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“I nomi sono conseguenza delle cose”. Dante Alighieri, citato dal professor Mario Cannella, inaugura questo terzo capitolo dedicato ai 100 anni del vocabolario Zingarelli. Sì, perché i nostri comportamenti, gli oggetti e le invenzioni, le tendenze dal web e dal mondo della comunicazione, rivestono sempre più un ruolo di primo piano nel trasformare la nostra quotidianità e, di conseguenza, anche il modo con cui ci esprimiamo.

Pensate, ad esempio, ad “apericena”, un composto di due parole, aperitivo e cena che insieme danno vita a una nuovo significato. Qualcosa di ben delineato che identifica un’abitudine di questi tempi, un’azione che si svolge in un determinato momento della giornata e con modalità ben precise. 

Nuovi usi e nuovi costumi

Queste parole descrivono in maniera certosina “il vivere civile” e le sue metamorfosi. Ed è questa la motivazione principale che porta i curatori del vocabolario a studiarle e a prenderne in considerazione la candidatura per un’eventuale ammissione.

Che siano “macedonie” ovvero parole composte come cinepanettone, o lemmi derivanti da comportamenti più meno disdicevoli, come “fare il furbetto”, che non va a identificare la grandezza fisica del soggetto ma un suo atteggiamento poco consono, come i “furbetti” del cartellino che tanto sentiamo nei telegiornali, o “mobbing”. In generale, pur partendo da qualcosa di già esistente, sono espressioni di qualcosa di nuovo capace di diffondersi, come estrema rapidità, nella società e nel suo modo di vivere. Azioni, cose, e situazioni che possono identificare, come una carta d’identità, chi siamo e come cambiamo nel tempo.

Una lista “specchio” dei tempi

Di seguito abbiamo identificato alcune parole che esemplificano questo discorso e che sono state inserite, anno dopo anno, all’interno dello Zingarelli:

Vegano (1998)

Siliconato (1998)

Fantacalcio (1999)

Messaggino (2002)

Ecomostro (2002)

Chattare (2002)

Videofonia (2006)

Reality (2007)

Furbetto (2007)

Tronista (2009)

Paparazzare (2009)

Barbatrucco (2011)

Apericena (2011)

Scrauso (2012)

Svapare (2015)

Cogenitore (2016)

Nel secondo capitolo dedicato ai 100 anni dello Zingarelli abbiamo chiesto al curatore, il professor Mario Cannella, di parlarci dei fattori che portano all’accettazione dei lemmi stranieri, soprattutto inglesi, all’interno del nostro parlare quotidiano. Se parlassimo attraverso una metafora calcistica potremmo definire questi termini come “gli oriundi della lingua italiana”: quelle parole usate quanto, se non di più, delle loro corrispondenti originali ma di cui, oggi, “non potremmo più fare a meno”. Come sport o cocktail. Eppure, periodicamente, compaiono articoli che provano a sensibilizzare sulla necessità di difendersi da questa invasione mostrando come potremmo facilmente optare per la versione autoctona, più elegante e musicale.

Abstract – Sintesi

All Inclusive – Tutto compreso

Evergreen – Intramontabile

Backstage – Dietro le quinte

Killer – Sicario

Badge – Tesserino

Cash – Contante

Come si decide quando accoglierli

Il criterio per introdurre queste parole all’interno di un dizionario non si discosta di molto da quello che si usa per quelle italiane: frequenza d’uso, valore del suo significato, stabilità nel tempo.  Una particolare attenzione viene riservata a tutte quelle parole che nascono in rete e che, con grande facilità, entrano nella nostra vita quotidiana. Non tutte però sono destinate a permanere a lungo all’interno dei discorsi che facciamo. Sono numerosi anche derivati che arrivano da questa tipologia di lemmi. Gli esempi che il professor Cannella fa sono eloquenti: “resettare” (da reset) e Googlare (da Google). “Stiamo tenendo d’occhio anche whatsappare”, verbo che compare in moltissime chiacchierate, online e offline. 

Leggi la prima puntata: come si decide quando una parola entra nel vocabolario

Quando accade il contrario

In rari casi avviene anche il contrario, soprattutto quando non esiste la parola in italiano che sia in grado di combaciare perfettamente con l’originale straniera. Come per “Serendipity”. Provate a trovare l’equivalente nella nostra lingua di quel concetto che definisce la fortuna “di trovare per puro caso una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra”. Il lemma è stato utilizzato nel 1754, per la prima volta, dallo scrittore inglese Horace Walpole che faceva riferimento, probabilmente, all’antico nome dello Sri Lanka (Serendip). La soluzione è la creazione di una nuova parola, come Serendipità, che non sempre è destinata a entrare all’interno di un dizionario, o il mantenimento della versione straniera, come nei casi di Spam, Kitsch, Facepalm.

Viaggio nel tempo

Chiudiamo con una lista che mostra il momento preciso in cui alcune parole straniere che ben conosciamo sono entrate a far parte del vocabolario Zingarelli:

1994: Zapping, skinhead, airbag, karaoke

1997: Home page, roaming

2001: Coming out, mobbing, mailbox, call center, new economy

2002: Bipartisan, outlet, vintage, ebook, download

2003: Customer Care, touchscreen, tobin tax

2005: Champions League, road map, ONG

2007: Gay pride, reality, sudoku

2009: Bodyguard, ADSL, black bloc, googlare

2010: Social card, social network

2014: Hashtag, self publishing, fake

2015: Selfie, wedding planner, âgé

2016: Cooking show, tiki-taca, jihadista

2017: Stepchild adoption, emoji, cosplayer, business plan

 

 

 

Con 450,3 milioni di dollari, il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci è l’opera d’arte più costosa della storia. Meno di 20 minuti, rilanci da capogiro nella sede di Christie’s di New York e il dipinto è entrato a pieno diritto nella storia (delle aste).  E in un momento in cui i “vecchi maestri” arretrano spodestati dai nomi altisonanti dell’arte contemporanea. Come Willem De Kooning, ad esempio, il cui “Interchange” del 1955 ha detenuto fino alla scorsa notte il primato di opera più cara mai venduta (300 milioni di dollari). Ecco le 10 tele da record, Salvator Mundi a parte.

Interchange, (Willem De Kooning): Passato di mano nel 2015 in una transazione privata che si è tenuta a Chicago, l’opera del 1955 del pittore olandese Willem De Kooning è uno dei capolavori più apprezzati dell’arte astratta. La tela, che rappresenta un paesaggio, fu venduta per la prima volta nel 1955, appena terminata. L’acquirente, un architetto di Filadelfia, la pagò 4.000 dollari, che oggi equivalgono più o meno a 16mila dollari. Poi fu rivenduto altre due volte, fino all’acquisizione record del 2015.

Nafea Faa ipoipo?, (Paul Gauguin): Il titolo significa letteralmente: “Quando ti sposerai?”. Nel quadro sono raffigurate due donne polinesiane mentre riposano con abiti e pose diverse e la prospettiva è inesistente. La tela, che fa parte del periodo thaitiano dell’artista, è stato acquistato per la cifra di 300 milioni di dollari da un consorzio di musei del Qatar che l’hanno comprato dal collezionista svizzero Rudolf Staechelin. Questo ultimo vanta nel suo trust di famiglia una ventina di capolavori mozzafiato ereditati dall’omonimo nonno. Per quasi cinquant’anni è stato esposto al Kunstmuseum di Basile.

Donne di Algeri, (Pablo Picasso) – Nel maggio del 2015 nella sede di New York di Christie’s la tela del pittore spagnolo viene battuta all’asta per 179,4 milioni di dollari. Ad acquistarla, in soli 11 minuti, è un anonimo. L’opera, realizzata nel 1955, ritrae una scena in un harem in cui si vedono distintamente due donne.  La tela da parte di una serie di quindici dipinti numerosi schizzi e diverse litografie ispirati alle Donne di Algeri di Delacroix. E’ stata fino a ieri l’opera più costosa mai venduta a un’asta.

Nudo sdraiato, (Amedeo Modigliani): Conosciuta anche con il titolo francese “Nu Couché”, l’opera dell’artista italiano è ad oggi la terza più costosa mai battuta a un’asta. Il dipinto è appartenuto prima alla collezione Piero Feroldi quindi alla Collezione Mattioli per 66 anni finché, il 9 novembre 2015, il magnate cinese Liu Yiqian lo ha acquistato dopo 9 minuti e mezzo di gara in un'asta Christie's a New York, al prezzo di 170,4 milioni di dollari.

Donna malata, (Willem de Kooning): L’opera è stata battuta all’asta alla cifra di 162,4 milioni di dollari. È stato David Geffen, il magnate dell'industria discografica e cinematografica di Hollywood, a venderla al miliardario Steven Cohen. Si tratta della terza opera di una serie di sei dipinte dall’espressionista astratto

N. 6 (Viola, verde e rosso), (Mark Rothko):  L’opera fu acquistata nel 2014 per 140 milioni di dollari dal miliardario russo Dmitry Rybolovlev. Rothko, il cui vero nome è Markus Rotkowičs è considerato un espressionista astratto. Quest’opera rientra nella serie rettangoli colorati. Rothko è rimasto un’artista semi sconosciuto fino al 1960.

Adele Bloch Bauer, (Gustav Klimt): La tela ha raggiunto i 158,4 milioni di dollari. E’ il primo di due dipinti omonimi e viene considerato come il più rappresentativo della sua «fase dorata». È stato comprato dal magnate dell’industria cosmetica Ronald Lauder che l’ha acquistato, alla cifra di 158,4 milioni di dollari, da Maria Altmann, ultima erede della famiglia Bloch-Baue.

I Tre studi di Lucian Freud, (Francis Bacon): E’ stato battuto all’asta per 145 milioni di dollari nel 2013. Il trittico ritrae l’amico e rivale di Bacon arroccato su una sedia di legno. L’opera venduta a New York è stata acquistata dall’ex regina di Las Vegas Elaine Pascale Wynn

L’urlo, (Edvard Munch) – Nel 2012 va all’asta di Sotheby’s a New York il capolavoro dell’artista norvegese. La vendita dura appena 12 minuti e termina con l’allora cifra record di 120 milioni di dollari. L’acquirente è un anonimo, mentre la tela, realizzata nel 1895 era l’unica delle quattro versioni ancora in mano a un privato: il norvegese Petter Olsen, il cui padre era amico e sostenitore di Munch.

​Untitled del 1982 (Jean Michel Basquiat) – A maggio del 2017 la casa d’aste Sotheby’s di New York mette in vendita il celebre dipinto di un teschio di Basquiat. Viene battuto alla cifra record di 110,5 milioni di dollari. Ad aggiudicarsi l’opera il miliardario giapponese Yasuku Maezawa.

 

 

 

 

 

 

Siamo lì, a pochi passi da un’opera secolare, custodita gelosamente in uno dei musei più controllati al mondo, un avviso ci diffida dall'avvicinarci l’oggetto ma noi non vorremmo fare altro che allungare la mano… toccarla. Perché? Fiona Candlin, professoressa di museologia del Birkbeck College di Londra, prova da anni a dare una risposta. E il motivo – come molti pensano – non è affatto legato al gusto del proibito.

Visitatori scatenati. Ecco cosa fanno

Candlin lavorava alla Tate di Liverpool agli inizi del 2000, quando fu approvata la legge contro le discriminazioni ai disabili. Grazie alla nuova normativa, i musei del Paese iniziarono a porsi delle domande su come rendere le opere accessibili ai non vedenti. Ma la professoressa non è soddisfatta del risultato. “La maggior parte delle cose che hanno fatto sono solo simboliche”. Tra il 2004 e il 2005, Candlin ha raccolto in un libro “Art, Museums and Touch” le sue osservazioni sulla tentazione delle persone di toccare le opere.  La maggior parte dei visitatori della Tate, spiega:

  • Tamburellano sugli oggetti
  • Siedono sui basamenti
  • Seguono con il dito il tratto dei geroglifici
  • Danno una pacca sulla testa del cavallo di Alicarnasso
  • Accarezzano la pancia di Settimio Severo
  • Lasciano dolcetti al cane di Alcibiade

Fermarli è quasi impossibile: “Riesci a impedire a un centinaio di persone di toccare le opera e dietro ne arrivano altri 200”, ha spiegato a Candlin il guardiano di un museo.  

Un’abitudine vecchia secoli

Le prime esposizioni di oggetti da collezione nacquero durante il Rinascimento. Si chiamavano “Camera delle meraviglie” o “delle curiosità” e attiravano persone che si radunavano davanti a questi tesori, li maneggiavano e ascoltavano i racconti dei collezionisti.  E siccome il modello delle camere delle meraviglie influenzò anche le istituzioni pubbliche, fino a qualche tempo fa, nei musei era consentito toccare gli oggetti. “Nel XVIII secolo, i visitatori del British Museum prendevano in mano le opere d’arte”, assicura Candlin.

Oggi alcune gallerie offrono percorsi sensoriali, e alcuni dei più grandi musei hanno delle sezioni dedicate, come la Galleria del Tatto del Louvre e l’”Hands on desk” del British. Ma al di fuori di queste aree, toccare i capolavori dell’arte è assolutamente proibito.

Il nemico? Un esercito di mani sporche

Non potrebbe essere altrimenti, assicura Candlin. “Quando registri 4 milioni di visitatori all’anno non puoi lasciare che i visitatori facciano quello che vogliono”. Le persone “sono maldestre, hanno mani sporche e unte. Senza considerare che oggi amiamo indossare anelli, bracciali e orologi che al solo contatto danneggerebbero la superfice delicata delle opere”.

Ma perché lo facciamo?

Candlin lo ha chiesto direttamente ai trasgressori. Le motivazioni sono state delle più disparate:

  • Senza toccarle non si riesce a percepire le opere come vere
  • Colpa alla mancanza di vetri di protezione
  • Nessuna giustificazione: “i sarcofagi sono duri. Sono fatti per durare”.

Ma per Candlin l’unico motivo reale è che “maneggiando un oggetto lo si comprende meglio. E’ tutta qui la differenza”. Nessuno è al riparo da questa tentazione: “Ho sempre il desiderio di toccare le opere. E a volte lo faccio”, ammette.

 

E' l'ultimo Leonardo rimasto in mani private – a meno di clamorose agnizioni future – vale 100 milioni di dollari e sarà battuto  all'asta questa sera da Christie's. Ma, soprattutto, ha una storia straordinaria.

E' il 'Salvator Mundi' ricomparso sulla scena sessant'anni fa come modesto dipinto di poco valore e oggi destinato a infrangere ogni record. Nel 1958 fu un'altra casa d'aste – Sotheby's – a farsi sfuggire l'affare del secolo, mettendolo in vendita per appena 45 dollari, ignorando chi fosse il vero autore.

Nel frattempo storici dell'arte e periti sono intervenuti a mettere a posto le cose e questa sera il quadro troverà una nuova collocazione, con ogni probabilità a beneficio del grande pubblico.

La scoperta di un capolavoro

Ma è una storia che merita di essere raccontata dall'inizio e con ordine, ora che è stato riconosciuto come l'unico quadro di Leonardo da Vinci ancora in mani private e Christie's prevede di ricavarne 75 milioni di sterline, ovvero circa 100 milioni di dollari. Sei anni dopo l'attribuzione e la clamorosa esposizione alla National Gallery. 

Dalle corti reali alla svendita di Sotheby's

Commissionato dal re di Francia Luigi XII, il 'Salvator Mundi' figurò all'inizio del diciassettesimo secolo nella straordinaria collezione privata di Carlo I d'Inghilterra. Il dipinto sopravvisse allo smembramento della raccolta avvenuta dopo la decapitazione del sovrano, nel 1649, e fu ereditato dal figlio, Carlo II. Non è noto come il quadro finisca, il secolo successivo, nella galleria privata dei duchi di Buckingham, che lo venderanno all'asta nel 1763 insieme a tutte le altre opere conservate a Buckingham Palace, appena ceduto alla famiglia reale.

L'incanto dei 20mila visitatori all'esposizione del Salvator Mundi

Del 'Salvator Mundi' non si seppe più nulla fino al 1900, quando – spiega il sito della casa d'aste – fu acquistato da Sir Charles Robinson per la Cook Collection. Il volto e i capelli del Cristo erano stati nel frattempo ridipinti e l'autore fu identificato in Bernardino Luini, un allievo di Leonardo. La Cook Collection venne poi dispersa e il capolavoro, scambiato per una crosta qualsiasi, riapparve nel 1958 a un'asta di Sotheby's, dove viene aggiudicato per 45 dollari per poi scomparire di nuovo fino al 2005, quando viene rilevato da un consorzio di uomini d'affari statunitensi.

Leggi anchele opere di Leonardo nei musei stranieri 

Anche in questo caso l'autore viene ritenuto un allievo di Leonardo, non il Luini ma Giovanni Antonio Boltraffio. Questa volta, però, viene sollevato il dubbio che l'autore potesse essere il maestro stesso. Gli specialisti si mettono al lavoro. Dopo sei anni di complesse ricerche, il 'Salvator Mundi' viene autenticato quale opera di Leonardo e nel 2011 diventa la sorpresa che fa entrare nella storia la mostra della National Gallery dedicata al da Vinci.

Falliti i tentativi del museo di Dallas di acquistarlo, il quadro viene messo all'asta da Christie's a New York, dove per entrare nel Guinness dovrebbe superare i 300 milioni pagati nel 2015 al collezionista svizzero Rudolf Staechelinè per 'Nafea daa ipoipo' di Gauguin. Ecco la classifica delle opere da record.

  1. 'Nafea daa ipoipo' di Paul Gauguin, venduto il 6 febbraio 2015 per circa 300 milioni di dollari ad un compratore sconosciuto collegato al consorzio di musei del Qatar
  2. 'I giocatori di carte' di Paul Cezanne, enduto nel 2011 a una famiglia reale del Qatar per 250 milioni di dollari

  3. 'No. 6' di Mark Rothko, venduto a Dmitry Rybolovlev, imprenditore russo nel 2014 per 186 milioni di dollari

  4. 'Les Femmes d’Alger – version O' di Pablo Picasso, venduto l’11 maggio 2015 da Christie’s a New York per 179,3 milioni di dollari

  5. 'Nudo disteso' di Amedeo Modigliani, venduto il 9 novembre 2015 da Christie’s a New York per 170,4 milioni di dollari al Long Museum di Shangai fondato nel 2014 dal collezionista cinese Liu Yiqian insieme alla moglie Wang Wei. 

  6. 'Three studies of Lucian Freud' trittico di Francis Bacon, venduto il 12 novembre 2013 da Christie’s a New York per 142,4 milioni di dollari

  7. 'L’homme au doigt' di Alberto Giacometti,  venduta l’11 maggio 2015 da Christie’s a New York per 141,2 milioni di dollari: la scultura più costosa mai acquistata.

  8. 'No. 5' di Jackson Pollock, venduto nel 2006 per 140 milioni di dollari

  9. 'Woman III' di Willem de Kooning, venduto per 137,5 milioni di dollari a Steve A. Cohen, miliardario e grande collezionista americano

  10. 'Ritratto di Adele Bloch-Bauer' di Gustav Klimt, acquistata da Ronald Lauder in un’asta di Christie’s nel 2006 per 135 milioni di dollari. 

Il vocabolario Zingarelli festeggia, quest'anno, i suoi primi 100 anni di vita. Un lungo viaggio, attraverso guerre mondiali e ricostruzioni, che ha accompagnato generazioni di italiani nella loro formazione culturale quotidiana. Una testimonianza preziosa, edizione dopo edizione, della metamorfosi di una lingua che non sta mai ferma, che ascolta e che sa modellarsi seguendo il cambiamento dei tempi.

Sono, in media, circa 300 le parole che trovano spazio all'interno del dizionario ogni anno. Parole che arrivano dall'attualità, coniate dalla creatività dei giovani, usate dalla politica, dalla cucina o dai detti popolari. Senza dimenticare, negli ultimi anni, la forte incidenza dalla rete e dei social.

Ringiovanire preservando la propria antichità 

Un meccanismo che permette al vocabolario di essere un oggetto speciale: uno dei pochi che, pur mostrando i segni del tempo che passa, ringiovanisce di anno in anno grazie alla freschezza di chi ha la capacità di osservare e descrivere il mondo. Ma non solo. Contemporaneamente lo Zingarelli si occupa di difendere e preservare quei lemmi, più di 3mila, che sono in via d'estinzione ma che, nel loro significato più profondo, hanno ancora qualcosa da raccontare. Da obsoleto a diatriba, da leccornia a perorare.    

La scelta delle "matricole" 

Agi, in collaborazione con Next New Media, ha realizzato un'intervista in pillole a quattro video per raccontare come vengono scelte le parole da introdurre in un sistema, ben oliato, che oggi contiene più di 140mila voci e 380mila significati. E lo abbiamo chiesto direttamente al professor Cannella, il curatore dell'opera, che ci ha spiegato come siano 3 le regole da seguire per completare un percorso oltremodo curato: frequenza nell'uso, qualità della parola, stabilità nel tempo.  

Alcuni esempi di anni fondamentali per l'Italia 

1994: Tangentopoli, Intifada, Minimum tax, Buonismo, Consociativismo, Mafiosità, Perdonismo Stragismo, Lumbard. Ma anche karaoke, zapping, airbag e realtà virtuale. Dodici mesi dopo è stato il turno di "exit poll".  

1996: Postfascista, Politicamente corretto, Scendere in campo, Par condicio, Internet 

1998: Mobilità, rifondatore, lesbo, outing, vegano, siliconato 

2000: Dvd, Bullismo, Rottamazione, Viagra, Unione di fatto, Fecondazione assistita.  

2004: Election Day, Free Press, Veline, testamento biologico, vecchi lire, blog, tom tom,  

2007: Reality, sudoku, gay pride, quota rosa, maxi emendamento.  

2012: milleproroghe, celodurismo, biotestamento, cloud computing,  

2014: Rottamatore, cocopro, hashtag, shortino, profilazione, fake, bimbominkia 

2017: foreign fighter, emoji, svuotacarceri, stepchild adoption, curvy, doodle, camgirl, business plan, bacche d goji 

C’è “un accadimento straordinario”, per quattro giorni atteso ma che non arriverà. Un accadimento che Napoli, torturata da una pioggia implacabile, aspetterà come Godot forse per sempre. C’è uno scrittore che immagina e racconta d’urgenza quest’attesa (mette giù l’opera in una quarantina di giorni), veste i pensieri di voci e prosa incantate e una spanna più su di chiunque. Intitola “Malacqua” questa collettiva, realistica fiaba vesuviana. Italo Calvino la legge affascinato e la fa pubblicare, giusto quarant’anni fa da Einaudi, trovando nel libro “un senso e una forza e una comunicativa”.

L’autore si chiamava Nicola Pugliese.

Ma un ”accadimento straordinario” arriva comunque e molto più tardi: così la settimana scorsa – sì, trascorsi quarant’anni da quel ’77 –  ‘The Wall Street Journal’ si accorge del libro, che in Italia solo alcune migliaia di entusiasti lettori conoscono, e gli dedica la lunga recensione dell’autorevole critico Toby Lichtig, il quale esalta lo stile “lirico, caustico e fantastico” di Pugliese, “talentato ritrattista” che pittò caratteri “meravigliosamente vividi” e “sorprendentemente toccanti”. Un riconoscimento internazionale che arriva come annuncio della (prima) pubblicazione in lingua inglese: ecco “Malacqua: Four days of Rain in the City of Naples, Waiting for the Occurrence of an Extraordinary Event”, traduzione di Shaun Whiteside, appena uscito per l’editore britannico And Other Stories, che conta in catalogo fra gli altri Enrique Vila-Matas e Fleur Jaeggy.

Nella bottiglia del tempo

Alla voce del WSJ si aggiunge quella di ‘The Spectator’, con la critica Anna Aslanyan, per la quale si tratta di “un piccolo capolavoro”, nonché del “libro più strano e seducente di quest’anno”.

E’, questo, il raro caso di un autore italiano che non arriva all’estero spinto dai successi di vendita nazionali o per determinazione di un grande editore, ma per la mera qualità dell’opera. Né Pugliese spinse mai per se stesso: esaurita la tiratura, “Malacqua” finché visse lo scrittore non fu più ristampato. Chi non riusciva a reperirlo s’accontentava di leggerlo in fotocopia, mentre la cerchia (crescente) del suo pubblico si chiedeva dove fosse finito l’autore. E più è passato il tempo, più giornalisti, critici e studiosi (resi dal tempo, forse, più galantuomini) hanno valutato “Malacqua” un'opera unica: di minor fortuna editoriale, ma di qualità perlomeno pari a “Ferito a morte” di Raffaele La Capria. “Libro stupendo” per Roberto Saviano: Pugliese “non volle farlo tornare in libreria per timidezza, pudore e malinconia, forse”.

E’ che intanto lui, Pugliese, se n’era andato: abbandonando il giornalismo – aveva a lungo lavorato al quotidiano ‘Roma’ – scelse come luogo di fuga Avella, paese assai antico e ameno nella provincia di Avellino, lontano da quelle relazioni letterarie che sempre gli spiacquero, come persona e come autore. Per spiegarlo con le parole sue, che riportò Marco Ciriello in una intervista essenziale al 'Mattino': “Ho raggiunto il massimo della libertà consentita in una società come la nostra. Sono un re senza l’incombenza delle cerimonie”. E poi: “Mi piace partecipare ma senza esagerare, preferisco quelli che – in generale – ci credono poco”.

Dalla redazione al Bar Pasquino

Per la sua volontaria sottrazione a un genere di vita che non gli assomigliava, o in cui reputava inutile spesa rimanere presente, sui giornali lo definivano “il Salinger napoletano”: come l’autore di Holden, ricordato per un libro e distante dalle luci. Da ragazzo, Pugliese avrebbe voluto fare teatro o il marinaio e fu anche un promettente calciatore dilettante nella 'Salvator Rosa' assieme a Ciccio Cordova, futuro capitano della Roma, però il padre lo voleva giornalista – come lui. Come Andreoli Carlo (cognome-nome, nello stile dei mattinali di Questura), il cronista scelto a protagonista o meglio a testimone di “Malacqua”.

Il “Salinger di Napoli” trascorse gli ultimi anni nel posto che amò più di una redazione: il piccolo Bar Pasquino di Avella, con il titolare Carmine Guerriero e vari fedeli amici come Pellegrino Palmieri e Lucio Belloisi, che conservano tuttora nel locale un gran ritratto di Nicola e la scacchiera su cui si sfidavano. Pugliese scrisse ancora una raccolta di racconti, “La nave nera” (Compagnia dei Trovatori, 2008), ma restava sempre “quello di ‘Malacqua’”.

Il Bar Pasquino con il ritratto di Pugliese

Morì a 67 anni, il 25 aprile 2012. Poco tempo prima, su un’idea ch’era stata del giornalista Giuseppe D’Avanzo, il critico Giuseppe Pesce gli dedicò un video documentario che è anche testimonianza su Napoli. Per La Capria è città che “ti ferisce a morte o ti addormenta”; per Pugliese, città di “molte primavere cui non ha fatto seguito alcun tipo di estate”. E l’attesa di un “accadimento straordinario? “Ma forse l’attesa è sempre un’attesa di morte…”.

Fu nel maggio 2013, oltre un anno dopo la scomparsa dell’autore, che il napoletano Tullio Pironti (già editore di Nagib Mahfuz, Don DeLillo, Joe Marrazzo) finalmente ristampò “Malacqua”.

La città di cartone

Quarant’anni dopo la prima pubblicazione, quanto risulta quella storia figlia del suo tempo? Poco o pochissimo, perché potrebbe essere trasferita a oggi o a prima e il libro sempre funzionerebbe. Eppure tanto o tantissimo, perché descrive la Napoli fra gli anni Sessanta e Settanta, quella succeduta a “Le mani sulla città”, con la tragedia dei crolli stradali e delle morti (“e cazzo questa città davvero è di cartone, possibile che qualche ora soltanto di pioggia? eh possibile, possibile, cosa vuoi farci?”). Con l’assenza amministrativa e l’iperpresenza burocratica (scompigliata dalle grida misteriose di una bambola nella sala consiliare comunale). Con le minute storie di giovani, vecchi, uomini e donne fino alla magia di un mare che sale per ritrovare gli scugnizzi cui il sindaco ha vietato il bagno, o delle monete da cinque lire che alle orecchie dei bambini e alle loro soltanto riproducono tutte le melodie cui gli adulti restano sordi. E c’è il giornale di Andreoli Carlo, con le perplessità di sempre di ogni redazione (“Dentro nel ristorante si parla del giornale: occorre certo e quanto prima cambiarlo tutto, tutto da cima a fondo. Abbandonare la Politica con la maiuscola e ridiscendere dentro la vita, la cronaca, i fatti e fatterelli della gente”).

"Malacqua" è insomma un affresco con tanta gente quanta nei quadri di Micco Spadaro, ma l’obiettivo scende sui dettagli dei volti e sulle rughe di ciascuno. E' tutto un bianco e nero. Non è ‘o paese d’’o sole né quello tenebroso di camorra e neanche forse è necessariamente Napoli, ma una città-universo che i perfetti tempi narrativi e quelle voci rendono senza tempo.   

In uno dei capolavori di Vincent Van Gogh, Olive trees, è stata trovata una cavalletta. Per oltre un secolo è rimasta nello strato di pittura senza che nessuno se ne accorgesse. Il quadro, realizzato dal pittore olandese nel 1899, è stato oggetto negli scorsi mesi di un'analisi che ha riguardato tutte le opere del Nelson-Atkins Museum di Kansas City, nel Missouri, in vista della realizzazione di un nuovo catalogo digitale che prenderà vita nel 2019. Mary Schafer, responsabile dell'operazione, ha sottolineato come questo tipo di scoperta non sia così insolita e che, a occhio nudo, è molto difficile identificare particolari così nascosti. La cavalletta, infatti, misura appena due millimetri. Ma la sua presenza potrebbe non essere casuale. 

Il ruolo della piccola cavalletta 

Schafer sperava di poter ottenere alcune informazioni dal piccolo insettio come, ad esempio, la stagione in cui il quadro è stato dipinto. Ma gli studi condotti insieme all'entomologo Micheal Engel, professore alla Kansas University e collaboratore del museo di storia naturale di New York, non hanno portato gradi risultati, almeno in questo senso. Hanno appurato come l'animale fosse privo di torace e addome e come non ci fossero, tutt'intorno, segni nella vernice che mostrassero un qualsiasi movimento. È molto probabile dunque che fosse già morta. Forse collocata lì dallo stesso pittore e sepolta da vorticose e volontarie pennellate?  

L'amore di Van Gogh per la natura 

Vincent, in una lettera del 1885, parla al fratello Theo di quanto gli piacesse l'idea di lavorare in mezzo alla natura, seduto all'aperto, fuori dalle mura del suo studio. Racconta della brughiera, della polvere e della sabbia, degli alberi e dell'aria. E degli animali. Come mosche e cavallette che catturava. Una delle ipotesi, dunque, è che la cavalletta non sia caduta involontariamente mentre il quadro veniva realizzato.  

Non è del resto l'unico punto interrogativo che gli Ulivi portano con sé. Van Gogh usava un pigmento rosso destinato ad affievolirsi e a svanire con il passare del tempo. Il dipinto, terminato appena un anno prima della tragica morte del pittore, potrebbe quindi rivelare altri piccoli misteri e sarà studio di analisi ancora più approfondite. L'unica cosa certa è che Van Gogh amava moltissimo quella pianta tanto da descriverla così a suo fratello: "Il mormorio di un uliveto ha qualcosa di intimo e immensamente antico". Come quella piccolissima cavalletta di 130 anni fa. 

Cosa fare dei vecchi autobus adibiti al trasporto pubblico quando vengono dismessi dal servizio?

Una brillante soluzione l’hanno concepita in un distretto rurale della capitale turca Ankara. Ed è una soluzione che sembra pensata dal narratore britannico Alan Bennett, il quale immaginò di trasformare la regina d’Inghilterra in un’avida e compulsiva lettrice grazie alla scoperta di una biblioteca itinerante.

E’ proprio quello che diventeranno, biblioteche itineranti, i bus mandati in pensione nel distretto di Kahramankazan, 47.224 anime secondo il censimento risalente a fine 2014. L’iniziativa della municipalità è scaturita da una proposta, e beneficia del sostegno, degli studenti locali, che hanno lavorato a trasformare tre autobus in altrettante biblioteche a quattro ruote.

"L'hanno voluto gli studenti"

Il sindaco di Kahramankazan, Lokman Erturk, ha spiegato all’agenzia Anadolu che il progetto nacque con l’intento di “riutilizzare le vecchie dotazioni della municipalità”. Così, i ragazzi cominciarono a pensarci su e un giorno “vennero al municipio con l’idea di trasformare i bus in biblioteche. Abbiamo cominciato coi tre vecchi autobus – aggiunge Erturk –. I nostri architetti di interni hanno disegnato le biblioteche, e andranno in giro per ogni quartiere di Kahramankazan”.

E’ assicurata prossima la messa su strada.

Che c’è di nuovo, oltre a una bella storia, nell’ultimo romanzo dell’autore anglo-indiano Salman Rushdie? Cosa emerge dall’affresco dell’America ritratta in “The Golden House” (in italiano, “La caduta dei Golden”), epopea di una grande famiglia raccontata all’epoca di Obama e Trump?

“Quel che è nuovo è la decadenza di una idea condivisa della realtà”, ha raccontato lo scrittore in una intervista a ‘El Paìs’. “Una società forte si regge su un patto tra i cittadini”, che negli Stati Uniti era rappresentato dal fatto di essere americani. Ma “quando comincia a vacillare questo consenso ne deriva una frammentazione pericolosa. E non solo a causa di Trump. Di fatto il Joker è un personaggio secondario, perché è più una conseguenza che un artefice del mondo attuale”.

Internet come spunto narrativo

Per Rushdie, “questi sono i tempi di una cultura dell’ignoranza aggressiva. Su Internet coesistono allo stesso livello di autorità le verità e le menzogne”. Ed è qui che “c’è lavoro per i narratori, perché quel che l’arte può fare è riprodurre il sentimento del reale”. Non solo: secondo l’autore dei “Versetti satanici”, c’è la necessità di resistere alla disgregazione e all’aggressività, perché “credo veramente che dobbiamo essere la cultura che siamo. Dobbiamo serbare la fiducia nel nostro modello e lottare. E’ la battaglia del nostro tempo”.

Resistere, per esempio, al potere con i suoi abusi nei campi più diversi, come s'è visto nel cinema con il caso Weinstein: “Ora sta cadendo la maschera – dice Rushdie -. Guardi a questo notevole assortimento di uomini potenti che sono stati predatori sessuali per decenni in cui sono riusciti a controllare la storia… Ma adesso c’è una crepa nella diga. A Hollywood tutti quanti ora corrono come polli senza testa”.

Che fare? Per Rushdie “quel che bisogna fare è lasciarsi alle spalle le vecchie battaglie. Ci vuole un vero cambio generazionale. E anche un cambio generazionale mentale. In Canada e in Francia una nuova generazione sta arrivando. Io ho 70 anni, Trump 72, Hillary Clinton 70 e Bernie Sanders… 147 anni. Basta così!”.

E' un ricambio che con Obama pareva possibile: “Abbiamo avuto otto anni di Obama, per la cosiddetta coalizione che lui creava e che Hillary Clinton non ha potuto tenere assieme. Vinci sicuramente se puoi aggregare le minoranze, le donne, i giovani che votano per la prima volta e i bianchi con un’istruzione. Ma la sinistra si è dissolta. Quel che penso tutti i giorni di queste elezioni è che 90 milioni di persone non hanno votato in un Paese di 300 milioni”.

"Basta cliché su chi ha votato Trump"

Rushdie mette in guardia, tuttavia, dalle semplificazioni: “Ho parlato con gente che ha votato Trump e nulla hanno in comune col cliché della classe operaia ignorante bianca. Non sono tutti razzisti o ignoranti. Ma negli Stati più industrializzati c’era un odio verso la politica per essere stati ignorati. Allora è arrivato questo personaggio dicendo che avrebbe fatto saltare in aria la baracca e gli hanno detto: ‘Sì, ti prego!’. Per questo la sua base continua a essergli fedele, perché sta facendo quel che aveva promesso: spaccare tutto”.

Nel libro di Rushde si “profetizza” anche l’attentato di Halloween a New York… “Nel romanzo accade anche una sparatoria alla sfilata di Halloween, sì, però non si tratta di un islamista folle ma di un tizio qualunque con una pistola. Non possiamo dimenticare che le cose più pazze che avvengono in questo Paese le fanno uomini bianchi con le armi in mano”. Inevitabile, per chi subì la fatwa khomeinista, una domanda sul terrorismo islamico: “Non amo essere il ‘Signor Attentato Terrorista’. Non ho nulla di speciale da dire… L’Isis si trova sull’orlo del tracollo militare e ciò significa probabilmente che i lupi solitari prolifereranno. Ma non so se dureranno per parecchio tempo, perché l’Isis ormai non può offrire appoggio”.

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