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AGI – “I ragazzi di oggi sono bellissimi, soprattutto quelli di 18-20 anni che sono riusciti a riportare in piazza, in modo massiccio, tante persone attraverso iniziative come Friday For Future. Sono bellissimi anche i più piccoli, quelli dagli 11 anni in su che ho avuto modo di incontrare in diverse occasioni nelle scuole: sono curiosi, non hanno paura di fare domande, non temono il confronto. Sono limpidi, vivi“. Lo dice all’AGI Francesca Mannocchi, giornalista esperta di migrazioni e conflitti, realizzatrice di reportage come quelli su Afghanistan, Libia, Libano, Yemen, Ucraina.

Mannocchi ha scritto per loro, per quei ragazzi che definisce giustamente “bellissimi”, un nuovo libro dal titolo “Lo sguardo oltre il confine” edito da DeAgostini, con cui racconta ai giovani dalle scuole medie in su, i conflitti di oggi conducendoli attraverso racconti ambientati nei Paesi dove ha lavorato, vissuto e visto da vicino, alcuni fatti, eventi, personaggi.

Il risultato è perfetto: ne esce un libro utilissimo per ragazzi e insegnanti, per tutti quei docenti che vogliono andare ‘oltre’ i libri di scuola contemporanei che non arrivano certo ai conflitti dei giorni nostri, al caso Donbass per esempio, o alla questione Curda.

Oggi c’è stata la prima presentazione de ‘Lo sguardo oltre il confine’ a @pordenonelegge

Grazie a chi era presente e all’attenta, generosa lettura di @andreavianel @DeAgostiniLibri pic.twitter.com/Wr7M9lENrn

— francesca mannocchi (@mannocchia)
September 18, 2022

“L’dea – spiega l’autrice – è nata su proposta della casa editrice che aveva il desiderio di raccontare le grandi crisi del mondo ai ragazzi. I giovani sono sommersi di informazioni su crisi e guerre attraverso i social, media e web, ma non hanno accesso alla storia, alle origini e motivazioni di un conflitto. Il mio libro non ha certo l’ambizione di essere un testo di storia ma un aiuto per la comprensione di quello che accade oltre i nostri confini. Nel volume ci sono le storie individuali, vite di persone che ho conosciuto, scelte sulla base dei Paesi che conosco meglio. Con lo scopo di contribuire a creare nei ragazzi una sorta di ‘mappa’, di idea di quello che sentono”.

Il libro si arricchisce di un glossario: “Sì – spiega Francesca Mannocchi – credo sia giusto riportare ordine sul significato delle parole e invitare i ragazzi a pensare che dietro ogni parola usata, ci sono delle storie che non vanno dimenticate”. Così, quando si parla dall’Afghanistan, non si può proseguire la lettura se prima non ci si ferma a leggere cosa vuol dire ‘sharia’, o la nota che spiega cosa vuol dire ‘talebano’, ‘urbicidio’, ‘isis’.

Prima che iniziasse la guerra vicina, @deagostini_it mi ha proposto di provare a raccontare le guerre ai piu’ giovani.
A ragazze e ragazzi che hanno sempre in tasca una domanda interessante, un interrogativo in purezza.

Ci ho provato così, con ‘Lo sguardo oltre il confine’ pic.twitter.com/YqCvfawcqy

— francesca mannocchi (@mannocchia)
September 15, 2022

E per ogni storia riferita al Paese trattato, c’è al termine del capitolo una cronologia facile e veloce che aiuta a memorizzare gli eventi. “Ho cercato di scrivere nel modo più semplice possible – spiega ancora Mannocchi – per non annoiare i ragazzi e per fare in modo che il testo sia scritto con una lingua accessibile a loro. Parlare con un 12enne non è semplice come con un 18enne. L’ho sperimentato quando giravo le scuole per presentare il mio libro ‘Io Khaled vendo uomini e sono innocentè, dedicato al tema del traffico di essere umani”.

Ma le parole, cui Mannocchi attribuisce grande importanza, come ‘rifugiato’ per esempio, servono per non essere usate con superficialità percé, dice la giornalista, dobbiamo “chiederci sempre se i termini che usiamo per descrivere la realtà e gli esseri umani, non rischino di diventare una gabbia“.

E quindi, “ogni volta che definiamo la vita di un essere umano, chiamandolo rifugiato, profugo o migrante, dobbiamo ricordarci che rischiamo di associare a quella persona un’etichetta che non rende giustizia alla sua vita di prima. Alla vita in cui quel rifugiato, o profugo, era uno studente, una lavoratrice, una madre, una nonna”. Bisogna “partire dall’ascolto, dall’esperienza di una persona, per allargare lo sguardo: per fare in modo che una vita non resti solo espressione di una emozione ma sia parte del più ampio significato del tratto di Storia che vive”.

Cambieranno il mondo i giovani di oggi? “Sono molto più informati di quanto si possa pensare – conclude Mannocchi – difendono l’ambiente e sanno che questo è il primo vero grande problema. Non si sottraggono al confronto. Capiscono la questione migratoria. Non sono affatto passivi. Io sono molto fiduciosa”.  

AGI – Dopo la pausa estiva, torna domani mattina “Agora’ Weekend” la trasmissione di approfondimento di politica e attualità condotta da Giusy Sansone in onda su Rai Tre nel fine settimana. Al centro della puntata di sabato – dalle 8 alle 9 – gli aggiornamenti sul nubifragio delle Marche, il nuovo dl aiuti del governo contro il caro energia e gli sviluppi della campagna elettorale.

Ospiti della prima puntata saranno: Debora Serracchiani, capogruppo Pd alla Camera; Ylenja Lucaselli, deputata di Fratelli D’Italia; Dacia Maraini, scrittrice; Mario Sechi, direttore dell’AGI, Linda Laura Sabbadini, editorialista de “La Repubblica” e “La Stampa”; Dino Pesole, editorialista del Sole24Ore. 

“Torniamo dopo la pausa estiva – ha spiegato Sansone – per continuare a parlare di politica e dare aggiornamenti di attualità anche al sabato e alla domenica, questo per non spegnere l’attenzione sui fatti piu’ importanti. Io porto la mia esperienza giornalistica: notizie e il ‘vizio’ dell’approfondimento che ha Rai 3, cioè la capacità di analizzare le questioni. Ospitiamo giornalisti, scrittori, rappresentanti della societa’ civile e – ha concluso – diamo la possibilita’ allo spettatore di capire cosa succede proponendo chiavi di lettura sempre diverse partendo dalle storie di imprese, operai e giovani”.

I temi al centro della puntata di domenica saranno: gli stravolgimenti del clima e le preoccupazione per gli aumenti dell’energia con un viaggio in Europa da Parigi che spegne la Torre Eiffel fino a Londra che si prepara ai funerali della regina Elisabetta. 

AGI – “Abitare la storia”. È il principio preminente della casa-museo e delle dimore storiche in sé. Funzione che si fonda sulla trasformazione dell’abitazione di un personaggio famoso o di una famiglia in museo aperto al pubblico. Forse la forma espositiva più diffusa, in Italia ma anche all’estero.

A Roma se ne contano ufficialmente undici di case-museo, a Milano ne sono censite quattro ma in giro per l’Italia ce ne sono ben 51, per esempio, sono le sole “dimore storiche” nella disponibilità del Fai, il Fondo per l’Ambiente italiano.

Nella capitale troviamo la Keats-Shelley House affacciata direttamente sulla scalinata di piazza di Spagna, dove poi, al n. 31 c’è anche casa De Chirico, dove il pittore metafisico ha vissuto gli ultimi trent’anni della sua vita. E ancora: casa Goethe, il museo Pietro Canonica, la casa museo di Alberto Moravia sul Lungotevere della Vittoria 1, dietro la Rai di viale Mazzini, lo studio di Luigi Pirandello, villino del primo ‘900 in via Bosio 138, il museo Hendrik Christian Andersen, l’atelier del pittore Francesco Trombadori, la casa museo Giacinto Scelsi dinanzi al Foro Romano con ancora il pianoforte suonato dal Maestro, la casa museo Mario Praz e il museo Fondazione dello scultore Venanzio Crocetti. Ma poi c’è anche la recente casa del pittore Balla, villa Alberto Sordi a Caracalla ma anche casa Bellonci, sede del Premio Strega. Sempre a Roma è stato proposto che il Comune acquisti la casa di Pier Paolo Pasolini dove il poeta ha abitato, tra Rebibbia e Ponte Mammolo.

A Napoli c’è casa Caruso, “il tenorissimo”, a Siracusa Casa Vittorini, a Ravenna casa Dante, a Rimini la casa museo Federico Fellini, a Ghilarza, in Sardegna, casa Gramsci, a Catania casa Verga, a Ponte di Piave, in provincia di Treviso, il museo Parise, a Racalmuto persino la casa museo delle zie di Sciascia; a Gardone Riviera, in provincia di Brescia, c’è il Vittoriale, la casa museo del poeta Gabriele D’Annunzio, che nel solo e lontano 1981 è stata visitata da oltre 253 mila persone.

E a Venezia la casa davvero museo d’arte internazionale di Peggy Guggenheim, sul Canal Grande, dove la grande collezionista americana ha abitato e che oggi è la sede espositiva dell’omonima Fondazione. Sempre in laguna, Palazzo Fortuny. Si potrebbe continuare ancora con le dimore di due ex presidenti del Consiglio, ad esempio, De Gasperi a Pieve Tesino in Trentino, e Spadolini a Pian dei Giullari sulla zona collinare di Firenze.

Di case-museo ce n’è per tutti i gusti lungo la penisola. Segno che le residenze dei personaggi storici diventano luogo di “mediazione culturale”, nel quale si possono vedere e visitare gli oggetti, le opere, gli spazi e rivivere la vita del personaggio tramite percorsi tematici.

Con un’intrinseca forza di autenticità, la vocazione principale di questi luoghi consiste “nel creare una relazione diretta tra l’ex-abitazione, il luogo e il personaggio facendo rivivere l’atmosfera e lo spirito del tempo”. In alcuni casi, come casa Moravia, tutto è rimasto intatto come l’ha lasciato lo scrittore al momento della morte. Tavolo in disordine, fogli sparsi, libri aperti.

Petrosino e Diotallevi, il poliziotto e il boss 

Ma cosa porta ad istituire una casa-museo? Ciò che rende eccezionali le case museo “è la loro capacità di rappresentare la vita, le tradizioni e i valori non solo di chi ci abitava, ma anche della società in cui il padrone di casa viveva”, si legge sul sito del Mic, il Ministero della Cultura, perché “visitare una casa museo è un’esperienza affascinante. Tutto, in una casa museo, diventa parte del percorso espositivo: mobili, quadri, libri, oggetti di uso personale e quotidiano”. 

Alcune di loro si configurano come musei veri e propri, promuovono attività culturali e sono regolarmente aperte al pubblico, altre sono visitabili invece solo su appuntamento. Sono meta di ricercatori, studiosi, che si immergono per ore nelle biblioteche a disposizione a leggere e prendere appunti.

Una ricerca sul ‘900 letterario non può prescindere da una full immersion nella biblioteca di Alberto Moravia, per esempio. Molto spesso sono visitate per curiosità di singole persone o di gruppi di appassionati oppure, ancora, sono meta di scolaresche che si avvicinano alla scoperta e allo studio delle opere dei personaggi attraverso le loro case, le loro abitudini.

Negli ultimi due anni della pandemia molte case museo sono rimaste chiuse alle visite per evitare contatti e contagi di gruppo mentre alcune tra loro hanno trasferito sul web alcuni incontri e seminari. Ma non è stato affatto la stessa cosa, perché è venuto meno l’impatto emotivo con il luogo e gli oggetti appartenuti ai loro abitanti. L’appeal s’è rivelato di minore intensità.

Molti di questi luoghi si trovano poi a dover fare i conti con problemi amministrativi, a partire dai finanziamenti che spesso dipendono da Regioni o Comuni, sempre più alle prese con scarsa la disponibilità finanziaria. Ma poi ci sono anche istituzioni più ricche: nel 1998 il Vittoriale di D’Annunzio ha affrontato restauri per 700 milioni di lire dell’epoca ma con il lockdown del 2020 ha dovuto fare i conti invece con una perdita secca di un milione e 200 mila euro in mancate visite.

Le case non si contano: c’è casa del grande Toscanini a Parma, di Manzù ad Ardea, di Pavese a Santo Stefano Belbo, vicino a Cuneo, del Bellini a Catania, del generale Graziani a Frosinone, di Ennio Flaiano a Pescara, di Giulietta a Verona, quella dei fratelli Cervi, martiri della lotta al fascismo, di Federico Zeri, critico d’arte, a Mentana, fuori Roma, e persino la casa di Joe Petrosino, famoso poliziotto italo-americano a Padula, in provincia di Salerno, la casa di Giacomo Matteotti al quartiere flaminio a Roma, Modigliani a Livorno, poi chiusa per un bisticcio tra gli eredi, quella della poetessa Alda Merini, poi chiusa per mancanza di fondi.

Infine anche la casa-museo dell’ex boss della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi a Fontana di Trevi, non certo aperta al pubblico, ma conteneva preziosi quadri e collezioni di Giacomo Balla, Mario Schifano, Sante Monachesi, Franco Angeli, Norberto Proietti, Ana Maria Laurent, Antonio Balbo, dipinti della Scuola romana, campana e francese dell’800 e del ‘900 oltre a mobili di antiquariato di ingente valore. Frutto di ricettazioone.

AGI – Málaga, 1881-Mougins 1973. Il Re e la Regina con il Presidente del Governo s’apprestano a inaugurare per il prossimo anno un programma di 42 mostre dedicate a Pablo Picasso, l’artista più importante del XX secolo in occasione del 50esimo della sua morte. Picasso è senza dubbio è stato a lungo – ed è ancor oggi – l’indiscusso re della scena artistica mondiale. Basti pensare che solo nel 2018 ha partecipato a 33 mostre in giro per il mondo e ha superato le vendite nelle case d’asta.

Quindi allo scoccare dell’anniversario, Spagna e Francia hanno fatto uno sforzo congiunto per celebrare il suo incommensurabile contributo alla storia dell’arte promuovendo non meno di 42 grandi mostre in 38 musei in Europa e negli Stati Uniti oltre a due conferenze in cui i massimi specialisti di tutto il mondo prepareranno uno studio storiografico del suo lavoro artistico, informa il Paìs.

Per l’occasione, lunedì scorso il programma è stato presentato proprio al Museo Reina Sofía dai ministri della Cultura di Spagna e Francia, Miquel Iceta e Rima Abdul Malak. Per il primo, Picasso “è l’artista che meglio definisce il XX secolo perché lo rappresenta con tutta la sua crudeltà, la sua violenza, la sua passione, i suoi eccessi e le sue contraddizioni” mentre per il secondo “il lavoro di Picasso continua a esercitare un vero fascino in tutto il mondo, prolifico, fantasioso e spesso radicale. Per la sua forza artistica ma anche per la sua forza politica. E non smette mai d’esser riletto, rivisitato e reinterpretato”.

Quanto ai lavori che saranno esposti, circa 200 opere proverranno dalle collezioni private della famiglia, che le presta per l’occasione, anche se la maggior parte arriveranno dal Museo Picasso di Parigi, che distribuirà circa 600 pezzi in diverse mostre.

Quest’ultime sottolineeranno tutti gli aspetti del lavoro dell’artista o della sua personalità. Inclusa la controversa questione sul suo rapporto con le donne con le quali ha condiviso la sua vita e che comprende le “accuse di maltrattamento” nei loro confronti, non ha mancato di precisare il Paìs, ma sulle quali il nipote Bernard Picasso non ha mancato di ribattere: “Per quanto ne sappiamo, non c’è mai stata una denuncia, né è stato rapito nessuno. I parametri dei suoi tempi sono diversi da quelli di oggi, ma quando si parla di maschilismo vorrei ci fosse più precisione”.

Nessuna delle mostre avrà carattere antologico perché in ognuna si è preferito esplorare sfaccettature diverse.

AGI – La ‘saga mussoliniana’ di Antonio Scurati è giunta al terzo capitolo. Esce il 14 settembre in libreria ‘M Gli ultimi giorni dell’Europa’ (Bompiani, 848 pagine, 18 euro) in cui prosegue la narrazione del fascismo concentrandosi sul cruciale triennio tra il 1938 e il 1940.
Un momento  angosciosamente carico di similitudini con il nostro presente, che vede lo scacchiere europeo percorso da profonde inquietudini, atti di prevaricazione e tentativi sempre più disperati di evitare una guerra.

Nel maggio 1938 Benito Mussolini ha quasi 55 anni, guida un impero che si estende dal Brennero all’Abissinia, ha proclamato l’uscita dell’Italia dalla Società delle Nazioni ed è in piedi che attende un treno in arrivo nella nuovissima stazione Ostiense. Su quel convoglio adorno di aquile e croci uncinate viaggia Adolf Hitler, che giunge in Italia accompagnato da una delegazione di gerarchi per una visita che toccherà Roma, Napoli e Firenze.

Mentre il professor Bianchi Bandinelli – che nei suoi diari registra i tratti grotteschi di “Mario e Silla” e medita vanamente di attentare alle loro vite – guida i due dittatori ad ammirare la grande arte italica, il sole della concordia sembra splendere alto nel cielo. Non sono passate che poche settimane dall’Anschluss dell’Austria e dalla prima “informazione diplomatica” nella quale si parla di questione ebraica in Italia, eppure il mondo crede ancora che il delirio di potenza di Mario e Silla possa fermarsi.

Ci crede fortissimamente, e contro ogni evidenza, anche il podestà di Ferrara, Renzo Ravenna, avvocato decorato nella Grande guerra e fascista zelante, che, come migliaia di altri ebrei italiani, non si dà pace per i provvedimenti seguiti all’approvazione delle “leggi razziali”, e rimane senza parole quando legge che il giornale diretto dall’amico Nello Quilici appoggia il decreto di espulsione degli alunni ebrei dalle scuole. Anche Margherita Sarfatti, che aveva iniziato il giovane Benito all’arte e alla diplomazia, paga con l’esilio le proprie origini ebraiche ed è ormai dimenticata in favore della giovane, fascistissima Clara Petacci.

Tutto sembra procedere a gonfie vele, tanto che Galeazzo Ciano, genero del Duce e Ministro degli Esteri, può dedicarsi all’invasione dell’Albania ignorando invece le informative sempre più inquietanti che giungono da Berlino. E allora perché il Duce, rintanato nella sala del Mappamondo, sente l’angoscia corrodergli i visceri? Poco importa, la macchina della storia è in movimento e non è più possibile fermarla.

Pateticamente illuso di poter influenzare le decisioni del Fuhrer, consapevole della nostra impreparazione alla guerra, preda di uno spaventoso delirio, M trascina la nazione verso la tragedia: il 10 giugno 1940, ormai maschera di se stesso, si affaccia alla finestra di Palazzo Venezia per annunciare al mondo l’ora delle decisioni irrevocabili.

Al centro del romanzo l’infamia delle leggi razziali e quella della scellerata alleanza con la Germania nazista. La penna di Scurati scandaglia con feroce acume il madornale autoinganno, il delirante opportunismo, il cinismo suicida con cui Mussolini trascina l’Italia e l’Europa nel baratro.

AGI – “Siracusa è una città di marinai e di contadini costruita su un isolotto che un lungo ponte congiunge alla Sicilia. Io vi sono nato il 23 luglio 1908 in una casa da cui ho visto naufragare, quando avevo sette anni, un piroscafo carico di cinesi”.

Il destino di quella casa, di cui Elio Vittorini scriveva nel 1949 nel Bollettino editoriale della Bompiani, è un tema scottante nella città siciliana, che vede nascere da un lato dimore “fake” dell’autore di Conversazione in Sicilia e dall’altro i nervosismi di una politica che non riesce a valorizzare il bene realmente esistene e si scaglia, anche fisicamente, contro i cittadini che ne chiedono la tutela.

Elio Vittorini in quella casa rimase fino agli anni Venti, ma l’abitazione, un basso nel cuore in via Vittorio Veneto a Ortigia, non ha avuto la stessa sorte di quella del cognato, il premio Nobel Salvatore Quasimodo, opzionata a Modica dalla Regione siciliana, che, nel dicembre dello scorso anno, ha avviato le procedure per l’acquisto.

A ricordare che in questo locale di pochi metri quadrati vi ha abitato l’intellettuale comunista che si oppose a Palmiro Togliatti, rifiutandosi di “suonare il piffero della rivoluzione”, c’e’ una lapide, appena ristrutturata dal Comune di Siracusa in occasione della XXI edizione del premio letterario intitolato a Vittorini. “La casa è un buco insignificante e inutilizzabile” taglia corto l’assessore alla Cultura di Siracusa, Fabio Granata, che esclude ogni possibilità di acquisto da parte dell’amministrazione comunale.

“Conta come luogo simbolico e infatti – dice all’AGI Granata – abbiamo dato il minimo di dignità al prospetto e restaurato una lapide del tutto illeggibile e della quale tutti avevano dimenticato l’esistenza. La piccolissima casa è privata, non è adatta, qualora fosse acquistata, a nessuna utilizzazione pubblica”. 

C’è, però, un luogo, sempre in Ortigia, che ricorda lo scrittore. “In Via Roma, invece, all’interno del Palazzo della Provincia e accanto alla Biblioteca, è stato riprodotto lo studio di Elio Vittorini con i suoi libri e i suoi mobili e la sua libreria” aggiunge Granata.

“Quella casa andrebbe riscattata, magari trovando un accordo con il privato” replica Paolo Giansiracusa, storico dell’arte e docente all’università di Catania. “Peraltro, in quello spazio – aggiunge Giansiracusa – non bisogna fare grandi cose ma resta un luogo dall’alto valore simbolico. Certo, la casa andrebbe ristrutturata, non è necessario acquistarla ma sottoscrivendo una convenzione con il proprietario, sia il privato sia il pubblico ne trarrebbero un notevole beneficio”. Quanto a uno spazio adeguato dedicato a Vittorini, il docente universitario chiama in causa il Comune di Siracusa.

“Sono stato io – aggiunge Giansiracusa – quando ricoprivo la carica di assessore alla Provincia di Siracusa ad acquistare dalla sorella di Vittorini quanto si trova attualmente nell’edificio di via Roma, peraltro ad un prezzo irrisorio. Per realizzare un museo vero occorrono spazi più grandi, almeno un locale di 300 metri quadrati. Il Comune di Siracusa ha a sua disposizione dei palazzi, per cui serve che qualcuno si convinca a sfruttare il patrimonio immobiliare pubblico per uno spazio espositivo”.

Se uno spazio dignitoso ancora non esiste, a riempirne il vuoto e’ spuntata, nei mesi scorsi, una casa fantasma di Vittorini, con tanto di annuncio immobiliare per la vendita. Si trova in una via diversa della città. “Peccato che quella casa non è della famiglia Vittorini”, ha spiegato Carmelo Maiorca, giornalista, fondatore del periodico satirico “L’Isola dei Cani”, autore di un’inchiesta giornalistica sul sito lacivettapress.it.

A trarre in inganno gli amministratori e lo stesso Granata, che avevano risposto a una proposta di acquisto, era stata una targa apposta sull’edificio. E proprio Granata e’ stato la scorsa settimana protagonista di uno scontro verbale e fisico con un passante che, durante la cerimonia della scopertura della lapide dedicata allo scrittore, aveva criticato l’amministrazione accusandola di organizzare passerelle elettorali. “La contestazione – spiega il sindaco Italia – forse nasce da un fraintendimento. Eravamo li’ non per rivendicare un importante intervento di recupero, che non c’è stato, ma semplicemente per dare il via al Premio da un luogo simbolico e davanti a una lapide restaurata per l’occasione dopo tanti anni”.

Sia il sindaco di Siracusa, testimone del diverbio, sia l’assessore Granata, che aveva dato uno spintone al contestatore, si sono scusati. Poco dopo la fine della cerimonia è stata rubata una ghirlanda di fiori deposta in occasione della scopertura della targa. E’ stata l’ultima offesa allo scrittore, in una Sicilia che forse non lo merita.

AGI – La polmonite, di cui soffriva da diverse settimane e che si è aggravata nelle ultime ore, è stata la causa della morte, avvenuta questo pomeriggio a Madrid all’età di 70 anni, dello scrittore e accademico Javier Marías. Ne ha dato notizia in un comunicato la casa editrice Alfaguara.

Romanziere e autore di articoli e saggi, Marías è stato professore all’Università di Oxford e all’Università Complutense di Madrid, nonchè uno dei più importanti e amati scrittori spegnoli contemporanei.

Le sue opere sono state pubblicate in quarantasei lingue e in cinquantanove Paesi. È stato membro della Royal Spanish Academy e nel 2021 è stato eletto membro internazionale della Royal Society of Literature (RSL), l’associazione britannica per la promozione della letteratura. 

AGI – “Io credo che uno dei grandi punti di forza dell’audio entarteinment sia che crea dipendenza, una volta che ti sei abituato ad ascoltare il tuo podcast, il tuo audiolibro, ti sei abituato a quel personaggio e soprattutto ti sei abituato a quella voce narrante, fai un po’ fatica a rinunciarci, ti senti un po’ orfano. A me che è capitato qualche volta di dimenticarmi le cuffie e dovermi fare un viaggio in metropolitana, quei 20 minuti mi diventano lunghissimi perché la metropolitana è il momento in cui mi isolo e ascolto” a parlare con l’AGI è Francesco Bono Director, Content Program IT/ES di Audible, azienda leader del mondo dell’audio entertainment che oggi svela alcuni dati molto interessanti sulla crescita stratosferica dei podcast in Italia condotti da NielsenIQ.

Un incremento nel consumo del 7% rispetto allo scorso anno, a conferma di un trend positivo che negli ultimi 6 anni non ha mai arrestato la sua corsa; sono 15,4 milioni gli italiani che nel 2022 hanno ascoltato almeno una volta un podcast, rispetto ai 14,5 dell’anno precedente. “Abbiamo fatto 265 podcast in questi anni – aggiunge Juan Baixeras, Country Manager Italy&Spain – e abbiamo imparato tantissimo su quello che l’utente italiano sta cercando”.

A quanto pare gli argomenti che più stuzzicano l’interesse degli utenti nel nostro Paese  sono il true crime, la divulgazione scientifica, i corsi di lingue straniere e la storia, ma uno dei dati più interessanti è legato al target: “Il 67% degli ascoltatori sono millenial, abbiamo convinto la generazione più difficile” sostiene soddisfatto Baixeras, la ricerca ci dice infatti che quella tra i 25 e i 34 anni è la fascia d’età con la più elevata quota di “heavy users”, coloro che ascoltano podcast tutti i giorni.

“Il motivo di tale successo – spiega ancora Bono – è legato alla facilità di accesso, il podcast permette di essere multitasking, infatti la casa è dove si ascolta di più, ma sono cresciuti anche gli ascolti in altre fasi della giornata, come sui mezzi pubblici. Il podcast ha un linguaggio molto specifico, è vero – prosegue – ma anche molto semplice da seguire, moltiplica la possibilità espressiva, “Nero come il sangue” per esempio, di Lucarelli e Picozzi, che due grandi autori, ecco lo stesso contenuto sulla pagina di carta non avrebbe goduto del ritmo e delle voci. Il podcast di Saviano sul maxi processo ha dato la possibilità ad un autore come lui di sfruttare le potenzialità dell’audio; sentire le dichiarazioni di Buscetta o i confronti tra gli imputati in audio crea un effetto immersione che da un vantaggio”.

Firme importanti, affidabili, anche questo è certamente uno dei segreti del successo, in particolare, di Audible in Italia; sempre secondo la ricerca infatti i podcast più ascoltati del 2022 sono:

  1.         Maxi di Roberto Saviano
  2.         Nero Come il Sangue di Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli
  3.         Storie Brutte sulla Scienza di Barbascura X
  4.         Podcast Micidiali di Maccio Capatonda, Giovanni Maggi, Clemente Meucci, Valerio Desirò, Gualtiero Titta
  5.         Nero Come l’Anima di Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli
  6.         Le Grandi Battaglie della Storia di Alessandro Barbero
  7.         Buio di Pablo Trincia
  8.         Mani Pulite di Wil Media, letto da Mia Ceran
  9.         Seveso. La Chernobyl d’Italia di Matteo Liuzzi e Niccolò Martin, letto da Massimo Polidoro
  10.        La Piena. Il Meccanico dei Narcos di Matteo Caccia e Mauro Pescio

“Noi creiamo un’industria insieme alla comunità creativa italiana, l’abbiamo convinta a partecipare a questa avventura dal 2018 ad oggi – spiega Juan Baixeras – ed è un’industria che da lavoro a tanta gente, l’Italia sta diventando uno dei Paesi dove si ascolta di più il podcast”. Un’industria che, come aggiunge Francesco Bono, assume una responsabilità anche sociale: “Il 13% degli abbonati Audible non è un lettore di libri, l’audio è talmente universale e facile che aiuta ad avvicinare al mondo della cultura e dell’informazione tantissime persone che non mettevano più piede in una libreria. Se pensiamo a successi che hanno avuto contenuti come “12-12-69” sulla strage di piazza Fontana, come “Seveso” che è stata una delle grandi sorprese di questo anno, questo dimostra come grazie al medium audio si possono affrontare tematiche complesse”.

Un futuro luminoso anche per ciò che riguarda gli orizzonti ancora da scoprire: “The Sky Is Limit – spiega Bono – uno dei vantaggi dell’audio è che non ha limiti produttivi, trasformare in audio un’idea è più semplice che in video, questo permette ai creatori una libertà molto maggiore. Sicuramente lo sviluppo di fiction è un grande trend, finora i podcast si sono concentrati su generi che sono filoni d’oro, come il true crime, la divulgazione… io mi aspetto che la scelta di generi si amplierà. Dal punto di vista produttivo ci sono tantissime innovazioni tecnologiche che porteranno nuovi stimoli”.

 

AGI – Su che base facciamo le nostre scelte estetiche”, si chiede un articolo il New York Times. Se dovessimo attenerci al saggio del 1959 di Vance Packard dal titolo “Cercatori di status”, la risposta è semplice quanto scontata: le facciamo nel contesto del nostro status. Almeno così in America, dove il sociologo ha indagato il nesso tra i comportamenti di classe e tutto ciò che influenza “te, la tua comunità e il tuo futuro”.

Ma stando ad un aggiornamento di questo concetto-base, scritto nel 1983 da Paul Fussell (titolo dell’opera: “La classe: una guida attraverso il sistema dello status americano” – pamphlet per gli addetti ai lavori per riconoscere i dettagli che separano i ricchi dai ricchi davvero dai ricchi pacchiani – Fussell termina con un quiz: a quale classe appartiene “un uomo di 50 anni su un ponte di 35 piedi, che beve una lattina di Bud, assistito da tre ragazze sensuali che indossano bretelle e berretti bianchi da yachting poco costosi?” La risposta è: alta classe! E chiosa: “A meno che non stia bevendo birra da un bicchiere, allora potrebbe passare per classe media”.

L’articolo, tuttavia, evita un simile osceno paragone e si concentra invece sulla spiegazione delle scelte che facciamo ogni giorno: “Dal jeans che indossiamo a come prendiamo il caffè, alla sedia su cui ci sediamo”. Tutte le tendenze, si legge, “iniziano attraverso l’influenza combinata tra outsider ed élite”, che sono “ben pagati (capitale economico), ben collegati (capitale sociale) e ben istruiti (capitale educativo e culturale). Inoltre, sono cosmopoliti”. Nel recente libro il “Grande Mistero della Cultura”, W. David Marx, ad esempio, divide invece l’analisi del tema in quattro parti: lo stato in quanto colpisce l’individuo; creatività e grandi tendenze culturali come la moda; cambiamento culturale; e status nel XXI secolo.

David Marx, suggerisce il quotidiano, “è coinvolgente nel tracciare l’evoluzione dei prodotti, come la democratizzazione del cioccolato e della Perrier, dalle prelibatezze gourmet alle specialità gastronomiche” ed è però “interessante apprendere che i costosi cani di razza sono una passione relativamente recente, una curiosità che è diventata popolare”. Quindi la tesi di Marx, che il Times definisce “convincente”, è che “il denaro possa, in effetti, comprare la classe”. Poi l’autore sfotte: “Solo le élite informate sanno… viaggiare a Marfa, in Texas”, che non è per l’appunto un posto di classe… “I fan del genere potrebbero interrogarsi su determinate scelte”, chiosa il giornale.

Tuttavia Gertrude Vanderbilt, scultrice statunitense, mecenate e collezionista d’arte scomparsa nel 1942, ha messo in guardia la sua progenie proprio “contro gli uomini che fanno soldi con il petrolio e gli animali da fattoria perché ‘ci vogliono tre generazioni per lavare via l’olio e due per sterminare l’odore di maiali’” come lei stessa si è espressa. Non foss’altro, almeno, per vivere a Park Avenue.

Insomma, la morale è poi sempre la stessa: la classe non è acqua… ma può far acqua da tutte le parti…

AGI – “Scrivo sempre, mi tengo in vita così”. Scherza ma neanche tanto Lia Levi, 90 anni portati con l’energia di una ragazzina, parlando con l’AGI della sua copiosa produzione letteraria, a cui adesso si aggiungono ‘Per un biglietto del cinema in più’ appena sbarcato in libreria per Salani e altri due nuovi romanzi ‘Una ragazza e basta’ e ‘Irina da oltre il confine’ (titolo provvisorio)  in arrivo rispettivamente il 27 gennaio, Giornata della Memoria e a febbraio, rispettivamente per HarperCollins e Il Battello a vapore.

Il primo sequel di ‘Una bambina e basta’ il  romanzo autobiografico d’esordio del ’94 in cui la custode letteraria della memoria ebraica raccontava lo scossone  esistenziale subito nella sua infanzia, quando le leggi razziali del ’38 si abbatterono sugli ebrei, l’altro una storia che racconta la guerra e le sue ripercussione sui più piccoli, vista attraverso la vicenda di una ragazzina che si rifugia in Italia, dove la nonna lavora come  badante, per salvarsi dal conflitto che sta lacerando il suo paese. Ma del quale sentirà una nostalgia tale da portarla a fuggire.

Si parla invece di crisi economica post-bellica, di voglia di ripartenza ma soprattutto di passioni e amicizia in ‘Per un biglietto del cinema in più’, il romanzo appena uscito per Salani. Un libro per ragazzi costruito con il consueto tocco magico della scrittrice,  vincitrice dello Strega giovani nel 2018 che non a caso, racconta Levi  “nella mia produzione dedicata ai ragazzi è quello che è piaciuto di più alla mia cerchia di amici”.

Perché la storia di quei quattro ragazzi poveri del dopoguerra che si fanno guidare dall’amicizia per continuare a sperare  e dal cinema per imparare di nuovo a sognare ha parecchie assonanze con le nostre vite contemporanee animate dalla voglia di uscire dalla tempesta perfetta del mix Covid-guerra-crisi economica, ma alle prese con il carovita e con gli imminenti piani di razionamento energetico. “L’ho scritto in piena pandemia, quando i cinema erano chiusi – spiega  Levi – volevo dare l’idea che ci fosse una luce in fondo al tunnel…”.

La storia è ambientata Roma, città ferita dalla seconda Guerra mondiale ma piena di speranze e di energia. Il dodicenne Federico deve badare allo scatenato fratellino mentre la mamma sarta lavora fuori casa, aspettando il ritorno del marito, prigioniero di guerra. La vita non è facile ma i due bambini iniziano a colorarla di sogni quando scoprono come entrare al cinema senza pagare il biglietto. Lì, al buio, sprofondati nelle poltroncine rosse, si fanno trasportare di volta in volta in meravigliose avventure.

Presto però si accorgono di non essere gli unici clandestini in sala, anche altri due ragazzini, Antonio e Malva, che misteriosamente non esce mai dalla sala (si scoprirà che la ragazzina è ebrea, i suoi genitori sono stati deportati  dai nazisti, e per non finire in un istituto dorme  nello scantinato del cinema) non si perdono neanche un film. I quattro finiranno per allearsi, diventando una squadra di cinefili a sbafo che dopo la proiezione discutono animatamente dei film, e il lieto fine sarà assicurato dall’incontro con uno spettatore speciale, un regista.

Nelle sue pagine dense come sempre di ottimismo Levi, custode letteraria della memoria ebraica, riflette sulle atrocità della guerra, sulla forza dell’amicizia come speranza di pace, ma anche sulla potenza del cinema, con echi di ‘Nuovo cinema Paradiso’, il film cult di Tornatore.

Il suo romanzo esce in coincidenza con il Festival del cinema di Venezia e all’apice della crisi che sta uccidendo le sale: “E’ tristissimo che tante sale stiano sparendo, la condivisione delle emozioni che ci regalano i film è fondamentale, come il grande schermo, per i ragazzi vedere con gli amici un fantasy in sala è ben diverso rispetto alla tv di casa”,  analizza la scrittrice,  riservando però qualche critica alla produzione italiana contemporanea:  “Si vedono tanti film graziosi, ma sono pochi quelli che ti lasciano davvero qualcosa”.

Il suo film della vita, quello che più l’ha “colpita sul piano emotivo”, racconta è ‘Roma città aperta’, il cult di Rossellini: “Ero un’adolescente quando lo vidi la prima volta e pensai che quello che era successo a me poteva diventare romanzo”. Parecchi anni dopo per convincere suo nipote a guardare quel film, ricorda scherzando, “dovetti pagarlo, si rifiutava perché era in bianco e nero”. Quel ragazzino recalcitrante si chiama Simone Calderoni, ora è diventato un ventenne appassionato e studioso di cinema e ha collaborato al libro, come recita la prima pagina. “E’stato lui a darmi l’idea di puntare sul cinema, anche il titolo è suo”.

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