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E’ un omaggio agli eroi della pandemia, medici e operatori sanitari, ma è anche un innovativo strumento formativo e un’accurata rielaborazione di quanto accaduto rivolta al grande pubblico. Il docufilm “Covid-19 – il Virus della Paura”, girato poco prima del lockdown su iniziativa di Consulcesi, è un’avvincente ricostruzione e un’interessante riflessione sulla più grande emergenza del secolo. Per non dimenticare e per imparare dagli errori. Il trailer docufilm (firmato dal regista Christian Marazziti e dall’autrice e produttore esecutivo Manuela Jael Procaccia) è stato presentato stamattina in una conferenza virtuale e sarà disponibile dal 22 giugno sul sito www.covid-19virusdellapaura.com per tutti i professionisti sanitari. Una versione leggermente adattata al grande pubblico sarà inoltre destinata ai principali festival cinematografici e alle maggiori piattaforme di distribuzione on demand. 

La pellicola ripercorre in 80 minuti i momenti principali della pandemia con le sue peculiarità e i risvolti psicosociali: il discorso del Presidente Conte del 4 marzo, la chiusura delle frontiere, il blocco delle attività produttive, scolastiche e ricreative. Il film racconta i sentimenti degli italiani: la paura dell’ignoto che sfocia in comportamenti di discriminazione verso un nemico immaginario. La stessa paura che alimenta ipocondria e psicosi, responsabile del proliferare di bufale e fake news. A questa, si contrappone il polo positivo della conoscenza e del metodo scientifico.

Il docufilm ed il relativo corso Fad, così come il libro da cui trae ispirazione, sono firmati da Massimo Andreoni, direttore Rep. Malattie Infettive Tor Vergata e dallo psicoterapeuta Giorgio Nardone del Centro Terapia Strategica, che analizzano la pandemia cogliendo i due principali aspetti: come affrontare il virus e come gestire le conseguenze sulla psiche umana. Ad arricchire i contenuti numerose prestigiose collaborazioni come quelle di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e Ranieri Guerra, direttore generale aggiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli esperti provano a rispondere alla stessa domanda con cui si chiude il trailer del docufilm: “Chissà se riusciremo ad imparare qualcosa da tutto questo?”.

“Dalla pandemia abbiamo imparato che il metodo scientifico e la diffusione della conoscenza sono le più importanti armi di difesa che abbiamo contro un’emergenza sanitaria”, spiega Massimo Tortorella, presidente Consulcesi. “Da qui è nata l’idea di creare un percorso formativo ad hoc per professionisti sanitari sul Covid-19: una collana di corsi Ecm, un libro-ebook e un docufilm in grado di offrire un’esperienza appassionante e coinvolgente. Il nostro obiettivo – continua – è quello di esportare il modello italiano che abbiamo creato a livello internazionale con cinema, scienza e tecnologia per formare e aggiornare gli operatori sanitari”.

Il ministro della Salute Roberto Speranza plaude all’iniziativa di Consulcesi: “La pandemia ha cambiato tutti i paradigmi, ma con un obiettivo: ridare centralità alla sanità. In tal senso, la formazione e l’aggiornamento continuo sono le solide basi da cui partire per costruire un nuovo Ssn”. La pandemia, secondo gli esperti ci ha insegnato tante cose. “Ci ha ricordato che le infezioni non hanno frontiere”, dice Ippolito. “Ci ha insegnato che il mondo è interconnesso e che abbiamo bisogno di tutti – governi, individui e comunità – per vincere quella che è la sfida del secolo”, conferma Guerra.

Secondo il virologo Andreoni: “Dalla pandemia abbiamo imparato che i nostri ospedali non sono pronti e che abbiamo una scarsa educazione alla sanità pubblica”. Per il professor Nardone l’emergenza Covid-19 è stata anche un’opportunità per esplorare nuove forme di comunicazione medico-paziente. “La necessità di dover rispondere ai bisogni dei pazienti, unita all’impossibilità di incontrarli fisicamente, ci ha ‘costretto’ a imparare a usare nuovi strumenti e nuove forme comunicative che si sono rivelate efficaci quanto le tradizionali”, conclude. Il docufilm e l’ebook saranno presto disponibili anche in lingua inglese. La collana di corsi Ecm è fruibile sulla piattaforma www.covid-19virusdellapaura.com/ Il progetto ha il sostegno di Intesa Sanpaolo. Il Ministero della Salute e SIMIT (Società italiana di Malattie Infettive e Tropicali) patrocinano l’evento di lancio.

AGI – L’America sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia con l’esplosione del conflitto razziale (e sociale) più violento e imprevedibile di sempre. L’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto bianco ha scatenato l’ira di chi per generazioni ha subito (o comunque ha ritenuto di subire) le angherie dei bianchi. 

Il tema del razzismo è oggi in primo piano e così accade che il film da record ‘Via col vento’ venga ritirato dal catalogo della piattaforma di pellicole in streaming Hbo Max. “‘Via col vento’ è un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni pregiudizi etnici e razziali purtroppo diffusi nella società americana. Queste rappresentazioni erano sbagliate allora e lo sono oggi”, ha dichiarato un portavoce di Hbo Max al sito Variety. ‘Via col vento’ sarà rimesso in linea nella sua versione integrale, accompagnato da una nota sul contesto per restituire l’opera alla sua epoca, in quanto “procedere diversamente significherebbe fare finta che questi pregiudizi non siamo mai esistiti” ha precisato il portavoce di Hbo Max. 

Quando Trump disse: “Ridateci Via col vento”

Una decisione dettata dall’emergenza e dalla convenienza, certo, ma che ha anche un fortissimo significato politico. Lo scorso 20 febbraio, infatti, il film di Victor Fleming fu citato da Donald Trump che, contestando l’assegnazione dell’Oscar per il miglior film al sudcoreano ‘Parasite’, aveva dichiarato: “È tempo di tornare ai classici dell’epoca d’oro di Hollywood. Possiamo tornare per favore a ‘Via col vento’? Ci ridate ‘Via col vento’ per favore?“. La battuta, fatta durante un comizio elettorale a Colorado Spring, aveva un significato particolare perché veniva dal presidente degli Stati Uniti, massimo paladino del sovranismo Usa e modello dei suprematisti bianchi.

La sua elezione nel 2016 è stata definita come la prima di un ‘presidente bianco’ dato che ha ricevuto i due terzi dei voti dai bianchi di entrambi i sessi, le età e le classi sociali di appartenenza e pochissimi suffragi dai latinos, dai neri e dagli altri americani ‘di colore’. 

Ma cosa ha spinto Hbo Max a ritirare dal catalogo ‘Via col vento’? Di cosa ha paura? Di essere spazzata via – il gioco di parole è inevitabile – dal vento della protesta antirazzista. Per capirlo basta tornare indietro nel tempo, al 1939 quando il film di Victor Fleming usciva in America facendo incetta di Oscar e conquistando platee di tutto il mondo.

La premiere del 1939 per soli bianchi

Il tema del razzismo, così evidente nel film ambientato durante la guerra di secessione, fu protagonista anche della fortunata e celebre première del 15 dicembre 1939 al Loew’s Grand Theatre di Atlanta. Quell’evento, infatti, viene ricordato anche per il divieto di partecipazione agli attori di colore del cast del film, che rappresentavano tra l’altro una parte integrante della storia.

La prima proiezione ufficiale ebbe una risonanza mediatica immensa e il sindaco di Atlanta, William B. Hartsfield, organizzò giorni e giorni di festeggiamenti. Migliaia di persone sfilavano in strada vestite come i due protagonisti Rossella O’Hara (interpretata da Vivien Leigh) e Rhett Butler (Clark Gable). Per la Georgia fu una sorta di festa di Stato. Le cronache dell’epoca parlano di centinaia di migliaia di persone accalcate di fronte al teatro.

Hattie McDaniel (Mami) non potè partecipare

C’erano anche le star, ma mancava Hattie McDaniel, che per il ruolo di Mami nel film avrebbe poi vinto un Oscar, prima attrice di colore della storia. Non poté partecipare, come gli altri dalla pelle nera, per via delle leggi razziali che negli States sarebbero state abolite solo 25 anni dopo. 

Si racconta che Clark Gable avesse perfino minacciato di boicottare la première in segno di protesta verso la collega e che fu proprio l’attrice a convincerlo a presenziare. Gable, infatti, era molto amico della McDaniel con cui aveva già lavorato in precedenza in ‘Sui mari della Cina’ e ‘Saratoga’.      

‘Via col vento’ si basa su stereotipi razzisti

‘Via col vento’ è un film che adotta pienamente il punto di vista degli schiavisti degli stati del Sud ai tempi della guerra di secessione ed è pura espressione della cultura segregazionista americana della prima metà del Novecento. La pellicola, dunque, è interamente basata su stereotipi razzisti, particolarmente evidenti nella rappresentazione degli afroamericani (nei loro modi, nei loro atteggiamenti, nel loro linguaggio). Non a caso la schiava Mami parla anche (doppiata in italiano da Anita Laurenzi) con un’inflessione ridicola alle orecchie di uno spettatore di oggi.     

Un film dirimente, dunque, realizzato 80 anni fa quando i bianchi erano i soli cittadini di serie A mentre i neri erano ancora poco più che ex schiavi. Una situazione destinata a cambiare negli anni a seguire, fino all’elezione di un presidente nero. Un cambiamento costituzionale più che sociale, però, visto che il razzismo, il mito del suprematismo bianco e le discriminazioni razziali (e sociali) sono sempre presenti e negli ultimi hanno ripreso vigore.

AGI – Fu sotto il pontificato di Pio X che Giuseppe Dalla Torre iniziò, giovanissimo, la sua attività di giornalista nella stampa cattolica e il suo impegno nel Movimento cattolico, a livello diocesano e, ben presto, a quello nazionale. Ma la storia della famiglia Dalla Torre parte in realtà dal Leone XIII, perché furono le grandi encicliche di Papa Sarto, il padre della Dottrina Sociale, il pastore esile e forte che traghettò la Chiesa nel Novecento, ad ispirare l’impegno associativo e giornalistico del capostipite: le encicliche sulla democrazia, sulle libertà, sui rapporti tra la Chiesa e gli Stati, e sopra tutte quella Rerum novarum alla quale si era formato da giovanissimo nei circoli cattolici della sua diocesi, ma prima ancora nella cerchia familiare.

Una storia che arriva ad oggi, al papato di Francesco, con la figura di fra Giacomo Dalla Torre, il gran maestro dell’Ordine di Malta, leale collaboratore di Bergoglio nel recupero di questa gloriosa istituzione, che rischiava di tradire il propoprio mandato apostolico.

Il fratello di fra Giacomo, l’insigne giurista Giuseppe Dalla Torre (storico rettore e rifondatore della LUMSA, già presidente del Tribunale della Città del Vaticano e protagonista della revisione del Concordato in qualità di segretario della Commissione mista Italia-Vaticano che preparò il testo dell’accordo) racconta nel suo “Papi di Famiglia” (edizioni Marcianum Press)  le quattro generazioni dei Dalla Torre che hanno avuto l’onore di relazionarsi a diverso titolo con otto pontefici.

La prefazione di Parolin

Nella prefazione, il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, si richiama ad una chiave di lettura che predilige la conoscenza approfondita della personalità umana a volte nascosta dei successori di Pietro con cui Giuseppe Dalla Torre ha condiviso alcuni episodi della sua vita che nel rispetto del privato lasciano intravedere un che di intimo che non troveremo mai nei protocolli ufficiali. Uno spunto di immagine di pontificato che rifugge da note agiografiche e dal culto della personalità dei singoli. Una narrazione avvincente attraverso le varie epoche che l’autore ha vissuto in prima persona

Sullo sfondo delle due guerre mondiali, dell’avvento del fascismo, dell’Italia repubblicana e della rinascita democratica del nostro paese, vengono narrate le vicende personali con toni intrisi di emozioni da parte di coloro che si sono succeduti nel tempo intersecando le loro vite negli ambienti dello Stato Vaticano. 

Il ritratto di Giuseppe Dalla Torre

Nato il 19 marzo 1885 a Padova, ma da famiglia originaria di Treviso, il giornalista Giuseppe Dalla Torre apparteneva a quella generazione di veneti che seguì il Pontefice veneto; generazione in seno alla quale egli cominciò a distinguersi fra coloro che segnarono il progressivo distacco dalle ormai sempre più difficilmente sostenibili posizioni dell’intransigentismo, per aprirsi con prudenza ed equilibrio alle prospettive nuove che poi sarebbero maturate.

Fu Benedetto XV a confermare il giornalista Giuseppe dalla Torre come presidente dell’Unione popolare perché “contribuisse alla preparazione delle coscienze per la restaurazione cristiana della società, al di fuori e al di sopra dell’azione politica”. Dalla Torre contribuì così alla affermazione di quella distinzione rispetto al partito politico di ispirazione cattolica che, proprio sotto la sua presidenza dell’Azione cattolica italiana, avvenne con la fondazione del Partito popolare da parte di don Luigi Sturzo. Sempre da Papa Della Chiesa fu nominato, nel 1918, presidente del consiglio di amministrazione dell’Osservatore Romano, di cui divenne direttore nel 1920, mantenendo questa carica fino al 1960.

Durante l’età di Pio XI, segnata dall’avvento delle grandi dittature, il giornalista Dalla Torre conobbe un rapporto meno familiare del precedente con il Pontefice, che lo protesse tuttavia nelle sue battaglie contro il razzismo in Italia e in Germania. E giustamente preoccupato per le possibili conseguenze personali e familiari delle sue polemiche giornalistiche — vi fu, proprio nel 1931, un tentativo di arresto di Dalla Torre per ordine di Mussolini — Pio XI volle che il direttore dell’Osservatore Romano e i suoi familiari fossero tra i primi cittadini vaticani, ponendoli così al riparo; così come volle che le salme di due suoi figli morti fossero trasferite nella cripta della chiesa vaticana di Sant’Anna, onde evitare al direttore il gravoso andare quotidiano al cimitero del Verano, per pregare sulla loro tomba.

La figura di Paolo Dalla Torre

Paolo Dalla Torre, padre dell’autore, laureatosi con una tesi sulla battaglia di Mentana del 1867, pubblicata e fatta oggetto di sequestro firmato da Mussolini perché in contrasto con le direttive ufficiali della storiografia del regime, dopo la caduta del regime e la fine della guerra si presentò, dietro sollecitazione di mons. Montini, futuro Paolo VI, alle prime elezioni municipali di Roma, e fu eletto consigliere comunale, assessore alle Antichità e Belle Arti e dal 1959 pro-sindaco.

Sotto il pontificato di Giovanni XXIII, nel 1960 fu nominato direttore generale dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie. Studioso e ammiratore di Pio IX, si impegnò a lungo per la causa di beatificazione collaborando alla rivista “Pio IX. Studi e ricerche sulla vita della Chiesa dal Settecento ad oggi”.

L’incontro con Papa Wojtila

Nel libro, l’autore racconta poi del suo primo incontro con Papa Wojtyla ad un convegno dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani di cui inizialmente era segretario centrale e in seguito è stato presidente centrale.

Come rettore dell’Università LUMSA , il prof. Dalla Torre ha avuto occasione di incontrare Papa Wojtyla in eventi correlati al ruolo cattolico che l’Istituto svolge nella didattica condividendone il pensiero che “…una Università non solo è finalizzata all’apprendimento del sapere ma al raggiungimento del rispetto dell’organizzazione intrinseca delle conoscenze.”

Con Giovanni Paolo II si completa il cursus honorum dell’attività giuridica vaticanense di Giuseppe Dalla Torre che ricoprirà il ruolo di presidente del Tribunale della Santa Sede per 25 anni. Ma il professor Dalla Torre è stato protagonista anche nel Pontificato di Benedetto XVI e nei primi anni di quello di Francesco, guidando il Tribunale Vaticano investito dalla bufera dei processi Vatileaks.

Papa Francesco

E il libro si chiude con una importante sottolineatura che parte dalle parole di Paolo VI: “Con questo Vaticano,  non ci sarà mai un Papa di nome Francesco”. “Come un ossimoro – commenta l’autore – la previsione del Pontefice bresciano non si è verificata, ma al tempo stesso si è verificata. Non si è verificata, nella misura in cui la predizione secondo la quale non ci sarebbe mai stato un Papa di nome Francesco è chiaramente mancata. E però si è verificata appieno perché appena il nuovo Papa si è dato quel nome, in Vaticano nulla è stato più come prima.

Sin dal primo momento Papa Bergoglio si è messo con piglio a rimuovere i sedimenti del passato ed ha manifestato una forza rinnovatrice non comune, paragonabile nei tempi moderni solo a quella di Paolo VI, nella stagione immediatamente successiva alla conclusione del Concilio Vaticano II, peraltro condotta in maniera più graduale, morbida e diplomatica”. 

Nessun rimborso per i concerti annullati, ma in cambio solo dei voucher: “Un insulto per i fan”. A tuonare contro il decreto del governo italiano e Assomusica è sir Paul McCartney, che dalla sua pagina ufficiale di Facebook, in italiano e in inglese, usa parole di fuoco: “è veramente scandaloso che coloro che hanno pagato un biglietto per uno show non possano riavere i loro soldi. Senza i fan non ci sarebbe musica dal vivo. Siamo fortemente in disaccordo con cio’ che il governo italiano e Assomusica hanno fatto. A tutti i fan degli altri Paesi che avremmo visitato quest’estate è stato offerto il rimborso completo. L’organizzatore italiano dei nostri spettacoli ed i legislatori italiani devono fare la cosa giusta in questo caso. Siamo tutti estremamente dispiaciuti del fatto che gli spettacoli non possano avvenire ma questo è un vero insulto per i fan”.

Il baronetto avrebbe dovuto fare tappa oggi a Napoli e il 13 giugno al Lucca Summer Festival.  Sempre sulla pagina Facebook dell’ex Beatles si ripercorre la vicenda e spiega: “Il 7 maggio 2020 è stato annunciato che, a causa della pandemia globale del Covid-19, il tour estivo di Paul McCartney sarebbe stato cancellato. La cancellazione è stata fatta sul presupposto che a tutti coloro che avevano acquistato un biglietto per gli spettacoli sarebbe stato offerto un rimborso totale del prezzo del biglietto pagato”. “Mentre ciò è avvenuto in tutti gli altri paesi che Paul e la sua band dovevano visitare tra Maggio e Giugno, il governo italiano, su indicazione di Assomusica (l’Associazione italiana di promotori di musica dal vivo) ha approvato un decreto che autorizza tutti i possessori dei biglietti precedentemente acquistati per gli spettacoli dal vivo di avere la facoltà di richiedere un ‘voucher’ di pari valore a quello indicato sul biglietto. I soldi provenienti dalla vendita dei biglietti in Italia sono esclusivamente trattenuti dai promoter locali. Abbastanza comprensibilmente, i fan di Paul McCartney sono fortemente amareggiati da questa tipologia di rimborso poichè hanno pagato per vedere un preciso spettacolo, non altri dello stesso promoter”.

Numerosi i commenti dei fan Italiani e le lamentele indirizzate agli organizzatori del Lucca Summer Festival ai quali viene chiesto di intervenire.

Non si è fatta attendere la risposta di Assomusica: “Paul McCartney ha deciso di annullare i concerti in Italia – spiega Vincenzo Spera, presidente di Assomusica -questa formula di rimborso è una misura straordinaria di cui lo staff di Paul McCartney era perfettamente a conoscenza da prima della cancellazione. L’artista pertanto avrebbe dovuto trovare soluzioni idonee ad affrontare le eventuali problematiche”.

“I sindaci di Lucca e Napoli hanno formalmente chiesto all’artista di indicare una data per i concerti dell’anno prossimo, richiesta rimasta ancora senza risposta – continua Spera – la norma italiana, che è stata ripresa e funziona anche in Germania (dove vengono dati 2 anni di tempo per utilizzare i voucher), riguarda l’intero settore del turismo, della cultura e dello spettacolo e certamente il Governo italiano delibera in piena autonomia e indipendentemente da qualsiasi richiesta di terzi. La norma pertanto è stata istituita senza nessun nostro intervento, per far fronte a una crisi senza precedenti.

A riprova di questo – aggiunge – bisogna considerare il fatto che, nelle riaperture previste dal 15 giugno, le altre categorie dello spettacolo possono svolgere la loro attivita’ senza limitazione numerica, mentre gli spettacoli di musica dal vivo devono rispettare il tetto dei 1.000 spettatori”.

Al baronetto ha risposto anche la ‘D’Alessandro e Galli’ che ha organizzato le tappe italiane del tour dell’ex Beatles (Napoli e Lucca Summer Festival). “Abbiamo preso visione delle dichiarazioni di Paul Mc Cartney da lui rilasciate questa mattina. Comprendiamo pienamente l’amarezza dell’artista che teneva a questi due concerti che avrebbero segnato il suo ritorno in Italia così come comprendiamo il suo dispiacere di fronte al disagio che i suoi fans dovranno sostenere non ricevendo un rimborso diretto bensì in voucher”.

“Questa formula di rimborso è una misura straordinaria di cui lo staff di Paul Mc Cartney era perfettamente a conoscenza da prima della cancellazione e che, come è noto, è stata istituita dal Governo Italiano per far fronte a una crisi senza precedenti che rischiava di dare un colpo fatale all’industria della musica dal vivo e ai circa 400.000 lavoratori che ne fanno parte e che rischiano di non poter lavorare per un anno. Crediamo che il Governo abbia identificato nel voucher lo strumento che garantisse il corretto bilanciamento tra la legittima delusione del fan che non potrà assistere ad un determinato concerto e l’esigenza vitale di sostenere l’intera filiera dello spettacolo. Da parte nostra, per ridurre al massimo il disagio degli spettatori, a cui non faremo mai mancare il nostro rispetto, ci siamo già impegnati per il 2021 a recuperare quasi tutti gli spettacoli programmati per il 2020 e stiamo lavorando per aggiungerne altri, per offrire la più ampia scelta a coloro che dovranno spendere il voucher a seguito di un concerto cancellato”.

È stata ritrovata in un casale di campagna in provincia di Teramo in Abruzzo la porta del Bataclan con il murale di Banksy rubata nel 2019. Del ritrovamento, messo a segno dai carabinieri della compagnia di Alba Adriatica, ne dà notizia il procuratore distrettuale dell’Aquila, Michele Renzo, che, nell’ambito delle indagini sul caso, aveva disposto la perquisizione dell’immobile.

L’opera attribuita allo street artist Banksy era apparsa a fine giugno 2018 sulla porta sul retro del Bataclan in omaggio alle vittime degli attentati del 13 novembre 2015. A dare notizia del furto, il 26 gennaio 2019, era stato lo stesso Bataclan esprimendo su twitter “una profonda indignazione”: “L’opera di Banksy, simbolo di raccoglimento e che apparteneva a tutti: residenti, parigini, cittadini del mondo è stata rubata”.

 

L’œuvre de @originaIbanksy hommage aux victimes du 13/11 a été volée. pic.twitter.com/FMHoobzRXm

— Bataclan (@bataclan_)
January 26, 2019

 

L’artista Bansky, scriveva il teatro parigino dove morirono durante gli attentati 90 persone, “ha offerto questa opera sulla porta dell’uscita di soccorso del Bataclan per una ragione: quella della sua scelta d’artista urbano e in uno slancio di omaggio e di sostegno. L’essenza stessa dell’arte urbana è di dare vita ad un’opera d’arte in un ambiente particolare e siamo convinti che questa opera aveva un senso solo in questo posto. E’ per questa ragione che avevamo deciso di lasciarla, libera, nella strada, accessibile a tutti”. 

“Il ritrovamento è stato possibile a seguito di indagini condotte dalla Procura Distrettuale in collaborazione con gli organi di polizia e con la magistratura francese”, ha spiegato il procuratore in una nota. 

AGI – Le terme, un mercato, un tempio, i canali di un acquedotto. Falerii Novi, a poca distanza da Civita Castellana, nel Lazio, era grande almeno la metà di Pompei. Se ne vedono le mura, ma la città è ancora sotterranea. A ‘vederla’ senza la necessità di scavare, è stato un gruppo di archeologi delle università di Cambridge e di Ghent, che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sul sito Antiquity.

Il loro lavoro, effettuato con la tecnologia Gpr, promette di rivoluzionare i metodi di indagine archeologica, e di esplorare aree ampie in alta risoluzione come mai avvenuto prima. Gpr, infatti, sta per Ground penetrating radar, ovvero un georadar, strumento (ha pressochè la forma di un grosso tagliaerba) utilizzato in geofisica  per lo studio del sottosuolo, che si basa sull’analisi degli impulsi prima trasmessi e poi riflessi dal terreno.

La scoperta

È servendosi di questo che il team guidato da Martin Millet ha proceduto a scoperte “stupefacenti” all’interno delle mura di Falerii Novi, sito che nasce dopo la distruzione di Falerii veteres, avvenuta nel 241 A.C. per opera dei Romani. Furono questi a deportarne gli abitanti a pochi km di distanza in un nuovo sito, del quale è rimasta intatta e visibile la cinta muraria, visibile dalla linea Roma – Civita Castellana-Viterbo, a circa 50 km dalla capitale.

All’interno delle mura il Gpr ha individuato a sud una grande costruzione rettangolare, probabilmente una piscina o una struttura termale,  connessa a una serie di condutture di un acquedotto. Essa, ed è un dettaglio che ha sorpreso gli archeologi, si allunga sotto gli edifici e non lungo le strade. All’ingresso nord della città, invece, è stato ‘visto’ un portico, che potrebbe indicare l’esistenza, a suo tempo, di un importante e grande monumento pubblico.

Com’è fatta la città

La città, hanno osservato gli archeologi, ha una struttura meno standardizzata di quella di altri siti urbani, come la stessa Pompei. Il tempio, il mercato e lo stesso complesso termale appaiono più elaborati dal punto di vista architettonico di quanto ci si potrebbe aspettare per una città piccola.

“È realistico immaginare oggi – ha aggiunto Millett – di poter utilizzare il georadar per indagare la struttura di altre città , come Mileto in Turchia o Cirene in Libia. Abbiamo molto ancora da imparare sulla vita dei Romani nelle città e questa tecnologia ci apre opportunità inedite”.

Daniele Mencarelli con il romanzo “Tutto chiede salvezza” (Mondadori) è il vincitore della settima edizione del Premio Strega Giovani, promosso dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e da Strega Alberti con il contributo della Camera di Commercio di Roma e in collaborazione con BPER Banca. Il vincitore è stato annunciato in apertura della diretta dal Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, collegato da remoto, rispettando la tradizione che negli anni precedenti ha visto svolgersi la cerimonia di proclamazione sempre a Palazzo Montecitorio.

Quello di Daniele Mencarelli, con 64 preferenze su 344 voti espressi, è stato il libro più votato da una giuria di ragazze e ragazzi tra i sedici e i diciotto anni provenienti da cinquantotto scuole secondarie superiori distribuite in undici regioni italiane e tre cittaàall’estero (Berlino, Bruxelles, Parigi). Hanno concorso per il riconoscimento i dodici libri candidati al Premio Strega.

Al secondo e al terzo posto si sono classificati i libri di Gianrico Carofiglio, La misura del tempo (Einaudi), con 56 voti e di Jonathan Bazzi, Febbre (Fandango), con 43 voti. La terzina ottiene un voto valido per l’elezione dei finalisti alla LXXIV edizione del Premio Strega. In questa settima edizione, svoltasi in condizioni del tutto particolari a causa della chiusura degli istituti scolastici, i giovani giurati hanno potuto incontrare gli autori attraverso una piattaforma online, ospiti dell’associazione di scrittrici e scrittori Piccoli Maestri.

Il risultato della prima votazione

Sestina guidata da Sandro Veronesi per il Premio Strega con 210 voti. In diretta streaming dalla Camera di Commercio di Roma,Sala del Tempio di Adriano è stato annunciato sul sito di Rai Cultura  (www.raicultura.it) e su quello del Premio Strega (www.premiostrega.it) il risultato della prima votazione. Lo scrutinio è avvenuto in assenza di pubblico e con la presenza degli autori candidati. Il totale dei voti espressi ha determinato i finalisti alla LXXIV edizione del premio:  Sandro Veronesi, Il colibrì (La nave di Teseo) con 210 voti, Gianrico Carofiglio, La misura del tempo (Einaudi) con 199 voti, Valeria Parrella, Almarina (Einaudi) con 199 voti,  Gian Arturo Ferrari, Ragazzo italiano (Feltrinelli) con 181 voti, Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori) con 168 voti, Jonathan Bazzi, Febbre (Fandango Libri) con 137 voti. 

Accedono alla seconda votazione sei libri anziché cinque secondo l’art. 7 del regolamento di votazione: Se nella graduatoria dei primi cinque non è compreso almeno un libro pubblicato da un editore medio-piccolo (così definito secondo la classificazione delle associazioni di categoria e le conseguenti valutazioni del comitato direttivo), accede alla seconda votazione il libro (o in caso di ex aequo i libri) con il punteggio maggiore, dando luogo a una finale a sei (o più) candidati.

Giovanni Solimine, presidente della Fondazione Bellonci, ha dichiarato: “In questi ultimi anni il panorama dell’editoria italiana ha subito notevoli trasformazioni e si è arricchito di nuove presenze. Per esempio, La nave di Teseo in meno di cinque anni è riuscita a conquistare una posizione di rilievo nella produzione della narrativa italiana, che trova conferma anche nel fatto che i suoi libri da qualche anno sono presenti regolarmente tra i finalisti del Premio Strega. Di qui la decisione del Comitato direttivo di non considerarlo più un piccolo editore”.

“Un altro fenomeno interessante – ha aggiunto Solimine – è la vivacità della piccola e media editoria, che offre costantemente novità di qualità e propone nuovi autori molto interessanti. In questa LXXIV edizione la dozzina prevedeva alcuni libri con queste caratteristiche e siamo molto contenti che, in un anno certo non facile per il mercato librario e per la piccola editoria indipendente, il libro di Jonathan Bazzi abbia potuto accedere alla seconda fase della competizione”. Non è la prima volta che giunge in finale una sestina. Era accaduto per un ex aequo al quinto posto della prima votazione nel 1953, 1960, 1961, 1963, 1979, 1986 e 1999. Questi i voti ottenuti dagli altri libri in gara: Marta Barone, Città sommersa (Bompiani) 142 voti, Giuseppe Lupo, Breve storia del mio silenzio (Marsilio) 126 voti, Silvia Ballestra, La nuova stagione (Bompiani) 122 voti, Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum Fax) 109 voti, Gian Mario Villalta, L’apprendista (SEM) 93 voti, Alessio Forgione, Giovanissimi (NN Editore) 90 voti.

Il quotatissimo “artista di strada” Banksy propone sul suo profilo Instagram una soluzione per adornare nuovamente la piazza della sua città natale, Bristol, dopo l’abbattimento della statua del commerciante di schiavi Edward Colston, durante le proteste anti razziste del 7 giugno. “Cosa dovremmo fare con il piedistallo vuoto nel centro di Bristol?”, si chiede in post corredato da un disegno esplicativo.

“Ecco un’idea che si rivolge sia a chi sente la mancanza della statua di Colston sia a chi non la sente – spiega Banksy ai suoi 9,4 milioni di “follower” – Lo tiriamo fuori dall’acqua, lo rimettiamo sul piedistallo, gli mettiamo un cavo attorno al collo e facciamo fare alcune statue di bronzo a grandezza naturale di manifestanti nell’atto di tirarlo giù. Tutti contenti. Un giorno straordinario commemorato”. 

Prendete Airbnb, la più grande industria del turismo extra-alberghiero del mondo. Poi prendete Alex, detto il Proteina, un giornalista che, per sfuggire alla crisi dell’editoria, si è reinventato manager di appartamenti nel centro storico di Roma. Aggiungete la sua improvvisata squadra di collaboratori. Tipi approfittatori, alcolizzati, tossici, con problemi di igiene personale. Metteteci pure un catalogo di turisti capricciosi, paranoici, violenti, nevrotici, dove spiccano escort, coppie clandestine, bulimici, pornomani, cinesi con il Coronavirus. Collocate questa sub-umanità nel Rione Monti, quartiere radical chic della capitale che, nei suoi angoli bui, nasconde storie di furberie, spaccio e piccole truffe quotidiane ai danni degli avventori di passaggio. Ebbene, mischiate tutto e ne viene fuori il ritratto dell’ospitalità imbruttita.

Politicamente scorretto, distopico, crepuscolare, tramato di umorismo noir. Questo è Foresteria (For Hysteria), il romanzo d’esordio di Salvatore Dama. Un romanzo pubblicato in self publishing, disponibile on line, su tutte le piattaforme, in formato cartaceo ed ebook, e in 4.500 librerie fisiche su ordinazione.

L’opera ha tue titoli perché ha due chiavi di lettura, una di superficie e l’altra latente. È un viaggio introspettivo del protagonista, che molla il suo lavoro intellettuale attirato dall’abbaglio dell’arricchimento facile della sharing economy. Ma è un sogno che svanisce all’alba del mondo nuovo, post Covid-19, fatto di lockdown e crisi del modello globalista.

Sulla scena del romanzo fanno presto irruzione altri personaggi: Gin, italo- cinese, personal assistant degli ospiti asiatici e piazzista di capi firmati tarocchi. Ma solo quando non e in hangover o non ha da fare nel centro massaggi di via Milano, dove e nota come la Mano de Dios; Babatunde, figlio di un diplomatico nigeriano, addetto ai check in, che, nella sua vita parallela, e Martin Router King, rapper sovranista semi-famoso su Youtube per i suoi testi anti- immigrati; Aniello Russo, meglio conosciuta come “Elisabetta Franchi”, trans napoletana autoproclamatasi personal shopper, in continuo dialogo mentale con Chiara Ferragni, sua amica immaginaria; la Madama, ricca palazzinara bullizzata dalle amiche snob di Roma Nord; Mister Shit, tecnico esperto nello sturare pompe cloacali e psicoterapeuta amatoriale di scuola freudiana.

Sullo sfondo ci sono Roma e la sua malinconica bellezza imperiale, dilaniata dal degrado e dall’invasione del turismo di massa. Il linguaggio è esplicito, volutamente rozzo, metropolitano, ispirato ai romanzi dell’autore scozzese Irvine Welsh. “Ho deciso di percorrere questa strada innovativa (ma oramai consolidata), per far uscire il libro nonostante il lockdown”, spiega Salvatore Dama, laureato in scienze politiche, giornalista professionista. Lavora e ha lavorato per varie testate tra cui Libero, Il Tempo, Panorama, L’Indipendente. Dal 2013 fino al 2019 è stato host di case per vacanze. “E, in prospettiva, per cercare di non finire sotto le macerie di un settore, l’editoria, che era già in crisi pre-Covid. Inoltre, se guardiamo le tendenze e i numeri del mercato Nord-americano, il self publishing sarà il futuro dell’editoria anche da noi, tra qualche anno”, osserva l’autore.

Foresteria (For hysteria) è un romanzo in progress. I lettori che hanno trovato interessante la storia e i personaggi, troveranno ogni mese dei capitoli aggiuntivi sulla piattaforma Patreon al costo di abbonamento di 3 euro. “Ho pensato inoltre di sperimentare nuove forme di promozione – spiega Dama – Ad esempio su Tinder, la piattaforma di incontri al buio. Perche’? Perchè secondo l’Istat, il 70 per cento delle donne, tra i 19 e i 35 anni, legge almeno un libro all’anno. Allora mi sono chiesto: dove intercettare agevolmente questo target di lettrici senza dover pianificare una costosa campagna di inserzioni? Su Tinder, ovviamente”. 

Dall’8 giugno sulla piattaforma Audible, la più importante riguardante il mondo degli audiolibri in Italia, sarà disponibile il podcast “Cleopatra Donna e Regina” a cura di Alberto Angela.

Il contenuto audio è uno spin-off dell’omonimo libro a firma dello stesso Angela, su uno dei personaggi più affascinanti e controversi della storia dell’umanità. “Cleopatra ti sorprende, ti spiazza, un’abilissima stratega di politica internazionale, con colpi di teatro che solo Lady Gaga riuscirebbe a fare. – spiega il paleontologo, giornalista e scrittore italiano – Non era egizia ma era greca, infatti il nome Cleopatra vuol dire “gloria del padre” in greco”. Nessu

n dubbio riguardo l’importanza della figura di Cleopatra nella storia dell’umanità, Angela la sintetizza in breve chiedendosi “come sarebbe stato il mondo? Cosa mangeremmo ogni giorno, se Cleopatra e Marco Antonio avessero sconfitto Ottaviano nella battaglia di Azio?”.

Ma soprattutto, Alberto Angela, impegnato come il padre Piero sul fronte della divulgazione scientifica in tv, ci tiene a specificare l’aspetto fondamentale del personaggio di Cleopatra:  il fatto che fosse una donna.

Una donna i cui luoghi comuni conosciamo ormai bene, ma che Angela nel libro spiega come in realtà non fossero poi così veritieri, a partire proprio dall’aspetto fisico, che non è esattamente quello descritto per secoli e giunto poi a noi.

È molto complesso ricostruire le fattezze di Cleopatra, ma si sa per certo ormai che non fosse questo personaggio dedito ad utilizzare il suo fascino a scopi politici che ci hanno voluto far credere. 

Pare che questa descrizione fosse stata messa in giro dai romani e il perché è piuttosto chiaro: “ne avevano paura – prosegue nella spiegazione Angela – perché donna colta, mamma, sovrana, una donna completa. Hanno voluto darne quell’immagine, ma in realtà era molto altro. Quando metti una donna così moderna a capo di una civiltà così antica lei la rivoluziona”.

Durante la conferenza stampa di presentazione, avvenuta online sul sito di Audibile, c’è stata anche occasione per il confronto con Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, che ha ricordato il “momento difficile”. “Abbiamo bisogno di dire a tutti che ci siamo e che è sicuro visitare il nostro museo. Quello che fanno Piero e Alberto Angela è un servizio fondamentale per questo Paese”.

Un servizio che al solo Alberto negli anni è valso una Laurea honoris causa in Comunicazione del patrimonio culturale dall’Università di Palermo, una in Archeologia dall’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”, una in  Filosofia dall’Università degli Studi del Piemonte Orientale, un Premio Flaiano, il prestigioso premio internazionale “Portico d’oro-Jacques Le Goff”, il Premio America della Fondazione Italia USA, la cittadinanza onoraria del comune di Napoli, del comune di Pompei e di quello di Aquileia. Inoltre gli è stato dedicato un asteroide, battezzato 80652 Albertoangela, e una rarissima specie marina Prunum albertoangelai abitante i mari della Colombia.

Grande soddisfazione anche da Audible, rappresentata dal Country Manager Marco Azzani, che ha definito Angela “Il più grande divulgatore che c’è in Italia”. “Per me è un territorio nuovo, – racconta Alberto Angela – è stata un’esperienza molto intima, un po’ complicato perché davanti non avevo un pubblico o una telecamera, ma è stato molto bello”

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