Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

 

Tokyo: “La Traviata” di Giuseppe Verdi parla giapponese

La Traviata di Giuseppe Verdi arriverà a Tokyo all’inizio di settembre. L’Istituto italiano di cultura infatti aprira’ il suo Auditorium Umberto Agnelli agli appassionati dell’opera italiana dal 1 al 3 settembre. L’iniziativa si colloca nell’ambito del progetto ‘Cuore d’Opera’ nato nel 2013. La performance sarà in lingua originale, l’italiano, con l’introduzione e i sottotitoli in giapponese. La direzione d’orchestra è di Massimo Fiocchi Malaspina.

Berlino: Wo ist Elena Ferrante? Il rione Luzzati sbarca in Germania

La Napoli di Elena Ferrante e del suo celebre libro ‘L’amica geniale’ sbarcano a Berlino e rivivono in un reportage fotografico di Ottavio Sellitti. L’iniziativa è dell’Istituto italiano di cultura che proietterà il film di Roberto Faenza all’inaugurazione di una mostra tutta dedicata all’autrice. Il reportage è stato realizzato nel 2016, e testimonia cosa resta oggi dei sogni del boom economico: le forme dimesse degli edifici, dei nuovi come di quelli vecchi, le strade, ancora polverose, la vita degli abitanti. La "napoletanità" del quartiere viene rappresentata come un microcosmo degli stessi rapporti e delle stesse contraddizioni esistenti nella periferia di Parigi, Berlino o Detroit. L’appuntamento è il 7 settembre alla presenza di Sellitti, Faenza e della produttrice Elda Ferri.

Parigi: architetti italiani in Francia, riflessioni sul futuro sostenibile

In che condizioni si trova l’architettura italiana? Come rendere conto della sua diffusione a livello internazionale? In occasione della Design Week 2017, l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia riunirà l’8 settembre all’Istituto di cultura italiana a Parigi gli architetti  italiani che lavorano tra Francia e Italia. Organizzato da Alessia Bennani, collaboratrice per la rivista “XY digitale”, il convegno sarà non solo l’occasione per presentare al pubblico parigino lo “Yearbook 02”, ma anche per stilare un bilancio delle sfide artistiche, urbanistiche ed ecologiche che definiscono ormai il mestiere di architetto.

Montreal: incontro con il ‘Genio vagante’ Matteo Ducca

Incontro con la ricerca italiana a Montreal. L’istituto italiano di cultura organizza una serie di incontri a partire dall’11 settembre intitolata «Il Genio vagante: Italiani di arte, lettere, scienze… nel mondo”. Ospite sarà Matteo Duca, attualmente ricercatore postdottorale presso l’Institut National de la Recherche Scientifique di Varennes, che parlerà dello squilibrio del ciclo dell’azoto e dei suoi effetti sull’ambiente. Duca  nel 2012 ha conseguito il dottorato di ricerca cum laude all’Università di Leiden (Paesi Bassi), con una tesi in elettrochimica e catalisi. Questo campo di ricerche studia i processi chimici che sono prodotti dall’elettricità, o quelli che invece la generano.

Pisek (Rep. Ceca): il violinista Luca Ciarla al Festival COOL V PLOTE

Il violinista italiano Luca Ciarla partecipera’ alla VIII edizione del festival COOL V PLOTĚ, l’8 e 9 settembre nel cortile del Museo  di Prácheň a Písek, in Repubblica Ceca.  Violinista, nonché pianista e compositore, Ciarla è uno degli artisti più originali e sorprendenti della sua generazione. La sua musica affonda le radici nel jazz, ma si colora di raffinate influenze provenienti dalla musica classica ed etnica, dando vita ad un nuovo affascinante sound acustico che lo ha portato a esibirsi con successo in festival e rassegne concertistiche in numerosi Paesi, tra cui la Repubblica Ceca. L’evento e’ organizzato dall’Istituto di cultura italiana a Praga

Amsterdam: ‘Fiore’ di Claudio Giovannesi chiude il Festival Rai Cinema

Il film di Claudio Giovannesi, "Fiore", verra’ proiettato ad Amsterdam il 1 settembre in chiusura della rassegna Festival Rai Cinema all’Istituto italiano di cultura. La relazione di Daphne, detenuta per rapina, e di Josh, anche lui giovane rapinatore, diventa l’emblema della mancanza d'amore ma anche dei desideri di liberta’ che infrangono ogni legge. A inaugurare la kermesse era stato "Un Paese quasi perfetto" di Massimo Gaudioso.

Pretoria: “Il cibo nei disegni di Fellini” all’Hilton Art Festival

La mostra “Il cibo nei disegni di Federico Fellini” sarà esposta nell’ambito dell’Hilton Arts Festival di Pretoria che si svolge dal 14 al 17 settembre 2017 presso la sala Theatre Foyer, Centenary. L’esposizione, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Pretoria in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Durban, consiste in 19 disegni del grande regista. Sarà accompagnata da due filmati: “Il lungo viaggio” cortometraggio di animazione di Andrej Khrzhanovskij basato sui disegni del Maestro e il documentario “Il cibo nel cinema di Fellini” realizzato da Giuseppe Ricci.

Helsinki:  Zucchero torna in Finlandia dopo 18 anni  con un concerto

Grande ritorno in Finlandia per Zucchero che terrà un concerto a Helsinki l’8 settembre, il primo dopo una lunga assenza nel Paese scandinavo di 18 anni. Il cantante italiano presenterà con l’occasione il suo ultimo album “Black Cat al Tavastia Club della capitale finlandese. L’evento e’ stato organizzato in collaborazione con l’Istituto di  cultura italiano di Helsinki. Zucchero, alias Adelmo Fornaciari, è uno degli artisti italiani più conosciuti all’estero e nella sua carriera ha venduto oltre 60 milioni di dischi.

Lisbona: ultimi giorni per l’esposizione sui Tesori dei Musei Vaticani

Ultimi giorni, a Lisbona, fino al 10 settembre, per l’Esposizione 'Madonna. Tesouros dos Museus do Vaticano', organizzata dal Museu Nacional de Arte Antiga, con il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura. Per la prima volta in Portogallo, un insieme di opere delle celebri collezioni dei musei, in particolare della preziosa Pinacoteca, arricchiscono un ciclo espositivo che comprende quadri dei Primitivi italiani (Taddeo di Bartolo, Sano di Pietro, Fra’ Angelico), di grandi maestri del Rinascimento e del Barocco (Raffaello, Pinturicchio, Salviati, Pietro da Cortona, Barocci), oltre ad arazzi e codici miniati provenienti dall’archivio della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Mosca: la Pop art italiana di Giosetta Fioroni arriva in Russia

La Pop Art Italiana arriva a Mosca con una mostra dell’artista Giosetta Fioroni in programma dal 6 settembre al 22 ottobre MMOMA. Fioroni è una delle esponenti più significative della cosiddetta “Pop italiana”, una variante fortemente improntata allo spirito europeo e alla capacità di critica della società, rispetto alla più nota matrice statunitense. La mostra è dedicata alle sue opera durante gli anni Sessanta, il periodo più conosciuto dell’artista. Riproposta a Mosca la presenza de “La spia ottica” (1968), una forte installazione/performance che testimonia metaforicamente dei dubbi e delle inquietudini di un periodo storicamente travagliato.

Nel deserto del Nevada ogni anno, solo per 8 giorni, sorge una città dedicata alla radicale espressione del sé: siamo a Black Rock City e questo è il Burning Man, un festival artistico incentrato sulla scultura di grandi dimensioni, che si svolge in un luogo suggestivo ma fortemente inospitale e che come tale pone delle sfide: non c'è acqua, non c'è elettricità, non ci sono bagni, ma solo un enorme deserto pianeggiante (la playa) con un clima ostile.

L'insediamento temporaneo prende il nome di Black Rock City. E' una città che nasce nel deserto del Nevada ogni anno ad agosto, dura una settimana e poi svanisce nel nulla senza lasciare tracciae per le sue dimensioni (70mila abitanti) è una vera e propria città dotata di vita autonoma e costruita in modo volontario dagli stessi partecipanti.

Per approfondire: Viaggio a Black Rock City, la città che vive per una settimana l'anno – di Alessandro Ranellucci

Un'artista italiana a Black Rock City

Quest'anno il Burning Man si svolge dal 27 agosto al 4 settembre. Ci sarà anche un po' di Italia: l'artista Francesca 'Nini' Carbonini è stata infatti invitata (unica artista italiana) dagli organizzatori a partecipare al festival che si conclude ogni anno in occasione del Labor Day. Nini presenta la mostra ‘Kafka 9.0’, un’interpretazione di ciò che l’artista ricerca nelle sue opere: l’alchimia come motore del cambiamento. In scena il processo creativo di vandalizzazione da cui prende vita il quadro, cifra stilistica di Nini.

Il Burning Man è diventato una tradizione annuale che si svolge dal 1991 in terra statunitense, un festival che si pone come punto di riferimento per chiunque desideri proporre esibizioni artistiche, mostre, performance, workshop e tutto ciò che può essere un libero sfogo della creatività e dell’individualità, in un contesto che non può prescindere però dalla collettività. Nini è stata capace con la sua arte di attirare per ben due edizioni l’attenzione degli ideatori del Burning Man, che l’hanno voluta tra gli artisti, provenienti da tutto il mondo, la prima volta su selezione nell’agosto 2014 e la seconda, quest’anno, su invito.

È in questo scenario che Nini porta l’installazione ‘Kafka 9.0’, una serie di 10 dipinti uniti da un fil rouge, corde rosse che caratterizzano la sua arte e che uniscono le opere in un collegamento trasversale concreto. ‘Kafka 9.0’ è infatti un racconto ciclico, una metamorfosi circolare che trasforma l’uomo in volatile e il volatile a sua volta in uomo. Da una forma all’altra emerge la consapevolezza, proprio come il protagonista della celebre opera kafkiana raggiunge la presa di coscienza solo dopo essere diventato animale.

Due sono gli elementi che emergono dipinti con colori sgargianti: un uomo, a simboleggiare il genere umano in tutta la sua forza e aggressività, e un volatile, allegoria di libertà. Il copricapo vuole essere il segno distintivo del rituale di rinascita, il simbolo dell’aver trovato se stessi.

 “Una metamorfosi è una trasformazione da materia a materia, pura alchimia. Nell’arte diviene una trasformazione da spirito a spirito. È un passaggio, un dialogo per raggiungere la piena consapevolezza di se stessi e quindi la piena libertà" (Francesca 'Nini' Carbonini)

Arte e letteratura in Kafka 9.0

Arte e letteratura si incrociano e si contaminano. Per l’esibizione al Burning Man, NINI si è ispirata al poemetto di T.S. Eliot “La Terra Desolata”, dal quale è riuscita a cogliere e a trasmettere a sua volta la ricerca incessante per la verità e per l’ambizione totalizzante di coscienza di sé. Un occhio al passato, con la letteratura dei primi decenni del Novecento, e uno al futuro: Kafka 9.0 una versione di noi stessi ancora lontana, ancora in divenire che dà una chiave di lettura moderna e futurista all’intera opera artistica.

Chi è Francesca Nini Carbonini

E' un’artista milanese-lampedusana, vive infatti tra Milano e Lampedusa respirando le influenze sia della metropoli sia quelle dell’isola, impegnandosi in prima persona per la promozione della cultura; si occupa dell’organizzazione di mostre, di installazioni personali e di altri autori, inoltre insegna alla Scuola del Fumetto di Milano. Nini afferma nella sua presentazione di se stessa che il colore più bello sia il nero senza però rivelarne le motivazioni che rimangono un segreto personale. Crede che ciò che deve accadere, accada “nonostante tutto” ma non per questo "non crede al Libero Arbitrio, che Dio esiste ed è un bellissimo campo di fiori e che sta solo a noi correrci in mezzo. Chi ha coraggio può fare a meno di una reputazione. È convinta che si debba restituire al dolore tutta la sua innocenza e per questo è consapevole del rischio di una possibile sconfitta e perché no, anche di una vittoria". 

Nini dipinge su grandi dimensioni (130 x180) così da essere "all’interno" del suo quadro, divenendo incosciente di quello che fa e presente solo alla fine.

Il muschio ha avuto un ruolo fondamentale per la nascita della vita sulla Terra come la conosciamo oggi. Un ruolo – scrive il Guardian – scoperto grazie allo studio e all’analisi di antiche tracce geologiche, di fossili e spore. Secondo gli scienziati, è suo il merito della prima aria fresca e pulita sulla Terra. "È strano pensare – racconta Tim Lenton, professore di scienze del cambiamento climatico e del sistema terrestre all'Università di Exeter – che senza l'evoluzione del muschio, nessuno di noi sarebbe qui oggi”.

Un miracolo accaduto 400 milioni di anni fa

Tutto è accaduto più di 400 milioni di anni fa e nessuno può testimoniarlo, ma grazie alla tecnologia è stato possibile recuperare delle tracce da rocce, fossili marini e spore conservatesi in antichi sedimenti. All’origine di tutto c’è un muschio primitivo a bassa crescita che ha stimolato la produzione di anidride carbonica nell’aria, ha preparato il suolo per la crescita delle prime piante vascolari e in circa 40 milioni di anni ha aumentato l’ossigeno nell’atmosfera portandolo ai livelli che conosciamo oggi. La storia viene raccontata da un gruppo di scienziati nel Proceedings of the National Academy of Sciences. "È molto difficile ottenere testimonianze dirette di ciò che è successo milioni di anni fa, anche perché la maggior parte delle tracce si trova nei sedimenti oceanici", ha dichiarato ancora il professor Lenton.

L’inizio del raffreddamento globale

Circa 445 milioni di anni fa le terre emerse erano un unico grande continente chiamato Pangea e quasi tutte le forme di vita erano in mare. Non c’era stata ancora l’evoluzione dei pesci. Fu in quel periodo che le prime piante si aggrapparono alle terre emerse e per crescere hanno iniziato a nutrirsi di ioni di calcio e magnesio estratti dalle rocce, in un processo che ha rimosso sempre più anidride carbonica dall’atmosfera, portando così a una diminuzione dell'effetto serra e di conseguenza ad un raffreddamento globale di circa cinque gradi Celsius. I muschi, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana,  hanno cominciato così a rilasciare ossigeno nell’aria fino ad arrivare a quello presente oggi. "Questo studio dimostra i potenti effetti delle piante sul nostro clima", ha osservato Tim Lenton. "Tuttavia, benché le piante continuino anche oggi la loro opera di raffreddamento del clima della Terra attraverso la riduzione dei livelli di carbonio atmosferico, non possono tenere il passo con la velocità dei cambiamenti climatici indotti dall'uomo. In realtà, ci vorrebbero milioni di anni perché le piante possano riuscire a eliminare le emissioni di carbonio dall'atmosfera corrente".

10 mila specie che non temono i climi estremi

Per assorbire acqua e sali minerali più facilmente, i muschi – dei quali si contano 10 mila specie diverse – preferiscono i luoghi molto umidi: le zone più ombrose dei boschi, la superficie di rocce e tronchi, ma anche tetti di case e vecchi muri posti in prossimità di corsi d’acqua. A volte crescono solo sulla parte del tronco di un albero esposta a nord e quindi meno esposta al Sole. Sono piante capaci di sopportare condizioni ambientali particolarmente difficili, come il freddo intenso e periodi di siccità: in questi casi, i muschi entrano in una ‘fase di riposo’ e sembrano disseccarsi,in attesa di tempi migliori. Ma appena l’umidità e la temperatura ritornano favorevoli, ecco che ritornano morbidi e di un bel verde brillante. Così facendo, riescono a vivere in montagna a quote molto elevate e in zone dove le piante vascolari non potrebbero sopravvivere.

"Un inedito di Eduardo De Filippo all'interno della nostra Libreria del Cinema e del Teatro??? Aiutateci a svelare questo mistero: dalle ricerche da noi effettuate questo atto unico di Eduardo De Filippo 'Dduie…Paciune' non compare in nessuna bibliografia ufficiale eppure catalogando le varie opere abbiamo ritrovato questo antico copione…". Lo scrive sul suo profilo Facebook Alessandro Cannavale, figlio dell'attore Enzo, il quale recitò a lungo con Eduardo ed è morto nel 2011 dopo essere diventato un volto assai popolare del cinema italiano.

L'archivio personale di Cannavale è conservato nella Libreria del Cinema e del Teatro, dedicata dalla vedova Barbara e dai figli Alessandro, Andrea e Gabriella all'attore scomparso. Il manoscritto di Eduardo è stato rinvenuto dall'attore Giulio Adinolfi mentre catalogava i materiali di Cannavale. L'opera autografa è definita, nel frontespizio pubblicato su Fb, come "commedia brillante in un atto". Il titolo, "Dduie… Paciune!", può essere tradotto in italiano come "due ottimisti, due bonaccioni".

In attesa che la parola passi agli esperti eduardiani, per stabilire se l'opera si possa con tutta sicurezza attribuire al maestro, sulla bacheca di Alessandro Cannavale fioccano i commenti entusiasti per l'inaspettata scoperta.

Nei giorni scorsi, a seguito dell’attentato di Barcellona, vi abbiamo raccontato la storia dei Mossos d’Esquadra, uno dei più antichi corpi di polizia d’Europa, che dal 1721 difendono la città di Barcellona. Dopo la pubblicazione, però, abbiamo ricevuto una mail dove si specificava che in Sardegna esiste una compagnia ancora più antica, quella dei Barracelli. Ecco la loro storia.

Le origini

Partiamo dal nome. Esistono diverse ipotesi sull’etimologia ma, quella più accreditata, si riferisce allo spagnolo barrachel, che indicava una guardia armata di nomina politica, generalmente campestre. Non è certa neanche la data di nascita anche se il consiglio della città regia di Sassari istituisce la sua Compagnia il 25 giugno del 1597. Se ne ritrova poi menzione all’interno di alcuni documenti del 1650 redatti dal giurista sardo Pietro Quesada Pilo. Per molti altri studiosi i barracelli sarebbero molto più "vecchi" ma, come diceva Giovanni Battista Tuveri, voce autorevole e storica della Sardegna: "Al barracellato si suole attribuire un’antichità che forse non ha. Quel che è antichissimo in Sardegna è il principio, che niuno sia in facoltà di lasciare incustodite le sue proprietà, e che i danneggiati debbano essere indennizzati.”

Il compito dei Barracelli era proprio quello di aiutare i singoli privati a tutelare i propri beni, una sorta di compagnia di assicurazione, armata, del tempo. Si trattava soprattutto della difesa di proprietà situate in territori lontani dal centro città, luoghi isolati, di campagna, più difficili da mettere in sicurezza. Le compagnie dovevano prevenire furti e danneggiamenti e i proprietari, in cambio, corrispondevano un salario proporzionato al valore del bene protetto. In caso di insuccesso erano i Barracelli a dover risarcire i propri datori di lavoro con risorse che provenivano soprattutto dalle multe, “tenture”, con cui veniva sanzionato chi praticava illeciti come il pascolo abusivo. Le compagnie barracellari erano composte dai cittadini locali in “buona salute” e, in origine, si crede fossero obbligatorie.

Dai Savoia ai giorni nostri. Una lunghissima storia 

Ai Barracelli fecero affidamento anche i Savoia. Un editto del 23 maggio 1799 confermava la loro presenza accanto ai corpi istituzionali “senza alcuna variazione nella forma”. Nel 1819 vennero aboliti e sostituiti con i “cacciatori reali di Sardegna” ma furono reintegrati appena otto anni dopo. Nel 1853, con un altro editto, l’arruolamento divenne nuovamente volontario e ogni centro abitato poté decidere se tenere in vita il proprio organismo o smantellarlo. Il governo italiano ne regolamentò ufficialmente i compiti con il Regio Decreto del 14 luglio 1898. In tempi più recenti, nel 1969, la regione Sardegna decise di stanziare dei fondi per garantire la sopravvivenza delle compagnie utilissime, ad esempio, d’estate per combattere gli incendi.

Struttura e compiti delle compagnie

Le compagnie erano solitamente formate da un capitano, da uno o più ufficiali, da graduati eletti dai barracelli, e da un numero di barracelli proporzionale al valore dei beni da assicurare e all'estensione del comune. Il Capitano, oggi, viene nominato dal Consiglio Comunale ed è responsabile verso il Sindaco “del corretto svolgimento del servizio, della disciplina e dell’impiego tecnico e operativo dei barracelli”.  Negli ultimi anni, del resto, non sono certo mancate proposte per un rinnovamento. Soprattutto per quanto riguarda la loro formazione. Attualmente sono presenti in Sardegna circa 150 compagnie per un totale di oltre 5mila volontari che svolgono funzioni di polizia locale urbana e locale ma, in caso di esplicita richiesta, si affiancano alle altre forme di polizia per eventi straordinari. Sono in prima linea, inoltre, nel preservare e difendere il patrimonio naturale, artistico e storico del territorio dove operano e c’è una legge specifica della Regione Sardegna (1988) che ne stabilisce alcuni compiti:

  • salvaguardare le proprietà affidate loro in custodia dai proprietari assicurati, verso un corrispettivo determinato secondo le modalità previste dalla medesima legge regionale
  • collaborare, su eventuale richiesta di queste, con le autorità istituzionalmente preposte al servizio di protezione civile
  • prevenzione e repressione dell’abigeato
  • prevenzione e repressione delle infrazioni previste in materia di controllo degli scarichi di rifiuti civili ed industriali

Addio a uno dei maestri del fumetto italiano: è morto a 80 anni Sergio Zaniboni, per oltre 35 anni matita di "Diabolik". Come si legge sul sito del Corriere della Sera, il disegnatore torinese è morto il 18 agosto ma la notizia è trapelata solo lunedì. Ex radiotecnico dell'Enel, dopo aver lavorato come grafico pubblicitario, Zaniboni ha debuttato nei fumetti a 30 anni sulla rivista 'Horror'. Nel 1969 ha fatto il suo esordio su 'Diabolik', diventando in breve tempo la "mano" per eccellenza del personaggio delle sorelle Giussani e, dal 1999 al 2013, l'autore delle copertine della serie. 

L'ombra della luna che attraversa gli Stati Uniti da costa a costa, milioni di persone che assistono al raro fenomeno astronomico, per 92 minuti, con stupore ma anche inquietudine. Quello dell'eclissi solare è un fenomeno che nel tempo è sempre stato avvolto da leggende, paure e misteri. Le culture di tutti i paesi hanno creato storie, ne hanno letto i significati più diversi e, ancora oggi, l'evento è legato ad antichi terrori: le donne incinte temono per i propri bimbi in grembo, qualcuno evita di guardare il sole, per non perdere la vista, di bere, di mangiare e di dormire per tutto il giorno. Ma perché l'eclissi genera tante paure?

La rottura dell'equilibrio con l'universo

L'eclissi è stata nella storia vista da molti popoli come una rottura dell'equilibrio dell'Universo dove il Sole illumina e ha un movimento regolare. Il passaggio della Luna quindi manderebbe l'Universo fuori sesto, il buio improvviso gelerebbe la terra portando gravi conseguenze energetiche. Un momento in cui bisogna stare raccolti e uniti: i Navajo durante l'eclissi stanno a casa con la famiglia dove intonano canti speciali e si astengono dal cibo, dal bere e dal sonno. Chi mangia o beve durante l'eclissi per loro non è piu' in equilibrio con l'Universo e ciò potrebbe condurre a pesanti conseguenze nel futuro. "Si tratta sempre si una rottura dell'ordine precostituito – spiega E.C, Krupp direttore del Griffith Observatory di Los Angeles in California – l'uomo dipende dal movimento del sole. È regolare, affidabile, non lo si può manomettere".

Il drago che divora il sole

Nella storia molti popoli hanno immaginato un pasto celeste, draghi e demoni che divorano il sole. Nell'antichità i cinesi cercavano di spaventare il drago facendo rumore, suonando tamburi, scoccando frecce nell'aria e percuotendo delle pentole, tradizione durata fino al solo scorso quando la Marina imperiale cinese usava ancora sparare con le armi da cerimonia durante l'oscuramento del sole per scacciare simbolicamente il drago invisibile. Per i cinesi la parole per l'eclissi e Shih che significa mangiare. In India la gente si immergeva fino al ginocchio nell'acqua di un fiume credendo che questo aiutasse la Luna e il Sole a difendersi dal drago. In Giappone si usava ricoprire i pozzi durante l'eclissi per evitare che vi cadesse del veleno proveniente dal cielo oscuro. In Vietnam era una rana o un rospo a divorare il Sole mentre secondo i nativi Kwatiuti della costa occidentale del Canada sarebbe la bocca del Paradiso a consumarlo.

Il furto del sole del demone Rahu

Nella mitologia coreana un re ordina ai cani di fuoco di rubare l'ardente sole o la gelida luna. Gli animali li inseguono senza riuscirci ma a volte li mordono. Nella filosofia induista il demone Rahu di travestì da Dio per poter rubare un sorso di elisir che gli avrebbe dato l'immortalità. Ma il sole e la luna lo videro e avvisarono il dio Vishnu che taglio la testa al demone un attimo prima che l'elisir gli passasse nella gola. Da allora solo la testa di Rahu è diventata immortale e continua a inseguire il sole e la luna nel cielo per vendicarsi.

Il Sole Nero

Nell'esoterismo dell'antico sciamanesimo druidico l'eclissi di Sole rivestiva una grande rilevanza, tanto da aver costituito il simbolo esoterico conosciuto con il nome di 'Sole nero' raffigurato da un disco completamente nero che si sovrappone a un alone di luce che emerge oltre il suo bordo. Il simbolo è quello della Natura che inderogabilmente si impone sulle vicende umane ricordando la relatività delle aspettative umane. Secondo la Kemo-Vad, forma di meditazione dinamica usata dal druidismo il Sole nero simboleggia la luce dello spirito che a volte può essere occultata dalla mente e che e rappresentata dal bordo luminoso che fuoriesce dal Sole. 

Simbolo dell'esoterismo e 'centro del mondo'

Il Sole nero 'Schwarze Sonne' ha una grande importanza nelle tradizioni esoteriche, in particolare quelle neopagane di stampo germanico. Il simbolo è presente nel mosaico nella Torre Nord del Castello di Wewelsburg costruita nel 1603 dal vescovo principe di Paderborn Dietrich con Fustenberg. Il luogo è considerato un nodo energetico estremamente potente e durante il Nazismo ci si riferiva al complesso come il 'centro del mondo' in linea con l'idea del gerarca e ideologo nazista Heinrich Himmler che avrebbe voluto questo posto come base ideologica del Reich.

Leggi anche: Come vedere anche in Italia l'eclissi più attesa della storia

Giuseppe Garibaldi rischia la sorte del generale "sudista" Robert Lee. Le sue statue nel Meridione d’Italia non sono state ancora rimosse, ma se ne può parlar male. L’imponente bronzo che lo rappresenta in piedi, davanti alla Stazione centrale di Napoli, è stato spesso avvolto da striscioni, imbrattato da scritte di movimenti meridionalisti ed è insidiato dall’iniziativa di alcuni consiglieri comunali, che hanno avanzato a primavera scorsa la proposta di rinominare piazza Garibaldi intitolandola al principe Antonio de Curtis, in arte Totò, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo della morte.

La storia del Risorgimento, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, è stata riscritta negli ultimi anni a favore degli sconfitti in molte pagine importanti, mentre altre prima bianche o taciute sono state aggiunte, come quelle sui massacri perpetrati dalle truppe piemontesi dopo l’unificazione (o l’annessione) del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna.

Napoli scaccia il generale piemontese

L’iniziativa più significativa è del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la revoca della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini, “eroe” del Risorgimento ma che una successiva revisione – sine ira et studio – ha identificato come responsabile di crimini contro le popolazioni meridionali la cui efferatezza nemmeno i nazisti hanno eguagliato in Italia. Famigerata la rappresaglia contro i civili di Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano, nel 1861, lo stesso anno in cui l’ex capitale del Regno offriva la cittadinanza al generale. Alla revoca disposta dalla giunta De Magistris potrebbe seguire – perché chiesta a gran voce dall’opinione pubblica – la rimozione del busto di Cialdini dalla Camera di Commercio.

 

Laddove non intervengono le autorità si muove uno spontaneismo trasversale, non definibile con le tradizionali etichette politiche benché assai variegato. Piazza Garibaldi a Napoli è stata rinominata un paio di anni fa da un gruppo di attivisti, che hanno preparato targhe di marmo del tutto simili a quelle vigenti e le hanno infisse nottetempo. Piazza Garibaldi è diventata Piazza della Ferrovia. Corso Garibaldi è stato ribattezzato Corso Ferdinando II Re di Napoli. Una bravata ma non troppo.

Sono molte le amministrazioni comunali che nell’ex territorio delle Due Sicilie hanno modificato la toponomastica ufficiale. A Minturno (oggi provincia di Latina) c’è via Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie e sono state inaugurate una via Carlo III di Borbone e una via Francesco e Maria Sofia di Borbone (gli ultimi sovrani delle Due Sicilie). Qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. A Caserta, Corso Trieste è stato rinominato Corso Ferdinando II. A Calvizzano la strada che costeggia l’alveo Camaldoli – realizzato dai Borbone – è stata anch’essa intitolata a Carlo III (che da sempre conta una importante piazza a Napoli dove sorge il gigantesco Albergo dei Poveri).

Una statua per re Ferdinando e un Sacrario a Gaeta

Il comune di Battipaglia ha fatto di più: a Ferdinando II è stata eretta una statua in una omonima piazza. Venafro, in Molise, ha intitolato una strada a Francesco II. Non sono solo le amministrazioni comunali né i movimenti spontanei a intervenire nella riscrittura, anche su bronzi e marmi, della storia. Nel 2014 nella cattedrale di Gaeta il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui è Gran Maestro il principe Carlo di Borbone, ha eretto un Sacrario che raccoglie i resti dei soldati che morirono per re Francesco nell’assedio con cui l’ultimo monarca si congedò dal Regno (mentre i cannoneggiamenti del generale Cialdini violavano anche le regole più umanitarie), resistendo fino al 13 febbraio 1861.

Nei nomi delle strade emergono i ricordi – o la nozione, perché sono in molti a non sapere – di atrocità omesse dalla narrazione scolastica: il comune di San Giorgio a Cremano, ora quello di Napoli hanno intitolato una piazza ai Martiri di Pietrarsa. Sono i quattro operai delle omonime officine, già fiore all’occhiello delle ferrovie borboniche, i quali il 6 agosto 1863 manifestarono per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Furono uccisi dalle pallottole dei bersaglieri “italiani” e i feriti furono decine. Ma mentre tutti ricordano l’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947, su quello di Pietrarsa era calato l’oblìo. Se targhe e monumenti servono a qualcosa, questo è un caso esemplare.

La revisione è incentivata anche nelle università: “L’Ordine Costantiniano assieme all’Ancci (Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani) ha istituito delle borse di studio per tesi di laurea sul Regno delle Due Sicilie. Ne abbiamo di recente premiate dodici”, racconta all’AGI l’avvocato Franco Ciufo, segretario nazionale dell’Ancci e delegato per l'Ordine degli Abruzzi e Molise. “Con l’Associazione Neoborbonica, organizziamo anche visite nelle scuole per riproporre a docenti e studenti una rivisitazione più accurata del nostro comune passato”.

A un meticoloso lavoro storico si è dedicato con molti volumi il giornalista Gigi Di Fiore, il quale si dice tuttavia contrario alla rimozione dei monumenti e ai cambiamenti toponomastici: “Bisogna distinguere la memoria dalla storia. Non sempre sono sovrapponibili, anche se mi sembra paradossale che ogni città italiana debba avere una via Roma e una via Garibaldi. Ma questo è il frutto di un tentativo strenuo di dare all’Italia una identità condivisa dopo il 1860, quando proprio non ce l’aveva. E per accettare l’unificazione sotto le insegne del Piemonte era necessario denigrare gli Stati preunitari”.

Di Fiore traccia una differenza con quanto accade in America: “Gli Stati Uniti sembravano esenti dai conflitti cui assistiamo adesso, grazie alla grande riconciliazione voluta dal presidente Lincoln, che riuscì a rendere compatibili una memoria del Nord e una memoria del Sud: c’è per esempio a New Orleans un bellissimo Museo della Confederazione. Ma attenti – avverte Di Fiore – a non indulgere a una visione superficiale della storia. Non si può ridurre tutto a schemi tipo antischiavisti contro schiavisti, bisogna piuttosto ricordare i fortissimi interessi divergenti che andavano al di là di schemi ideologici. La complessità dei processi storici, se semplificata troppo, genera solo insanabili contrapposizioni come quelle attuali”.

Cauto anche lo storico pugliese Valentino Romano: “La storia va rivista e non semplicemente rimossa, altrimenti ripeteremmo ciò che hanno fatto i Savoia. L’esempio ideale mi sembra quello del piccolo comune di Biccari in provincia di Foggia: ha ribattezzato una strada dedicandola ai Martiri di Pontelandolfo, ma ha conservato l’indicazione ‘già via Nino Bixio’”. La statua di Garibaldi dalla piazza di Napoli, però, Romano la sposterebbe. Così pensa anche Lucilla Parlato, direttore della testata “Identità Insorgenti”, che coagula le voci di gruppi, movimenti e collettivi sul territorio: “La presenza di quella statua proprio davanti alla stazione di Napoli è poco tollerabile. La revisione storica è importante anche nella toponomastica, purché la memoria sia sempre riportata al presente, altrimenti è solo sterile sguardo all’indietro. Perché è il passato che vive ancora nell’oggi e lo condiziona. La Terra dei Fuochi dimostra che moriamo sempre di Italia per i patti tra aziende del Nord e camorra”.

Il ritorno dei "briganti"

C’è intanto chi caldeggia il ‘Giorno della memoria’ per le vittime del Risorgimento, come il Movimento 5 Stelle con mozioni nei Consigli regionali di Campania, Puglia, Molise, Basilicata e Abruzzo. L'iniziativa è stata condivisa da altre forze politiche, ma suscitando critiche: lo storico Francesco Barbagallo parla di “politica ridotta ad avanspettacolo”, di “neo-sudismo dei cinque stelle”, di un “leghismo sudista” coi rischi del ribellismo brigantesco.

A un “brigante”, meglio dire a un insorgente, il Consiglio comunale di Cerreto Sannita ha dedicato una piazza: Cosimo Giordano. Era nativo di là. Come lui migliaia furono protagonisti, anche nolenti, di una disperata opposizione ai “piemontesi”. Scrisse Carlo Alianello, precursore di tanta revisione storica nel saggio “La conquista del Sud” del 1972: “I cafoni erano ai campi o sulla montagna, magari con la zappa al braccio e il fucile a tracolla e, quando erano presi, colpevoli o innocenti, la loro sorte era segnata: quattro palle nella schiena e addio”.       

 

      

“Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – io sono Ciro, fondatore della dinastia degli Achemenidi. Ti prego, di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo”.

Sono queste le parole che Ciro il grande fece incidere sulla sua tomba che a forma di tempio greco, sorge solitaria nella piana di Pasargade, la città-giardino da lui costruita intorno al 545 a.C.. E proprio in questo luogo, sotto gli occhi dei turisti incuriositi, viene riportata alla luce in questi giorni una nuova meraviglia: un palazzo del periodo di Dario, re persiano che successe a Cambise, figlio di Ciro nel secondo periodo della dinastia degli achemenidi.

Cosa c'è all'origine di questa scoperta 

Il direttore degli scavi, l’archeologo Hamed Molai, ha spiegato all’AGI, che seguendo delle ipotesi fatte tra il 1961 ed il 1963 dallo studioso inglese David Stronach, il suo team, composto solo da iraniani, ha iniziato a lavorare su Tal Takht (il trono sulla collina), torre di avvistamento sulla quale, finora, si pensava che non ci fosse nulla.

Scavando sopra la collina sulla quale erano rimasti ruderi della torre, dell’età dei Medi, gli archeologi hanno portato alla luce un palazzo colonnato del periodo di Dario.

Il sito di Pasargade

La scoperta è di grande interesse perché l’arte persiana nel periodo di Dario raggiunse l’apogeo della sua bellezza, ben visibile oggi nel vicino sito di Persepoli; gli archeologi sperano di trovare anche a Pasargade bellezze e meraviglie dello stesso calibro.

Il sito archeologico è stato già inserito nel 2004 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'Unesco. Pasargade nell’antica lingua significherebbe “Città dei persiani” o secondo un’altra teoria “Città di gente che impugna mazze pesanti”. Ora però, il sito, potrebbe dare alla luce nuovi tesori.

Si scava sotto il sole

Molai spiega che per ora gli scavi stanno delimitando il perimetro del palazzo antico che oltre alla sala centrale con le colonne comprendeva anche una stanza di 5 metri per 5 metri, di cui non si comprende ancora la funzione. Le mura del palazzo sono alte e sotto il sole, si continua a scavare.

Il tesoro sotto Pasargade

L’archeologo iraniano è un ragazzo sulla trentina ed è felice, perché spiega che l’organizzazione del Patrimonio culturale dell’Iran, ora ha stanziato i fondi per gli scavi e ritiene che a Pasargade c’è ancora molto da portare alla luce. Più avanti, infatti, vicino al palazzo delle udienze di Ciro, sono stati ritrovati i basamenti di pietra di un ponte costruito in antichità sul fiume che passava nella città e che ora è in secca.

Un'attrazione turistica

Nel 2016 l’Iran ha ospitato 6 milioni di turisti che hanno portato 8 miliardi di dollari alle casse dello Stato; un netto incremento rispetto ai 5,2 milioni del 2015; Rohani probabilmente ha capito che con tutte le attrazioni storiche del suo territorio, il turismo può essere una marcia in più per far decollare l’economia che cresce ma con un ritmo ancora troppo lento. Lento, come il lavoro certosino degli archeologi, che riportano alla luce, poco alla volta, le mura del palazzo di Dario a Pasargade. 

La dinastia degli achemenidi

Ecco in poche righe la storia del più vasto impero dell'antichità come riportato dall'enciclopedia online Wikipedia.

  • CIRO II – Salito al trono dei "Gran Re" nel 559 a.C., Ciro II riuscì subito a unire le tribù persiane sotto la propria egemonia. Alleatosi con il re babilonese Nabonedo, sconfisse il sovrano medo  Astiage, tradito dal suo esercito che lo consegnò nelle mani di Ciro, il quale poté così marciare su Ecbatana e conquistarla. Ciro proseguì l'espansione conquistando prima l'Asia Minore e la Lidia e poi il regno di Babilonia, e si spinse fino in Asia Centrale dove morì in battaglia, prima di poter conquistare l'Egitto.
  • CAMBISE II – L'impresa fu compiuta da Cambise II, figlio di Ciro, che sconfisse Psammetico III e si fece incoronare sovrano d'Egitto nel Tempio di Neith a Sais. Per tentare di conquistare Cartagine, Cambise si impadronì delle vie di comunicazione terrestri africane attraverso l'oasi di Siwa, arrivando fino alla Libia. Non riuscì però a portare a termine l'impresa perché i fenici si rifiutarono di fornire le navi contro quella che era una loro antica colonia.
  • DARIO I – Dopo la morte di Cambise II (522 a.C.), iniziò un periodo di intrighi e ribellioni che si concluse con la salita al trono di Dario I nel 522 a.C. Fu proprio Dario, appartenente a un ramo collaterale della dinastia achemenide, a citare per primo la leggenda di Achemenes, nel tentativo di legittimare il proprio potere dicendosi discendente da Ariamne. Dario I conquistò la Tracia, il Caucaso e la valle dell'Indo e attaccò la Grecia, dove però fu sconfitto da un'alleanza di città greche indipendenti a Maratona (490 a.C.). Si dedicò quindi a consolidare le conquiste, per consegnare un impero forte e organizzato al figlio Serse I nel 485 a.C.
  • SERSE I – Anche Serse I cercò di annettere la Grecia peninsulare: riuscì a passare alle Termopili e a saccheggiare Atene, ma fu sconfitto a Salamina e a Platea e costretto a ritirarsi in Asia Minore. Con Serse I si conclude il periodo di grandezza della dinastia achemenide.

Unisce cultura e solidarietà il festival "Il paese di Gertrude" che si rinnova a Cittadella del Capo (Cosenza) con la quinta edizione, in programma dal 21 al 25 agosto. L'iniziativa è dell'associazione di volontariato dalla quale prende il nome il festival, che punta a promuovere il territorio calabrese con proposte musicali e artistiche, ma anche a sensibilizzare sulla donazione del midollo osseo.

In apertura della rassegna, il 21 agosto l'associazione illustrerà il progetto di psico-oncologia avviato nell'ospedale di Cosenza e la campagna "Hemo Sapiens" per il reclutamento di donatori di midollo osseo, da poco cominciata sulla costa tirrenica calabrese e presso l'Università della Calabria, in collaborazione con l'Avis di Cosenza e la Fidas di Paola. A queste due attività saranno devoluti interamente gli incassi del festival.

Il 22 agosto "Il paese di Gertrude" proporrà una giornata dedicata all'arte di strada con la "Street levels gallery" di Firenze, un centro di approfondimento sull'interazione tra arte, strada e pubblico. A sera, il set di Dj Kero'. Il 23 agosto omaggio al cantautore Rino Gaetano con la band "Sei ottavi". Ancora musica il 24 agosto, con il folk di "Persian Pelican" e il cantautore siciliano Nicolò Carnesi. Gran finale il 25 agosto con la band calabrese "Twist Contest" e la world music di Sandro Joyeux.

Flag Counter
Video Games