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Quell’interesse che spinge a ricordare mille nomi delle stelle, tutte le schede tecniche delle automobili di un particolare decennio, o a memorizzare i tabellini delle partite con formazioni e marcatori. Quell’interesse morboso che – se accompagnato da disturbi del comportamento – affabula la mente di un bambino con Sindrome di Asperger, ha consentito a Charlie, dieci anni, inglese dello Essex, di correggere un errore marchiano al Museo di Storia Naturale di Londra, una fra le più prestigiose istituzioni mondiali.

Il Natural History Museum ammette: "Caro Charlie abbiamo sbagliato"

Mentre ammirava nel tempio vittoriano della paleontologia,  assieme ai genitori e al fratellino Ronnie, il pannello di un Oviraptor, il piccolo Charlie si è accorto che la silhouette rappresentata sotto l’etichetta era sbagliata: si trattava di tutt’altra specie di dinosauro, un Protoceratops. Subito è sobbalzato e ha voluto segnalare lo sbaglio, malgrado lo scetticismo di mamma e papà, allo staff del Museo. Secondo la migliore tradizione scientifica inglese, che non esclude l’ipotesi di correggere se stessa anche se il dito lo punta un bambino, la contestazione è stata girata a chi di competenza.

La visita, un ‘pigiama party’ dedicato ai dinosauri, avvenne la sera del 21 luglio scorso. La lettera del Natural History Museum, che comincia con “Caro Charlie” e finisce coi ringraziamenti e la speranza di rivederlo, è stata spedita a stretto giro in data 25. Il rilievo del bambino ha mobilitato il team responsabile delle esposizioni e il paleontologo di fama professor Paul Barrett, il quale ha ammesso: non era un Oviraptor il sauro sul pannello. L’etichetta sarà corretta.

Charlie, che vive con la famiglia a Canvey Island nello Essex, è stato onorato per l’acume da un microfono della BBC. Alla tv, mamma Jade ha spiegato che lui “ha amato la paleontologia sin da piccolissimo e cominciò a leggere enciclopedie quando aveva circa tre anni. Charlie – ha aggiunto – soffre della Sindrome di Asperger e per questo, se gli piace qualche argomento, cercherà di saperne tutto quanto è possibile”.

Guardava i pannelli mentre gli altri ragazzini giocavano

La sera della visita, mentre gli altri bambini preferivano partecipare a una ‘caccia ai dinosauri’ nelle maestose gallerie del Museo, Charlie si dedicava alla silenziosa spulciatura dei pannelli, dove invece del bipede beccuto che deve il nome Oviraptor all’alimentazione di uova, scorgeva il Protoceratops, piccolo erbivoro quadrupede del Cretacico.    

Un portavoce del Museo ha spiegato che la galleria dei dinosauri è stata rinnovata varie volte e che una distrazione ha provocato lo sbaglio. Non se ne poteva accorgere anche un bambino. Ma forse solo quel bambino lì, Charlie da Canvey Island. Un ‘Asperger’.

Una 'maratonà musicale nel nome di Ludwig van Beethoven: è quella che dall'1 al 5 agosto vedrà protagonista Città della Pieve, dove il calendario dell'Estate umbra proporrà nella Sala da Concerti "Aula della Cultura" l'esecuzione integrale delle 32 Sonate del celebre autore tedesco, a cura della scuola pianistica del Maestro Michele Campanella. L'evento mira a coinvolgere il pubblico in un percorso spirituale capace di restituire all'ascoltatore una comprensione profonda della musica di Beethoven e del senso della vita che l'autore aveva intuito e descritto nella sua opera.

La speciale 'maratonà è organizzata dall'Associazione Culturale Sarasvati di Città della Pieve, associazione costituita nel 2014 e che promuove ogni forma di arte, incoraggiando giovani talenti a proseguire e migliorare la propria formazione e studia il processo creativo dell'arte, con lo scopo di attingere dalla bellezza e dalla conoscenza lo spunto per promuovere la cultura. C'è il patrocinio dell'amministrazione comunale e quello della Regione Umbria, in partnership con la Comunità di Etica Vivente, che mette a disposizione gli spazi.

A sponsorizzare gli eventi sono la banca del territorio, CrediUmbria, e alcune imprese della zona. Le "32 Sonate" sono sostenute e promosse anche da varie realtà culturali della zona, come lo spazio museale dello scultore Kossut, l'associazione Amici della Musica, l'associazione culturale di giovani Bellatrix e l'azienda agricola Antheia. Per gli organizzatori, l'esperienza delle "32 Sonate" è da intendersi non solo come ascolto musicale: grazie alla musica di Beethoven si scopre il potere di trasformazione dell'uomo teso alla costruzione di un mondo migliore.

"Beethoven è stato un compositore tra i più grandi, ma dovrebbe essere ricordato anche come uomo – spiega Campanella – L'autore non è nato con la grazia del talento, come nel caso di Mozart, ma ha costruito la sua grandezza nel corso della vita, lavorando, faticando e soffrendo. è cresciuto con la volontà di conquistare giorno dopo giorno dei paesaggi che nessuno aveva mai ascoltato. Quello che celebriamo non è solo il talento ma è la conoscenza e l'approfondimento di una personalità eccezionale".

L'organizzazione dell'evento avviene sotto la direzione artistica di Ursula Raab. "Quanto Beethoven sviluppa e quanto viene riproposto affonda le sue radici nella possibilità di vedere questa progressione come un'allegoria sulla vita stessa – spiega – E la vita altro non è in questa interpretazione che ricerca, di una forma che va al di là di quanto i nostri occhi possono vedere e si spinge fino ai limiti che l'essere umano è capace di percepire. Beethoven interpreta questa illimitatezza come perfezione, trasformazione e coraggio di essere fedele alle proprie intuizioni".

I promotori dell'evento hanno grande sensibilità verso il mondo dei giovani, prevedendo riduzioni specifiche sui biglietti per gli studenti delle scuole di musica. Non solo: coinvolti nell'organizzazione giovani collaboratori, offrendo lavoro e la possibilità di un'esperienza di approfondimento unica. è stata così interessata l'associazione di giovani pievesi "Bellatrix", che da diversi anni organizza eventi musicali e artistici.

Oltre ai concerti, dal 2 al 4 agosto sarà possibile partecipare al percorso di approfondimento "Le 32 Sonate, un Inno alla Libertà", ciclo di incontri tenuto da Michele e Giuseppe Campanella e rivolto a chi desidera approfondire la propria conoscenza del messaggio di Beethoven e del significato esistenziale della sua musica. Per prenotare online i biglietti basta accedere alla pagina 32sonate.eventbrite.it, sono previste diverse soluzioni. Quanto a Michele Campanella, è direttore d'orchestra napoletano e pianista di fama internazionale, è riconosciuto come ambasciatore della musica nel mondo. Nell'arco della sua lunga carriera ha calcato i palchi di tutti i continenti, collaborando con le più prestigiose orchestre europee e statunitensi. Considerato uno dei maggiori virtuosi e interpreti lisztiani, Campanella ha inciso per numerose etichette tra le quali Emi (Ravel), Philips (Liszt, Saint-Saens), Fonè (Chopin), Fonit Cetra (Busoni), e Musikstrasse (Rossini). Nel 2014 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine "Al Merito della Repubblica Italiana". L'"Aula della Cultura", progettata dall'architetto Franco Anesi e terminata nel 2016, ha una forma circolare, armonicamente inserita nel contesto naturale delle colline umbre.

Acqua Appia, Acqua Claudia, Acqua Ania, Acqua Marcia e, per contrappeso, persino Acqua Vergine: può restare a secco una città così? Solamente Roma l'Eterna si è potuta concedere nei secoli il lusso di imporre il nome dei suoi figli all'elemento più diffuso nell'Orbe che, per l'appunto, si chiama terraqueo. Padrona della terra, Roma, e dominatrice dell'acqua ben prima di costituire la sua flotta micidiale. Anzi, all'acqua in qualche modo consustanziale, giacché all'acqua si deve la vita di Romolo e Remo, salvati dal Tevere così come Mosè lo era stato dal sacro Nilo, e se si hanno dubbi sulla fondatezza dell'accostamento si vada al crocevia delle Quattro Fontane, in cima al Quirinale, a vederne le sculture.

Roma, una città nata per dominare l'acqua

Consustanziale anche perchè Roma sull'acqua è stata fondata e per il controllo dell'acqua è stata immaginata. Il Palatino altro non è se non un avamposto che permette il controllo del passaggio sul Tevere, all'Isola Tiberina, nel punto in cui si incrociano l'antica Via del Sale e gli attracchi delle navi focesi a carena ridotta. Soprattutto, però, l'acqua è naturalmente dentro Roma, che nel suo attuale sottosuolo è ancora attraversata da rigagnoli e fiumicelli nascosti all'immaginazione dei più.

Ne resta uno solo ancora udibile e visibile: scorre discreto tra le pareti in laterizio di un mitreo nascosto, a sua volta, nelle fondamenta della chiesa di San Clemente, a due passi dal Colosseo. Il quale Colosseo, è risaputo, all'acqua anch'esso deve la nascita, essendo stato eretto sul lago della Domus Aurea neroniana ed accanto alla più grande fontana della Roma imperiale, la Meta Sudans che sul luogo del colosso dell'Imperatore suicida era stata costruita dai Flavi. 

Anche il Colosseo deve la sua costruzione all'acqua

Erano la vera ricchezza delle nazione romana, i suoi ruscelli, il primo passo verso la conquista di un Impero: permisero, scendendo dai fianchi di sei dei sette Colli, la costruzione dei primi insediamenti, la nascita di una federazione e le lotte vincenti con i Sabini accampati sul Quirinale: colle secco e arido anche se oggi le fontane ne nascondono la vergogna. Il Ratto delle Sabine probabilmente nasconde la prima guerra per l'acqua della Storia occidentale.

I Romani avevano preso dagli Etruschi, noti per seguire il corso dei fiumi nella loro ansia di fondare città, a costruir cunicoli scavati nel tufo per farla passare e distribuirla. Se ne riconosce uno ai piedi della Rupe Tarpea, sul Campidoglio: uno spazio angusto nella pietra rossa e solo apparentemente duttile. Vi si calava un solo schiavo alla volta, a scavare di martellina e olio di gomito nella perfetta oscurità rotta, nel fumo insopportabile, dal chiarore di una torcia.

La prima crisi idrica, e gli acquedotti

Per mezzo millennio quell'acqua bastò, fino a quando una serie di estati aride si fecero sentire su una città ormai pronta a prendersi il mondo. Ma la Repubblica funzionava e progettava, e soprattutto realizzava: nacquero i grandi acquedotti all'aria aperta, quelli teorizzati da Vitruvio e grazie ai quali anche le ville rustiche pensate da Catone il Censore alla fine avevano di che dissetarsi. Opere pubbliche, pagate dall'erario per il bene comune, patrizio e plebeo. Si costruiscono così gli Stati che sopravvivono nei secoli.

Infatti Roma perde i suoi acquedotti solo con il finire dell'Impero. Prima restano a secco le monumentali Terme di Caracalla, poi i Goti di Totila cingono d'assedio l'Urbe e, per assetarla, interrompono i flussi e spaccano le tubature. Il Mediovo nasce proprio in questo momento: insieme ad un ritrovato rapporto, che sarà ultrasecolare, con il Tevere. Acqua poco salubre, quella del Tevere, che Traiano usava solo per far girare i mulini che aveva collocato ai piedi del Gianicolo, ma pur sempre acqua.

Ne bevono a grandi sorsate gli assediati e i loro figli, tra lo stupore e il leggero disgusto, mille anni più tardi, di un Petrarca imbevuto di sogni classici e chiamato a Roma per ricevere, primo dai tempi dell'Impero, il titolo di poeta laureato. Lascia Avignone carico di entusiasmo, trova una Roma sporca e stracciona, che nel Tevere si tuffa  si lava e pesca all’unisono,  senza badarci troppo. Altro che la ricerca delle acque termali che aveva spinto i legionari a impiantare accampamenti per svernare in mezza Europa, e su quelli fondare nuove città che portano nel nome, ancora adesso, l'antica destinazione d'uso.

E' la Roma papalina del Barcarolo che vive in simbiosi con il suo fiume, boiaccia maledetto come anche fonte di un sostentamento da poveri, con il pesce preso alla bilancia all'attaccatura dei ponti realizzati quando i piemontesi costruiscono, tra mille scandali finanziari, imponenti argini a fare il verso a quelli della Senna. Ma prima dei Savoia il più ambizioso dei Papi di Roma, Sisto V il francescano, aveva provato a ripetere le gesta degli antichi, ristrutturando, allungano e dando il suo nome di Felice Peretti alla vecchia condotta Alessandrina.

La Roma dei Papi e la nuova acqua 'insipida' di Roma

Continua a sgorgare, l'Acqua Felice, alla Mostra in Piazza di Santa Susanna. Vi troneggia, con i piedi a mollo tra mille bottigliette lasciate lì a galleggiare mollemente dai turisti, un Mosè che non è certo tra i capolavori del Rinascimento, tozzo e burbero nel suo scimmiottare quello di Michelangelo. Ma anche adattissimo a simboleggiare il carattere del suo committente, e il motivo per cui si era preso tanta cura. Quanto al primo,il carattere, basti dire che dopo aver vessato per anni architetti e operai con le sue continue richieste, una volta portogli il primo bicchiere della nuova acqua di Roma, la prima potabile dopo tanto tempo ad essere riportata in città, non trovò niente di meglio da dire se non: "E' insipida".

Quanto allo scopo, il Peretti intendeva muovere il centro di Roma dal Vaticano al Quirinale, facendo del palazzo di Gregorio XIII suo predecessore, la residenza del Papa Re. Talmente re, se non imperatore, da far imprimere il megalomane sulle fistole di piombo dell'Acqua da lui rinominata il motto "Unda semper Felix". Detto che sa di abbondanza imperitura, e così è stato, almeno fino ad oggi. Tanto che il Comune rinato dopo i potestà ha a Roma nelle fontanelle, i Nasoni, uno dei suoi simboli più umili e più diffusi. Ve ne sono circa 300 sparsi per i vicoli ed il nome, che è dovuto ad un profilo aquilino e quindi italico, rimanda a quel Publio Ovidio Nasone che, all'inizio di tutto, cantava l'acqua e per dare dell'idiota a qualcuno affermava: "Non vede nè le fronde dei boschi, nè l'acqua di un fiume in piena".

Il Nasone simbolo della Capitale

Tra tutti i nasoni di Roma se ne ricordi uno, uno dei più nascosti. Si trova vicino a Vicolo Scanderbeg, dove una volta ci si inerpicava sul Vicus Caprarius. Due passi dalla Fontana di Trevi. Una sera d'agosto una bella ragazza bionda e svedese passeggiava nella frescura a piedi scalzi. Mai farlo, a Roma: si tagliò il delizioso piedino con un coccio di bottiglia, e fu costretta a metterlo sotto il getto del nasone. Poi si lasciò prendere dall'entusiamo e si mise a camminare dentro la Fontana dell'Oceano. Acqua miracolosa, quella di Trevi:  la curò dall'infezione.

Lei allora lo raccontò al suo datore di lavoro, che faceva il regista. E questi le fece ripetere la scena di fronte alla macchina da paresa, e pazienza se il replay ebbe luogo a febbraio invece che ad agosto. Anita dal piedino ferito entrò per sempre nell'immaginario collettivo di un'epoca. Se ne è andata non molto tempo fa: bella, prorompente e fresca, semper felix. Un'altra Roma.

Acqua Appia, Acqua Claudia, Acqua Ania, Acqua Marcia e, per contrappeso, persino Acqua Vergine: può restare a secco una città così? Solamente Roma l'Eterna si è potuta concedere nei secoli il lusso di imporre il nome dei suoi figli all'elemento più diffuso nell'Orbe che, per l'appunto, si chiama terraqueo. Padrona della terra, Roma, e dominatrice dell'acqua ben prima di costituire la sua flotta micidiale. Anzi, all'acqua in qualche modo consustanziale, giacché all'acqua si deve la vita di Romolo e Remo, salvati dal Tevere così come Mosè lo era stato dal sacro Nilo, e se si hanno dubbi sulla fondatezza dell'accostamento si vada al crocevia delle Quattro Fontane, in cima al Quirinale, a vederne le sculture.

Roma, una città nata per dominare l'acqua

Consustanziale anche perchè Roma sull'acqua è stata fondata e per il controllo dell'acqua è stata immaginata. Il Palatino altro non è se non un avamposto che permette il controllo del passaggio sul Tevere, all'Isola Tiberina, nel punto in cui si incrociano l'antica Via del Sale e gli attracchi delle navi focesi a carena ridotta. Soprattutto, però, l'acqua è naturalmente dentro Roma, che nel suo attuale sottosuolo è ancora attraversata da rigagnoli e fiumicelli nascosti all'immaginazione dei più.

Ne resta uno solo ancora udibile e visibile: scorre discreto tra le pareti in laterizio di un mitreo nascosto, a sua volta, nelle fondamenta della chiesa di San Clemente, a due passi dal Colosseo. Il quale Colosseo, è risaputo, all'acqua anch'esso deve la nascita, essendo stato eretto sul lago della Domus Aurea neroniana ed accanto alla più grande fontana della Roma imperiale, la Meta Sudans che sul luogo del colosso dell'Imperatore suicida era stata costruita dai Flavi. 

Anche il Colosseo deve la sua costruzione all'acqua

Erano la vera ricchezza delle nazione romana, i suoi ruscelli, il primo passo verso la conquista di un Impero: permisero, scendendo dai fianchi di sei dei sette Colli, la costruzione dei primi insediamenti, la nascita di una federazione e le lotte vincenti con i Sabini accampati sul Quirinale: colle secco e arido anche se oggi le fontane ne nascondono la vergogna. Il Ratto delle Sabine probabilmente nasconde la prima guerra per l'acqua della Storia occidentale.

I Romani avevano preso dagli Etruschi, noti per seguire il corso dei fiumi nella loro ansia di fondare città, a costruir cunicoli scavati nel tufo per farla passare e distribuirla. Se ne riconosce uno ai piedi della Rupe Tarpea, sul Campidoglio: uno spazio angusto nella pietra rossa e solo apparentemente duttile. Vi si calava un solo schiavo alla volta, a scavare di martellina e olio di gomito nella perfetta oscurità rotta, nel fumo insopportabile, dal chiarore di una torcia.

La prima crisi idrica, e gli acquedotti

Per mezzo millennio quell'acqua bastò, fino a quando una serie di estati aride si fecero sentire su una città ormai pronta a prendersi il mondo. Ma la Repubblica funzionava e progettava, e soprattutto realizzava: nacquero i grandi acquedotti all'aria aperta, quelli teorizzati da Vitruvio e grazie ai quali anche le ville rustiche pensate da Catone il Censore alla fine avevano di che dissetarsi. Opere pubbliche, pagate dall'erario per il bene comune, patrizio e plebeo. Si costruiscono così gli Stati che sopravvivono nei secoli.

Infatti Roma perde i suoi acquedotti solo con il finire dell'Impero. Prima restano a secco le monumentali Terme di Caracalla, poi i Goti di Totila cingono d'assedio l'Urbe e, per assetarla, interrompono i flussi e spaccano le tubature. Il Mediovo nasce proprio in questo momento: insieme ad un ritrovato rapporto, che sarà ultrasecolare, con il Tevere. Acqua poco salubre, quella del Tevere, che Traiano usava solo per far girare i mulini che aveva collocato ai piedi del Gianicolo, ma pur sempre acqua.

Ne bevono a grandi sorsate gli assediati e i loro figli, tra lo stupore e il leggero disgusto, mille anni più tardi, di un Petrarca imbevuto di sogni classici e chiamato a Roma per ricevere, primo dai tempi dell'Impero, il titolo di poeta laureato. Lascia Avignone carico di entusiasmo, trova una Roma sporca e stracciona, che nel Tevere si tuffa  si lava e pesca all’unisono,  senza badarci troppo. Altro che la ricerca delle acque termali che aveva spinto i legionari a impiantare accampamenti per svernare in mezza Europa, e su quelli fondare nuove città che portano nel nome, ancora adesso, l'antica destinazione d'uso.

E' la Roma papalina del Barcarolo che vive in simbiosi con il suo fiume, boiaccia maledetto come anche fonte di un sostentamento da poveri, con il pesce preso alla bilancia all'attaccatura dei ponti realizzati quando i piemontesi costruiscono, tra mille scandali finanziari, imponenti argini a fare il verso a quelli della Senna. Ma prima dei Savoia il più ambizioso dei Papi di Roma, Sisto V il francescano, aveva provato a ripetere le gesta degli antichi, ristrutturando, allungano e dando il suo nome di Felice Peretti alla vecchia condotta Alessandrina.

La Roma dei Papi e la nuova acqua 'insipida' di Roma

Continua a sgorgare, l'Acqua Felice, alla Mostra in Piazza di Santa Susanna. Vi troneggia, con i piedi a mollo tra mille bottigliette lasciate lì a galleggiare mollemente dai turisti, un Mosè che non è certo tra i capolavori del Rinascimento, tozzo e burbero nel suo scimmiottare quello di Michelangelo. Ma anche adattissimo a simboleggiare il carattere del suo committente, e il motivo per cui si era preso tanta cura. Quanto al primo,il carattere, basti dire che dopo aver vessato per anni architetti e operai con le sue continue richieste, una volta portogli il primo bicchiere della nuova acqua di Roma, la prima potabile dopo tanto tempo ad essere riportata in città, non trovò niente di meglio da dire se non: "E' insipida".

Quanto allo scopo, il Peretti intendeva muovere il centro di Roma dal Vaticano al Quirinale, facendo del palazzo di Gregorio XIII suo predecessore, la residenza del Papa Re. Talmente re, se non imperatore, da far imprimere il megalomane sulle fistole di piombo dell'Acqua da lui rinominata il motto "Unda semper Felix". Detto che sa di abbondanza imperitura, e così è stato, almeno fino ad oggi. Tanto che il Comune rinato dopo i potestà ha a Roma nelle fontanelle, i Nasoni, uno dei suoi simboli più umili e più diffusi. Ve ne sono circa 300 sparsi per i vicoli ed il nome, che è dovuto ad un profilo aquilino e quindi italico, rimanda a quel Publio Ovidio Nasone che, all'inizio di tutto, cantava l'acqua e per dare dell'idiota a qualcuno affermava: "Non vede nè le fronde dei boschi, nè l'acqua di un fiume in piena".

Il Nasone simbolo della Capitale

Tra tutti i nasoni di Roma se ne ricordi uno, uno dei più nascosti. Si trova vicino a Vicolo Scanderbeg, dove una volta ci si inerpicava sul Vicus Caprarius. Due passi dalla Fontana di Trevi. Una sera d'agosto una bella ragazza bionda e svedese passeggiava nella frescura a piedi scalzi. Mai farlo, a Roma: si tagliò il delizioso piedino con un coccio di bottiglia, e fu costretta a metterlo sotto il getto del nasone. Poi si lasciò prendere dall'entusiamo e si mise a camminare dentro la Fontana dell'Oceano. Acqua miracolosa, quella di Trevi:  la curò dall'infezione.

Lei allora lo raccontò al suo datore di lavoro, che faceva il regista. E questi le fece ripetere la scena di fronte alla macchina da presa, e pazienza se il replay ebbe luogo a febbraio invece che ad agosto. Anita dal piedino ferito entrò per sempre nell'immaginario collettivo di un'epoca. Se ne è andata non molto tempo fa: bella, prorompente e fresca, semper felix. Un'altra Roma.

Morì come visse. Scrivendo. Novant'anni fa, la sera del 25 luglio 1927, donna Matilde Serao stava per terminare una caustica rubrica dedicata alla vedova americana del tenore Enrico Caruso, rimaritata per la terza volta, quando la penna le scivolò di mano e  poggiò il capo sullo scrittoio.

"L'Impareggiabile Direttrice"

L'ultimo pezzo uscì lo stesso l'indomani su 'Il Giorno', quotidiano napoletano che aveva fondato e che guidava dopo la separazione da Edoardo Scarfoglio. Il giornale non le sopravvisse. Un mese dopo la sua morte, i figli lo misero in liquidazione: l'ultimo numero coincise col trigesimo "della sua impareggiabile Direttrice", come recitò l'annuncio che ne sospendeva le pubblicazioni.

Matilde, nata nel 1856 a Patrasso da un avvocato napoletano e da una nobile greca, si trasferì nel '61 a Napoli e dopo un'istruzione sommaria, ma corroborata da intense letture, si diplomò e vinse un concorso alle Poste, dove lavorò per quattro anni come ausiliaria telegrafista a 80 lire al mese. Un impiego modesto ma sicuro che le permise di dedicarsi all'irrefrenabile passione della scrittura, sia letteraria sia giornalistica, con una fluviale ispirazione che l'accompagnò tutta la vita. Bella no, neanche da giovane, la Serao affascinò perdutamente il giornalista abruzzese Scarfoglio e lo sposò nel 1884. Vissero nella capitale, fra le altre avventure, quella del 'Corriere di Roma', ma presto si trasferirono sotto il Vesuvio fondando il 'Corriere di Napoli', che uscì il primo gennaio 1888 con i soldi del magnate Matteo Schilizzi. Alla rottura con l'editore diedero vita al 'Mattino', che apparve nelle edicole il 16 marzo 1892 con marito e moglie imprenditori di se stessi. La Serao codiresse il giornale (prima donna a farlo) fino alla separazione da Edoardo, che fu totale, umana e professionale. Gli avrebbe fatto concorrenza, dal 27 marzo 1904, con 'Il Giorno'.

Gheddafi: "Leggete i libri di Matilde"

Personaggio centrale nella vita culturale e politica napoletana, la Serao si ritrovò coinvolta assieme al marito nell'inchiesta condotta dalla commissione governativa presieduta da Giuseppe Saredo, che all'alba del XX secolo sollevò il velo opaco del malaffare e del consociativismo nella pubblica amministrazione cittadina, ma che si concluse con esiti scarsissimi e da cui la coppia Scarfoglio-Serao uscì con qualche graffio appena.

Celebrata dal giornale che fondò ('Il Mattino' le ha intitolato un premio), Matilde Serao ha goduto di gloria da viva e di una fama, dopo morta, che ha resistito al tempo, ai mutamenti del giornalismo e alle mode letterarie. Ha suscitato l'ammirazione dei più impensati: il più ricordevole, Muammar Gheddafi, la esaltò nella sua visita a Roma a giugno del 2009, invitando alla sua lettura l'uditorio di un migliaio di donne molte delle quali nessuna pagina conoscevano di donna Matilde o ne ignoravano il nome.

Pubblichiamo di seguito due articoli della Serao che ne confermano l'attualità, entrambi dedicati all'informazione e destinati alla rubrica dei 'Mosconi'. Il primo parla delle fake news; il secondo riguarda i giornali e l'opinione dei lettori sui giornalisti. Entrambi i pezzi – immaginando i byte e i social in luogo della linotype e del caffè, o il tablet piuttosto del cartaceo 'lenzuolo' ottocentesco – sembrano scritti adesso.

  dal 'Corriere di Napoli', 11/12 agosto 1891

La falsa notizia

In quella psicologia del giornalismo che io ho tanto desiderio di scrivere, ma che non scriverò forse giammai, in questa psicologia che andrà a raggiungere nel limbo dei desiderii insoddisfatti tutti i romanzi, tutti i poemi, tutte le commedie che vorrei avere scritto o vorrei poter scrivere, in questa meravigliosa psicologia che rimarrà una delle mie più grandi opere inedite, un capitolo acuto ed anche divertente potrebbe essere, anzi sarebbe quello della falsa notizia.

E' anche vero che la falsa notizia è stata il trionfo del giornalismo di venti anni, mentre adesso questa utile consuetudine si va perdendo e i giornali, quasi tutti e quasi sempre non stampano che notizie vere: ma è sempre una cosa bizzarra a studiarsi; la falsa notizia nel giornale; è sempre una delle estreme risorse; è sempre un minuto interessante in cui la gente si agita intorno a un'ombra.

Vi è la falsa notizia maliziosa, perfida, di colui che la lancia con maligna intenzione, che la vede fare il giro della stampa e che sa bene non essere efficace nessuna rettifica, nessuna smentita: rimane sempre qualcuno che crede a questa falsa notizia; vi è la falsa notizia ingenua, candidamente stupita, di colui che ha udito una parola per un'altra, che ha scambiato il nome di un personaggio con quello di una città, che scrive a orecchio e quindi sbaglia; vi è la falsa notizia strepitosa, clamorosa, inventata di chi ha l'abitudine di queste fantastiche invenzioni e che si diverte immensamente nell'agitazione che desta; vi è la falsa notizia timida, quasi tranquilla, di colui che desidera che questa notizia si avveri, e la falsa notizia arrabbiata, disperata di colui che non sa come occupare mezza colonna del suo giornale, che ne occupa altra mezza per confermare la prima notizia, poi vi ritorna su per ismentire le smentite, poi per ispiegare che la cosa va così e così, e infine, la quinta volta per dare ampia ragione a coloro che smentirono.

E ancora vi è la falsa notizia germogliata così, spontaneamente, ripetuta scioccamente, scioccamente creduta, che non è verosimile, che non sarà verosimile mai, che è l'indizio più profondo della stupidaggine umana; vi è la falsa notizia ricorrente, cioè quella che si rinnova ogni quattro, ogni sei mesi. Dio, quanti generi e quante forme di false notizie, alcune oneste e alcune disoneste, alcune perfide e alcune innocenti e tutte quante fonte di lavoro e di diletto al giornalista, fonte d'interesse pel lettore. Oramai, il regno della verità, il migliore, è stato fondato, nel giornalismo italiano, ma il sistema della falsa notizia anche aveva del buono, come vi può essere della onestà, della pietà, della carità, della utilità in fondo a ogni bugia.

Ormai la falsa notizia si fa rara, rara; e quando se ne pesca una, si rimane meravigliati, come di una cosa di altri tempi. Beninteso che questo non è il capitolo della psicologia del giornalismo, ma il riassunto, anzi il sommario di questo stupendo capitolo della sublime opera che non vedrà la luce, giammai.

da 'Il Giorno', 23/24 aprile 1912

Senza illusioni

Non c'è uno solo di noi che si faccia illusioni. Sappiamo di che si tratta. L'antica esperienza non sbaglia. Sappiamo benissimo che per tutte le anime semplici, per tutti gli esseri primitivi, per tutta la gente che non vede al di là del proprio naso, (e non tutti sono Cyrano, in questa bassa vallèa mortale) la colpa maggiore è nostra. Noi conosciamo tutti i segreti della guerra, ma non vogliamo dire la verità. Noi non ignoriamo nulla, ma nascondiamo le notizie sotto il velo più greve delle contradizioni e delle smentite.

E' così. Nella famiglia borghese, come al caffè, l'onesto commerciante in mercerie spalanca il giornale, vi affoga dentro sino alla radice dei capelli (qualche volta l'onesto lettore è anche calvo, ma non si può mica preveder tutto…) sin che non torna a galla aggrappato alla solita cintura di salvataggio, che consiste nella solita insinuazione: – Il giornale è stato inventato per nascondere le cose che accadono. Forse non sa, il borghese panciuto e pianeggiante, che egli parafrasa l'altro celebre apostema: "La parola è stata inventata per nascondere il pensiero", ma questa sua ignoranza non guasta. Non è la prima volta che, nello stesso minuto, due individui estranei, separati da molte migliaia di chilometri, in terre assolutamente lontanissime, si trovarono a pensare l'istessa cosa, o a dotare il mondo dello stesso prezioso frutto di una scintilla del loro cervello.

Quello che guasta moltissimo è la perseveranza con la quale, oramai, ognuno che sappia leggere un giornale, o conosca personalmente uno scrittore di giornali, incalza nelle sue asserzioni e nelle sue richieste. Perché pubblicare notizie col punto interrogativo? Perché non dire una parola sull'azione della squadra? Perché non rivelare il dietro-scena delle relazioni ultime tra l'Italia e le sue alleate? Perché non dire la parola della verità sull'atteggiamento dell'Inghilterra? E così di seguito. Nel caffè, nella farmacia, in sala da pranzo, il pater familias proclama: – La colpa, vedete, è tutta dei giornali. Perché se i giornali dicessero quello che veramente accade, se non nascondessero i fatti, se non circondassero di tanti misteri gli eventi, si respirerebbe, si potrebbe ragionare. Ma si naviga nel buio. Non si sa nulla. Non si può prestar fede a una notizia, che l'indomani segue subito la smentita.

In verità, l'ottavo peccato mortale è leggere un giornale moderno… – Così predica l'onesto borghese, dalla sera alla mattina. E la figura del giornalista passa bieca su un fondo che sembra un basso fondo. Dopo di che, al primo allarme, lo stesso borghese è il primo a comprare una edizione speciale.

Morì come visse. Scrivendo. Novant'anni fa, la sera del 25 luglio 1927, donna Matilde Serao stava per terminare una caustica rubrica dedicata alla vedova americana del tenore Enrico Caruso, rimaritata per la terza volta, quando la penna le scivolò di mano e  poggiò il capo sullo scrittoio.

"L'Impareggiabile Direttrice"

L'ultimo pezzo uscì lo stesso l'indomani su 'Il Giorno', quotidiano napoletano che aveva fondato e che guidava dopo la separazione da Edoardo Scarfoglio. Il giornale non le sopravvisse. Un mese dopo la sua morte, i figli lo misero in liquidazione: l'ultimo numero coincise col trigesimo "della sua impareggiabile Direttrice", come recitò l'annuncio che ne sospendeva le pubblicazioni.

Matilde, nata nel 1856 a Patrasso da un avvocato napoletano e da una nobile greca, si trasferì nel '61 a Napoli e dopo un'istruzione sommaria, ma corroborata da intense letture, si diplomò e vinse un concorso alle Poste, dove lavorò per quattro anni come ausiliaria telegrafista a 80 lire al mese. Un impiego modesto ma sicuro che le permise di dedicarsi all'irrefrenabile passione della scrittura, sia letteraria sia giornalistica, con una fluviale ispirazione che l'accompagnò tutta la vita. Bella no, neanche da giovane, la Serao affascinò perdutamente il giornalista abruzzese Scarfoglio e lo sposò nel 1884. Vissero nella capitale, fra le altre avventure, quella del 'Corriere di Roma', ma presto si trasferirono sotto il Vesuvio fondando il 'Corriere di Napoli', che uscì il primo gennaio 1888 con i soldi del magnate Matteo Schilizzi. Alla rottura con l'editore diedero vita al 'Mattino', che apparve nelle edicole il 16 marzo 1892 con marito e moglie imprenditori di se stessi. La Serao codiresse il giornale (prima donna a farlo) fino alla separazione da Edoardo, che fu totale, umana e professionale. Gli avrebbe fatto concorrenza, dal 27 marzo 1904, con 'Il Giorno'.

Gheddafi: "Leggete i libri di Matilde"

Personaggio centrale nella vita culturale e politica napoletana, la Serao si ritrovò coinvolta assieme al marito nell'inchiesta condotta dalla commissione governativa presieduta da Giuseppe Saredo, che all'alba del XX secolo sollevò il velo opaco del malaffare e del consociativismo nella pubblica amministrazione cittadina, ma che si concluse con esiti scarsissimi e da cui la coppia Scarfoglio-Serao uscì con qualche graffio appena.

Celebrata dal giornale che fondò ('Il Mattino' le ha intitolato un premio), Matilde Serao ha goduto di gloria da viva e di una fama, dopo morta, che ha resistito al tempo, ai mutamenti del giornalismo e alle mode letterarie. Ha suscitato l'ammirazione dei più impensati: il più ricordevole, Muammar Gheddafi, la esaltò nella sua visita a Roma a giugno del 2009, invitando alla sua lettura l'uditorio di un migliaio di donne molte delle quali nessuna pagina conoscevano di donna Matilde o ne ignoravano il nome.

Pubblichiamo di seguito due articoli della Serao che ne confermano l'attualità, entrambi dedicati all'informazione e destinati alla rubrica dei 'Mosconi'. Il primo parla delle fake news; il secondo riguarda i giornali e l'opinione dei lettori sui giornalisti. Entrambi i pezzi – immaginando i byte e i social in luogo della linotype e del caffè, o il tablet piuttosto del cartaceo 'lenzuolo' ottocentesco – sembrano scritti adesso.

  dal 'Corriere di Napoli', 11/12 agosto 1891

La falsa notizia

In quella psicologia del giornalismo che io ho tanto desiderio di scrivere, ma che non scriverò forse giammai, in questa psicologia che andrà a raggiungere nel limbo dei desiderii insoddisfatti tutti i romanzi, tutti i poemi, tutte le commedie che vorrei avere scritto o vorrei poter scrivere, in questa meravigliosa psicologia che rimarrà una delle mie più grandi opere inedite, un capitolo acuto ed anche divertente potrebbe essere, anzi sarebbe quello della falsa notizia.

E' anche vero che la falsa notizia è stata il trionfo del giornalismo di venti anni, mentre adesso questa utile consuetudine si va perdendo e i giornali, quasi tutti e quasi sempre non stampano che notizie vere: ma è sempre una cosa bizzarra a studiarsi; la falsa notizia nel giornale; è sempre una delle estreme risorse; è sempre un minuto interessante in cui la gente si agita intorno a un'ombra.

Vi è la falsa notizia maliziosa, perfida, di colui che la lancia con maligna intenzione, che la vede fare il giro della stampa e che sa bene non essere efficace nessuna rettifica, nessuna smentita: rimane sempre qualcuno che crede a questa falsa notizia; vi è la falsa notizia ingenua, candidamente stupita, di colui che ha udito una parola per un'altra, che ha scambiato il nome di un personaggio con quello di una città, che scrive a orecchio e quindi sbaglia; vi è la falsa notizia strepitosa, clamorosa, inventata di chi ha l'abitudine di queste fantastiche invenzioni e che si diverte immensamente nell'agitazione che desta; vi è la falsa notizia timida, quasi tranquilla, di colui che desidera che questa notizia si avveri, e la falsa notizia arrabbiata, disperata di colui che non sa come occupare mezza colonna del suo giornale, che ne occupa altra mezza per confermare la prima notizia, poi vi ritorna su per ismentire le smentite, poi per ispiegare che la cosa va così e così, e infine, la quinta volta per dare ampia ragione a coloro che smentirono.

E ancora vi è la falsa notizia germogliata così, spontaneamente, ripetuta scioccamente, scioccamente creduta, che non è verosimile, che non sarà verosimile mai, che è l'indizio più profondo della stupidaggine umana; vi è la falsa notizia ricorrente, cioè quella che si rinnova ogni quattro, ogni sei mesi. Dio, quanti generi e quante forme di false notizie, alcune oneste e alcune disoneste, alcune perfide e alcune innocenti e tutte quante fonte di lavoro e di diletto al giornalista, fonte d'interesse pel lettore. Oramai, il regno della verità, il migliore, è stato fondato, nel giornalismo italiano, ma il sistema della falsa notizia anche aveva del buono, come vi può essere della onestà, della pietà, della carità, della utilità in fondo a ogni bugia.

Ormai la falsa notizia si fa rara, rara; e quando se ne pesca una, si rimane meravigliati, come di una cosa di altri tempi. Beninteso che questo non è il capitolo della psicologia del giornalismo, ma il riassunto, anzi il sommario di questo stupendo capitolo della sublime opera che non vedrà la luce, giammai.

da 'Il Giorno', 23/24 aprile 1912

Senza illusioni

Non c'è uno solo di noi che si faccia illusioni. Sappiamo di che si tratta. L'antica esperienza non sbaglia. Sappiamo benissimo che per tutte le anime semplici, per tutti gli esseri primitivi, per tutta la gente che non vede al di là del proprio naso, (e non tutti sono Cyrano, in questa bassa vallèa mortale) la colpa maggiore è nostra. Noi conosciamo tutti i segreti della guerra, ma non vogliamo dire la verità. Noi non ignoriamo nulla, ma nascondiamo le notizie sotto il velo più greve delle contradizioni e delle smentite.

E' così. Nella famiglia borghese, come al caffè, l'onesto commerciante in mercerie spalanca il giornale, vi affoga dentro sino alla radice dei capelli (qualche volta l'onesto lettore è anche calvo, ma non si può mica preveder tutto…) sin che non torna a galla aggrappato alla solita cintura di salvataggio, che consiste nella solita insinuazione: – Il giornale è stato inventato per nascondere le cose che accadono. Forse non sa, il borghese panciuto e pianeggiante, che egli parafrasa l'altro celebre apostema: "La parola è stata inventata per nascondere il pensiero", ma questa sua ignoranza non guasta. Non è la prima volta che, nello stesso minuto, due individui estranei, separati da molte migliaia di chilometri, in terre assolutamente lontanissime, si trovarono a pensare l'istessa cosa, o a dotare il mondo dello stesso prezioso frutto di una scintilla del loro cervello.

Quello che guasta moltissimo è la perseveranza con la quale, oramai, ognuno che sappia leggere un giornale, o conosca personalmente uno scrittore di giornali, incalza nelle sue asserzioni e nelle sue richieste. Perché pubblicare notizie col punto interrogativo? Perché non dire una parola sull'azione della squadra? Perché non rivelare il dietro-scena delle relazioni ultime tra l'Italia e le sue alleate? Perché non dire la parola della verità sull'atteggiamento dell'Inghilterra? E così di seguito. Nel caffè, nella farmacia, in sala da pranzo, il pater familias proclama: – La colpa, vedete, è tutta dei giornali. Perché se i giornali dicessero quello che veramente accade, se non nascondessero i fatti, se non circondassero di tanti misteri gli eventi, si respirerebbe, si potrebbe ragionare. Ma si naviga nel buio. Non si sa nulla. Non si può prestar fede a una notizia, che l'indomani segue subito la smentita.

In verità, l'ottavo peccato mortale è leggere un giornale moderno… – Così predica l'onesto borghese, dalla sera alla mattina. E la figura del giornalista passa bieca su un fondo che sembra un basso fondo. Dopo di che, al primo allarme, lo stesso borghese è il primo a comprare una edizione speciale.

Dopo l'esumazione, avvenuta giovedì sera, della salma del pittore surrealista spagnolo Salvador Dalì per una disputa ereditaria, la prima cosa che hanno notato gli esperti della scientifica sono stati i baffi icona all'insù, un posizione "10 e 10" perfettamente infatti a 28 anni dalla morte. La salma venne imbalsamata nel 1989 e i resti riposavano nella cappella, da lui stesso disegnata a Figueras. I tecnici della scientifica hanno aperto la bara "alle 22,20 ed hanno iniziato ad prelevare campioni" dai resti di Dalì, ha reso noto l'Alta Corte di Giustizia della Catalogna che coordina le operazioni. Il Dna sarà prelevato da un frammento di osso o da un dente e sarà quindi inviato al laboratorio centrale di Madrid.

Pilar Abel, 61 anni, ha sostenuto in tribunale che la madre ebbe una relazione con il pittore quando viveva a Cadaques, località marina vicino Barcellona dove Dalì visse a lungo. Se riuscirà a confermare la sua rivendicazione potrà ottenere il 25% dell'eredità del pittore al momento in mano alla 'Salvador Dali Foundation' che amministra beni per 400 milioni di euro. 

Curzio Malaparte, uno dei più discussi e geniali intellettuali del Novecento, moriva per una malattia incurabile ai polmoni il 19 luglio di sessant’anni fa alla clinica Sanatrix di Roma. Aveva solo 59 anni e nell’ultimo periodo di vita, con l’ennesima delle mosse a sorpresa che spiazzavano e spiazzano chi avvicina la sua figura, aderì devotamente al comunismo, senza rinunciare nella fase estrema – ma nessuno può attestarlo con certezza – a una conversione al cattolicesimo.

Il suo nome, che ha alternato momenti di popolarità e di oblio dal 1957 a oggi, ha ridestato l’attenzione poche settimane fa, quando una petizione vanamente lo propose per un Premio Strega alla memoria. La sua città, Prato, dove Malaparte (alias di Kurt Erich Suckert) nacque il 9 giugno 1898, lo ricorda con una due giorni di manifestazioni promosse dal Comune. E la casa editrice Adelphi ha intrapreso la ripubblicazione delle opere.

Malaparte dedicò alla Cina le sue ultime pagine. Furono raccolte in un volume uscito postumo senza che avesse la possibilità di rivedere il testo, lasciato in parte sotto forma di abbozzo. Fu durante il viaggio in Cina che si manifestò la malattia dello scrittore, il quale ricevette lì le prime cure, come racconta nell’ultimo capitolo del libro qui di seguito quasi interamente riportato. Risalì sull’aereo con un amore smisurato e del tutto acritico per la Cina, e la sua nuova fede comunista fu tale: fede più che ideologia, tanto che nel capitolo finale del libro assolve la tremenda repressione sovietica della rivoluzione ungherese del ’56. Non vide (non volle vederla o non gli fecero vedere) la realtà del regime maoista, che viveva l’effimera stagione dei Cento Fiori mentre si preparava la repressione “antidestrista” dell’estate ’57, che preluse al drammatico periodo del Grande Balzo in avanti. “L’ultimo viaggio, fu la fine del gioco: il saluto alla Cina – scrisse Giancarlo Vigorelli – fu un saluto alla vita, anche se pagato con la morte”.

Alla Repubblica Popolare lasciò in eredità – ma una causa giudiziaria lo impedì – la sua celebre ‘Casa come me’ di Capri.

“Malaparte, incontrato a Capri dallo scrittore americano Frederic Prokosch, gli inventò i nomi di antichi romani immaginari, gli spiegò come i Faraglioni di giorno si muovano… E Prokosch riportò diligentemente le cose, non so se più credulo o se più divertito”, racconta all’AGI lo scrittore e critico Francesco Durante, che di Anacapri è nativo. “In rapporto a Capri mi piace ricordare Malaparte come uno degli ‘spiriti guida’ dell’isola. Scrissi più di trent’anni fa un pezzo provocatorio in cui chiedevo di abbattere la sua famosa villa, che vista sotto un profilo oggettivo è un abuso paesaggistico intollerabile. Mi scrissero tutti e di tutto, persino l’Ordine degli architetti, indignati per la mia provocazione che invece, sono convinto, sarebbe piaciuta pure a Malaparte: anche quella ‘Casa come me’ fa parte del suo marchio di fabbrica, perché la verità è che l’architetto Adalberto Libera fu totalmente esautorato dal progetto: Malaparte la villa se la fece da solo”.

“Purtroppo – prosegue Francesco Durante – la Fondazione Ronchi e gli eredi Malaparte tengono la villa chiusa. Non la può visitare nessuno, se non in maniera assolutamente arbitraria: è una gestione che non ha alcun senso, anche perché è un luogo consegnato alla storia dell’isola e alle sue leggende”. Qual è il giudizio di Durante su Malaparte? “Malaparte ha ampi tratti di spregevolezza, un ‘arcitaliano’ vero, un tutto e il contrario di tutto, un trasformista, uno scrittore terribilista… ricordo le reazioni dei napoletani quando andò nelle sale il film tratto dal suo romanzo ‘La pelle’. Ma se dobbiamo trovare un tratto di coerenza più o meno assoluto, nella sua opera e nella sua vita, forse lo registriamo solo in questa idea dell’Europa che è la ‘Mamma marcia’, un concetto su cui Malaparte insiste sempre con una certa coerenza e anzi avvalora quando segnala la vitalità e la gentilezza degli americani, la freschezza che il Mondo nuovo porta al Vecchio Continente nell’ultima guerra mondiale”. Alla fin fine Malaparte chi era? “Era un bell’uomo, che aveva molte donne, un tipo di italiano ricorrente: quello di d’Annunzio, di Marinetti, oggi di uno Sgarbi, con un dandismo sopra le righe e provocatorio, italiano, fescennino, cultore dell’invettiva… La verità è che nessuno di loro ha la leggerezza di un Oscar Wilde, mi paiono piuttosto tutte figure anche un po’ tragiche. E come loro ce ne sarebbero tante altre. E’ la strana via italiana al protagonismo dell’intellettuale”, conclude Durante.       

 

da: Curzio Malaparte “Io, in Russia e in Cina”, Vallecchi Editore, Firenze 1958 

Voglio bene ai cinesi

Sì, certo, sono ancora molto stanco. Il viaggio da Pekino a Roma è stato lungo, faticoso benché tutte le precauzioni fossero state prese per diminuirmi lo strapazzo del volo di 10 mila km, dalla Cina all’Italia. E forse la ragione di questa mia stanchezza non è tanto la fatica fisica quanto il dolore del distacco dai miei amici cinesi.

Lo sapevo anche prima di andare in Cina cosa significasse la parola fratello, ma il vero profondo eterno significato dell’espressione amore fraterno l’ho imparato soltanto durante il mio soggiorno e la mia malattia in Cina. E se insisto su questa mia esperienza di affetto, di gentilezza, di solidarietà umana, non è per spirito deamicisiano, ma perché è un fatto raro e meraviglioso che un popolo impegnato in una così dura lotta contro l’eredità di miseria e di sofferenza del passato, per la costruzione di un grande paese moderno, libero, giusto e umano, sappia volgere tanta parte del suo spirito alla bontà, alla generosità, alla fraternità.

La fame, la sofferenza, la schiavitù, l’ingiustizia fanno spesso duri e cattivi i popoli. Il popolo cinese, nonostante secoli e secoli di schiavitù, di fame, di umiliazione, di terrore, è rimasto buono. E la grande lezione che si impara in Cina, nella Cina Popolare di Mao Tse Tung, non è soltanto una lezione di coraggio, di sacrificio, di tenacia nella lotta e nel lavoro, ma anche e soprattutto una lezione di modestia, di bontà, di onestà.  Durante il mio viaggio attraverso la Cina, dallo Shansì del nord all’estremità nord-occidentale del Turkestan, dal Kansu all’Hupei, avevo visto da vicino un popolo di contadini e di operai unito e compatto nella costruzione di una patria nuova, libera e giusta, di una Cina socialista.

Quel che avevo veduto a Ta-Tun, nello Shansì, a Urumci, nel Turkestan, a Langchow, nel Kansu, a Sian, nello Scensi, a Ciunking, nel Sechuan, era un esercito impegnato in una battaglia contro le miserie ereditate dal feudalesimo, contro tutta una storia millenaria di tirannia e di fame. Ma quel che ho visto nel corso della mia malattia, nei tre mesi e mezzo passati negli ospedali di Ciunking, di Hankow, di Pekino, è stato uno spettacolo ancora più straordinario e commovente: quello di un intero popolo impegnato in una colossale battaglia contro la tubercolosi, il rachitismo, l’anemia, la malaria, la denutrizione, cioè contro i cento e cento mali che secoli e secoli di feudalesimo hanno lasciato, spaventosa eredità, nel sangue del popolo cinese. […] Né si creda che i medici degli ospedali cinesi siano dei medici qualunque: essi sono in genere specialisti di grande fama, di uno standard non certo inferiore e molte volte superiore a quello dei migliori medici americani e tedeschi. Il reparto pediatrico dell’ospedale di Hankow è senza dubbio il più modernamente attrezzato fra quanti io abbia mai visto: e non accade in Cina, come purtroppo altrove, che i bambini che possono esservi ricoverati siano soltanto figli di ricchi. Sono bambini di operai, di contadini, di povera gente. […] La direttrice del reparto pediatrico, professoressa Tao, mi ha aggiunto: “I bambini hanno un’importanza decisiva nell’avvenire del mondo, più grande di quello che molti non credono”. Questa frase della professoressa Tao mi faceva tornare in mente quello che mi aveva detto un contadino cinese, in una cooperativa agricola dello Scensi: “La guerra non si farà perché i bambini non la vogliono”.

Quel che ho telegrafato al presidente Mao Tse Tung, nel lasciare la Cina, è vero: “Sono andato in Cina da amico, sono partito innamorato della Cina”. Io non potrò mai dimenticare quello che le autorità e il popolo cinese hanno fatto per me e questo sentimento di gratitudine e di affetto si aggiunge al mio sentimento di ammirazione, di solidarietà per la grande opera di costruzione socialista di quel popolo.

Come ho detto l’altro giorno in una intervista alla Pravda, chi ha vissuto da vicino l’esperienza cinese può meglio di ogni altro valutare serenamente e obiettivamente i dolorosi episodi avvenuti in Europa negli ultimi mesi. Sono avvenimenti tragici, penosi, che addolorano un animo giusto e onesto, ma che non possono tuttavia, in nessun modo, scalfire la fede nell’avvenire di un mondo di libertà, di giustizia e di benessere qual è il mondo di cui la Cina Popolare ci offre un’immagine ancora acerba ma sicura e definitiva.

Anch’io ho sofferto nel leggere sui giornali le notizie di Budapest, ma questa sofferenza non si è mai accompagnata al dubbio. La grande e positiva esperienza cinese assolve qualunque errore, perché è la prova manifesta e indiscutibile che la somma dei fatti positivi, nel moto del progresso, è superiore sempre alla somma degli errori. […]

Io voglio bene ai cinesi. E sarò sempre al loro fianco, in ogni caso, qualunque cosa possa succedere nel mondo. Voglio bene ai cinesi non solo per la ragione personale del bene che mi hanno fatto, ma per la ragione più valida e più vera del bene che fanno a tutti gli uomini e a tutti i popoli. L’altra mattina, all’aeroporto di Pekino, quando ho cominciato a salire la ripida scaletta del turboreattore sovietico, messo a mia disposizione dal governo cinese per ricondurmi in Italia, la piccola folla di autorità, di giornalisti, di medici, di infermieri, di funzionari dell’aeroporto, di scrittori, di diplomatici, che era venuta a salutarmi – c’era in quella folla il Ministro della Cultura della Repubblica Popolare cinese venuto a portarmi il saluto del governo e del Presidente Mao – è ammutolita all’improvviso. Io non riuscivo a salire quei ripidi gradini e mi ero accasciato mezzo svenuto. Il Comandante del turboreattore sovietico, un biondo russo dalle mani enormi, è sceso di corsa e mi ha sollevato quasi di peso, issandomi, gradino per gradino, verso la cabina dell’aereo. La folla, colpita dallo spettacolo penoso, taceva. Giunto in cima alla scaletta con il fiato rotto (da più di tre mesi respiro con un solo polmone), mi sono fermato per riprendere forza. Ed è allora che mi sono accorto del silenzio della folla. Volevo dire qualcosa per salutare i miei amici, per ringraziare, e mi sono venute spontanee alle labbra tre parole cinesi, che ho pronunciato lentamente, con grande fatica: “Uò ai zungkuojen”, che vuol dire: “Io voglio bene ai cinesi”. E la folla si è messa a piangere.

 

Nella Roma ottocentesca, tra gendarmi del Papa e carbonari, si muove un investigatore un po' dandy e un po' Sherlock Holmes dal nome Mercurio Loi. Stavolta il burattinaio Augustino vuole realizzare il burattino perfetto e vuole costruirlo con le sembianze di Mercurio Loi. Ma mentre il pupazzo prende forma, tutte le doti e le capacità di Mercurio sembrano svanire.

È questo l’intreccio alla base del nuovo numero di Mercurio Loi di Alessandro Bilotta, 'Il piccolo palcoscenico'. Disegnato da Onofrio Catacchio, l’albo arriva in edicola e in fumetteria a partire dal 22 luglio come nuova avventura del professore con il pallino del mistero nella Roma papalina. Una storia che si snoda tra spettacoli di burattini e colloqui per trovare un nuovo domestico (ma dovrà essere impeccabile), furti misteriosi e tenebrose wunderkammer, oggetti rari e preziosi come uova che contengono mercurio e bronzi che raffigurano Mercurio alato… Tutto questo mentre l’altro Mercurio, il nostro professor Loi, tenterà di capire perché tutte le sue capacità vanno affievolendosi giorno dopo giorno, come se venissero lentamente risucchiate dal pupazzo con le sue fattezze.

Chi è Mercurio Loi

Mercurio Loi è nato due anni fa tra le pagine delle Storie, grazie alla penna dello scrittore romano Alessandro Bilotta. Ma quel numero solo gli stava troppo stretto e per il suo autore è stato inevitabile seguire il professore per altre avventure, a passeggio tra le nuove pagine che andava via via a visitare. Un po’ Sherlock Holmes, un po’ Dr House, Mercurio Loi è un gentiluomo brillante e ironico, un dandy che percorre senza meta precisa le vie della città eterna come un flâneur ante litteram, per dirla con Baudelaire. È un osservatore attento, il professor Loi, e con la sua irrefrenabile curiosità finisce costantemente per essere coinvolto in vicende misteriose, macchinazioni diaboliche, società segrete e persino… fantasmi.

Un panorama spaccato in due tra Comuni sostenibili ed ecocriminali, per una mappa dell'Italia alpina che vede nove bandiere nere e dieci bandiere verdi. È questo il ritratto di Carovana della Alpi 2017, report di Legambiente che dal 2002 segnala le realtà di turismo alpino sostenibile e quelle in cui la montagna viene vista a metà “tra il luna park e il supermercato – si legge nel rapporto – un luogo dove tutto può essere acquistato e consumato con leggerezza, nel caos più totale”.

Ma quali sono le regioni con i comportamenti più pericolosi nei confronti dell'arco alpino? Il triste primato, a pari merito, spetta a Lombardia, Valle d'Aosta e Veneto, con due bandiere nere ciascuna. Seguono Liguria, Friuli Venezia Giulia e Piemonte, in miglioramento rispetto al 2016, quando queste ultime due regioni erano capofila dei comportamenti dannosi per il turismo alpino. Delle regioni con il più alto numero di progetti sostenibili e all'avanguardia, invece, l'unica ad aver conquistato più di due bandiere verdi è il Piemonte, in prima linea con tre realtà premiate da Legambiente..

Si consolidano le buone pratiche ma gli atti di pirateria non si placano”. A dirlo è Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi per Legambiente. “Se in passato si osservava una maggiore esplosione di progetti insoliti per follia e dimensioni, come nuovi villaggi turistici, grandi alberghi o enormi funivie – continua la curatrice del rapporto – oggi, seppur le dimensioni siano più ridotte, si mantiene l'idea della montagna come luogo dove tutto può essere acquistato e consumato e si ripropone la visione di uno sviluppo senza limiti”.

Tra le bandiere nere, un impianto idroelettrico insostenibile nel piemontese, “l'inutile e distruttivo progetto”, si legge in Carovana delle Alpi, dell'ennesimo impianto da sci in Lombardia “contro tutti i pareri degli enti di tutela”. Ma non solo edificazione: segnalata anche la distruzione degli edifici dell'unica testimonianza di campo di prigionia fascista in Valle d'Aosta. Delle nove bandiere nere, una è equamente distribuita a cinque Comuni veneti, un comune trentino, alla Provincia di Trento e alla Regione Veneto, responsabili di avere autorizzato una manifestazione con 55 quad in un'area ad elevata fragilità ambientale, violando strade forestali, pascoli e piste da sci.

Un raduno che “non ha tenuto minimamente in considerazione – continua il rapporto – il Protocollo turismo della Convenzione delle Alpi, ratificato non solo dall'UE, ma da tutti gli stati alpini, Italia compresa”. Così, mentre la Convenzione delle Alpi invita a vietare l'uso di mezzi a motore nelle aree protette, il raduno di quad ad alta quota mostra un limite di questo protocollo, visto che ad oggi Comuni e Regione restano privi di alcuna sanzione. Si tratta di “progetti che non tengono conto dei fattori che condizioneranno lo sviluppo della montagna nei prossimi decenni – continua la responsabile del report Legambiente – sia rispetto ai cambiamenti climatici, sia rispetto all’affermarsi di nuovi stili di vita”.

Da qui la scelta, nell'Anno Internazionale del Turismo sostenibile proclamato dall'ONU, di destinare al turismo leggero gran parte delle bandiere verdi di Carovana. Dal riconoscimento alla piccola realtà sulle Prealpi orobiche valtellinesi di Castello dell’Acqua, costantemente impegnata nella conservazione di un escursionismo lento su antiche mulattiere, alla scelta coraggiosa dell'Unione Montana Valle Maira (in provincia di Cuneo) “che con una delibera ha espresso la propria contrarietà verso la fruizione motorizzata a scopo ludico del territorio”, si legge sul rapporto di Legambiente.

“Casi come questi rendono evidente l’esistenza di un turismo di massa (in crisi) e un turismo dolce (in crescita) – continua Legambiente – Sono le aree più turisticamente dimenticate, ma con un ambiente più integro, a mostrare i maggiori potenziali di sviluppo sull'arco alpino: dalle Alpi piemontesi alla Carnia, dalla Valtellina profonda al Cadore”. Luoghi dove al turista si chiede di arrivare da ospite, non da padrone: tra questi, la rete di oltre 200 realtà unite in Sweet Mountains, progetto dell'associazione torinese Dislivelli che vuole portare alla luce la ricca presenza di realtà sostenibili e accoglienti sulle Alpi occidentali.

“Nessuno ha il diritto di portare la città in montagna. La montagna non è un museo e nemmeno un luna park”, si legge sul manifesto dell'associazione piemontese. Perché “andare in montagna non è come andare in palestra”, continua Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi per Legambiente. “Oltre a una equilibrata valutazione di quelle che possono essere le nostre prestazioni fisiche, dobbiamo conoscere l’ambiente montano”. Per sua natura la montagna presenta dei pericoli. “Ecco quindi alcuni banali consigli – continua Bonardo – Il decalogo di cosa fare, prima di impegnarsi in una uscita in montagna”. Oltre a scegliere un posto sostenibile come meta, naturalmente.

Decalogo di cosa fare (e non fare) in montagna

  1. Scegliere un percorso adatto alla propria preparazione. Per i percorsi semplici, adatti a tutte le età, non sono richieste particolari preparazioni. Per gli altri percorsi, come per il trekking estivo, è indispensabile un minimo di allenamento. Se si è alle prime armi è opportuno affidarsi ad un professionista o ad un conoscitore della zona che può consigliarvi o accompagnarvi in sicurezza.
  2.  Avere consultato il bollettino meteo per le zone a rischio valanghe (sito protezione civile), meglio andare dove la neve è ancora fresca. Fare attenzione alle zone esposte, soprattutto quando ci sono periodi di caldo e freddo e nevicate a strati, perché la neve forma delle placche che possono scorrere e scivolare.
  3. Evitare di andare da soli, ma in gruppi di 4/5 persone; è bene comunicare ad altri meta e tempi dell’escursione. Per una maggior sicurezza portare con sé l' ARVA e una pala da neve pieghevole.
  4. Assicurarsi che le ciaspole siano funzionanti e idonee al percorso. Inoltre occorrono scarponi, ghette, bastoncini con anello e un buon abbigliamento perché in montagna, soprattutto ad alta quota, le condizioni meteo possono mutare radicalmente anche in pochi minuti. Non dimenticare la crema solare e gli occhiali da sole per proteggere gli occhi dal riverbero della neve.
  5. Muoversi con attenzione, se si deve attraversare una pista, assicurarsi di poterlo fare senza pericolo per sé o per gli altri.
  6. Seguire i sentieri tracciati e conosciuti, evitando scorciatoie. Anche il GPS può aiutare, ma bisogna saperlo usare. La vegetazione è importante, i sentieri sono più sicuri in presenza di alberi.
  7. Mangiare prodotti ricchi di carboidrati e proteine come pane integrale, frutta secca, noci ecc. e fare una preselezione degli alimenti nello zaino eliminando i contenitori inutili.
  8. Portare con sé un sacchetto per i rifiuti. Anche se si trovano bidoni, è raccomandato l’autotrasporto a valle perché se trasportiamo di persona i nostri scarti, diminuiamo l’utilizzo dell’elicottero, che ha costi ambientali enormi.
  9. Evitare di produrre schiamazzi o rumori molesti per rispettare l’ambiente, ma anche per evitare che si possano creare delle slavine. Rispettare sempre la fauna, non addentrarsi in zone di rifugio invernale per la fauna e rispettare i divieti.
  10. Non dimenticare un set di pronto soccorso e prestare soccorso in caso di infortunio o incidente
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