. Ma non voglio interferire. Mi fido totalmente di Moretti, mi piace il suo lavoro, è molto famoso in Israele, soprattutto per “Caro diario” e “La stanza del figlio”  che ho amato molto, e sono felice che al di là delle differenze, i libri uniscano le culture. Ma la mia policy personale non prevede coinvolgimenti negli adattamenti (la sceneggiatura del film è firmata da Moretti, Federica Pontremoli e Valia Santella ndr). È la prima volta che un mio romanzo diventa un film ma i miei libri sono stati già portati a teatro e anche in quel caso non ho voluto immischiarmi in una forma d’arte diversa dalla mia. Tornerò a Roma in ottobre, per presentare il mio  nuovo libro “The last interview” e probabilmente rivedrò Nanni. Ma allora il film  sarà finito e sarà bene così, perché non voglio decidere nulla.” 

Che dobbiamo aspettarci da “The last interview”?

“Non voglio anticipare molto. Posso solo dire che è molto politically uncorrect, ma non sarà un romanzo politico. Ed è anche il mio libro più buffo e più triste nello stesso tempo. Quando è uscito in Israele sono stato sommerso dalle mail dei lettori”.

Moretti a parte, il cinema italiano che influenza ha su di lei?

“Mi sono abbeverato a  Federico Fellini e, soprattuto a Ettore Scola. E tra i registi contemporanei, Moretti a parte, sono rimasto molto colpito da Paolo Genovese e dal suo “Perfetti sconosciuti”, perché racconta un rapporto di amicizia simile a quelle che si instaurano in Israele, per i segreti in qualche modo affini a quelli del mio “Tre piani”  e anche per l’uso smodato del telefonino e dei social media. Perfino con i miei amici de “La simmetria dei desideri” (il romanzo uscito nel 2010 in Italia che l’ha consacrato sulla scena internazionale ndr) ormai ci parliamo solo via messaggini. E non è la stessa cosa, la tecnologia ci sta rovinando, rendendoci meno umani. Ho dovuto usare i mezzi pubblici per tre mesi perché mi avevano ritirato la patente: a Tel Aviv sono pieni di gente che parla al telefono a voce alta e ho ascoltato storie di mariti abbandonati dalle mogli, liti furibondi e anche dettagli di operazioni militari. Una miniera per me e per il mio lavoro, ma mi chiedo se esiste ancora qualcosa di privato”. 

Personalmente che rapporto ha con smartphone e social media?

“Non utilizzo personalmente i social media, altrimenti non avrei tempo per scrivere, ma la  mia scuola di scrittura creativa di Jaffo che ho fondato nel 2014 e dirigo con la poetessa Orit Gidali, ne è dotata. Quando lavoro ai miei romanzi , essenzialmente al mattino, dalle 9  al ritorno a casa per pranzo della prima delle mie tre figlie, metto il cellulare in un’altra stanza e non mi concedo neanche una sola occhiata al web. Ho bisogno di una concentrazione assoluta”. 

Lo sa vero che, adesso che Moretti l’ha scelta, i suoi lettori italiani si moltiplicheranno…

Ho un rapporto speciale con i lettori italiani. Sono “amazing”, davvero appassionati, intervengono entusiasti ai vari festival letterari. Non è così scontato negli altri paesi. A Milano tempo fa una signora mi si è avvicinata dicendomi che la lettura del mio “Tre piani” le aveva permesso di perdonare se stessa. Non ha specificato il motivo, ma dopo quelle parole io mi sono sentito uno scrittore felice. All’Italia poi sono personalmente molto legato: anni fa  ha tenuto un corso intensivo di scrittura creativa alla Holden di Torino, tra i miei  scrittori preferiti ci sono Italo CalvinoNatalia Ginzburg, Elena Ferrante e Paolo Giordano di cui, proprio in questo momento sto leggendo “Divorare il cielo”. 

E del calcio italiano cosa ne pensa visto che il pallone è un collante dell’amicizia tra i protagonisti del suo “La simmetria dei desideri”?

“Sono appassionato di calcio, nonostante le squadre israeliane vincano molto poco e agli ultimi campionati mondiali, dove Israele non si era qualificata, ho tifato Italia”. 

Lei fa parte degli scrittori israeliani critici verso il governo Netanyahu, come vede il ritorno in campo per le elezioni del 17 settembre, appena annunciato, dell’ex premier Ehud Barak, l’ultimo di centrosinistra, con un nuovo partito di opposizione? 

“È troppo presto per esprimere un’opinione. Certo è che questo non è un buon momento  e oggi in questa fase così piena di attriti e divisioni Israele ha davanti a sé una grande sfida alla quale noi scrittori possiamo partecipare: oggi  che in tanti puntano alla deumanizzazione del nemico, noi invece dobbiamo avviare un processo inverso: umanizzandolo, dimostrando che siamo tutti vulnerabili allo stesso modo e che dobbiamo unirci”.

Anche quest’anno, il sedicesimo consecutivo, è stata pubblicata dagli analisti di Quacquarelli Symonds la classifica delle migliori università del mondo. Per le italiane un risultato migliore rispetto ai precedenti rapporti. Come scrive Il Sole24 Ore, il Politecnico di Milano si posiziona per la prima volta tra i primi 150 atenei al mondo (149° posto, 7 posizioni in più rispetto allo scorso anno), confermandosi per il quinto anno consecutivo anche prima Università italiana e ottenendo in assoluto il proprio risultato migliore.  

Grande risultato anche per la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che è “la decima università al mondo per Citations per Faculty, l’indicatore che misura l’impatto della ricerca prodotta rispetto al numero di ricercatori”.

Per quanto riguarda l’estero il Massachusetts Institute of Technology (Mit) è nominato la migliore università del mondo per l’ottavo anno consecutivo e l’intero podio è occupato da realtà a stelle e strisce: in seconda posizione c’è la Stanford University e al terzo posto l’Università di Harvard. C’è da dire, comunque, che solo il 16% delle università americane hanno migliorato il loro status, è il minimo storico e la situazione crea qualche perplessità.

Effetto Brexit sulle università inglesi?

Grande rumore sta provocando nel Regno Unito la conferma di un trend negativo cominciato ormai tre anni fa da parte dell’università di Cambridge, stretta, come scrive The Guardian, nella morsa della Brexit. Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, ha detto al quotidiano inglese che la performance più debole del Regno Unito quest’anno non è stata una sorpresa: “Per decenni, l’istruzione superiore nel Regno Unito è stata una delle migliori esportazioni del paese nel mondo. Il settore ha prodotto una ricerca eccezionale, ha promosso l’insegnamento di livello mondiale, ha forgiato legami di trasformazione con l’industria e ha accolto milioni di giovani di talento”.

“Per garantire la continuità di questa situazione privilegiata è essenziale – prosegue Sowter –  che coloro che hanno il potere di farlo raddoppino gli sforzi per migliorare la capacità di insegnamento, raggiungere una chiara conclusione sullo status delle tasse degli studenti dell’UE post-Brexit e fare tutto il possibile per garantire che il Regno Unito resti parte dei quadri di collaborazione di ricerca dell’UE nel futuro”.  

A guidare il Teatro alla Scala di Milano arriverà Dominique Meyer, 63 anni, manager francese attualmente all’Opera di Vienna. Non fa esplicitamente il suo nome il sindaco, e presidente della Fondazione, Giuseppe Sala, ma al termine di un cda lungo tre ore assicura che “c’è consenso” sul nuovo sovrintendente scaligero, escludendo allo stesso tempo che si tratti di quello uscente, Alexander Pereira, in carica dal 2014.

“Il nome lo lascio immaginare a voi”, ha detto Sala, richiedendo in realtà ben poco sforzo agli interlocutori: il testa a testa tra i papabili alla sovrintendenza era tra Meyer e Carlo Fuortes dell’Opera di Roma, che si è sfilato dalla corsa qualche giorno fa per restare nella capitale.

Dunque, salvo sorprese dell’ultimo minuto, l’arcano è svelato: Dominique Meyer dalla Staatsoper di Vienna prenderà il timone del Teatro alla Scala. Per l’ufficializzazione si deve aspettare ancora qualche giorno, fino al prossimo Cda del 28 giugno. Il suo contratto partirà dal 2020, quando scadrà in febbraio il mandato di Pereira che sperava in un rinnovo di uno o due anni, per concludere la sua esperienza nel 2022 allineando la scadenza a quella del direttore musicale Riccardo Chailly.

Era stato lo stesso maestro milanese, una settimana fa, a lanciare una sorta di appello affinché fosse prorogato per un biennio il contratto del sovrintendente. Per una questione di logica, aveva detto, in quanto il manager austriaco aveva messo già a punto le stagioni fino al 2022 “e allora mi sembra il minimo che questi due anni si concludano al meglio con i responsabili che li hanno programmati”. Appello, forse, un po’ tardivo.

La buona gestione di Pereira, che lascia un teatro con i conti in ordine e un numero di soci lievitato, e con un deciso aumento dei contributi provenienti da sponsor pari a 58,8 milioni di euro, non è bastata a far pendere la bilancia dalla sua parte. A pesare di più sarebbe stata la gestione troppo ‘diretta’ del caso Arabia Saudita: a marzo Riad voleva entrare come socio nel cda, e Pereira – questa l’accusa – avrebbe agito senza informare il board, facendo infuriare più di un consigliere.

Detto questo, resta da vedere come il sindaco gestirà la transizione. Non sono chiari i tempi dell’uscita di Pereira: “Entro dieci giorni sta a me trovare le formule per capire come costruire questo cambiamento”. E sull’ipotesi di una proroga del mandato è il primo cittadino stesso a suggerire come non tutto sia ancora deciso: “Ci ragioneremo. Dobbiamo capire se si può trovare una formula che potrebbe essere anche di prolungamento”.

Ma prima di tutto ciò, il sindaco ne deve parlare con i diretti interessati, il sovrintendente uscente e quello designato. Resta in campo anche l’ipotesi, caldeggiata dal Cda, che la figura del sovrintendente non combaci con quella del direttore artistico come è stato con Pereira. L’eventuale proroga di quest’ultimo non sarebbe un problema di costi, in quanto questo possibilità è prevista dalla Corte dei Conti. Ma l’ultima parola su questo spetterà a Dominique Meyer.

 

Aminetou Ely, nominata Donna dell’anno, è nata in Mauritania, a Wad-Naga, il 31 dicembre 1956. Seppur costretta a sposarsi a soli 13 anni, fin dalla tenera età ha sempre lottato contro il matrimonio precoce e forzato, per i diritti delle donne e per la loro emancipazione. Le difficoltà l’hanno resa più forte e le hanno dato l’energia per ribellarsi, dapprima alla sua importante famiglia nobiliare che proviene da un “clan guerriero” con una visione feudale del ruolo della donna. Successivamente ha anche sfidato gli atteggiamenti patriarcali e le norme religiose e culturali che vedono le donne sottomesse, discriminate e trattate in modo inumano e degradante.

Nel 1999, in un momento di grande violenza, discriminazione, maltrattamento e schiavitù delle donne, Aminetou ha fondato l’Associazione delle Donne Capi Famiglia (AFCF), oggi attiva in tutto il territorio mauritano. Al centro della sua attività la lotta contro le violenze domestiche e sessuali, il lavoro delle minorenni, la schiavitù, il razzismo, l’esclusione, la tratta e il matrimonio precoce.

Oltre a tutelare diritti spesso negati, negli anni AFCF ha anche fondato cooperative e unioni di cooperative per combattere la povertà, assistere legalmente le donne vittime di abusi e di violenze e operare per l’alfabetizzazione, reinserendo le donne a scuola. In Mauritania la scolarizzazione femminile raggiunge l’80%, ma a causa dei matrimoni precoci e delle condizioni economiche catastrofiche delle famiglie le ragazze sono costrette a lasciare presto i banchi di scuole. Le donne rappresentano il 53% della popolazione, ma solo il 27% arriva alla scuola secondaria.

Attenta alla propria formazione culturale, sociale e legale, Aminetou ha invece conseguito numerosi titoli – di cui buona parte ottenuti negli ultimi anni –  che riguardano la schiavitù e l’accoglienza di donne e bambini migranti, consentendole di portare avanti con consapevolezza e determinazione la sua lotta per i diritti.

Ora punta ad un altro traguardo: favorire l’accesso delle donne al livello decisionale del suo Paese. In Mauritania ci sono stati progressi a livello di partecipazione alla politica, ma la situazione femminile continua a essere critica e priva dei diritti basilari per una vita dignitosa e rispettata.

La vita stessa di Aminetou è stata una continua denuncia della mancanza di emancipazione delle donne e delle minoranze, di cui ha pagato il prezzo sulla propria pelle. L’attivista è stata più volte arbitrariamente arrestata, detenuta ed esiliata. Nel 2014 è stata condannata per aver difeso il blogger Mohamed Cheikh Ould Mkheïtir, processato per apostasia e condannato a morte.

Le sue battaglie sono già stata premiate in diversi paesi e contesti. Nel 2006 Aminetou ha ricevuto il Premio dei diritti dell’Uomo della Repubblica francese; nel  2009 la Medaglia di Cavaliere della legione d’onore della Repubblica francese e il Premio Eroe dei diritti umani delle Nazioni Unite. Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio della Fondazione per le pari opportunità in Africa e nel 2016 il Premio “Terres des Hommes Espagne” per i diritti dei bambini.

L’ultimo riconoscimento l’attivista mauritana lo ha ottenuto a fine maggio in Italia, ad Aosta, dove ha vinto la XXI edizione del Premio internazionale “La Donna dell’Anno”, con un contributo economico di 20 mila euro che dovrà utilizzare per completare il progetto per cui è stata selezionata.

«Una bambina di dieci anni ha fatto una scelta, che non rinnegherà mai. Nessuno può fermare la sua lotta: né la sua famiglia, né i governi, né l’oscurantismo religioso. La resilienza di Aminetou è incisa nel suo codice genetico e si rinnova ad ogni suo respiro. Aminetou non ascolta l’eco delle tradizioni ataviche che consentono la schiavitù e le spose-bambine, ma soltanto i valori a cui dedica ogni istante della sua vita. Tanto che oggi quella bambina è diventata uno dei punti di riferimento per le donne della sua amata Mauritania». Questa la motivazione della giuria del premio promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con il Soroptimist International Club Valle d’Aosta, con il brand Donna Moderna in qualità di media partner e con il contributo della Fondazione CRT.

Lo scrittore Andrea Camilleri, 93 anni, è ricoverato in rianimazione all’ospedale Santo Spirito di Roma. A quanto si apprende, Camilleri è giunto al nosocomio alle 9,15 in ambulanza in condizioni critiche per problemi cardiorespiratori. E’ stato assistito dall’equipe dell’emergenza al Pronto Soccorso e trasferito presso il Centro di Rianimazione dell’ospedale. La ASL Roma 1 rilascerà un bollettino medico alle 17.

E’ morto questa mattina nella sua villa romana sull’Appia antica il regista e scenografo Franco Zeffirelli, aveva 96 anni. Nato a Firenze il 12 febbraio del 1923, Gianfranco Corsi, questo il suo nome di battesimo, era il figlio illegittimo di Ottorino Corsi, un commerciante di stoffe originario di Vinci, e della fiorentina Alaide Garosi Cipriani.

Ebbe un’infanzia tribolata dovuta al mancato riconoscimento paterno, che avvenne solo a 19 anni, e alla prematura scomparsa della madre. In un’intervista al settimanale Sette racconto’: “Sono ‘figlio di ignoti’, N.N. (nescio nomen, ndr). Ma c’era una regola, i cognomi degli illegittimi venivano scelti a partire da una lettera, a rotazione. In quei giorni era il momento della ‘Z’. Cosi mia madre suggeri’ che mi chiamassero ‘Zeffiretti’, da un’aria di Mozart da lei molto amata (l’Idomeneo ndr). Nella trascrizione, l’impiegato fece un errore, mise due ‘l’ al posto delle ‘t’. Cosi io divenni Zeffirelli”.

Studiò architettura a Firenze dopo ben presto entrò a far parte della compagnia teatrale universitaria. Abbandonò la facoltà durante la Seconda guerra mondiale, quando prese parte alla Resistenza nelle file dei partigiani, passando poi all’esercito alleato.

Al termine del conflitto Zeffirelli si unì alla Compagnia teatrale ‘Il Carro dell’Orsa minore’ di Alessandro Brissoni. Dopo essere stato scenografo e costumista di “operine” all’Accademia Chigiana di Siena, si trasferì a Roma, conoscendo Luchino Visconti con cui lavoro’ ad alcuni film, tra cui ‘La terra trema’ del 1948. Si dedicò al teatro, portando in scena alla Scala di Milano l’opera di Gioacchino Rossini ‘L’Italiana in Algeri’. La passione per il teatro, mai sopita, lo portò negli anni a lavorare su ‘La traviata’, ‘Tosca’, ‘Carmen’, solo per citare alcuni titoli. 

Fu importantissimo il rapporto con Maria Callas che conobbe nel 1948. Fu l’inizio di un’ossessione artistica per Zeffirelli che la diresse in diverse occasioni. Leggendaria, nella loro lunga collaborazione, la Tosca del 1964, al Convent Garden di Londra.

Secondo il regista, che ha dedicato alla cantante il suo film ‘Callas Forever’ (2002), Maria era una donna estremamente complessa, “un insieme di grandi virtù e di terribili debolezze umane”.

Molte sue opere cinematografiche sono tratte da capolavori teatrali, soprattutto di Shakespeare al punto che l’Enciclopedia Britannica ne riconosce il particolare talento per “gli adattamenti filmici alle opere di Shakespeare” e la capacità nel costruire “dettagli autentici”.

Zeffirelli traspose sul grande schermo capolavori come ‘La bisbetica domata’, nel 1966, con Richard Burton e Elizabeth Taylor; l’anno successivo usci’ ‘Romeo e Giulietta’, i cui protagonisti furono attori giovanissimi, Leonard Whiting e Olivia Hussey. Nel 1990 realizzo’ ‘Amleto’, con l’indimenticabile interpretazione di Mel Gibson. Il 24 novembre 2004 ricevette dalla regina Elisabetta d’Inghilterra l’onoreficenza di Cavaliere del Regno Unito a Roma.

Tra i suoi indimenticabili capolavori pellicole come ‘Fratello sole, sorella luna’, del 1972 e ‘Il campione’ del 1979, remake di King Vidor di quasi cinquant’anni prima. E poi ancora ‘Jane Eyre’, nel 1995; ‘Un te’ con Mussolini’, nel 1999. Celeberrimo il film che realizzo’ per la televisione nel 1977, ‘Gesu’ di Nazareth’.

Al di fuori del cinema e del teatro si dedicoòcon passione anche alla politica diventando senatore con Forza Italia per due legislature, nel ’94 e nel ’96. Un’esperienza che si concluse presto perché Zeffirelli rimase deluso dalla sua esperienza parlamentare: “La politica è il lusso dell’uomo qualunque, che crede di poter fare una grande carriera al di là delle possibilità che tutti hanno”, raccontò. Nella vita privata era un cattolico convinto e praticante.

Inoltre era dichiaratamente omosessuale, ma riguardo alla sua sessualità è sempre stato riservato, dichiarando più volte di odiare la parola gay e i Gay Pride: “Si truccano come pagliacci, tutti felici e allegroni: sei così spiritoso e divertente che ti chiamano gay, ma si può? Dire a Michelangelo che è gay? A Leonardo? Andiamo, essere omosessuali significa portare un grave peso di responsabilità, scelte difficili: sociali, umane e di cultura”.

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