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AGI – Lo scrittore premio Strega Antonio Pennacchi è morto nella sua casa di Latina. Secondo le prime informazioni Pennacchi, 71 anni, sarebbe stato colto da un malore che non gli avrebbe dato scampo. Pennacchi aveva vinto il premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini.

Pennacchi nacque a Latina il 26 gennaio del 1950. Prima di dedicarsi alla scrittura e diventare uno dei più influenti romanzieri italiani degli ultimi anni Pennacchi fu un operaio presso la Alcatel-Fulgorcavi di Borgo Piave, in provincia di Latina. Un operaio impegnato nelle lotte sindacali aderendo al Psi, poi alla Cgil e infine alla Uil. Nel passato c’era stata anche una militanza nel Movimento sociale.

L’attività di scrittore è iniziata dopo la laurea conseguita in Lettere e Filosofia approfittando della cassa integrazione. Il primo lavoro pubblicato è stato ‘Mammut’, romanzo del 1994, dove narra le avventure e le lotte operaie di un rappresentante sindacale della Supercavi di Latina-Borgo Piave.

L’anno successivo esce ‘Paludi’, testo dedicato alle paludi pontine e alla bonifica fascista della zona, che anticipa il suo lavoro piu’ premiato, ‘Canale Mussolini’, che uscirà nel 2010 per Mondadori e che gli farà guadagnare il Premio Strega.

Nel 2003 è uscito il romanzo ‘Il fascio-comunista’ che l’autore aveva iniziato a scrivere già dal 1992. Da questo romanzo nel 2007 è stato tratto il film ‘Mio fratello e’ figlio unico’, diretto da Daniele Luchetti, con protagonisti Riccardo Scamarcio, Elio Germano e Luca Zingaretti.

Pennacchi nel 2015 ha, inoltre, pubblicato il seguito della sua principale opera: ‘Canale Mussolini, parte seconda’. Tra gli altri romanzi: ‘Fascio e Martello’ (2008); ‘Storia di Karel’ (2013); ‘il delitto di Agora” (2018). L’ultimo romanzo del 2020 è ‘La strada del mare’, dove Pennacchi torna a raccontare un nuovo capitolo della saga della famiglia Peruzzi, in cui racconta gli anni Cinquanta dell’Agro Pontino.

Nel 2011, in occasione delle elezioni comunali di Latina si è presentato alle elezioni sostenendo il partito fondato da Gianfranco Fini, Futuro e Libertà, e ottenendo l’1,05% delle preferenze. 

AGI – “Il sostegno alla cultura è cruciale per la ripartenza del Paese. Il settore dei viaggi e del turismo vale il 13% del prodotto interno lordo e impiega in maniera diretta o indiretta tre milioni e mezzo di persone. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approvato dall’Unione Europea, investiamo in queste attività quasi 7 miliardi di euro”. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, inaugura il G20 Cultura al Colosseo, sottolineando la “splendida luce” che avvolge la Città eterna.

Per Roma il premier ha buone notizie: “Interveniamo sul patrimonio culturale di Roma, da Cinecittà all’Appia Antica. Il Giubileo del 2025 deve essere occasione di rilancio profondo e duraturo per la città”.

Draghi lancia l’allarme clima: 10 siti italiani Patrimonio dell’Umanità sono a rischio per l’innalzamento del livello del mare. “La tutela del patrimonio artistico richiede anche maggiore sostenibilità ambientale. In Italia, più di dieci siti Patrimonio dell’Umanità sono in pericolo per l’innalzamento del livello del mare. Il rischio di alluvioni minaccia tra il 15 e il 20% dei beni culturali del nostro Paese”.

Per Draghi “dobbiamo agire subito, perché le generazioni di domani possano godere dei tesori che noi ammiriamo oggi. Come co-presidenza della COP26 insieme al Regno Unito, siamo impegnati a raggiungere un accordo ambizioso sulle emissioni globali. I risultati del G20 sull’Ambiente a Napoli di qualche giorno fa sono un passo nella giusta direzione – e per questo ringrazio il Ministro Cingolani. A questo sforzo multilaterale, si accompagna un’agenda domestica altrettanto coraggiosa. A Venezia, abbiamo vietato il passaggio delle grandi navi davanti alla Basilica di San Marco e nel canale della Giudecca. E abbiamo varato misure di sostegno a favore delle categorie più colpite. La transizione ambientale ha dei costi, e lo Stato deve farsi carico di accompagnare cittadini e imprese in questo percorso”.

Draghi conclude: “L’Italia è il Paese con il maggior numero di siti che l’Unesco considera Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Ne ricordo solo alcuni, su un totale di 58: il centro storico di Roma, dove ci troviamo oggi, e quello di Firenze. La Valle dei Templi e le città sepolte di Pompei ed Ercolano. Le Cinque Terre e la laguna di Venezia. Fino agli ultimi, prescelti pochi giorni fa: I cicli di affreschi del ‘300 a Padova e il suo gioiello, la Cappella degli Scrovegni. Bologna, coi suoi 62 chilometri di portici. Montecatini, inclusa tra le Grandi Città termali d’Europa. Sono luoghi che l’Italia custodisce per se stessa e per il mondo. Per chi è tornato a visitarci dopo i mesi vuoti della pandemia. Il sostegno alla cultura è cruciale per la ripartenza del Paese”.

AGI – Roberto Calasso, co-fondatore della casa editrice Adelphi, è morto nella notte a Milano. A maggio aveva compiuto 80 anni.  Figlio del giurista Francesco Calasso e di Melisenda Codignola, laureato in letteratura inglese con Mario Praz, nel 1962, a 21 anni, era entrato a far parte di un piccolo gruppo di persone che, insieme a Roberto ‘Bobi’ Bazlen e Luciano Foà, stava elaborando il programma di una nuova casa editrice.

Erano i primi passi che avrebbero portato alla nascita della Adelphi, dove Calasso è rimasto senza interruzione, diventandone nel 1971 direttore editoriale e nel 1990 consigliere delegato per poi essere dal 1999 anche presidente. Dall’inizio degli anni ottanta, si è dedicato anche alla scrittura: sono stati pubblicati undici volumi, da ‘La rovina di Kasch’ del 1983 a ‘Bobi’ appena arrivato in libreria

Calasso, nato a Firenze il 30 maggio del 1941, aveva frequentato il liceo classico Tasso a Roma e, in seguito, si era laureato in Letteratura inglese con una tesi sulla teoria ermetica del geroglifico in Sir Thomas Browne. Negli anni Cinquanta aveva fatto parte della redazione della rivista d’arte e letteratura Paragone, mentre il suo primo libro “L’impuro folle” è del 1974.

Per la carriera di Calasso è fondamentale l’incontro con Bobi Bazlen. Nel 2003 Calasso le raccoglie in un opera, dal titolo “Cento lettere a uno sconosciuto”, le sue quarte di copertina. Tanti i riconoscimenti ricevuti. Nel 1993 è eletto Literary Lion, a New York; nel 2000 diventa Foreign Honorary Member della American Academy of Arts and Sciences; nel 2007 viene nominato Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres e Chevalier de la Legion d’Honneur; nel 2013 l’Università degli Studi di Perugia gli conferisce la laurea magistrale Honoris Causa in Lingue e letterature moderne; e nel 2015 diventa Foreign Honorary Member della American Academy of Arts and Letters. 

“Con la scomparsa di Calasso viene meno un pilastro dell’editoria italiana e un intellettuale straordinario capace di una sapiente visione della nostra cultura e delle sue radici” ha detto il Ministro della cultura, Dario Franceschini. 

AGI – Tre punte di lancia conficcate nel terreno, di cui due incrociate. Rinvenute qualche anno fa, sono diventate l’indizio per la scoperta più significativa della campagna di scavi condotta quest’anno a Selinunte dalla New York University e dall’Università statale di Milano: una grande piattaforma addossata al fronte del monumentale Tempio R, con ogni probabilità destinata ad altare nel 570 a.C.

Si tratta di uno spazio in cui non si era mai scavato finora, è che è occupato dai blocchi dell’architrave del Tempio C. Questi, crollati in età medievale e risistemati nella posizione attuale da Francesco Saverio Cavallari alla fine dell’Ottocento, dovranno essere rimossi se si vorrà esplorare il resto della piattaforma e dell’altare. Le due punte di lancia erano state trovate lì vicino, e con esse un corno di capra: probabilmente erano offerte votive alla dea della Guerra databili all’epoca della costruzione del Tempio R.

Il fatto che fossero conficcati nel terreno, spiega Clemente Marconi, capo della missione di scavo, in un saggio pubblicato nel 2019, potrebbe indicare simbolicamente “la presa di possesso della nuova terra da parte dei coloni greci”.

Infine, nel riempimento ellenistico che ha sigillato il Tempio R e l’area circostante nei suoi livelli arcaici e classici, è stato rinvenuto un braccio in marmo di grandezza naturale, appartenente a una statua di circa 1 metro e 80 che può essere associato a un frammento di avambraccio trovato quattro anni fa e realizzato nello stesso materiale e con le stesse proporzioni. I due frammenti sono riferibili a una statua di kouros, il tipo statuario maschile principale della scultura greca arcaica. La statua, che con ogni probabilità aveva funzione votiva nell’ambito del grande santuario urbano potrebbe essere stata danneggiata in occasione della presa cartaginese di Selinunte nel 409.

La scultura, verosimilmente, è stata smembrata e riutilizzata come materiale di riempimento e riciclo in età ellenistica. Selinunte, spiega all’AGI il direttore del parco archeologico, Bernardo Agrò – aveva un diretto rapporto con Atene e le sue scuole di scultori: lo dimostra proprio il ritrovamento di frammenti di kouros che impreziosivano i templi”.

La prosecuzione delle ricerche potrebbe portare alla scoperta di ulteriori frammenti della statua, che rappresenta una testimonianza importante dei rapporti esistenti tra Selinunte e l’isola di Paros. E’ proprio sulla scia delle grandi scuole dell’antichità che vorrebbe procedere il Parco. “Il progetto – prosegue Agrò – punta alla realizzazione a Selinunte di un grande laboratorio, prodromico alla costituzione di una scuola di specializzazione in archeologia. Giovani archeologi provenienti dalle diverse parti del mondo sono già presenti nell’area del Parco archeologico e il progetto ‘I laboratori permanenti delle arti e delle scienze’ prevede lo scambio costante di esperienze tra giovani archeologi siciliani e colleghi di altra formazione. Si tratta di un progetto molto importante che offre ai giovani studiosi siciliani la possibilità di fare pratica sul campo con esperienza già’ nel periodo della formazione accademica”. Insomma, un vero e proprio “modello Selinunte” che si tradurrà anche in un allestimento di Land Art e nei “cantieri della conoscenza” che saranno visitabili durante gli scavi.

AGI – Il trasporto delle anfore segnala un periodo di pace in quello che gli antichi indicavano come Mare Nostrum. Esse, scrisse l’archeologo Sebastiano Tusa, erano “uno degli elementi basilari per il trasporto di vari generi di consumo oltre al vino, quali l’olio, i frutti”. L’anfora “è per gli archeologi un elemento insostituibile, per giungere con facilità alla loro attribuzione culturale, etnica e politica, ma anche per conoscere e tracciare gli antichi sistemi e le rotte commerciali dell’antichità”.

Un anno dopo la scoperta al largo di Ustica di una nave del II-I secolo a.C. che ne trasportava un numero cospicuo, il mare di fronte a Palermo riserva altre sorprese: un relitto romano del II secolo a.C., giacente a 92 metri di profondità nelle acque antistanti a Isola delle Femmine, è stato individuato durante una ricognizione effettuata dal personale della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana a bordo della nave oceanografica Calypso South dell’Arpa Sicilia.

La nave, attrezzata con strumentazione di alta precisione, ha effettuato ricognizioni subacquee per verificare la presenza di reperti archeologici in alto fondale. E, stato un Rov, un robot guidato da remoto, a cogliere le immagini del relitto, e del suo carico di anfore, molto probabilmente di tipo vinario, della tipologia Dressel 1 A, ovvero classificate da Heinrich Dressel, archeologo tedesco che visse a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, le piu’ diffuse in età repubblicana e testimoni della sempre più crescente importanza che assumeva il mar Mediterraneo per il commercio del vino italico.

“Il Mediterraneo ci restituisce continuamente elementi preziosi per la ricostruzione della nostra storia legata ai commerci marittimi, alle tipologie di imbarcazioni, ai trasporti effettuati, alle talassocrazie, ma anche – precisa la Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni – dati relativi alla vita a bordo e ai rapporti tra le popolazioni costiere. La missione congiunta ha consentito il secondo ritrovamento di eccezionale interesse che segue quello del relitto coevo di Ustica. Il ritrovamento conferma la presenza di numerose permanenze archeologiche nelle fasce batimetriche oltre i 50/80 metri, che ci stimolano a proseguire le nostre ricerche in alto fondale in sinergia con le competenze dei tecnici dell’Arpa, che continueraà a produrre esiti eccellenti”.

“Lo studio e il monitoraggio dell’ambiente marino, costantemente operati da Arpa Sicilia – dice il direttore Vincenzo Infantino – continuano ad arricchire il quadro delle preziose bellezze presenti nel mare siciliano sotto molti aspetti, non solo sotto il profilo delle specie e delle risorse ambientali, la cui tutela è un imperativo imprescindibile per la nostra comunità, ma anche del recupero di elementi essenziali per la ricostruzione della storia del nostro mare sotto il profilo dei movimenti commerciali”.

Il relitto di Ustica venne trovato, anch’esso, a luglio nel mare in cui un “cuore” di marmo era stato calato l’anno prima per ricordare Sebastiano Tusa, archeologo di fama mondiale scomparso nel marzo di un anno nell’incidente aereo della Ethiopian Airlines, fondatore di quella Soprintendenza che la moglie dirige. “In Sicilia – ha scritto Tusa nel volume “Primo Mediterraneo” (Edizioni di storia e studi sociali) – è accertata, fin dall’epoca protostorica, la produzione di vino, ma è con l’affermarsi di Roma sulla scena politica ed economica mediterranea che il commercio del vino diventa una delle attività più lucrose e diffuse per gl’imprenditori dell’epoca. Intorno al primo secolo avanti Cristo – prosegue – sappiamo che la Sicilia, nella zona peloritana intorno a Messina, produceva del buon vino, detto Mamertino, che divenne talmente rinomato da attirare l’attenzione di Cesare, che lo offrì ai suoi commensali in occasione del banchetto celebrativo del suo terzo consolato (46 a.C.)“. 

AGI – è morto il cantante e attore Gianni Nazzaro, al secolo Giovanni Nazzaro. Aveva 72 anni. Era ricoverato da qualche settimana nel Policlinico Gemelli, a Roma, e da tempo lottava contro una grave malattia. A darne notizia attraverso la sua pagina social è l’amica e presentatrice Paola Delli Colli che con il suo ‘Festival Italia in Musica’ era solita ospitare il poliedrico artista napoletano autore di successi che sono rimasti nella storia della musica italiana: da “Quanto è bella lei’ a ‘Senza luce/Estate senza te’, per citare solo alcuni dei tantissimi brani.

Nazzaro lascia la compagna Nadia Ovcina, il padre Erminio e i figli Giorgia, David, Mattia e Gianni Junior. Risale a una ventina di giorni fa la sua ultima intervista. 

AGI –  Una nuova piattaforma social interamente dedicata al talento, agli artisti e agli amanti di arte e spettacolo. Si chiama heArt e si pronuncia come ‘cuore’ in inglese: è l’idea ‘rivoluzionaria’, unica nel suo genere, che intende raccogliere in una community le diverse espressioni del talento offrendo loro una grande vetrina digitale finalizzata alla ricerca di nuove opportunità professionali e all’offerta di un intrattenimento social di qualità.

L’ambizione del progetto è quella di proporre una piattaforma protetta nella quale ciascuno possa esprimere e condividere i propri talenti, senza essere giudicato, per il piacere di intrattenere o per farsi scoprire.

heArt accoglie artisti come attori, cantanti, danzatori, pittori, scrittori, fotografi, musicisti, scultori, disegnatori, ma anche tecnici e professionisti dell’arte. E ancora associazioni culturali e dell’arte, accademie, musei, teatri e produttori, società di eventi, editori. Senza dimenticare la categoria di utenti più nutrita: tutti coloro che amano una qualsiasi forma d’arte e di spettacolo e che si registreranno per il puro piacere di essere intrattenuti da contenuti di qualità.

La piattaforma è raggiungibile al link heArt o scaricando l’app, ancora in versione Beta,  ‘heArt social’ su App Store o Google Play con funzioni analoghe ai social esistenti, ma anche con specifiche peculiarità. Le opere/performance, per esempio, non potranno essere commentate pubblicamente da altri utenti, ma solo apprezzate con un sistema di valutazione da 1 a 5 ‘cuori’ e chiunque (aziende o istituzioni culturali e dell’arte o privati) potrà inserire opportunità professionali rivolte ad artisti.

Inoltre, heArt dispone di un ‘Osservatorio scientifico’, un qualificato gruppo di indirizzo, di cui fanno parte personalità come il professor Gianni Canova (Rettore dell’Università IULM); il professor Giacomo Manzoli (Direttore del DAR già DAMS di Bologna); la dottoressa Luisa Vinci (Direttore Generale dell’Accademia Teatro alla Scala); il professor Roberto Favaro (Direttore della Civica Scuola di Musica ‘Claudio Abbado’) e ovviamente lo stesso Matteo Forte.

“Vogliamo essere aperti, inclusivi e ‘democratici’ – conclude l’ideatore  Matteo Forte, Amministratore Delegato di Stage Entertainment e direttore dei teatri milanesi Nazionale e Lirico – offrendo a tutti la possibilità di caricare contenuti e navigarli liberamente o guidati da un sistema di filtri che consentirà specifiche selezioni di utenti ‘consigliati’ dai partner del progetto”.

AGI – Sono 24 le città italiane che hanno presentato la manifestazione d’interesse al ministero della Cultura per partecipare al titolo di Capitale italiana della cultura per l’anno 2024. Quasi identica distribuzione geografica tra le diverse zone del Paese con 7 città al centro, 7 al nord e 10 tra sud e isole. Siracusa sarà l’unico capoluogo di provincia siciliano a partecipare.

“Si tratta di una precisa scelta di valorizzazione del nostro Patrimonio culturale unico e già inserito nella Whl Unesco. Adesso coinvolgeremo l’intera Città in un progetto inclusivo che avrà il suo punto di forza nel meraviglioso esempio di stratificazione storica e culturale che rappresentiamo, dal 734 a.C.. Un progetto che saprà raccontare ciò che Siracusa di grande rappresenta”, dicono il sindaco Francesco Italia e l’asssessore alla Cultura e al Patrimonio Unesco Fabio Granata, che hanno sottoscritto la manifestazione di interesse indirizzata al ministero ai Beni culturali e che dovrà essere integrata con un dossier sulla importanza storica e culturale della Città. “Coinvolgeremo i cittadini, le associazioni e le principali istituzioni della città per un traguardo ambizioso, ma non velleitario”, concludono.

Nel 2014 fu Matera

Il titolo di Capitale italiana della cultura nasce dalla vivace e partecipata competizione che culminò il 17 ottobre 2014 nella designazione di Matera Capitale europea della cultura 2019. L’impegno, la creatività e la passione che avevano portato le sei finaliste a costruire dei dossier di candidatura di elevata qualità progettuale convinsero il governo a proclamare le altre cinque concorrenti, ossia Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, capitali italiane della Cultura 2015 e a indire contestualmente una selezione per individuare, a partire dal 2016, la città meritevole di questo titolo.

La prima prescelta fu Mantova, a cui seguirono Pistoia nel 2017, Palermo nel 2018 e Parma nel 2020, titolo prorogato anche nel 2021 a causa dell’emergenza pandemica. Nel 2022 sarà Procida, mentre nel 2023 sarà il turno di Bergamo e Brescia. “La storia pluriennale di questa sfida ha dimostrato tutta la capacità della cultura di mettere in moto dei meccanismi virtuosi e percorsi di valorizzazione di tutte le città al di là della vincitrice”, afferma il ministro Dario Franceschini.

Questo l’elenco delle città che hanno presentato la domanda per il 2024: Ala (Trento); Aliano (Matera); Ascoli Piceno; Asolo (Treviso); Burgio (Agrigento); Capistrano (Vibo Valentia); Chioggia (Venezia); Cittadella (Padova); Conversano (Bari); Diamante (Cosenza); Gioia dei Marsi (L’Aquila); Grosseto; La Maddalena (Sassari); Mesagne (Brindisi); Pesaro (Pesaro e Urbino); Pordenone; Saluzzo (Cuneo); Sestri Levante (Genova); Siracusa; Unione Comuni Montani Amiata Grossetana (Grosseto); Unione Comuni Paestum-Alto Cilento (Salerno); Viareggio (Lucca); Vicenza; Vinci (Firenze). 

AGI – Sommersa nella laguna di Venezia c’è un’antica strada romana. Ne danno annuncio sulla rivista Scientific Reports gli scienziati dell’Istituto di Scienze Marine di Venezia (Ismar), che hanno rinvenuto le prove di questa via tramite rilevazioni sonar.

In epoca romana, spiegano gli autori, vaste aree della laguna oggi sommerse erano accessibili via terra. Sono stati trovati manufatti romani nelle isole e nei corsi d’acqua, ma non era chiaro il legame tra questi reperti e l’occupazione da parte del popolo di Roma.

Il team, guidato da Fantina Madricardo, ha mappato il fondale tramite sonar, scoprendo 12 strutture archeologiche allineate in direzione nord-est per 1.140 metri, in un’area nota come Canale di Treporti.

Le strutture, alte fino a 52,7 metri e lunghe fino a 134,8 metri, rappresenterebbero le evidenze più concrete della presenza di un antico corso romano percorribile.

Gli scienziati ipotizzano che la più grande di queste strutture sia stato un molo. I dati raccolti in precedenza suggeriscono che la strada si posi su un terreno sabbioso, che durante l’epoca romana si trovava al livello del mare.

Questi ritrovamenti, concludono gli autori, indicano che moltissimo tempo fa un insediamento romano stabile potrebbe aver percorso il Canale di Treponti, e la strada potrebbe essere stata collegata a una più ampia rete, utilizzata da viaggiatori e marinai per attraversare la laguna e quella che oggi è la città di Chioggia. 

“Ricostruire l’incendio di Roma è come scrivere una detective story”. Solo che l’intrigo è ipotetico ancorché veritiero, e le prove sono in fumo da duemila anni. Alberto Angela, volto più che noto della divulgazione scientifica, ripercorre i nove giorni del 64 d.C. che, a partire dal 18 luglio, hanno raso al suolo la capitale dell’Impero. L’inferno su Roma è il secondo volume della trilogia su Nerone edita da Harper&Collins: in una data speciale del festival A Tutto Volume di Ragusa, la storia del fuoco su Roma è stata presentata come un film. Agi ha incontrato l’autore.

Il 18 luglio del 64 d.C. si registra forse la prima e più grande fake news della storia: Roma brucia, e l’imperatore è ritenuto responsabile.

È avvenuto nei due sensi: Nerone ha accusato ingiustamente i cristiani, e lui stesso è stato vittima di fake news per la storia, che lo ha dipinto come un principe nero, spietato. Ma né lui né i cristiani sono stati i responsabili dell’incendio. Gli storici sono concordi nel ritenere che il più grande incendio della storia di Roma sia stato un caso, avvenuto in condizioni precise: giornate caldissime, in una città che era quasi interamente fatta di legno. E soprattutto: l’innesco è avvenuto tra i magazzini del Circo Massimo, il più grande deposito di legna di Roma, di notte. Il giorno dopo soffiò il vento, e fu la fine. Roma bruciò per nove giorni.

Lei immagina una lucerna caduta di mano a una ragazza in fuga da un’aggressione, ma potrebbe essere stata qualunque altra cosa. Che Roma era?

Una città da un milione di abitanti. Gli incendi erano facilissimi: si stima che ogni dieci/quindici anni se ne registrasse uno molto grave. Di certo sappiamo che quello del 18 luglio è avvenuto di notte, in una zona che di giorno era molto frequentata, piena di negozi, mentre di notte diventava un bassofondo di Roma, popolato da prostitute, veggenti, pieno di bettole frequentate da ubriachi. Potrebbe essere stata una rissa.

Tutto ma non Nerone, insomma.

Non Nerone. Innanzitutto perché non aveva motivo per dar fuoco a Roma, e poi perché non gli conveniva. Era la città che lui amava, aveva la forza del popolo per tenerla in suo potere perché questo, diversamente dai senatori, stava dalla sua parte. Poteva dar fuoco al popolo che gli garantiva il potere? Incendiando poi anche tante cose che amava: i suoi palazzi, le collezioni, lo stesso Circo Massimo. Le fonti ci dicono che anzi è tornato in fretta da Anzio, dove si trovava in quei giorni, per cercare di aiutare: aprì i suoi palazzi per accogliere gli sfollati. C’è poi un altro fatto cui si pensa poco: nessuno poteva immaginare che incendiando qualche palazzo avrebbe preso fuoco tutta la città.

Un evento pari solo a Pompei, nell’immaginario storico?

Con la differenza che Pompei era una piccola cittadina, mentre questa era la capitale dell’Impero. Quello che mi ha stupito è che nessuno abbia scritto una grande opera su questo evento. Ci sono studi fatti, e bene, da autori esteri, ma sono alti un dito. Credo sia perché gli scavi archeologici non sono stati come quelli di Pompei, e i dati sono pochi. Perciò abbiamo contattato non solo chi ha fatto gli scavi, ma anche vigili del fuoco, metereologi: per ricostruire tutte le circostanze e metterle a sistema.

Una ricostruzione scientifica.

Sì, lo stile è quello di un romanzo per rendere la lettura più piacevole, ma dentro è tutto vero. Anche le persone: i nomi vengono da lapidi, da epigrafi, e si riferiscono a persone che erano a Roma. È affascinante ricostruire come da quel caso sia stata scritta tutta la storia successiva: anche il Vaticano, è sorto dove lo vediamo ora perché dopo l’incendio Nerone radunò i cristiani oltre il Tevere, per punirli davanti al popolo. Su quelle tombe, su quella di Pietro, si è poi concentrata quella comunità.

Quanto ancora resta da scoprire, sotto la Roma che calpestiamo?

Tanto. Ci sono “due Rome”: una è quella che vediamo, i resti della Roma imperiale di marmo, Sotto di essi c’è la Roma che è andata a fuoco, i cui ruderi sono stati livellati e abbattuti per costruire la Roma di Traiano e di Adriano. Non ci pensiamo, ma quella che è comparsa è la Roma di Cesare e di Augusto. In questo senso Nerone ha rifatto una nuova Roma secondo un piano regolatore razionale, è stato un innovatore.

Lei sa di aver creato un fenomeno: migliaia di ragazzi si interessano ai temi della storia e dell’arte seguendo i suoi programmi. Qual è la chiave della narrazione?

Il coinvolgimento. Ci sono due aspetti: il primo è il contenuto, che deve essere nutritivo per la mente. Perché si possa divulgare deve essere appetibile. Come un bel piatto: qualcosa che ti faccia dire “ne voglio ancora”. Quello che trasmettiamo è fondamentale perché è scienza, qualcosa che di solito risulta indigesto. I trattati sembrano spesso scritti da esperti per esperti, tagliando fuori parte di pubblico. Questa è la divulgazione: un libro di archeologia, scritto come un romanzo. Come una detective story: ricerchi i dati di persone che hanno vissuto un fatto storico reale, e li leghi.

Ricerca lunga.

Non sono stato solo: su tutti mi ha aiutato Emilio Quinto. Il piacere è fare qualcosa che non è mai stato fatto. Ci si è occupati dell’incendio, di Nerone, e dei cristiani. Ma mai di ciò che li univa.

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