Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI –  “Mi chiamo Valentina Crepax. Sono nata a Milano il 17 giugno sotto lo stesso tetto di via Settala dove mio zio Giulio studiava per l’esame di maturità”. E poi avanti con una “piccola tiritera anagrafica” soltanto perché questo “promemoria mi aiuta a confermare la mia esistenza” perchè “dopo i primi 13 anni di vita da monovalentina è nato il mio doppio. Né clone né sosia, ma una ladra di identità. Un’altra Valentina che, come il mondo ignora (o finge di ignorare per farmi dispetto), di cognome farebbe Rosselli. Ma è di Crepax e quel ‘dì è scivolato via subito senza che nessuno ci facesse caso. Così nella mia famiglia, da allora ci sono due Valentine Crepax”.

Nel libro della giornalista, figlia del discografico Franco Crepax, scomparso a 92 anni a marzo, e nipote del fumettista Guido (scomparso nel 2003), creatore dell’iconica donna col caschetto bruno alla Louise Brooks modellata sulla figura della moglie Luisa Mandelli, ‘Io e l’asino mio – Storie dei Crepax raccontate da Valentina Crepax’, pubblicato da pochi giorni postumo da Bompiani nella collana Amletica leggera diretta da Stefano Bartezzaghi (308 pagine, prezzo 18,00 euro), la Valentina ‘reale’ vuole affermare la propria identità.

E lo fa con una serie di racconti, di aneddoti divertenti, curiosi, personali, romantici o familiari in cui racconta a volte in parallelo la vicenda sua personale e quella della famiglia dello zio Guido. Quella dei Crepax (perchè il padre Franco ha pagato 500mila lire per sanare un errore commesso dall’anagrafe veneta) e quella dei Crepas dello zio Guido (che “per tirchieria”, scrive Valentina, non ha pagato le 500mila lire, ma che ha comunque continuato a firmare le sue tavole col suo cognome originale).

Un libro, quello scritto da Valentina Crepax piacevole e interessante, in cui si parla delle vicende familiari, del padre Franco (Franchestìn), che per la nonna era “poveraccio perché non ha alimentato la sua dote naturale assecondando la sua fragilità d’artista” (in realtà negli anni Sessanta, come direttore generale prima alla Dischi Ricordi e poi alla Cgd, ha contribuito a lanciare i primi cantautori come Gino Paoli, Giorgio Gaber, Umberto Bindi, Enzo Jannacci, Sergio Endrigo e Luigi Tenco ma anche interpreti della canzone italiana come Ornella Vanoni, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli e Marcella Bella), dello zio Guido, che per la nonna era “poveretto ma fortunato perchè aveva una dote naturale che gli permetteva di gestire il proprio estro”.

Si parla molto di vita privata, del suo status di ragazza madre (il padre della figlia Alice è il regista Marco Tullio Giordana), del suo matrimonio fortunato col giornalista Gigi Zazzeri, scomparso un anno fa, dei suoi fratelli e dei suoi cugini, i Crepas. E, ovviamente, si parla molto anche dell’alter ego cartaceo col quale Valentina Crepax ha dovuto convivere per tutta la vita. Un’omonima (ma solo nel nome, visto che quello del personaggio dei fumetti di cognome da Rosselli) che l’ha accompagnata per tutta la vita e con la quale ha dovuto, suo malgrado, rivaleggiare.

“Una volta scoperto il mio nome, i miei interlocutori viaggiano rapidi sul mio corpo e non trovando stivali di cuoio nero, calze a rete, chiappe in vista, si sentono defraudati di qualcosa”, scrive. E poi, ancora, cita (forse mettendoci un po’ di fantasia) una risposta “con tono sconcertato” a una domanda un po’ perversa rivoltale da un ammiratore della Valentina dello zio Guido: “No, non ho mai avuto un rapporto sessuale con un televisore Brionvega nè ho mai visitato la città di Ko’myatan”.

In definitiva, come scrive l’autrice, “tutte le famiglie felici si somigliano, ma questa no, non somiglia a nessun’altra. Nella felicità i Crepax sono inclini al riso, vivissimi, brillanti, inarrestabili – aggiunge – adulti, bambini, cani, tartarughe, case e mezzi di trasporto, avi e fidanzati: l’appartenenza o la prossimità al casato porta un taglio di luce obliqua su ogni cosa e persona e tutto così diventa sketch, teatro, epopea.

Che si tratti di rivoltare un cappotto vecchio, affrontare una crisi famigliare, produrre musica o fumetti (e che musica, e che fumetti), tutti loro mostrano i tratti di una creatività istintiva che li rende, generazione dopo generazione, perfetti personaggi da romanzo. Eppure quelle che ci racconta la Valentina di carne (e non quella di carta, disegnata da uno zio geniale) sono storie di vita reale e quotidiana, a volte travagliate e dolorose, sempre attraversate dalla forza dirompente dell’ironia. Sullo sfondo, bellissima e riservata, la Milano degli anni Cinquanta, dove c’era da rifare tutto – la musica leggera, i giornali, l’arredamento, il modo di stare al mondo”.

Valentina Crepax, quella vera, la giornalista e scrittrice non ha fatto in tempo a vedere stampato il suo ultimo libro. Malata da tempo, se n’è andata lo scorso 30 luglio a soli 68 anni a Milano.

Autrice di molti libri di successo – tra cui ‘Gli uomini: istruzioni per l’uso’ (Mondadori, 1986) e ‘Tipi metropolitanì (Mondadori, 1988), entrambi illustrati con le tavole tavole in bianco nero a piena pagina di Guido Crepax – lascia questa sua autobiografia per Bompiani, ‘Io e l’asino mio. Storie di Crepax raccontate da Valentina’, che chiude per sempre un conflitto-amore tra le due Valentine e riporta l’umorismo naturale di una famiglia che ha speso con amore e senza mai risparmiarsi il suo talento nella Milano di quegli anni dove, come scrive Natalia Aspesi nella lettera all’autrice che chiude il libro, “ogni giorno era il futuro e si era molto ottimisti sognando falce e martello perchè il telefono aveva ancora il filo e non c’era la tomba di Facebook e tutto il resto”.  

AGI – La via Catina-Thermae, una delle strade piu’ importanti della Sicilia romana di collegamento tra Catania e Termini Imerese, possiamo percorrerla oggi per qualche metro e non solo guardarla nelle mappe antiche. Una straordinaria scoperta di una “massicciata” fatta a Caltavuturo conferma, infatti, quanto descritto da fonti itinerarie quali l’Itinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana, carte in cui erano tracciato il sistema viario dell’Impero Romano. La scoperta e’ avvenuta nel corso dei saggi archeologici preventivi richiesti alla Snam Rete Gas durante la progettazione dei lavori di rifacimento del Metanodotto Gagliano-Termini Imerese.

“Finora non avevamo prova archeologica sicura che vi fosse corrispondenza tra alcuni tratti tra la statale 120 tra l’Etna e le Madonie – strada molto antica ma il cui tracciato e’ di eta’ bizantina – e la via romana, che nasce in eta’ tardo-repubblicana. Erano le strade piu importanti della Sicilia, percorse dai corrieri della posta o, da Catania fino a Termini, dalle derrate dirette al porto”, spiega all’AGI Maria Rosa Cucco, archeologa che ha diretto gli scavi. Per lei, topografa, la scoperta e’ “un premio alla carriera”.

“Non abbiamo attestati su stazioni di posta – continua – ma dopo mezza giornata di cammino a cavallo e’ ipotizzabile vi fossero le mutationes, ovvero stazioni per il cambio dei cavalli. la cosa straordinaria e’ che la viabilita’ romana in Sicilia a’ e’ indiziata da ritrovamenti archeologici, ma in questo caso abbiamo una massicciata. Sopra questa massicciata, che doveva corrispondere a qualche struttura, c’era probabilmente un basolato, che non abbiamo. Al di sopra di gran parte del tracciato corre la SS 120”.

“Indiziario potrebbe essere, poi – spiega la Soprintendenza – il nome di “Balate” attribuito alla contrada ad Est del tracciato. A Nord-Ovest dal luogo del rinvenimento archeologico si trova, peraltro, il sito della fattoria romana di Pagliuzza, insediamento che era servito dalla Catina-Thermae e dove, alcuni anni fa, sono stati rinvenuti oltre 500 denari d’argento di eta’ repubblicana, che oggi sono esposti all’interno del Museo Civico di Caltavuturo”.

Il ritrovamento di frammenti di ceramica ha condotto a far risalire la strada a un periodo tra il II e il III secolo dopo Cristo. “Si tratta di un tratto extraurbano – ha aggiunto all’AGI Lina Bellanca, soprintendente ai Beni culturali di Palermo – che collegava le citta’ tra loro. Il tratto stradale romano, di cui si conserva solo la massicciata (statumen) corre parallelo alla SS 120 e ad una quota di poco inferiore confermando, almeno tra il Km 36 e il Km 37, una corrispondenza tra le due strade prima d’ora solo ipotizzata dagli studiosi di Topografia Antica”.

“Non e’ cosi’ facile trovare un tracciato stradale di questo genere – aggiunge Cucco – e infrastrutture legate a strade in Sicilia ne abbiamo molto poche. Qui siamo di fronte a un unicum”. Gli scavi sono stati realizzati grazie alla legge sull’archeologia preventiva, e grazie ad accordo con Snam che, in fase di progettazione di metanodotto, ha finanziato li. Adesso Snam, alla luce di questi risultati, mettera’ a punto una variante.

“Siamo ancora una volta davanti a un rinvenimento importantissimo – ha detto l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identita’ Siciliana, Alberto Samona’ – che ci dimostra quanto enorme sia ancora il potenziale inesplorato, in termini di testimonianze storico-archeologiche, della Sicilia. Un ambito nel quale e’ necessario potenziare l’attivita’ di ricerca e per il quale il governo regionale intende destinare maggiori risorse”.

Gli scavi archeologici sperano, infatti, nei finanziamenti pubblici, oltre che nel mecenatismo di privati. Potrebbe essere utile, tra l’altro, per confermare e dar la possibilita’ di toccare con mano (o con piede, in questo caso) tracce di arterie cruciali, come la Via Valeria, di cui scriveva il geografo Strabone e che collegava Messina a Lilibeo, l’odierna Marsala. “Probabilmente – conclude Cucco – essa coincide con la Settentrionale sicula, con un territorio ampiamente urbanizzato. E’ difficile scoprirne tratti, ma non demordiamo”.

AGI – Al posto giusto nel momento giusto. Difficile dire quale mix di abilità, tenacia e fortuna porti un fotografo all’appuntamento con l’attimo in cui la cronaca diventa storia. Ma se quella ‘magia’, nell’arco della carriera, si ripete tante volte, allora quel fotografo è davvero grande. Grande come Marcello Geppetti, il re dei paparazzi romani – ma per lui, come per altri colleghi, l’etichetta sfornata da Federico Fellini appare davvero troppo stretta – che ha raccontato per immagini una parte importante delle vicende italiane a cavallo degli anni tra ’60 e ’70.

A ricostruirne la parabola umana e professionale è ora Vittorio Morelli in ‘Fotoreporter. Marcello Geppetti da via Veneto agli anni di piombo’ (edizioni All Around), un documentatissimo viaggio a ritroso in una carriera iniziata da fattorino in un quotidiano della capitale e continuata, scatto dopo scatto, alternando l’impegno lavorativo a quello sindacale, con la lunga, difficile battaglia che solo nel ’76 sarebbe approdata all’ammissione dei fotoreporter nell’Ordine dei giornalisti.

Reflex al collo, sigaretta tra le labbra, la Vespa lanciata all’inseguimento dello scoop di turno, Geppetti – ‘emigrato’ da Rieti all’inizio degli anni ’50 – diventa presto membro militante del gruppo dei fotografi d’assalto romani (gli eredi degli ‘scattini’ che vendevano foto ai turisti, spesso presi di sorpresa, di fronte ai monumenti della città eterna). Ed è lui, con e più di altri paparazzi celebri – uno su tutti, l’amico Tazio Secchiaroli – a costruire a colpi di flash il mito della Dolce Vita: Anita Ekberg che si difende dai fotografi armata di arco e frecce davanti alla sua villa romana, Audrey Hepburn che entra in una panetteria del centro, Brigitte Bardot sul set de ‘Il disprezzo’.

Nel mirino di Geppetti finiscono tutte, ma proprio tutte, le star di quegli anni, da Claudia Cardinale a Sophia Loren, da Anna Magnani e Jane Mansfield, da Jane Fonda a Jackie Onassis. Ma è un bacio galeotto, anzi il “bacio dello scandalo” al sole di Ischia tra Liz Taylor e Richard Burton a valergli l’inserimento nella hit delle 28 immagini più famose della Pop Art.

E’ il 1962 e – come racconterà poi il figlio Marco – Geppetti rifiuta i 12 milioni (cifra astronomica per quel tempo) che il legale di Burton gli offre per ritirare le foto: “Io lavoro per la stampa, non per i privati”, la sua risposta: “Cosa si direbbe di me, in giro?”. Geppetti non documenta solo le vite più o meno artificiali dei grandi divi del cinema o (più avanti) della tv.

Con il suo bianco e nero fissa con implacabile realismo le sequenze di stagioni che segnano la trasformazione del Paese: il ’68, le contestazioni operaie, il conflitto sociale, il terrorismo. E’ a Valle Giulia, dove la polizia si scontra con gli universitari; alla Sapienza di Roma per la ‘battaglia’ tra il Movimento studentesco e i neofascisti; in via Fani – come sempre tra i primi ad arrivare – dove un commando delle Br per rapire Aldo Moro ha fatto strage della sua scorta.

Un rapporto, quello con la ‘nera’, che nel caso di Geppetti aveva avuto un imprinting tragico, in una notte d’estate del ’59, la notte dell’incendio all’Hotel Ambasciatori: le drammatiche immagini delle donne che cercavano di scampare alle fiamme gettandosi nel vuoto gli avevano attirato critiche ingenerose e persino un sospetto di scomunica da parte delle gerarchie ecclesiastiche, a lui che era stato tra i primi a chiamare i soccorsi.

Geppetti se ne va troppo presto, nel ’98, a 64 anni, stroncato da un infarto mentre se ne sta seduto sul divano di casa a guardare il festival di Sanremo dopo l’ennesima giornata passata al lavoro nel redivivo ‘Momento Sera’. Qualche mese dopo, muore anche Secchiaroli. L’anno prima David Schonauer, l’editore di “American Photo”, aveva definito proprio Geppetti e Secchiaroli “i fotografi piu’ sottovalutati della storia”.

Mentre New York Times e Newsweek avrebbero paragonato Geppetti a Henri Cartier-Bresson e a Weegee. Di lui restano un archivio sconfinato, più di un milione di negativi, e il ricordo indelebile di chi gli ha voluto bene. I suoi scatti – scrive nella prefazione Paolo Conti, giornalista del Corriere della Sera, che con Geppetti lavorò agli esordi – sono “diversissimi tra loro ma accomunati dallo stesso stile, da una identica estetica. La pura e assoluta verità, la mancanza di qualsiasi compiacimento. Nessuna finzione”. 

AGI – “Nel 1972, con la morte della sorella Savina, Alberto Sordi ha chiuso la sua casa e non ha più invitato nessuno fino alla sua morte avvenuta nel 2003″. Alessandro Nicosia, curatore e organizzatore degli Eventi per il Centenario Sordi, presenta così alla sindaca Virginia Raggi la casa in Piazza Numa Pompilio, alla fine di via Amba Aradam a Caracalla, che da domani al 31 gennaio 2021 si aprirà ai romani e a tutti coloro che vorranno visitare questo luogo ‘misterioso’.  

L’attesa mostra ‘Il Centenario – Alberto Sordi 1920-2020‘, che doveva essere inaugurata a marzo ed è slittata a oggi a causa della pandemia, è un’esposizione senza precedenti, un’esperienza immersiva e totalizzante, un viaggio spettacolare alla scoperta dell’artista e dell’uomo, un ritratto completo e inedito del grande ‘Albertone’.

L’esposizione si snoda tra i vari ambienti della casa, per la prima volta aperta al pubblico, con due tensostrutture di oltre 800 mq create per l’occasione e il Teatro dei Dioscuri al Quirinale: spazi lungo i quali si distende l’intero racconto che ci fa rivivere la lunga carriera dell’attore e allo stesso tempo ci fa scoprire il Sordi privato, attraverso oggetti, immagini, video, abiti, curiosità, documenti inediti.

Un’esposizione volta a restituirci con rara completezza il ritratto di un uomo e di un artista, lasciando emergere le sue poliedriche capacità professionali maturate in sessanta anni di carriera – è stato doppiatore, cantante, compositore, musicista, giornalista, attore, sceneggiatore, regista – ma anche la sua personalità, i tratti del suo carattere e il suo modo di essere nella vita pubblica e privata. Un ritratto completo in tutti i suoi risvolti e le possibili sfaccettature; un racconto che lascia emergere il contributo unico e insostituibile che ci ha lasciato in eredità. La mostra è curata e organizzata da Alessandro Nicosia con Vincenzo Mollica e Gloria Satta, prodotta da C. O. R. Creare Organizzare Realizzare. 

“Oggi non c’è un Alberto Sordi, non potrebbe esistere, non c’è più alcun attore che si prenda il posto responsabile, in complicità coi registi, di rappresentare l’italiano medio – peggiorato nel frattempo a dismisura – nelle sue funzioni private di marito-scapolo-seduttore o pubbliche di vigile-moralista-commissario-medico della mutua-tassinaro o perfino mafioso in un bellissimo e ignorato film di Lattuada”. Così lo descrive il critico Maurizio Porro nella presentazione di uno dei due cataloghi che accompagnano la Mostra, e conclude: “Sordi è stato un grande protagonista del cinema, perché la sua storia si fa cultura attraverso un rincorrersi di temi e valori, di ambiguità e amoralità, di grandi finzioni e piccole pìetas…”.

La villa, immersa nel verde, in piazzale Numa Pompilio a Caraccalla, è stata progettata negli Anni Trenta dall’architetto Clemente Busiri Vici e offre uno scenario eccezionale che permetterà al pubblico di immergersi nella vita quotidiana dell’attore. Sordi si innamorò immediatamente della villa che si affaccia sulle Terme di Caracalla e che acquistò nel ’54 (era appartenuta a Alessandro Chiavolini, segretario particolare del Duce, anche se la leggenda narra che il proprietario fosse un altro gerarca fascista, decisamente più noto, Dino Grandi, l’uomo che con l’omonimo ordine del giorno, portò alla destituzione di Mussolini, il 25 luglio 1943) pagandola 10 milioni di lire e ‘soffiandola‘ all’amico Vittorio De Sica che ci aveva messo gli occhi sopra.  

Il percorso inizia proprio con la storia della Villa, dal contratto ai bozzetti di Busiri Vici. I visitatori scoprono all’inizio del percorso il teatro che Sordi fece costruire per rappresentazioni private o proiezioni con pochi amici (c’è anche una cabina di proiezione). Un vero gioiello architettonico, con tanto di camerini per gli attori, una galleria di sculture commissionate a Spadini e un fondale ad opera di Severini. Questa sala per decisione della sindaca di Roma e della Fondazione Sordi, dovrebbe essere aperta in maniera permanente al pubblico e ospiterà le proiezioni dei film dell’attore.

All’interno del teatro, come in una sorta di presentazione generale, si racconta il piccolo e poi il giovane Alberto, inserito nel suo contesto di origine, tra le amate sorelle Aurelia e Savina e il fratello Giuseppe, la madre maestra e il padre musicista che tanto ha influito nella sua prima formazione.

Si potranno visitare poi la palestra – con il toro meccanico con cui Sordi faceva a gara con gli amici, la bicicletta, con cui andava in giro, la cyclette, e tanti altri attrezzi sportivi – i saloni, con tre quadri originali di Giorgio De Chirico che Sordi aveva acquistato direttamente dal pittore, suo amico (si racconta che il pittore ci rimase male nel vedere come Sordi avesse piazzato le sue opere, quasi in penombra e senza dargli alcuna evidenza). 

Si potrà poi accedere al piano superiore dove c’è il suo studio, allestito così come lui lo aveva lasciato, la sua camera da letto dove è morto il 24 febbraio 2003 e ancora la curiosa e unica barberia. C’è anche la cucina, ampia con un tavolo al centro e un balcone che affaccia sul giardino, ma questo luogo non è accessibile per la visita.

All’esterno della villa i visitatori troveranno nei giardini e due tensostrutture allestite per ospitare i tantissimi documenti, gli audio, i filmati, che permetteranno di percorrere in maniera puntuale i momenti principali dagli inizi: il doppiaggio, la radio, i film. Nella prima struttura – sotto la quale in origine c’era la piscina – sono di particolare interesse i manoscritti autografi di copioni, le sceneggiature per la radio, il Giro d’Italia per il quale Sordi fece il cronista, e gli sketch radiofonici con i personaggi di Mario Pio e Conte Claro. Qui anche uno spazio dedicato a ‘Mamma mia che impressione’ primo film scritto e prodotto da Sordi nel 1951, che il pubblico potrà vedere interamente nella saletta cinema.

Nella seconda tensostruttura nel piazzale antistante la villa, due grandi sezioni: quella dedicata al Sordi segreto, con sette capitoli pieni di curiosità: attraverso ricordi, foto e materiale inedito, si racconta Sordi benefattore, Sordi e gli animali (la sua passione per i cani, i cavalli…), l’intenso rapporto del nostro con le donne (Sordi scapolo d’oro, fidanzato sempre, sposato mai), etc. E poi Sordi e il cinema dove gli amanti dell’artista potranno trovare oltre venti costumi dei film fra i quali ‘Il Marchese del Grillo’, ‘Il vigile’ e ‘Il medico della mutua’.

Al centro del salone la mitica Harley Davidson di ‘Un americano a Roma’. Infine, attraverso una installazione mediale Alberto Sordi saluterà il suo pubblico di ieri e di oggi. I visitatori potranno anche interagire nelle due postazioni di Radio Rai e di Rai Play. Accanto la Sala proiezioni: uno spazio aperto accessibile a tutti gratuitamente, dove verrà proiettato un filmato dedicato a Sordi curato da Luce Cinecittà.

AGI – Il Teatro alla Scala accoglie nuovamente il pubblico in teatro con un grande concerto il 12 settembre e, il giorno dopo, il 13 la Filarmonica regala alla città il tradizionale concerto slittato da giugno, che per l’occasione speciale cambia nome e da concerto per Milano diventa ‘concerto per l’Italia’. Sul podio il maestro Riccardo Chailly.

Un weekend di rinascita per il Teatro e per la Filarmonica

Il Piermarini è il simbolo di rinascita di Milano da sempre, oggi come nel 1946, quando dopo la distruzione per i bombardamenti della guerra, riaprì con una memorabile esecuzione diretta da Toscanini. Adesso, con un concerto straordinario dedicato a medici e infermieri in prima linea nella lotta alla pandemia, ‘rinasce’ nuovamente dopo la chiusura imposta dal Covid. Sono passati oltre sei mesi. Era il 23 febbraio quando il sovrintendente Dominique Meyer annunciò che ‘temporaneamente’ sarebbe calato il sipario. In 242 anni era accaduto solo sei volte.

La Nona di Beethoven

A celebrare il ‘nuovo’ inizio, al Piermarini, ci sarà anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Mentre il capo dello Stato Sergio Mattarella (che ha assistito all’omaggio della Scala alle vittime del covid, in Duomo lo scorso 4 settembre) ha già fatto sapere che sarà presente alla replica del prossimo 17 settembre.  Per la ripartenza, l’organico scaligero, al gran completo, sotto la bacchetta di Riccardo Chailly eseguirà la Nona Sinfonia di Beethoven, con un illustre quartetto di solisti: Krassimira Stoyanova, Ekaterina Gubanova, Michael Konig e Tomasz Konieczny.  

La Filarmonica in piazza, 2.600 posti sul sagrato del Duomo 

Domenica 13 settembre, la Filarmonica si presenta all’appuntamento più atteso e amato dell’anno, quel concerto che dal 2013 offre alla città, attirando – in passato – sul sagrato del Duomo anche 50 mila persone. Quest’anno il Covid impone numeri decisamente diversi ma che comunque richiedono un grande sforzo organizzativo: la platea sotto il cielo di Milano sarà di 2.600 persone. Ben distanziate, con posti numerati. La prenotazione è obbligatoria su www.openfilarmonica.it. 

Il concerto per l’Italia si ascolta nel mondo

La musica della Filarmonica non risuonerà solo davanti alla Cattedrale gotica di Milano ma nelle case di tutto il mondo, vista la trasmissione in diretta su Rai 5, Radio 3 e RaiPlay in Italia, su Arte in Europa e distribuito in oltre 20 paesi nel mondo incluso Medio Oriente, Nordafrica, Giappone e Cina.

Con Chailly il violino di Vengerov

Sul podio dell’orchestra, come tradizione in questi anni ci sarà il maestro Riccardo Chailly, insieme a un ospite d’eccezione, il grande violinsta Maxim Vengerov che si cimenterà con Mendelssohn. In programma celebri Sinfonie, Ouverture e Intermezzi d’opera: da Don Pasquale di Donizetti a Manon Lescaut di Puccini, da Normadi Bellini a La Forza del Destino di Verdi. 

AGI – È morto all’età di 82 anni l’editore Franco Maria Ricci. A dare la notizia della morte di Franco Maria Ricci, scomparso oggi nella sua casa a Fontanellato, in provincia di Parma è stato il nipote Edoardo Pepino, direttore del Labirinto della Masone ideato dallo stesso Ricci. Editore e collezionista, è diventato famoso per aver pubblicato negli anni ’80 la rivista patinata ‘FMR’ conosciuta in tutto il mondo. 

Chi era l’editorie e collezionista

Ricci, nato a Parma il 2 dicembre 1937, ha iniziato la sua carriera come editore nel 1963 con la ristampa anastatica del ‘Manuale Tipografico’. Ha coltivato in parallelo anche l’interesse per la grafica che lo ha portato a disegnare marchi e ideare pubblicità per grandi aziende, sia italiane che straniere. Diverse sono le collane pubblicate che lo hanno reso celebre, tra cui le Enciclopedie delle città e delle regioni d’Italia, come Milano, Parma, Roma e la Sicilia, volumi ricchi di immagine suggestive e testi.

Dal 1982 al 2004 ha pubblicato la rivista ‘FMR’ che lo ha reso famoso in tutta Italia e definita da Fellini “la perla nera”. Oltre che editore e grafico, Ricci era anche un collezionista d’arte, un appassionato bibliofilo e un costruttore di labirinti. Il suo capolavoro è il labirinto della Masone, a Fontanellato.

Il cordoglio di Franceschini

“La scomparsa di Franco Maria Ricci è un grande dolore – sottolinea il ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini – con lui viene a mancare un intellettuale di straordinaria sensibilità e intelligenza, un editore colto e raffinato, un uomo che ha sempre operato per divulgare la conoscenza del nostro patrimonio culturale”.

 

AGI – Remo Rapino con ‘Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio’ (minimum fax), ha vinto la 58esima edizione del Premio Campiello. Lo scrittore ha ottenuto 92 voti su un totale di 263 pervenuti dalla giuria popolare.      Al secondo posto si è classificato Sandro Frizziero con ‘Sommersione’ (Fazi), che ha ottenuto 58 voti, al terzo Ade Zeno con ‘L’incanto del pesce luna’ (Bollati Boringhieri), 44 voti. Quarto posto per Francesco Guccini con ‘Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto’ (Giunti),  39 voti. Alla quinta posizione Patrizia Cavalli con ‘Con passi giapponesi’ (Einaudi), 31 voti. Ad Alessandro Baricco è andato il premio alla carriera.

AGI – Milano ha reso omaggio alle vittime del Covid nella sua cattedrale simbolo della città, in una serata che vuole essere di rinascita e di ripresa verso una “nuova normalità” come l’ha definita il sindaco Giuseppe Sala.

Nel Duomo trasformato per una sera in una magnifica sala da concerto, l’orchestra scaligera al gran completo per la prima volta da febbraio, diretta dal maestro Riccardo Chailly ha eseguito la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, una composizione che, come ha osservato il sovrintendente Dominique Meyer, “appartiene alla Scala, i coristi la sanno a memoria”.

L’orchestra al completo con Mattarella in prima fila

Alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, 90 orchestrali rigorosamente con mascherina, insieme a 94 coristi e 4 solisti eccellenti come Krassimira Stoyanova, Elna Garanca, Francesco Meli e Rene’ Pape si sono esibiti per 600 spettatori.

Un maxi schermo a Codogno 

In realtà non solo per loro, visto che il concerto è stato trasmesso in diretta tv su Rai 5 e anche su Radio 3. E un maxi schermo ne ha permesso la visione anche a Codogno, paese dove scoppiò il primo caso di coronavirus. 

Il monito di Delpini, basta beghe serve alleanza

Prima dell’inizio del concerto, ha risuonare è stato però il monito dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ha richiamato alla necessità di una alleanza per superare il dolore provocato dalla pandemia. Basta con la “meschinità delle beghe”, ci sono state “contrapposizioni pretestuose, mentre sarebbe necessaria una alleanza, una coralità per affrontare insieme le sfide e le lacrime di questo tempo”.
Alleanza che trova d’accordo il governatore lombardo Attilio Fontana, che sottolinea come sia necessaria adesso più che mai “per affrontare la situazione economica e la ripresa”.

Per Sala, Milano è pronta per una nuova normalità

La città è pronta a guardare avanti, è “pronta per una nuova normalità”, la “sua parte l’ha già fatta e continuerà a farla”. Il sindaco Sala lo rivendica in un intervento prima del concerto. Parla con “emozione” dello “strazio della perdita” ma insiste sulla “volontà comune di segnare una nuova strada per la nostra comunità”, dove si torni a considerare “la salute come bene comune e più prezioso delle nostre vite”. 

In Duomo i lavoratori che hanno tenuto ‘aperta’ la città nel lockdown

Nella navata centrale della Cattedrale ad assistere al concerto, oltre a Fontana e Sala, l’ex premier Mario Monti, il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia, il prefetto Renato Saccone, il presidente della Confcommercio oltre che della Camera di commercio di Milano, Carlo Sangalli. E personaggi dello spettacolo come l’etoile Roberto Bolle con Carla Fracci, il musicista e compositore Michael Nyman. Presenti anche una quarantina di rappresentati delle categorie di lavoratori che hanno permesso alla città di andare avanti durante i mesi più duri del lockdown, da quelli dell’alimentare, a quelli dei trasporti e della sicurezza. Postini, fruttivendoli, panificatori, macellai, tranvieri, volontari, netturbini, poliziotti, vigili del fuoco, benzinai, farmacisti, medici, infermieri e anche giornalisti: non si sono mai fermati nei mesi dell’isolamento. 

AGI – “Il mistero del rapporto tra padre e e figlio riguarda tutti, il film tocca quelle emozioni. Padrenostro è una lettera d’amore finalmente spedita da un figlio al padre e viceversa, da una parte un uomo che fa vedere al figlio le sue debolezze e dall’altra un bambino che diventa un ometto”.

Pierfrancesco Favino in ‘Padrenostro’ di Claudio Noce, in corsa per il Leone d’oro a Venezia e proiettato stasera, interpreta il ruolo del padre del regista, il vicequestore che nel ’76 subì un attentato da parte dei Nuclei armati proletari. In conferenza stampa ha raccontato che tre anni e mezzo fa quando davanti a un caffè Noce gli raccontato la storia della sua famiglia si è “rivisto bambino nel rapporto con mio padre, alla ricerca di tenerezza e abbracci che quella generazione di genitori non dava, limitandosi alla protezione familiare. Quel mondo ora io lo ringrazio ma da bambino facevo fatica a scalfirlo”.

Raccontando il mistero del rapporto padre e figlio, ha chiarito, il film, anzichè una storia sugli Anni di piombo è il riscatto della generazione dei cinquantenni come lui che non ha partecipato ai grandi eventi storici e politici e per questo è stata un po’ messa da parte: “Capita di rado che una vicenda reale riesca a sostenere una storia universale”. Il suo personaggio, ha analizzato, è sempre presente anche quando non è in scena: “Rappresenta quella generazione di uomini che non facevano trasparire le loro sofferenze e le loro preoccupazioni, convinti che quella era l’educazione alla forza da dare al figlio maschio”. 

AGI – Fare le prove, per sei ore filate, della Messa da Requiem di Verdi indossando la mascherina non sarà facile. Ma la voglia di ripartire è più forte di tutto. L’appuntamento simbolo della rinascita, non solo di Milano ma del Paese dopo mesi di isolamento, è dietro l’angolo: venerdì 4 settembre alle 20.30, il maestro Riccardo Chailly dirigerà il Requiem nella Cattedrale di Milano in memoria delle vittime della pandemia, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del ministro dei beni culturali Dario Franceschini. Per l’occasione l’organico sarà al completo: 94 orchestrali, 90 coristi, 4 solisti più il direttore, tutti a debita distanza per rispettare le norme anti-contagio. 

L’orchestra scaligera renderà omaggio poi altre alle due città ferite dall’epidemia: Bergamo e Brescia. Dopo i 4 concerti-test di luglio, per Chailly e l’orchestra si prevede un tour de force con 12 serate, prima di arrivare all’inaugurazione della stagione il prossimo 7 dicembre, alla classica ‘prima di Sant’Ambrogio’.

Un programma ‘speciale’ 

“Questo Requiem – ha spiegato il direttore dell’orchestra scaligera, Chailly – è una scelta precisa: non viene mai inserito nella programmazione, ma scelto solo per occasioni speciali”. “Dal 2014 è la quarta volta che lo dirigo a Milano” ha poi ricordato, sottolineando “il coraggio collettivo e la volontà di esserci”, sebbene provare con la mascherina e distanziati “crea una difficoltà tecnica da gestire”, ma “lo sforzo merita per il significato che ha e che va oltre quello musicale”.

Il Requiem “è un pensiero per tutte le famiglie che sono state colpite da questa tragedia – ha poi aggiunto il sovrintendente Meyer -. All’inizio si parlava dell’epidemia in modo leggero, ma poi i numeri e ,la scomparsa di persone che conoscevamo hanno cambiato la percezione. Tutta la regione è stata molto ferita”. 

Tutti gli artisti hanno fatto il tampone

L’unica ‘libertà’ concessa agli artisti venerdì sera sarà quella di presentarsi sul palco senza mascherine, ma le regole di sicurezza, anche per gli ospiti, saranno rispettate, come ha assicurato il sovrintendente Dominique Meyer. Tutti, dai ballerini ai coristi, dai fiati agli archi dell’orchestra sono stati sottoposti al tampone: “Gli esiti non li sappiamo ancora per tutti – ha precisato – ma li avremo per le prove”.

Un nuovo palco per il distanziamento

Prove molto affollate, tanto che per garantire il distanziamento in teatro è stato realizzato un palcoscenico nuovo ad hoc.

Dopo l’appuntamento milanese, l’orchestra del Teatro alla Scala andrà lunedì 7 e mercoledì 9 settembre alle 20.30, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo e nel Duomo Vecchio di Brescia, stavolta con un organico più ridotto, adatto agli spazi. Il Coro è preparato da Bruno Casoni e si esibiranno i solisti Krassimira Stoyanova, Elīna Garanca, Francesco Meli e René Pape (a Bergamo sarà Michele Pertusi).  

Le tre serate saranno nell’insieme un momento di raccoglimento spirituale che unisce Milano a due delle città più colpite della Lombardia nella condivisione delle sofferenze di questi mesi.

Maxi schermi a Codogno, città del paziente 1

La serata sarà trasmessa in diretta televisiva da Rai Cultura su Rai5 (inizio trasmissione alle 20.15), in differita da Arte e in diretta radiofonica da Radio3. Alle trasmissioni radiotelevisive si aggiungono anche dei mega schermi, non solo a Milano ma nell’ormai nota Codogno, la città del Lodigiano dove è stato trovato il primo contagio: “Un fatto simbolicamente molto importante” per Meyer.

Gli schermi saranno montati infatti nella Parrocchia di San Biagio e della Beata Vergine Immacolata di Codogno, e in tre chiese milanesi, un po’ periferiche, a testimonianza della volontà di coinvolgere tutti i quartieri nella commemorazione: la Parrocchia di San Michele Arcangelo e Santa Rita al Corvetto, il Santuario di Santa Rita alla Barona e la Parrocchia di Sant’Agnese nel quartiere Vialba.

Biglietti già sold out 

“La voglia di ricominciare – ha osservato il sovrintendente – si vede anche dal fatto che gli oltre 400 biglietti per la serata del 4 messi a disposizione della cittadinanza sono andati esauriti in pochi minuti”.

Sentire la musica dal vivo ci mancava, molti hanno paura ma penso che dobbiamo superarla” ha aggiunto accennando già ai prossimi appuntamenti: la Nona Sinfonia di Beethoven, il 12 settembre al Piermarini per una serata riservata a medici e infermieri. Ne seguiranno il 14, 16 e 17 altre tre aperte al pubblico, che dopo oltre sei mesi potrà riascoltare orchestra e coro scaligeri in teatro. Il concerto di riapertura che riprenderà le celebrazioni per il 150° anniversario della nascita di Beethoven farà riunire un illustre quartetto di solisti: Krassimira Stoyanova, Ekaterina Gubanova, Michael König e Tomasz Konieczny.

Sempre a settembre, il 13, ci sarà l’appuntamento atteso da giugno (rinviato per la pandemia): il concerto per l’Italia della Filarmonica della Scala, in Piazza del Duomo: ospite lo straordinario violinista Maxim Vengerov. Infine, in autunno tornerà l’Aida in teatro, ma stavolta in forma di concerto e in una versione mai ascoltata del terzo atto: appuntamento dal 6 al 19 ottobre in teatro; il cast previsto è stellare: Saioa Hernández, Anita Rachvelishvili, Francesco Meli e Luca Salsi. 

 

Flag Counter