Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Èdeceduto all’improvviso, all’età di 66 anni, Rosario Marrone, padre della cantante salentina Emma Marrone. Ne dà notizia il Comune di Aradeo (Lecce), dove risiede la famiglia Marrone.

“Ricordiamo Rosario per il suo impegno nella nostra comunità, come uomo di politica, ex amministratore e presidente del Consiglio nel nostro Comune. Un uomo eclettico, disponibile, forte e schietto che ricorderemo sempre con grande affetto”, scrive il sindaco del paese, Giovanni Mauro, facendosi portavoce dell’intera amministrazione comunale. 

Anche la cantante sul suo profilo Instagram ha voluto ricordare il padre, pubblicando una foto di Rosario Marrone mentre suona la chitarra, accompagnato da un messaggio firmato come “la tua Chicca”. 

AGI – “Squid Game” ha conquistato i suoi quattro Emmy Awards e competerà con un’altra produzione di Netflix, “Stranger Things”, per l’ambito Oscar televisivo come miglior serie drammatica che sarà assegnato il 12 settembre.

La serie sudcoreana è un dramma distopico che immagina un mondo macabro un cui le persone emarginate competono in giochi per bambini in cui il vincitore può guadagnare milioni ma chi perde viene ucciso.

Nell’antipasto rappresentato dai Creative Arts Emmy, a Los Angeles, “Squid Games” ha ottenuto quattro riconoscimenti nelle categorie minori del premio tra cui quello per la miglior attrice non protagonista di una serie drammatica andato a Lees You-mi won e altri riconoscimenti per i tecnici del suono, le acconciature e il montaggio.

Diffuso in tutto il mondo tramite il passaparola soprattutto sui social, “Squid Game” ha scalato le classifiche di Netflix in più di 80 Paesi tra cui l’Italia.

AGI – “Le immagini della marcia su Roma sono la prima fake news creata ad hoc da un partito, se per fake news intendiamo una narrazione che sia solo funzionale ad un altro tipo di esigenza: il potere politico, nel suo raggiungimento o mantenimento”.

È appena tornato dal Festival del cinema di Venezia, Tony Saccucci, regista, sceneggiatore, professore (insegna storia e filosofia al liceo classico Mamiani di Roma), autore di ‘Marcia su Roma’, il film diretto dal regista irlandese Mark Cousins che ha aperto questa edizione del Festival in laguna sollevando un putiferio per via di un’immagine di Giorgia Meloni infilata alla fine del film, insieme a quella di Le Pen, Orban e Bolsonaro.

Saccucci ha anche scritto con Cousins la sceneggiatura di ‘Marcia su Roma’ che andrà in sala qualche giorno prima del 28 ottobre, cento anni dopo l’ascesa al potere del Duce, e a mente fredda si dice colpito dalla rissa a mezzo stampa che è scoppiata a Venezia per quel passaggio (forse sotto elezioni, c’era da aspettarselo) invece che sull’evidenza, “sicuramente poco valutata anche dagli storici”, di quell’impresa ‘cinematografica’, “una gigantesca messa in scena, architettata da registi sapienti, un film che ha cambiato la storia del mondo”.

Chi fu il vero regista della marcia, della marcia del 28 ottobre 1922?

“Alcuni contemporanei definirono la marcia su Roma un’opera buffa, una goffa kermesse”, risponde all’AGI il regista di Vallinfreda, un paesino sui monti alle porte di Roma. “Quello che però ancora resiste nell’immaginario collettivo, anche a cent’anni dai fatti realmente accaduti, è la loro rappresentazione. Bisogna stare attenti a non confondere i fatti con la rappresentazione dei fatti stessi, perché ciò che passa alla storia, ciò che si tramanda nella memoria di un popolo è quella rappresentazione che diventa essa stessa verità storica. La questione ‘marcia su Roma’ è emblematica in questo senso. Quello che è giunto fino a noi è l’eco della sua mitologia. Un mito creato mentre si svolgevano gli eventi”.

Immagini in presa diretta, ma non spontanee, capiamo bene? Il Duce e i gerarchi recitarono un copione, erano attori e comparse su un set?

“Le uniche immagini in movimento esistenti della marcia su Roma sono quelle del film di Umberto Paradisi dal titolo ‘A Noi! Dalla sagra di Napoli al trionfo di Roma’. Quelle immagini sono proprio la prima fake news creata ad hoc da un partito, se per fake news intendiamo una narrazione che sia solo funzionale ad un altro tipo di esigenza: il potere politico, nel suo raggiungimento o mantenimento”.

Saccucci, regista di due film su quel periodo premiati entrambi con due Nastri d’argento – ‘Il pugile del Duce‘, sulla storia di Leone Jacovacci, e ‘La prima donna’, che racconta la tragedia di Emma Carelli, direttrice del Teatro Costanzi di Roma dal 1912 al 1926 – è convinto che dietro la marcia e la sua messa in scena c’erano diversi registi, dentro il partito fascista, ma anche fuori, la massoneria, per esempio. Una tesi non certo nuova. “Vero, ma io ho trovato le prove”.

Spieghi meglio, che prove?

“Renzo De Felice nella sua intramontabile opera sul fascismo riconosce senza titubanze un ruolo alla massoneria per la buona riuscita della marcia. Lascia però aperta la domanda su quanto questo ruolo fu “importante”. La massoneria di Raoul Vittorio Palermi ebbe un ruolo importante nei giorni immediatamente precedenti la marcia ma non fu ovviamente l’unico regista. Diciamo che la marcia ebbe una regia a più mani. Di regista vero abbiamo Umberto Paradisi. Fino al 13 ottobre del 1922 Paradisi era presidente della F.A.C.I. (il produttore del film Gloria. Apoteosi del Soldato Ignoto del 1921 sullo spostamento del Milite Ignoto, il più grande kolossal degli anni Venti): ho scoperto che suo vice era Amleto Palermi, figlio proprio di Raoul Palermi”.

Scusi, ma questo nel film non si vede.

“Tra un paio di settimane presenterò alla Sapienza il mio dottorato di ricerca dal titolo ‘Il film della marcia’. Per quattro anni ho studiato la rappresentazione della marcia su Roma, cioè il film A Noi!, nella sua genesi tecnica e produttiva. Proprio attraverso il disvelamento di quella rappresentazione ho provato a ricostruire i fatti reali, a dare un nome ai protagonisti. Ho smontato e rimontato i 64.945 fotogrammi che compongono le 436 scene di A Noi!”

E cosa ha scoperto che già non si sapesse?

“Penso di essere riuscito a smascherare la costruzione propagandistica di quell’evento, anche attraverso l’aiuto dell’intelligenza artificiale. A più di un secolo dalla nascita del cinema, la storiografia è pronta ad accogliere tra le fila dei testimoni l’occhio della cinepresa. Forse, parafrasando Marc Bloch, è giunto il tempo in cui l’orco della fiaba cominci a fiutare carne umana tra i fotogrammi delle pellicole”.

Immagini girate e montate ad arte per creare un evento di propaganda che spostasse consenso. Oggi con i social lo fanno quotidianamente tutti i politici.

“Il Duce col film sulla marcia è stato il primo. La marcia su Roma è stata la prima fiction della politica italiana. Il regime ha usato il cinema e le immagini per creare una fake news che poi si è avverata. Tra qualche giorno alla Sapienza racconterò chi furono i registi e ‘i social media manager’ di quell’evento”.

Mussolini è ancora così presente nella società italiana?

“No. Non penso che dopo un secolo Mussolini sia ancora presente. Le generazioni cambiano. Quello che senza dubbio è presente è una sorta di memoria genetica di quello spirito del popolo italiano che aveva portato Mussolini al potere. In questo senso, iperbolicamente, potremmo dire che Mussolini era presente ancor prima che nascesse. Gli inglesi continuano ad aver bisogno della taumaturgia della Corona che ai nostri occhi sembrerebbe un anacronismo”.

Sta dicendo che gli italiani hanno il fascismo nel sangue, scusi?

“Sto dicendo che ogni popolo ha una sua antropologia, un suo DNA storico che si costruisce e modifica attraverso lente cristallizzazioni. È questo il motivo per cui su un film così importante come ‘Marcia su Roma’ è stato fondamentale un occhio esterno: quello di Mark Cousins”.

Cosa aggiunge il film di Cousins alla narrazione dell’ascesa del Duce che già non sapevamo?

“Bertolt Brecht, in ‘Vita di Galileo’, scrive che “per capire il movimento di una sfera bisogna porsi dall’esterno”: è quello che abbiamo fatto con la magistrale regia di Mark. Uno straniero riesce a vedere meglio se e quanto noi abbiamo metabolizzato l’esperienza del Ventennio”.

 

AGI – Archeologia e arte contemporanea si incontrano nell’est della Turchia, dove da quest’anno le opere di 53 artisti provenienti da 23 diversi Paesi, Italia inclusa, sono state installate nell’inimitabile scenario della provincia di Adiyaman, presso siti archeologici simbolo del Paese, meta irrinunciabile di un numero sempre maggiore di turisti provenienti da tutto il mondo.

La Biennale d’arte di Nemrut, alla prima edizione, nasce sotto il segno della ricerca di una “Civiltà immaginaria”, un concetto spiegato ad AGI da Nihat Ozdal, curatore dell’iniziativa. “Il caos, la violenza, le guerre di quest’epoca ci costringono a una riflessione più profonda sul concetto di civiltà. La sfida di questa biennale è quella di creare una civiltà immaginaria da zero, in luogo che per millenni è stato la culla di culture, popoli e imperi che hanno contribuito al progresso dell’uomo“.

E la scelta non poteva che ricadere su un territorio in cui i primi uomini si sono insediati 4 mila anni fa, dando vita a una catena ininterrotta di civiltà che giunge fino ai giorni nostri. L’impero di Komagene, fondato dove prima avevano regnato Ittiti, Mitanni, Aramei, Assiri e il secondo impero ittita. Una regione che non è sfuggita alla dominazione persiana, prima dell’arrivo di Alessandro Magno e l’avvento dell’Impero Romano d’Occidente.

Una catena che continua fino ai giorni nostri passando per la dominazione Omayyade, l’impero Bizantino e Sassanide, l’invasione selgiuchide, mamelucca fino a Tamerlano e alla definitiva dominazione da parte dell’impero Ottomano, iniziata nel 1516 e divenuta poi l’odierna Turchia.

Una lista lunghissima di civiltà e culture che hanno lasciato le proprie tracce, preziose e indelebili, incastonate come diamanti in una regione povera, che per anni ha sofferto per gli scontri tra l’esercito turco e i separatisti curdi del Pkk, ma che oggi è sicura e pronta ad aprirsi definitivamente al turismo.

“La civiltà è nata qui, dove scorre l’Eufrate ed è qui che siamo tornati per dar vita all’idea della nascita di una nuova civiltà. L’area ha ancora molto da offrire dal punto di vista archeologico e le opere esposte si incastrano al fianco di reperti di valore inestimabile per dare al visitatore una doppia prospettiva, sul passato e sul futuro”, spiega il curatore Ozdal. E la prospettiva non manca di certo per chi decide di visitare i luoghi di questa biennale davvero speciale.

Tre sono le opere installate sulla cima del monte Nemrut, intorno a un santuario realizzato in onore del re Antioco di Komagene nel 62 a.C. Un luogo dal fascino unico dove altari e statue alte 10 metri furono trasportate da uomini e animali fin sulla cima del monte più alto della Mesopotamia Settentrionale.

Uno scenario che all’alba e al tramonto vede le pietre dipingersi di rosa per rimanere per sempre impresso nella mente di chi ha la fortuna di assistere a questo spettacolo che si ripete tutti i giorni.

Altre 5 opere, tra cui quella dell’italiano Stefano Bosi Devoti, sono situate ad Arsameia, santuario fatto costruire da Antioco I in onore del padre Mitridate dove spiccano una enorme stele scritta in caratteri cuneiformi, tunnel e bassorilievi di grande raffinatezza, come quello che raffigura Antioco che stringe la mano ad Eracle.

Altro luogo della biennale il tumulo dell’Aquila Nera (Karakus Tumulusu), monumento funebre che si compone di una colonna con un aquila sulla cima e altre due colonne affiancate poco lontane. La prima dedicata alla regina Isia, le colonne alle principesse Antiochis e Aka di Komagene, è ritenuto uno dei più antichi monumenti al mondo interamente fatto costruire in memoria di donne, circa nel 30 a.C. da Mitridate, e oggi ospita 4 opere della biennale.

Poco lontano due opere, più alcuni concerti in programma, hanno trovato spazio in un luogo che i romani chiamavano il ponte dei Severi, oggi Cendere Koprusu, il secondo ponte romano ad arco per lunghezza (120 metri), magnificamente incastonato all’ingresso di una gola formata dal passaggio del fiume Cendere, affluente dell’Eufrate.

Costruito dalla VI legione Gallica in onore dell’imperatore Lucio Settimio Severo, della moglie Giulia Domna e dei figli Caracalla e Publio Settimo nel 120 a.C., come si legge nella stele in latino visibile, la struttura ancora oggi sorprende per colpo d’occhio, eleganza e imponenza e merita una visita con magari un tuffo rinfrescante nel fiume, ridotto a torrente.

La maggior parte delle opere, ben 33, tra cu quella dell’italiano Critiano Carotti, sono situate nel castello di Kahta. Costruito dai Mamelucchi nel 1260, la struttura ha resistito ad assedi, guerre e invasioni, ceduto, è stata ricostruita fino ad essere effettivamente utilizzata fino al 1926 come avamposto dalle truppe dell’impero ottomano.

Le mura si insinuano sulla linea della montagna e quasi scompaiono mimetizzandosi una volta che la prospettiva si allarga sull’intera vallata alle spalle della struttura rivelando il baratro di 200 metri che la separa dal fiume che scorre intorno 3 dei 4 lati della fortezza. Ultimo luogo, il meno antico, ma altamente suggestivo, sono le isole formatesi con la diga costruita sul fiume Eufrate nel 1990.

 

Uno scenario surreale, creatosi con l’intervento dell’uomo sulla natura, dove le 9 opere sono raggiungibili grazie a barche di pescatori che d’estate portano turisti e locali a fare un tuffo in queste calde acque e ora a visitare le installazioni. Lo scrittore e filosofo sofista Luciano di Samosata (120 d.C.), considerato uno dei padri della satira, nacque a pochi chilometri da qui e a lui è dedicata la scelta di utilizzare le isole come logo per la installazione di opere e la creazione di una nuova civiltà.

Civiltà le cui contraddizioni e storture il filosofo ellenistico, sebbene di lingua madre siriaca, non mancava mai di mettere a nudo nei propri scritti cercando di far riflettere, proprio come questa biennale.

AGI – Gli economisti Raffaella Sadun e Guido Tabellini riceveranno martedì 6 settembre 2022, alle ore 11, il Premio De Sanctis per le Scienze Economiche, in una cerimonia condotta da Corrado Augias presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’evento sarà trasmesso in diretta su Rai3.

Gli attori Giorgio Pasotti e Alessandro Preziosi leggeranno le motivazioni dei premi.

Raffaella Sadun, inserita dal Corriere della Sera tra i 100 economisti più importanti al mondo, è professore di Business Administration alla Harward Business School, attualmente fa parte del gruppo di consulenti economici della Presidenza del Consiglio.

Guido Tabellini è un economista e accademico ed è stato rettore dell’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano dal 2008 al 2012. Sono loro i protagonisti della prima edizione del Premio De Sanctis dedicata all’economia. Francesco De Sanctis era un uomo di pensiero con una visione che partiva dalla letteratura e si ampliava a tutta la sfera del sapere.

“Ecco perché la Fondazione ha deciso di estendere il premio De Sanctis, che nasce per la letteratura, anche ad altre discipline. L’anno scorso sono stati istituiti infatti il premio Europa e il premio per la Salute Sociale e quest’anno il premio per i Diritti Umani e il premio per le Scienze Economiche”, spiega Francesco De Sanctis, presidente della Fondazione e pronipote del famoso letterato a cui è intitolata.

La giuria del premio è composta da: Carlo Cottarelli (presidente); Franco Anelli; Oriana Bandiera; Giuseppe Chinè; Veronica Guerrieri; Gianni Letta; Gianluca Trequattrini.

“Penso che il premio De Sanctis per le Scienze Economiche diventerà un importante appuntamento annuale per la nostra economia e per la nostra cultura. Sono onorato di aver presieduto la prima giuria del premio che va a due eccellenze assolute del nostro mondo accademico e ringrazio gli altri membri della giuria che hanno contribuito alla selezione dei vincitori”, dichiara Carlo Cottarelli.

Tra le personalità istituzionali che hanno confermato la loro partecipazione: Daniele Franco, ministro dell’Economia e delle Finanze, Pietro Curzio, presidente Corte Suprema di Cassazione, Guido Carlino, presidente Corte Conti, Maria Chiara Carrozza, Presidente Cnr, Carlo Fuortes, amministratore delegato Rai, Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia, Pasquale Tridico, presidente Inps, Christian Masset, Ambasciatore di Francia in Italia. A conclusione della cerimonia, il Patron del Premio Gianni Letta consegnerà al Presidente della Fondazione De Sanctis la medaglia del Presidente della Repubblica al Premio De Sanctis.

La Fondazione De Sanctis nasce nel 2007 su iniziativa dell’architetto Francesco De Sanctis, pronipote del critico letterario e Primo Ministro della Pubblica Istruzione.

Il suo obiettivo è rendere l’eredità del letterato base di partenza per un progetto culturale che attualizzi l’opera e il pensiero di Francesco De Sanctis quale patrimonio collettivo e renderlo così materia viva e contemporanea, non solo a livello nazionale ma anche europeo. Con questa prospettiva la Fondazione fa della diffusione internazionale dell’identita’ artistica, letteraria, filosofica e politica italiana la propria principale missione.

Un’attenzione particolare è dedicata alle radici meridionali con uno sguardo attento sulle realtà culturali europee che da quelle stesse radici si sono sviluppate.

Il premio è organizzato con il patrocinio di Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Comune di Roma, Banca d’Italia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Rai e con la partecipazione di UniCredit, CDP, Autostrade per l’Italia, Open Fiber, Il Sole 24 Ore, Gruppo editoriale Athesis, L’Igiene Urbana Evolution, Esclapon & co, Sina Bernini Bristol e Ita-Airways.

AGI – “Le sale cinematografiche sono presidii culturali e la visione collettiva di un film è un’esperienza unica che arricchisce”. Lo ha detto il ministro della Cultura, Dario Franceschini durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina nell’ambito della 79esima Mostra del Cinema di Venezia in cui è stata presentata la nuova iniziativa promozionale promossa da ANICA, ANEC, Fondazione David di Donatello, in collaborazione con il Ministero della Cultura, che permetterà al pubblico di accedere in sala, dal 18 al 22 settembre, a soli 3,50 euro.

Un’iniziativa che vede una grande partecipazione degli esercenti cinematografici: in tutta Italia saranno oltre duemila gli schermi che aderiscono alla promozione. “È importante fare vivere le sale – ha aggiunto Franceschini nel videomessaggio – e “Cinema in festa” aiuterà a dimostrare che vivere la magia del cinema è un’esperienza collettiva unica e irrinunciabile che arricchisce le persone ma anche interi territori, quartieri e città”.

CINEMA IN FESTA” è un progetto che abbraccia cinque anni, a partire dal 2022 e fino al 2026 e la prima edizione si terrà dal 18 al 22 Settembre 2022. Il format, ispirato alla “Fete du Cinéma” francese, prevede una “festa” di cinque giorni in cui il biglietto costerà soltanto 3,50 dalla domenica al giovedì, ovvero dal giorno preferito delle famiglie fino al giorno di uscita in sala delle nuove proposte settimanali.

Ogni anno ci saranno due appuntamenti, uno a settembre e uno a giugno: il pubblico potrà assistere a tutti i film in normale programmazione, ma anche ad anteprime, masterclass e altri eventi speciali, anche alla presenza di attrici, attori, registi, sceneggiatori, e altri protagonisti del mondo dello spettacolo.

AGI – “La prego di esimermi dal fare questa intervista, sinceramente non ho una conoscenza di Eduardo così approfondita per poterle dire qualcosa di davvero interessante o originale”. Poche parole, garbate e cordialissime, rivolte al telefono a un giovane giornalista impegnato a scrivere un libro su Eduardo De Filippo danno la cifra umana di un artista immenso che ha sempre mantenuto il rapporto con la realtà e la capacità di essere semplice come solo i grandi sanno fare.

Un episodio privato accaduto circa un quarto di secolo fa che racconta più di tante parole chi era Vittorio Gassman. Nessuna spocchia, nessuna presunzione, nessun fastidio nel dover rispondere al telefono a un ragazzo forse un po’ molesto, piuttosto quasi il dispiacere di non poter essere utile. Lui che era un gigante, uno dei piu’ grandi attori italiani del Novecento, uno dei maggiori interpreti del nostro cinema, un intellettuale a tutto tondo – attore, regista, autore teatrale, conduttore tv, scrittore, poeta – di cui il primo settembre si celebrano i cento anni dalla nascita.

Un uomo che è stato spesso identificato con alcuni personaggi che ha interpretato, amato e resi immortali: da Kean, il regista-attore inglese dell’opera teatrale di Alessandro Dumas di cui – forse giustamente – si riteneva alter-ego e reincarnazione, a Bruno Cortona del capolavoro di Dino Risi ‘Il sorpasso’, dal ‘Mattatore’ dall’omonimo spettacolo televisivo da lui condotto nel 1959 (e dall’omonimo film di Dino Risi) a Brancaleone da Norcia dei film di Mario Monicelli. Personaggi forti, sopra le righe, cosi’ come appariva lui in pubblico. Ma non era quello il vero Gassman. Almeno non solo quello.

In realtà questo istrione magniloquente, capace di recitare con intensità assoluta qualsiasi cosa – celebri in tv le sue ‘interpretazioni’ della lista della spesa o del menu per il programma di Rai3 ‘Avanzi’, sul modello e parodia delle sue letture di Dante – era un uomo sensibile e negli ultimi anni di vita anche sofferente a causa delle depressione che lo costringeva a momenti di buio dai quali usciva grazie al teatro e alla letteratura.

Nel 1990, 10 anni prima di morire (il 29 giugno 2000), a seguito di uno di queste crisi, scrisse un libro ispirato a Dostoevskij anche nel titolo, ‘Memorie dal sottoscala’. Un modo come un altro per reagire e per contrastare la paura dell’ineluttabile. Un grandissimo attore che si sentiva davvero erede di Kean e degno interprete di autori impegnati e cosiddetti ‘maggiori’.

A teatro 

Diplomatosi all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, infatti, Gassman, che aveva cambiato il cognome dall’originale con due ‘n’, inizio’ la sua carriera nel 1943 con Alda Borelli nella ‘Nemica’ di Dario Niccodemi, per poi unirsi a Tino Carraro ed Ernesto Calindri in un trio che rimase celebre al Teatro Eliseo.

Il teatro e il palcoscenico erano il suo ambiente naturale e lo capì anche Luchino Visconti che prese Gassman in compagnia dove recitò con colleghi del calibro di Paolo Stoppa, Rina Morelli e Paola Borboni. Successivamente entro’ nel Teatro Nazionale con Massimo Girotti e Arnoldo Foà.

Nel 1952, assieme a Luigi Squarzina, fondò e diresse il Teatro d’Arte Italiano, producendo la prima versione completa dell’Amleto in Italia, oltre a opere rare come il ‘Tieste’ di Seneca o ‘I Persiani’ di Eschilo. Nel 1956, anno chiave della sua carriera artistica, Gassman interpretò l’Otello con il grande attore Salvo Randone, con il quale alternava ogni sera i ruoli del Moro e di Iago. I suoi spettacoli erano seri, intellettuali, profondi. E anche al cinema i ruoli che interpretava erano impegnati, soprattutto di cattivo.

Tra i primi film si ricordano ‘L’ebreo errante’ di Goffredo Alessandrini del 1948 e soprattutto ‘Riso amaro’ di Giuseppe De Santis, uno dei capolavori del primo neorealismo. Nel 1956 partecipa al film premio Oscar di King Vidor ‘Guerra e pace’ dove recita accanto a Audrey Hepburn e Henry Fonda nel ruolo di rilievo di Anatol’ Kuragin affermandosi come attore di caratura internazionale.

Tre anni dopo, in un programma televisivo intitolato Il Mattatore, ottenne un inaspettato successo, e ‘Il Mattatore’ diviene ben presto il soprannome che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Il teatro e il cinema impegnato hanno dato il successo a Gassman e lo hanno reso famoso, ma la sua vera fortuna e il successo popolare è arrivato grazie al cinema di commedia.

Al cinema

Sul set sino ad allora, in Italia e a Hollywood, era stato impegnato in ruoli atletici e di seducenti mascalzoni. Fu Mario Monicelli il primo a capire che un attore cosi’ bravo e versatile era una fortuna per l’Italia. Tutto iniziò nel 1958 con ‘I soliti ignoti’, per poi continuare con ‘La grande guerra’ nel 1959 e nel dittico ‘L’armata Brancaleone’ (1966) e ‘Brancaleone alle crociate’ (1970), film con cui acquistò in breve una vasta notorietà.

A questo contribuì anche Dino Risi che lo diresse in ‘Il mattatore’ (1960), ‘Il sorpasso’ (1962), ‘La marcia su Roma’ (1962), ‘I mostri’ (1963), ‘Il gaucho’ (1964), ‘Il tigre’ (1967) e ‘Il profeta’ (1968). Con Dino Risi, con cui aveva un rapporto di grande amicizia (i due, raccontò il regista, durante le riprese de ‘Il sorpasso’ facevano a gara a chi ‘rimorchiava’ più donne) lavorò ancora negli anni Settanta: ‘In nome del popolo italiano’ (1971), ‘Profumo di donna’ (1974), ‘Anima persa’ (1977), ‘Caro papa” (1979) e ‘Tolgo il disturbo’ (1990).

Quello che per Gassman era stato Risi negli anni ’60, fu per l’attore Ettore Scola negli anni Settanta e Ottanta: ‘C’eravamo tanto amati’ (1974), ‘La terrazza’ (1980), ‘La famiglia’ (1987) i capolavori che realizzarono insieme. Di film e spettacoli teatrali da citare ce ne sarebbero molti altri, perche’ Vittorio Gassman è stato tante cose, tanti personaggi, tanti caratteri.

Ma, soprattutto, è stato uno dei protagonisti di un priodo culturale magnifico e purtroppo irripetibile. Un grande artista, ma anche un uomo che ha vissuto intensamente la sua vita, che ha avuto tre mogli, tre compagne importanti e quattro figli con donne diverse.

Quando morì, stroncato nella sua casa romana da un infarto, nella camera ardente in Campidoglio sfilarono amici, colleghi, parenti e soprattutto migliaia di cittadini che resero omaggio al grande attore. Accanto al suo feretro, oltre ai fiori e ai tanti messaggi dei fan, c’era anche un volume con una scritta: “Questo è il libro che hai amato di piu'”. Era ‘Martin Eden’ di Jack London. Anche questo dice chi era Vittorio Gassman.  

AGI – Stanley Kubrick una volta disse che la trilogia di romanzi di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli” non era filmabile. È difficile immaginare cosa avrebbe pensato il grande regista della scommessa da 1 miliardo di dollari di Amazon su “Il Signore degli Anelli: The Rings of Power”, una serie televisiva di 50 ore basata sulle asciutte note storiche pubblicate alla fine del terzo libro.

Lo show, in uscita venerdì a livello globale su Prime Video, mira a sfruttare l’enorme e duraturo fascino dei libri, ancora oggi regolarmente votati come i romanzi più amati al mondo di tutti i tempi, e degli adattamenti cinematografici di Peter Jackson, premiati con l’Oscar.

Il progetto è al centro dell’offerta di Amazon per distinguersi nella “guerra dello streaming” con Netflix, Disney+ e HBO Max – il cui prequel di “Game of Thrones” è stato appena lanciato – ed è finanziato dal fondatore multimiliardario Jeff Bezos, un mega-fan di Tolkien.

Ma se la serie è popolata da eroi e cattivi che sono a malapena menzionati nella trilogia di Tolkien e nelle sue “Appendici” di mitologia narrativa, e presenta un cast e dei creatori in gran parte sconosciuti, non c’è dubbio sulla portata della scommessa.

“È piuttosto snervante: stiamo costruendo qualcosa da zero che non è mai stato visto prima”, ha detto Sophia Nomvete, che interpreta la Principessa Disa, la prima donna e il primo nano nero raffigurato sullo schermo nel mondo di Tolkien.

“C’è sicuramente un pò di nervosismo. Vogliamo fare le cose per bene”, ha detto durante l’evento per i fan del Comic-Con il mese scorso. “Gli anelli del potere” è ambientato nella “Seconda Era” di Tolkien, un periodo storico del suo mondo immaginario della Terra di Mezzo che precede di migliaia di anni gli eventi de “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli”.

Quindi, mentre una manciata di personaggi dei film di Jackson riappare nello show di Amazon – per lo più versioni più giovani di elfi come Galadriel ed Elrond, che ovviamente sono immortali – non ci sono Frodo, Gollum o Aragorn in vista.

La maggior parte dei personaggi della tradizione tolkieniana appare sullo schermo per la prima volta, e alcuni sono stati addirittura creati ex novo per lo show. “Tolkien non ha scritto molto su chi è lui come persona”, ha detto Maxim Baldry, il cui personaggio Isildur è stato visto brevemente combattere il signore del male Sauron in un flashback all’inizio della trilogia di Jackson.

Qui Baldry interpreta una versione più giovane dell’eroe tragico, alle prese con la morte della madre, le pressioni troppo forti del padre e un romantico desiderio di avventura. “È un dono, innanzitutto, esplorare gli inizi di una persona, scoprire i suoi veri colori, capire chi è veramente”, ha detto Baldry.

E ha aggiunto: “La prima stagione è dedicata esclusivamente alla creazione dei personaggi e all’introduzione di nuovi personaggi nella famiglia… per dare corpo a un mondo piuttosto scheletrico che Tolkien ha appena creato nella Seconda Era”.

Il destino della serie è nelle mani dei creatori – o “showrunner” – Patrick McKay e J.D. Payne, che hanno proposto la loro idea ad Amazon dopo che questa ne ha acquistato i diritti nel 2017, ma che avevano solo una manciata di progetti precedenti accreditati sul loro curriculum.

“Volevamo trovare un’enorme mega-epopea tolkieniana. E Amazon è stata così meravigliosamente folle da dire ‘sì, facciamolò”, ha detto McKay al Comic-Con. Alla prima londinese di martedì, Bezos ha ammesso che “alcune persone hanno persino messo in dubbio la nostra scelta” di coinvolgere “questo team relativamente sconosciuto”. “Ma abbiamo visto qualcosa di speciale”, ha detto, secondo Variety.

Amazon ha anche organizzato sfarzose anteprime per “Gli anelli del potere” a Los Angeles, New York e Mumbai. La sontuosa promozione dello show in giro per il mondo è solo una goccia nell’oceano rispetto ai costi sbalorditivi della realizzazione di una serie definita la più costosa mai realizzata per la televisione.

Amazon ha speso 250 milioni di dollari per acquistare i diritti dalla proprietà di Tolkien e circa 465 milioni di dollari solo per la prima stagione. Fin dall’inizio si è impegnata a realizzare cinque stagioni complete, il che significa che il costo finale dovrebbe superare il miliardo di dollari.

L’alta posta in gioco ha comportato una notevole segretezza. I dettagli sulla trama e le recensioni sono stati rigorosamente secretati fino a mercoledì, solo due giorni prima del lancio della serie, e nemmeno agli attori è stato comunicato il destino dei loro personaggi. “Non ne ho idea! Non so nemmeno cosa succederà nella prossima stagione”, ha detto Megan Richards, che interpreta Poppy Proudfellow, un personaggio la cui razza Harfoot è antenata degli hobbit.

“C’è un arco che Tolkien ci ha dato per la Seconda Era. Quindi ci sono alcune cose che sappiamo”, ha dichiarato Daniel Weyman, che interpreta un uomo misterioso chiamato semplicemente “Lo Straniero”. “La cosa a cui tengo è che i nostri showrunner conoscono sicuramente il loro arco narrativo. Conoscono già il loro arco”. 

AGI – “A soli 78 chilometri dalla capitale italiana si trova uno dei giardini più belli del mondo, così come i due borghi dove i romani scappano dal trambusto della grande città”. Sono Ninfa, Norma e Sermoneta. A segnalare l’itinerario è il Paìs, che però riprende un giudizio del New York Times.

Su Ninfa, il quotidiano di Madrid scrive che è “uno dei giardini più belli e romantici del mondo”. Certo, “dipende da molte cose, a cominciare dallo stato d’animo e dal potenziale di ognuna” di queste mete, ma “quel che è certo è che si tratta di un giardino pensato come una simbiosi di storia e natura, di rovine medievali e rose inglesi insieme a castagni americani, aceri giapponesi e cipressi italiani tra le sue 1.300 piante diverse. Con l’aggiunta del canto sporadico di cento specie di uccelli”.

Ciò che, secondo il giornale spagnolo, “giustifica anche viaggi transoceanici” pur di scoprirlo, chiosa. Il motivo per visitare Ninfa e il suo giardino si racchiude nella sua “esplosione di biodiversità”, così contrastata, ad esempio, “con quella di un giardino zen di sole pietre” perché “qui i cespugli di rose si arrampicano sulle pareti dei ruderi delle basiliche del XII secolo. E qui si conservano resti di affreschi che sfidano i secoli”.

Una descrizione e una cronaca a dir poco entusiasta, quella tracciata dal quotidiano della capitale spagnola. “Ninfa è stata dichiarata Monumento Naturale d’Italia e gode di un microclima inaspettato al centro della pianura pontina, tra i monti Lepini e il Mar Tirreno. Si tratta di un giardino di otto ettari la cui originalità consiste nell’estendersi da quella che fu una prospera città medievale fino a quando fu saccheggiata e abbandonata ai piedi di Norma e Sermoneta, due paesi limitrofi sopravvissuti a tante guerre e calamità, posti sulle loro alture. La malaria iniziò ad essere debellata in questa regione, l’Agro Pontino, negli anni venti del secolo scorso”, seguita il Paìs, che traccia anche la storia dell’edificazione del giardino, “in gran parte dovuta all’intuizione e allo sforzo di Onorato Caetani nel 1920, con la moglie inglese Ada Bootle Wilbraham, ei loro figli Gelasio e Roffredo”.

Ma oltre e sopra Ninfa, “appeso ad uno scoglio chiamato Rave, sorge il paese di Norma. Borgo medioevale in gran parte ricostruito, che fu anche feudo dei Caetani. Ma molto prima, nel 492 a. C, alla periferia di Norma esisteva una città romana chiamata Norba. Un’acropoli strategica che ancora stupisce per la grandezza delle sue mura difensive, alte a volte 15 metri, con enormi poligoni di pietra”.

Ma il viaggio del Paìs non finisce qui. Perché a “quattro chilometri in aereo, e se non 11 per una strada tortuosa, si giunge a Sermoneta, che fu il più grande feudo dei Caetani. Questa è una città che affonda le sue radici nel medioevo ma che conserva ancora oggi il suo genio e la sua figura. È un posto alla moda per una vacanza fuori Roma. Attira l’aria buona di montagna e la ripidezza di questo paese che forma con le sue case e quartieri una specie di piramide il cui vertice è il castello di pietra bianca dei Caetani”, conclude il suo viaggio.

AGI – Chi non vorrebbe vivere in albergo? Non è solo un sogno, letterario o romantico in sé dei tempi che furono, quando personaggi alla Oscar Wilde, Ernest Hemingway, Julio Camba, Agatha Christie se lo potevano permettere. Ciò che ha fatto sì che alcune delle pagine più brillanti della storia recente siano state scritte da stanze che di solito sono state di passaggio, ma è anche quel che offrono nella realtà odierna molti hotel alla ricerca di nuove formule di business. Specie in Spagna, dove i soggiorni nel settore alberghiero spagnolo sono diminuiti del 70% a causa della pandemia. E le stanze vanno riempite di nuovo. Costi quel che costi. 

Lo scrive il Paìs, secondo cui alcuni tra gli alberghi hanno recuperato un modello del passato, quando gli hotel facevano parte dell’ecosistema abitativo nazionale e offrivano una soluzione flessibile ai viaggiatori per soggiorni di lunga durata e ai residenti di tutte le classi sociali.

Le catene hanno poi lanciato offerte per le persone che vivono nei loro alloggi a 500 euro al mese. Hanno scommesso sul trattenere i nomadi digitali e i viaggiatori con offerte che hanno reso possibile quella che fino ad allora era una chimera: vivere in un hotel”, riferisce il giornale di Madrid, secondo cui finora s’è però trattato di un “miraggio”. Ma “indipendentemente dal potere d’acquisto dell’inquilino, vivere in un hotel non ripaga. Ma quello l’economico non è l’unico fattore che spiega il cambio di modello”.

Eppure, sottolinea il Paìs, “c’è qualcosa di ambizioso nella vita in hotel. Tutti hanno sempre fantasticato di uscire dalla propria stanza e trovare il letto fatto dietro l’angolo, il lenzuolo con una piega come se fosse la pagina di un libro, incoraggiandoli a riprendere il sonno da dove si erano interrotti. Ma pochi possono permetterselo”, osserva il quotidiano.

Seconda i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, Ine, la tariffa media di per camera supera di poco i 105 euro, facendo costare in media un mese in albergo intorno ai 3.150 euro. Ovvero, quattro volte il costo medio di un affitto in Spagna, stimato a 674 auto al mese.

Perciò non resta che la rievocazione dei tempi che furono, quando “il Palazzo era un punto d’incontro per le classi superiori”, spiega Paloma Garcìa, responsabile del marketing di Westin Palace a Madrid, leggendario hotel di Madrid, che sottolinea: “Prima, comunicare era più complicato; se volevi entrare in una certa cerchia sociale, le persone dovevano sapere dove ti trovavi. E se eri qualcuno, dovevi essere al Palazzo. La nobiltà europea è stata vista nel Neptuno Grill, il ristorante dell’hotel”. Mentre ora le cose sono cambiate“ e “le comunicazioni sono più fluide, essere in contatto è più facile e non è più necessario vivere in questi luoghi per relazionarsi”, riflette García. 

Il modello residenziale è cambiato dopo Airbnb

Tra i cambiamenti che sono avvenuti, ci sono anche quelli che hanno portato sul mercato nuovi soggetti, come Airbnb, ad esempio. “I soggiorni di più di un mese su Airbnb rappresentano un quarto delle prenotazioni su questa piattaforma, secondo i dati dell’azienda. Nuovi progetti come gli aparthotel, con le loro locazioni a breve termine, camere arredate e servizi condivisi, ricreano molti dei vantaggi offerti dagli hotel residenziali una volta. Lo stesso accade con le residenze universitarie e le case di cura, che si concentrano su specifici gruppi sociali”.

insomma, sottolinea il Paìs, “è finita quell’era dell’industria alberghiera in cui i nobili si incontravano nelle sale da tè dei cinque stelle e gli operai appena arrivati ​​in città si infilavano nelle pensioni del centro. Un tempo di cui restano storie e storie” mentre “molte delle celebrità più iconiche del 20° secolo hanno trascorso le loro giornate in un hotel”. Coco Chanel decorò a piacimento la propria stanza al Ritz di Parigi, Oscar Wilde ha concluso i suoi giorni in un hotel della capitale francese, sebbene lo abbia fatto con meno lussi e meno soldi. 

Agatha Christie ha vissuto a cavallo tra i migliori hotel del mondo, cosa che ha registrato nei suoi libri. Lady crime scrisse Murder sull’Orient Express nella stanza 411 del Pera Palace di Istanbul, uno stabilimento con vista sul Corno d’Oro dove riposava la crema europea del raccolto dopo aver percorso il mitico percorso. Julio Camba scrisse le sue ultime colonne nella stanza 383 del Palazzo e Hemingway raccontò al mondo la guerra civile spagnola dalla Florida a Madrid.

In ogni caso, l’hotel in Spagna non ha mai avuto un uso residenziale così marcato come in altri paesi, come gli Stati Uniti. “Quello che era comune è che i membri degli strati più ricchi della società trascorrevano lunghi periodi in hotel, cioè da uno a tre mesi”, dice Carlos Larrinaga, professore di Storia e Istituzioni economiche all’Università di Granada, autore di un libro su turismo e alberghi. “Vivere in un hotel è raro, una rarità”, dice. Eppure, questa rarità ha affascinato gli abitanti di casa per decenni, al punto da creare una leggenda attorno all’eccezione.

Mentre, nel frattempo, il turismo è diventato il settore che contribuisce di più all’economia spagnola, con un totale di 176.000 milioni di euro l’anno, pari al 14,6% del Pil, tant’è che “gli hotel sono di grande importanza economica in Spagna e continuano ad essere fonte di attrazione, interesse e novità, come dimostra il boom alberghiero a Madrid con le recenti aperture di hotel come il Four Seasons e The Edition e i lavori di ristrutturazione del Ritz, il Santo Mauro o il Rosewood Villamagna, tra gli altri”, annota il Paìs.

Anche se sono tuttavia pochi coloro i quali il cui “intero ciclo di vita può svolgersi negli hotel, dalla nascita alla morte”. Nessuno può tuttavia negare che questi luoghi continuano ad esercitare un certo fascino sul pubblico. “Per vivere per sempre una vacanza eterna e rimandare il check out oltre la vita stessa”.

Flag Counter