Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Il destino di Montalbano è conservato in un cassetto di una scrivania appartenuta a Elvira Sellerio, l’editrice che ha creduto in Andrea Camilleri e scomparsa nel 2010. Cinque anni prima, in un momento di fremente ispirazione, lo scrittore siciliano ebbe l’illuminazione per la fine del suo personaggio più riuscito e più amato. 

Sappiamo di questa consegna perché fu lo stesso Camilleri, in un incontro del 2017, durante la manifestazione culturale Più libri, più liberi, a raccontare l’aneddoto al direttore di Radio 3, Marino Sinibaldi. Lo scrittore commentò la voce che da qualche anno e che voleva le preziose pagine conservate all’interno di una cassaforte. Come si trattasse di una gemma preziosa o di un tesoro inestimabile. E a pensarci bene, non sarebbe stato così strano. Il valore culturale di quel racconto è impossiibile da quantificare. E le copie che venderà saranno tantissime.

Il valore affettivo, però, superava qualsiasi altra stima economica. Per questo Camilleri volle affidarlo a quella che non era solo la sua editrice, ma quasi una sorella. Elvira Sellerio, con cui scambiava pareri, esperienze, consigli e ricordi.

Di quell’ultima opera sappiamo anche il titolo: Riccardino. E sappiamo anche che quella consegnata non è la copia definitiva. Il testo è stato rivisto e modificato. Non negli elementi essenziali ma nella forma, nello stile. Un lavoro di editing per migliorare quello che fu “scritto di getto seguendo la soluzione che mi piaceva”. 

Sempre nel 2017, durante un’ospitata a Carta Bianca, il programma condotto da Bianca Berlinguer, Camilleri regalò ai suoi fan anche qualche altro dettaglio sulla fine del Commissario. Innanzitutto nessuna autopsia: “Montalbano non morirà, ma non potrà più sbucare da nessuna altra parte. Se ne andrà, sparirà senza morire”. La sua paura allora non era la morte ma l’alzheimer. Pensava di non riuscire più a inventare storie, cosa che invece fece fino alla fine.

In una intervista a La Stampa, nel 2005, Camilleri anticipava altri elementi del manoscritto che sarebbe diventato Riccardino: “Il fatto che Montalbano – a differenza di altri personaggi seriali, come Sherlock Holmes o Maigret – invecchia, partecipa alla vita di tutti i giorni, mi rende sempre più difficile stargli dietro. Così ho deciso di scrivere il romanzo finale. Mi è venuta l’idea e non me la sono fatta scappare. Ma non è che finisce sparato o va in pensione o si sposa Livia, come piacerebbe ai lettori: ci voleva una trovata alla Montalbano per fargli abbandonare la scena. Anche se non è detto che questo libro uscirà subito, magari se mi viene ne pubblico prima qualche altro, o magari uscirà postumo. Nelle pagine che sto scrivendo c’è uno scontro continuo fra me e il personaggio. Montalbano si lamenta sempre, – sono vecchio, sono vecchio…-. Non è vero niente, gli rispondo, è che ti sei rotto le palle!”.

La Gioconda ha traslocato. Il capolavoro di Leonardo ha lasciato la stanza del Louvre in cui ha dimorato dal 2005, la Salle des États, per soggiornare nella Galerie Médicis. È qui che da oggi fino a ottobre i visitatori potranno contemplare il suo enigmatico sorriso, mentre la sala viene completamente rinnovata. In realtà i lavori nella Salle des États sono iniziati a gennaio, ma fino ad ora i restauratori sono stati  in grado di girare intorno al capolavoro vinciamo. Fino a ieri.

Ma cosa significa spostare anche se di poche decine di metri e all’interno dello stesso complesso un’opera di inestimabile valore come la Monna Lisa? “È un’operazione molto difficile ma non più complessa rispetto al trasloco di un altro capolavoro”., spiega alla BBC Catriona Pearson, dirigente del settore esposizioni dell’Ashmolean Museum dell’università di Oxford. “Il rischio non cambia a seconda del valore, spostiamo gli oggetti artistici sempre allo stesso modo: facendo molta, molta attenzione”.  E sebbene il direttore del Louvre Jean-Luc Martinez abbia detto all’agenzia France Presse che le due distano appena 100 passi, il rischio c’è sempre.

Il più grande, ad esempio, è costituito dagli avventori del museo. Ecco perché nel famoso museo parigino i trasferimenti si fanno la notte o la sera tardi, dopo la chiusura.

Il secondo rischio riguarda la “passeggiata”: prima di spostare un quadro i lavoratori fanno una camminata di prova con in mano una cornice di legno grande quanto l’opera. “Questo è quello che si fa soprattutto con le opere di grandi dimensioni, se non si è certi spostare il quadro senza toccare porte e spigoli”, ha spiegato la Pearson. Le persone incaricate del trasferimento possono così prendere le misure, provare e riprovare e individuare quale sia il tragitto migliore da fare il capolavoro in mano.

Diverso è trasferire un’opera d’arte all’estero. “È molto più complicato”, spiega l’esperta. “I rischi sono molti. Bisogna essere assolutamente certi che il quadro sia stato imballato alla perfezione; scegliere – quando si può – il mezzo migliore; lasciare acclimatare la tela una volta giunta sul posto.

La Gioconda ha mai viaggiato all’estero?

Sì, ma solo di recente. L’ultima nel 1974 quando fu esposta prima in Russia e poi in Giappone. Circa 11 anni prima era volata fino alla Galleria Nazionale di Washington DC’ e al Metropolitan Museum of Art – Met – di New York. Nel 1911 la tela fu rubata da Vincenzo Peruggia, un ex dipendente del Louvre che aveva montato la teca che proteggeva la Monna Lisa e che quindi sapeva bene come smontarla. La tenne nascosta per quasi due anni, con lo scopo di restituirla all’Italia, poi riapparve a Firenze. 

“Oggi non ho paura di niente, neanche della morte, con cui ho un buon rapporto, diciamo che ci rispettiamo… Nel momento della nascita, che non hai voluto e ti è stata imposta, ti danno il ticket in cui c’è tutta la tua vita, anche la morte. Accogliere la morte come un atto dovuto è saggezza”. In un’intervista concessa a Radio Capital un mese fa, Andrea Camilleri parlava così del suo rapporto con la morte.

“Non ho rimpianti – ha raccontato a Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto a ‘Circo Massimo’ – ho avuto una vita fortunata, ho fatto sempre quello che volevo, mi sono guadagnato il pane facendo quello che mi piaceva fare, sono felice di avere pronipoti e felice di aver vissuto”.

E quando gli è stato chiesto del ricordo più bello, non ha avuto dubbi: “Il giorno in cui sono sposato. Passai una notte infame – ha aggiunto – metà di me diceva vestiti, prendi un treno e scappa, l’altra metà diceva – cretino, nessuno ti sta obbligando, è una tua libera scelta -“.

“C’era stata una premessa: la mia futura moglie mi aveva detto di non farmi fare il vestito per il matrimonio dal solito sarto perché mi faceva delle spalle strettissime; io, invece, me lo feci fare comunque. Quando indossai quella giacchetta, mi sentii morire perché il sarto aveva superato sé stesso, avevo delle spalle infantili. Mi presentai davanti alla mia futura moglie che mi disse – Vedi che spalle strette hai? – e io mi levai la giacca, gliela sbattei in faccia e le dissi – sposati uno con le spalle larghe -. Lei avanzò di un passo e mi diede uno schiaffo”.

“Mio padre a momenti cadeva svenuto per terra – ha aggiunto – dopodiché ci guardammo negli occhi, cominciammo a ridere, e la risata ci continuò per tutto il giorno. Fu il giorno più allegro della mia vita, con incidenti incredibili, soprattutto quando mia moglie sbagliò la mano e mise l’anello al dito del prete. E oggi – ha concluso Camilleri – posso dire di essere un uomo felice”. 

In altri momenti, come ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, affrontò il tema della morte raccontando alcune sue posizioni sui temi più complicati. Dall’eutanasia: “La vorrei quando sarà il momento”. All’assenza di un futuro post-vita terrena: “La morte non mi fa paura. Ma dopo non c’è niente. E niente di me resterà: sarò dimenticato, come sono stati dimenticati scrittori molto più grandi”. Su quest’ultima frase, per fortuna, possiamo dire che il suo destino da scrittore sarà ben diverso. Sarà difficile dimenticare un autore, uno scrittore, un intellettuale come Andrea Camilleri. 
 

Andrea Camilleri è morto. Lo scrittore, saggista, sceneggiatore e drammaturgo siciliano aveva 93 anni ed era ricoverato al Santo Spirito da alcune settimane per una insufficienza cardio-respiratoria. Il funerale sarà privato, ha fatto sapere la famiglia, per volontà dello scrittore.

Camilleri è stato un protagonista a tutto tondo della scena culturale di fine ‘900 e dei primi decenni del 2000. malgrado la forte connotazione siciliana, le sue opere hanno valicato i confini nazionali e hanno venduto oltre 30 milioni di copie in tutto il mondo con traduzioni in 120 lingue. 

Addio ad Andrea Camilleri, papà di Montalbano e narratore instancabile della sua Sicilia. pic.twitter.com/C6zc2BafyB

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi)
17 luglio 2019

Nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925,  Camilleri è stato una figura di grande rilievo nella letteratura italiana del 20esimo secolo e di questo inizio del 21esimo, un autore tradotto in almeno 30 lingue e che ha venduto oltre di 30 milioni di copie. Da quando è stato colpito da cecità a novant’anni, ha scritto i propri libri dettandoli alla sua assistente, Valentina Alfieri, “l’unica che sa scrivere nella lingua di Montalbano, anche se è abruzzese”.

Un grande uomo di cultura che ha educato alla lettura donne e uomini di tutto il mondo. Un grande italiano. Rip #Camilleri

— Matteo Renzi (@matteorenzi)
17 luglio 2019

Dopo una parentesi di vita in un collegio vescovile, dal quale venne espulso per aver lanciato uova contro un crocifisso, Camilleri cominciò a studiare al liceo classico per poi iscriversi nel 1944 alla facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, senza però conseguire la laurea.

“Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre”.
Addio Andrea #Camilleri, ci hai regalato l’amore per la lettura. pic.twitter.com/NrrqFcf9E0

— David Sassoli (@DavidSassoli)
17 luglio 2019

Nel 1949 venne ammesso all’Accademia di Arte drammatica ‘Silvio d’Amico’ e qui pose le basi per la sua carriera da regista e autore, sia per la televisione (famosi i polizieschi come Il Tenente Sheridan e il Commissario Maigret) che per il teatro (fu il primo a portare in Italia Samuel Beckett). Sposato dal 1957 con Rosetta Dello Siesto, ha avuto tre figlie: Andreina, Elisabetta e Mariolina.

;

I suoi più grandi successi di pubblico di questi anni sono legati senza alcun dubbio alla figura del Commissario Montalbano, da cui nasce la serie di romanzi e racconti composta a oggi da una quarantina di titoli. E dal 1999 la sua trasposizione televisiva realizzata dalla Rai con l’attore Luca Zingaretti, ex allievo di Camilleri all’Accademia d’arte drammatica, ha contribuito ad accrescere ancor di più il successo dello scrittore. Sembra che nel 2006 lo scrittore abbia consegnato all’editore Sellerio l’ultimo libro che conclude la storia di Montalbano, chiedendo che questo venisse pubblicato dopo la sua morte.

Tra i libri più venduti di Andrea Camilleri ricordiamo Un filo di fumo (1980), La stagione della caccia (1992), La forma dell’acqua (1994), Il birraio di Preston (1995), Il cane di terracotta (1996), La concessione del telefono (1998), La scomparsa di Patò (2000), Il re di Girgenti (2001), L’odore della notte (2001), La pazienza del ragno (2004), Un covo di vipere (2013), Donne (2014).

Molti romanzi scritti da Camilleri si caratterizzano per un linguaggio tra l’italiano e il dialetto siciliano, peculiarità che nacque quando assistette il padre morente. Lo scrittore gli raccontò una storia che avrebbe voluto pubblicare. un po’ in dialetto e un po’ in italiano, “come si parlava tra di noi”, e alla fine il padre gli consigliò di scriverla “come l’hai raccontata a me”. E Camilleri la scrisse nel libro “Il corso delle cose”, da allora quel modo di scrivere diventò uno dei tratti distintivi delle sue opere.

Nel 2019, con Km 123 e Il cuoco dell’Alcyon, Camilleri è rimasto molte settimane in cima alle classifiche dei libri più venduti in Italia. Sempre critico e impegnato civilmente, lo scrittore aveva attaccato solo qualche prima del ricovero il leader leghista Matteo Salvini dai microfoni di Radio Capital. “Non credo in Dio, ma vedere Salvini impugnare il rosario dà un senso di vomito” aveva detto, “E’ chiaro che tutto questo è strumentale fa parte della sua volgarità”. Il ministro dell’Interno aveva risposto sui social: “Scrivi che ti passa”.

 

È stato identificato il più antico Homo sapiens non africano: è greco e ha 210 mila anni, secondo uno studio pubblicato dalla rivista Nature. In sostanza, questa scoperta anticipa di oltre 150 mila anni l’arrivo della nostra specie in Europa. “Apidima 1“, come lo chiamano gli scienziati, è “più vecchio di qualsiasi altro esemplare di Homo sapiens trovato al di fuori dell’Africa”, dice Katerina Harvati dell’Università di Tubinga in Germania, coautrice del studio.

 

Pieni di Mussolini, anzi stracolmi, gli scaffali di storia e di memorialistica. Vuoto, stranamente vuoto era rimasto quello della narrativa. Finché Antonio Scurati ha opzionato il primo grande spazio con il romanzo ‘M. il figlio del secolo’, oltre 800 pagine e cinque anni di faccia a faccia con Benito Mussolini che gli hanno procurato, dice, “qualche piccolo squilibrio secondo il medico di base” ma soprattutto un Premio Strega lambito già due volte, nel 2009 e nel 2014. Al Ninfeo di Villa Giulia s’è trattato per Bompiani, gruppo editoriale Giunti, più di un trionfo che di una vittoria: 228 voti contro i remoti 127 del secondo classificato della cinquina.

‘M. il figlio del secolo’ abbraccia il periodo fra il ’19 e il ’24. Il duce parla a piazza San Sepolcro, a Milano, la mattina del 23 marzo 1919 davanti “a cento persone scarse” ma l’Italia uscita dalla Grande Guerra è “alluvionata da undici milioni di cadaveri”.

Perché ha scelto Mussolini?

“Non sono di quelli che ne ha mai subìto il fascino, neanche da ragazzo”, spiega Scurati all’Agi. “Anzi, faccio forse parte dell’ultima generazione che s’è formata nell’antifascismo. Ma l’impellenza di raccontare Mussolini m’è scattata un giorno mentre lavoravo al libro su Leone Ginzburg, ‘Il tempo migliore della nostra vita’”.

Scelta improvvisa o meditata?

“Una folgorazione”.

Non è curiosa l’assenza di Mussolini nella produzione narrativa italiana?

“C’era una sorta di interdetto implicito dovuto alla pregiudiziale antifascista su cui si fonda la Repubblica italiana. Pregiudiziale a mio giudizio sacrosanta, ma che inibiva i romanzieri da fare di Mussolini e del fascismo materia narrativa”.

Dopo il suo libro, che è il primo di un’annunciata trilogia, non sarà più così?

“Oggi alcuni leader politici ammiccano a Mussolini, ne rievocano frasi e atteggiamenti, per cui raccontarlo in questa fase è più doveroso ancora per non ricaderci”.

Lei dice: bisogna rifondare l’antifascismo. C’è una riproposizione del fascismo?

“Tra cent’anni fa e oggi ci sono moltissime differenze, a cominciare dalla quotidianità della violenza che contrassegnò gli albori del fascismo. Però siamo davanti a una soglia epocale che è nuovamente quella: gli italiani, e gli europei, devono scegliere tra la speranza progressista nella democrazia, nel senso civico, nella crescita culturale e gli spettri della paura che vigono dall’altro lato, con le relative tentazioni di consegnarsi a forme di dispotismo autoritario, di cecità, di obbedienza. È un bivio come cent’anni fa”.

Sembra quasi che lei, cinque anni fa, presentisse gli eventi.

“Nessuno scrittore apre un cantiere così vasto per inseguire la cronaca. Talvolta accade però che il suo progetto letterario vada in risonanza con l’attualità. Lo diceva Céline”.

Malgrado il nazismo.

“Un uomo pessimo senz’altro ma grandissimo scrittore. Diceva che gli scrittori sono come cani da slitta siberiani: fiutano il crepaccio nella tormenta a cento metri di distanza”.

Mussolini cosa fiutò?

“Figlio di un fabbro di una sperduta cittadina delle Romagne, fiutò il suo tempo e usò due armi: il bastone degli squadristi e il suo giornale. Non aveva idee né sentimenti veri, ma li simulava entrambi. Le sue erano tattiche, opinioni, opportunismo. Un uomo dalle mille maschere. Quella degli inizi, cui poi sostituirà quella dello statista e del padre della patria negli anni del regime”.

Quanto serve un romanzo per capire la storia?

“Molto perché cattura un pubblico più ampio e perché il fascismo, a scuola, è generalmente studiato male. Sono contento che tanti studenti universitari, ma pure liceali, mi abbiano espresso gratitudine e si siano appassionati grazie al libro alla storia del fascismo. Essendo anche un docente, sono fautore dell’alleanza tra le arti del racconto e i metodi didattici”.

Fra tante minute, intime storie anche in cinquina allo Strega, lei ha scelto la Storia maiuscola. E ha stravinto.

“Non credo a gerarchie narrative assolute. Ci sono capolavori contemporanei che, come ha insegnato Virginia Woolf, ruotano su una stanza. Ma la mia idea letteraria è quella del romanzo erede di un’epica, che parli di cambiamenti profondi e del destino dei popoli. Come lettore mi piacciono le vicende collettive. Perciò mi piace scriverle”.

Non si è stancato di Mussolini?

“Anzi. Non vedo l’ora di continuare la mia trilogia”.

Ha accantonato qualcosa per questo?

“No”.

Quante volte il duce, in cinque anni, le è apparso in sogno magari a biasimarla?

“Mai. A occhi aperti, di giorno, forse sì. Perché la letteratura è sempre un po’ così…”

Una specie di seduta spiritica?

“È un parlare con i morti”.

Il livello delle acque del lago di Hazar, situato nella provincia di Elazig, nell’est della Turchia, si abbassa e porta alla luce una città sommersa. Sembra una storia inventata, ma è tutto vero, con anche tour in barca che iniziano a nascere per portare i turisti a vedere parti di una cittadella fortificata, palazzi, torri, di un insediamento la cui nascita è datata a ben 4.000 anni fa, prima che a lasciare la propria impronta nella fossero i bizantini prima, poi i selgiuchidi nel 1200, e infine la dinastia ottomana. 

Diverse epoche la cui eredità emerge ora centimetro per centimetro, man mano che il livello delle acque si abbassa e che ha spinto l’amministrazione provinciale a chiedere riconoscimento e protezione da parte dell’Unesco.

Qualcuno la ha chiamata “la Atlantide dell’Oriente”, forse un’esagerazione, tuttavia l’emersione di una antica città dalle acque in ritirata di un grande lago, costituisce un evento raro e affascinante. Alcuni mesi fa un’equipe di 7 persone dell’agenzia per lo sviluppo del’area dell’Eufrate e della municipalità di Sivrice ha effettuato un’immersione in un punto del lago di Hazar conosciuto come “l’isola della chiesa”, in cui da tempo si parlava di uno scoglio sommerso con un campanile.

Appena sotto la superficie delle acque azzurre si sono trovati a nuotare in una città sommersa, le cui rovine stanno venendo alla luce man mano che il livello del lago si abbassa.

Un centro probabilmente importante dell’Anatolia orientale, dove bizantini, selgiuchidi e ottomani sono stati insediati per secoli; una teoria corroborata dalla presenza di torri di avvistamento sulle montagne attorno al lago.

Alcune torri ed edifici sono ormai visibili anche attraversando il lago in barca, tuttavia la parte più affascinante è destinata a rimanere sott’acqua e magari diventare meta di immersionisti, come spera ora l’amministrazione locale, intenzionata a sfruttare il potenziale della “Atlantide d’Oriente”.
 

È morto nella sua casa di Roma, Ugo Gregoretti, regista, autore tv e attore. Era nato il 28 settembre 1930 a Roma. Arguto e ironico osservatore di costume, Gregoretti aveva esordito sul piccolo schermo con ‘La Sicilia del Gattopardo’ nel 1960, documentario he gli valse il Prix Italia. In Rai realizzò poi lavori televisivi di grande successo, in cui univa ironia, sperimentalismo e grande cultura: da ‘Controfagotto’ del 1961, a ‘Il Circolo Pickwick’ del 1968, dalle serie parodistiche Romanzo popolare italiano del 1975 e ‘Uova fatali’ del 1977, all’omaggio a Zavattini scrittore del 1982, dall’inchiesta Sottotraccia nel 1991 dedicata all’Italia seminascosta, a ‘Lezioni di design’ nel 2001, trasmissione che presentava oggetti notevoli di design ed i relativi autori e che fu insignita nel 2001 del Premio Compasso d’oro.

Fu anche regista cinematografico tra cui spiccano l’apologo fantascientifico ‘Omicron’ del 1963 e, lo stesso anno, ‘Ro.Go.Pa.G., film del 1963 diviso in quattro episodi, il cui titolo è una sigla che identifica i registi dei quattro segmenti: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. 

Sempre impegnato politicamente – nel 1970 aderì al Partito Comunista Italiano, rimanendo poi sempre legato all’area politica della Sinistra italiana anche negli anni successivi al suo scioglimento – realizzò due importanti documentari sulle proteste degli operai alla fine degli anni ’60: ‘Apollon, una fabbrica occupata’ nel 1969 e ‘Contratto’ nel 1971.

Si è misurato anche come regista lirico, mettendo in scena tra l’altro una memorabile edizione de ‘L’italiana in Algeri’ nel 1976, mentre nel 1998 ha messo in scena ‘Purgatorio 98’, una versione rivisitata e ‘contaminata’ del Purgatorio di Dante in cui ha fatto uso anche del dialetto napoletano.

Nel 2009 ha ricevuto il Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, quale “giornalista, autore teatrale e televisivo, regista, attore, sempre uomo d’alto impegno intellettuale e civile”, e nel 2010 il Nastro d’argento alla carriera, mentre nel 2016 viene insignito del titolo di socio onorario del Rotary Club di Benevento.

Nel 2006 ha pubblicato la sua autobiografia ‘Finale aperto’, riedita nel 2012 con il titolo ‘La storia sono io (con finale aperto)’ di cui al Bif&st annuncio’ 4 anni fa di voler fare un film a basso costo: “Sarà il ritratto di un perfetto cialtrone, la mappa esatta delle mia cialtroneria congenita e inguaribile”, racconto’.

Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo Premio Strega. Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente, e dall’alto dei suoi 228 voti può quasi spernacchiare gli altri candidati e la malasorte, persino la cabala visto che ha sfanculato il detto: non c’è due senza tre.

Scuro in volto – nomen, omen – manco avesse perso pure stavolta, per la terza volta, tradiva la tensione cumulata in un decennio di mancate vittorie, più che in una serata di trionfo. E quando il commentatore al ninfeo s’è lasciato andare all’infelice battuta: andiamo a contare per quanti voti stavolta ha perso, il vaffa mentale s’è sentito aleggiare, con le corna di leoniana memoria di rinforzo, prima d’essere affogato nel bottiglione dello Strega.

Scurati, quindi. Unica sorpresa della serata l’ottima Cibrario, che ha scavalcato Marco Missiroli sul podio. Le altre candidate alla finale, Claudia Durastanti e Nadia Terranova, a chiudere la cinquina e fare presenza, come detto. Non ha certo giovato, a Missiroli, la presenza di una seconda candidata Einaudi che ha scisso i voti dell’editore, alla faccia d’ogni buon senso e belle lettere.

Scurati, dunque. Bel volumone il suo M, pure questo s’è detto. Se dovesse portare a dama quanto promesso, alla fine della trilogia Il figlio del secolo avrebbe in corpo oltre duemila pagine. Un’enciclopedia (ri)fondativa dell’antifascismo, più che un romanzone. C’è pure un mezzo indice dei nomi, come ogni saggio che si rispetti, e non disperiamo che sia completo alla fine dell’opera.

Un romanzo-documentario, romanzo-saggio (rosaggio?) che riapre la stagione del grande romanzo storico all’italiana, come nelle corde dell’autore, forte di prove quali Il rumore sordo della battaglia e Una storia romantica, come pure del piazzamento della Cibrario, anch’essa con una bella storia risorgimentale.

Romanzo storico dove d’inventato non c’è nulla e, anzi, proprio l’essere romanzo permette di traversare le mille pieghe della storia in ogni sfaccettatura. In questo la penna di Scurati è impagabile. La sua capacità di raccogliere, con la testimonianza, l’humus del tempo, notevole. Basti il passaggio finale, quello di un Mussolini solo e vincente sullo scranno di presidente del Consiglio, quando all’indomani dell’omicidio Matteotti mira quel che rimane del parlamentarismo che sta per essere spazzato via dal suo regime, a chiusura del primo volume.

“Guardali, ascoltali, non capiscono cosa stia accadendo. Né gli uni né gli altri. Non capiscono che cosa gli sto facendo. Continueranno a combattere, da una parte e dall’altra, senza sapere che abitano già una casa di morti. I nostri, i fascisti in camicia nera con i teschi ricamati in bianco, la abitano da sempre, gli altri, cresciuti per secoli nel rispetto dell’essenza umana, non la conoscono. Si aggirano a tentoni, tremanti, nella notte della pianura immensa, senza nemmeno potersi accodare all’istinto della lotta. Non capiscono, non capiscono…. Gattini ciechi avviluppati in un sacco. Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è struggente la cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io”.

Il figlio del secolo è questo: un animale che fiuta il suo tempo ed è capace di dominarlo. Gran prosa innestata in un’abilità narrativa e ricostruttiva di primissimo livello. Un’opera se vogliamo monca a paragone dell’altre che pure ha stracciato ma che s’è beccata lo Strega, anomalia italiana come la presenza di due candidati dello stesso editore in finale. Resta, col plauso, un rimpianto e un augurio. Se anziché partire da Piazza San Sepolcro, nel ‘19, e finire a Montecitorio nel ‘24 – e poi via via, fino alla fine dell’uomo e del regime – Scurati avesse scritto della fanciullezza e giovinezza, insomma di quanto più noto e leggendario che conosciuto sul fondatore del fascismo, il suo enciclopedico duce e i suoi lettori ne avrebbero guadagnato.

L’augurio, invece, è di evitare le secche dell’antifascismo. Che il suo figlio del secolo diventi bandiera di un rinnovato antifascismo, di maniera e d’opposto conformismo, a celare il nullismo presente. Primo perché di scrittori pseudo progressisti e politicamente adagiati sull’onda di piena del buonismo di genere – quella che cavalcano Grete e capitane Carole per intendersi – non se ne può più. Poi perché il tempo, questo tempo, e la democrazia sono già altro, e niente può deviare l’onda della storia quando si fa piena. Tantomeno un ottimo romanzo, o rosaggio che dir si voglia.

“Dedico la vittoria ai nostri nonni e ai nostri padri, che furono prima sedotti e poi oppressi dal fascismo, soprattutto quelli che tra loro trovarono il coraggio di combatterlo armi alla mano. Vorrei dedicare il premio anche ai nostri figli, con l’auspicio che non debbano tornare a vivere quello che abbiamo vissuto cent’anni fa, in modo particolar e a mia figlia Lucia”.

Esprime così la propria soddisfazione, “emozionato e sudato”, lo scrittore Antonio Scurati, l’autore di M. Il figlio del secolo, nel corso della notte che lo proclamato vincitore di quest’edizione dello Strega, la LXXIII per numero progressivo. “Previsto e confermato”, scrive il Corriere della Sera. “Buona la terza. Ha aspettato cinque anni, due sconfitte, l’amarezza sul filo di un voto, per potersi finalmente scolare sul palco il liquore che addolcisce ogni tensione”, è l’incipit della cronaca della serata che si può leggere su la Repubblica.

A dieci anni dall’ultima sconfitta, Antonio Scurati domina il premio Strega con 101 voti di distacco dalla seconda arrivata, Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo. E siccome pur sempre di una competizione editoriale si tratta, con ricche ricadute sulle vendite dei libri, il quotidiano di via Solferino titola “Trionfa Scurati, perde Einaudi”, casa ditrice sabauda in gara con ben due autori: Marco Missiroli con Fedeltà (terzo posto) e Nadia Terranova con Addio fantasmi (Stile libero, ultima classificata).

E sul duello, scrive la Repubblica: “Per la finale i 660 giurati hanno avuto a disposizione un voto secco ed è subito stato chiaro che il romanzone sulle origini del fascismo di Scurati — un tomo di 840 pagine che si avvia a diventare una serie tv e che ha all’attivo 180 mila copie — avrebbe vinto a mani basse. Per la scuderia Giunti è la prima vittoria allo Strega. Quello che non si era mai visto è un duello nelle retrovie, una guerra fratricida per il secondo posto, con sfidanti interni allo stesso gruppo editoriale mondadoriano: Cibrario, che è stata fin dall’inizio molto sostenuta dai voti dei 20 Istituti italiani di cultura all’estero (in tutto 200), dai lettori forti e dalle biblioteche (60 voti) e Missiroli, forte tra gli Amici della Domenica, la giuria storica del premio formata da 400 personalità del mondo della cultura (tra cui siedono giornalisti, intellettuali, editori e molti scrittori”).

Si legge invece sul Corriere: “Nei giorni scorsi il prudente Scurati aveva preferito raccontare l’avvicinamento alla tappa finale: ‘Non è la mia prima volta allo Strega, è la prima volta che ho partecipato al tour: un percorso faticoso, una purificazione dalle esperienze del passato quando ero più giovane, più teso, forse ambizioso. Stavolta mi sono avvicinato alla proclamazione con animo sereno. Mi sono riconciliato con il Premio, mentre negli anni passati lo avevo sofferto’”. 

Annota ancora la cronista del quotidiano milanese: Scurati è “talmente emozionato che, dopo essersi attaccato alla fatidica bottiglia di liquore, è sceso dal palco senza dire una parola. E lo scrittore Sandro Veronesi, ex vincitore dello stesso Premio, gli ha urlato dalla platea: ‘Piangi! Almeno piangi!’”

Di Antonio Scurati si ricorda un’intervista a il manifesto pubblicata sull’edizione cartacea il 23 aprile scorso in cui lo scrittore affermava che “dare voce. Mussolini serve a liberarci di lui”. “Soprattutto significa fare i conti con il rimosso della coscienza collettiva, il fascismo come una delle matrici dell’identità nazionale e farlo attraverso una nuova narrazione popolare e inclusiva, secondo la vocazione della forma romanzo. Mi ha spinto la convinzione che, dopo la caduta storica della pregiudiziale antifascista, un romanzo su Mussolini fosse possibile e, quindi, necessario proprio per rinnovare le ragioni dell’antifascismo”.

Da poco uscito in libreria, M. Il figlio del secolo aveva ricevuto una poderosa stroncatura sulle colonne del Corriere della Sera da parte dello storico Ernesto Galli della Loggia, che gli rimproverava alcuni errori di nomi, date e citazioni e di avere “ritoccato la storia” con il suo romanzo. A propria volta lo scrittore aveva preso carta e penna e replicato allo storico dicendo che “raccontare è arte, non scienza esatta”. Ne è nata così una breve querelle, nella quale si erano infilate anche le annotazioni di Pierluigi Battista, e alla quale Galli della Loggia aveva poi scritto nuovamente, chiudendo definitivamente l’argomento, ma non prima d’aver affermato che “la licenza creativa non autorizza a tradire la verità della storia”.

Scurati ha annunciato che scriverà il seguito di ‘M’, che tratterà il ventennio fascista.

Flag Counter