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Il 16 ottobre 1943 l'esercito di occupazione nazista sigillava il Ghetto di Roma ed iniziava a rastrellarne gli abitanti. Da Auschwitz sarebbero tornati in meno di 20. Riviviamo quelle ore raccontando l'orrore in cui precipitò la più antica comunità ebraica d'Europa attraverso una serie di storie personali

Celeste che nessuno ascoltò

La sera prima della razzia una donna, chiamata Celeste, corre e grida per le strade del Ghetto: “Domani arrivano in nazisti”. Racconta Giacomo Debenedetti che Celeste viene da Trastevere, di là dal fiume, e vicino alla Sinagoga la conoscono per essere mezza fuori di cervello. Chi potrebbe darle retta? Nessuno, infatti, la ascolta: ci si illude che i 50 chili d’oro pagati due settimane prima ai nazisti abbiano scongiurato il pericolo dei rastrellamenti.

Poche ore dopo i primi camion chiudono le strade tra Largo Arenula e il Portico d’Ottavia: è iniziato il rastrellamento. Vengono allineate dietro i camion 1.023 persone (altrettante sono raccolte in alcune altre azioni nel resto della città e nella provincia).  Torneranno in 17.

La Stella che ricorda Lucifero

Si chiamava Celeste anche lei, ma tutti la chiamavano Stella di Piazza Giudìa (il nome che aveva allora l’odierna piazza delle Cinque Scole). Bellissima, come Venere che una volta si chiamava Lucifero. Faceva la cameriera in un ristorante al Ghetto frequentato da una di quelle bande di fascisti irregolari che catturava e torturava gli antifascisti e vendeva gli ebrei ai nazisti: cinquemila lire un uomo, tremila una donna, millecinquecento un bambino. Parte che fosse l’amore a portarla sulla cattiva strada, o forse fu il desiderio di rivalsa nei confronti di un ambiente chiuso che l’aveva bollata con il marchio della donna perduta, ma lei prese a fare la spia. La delatrice. Traditrice dei suoi stessi fratelli. Dopo la guerra sarà condannata a 12 anni. Morirà nel 2001.

La donna con le buste della spesa

Molte sono le storie di donne, tra quelle che si intrecciano in quella mattinata di 75 anni fa: gli uomini o erano già sui camion o erano fuggiti. All’inizio infatti si credette che si trattasse di una operazione per rastrellare forza lavoro temporanea. Qualcuno però intuisce la verità. È la salvezza per Mario Mieli, che ha due anni e mezzo e si trova in fila in braccio al padre. Passa una donna, “una cattolica”, con due buste della spesa, una per braccio. Li vede e dice ad alta voce: “Ma che se porta a lavorare un regazzino?”.

La sente la zia del piccolo, che sta arrivando trafelata e capisce al volo. Le due donne parlottano e si intendono. La prima si avvicina al soldato tedesco di guardia: “Oh, quello è mi’ figlio. L’avevo lasciato a ’sta amica mia perché dovevo fa’ la spesa”. Quello non capisce, ma sul camion c’è un deportato che parla tedesco, e anche lui ha capito. Il tedesco a questo punto non ha nulla da obiettare. La zia di Mario fa per riprenderselo, ma la donna con le sporte le dà quasi una spinta: “E che, te lo ridò davanti a loro? Vai ai giardinetti”. È lì che avviene lo scambio.

Mario oggi ha 77 anni. Non ha più rivisto la donna che tornava da fare la spesa.

I medici che si curavano delle anime

Eugenio Sonnino abitava a Largo Arenula, ai limiti del Ghetto. Sua madre quella mattina andò a trovare i genitori, che abitavano nella zona del rastrellamento. L’avvertì il portiere: erano stati portati via. Lei prese i due figli, si trascinò dietro il marito e filarono al Policlinico. Lì furono tutti ricoverati: chi per tifo, chi per meningite. Tutte malattie gravissime e molto infettive. I bambini, sanissimi, ebbero prima il morbillo poi la difterite e infine la broncopolmonite. Una di seguito all’altra.

La disposizione era del Professor Giuseppe Caronia, preside della Clinica di Infettivologia. Quando arrivarono i nazisti non ebbero il coraggio di avvicinarsi a quelle bombe batteriologiche. Eugenio Sonnino, divenuto adulto, resterà in zona: diventerà un affermatissimo demografo dell’Università La Sapienza. Medico, cura te stesso. Ma prima ancora abbi cura dell’anima di chi ha bisogno.

Ultime lettere prima di Auschwitz

Grazia Calò è meno fortunata: la prendono insieme alle figlie Leda e Consola, quattro e sei anni. Il marito Cesare si è salvato perché per andare a lavorare è uscito di casa ancora prima dell’arrivo dei nazisti.

La donna non viene inviata immediatamente a morire ad Auschwitz, prima viene fermata a Verona. Anzi, può anche scrivere a casa. Indirizzo: Leonida Lucari, vicolo Costaguti 21 (calzolaio). Cronache di poveri amanti: “Ho sognato che eravamo insieme, abbracciati. Quando mi sono svegliata non puoi immaginare la mia delusione”. “Ho avuto una grande gioia nel leggere la tua cartolina: era davvero la tua calligrafia”. Sul retro della cartolina un “Vincere!” di regime.

Il carteggio verrà pubblicato nel 2018.

La razzia dei libri

Di fronte a più di mille morti, parlare d’altro è difficile. Ma il nazismo brucia i libri fin dai suoi albori, ed anche la storia della razzia del Ghetto ha come preludio la depredazione dei libri degli ebrei. Il patrimonio culturale della comunità israelitica di Roma è immenso, e comprende gli archivi, le biblioteche, gli oggetti di uso religioso, il patrimonio del Collegio Rabbinico. Tutto finisce in centinaia di casse, riempite sotto lo sguardo vigile di personale specializzato giunto appositamente da Berlino. La comunità romana infatti è una delle più antiche del mondo, e quando non ci sarà più quelle antiche bibbie verranno esposte nel Museo delle Religioni Scomparse che Hitler ha intenzione di creare dopo il trionfo bellico. Alla fine ne sono stipati due vagoni interi di un convoglio ferroviari che parte dalla Stazione Tiburtina, direzione Brennero.

Dopo la guerra verranno recuperate 54 casse. Una piccola parte del tutto. 

Il cane come ‘migliore amico dell’uomo’ ma anche percorso nella pittura e nell’arte. Una prima grande mostra si terrà a Torino, dal 20 ottobre al 10 febbraio a La Venaria Reale di Torino, sulla rappresentazione del cane nella storia dell’arte, con una raccolta di manufatti, sculture, dipinti, incisioni, disegni e fotografie opera di specialisti animalisti e di alcuni fra i massimi artisti di tutti i tempi, dall’età classica ad oggi.

La mostra, nata da un’idea di Fulco Ruffo di Calabria, ha come tema la costante presenza del cane nell’universo figurativo occidentale. Nonostante sia stato per lo più un motivo accessorio nella pittura di storia, questo compagno fedele dell’uomo si è guadagnato nel tempo una sua propria autonomia iconografica. Secondo solo alla figura umana, il cane è infatti l’animale più rappresentato nella storia dell’arte, a dimostrazione del profondo legame affettivo ed empatico che li unisce, travalicando sovente gli aspetti del decoro formale.

In tale contesto, La Venaria Reale di Torino, che fu per secoli il teatro di caccia dell’aristocrazia Sabauda, sarà il luogo più adatto a ospitare questa mostra sull’iconografia canina.

Un’esposizione articolata in cinque grandi sezioni: Cani nell’antichità, con sculture e manufatti della civiltà greco-romana; Cani in posa, con ritratti di cani, in posa o in azione (XVI-XXI secolo); Cani, uomini e donne in posa, ove uomini, donne e bambini sono ritratti a fianco di uno o più cani (XVI-XXI secolo); Cani in scena, ove il cane è inserito all’interno di episodi storici, di vita reale, religiosa o allegorica, come presenza costante accanto alla vita dell’uomo (XVI-XXI secolo); Cani immaginari, ove l’immagine del cane è trasfigurata attraverso la fantasia degli artisti, compreso il mondo del fumetto (XVI-XXI secolo).

Prestigiosa la serie di capolavori esposti, a partire dal pompeiano Cave Canem del Museo Archeologico di Napoli, provenienti da importanti musei nazionali ed internazionali, come i Musei Vaticani, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, i Musei Civici di Trieste, il Palazzo Chigi di Ariccia, il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, il Museo Archeologico Antonio Salinas di Palermo, eccetera. Presenti nella storica dimora di Torino opere di insigni artisti tra ‘500 e ‘700, come Jacopo Bassano, Frans Snyders, Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Giovan Battista Tiepolo, Antonio Canova, fino a contemporanei come Eliott Erwitt, Keith Haring e molti altri.

La mostra, realizzata in coproduzione dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, vede la partecipazione dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiano) che curerà uno spazio all’interno dei Giardini della Reggia di Venaria. L’organizzazione di raduni ed iniziative animeranno una sede progettata come naturale luogo di svago e di piacere legato all’arte venatoria, una delle attività umane di cui il cane è emblema principe per antonomasia.

Sarà dal 12 ottobre al 3 febbraio a Palazzo Braschi la mostra : "Il sorpasso. Quando l'Italia si mise a correre, 1946-1961". Oltre 160 scatti, filmati e videoinstallazioni che raccontano il nostro Paese dalla dura ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale al clamoroso boom economico degli anni '60. Ad accogliere i visitatori c'era lei: l'Aurelia B24S Spider protagonista con Vittorio Gassmann e Jean-Louis Trintignant nel cult di Dino Risi de 'Il sorpasso", da cui prende il nome la mostra. Immagini firmate da maestri come Gianni Berengo Gardin, Fulvio Roiter, Cecilia Mangini, Federico Patellani, Wanda Wultz, Tazio Secchiaroli, Bruno Munari, Willian Klein, Alfred Eisenstaedt, Gordon Parks, ma anche da fotografi d'agenzia e autori anonimi che ripercorrono il nuovo inizio dell'Italia e degli italiani, fra radicate divisioni politiche e unione nazionale negli eventi sportivi, tragedie come l'alluvione del Polesine o il sogno come l'immaginario mondo del cinema.

L''Ultima Cena' è una composizione così familiare ai nostri occhi che potrebbe sembrare nata così com'è, nella sua magnificenza. Una mostra inaugurata a Milano dimostra invece i travagli che accompagnarono Leonardo nella sua composizione, come quelli che lo portarono prima a 'isolare' Giuda dal resto degli apostoli, e poi ad affiancarlo agli altri, anche nel momento in cui covava di tradirlo. La città celebra i 500 anni dalla morte del suo genio più amato con la mostra 'Leonardo da Vinci: prime idee per l'Ultima Cena' allestita nel Museo del Cenacolo Vinciano.

L'esposizione presenta dieci disegni provenienti dalle Collezioni Reali della Regina Elisabetta II che saranno visibili al pubblico a partire da domani e sino al 13 gennaio 2019, all'interno del Refettorio di Santa Maria della Grazie. Le opere, realizzate in preparazione dell''Ultima Cena', raccontano il percorso creativo di Leonardo dai primi abbozzi fino al capolavoro.

La paternità di sette dei dieci disegni è attribuita senza dubbio alla mano di Leonardo, due vengono assegnati  dalla critica a Cesare da Sesto ma qui al Maestro toscano "in considerazione della superlativa qualità grafica", mentre uno è riferito a Francesco Melzi. "Non è la prima volta – spiega il direttore del Polo Museale della Lombardia Stefano L'Occaso, curatore della mostra – che i disegni vengono esposti nel Refettorio, accostandoli all'Ultima Cena. Era già accaduto nel 1983, ma per un periodo più limitato, solo per un mese. La sosta nel Refettorio sarà allungata a 20 minuti invece dei consueti 15 proprio per ammirare i disegni. Non abbiamo l'intera rassegna dei fogli preparatori per 'L'Ultima Cena', ma l'impatto di questi dieci è eccezionale ed è un'occasione di studio notevolissima".

Ora i visitatori del Cenacolo avranno più tempo a disposizione, e al normale prezzo del biglietto, per godere del progressivo affinarsi dell'ispirazione leonardesca. Quella che lo porterà ad ammaliare l'umanità esprimendo i moti dell'animo che percorrono gli apostoli quando Gesù li avverte che uno di loro li tradirà. I disegni si raccolgono in due blocchi. Un primo nucleo include gli studi d'insieme che sono schizzi più rapidi, a penna, nei quali l'artista studia la composizione nel suo complesso.

Tra questi, spicca lo schizzo che mostra come nella prima ideazione Leonardo avesse collocato Giuda in posizione isolata, dal lato opposto della tavola rispetto agli altri apostoli. Solo dopo, Giuda viene messo assieme agli altri ai lati di Cristo ed è possibile individuarlo attraverso la sola rappresentazione fisiognomica ed emotiva. Il secondo nucleo espositivo raccoglie disegni per lo più a matita rossa o nera che scrutano nei dettagli dei volti e dei gesti.  Le celebrazioni per il cinquecentenario dalla scomparsa del genio proseguiranno con altre iniziative, in programma a Palazzo Reale e al Castello Sforzesco.     

Gli  scatti del fotografo romano Maurizio Riccardi e le battute del vignettista padovano Fred ci raccontano l’ossessione imperante di una società ammalata di “foto profilo”, di pastasciutte immortalate e condivise, di bastoni da selfie sopra le nostre teste e di filtri applicati come maschere di bellezza: centinaia di immagini che si accumulano inesorabilmente nella memoria dei nostri smartphone ma di cui non resterà alcuna traccia con l’uscita del nuovo modello in vendita. Che la mania di immortalare noi stessi e tutto ciò che ci circonda, in maniera quasi compulsiva, sia dettata dalla necessità di appartenere a una collettività virtuale ora che quella reale sta scomparendo?

La mostra 'T'a vuo' fà fà sta foto?' allestita a Spazio5 di Roma (via Crescenzio 99/d) dal 10 al 20 ottobre 2018 non si pone l’obiettivo di rispondere a domande così profonde ma di strappare più di un sorriso grazie all’ironia e alle opere di chi, con le immagini, lavora ormai da parecchi anni.

Maurizio Riccardi fotoreporter, giornalista è direttore dell’Agenzia di documentazione fotografica Agr. Dirige l'Archivio Riccardi e opera su tutta la sfera della comunicazione multimediale. Fra le sue mostre “Vita da Strega”, “I papi santi” e “Donne & Lavoro”. Ha pubblicato numerosi libri tra cui Africa perché (New Media, 2008), San Giovanni Paolo II. Il Papa venuto da lontano (Armando, 2014), e, con Giovanni Currado I tanti Pasolini (Armando, 2015), Gli anni d'oro del Premio Strega (Ponte Sisto, 2016), Il popolo della Repubblica (AGR, 2017), Aldo Moro | Memoria Politica Democrazia(AGR, 2018). 

È difficilissimo 'azzeccare' il nome di chi verrà insignito dal Nobel per l'Economia 2018: tradizionalmente, infatti, qualsiasi previsione della vigilia – il vincitore verrà reso noto lunedì 8 ottobre – viene stravolta e non è escluso che anche per questa edizione ci sia qualche sorpresa. Si tratta del 50esimo nella storia del Nobel, ed è la più 'giovane' tra le categorie essendo stata introdotta solo nel 1969 (il premio è stato istituito dal chimico e industriale svedese Alfred Nobel nel 1895). Viene tuttora attribuito dalla Banca di Svezia che lo ha istituito e lo finanzia.

Non è solo un riconoscimento importante dal punto di vista professionale ma anche piuttosto cospicuo sotto il profilo strettamente finanziario, visto che l'Accademia Reale Svedese riconosce al vincitore una gratifica economica di 960.000 euro. Premio comunque andato principalmente ad economisti statunitensi (secondi gli inglesi) e una sola volta (nel 1985) è stato assegnato ad un italiano, Franco Modigliani.

Anche quest'anno sono in 'pole' economisti inglesi o americani, ma la novità potrebbe essere che ad essere premiata sia – per la prima volta – una donna: e sarebbe, questa, davvero una notizia visto che da più parti è stato lamentato il fatto che una donna non abbia mai ottenuto un riconoscimento del genere. Secondo Hubert Fromlet, professore svedese ed 'esperto' di Nobel, se tra gli anni Ottanta e Novanta la ricerca in campo economico era esclusivo appannaggio degli uomini, sarebbe ora tempo di cambiare aria visto gli importanti progressi ottenuti dalle varie 'cervellone' negli ultimi decenni. A suo giudizio, potrebbero quindi ambire ad avere il prestigioso premio le economiste Susan Athey (Università di Stanford), Marianne Bertrand (Chicago) Ester Duflo (MIT): hanno spaziato dai più diversi campi, dal mercato del lavoro alla ricerca in campo tecnologico. 

Ma anche in questo caso, nulla viene dato per scontato. I bene informati sostengono invece che il premio potrebbe andare ad una coppia di esperti. Si chiamano Manuel Arellano, docente di econometria al Cemfi di Madrid, e Stephen R. Bond, del dipartimento di economia alla Oxford University. I due hanno teorizzato, all'inizio degli anni novanta, i cosiddetti stimatori Arellano-Bond, uno strumento per analizzare i dati longitudinali estraendo la risposta economica dovuta al cambio di una particolare variabile.

Dagli Usa arrivano invece gli altri candidati papabili come Wesley M. Cohen e Daniel A. Levinthal, rispettivamente della Duque University e della University of Pennsylvania: hanno entrambi sviluppato il concetto di capacità assorbitiva, in virtù della quale hanno elaborato metriche per valutare le prestazioni di aziende e di industrie in termini di innovazione. 

Scott Wilson, l'attore che ha interpretato il vedovo proprietario di una fattoria Hershel Greene nella serie di successo "The Walking Dead", è morto all'età di 76 anni. Lo riferisce la rete Amc, produttrice della serie degli zombie. "Siamo profondamente rattristati nel riferire che Scott Wilson, l'incredibile attore che ha interpretato Hershel in The Walking Dead, è morto all'eta' di 76 anni. Ti amiamo", si legge in tweet della rete. Nella serie, Wilson era apparso in oltre 30 episodi, dal 2011 al 2014, prima che il personaggio fosse ucciso nella quarta stagione.

“Rino Barillari – The King of Paparazzi” è questo il nome della mostra-omaggio al fotografo più in vista del gossip e della cronaca rosa d'Italia. Prodotta da Istituto Luce Cinecittà con il contributo della Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la rassegna ripercorre la carriera del fotoreporter che meglio di chiunque altro ha impersonato il “paparazzo”, personaggio creato da Federico Fellini per il film “La Dolce Vita”.

Dal 12 al 28 ottobre, nello spazio Extra del Maxxi, sarà dunque possibile rivivere i momenti cruciali del nostro paese attraverso gli scatti del re indiscusso del ritratto di strada che ha saputo catturare le immagini più significative degli ultimi 50 anni della nostra storia: non solo le stars internazionali, ma anche i sanguinosi fatti di cronaca che hanno segnato le pagine più dolorose degli ultimi decenni, per arrivare alle grandi personalità di ieri e di oggi.

Il percorso espositivo, organizzato in quattro sale suddivise con un criterio tematico, presenta una galleria di 100 foto “rubate”, ognuna delle quali racconta una storia, esaltate dal suggestivo allestimento curato da Martino Crespi e da un’istallazione sonora interattiva appositamente creata con stampa 3D da Federico Giangrandi per il Gruppo Editoriale Bixio: NEAR. 

Un segugio instancabile, onnipresente, con un archivio personale di oltre 400.000 fotografie, che durante 60 anni di carriera ha collezionato 163 ricoveri al Pronto Soccorso, 11 costole rotte, 1 coltellata, 76 macchine fotografiche fracassate (alcune delle quali in mostra) e che, nonostante tutto, continua ancora oggi a regalarci i suoi scoop.

Il visitatore avrà la possibilità di “incontrare” attori, attrici e registi di tutto il mondo tra i tavolini di via Veneto, essere testimone dei grandi scoop degli anni ’60-’70 (il ritrovamento delle foto di Paul Getty III, gli effetti personali di Pier Paolo Pasolini dopo il suo assassinio, la rivolta del carcere di Rebibbia, gli attentati delle BR a Roma) e scoprire un Rino Barillari inedito. 

La persecuzione degli ebrei in Italia per legge ha una data d’inizio ufficiale: 6 ottobre 1938. Ottant’anni fa il Gran consiglio del fascismo emette la 'Dichiarazione sulla razza' – che viene successivamente adottata dallo Stato italiano con un regio decreto legge il 17 novembre 1938 – dove “dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale”, scrive il Gran consiglio.

All’inizio fu un Manifesto

Giunge così alle sue tragiche e infami conclusioni la campagna antisemita iniziata con il famigerato ‘Manifesto della razza’, pubblicato originariamente in forma anonima sul ‘Giornale d’Italia’ il 15 luglio 1938 col titolo 'Il Fascismo e i problemi della razza', quindi ripubblicato sul numero uno della rivista ‘La difesa della razza’ il 5 agosto firmato da 10 scienziati. Il 5 settembre, poi, la prima delle cosiddette leggi razziali col primo decreto che fissava “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” mentre è di due giorni dopo, il 7 settembre, il testo che fissava “Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri”.

I sommersi e i tollerati a metà

Il 6 ottobre 1938 il Gran consiglio stabilisce i criteri per cui una persona si può considerare di razza ebraica (nel 1939 fu introdotta con un’integrazione la figura del cosiddetto ‘ebreo arianizzato’ verso il quale le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni): è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei; colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera; colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica; non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all' infuori della ebraica, alla data del 1 ottobre 1938 (anno XVI dell’era fascista).

Incroci e bastardi

Nella ‘Dichiarazione sulla razza’ il Gran consiglio del fascismo "stabilisce: a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane; b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza; c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno; d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero”.

I nemici invisibili del fascismo

Nel testo si giustificano le misure razziste nel seguente modo: si “ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato – in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica – unanimemente ostile al Fascismo. L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona. Il divieto d’entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri. Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d’ingresso nel Regno degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispensabile”.

Le poche eccezioni ammesse

Dal 6 ottobre 1938 per tutti gli ebrei italiani vengono stabilite una serie di limitazioni personali e professionali, anche se alcune categorie vengono trattate diversamente. Come sui legge nella ‘Dichiarazione sulla razza’, infatti, “nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengano a:

1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;

4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;

5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;

6) famiglie dei Fascisti iscritti al Partito negli anni ’19-20-21-22 e nel secondo semestre del ’24 e famiglie di legionari fiumani; 7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione”.

Spogliati di tutto

Per tutti gli altri, però, le discriminazioni sono tante e l’atto infame è compiuto in maniera definitiva: gli ebrei “non potranno: a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista; b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone; c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno; d) prestare servizio militare in pace e in guerra. L’esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti. Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:

1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;

2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;

3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;

4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l’istituzione di scuole medie per ebrei”.

Inoltre il Gran consiglio decide che non saranno espulsi gli ebrei stranieri over 65 anni e chi ha contratto un “matrimonio misto italiano” prima del 1 ottobre 1938.

“Vadano in Etiopia”

Nella ‘Dichiarazione sulla razza’ viene anche affrontato un capitolo che riguarda l’immigrazione di ebrei in Etiopia. “Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere – si legge nel testo – anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia”. Infine il Gran consiglio “prende atto con soddisfazione che il Ministro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno”.

Un Paese ufficialmente razzista

Il 6 ottobre 1938 è una data che fa da spartiacque, prima e dopo. L’Italia civile e quella razzista. In quella data, infatti, il Gran consiglio del fascismo, rivolgendosi nelle considerazioni finali alle camice nere, “mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri”. L’Italia è ufficialmente razzista.

Trasformò la voce di John Lennon in quella del "Dalai Lama che canta su una montagna", come gli aveva chiesto di fare per 'Tomorrow never knows' il fondatore dei Beatles, del cui successo è stato l'Efesto, colui che, come il Dio greco del fuoco che forgiava i metalli, ne costruiva il timbro ineguagliabile delle canzoni.

All'età di 72 anni è morto Geoff Emerick, ingegnere del suono del quartetto di Liverpool, e poi degli Ultravox, di Kate Bush, Elvis Costello, Art Garfunkel, Split Enz e Judy Garland. Emerick, riporta il Guardian, cominciò a lavorare come assistente al suono nei primi anni Sessanta, quando aveva 15 anni.

È del 1963 l'incontro con i Beatles, che tre anni dopo lo vollero alla guida del suono di 'Revolver', uno dei capolavori del gruppo, album psichedelico, canzoni da 'trip' Lsd, il simbolo della rivoluzione musicale compiuta nel rock e nel pop. "Fu una sorpresa, ero terrorizzato da una responsabilità enorme ma accettai", raccontò Emerick in un'intervista.

Vinse la sfida, e restò a lungo con i Beatles, tranne una breve parentesi durante l'incisione di "White Album", dovuta, spiegò, alla "atmosfera tesa" negli studi. Lennon e McCartney, però, si resero conto che non potevano fare a meno di lui, e ritornò a Abbey Road (e all'album omonimo), dove, tra l'altro, lavorò al missaggio Sgt. Pepper'. Conquistò un Grammy con uno degli album del solo McCartney, 'Band on run'.

La fucina di Geoff Emerick ha trasformato l'incisione in studio di un album in un vero e proprio strumento musicale.

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