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 Danny Boyle ha rinunciato a dirigere il prossimo film di James Bond. Lo annuncia il sito internet ufficiale di 007. Alla base della decisione del regista premio Oscar ci sarebbero "differenze creative". "Michael G. Wilson, Barbara Broccoli e Daniel Craig hanno annunciato oggi che, a causa di differenze creative, Danny Boyle ha deciso di non dirigere piu' Bond 25", si legge sul sito, in riferimento ai produttori e alla star del film.

Giuliano Ferrara aveva scritto un ritratto di Vincino – al secolo Vincenzo Gallo – per presentare il suo ultimo libro, un'autobiografia. Eccola come l'ha riproposta il Foglio, il giornale con cui il vignettista scomparso a 72 anni collaborava dalla fondazione, 22 anni fa. 

Vincino è un populista, un antisistema, però conosce la storia, un populista che si è informato. Uno dei suoi fantasmini o silhouette dice a un altro, per spiegarsi tante cose tra padri e figli: “Voi avete avuto la guerra, noi il ‘68. Meglio noi”. C’è nient’altro da dire. Vincino ha sempre paura, è sempre in fuga da chi lo vuole prendere a botte, strilla in questura fino a impietosire i poliziotti che lo corcano, ne prende tante, ne dà qualcuna, scherza e bi-scherza, arriva nella redazione di Lotta Continua e dice di levare l’argenteria dai tavoli della redazione, niente revolver, perché è un fifone di coraggio, formato a Palermo tra i morti di mafia che non riesce a disegnare se non in pantomima, ha la faccia come il culo della satira, se ne impipa di tutto e della bella figura prima di ogni altra cosa. Il suo completo disinteresse si rovescia nell’ironia dell’avidità, si dispera come Leporello per la sua mesata: c’è sempre il problema del compenso a Vincino, che è per di più architetto, ma che vergogna, laureato con il minimo dei voti, e questo è un vanto, militante ma venduto, un piccolo borghese che ha strillato le sue battute, e stillato i suoi disegnini, nel Corriere e nel Foglio, da cui lo abbiamo provvidenzialmente licenziato, e anche se per burla lui si è messo paura, e se ne vanta per un quarto di secolo.  

L’infamia di Vincino non ha confini, la generosità naturale non lo riscatta, la dissipazione non lo ricompone, nel suo andare dinoccolato, fumato, nel suo barbonismo principesco, nel suo sorriso diffidente e ineguale mostra di non essere una persona integra. E questa è la sua estetica, la sua arte burlesca e malinconica, è disintegrato, tira via, non vuole si veda il minimo sforzo, si finge infernale per comporre vignette tipiche del paradiso, si batte ossessivamente per il free speech a patto che si capisca sempre bene quanto poco gliene freghi, e quando minaccia i commessi della Camera e la Nilde Jotti, tutta gente molto integra, di buttarsi di sotto se non gli fanno prendere appunti disegnati in tribuna, è chiaro il capriccio infantile, evidente la cialtroneria di cui i comunisti superintegri come il caro onorevole Pochetti, che lui chiama Pochino, lo accusano con enfasi vocale, mica in torto.

Ma Vincino è dei nostri? No, è his own man, fa quel che cazzo gli pare

Purtroppo per lui è un letterato di genio a cavallo di due secoli, se tira una riga c’è una storia, se tondeggia e colora ecco un romanzo, ma appena senti la storia vedi che è secca come una riga, appena sei nel romanzo ti catapulti nell’Ottocento, nel secolo dello stile. Altri fanno satira, lui ha fatto stile. I suoi errori di italiano sono commoventi, un artefatto naturale che nemmeno Madame Bovary. La presa sul tempo, il suo punctum senza studium, è puro Roland Barthes. La sua vignetta è l’archetipo vivente del clic. Il cialtrone sofisticato è stato al Foglio la nostra speranza, il nostro specchio, la nostra risorsa d’acqua e di alcol e di fumo. Fino a un certo punto.

Agli inizi il principe Carlo faceva l’erotomane, lui ce lo mandava molto visibilmente arrapato e con l’Union Jack, il prode caporedattore Buracchio aveva dei dubbi, lui lo degradava per fax a “redattore addetto alle vignette”, a me toccava la bella figura libertaria del direttore, sior direttore, che autorizza con sovrano sprezzo del pericolo. A forza di cialtronate Royal Watch fece di me un autocrate liberale, che vergogna. Poi Berlusconi fece un’esplorazione politica delle sue e Vincino ne disegnò sedici che ruotavano allegri e affannati nell’aria a gran velocità con la dicitura “Dura la vita dell’esplorator”, il suo amore passionale per il Cav. era incantevole. Questo gran ruffiano. Rendeva grottesca pure la nostra fronda.

La grandezza di Vincino non sono i giornaloni e i giornalini a cui si è legato, sopra tutto per soldi, la sua forza è stata “Il Male” e tutti quei giornali che in questo suo memoir racconta da vantone e da ballista. Però sono stati giornali veri, nati d’insuccesso, coronati da successo, strangolati dall’anarchia e capaci di sfondare il muro del suono e delle copie, di fare tendenza, di farci scorticare dal ridere, dal sorridere, dal piangere lacrime amare, capolavori d’arte aggressivi e surreali, oltraggiosi e immodesti, che hanno fatto il culo al protocollo della democrazia liberale molto prima del vaffanculo di Gribbels.

Vincino in quel letame disorganizzato si muoveva come un pesce nell’acqua, tirò fuori talento d’attore, imitava Craxi, si travestiva, procedeva di falso in falso in compagnia di Sandro Parenzo, di Ugo Tognazzi e di altri gentiluomini di malaffare.

La grandezza di Vincino non sono i giornaloni e i giornalini a cui si è legato, sopra tutto per soldi, la sua forza è stata “Il Male” 

E’ un uomo e un autore che ama l’assurdo, l’irriverenza è la sua seconda e terza pelle, dice di aver fatto la scuoletta con “Il Becco giallo”, con “L’Asino” di Podrecca, con Scalarini, dice di amare e imitare Reiser, mostra segni di camaraderie con figuri loschi e pericolosi della sua combriccola italiana, gli Sparagna, i Vauro, gli Staino, i Saviane, l’ardente Pazienza, insomma tutti i corruttori del linguaggio politico via satira la più distruttiva, in questo libro c’è un curriculum impeccabile e totalmente falso. Sta con questi suoi fratelli, ed è chiaro che alla radice c’è un rapporto con suo padre, formidabile figura di manager dei cantieri navali di Palermo al centro di un sistema di potere che è stato la vera natura dell’Italia repubblicana negli anni d’oro, altro che Benito Crazzo ladro, un uomo integro fino alla durezza del simbolico che Vincino amava fino al punto di farne il ribaltone incarnato che si sa, sport che i figli praticano dai tempi di Edipo alla stagione di Freud e di Jung.

Ma Vincino è dei nostri? No, è his own man, fa quel che cazzo gli pare, ritira qualche vignetta se la tipografia è ferma per un suo oltraggio, obbedisce se sia il caso, in prevalenza fugge, sfugge, svicola e sta al fronte in modo sfrontato, mostra il petto e ritira la mesata. Aristocratico, svagato, estremista, cedevole, si presenta come un lumpen, come un dannato della vignetta inscritto nel suo recinto sacro, che peraltro non ha come si sa confini, Vincino disegna sprazzi, nuvolette, ovali, tableau disordinati, concatenazioni scatenate, non vignette se non occasionalmente. D’altra parte è lui la vignetta che conta, il suo esame di stato con la pianta dell’Ucciardone spacciata al caro Franco Berlanda come un Panopticon dell’utopia, è lui il volgare truffatore che grida Viva il duce per salvarsi il culo, che si abbassa a scrivere agli esami da professionista, dopo due prove incredibilmente disegnate, per avere la Casagit. E’ lui che crede troppo negli altri, nella vita miserabile e limitata in cui siamo costretti, nell’amore e nei viaggi e nella dissimulazione, per credere anche a sé stesso. Genio, talento, azione, mito sono il suo tesoro disegnato e proiettato nel nulla del mondo, e guardate come lo ha sperperato.

E' morto a 72 anni il vignettista siciliano Vincino. Pseudonimo di Vincenzo Gallo, era nato a Palermo nel 1946. Durante l'anno della contestazione giovanile nel 1968 milita in Lotta Continua a Palermo. L'anno successivo incomincia a collaborare con il quotidiano 'L'Ora' di Palermo, seguendo da disegnatore il processo sulla strage di viale Lazio. Nel 1972 viene chiamato a Roma al giornale di Lotta Continua, dove resta fino al 1978 quando fonda e dirige 'L'avventurista', inserto satirico dello stesso giornale del movimento. Nello stesso anno partecipa alla nascita della storica rivista 'Il male', di cui sarà direttore per quattro anni (dei cinque in cui venne pubblicata), fino alla chiusura, nel 1982.

 

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, a partire dalle 23, i carri armati sovietici – e di altri Paesi del Patto di Varsavia, come Polonia, Germania dell'Est, Bulgaria e Ungheria – varcarono la frontiera dell'allora Cecoslovacchia: il punto di rottura dopo mesi di tensione tra l'Urss di Leonid Brezhnev e il nuovo governo di Dubcek, insediatosi alla guida del Partito Comunista cecoslovacco nel gennaio precedente.

Sotto la sua guida, a Praga erano state introdotte una serie di riforme nel nome di un 'socialismo dal volto umano', dall'abolizione della censura, alla libertà di raduno e associazione, fino a caute riforme economiche. Mosca aveva risposto con allarme, avvertimenti e infine un ultimatum.

Una mostra  di Agi per raccontare il Sessantotto e i fatti di Praga

All'alba del 21 agosto, Praga e il resto del Paese era stato occupato dalle centinaia di migliaia di soldati inviati dall'Urss e dai suoi alleati. Nella capitale, centinaia di cittadini si radunarono di fronte all'edificio della radio che era circondato dai carri armati. Un centinaio di persone morì solo nei primi giorni dell'offensiva. Mosca sostenne che l'intervento era stato richiesto dalle autorità cecoslovacche. Dubceck venne arrestato insieme al premier Oldrich Cernik e ad altri, tra cui il presidente Ludvìk Svoboda; portati a Mosca, vennero costretti a firmare il 'Protocollo di Mosca' con il quale veniva formalizzava l'occupazione sovietica.

Intanto in Cecoslovacchia la popolazione aveva adottato una resistenza non-violenta, in attesa del ritorno dei leader dalla capitale sovietica. Ma quando tornarono, il 27 agosto, comunicarono che le truppe sovietiche sarebbero rimaste fino a una "normalizzazione della situazione". Nell'aprile 1969 venne firmato un accordo per la permanenza temporanea dei militari di Mosca; nello stesso mese Dubceck venne estromesso dalla guida del Partito comunista e seguirono durissime purghe. Un ferreo controllo che durò fino al ritorno della democrazia con la Rivoluzione di Velluto nel 1989, alla quale seguì, all'inizio del 1993, la divisione del Paese in Repubblica Ceca e Slovacchia. 

Decine di eventi sono in programma in tutto il Paese, preceduti  da una manifestazione davanti all'ambasciata russa.

La radio di Stato  ha organizzato una diretta di 13 ore, dalle 21 di lunedì 20 fino alle 10 di mattina di martedì 21, con giornalisti che si collegheranno da diversi luoghi legati all'invasione, insieme a materiale d'archivio e numerose interviste con testimoni dell'epoca.

Nei primi giorni dell'invasione morirono 72 cecoslovacchi (il totale delle vittime sarebbe arrivato a oltre 200), mentre il governo di Alexander Dubek invitava la popolazione a non opporre resistenza. Martedì mattina il premier ceco Andrej Babis, insieme ai presidenti dei due rami del Parlamento, interverrà a una cerimonia pubblica all'ingresso dell'edificio dell'emittente radiofonica, svelando una targa commemorativa dedicata a tutte le vittime dell'invasione. In serata ci sarà un concerto in Piazza Venceslao, al quale parteciperà anche la cantante Marta Kubisova che riproporrà 'A Prayer for Marta', divenuta un simbolo di quella tragedia.

Tra gli eventi organizzati, una speciale proiezione sulla facciata del Museo Nazionale, mentre la Galleria Nazionale di Praga terra' l'evento 'Opening '68', con le piu' famose immagini dell'invasione scattate da Josef Koudelka insieme a riprese del regista della 'Nuova Onda' di Praga, Jan Nemec.

Il municipio invece ospiterà l'esposizione 'Soviet Invasion – August 1968', e diverse altre mostre sono in programma in altre città, come Brno, Ostrava, Pardubice e Liberec, una delle più colpite dall'invasione, dove si esibirà il cantante Karel Kryl. 

"Una brutta notizia. Se n'è andato Claudio Lolli". L'annuncio, su Facebook, è dell'assessore alla Cultura di Bologna, Matteo Lepore. "Bologna", scrive ancora Lepore, "perde un suo cantautore e un poeta forse troppo dimenticato. L'anno scorso aveva vinto il premio Tenco. Davvero solo poche settimane fa alcuni suoi amici mi avevano fermato suggerendomi di andarlo a trovare, di premiarlo anche per dargli forza nella sua lunga malattia". 

Lolli, era nato a Bologna il 28 marzo 1950 ed era professore di Liceo. Lanciato da Francesco Guccini e considerato il 'poeta del Movimento', ha inciso una ventina di album. Nelle sue liriche la passione per la politica e la vicinanza agli ultimi e ai diseredati. Tra i suoi titoli più celebri 'Michel' e 'Ho visto anche degli zingari felici'.

E' morto all'età di 85 anni Vidiadhar Surajprasad (V.S.) Naipaul, lo scrittore originario dell'isola caraibica di Trinidad premio Nobel per la Letteratura nel 2001 e autore di una trentina di romanzi e saggi di successo internazionale. Lo ha reso noto la moglie. Naipaul, che aveva vissuto quasi sempre in Inghilterra, si è spento nella sua casa di Londra. Lo scrittore era nato nel 1932 a Trinidad e Tobago, all'epoca colonia britannica, da una famiglia di immigrati indù arrivati dall'India alla fine dell'800. Trasferitosi da giovane a studiare a Oxford, la sua prima opera era stato "Il Massaggiatore mistico" nel 1957.

Dapprima aveva attinto ai racconti del padre per storie immaginarie su Trinidad, poi l'ispirazione gli era venuta dai viaggi in giro per il mondo, in particolare con la trilogia di saggi sull'India, nata dalla profonda disillusione sperimentata visitando la terra dei suoi avi. Tra le opere più note c'è anche "La perdita dell'El Dorado" del 1969, una storia della colonizzazione di Trinidad. 

La giuria del Nobel che lo premiò nel 2001 aveva definito "un capolavoro" il suo libro del 1987 "L'enigma dell'arrivo". Per l'Accademia di Svezia aveva "unito una narrazione acuta e capacità d'osservazione insopprimibile in lavori che ci obbligano a vedere la presenza di storie dimenticate".

“Siamo tutti bolognesi”: tre parole scritte a mano su un biglietto da visita di un cittadino di Salerno un mese dopo la strage del 2 agosto 1980, conservate per quasi 38 anni nell’archivio del Gabinetto dell’allora sindaco di Bologna, Renato Zangheri. Uno ‘slogan’ di solidarietà, partorito in una società con i telefoni a gettone senza il web o i social network.

Il messaggio ritrovato nei faldoni comunali, nella sua forza e semplicità al tempo stesso, racchiude il senso delle migliaia di lettere, telegrammi, cartoline siglate da tutto il mondo e da tutta la società, dal Capo di Stato al carcerato, recapitate in Comune a Bologna nelle settimane successive all’attentato alla stazione per dire no al terrorismo.  Un ‘diluvio’ di solidarietà che, dopo 38 anni dallo scoppio della bomba in stazione, è diventato uno spettacolo teatrale. “Sinfonia di Soccorsi”, infatti, è il nuovo evento del Cantiere 2 agosto dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna nato per ricordare le vittime, 85 morti e 200 feriti, del più grave atto terroristico in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi. I documenti inediti dell’epoca saranno recitati la sera di mercoledì 1 agosto da attori-trampolieri ‘arrampicati’ sopra due torri davanti alla sede della Regione a Bologna. 

Nei giorni dopo la strage la scrivania del sindaco Zangheri si riempì di fogli di carta. Messaggi vergati a mano con le più curiose calligrafie o battuti pazientemente a macchina. Alcuni scritti da immigrati all’estero o da pensionati dal tratto incerto ed altri in italiano perfetto o in lingua straniera. Parole formali ma anche pensieri diretti e ‘popolari’ a volte sgrammaticati uniti dal desiderio di ripartire senza arrendersi alla paura. Arrivarono centinaia di telegrammi ‘istituzionali’, ad esempio, dal cancelliere dell’allora Germania Occidentale Helmut Schmidt, dal presidente del parlamento Ue, Simone Veil  o da sindaci di città da poco tornate alla democrazia come le spagnole Madrid e Barcellona e di comuni italiani per lo più sconosciuti (Lanuvio, Ussassai, Sinalunga). Ma non mancarono sorprese come un messaggio dalla giunta rivoluzionaria del governo di El Salvador o dalla Repubblica del Vietnam.

Poi ancora: carcerati pronti a donare il sangue per i feriti, pensionati che allegarono micro-somme in denaro, famiglie disponibili ad adottare bimbi rimasti ‘orfani’, studenti greci o iraniani ospitati in passato a Bologna, anziani in vacanza nelle pensioni romagnole, campeggiatori, ex combattenti, portalettere, elettricisti e sportivi. “Caro compagno Zangheri, abbiamo dato una piccola festa dove hanno partecipato 40 persone”: sono le prime righe della lettera di Rose, una italo-americana residente negli Stati Uniti a Los Angeles che organizzò, insieme ad un comitato fondato ad hoc,  una serie di ‘spaghetti-dinner’ per raccogliere denaro da inviare al sindaco. In moltissimi, infatti, accompagnarono alle parole di solidarietà anche aiuti concreti. Cittadini comuni, pensionati, inviarono anche ‘solo’ mille lire, “è ben poca cosa non posso dare di più” si giustificarono. “Grazie per averci dato delle mani ideali per poter anche noi scavare un poco” scrisse una famiglia. “Noi il più poco che possiamo fare è offrirvi il nostro sangue”, questo un passaggio di una lettera datata 3 agosto 1980 firmata da due detenuti del carcere di Palermo.  Anche gli ‘orfani’ della strage riempirono i fogli di carta.  “Io sono agricoltore, benestante e certo di poter garantire sicurezza ed affetto ad eventuale bimbo che mi venisse affidato. Sono anche disposto a trasferire parte della mia proprietà all’affidato”: Vito da Potenza non fu l’unico a proporsi per l’adozione.

Mesi di lavoro (dal settembre scorso) per Cinzia Venturoli, la storica che ha analizzato tutti i documenti trovati negli archivi comunali poi selezionati e raccolti in un volume curato dall’Assemblea legislativa dal titolo “La solidarietà e il dolore del mondo al sindaco Zangheri” che sarà distribuito gratis in 600 copie al pubblico della “Sinfonia” durante la serata del 1 agosto. “Siamo partiti con questo progetto – ha spiegato Venturoli all’Agi – chiedendoci come si reagisce ad una strage in un momento in cui non c’è Facebook e le comunicazioni sono più lente. La risposta è con una grande mobilitazione sia in piazza, perché è il luogo della democrazia e sia attraverso le lettere e i telegrammi inviati al Comune. Dagli scritti dell’epoca emerge una grande fiducia verso i rappresentanti delle istituzioni, soprattutto verso il sindaco Zangheri o nei confronti del presidente Sandro Pertini”.

C’è un filo rosso che lega tutti questi documenti? “La volontà di esserci – ha risposto la storica – di reagire, di essere utili e di abbracciare la città”.  Infatti, arrivò ad oltre un miliardo di lire, il 31 agosto 1980, la somma depositata nel fondo di solidarietà alle vittime aperto dal sindaco: 316 milioni dei cittadini, 200 milioni della lega delle cooperative e 500 milioni stanziati dalla Regione. Numerosi i ‘grazie’ rivolti a Zangheri il ‘sindaco professore’. “Caro sindaco mi rivolgo a lei come rappresentante della città di Bologna per dirle grazie, senza alcuna retorica. Grazie perché per noi giovani è facile cadere nel pessimismo, perdere le speranze, avere sfiducia”, è l’apertura di una lettera del 7 agosto 1980 firmata “Una ragazza qualsiasi”.  Nei documenti dell’epoca non si nasconde la speranza di ottenere piena verità e giustizia sull’attentato alla stazione. Una richiesta non pienamente soddisfatta nonostante siano passati 38 anni dallo scoppio della bomba. C’è una indagine in corso della Procura generale di Bologna sui mandanti della strage. E la storia è ancora da scrivere.

Non è il solito libro sui Templari, spade, armature e castelli. Perché siamo nel XXI secolo, a Roma. 

Lo spunto di 'Non nobis domine' di Sergio Bortot (Pioda Imaging, 333 pagine, 17 euro) viene fornito da quanto teorizzato, agli inizi del secolo scorso, dall’occultista Pierre Vincenti, ossia che Nostradamus non scrisse mai le famose “Profezie”, ma si limitò a rubare un Codice scritto dai Templari prima di scomparire, adattandolo ai suoi scopi. Il volume sarebbe stato in realtà un “manuale d’istruzioni”, indirizzato a futuri iniziati, per la rinascita dell’Ordine.

L’autore ha così immaginato che la rinascita si sia effettivamente realizzata, ma che poi le due anime del Tempio – quella cavalleresca e quella finanziaria – abbiano portato alla scissione in due schieramenti.

A determinare la supremazia dell’uno sull’altro, il possesso del Codice, conservato dal Custode che risiede oggi a Roma. La sua casa però viene svaligiata: i ladri lo feriscono gravemente e il volume sparisce insieme al resto della refurtiva. 

Scaricato nel giro dei venditori ambulanti di libri da un ricettatore che non ne ha compreso il valore, viene rubato dal Monaco, un domenicano scacciato dalla Chiesa per essere diventato schiavo della chiaroveggenza e della cartomanzia.

Ossessionato dalle Centurie, se ne impossessa, diventando a sua volta la preda inseguita dagli emissari dei due schieramenti.

E’ una caccia senza esclusioni di colpi, fra i colori e i suoni di una Roma d’inizio estate,  in un succedersi di momenti che trascinano i protagonisti verso il finale.

Lo sviluppo della storia è coerente e il romanzo risulta scorrevole e piuttosto avvincente. Ben gestita l’alternanza fra capitoli o paragrafi riguardanti tempi, luoghi e personaggi diversi. Non si perde il filo e si aggiungono informazioni progressive. Molto buone le descrizioni di Roma, che fanno capire atmosfere, tradizioni e tipicità caratteriali degli abitanti, anche a chi fosse di altra area geografica.

“Miglior attore non protagonista”, il Monaco, che ruba parte della scena al protagonista principale. Da semplice strumento, sembra quasi si sia imposto, chiedendo più spazio. Il finale lascia immaginare un possibile seguito.

 

"Le domeniche gratuite nei musei saranno abolite tra qualche mese". L'annuncio è del ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, a Napoli per presentare le lettere di Giacomo Leopardi acquisite dalla Biblioteca Nazionale. "Lascerò maggiore libertà ai direttori – dice – se il direttore vuole mettere una domenica gratuita non ci vedo niente di male. E' quando io obbligo, che non funziona fare la domenica gratuita". Per Bonisoli l'ingresso gratuito nei siti archeologici, nei musei può essere utile nei periodi di minor flusso turistico. "Ma non posso essere costretto ad aprire gratuitamente la prima domenica di agosto – spiega il ministro – con migliaia di stranieri che arrivano e pensano di entrare gratis. Non avete idea dei commenti che sento a livello internazionale. Non capiscono questa strategia e non l'apprezzano. Rischiamo di svalutare".

Una barca in legno, un galleggiante, guanti palmati e alambicchi di rame, una gru girevole, uno scafandro per palombaro e la macchina volante con motore a balestra. Sono solo alcuni dei 52 straordinari modelli storici leonardeschi che insieme alla collezione di affreschi della Pinacoteca di Brera sono esposti alla mostra 'Leonardo da Vinci Parade', visitabile fino al 13 ottobre al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.

Si tratta della prima iniziativa realizzata in vista delle celebrazioni per il V centenario della morte di Leonardo da Vinci (1519-2019) per il programma "Milano e Leonardo" che prende il via ufficialmente il 2 maggio 2019. L'esposizione, curata dal Museo e realizzata in collaborazione con la Pinacoteca di Brera, servirà al museo per fare dei lavori di ammodernamento nella famosa Galleria Leonardo.

Si chiama 'Parade', come spiega Fiorenzo Galli, Direttore Generale del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, durante la conferenza stampa, "perché è una parata. E' la messa in mostra di due nostre grandi collezioni: una è quella legata a una cinquantina degli oltre 130 modelli storici, modelli interpretativi dei disegni di Leonardo; l'altra è una collezione di 29 strappi, affreschi, del fondo deposito di Brera, della scuola di Bernardino Luini, quindi sostanzialmente della scuola lombarda del 16esimo secolo. Sono importanti perché rappresentano la nascita del museo, nel 1953 questi affreschi vennero dati dalla direttrice di Brera al nostro fondatore Guido Ucelli, costituirono un deposito fondamentale per mettere in collegamento la scienza e la tecnologia rappresentata simbolicamente e non solo, dai modelli di da Vinci, con l'arte".

L'installazione è alquanto originale. In questa 'parade' i modelli "sono su una piattaforma, una sorta di palcoscenico con tutto attorno le luci della ribalta – spiega il curatore Claudio Giorgione – dove sono riuniti i modelli più antichi che oggi sono sopravvivono.

"Pochissimi i testi perché abbiamo voluto che fossero gli oggetti a parlare e solo 2 touch screen con le informazioni. Questo palcoscenico dialoga con la quadreria: i 29 affreschi che vanno dalla fine del 400 alla seconda metà del 500, strappati da molte chiese che oggi non esistono più". Tra questi, alcuni non sono esposti da decenni e particolarmente interessante è la Pala datata 1521. "Queste opere sono esposte su due grandi pareti a evocare le rastrelliere dei depositi museali – ha concluso Galli – con l'obiettivo di costituire una suggestiva quadreria che documenti chiese e conventi in molti casi scomparsi. Attraverso questi affreschi possiamo ricostruire una mappa virtuale degli anni in cui ci fu Leonardo". 

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