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Il museo del design che Milano attendeva da anni sta per diventare realtà: l’inaugurazione alla Triennale è prevista per l’8 aprile, alla presenza del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, proprio all’inizio della settimana più “internazionale” dell’anno a Milano, quella in cui si celebra la creatività con il Salone del Mobile da un lato e le iniziative “fuori salone” dall’altro.

In una intervista all’Agi, il presidente Stefano Boeri rivendica il ruolo della Triennale, che offre con le sue mostre e, ora, anche il museo, “una bellissima immagine di Milano al mondo”. La sede principale del museo sarà al palazzo dell’Arte, la storica sede della Triennale progettata da Giovanni Muzio all’inizio degli anni Trenta e da allora punto di riferimento milanese per l’architettura e il disegno industriale. 

 

(Stefano Boeri, foto Gianluca Di Ioia)

Come sarà la partenza del museo?   

“Innanzitutto parte, e sono molto contento di poterlo confermare. Parte con un primo episodio, che copre una parte di storia del design italiano. La scelta del direttore Joseph Grima è stata quella di lavorare su un periodo, di selezionare gli oggetti più rappresentativi della storia del design italiano fra il 1948 e il 1982, quindi dal rilancio del dopoguerra fino all’anno in cui entra in scena Memphis ( il collettivo di Ettore Sottsass che rappresenta un punto di rottura della storia del design italiano e milanese, ndr), cioè una corrente totalmente nuova. Questo primo episodio, insomma, racconterà gli anni d’oro del design italiano”.

Dopo questo primo episodio, come crescerà il museo del design?

“Abbiamo già un progetto molto ambizioso e condiviso con il ministero, che ci permetterà di ampliare sia gli spazi di archiviazione, allestimento ed esposizione che la collezione, in collaborazione con altri soggetti come Adi e Confindustria. Tutto avverrà attorno alla Triennale, per ribadire che è questa la casa del design italiano, ma non c’è ancora una tempistica precisa. Dobbiamo andare avanti senza fermarci: c’è già l’ impegno economico esplicitato dal ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli (si parla di 10 milioni, ndr), e da subito pensiamo di aprire una grande consultazione di idee su come disegnare questo nuovo spazio”.

L’inaugurazione del museo avviene il giorno prima dell’inizio del Salone del Mobile: qual è il legame fra i due eventi?

“È importantissimo. C’è un dato importante: il Salone del mobile è di proprietà di Federlegno, che è da poco entrato nel cda della Triennale, come soggetto privato con una quota importante e contribuisce ormai in modo forte anche al progetto Triennale in senso lato. Questa è una bellissima notizia: da qualche mese abbiamo il Salone, attraverso Federlegno, dentro la Triennale che a questo punto diventa un ponte fra le due realtà che costituiscono il miracolo del Salone, quella della Fiera e quella del ‘fuori salone’, a loro modo così straordinariamente complementari e così tutte e due necessarie a fare del Salone di Milano un fenomeno mondiale”.  

È passato più di un mese dall’inaugurazione di Broken Nature, la Ventiduesima Triennale dedicata all’ambiente e curata da Paola Antonelli. Come sta andando?

“Benissimo: i numeri sono veramente eccellenti come visitatori e come risposta. È straordinario, e anche se non voglio fare paragoni con gli anni scorsi perché non sarebbe giusto visto che le situazioni erano diverse, mi piace veramente dire che la Triennale che si presenta ai 300 o 400 mila visitatori dei Saloni è all’altezza del ruolo che deve avere, di altissimo profilo in tutti i suoi aspetti: nella parte sul design, in quella dell’architettura, dell’urbanistica, della grafica, dell’arte. La 22/ma Triennale, con tutta la varietà di esposizioni e autori, il museo con la forza dei suoi oggetti e delle icone, be’, offrono davvero una bellissima immagine della Triennale e quindi di Milano al mondo, e ne siamo contentissimi”.  

In verità non fu affatto uno scherzo. Né un pesce quel 1 aprile del 1927, che diede i natali a uno dei grandi della letteratura mondiale, quel Milan Kundera che oggi compie 90 anni meglio conosciuto per quel suo capolavoro, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, pubblicato in Italia da Adelphi nel 1984. Un titolo enigmatico, ma al tempo stesso riuscitissimo, che probabilmente decreto anche il successo stesso del libro. Nella sua diffusione e conoscenza, con decine e decine di adattamenti e imitazioni sulla stessa falsariga (dai titoli dei giornali a quelli delle riviste e dei settimanali).

Novant’anni sono una bella età, ma dov’è finito lo scrittore ceco? Dove vive o dove si nasconde? Personalità e personaggio per lo più schivo è scomparso dai radar da parecchi anni. La sua ultima intervista televisiva risale all’84 ed in forma scritta all’86. Prima dell’”Insostenibile leggerezza” aveva pubblicato quattro libri, il primo (“Lo scherzo”) nel 1967, e successivamente a quello altri cinque, l’ultimo nel 2013 (“La Festa dell’insignificanza, tanto per non dare nell’occhio. Molti anche i saggi, le raccolte di racconti e di poesie, drammaturgie, scritti vari e adattamenti per il cinema e la tv. Un carnet ricco di fascino, premi, riconoscimenti a cui manca forse quello più ambito pr uno scrittore: il Nobel per la letteratura che non gli è mai stato riconosciuto.

Kundera vive a Parigi, come ci racconta La Stampa, dove divide le sue giornate “con la moglie Vera, nel Quartiere Latino, e continua a pubblicare libri, ma solo in francese”. Di sicuro riservato, schivo, tuttavia non si nasconde affatto, tanto che può capitare persino di incontrarlo a passeggio per i centro di Parigi “a braccetto con Vera, l’inseparabile moglie”, intorno alla rue du Cherche-Midi, dove vivono, nel sesto arrondissement. Insieme sono anche fuggiti dall’allora comunista Cecoslovacchia e dalla sua capitale, Praga”, nel 1975, sette anni dopo la “primavera di Dubcek”, per approdare subito in Francia, a Parigi, con la conseguenza che il governo del Paese d’origine lo privò della nazionalità nel 1978.

Ma la Francia, Paese accogliente, gli diede tre anni dopo quella francese, grazie a un gesto magnanime dell’allora Presidente Francoise Mitterrand, non appena si insediò all’Eliseo. Kundera per riconoscenza ha imparato la lingua in modo esemplare cosicché “dal 1993 scrive addirittura i suoi libri” nella lingua del Paese che l’ha accolto e integrato. Mentre Praga “mise al bando in suoi libri nel 1970” e venne allontanato dalla Scuola di cinema dove insegnava sopravvivendo all’emarginazione e all’esilio “facendo oroscopi sotto pseudonimo in riviste per ragazzi”. “E, visto che sapeva suonare il pianoforte, venne ingaggiato in un’orchestra che si esibiva nelle taverne di una regione mineraria”.

Nato a Brno, il padre Ludvick fu un grande pianista allievo del compositore Janàcek. Osserva La Stampa: “Ebbene, solo nel marzo 2018 nella Repubblica Ceca è uscito per la prima volta un suo libro da quel lontano 1970. Ma Milan e Vera, che vi sono ritornati l’ultima volta 22 anni fa, hanno ricevuto a casa loro nel novembre scorso Andrej Babis, premier ceco, in visita a Parigi”. Il quale  vorrebbe tanto restituirgli la sua vera nazionalità.

La notorietà di Milan Kundera, ricorda Beniamino Placido in un articolo pubblicato da la Repubblica nel 2002, si ebbe in Italia grazie a Roberto D’Agostino, scopritore di tenedenze e stili di vita, successivamente giornalista, blogger e fondatore del sito Dagospia il 22 maggio del 2000, personaggio televisivo. Racconta Placido: “Un giorno si presentò (o riuscì a farsi presentare) a Renzo Arbore con in mano l’ ultimo libro di Milan Kundera (1984) che aveva un titolo piuttosto intrigante: ‘L’insostenibile leggerezza dell’ essere’. Era stato da poco tradotto in italiano, ma non sembrava dovesse ottenere un grande successo. Sempre con quel libro fra le mani confidò a Renzo Arbore che aspirava a recitare con lui, a teatro o nel cinema. O meglio ancora in televisione. Dovunque fosse, perché sentiva il bisogno di mettersi una cornice intorno. Giacché ‘abbiamo tutti bisogno di essere incorniciati. E’ la cornice che fa l’uomo’. ‘Per recitare che cosa?’ chiese Arbore. ‘Ma questo, naturalmente’. ‘Come, tutto questo libro?’. ‘Ma no, solo il titolo. Non ti pare geniale? Non ti pare che basti?’. Così cominciò in “Quelli della notte” il tormentone dell’“Insostenibile leggerezza dell’essere” che incorniciava ogni sera la presenza di D’ Agostino. Il quale non cedette mai alla tentazione di spiegare (o di tentare di spiegare) l’insostenibile enigmaticità di quel titolo.

“Sembra passato un secolo – ha scritto Nanni Delbecchi sabato su Il Fatto – da quando, grazie a Renzo Arbore e Roberto D’Agostino, ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’ di Milan Kundera godé di un lancio mediatico senza precedenti e lo scrittore ceco, sia pure sulla fiducia di Quelli della notte, divenne quasi una pop-star. Sembra passato un secolo, ma in realtà è passato un millennio; ere geologiche in cui si parlava di libri che non fossero quelli di Vespa o di Renzi, di buoni libri e autentici scrittori, in Tv, sui giornali e perfino al caffè”. Oggi Kundera compie novant’anni, “da maestro riconosciuto del romanzo-saggio e del postmoderno”.

Dopo la fine della Grande Guerra, l’11 novembre 1918, gli italiani hanno aspettato il primo aprile 1919 per poter tornare ad inviare liberamente telegrammi, lettere, cartoline e pacchi all’interno del Regno. Una stringente censura postale era in vigore dal 23 maggio 1915, il giorno precedente l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria.

Un provvedimento restrittivo molto sentito, che ha avuto ripercussioni dirette sul quotidiano degli italiani: i telegrammi – gli sms dell’epoca – erano il principale strumento di comunicazione veloce per la gente comune così come tra gli Stati. 

La fine progressiva della censura

Con una disposizione datata venerdì 21 marzo 1919, il ministero dell’Interno dispose che “col 1° aprile sia abolita la censura sui telegrammi circolanti nell’interno del Regno, esclusi quelli diretti alla zona di guerra o provenienti da essa. In conseguenza, con tale data saranno soppressi anche gli speciali uffici di censura telegrafica interna, istituiti presso le prefetture e sottoprefetture del Regno”. Così recitava il provvedimento pubblicato successivamente sulla Gazzetta Ufficiale e sul Bollettino del Ministero delle Poste e dei Telegrafi, specificando tutte le disposizioni del servizio.

In effetti, l’Unione Postale Universale (UPU) vietava la censura in assenza di conflitti militari. Anche la convenzione di Ginevra non ammetteva la censura della corrispondenza di un paese che non fosse ufficialmente conquistato e militarmente occupato.

Tuttavia rimasse ancora in vigore la censura sui telegrammi da e per i territori dell’Italia settentrionale che continuavano ad essere definiti “zone di guerre”, precisamente nelle provincie di Udine, Belluno, Brescia, Padova, Mantova, Sondrio, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza. A queste si aggiungevano le zone confinanti del Trentino Alto Adige con l’Austria, e nei confini settentrionali e negli orientali con la nuova nazione in formazione del Regno dei Serbi – Croati – Sloveni sulla linea stabilita dalla conferenza di pace di Versailles. In parte di questi territori la censura venne soppressa dal governo Nitti nel mese di luglio 1919, nell’intento di normalizzare il clima postbellico.

Ugualmente fino al 1920 non fu possibile ricevere ed inviare liberamente telegrammi all’estero, che continuarono ad essere spediti agli uffici di censura speciali di Milano, Genova e Roma.

Cosa significava la censura su telegrammi e corrispondenza

Nel Novecento venne convenuto a livello internazionale che in tempo di guerra era possibile, in deroga alle normative postali sull’inviolabilità degli scritti e regolamentata dall’Unione Postale Universale, procedere alla censura sistematica e ufficiale della corrispondenza. Significava cancellare nomi oppure trattenere gli scritti non autorizzati che non sarebbero mai arrivati ai destinatari.

Le comunicazioni sottoposte a censura non concernevano solo gli oggetti postali ma ovviamente tutti i possibili canali che potevano trasmettere notizie, compreso pacchi, vaglia, telegrammi, telefoni, radio.

Nello specifico, i telegrammi sia civili che militari erano controllati sia alla partenza che all’arrivo; nel primo caso all’interno della trasmissione era inserito nelle indicazioni d’ufficio la parola ‘Vistato’ oppure alla stazione telegrafica d’arrivo sul modulo già compilato e prima della chiusura e la sigillatura era applicato il bollo personale del censore che firmava il modulo.

Durante la Prima Guerra mondiale lo sforzo censorio era rivolto soprattutto ad evitare diserzioni e disfattismo, o casi di resa al nemico dei combattenti, fatta nella speranza che la prigionia fosse meglio del fronte dove si rischiava la pelle. Nei documenti d’archivio della Grande Guerra si trovano anche prove di richiami ai parenti da parte dei militari a moderare le espressioni per “non passare guai”.

Proprio per salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche inconsapevolmente e danneggiare la collettività, il 23 Maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria, con Regio Decreto venne istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici statali o militari. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare. 

L’importanza del telegramma

Al livello mondiale per la prima volta venne inviato da Samuel Morse il 24 maggio 1844, coprendo la distanza da Washington a Baltimora. Il messaggio conteneva una citazione biblica dal libro dei Numeri: What hath God wrought! (“Che cosa Dio ha creato!”). 

In Italia il primo telegramma venne spedito nel 1869 da Bari a Modugno. Nel 1880 fu introdotto il modello 30, adeguandosi alle norme internazionali, sostanzialmente uguale al precedente Mod. 41: un foglio ripiegabile in modo da consentirne la chiusura, che avveniva  con sigilli ufficiali gommati di vario tipo e con timbro a secco applicato sul modulo.

Uno strumento potente che fu parte integrante di questa pagina di storia del Novecento,  che ha veicolato messaggi da spy story decifrati dai servizi segreti e d’informazione, oltre ad essere considerato un canale di propagazione di alcune ideologie. Oltre ad annunci di decessi e lieti eventi, telegrammi e corrispondenza in tempi di guerra hanno veicolato una narrazione del basso di quanto stava accadendo sul fronte e a chi era rimasto a casa.

Al lato pratico, per inviare un telegramma a quei tempi il mittente si recava in uno dei centinaia di uffici telegrafici sparsi su tutto il territorio nazionale, compilava l’apposito modulo con nome, cognome, dettagli del destinatario e testo. Il messaggio veniva trasmesso tramite telegrafo elettrico grazie a un sistema strutturato con linee adeguate e apparati ricetrasmittenti dislocati in modo capillare ai quattro angoli del Paese. 

Si poteva spedire un telegramma anche dagli uffici postali che non erano attrezzati telegraficamente, facendo inviare il testo scritto su apposito modulo all’ufficio telegrafico più vicino in busta aperta raccomandata e con etichetta rosa di servizio. Il dovuto era pagato con francobolli applicati al modulo inviato per la trasmissione e annullati dall’ufficio di partenza.

Procedura inversa era usata se il destinatario era residente in località sprovvista di telegrafo; dalla stazione telegrafica ricevente vicina al destinatario, il testo captato era inviato con una raccomandata a lui diretta; dopo qualche tempo il modulo postale fu inviato con il servizio espresso.

La trasmissione era effettuata col sistema Morse appunto tramite telegrafo elettrico. Le comunicazioni su grandi distanze erano possibili grazie ai cavi sottomarini che sin dal 1873 correvano dall’Europa all’Egitto, con un collegamento che transitava da Brindisi. Successivamente vennero posate linee che attraversarono l’Oceano Atlantico per il collegamento con le Americhe: nei primissimi anni ’20 il cavo ad opera dell’Italcable fu steso tra l’Italia e l’Argentina, partendo da Anzio (Roma) passando per Barcellona, Malaga, Le Canarie , Capo Verde, Rio de Janeiro, Montevideo e Buenos Aires. Successivamente, il 16 Marzo 1925, fu inaugurato il collegamento tra Roma e New York passando dalle isole Azzorre.

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Boschi della Maremma. Due ragazzi vengono ritrovati dopo settimane di prigionia. Ma al carabiniere semplice Fabio Meda non importa. Così come non gliene frega niente della caccia a quello che i media hanno iniziato a chiamare l’Orco di Velianova. Anzi, più a lungo l’Orco spadroneggia in quell’immenso mare verde fatto di alberi e silenzio, più lui può lucrare accompagnando turisti del macabro e facendo loro da cicerone della morte. 

Si intitola “Il Confine” (Marsilio, 303 pagg. 17 euro) il secondo romanzo dello sceneggiatore Giorgio Glaviano, uscito il 21 marzo nella collana Farfalle. 

Una storia cruda, palpitante, coinvolgente in cui si esplorano gli abissi delle ossessioni umane. Il protagonista, Fabio Meda deve ripagare un debito. Ne ha contratti decine con la vita, solo che stavolta si tratta di salvare la sua ex moglie. Deve trovare tanti soldi e subito ed è disposto a tutto, anche a varcare l’ennesimo confine. Ma sarà l’incontro con la bellissima e sfuggente bulgara Nevena a rimescolare le carte. Meda sarà costretto a indagare sull’Orco. Un’indagine non autorizzata, solitaria e pericolosa. Perché non soltanto si ritroverà contro il mostro che rapisce e uccide ragazzi, ma anche l’eroico capitano Rio e poi lo strozzino che lo tiene sotto scacco e infine la potente famiglia degli Arduino.

Se non bastasse, Meda ha anche un altro nemico: se stesso. È affetto da dipendenza sessuale, una malattia che da due anni lo costringe a umiliarsi e che lo ha precipitato in un abisso dal quale non riesce più a riemergere. Meda ha attraversato molti confini cui la maggior parte degli esseri umani non osa nemmeno avvicinarsi, ma sarà quest’ultimo quello che decreterà la sua fine. O, forse, la sua rinascita. “Il Confine”, visto il carattere così originale del suo protagonista, ha già attirato l’interesse dei produttori per farne un film o una serie. 

“La prima adunata dei fasci di combattimento, strombazzata per settimane dal Popolo d’Italia come un appuntamento fatidico, era stata fissata al Teatro dal Verme, capace di 2000 posti. Ma la vasta platea è stata disdetta”.

“Tra la grandezza del deserto e la piccola vergogna, abbiamo preferito la seconda. Abbiamo ripiegato su questa sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali. È qui che dovrei parlare”.

“Tra quattro pareti tappezzate di un triste verde lago, affacciato sul nulla di una grigia piazzetta parrocchiale… piazza del San Sepolcro”.

“Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire”.

È il 23 marzo del 1919, cent’anni fa, e la voce e le parole sono quelle di Benito Mussolini per come gliele restituisce lo scrittore Antonio Scurati nel suo romanzo storico “M, il figlio del secolo” uscito per Bompiani lo scorso settembre e oggi candidato al Premio Strega.

È anche l’incipit del libro, in cui l’ardimentoso Mussolini appare come un uomo dubbioso, combattuto sulle scelte da operare.

Per prima cosa deve subito ripiegare, e rinunciare all’ampiezza della sala per evitare la brutta figura di una scena con numerose sedie vuote. Non se lo può permettere.

Eppure “sarà un un’adunata importantissima” recita il comunicato pubblicato dallo stesso giornale il 2 marzo.

Non un partito, ma un movimento

L’invito viene replicato anche il giorno 9 e questa volta viene anche motivato l’obiettivo, che è chiaro: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno i fasci di combattimento contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”.

Due modi diversi ma al tempo stesso speculari di essere contro l’innovazione e la modernizzazione. Luddisti del presente e del futuro.

Tuttavia, l’indomani mattina di quel 23 marzo il quotidiano diretto dallo stesso Mussolini, annuncia che l’iniziativa ha riscosso un enorme successo e che le adesioni ai fasci fioccano e crescono a vista d’occhio.

In realtà, come rievocano Indro Montanelli e Mario Cervi ne “L’Italia del Novecento” (Rizzoli) e “come risulta da un rapporto della polizia, i convenuti a quella cerimonia di battesimo (…) non furono più di trecento, anche se poi l’onore di avervi partecipato fu rivendicato da parecchie migliaia di persone che in qualche modo riuscirono a farselo riconoscere”.

Un primo vezzo di trasformismo. E poi per tutti i vent’anni successivi tutta l’Italia viene costretta a festeggiare solennemente quella ricorrenza. Insomma, a dirla tutta inizialmente la vicenda dei fasci parte come un mezzo fiasco.

I fasci però non sono un partito, bensì il tentativo di dare una spinta ad un “movimento” con una chiara impronta antipartito, anche in polemica con il Partito socialista dal quale Mussolini è stato espulso cinque anni prima.

Quindi, nelle intenzioni, quello dei Fasci è per lo più uno “stato d’animo” che si prefigge di rompere gli schemi della politica tradizionale per dar vita ad una organizzazione di “ardimentosi” in grado di compiere la rivoluzione che deve portare alla nascita di una “nuova Italia”, per come la intende quel che sarà il futuro Duce del Paese.

Ma l’Italia di quel momento è una nazione appena uscita dalla guerra (novembre 1918), vincitrice ma in ginocchio, provata, con milioni di morti sulla coscienza, tanto che chi porta la divisa in quel momento viene considerato un reietto e un complice dello sfacelo del Paese. Viene evitato se non, addirittura, malmenato.

Ciò che acutizza il disagio e l’isolamento degli uomini ritornati dal fronte e che la Sinistra del tempo non sa cogliere. Acuendo la frattura tra i Paese e il suo ceto medio.

“Perché dovrei parlare a questi uomini?” dice tra sé il Mussolini cui lo scrittore Scurati restituisce la voce nelle sue pagine “stregate” e ieratiche dal forte fascino narrativo.

E lo stesso Mussolini si risponde: “È gente che prende la vita d’assalto come un commando. Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati dai colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, gli oziosi, i genialoidi, i piccolo borghesi (…), lo so, li vedo qui davanti a me, li conosco a memoria: sono gli uomini della guerra”.

In quel frangente Benito Mussolini, che il 23 marzo dà vita ai fasci di combattimento, nucleo originario e fondativo del futuro Partito Nazionale Fascista nel novembre del 21, ha dietro a sé due date uguali e al tempo stesso distanti.

La prima è il 24 novembre del ’17 – con la più grande disfatta militare di tutti i tempi che è stata Caporetto, “un esercito di un milione di soldati distrutto in una settimana”.

La seconda il 24 novembre del ’14, il giorno della sua cacciata dal Partito socialista con gli operai di cui fino al giorno prima è stato idolo e faro che si combattono a vicenda pur di prenderlo a cazzotti.

La sindrome del “piccolo borghese imbestialito”

Le elezioni politiche del 16 novembre 1919 sono per il fascismo un vero disastro. “Nella circoscrizione di Milano – ricordano Montanelli e Cervi nel loro libro – su 270 mila voti la lista capeggiata da Mussolini non ne raccolse neanche cinquemila. (…) I socialisti, che avevano riportato un clamoroso successo assicurandosi ben 156 seggi mentre 100 erano andati ai popolari di Don Sturzo, celebrarono i funerali di Mussolini portandone in giro la bara”.

Così Mussolini per allargare e rafforzare il proprio seguito apre le porte a chi più ne ha più ne metta, cioè “a tutt’altra estrazione sociale e ideologica: studenti, ex-combattenti delle ultime leve desiderosi di perpetuare ‘l’avventura’, scampoli della piccola e media borghesia benpensante e conservatrice che invece vedevano nel fascismo la ‘diga’ contro la sovversione, e una crescente falange di spostati in cerca di torbido in cui pescare”, si legge ne L’Italia del Novecento.

E nel largo quanto vago “movimento” messo su da Mussolini ognuno può starci e interpretarlo come meglio gli può convenire.

Mussolini stesso, complice e anche consapevole. Un ricambio di sangue in parte provocato e in parte accettato. Un’impalcatura che poi si fa regime.

Agli inizi del ’20, Mussolini dice di poter contare su 88 fasci e 20 mila iscritti ai suoi ordini. Una forza per lo più modesta, visto anche il tonfo elettorale dell’anno precedente. I Fasci non sono un partito né sembra desiderino diventarlo.

Si chiamano “movimento” dove ognuno si muove a modo suo “sotto la spinta propulsiva di qualche ras locale” e sotto una ferrea direzione e centralizzata popolar-populista molto buona per le adunate.

La leadership fiuta l’istinto del “piccolo borghese imbestialito” e ne fa leva contro tutto e tutti, in particolare “contro i socialisti, che di ritorno dalle trincee, lo avevano svillaneggiato e aggredito, ma anche contro i capitalisti ‘pescicani’ che avevano lucrato alle sue spalle, la Monarchia, la Chiesa, i partiti, la ‘politica’ in generale, insomma quello che oggi si chiama l’establishment”. O, se vogliamo, l’élite.

Gli italiani vengono di nuovo chiamati alle urne il 15 maggio 1921. E questa volta Mussolini registra un vistoso successo.

E’ durata poche ore la nuova opera dello street-artist TvBoy. Durate la notte ignoti hanno sfregiato “Il Gatto e la Volpe”, realizzato a un anno esatto da “Amor Populi” – il murale che raffigura il bacio tra Luigi Di Maio tve Matteo Salvini – in vicolo della Torretta. 

Il murale, che arriva dopo la “Guerra dei Social”, richiama la celebre favola di Carlo Collodi. “Accade così che nel cuore della Capitale, il Gatto e la Volpe, che hanno le sembianze rispettivamente del ministro Di Maio e del vice premier Salvini, ingannino Pinocchio e lo spingano a candidarsi come Presidente del Paese dei Balocchi” scrivono i membri del collettivo.

L’opera, affissa a vicolo della Torretta, fa riferimento alle pesanti critiche ricevute dal premier Giuseppe Conte da parte del capogruppo dei Liberaldemocratici, Guy Verhofstadt, che lo scorso 12 febbraio, a Strasburgo, definì il presidente del consiglio italiano un “burattino” nelle mani di Salvini e Di Maio.  

Non è la prima volta che un’opera di TvBoy viene danneggiata o rubata, ma, si lege nella sua pagina Facebook, “Nessuno era mai stato cancellato con tanta solerzia”.

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“Noi ne abbiamo realizzati vari, e in tanti paesi diversi, molti su incarico, altri per personalità dello spettacolo internazionali e vip, alcuni anche molto più provocanti di quello di Salvini e Di Maio. Alcuni sono sopravvissuti, altri sono stati protetti dal furto e dal vandalismo dai proprietari dei muri che ne hanno compreso il loro valore artistico e comunicativo. Altri sono stati rubati da collezionisti di street art senza scrupoli ma ahimè questo forma parte del gioco e dell’effemerità dell’arte di strada. Nessuno era mai stato cancellato con tanta solerzia, quando invece vengono lasciate scritte offensive o disegni volgari”

Ma il Gatto e la Volpe non è l’unica provocazione di TvBoy. A via dei Pianellari “L’arte è per sempre”: un’opera ironica, che fa riferimento alla pronta cancellazione da parte dell’amministrazione comunale di tutte le opere di Tvboy: da “Amor Populi” fino a “Viva le buche, abbasso i murales”, le espressioni artistiche dello street artist, che oggi risiede a Barcellona, sono state tutte censurate.

Il terzo murale, affisso a Vicolo degli Osti, ritrae Papa Francesco che tiene sulle spalle un bambino mentre scrive la frase: “Stop Abuse”. “L’opera vuole essere un augurio alla risoluzione di una questione delicata e dolorosa, come quella degli abusi sessuali sui minori da parte di uomini della Chiesa, che per troppo tempo è stato un tabù e che Papa Francesco ha iniziato ad affrontare apertamente all’interno e all’esterno del Vaticano” dice l’artista.

Villa Adriana apre al pubblico alcune stanze segrete, mai mostrate prima. L’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este-Villae, diretto da Andrea Bruciati, inaugura dal 22 marzo un nuovo percorso di visita alla villa, svelando agli sguardi dei visitatori angoli nascosti e inedite prospettive del Serapeo, rimasto sinora inaccessibile per motivi di sicurezza.

Il complesso Canopo-Serapeo costituisce uno degli scenari più suggestivi e amati della Villa, palcoscenico e grande spazio per la rappresentazione del potere attraverso feste e banchetti spettacolari, arricchito da mirabolanti ed eccezionali, per l’epoca, giochi d’acqua. L’apertura di un nuovo percorso consente di entrare nei luoghi privilegiati e lussuosi frequentati da Adriano (117-138 d. C.) e di ammirare dall’alto la volta del Serapeo, nonché uno scorcio del tutto inusuale del Canopo. La prospettiva di visita media nuove conoscenze e  rappresentazioni della Villa, avvicinando lo sguardo dei contemporanei a quello dell’imperatore.

 “Se il Teatro Marittimo è la zona privata, intima e riservata di Villa Adriana – commenta il direttore,  Andrea Bruciati – il Serapeo è il cuore della mondanità. Entrare nel labirinto di ambienti, cunicoli e sottoscala, è in fondo come entrare nelle stanze del dio. Fino ad oggi il Serapeo ha sempre mostrato la sua facciata, offrendo di sé un’immagine bidimensionale, ora si coglie tutta la profondità, la sua organicità e complessità”. 

Apertura dal 22 marzo, con ingresso a gruppi contingentati, accompagnati dal personale di Coopculture con biglietto aggiuntivo. 

Informazioni e prenotazioni: 0774-382733, villa.adriana@coopculture.it

Quando si parla di cultura l’Italia rimane imbattibile. Almeno secondo il Cultural Influence Ranking 2019 stilato da Us News & World Report, in collaborazione con la società di consulenza Bav Group e la Wharton business school dell’università della Pennsylvania, che ci mette in cima alla graduatoria dei Paesi che esercitano la maggior influenza in termini di cultura. Francia e Spagna, i cugini mediterranei, inseguono e completano il podio.

Arte, intrattenimento e moda: così l’Italia fa ancora tendenza

L’Italia è ancora di tendenza, questo il messaggio che arriva dalla classifica appena pubblicata. I sette parametri presi in considerazione – intrattenimento, moda, stile di vita spensierato, una cultura artistica capace di influenzare gli altri, di essere moderna, prestigiosa e trendy, e quindi di attrarre – certificano che l’Italia non patisce la concorrenza altrui. Già lo scorso anno, infatti, eravamo in cima alla lista.

Most cultural influence, 2019.

1. Italy
2. France
3. Spain
4. United States
5. United Kingdom
6. Japan
7. Brazil
8. Australia
9. Switzerland
10. Sweden
11. Germany
12. Canada
13. Netherlands
14. Greece
15. Singapore

(US News & World Report)

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— The Spectator Index (@spectatorindex)
18 marzo 2019

Ma in che cosa si traduce una cultura influente? Secondo Us News significa essere “sinonimo di buon cibo, moda e vita semplice”, dettare legge sul mercato grazie a “prodotti che hanno quel ‘non so cosa’ che li fa vendere un po’ più facilmente”, produrre “musica, televisione e film che vengono assorbiti da altre culture diventando parte di una più ampia conversazione globale”. Nel caso italiano, però, a pesare è soprattutto la tradizione artistica: un’eredità millenaria che si traduce in un po’ le caratteristiche sopra elencate.

Le (solite) dolenti note

Prendete una delle infinite bellezze storiche sparse sui nostri 300 mila chilometri quadrati di superficie, metteteci una coppia di innamorati a bordo di una moto che scorrazza spensierata, o immaginateli seduti a tavola, intenti a godersi il panorama: il cliché della “bella vita” all’italiana, un’immagine da cartolina che fa ancora breccia nei cuori di molti. Di tendenza, cioè, fuori dai confini nazionali, anche se forse non rispecchia la vita di molti connazionali: le classifiche che guardano agli affari interni, pubblicate dagli stessi autori, raccontano infatti una storia un po’ diversa.

In quella complessiva dei migliori Paesi del mondo l’Italia scivola al 18esimo posto, che diventa 19esimo se si guarda a “diritti umani, ambiente, distribuzione del potere politico, uguaglianza di genere e libertà religiosa”. In quella della qualità della vita siamo 22esimi, dietro la Cina e appena sopra la Corea del Sud; in quella che prende in considerazione aspetti economici – “burocrazia, costo della produzione, sistema fiscale, corruzione, trasparenza nelle pratiche governative – precipitiamo addirittura in 46esima posizione

La mafia nigeriana, un oscuro traffico internazionale di diamanti, una giornalista atipica, provvista di “killer instinct” e fiuto da segugio, una Roma mai così decadente, melmosa e inquietante, con corriere dell’Ascia nera chiamato “Bambino”. Sono i segni distintivi de “Il Meticcio”, il nuovo romanzo di Federica Fantozzi, appena uscito per i tipi di Marsilio. Un caso a sé, quello di Fantozzi, che unisce atmosfere da intrigo internazionale, a tratti degne di un film di James Bond, con elementi presi dall’attualità, compresi il capolarato, il terrorismo, la criminalità organizzata. Il che si spiega anche con il fatto che l’autrice è, di suo, una giornalista. Con il “Meticcio” è alla seconda puntata di una trilogia inaugurata con “Il Logista”, che due anni fa fece molto parlare di sé.

“Nei miei libri non c’è una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia”, spiega Fantozzi all’Agi. “Nemmeno io so cosa succederà alla fine del capitolo che sto scrivendo. Ad un certo punto, è un’immagine ad accendere la luce nella mia mente e a far partire il libro: una scena, un personaggio, un’azione. Nel “Logista” era l’assalto di un commando terrorista ad un resort delle Maldive: uno Zodiac nero, le sagome affusolate dei sub, l’acqua scura della notte. Nel “Meticcio” tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”.

Ne “Il Logista” lo sfondo era la minaccia del terrorismo internazionale, la paura molto contemporanea del terrore “all’angolo della strada”, vedi alla voce Bataclan. Questa volta ci racconti una storia molto oscura legata alla minaccia crescente della mafia nigeriana. “Mi intriga il nemico che salutiamo tutti i giorni senza riconoscerlo”, spiega Federica. “Il lupo travestito da agnello, lo specchio in cui rifiutiamo di riconoscerci. Il male non è lontano e avulso da noi: si insinua, cresce e si nutre della nostra indifferenza e delle nostre paure ad affrontare i cambiamenti della realtà”. 

 Nel “Meticcio” uno dei protagonisti è la città di Roma, ritratta in maniera inusuale, ben lontana da quella della “Grande bellezza”: una Roma è decadente, più brutta che bella, melmosa e oscura. E’ una scelta consapevole? “Sì e no”, risponde Fantozzi. “Dopo aver letto le prime bozze del “Logista” un’amica mi disse: non vogliamo proprio metterci qualcosa di carino su Roma?  Solo lì mi resi punto di come avevo ritratto la mia città: sporca, triste, ma soprattutto rassegnata. Usciamo di casa e zigzaghiamo tra le buche, ci tappiamo il naso per la puzza di monnezza, occhieggiamo cauti i gabbiani voraci. E il clima impazzito, che ricopre il Tevere di alghe tropicali, non giova”.

 “Il Meticcio” è un libro in cui si parla anche molto di giornalismo. Amalia Pinter, la protagonista del libro, è una cronista, ma le difficoltà sul suo lavoro crescono ogni giorno di più. Come spiega l’autrice, c’è stanchezza di fronte alla crisi crescente della carta stampata: “E’ una delle cicatrici che Amalia si porta addosso in questo secondo romanzo: la fine delle illusioni. Il suo piccolo “quotidiano corsaro” perde copie e senza pubblicità annaspa. Gli editori, remote entità con sede a Montecarlo, si rivelano uguali a tutti gli altri e inclini ai “tagli lineari”. Il caporedattore, un buon diavolo che viene dalla gavetta vera, si vede costretto alle marchette, travestite da “attenzione al lifestyle”, ed è sperduto. I cronisti si ritrovano catapultati in un mondo di cocktail, eventi mondani e fiere canine in cui trovare sponsor affinché la nave non affondi. Amalia prova rabbia e amarezza, anche se la partecipazione a un’asta di pietre preziose in cui viene venduto un rarissimo diamante rosso risulterà determinante per l’indagine in cui è coinvolta”.   

Federica Fantozzi

Uno dei personaggi più affascinati del romanzo è un corriere dell’Ascia Nera soprannominato Bambino, spiega la scrittrice. “E’ un personaggio che si è guadagnato uno spazio ben oltre le mie intenzioni. Era nato come secondario e marginale: uno dei tanti corrieri dell’Ascia Nera, spedito attraverso i continenti con un incarico. Al punto che non gli avevo dato un nome ma solo un soprannome. Era ispirato dagli africani che incontriamo a ogni angolo: diamolo loro una moneta oppure no, ma non li guardiamo mai in faccia. Invece Bambino, sgomitando, ha preteso attenzione, raccontandoci una storia per niente banale. E’ una preda o un cacciatore? Un ragazzo disperato o il detentore di un segreto pericoloso? Comunque vada, in qualche modo alla fine sarà lui a vincere”.

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