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AGI – L’Alighieri? Molto meglio Shakespeare. E poi figuriamoci se Dante ha davvero inventato l’italiano, che non sia vero lo sanno anche i bambini.

Di sicuro, il Sommo Poeta era un arrogante “dotato di un immenso ego”. E oltretutto, neanche sappiamo se l’angelicata Beatrice sia esistita davvero e, malandrino, la vera moglie e i suoi figli Dante non li cita mai, in nessun passaggio della Divina Commedia, una “fabbrica di versi” che serve solo a menar giudizi e condanne a destra e manca. Insomma, le celebrazioni del “Dantedì” potremmo anche risparmiarcele.

A confezionare questo livido e bizzarro attacco all’Alighieri, proprio nella giornata dell’omaggio nazionale al Poeta, è la Frankfurter Rundschau, autorevole quotidiano tedesco, in un lungo articolo dal beffardo titolo “I buoni nel vasino, i cattivi nel pozzo”, di Arno Widmann, già fondatore della Tageszeitung (Taz).

Il quale evidentemente nutre scarsissima simpatia per il povero Dante: secondo il giornalista tedesco, la Divina Commedia è “una fabbrica di versi”, nella quale “ogni volta è chiaro se fai parte dei buoni o dei cattivi”, laddove l’Alighieri è mosso soprattutto “dalla voglia al giudicare e al condannare”.

Quanta presunzione, dice il presuntuosissimo Widmann: “Gli oltre 14 mila versi sono intesi a gettare un ponte lungo oltre 1300 anni sull’Eneide di Virgilio: una tale opera abbisogna di un ego immenso”. Appunto.

Per la verità, l’articolo è percorso da uno spirito ai limiti del satirico, di cui appare evidente l’intento provocatorio: nondimeno Widmann – che si ricorda perché nel 1987 un’intervista da lui commissionata sul suo giornale finì per alimentare la tesi cospirazionista secondo la quale il virus dell’Aids venne creato artificialmente in un laboratorio militare americano – irride all’Italia che loda Dante “come uno di coloro che hanno portato l’idioma del Paese alle altezze della grande letteratura”.

In realtà, secondo l’autore, l’Alighieri “in un certo senso avrebbe creato la lingua per la sua opera, e questa lingua divenne quella dei suoi lettori e poi quella dell’Italia…”, ma è semplicemente quello “che fino a 60 anni fa si raccontava ad ogni scolaro italiano, nessuno lo direbbe anche oggi”.     

Come se son bastasse, le prime liriche in volgare furono scritte “in provenzale”, certo non nell’italico idioma dantesco: in pratica, la maggiore invenzione di Dante, ossia di aver portato il volgare nell’alveo dell’arte letteraria, non è una vera invenzione.

Pure l’aldilà dantesco “è un mondo ben strano”, insiste Widmann, dove “non cresce nessun albero”, praticamente “un paesaggio da uffici”, se non fosse “per qualche creatura mitologica e gli angeli caduti e risaliti”. Il tedesco trova da ridire anche sul rapporto con Beatrice: “Per la scoperta della vita nuziale come una delle vie alla beatitudine bisognerà attendere Martin Lutero e la Riforma”.

E rieccola, l’antica diatriba tra l’Italia dei Papi e la rivoluzione protestante, sia pure con uno spostamento temporale di qualche secolo.

Dopodiché Widmann tira in ballo Shakespeare, che gli pare “più moderno anni luce rispetto agli sforzi di Dante di aver un’opinione su tutto, di trascinare tutto davanti alla poltrona da giudice della sua Morale. Tutta questa immensa opera serve solo per permettere al Poeta di anticipare il Giorno del Giudizio, mettere lui in pratica l’Opera di Dio e di spingere i buoni nel vasetto e i cattivi nel pozzo”.

Già che c’era, Widmann avrebbe potuto citare anche Kafka, il marchese De Sade e i Beatles per dire che nel lirismo sono più ‘à la page’ del povero Alighieri. 

Non si è fatta attendere la replica del ministro della Cultura, Dario Franceschini, che risponde con la Divina Commedia: 
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (Inferno III, 51). 

AGI – “Mi chiamo Riccardo Muti, sono un uomo del Sud, nato a Napoli da madre napoletana e padre pugliese”. Esordisce così il maestro Riccardo Muti, collegato dal Teatro Massimo di Palermo a una iniziativa dedicata al mezzogiorno. Ad ascoltarlo c’è la ministra per il Sud, Mara Carfagna. “Attendiamo giustizia – ha detto il prestigioso direttore d’orchestra, impegnato in questi giorni nelle prove per la ‘Messa da Requiem’ di Giuseppe Verdi – l’attende il mondo della musica, dei teatri, della cultura”.

Muti parla da “uno dei più bei teatri dal mondo”, dove c’è “una eccellenza italiana”. Nel Sud ci sono uomini del teatro e della musica molto preparati che vengono messi da parte perché c’è poca attenzione per il mondo della cultura. E questo è vergognoso”.

Eppure, ha aggiunto il maestro, “questo mondo del teatro e della musica è il vanto dell’Italia, ma piange per tante ragioni. Chi pensa alle bande, a esempio, che sono il vanto del meridione? Ragazze e ragazzi che sono alla fame e a cui non si dà nessuna importanza… ma queste bande sono state il veicolo della cultura operistica del Paese”.

In Italia, accusa, quando si parla di musica “si fa riferimento al pop, a quella leggera, mai un accenno alla musica con la ‘M’ maiuscola, che i ragazzi studiano con sacrificio nei conservatori italiani e che poi non trovano lavoro”.

Conclude Riccardo Muti: “Non è un appello per me; io ho fatto la mia vita e la mia carriera. Diamo attenzione a questa terra estremamente colta e che attende giustizia, una giustizia della società che sia equa per tutti. Alcune delle glorie del nostro passato che ci fanno rispettare in tutto il mondo sono i musicisti, i coristi, i tecnici che sono abbandonati. E questo è una vergogna internazionale. Le belle parole se le porta il vento e non bastano più“.

AGI –  Un duo jazz italiano, metà piemontese e metà ligure, ‘conquista’ il Sol Levante. Si tratta del trombettista Marco Vezzoso e del pianista jazz Alessandro Collina, che dal loro primo incontro nel 2014 hanno percorso molta strada insieme, girando mezzo mondo, compreso il Giappone dove questa sera torneranno, anche se in diretta streaming, con l’evento live ‘Italia Spirit: live streaming in Tokyo’, un esclusivo concerto per l’auditorium ‘Umberto Agnelli’, dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, che per l’occasione ha fatto registrare il tutto esaurito.

Il concerto, che presenterà per la prima volta live l’ultimo album ‘Italian Spirit’ sarà registrato nel teatro Casone di Ortovero, in provincia di Savona, e contemporaneamente proiettato in esclusiva per il pubblico presente nell’auditorium della capitale giapponese. Sono undici tra le più belle canzoni della musica italiana reinterpretate in una raffinata versione strumentale per tromba e pianoforte. Da Vasco Rossi a Samuele Bersani passando per Lucio Dalla e i Tiromancino, gli artisti offrono una sapiente rilettura di indimenticabili brani, creando un ponte generazionale tra la musica leggera e il jazz. 

“Siamo molto legati al pubblico giapponese – spiega Vezzoso all’AGI – che conosciamo da tempo, è un pubblico molto curioso. Il made in Italy è molto apprezzato, in tutti i settori, dalla cucina alla musica, fino alla moda. Sono molto interessati a scoprire la cultura italiana. Noi riproponiamo melodie contemporanee della musica italiana – aggiunge – per uscire dagli stereotipi delle melodie del nostro Paese”.

Il messaggio dell’evento è “speranza”
    

Il messaggio che arriva dall’organizzazione dell’evento è “di speranza”. “Abbiamo imparato a suonare in smart working – spiega Vezzoso – speriamo di tornare presto a fare concerti in presenza. La voglia di salire sul palco e suonare è la stessa, ma la differenza è che al termine del brano c’è il silenzio. Ti assorda, è davvero una sensazione strana”.
    

Vezzoso e Collina hanno all’attivo 5 album, numerosi concerti tra Francia e Italia e diversi tour internazionali. Nel 2015 il primo tour in Giappone, il cui live ad Osaka è stato registrato e pubblicato dall’etichetta giapponese DaVinci. Tra i luoghi toccati dai loro tour, Cambogia, Indonesia Malesia. “Per i prossimi concerti di presentazione del progetto ‘Italian Spirit’ – spiega Alessandro Collina – abbiamo deciso di invitare il percussionista Andrea Marchesini. Andrea è un musicista di grande esperienza, che come noi ama le contaminazioni tra i generi”.

AGI – È morta a 89 anni Nawal el-Saadawi, famosa scrittrice e paladina dei diritti delle donne che ha rivoluzionato le discussioni sul genere nel mondo arabo, lo annuncia il giornale Al-Ahram. Saadawi, hanno riferito i familiari, è morta in un ospedale della capitale egiziana.

 “Donne al punto zero”

Autrice prolifica che ha raggiunto la fama con il romanzo ampiamente tradotto “Donne al punto zero” (1975), Saadawi era una fiera sostenitrice dell’emancipazione femminile nella società profondamente conservatrice e patriarcale dell’Egitto. Con più di 55 libri pubblicati, tra cui l’opera “Donne e sesso” che rompe i tabù, è stata brevemente imprigionata dal defunto presidente Anwar Sadat e condannata anche da Al-Azhar, la più alta autorità musulmana sunnita in Egitto. 

La campagna contro il velo

Il femminismo di Saadawi – compresa la campagna contro le donne che indossano il velo, la disuguaglianza nei diritti di eredità musulmana tra uomini e donne, la poligamia e la circoncisione femminile – le ha fatto guadagnare tanti critici quanti ammiratori in Medio Oriente. Nel 1993, dopo costanti minacce di morte da parte di predicatori islamici estremisti, Saadawi si è trasferita negli Usa, alla Duke University in North Carolina.

La candidatura mancata

Tornata in Egitto, nel 2005 si era candidata alla presidenza, ma aveva abbandonato la sua candidatura dopo aver accusato le forze di sicurezza di non permetterle di tenere comizi. In seguito era caduta in disgrazia presso molti progressisti laici per aver abbracciato senza riserve il rovesciamento militare del presidente islamista Mohamed Morsi da parte del generale Abdel Fattah al-Sisi nel 2013.

Tradotta in decine di lingue 

I suoi libri critici e pionieristici, pubblicati in decine di lingue, hanno preso di mira anche le femministe occidentali, tra cui la sua amica Gloria Steinem, e le politiche sposate dai capi di stato, come l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan del presidente americano George W. Bush.
La morte di Saadawi coincide con le celebrazioni per la festa della mamma in Egitto e in tutto il mondo arabo. Ha divorziato tre volte e ha avuto due figli. 

AGI – Treccani Scuola, società del gruppo dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, ha acquisito Impactscool, prima impresa italiana di ricerca, consulenza e formazione dedicata al Futures Critical Thinking, fondata da Cristina Pozzi e da Andrea Dusi, dando vita a Treccani Futura, un nuovo polo di tecnologia educativa rivolto a studenti, insegnanti, aziende, professionisti, manager e a chiunque voglia reinventare le proprie competenze o cambiare lavoro (riqualificazione professionale).

Treccani Scuola ha designato come Presidente di Treccani Futura Massimo Lapucci, Segretario Generale di Fondazione Crt. Alle attività tradizionali, afferma una nota, l’Istituto della Enciclopedia Italiana affianca già da tempo una affermata presenza nell’editoria digitale, con e-book, app e, soprattutto, con il portale treccani.it, con punte di oltre 1 milione di utenti unici al giorno, oltre che con lo sviluppo della piattaforma di didattica digitale treccaniscuola.it.

A oggi Impactscool ha portato la sua attività formativa a oltre 34.000 studenti e a più di 1.000 docenti, ha realizzato oltre 2.000 programmi di studio (in presenza e online), 1.000 workshop e altrettanti webinar rivolti a studenti e cittadini e centinaia di corsi di formazione in aziende e organizzazioni.

Un patrimonio di competenze che Andrea Dusi, già Climate Leader nella fondazione di Al Gore “Climate Reality Project” e Cristina Pozzi, selezionata come Young Global Leader 2019-2024 dal World Economic Forum, sono chiamati a sviluppare ora nella nuova nata Treccani Futura, in veste, entrambi come Consiglieri Delegati, rispettivamente di Ceo e Coo – Responsabile Contenuti. 

AGI – È on line da oggi il nuovo giornale di cultura  “Tortuga Magazine”: www.tortugamagazine.com

Un progetto sostenuto dall’Associazione culturale ENEA, ente senza scopo di lucro per la promozione e la difesa della cultura italica nel mondo, presieduta da Luca Saltini. Il redattore responsabile della rivista è lo scrittore Marco Ciriello.

L’idea originale nasce dall’iniziativa di un folto gruppo di giornalisti, scrittori, funzionari editoriali, organizzatori culturali, artisti, studiosi. L’obiettivo è quello di pensare a una terza pagina rivolgendosi a un pubblico internazionale – diversi studi indicano come interessate alla cultura italica nel mondo oltre 200 milioni di persone – sviluppando un approccio alle notizie alternativo all’infotainment e alla comunicazione sincopata delle breaking news.

“Tortuga” (tartaruga) richiama a un’idea di cultura che vuole essere lenta e fuori dalla logica della fretta e della superficialità. È un nome evidentemente salgariano, legato quindi a uno degli autori italiani più noti al mondo, letti, tuttora tradotti, che consente di fondere nell’immaginario l’italicità, l’amore per l’italian way of life (che certo non è solo degli Italiani), con uno sguardo internazionale.

Da subito in pagina ritratti, interviste, approfondimenti. Libri, musica, poesia, serie tv: l’attenzione va a mezzi espressivi differenti. Il giornale vuole essere occasione di incontro con percorsi intellettuali significativi e fuori dalle logiche mainstream. Spazio da subito a grandi rimossi della cultura italica – come Guido Morselli – al rapporto complicato tra Europa e Russia dai tempi del Samizdat, alla memoria di un grande italico – il musicista Astor Piazzolla – a pezzi legati alla crisi del giornalismo, a una certa idea di Mediterraneo. Ci sarà un omaggio a Giulio Giorello e l’editoriale della rivista è dedicato al tema dell’impegno degli scrittori oggi.

Tra i primi collaboratori: Armando Torno, Daniele Bresciani, Amleto De Silva, Gioacchino Criaco, Bianca Fenizia, Jacopo Guerriero, Massimo Maggiari, Max Ferrarotti, Giulio Marioni, Paola Del Zoppo, Alessandra Minervini, Giovanni Savino, Ruggero D’Alessandro, Silvia Stucchi. Le illustrazioni sono del pittore Fabio Mingarelli.

AGI – Il ritratto di Dante del pittore del Rinascimento toscano Andrea del Castagno, custodito dalla Galleria degli Uffizi, ritrova la sua naturale giovinezza grazie al restauro dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

L’affresco – uno dei più noti volti dell’Alighieri nella storia dell’arte – presentava in origine un’immagine serena e pacata del poeta, diversa da come si presentava prima. Il progressivo deposito di sedimenti sulla superficie pittorica e i successivi interventi e ritocchi avevano infatti scurito ed appesantito il cromatismo dell’opera, dandole un aspetto da “dipinto a olio “. L’offuscamento dei colori aveva avuto inoltre l’effetto di invecchiare il volto di Dante, che risultava così ben più cupo e accigliato del suo aspetto originario.

Il restauro condotto dalle specialiste dell’Opificio è partito da un’approfondita ricerca sull’affresco e da un’analisi scientifica della tecnica esecutiva e dello stato di conservazione mediante tecniche di diagnostica non invasiva (in particolare utilizzando riprese fotografiche nelle varie lunghezze d’onda dello spettro elettromagnetico, indagini ottiche a scansione con strumentazione Multi-VIS-NIR dell’Istituto Nazionale di Ottica del CNR, indagini micro-invasive per la diagnostica dei materiali e per la caratterizzazione delle casistiche conservative). Il risultato ha ripristinato nell’opera la leggerezza tipica della pittura murale, riscoprendo un volto di Dante luminoso ed animato da una freschezza quasi giovanile, finora del tutto inedita.

L’intervento, sostenuto dalla Signora Linda Balent dei Friends of the Uffizi Galleries, è durato circa sei mesi: avvenuto sotto la supervisione della direttrice del settore pitture murali dell’Opificio Cecilia Frosinini, è stato eseguito dalle restauratrici Sara Penoni e Cristiana Todaro.

Il ritratto di Andrea del Castagno sarà presto protagonista della grande mostra ‘Dante – La visione dell’arte’, organizzata a Forlì dalla Fondazione Cassa dei Risparmi della città romagnola insieme alle Gallerie, che concedono in prestito circa cinquanta opere, nell’ambito delle celebrazioni per il Settecentenario della morte del padre della Divina Commedia.

Non solo: al termine della mostra l’affresco staccato verrà esposto a Castagno d’Andrea, nel Comune di San Godenzo, paese natale dello stesso pittore Andrea del Castagno e luogo dantesco per eccellenza, in quanto fu proprio qui che l’Alighieri, esiliato da Firenze, decise di accettare il provvedimento dei fiorentini contro di lui e di non tornare nella sua città (dove, in tutta probabilità, sarebbe stato giustiziato) lasciando così per sempre le terre della sua Toscana.

In una villa suburbana nei pressi di Legnaia, oggi nell’immediata periferia di Firenze, Andrea del Castagno (Castagno di San Godenzo, Firenze 1421 circa – Firenze 1475) aveva dipinto tra 1447 e 1449 un ciclo di affreschi raffiguranti nove Uomini e Donne illustri. Tra questi tre condottieri (Pippo Spano, Farinata degli Uberti e Niccolò Acciaioli), tre donne sapienti (la Regina Ester, la Regina Tomir e la Sibilla Cumana) e infine la triade dei poeti, Dante con Petrarca e Boccaccio. Inoltre, ancora in loco, in una parete sono visibili Adamo ed Eva accanto alla Madonna con il Bambino, sotto un baldacchino.

La presenza di Adamo ed Eva è giustificata dal fatto che, come già nell’opera De mulieribus claribus di Boccaccio, il concetto di uomini e donne illustri derivasse in definitiva proprio dal peccato originale, che costrinse gli esseri umani a guadagnarsi onore e salvezza con il lavoro. Si trattava di una decorazione che aveva insigni precedenti legati alla celebrazione delle virtù civiche attraverso le gesta di personaggi esemplari, qui raccontata in una declinazione tutta fiorentina, cioè l’eccellenza nelle lettere come elemento fondamentale di dignità e grandezza civile.

L’importanza del ciclo di Andrea del Castagno, oltre che all’altissima qualità dell’impresa pittorica, è dovuta al fatto che è l’unico tipo giunto fino a noi commissionato per una dimora privata: la Villa, conosciuta come Carducci Pandolfini, era appartenuta a Filippo Carducci, che aveva ricoperto a Firenze importanti cariche pubbliche tra cui quella di Gonfaloniere di Giustizia.

L’artista aveva costruito uno spazio fortemente illusionistico: le figure erano inserite in un’architettura dipinta, entro nicchie rettangolari classicheggianti, rivestite di porfido e marmi vari. Le nicchie erano scandite da paraste corinzie che sostenevano una trabeazione (parzialmente ancora esistente) sormontata da un attico con putti, ghirlande e stemmi.

Le paraste, i capitelli e l’architrave sono ornati da cardi stilizzati, in riferimento al nome Carducci. La sorte ciclo degli Uomini e Donne Illustri di Andrea del Castagno fu strettamente legata alle vicende storiche della Villa Carducci Pandolfini. Infatti, probabilmente a causa di un cambio di destinazione d’uso degli ambienti, in epoca non precisata gli affreschi furono coperti da imbiancature. Di essi purtroppo si perse memoria per lungo tempo, fino alla loro riscoperta avvenuta intorno al 1847, in coincidenza con la riedizione delle Vite del Vasari.

Nel 1850, quando la Villa era di proprietà di Margherita Rinuccini e di suo marito Giorgio Teodoro Trivulzio, le pitture furono staccate dal supporto murario con un intervento di strappo eseguito dall’ ‘estrattista’ emiliano Giovanni Rizzoli e destinate alla vendita. Fortunatamente nel 1852 furono acquistate dagli Uffizi che, forse più di ogni altro luogo, offrono una persistente visione della storia come “celebrazione di uomini illustri” (basti pensare ai ritratti della serie Gioviana, della serie Aulica e di quella Iconografica, fino ai celebri autoritratti).

Un concetto ancor più importante nel momento in cui il progetto tormentato dell’Italia Unita ridestava il culto per i ‘maggiori’ e poneva i personaggi di Andrea del Castagno in un ideale dialogo con le statue collocate tra 1835 e 1856 nelle nicchie del loggiato vasariano, raffiguranti toscani illustri. Questo legame fu accentuato dal 1966 con la collocazione degli affreschi staccati negli ambienti della ex chiesa di San Pier Scheraggio (il luogo dove, nell’anno 1300 circa, lo stesso Dante interveniva in qualità di consigliere cittadino) dopo una parentesi al Bargello e a Santa  Apollonia, accanto al Cenacolo dello stesso Andrea. 

 “Si tratta dell’immagine forse più famosa di Dante – afferma il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt – un’icona che si lega alla cultura e allo spirito italiani. Ancora più significativo è il fatto che il restauro sia stato finanziato Linda Balent, dei Friends of the Uffizi Galleries, il ramo americano degli Amici degli Uffizi. Perché Dante è infatti anche un poeta universale, e la sua opera è attuale ovunque nel mondo”. 

Per il soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure Marco Ciatti: “L’Opificio delle Pietre Dure, nell’ambito della collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, è reintervenuto sull’immagine di Dante di Andrea del Castagno che rappresenta, insieme alle altre figure del ciclo di Villa di Legnaia, un importante restauro storico. Per questo il nostro progetto di ricerca ha riguardato le condizioni attuali dell’opera, adesso risanata, ma ha anche comportato un approfondimento utile per la storia del restauro”.

Andrea di Bartolo di Bargilla, detto Andrea del Castagno (Castagno, 1421 – Firenze, 1457), fu uno dei protagonisti indiscussi della pittura fiorentina della metà del Quattrocento, insieme a Beato Angelico, Filippo Lippi, Domenico Veneziano e Paolo Uccello. Il suo stile rivela l’influenza di Masaccio e Donatello, dei quali studiò la resa prospettica e gli effetti plastici e drammatizzanti del chiaroscuro, con esiti di realismo esasperato, quasi espressionista nelle fisionomie dei personaggi e nelle loro pose scattanti.

AGI – Eccezionale scoperta archeologica in Israele dove sono stati trovati frammenti di un rotolo biblico di 2 mila anni fa, il primo rinvenimento di questo genere dagli anni ’50. Un team dell’Autorità israeliana per le Antichità (Iaa) che dal 2017 scava in alcune grotte nel deserto di Giuda ha trovato frammenti di un rotolo in greco del periodo di Bar Kokhba, l’uomo che nel Secondo secolo dopo Cristo guidò la terza rivolta giudaica contro l’impero romano. I frammenti, nascosti e protetti dai sedimenti di secoli, contengono testi dei profeti Zaccaria e Naum.

Le altre scoperte

In una diversa area dello scavo sono state fatte altre straordinarie scoperte: monete del II secolo dopo Cristo, il corpo mummificato di una bambina di 6000 anni fa e una cesta integra di 10.000 anni fa, la più antica del suo genere.

Il precedente di Qumran

L’area del ritrovamento dei frammenti non è lontana da Qumran, il luogo dove fra il 1947 e il 1956 furono ritrovati gran parte dei Rotoli del Mar Morto, circa 900 documenti tra i quali libri della bibbia ebraica e testi della comunità locale, probabilmente essena, considerato il più importante ritrovamento archeologico del ventesimo secolo. I rotoli del Mar Morto rappresentano la più antica testimonianza di un testo biblico, essendo datati tra il 150 avanti Cristo e il 70 dopo Cristo.

La grotta dell’Orrore

I frammenti dei rotoli presentati alla stampa sono stati trovati nella cosiddetta “grotta dell’Orrore”, nella riserva di Naval Herver. La grotta si trova 80 metri sotto la vetta della collina, è fiancheggiata da gole e può essere raggiunta solo scendendo precariamente in corda doppia lungo la scogliera a strapiombo. Secondo gli archeologi, è stata usata quasi 2000 anni fa dagli ebrei in fuga dalle rivolte antiromane, seguenti alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Nei frammenti, scritti in greco, gli esperti Israeliani hanno ritrovato e ricostruito 11 righe di testo del libro del profeta Zaccaria e un versetto da quello di Naum.  

Le monete della rivolta

Nella stessa zona sono state trovate anche numerose monete risalenti alla rivolta di Bar Kochba, il “figlio della stella”, recanti simboli ebraici come un’arpa e palme da dattero, e rinvenuti anche utensili come punte di freccia e di lancia, tessuti, sandali e persino pettini per pidocchi.

La mummia di una bambina

Nei presi della parete rocciosa della stessa grotta, gli archeologi hanno ritrovato lo scheletro parzialmente mummificato di quella che sembra una bambina, avvolta in un panno, posta in posizione fetale. Lo scheletro era coperto da un panno intorno alla testa e al petto, simile a una piccola coperta che sembra essere stata rimboccata “come un genitore fa con il figlio la sera”, spiegano dall’Iaa. Sia lo scheletro che la fascia erano ben conservati. Uno studio preliminare di una Tac della bambina di 6000 anni fa, condotto dalla dottoressa Hila May dell’Università di Tel Aviv, suggerisce che aveva 6-12 anni.

Il cesto più antico del mondo 

Un altro ritrovamento, attualmente senza pari in tutto il mondo, è stato scoperto in una delle grotte di Muraba’at nella Riserva di Nahal Darga: un enorme cesto intatto con un coperchio che era anche eccezionalmente ben conservato a causa delle temperature elevate e dell’estrema aridità della regione. Il cesto risale al periodo neolitico pre-ceramico, circa 10.500 anni fa e secondo gli esperti è il più antico mai ritrovato intatto e la sua importanza è quindi immensa. Il cestello aveva una capacità di 90-100 litri ed era apparentemente utilizzato per la conservazione. Il reperto fornisce nuovi affascinanti dati sulla conservazione dei prodotti circa 1.000 anni prima dell’invenzione della ceramica. Il cestino è tessuto con materiale vegetale e il suo metodo di tessitura è insolito. Quando è stato trovato era vuoto e solo la ricerca futura di una piccola quantità di terreno rimanente al suo interno aiuterà gli archeologi a scoprire per cosa è stato utilizzato e cosa è stato posto al suo interno. Gli scavi e i ritrovamenti annunciati stamattina, sono cominciati per prevenire l’area dai saccheggi dei tombaroli e sono stati portati avanti anche con l’utilizzo di strumenti elettronici, droni e scanner laser.

AGI – Il governo francese ha annunciato che restituirà agli eredi dei suoi legittimi proprietari un quadro di Gustav Klimt, sottratto dai nazisti a una famiglia ebrea in Austria nel 1938.

La tela del 1905, intitolata ‘Cespugli di rose sotto gli alberi’, è stata per decenni appesa a un muro del Musée d’Orsay; verrà restituita alla famiglia di Nora Stiasny, vittima dell’Olocausto.

“Un impegno per la giustizia”

“La decisione di restituire un’opera importante delle collezioni pubbliche mostra il nostro impegno verso la giustizia e la riparazione nei confronti delle famiglie depredate”, ha sottolineato il ministro della Cultura, Roselyne Bachelot-Narquin.

Per molto tempo, ha spiegato, non si era saputo che il quadro fosse stato sottratto dai nazisti. La verità è venuta alla luce solo di recente quando, ha detto il ministro, “la vera origine del dipinto è stata stabilita”. 

AGI – S’intitola Paolino. L’arte, la bellezza, la vita l’omaggio editoriale al musicologo napoletano Paolo Isotta, pubblicato il 12 marzo scorso in occasione del trigesimo della sua scomparsa. Il volume, stampato in 300 esemplari fuori commercio, è scaricabile gratuitamente in pdf dal sito della casa editrice Settecolori e raccoglie cinque scritti, componendo una polifonica miscellanea di temi e intonazioni.

Il primo scritto, Musica sacra e Bellezza, è anche un inedito: è l’intervento di Paolo Isotta in occasione del convegno L’Arte e il magistero della Chiesa organizzato nel 2008 dalla Settecolori. Il secondo, La musica, il tempo, il mito, è l’introduzione al libro Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, di Giorgio Locchi, pubblicato nel 1982 da Akropolis-LEDE. Il terzo e il quarto, usciti nel 1980 sul quindicinale Linea, si iscrivono nella linea degli «apocrifi d’autore» alla maniera di Paolo Vita-Finzi, diplomatico e scrittore da Isotta molto amato: nella fattispecie si tratta del ‘calco’ parodico-stilistico della prosa di Leo Valiani e di Giovanni Testori a confronto con un celebre caso ideologico-mondano-giudiziario dell’epoca: l’uccisione della moglie da parte del filosofo francese Louis Althusser.

Il quinto scritto, Manuale di decomposizione, fa parte del volume C’eravamo tanto a(r)mati uscito ancora per Settecolori nel 1984 e poi riedito nel 1998. Quest’ultimo rappresenta anche una memoria intima, quasi una confessione che Isotta fa oltre che al lettore a se stesso. Potrebbe essere datato appena l’altroieri, nulla avendo gli anni sbiadito del testo né reso inattuale, mutando solo le contingenze non le essenze autobiografiche. Anzi, il trascorrere del tempo sembra avere attualizzato alcune osservazioni di allora, come veggenti di un domani che – adesso – s’è compiuto: “Chiuderà, si chiuderà, finirà, ma nel giro di pochissimi anni, un determinato tipo, non tanto di trasmissione del pensiero basato sul segno scritto, quanto di concezione del pensiero”.

E’ una cesura non improvvisa, ma un taglio graduale e progressivo con il “mondo di ieri” cui Isotta ha assistito consapevole ma non inerte a fronte della sua ineluttabilità: “La mia generazione – ribadisce in Musica sacra e Bellezza – per fortuna resterà qui: altre proveranno il linguaggio unico significare il ritorno verso l’urlo originario, e invece che un’infinita innocenza, un’infinita corruzione”.

Poiché spesso gli accadimenti, anche quando sembrano mossi a casaccio, difficilmente si generano per caso, è accaduto che l’ultima fatica di Isotta non alla musica sia stata dedicata, ma a Totò (che Paolino aveva collocato da una vita nel suo pantheon personale) con un libro in cui lo intitola – o meglio lo assevera – “santo”. San Totò, concluso dall’Autore nel giorno del suo compleanno, è uscito postumo per Marsilio, l’editore presso cui aveva pubblicato i volumi degli ultimi anni cominciando da La virtù dell’elefante nel 2014. Non a caso né a casaccio arriva Totò, colui che Isotta (come il popolo napoletano verace) riconosce Santo in virtù di “sublimità artistica”. Come santo dal popolo di Partenope fu fatto un tempo Virgilio, l’autore classico preferito da Isotta.

Musicologo, ma anche molte altre cose, Paolino poté spaziare fino all’ultimo a suo agio, senza indugi e complessi, dal sacro al buffo, dal tragico al riso, da Wagner al suo adorato Paisiello. Alla ricerca di quella “sublimità” che da sé sola giustifica ogni vita che la persegua. 

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