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AGI – C’è anche Bugo, con ‘E ancora sì’, protagonista lo scorso anno di un clamoroso dietrofront lasciando sorpreso sul palco dell’Ariston il suo compagno di avventura Morgan, ma anche i conduttori Amadeus e Fiorello, tra i 26 big in gara al prossimo Festival d Sanremo. L’annuncio è arrivato mercoledì sera, a tarda ora, nel corso della finalissima di Sanremo Giovani condotta da Amadeus su Rai1 per designare i sei degli otto finalisti nelle Nuove Proposte alla storica rassegna, in programma – per ora – dal 2 al 6 marzo 2021.

L’elenco comprende:

  • Malika Ayane con ‘Ti piaci così’
  • Aiello con ‘Ora’
  • Max Gazzè con la Trifluoperazina Monstery Band con il brano ‘Il farmacistà.
  • Ghemon con ‘Momento perfetto’
  • Rappresentante di lista con ‘Amare
  • Noemi con ‘Glicine’
  • Random con ‘Torno a te’
  • Aiello con ‘Ora’
  • Colapesce e Di Martino con ‘Musica leggerissimà
  • Annalisa con ‘Dieci’
  • Orietta Berti con ‘Quando ti sei innamorato’
  • Willie Peyote con il brano ‘Mai dire mai (La locura)’.

E ancora:

  • Ermal Meta con il brano ‘Un milione di cose da dirti’
  • Fasma con ‘Parlami’ 
  • Arisa con ‘Potevi fare di più’
  • Gio Evan con ‘Arnica’
  • Maneskin con ‘Zitti e buoni’
  • Irama con il brano ‘La genesi del tuo colore’
  • Fulminacci con ‘Santa Marinellà
  • Madame con ‘Voce’
  • Francesco Renga con ‘Quando trovo te’
  • Coma Cose con ‘Fiamme negli occhi’
  • Gaia con ‘Cuore amaro’
  • Lo Stato Sociale con ‘Combat pop’
  • Extraliscio feat.
  • Davide Toffolo con ‘Bianca luce nera’ 

Francesca Michielin e Fedez con ‘Chiamami per nome’

Da segnalare Orietta Berti: è alla sua dodicesima partecipazione al Festival di Sanremo, al momento è ancora convalescente dopo essere risultata positiva al Covid e interviene in collegamento con la serata di Sanremo Giovani. Racconta che il marito Osvaldo “si sta riprendendo, l’ha avuta più pesante di me”. 

Scelte anche le 8 Nuove Proposte. Si tratta di

  • Avincola con “Goal!”;
  • Davide Shorty con “Regina”
  • Folcast con “Scopriti”
  • Gaudiano con “Polvere da sparo”ù
  • Greta Zuccoli con “Ogni cosa sa di te”
  • Wrongonyou con “Lezioni di volo”
  • Dellai con “Io sono luca”
  • Elena Faggi con “Che ne so”

Più spazio alla musica, sia per la qualità delle proposte arrivate sia “per dare un segnale di speranza in un momento di grande sofferenza per tutto il settore”, parola di Amadeus, direttore artistico, dopo la finalissima di Sanremo Giovani, andata in onda su Rai1, Radio2 e RaiPlay dal Teatro del Casino’ di Sanremo. Una tappa importante in vista del 71 Festival della Canzone Italiana: nel corso della serata, infatti, oltre a selezionare le 8 Nuove Proposte sono stati comunicati da Amadeus anche i 26 Campioni in gara che prenderanno parte alle 5 serate in programma dal 2 al 6 marzo.

Il calendario

I Campioni si esibiranno a gruppi di 13 nella prima e nella seconda serata del Festival. Nella terza serata, quella del giovedì, i 26 Campioni interpreteranno un brano tratto dal repertorio della canzone d’autore italiana (da soli o con altri artisti a scelta), poi nuova esibizione a 26 il venerdì e il sabato durante la serata finale. Sabato poi, dopo le votazioni, finalissima a 3 per contendersi la vittoria nella categoria Campioni.

Durante “Sanremo Giovani”, inoltre, la Giuria televisiva composta da Luca Barbarossa, Beatrice Venezi e Piero Pelù (Morgan ne è stato escluso dopo le sue affermazioni giudicate offensive da parte della Rai, ndr), insieme alla commissione musicale e al pubblico da casa che si è espresso attraverso il televoto hanno selezionato i 6 artisti, tra i 10 in gara, che parteciperanno al Festival nella categoria Nuove Proposte. Ai 6 prescelti si sono uniti i 2 giovani provenienti da Area Sanremo.

I giovani della categoria Nuove Proposte si esibiranno in gruppi da 4 durante la prima e la seconda serata del Festival di Sanremo. In ognuna di queste serate solo in 2 supereranno il turno e approderanno alla finale di venerdì in cui le 4 Nuove Proposte si sfideranno per aggiudicarsi il titolo di vincitore della categoria del 71 Festival della Canzone Italiana.

“L’idea che mi ha guidato in questa seconda edizione – dice Amadeus – è stata quella di dare ancora più spazio alla musica, sia per le proposte arrivate sia per dare un segnale in un momento di grande sofferenza per tutto il settore. Questo Sanremo, dunque, dovrà rappresentare un momento di rinascita per il Paese e per tutte le attività artistiche – almeno questo è il mio auspicio – e l’introduzione della serata dedicata alla musica d’autore vuole rappresentare anche un omaggio a tutti quei grandi artisti che hanno segnato con i loro brani diverse generazioni. Scegliere non è stato facile, tra le tante proposte valide e interessanti arrivate sia per quanto riguarda i 26 Big – tra le oltre 300 proposte ricevute – sia per i giovani dopo il record di iscrizioni con ben 961 brani”. 

AGI – Morgan ha accolto serenamente l’esclusione dal Festival di Sanremo 2021, ma non accetterebbe che tra i ‘big’ in gara figuri Bugo, il cantante che lo affiancava nell’ultima edizione e insieme al quale fu escluso dopo un clamoroso litigio sul palco. “Questa è un’offesa vera e propria, anche perché l’anno scorso i numeri veri chi glieli ha fatti fare a Sanremo?”, si sfoga con l’AGI il cantante milanese a proposito di un possibile invito al cantautore di Rho, “Bugo è scappato, Bugo si è trovato in mano il successo piovuto dal cielo. Così come ho dato successo anche ad altri, mica soltanto a Bugo”.

Amadeus, conduttore e direttore artistico del Festival di Sanremo, domani durante la finale di ‘Ama Sanremo’ (in cui Morgan ha fatto parte della giuria) svelerà i nomi dei 26 ‘big’ in gara a marzo. Tante le ipotesi, al momento solo una la certezza: non ci sarà Morgan. Un articolo di ‘Rolling Stone’, pubblicato lunedì e ricondiviso sulla propria pagina Facebook dal leader dei Bluvertigo, ne annunciava il taglio dal cast finale.

“Io non ho nessuna velleità di gareggiare a Sanremo, forse quando i tempi saranno migliori si potranno fare scelte artistiche, e questo sarebbe interessante, perché la mia vita l’ho spesa e la sto spendendo nello studio della musica”, assicura Morgan.

Il cantante milanese racconta poi di aver letto un articolo questa estate, dove c’erano Fiorello e Amadeus che dicevano che avrebbero fatto Sanremo, ma che volevano per forza Morgan. “Io mi sono detto – spiega il cantautore – in che senso ‘vogliamo Morgan’? Visto che mi hanno tirato in ballo ho chiamato Amadeus e gli ho chiesto: che intendete con ‘noi vogliamo Morgan?'”.

“Io ho dato la mia disponibilità ma, ho chiesto, per favore non in gara. Decidiamo cosa fare, facciamo una cosa qualsiasi di musica – aggiunge – anche perché non se ne puo’ più di vedere Fiorello fare i cantautori, va bene tutto, una volta, due, ma poi basta, lasciamo i cantautori ai cantautori, smettiamola con questa cosa. Un conto è Modugno, Sergio Endrigo, un conto e fare l’intrattenitore e il presentatore, sono due cose diverse. Canzoni di Tenco cantate da Fiorello, ci sta, e’ un grande professionista, pero’ ogni ofele’ fa el so meste'”.

Morgan spiega di essersi offerto di aiutare i due conduttori che a suo giudizio non hanno grande competenza musicale: “Gli ho detto: ‘Non siete del settore, per cui lasciate campo a qualcuno che può darvi una mano, a livello autoriale, a livello di idee, a livello di storia, di conoscenza’. Invece no, sai cosa mi ha risposto? ‘Questa strada è impraticabile. Devi andare in gara’”, aggiunge.

Allora, prosegue il racconto, “gli ho mandato un pezzo, un pezzo fantastico di un concept album che stavo lavorando, romantico, emotivamente molto profondo. Gliel’ho mandato e non mi ha detto niente, non dice mai nulla musicalmente, non puo’, non ha gli argomenti per giudicare la musica. Ci siamo risentiti dopo un po’, mi ha chiamato per fare Ama Sanremo, ‘Dai fallo, poi facciamo anche Sanremo’”.

Il tradimento, quindi sarebbe arrivato, a detta di Morgan, proprio per l’insistenza a partecipare. “Io in gara non ci volevo andare, è lui che mi ha chiesto di andare in gara. Ad un certo punto gli ho mandato cinque pezzi e gli ho detto: ‘Senti, facciamo una cosa, prendetene uno a caso, a me non me ne frega niente, sono tutti belli, per me vanno tutti bene, sono mie canzoni, sono come figli’“.

“Quindi ho fatto Ama Sanremo gratis, perche’ ovviamente non ho preso soldi – aggiunge – ma l’ho fatto lo stesso, come favore, perché mi diverto e mi sei simpatico. Poi e’ uscita fuori la candidatura a sindaco di Milano, e lui ‘No no no, non puoi lasciare!’, e allora ho rinunciato alla candidatura a sindaco di Milano che era una cosa bella, divertente e utile, che mi piaceva”.

Sembrava tutto fatto, dunque, fino al messaggino di Amadeus che gli comunicava l’esclusione. “La cosa più importante è che lui mi abbia detto ‘scelta artistica’ però senza darmi una motivazione sulle canzoni – si lamenta Morgan – perché sono le canzoni che partecipano, la gente almeno crede che sia così, ma non è così, loro invece non hanno scritto una sola riga motivando il perché, tra le mie cinque canzoni, non ce n’era una che andasse bene”.

Quindi, conclude, “Amadeus mi ha scritto: ‘Non ti arrabbiare se non ti porto in gara’. E io ho risposto: ‘Non è che mi arrabbio, mi offendo’. Poi ho scritto: ‘Ok, io non mi offendo, ma poi non vi fate trovare che avete preso Bugo'”, precisa. Malgrado l’esclusione, Morgan non e’ comunque arrabbiato con Amadeus. “Lui è il meno peggio, non è una persona cattiva sinceramente. Probabilmente ha avuto delle pressioni”, spiega ancora. Poi aggiunge: “Amadeus a me non dispiace, mi dispiace che si sia trovato pure lui in imbarazzo in questa situazione”.

AGI – Se via del Corso oggi è la primatista degli assembramenti romani, se lo struscio forsennato purtroppo non si ferma neanche davanti al Covid, la ragione non sta soltanto nella voglia irrefrenabile di shopping ma ha anche una matrice ancestrale, visto che fino  alla fine dell’800 il lungo corridoio tra piazza Venezia e piazza del Popolo era l’epicentro di affollate feste di Carnevale, con tanto di banchetti e corse dei cavalli.

“Durante i giochi di Carnevale si fermava l’intera città mentre gran parte della popolazione, come attratta da una calamita, si riversava in via del Corso e nelle strade limitrofe”, racconta il giornalista Stefano Caviglia nel suo  ‘Guida inutile  di Roma, luoghi e storie della città di un tempo’, appena sbarcato in libreria, edito da Intra Moenia.

È un viaggio  intrapreso con un titolo volutamente paradossale nei luoghi scomparsi della capitale  e nelle vicende che hanno portato alla loro distruzione consegnandoci una Roma diversa, a tratti irriconoscibile, tra “buchi” lasciati da pezzi di storia abbattuti, come villa Ludovisi, e  buche contemporanee sull’asfalto.  “Abbiamo scelto questo titolo – chiarisce l’autore all’Agi – per sottolineare  che il libro non potrà servire da indice delle tappe canoniche di una visita turistica  in città ma è adatta invece ad  osservare Roma più in profondità”. 

Dall’Esquilino  a San Pietro passando per piazza Venezia, l’antico ghetto ebraico, il Tevere e i Fori, il libro fornisce una mappa che collega la città contemporanea a quella di un tempo, concentrandosi sui cambiamenti di scenario degli ultimi 150 anni, quelli di Roma capitale: “Dalla breccia di Porta Pia e nell’arco di settanta anni Roma ha subito una trasformazione di cui i romani sono poco consapevoli, a partire dal  numero degli abitanti, dai 220 mila del 1870 al milione degli anni Trenta  – chiarisce Caviglia – urbanisti e storici hanno già approfondito le ragioni politiche-economiche che hanno determinato la costruzione del Vittoriano sul Campidoglio, di via dei Fori Imperiali o, ad esempio la scomparsa di villa Ludovisi, ma il mio libro lo racconta invece  in modo divulgativo e non ideologico, rivolgendosi a un lettore non specialista”.

Attraverso storie, analisi, citazioni di viaggiatori famosi, ma anche con le settanta preziose foto d’epoca che ritraggono zone fra le più conosciute e frequentate di Roma in una forma completamente diversa, Caviglia in un anno e mezzo di lavoro negli archivi ha  dato vita a un’operazione da ‘Ritorno al futuro’ capitolino: la foto di piazza Indipendenza in cui campeggia il villino del senatore ligure Astengo, poi sacrificato per palazzo dei Marescialli, sede del Csm, svela così ad esempio, che attorno alla prima la stazione Termini inaugurata nel 1874 e  che oggi nonostante i vari interventi non riesce a scrollarsi di dosso caos e atmosfere da casbah, c’erano i villini più chic della capitale abitati dal potere politico e finanziario.

Come l’antico ingresso della stazione Termini in piazza dei Cinquecento, smantellato in omaggio al nuovo scalo ferroviario inaugurato nel 1950, sono spariti anche, a favore di via della Conciliazione e per rendere San Pietro visibile da Castel Sant’Angelo anche i palazzi rinascimentali che facevano da anticamera alla magia del cupolone,  così come la collina Velia di fronte al Colosseo (per farlo vedere da piazza Venezia) e il viadotto di Paolo III (da piazza Venezia al Campidoglio) un camminamento abbattuto per mostrare la magnificenza del Milite Ignoto.

Ma aveva tutt’altra veste anche piazza Colonna, una volta appartata rispetto a via del Corso, grazie al cinquecentesco  palazzo Piombino che la chiudeva sul quarto lato, diventato in fretta incompatibile con la destinazione dell’adiacente piazza Montecitorio a ingresso della Camera dei deputati e alla sua nuova relativa connotazione di luogo pubblico dove si concentravano politici e giornalisti:  “Vista dalla parte di piazza Montecitorio piazza Colonna appariva uno spazio chiuso, tutto il contrario di ciò che avevano in mente gli artefici della nuova Roma, e quindi non restò che sfondare il lato est della piazza, demolendo nel 1889 palazzo Piombino”, racconta Caviglia.

E così rimase fino a quando nel 1922  venne inaugurata la Galleria Colonna, oggi intitolata a Alberto Sordi, nata nello stesso anno in cui Mussolini scelse palazzo Chigi come sede del ministero degli Esteri e lì fissò la sua sede di lavoro e anche il suo primo balcone,  tra piazza Colonna e via del Corso, da cui teneva i suoi discorsi, prima di spostarli a piazza Venezia. 

Tutto il libro è pieno di macro e micro storie: alcune curiose come  la presenza sui balconi di via del Corso, di bussolotti di legno e cristallo attraverso cui le nobili proprietarie potevano osservare ciò che accadeva in strada senza essere viste, smantellati nel 1871 dall’amministrazione comunale e altre che potranno forse disilludere chi come i turisti che affollano i ristoranti del  Portico d’Ottavia  è convinto di mangiare nel cuore dell’antico Ghetto ebraico.

Sbagliatissimo, non è così: era un rettangolo di appena tre ettari, esteso in lunghezza da piazza delle Cinque Scole al ponte Fabricio, (quello dell’isola Tiberina), sovraffollato, pieno di botteghe e luoghi di culto, tutto abbattuto a causa delle pessime condizione igieniche  e urbanistiche a inizio Novecento per essere sostituito da un insieme tutto nuovo. Lo spazio vuoto lasciato da una parte del ghetto abbattuto fu soprannominato “la mattonella”, e proprio lì nel 1904, gli ebrei scelsero di costruire il tempio Maggiore.

AGI – “Il 70+1 vorrei che fosse il Sanremo della rinascita, in questo periodo così complicato con la musica che è morta per quasi un anno, noi proviamo a rimettere in moto tutto”. Così Amadeus durante la conferenza stampa di presentazione della nuova edizione di ‘Sanremo Giovani’ che si svolgerà giovedì 17 dicembre in prima serata su Rai 1 dal Teatro del Casinò di Sanremo.

E bisogna ripartire dai giovani, la lista dei 26 big in gara avrà “una presenza di giovani altissima, la media dell’età si abbasserà. In gara ci sono canzoni fortissime – aggiunge Amadeus – musica attuale, ma soprattutto giovani che sono perfettamente in linea con la nuova musica internazionale”. 

Un festival “della normalità” auspica il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, che vedrà tornare sul palco anche Fiorello. “Stiamo lavorando per fare in modo che la kermesse di marzo sia realizzata nella maggiore normalità possibile – sottolinea – ovviamente dopo le feste comincerà il countdown, e noi ci stiamo adoperando affinché all’Ariston, che resterà sede del Festival, ci sia pubblico normato secondo i criteri vigenti di marzo”. 

Nel corso della finale di Sanremo Giovani andrà in onda l’ultimo atto, quello decisivo, del cammino che porterà 8 Nuove Proposte al 71esimo Festival di Sanremo. Un’edizione con numeri record, che ha visto ai nastri di partenza 961 proposte.

Prima le audizioni e poi le semifinali di AmaSanremo hanno decretato che a giocarsi la finale saranno Avincola, Folcast, Gaudiano, Hu, I Desideri, Le Larve, M.e.r.l.o.t., Davide Shorty, WrongOnYou e Greta Zuccoli. I 10 finalisti si esibiranno live accompagnati da una band e dovranno convincere la giuria televisiva.

Luca Barbarossa, Beatrice Venezi, Morgan e Piero Pelù avranno il compito di decidere chi saranno i 6 giovani tra i 10 che raggiungeranno il Teatro Ariston. Al loro voto si aggiungerà quello popolare del televoto e quello della Commissione Musicale, capitanata dal direttore artistico Amadeus. Infine, i 2 artisti selezionati dalla Commissione Musicale tra i vincitori di Area Sanremo, completeranno il gruppo delle 8 Nuove Proposte. Amadeus annuncerà i nomi dei 26 Campioni in gara.

AGI – Parla George Pell, processato e condannato in Australia per pedofilia, prosciolto infine con formula piena e quindi tornato in quel Vaticano dai cui veleni – lascia capire – è stato quasi colpito a morte. Ad aprile, quando si seppe dell’assoluzione, Papa Francesco non nascose la propria soddisfazione, unita ad una certa indignazione per tutta la vicenda. Oggi il cardinale, in una intervista a Settestorie, afferma: Bergoglio mi ha sempre sostenuto. Anzi, mi ha detto che avevo ragione su molte cose.

Bergoglio effettivamente lo ha ricevuto immediatamente dopo il suo arrivo a Roma. Ci si aspettava un reintegro nelle funzioni svolte prima che su di lui si abbattesse il ciclone giudiziario (accuse, rivelatesi indimostrabili, su fatti avvenuti una trentina d’anni fa), ma il porporato si schermisce: ho 80 anni e non è aria. Non rinuncia però a lasciar intendere di sentirsi al centro di un caso dai molti lati oscuri e probabilmente orchestrato da lontano. Ed evoca – non pare proprio a caso – due nomi molto noti: Calvi e Sindona. Non mi è capitato quello che è successo a loro, dice, ma perché sono altri tempi. Ora ti colpiscono nella reputazione”.

Sotto il ponte di Londra, avvelenato in carcere

“Tutti i personaggi di maggiore peso che hanno lavorato insieme alla riforma finanziaria, ognuno di noi – credo con pochissime eccezioni – è stato attaccato dai media sul piano della reputazione in un modo o un altro”, sottolinea, “D’altronde ci ricordiamo tutti cosa è accaduto a Calvi che si è suicidato sotto il ponte di Londra con le mani dietro la schiena, strano modo di impiccarsi. E ricordiamo quello che è successo all’altro, Sindona, avvelenato in carcere… Tempi antichi … Oggi spesso si usa la distruzione della reputazione”. Parole pesanti: Calvi e Sindona sono l’emblema di rapporti mai chiariti del tutto tra finanza e Vaticano, Ior e amicizie inconfessabili.

Quando fu convocato da Francesco a fare chiarezza e ordine nei conti della Santa Sede “in Vaticano c’erano poche persone, se non addirittura nessuna, in grado di dare un quadro accurato di quella che era la situazione finanziaria”. Nasce “un consiglio di 15 cardinali che hanno gestito le finanze per anni e ci siamo battuti enormemente per avere chiarezza ma senza nessun successo”. Così si scopre che “c’erano soldi ovunque, nascosti.”

A questo punto, nel pieno dell’operazione chiarezza, iniziano i problemi. “Un signore che ha lavorato con me e ha fatto un gran lavoro e si chiama Danny Casey (è un business manager a Sidney, molto efficiente e capace) si è trovato guarda caso l’auto bruciata davanti a casa”. Arriva l’accusa di pedofilia, e “criminali sono stati sentiti dire: ‘Pell è fuori gioco. Adesso abbiamo davanti un’autostrada’”. Non solo: “un altro criminale, fin dai primi giorni, diceva: ‘abbiamo la Corte Australiana per sistemarlo’”. Certo, “tutte queste non si possono ancora considerare prove, ma rimane una possibilità”.

Una strana condanna

Legittimo avere sospetti, insomma, anche perché la stessa condanna per pedofilia “è stata una sorpresa enorme   Non solo i miei avvocati sostenevano che non ci fosse alcun modo per dichiararmi colpevole,  persino il magistrato che mi ha rinviato a giudizio disse che se le prove del mio cerimoniere e del sacrestano fossero considerate credibili, non ci sarebbe mai stata una giuria che mi avrebbe condannato”. Ci si aspettava un giudizio sospeso ed un proscioglimento per insufficienza di prove, invece il giudizio sospeso è sfociato nella condanna. Un anno dietro le sbarre, poi il verdetto rovesciato in istanza superiore.

A Roma, nel frattempo, che diceva il Papa? “Io ho sempre saputo che lui mi sosteneva, sapevo che credeva nella mia innocenza e che sperava che sarei stato liberato”, ha risposto Pell, “E’ stata una grande consolazione. Il Papa mi ha sempre sostenuto attraverso queste difficoltà”. Non solo questo: Penso che la prima cosa che mi ha detto è stata: ‘Grazie per la sua testimonianza’. E io gli sono stato molto grato per questo. Più tardi mi ha anche detto: ‘Lei aveva ragione su molte cose’, e io penso si riferisse alle questioni economiche sulle quali davvero non ci sono più molti dubbi”.

  Ma la soluzione delle vicende finanziarie vaticane pare ancora di là da venire, e Pell analizza con fare distaccato: “sono soddisfatto di quello che abbiamo raggiunto nel lavoro. Abbiamo incontrato molti ostacoli, non abbiamo fatto tutti i progressi che avremmo voluto. La situazione economica del Vaticano in questo momento è seria, ma mi sono consolato pensando che abbiamo capito che almeno se giudichi con accuratezza dove sei, se hai gente intelligente e per bene, puoi capire come andare avanti al meglio in una situazione difficile”. Ma, attenzione, “se sei in un mondo di ipocrisia allora è molto difficile”.

AGI – Nel gelido inverno del 1948, mentre le strade delle città europee sono ancora ingombre delle macerie della Seconda Guerra Mondiale, un ragazzo di 17 anni combatte già un’altra guerra, che sarebbe andata avanti per un altro mezzo secolo e di cui sarebbe riuscito a vedere la fine, uscendone vivo e straordinariamente celebre. Il suo nome è David Cornwell, ed è un ragazzo prodigio, tanto che a 16 anni è già iscritto all’università a Berna.

Ma, anche se studia in Svizzera, è pur sempre nato nel Dorset e il suo talento viene notato in patria, dove uno sguardo molto particolare lo tiene sotto osservazione.

Sono gli occhi dell’MI6, il servizio di intelligence britannico, che decide di mandare un agente a reclutarlo. Due anni dopo, a nemmeno 20 anni, fa il servizio militare nei servizi segreti dell’esercito britannico in Austria, ma per mandarlo sul campo bisogna ricostruirgli una verginità, così va prima a Oxford, dove impara, e poi a Eton, dove insegna: alla creme dei rampolli della nobiltà e dell’alta borghesia inglese.

Lo spionaggio è una cosa che richiede tempo e così David ha quasi 27 anni quando finalmente entra nell’MI5 (il controspionaggio). Il suo compito è – finalmente – sul campo: deve pedinare agenti stranieri, intercettare telefoni ed entrare nelle case dei sospettati senza che se ne accorgano.

Passa poco e l’Mi6 lo rivuole indietro: nel 1960 si trasferisce dall’intelligence interna a quella esterna.

Ed è in quel momento, secondo gli studiosi che hanno esaminato a fondo le sue opere, che David Cornwell diventa John Le Carré.

Non sulla carta, ancora, ma secondo Timothy Garton Ash – autore nel 1999 di un articolo su Life and Letters dedicato allo scrittore/spia – è alla minuziosità del lavoro nell’intelligence che si deve molto dello stile di Cornwell diventato Le Carrè.

Le Carré ha scritto gran parte del suo primo romanzo, “Chiamata per il morto”, mentre era ancora in servizio, usando lo stile dell’Mi6: stile asciutto, nemico degli aggettivi e imperniato sul verbo.

In realtà Le Carré non è un agente di rilievo e cerca di superare questa frustrazione creando la sua versione del mondo segreto in cui lavora, dando corpo sulla carta al desiderio di sognare il sogno della grande spia, di essere al centro del grande gioco raccontato da Kipling in ‘Kim’.

E lo fa inventando un mondo spettrale più adatto alle sue esigenze, un mondo che si alimenta della paranoia che percorre il mondo dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, quando praticamente tutti, ovunque, sono sospettati di essere spie sovietiche.

Per Le Carré, le questioni di tradimento e paranoia hanno radici che vanno più in profondità della sua esperienza professionale come spia. Possono essere ricondotti alla sua vita familiare, e in particolare al rapporto con suo padre, Ronnie Cornwell, che gli studiosi descrivono come “un truffatore picaresco, energico, affascinante, di livello mondiale”.

Era stato per sfuggire all’influenza del padre che il giovane Le Carré si era trasferito a Berna. Ma era una fuga impossibile perché Ronnie avrebbe tentato in tutto i modi di sfruttare la fama del figlio: ad esempio presentandosi nel più grande studio cinematografico di Berlino Ovest millantando di rappresentare il figlio per l’adattamento cinematografico di “La spia che venne dal freddo” o facendogli causa per ottenere il rimborso delle spese sostenute per la sua istruzione.

Ma quale sarebbe il libro migliore per conoscere Le Carré? Publisher Weekly, che nel 2006, 43 anni dopo la sua pubblicazione, lo aveva definito “il miglior romanzo di spionaggio di tutti i tempi” non avrebbe dubbi: “La spia che è venuta dal freddo”.

Scritto al culmine della Guerra Fredda, ritrae i metodi di intelligence dei Paesi occidentali e comunisti come vili e moralmente insensati.

La trama dipende da una serie di capovolgimenti: mentre lo si legge, bisogna rivedere continuamente l’idea che ci si è fatti di quello che sta succedendo, il che fa parte del divertimento, ma lo rende schematico come il disegno di un architetto.

Eppure ‘La talpa’ è il più divertente. Uscito nel 1974, quando tutti ricordavano ancora quanto l’intelligence britannica fosse stata compromessa negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta da agenti doppiogiochisti come Kim Philby e Guy Burgess, dice molto poco su come inizia il tradimento, ma crea un racconto fittizio di come potrebbe essere chiuso.

Come Raymond Chandler, un altro scrittore di genere, Le Carré offre una visione peculiare della vita, ma così persuasiva che molti lettori iniziano a vedere le cose a modo suo.

Tanto Chandler era un maestro della squallida e seducente amoralità di Los Angeles, quanto Le Carré è riuscito a creare un mondo e un gergo – soave, spietato, tagliente – da inglese istruito che in alcuni tratti è mutuato dalle spie vere.

Secondo Philip Roth, un altro libro di Le Carrè, “Una spia perfetta” del 1986, è non solo il suo migliore ma “il miglior romanzo inglese del dopoguerra”.

Con buona pace di George Orwell, Graham Greene, Muriel Spark e Anthony Burgess.

Le Carrè ha sempre disprezzato lo spionaggio americano. Gli americani mancano di stile, sottigliezza, pazienza, diceva e non si divertono a spiare come in un gioco insidioso.

Pensano di salvare il mondo, mentre i britannici sanno che, a parte gli interessi della Gran Bretagna, non c’è niente da salvare, se non la stessa, interminabile, eterna guerra tra spie. 

AGI – Lo scrittore inglese John Le Carré, noto per i suoi romanzi di spionaggio, e morto all’età di 89 anni, stroncato da una polmonite Lo ha reso noto il suo agente.  La famiglia ha confermato che Le Carré è morto di polmonite al Royal Cornwall Hospital, a Treliske, la notte di sabato. La malattia, si legge in un comunicato della sua agenzia letteraria, non era collegata al Covid-19. Lascia la moglie Jane e 4 figli.

“Per sei decenni – si legge nella nota – John Le Carré (il cui vero nome era David Cornwell, ndr) ha dominato le classifiche dei bestseller con il suo monumentale corpus di opere”. 

Attraverso il suo personaggio George Smiley, ha descritto in moltissimi romanzi gli intrighi spionistici della guerra fredda, forte di una personale esperienza come agente dei servizi segreti britannici. La fama mondiale giunse quando aveva 32 anni, nel 1963, con il terzo romanzo, “La spia che venne dal freddo”.

La spia che divenne scrittore

Nel gelido inverno del 1948, mentre le strade delle città europee erano ancora ingombre delle macerie della Seconda Guerra Mondiale, un ragazzo di 17 anni combatte già un’altra guerra, che sarebbe andata avanti per un altro mezzo secolo e di cui sarebbe riuscito a vedere la fine, uscendone vivo e straordinariamente celebre. Il suo nome è David Cornwell, ed è un ragazzo prodigio, tanto che a 16 anni è già iscritto all’università a Berna.

Ma, anche se studia in Svizzera, èra pur sempre nato nel Dorset e il suo talento viene notato in patria, dove uno sguardo molto particolare lo tiene sotto osservazione. Sono gli occhi dell’MI6, il servizio di intelligence britannico, che decide di mandare un agente a reclutarlo. Due anni dopo, a nemmeno 20 anni, fa il servizio militare nei servizi segreti dell’esercito britannico in Austria, ma per mandarlo sul campo bisogna ricostruirgli una verginità, così va prima a Oxford, dove impara, e poi a Eton, dove insegna: alla creme dei rampolli della nobiltà e dell’alta borghesia inglese.

Lo spionaggio è una cosa che richiede tempo e così David ha quasi 27 anni quando finalmente entra nell’MI5 (il controspionaggio). Il suo compito è – finalmente – sul campo: deve pedinare agenti stranieri, intercettare telefoni ed entrare nelle case dei sospettati senza che se ne accorgano. Passa poco e l’Mi6 lo rivuole indietro: nel 1960 si trasferisce dall’intelligence interna a quella esterna. 

Ed è in quel momento, secondo gli studiosi che hanno esaminato a fondo le sue opere, che David Cornwell diventa John Le Carré. Non sulla carta, ancora, ma secondo Timothy Garton Ash – autore nel 1999 di un articolo su Life and Letters dedicato allo scrittore/spia – è alla minuziosità del lavoro nell’intelligence che si deve molto dello stile di Cornwell diventato Le Carré.

Le Carré ha scritto gran parte del suo primo romanzo, “Chiamata per il morto”, mentre era ancora in servizio, usando lo stile dell’Mi6: stile asciutto, nemico degli aggettivi e imperniato sul verbo. 

In realtà Le Carré non è un agente di rilievo e cerca di superare questa frustrazione creando la sua versione del mondo segreto in cui lavora, dando corpo sulla carta al desiderio di sognare il sogno della grande spia, di essere al centro del grande gioco raccontato da Kipling in ‘Kim’. E lo fa inventando un mondo spettrale più adatto alle sue esigenze, un mondo che si alimenta della paranoia che percorre il mondo dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, quando praticamente tutti, ovunque, sono sospettati di essere spie sovietiche.

Per Le Carré, le questioni di tradimento e paranoia hanno radici che vanno più in profondità della sua esperienza professionale come spia. Possono essere ricondotti alla sua vita familiare, e in particolare al rapporto con suo padre, Ronnie Cornwell, che gli studiosi descrivono come “un truffatore picaresco, energico, affascinante, di livello mondiale”.

Era stato per sfuggire all’influenza del padre che il giovane le Carré si era trasferito a Berna. Ma era una fuga impossibile perché Ronnie avrebbe tentato in tutto i modi di sfruttare la fama del figlio: ad esempio presentandosi nel più grande studio cinematografico di Berlino Ovest millantando di rappresentare il figlio per l’adattamento cinematografico di “La spia che venne dal freddo” o facendogli causa per ottenere il rimborso delle spese sostenute per la sua istruzione. 

Ma quale sarebbe il libro migliore per conoscere Le Carré? Publisher Weekly, che nel 2006, 43 anni dopo la sua pubblicazione, lo aveva definito “il miglior romanzo di spionaggio di tutti i tempi” non avrebbe dubbi: “La spia che è venuta dal freddo”. Scritto al culmine della Guerra Fredda, ritrae i metodi di intelligence dei Paesi occidentali e comunisti come vili e moralmente insensati. La trama dipende da una serie di capovolgimenti: mentre lo si legge, bisogna rivedere continuamente l’idea che ci si è fatti di quello che sta succedendo, il che fa parte del divertimento, ma lo rende schematico come il disegno di un architetto.

Eppure ‘La talpa’ è il più divertente. Uscito nel 1974, quando tutti ricordavano ancora quanto l’intelligence britannica fosse stata compromessa negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta da agenti doppiogiochisti come Kim Philby e Guy Burgess, dice molto poco su come inizia il tradimento, ma crea un racconto fittizio di come potrebbe essere chiuso.

Come Raymond Chandler, un altro scrittore di genere, Le Carré offre una visione peculiare della vita, ma così persuasiva che molti lettori iniziano a vedere le cose a modo suo. Tanto Chandler era un maestro della squallida e seducente amoralità di Los Angeles, quanto Le Carré è riuscito a creare un mondo e un gergo – soave, spietato, tagliente – da inglese istruito che in alcuni tratti è mutuato dalle spie vere.
Secondo Philip Roth, un altro libro di Le Carré, “Una spia perfetta” del 1986, è non solo il suo migliore ma “il miglior romanzo inglese del dopoguerra”. Con buona pace di George Orwell, Graham Greene, Muriel Spark e Anthony Burgess.

Le Carré ha sempre disprezzato lo spionaggio americano. Gli americani mancano di stile, sottigliezza, pazienza, diceva e non si divertono a spiare come in un gioco insidioso. Pensano di salvare il mondo, mentre i britannici sanno che, a parte gli interessi della Gran Bretagna, non c’è niente da salvare, se non la stessa, interminabile, eterna guerra tra spie.

AGI – “Trent’anni per uno stupro? È il minimo. Sia per quello commesso in tempo di pace che in tempo di guerra”. Lo dice senza mezzi termini Maria Rita Parsi, psicopedagogista e psicoterapeuta, autrice del romanzo  “Stjepan, detto Jesus, il figlio” edito da Salani che trae ispirazione da un insieme di vicende realmente accadute durante la guerra dei Balcani dove si consumavano sulle donne, gli stupri “etnici” da parte dei soldati dell’esercito opposto. 

Stupri per umiliare, oltraggiare. Da quegli stupri sono nati tanti bambini come Stjepan, le cui madri, hanno scelto di metterli al mondo ma che poi non hanno accudito perché non ce l’hanno fatta. Non sono riuscite a guardarli negli occhi. E la storia di Stjepan è un viaggio verso la salvezza e il perdono, che i piccoli concedono ai grandi.  “Perché – come dice all’AGI l’autrice – i bambini vengono al mondo per salvarlo, e per salvare i loro genitori”.     

Giustizia, solidarietà, famiglia, perdono, amore, salvezza.  C’è tutto nel romanzo di Maria Rita Parsi, da sempre dalla parte dei bambini. Il libro è bello. Davvero. E leggendolo finisci per avere la netta sensazione che il protagonista ti tenga per mano per tutto il tempo. È vero, è il bambino, che salva questo mondo distorto e che trova “la soluzione”. Il libro giusto nel momento giusto, in un anno tormentato, in cui forse abbiamo  anche un po’ bisogno di protagonisti chiamati Jesus, Mariaka, Josep.

Mariaka, musulmana, ha subito uno stupro, “etnico”, da parte di un soldato serbo, cristiano. Da quell’atto, tremendo, che la segnerà per tutta la vita, è nato Stjepan.  Ma lei non se la sente di accudire quel figlio partorito in un istituto di suore, insieme ad altri bambini di altre donne stuprate. E lo lascia a sua nonna. Sarà lei a crescerlo. Mariaka sceglie di far nascere quel bambino, ma non riesce a guardarlo e fugge da questa maternità non voluta.  Non riesce a guarire Mariaka, non riesce a dimenticare quello stupro. Ma sarà suo figlio a cercarla. E cercherà anche suo padre, per guardarlo negli occhi, dirgli che gli ha rovinato la vita e che lui, sarà un uomo diverso. Un vero uomo.

Ho scritto un libro sul potere salvifico dei bambini – spiega Parsi –  ci ho messo 12 anni per realizzarlo, per tirare fuori tutto quello che volevo dire. E nel romanzo c’è tutto, tutti gli elementi che sono presenti nella vita delle persone. Gli elementi che salvano la vita alle persone”.

Ed è vero. C’è la giustizia, perché Mariaka vuole giustizia e la vuole per lei anche suo figlio. C’è la famiglia, perché Mariaka lascia il piccolo alla bisnonna che lo cura insieme ai parenti. C’è la solidarietà di tutte le persone che Stjepan incontra e hanno conosciuto sua madre, durante il viaggio che compie per riunirsi a lei e che lo aiutano nella ricerca. C’è il rispetto, per le scelte e attitudini di vita differenti dal comune sentire, rappresentate dalla famiglia arcobaleno, ebrea, che va in soccorso di madre e figlio. C’è la mescolanza fra etnie e religioni che quando è pacifica, porta solo del bene. C’è l’ attenzione per gli “ultimi” con la visita dell’ospedale psichiatrico che il ragazzo compie imparando anche dai reietti che tanto hanno invece da insegnare. E c’è il perdono, quello che salva, educa e ammonisce, attraverso l’incontro con il padre.

“Questo romanzo può essere letto da tutti – spiega ancora Parsi – perché è un bambino che scrive. È un libro denuncia contro lo stupro e la guerra. Ed è anche un auspicio. Perché all’autore del reato più orrendo, lo stupro appunto, vengono dati 30 anni.  Nel romanzo tutti fanno i conti con qualcosa. Affrontano un vissuto difficile e terribile. C’è anche la figura spirituale di Gabriele”,  che pu’ essere un po’ l’Arcangelo, ma “che è il compagno immaginario del bambino, quello che lo protegge, gli indica e suggerisce cosa fare”, aggiunge Parsi.

I bambini soffrono – sottolinea la scrittrice – soffrono anche quelli di oggi. Noi non ce ne accorgiamo ma invece è cosi‘.  Soffrono, ma sono gli unici che poi possono salvarci. Io sono in contatto con i piccoli da piu’ di 40 anni, lavoro con loro da una vita. E ho questa convinzione. La strada  ce la insegnano loro. E lo dice bene la lettera che Stjepan scrive al padre. Una lettera in cui rifiuta la guerra, il modo di essere uomo di suo padre e gli annuncia che lui non sarà cosi”. Quasi un ‘manifesto’ anche contro il femminicidio, anche qui di buon auspicio: “Certo che lo è – dice Parsi – come lo sono, ripeto,  i 30 anni inflitti al padre. Nella lettera del bambino c’è l’uomo come dovrebbe essere”. 

In sostanza, “Stjepan è l’educatore. Questo – spiega – è il mio quinto romanzo. Tengo moltissimo a tutti e cinque, ovviamente a quest’ultimo in particolare. Un film? Me lo auguro. In fondo, c’è già il solco di quel capolavoro che è ‘ La vita davanti a se’ ‘ di Romain Gary. Un autore meraviglioso, con una storia personale incredibile. È morto suicida ma alla ‘cricca’ degli intellettuali, ha dato una bella lezione presentando quel romanzo sotto falso nome. E guarda caso, in quel modo ha vinto l’ambito premio Goncourt. E’ un autore speciale.  Certo, io non mi paragono a lui di cui ho amato tanto la sfida personale”.

Anche in quel libro la salvezza viene da un bambino. In un passaggio del romanzo Stjepan parla della sensazione di abbandono, dell’essere cancellato, un tormento che non lo lascia mai: “ma lui – aggiunge l’autrice – non abbandona nessuno. Anzi, ama”. Come dire che chi è stato lasciato, quando elabora il dolore senza cancellarlo, “compie una rivoluzione – conclude Parsi – e inizia ad amare anche senza aver ricevuto”. 

AGI – Proviene da Villa Adriana il Dionisio che sarà battuto nell’asta Classic Week Antiquities organizzata da Christie’s a Londra il 16 dicembre. La scultura fu ceduta nel Settecento da Gavin Hamilton, che al tempo gestiva la maggior parte dell’offerta di antichità vendute a collezionisti inglesi, a Lord Shelburne (1737-1805), primo ministro del Regno Unito, divenendo parte di una delle più celebri raccolte private di antichità del XVIII secolo. Dopo la morte di Shelburne la scultura rimase di proprietà della famiglia fino al 1930, quando fu venduta al diplomatico Karl Bergsten, entrando a far parte della Bergsten Collection di Stoccolma. 

Le Villae (Villa Adriana e Villa d’Este) raccontano in una nota stampa la storia del Dionisio. “È noto che Gavin Hamilton, pittore scozzese appassionato di archeologia e mercante di antichità, condusse tra il 1769 e il 1771 le proprie ricerche su Villa Adriana al Pantanello, presso il Teatro Greco, dove furono intercettati alcuni marmi pertinenti all’arredo scultoreo della residenza imperiale, probabilmente accumulati per essere trasportati in vicine calcare. Per procedere alle indagini, Hamilton dovette addirittura far realizzare opere di drenaggio in considerazione della natura paludosa dei terreni. Le antichità rinvenute durante gli scavi al Pantanello finirono sul mercato antiquario e furono disperse tra varie collezioni private inglesi e romane; una parte venne acquistata dal pontefice Clemente XIV per i Musei Vaticani”.

Il Dioniso oggi all’asta – spiega l’organizzazione delle Villae – probabilmente una statua adattata ad erma dallo stesso Hamilton, che come tale la cedette a Lord Shelburne per decorare la sua residenza di Lansdowne House a Berkley Square a Londra – è significativo della straordinarietà della decorazione architettonica e scultorea di Villa Adriana, i cui capolavori figurano oggi nei più importanti musei del mondo. Presso la residenza imperiale a Tivoli, nei Mouseia, oggetto di lavori da poco terminati, e nei depositi, si conserva infatti solo una parte di questo immenso patrimonio e in particolare quello che venne rinvenuto a partire dai grandi scavi degli anni Cinquanta del Novecento, di cui è emblematico il grande ciclo scultoreo del Canopo.

“Le Villae – dichiara il direttore, Andrea Bruciati – si stanno impegnando per garantire che, alla fine della sospensione dell’apertura dovuta all’emergenza sanitaria, i Mouseia di Villa Adriana, chiusi dal 2014, tornino fruibili per il pubblico, rinnovati negli apparati didattici, nel racconto della luce e nei colori. Si tratta di regalare ai nostri visitatori, attraverso i reperti che vi sono conservati, intensa bellezza e profonda armonia. Non può che suscitare emozione anche il Dioniso oggi all’asta, poiché evoca la suggestione e il fascino che Villa Adriana ha esercitato nei secoli e ne racconta emblematicamente la storia e la fortuna in età moderna, rappresentandone i valori identitari. Del resto, l’unicità del complesso e l’universalità del suo messaggio, sancite dall’iscrizione alla World Heritage List UNESCO, sono legate proprio alla capacità di esercitare nel tempo un’influenza che va al di là dei confini geografici e culturali. Per questo le Villae stanno lanciando il progetto ATLAS, una mappatura del patrimonio di Villa Adriana presente nelle principali collezioni del mondo”.

AGI – ‘Sole’ di Carlo Sironi ha vinto il premio come miglior rivelazione europea per alla trentatreesima edizione degli Efa, gli European Film Awards gli Oscar del cinema europeo, le cui premiazioni si tengono online da Berlino. Sironi, in un tweet pubblicato dagli organizzatori del concorso, ha detto: “Vorrei ringraziare tutte le persone che hanno fatto parte di questo film, gli attori, i miei produttori. Sono davvero senza parole. Ma soprattutto, vorrei dedicare questo premio a mio padre, Alberto”.

A Thomas Vinterberg invece  il premio come miglior regista europeo per ‘Un altro giro’. Causa Covid-19, la premiazione è stata fatta in diretta on-line. A Paula Beer il premio come migliore attrice europea per ‘Undine’. Infine Mads Mikkelsen ha vinto il premio come miglior attore europeo per ‘Un altro giro’. “C’è una sola ragione per cui è stato fatto questo film, una piccola luce brillante che non è più con noi, ma è in ogni fotogramma del film, è Ida Vinterberg”, la figlia del regista Vinterberg scomparsa a 19 anni nel corso delle riprese, ha twittato l’attore.

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