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Aminetou Ely, nominata Donna dell’anno, è nata in Mauritania, a Wad-Naga, il 31 dicembre 1956. Seppur costretta a sposarsi a soli 13 anni, fin dalla tenera età ha sempre lottato contro il matrimonio precoce e forzato, per i diritti delle donne e per la loro emancipazione. Le difficoltà l’hanno resa più forte e le hanno dato l’energia per ribellarsi, dapprima alla sua importante famiglia nobiliare che proviene da un “clan guerriero” con una visione feudale del ruolo della donna. Successivamente ha anche sfidato gli atteggiamenti patriarcali e le norme religiose e culturali che vedono le donne sottomesse, discriminate e trattate in modo inumano e degradante.

Nel 1999, in un momento di grande violenza, discriminazione, maltrattamento e schiavitù delle donne, Aminetou ha fondato l’Associazione delle Donne Capi Famiglia (AFCF), oggi attiva in tutto il territorio mauritano. Al centro della sua attività la lotta contro le violenze domestiche e sessuali, il lavoro delle minorenni, la schiavitù, il razzismo, l’esclusione, la tratta e il matrimonio precoce.

Oltre a tutelare diritti spesso negati, negli anni AFCF ha anche fondato cooperative e unioni di cooperative per combattere la povertà, assistere legalmente le donne vittime di abusi e di violenze e operare per l’alfabetizzazione, reinserendo le donne a scuola. In Mauritania la scolarizzazione femminile raggiunge l’80%, ma a causa dei matrimoni precoci e delle condizioni economiche catastrofiche delle famiglie le ragazze sono costrette a lasciare presto i banchi di scuole. Le donne rappresentano il 53% della popolazione, ma solo il 27% arriva alla scuola secondaria.

Attenta alla propria formazione culturale, sociale e legale, Aminetou ha invece conseguito numerosi titoli – di cui buona parte ottenuti negli ultimi anni –  che riguardano la schiavitù e l’accoglienza di donne e bambini migranti, consentendole di portare avanti con consapevolezza e determinazione la sua lotta per i diritti.

Ora punta ad un altro traguardo: favorire l’accesso delle donne al livello decisionale del suo Paese. In Mauritania ci sono stati progressi a livello di partecipazione alla politica, ma la situazione femminile continua a essere critica e priva dei diritti basilari per una vita dignitosa e rispettata.

La vita stessa di Aminetou è stata una continua denuncia della mancanza di emancipazione delle donne e delle minoranze, di cui ha pagato il prezzo sulla propria pelle. L’attivista è stata più volte arbitrariamente arrestata, detenuta ed esiliata. Nel 2014 è stata condannata per aver difeso il blogger Mohamed Cheikh Ould Mkheïtir, processato per apostasia e condannato a morte.

Le sue battaglie sono già stata premiate in diversi paesi e contesti. Nel 2006 Aminetou ha ricevuto il Premio dei diritti dell’Uomo della Repubblica francese; nel  2009 la Medaglia di Cavaliere della legione d’onore della Repubblica francese e il Premio Eroe dei diritti umani delle Nazioni Unite. Nel 2015 gli è stato assegnato il Premio della Fondazione per le pari opportunità in Africa e nel 2016 il Premio “Terres des Hommes Espagne” per i diritti dei bambini.

L’ultimo riconoscimento l’attivista mauritana lo ha ottenuto a fine maggio in Italia, ad Aosta, dove ha vinto la XXI edizione del Premio internazionale “La Donna dell’Anno”, con un contributo economico di 20 mila euro che dovrà utilizzare per completare il progetto per cui è stata selezionata.

«Una bambina di dieci anni ha fatto una scelta, che non rinnegherà mai. Nessuno può fermare la sua lotta: né la sua famiglia, né i governi, né l’oscurantismo religioso. La resilienza di Aminetou è incisa nel suo codice genetico e si rinnova ad ogni suo respiro. Aminetou non ascolta l’eco delle tradizioni ataviche che consentono la schiavitù e le spose-bambine, ma soltanto i valori a cui dedica ogni istante della sua vita. Tanto che oggi quella bambina è diventata uno dei punti di riferimento per le donne della sua amata Mauritania». Questa la motivazione della giuria del premio promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con il Soroptimist International Club Valle d’Aosta, con il brand Donna Moderna in qualità di media partner e con il contributo della Fondazione CRT.

Lo scrittore Andrea Camilleri, 93 anni, è ricoverato in rianimazione all’ospedale Santo Spirito di Roma. A quanto si apprende, Camilleri è giunto al nosocomio alle 9,15 in ambulanza in condizioni critiche per problemi cardiorespiratori. E’ stato assistito dall’equipe dell’emergenza al Pronto Soccorso e trasferito presso il Centro di Rianimazione dell’ospedale. La ASL Roma 1 rilascerà un bollettino medico alle 17.

E’ morto questa mattina nella sua villa romana sull’Appia antica il regista e scenografo Franco Zeffirelli, aveva 96 anni. Nato a Firenze il 12 febbraio del 1923, Gianfranco Corsi, questo il suo nome di battesimo, era il figlio illegittimo di Ottorino Corsi, un commerciante di stoffe originario di Vinci, e della fiorentina Alaide Garosi Cipriani.

Ebbe un’infanzia tribolata dovuta al mancato riconoscimento paterno, che avvenne solo a 19 anni, e alla prematura scomparsa della madre. In un’intervista al settimanale Sette racconto’: “Sono ‘figlio di ignoti’, N.N. (nescio nomen, ndr). Ma c’era una regola, i cognomi degli illegittimi venivano scelti a partire da una lettera, a rotazione. In quei giorni era il momento della ‘Z’. Cosi mia madre suggeri’ che mi chiamassero ‘Zeffiretti’, da un’aria di Mozart da lei molto amata (l’Idomeneo ndr). Nella trascrizione, l’impiegato fece un errore, mise due ‘l’ al posto delle ‘t’. Cosi io divenni Zeffirelli”.

Studiò architettura a Firenze dopo ben presto entrò a far parte della compagnia teatrale universitaria. Abbandonò la facoltà durante la Seconda guerra mondiale, quando prese parte alla Resistenza nelle file dei partigiani, passando poi all’esercito alleato.

Al termine del conflitto Zeffirelli si unì alla Compagnia teatrale ‘Il Carro dell’Orsa minore’ di Alessandro Brissoni. Dopo essere stato scenografo e costumista di “operine” all’Accademia Chigiana di Siena, si trasferì a Roma, conoscendo Luchino Visconti con cui lavoro’ ad alcuni film, tra cui ‘La terra trema’ del 1948. Si dedicò al teatro, portando in scena alla Scala di Milano l’opera di Gioacchino Rossini ‘L’Italiana in Algeri’. La passione per il teatro, mai sopita, lo portò negli anni a lavorare su ‘La traviata’, ‘Tosca’, ‘Carmen’, solo per citare alcuni titoli. 

Fu importantissimo il rapporto con Maria Callas che conobbe nel 1948. Fu l’inizio di un’ossessione artistica per Zeffirelli che la diresse in diverse occasioni. Leggendaria, nella loro lunga collaborazione, la Tosca del 1964, al Convent Garden di Londra.

Secondo il regista, che ha dedicato alla cantante il suo film ‘Callas Forever’ (2002), Maria era una donna estremamente complessa, “un insieme di grandi virtù e di terribili debolezze umane”.

Molte sue opere cinematografiche sono tratte da capolavori teatrali, soprattutto di Shakespeare al punto che l’Enciclopedia Britannica ne riconosce il particolare talento per “gli adattamenti filmici alle opere di Shakespeare” e la capacità nel costruire “dettagli autentici”.

Zeffirelli traspose sul grande schermo capolavori come ‘La bisbetica domata’, nel 1966, con Richard Burton e Elizabeth Taylor; l’anno successivo usci’ ‘Romeo e Giulietta’, i cui protagonisti furono attori giovanissimi, Leonard Whiting e Olivia Hussey. Nel 1990 realizzo’ ‘Amleto’, con l’indimenticabile interpretazione di Mel Gibson. Il 24 novembre 2004 ricevette dalla regina Elisabetta d’Inghilterra l’onoreficenza di Cavaliere del Regno Unito a Roma.

Tra i suoi indimenticabili capolavori pellicole come ‘Fratello sole, sorella luna’, del 1972 e ‘Il campione’ del 1979, remake di King Vidor di quasi cinquant’anni prima. E poi ancora ‘Jane Eyre’, nel 1995; ‘Un te’ con Mussolini’, nel 1999. Celeberrimo il film che realizzo’ per la televisione nel 1977, ‘Gesu’ di Nazareth’.

Al di fuori del cinema e del teatro si dedicoòcon passione anche alla politica diventando senatore con Forza Italia per due legislature, nel ’94 e nel ’96. Un’esperienza che si concluse presto perché Zeffirelli rimase deluso dalla sua esperienza parlamentare: “La politica è il lusso dell’uomo qualunque, che crede di poter fare una grande carriera al di là delle possibilità che tutti hanno”, raccontò. Nella vita privata era un cattolico convinto e praticante.

Inoltre era dichiaratamente omosessuale, ma riguardo alla sua sessualità è sempre stato riservato, dichiarando più volte di odiare la parola gay e i Gay Pride: “Si truccano come pagliacci, tutti felici e allegroni: sei così spiritoso e divertente che ti chiamano gay, ma si può? Dire a Michelangelo che è gay? A Leonardo? Andiamo, essere omosessuali significa portare un grave peso di responsabilità, scelte difficili: sociali, umane e di cultura”.

Il tribunale di Rimini ha dichiarato fallita la società Gruppo Cocoricò srl, non ammettendo la richiesta di concordato preventivo con riserva di inizio anno. Si spegne definitivamente, almeno per il momento, la storica piramide sulla collina di Riccione che da un trentennio era il simbolo della più famosa discoteca in Italia e tra le più note al mondo. Tra i motivi del fallimento i forti debiti che la società aveva nei confronti dell’erario. Anche il comune di Riccione, che ha preferito non commentare la situazione, vantava decine di migliaia di euro di Tari non versata. Il tribunale ha nominato curatore fallimentare il commercialista Francesco Bugli. Gli storici marchi del locale ora finiranno all’asta. 

L’inaugurazione della piramide e del Cocoricò, ricorda Il Sole24Ore, avvenne la sera del Ferragosto del 1989, “ma il locale prende il volo (si può dire, per un club che ha rubato il nome al verso del pappagallo) solo l’anno dopo. Alla piramide negli anni si aggiungono altre sale, battezzate in maniera decisamente evocativa: il privé Titilla, l’ambient room Morphine, la Ciao Sex (definita piccolo spazio per chi non si prende molto sul serio), la Strix, all’interno del bagno delle signore. Musica, performance teatrali, reading, sperimentazioni, allestimenti sempre in mutamento secondo le tendenze. Anzi, anticipandole. Si esibiscono, anzi, come si suol dire “suonano” tutti i dj del momento, da tutto il mondo”. 

Con gli inizi degli anni 2000 però cambia tutto e il locale inizia un periodo di decandenza, complice la morte di un ragazzo avvenuta nel 2015 per abuso di sostanze stupefacenti.

“I guai della discoteca”, scrive Il Fatto Quotidiano, “sono iniziate con tasse non pagate, sia all’Erario sia al Comune di Riccione. Poi si sono aggiunte indagini penali condotte dalla Guardia di Finanza, fin dal 2012 per evasione d’Iva, e per finire i più recenti problemi legati ai mancati pagamenti di artisti, tra cui il dj Graby Ponte che ha chiesto il sequestro dei marchi Titilla e Memorabilia. A gennaio la Guardia di Finanza aveva disposto un sequestro preventivo per oltre 800mila euro nei confronti della nota discoteca riccionese: la somma corrispondeva all’importo delle imposte risultate evase da alcuni accertamenti fiscali eseguiti nel 2018, come riferito dalla Guardia di Finanza”.

 

E’ in libreria “Il Brigatista” di Antonio Iovane (Minimum fax, 402 pagine, euro 17), la storia romanzata delle Brigate Rosse in cui le vicende dei protagonisti della lotta armata si intrecciano con quelle di chi diede loro la caccia e dei giornalisti che raccontarono quegli anni.

E’ il luglio del ’79 e sulla spiaggia di Castelporziano è in corso il Festival dei poeti. Due militanti delle Br vengono arrestati in una sparatoria, uno dei due, Jacopo Varega riesce a scappare dall’ospedale in cui è stato ricoverato, e a Roma si apre la più grande caccia all’uomo dai tempi del rapimento Moro. Pochi giorni dopo la giornalista televisiva Ornella Gianca riceve una telefonata: dal suo nascondiglio in un appartamento disabitato della periferia romana, Varega ha deciso di rivelare il nome di chi lo ha tradito e di raccontare, davanti a una telecamera, il decennio dell’odio, iniziato il 12 dicembre del 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano.

Alla fine dell’intervista, Ornella avrà in mano il suo scoop. Ma è andata davvero così?

“Volevo che fossero le storie a muovere la ruota della Storia” dice Iovane “Che il racconto privato fosse il pretesto per raccontare quegli anni terribili”. Così, nel romanzo, le storie di Renato Curcio, Carlo Alberto dalla Chiesa, Aldo Moro, Indro Montanelli, Luigi Calabresi, Mario Moretti, Gian Maria Volonté, si intrecciano con quelle personali di Ornella, Salvatore e Marina. E’ la storia eversiva delle stragi e della strategia della tensione. L’Italia della cacciata di Lama dall’università, dei poliziotteschi, dell’epidemia di colera a Napoli e della diffusione dell’eroina. 

“Abbiamo in mente un grande piano di investimenti per consentire anche a chi ha problemi di poter accedere ai luoghi della cultura. Credo sia una battaglia di civiltà. La prossima campagna, riguarderà le diverse disabilità”. A prometterlo il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli che con l’AGI ha fatto un bilancio dell’attività svolta nel primo anno di governo.

In realtà, precisa il ministro, “abbiamo appena cominciato. Voglio dire due cose: prima di tutto che questo governo è molto attento alla cultura, alla tutela, alla valorizzazione dei beni culturali, e poi che i risultati del lavoro di qualsiasi ministero non si vedono quasi mai immediatamente”.

“I tempi per gli investimenti sono generalmente molto lunghi. Faccio un esempio: poche settimane fa abbiamo definito la distribuzione di quasi un miliardo di investimenti nei siti per un periodo lunghissimo che arriva fino al 2033”.

“Quei fondi erano stati stanziati dal precedente governo. Io sono riuscito ad aumentare quei fondi, a portarli oltre il miliardo e 600 milioni. Ma i primi frutti si raccoglieranno tra un paio di anni”.

La riorganizzazione del ministero

Pensando una delle iniziative più “sofferte”, in termini di risultato, Bonisoli ha sottolineato che  “non ce ne è una sofferta. Abbiamo portato a casa molti risultati e nessuno potrei definire sofferto. Vado fiero dell’aumento delle gratuità nei musei”.

“Uno di quegli interventi di cui si vedono i risultati subito. E’ mia intenzione aumentare ulteriormente le gratuità. Le abbiamo portate da 12 a 20 giornate, saranno di più nel 2020”. 

Guardando “in casa”, Bonisoli ha detto che sulla riorganizzazione del ministero, “siamo a buon punto. La riforma del mio predecessore aveva bisogno di un tagliando. Abbiamo studiato, insieme alla base, a chi lavora dentro i beni culturali, alle associazioni, ai sindacati, al terzo settore, le cose che funzionano e quelle che hanno qualche criticità”.

“La prima cosa che mi viene in mente è che c’è la necessità di accentrare alcuni meccanismi. Gli appalti, ad esempio, devono essere gestiti in maniera omogenea in tutta Italia. E poi va ridotta l’autonomia dei musei e siti autonomi”.

Quello a cui partecipa Bonisoli viene spesso definito il governo del “cambiamento”. Bonisoli è il ministro che ascolta e poi decide?  “Durante una delle prime volte in cui ho partecipato ad un incontro pubblico in qualità di ministro – ha spiegato –  mi sono definito un ‘lavoratore della cultura’. Una definizione che, adesso più che mai, sento mia”.

“Fin dall’inizio del mio mandato ho cercato di impostare l’attività ministeriale basandomi sul principio della massima condivisione delle scelte di Governo. Il lavoro di un buon amministratore è quello di fare sintesi tra le varie richieste che gli pervengono, le esigenze dell’amministrazione e i limiti della macchina burocratica”.

“Aver trascorso i mesi iniziali a fare incontri su incontri, dai direttori generali ai soprintendenti, dai sindacati al terzo settore, mi ha permesso di avere un’idea chiara della situazione e da lì sono partito per riportare la Cultura al centro delle dinamiche socio-economiche e politiche”.

Invitato poi a darsi un voto a proposito del lavoro fatto fino da oggi, Bonisoli precisa: “E’ una domanda a cui non è semplice rispondere, e lo dico con l’esperienza di tanti anni di insegnamento. Non è semplice valutare se stessi, ed in fondo saranno i cittadini a valutare l’operato mio e di questo Governo”. “Col senno di poi alcune cose potevano essere comunicate meglio, per evitare polemiche quali quelle – false – della riduzione delle giornate di entrata gratuita nei musei. Quel che però posso sicuramente affermare è che stiamo riuscendo, un passo alla volta, ad avvicinare la cultura ai cittadini, facendo capire quanto la cultura può contribuire notevolmente allo sviluppo del Paese e trasformare il tessuto economico e sociale dei territori”.

E riferendosi alle polemiche per la sostituzione delle prime domeniche del mese gratuite con altri giorni con accesso gratuito, il ministro afferma di essere  “molto soddisfatto” per il risultato ottenuto:  “Abbiamo fatto partire la campagna di gratuità ‘Io Vado Al Museo’ che ha portato da 12 a 20 le giornate ad accesso libero nei siti e musei statali, e togliendo l’obbligo della gratuità nelle prime domeniche di ‘alta stagione’, già in questi primi mesi abbiamo evitato diverse situazioni di disagio con le code ‘chilometriche ed il sovraffollamento degli scorsi anni”.

“La prima settimana di marzo, completamente gratuita, ha visto un aumento dei visitatori di molti musei statali di due o tre volte rispetto all’anno scorso, e abbiamo stabilito che, nei giorni a pagamento, i giovani da 18 a 25 anni possano entrare con un biglietto ridotto 2 euro”.

Code ai musei

L’Italia è il paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo, ma ci sono problemi di manutenzione e valorizzazione. “Siamo consapevoli del fatto che ci siano delle difficoltà nel mantenimento di un così vasto patrimonio culturale quale è quello italiano – ha spiegato il Ministro –  ed è per questo motivo che, per prima cosa abbiamo deciso di stanziare oltre 100 milioni di euro per la sicurezza dei nostri siti e musei, abbiamo reso operativa l’Unità Nazionale per la Sicurezza del Patrimonio e abbiamo stanziato i fondi e chiesto e ottenuto di poter assumere 3.500 nuove unità di personale al Ministero con concorsi pubblici che partiranno entro il 2019, e tra qualche settimana sarà pubblicato il primo bando”.

“Ovviamente non ci fermeremo qui e stiamo già puntando ai sistemi integrati tra luoghi della cultura, istituzioni e servizi territoriali e realtà economiche locali così da moltiplicare esponenzialmente il valore dei nostri siti e musei in tutta Italia”. 

Visitatori in aumento nei luoghi della cultura?  “I visitatori sono aumentati moltissimo nella ‘settimana dei musei’ – sottolinea Bonisoli –  che quest’anno si è tenuta dal 5 al 10 marzo. I visitatori sono in aumento ovunque ma non posso ancora avere un dato completo. Il mio primo anno di lavoro intero è il 2019. Solo alla fine dell’anno solare potremo stilare un primo bilancio”.

E per quanto riguarda lo spettacolo, Bonisoli ricorda di aver “voluto aumentare nel 2019 il Fondo Unico per lo Spettacolo dal Vivo e sono molto soddisfatto di questo perché lo Stato deve finanziare il teatro, la lirica, la danza, le orchestre, i circhi e lo spettacolo viaggiante. Nell’anno 2018, rispetto alla iniziale legge annuale di bilancio, l’aumento è stato di 10 milioni e nel 2019 abbiamo avuto un ulteriore aumento di quasi 15 milioni”.

I turisti incivili

Spesso finiscono sui giornali fotografie di turisti (soprattutto stranieri) che non rispettano le nostre città d’arte come per esempio, i “visitatori” che incidono il proprio nome sui muri del Colosseo.

“Alcuni cittadini stranieri offendono con azioni e gesti incivili il nostro patrimonio culturale e penso fortemente che dovrebbero restare a casa loro. La legge già punisce chi provoca un danno al patrimonio culturale – conclude Bonisoli –  ma si potrebbero avviare anche azioni diplomatiche per sensibilizzare le ambasciate straniere. Condivido la scelta della Sindaca Raggi di scrivere alle ambasciate per chiedere di tenere lontani i vandali già sanzionati nella Capitale”.

Le parole de ‘L’infinito’ di Giacomo Leopardi rivivranno oggi, dopo 200 anni dalla composizione, per le strade del centro di Recanati, città natale del poeta, e in tutta Italia, dove migliaia di ragazzi e di cittadini si ritroveranno all’interno di istituti scolastici, di biblioteche, nelle piazze, per recitare simultaneamente i versi di una delle poesie più note e amate della letteratura italiana. Tutto questo è ‘#200infinito’, la giornata organizzata dal ministero dell’Istruzione, nata da un’idea di Olimpia Leopardi, realizzata con Casa Leopardi, in collaborazione con la Rai e con il comune di Recanati.

Oggi, alle 11.30, saranno oltre 2.800 gli studenti che prenderanno parte, assieme al ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti e Olimpia Leopardi, a una lettura collettiva del componimento poetico nella Piazzuola del Sabato del Villaggio, su cui affaccia la casa del poeta, e lungo tutto il centro storico della cittadina delle Marche. 

“Leopardi – spiega il ministro Bussetti – è stato un genio. Nelle sue opere ha espresso e indagato le domande e le questioni centrali per ogni uomo. I suoi testi sono universali, superano secoli e confini geografici. Continuano a parlarci ancora oggi, a duecento anni di distanza. Noi abbiamo il dovere di testimoniare la modernità e l’importanza del suo pensiero e della sua produzione. Ed è per questo che vogliamo celebrare – aggiunge – questo illustre poeta con una lettura collettiva: i versi de ‘L’infinito’ usciranno dai libri di scuola per rivivere nella voce dei nostri studenti e di tutti coloro che vorranno partecipare nelle diverse piazze di Italia al flash mob che abbiamo organizzato per domani. Invito tutti a unirsi. Io stesso sarò a Recanati per dimostrare che la poesia è una delle forme più potenti con cui l’uomo sta al mondo”. 

Recanati sarà solo una delle piazze che ‘daranno voce’ a ‘L’infinito’. Tutta l’Italia si unirà a distanza. Cuore dell’iniziativa a Roma, per esempio, sarà piazza di Spagna, dove gli studenti dell’istituto comprensivo ‘E. Q. Visconti’ coinvolgeranno i presenti in una ‘staffetta’ di strofe per la recitazione partecipata della poesia. A Milano, i ragazzi dell’istituto comprensivo Maffucci si incontreranno in piazza Gae Aulenti, mentre gli alunni della scuola secondaria di I grado ‘J.F. Kennedy’ di Montefiorino (MO) parteciperanno alla lettura collettiva nel centro cittadino, richiamando l’attenzione e l’interesse dei passanti e si sposteranno, poi, nei locali della biblioteca comunale con le loro famiglie e con i cittadini per un “Salotto letterario con aperitivo” dedicato a ‘L’Infinito’.

Ma l’opera sarà anche un’occasione di riflessione per gli studenti del corso serale e per gli studenti della Casa circondariale San Donato dell’Istituto Tecnico Statale ‘Aterno-Manthone” di Pescara. Si trasformerà in danza grazie all’interpretazione degli alunni dell’Istituto secondario di II grado ‘De Nittis-Pascali’ di Bari. Viaggerà sulle frequenze di radio K2 grazie ai commenti curati dagli studenti della Scuola in ospedale di Piancavallo (VB) che realizzeranno “un’intervista impossibile” al grande scrittore e alle 11.30 dedicheranno una puntata alla lettura de “L’infinito”. Mentre a Gubbio (Pg), dalle finestre della Biblioteca Sperelliana, le famiglie e i nonni del ‘Centro sociale anziani’ accompagneranno la recita dei versi leopardiani da parte dei ragazzi della Direzione didattica 2 Circolo ‘Aldo Moro’. 

“L’idea dell’iniziativa – dichiara Olimpia Leopardi – nasce dalla volontà di Casa Leopardi di avvicinare i giovani a quel meraviglioso strumento di dialogo con se stessi e con i sentimenti universali che è la poesia. Un flash mob per utilizzare un linguaggio diverso e più vicino ai ragazzi, per vivere un emozionante momento di unione ideale che mette in luce la forza del sentire, lenisce le pene del cuore e dell’anima e ci permette di guardare insieme con coraggio ‘oltre la siepe'”.

L’evento di Recanati sarà’ trasmesso in diretta su RaiPlay. Durante l’incontro, inoltre, saranno premiati gli istituti vincitori del concorso nazionale ‘Il mio Infinito’, rivolto a tutte le scuole di ogni ordine e grado, con l’obiettivo di stimolare la riflessione, la creatività e l’espressività degli studenti attraverso un percorso che li ha portati a cimentarsi con la propria visione di ‘infinito’.

Un giallo letterario di prima grandezza, di cui oggi è stato scritto, forse, l’epilogo. Protagonisti: uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi – ossia Franz Kafka – e Max Brod, suo amico ed editore.

In sostanza, l’Ufficio criminale federale tedesco (Bka) ha consegnato oggi all’ambasciatore israeliano Jeremy Issacharoff l’archivio rubato di Brod.

In buona parte documenti di oltre cent’anni fa – si tratta di migliaia e migliaia di pagine, oramai ingiallite dal tempo – trafugati tra il 2009 e il 2012 a Tel Aviv dall’appartamento della figlia dell’ex segretaria dell’uomo a cui lo scrittore di Praga deve la sua fama mondiale.

La polizia tedesca li ritrovò per caso il 2013 indagando su un giro di falsari d’arte. Gli esperti chiamati a valutare il materiale non hanno dubbi: i documenti sono autentici.

Le carte di Brod rappresentano un vero e proprio tesoro per quello che riguarda la storia della letteratura del Novecento: “Stavano dentro delle vecchie valigie buttate a caso in mezzo a mille cianfrusaglie”, ha spiegato il vicepresidente del Bka, Peter Henzler.

L’amico tradito e gli scritti salvati

Tra questi manoscritti, libri, lettere, annotazioni, fotografie, nonché una cartolina firmata dal medesimo Kafka.

Fu Brod a pubblicare la maggior parte dell’opera di Kafka – tra cui titoli capitali come “Il processo” e “Il castello” – dopo la morte dello scrittore nel 1924, con ciò mutando in profondità i destini della letteratura universale.

Autore a sua volta, ma anche giornalista, editore e compositore, Brod fuggì dalla Germania nazista nel 1939 alla volta di Tel Aviv, portandosi in una grossa valigia tutto il lascito di Kafka, di cui era l’esecutore testamentario.

Lo fece contro la volontà dello scrittore: Kafka aveva chiesto con forza che tutti i suoi scritti venissero distrutti dopo la sua morte. Molte di queste carte rimangono tuttora inedite.

La restituzione dell’archivio rubato di Brod mette fine ad un giallo durato oltre dieci anni.

 Quando morì, nel 1968, lasciò le proprie carte, compresi i manoscritti dell’autore di “Il Processo”, alla sua segretaria, Esther Hoffe: nel 2007, quando morì Esther, all’età di 101 anni, una parte del “tesoro di Brod” passò a sua figlia Eva.

È dall’abitazione di quest’ultima che i documenti vennero trafugati, chissà come.

Per ultimo è stato il tribunale di Wiesbaden a stabilire, lo scorso gennaio, che le carte dovessero essere restituite alla Biblioteca nazionale di Israele.

In un frigorifero rotto

Non solo i documenti comprendono l’immensa corrispondenza intrattenuta da Brod prima della fuga in Israele – “Una sorta di “who’s who” del mondo culturale europeo nei primi quattro decenni del ventesimo secolo”, come l’ha definito Stefan Litt, curatore e capo archivista della biblioteca – ma tra le carte vi sono anche passaggi finora inediti del diario dell’editore e lettere che potrebbero portare a far luce su momenti e passaggi finora sconosciuti della vita di Kafka.

Il fatto è che l’archivio era stato suddiviso: in parte nel caveau di una banca israeliana, in parte in una banca a Zurigo e una terza parte per l’appunto nell’appartamento di Eva Hoffe a Tel Aviv.

La signora, a quanto pare, viveva in compagnia di una dozzina di gatti e con una parte dell’archivio di Brod conservato in un frigorifero rotto.

Tra questi, anche i segreti di Franz Kafka.

La scena è ordinaria: due vigili della municipale di Venezia si avvicinano a un bizzarro individuo intabarrato in abiti pesanti e gli chiedono di smantellare l’ancora più bizzarra opera d’arte che sta esponendo in piazza San Marco. Una bizzaria, per l’appunto, come tante è abituata a vederne la città sulla laguna alle prese con orde di turisti. Solo che questa volta il protagonista non è un visitatore qualunque.

L’uomo infagottato a tal punto da essere irriconoscibile è il più osannato street-artist dei nostri tempi e quella che i vigili hanno chiesto di far sparire era la sua ultima opera. O forse più una performance, visto che, come racconta il Gazzettino di Venezia, era un quadro ‘scomposto’:una serie di tele a olio che ritraggono una nave da crociera nel bacino di San Marco.

E’ successo tutto il 9 maggio, un bel po’ di tempo fa ormai, ma Banksy ha aspettato due settimane prima di annunciare al mondo che quella bizzarra figura era lui. E lo ha fatto con un video su Instagram in cui lo si vede montare la sua opera “Venice in oil” su un grande cavalletto per poi essere mandato via dagli agenti della polizia locale perché senza permesso.

“Eravamo stati allertati” ha raccontato  il comandante della Polizia Municipale lagunare, Marco Agostini, al Gazzettino “Due agenti si sono avvicinati quando l’opera era già esposta e hanno chiesto in inglese alla persona interpellata se avesse l’autorizzazione, invitandola poi ad allontanarsi, senza alcuna multa”. Agostini aggiunge che né i due agenti hanno chiesto l’identità, né la persona ha detto chi era. 

Nel video l’artista si fa anche beffe della Biennale che non lo ha mai invitato. 

Banksy era già stato protagonista di un un blitz a Venezia, realizzando un murales sul muro di una casa con rappresentato un bambino naufrago, con giubbotto di salvataggio e una torcia in una mano che lo illumina.

 

 

È il settembre del ’43, Lui è ancora sul Gran Sasso e l’alleato germanico la fa da padrone in tutta la Penisola, o quasi. Su una strada sterrata dell’Alta Sabina all’aspirante federale Arcovazzi Primo, nato a Cremona nello stesso mese del Duce, si rompe il side-car.

Passa l’alleato germanico sotto forma di camion pieno di uomini della Wehrmacht. Arcovazzi, che al secolo si chiama Ugo Tognazzi, li ferma e loro riparano la forcella.

“Visto come funziona il Ro-Ber-To?”, fa lui tronfio come un tacchino al Professor Bonafé, l’antifascista che sta scortando verso le patrie galere di Roma. “Il Roberto!?”. “Sì. L’Asse, il Roma-Berlino-Tokyo. In-di-strut-ti-bi-le…”.

Intanto i tedeschi gli fregano il mezzo meccanico: ottimo per ripartire verso il Brennero.

Il più grande errore degli ultimi 150 anni

La storia di quel side-car raccontata ne “Il Federale” di Luciano Salce, film dolce-amaro del 1961, ha inizio in una stanza della Cancelleria di Berlino il 22 maggio del 1939.

Ottant’anni fa, esatti.

Se c’è una data che si dovrebbe ricordare come uno dei peggiori errori politici compiuti da un governo italiano, nell’ultimo secolo e mezzo (ed in politica un errore è peggio di un crimine), questa è di sicuro il giorno in cui fu firmato il Patto d’Acciaio con la Germania nazista.

Due imperi destinati a durare mille anni non potevano che scrivere la loro intesa su una tavola più eterna del bronzo. Due dittature totalitarie ed espansioniste non potevano che trovare un’intesa per dividersi il mondo ed i nemici (poi in futuro chissà che sarebbe stato).

Ecco allora che Galeazzo Ciano, ministro degli esteri del Duce, e Joachim von Ribbentrop, il suo omologo nazista, mettono i loro nomi in calce ad un’intesa che risulterà fatidica per entrambi gli uomini ed entrambi gli imperi. Ed entrambi porterà alla distruzione.

Nelle more di quel documento tra Roma e Berlino (Tokyo si unirà a Guerra Mondiale già scatenata) si stabiliva che i due regimi si stringevano in indissolubile alleanza, tanto difensiva quanto offensiva.

Una forma di duofisismo che rappresentava, per quell’epoca, una novità: mai prima di allora ci si univa nell’esplicita prospettiva di poter attaccare insieme.

Certo, le alleanze difensive erano quelle che avevano scatenato un quarto di secolo prima la Grande Guerra, ma l’esplicitare la possibilità di un attacco congiunto era un pericolosissimo e chiaro segno dei tempi e delle nature.

Stato di minorità

Altrettanto fatidico fu il richiamo allo “spazio vitale” di entrambi i paesi: l’uno al nord del Brennero, l’altro al sud. La premessa all’aggressione che di lì a poco avremmo perpetrato ai danni della Grecia, che di lì a pochissimo avrebbero loro perpetrato ai danni della Polonia, previo accordo tra un Ribbentrop reggitore dei destini d’Europa ed il sovietivo Molotov.

In fondo l’accordo per la spartizione della Polonia altro non era se non il compimento del Patto d’Acciaio: con un metodo che solo superficialmente ricordava le contrassicurazioni di Bismark, la Germania nazista saldava i tre fascismi novecenteschi. E così facendo decretava la fine del centralismo europeo.

Ugualmente l’Italia fascista, legandosi al carro tedesco, rinunciava di fatto ad ogni vera centralità nella politica continentale e, creando le basi per le distruzioni che avrebbe patito nel giro pochi anni, anche di una minorità economica che sarebbe venuta meno solo venticinque anni dopo.

Avrebbe scritto Ciano nei suoi diari, mentre attendeva in un carcere di Verona l’esecuzione della condanna a morte, di essere stato sempre contrario a quell’alleanza sciagurata, e che tutto sarebbe stato frutto di una impuntatura di Mussolini.

La prima cosa è molto verosimile e la stessa vedova di Ciano, Edda Mussolini, lo ha sempre confermato (“Io invece ero per i tedeschi”, ha rivendicato con uguale costanza e spavalderia fino all’ultimo giorno).

La seconda lo è molto meno: Mussolini era sì capace di impuntature, ma chiudere un’alleanza con la Germania solo perché i giornali americani hanno scritto che Milano è stata fredda con una delegazione di nazisti, a esser sinceri, è versione che si regge in piedi malamente.

L’albero e i frutti

La verità è semmai che Mussolini trovò in quel Patto il compimento naturale di una politica estera basata sull’opportunismo e sul risentimento, e che sfociava nell’intesa con il suo alleato più scontato. Le democrazie demoplutogiudaicomassoniche, in fin dei conti, non gli erano poi tanto connaturali.

I frutti velenosi del 22 maggio 1939 sarebbero stati raccolti dopo il 25 luglio: mentre Mussolini è ancora – per poco – al Gran Sasso e Primo Arcovazzi corre dietro alla sua motocicletta requisita, il Reich ha occupato l’Italia accusandola di tradimento. Una pace separata non era certo stata prevista da Ciano e Ribbentrop.

Tempo pochi giorni e sarebbero state le giornate di Salò e della morte della Patria, con i resti del regime fascista divenuti collaborazionisti non solo della repressione della guerriglia partigiana, ma anche in occasione dei rastrellamenti dell’Olocausto.

Una questione d’onore: i patti sono da rispettare. Ma fare un patto con i peggiori assassini della Storia non può avere altro effetto che quello di renderti  loro complice.

 

 

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