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L’indipendentismo della Catalogna ha combaciato, per un periodo, con una ipotizzata superiorità dei suoi crani su quelli di altri figli della penisola iberica. E' cosa che risale a un centinaio di anni fa o giù di lì. L’epoca del positivismo trionfante, la stessa in cui il celeberrimo antropologo Cesare Lombroso misurava le teste dei meridionali e ne traeva conclusioni “scientifiche”, con la scoperta della fossetta cranica sui resti del brigante calabrese Giuseppe Villella, segno di un atavismo che giustificava l’annessione piemontese delle Due Sicilie – così “affricane” – anche come missione civilizzatrice.

E fu lombrosianamente attivo a Barcellona, al volgere del XIX secolo, il medico Bartolomé Robert, il quale assurse pure all’importante poltrona di alcalde (sindaco) della città. Illustrò l'incarico con una conferenza pubblica nell’ateneo locale, che intitolò – il titolo si commenta da sé – “La razza catalana”. Era il 14 marzo 1899.

La storia col compasso

Il 'Doctor Robert', aiutato da illustrazioni anatomiche, espose “la solida prova dell’indice cefalico delle diverse razze, seguendone il rispettivo percorso attraverso la Spagna”.

Compassi e lancette, angoli cranici e rapporti statistici contesero alla diffusa moda dello spiritismo (di cui difatti Lombroso pure s'occupò) un posto d’onore fra gli interessi scientifici – accademici e divulgati – in quell’Europa di ultimo Ottocento, secolo che aveva aperto la sua seconda metà con un’opera più influente che letta, il saggio “Sulla disuguaglianza delle razze umane” del conte francese Joseph Arthur de Gobineau.

Per il 'Doctor Robert', gli asturiani e i galiziani erano più primitivi degli altri spagnoli, con un cranio rotondo e nordafricano, laddove quelli della provincia di Valencia presentavano testa più ovale, e così andando per contrade iberiche fino alla Catalogna col suo cranio, di cui si ripromise in una successiva conferenza di illustrare le caratteristiche “sotto il profilo mentale”. Questa seconda lectio tuttavia non si tenne mai. Di lì a poco il medico si dimise dall'incarico e tre anni dopo morì.

Mappe politiche e mappe genetiche

Rievocando la sua storia, 'El País' cita le considerazioni del grande patologo (di cranio aragonese) Santiago Ramón y Cajal, Premio Nobel per la Medicina nel 1906 e già compagno di studi di Bartolomé, per il quale rivendicava un “affetto sincero”. Nelle sue memorie lo avrebbe perciò biasimato più col fioretto che di sciabola. Ne scrisse come di un “clinico eminente, lottatore dalla parola precisa e meditata che, col passar del tempo, doveva sorprenderci tutti capeggiando il nazionalismo catalano e proclamando urbi et orbi, con un po’ di leggerezza (non era un antropologo), la tesi della superiorità del cranio catalano rispetto a quello castigliano”.

E’ evidente, ha osservato anche lo storico barcellonese Santiago Izquierdo, che i discorsi su crani e razze vanno calati nel contesto di un’epoca diversa dalla nostra, ma neanche si possono consegnare ai musei. Nel 2008 un altro storico catalano, Oriol Junqueras, vice presidente del Governo di Catalogna arrestato poche settimane fa per la ribellione contro Madrid, asseriva che in Europa “ci sono tre Stati (solo tre!), dove è stato impossibile raggruppare tutta la popolazione in un unico gruppo genetico. In Italia, in Germania e in Spagna, tra spagnoli e catalani”. La mappa del Paese, per qualcuno a Barcellona, è prima genetica che politica? Se è così il positivismo è morto, ma è un morto che parla.   

È un lontano parente della pizza, tanto che un turista poco attento potrebbe scambiarli, ma il Khachapuri – il piatto forte della Georgia, servito anche nelle zone più remote del Paese – ha qualcosa in più. Non parliamo di ingredienti, ma di una proprietà intrinseca e quasi magica che fa si che l’impasto ‘assorba e rifletta’ i sentimenti di chi lo cucina e di chi lo addenta. O almeno di questo sono convinti tutti i georgiani.

Un cibo di conforto

Il Khachapuri è inconfondibile: si presenta come una focaccina (azzima), ripiena di formaggio e appiccicosa. Può avere la forma di una barchetta o essere semplicemente tonda. Di solito è farcita con formaggio, uova, erbette e altri ingredienti a seconda della zona. I georgiani ne vanno pazzi, al punto da esserne quasi dipendenti. Lo mangiano ovunque e in qualsiasi occasione, con poche eccezioni: i funerali e tutte le volte in cui soffrono.

“Se sei triste, se sei in lutto e ti stai confrontando con un dolore forte, non devi nemmeno toccare l’impasto. Stanne alla larga”, ha spiegato al giornalista della BBC David Farley, Mako Kavtaradze, direttore esecutivo della società Spy Recepy. Kavtaradze è nata e cresciuta a Tbilisi, la capitale della Georgia, e sa bene di cosa parla. Il monito vale soprattutto per i cuochi: “Se non sono felici lo capiamo dal Khachapuri che hanno preparato”. E, a catena, se loro non sono felici, non lo sarà nemmeno il consumatore. Al contrario, preparato con amore e gioia, il cibo infonderà gli stessi sentimenti a chi lo gusterà.

La prova del nove

“Non ero molto convinto della connessione tra la pietanza e le emozioni umane, così Kavtaradze mi ha portato nella cucina di un ristorante in cui stavamo mangiando”, ha raccontato il giornalista. “Vieni! Andiamo a conoscere la donna che li ha preparati, ti dimostrerò che è una persona felice”. In fondo alla cucina, una donna rotonda se ne stava seduta su una sedia dietro a una spianata di impasti appena lavorati. “Ci ha guardati e ha sorriso rivolto a noi: due sconosciuti”. “Visto? È felice. E lo saranno anche i clienti”, ha osservato Kavtaradze.

Il Khachapuri nel paniere degli economisti

Il Khachapuri è il cugino dell’est della pizza, alcune versioni rivisitate si avvicinano molto al celebre cibo italiano, ma i georgiani non hanno dubbi: tra i due scelgono sempre il magico piatto di casa. Ed è così per l’88% degli abitanti della Georgia. La focaccia al formaggio, inoltre, è talmente comune e consumata che gli economisti hanno creato il Khachapuri index , ispirato al Big Mac Index dell’Economis. In pratica gli economisti caucasici monitorano l’inflazione attraverso le cifre della produzione e del consumo degli ingredienti del Khachapuri: farina, burro, uova, latte e lievito.

L’origine del piatto magico

Quanto all’origine del piatto, la teoria più accreditata è quella che lo vede ‘imparentato’ alla pizza. Secondo Dali Tsatava, professore all’Accademia della cucina georgiana di Tbilisi, “i soldati romani arrivati nel Paese attraverso il Mar Nero hanno portato la ricetta di qualcosa di simile all’odierna pizza. A quel tempo il pomodoro non esisteva ancora in Europa e quell’antica versione prevedeva solo pane e formaggio. Niente di diverso dal Khachapuri, dunque”. Come tutti i georgiani, anche Dali Tsatava è convinto che “dal Khachapuri che si mangia si può conoscere il carattere di chi lo ha preparato. Perché questo cibo è uno specchio che riflette le emozioni”.

Un cibo con cui parlare

Ma non basta essere ben predisposti e sereni: per cucinare un khachapuri di altissimo livello bisogna parlare con l’impasto, coccolarlo con le parole, proprio come si farebbe con un bambino. E così ha fatto anche il giornalista della BBC: “Tu sei un impasto molto buono. Chi è l’impasto più buono al mondo? Sì, sei tu!”. Poi è stata la volta di Kavtaradze: “Non posso ripetere cosa gli ho detto. E’ troppo personale”.

"Non possiamo rassegnarci a essere il Paese che ha i consumi culturali più bassi degli altri stati europei e per questo è necessario allargare il pubblico e questo si può fare solo se è chiaro il concetto che gli investimenti culturali sono un grande investimento strategico per il sistema Paese". Lo ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini durante l'incontro dal tema “I decreti attuativi della nuova legge cinema” promosso dalle associazioni delle industrie cinematografiche e audiovisive all'hotel Majestic di Roma. "Basta ragionare per compartimenti stagni – ha aggiunto Franceschini – ora c'è una nuova centralità su cui bisogna investire perché i vari provvedimenti del governo sono legati fra loro. E mirano ad aumentare il pubblico. Se una persona va a teatro, più facilmente sarà invogliata ad andare al museo, se una persona legge un libro, più facilmente ascolterà musica. Tutti questi provvedimenti servono a questo, ad allargare la platea di chi fruisce della cultura". 

Video AGI/Andrea Cauti

Sulla scia del caso Weinstein​, nei giorni scorsi ha avuto una grande eco la notizia di una madre britannica che ha chiesto agli insegnati del suo figlio di sei anni di rimuovere La Bella Addormentata dalle fiabe raccontate agli alunni della scuola. Il motivo? Il principe azzurro bacia la giovane mentre non è cosciente, e ciò si configurerebbe come una molestia. Gramellini, in un corsivo, ha ironizzato sulla vicenda, mostrando come tutte le fiabe classiche potrebbero essere accusate, secondo tale logica, di promuovere comportamenti inappropriati. Una blogger del Guardian, nondimeno, ha sostenuto che sarebbe corretto "aggiornare" questi immortali racconti secondo la sensibilità corrente. Una tesi che farà aggrottare le sopracciglia a molti ma che non si può nemmeno bollare sbrigativamente come l'ultima follia dei propugnatori del politicamente corretto a tutti i costi.

Le riduzioni disneyiane che oggi suscitano polemica erano infatti a loro volta edulcorazioni delle ben più truculente versioni originali, circolate in innumerevoli variazioni nei secoli scorsi e messe su carta da autori immortali come Giambattista Basile, Charles Perrault e i fratelli Grimm. Incesti, stupri, pedofilia e ultraviolenza: un campionario di nequizie che all'epoca aveva il compito di mettere in guardia i fanciulli dalle insidie della vita e oggi ammutolirebbe chi grida allo scandalo per quei vecchi cartoni animati all'acqua di rose. Di seguito alcuni esempi emblematici di un carnevale di orrori senza fine né pietà, che ha nondimeno ammaestrato e fatto sognare generazioni di bambini.

La Bella Addormentata viene stuprata nel sonno

Nella versione di Basile, intitolata "Sole, Luna e Talia", il re incappa nella Bella, avvolta nel sonno da secoli, e, colpito dalla sua venustà, ne approfitta senza tanti complimenti e poi si allontana per i fatti suoi. Dallo stupro nasceranno due gemellini e a svegliare la madre sarà uno di loro che, cercando il capezzolo, succhierà via dal dito la scheggia del fatale arcolaio. Il monarca stupratore tornerà poi a trovare la Bella, di nome Talia, e rimane incantato dai suoi nuovi figli e li porta a casa. La regina, gelosa, chiede al cuoco di macellare i piccoli e servirli al re, novello Tieste. Il cuoco, però, si impietosisce e li risparmia. Scoperto l'inganno tentato dalla moglie, il re la farà bruciare viva e sposerà Talia. E vissero insieme felici e contenti.

Cappuccetto Rosso viene mangiata dal Lupo. E basta

Nella versione di Charles Perrault, la fiaba termina con il Lupo che, dopo essersi mangiato la nonna, divora anche Cappuccetto Rosso. Il finale con il cacciatore che squarta il Lupo e tira fuori nonna e nipote, miracolosamente vive, verrà aggiunto dai fratelli Grimm. Un lieto fine che, ne converrete, depotenzia il monito di Perrault alle fanciulle perché non si facessero circuire dai Weinstein di allora. Esistono anche versioni nelle quali il Lupo cucina a Cappuccetto Rosso gli avanzi della nonna, la fanciulla collabora all'omicidio per appropriarsi delle sostanze dell'anziana o, addirittura, si fa possedere dalla bestia per essere risparmiata.

Il Principe Ranocchio viene spappolato contro il muro

Voi magari pensavate che il Principe Ranocchio fosse una metafora della bellezza interiore, quella che la principessa riesce a scorgere nonostante il viscido sembiante di batrace. I fratelli Grimm non scrissero però mai che il principe torna alla forma umana dopo essere stato baciato dalla principessa. Anzi, la fanciulla lo schiaccia contro il muro in un moto di disgusto. Nondimeno, l'effetto sarà lo stesso. In altre versioni, l'anfibio incontra una fine più rapida e incruenta, venendo decapitato.

La madre di Biancaneve voleva mangiarne i polmoni e il fegato

Se da bambini vi era apparso macabro che la Regina di Biancaneve chiedesse al cacciatore di portarle il cuore della fanciulla come prova dell'avvenuto assassinio, sappiate che nella versione dei fratelli Grimm, la donna – che è la madre biologica di Biancaneve – gli domanda di recargli indietro i polmoni e il fegato per poi "cucinarli con sale per mangiarli". Il cacciatore, come saprete, ricaverà il macabro trofeo da un cinghiale. La vendetta di Biancaneve sarà terribile: costringerà la madre a danzare al suo ballo di nozze con ai piedi due scarpe di metallo incandescente, finché morte non sopraggiunga.

L'orrida fine delle sorellastre di Cenerentola

Che le feste di nozze, nelle fiabe, non siano luoghi troppo salutari lo conferma il ricevimento di Cenerentola, dove due colombe strappano gli occhi alle sorellastre che, in precedenza, si erano orribilmente mutilate il piede per farlo entrare nella scarpina. Scarpina che, in alcune versioni, Cenerentola perde non perché a mezzanotte la carrozza si sarebbe trasformata in zucca ma perché il principe la stava inseguendo per violentarla. Nella precedente versione di Basile, "La Gatta Cenerentola", la fanciulla uccide la matrigna cattiva spezzandole il collo con il coperchio di un baule, per poi trovarsi in sorte un'altra ancora più bieca.

La Strega del Mare mozza la lingua alla Sirenetta

Nel cartone animato di Disney, Ariel deve cedere la sua voce alla Strega del Mare attraverso un incantesimo. Nella versione di Hans Christian Andersen, alla Sirenetta viene più prosaicamente mozzata la lingua. Non solo, a ogni passo che muoverà con le gambe che hanno sostituito la coda di pesce, proverà dolori atroci, come se dei coltelli le trafiggessero i piedini. Alla fine il principe decide di sposare un'altra donna e la Sirenetta muore, rifiutandosi di uccidere l'amato, cosa che le avrebbe salvato la vita.

Red e Toby fanno una pessima fine

Il cartone animato "Red e Toby nemiciamici" è ispirato a un racconto dello scrittore americano Daniel P. Mannix, nel quale una volpe attira un cane sui binari della ferrovia perché un treno lo investa. Il padrone del cane, in preda all'ira, ne allena un altro perché dia la caccia alla volpe. Il cane, però, non ne diventa amico ma la insegue finché non stramazza morta di fatica. Anche il cane giunge spossato al termine del cimento. Il padrone, quindi, gli spara, non essendogli l'animale più utile.

@CiccioRusso_Agi

L’unica copia esistente al mondo del quotidiano “Il Popolo” del 1° maggio 1925, il giornale di Don Sturzo contenente il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce, è stata acquisita dall’Emeroteca Tucci di Napoli.

Fino al 26 luglio scorso si sapeva che il manifesto crociano era stato pubblicato soltanto dal quotidiano “Il Mondo” fondato da Giovanni Amendola e diretto da Alberto Cianca. Ma l’indomani lo studioso Giancristiano Desiderio annunciò che gli antiquari Giuseppina Casillo e Salvatore Onofrio di Solopaca, possedevano l’esclusiva copia del giornale sturziano, soppresso dal fascismo il 18 novembre 1925, che aveva in precedenza tentato di arrestarne il direttore Giuseppe Donati.

Un temerario direttore

Faentino, orfano del padre fornaciaio, Donati era stato mandato dalla madre lavandaia a studiare all’Istituto Cesare Alfieri di Firenze. Prima di laurearsi, aveva collaborato alla “Voce” di Prezzolini e, dopo, all’“Unità” di Salvemini.

Staccatosi dal movimento cattolico di Romolo Murri aveva aderito, da sinistra, al Partito Popolare di Don Sturzo che nel 1923, fondando “Il Popolo” gli aveva affidato la direzione non immaginando che Donati sarebbe stato così temerario da lanciare gravi accuse, senza prove certe contro i triunviri fascisti De Bono e Balbo. Fu allora che cominciò a crescere il record dei sequestri subiti dall’organo del Partito Popolare (due anni dopo ne avrebbe collezionato sessantaquattro).

Tre colonne in terza pagina

Il 30 aprile 1925, Donati, ricevuto il testo del manifesto crociano con le firme di Albertini, Alvaro, Amendola, Ansaldo, Benelli, Bracco, Calamandrei, Cassola, Cecchi, Chiovenda, Croce, De Lollis, Del Secolo, De Ruggiero, Einaudi, Fortunato, Ruffini, Matilde Serao, Tilgher e altri, non esitò a stamparlo nel numero dell’indomani (festa dei lavoratori) in apertura della terza pagina col titolo (su tre delle sei larghe colonne del giornale) “La replica degli intellettuali non fascisti /al manifesto di Giovanni Gentile”.

Minacciato di morte, Donati dovette fuggire in Francia dove fondò, tra gli esuli antifascisti, il “Corriere degli italiani”. Morì a Parigi, dopo una parentesi maltese, a 41 anni in povertà.

Nei mesi scorsi, l'Emeroteca Tucci era riuscita ad assicurarsi anche la terza copia del primo libro di Matilde Serao, “L’Opale”, stampato a Napoli nel 1878 dall’allora ventiduenne ex telegrafista delle Poste di Napoli ( le altre due copie della rarissima pubblicazione sono custodite dalla British Library di Londra e dalla Biblioteca Croce di Napoli).

Uno dei tre decreti approvati il 22 novembre dal Cdm per promuovere il cinema italiano delinea un nuovo sistema di tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche e audiovisive. Due le principali novità: abolita la censura totale di un'opera, per cui non è più previsto il divieto assoluto di uscita in sala di un opera, né l'uscita condizionata a tagli o modifiche della pellicola; le opere cinematografiche, compresi gli spot destinati alle sale, dovranno essere classificate dagli operatori nel settore secondo 4 categorie: alle tre attuali (opere per tutti; vm 14 e vm 18) si aggiunge una quarta, opere non adatte ai minori di anni 6. Nel dettaglio, il decreto sostituisce le procedure attualmente vigenti relative al "nulla osta" alla proiezione in pubblico dei film rilasciato dalla Direzione generale per il cinema del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo.

Il nuovo sistema della censura 

 

  • È abolita la possibilità di vera e propria censura dell'opera. Non è infatti più previsto il divieto assoluto di uscita in sala di un opera, nè l'uscita condizionata a tagli o modifiche della pellicola;
  • È definito un sistema di classificazione più flessibile, maggiormente conforme alle diverse tipologie di opere e coerente con il generale allargamento del pubblico in sala;
  • Si introduce il principio di responsabilizzazione degli operatori cinematografici, che sono chiamati a individuare la corretta classificazione dell'opera in base alla fascia d'età del pubblico destinatario e a sottoporla alla validazione di un apposito organismo di verifica, la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, che va a sostituire le attuali sette Commissioni per la revisione cinematografica.

Il decreto, inoltre, prevede l'adozione di un apposito regolamento dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con il quale è disciplinata la classificazione delle opere audiovisive destinate al web e dei videogiochi. Secondo la nuova disciplina, le opere cinematografiche, compresi gli spot pubblicitari destinati alle sale cinematografiche, dovranno essere classificate dagli operatori nel settore cinematografico.

Le categorie sono 4:
a) opere per tutti;
b) opere non adatte ai minori di anni 6;
c) opere vietate ai minori di anni 14;
d) opere vietate ai minori di anni 18.

Il decreto stabilisce che, per i film vietati ai minori di anni 14 o 18, può essere consentito l'accesso in sala di un minore che abbia compiuto rispettivamente almeno 12 o 16 anni, nel caso in cui esso sia accompagnato da un genitore (o da chi eserciti la responsabilità genitoriale). Viene istituito un nuovo sistema di icone e di avviso per i contenuti sensibili (violenza, armi, sesso). Il decreto inoltre aggiorna il regime sanzionatorio prevedendo anche sanzioni di tipo reputazionale con la pubblicazione online delle sanzioni. 

Spesso li chiamano “trucchi matematici”, ma sono semplici sistemi che hanno ben poco del magico e del trucco. E ce n’è uno che, postato sulla pagina Facebook ‘Did you know?’ è diventato virale con numeri strabilianti dalla sua pubblicazione: la “Japanese Multiplication” ha ottenuto oltre 100 milioni di visualizzazioni dall’11 novembre scorso (con oltre 2 milioni e 100 mila condivisioni e 95 mila commenti).

Il sistema, per la verità assai semplice, consente qualsiasi moltiplicazione a due cifre senza conoscere le tabelline e senza alcuno sforzo.

Un "trucco" e tanti nomi

Ne ha pubblicato una versione ancor più semplice, perché ideografica, il quotidiano spagnolo ‘El Paìs’, ricordando che questo metodo è già stato proposto al grande pubblico altre volte, anche se con diverse varianti e nomi differenti: per esempio, la “moltiplicazione Maya”, anche se pare che l’antico popolo precolombiano poco abbia a che fare con questo “trucco matematico”. E qualche dubbio, sul fatto che sia correntemente utilizzato in Giappone più che altrove, il divulgatore JoséAngel Murcia non lo nasconde. 

Per sapere come funziona il metodo, si fa più presto a guardare il video riprodotto più giù che spiegarlo a parole.

Ad ogni modo, si tenga presente che nel caso, per esempio, di 34 x 12, si tracciano in alto tante linee quante corrispondono alle decine (3), e in basso quelle corrispondenti alle unità (4) del primo fattore. Quindi, a sinistra della pagina le linee corrispondenti alle decine del secondo fattore (nel nostro caso 1) e a destra quelle relative alle unità (2). Tracciata questa griglia, si ricava il risultato contando i punti di intersezione fra linee orizzontali e verticali nell’ordine seguente: destra in basso; destra in alto più sinistra in basso; sinistra in alto. I numeri che si ricavano vanno scritti nel risultato da destra a sinistra.

Provare per credere.

 

 

La politica da sempre è una fucina di espressioni nuove. Come ricorda Mario Cannella, curatore del vocabolario Zingarelli, sono numerose le parole che, negli anni, hanno contribuito a marchiare a fuoco alcuni epocali momenti vissuti dal nostro Paese. Momenti di transizione, di ascesa e caduta di esponenti politici e partiti, di cambiamento.

Il ruolo della politica e della stampa

Queste parole solitamente nascono da due fonti differenti: da una parte è la politica stessa a forgiare parole nuove per identificare partiti che si sono appena formati (“Diesse”), azioni effettuate dentro e fuori il Parlamento (“Inciucio”), sia positive che negative, leggi o proposte che necessitano di una targhetta di riconoscimento affinché siano facilmente comprensibili per gli elettori, (“Mattarellum”); dall’altra parte però ci sono anche quei cronisti parlamentari che, giorno dopo giorno, seguendo ciò che avviene all’interno dei palazzi del potere, s’inventano nuovi modi per raccontare figure, profili e fatti. La stampa, inoltre, ricopre anche il ruolo di megafono diffondendo e amplificando termini che vengono ripetuti fino alla nausea da politici o loro portavoce.

 

I “modi di dire” usati dalla politica

Sono diversi i casi in cui semplici frasi o modi di dire sono stati trasformati in veri e propri nomi capaci di identificare atteggiamenti e situazioni politiche. Da “Malpancismo”, per identificare le sofferenze provate davanti a situazioni fastidiose, a “Girotondo”, per raccontare una presunta perdita di tempo intorno a una questione di primaria importanza. Fino ad arrivare a “Doppiopesismo”, ovvero l’uso di due pesi e due misure, cosa abbastanza frequente in politica.

Renzi, Grillo e gli ultimi lemmi entrati nello Zingarelli

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla comparsa di parole, come “Pentastellato” e “Rottamatore”, che sono state create per raccontare quello che figure come Matteo Renzi e Beppe Grillo stavano (e stanno) proponendo all’elettorato italiano. Un narrazione che ha una certa tradizione se pensiamo a frasi, anche molto forti ed esplicite, che in passato sono state pronunciate durante comizi o interviste. Vi dice niente “Celodurismo”? 

Il nostro consueto viaggio nel tempo

Chiudiamo, anche in questo ultimo capitolo, mettendo in fila le parole sono in grado di mostrarci, dal 1994 a oggi, come la politica abbia davvero influenzato il nostro vocabolario. E augurando lunga vita, almeno altri 100 anni, al vocabolario Zingarelli che ci ha permesso di riflettere un po’ di più sull’origine delle parole che usiamo tutti i giorni.

Lumbard (1994)

Postfascista (1996)

Scendere in campo (1996)

Inciucio (1997)

Cerchiobottismo (1999)

Euroscettico (1999)

Pari opportunità (1999)

Doppiopesismo (1999)

Sanitometro (2000)

Piazza Affari (2001)

Bipartisan (2002)

Cartolarizzare (2002)

Diesse (2003)

Malpancismo (2004)

Election Day (2004)

Precarizzazione (2005)

Terzismo (2005)

Antipolitica (2006)

Teocon (2008)

Black Bloc (2009)

Cocopro (2014)

Rottamatore (2014)

Mattarellum (2015)

Pentastellato (2016)

Complottista (2016)

Poltronismo (2016)

Salafismo (2017)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siamo abituati a pensare che la lettura sia da sempre qualcosa che avviene in silenzio, tranne in occasioni particolari, o nelle funzioni religiose. Beh non è così. La lettura silenziosa è qualcosa di relativamente molto recente, duecento anni al massimo. Prima si leggeva ad alta voce. Sempre. In 5mila anni di scrittura la lettura è sempre stata così.

Un lungo articolo di Quartz ripercorre un dibattito acceso e tutt’ora aperto sull’origine della lettura in silenzio. Gli antichi greci leggevano i loro testi ad alta voce. E così fecero i monaci del Medioevo. Ma nel XVII secolo la lettura nella società europea cambia drasticamente. L’invenzione della stampa a caratteri mobili e poi la diffusione del libro come oggetto di massa, insieme alla diffusione della scrittura non più solo in latino ma anche nelle lingue nazionali e in volgare, hanno contribuito a inaugurare la pratica che teniamo ancora oggi: leggere le parole senza dirle ad alta voce, lasciando che costruiscano in silenzio un mondo nelle nostre teste.

"Tra gli studiosi vi è un dibattito molto acceso, a tratti feroce, su quando la società europea passò dalla lettura ad alta voce a quella in silenzio" scrive il magazine. "Alcuni dicono che la lettura silenziosa era già praticata in Grecia, altri lo negano e la fanno risalire a molto prima. O a molto dopo". Ma tutti concordano su un certo momento storico di drastico cambiamento dei costumi. E sociale.

Nel 1700, lo storico Robert Darnton scriveva: "Per la gente comune della prima Europa moderna, leggere era un'attività sociale. Si svolgeva in laboratori, ma anche taverne. E non era un momento necessariamente edificante”. Un secolo e mezzo dopo Marcel Proust (1872-1922) racconta di un mondo in cui la lettura oramai si consuma in solitudine, in silenzio, il narratore legge da solo nel suo letto, ed era la norma soprattutto per le persone benestanti e istruite che potevano permettersi libri. È la testimonianza definitiva di un cambiamento epocale. E per alcuni commentatori l’inizio della ‘vita interiore’ dell’uomo moderno. In mezzo è cambiato qualcosa, in maniera radicale e diffusa in Europa. 

Con la lettura silenziosa, il lettore riuscì finalmente a stabilire una relazione senza restrizioni con il libro e le parole. Le parole non occupavano più il tempo necessario a pronunciarle, ma diventavano qualcosa che si componeva e spariva nello spazio interno. Consentendo tra la l’altro la lettura simultanea di diverse fonti, spiegano alcuni ricercatori.

Non a tutti piacque questo cambiamento nella lettura. Gli scettici pensavano che la lettura silenziosa  fosse per pigri. E peggio: consentiva alle persone di imparare e riflettere senza guida religiosa, cosa piuttosto scabrosa nel Settecento, ma anche nell’Ottocento. La lettura silenziosa del tardo XIX divenne così popolare che molti uomini si preoccupava che le donne, leggendo da sole a letto, fossero inclini a pensieri peccaminosi, osé.

Non c'è molto consenso tra gli storici sul perché la gente abbia iniziato a leggere in silenzio. I resoconti storici più diffusi ci dicono che la fine della lettura orale cominci verso la fine Medioevo  e già un fatto abbastanza diffuso nel Rinascimento. Ma può darsi pure, come sostengono alcuni, che ci sia sempre stata la necessità di leggere in silenzio. Magari più nascosta, meno comune, ma comunque sempre parte di un umanità che aveva solo bisogno di un piccolo aiuto per arrivarci.

C'è Mickey Mouse al timone dello Steamboat Willie, come nel terzo cortometraggio di Walt Disney e Ub Iwerks che, nel 1928, lo vide protagonista. Ma ci sono anche Topolino e Pippo nei panni di Dante e Virgilio, come nel capolavoro "L'inferno di Topolino", scritto nel 1949 dal geniale Guido Martina, che accompagnò ogni vignetta con una terzina dantesca ("Papè Satan, Papè Satan aleppe: / queste parole dai concetti bui / per seicent'anni niun spegare seppe. / Solo Dante lo può; ragion per cui / chi vuol saper che cosa voglion dire / vada all'inferno e lo domandi a lui…"). O ancora i due personaggi che brandiscono "La Spada di Ghiaccio" dell'omonima trilogia fantasy, sceneggiata e disegnata da Massimo De Vita, che fece sognare chi fu bambino negli anni '80. Perché, diciamo la verità, le migliori penne e i migliori pennelli cimentatisi con i paperi e i topi non sono americani ma italianissimi. Pennelli come quello del grande Giorgio Cavazzano, uno dei disegnatori disneyani più apprezzati al mondo, al quale il governo ha dato il compito di celebrare i novant'anni di Topolino con otto francobolli, presentati in anteprima a Lucca Comics & Games.  

"Sono particolarmente orgoglioso per l’emissione di questi otto francobolli Disney che celebrano i 90 anni di Topolino, un personaggio che ha incrociato, con le sue storie, le vite di milioni di adulti e bambini di tutto il mondo", ha commentato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, "credo, in particolare, che in un tempo in cui le comunicazioni sono principalmente affidate a dispositivi elettronici questa iniziativa possa contribuire ad avvicinare al mondo della filatelia i più piccoli. Aver dedicato a Topolino un francobollo è un modo per lo Stato di dire grazie a questo personaggio". Un personaggio che, non tutti lo sanno, passò dallo schermo ai fumetti prima in Italia e poi in Usa. I primi albi con storie di Topolino, editi da Nerbini, usciranno infatti nel nostro Paese nel 1932, tre anni prima dell'inizio delle pubblicazioni in America.

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