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C’è ancora molta vita nascosta, se la vita è racconto, nella morte che l’Egitto protegge da millenni sotto esigui veli di terra. Cinque metri, non di più, ricoprivano il sarcofago di granito nero scoperto ad Alessandria mentre si spianava il suolo per costruire un palazzo. È una tomba di 30 tonnellate, di cui 15 il solo coperchio. Rimasta, forse per questo, intatta per più di duemila anni, poiché gli esperti l’hanno datata agli inizi del periodo tolemaico, che cominciò nel 323 prima di Cristo, passato il ciclone di Alessandro Magno.

Tre mummie decomposte e tanti misteri nella tomba alta un metro e 85, lunga 2 metri e 65, larga un metro e 65.  Già: a chi appartennero quei corpi cui l’acqua, infiltrata nel sarcofago, ha impedito di conservarsi meglio? Sembra siano tre guerrieri uccisi a colpi di freccia. Fossero stati soldati qualunque, non avrebbero meritato il dispendio e la gloria di 30 tonnellate di granito. Una storia importante e perduta può per ora soltanto immaginarsi.

Secondo Mostafa Waziry, che guida la massima autorità archeologica del Paese, i tre non appartenevano a una famiglia di sangue reale tolemaica né romana. Perché non maschere mortuarie né amuleti, né statuette né iscrizioni li accompagnarono nel viaggio della fine. C’è solo una testa di alabastro, ritrovata accanto al sarcofago. Rappresenta, forse, il volto di uno dei sepolti. Le analisi successive accerteranno età e cause precise della morte, strappando qualche parola significativa ai teschi inattesi della banale periferia metropolitana.

Non si paventa una “maledizione” vera o presunta, come quella della tomba di Tutankhamon, ai danni di archeologi e operai che hanno scavato. Oggi la vera maledizione è un’altra. Per l’Egitto tormentato è stato il colpo all’economia turistica determinato dai drammatici fatti degli ultimi anni. Ma sia il turismo sia le attività archeologiche segnano una vivacità che giustifica ottimismo. Mostafa Waziry ha ricordato che attualmente sono più di 260 le missioni al lavoro nel Paese. Oltre a quelle egiziane ci sono squadre italiane, francesi, tedesche, spagnole, belghe, olandesi, americane polacche, affiliate a centri di ricerca universitari o ad associazioni scientifiche anche in partenariati misti. Considerando che il Ministero delle Antichità non gestisce solo beni d’epoca faraonica ma monumenti copti, islamici, ebrei, forte è la probabilità di nuove appassionanti scoperte di ogni genere.

Serviranno al rilancio del turismo, ma continueranno purtroppo a nutrire il mercato antiquariale clandestino. Il traffico più recente è stato scoperto proprio con l’Italia, dove lo stesso Waziry è venuto nelle settimane scorse per riportare in patria i reperti trafugati.

Il sarcofago nero di Alessandria è stato intanto svuotato e sollevato. Troverà definitiva sistemazione nel sito museale Mustafa Kamel con le sue 30 tonnellate, mentre assai leggero, ma da riempire il mondo, è il fascino che l’ulteriore scoperta regala al museo immateriale delle storie da interrogare. 

All news è fake diceva McLuhan nel 1969. Fake News: regole e limiti dell’algoritmo è stato l’argomento dell’Atelier di Intelligenza Connettiva organizzato dall’Osservatorio TuttiMedia che si è svolto il 18 luglio alla FIEG. Franco Siddi presidente dell’Osservatorio TuttiMedia ha voluto riunire “Tutti i media” per un confronto sulla criticità dell’oggi: le bufale.

Giungla che per Gina Nieri (CDA Mediaset) e Fabrizi Carotti (direttore generale FIEG) va regolamentata. Due ore di confronto serrato fra due scuole di pensiero, da una lato la rete che deve essere libera e dall’altro i tanti abusi a danno della democrazia e della vita quotidiana dei cittadini.

L’europa con un gruppo di lavoro di cui fa parte Gina Nieri interviene sull’argomento con azioni mirate è in via di definizione una rete europea indipendente di verificatori di fatti.  

La differenza fra quelle che Maria Pia Rossignaud (direttrice di Media Duemila e vicepresidente OTM) definisce vecchi media e le nuove piattaforme fa sorridere Diego Ciulli (Manager, public policy Google) che afferma: “Abbiamo vent’anni e siamo già vecchi”. Parla di impossibilità di regolare l’abbondanza e sottolinea che Google non è in competizione con i media tradizionali e non è un social media: “Noi siamo d’accordo sulla regolamentazione e collaboriamo con FIEG e Agcom”.

Luigi Contu (direttore Ansa) e Marco Romano (vicedirettore responsabile del Giornale di Sicilia) da giornalisti hanno rivendicato il ruolo di responsabilità e di garanti della corretta informazione nei media in cui operano giornalisti che della loro attendibilità e correttezza devono rispondere anche ad un ordine professionale.

Rita Borioni (appena rieletta nel CDA Rai), riporta l’attenzione sull’educazione e la formazione rispetto ai quali il servizio pubblico deve svolgere un ruolo trainante. Di formazione necessaria parla anche Gino Roncaglia (filosofo e saggista).

Di notizia interpretata, condivisa ristrutturata dall’utente parlano Massimo Di felice (professore di sociologia a San Paolo) e Frieda Brioschi (tra i fondatori di Wikimedia Italia).

Angela Creta (AgID) sottolinea l’importanza del ruolo dei media nella costruzione dell’immaginario collettivo.

“È lo schermo che crea la menzogna – sostiene Derrick de Kerckhove (direttore scientifico Media Duemila/OTM) – perché è il posto dove realtà e finzione si mischiano”.  La digitalizzazione trasforma qualsiasi realtà in finzione come diceva McLuhan Ogni media è finzione. E’ il momento di soluzioni perché il mondo ha bisogno di verità e non possiamo delegare all’algoritmo il compito di garante della verità. Cultura e tecnologia non sono due mondi separati, riconoscere, identificare la falsità (spotting the falsehood) è una competenza sulla quale bisogna accendere i riflettori.”

D’accordo Franco Siddi (presidente OTM) che concludendo i lavori si è detto soddisfatto perché la vivacità del dibattito a più voci è già stato l’inizio di un percorso comune utile alla costruzione di un progetto a sostegno dell’informazione corretta a misura di utente e media.

In un’epoca di confusione e disorientamento, siamo ancora capaci di capire il mondo che abbiamo creato? E' la domanda cui vuole rispondere Yuval Noah Harari nel nuovo saggio in uscita per Giunti il 29 agosto (560 pagine, 24 euro). Dopo il successo di 'Sapiens' (2014) e di 'Homo Deus' (2017), '21 lezioni per il XXI secolo' si fa largo nelle acque torbide della disinformazione e della disinformazione per affrontare alcune delle questioni più urgenti dell’agenda globale contemporanea.

Perché la democrazia liberale è in crisi? Dio è tornato? Sta per scoppiare una nuova guerra mondiale? Che cosa significa l’ascesa di Donald Trump? Che cosa si può fare per contrastare l’epidemia di notizie false? Quali civiltà domineranno il pianeta: l’Occidente, la Cina, l’islam? L’Europa deve tenere le porte aperte ai migranti? Il nazionalismo può risolvere i problemi causati dalla disuguaglianza e dai cambiamenti climatici? In che modo potremo difenderci dal terrorismo? Che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli?

Miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, perché siamo pressati da ben altre urgenze: lavorare, prenderci cura dei figli o dare assistenza ai genitori anziani. Purtroppo la storia non fa sconti. Se il futuro dell’umanità viene deciso in vostra assenza, poiché siete troppo occupati a dar da mangiare e a vestire i vostri figli, voi e loro ne subirete comunque le conseguenze. Certo è parecchio ingiusto; ma chi ha mai detto che la storia è giusta? Un libro non può dare alla gente né cibo né vestiti, ma può fare e offrire un po’ di chiarezza, contribuendo ad appianare le differenze nel gioco globale. Se questo libro servirà ad aggiungere al dibattito sul futuro della nostra specie anche solo un ristretto gruppo di persone, allora avrà raggiunto il suo scopo.

Harari ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia all’Università di Oxford e insegna presso il Dipartimento di Storia della Hebrew University di Gerusalemme.

 

Molti di quei morti si potevano evitare, se solo il bombardamento di Roma fosse stato portato a termine secondo i piani prestabiliti. Che non prevedevano che le bombe cadessero sui palazzi, o sulle tombe del Verano, o sulla basilica di San Lorenzo fuori le Mura. Avrebbero dovuto piombare sulla Stazione Tiburtina, secondo snodo ferroviario della Capitale. Perché bloccare quella stazione avrebbe significato spezzare la colonna vertebrale dei trasporti ferroviari di tutta l’Italia, paralizzando le possibilità di manovra del principale alleato dei nazisti ed aprendo la strada alla Quinta Armata che avrebbe dovuto giungere a Roma di lì a qualche mese.

La campagna dei passi falsi

Invece no: il bombardamento di San Lorenzo, nel luglio di 75 anni fa, fu soprattutto il primo di una lunga serie di errori che costellarono le operazioni militari alleate lungo la Penisola. Una sfilza di passi falsi e cantonate che avrebbero portato ad impantanarsi sulle spiagge di Anzio e ad una marcia a passo di lumaca che si sarebbe conclusa quasi due anni dopo, nell’aprile del 1945.

Intanto a Roma quel primo errore era costato la vita a 1.500 persone, ma secondo altre stime furono il doppio.

A scoprire la verità, riferisce il Messaggero, uno storico romano andato a cercare negli archivi dell’Aeronautica militare americana, Lorenzo Grassi. Il risultato delle sue ricerche non lascia dubbi: secondo alcuni documenti e rapporti del 97th Bombardment Group degli Stati Uniti esisteva sì una area ritenuta l’obiettivo dell’incursione, ma “le bombe non furono limitate ad essa”. Dizione se si vuole non priva di ambiguità, ma che lascia intendere chiaramente come un conto fossero i piani militari, un altro la loro realizzazione e pratica.

Trecento metri troppo a nord

L’errore ammesso fu di circa 500 metri a ovest e 300 a nord rispetto all’area individuata. Quanto bastò per distruggere i palazzi di uno dei quartieri più popolosi della Capitale, e che solo per un soffio non sarebbe stato colpito ancor più duramente più tardi. Il 23 marzo del 194, infatti, la distruzione totale di San Lorenzo e di Testaccio venne disposta da Hitler come reazione all’attentato di via Rasella. Solo nelle ore successive l’ordine venne trasformato nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Il Papa, il sangue ed una foto predatata

La storia ricorda quel bombardamento perché fu la prima azione bellica ad avere come teatro la Città Eterna in molti secoli. Ma c’è anche un altro episodio, ad esso collegato, che fece scalpore e avrebbe segnato i decenni successivi: la visita di Pio XII alla popolazione colpita. Fatto del tutto inaudito, il papa lasciò il Vaticano – lui, romano del quartiere Parione – per mescolarsi tra la gente di Roma, letteralmente abbracciandola e notoriamente rientrando tra le sacre mura con la veste bianca macchiata di sangue. Commenterà un grande storico, Federico Chabod, che quel giorno “la Chiesa emerse dalle macerie con la stessa autorevolezza che aveva ai tempi delle invasioni barbariche”.

Famosa la fotografia del pontefice che allarga le braccia in posa quasi ieratica davanti alla folla.

Ora, quella foto non venne scattata quel giorno. Venne fatta meno di venti giorni più tardi, quando su Roma e sul quartiere di San Giovanni tornarono a piovere le bombe degli alleati. La confusione tra i due momenti venne aiutata all’epoca  anche dal fatto che il regime, fino al 25 luglio, avrebbe mantenuto un qual certo controllo sulla stampa, e la sortita del Papa (mentre Mussolini era a Feltre a vedersi con Hitler e Vittorio Emanuele si rintanava nelle cantine del Quirinale) non era vista di buon occhio. Quindi niente documentazione fotografica. Ma il 13 agosto, giorno delle bombe su San Giovanni, l’uno era al Gran Sasso e l’altro a Villa Savoia. Lo scatto potè circolare, ed essere alla fine predatato. Venti giorni, in fondo, non sono la Storia. 

Un pool di ricercatori dell’università di Copenaghen, dell'Università di Cambridge e dell'University College di Londra hanno scoperto il pane più antico del mondo, paragonabile a una piadina, che risale a 14.400 anni fa. Il ritrovamento è avvenuto nel nord-est della Giordania, e costituisce una prova schiacciante del fatto che la farinazione delle graminacee ebbe inizio nella regione, in piena Mezzaluna Fertile, ben quattromila anni prima di quanto precedentemente ritenuto.

"Ora sappiamo che i prodotti a base di pane sono stati prodotti molto prima dello sviluppo dell'agricoltura", ha detto l'archeobotanica dell'Università di Copenhagen, Amaia Arranz Otaegui, principale autrice dello studio con cui è stata data la notizia della scoperta, "Il prossimo passo è valutare se la produzione e il consumo di pane hanno influenzato l'emergere della coltivazione”.

Colpisce la straordinaria somiglianza tra il pane rinvenuto nelle ceneri del focolare domestico studiato dagli scienziati e il pane a tutt’oggi diffuso in buona parte del mondo arabo: schiacciato, poco lievitato, magari facile da aprire per essere farcito. Una riprova della bontà della tesi degli storici che, come i francesi della scuola delle Annales, sostengono il lentissimo mutamento della cosidetta civiltà materiale dell’uomo, quella legata alla vita quotidiana.

È straordinaria sì, la scoperta del piccolo frammento dell'Odissea sulla tavoletta di argilla dissepolta nei pressi del sito greco di Olimpia. Straordinaria perché si tratta della più antica testimonianza scritta su materiale duro (se sklirì yli​, confermano  ad Atene) del poema di Omero. E' databile a epoca romana, probabilmente prima del III secolo dopo Cristo, secondo l'équipe di archeologi che l'ha trovata dopo scavi durati tre anni.

All'Agi, fonti del Ministero della Cultura greco ribadiscono il valore della scoperta annunciata dal dicastero stesso due giorni fa, anche dopo le perplessità sollevate da qualcuno circa la vetustà del ritrovamento. Chiariscono infatti di non avere affermato che si tratti del frammento più antico in assoluto dell'Odissea – esistono papiri risalenti al III secolo avanti Cristo – ma del primo su una tavoletta. (Il Ministero non esclude di emanare un comunicato con ulteriori dettagli).

La scoperta è frutto delle fatiche del Servizio archeologico greco, assieme all’Istituto Archeologico Germanico e a studiosi delle università di Darmstadt, Tubinga e Francoforte, nell'area del santuario di Zeus a Olimpia, nel Peloponneso.

I tredici versi sono parte del Libro XIV dell'Odissea, quello del commovente incontro fra Ulisse tornato a Itaca sotto false sembianze e il fido, ospitale porcaro Eumeo, il quale pensa di trovarsi al cospetto di un guerriero cretese disperso per lo strategico inganno favorito da Atena. Si prepara la vendetta di Odisseo sui Proci usurpatori della sua reggia e dei suoi beni.

È morto il disegnatore che, insieme allo sceneggiatore Stan Lee, diede vita all'Uomo Ragno. Se ne è andato all'età di 90 anni Stephen Ditko, l'uomo che con un tratto di matita inventò alcuni supereroi amati da diverse generazioni di americani, e non solo, da Doctor Strange a quella che resterà la sua ultima creatura, Squirrel Girl. La polizia di New York ha trovato il corpo privo di vita del fumettista nel suo appartamento il 29 giugno scorso. Non sono note le ragioni del decesso.

Nato nel 1927 a Johnstown, in Pennsylvania, Ditko è stato una delle colonne della Marvel, e lavorò fianco a fianco con il suo direttore generale, Stan Lee a partire dall'inizio degli anni Sessanta. "La famiglia Marvel – si legge in una nota della casa editrice di fumetti – piange la perdita di Steve Ditko. Steve trasformò l'industria e l'universo Marvel, e il suo lavoro non sarà dimenticato"

Di indole schiva (non concedeva mai interviste e non esistono sue foto recenti), Ditko non si è mai sposato. La storia d'amore la ebbe con Marvel: litigò con Lee e nel 1966 se ne andò dalla casa editrice per approdare alla rivale Dc. Sarebbe tornato nel 1979 per creare altre avventure sulla punta della matita.

Helena Janeczek con 'La ragazza con la Leica' (Guanda) vince il Premio Strega 2018 battendo Marco Balzano con 'Resto qui' (Einaudi). Era dal 2003, quando vinse Melania Mazzucco con 'Vita', che una donna non si aggiudicava il più ambito premio letterario italiano organizzato da 72 anni dalla Fondazione Bellonci.

Una vittoria molto significativa anche perché sono state solo 10 le donne ad aver vinto, contro ben 61 uomini nelle precedenti edizioni. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato nella serata finale al Ninfeo di Villa Giulia.

In corsa per la vittoria del più ambito premio letterario italiano c'erano anche Carlo D'Amicis con 'Il gioco' (Mondadori), Sandra Petrignani con 'La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg' (Neri Pozza) e Lia Levi con 'Questa sera è gia domani' (Edizioni e/o).

Grande era l'attesa e numerosi i motivi d'interesse per questa edizione a partire dal fatto che da 20 anni non c'era una maggioranza di donne in gara e che l'ultimo successo di una scrittrice al premio Strega risaliva al lontano 2003. Poi c'era la componente dello strapotere del gruppo Mondadori che ha trionfato in moltissime edizioni dello Strega. Per contro, l'ascesa prepotente di Einaudi – sempre del gruppo di Segrate – che aveva vinto tre delle ultime quattro edizioni.

Alla fine ha vinto una donna, l'undicesima nella storia del premio, mentre i giganti Einaudi e Mondadori hanno ceduto il passo alla 'piccola' Guanda. Helena Janeczek, 54enne scrittrice tedesca naturalizzata italiana, ambienta il suo libro nella Spagna degli anni '30 e parla di Gerda Taro Pohorylle, una fotografa tedesca nota per i suoi reportage di guerra e conosciuta per essere stata la compagna di Robert Capa con cui ha stabilito un forte sodalizio professionale.

"Il libro si apre con fotografia scattata quasi contemporaneamente – ha spiegato la scrittrice a Eva Giovannini – dalla protagonista, Gerda Taro, e dal suo compagno Robert Capa. E' romanzo che cerca di riportare in vita la prima fotografa di guerra morta a neanche 27 anni durante la guerra civile spagnola. Volevo farla rivivere come sono vive le persone a cui abbiamo voluto bene. Era una donna indipendente e affascinante e Hemingway la defiì una puttana – ha aggiunto – ma la moglie replicò dicendo che lui non capiva molto di donne".

Helena Janeczek ha affidato a tre personaggi il racconto di Gerda Taro. "Volevo fare romanzo di una generazione – ha spiegato – di cui lei diventa cuore pulsante. I personaggi del libro sono i piu' vicini a lei, una donna che racchiude lo spirito del tempo e resta nel cuore di queste persone: un cardiochirurgo innamorato di lei, un'amica del cuore e il suo fidanzato prima di Robert Capa". Sin dalla nascita, nel 1947, i libri premiati hanno raccontato l'Italia e i suoi umori e il premio ha consacrato i grandi nomi della letteratura italiana contemporanea, dal primo vincitore Ennio Flaiano, ad Alberto Moravia, Elsa Morante, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Natalia Ginzburg, Primo Levi, Umberto Eco, Dacia Maraini. 

E’ la città di Ivrea il 54esimo sito Unesco italiano, mentre sono rimandate al 2019 le colline del Prosecco della Valdobbiadene e di Conegliano.

Per il ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, Ivrea rappresenta “la città ideale della rivoluzione industriale del Novecento. Un riconoscimento che va a una concezione umanistica del lavoro propria di Adriano Olivetti, nata e sviluppata dal movimento Comunità e qui pienamente portata a compimento, in cui il benessere economico, sociale e culturale dei collaboratori è considerato parte integrante del processo produttivo”.

Ma cosa rende la città piemontese così particolare? Ecco 10 cose da sapere sull’ex Silicon Valley italiana

1 – Olivetti, il padre ‘fondatore’: La maggior parte dello sviluppo di Ivrea avvenne nel periodo degli anni ’30 e ’60 sotto la direzione di Adriano Olivetti, periodo in cui l’azienda Olivetti produceva macchine da scrivere, calcolatrici meccaniche e computer.

2 – Il gotha dell’architettura per costruire Ivrea: La forma della città e gli edifici urbani di Ivrea sono stati progettati da alcuni dei più noti architetti e urbanisti italiani di quel periodo. La città è composta per il 70% da edifici per produzione, amministrazione, servizi sociali e usi residenziali, che riflettono le idee del Movimento Comunità.

3 – Sorta su un ghiacciaio: Bagnata dal fiume Dora Baltea, un affluente del Po, è collocata in un'area formatasi da un grande ghiacciaio del Pleistocene, il quale trasportò nel tempo numerosi detriti che andarono a formare una serie di rilievi morenici, tra cui la cosiddetta Serra Morenica, considerata la collina più lunga, massiccia e dritta d'Europa, circa 25 km.

4 – Il carnevale: Lo storico carnevale di Ivrea, si legge su Wikipedia, conosciuto per la celebre "battaglia delle arance" risale al 1808, anno in cui l'Impero Napoleonico ordinò di unificare i carnevali rionali in un'unica festa. La leggenda su cui si costruisce gran parte del carnevale narra che Violetta, la figlia di un mugnaio promessa sposa a Toniotto, si ribellò alle pretese del feudatario che reclamava il diritto allo jus primae noctis. Fingendo di accettare l'invito dopo essersi recata nel castello di San Maurizio uccise il tiranno con un pugnale che aveva nascosto tra i capelli e diede il segnale al popolo che si sollevò contro i nobili. La spada con l'arancia posta nella sua sommità vuole rievocare la testa del tiranno ucciso. Lo Storico Carnevale di Ivrea è un evento unico, riconosciuto come manifestazione italiana di rilevanza internazionale, fin dal 1956.

5 – Il palazzo che ‘scrive’: A Ivrea c’è un palazzo a forma di macchina da scrivere. Si chiana La Serra e, inizialmente conteneva al suo interno un caratteristico albergo, dove ogni "tasto da scrivere" rappresentava una camera dell’hotel. Nell'edificio erano presenti anche una sala conferenze e una piscina, ma nel tempo l'albergo è stato trasformato in miniappartamenti e la sala conferenze in cinema.

6 – Il cinema antico: Costruito nel 1910, il cinema Giuseppe Boaro è uno dei primi in assoluto in Italia. È situato quasi all'entrata di Via Palestro, la via principale del centro storico. Il cinema, ampiamente ristrutturato e ammodernato, è tuttora attivo ed ospita l'unica sala per proiezioni 3D della città.

7 – La comunità ebraica: Ivrea è dal XV secolo sede di una piccola ma significativa comunità ebraica. A testimonianza della sua storia rimangono la sinagoga ottocentesca e il cimitero ebraico di via Mulini.

8 – L’Università per la terza età: Su iniziativa di alcuni cittadini è nata l'"Università popolare della terza età e dell'educazione permanente (UNI3Ivrea)". Sorta da oltre 30 anni, ha una notevole offerta di corsi e conta al momento circa 1500 iscritti e propone circa 80 corsi articolati su più livelli.

9 – I cittadini si muovono con Jungo: Oltre al car-sharing  al bikesharing, Ivrea propone il Jungo, già diffuso a Rimini, Trento e in provincia di Bergamo L’idea che sta alla base di Jungo è incoraggiare e incentivare gli automobilisti in movimento ad imbarcare le persone che vanno nella stessa direzione, garantendo massima sicurezza, economicità e una precisa regolamentazione nell'utilizzo del servizio; ogni aderente al sistema è munito di una "card" personale da esibire al posto del "classico" pollice alzato di autostop: l'esibizione della card, rilasciata dopo apposita registrazione e previa verifica da parte dell'organizzazione dei requisiti richiesti, permette all'automobilista (non necessariamente iscritto al sistema) di riconoscere lo "jongonauta" e di accostare volentieri perché garantito in termini di sicurezza.

10 – Vicina agli immigrati: Il Comune di Ivrea svolge da anni un servizio di orientamento, informazione, accoglienza, e sostegno all'integrazione a favore di immigrati comunitari ed extracomunitari. In particolare, la gamma di servizi pensati e realizzati per i cittadini immigrati (comunitari ed extra UE) e per le loro famiglie, si pone la finalità di favorire il godimento dei diritti civili, di rimuovere gli ostacoli di natura sociale e culturale che impediscono il pieno inserimento di questi cittadini nel territorio comunale.

 

Ieri i due principali rami della famiglia Rothschild hanno raggiunto un importante accordo sul nome delle rispettive ditte. Dietro questa intesa c'è una storia di soldi e potere lunga quasi tre secoli, un intricato, leggendario e spesso segreto racconto, che è tutt'uno con la storia della finanza europea e mondiale. 

Lo storico logo, uno scudo rosso con l'aquila romana

Nel 1743, cinquant'anni dopo che la Banca d'Inghilterra ha aperto i battenti, un mercante e cambiavalute di nome Amschel Moses Bauer, un ebreo tedesco con la passione per i prestiti, fonda nella Jugengasse, la via che raccoglie il ghetto ebraico di Francoforte, una ditta di contabilità. Sull'entrata del negozio colloca un'insegna con un'aquila romana su uno scudo rosso, che diventa l'emblema, oggi diremmo il logo, dei Bauer, una famiglia che è tutt'uno con la sua attività: la ditta dallo Scudo Rosso, in tedesco Rothschild. Nasce così il nome della dinastia di banchieri più famosa e potente del mondo.

I banchieri che fomentano guerre

Il motto di famiglia lo conia il figlio maggiore del capostipite, Mayer Amschel (1744-1812), che non si chiama più Bauer ma di cognome fa Rothschild: "La nostra politica è quella di fomentare le guerre, dirigendole in modo che tutte le Nazioni coinvolte sprofondino sempre più nel loro debito e quindi sempre più in nostro potere". Mayer Amschel eredita la ditta nel 1755, alla morte del padre. È lui il vero fondatore dell'impero, esce dal ghetto, crea una banca ad Hannover, il cui principale cliente è il principe ereditario dell'Assia, che diventerà degli uomini più ricchi del Vecchio Continente. 

Cinque fratelli alla conquista dell'Europa

Mayer Amschel è un collezionista di monete rare, sposa una ricca ereditiera, da cui ha 10 figli, di cui 5 maschi. Il maggiore, Amschel, rimane a Francoforte. Gli altri quattro vengono inviati come emissari nelle principali capitali d'Europa, per conquistarle finanziariamente, fondando gli altri rami dell'impresa: Nathan, il più famoso (1777-1836), è inviato a Londra nel 1798, Solomon (1774-1855) va a Vienna, Carlmann (1788-1855) a Napoli e Jakob (1792-1868), il più giovane, va a Parigi nel 1811. I fratelli Rothschild si scambiano favori e informazioni e, nell'arco di meno di mezzo secolo, a partire dagli inizi dell'800, si espandono su scala internazionale e moltiplicano il capitale, passando dai 3 milioni di franchi del 1812 agli oltre 100 milioni del 1825. La loro specialità è quella di muovere il denaro, non necessariamente il loro, soprattutto quello delle principali case regnanti, verso le attività più redditizie, che poi sono essenzialmente due: i prestiti a tasso elevato diretti alle nazioni che intendono entrare in guerra e i titoli del debito pubblico ad alto rendimento acquistati dai Paesi che, usciti dalla guerra, si apprestano alla ricostruzione.

Per l'alta finanza è dunque essenziale sapere, prima degli altri, chi vuole la guerra e poi, ripristinata la pace, quando si comincerà a ricostruire. A questo servono i legami familiari dei Rothschild, che si scambiano informazioni e stringono saldi rapporti con le grandi case reali che governano le sorti dell'Europa. In tal modo riescono a prevenire e influenzare gli eventi, giocando sullo scacchiere politico e intascando profitti stratosferici.

Nathan, il creditore di Napoleone e Wellington

Nel 1823 diventano Guardiatesori del Vaticano, ma il posto chiave per le sorti della dinastia è quello che ricopre Nathan a Londra durante le guerre napoleoniche. A soli 21 anni, Nathan è inviato dal padre a Manchester, che è il cuore della rivoluzione industriale britannica. Nathan dispone di un cospicuo capitale, che presta ai magnati dell'industria tessile. A 27 anni si sposta a Londra, dove fonda una banca e investe nella City, specializzandosi in prestiti di guerra e in titoli di Stato. Presta soldi a tutti, compresa la Francia di Napoleone, anche se il suo 'core business' è il finanziamento dell'Inghilterra e dei suoi Stati satelliti. Nathan diventa l'uomo di fiducia del duca di Wellington, l'artefice della vittoria su Napoleone e Waterloo.

La leggenda del banchiere che speculò su Waterloo

Per conto di Londra, Nathan dirige gli aiuti agli Stati alleati, cioè controlla spedizionieri, corrieri e diligenze che trasportano in gran segreto per l'Europa i traffici d'oro che servono a finanziare gli eserciti. Può contare sulla rete di informazione di famiglia, che funziona meglio di un servizio segreto. A questo proposito gira una storia, che forse non corrisponde del tutto a verità, oppure è vera, o semplicemente è stata esagerata, non si sa, ma che merita di essere raccontata per dare l'idea dell'alone leggendario che circonda i Rothschild. Si narra che nel 1815 Nathan avrebbe assistito personalmente alla vittoria di Wellington a Waterloo. Per sfruttarla economicamente, avrebbe intrapreso un viaggio pazzesco, via nave, facendosi trasportare da un peschereccio sul mare in tempesta. Così sarebbe riuscito a tornare a Londra il 21 giugno, 24 ore prima che la notizia diventasse di dominio pubblico e, diabolicamente, l'avrebbe trasformata in oro colato. In che modo?

Si racconta che l'avrebbe fatto con un'operazione a cavallo tra insider trading e 'fake news', cioè diffondendo la voce che a Waterloo avesse vinto Napoleone e iniziando lui stesso a vendere i titoli del debito pubblico inglese in suo possesso, per provocarne il crollo in Borsa. Nel frattempo, in gran segreto, avrebbe ordinato ai suoi agenti di ricomprarli a prezzi stracciati, prima che la notizia della vittoria di Wellington si diffondesse e che il valore di quei titoli andasse alle stelle. Vero, falso? Impossibile dirlo, sicuramente Nathan non era a Waterloo quel giorno, anche se poteva avvalersi di una formidabile rete di corrieri e delle confidenze degli agenti di Wellington, cioè di un servizio informazioni senza pari per l'epoca. Sta di fatto che la speculazione sui titoli inglesi è avvenuta e ha ulteriormente arricchito i Rothschild, anche se nessuno ha mai potuto consultare i loro archivi e le operazioni finanziarie di questa dinastia sono sempre rimaste avvolte nel mistero, contribuendo ad alimentare il mito dei banchieri ebrei, plutocrati, padroni del mondo, geni del male e cosmopoliti affamatori di Nazioni e di popoli. Nel 1825 Nathan Rothschild è riuscito ad aumentare di 2.500 volte la somma iniziale affidatagli dal padre e ha abbastanza soldi da finanziare la Banca d'Inghilterra, evitando che scoppi una crisi di liquidità.

Le fortune degli altri rami di famiglia

Il ramo austriaco della famiglia è quello creato da Salomon, che diventa il braccio finanziario di Metternich, ottiene nel 1820 un titolo nobiliare, cioè il diritto di usare il 'von' prima del cognome e fa un sacco di soldi investendo in miniere e ferrovie. A Napoli Carlmann, ovvero Carl, diventa il finanziatore dei Borbone, dei Granduchi di Toscana e del Papa, poi si trasferisce in Spagna, dove questo ramo della famiglia ben presto si eclissa. In compenso ci pensa Jacob, da Parigi, a tenere alte le sorti della famiglia, fondando la Rothschild Frére, con gli altri tre fratelli maggiori come partner e Re Leopoldo del Belgio e Re Luigi Filippo di Francia come principali clienti. Nel 1850 Jacob dispone di un patrimonio di 600 milioni di franchi, cioè 150 milioni in più di tutti gli altri banchieri francesi messi insieme.

I primi finanziatori degli Stati Uniti d'America

L'ammontare strepitoso della fortuna dei Rothschild si presta a far lievitare leggende e teorie cospiratorie sul loro conto. Si dice che Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, ministro del Tesoro di George Washington e fondatore della prima banca federale Usa, sia stato un loro agente. Impossibile dimostrarlo, sta di fatto che la First Bank of the United States, fondata nel 1791, fortemente avversata da Thomas Jefferson e dotata di un mandato ventennale, era effettivamente un'emanazione della finanza internazionale. Non è escluso che tra i finanziatori della First Bank ci fossero anche i Rothschild, i quali contribuirono così alla creazione del debito pubblico Usa, schierandosi tra le banche che prestarono alla neonata banca centrale statunitense i soldi che le servivano per garantire le prime emissioni di bond governativi Usa, cioè i titoli del debito pubblico coi quali finanziare le attività del nuovo Stato federale, creare un esercito nazionale e ripagare i debiti dei singoli Stati.

"Datemi una moneta e me ne infischio delle leggi"

La banca centrale Usa aveva anche il potere di stampare moneta e questo spiegherebbe la famosa frase del vecchio, Mayer Amschel Rothschild, il quale disse: "Datemi il controllo sulla valuta di una Nazione e me ne infischio di chi fa le leggi". Per circa un secolo i Rothschild sono la famiglia più ricca e più potente del mondo e per la comunità ebraica internazionale rappresentano quanto di più simile ci possa essere a una famiglia reale. Come tutti i reali tendono a sposarsi tra di loro, hanno residenze sontuose, si circondano di preziose quadrerie, di oggetti rari e preziosi, frequentano principi e capi di Stato, sono filantropi. La famiglia tocca l'apogeo intorno al 1850, quando la seconda generazione è ancora in vita.

Con il telegrafo inizia la decadenza

Tuttavia, già nel 1851 Jacob Rothschild si lamenta che con l'invenzione del telegrafo "chiunque ha accesso alle notizie", una merce che fino a quel momento la sua famiglia aveva quasi completamente monopolizzato. Con la terza generazione inizia la decadenza, che con la quarta si accentua. I cinque rami della ditta ormai non marciano più all'unisono, mentre sui membri della famiglia piovono riconoscimenti. Lionel Rothschild (1808-79), figlio di Nathan, è il primo ebreo praticante a sedersi come membro del Parlamento britannico, mentre suo figlio Nathaniel (1840- 1915), detto Natty, è il primo ebreo a sedere alla Camera dei Lord. Entrambi sono pari del Regno, frequentano la corte, Natty è amico intimo del principe di Galles, il futuro Edoardo IV, figlio della regina Vittoria. I Rothschild sono ricchissimi, mondani, sfavillanti ma il loro prestigio sulla scena finanziaria si va indebolendo. Nel 1914 il grande banchiere americano John Pierpoint Morgan ha ormai eclissato il primato dei Rothschild, che si defilano, perdono la ribalta. Insomma, diventa una storia minore. L'ultimo capitolo è quello scritto ieri dai due rami della dinastia, rappresentanti dalla Edmond Rothschild e dalla Rothschild & Co, a capo della quale si è da poco insediato Alexandre de Rothschild, il primo banchiere della settima generazione. 

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