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Musica, canti, lettura dei classici, danze, scenette comiche, al Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma si è celebrato così il capodanno cinese con l’entrata nell’anno del Maiale 2019.

Alla decima edizione dell’evento, promosso in collaborazione con l’Istituto Confucio dell’Università La Sapienza di Roma, hanno presenziato il sottosegretario del ministero dello sviluppo economico, Michele Geraci, l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, S.e. Li Ruiyu ed altre Autorità diplomatiche ed accademiche.

Ad alternarsi sul palco gli alunni dei diversi anni del corso di studi, hanno recitato con cinese fluente, ancora una volta per dimostrare i fruttuosi risultati ottenuti dal loro studio al Convitto, che ha attivato il Liceo scientifico internazionale con opzione Lingua cinese nel 2009. Come ha sottolineato Geraci, l’importanza di guardare alla Cina sui 3 livelli “politico, economico e culturale” assicurando la loro conoscenza del Paese sarà “un investimento con ritorno positivo”.

L’ambasciatore Li ha evidenziato il promettente ruolo che assumerà tra i giovani italiani, “I rapporti bilaterali Italia-Cina vivono una fase migliore” in tutti campi. In particolare riguardo l’economia, “nel 2018, gli interscambi commerciali tra Cina e Italia sono arrivati a 54,2 miliardi di dollari, un nuovo record assoluto”. L’ambasciatore ha elogiato la padronanza e la conoscenza linguistica degli studenti che, ha sottolineato, avranno maggiori possibilità di successo proprio grazie all’impegno politico dei due Paesi.

il Rettore  del Convitto nazionale, Paolo Maria Reale ha sottolineato, orgoglioso,  come quella del 2019 sia la decima festa di primavera al Convitto e la sua quinta, come Rettore che ha continuato e consolidato il Progetto del Liceo scientifico internazionale cinese.

Nel corso della cerimonia, sono stati consegnati agli studenti del Liceo Scientifico Internazionale con opzione lingua cinese i diplomi delle certificazioni HSK rilasciate da Hanban nel 2018. Il Prof. Francesco Alario, responsabile dell’Aula Confucio, è convinto che gli studenti del convitto possano candidarsi a essere ambasciatori di pace e soggetti della nuova Via della Seta

(ha collaborato Wang Jing)

“La paranza dei bambini”, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Il film italiano in concorso al Festival di Berlino è tratto dal libro di Roberto Saviano che ha firmato anche la sceneggiatura con Maurizio Braucci e il regista Claudio Giovannesi.

Nuove scoperte in via del Vesuvio nella Regio V di Pompei, dove i lavori nell’ambito del Grande progetto cofinanziato dall’Ue per la messa in sicurezza rispetto al rischio idrogeologico hanno consentito di portare alla luce porzioni non scavate dell’antica città romana.

Dopo il cubiculum con il quadretto di Leda con il cigno, gli archeologi hanno disseppellito un’alcova sensuale e raffinata. Alle spalle dell’ambiente, torna in luce anche parte dell’atrio della dimora, con pareti dai vividi colori e l’affresco di Narciso, al centro di una di esse, mentre si specchia nell’acqua e si innamora della sua immagine, secondo l’iconografia classica. 

L’elegante dimora già dal corridoio di ingresso accoglieva gli ospiti con l’immagine di buon auspicio del Priapo, in analogia con quella della vicina Casa dei Vettii. Decori raffinati di IV stile caratterizzano l’intera stanza di Leda, con delicati ornamenti floreali, intervallati da grifoni con cornucopie, amorini volanti, nature morte e scene di lotte tra animali.

Anche sul soffitto, crollato sotto il peso dei lapilli durante l’eruzione pliniana del 79 d.C., pregiati disegni, i cui frammenti sono stati recuperati dai restauratori per ricomporne la trama. Interessante, nell’atrio di Narciso, è la traccia ancora visibile delle scale che conducevano al piano superiore, ma soprattutto il ritrovamento nello spazio del sottoscala, utilizzato come deposito, di una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo. 

Una situla bronzea (contenitore per liquidi) è stata invece rinvenuta accanto all’impluvio. “La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante – spiega il direttore, Alfonsina Russo – ciò ci consentirà in futuro la fruizione del pubblico di almeno una parte di questa domus”.

La messa in sicurezza e riprofilamento dei fronti di scavo, previsto dal Grande Progetto Pompei, sta interessando i più di 3 chilometri di perimetro dell’area non scavata di Pompei. In questa delicata fase, Massimo Osanna, direttore del parco archeologico fino a qualche settimana fa e che ha ripresentato la sua candidatura al Mibac, sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo”. 

Sono passate tre settimane dalla nomina di Lino Banfi nella commissione Unesco e le polemiche che accompagnarono l’annuncio del vicepremier Luigi Di Maio sembrano dimenticate. L’attore pugliese ha pazientemente atteso che qualcuno lo chiamasse per incontrare gli altri membri della commissione, ma, racconta al Corriere, nessuno si è fatto vivo.

Così è andato lui dal presidemte, Franco Bernabé, a chiedere quale sia il programma. “Si lavora tanto” ha ironicamente commentato con il quotidiano, dopo aver scoperto che la commissione si è riunita solo due volte: nel 2017 e nel 2018 e che alla terza, quest’anno, potrà finalmente partecipare.

A Banfi delle polemiche interessa poco: “Ci vorrebbero 23-24 autori per scrivere il putiferio che si è scatenato sulla miaignorenza” dice, “Che poi io ho fatto il seminario fino al quinto ginnasio: studiavo latino, greco, filosofia…”.

Ma a spiegargli qual è stato il senso della scelta del governo è stata la moglie. “Lei è più sordarella di me” racconta Sentiva questa storia del patrimonio dell’umanità, le polemiche. Mi chiedeva. Io rispondevo: è complicato. Alla fine mi ha detto: “Invece la nomina è proprio giusta. Bravo”. Io un po’ meravigliato ho chiesto perché. E lei: “Siamo sposati da 56 anni, dopo 10 di fidanzamento. È proprio un Matrimonio dell’umanità”.

Dall’Unesco, assicura, non prenderà un soldo. La struttura in Italia, del resto, è all’osso: “quattro dipendneti più un direttore generale e un presidente”, eppure gli impoegbni non mancan o. Non quello di ambasciatore “lo sono già dell’Unicef, si schermisce”, né di commissario (“sono già stato il commissario Lo Gatto”), ma le pressioni che arrivano perché vengano riconosciuti patrimonio dell’Uman ità il radicchio trevigiano e il prosecco. “Ma adesso io sono in prima linea per Canosa di Puglia i suoi ipogei di migliaia di anni fa: grotte greche, etrusche” avverte.

È morto a 82 anni, dopo una breve malattia, l’attore britannico Albert Finley, uno degli artisti di punta nel Regno Unito negli anni ’60. Star del Saturday Night e Sunday Morning, Finney ha ricevuto 5 nomination all’Oscar, senza mai conquistarne uno, ma ha vinto tre Golden Globe. Tra i suoi film più noti, ‘Due per la strada’ del 1967 con Audrey Hepburn e ‘Assassinio sull’Orient-Express’ (1974) dove interpreta Poirot insieme a Lauren Bacall, Sean Connery e Ingrid Bergman, ‘Il servo di scena’ (1983) di Peter Yates, ‘Sotto il vulcano’ (1984) di John Huston, ma anche i più recenti ‘Big Fish – Le storie di una vita incredibile’ (2003) di Tim Burton e ‘Un’ottima annata’ di Ridley Scott. 

“Non sono dei grandi testi, non siamo all’altezza di De Andrè o di Leonard Cohen, ma c’è in quasi tutti, ininterrottamente, un filo di spiritualità. Emerge l’anima di questi cantanti e la loro attenzione al mondo che li circonda”. Lo ha detto il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi ospite di ‘Bel Tempo si spera’ su Tv2000 commentando le canzoni del Festival di Sanremo. “Tutte le canzoni, che ho letto prima dell’inizio del festival – ha aggiunto – respirano i problemi del nostro tempo. Non si isolano nell’amore vago che in passato avvolgeva i versi di Sanremo”.

È stato di 9 milioni e 144 mila spettatori, con share del 47,3%, l’ascolto medio su Raiuno della seconda serata del Festival di Sanremo 2019 con la direzione artistica di Claudio Baglioni e la conduzione di Claudio Bisio e Virginia Raffaele. Un risultato in linea con quello dell’omologa serata dello scorso anno, quando lo share medio fu del 47,7% e gli spettatori furono 9 milioni 687 mila. Il Festival quindi ‘tiene’, il calo fisiologico del mercoledì, divenuto nel tempo quasi una ‘costante’ al Festival, è stato molto contenuto. Lo scorso anno il calo dalla prima prima alla seconda serata era stato 5,4 punti, mentre quest’anno è del 2,2%. 

Sono stati quasi 10,1 milioni gli spettatori della prima serata del Festival di Sanremo 2019, con share del 49,5%. Per la Rai si tratta di un “grande successo”, considerando che rispetto allo scorso anno questa volta non c’è stata la partenza con un “traino” forte come quello rappresentato nel 2018 dallo start con Fiorello che annunciava l’entrata in scena di Claudio Baglioni. 

Se l’è tolto e l’ha passato al figlio Matteo, a mo’ di augurio e perché gli porti la stessa fortuna che lui ha avuto 25 anni fa proprio a Sanremo, quando vinse il Festival nella categoria Giovani e indossava propriop quel ‘chiodo’ nero stasera passato di mano, anzi di spalla.

Andrea Bocelli ha voluto così, sul palco dell’Ariston, rappresentare questo augurio, precisando comunque che “non è un passaggio di consegne…” e aggiungendo “sono sicuro che ti porterà fortuna sempre che la aiuti con la serietà, la volontà, lo spirito di sacrificio che spero di averti insegnato”. E con il figlio 21enne il tenore ha eseguito ‘Fall on Me’.

In precedenza Bocelli aveva duettato con Baglioni sulle note di “Il mare calmo della sera”, il brano con cui appunto vinse nel 1994 all’Ariston. Ed è seguita la standing ovation del pubblico in sala.

“Io non so nulla tranne d’amarti tanto. Tu sei tutto per me. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini… Camillo, sono tua per sempre”. Chissà se, quando era ormai primo ministro del Piemonte, e architettava l’Unità d’Italia, Cavour avrà mai ripensato a queste parole, e a tutte le lettere traboccanti di passione come questa. Lei si chiamava Anna Giustiniani, detta Nina, era una nobile genovese, di tre anni più vecchia di lui, e resterà il più grande amore nella vita dello statista.

Un amore tragico, una macchia nera nella biografia di uno dei padri del Risorgimento, che siamo abituati a conoscere già adulto, tutto dedito alla politica (non si sposerà mai), razionale e implacabile nelle sue intuizioni. Oggi siamo in grado di rievocare quegli anni romantici e folli, attraverso le lettere che i due si scambiarono, recuperate fra le carte private di Cavour. Si possono consultare liberamente, a Torino: sono strette da un nastro insieme a una ciocca di capelli biondi. Di Nina.

Chi era Cavour nel 1930

L’anno è il 1830. Camillo Benso, futuro conte di Cavour, ha solo venti anni, è un giovane insoddisfatto, inquieto, e non sopporta il clima clericale e oscurantista che si respira nel Piemonte di Carlo Felice. Il futuro liberale è quasi un rivoluzionario: viaggia in Europa, respira gli ideali mazziniani, abbandona la fede. Qualcuno lo sente addirittura esclamare “Viva la Repubblica!”.

La famiglia lo considera un figlio problematico, al contrario del fratello Gustavo, serio e compassato. Da tenente del Genio viene assegnato a Genova. Una città con il suo stesso stato d’animo: frustrata e impotente, dopo la forzata ammissione alla monarchia sabauda nel 1815. I salotti della nobiltà genovese, che Cavour frequenta, sono pieni di fermento, ben  diversi dalla cupa apatia di Torino. E proprio in uno dei più prestigiosi ritrovi di intellettuali, Camillo incontra lei, la donna del suo destino, quella che per decenni, nelle biografie cavouriane, rimarrà “l’Incognita”.

Anna Schiaffino, sposata e infelice

Anna Schiaffino all’epoca ha 23 anni, ma è sposata già da cinque col marchese Stefano Giustiniani. Un matrimonio infelice: il marchese, basso e tarchiato, è un uomo compassato, cinico e decisamente reazionario. Dalla sua però ha il nome di una famiglia dal secolare prestigio (che si vanta di discendere addirittura dall’imperatore Giustiniano) e ai genitori di Anna basta e avanza per concedergli la sua mano. In due anni, nascono anche due figli, Teresa e Giuseppe. Ma Anna è scontenta.

Lei, che è cresciuta in Francia, figlia di un alto funzionario di Napoleone e nipote dell’economista Luigi Corvetto, creatore dello stato finanziario moderno, cerca una sua dimensione di donna colta e indipendente tenendo salotto a Palazzo De Mari, che diviene uno dei luoghi di dibattito più frequentati di Genova. Vi si parla di musica, di poesia, soprattutto di politica.

Inevitabile che passi di lì anche il giovane Cavour, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e inevitabile che incroci lo sguardo con questa ragazza non bellissima, ma ricca di fascino e di “grazia spontanea”, come la descrivono gli storici dell’epoca. Non sappiamo se l’amore nasce subito, certo si instaura un forte legame intellettuale, nel quale entrambi possono finalmente dare libero sfogo alle aspirazioni più profonde. “Verrà il giorno – scrive Nina a Camillo, profetica – nel quale il tuo ingegno sarà messo in evidenza”.

Dal diario di Cavour di quei mesi, si capisce che i due fanno un gioco pericoloso: il disprezzo per le convenienze, la comune passione politica e l’incoscienza della gioventù li portano a non fare nulla per nascondere la loro simpatia, che ben presto diventa amore. “Sai la tua Giustinianina? – scriveva Bice Pareto al figlio Carlo, spasimante di Nina – Chi la vuole sansimoniana, chi protestante, chi innamorata di un tal Cavour piemontese, chi pazza…”

Dunque Nina è già persa per il giovane tenente, ed il suo destino, come vedremo, è segnato. Le voci sulla loro relazione giungono anche al marito, che sorprendentemente minimizza, con la  vena di misoginia che non lo abbandonerà mai: “Quella per Cavour? È solo una passione. La verità è che Nina non è in possesso delle sue facoltà mentali”.

Intanto, l’occhio irascibile e volubile del re Carlo Felice si posa su Camillo, lo ritiene troppo poco fedele alla Corona, e troppo stimolato dall’ambiente genovese. Il “contino giacobino”, come lo chiama Carlo Alberto, viene richiamato a Torino alla fine del 1830, e nel marzo ‘31 praticamente confinato nel forte di Bard, in Val d’Aosta.

Tre lettere

Sarà un anno lunghissimo, per lui e per lei. Nina scrive tre lettere al giovane conte, ma non riceve risposta. Alla fine dell’anno Cavour è di nuovo a Torino, ma è un uomo sull’orlo del baratro. Il vizio del gioco, l’alcol, le avventure con donne facili: ”Impiego davvero bene il mio tempo…”, annota amaramente. Alla morte dell’odiato Carlo Felice, Nina compie un gesto clamoroso: si presenta in teatro con altre quattro dame del suo “salotto” con abiti sgargianti, invece che indossando il lutto.

Una protesta contro un re illiberale, contro il re di suo marito, che era il suo gentiluomo da camera, ma anche il re che ha allontanato da Genova il suo grande amore. Da Cavour, silenzio. Lui stesso si rende conto di essere sparito senza giustificazione: “Quando penso alle sofferenze terribili – annota – che ha subito a causa mia, mi viene una rabbia contro di me, mi accuso d’insensibilità, di crudeltà, d’infamia!”.

Intanto la famiglia Giustiniani è esasperata: Nina non fa nulla per nascondere la sua passione per il conte lontano, e compie altre imprudenze politiche, arrivando a denigrare in pubblico lo scomparso sovrano. Anche il marito, alla fine, decide di allontanarla da Genova. Nella casa paterna di Polanesi, in montagna, Nina continua a pensare a Camillo. Fa lunghe passeggiate: “Arrivo in cima a un monte, per gettare i miei sguardi sull’orizzonte, e respirare l’aria che mi arriva senza ostacoli dai paesi dove sta il mio bell’amore…”.

Cavour intanto viaggia, riflette e scrive: non è più il rivoluzionario di un anno prima, ma si convince che per combattere lo strapotere dell’aristocrazia e del clero occorre muoversi per gradi, cercando il “juste milieux”, il giusto mezzo. È ormai un liberale. Ma il destino ha in serbo per i due amanti altre occasioni di incontro.

Il ritorno a Genova

Nina torna a Genova, poi è a Milano, dove vive da emarginata, considerata una pazza. E certamente è in uno stato di profondo esaurimento: i medici le diagnosticano un “disordine al sistema cardiaco” (con amara, involontaria ironia) e le consigliano una visita presso un celebre cardiologo, Francesco Rossi, che è a Torino. Il 24 giugno 1834 Nina e il marchese Stefano sono nella capitale sabauda, e lei scrive subito a Camillo.

Finalmente, dopo tre anni, i due si rincontrano, nell’albergo di lei alle terme di Vinadio, presso Torino, mentre il marito è assente. Un incontro che Cavour descrive così nel suo diario: lei era in camera, sola, “tristemente poggiata sul tavolo, è l’immagine della sofferenza… ma non pronuncia un solo rimprovero, cerca solo di spiegare la sua condotta. Infine, forse per la dolcezza del suo sguardo, le ho preso la mano, l’ho portata sul mio petto e le ho chiesto “Mi perdonerete mai?”. Lei non ha resistito molto; la sua fronte si è appoggiata alla mia, e la sua bocca ha cercato la mia, per imprimere un bacio d’amore e di pace…”.

I giorni successivi sono un delirio di passione, con incontri mattina e pomeriggio, approfittando delle assenze del marchese. Un amore totale, nel quale affogano i ricordi degli ultimi anni, dolorosi per entrambi. Lui le racconta della passione politica, delle delusioni, perfino dei suoi amorazzi. E lei, nota il conte – “piena di delicatezza, costantemente evita di parlarmi di sé medesima, dei suoi lunghi dolori, delle sue crudeli sofferenze”. E si sbilancia: “Non abbandonerò mai più questa femmina celeste. La mia esistenza le sarà consacrata. Sarà la luce della mia vita, l’unico oggetto dei miei sogni, dei miei ricordi”.

Gustiniani rompe gli indugi

Una vera promessa per l’eternità. Qui entra in gioco il marchese Giustiniani, finora passivo. Paga la cameriera per intercettare le lettere tra i due, e alcune le trattiene, lasciando Cavour a lungo senza notizie di lei. Il che fa infuriare Camillo, che medita di sfidare il marchese a duello, poi dissuaso da una tenera lettera di Nina. Ma la situazione è ingestibile: lei si accorge dei trucchi del marito, e scrive lettere appositamente provocatorie: “Se ti amo, Camillo? Se ti amo? Ma se aspetto solo il silenzio della notte, perché risuoni nelle mie orecchie il tuo nome… sei mio? Sei mio!”.

Ma nascono anche i primi sensi di colpa, non certo per il marito, ma per lo stesso Camillo: “Potrò in coscienza donarti il fardello di una donna tutti  i giorni sofferente, che non guarirà mai? Potrò permettere che un giovane come te, pieno di forza, di vita, di talento, mi sacrifichi il suo avvenire, le sue speranze?”.

Camillo progetta persino la fuga con lei, una fuga d’amore, ma poi cambia idea. Finché i due si separano di nuovo: il conte torna in città, i Giustiniani nel castello di Voltri. Lei scrive un biglietto al marito: “Caro Stefano, se continui a ignorare ciò che faccio, se non vuoi assolutamente ch’io lo veda a Voltri (e certo non hai torto) io prenderò le mie misure per procurarmi un passaporto. Spiegati chiaramente per voce o per iscritto”.

Stefano, incredibilmente, accetta di far venire Camillo, e l’amore risboccia, praticamente sotto il naso del marito: lunghe passeggiate nello splendido parco, gite, passione. Ma lei già sa, già sente che è un amore impossibile: “Le nostre posizioni – gli scrive – sono del tutto diverse. Io sono sofferente, scoraggiata, incapace di prendere parte alle dolcezze della vita. Trovare una persona che ha voluto accettarmi, sopire le mie pene, amarmi infine, è stato un regalo che non devo più pretendere.”

Ancora la paura di essere un peso per la “brillante carriera” che Nina ha sempre predetto al suo Camillo. Al momento di partire ancora, dopo un incontro, il 18 ottobre del 1834, che resterà l’ultimo tra i due, Nina gli scrive: “Addio mio Camillo, mio tutto, sola luce che rischiara la notte profonda che mi circonda. Tu sarai tutto per me, nei giorni e nell’eternità”.

Camillo e la marchesa Guasco

Ma lui è già lontano, col corpo e con la mente: conosce la marchesa Clementina Guasco e intreccia una relazione con lei, arrivando a commissionare al pittore Romanini un suo duplice ritratto, uno per Nina, uno per Clementina. La sua passione si spegne, mentre quella di Nina è più forte che mai, anche quando il marito decide di trasferirsi con lei a Palazzo Lercari Parodi, sempre a Genova, che diviene una sorta di prigione. Stefano infatti sparge la voce che la moglie è matta. Parenti e amici non possono vederla, i genitori si rifiutano, finché lei non giuri di aver scordato Cavour.

Lui, il futuro padre della Patria, è di nuovo in viaggio: Svizzera, Francia, Inghilterra… studia il liberalismo moderno, i paesi costituzionali, dotati di parlamenti e di leggi più eque.

“Amarti con passione è forse follia? – gli scrive lei, con ostinazione – è follia vederti, scrivere e morire per te? Credono che sia matta? Li compiango, non sanno comprendere l’amore”. Nell’estate del 1835, Cavour le promette finalmente di tornare a trovarla. Ma scoppia un’epidemia di colera, e il viaggio è rimandato. Lei scappa di casa per raggiungerlo, e viene fermata ad Asti da un ufficiale sanitario. Camillo lo viene a sapere a Torino, e le consiglia di tornare a casa. È quasi un addio. Lei gli risponde: “I tuoi consigli mi hanno decisa. Vedo che attaccandomi alla tua sorte ti renderei infelice. Se è vero che le nostre anime sono fatte l’una per l’altra, ci ritroveremo nell’eternità”.

Un’ossessione divorante

È il 3 agosto. Pochi minuti dopo aver scritto queste righe, Nina beve del veleno, che però non la uccide. Dal tetro palazzo genovese, Nina continua a scrivere a Camillo, a pensare a Camillo, a sognare Camillo: un’ossessione divorante, che invano i suoi più cari amici, riammessi alla sua casa, cercano di guarire. Uno dei più assidui, Antonio Crocco, ha preso nota nel suo diario di quegli incontri, descrivendo una situazione sempre più preoccupante: “Nina assente, e perché!” (27 gennaio 1836); “Nina in faccia altrui – buona di cuore – traviata dalle circostanze” (3 marzo) “colloqui dolorosi con Nina” (23 aprile), e via di questo passo.

Lei è ormai disperata, scrive a Camillo persino in genovese: “Camillo bello, te vueggio tanto ben, ma quando te ou porrò dì. Sono tanto fiacca, a me existensa a le così precaria che non ho coraggio da pensà a l’avvegnì… Te daggo tanti baxi. Tutta to Nina”. È ancora sicura, dopotutto, che lui non l’ha dimenticata, mentre il marito continua a leggere le sue lettere, e a tenerla rinchiusa, come testimonia ancora Crocco: “Visita Nina. Verecondia dell’affetto più puro, tormento di formulare espressioni del cuore nelle lettere sottoposte al freddo e tirannico sindacato”.

L’idea di farla finita

Quando il padre di Nina muore, proprio di colera, lei scrive che desidera raggiungerlo presto. Si fa sempre più strada l’idea del suicidio, che tenta una seconda volta nel 1838. Scrive uno spietato autointerrogatorio: “Qual è l’essere che ami di più? Camillo. Qual è la cosa che desideri di più? La morte”.

Ormai è sola, rinchiusa nel dolore, e lo stesso Cavour, ormai lontano, le scrive di cercare di curarsi, di riguadagnare il buonumore, di distrarsi. Lei risponde: “La lunga solitudine mi ha fatto capire che non ho bisogno di distrazioni. Oso dire che ormai amo soffrire”. Quattro lunghi anni lontana dal suo Camillo, scissa tra il bisogno di vederlo e di sentirlo, e il desiderio di non appesantirlo con rimorsi o turbamenti. Quattro anni di amore disinteressato, senza un rimprovero o una richiesta, nella assoluta certezza dell’avvenire radioso di lui, e quello tragico di lei.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1841, Nina prende la penna e scrive ancora a Camillo: “La donna che ti ha amato è morta. Non era bella. Aveva sofferto troppo. Quello che le mancava lo sapeva meglio di te. È morta, ti dico, e nessuna ti ha amato come lei. Nessuna.” Poi si getta dalla finestra del cortile di Palazzo Lercari Parodi.

Muore dopo atroci sofferenze, solo sei giorni dopo. Viene sepolta sola, come è stata nella vita, nella chiesa dei Cappuccini di Genova, lontana dal marito che si è risposato, dai genitori che la ripudiarono, dagli amici del suo salotto dei tempi belli. Camillo, il suo unico amore, diventerà nel 1850 ministro, e nel 1852 capo del governo del Regno di Sardegna, riuscendo nel 1861 a coronare il suo sogno di un’Italia unita. Morirà pochi mesi dopo, a giugno, a soli 51 anni. Non aveva mai ricevuto l’ultima lettera di Nina Giustiniani, l’unica donna che lo aveva amato.

Nella foto di apertura, Anna Schiaffino Giustiniani, a venticinque anni in un ritratto del pittore Ferdinando Cavalleri (Wikipedia) e un ritratto di Camillo Benso di Cavour (Agf, Pinacoteca di Brera)

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