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Tosca è “meravigliosa”, incredibile”, “un’opera bellissima”. A giudicare dagli applausi che l’hanno salutata, per ben 16 minuti, convince tutto dell’opera di Giacomo Puccini che questa sera ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala di Milano, con la direzione del maestro Riccardo Chailly, la regia di Davide Livermore e la voce di una star che si riconferma amatissima, nonché di casa al Piermarini, Anna Netrebko, sul palco in perfetta sintonia con Francesco Meli e Luca Salsi (Saioa Hernàndez ci sarà nelle repliche di gennaio).

Qualche incertezza è stata rilevata solo sui social nel canto della super star russa, un’opinione non condivisa però dagli scaligeri. Dopo tre ore volate via, il sipario è calato accompagnato da un lancio infinito di fiori e da questi sedici lunghissimi applausi. Si può senza dubbio dire che questa è una delle opere più applaudite degli ultimi 20 anni: bisogna andare dietro al 7 dicembre 1996 con la rappresentazione dell’Armide diretta da Riccardo Muti, che sbancò con 20 minuti di applausi. 

Tra gli entusiasti di questa Tosca anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella che nel secondo intervallo è andato personalmente a rendere omaggio al maestro Chailly e alle maestranze, dicendo che gli era “piaciuto tutto”, che “la messa in scena è straordinaria, capace di innovare rispettando la partitura”. “Ogni anno sempre meglio” ha detto.

Mattarella ama la Scala e la Scala ama Mattarella: al suo ingresso nel palco Reale c’è stata una vera standing ovation e oltre 4 minuti di applausi riservati solo a lui, presente per il secondo anno consecutivo. Anche alla fine, dopo che gli ultimi battimani rivolti al palcoscenico si sono spenti, qualcuno dalla platea si è girato verso il Palco Reale, dove Mattarella ancora sorrideva al sipario ormai chiuso, accanto alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: ha gridato “Viva il presidente”, ed è seguita un’altra allegra manifestazione di entusiasmo e applausi.

“Puccini richiede un allestimento scenico complicato” ha osservato Chailly dialogando con Mattarella, ma le soddisfazioni sono tante, permette “una levitazione dello spirito”. Sono piaciuti in particolare gli otto nuovi passaggi recuperati dalla versione originale del 1900, “si tratta di otto elementi musicali a sorpresa – ha spiegato il maestro – sono ‘inserti’ che hanno richiesto l’intervento di un pensiero registico nuovo e diverso a Davide Livermore, molto delicato”.

Il pubblico è rimasto colpito dalla regia “cinematografica” del regista: il quadro di Caravadossi, quello che scatena la gelosia di Tosca che sarà all’origine di tanta sofferenza e morte, è un video che si colora e si scolora, gira per il palcoscenico, si alza e si abbassa mentre il Te Deum della fine del primo atto è maestoso e barocco, ricorda quasi una regia zeffirelliana. Anche il finale è di grande effetto, con la Tosca alternata a una controfigura che si sottrae alla cattura elevandosi, anzichè gettandosi dall’alto come al solito.

Molti sono stati i momenti di entusiasmo con applausi a scena aperta: il “Vissi d’arte e d’amore” della soprano Anna Netrebko, prima di tutto, poi anche il “E lucean le stelle” del tenore Francesco Meli. Grande successo anche per il baritono Luca Salsi che interpreta Scarpia, accolto da ovazioni alle uscite in proscenio.

È stata l’ultima “prima” del sovrintendente Alexander Pereira, in partenza per il maggio fiorentino dopo 5 anni alla Scala. “Abbiamo fatto bella musica e ne abbiamo dato prova anche stasera perché questo è stato uno dei piu’ bei successi che abbiamo potuto fare”, ha detto. Il suo successore Dominique Meyer è “felicissimo”: “È tutto come me lo aspettavo”, ha detto sorridendo.

Tosca, l’opera di Giacomo Puccini che aprirà la stagione del Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre, piace già, prima ancora di andare in scena. Almeno a vedere la corsa al botteghino. La vendita dei biglietti per la serata inaugurale è stata aperta il 4 ottobre e quello stesso giorno sono andati esauriti tutti, ma proprio tutti i biglietti: quelli da 50 euro per un posto in galleria e quelli da 2.500 euro per una poltrona in platea. Stesso discorso per le repliche: la vendita dei biglietti è iniziata e si è conclusa martedì 15 ottobre con il sold out per le repliche di dicembre e poco settimane dopo, il 30 novembre sono terminati anche i biglietti per le tre date di gennaio.

Il parterre degli ospiti per la serata di Sant’Ambrogio è come sempre prestigiosissimo e per il secondo anno consecutivo ha confermato la sua presenza il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con lui nel palco Reale assisterà all’Opera anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ad accoglierli ci saranno certamente il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente della Regione Attilio Fontana con il padrone di casa, Alexander Pereira alla sua ultima Prima (dal 16 dicembre trasloca al Maggio Fiorentino) e il suo successore già designato, Dominique Meyer, in arrivo dall’Opera di Vienna.​

L’attesa è tanta per questa Tosca, sarà che è un’opera più ‘facile’ rispetto all’Attila di Giuseppe Verdi con il quale si aprì il sipario sulla stagione l’anno scorso. E sarà anche che andare alla Scala, soprattutto alla Prima è un evento che tutti vorrebbero vivere una volta nella vita.

Questo è quanto hanno detto molti dei giovani che, il 4 dicembre, hanno assistito alla “Primina per gli under 30”. Sono loro che hanno potuto vedere in anteprima la Tosca diretta dal maestro Riccardo Chailly, messa in scena del regista Davide Livermore, con le voci di Anna Netrebko, Francesco Meli e Luca Salsi (e Saioa Hernàndez a gennaio). Erano entusiasti, ed elegantissimi. Hanno riempito il teatro: sono andati tutti esauriti i 1.895 posti disponibili. 

Come sarà la Tosca di Livermore

La violenza contro le donne, i soprusi e le torture, ci sono nell’opera di Giacomo Puccini ma soprattutto in scena c’è “una capolavoro”. Il regista Davide Livermore riporta l’attenzione su questo, sull’arte, invita ad accantonare la cronaca ammettendo che quella della Tosca “è una storia senza tempo, spero non valga anche per il futuro ma certo per la contemporaneità sì” vale, eccome.  

Per le scene c’è Giò Forma, arricchite dai video di D-wok e illuminate da Antonio Castro, e da Gianluca Falaschi per i costumi. Quella che si ascolterà alla Scala sarà una Tosca con diversi recuperi filologici secondo la partitura della prima assoluta di Roma come documentata nell’edizione critica a cura di Roger Parker per Ricordi, e presenterà alcune significative differenze rispetto all’edizione che siamo abituati ad ascoltare.

“Ci sono otto passaggi che non conosciamo – spiega Chailly – si tratta di otto elementi musicali a sorpresa, sono ‘inserti’ che hanno richiesto l’intervento di un pensiero registico nuovo e diverso a Davide Livermore, molto delicato”. Per adesso, a pochi giorni dalla Prima il maestro è “soddisfatto” dopo la prova generale, anche se “ci sono piccoli passaggi perfettibili”. L’orchestra e gli artisti sono di prim’ordine. E ci tiene a sottolineare che “in Puccini non esistono piccoli ruoli, sono tutti fondamentali, di assoluto peso interpretativo”.

Per Livermore, che dopo il debutto scaligero con Tamerlano di Handel ha già collaborato con Chailly per Don Pasquale di Donizetti e Attila di Verdi per l’inaugurazione della scorsa Stagione, portare in scena la versione con i nuovi inserti, “è stata una grande occasione per fare teatro, e trovare soluzioni. La scala ha la responsabilità di restituire alle persone una musica che non è stata ascoltata o lo è stata poco. Il mio lavoro è fare un viaggio nella partitura e seguire i luoghi dell’anima. Ma il più grande regista è proprio Giacomo Puccini, basta seguire le indicazioni che lui ha dato, aveva già anticipato un fluire di della narrazione e dell’azione con un’anima cinematografica”.

Non a caso Chailly aveva detto che “Giacomo Puccini è un po’ il figlioccio di Verdi”. La decisione della Rai di trasmettere la ‘prima’ in diretta sulla prima rete, con la produzione di Rai Cultura, è confermata anche per il 2019, proseguendo una collaborazione inaugurata da Paolo Grassi il 7 dicembre 1976 per Otello di Verdi con la direzione di Carlos Kleiber e la regia di Franco Zeffirelli.

Da allora la Rai e il Teatro alla Scala hanno collaborato per far conoscere sempre meglio agli italiani lo straordinario patrimonio del melodramma. Come ogni anno la Rai curera’ anche le dirette presso il Carcere di San Vittore, in diversi teatri italiani e nei cinema di tutto il mondo.

La registrazione del 7 dicembre sarà inoltre trasmessa in differita televisiva, in data da definire, da RSI in Svizzera, da NHK in Giappone, da Il Media nella Repubblica di Corea e da TV Kultura in Russia. Per quanto riguarda la diffusione cinematografica, l’opera sarà trasmessa in diretta in Italia, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Polonia, Norvegia e Finlandia, e in differita in Australia e Sud America.

È un libro a diciotto mani “La ragazza di Roma Nord” il nuovo romanzo di Federico Moccia che arriverà nelle librerie il 5 dicembre, a due anni dall’ultima fatica, “Tre volte te”, del cantore dell’amore pischello. Le sedici mani che hanno coadiuvato quelle dominanti e trainanti di Moccia, meritandosi anche il nome in copertina, sono quelle di sei donne e due uomini dai 18 ai 62 anni, Antonietta Cantiello, Fabio Castano, Federica Costabile, Loredana Costantini, Giacomo Carlo Lisi, Rebecca Puliti, Noemi Scagliarini, Michela Zanarella, coinvolti in un inedito contest letterario.

Qualche malalingua sui social ha insinuato che era a corto di idee…

“Le otto creazioni scelte compongono solo 32 delle 350 pagine del mio romanzo. Da anni durante le mie presentazioni i lettori mi propongono di leggere i loro racconti, i loro romanzi nel cassetto o mi chiedono come diventare scrittori, ho pensato di dar loro una chance, coinvolgendoli nel mio nuovo romanzo”.

Oggi, a 56 anni è uno scrittore da milioni di copie, ma le difficoltà degli esordienti lei le conosce bene, avendole sperimentate sulla sua pelle.  Il suo “Tre metri sopra il cielo” poi successo planetario, all’inizio se lo è dovuto pubblicare da solo.

“Ora è tradotto in tutte il mondo, ma esordire è complicato. Così nel luglio scorso insieme alla mia casa editrice SEM abbiamo  lanciato un esperimento narrativo, denominato “Il cantiere delle storie” dove ho chiesto ai miei  lettori di contribuire direttamente alla scrittura del mio  nuovo romanzo, con un piccolo testo creativo”.

Hanno risposto in tanti, tutti pischelli aspiranti scrittori?

“Sono arrivati oltre mille contributi, fra racconti, poesie e testi, da tutta Italia e mica solo ragazzini. Laura Costantini ha 62 anni e ha scritto un testo sul carpe diem, Fabio Castano, un trentenne di Gallarate ha raccontato un grande amore senile. Sono entrate nel romanzo, insieme ai loro autori”.

Gli otto autori fanno parte della storia?

“L’espediente letterario è quello di farli vivere come dei personaggi che incontrano  il protagonista, facendogli ascoltare le loro poesie o i loro racconti. Come quello di Rebecca Puliti, che ha 18 anni ed è la più giovane del gruppo: ha scritto “17 minuti” e propone al protagonista 17 suoi pensieri scanditi cronologicamente”.

Chi è il protagonista  e qual è la storia? Titolo e lucchetto in copertina ci indicano  che non si allontana da ponte Milvio e dintorni.

“Il protagonista è Simone, un ventenne romano che viaggia in treno da Napoli verso Verona dove si è trasferita Sara, la sua ragazza, per uno stage sul vino. Ha deciso di farle una sorpresa romantica nel giorno del loro primo anniversario. A Roma però sale sul treno una ragazza, i due chiacchierano, si piacciono, la sintonia cresce, ma visto che lui è impegnato decidono che non si sveleranno i loro nomi né alcuna informazione utile a rintracciarsi. Lei sarà la ragazza di Roma Nord, lui Argo. A Verona però lui scoprirà che la sua fidanzata l’ha già dimenticato con un altro, e deciso a rintracciare la ragazza di Roma nord, si installerà alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, dov’è scesa, sperando di rincontrarla prima o poi. La stazione diventa la sua nuova casa, la sua storia finisce sui giornali e sui social, lo avvicinano in tanti compresi gli otto scrittori che hanno vinto il concorso narrativo…”.

Nella quarta di copertina ha messo anche il decalogo delle ragazze di Roma Nord, che si esprimono, ci fa sapere, a colpi di “adoro” e “top”.  Dopo 15 anni da cantore di quel mondo giovanile come lo sta vedendo cambiare, è diventato un tutt’uno con lo smartphone, in mano al suo protagonista fin dall’incipit?

“Ma i ragazzi sanno gestire gli smartphone meglio di noi adulti: hanno imparato a non essere schiavi della tecnologia come noi ma a renderla semmai, la loro schiava”.

Lei com’è messo? Al protagonista fa dire che “ci sono due categorie di persone che meriterebbero la galera, quelli che leggono subito il tuo messaggio ma non rispondono come se avessero sempre qualcosa di sensazionale da fare e quelli che neutralizzano le spunte blu”, è un suo sfogo personale?

“In effetti sì, non sopporto quelli che strategicamente ti rispondono ore e ore dopo. E guardi che quelli che hanno davvero grandi responsabilità professionalità e grandi incarichi sono quelli che rispondono subito. Comunque non sono tra quelli sempre incollati allo smartphone, uso i social ma senza esserne ossessionato, vivo la tecnologia in modo ancora sano”.

Smartphone a parte i ragazzi li vede felici?

“Li vedo alla ricerca della loro libertà personale, ma credo che debbano ancora lavorare sui rapporti uomo-donna, sull’accettazione della fine dei rapporti sentimentali. E credo che questo sia un campo si debba intervenire precocemente, per evitare che la tragica lista dei femminicidi continui ad allungarsi”.

Intervenire come, con i giovani?

“Serve un’operazione di prevenzione culturale. Bisognerebbe introdurre nelle scuole una nuova materia scolastica, “l’educazione amorosa”. Basterebbe un’ora a settimana, un po’ come con l’ora di religione,  per far capire che il partner non si possiede e che ha la libertà di poter decretare la fine di un amore. Se gli adolescenti lo imparano e lo capiscono sui banchi di scuola, avremo meno adulti violenti”.

Lei si proporrebbe come docente?

“Mi piacerebbe moltissimo”.

Qual è l’età del sogno? Sempre, risponderebbe qualcuno che ama farlo a occhi aperti. In giovinezza, direbbe qualcun altro. Antonio Megalizzi aveva 29 anni e una forza oscura gli ha tolto la vita. Ma non ha spento il sogno. Paolo Borrometi ha 36 anni, qualcuno ha pensato che fosse facile togliergli la vita. E anche per lui vale la stessa regola: non si può spegnerne il sogno.

Non ho mai conosciuto Megalizzi, ma conosco l’autore di questo libro, Borrometi. Lavora al mio fianco, tutti i giorni, condivide con me e con i colleghi dell’Agenzia Agi un grande, unico, sogno: fare giornalismo, buon giornalismo. Era anche il sogno di Megalizzi. Generazioni diverse. Questa voce narrante ha 52 anni, Antonio ne aveva 29, Paolo ne ha 36… supereroi, cartoni, libri, film, famiglia, cultura, gioia, dolori, simboli, illusioni, delusioni. Storie diverse. Eppure in questa fabbrica del presente, in questo filo che si annoda nella quotidianità, un telaio dove non c’è Penelope, dove la nostra epica è fatta di piccole cose, il nostro Ulisse è svegliarsi la mattina con poche ore di sonno e dire “chi sa cosa succederà oggi”.

Ecco, in questo mondo continua a vibrare una fiammeggiante, inesorabile, puntuale verità: raccontare. Mai con la perfezione, sempre per difetto o per eccesso, ma con l’onestà dei fatti. Perché i fatti comandano, impongono una gerarchia, un ordine, un’agenda, una verità dalla quale non si scappa. “Il sogno di Antonio”, questo libro dedicato a Megalizzi, palpita con amore della biografia di Borrometi, una condivisione a distanza dell’esperienza della vita e della morte. Proprio come ha ricordato Papa Francesco, perché della morte bisogna parlare. Quando il 14 dicembre del 2018 a Strasburgo il cuore di Antonio Megalizzi ha smesso di battere, il suo sogno si è propagato da altre parti. C’è sempre chi raccoglie il testimone, chi assume su di sé il peso di guardare avanti. Senza proclami, senza bisogno di fanfare, con due cose povere, semplici, ma potentissime: carta e penna. Ecco perché questo libro che oggi presenteremo nella sede di “Civita”, Piazza Venezia 11 alle ore 17,30, con il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il Presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, il segretario UsigRai, Vittorio Di Trapani e la fidanzata di Antonio Megalizzi, Luana Moresco, è così importante.

“Il sogno di Antonio”, scritto da Paolo Borrometi, è una torcia accesa nel buio. Buona lettura.

Mario Sechi

 

Diritti umani e tecnologie nei paesi terzi*

di Antonio Megalizzi

3 settembre 2015

Marietje Schaake, europarlamentare olandese di Alde, ha proposto al Parlamento una risoluzione relativa all’impatto delle tecnologie dell’UE sui diritti umani dei paesi terzi.

Già in una conferenza relativa alla necessaria lotta politica per la libertà di Internet, datata un anno fa, la Schaake aveva puntato il dito contro gli Usa e i lo- ro eccessivi standard di sorveglianza, lamentando il dovuto coinvolgimento dell’Europa nel sostegno ad un sistema che tuteli le libertà del cittadino.

Considerando il sempre più importante impatto dei sistemi tecnologici sulla nostra quotidianità, viene naturale credere che siano le tecnologie il non-luogo nel quale vengono più spesso violati i diritti umani, come nel caso della sorveglianza di massa, le intercettazioni, la localizzazione dei cittadini e la loro attivi- tà privata, che sia telefonica o in rete.

Il punto focale della relazione rimane lo stesso: può una democrazia autoproclamarsi forte quando la privacy viene meno e ai cittadini viene negata la libertà? Può il mito della sicurezza fare da eccezione all’America? Possiamo crederci tanto più liberi di paesi come Cina, Russia o Turchia, se poi siamo i primi a non rispettare i diritti fondamentali dell’uomo?

Un ulteriore problema deriva dalla presenza ingombrante delle multinazionali, che sfruttano delle leggi estremamente permissive per arrivare dove solo i go- verni possono arrivare: nelle abitudini, nella quotidianità, nel cuore e nella mente del popolo, al fine di studiarne i comportamenti per poterne ricavare maggior beneficio da un punto di vista commerciale.

Ma non solo: governi di tutto il mondo si servono di sistemi di sicurezza per monitorare l’attività comunicativa di Internet all’interno del loro confine. Secondo il rapporto dell’ong britannica Privacy International, la Colombia avrebbe acquistato un software italiano, prodotto dall’azienda milanese Hacking Team, in grado di intercettare il traffico sul web dell’intero paese.

La stessa società, secondo Human Rights Watch, avrebbe venduto all’Etiopia sistemi in grado di spiare giornalisti, blogger e attivisti poco graditi al governo, espulsi in seguito dal paese con la scusa delle leggi sull’antiterrorismo.

La situazione non sembra migliorare neppure all’interno dell’UE. Joseph Cannataci, presidente del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, ha definito il Regno Unito di oggi di gran lunga peggiore della dispotica Londra in cui veniva ambientato il romanzo «1984» di Orwell, asserendo che «se guardiamo solo alle Cctv [le televisioni a circuito chiuso], almeno per Winston [il protagonista nel romanzo di Orwell] era possibile andare fuori in campagna e passare sotto un albero, e aspettarsi che non ci fosse alcuno schermo, come questi venivano chiamati. Mentre oggi ci sono molte par- ti della campagna inglese in cui esistono molte più telecamere di quelle che Orwell avesse mai immaginato».

L’infinito tira e molla con aziende come Facebook o Google, poi, altro non fa che sottolineare quanto distante sia la politica europea in tema di privacy ri- spetto a quella dei paesi terzi, evidenziandone diverse falle nel sistema giuridico e, di fatto, trovando enormi difficoltà nel coordinamento tra i vari stati, specie per colpa dell’ubicazione dei provider, operanti a livello internazionale.

C’è ancora molto lavoro da fare per garantire la tutela della libertà del cittadino in rete, ma qualcosa, in Europa, comincia a muoversi.

* Lo scritto di Antonio Megalizzi è tratto dal libro ‘Il sogno di Antonio’, scritto dal giornalista Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agi, e edito dalle edizioni Solferino.

I testi sacri sono come una letteratura fantastica. Partendo da questa frase di Jorge Luis Borges, Corrado Augias porta i suoi lettori in un viaggio colto e approfondito nella storia di Cristo. Lo fa nel suo ultimo libro, ‘Il grande romanzo dei Vangeli‘ (Edizioni Einaudi), in cui nella formula ormai consueta di intervista a un illustre storico, Giovanni Filoramo, professore emerito di Storia del cristianesimo  presso l’università di Torino, prende per mano il lettore e con garbo pone domande difficili e delicate realizzando un’opera divulgativa generosa e di piacevole lettura. E lo fa, come scrive alla fine del libro, in quanto ateo “convinto che ricostruire l’aspetto letterario dell’insegnamento cristiano sia ancora una risorsa per il mondo smarrito nel quale viviamo”, augurandosi che “il nostro racconto possa avere senso in una società che in Occidente si è così largamente secolarizzata e lo ha fatto nel modo peggiore, mettendo da parte vecchie superstizioni per sostituirle spesso con altre più scadenti”.   

Origine dei Vangeli

​Augias, cosciente di camminare su un terreno scivoloso, quello costituito dal rapporto spesso conflittuale tra ragione e fede, tra scienza e metafisica, ripercorre la storia di Cristo attraverso i Vangeli, spiegando con l’ausilio del suo dotto interlocutore quali siano le evidenze storiche da cui partire. Racconta le gesta di Gesù spiegando per prima cosa l’origine storica dei quattro Vangeli, che nel 180 il vescovo Ireneo di Lione ha stabilito che fossero gli unici autentici (ce n’erano moltissimi altri che oggi sono noti come ‘Vangeli apocrifi’, ossia non autentici).
Il più antico è quello di Marco e risale a poco dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), poi a distanza di 10 e vent’anni circa sono stati scritti quello di Matteo e quello di Luca. Questi tre sono chiamati ‘sinottici’ per la loro ‘comune visione’ nel raccontare la stessa storia e gli stessi avvenimenti (quelli di Matteo e Luca sono stati sicuramente influenzati da Marco). In ultimo, al quale Augias dedica un capitolo a parte, c’è il Vangelo di Giovanni, databile tra il I e II secolo dopo Cristo, il più originale, dove nella figura di Cristo prevale, rispetto agli altri tre, l’aspetto divino. Un Vangelo che ha molti aspetti legati alla filosofia degli gnostici (in cui il mondo reale, terreno, è secondario rispetto al divino) che all’inizio non ha goduto di grande popolarità.     

Il romanzo di Gesù

Partendo dall’analisi storica dei Vangeli, dalla considerazione che gli autori dei testi non sono quelli che convenzionalmente si chiamiamo Marco, Matteo, Luca e Giovanni (anche se su quest’ultimo, probabilmente autore anche dell’Apocalisse, la questione è più complessa), Augias e Filoramo, in una narrazione scandita ritmicamente da domande e risposte, con alcuni momenti in cui Augias racconta in maniera più ampia episodi o situazioni che vuole approfondire, scrivono il ‘romanzo di Gesù‘. In maniera semplice ma dotta, evitando di entrare troppo nel dettaglio storiografico, ma pur sempre citando gli autori di riferimento, contemporanei di Gesù, che aiutano a inquadrare il periodo storico e i personaggi: su tutti Giuseppe Flavio (nato Yosef ben Matityahu, ex ufficiale dell’esercito giudaico poi affiliato alla dinastia dei Flavi che scrive a Roma e per i romani).
Quello di Augias è un racconto per episodi, dove i vari personaggi sono visti nella loro complessità: dalle testimonianze storiche alla credibilità, dalla psicologia all’importanza narrativa, fino alla loro influenza nella religione cristiana. Un lavoro accurato che analizza personaggi storici come Giovanni battista, Erode Antipa (e suo padre Erode il grande), Ponzio Pilato e Caifa, l’apostolo Pietro, San Paolo e Giacomo il fratello di Cristo. Ma anche personaggi di cui non si ha conferma dell’esistenza come Giuda, Maddalena, Barabba (il cui vero nome è Gesù) o il centurione Longino.     

I quattro dogmi di Maria

Nel racconto di Augias tra i vari protagonisti del ‘romanzo’ ce ne sono tre che per diversi motivi assumono un’importanza particolare: Maria, Giuseppe e il “fratello” Giacomo. La madre di Gesù, per la quale la Chiesa ha proclamato ben 4 dogmi (perpetuo stato verginale, stabilito nel concilio di Costantinopoli del 381; madre di Dio e non solo del figlio di Dio – Gesù è consustanziale al padre, della stesa sostanza di Dio – stabilito nel concilio di Efeso del 431; nata senza peccato originale o ‘immacolata concezione’, stabilito da papa Pio IX nel 1854; assunta in cielo in anima e corpo dopo morta, stabilito da papa Pio XII nel 1950) e assurta a ruolo di primaria importanza dopo il II secolo, quando il culto mariano è arrivato a bilanciare quello della Trinità, a umanizzare Dio e a dare un tocco di tenerezza e femminilità al pantheon cristiano (che era l’unico tra le religioni antiche insieme all’ebraismo a non avere figure femminili). Una figura di cui nei Vangeli si parla pochissimo e che dopo la Pentecoste scompare anche dagli Atti degli apostoli, ma che nei secoli ha assunto un ruolo di primaria importanza. 

Giuseppe l’ebreo “giusto”

Poi c’è la figura di Giuseppe, per cui Augias non nasconde di avere particolare simpatia, forse perché malgrado sia il padre adottivo di Gesù, nei Vangeli è u na “figurina relegata sullo sfondo, attore marginale in un paio di episodi, muto per l’intera durata della narrazione”. E così lo spoglia delle caratteristiche dell’iconografia classica e lo riporta a quella che era la realtà del tempo: un artigiano o piccolo imprenditore di meno di trent’anni (molto più anziano di Maria che aveva dodici-tredici anni, ma non certo vecchio) che è definito “ebreo giusto” perché accetta la volontà di Dio. Forse era vedovo e aveva già dei figli (fratellastri di Gesù). Una figura comunque “problematica”, spiega il professor Filoramo, che anche i Padri della Chiesa hanno avuto difficoltà ad interpretare.     ​

Giacomo, il fratello di Gesù e successore

Augias parla poi approfonditamente di Giacomo, il “fratello” di Gesù, affrontando un tema delicatissimo dal punto di vista storico, filologico e dottrinale. E’ forse questo il personaggio del ‘romanzo’ più interessante anche perché il meno noto. Si sa che è stato il vescovo di Gerusalemme e primo a portare avanti la parola di Cristo tra i giudei. Con lui si parla di dottrina giudeocristiana, dove i destinatari della parola di Cristo sono proprio i giudei e dove molte pratiche – tra cui la circoncisione – restano alla base della nuova religione (seppure dopo il 49 d.C. la rigidità di alcune prescrizioni venne meno). Interessante e calzante il paragone fatto dal professor Filoramo sulla fortuna delle religione dopo la morte del suo fondatore: le parole di Gesù sono state portate nel mondo dai suoi discepoli, primi fra tutti Giacomo e Pietro (e con lui Paolo, che però non aveva conosciuto Gesù), il fratello e l’erede designato (almeno stando alle parole del Cristo nel Vangelo di Matteo). Come sarebbe accaduto all’Islam con la morte di Maometto, quando furono in due a rivendicare il titolo di guida spirituale e legittimo successione del profeta, il  cugino ‘Ali e l’erede designato Abu Bakr, che portò a una drammatica scissione – rispettivamente in sciiti e sunniti – di cui ancora oggi ne paga le conseguenze tutto il mondo islamico (e non solo), anche per il cristianesimo si assistette a una mini-scissione. 
Senza le conseguenze dell’Islam, però, perché i giudeocristiani di fatto scomparirono dopo la morte di Giacomo – lapidato nel 62 dopo Cristo – e la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la conseguente diaspora degli ebrei nel 70. Da allora la guida spirituale e la linea fu dettata da Pietro e da Paolo i cui seguaci (i due santi furono martirizzati a Roma sotto Nerone nel 65) proseguirono nella loro predicazione caratterizzata, tra l’altro, dalla visione degli ebrei opposta a quella di Giacomo: erano gli assassini di Cristo e non il popolo eletto del Signore.     

La questione della vergine Maria

Augias tratta poi, quasi marginalmente, il tema del “fratello” e affida alle parole del professor Filoramo la spiegazione di una questione centrale nel cristianesimo, la verginità della Madonna, pre e post nascita di Gesù. Matteo, che come tutti gli evangelisti scrive il suo Vangelo in greco, riprende la profezia di Isaia presente nella Bibbia, ma la sua traduzione greca del Vecchio testamento è sbagliata e usa il termine “vergine” invece dell’originale ebraico “giovane donna”. In quanto al fatto che Gesù avesse dei fratelli carnali, poi, ci sono pochi dubbi – anche se la Chiesa lo nega per dogma – perché ne parlano tutti i Vangeli e non è credibile la spiegazione di San Girolamo del V secolo secondo cui il termine ebraico “ach” significa sia fratello che cugino: i Vangeli, infatti, sono scritti in greco e, seppure possono aver riportato espressioni ebraiche, chi li ha scritti non era un illetterato e ha usato una parola inequivocabile, “adelphos”, che vuol dire appunto fratello di sangue.     Nel libro ‘Il grande romanzo dei Vangeli’ Augias approfondisce anche altre figure, da Giovanni Battista alla Maddalena, da Pilato ai personaggi che compaiono nelle ultime ore di vita di Cristo. E così completa un racconto che, come diceva Borges, appartiene di diritto alla letteratura fantastica. Un libro utile e prezioso scritto con un intento divulgativo e con il fine ultimo di incuriosire i lettori. Infine un’ultima annotazione: con il suo ‘romanzo’ Augias si inserisce in quel filone nobilissimo di autori e pensatori che hanno voluto scrivere una vita di Gesù. Senza la pretesa di raggiungere le vette dell’opera di Ernest Renan (1863), né di volersi confrontare col certosino Ludolfo di Sassonia (1474) o col giovane Hegel (1795), ma con l’umiltà del divulgatore e la sapienza del grande comunicatore.

Che David Bowie sia stato uno dei musicisti più poliedrici, importanti e influenti della scena pop e rock mondiale per cinquant’anni è cosa nota. Così come la sua inventiva, la sua capacità di spaziare fra i generi musicali e di rinnovarsi costantemente come icona globale. Meno nota, invece, è la sua passione, quasi voracità di lettore seriale: ha più volte raccontato quanto gli piacesse leggere nei momenti di relax e che riteneva una settimana soddisfacente se era riuscito a leggere almeno tre o quattro libri. Leggeva di tutto, dai libri classici (da Omero a Dante fino a Bulgakov e Orwell) a quelli storici, da quelli esoterici a quelli di musica, di viaggi e di psicanalisi.

Nel 2013, quando una mostra su David Bowie è stata inaugurata al Victoria and Albert Museum di Londra, l’artista ha pubblicato un elenco delle 100 letture più importanti della sua vita.

Tra le letture di Bowie, anche opere di carattere filosofico, religioso ed esoterico legate a un periodo della vita dell’artista quando sembrava stesse per diventare monaco buddhista: nella lista un libro di esperienze tibetane popolari in Inghilterra, ‘Living Without a Head’ di Douglas Harding.

Ma anche i ‘Vangeli gnostici’ di Elaine Pagels, ‘Zanoni o il segreto dell’immortalità’ di Edward Bulwer-Lytton, ‘Dogma e rituale dell’Alta Magia’ di Eliphas Levi. Sebbene le brevi visite di Bowie in Unione Sovietica fossero deludenti, ne studiò anche le sue sanguinose origini nella monumentale ‘Rivoluzione Russa (1891-1924). ‘La tragedia di una città’ di Orlando Figes e la peste stalinista come descritta da Arthur Koestler in ‘Lo zero e l’infinito’ o, con il dolore della sofferenza, Evgenia Ginzburg in ‘Vertigo’.

Di tema diverso un altro libro dedicato all’Urss inserito nella lista, ‘Octobriana e il sottosuolo russo’, un fumetto estetico pop del 1971 del ceco Petr Sadeck con una procace supereroina ispirata alla francese Barbarella. Ovviamente non mancano i libri dedicati alla musica, ma sono pochi e specifici: ‘Awopbopaloobop Alopbamboom: una storia della Pop Music’ di Nik Cohn, ‘Oooh, My Soul: la storia esplosiva di Little Richard’ di Charles White, ‘Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom’ di Peter Guralnick, ‘Nowhere to Run: la storia della Soul Music’ di Gerri Hirshey e ‘Storia del rock: il suono della città’ di Charlie Gillett.

Riscoprire la lista dei libri del cuore di David Bowie è un’occasione per i suoi fan per apprezzare un aspetto inedito di un artista amatissimo, che ha venduto in vita circa 150 milioni di album. E per capire un pò di più anche la genesi dei suoi capolavori.

Duncan Jones, figlio di Bowie, lo scorso anno ha avuto l’idea di aprire un club del libro attingendo dalla lista ‘Top 100 Must Read Books’ stilata dal padre nel 2013. Ora una nuova raccolta di testi sui 100 libri che hanno cambiato la vita di David Bowie è stata appena pubblicata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Si tratta di ‘Bowiès Bookshelf’ (il titolo del volume nella versione americana che diventa ‘Bowiès Books’ in quella inglese), un compendio di saggi elaborati dal giornalista musicale John o’Connell che prende in esame i 100 libri che il musicista britannico, scomparso nel gennaio di tre anni fa, ha amato di più.

Sfogliando la lista salta agli occhi una grande poliedricità anche nei gusti letterari, che spaziano dai classici dell’antichità come l’Iliade di Omero ai capisaldi della letteratura mondiale come l’Inferno di Dante per arrivare a Gustave Flaubert con ‘Madame Bovary’ e ai romanzi dei maestri del Novecento come ‘On the road’ di Jack Kerouac, ‘1984’ di George Orwell, ‘Arancia meccanica’ di Anthony Burgess, ‘Lolità di Vladimir Nabokov, ‘Gli sfollatì di Colin Wilson, ‘Il grande Gatsby’ di Scott Fitzgerald, ‘Lo straniero’ di Albert Camus e ‘Il maestro e Margherità di Mikhail Bulgakov.

Da segnalare una cultura e un’attenzione raffinata in Bowie, che lo porta a inserire nella lista dei suoi ‘libri del cuore’ anche un testo inatteso e magnifico come ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa.

Il “Principato di Seborga” “modello di indipendenza”, addirittura prova concreta che anche in Italia le posizioni indipendentiste si stanno moltiplicando: dopo lo Stato del Vaticano e la Serenissima Repubblica di San Marino, anche il piccolo Comune di meno di 300 anime in provincia di Imperia sta lavorando alacremente per guadagnare quello status, ispirandosi al vicino Principato di Monaco.

Ne è così convinta ‘La Vanguardia‘, il giornale di Barcellona più venduto in Catalogna, che ha dedicato al paesino ligure l’apertura del suo sito web. “Tra le proposte elettorali di Sua Tremendità (così definita dal giornale la neoeletta principessa Nina Menegatto, prima donna a ricoprire la carica dal 10 novembre; ndr) c’è quella di trovare i documenti che sosterrebbero la loro tesi negli archivi del Vaticano e dello Stato italiano”, scrive il quotidiano. “Alla domanda se intendano chiedere un referendum sull’autodeterminazione, Menegatto rifiuta di fare qualsiasi cosa ‘illegale’, perché il suo piano è quello di ricorrere alla giustizia europea – si legge ancora – ma non scherza quando dice che possono farlo: ‘Niente è impossibile, guardate la Brexit o Trump”.

Le prove storiche, secondo i seborghesi

Come ricorda il giornale, gli abitanti di Seborga affermano di avere validi motivi storici per chiedere l’indipendenza. Secondo Luca Pagani, portavoce del “principato”, il conte Guidone di Ventimiglia donò nel 954 il territorio ai monaci benedettini dell’abbazia di San Honorato nelle isole di Le’rins, situata di fronte a Cannes. A partire dal X secolo l’abate iniziò a usare il titolo di principe con l’autorizzazione di papa Gregorio VII e nel 1666 ottennero la propria valuta, il ‘luigino‘, l’adattamento italiano di Louis-Pe’tit, per Louis, poi valuta francese.

Presto queste terre iniziarono a essere scomode per i monaci, quindi dopo un cattivo raccolto e il rifiuto dei contadini di pagare più tasse, l’abate decise di vendere il territorio a Vittorio Amadeo II di Savoia re di Sardegna nel 1729. Ciò è alla base di tutte le rivendicazioni d’indipendenza di Seborga: la tesi sostenuta è che quella vendita non fu mai legale perché non fu registrata.

Inoltre, il territorio fu venduto “come possesso personale del re, non per entrare nel regno di Sardegna, ma in modo che il monarca avrebbe esercitato un ruolo di protettore”, afferma Pagani, secondo il quale Vittorio Amadeo II pagò con i propri fondi e non con quelli del regno. Gli indipendentisti aggiungono che il sovrano non ha mai usato il titolo di principe di Seborga e che “nel 1815, nessun documento del Congresso di Vienna afferma che Seborga faceva parte del Regno di Sardegna”.

Quindi, l’annessione nel 1861 al Regno d’Italia e nel 1946 alla Repubblica italiana, devono essere considerati “unilaterali e illegittimi”. ‘La Vanguardia’ ha intervistato la principessa Nina Dobler Menegatto, ex moglie del precedente principe Marcello I – che ha abdicato per motivi personali e ora vive in Catalogna – e ha vinto le elezioni con 122 voti contro i 69 della sua unica avversaria, Laura Di Bisceglie, la figlia del fiorista che aveva dichiarato l’indipendenza di Seborga nel 1963 e si era autoproclamato Principe Giorgio I. “Siamo indipendenti perché non abbiamo mai smesso di esserlo”, promette la principessa Nina, che si dedica al settore immobiliare e vive a cavallo tra Seborga e la vicina Monaco e che ora riceverà il titolo di Sua Tremendità.

Il modello “Monaco”

Il modello a cui si ispira e che le ha fatto vincere le elezioni è quello del principato dei Grimaldi. “I miei elettori sostengono che dobbiamo essere come Monaco, cioè indipendenti ma con i servizi italiani. Incoraggerebbe il turismo e aiuterebbe le popolazioni italiane vicine”, afferma. Come ricorda ancora ‘La Vanguardia’, le pretese di sovranità di Seborga erano state dimenticate fino al 1963, quando Giorgio Carbone (in seguito principe Giorgio I) decise di recuperare la storia e creò una costituzione, un inno, una bandiera, una targa automobilistica e iniziò a promuovere il ritorno del ‘luigino’, che viene cambiato a 0,18 euro.

Visto che il potere non passa per via ereditaria ma attraverso un voto, dopo la morte di Giorgio I nel 2009 è stato eletto Marcello I, salito in carica nel 2010. Il piccolo autoproclamato “Principato di Seborga” ha dovuto fronteggiare molte sfide, anche un tentativo di colpo di stato. Nel 2016 un cittadino francese apparso come Nicola’s I si è dichiarato il vero principe di Seborga e in un video per le 300 anime del Comune ha promesso che si sarebbe battuto per raggiungere finalmente l’indipendenza.

Sulla Catalogna Seborga invita alla cautela

Malgrado le istanze di Seborga abbiano più una valenza folcloristica che politica, ‘La Vanguardia’ dà molto credito al ‘principato’, al punto da chiedere alle autorità del paesino ligure un parere sulla lotta catalana per l’indipendenza. “Naturalmente, non appoggiano l’indipendenza della Catalogna – scrive il giornale – le autorità di Seborga ritengono che ‘l’alto livello di incertezza della questione non consenta al principato di assumere una posizione chiara e definita’ e optano per la cautela: ‘Attenderemo lo sviluppo della situazione e le reazioni della comunità internazionale'”, aggiungono i rappresentanti del “Principato” citati da ‘La Vanguardia’. 

Coldplay non andranno in tour per presentare il loro nuovo album ‘Everydaylife‘, uscito venerdì. La decisione, ha spiegato il frontman Chris Martin, è dettata dalla necessità di proteggere il nostro Pianeta dall’inquinamento. Ma la band britannica non è la prima. Ecco tutti gli artisti, in Italia e all’estero, che hanno cercato nel loro piccolo di tutelare l’ambientw. 

 

RADIOHEAD – Per il tour del 2008 la band capitanata da Thom Yorke  commissionò uno studio per rendere i propri tour il meno inquinanti possibile. Il gruppo arrivò a Milano in treno e, rinunciando a spazi più grandi che avrebbe riempito, chiese di suonare in uno spazio in centro, servito dai mezzi pubblici. La band inglese è stata anche fra i pionieri nell’ uso delle luci led che consumano un decimo rispetto a quelle normali.

I VELVET: “Abbiamo scoperto che si possono fare show con un palco tutto “verde” senz’ alcuna differenza qualitativa. Un nostro concerto  in Puglia è stato alimentato soltanto da pannelli solari”, ha dichiarato Pier Luigi Ferrantini dei Velvet. 

JOVANOTTI – Per il suo tour sulle spiagge, Lorenzo ha progettato col Wwf un piano di quasi totale riciclo dei rifiuti, avvicinandosi al 97% del totale. Le bottigliette di plastica consumate nei concerti sono state raccolte, ridotte in filamenti adatti a essere trasformati in magliette sportive che sono state regalate proprio ieri ai Comuni che hanno ospitato le date del tour. Ma soprattutto, dice il Wwf, col tour di Jovanotti potrebbero essere stati seminati 600.000 semi di buonsenso, uno per ognuno degli spettatori coinvolti.

DAVID GILMOUR – L’ex cantante dei Pink Floyd ha regalato i 21 milioni di dollari ricavati dall’ asta delle sue chitarre a ClientHeart lo studio legale non profit che si batte per le cause dell’ ambiente.

LIGABUE – Tra i cantanti nostrani, c’è poi Ligabue che ha parlato dell’urgenza di combattere il cambiamento climatico in un intervento che ha fatto a ‘Back2Back’ su Rai Radio 2. “Quello del cambiamento climatico è uno dei temi sui quali ci stiamo giocando il futuro, da quello proprio non si scappa. Troppe volte viene dimenticato dalla politica, perché sono troppi i problemi di cui si deve occupare la politica per prendere atto di questo fatto, però non si puo’ rimandare assolutamente”.

THE 1975‘ – Lo scorso luglio la band ha incluso in una loro nuova canzone un discorso dell’attivista 16enne Greta Thunberg, ormai una figura di riferimento per il movimento giovanile attorno al cambiamento globale. La band ha dichiarato in una recente intervista rilasciata a ‘NME’: “Stavamo pensando, ‘Cos’è che riflette la nostra società di adesso?’ Ho guardato il nostro manager e ho detto: ‘Beh è Greta no?'”. Inoltre si sono rifiutati di pubblicizzare il loro nuovo album, ‘Notes On A Conditional Form’, attraverso mercanzia promozionale che non sia eco-sostenibile. Il gruppo ha creato un centro di riciclaggio al Reading Festival di quest’anno, invitando i fan a portare le loro vecchie t-shirt su cui poter far stampare il logo della band. 

BILLIE EILISH – La nuova promessa della musica statunitense ha recentemente annunciato che il tour del 2020 sarà un tour eco-sostenibile. La cantante ha stretto una partnership con Reverb per fornire informazioni ai fan su come combattere il cambiamento climatico. Le cannucce di plastica saranno bandite dal tour e i fan potranno solo portare le proprio bottiglie d’acqua riutilizzabili. Durante una comparsa al ‘The Tonight Show Starring Jimmy Fallon’, Eilish ha detto che “ci saranno cestini di riciclaggio ovunque”.

LIL DICKY – Il video della canzone ‘Earth‘ ha ottenuto più di 200 milioni di visualizzazioni in 6 mesi, e nella clip fanno la loro comparsa artisti di fama internazionale come Ariana Grande e Justin Bieber. I profitti della canzone, del video e della mercanzia promozionale sono stati devoluti a organizzazioni di beneficenza che lavorano per implementare soluzioni rispetto al cambiamento climatico. Lo stesso rapper ha ammesso di essere stato in passato poco informato a proposito di problemi politici e sociali, ma che il cambiamento climatico gli ha fatto capire che avrebbe dovuto prestare piuùattenzione. “Come molte persone, avevo una vaga idea che qualcosa di brutto stesse succedendo alla Terra, ma non avevo capito quanto fosse grave la nostra crisi climatica e quanto sarà fottuta l’umanità”.

K. FLAY – Della stessa opinione dei colleghi sopracitati è il rapper californiano K. Flay, il cui nuovo video per il brano ‘Not in California‘ mostra un pianeta invaso dalle maree e ricoperto da scarti di plastica. “Gran parte del comportamento dell’uomo è dettato dalle norme. Il motivo per cui le persone non fumano in ambienti chiusi, e perché sarebbe da pazzi stare in un posto dove le persone fumano in ambienti chiusi, è che la norma è cambiata. È questo il compito degli artisti e di chi produce materiale visivo: far parte del coro di voci che sono a favore di un cambiamento della norma”.

A sette anni dal suo ultimo concerto in Italia, l’ex Beatles Paul McCartney ci tornerà l’anno prossimo, con due live evento nel giugno 2020.

Ad annunciarlo è la D’Alessandro & Galli, la società viareggina di produzione spettacoli che organizza il tour italiano: prima tappa a Napoli, mercoledì 10 giugno, in piazza del Plebiscito (per il grande musicista un ritorno nella città partenopea dopo ventinove anni) e sabato 13 giugno a Lucca in occasione del Summer Festival.

Le due date italiane fanno parte del tour mondiale ‘Freshen Up’, la cui ultima tranche si è conclusa con un concerto sold-out al Los Angeles Dodger Stadium a luglio. 

Mentre scriviamo, “Verdura” singolo tratto dall’ultimo album “Fuori dall’Hype”, viene decretato disco d’oro, solo l’ultima delle soddisfazioni raccolte negli ultimi anni dai Pinguini Tattici Nucleari, band partita dal bergamasco alla conquista dell’Italia intera, operazione riuscita con caparbietà, ma soprattutto qualità, ad una velocità supersonica. La prossima in programma porta la data del 29 febbraio, quando si esibiranno sul palco del Forum di Assago di Milano, la più prestigiosa arena indoor d’Italia, punto di arrivo per la carriera di tante realtà del nostro paese.  

Vi sareste mai aspettati il Forum?

“Sei mesi prima di bloccare la data ci abbiamo scherzato su un bel po’. Ricordo registrando “Verdura” che ci dicevamo “eh adesso facciamo il Forum!” come inside joke tra di noi, perché è un posto molto importante, aldilà che veniamo dal Nord e tutti i super artisti che abbiamo visto nella nostra vita li abbiamo visti lì. A livello numerico, per quanto possa sembrare che i numeri certe volte nascondano la poesia e siano solo matematica o economia, la realtà dei fatti è che se i numeri te li conquisti pian piano, volta dopo volta, localino dopo localino, acquisiscono un significato diverso”.

Domanda a trabocchetto: sentite di meritarvelo?

“Ci sono state persone che non se lo meritavano ma lo hanno fatto lo stesso, soltanto per dire di averlo fatto. Ma nel nostro caso, anche solo stando alle prevendite, penso di sì. Io reputo un pochettino bislacchi quegli annunci del Forum quando ancora evidentemente non c’è la storia o il potenziale dietro, ma nel nostro caso penso di dire, anche dal punto di vista di uno con scarsa autostima, che ce lo meritiamo. Siamo fuori da tanti anni, abbiamo una nostra storia, appena prima c’è stato l’Alcatraz, non abbiamo fatto dei salti così incredibili che possano far pensare a un doping negli spogliatoi, il nostro salto in lungo è stato un salto che aveva delle basi”.

Cosa c’è dopo il Forum per una band come la vostra?

“Secondo me ci sono due strade: o San Siro o il campo santo. O, in realtà, c’è la terza strada che consiste nel cercare in modo rapace di restare nella posizione in cui si è arrivati tanto duramente e in modo tanto sudato negli anni. Noi ancora non ci abbiamo pensato perché, anche cronologicamente, la data è distante, però le due strade dopo il Forum sono quelle. Nel nostro caso nel post Forum sarà importante mantenere il nostro equilibrio; sembra una stronzata, ma quando poi si arriva ad un certo livello uno inizia con “Io ho una famiglia”, l’altro “voglio suonare anche in altre band”, un altro dice “io voglio andare a vivere a Milano”, bisogna fare in modo che non si finisca come i quattro amici al bar di Gino Paoli. Il nucleo deve rimanere saldo”.

La data che avete scelto per il concerto, il 29 febbraio, è una chiarissima dichiarazione di intenti…

“Il 29 febbraio è una data estremamente speciale, una data che si suda, quel giorno in più, il sesto dito del piede che spunta fuori ogni cinque milioni di individui. È quella data diversa, strana e l’idea era proprio quella di dire “siamo degli outsider”, siamo una sorta di mosca bianca, siamo dei diversi. E anche lo show sarà diverso, speciale, e quando abbiamo visto che era un sabato ed era libero abbiamo subito pensato di beccarlo perché era un’occasione irripetibile”.

Cosa fa di voi una band diversa dalle altre?

“Noi veniamo da una città che vive fortemente il contrasto tra la provincia e la città. Abbiamo un forte accento, siamo una città abbastanza chiusa per certi aspetti. Non siamo neanche di Bergamo, siamo della provincia della provincia di Bergamo. E, grazie a questo, ci siamo sempre sentiti, nei vari salotti romani o bolognesi o milanesi, dove si creavano “le scene”, un po’ fuori. Noi non veniamo da nessuna “scena”. Noi abbiamo suonato nel localino dove solitamente si suona il metal, abbiamo suonato dove solitamente suonano le cover band di Ligabue, ma non avevamo nessuno con cui condividere niente, siamo sempre stati un mulo, andavamo avanti per la nostra strada per anni senza avere nessun aiuto. Nessun manager, nessun ufficio stampa…un cazzo. Andavamo avanti a suonare pensando che un giorno forse sarebbe arrivata una cosa come il Forum, ma era soltanto una speranza non ragionata, come quando di notte sogni di suonare a Wembley.

Ma ascoltandovi si nota anche qualcosa di diverso nel vostro intendere la musica…

“Il nostro modo di suonare e di arrangiare non si ritrova moltissimo nella scena indipendente attuale. C’è un po’ di rock, mentre il resto della scena sembra aver dimenticato il ruolo delle chitarre, l’arrangiamento un po’ full, tutti vanno sul minimalismo, noi siamo di un’altra scuola”.

Cosa possiamo aspettarci da questo concerto?

“Non posso ancora spoilerare molto, sennò mi ammazzano, però diciamo che stiamo preparando delle canzoni che non abbiamo mai suonato dal vivo e che tanti c’hanno chiesto nel corso degli ultimi due anni. Stiamo preparando dei particolari momenti che non ci sono mai stati, alcuni anche abbastanza emozionanti, sempre legati a determinate canzoni. Stiamo preparando qualcosa con degli ospiti che ancora non posso annunciare, ma sarà un momento molto bello, non sarà la classica ospitata, questo è certo, sarà una cosa un po’ ragionata. Quello che ti posso dire è che non stiamo badando a spese, la gente pensa “Fai il Forum, stai guadagnando un sacco di soldi”, ma la realtà è che siamo talmente felici che non ci interessa il guadagno della serata in sé ma di offrire tante di quelle cose che vogliamo che la gente vada a casa pensando che è il nostro concerto più bello”.

Il concertone del Primo Maggio, il Jova Beach Party…ve lo sareste mai aspettati all’inizio?

“Quando le cose te le fai da solo, non dico tutto, ma gran parte di ciò che ti succede ti sembra quasi un film, una cosa non reale. Come quando senti la tua voce in radio; sentirmi in radio all’inizio è stata una grande emozione, la prima volta ho pensato “non sembro nemmeno io”. Il primo maggio uguale, pensare ai miei vecchi amici dell’asilo, delle elementari, che non sentivo da una vita, che mi hanno scritto apposta per quel concerto lì è stato molto bello. La tua realtà, di microcosmo bergamasco, di paesello, che si scontra con la realtà del resto d’Italia…vai dal panettiere che ti dice: “T’ho visto!”. È molto bella questa cosa. E lo senti proprio quando succede. Ieri sera c’hanno cantato a X-Factor, sono cose che fanno molto piacere, c’è quella sottile speranza di entrare nella cultura pop. Quando riesci a scalfire il muro blasonato e incredibile della cultura pop, riuscendo a metterci la tua firma, hai vinto. Puoi pure morire e va benissimo così”.

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