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È morta oggi a Milano la scrittrice, giornalista ed anche conduttrice tv Alessandra Appiano, aveva 59 anni. Ancora non certe le cause della morte, anche se con il trascorrere delle ore appare sempre più evidente tra gli investigatori che si sia trattato di un gesto volontario da parte della scrittrice nativa di Asti che con il suo romanzo d'esordio "Amiche di salvataggio", edito da Sperling & Kupfer, vinse il Premio Bancarella 2003. Da allora, tanti altri romanzi, l'ultimo dei quali "Ti meriti un amore" (Cairo Publishing) era uscito qualche mese fa. 

La scrittrice aveva dedicato alle donne la gran parte della sua produzione e dei suoi interventi, dove affrontava anche temi sociali, come opinionista nei talk televisivi sia in Rai che a Mediaset, in programmi come La vita in diretta, Mattino 5, Torto o ragione. Collaborava anche con testate, come Donna moderna, ed anche sul sito del Fatto Quotidiano, su quest'ultimo con un blog dedicato al volontariato. Tra i suoi impegni anche quello di 'ambasciatrice' di Oxfam​, ong che combatte la fame nel mondo. Un'attività continua e meritevole, che le aveva anche portato nel 2013 l'Ambrogino d'Oro, il massimo riconoscimento che il Comune di Milano attribuisce. I suoi romanzi – oltre ad 'Amiche di salvataggio' anche 'Domani ti perdono', 'Scegli me', 'Le vie del signore sono infinite', 'Le belle e le bestie' – sono stati sempre accolti con grande favore dalla critica e dal pubblico, anche oltre i confini italiani.

Colpisce nella prematura fine un post che Alessandra Appiano aveva scritto qualche settimana fa, quando a causa di un imprevisto ferroviario aveva dovuto rinunciare a prendere parte ad una trasmissione televisiva. "Per la prima volta in vita mia getto la spugna su un impegno di lavoro. Vuol dire che devo prendermi cura di me e volermi bene anche da negazione della wonder woman. Un abbraccio a tutti gli esseri umani che si sentono fragili in questo periodo…". Successivamente, a inizio maggio, un post con cui citava Primo Levi: "Amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicita' sula terra". Numerosi sono in queste ore i messaggi di cordoglio e di addio, anche dal mondo della televisione e del giornalismo, affidati a Facebook.

Il ciclo di incontri dedicati al mondo dell’informazione e del giornalismo, che si svolgono, con il patrocinio dell’Agcom, nell’ambito della mostra fotografica e multimediale “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, realizzata da Agi Agenzia Italia, continua al Museo di Roma in Trastevere con un nuovo appuntamento.

Martedì 29 maggio 2018, alle 17, Riccardo Luna, direttore AGI insieme a Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, rifletteranno sulla nuova era dell’informazione con il direttore de “L’espresso” Marco Damilano, il direttore del “The Post Internazionale” Giulio Gambino, il commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Antonio Nicita e con il Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma Eugenio Gaudio, confrontandosi con i giovani delle scuole di giornalismo, del magazine Scomodo, di Voicebookradio e una platea di ragazzi delle scuole romane.

Il ciclo di incontri Come eravamo, come saremo: il 68 e il futuro dei giornali”, ha preso il via giovedì 24 maggio con un incontro con il direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari e con Mario Morcellini, commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e già preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza”.

“Il giornalismo, per sopravvivere, deve avere un livello di qualità alto, ma per questo servono soldi e, quindi, deve essere a pagamento, come sta tornando ad esserlo negli Stati Uniti” –  ha affermato Maurizio Molinari – "Sono convinto che in questo modo la battaglia sarà vinta ma bisogna mettersi costantemente in discussione, essere umili e non avere preconcetti o essere guidati da una ideologia. Insomma, bisogna essere come dei marziani, lasciarsi prendere dall'ingenuità. In questo i giornalisti anglosassoni sono maestri” ha concluso il direttore de “La Stampa”.

“C’è bisogno di rilanciare la mediazione giornalistica e di avere un’informazione di qualità” -ha sottolineato il commissario Mario Morcellini – "Negli ultimi anni – ha proseguito – si è caduti nella trappola del free, dei contenuti gratuiti. Bisogna invece spiegare che è una favola quella dell'informazione senza la mediazione di un professionista".

La Mostra #Dreamers68 è un percorso fotografico e multimediale che racconta un anno di snodo per la vita politica e istituzionale del nostro Paese e del mondo, insieme ad aspetti della società e del costume, dalla dolce vita alle imprese sportive, senza dimenticare la vita quotidiana, la tecnologia, il cinema e la musica.

Un viaggio tra più di 170 fotografie provenienti in parte dall’archivio storico di AGI e completato con i numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Getty Images, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero,La Stampa, l’Espresso.

La mostra “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con ilpatrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha ottenuto la medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quale segno di apprezzamento del Quirinale per il valore sociale e culturale dell’iniziativa.

Il destino di una canzone è meno prevedibile di una guerra. Se è una canzone di guerra, il suo destino spesso è scomparire alla fine del conflitto assieme agli ignoti, vivi e morti, che hanno combattuto e la cantavano. Fu perciò più eccezionale che rara la sorte della Leggenda del Piave. Non solo perché le bande militari la intonano tuttora nelle celebrazioni, che diventano così più solenni, ma per l’affetto trasversale che l’ha accompagnata dal 1918 a oggi, giusto un secolo dopo.

E. A. Mario

Una notte d'insonnia

L’autore scrisse il brano nella notte fra il 23 e 24 giugno del ’18 con penna, carta, mandolino e macchinetta del caffè, come avrebbe fatto per altre migliaia di canzoni di cui firmava spesso testo e musica. Giovanni Ermete Gaeta, nome d’arte E. A. Mario, non immaginava gli effetti di quell’insonnia. Glieli avrebbe dichiarati più tardi il generale Armando Diaz in un telegramma: “Mario, la vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale!”.

L’autunno nero di Caporetto era alle spalle e gli austriaci avevano appena perso la ‘battaglia del solstizio’. La piena del fiume Piave che travolgeva i nemici ispirò i primi versi della canzone. Rievocavano l’inizio della guerra nel 1915: “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il ventiquattro maggio”. E il Piave chiude ciascuna delle tre strofe e della quarta, aggiunta dopo al semplice e marziale brano in fa maggiore.
 

Giovannino Gaeta s’era convinto da ragazzo, come molti napoletani, che la vita è per metà destino e s'impegnò per l'altra metà a favorirlo, sembrandogli che il suo fosse speciale.

Barbiere nel salone del padre, dismise il sogno salgariano di fare il capitano sulle navi quando un cliente dimenticò un mandolino in bottega. Si procurò il metodo Sonzogno per autodidatta e cominciò a studiare musica. Quando le Regie Poste indissero un concorso partecipò e vinse, ma il giorno che un noto maestro musicale a contratto con Casa Ricordi andò a fare una raccomandata approfittò per dargli una canzone. Piacque. Cominciò a collaborare coi giornali e si diede quel nome d’arte, che visti i risultati il destino dovette gradire. Scoppiata la prima guerra mondiale fu esonerato perché quarto figlio di madre vedova, ma sentiva il richiamo del fronte e si fece assegnare al servizio dei treni postali, che recapitavano le lettere ai soldati in prima linea.

Prese perciò  la minuta della Leggenda del Piave schizzata sui moduli dei telegrammi e la stampò su foglietti volanti (una facciata il testo, l’altra la linea melodica). Salì col mandolino sul vagone postale fino al fronte, dove un amico cantante di varietà arruolato nei bersaglieri eseguì la canzone per il suo reparto. Piacque e si diffuse per le curiose vie che si scavano le canzoni nel loro imprevedibile destino.

Non è un orologio

S’accorse del successo tornato a Napoli, dove sentì sconosciuti soldati in licenza stonare il brano per strada. Lo presentò per la prima volta in forma ufficiale nel settembre del ’18 in un piccolo teatro cittadino. Cantò un'artista lombarda, Gina De Chamery, più rotonda nel fisico che nella voce troppo nasale. I fanti in sala ricantarono in coro. Già conoscevano l'inedito.

La consacrazione arrivò a Roma  tre anni dopo, con la cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria. La banda dei Carabinieri attaccò La leggenda del Piave e il re s'incuriosì. Ci vollero diversi giorni per rintracciare l’impiegato postale e spedirlo in udienza al Quirinale. Finito il colloquio, Vittorio Emanuele III gli porse un pacchetto: E. A. Mario suppose (o sperò) che fosse un orologio. Ma erano le insegne di Commendatore della Corona d’Italia che il sovrano gli concedeva motu proprio.

E. A. Mario avrà costante successo con le sue canzoni sia in napoletano che in italiano. Anche le più famose sono troppe per citarle. Basti dire Santa Lucia luntana, Vipera, Balocchi e profumi.

Fumantino di carattere quanto vulcanico d’ispirazione, il titolo di commendatore non gli valse alle Poste, che lo licenziarono "per scarso rendimento". Fu riassunto da avventizio all’emeroteca, percependo uno stipendio di cui poteva fare a meno se avesse goduto i diritti della sola Leggenda del Piave. Gli furono negati perché, considerata "inno ufficiale", ne diveniva proprietario lo Stato. Solo dopo una causa ventennale contro un’ostinatissima Siae ottenne l'indennizzo, ma non gli fu erogato perché intanto era scoppiata l'altra guerra. Quei soldi arrivarono quando la svalutazione della lira li aveva ridotti a una miseria.

Altra guerra, altra musica

Neanche durante la seconda guerra E. A. Mario aveva trascurato il mandolino. S’ispirò per un'ennesima canzone, ma assai diversa da La leggenda del Piave fu Tammurriata nera, musicata nel '44 con parole del consuocero Edoardo Nicolardi. Per chi non lo ricordi, raccontava ironizzando la tragica Napoli milionaria dove le donne partorivano figli di pelle scura dopo amori più o meno interessati coi soldati di colore americani.
 

Mentre a Napoli spopolava Tammurriata nera (che spiega come "'a femmena è restata,/ sott''a botta, 'mpressiunata"), il nuovo governo italiano decretava inno nazionale La leggenda del Piave (lo rimase fino al 1946). Sono più imprevedibili delle guerre i destini delle canzoni.

E. A. Mario morì a Napoli (dov'era nato nel 1884) il 24 giugno del 1961, data onomastica per Giovannino e la stessa in cui, un bel po' d'anni prima, aveva scritto la Leggenda.

Lo scrittore statunitense Philip Roth, morto a 85 anni dopo avere lasciato alcuni grandi capolavori alla letteratura mondiale, tornerà per i lettori italiani con il secondo volume che gli dedica Mondadori nella prestigiosa collana dei Meridiani. L'uscita del libro, già programmata, è fissata al 23 ottobre di quest'anno con la curatela di Paolo Simonetti.

Il secondo Meridiano raccoglierà i romanzi dal 1991 al 1997. Sono quattro titoli. Nel dettaglio: "Patrimonio" (1991), "Operazione Shylock" (1993), "Il teatro di Sabbath" (1995) e "Pastorale americana" (1997), romanzo con cui Roth vinse il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1998.

Il primo Meridiano Mondadori dedicato allo scrittore, nato a Newark nel New Jersey nel 1933 e morto martedì scorso 22 maggio a New York, è stato pubblicato a ottobre 2017 e propone i più importanti titoli giovanili e della prima maturità: "Lo scrittore fantasma" (1979), "Goodbye, Columbus" (1959), "Lamento di Portnoy" (1969), "La mia vita di uomo" (1974); "Zuckerman scatenato" (1981), "La lezione di anatomia" (1983), "L'orgia di Praga" (1985) e "La controvita" (1986), con un saggio introduttivo di Eléna Mortara e gli apparati critici cofirmati da Paolo Simonetti.

Seguirà, presumibilmente a fine 2019, il terzo volume contenente le opere dell'ultimo Roth, con un saggio di Alessandro Piperno.

"Secondo alcune stime, il 70% del mercato dell'arte contemporanea è costituito da falsi. È un dato che non mi sento di condividere del tutto, ma che non è lontano dalla realta'. E sicuramente rende bene l'idea di quanto il fenomeno sia esteso". A fare il punto con l'AGI su un fenomeno "in continuo aumento" è il capitano Fabio Castagna, comandante della sezione Falsificazione ed arte contemporanea del Comando carabinieri Tutela patrimonio culturale.

Sequestri quadruplicati in un anno

I numeri, innanzitutto. "L'anno passato abbiamo sequestrato falsi per 218 milioni di euro, quasi quattro volte di più del 2016 quando il valore delle opere sequestrate aveva raggiunto i 57 milioni. Ma c'è un altro elemento che deve far riflettere: la quasi totalità dei falsi sequestrati nel 2017 sono dipinti, stampe, grafiche e sculture di arte contemporanea. I falsi archeologici e quelli di antiquariato sono poche decine".

"L'arte contemporanea – spiega il capitano Castagna – si vende e si compra bene. E mentre falsificare un Rubens è difficile se non impossibile, falsificare uno Schifano è relativamente facile. È anche una questione di materiali: per riprodurre un dipinto dell'800 servono un supporto e magari una cornice di quel periodo, per rifare un quadro dei giorni nostri basta la tela comprata nel primo negozio all'angolo. Si compra a poco nella speranza di rivendere a tanto, come 'giocare' in borsa: nell'animo del collezionista, piccolo o grande, c'è sempre l'aspirazione all'affare, ed è questa la leva su cui spinge chi del falso vive e fa una professione".

Un mercato sui generis

È un mercato sui generis, ammette il capitano Castagna, "che si autoalimenta non dico per imitazione ma quasi per moda: qualcuno a un certo punto in un'asta a New York o a Londra compra il quadro di un artista 'x' e non si sa bene come, improvvisamente, quell'artista si trova ad essere spinto ad alti livelli. Attenzione: i falsari sono bravissimi ad anticipare certi trend. Ci è capitato negli anni passati di sequestrare un numero considerevole di falsi di un autore non proprio conosciuto per poi vedere che in un'asta successiva, uno o due mesi più tardi, le quotazioni di quell'autore si impennavano".

Geograficamente, produzione e commercializzazione dei falsi sembrano concentrarsi nelle regioni del Nord – Piemonte, Lombardia, Veneto – in Toscana e nel Lazio, "ma non è una sorpresa, trattandosi di un bene di consumo alto"; al Sud l'incidenza del fenomeno appare, ad oggi, meno significativa. C'e' anche chi ipotizza un crescente interesse della criminalità organizzata, ma allo stato attuale delle indagini "non ne esiste prova. Certo, viste certe quotazioni, se c'è da fare un investimento, lo fanno, anche perché comprare quadri puo' essere un metodo ideale per riciclare dei soldi, ma non risulta che alcun clan abbia in questo settore il suo core business".

Gli artisti più falsificati

Lunga e ricca di nomi illustri la lista degli artisti piu' "imitati": gli esponenti della "scuola romana" con Tano Festa, Franco Angeli, Mario Schifano ma anche Carrà, Balla, Sironi, Boetti e grandissimi come Picasso e Modigliani: il caso dei falsi del grande artista livornese esposti in mostra a Palazzo ducale a Genova di recente è finito sulle prime pagine di tutti i giornali.

"Un caso particolare – spiega il comandante della Sezione – è quello dei falsi risalenti agli anni '40, '50 o '60, ovvero quasi contemporanei agli originali: capita che quando un artista muore, uno dei suoi collaboratori continui a farlo 'dipingere' sfruttando la conoscenza delle tele, dei colori e delle tecniche". Negli ultimi tempi, proprio per fare chiarezza nelle attribuzioni, anche nel settore dell'arte contemporanea vanno così assumendo un peso sempre maggiore le indagini scientifiche: "Tecniche moderne, sempre più sofisticate e poco invasive sull'opera, ci consentono di andare a verificare i disegni preparatori, ad esempio, o la tipologia dei pigmenti utilizzati. Si tratta di un supporto che non elimina l'esperto d'arte ma lo integra e l'aiuta, consentendo a noi investigatori di portare in dibattimento prove ancora piu' solide". 

È una sfida impegnativa, ma affascinante, quella che gli specialisti della Sezione – un unicum a livello mondiale, nessun'altra polizia ha un reparto di questo tipo – sono chiamati quotidianamente a combattere: ci sono dinamiche di mercato da interpretare e una vasta platea di soggetti con i quali confrontarsi, dai collezionisti piccoli e grandi alle fondazioni passando per musei e gallerie. E poi c'è lui, il falsario, "una figura quasi mitologica, difesa dalla filiera criminale che gira intorno al falso d'arte come nessun altro: un bravo falsario non ha prezzo, non si tradisce, il suo 'cliente' avrà sempre bisogno di lui anche una volta uscito di prigione. Spesso il falsario è lui stesso un artista, magari spinto a fare questo lavoro dalla necessità di 'arrotondare', ed è anche quello nelle cui tasche, alla fine, entrano meno soldi di tutti". 

Come difendersi

Per chi compra, non esiste una ricetta infallibile per evitare le fregature, anche perché gli acquisti passano spesso per il circuito del porta a porta, una rete di conoscenze e relazioni dirette, ma i consigli di cui fare tesoro sono sostanzialmente tre: privilegiare i canali di vendita ufficiali, diffidare delle offerte troppo convenienti, pretendere sempre e comunque da chi vende certificati di provenienza e autenticità.

"Di aste televisive se ne vedono sempre meno – ricorda il capitano Castagna – e online si trova tanto, ma a livelli non alti, per lo più stampe e grafiche da poche centinaia di euro: meglio passare per gallerie serie, affidabili, con cui eventualmente è possibile rivalersi in caso di problemi, e attraverso le fondazioni, che secondo alcuni hanno finito con l'assumere un ruolo troppo importante ma che sole possono dare indicazioni definitive per certi artisti. In ogni caso, anche per l'arte contemporanea è cosa buona farsi guidare dal buonsenso: dietro un prezzo stracciato può anche esserci l'occasione della vita, ma non capita quasi mai. Molto più probabile che nasconda un bidone". 

La Mostra #Dreamers68 è un percorso fotografico e multimediale che racconta un anno di snodo per la vita politica e istituzionale del nostro Paese e del mondo, insieme ad aspetti della società e del costume, dalla dolce vita alle imprese sportive, senza dimenticare la vita quotidiana, la tecnologia, il cinema e la musica.

Un viaggio tra più di 170 fotografie provenienti in parte dall’archivio storico di AGI e completato con i numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Getty Images, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso.

Il ciclo di incontri “Come eravamo, come saremo: il 68 e il futuro dei giornali”, organizzato con ilpatrocinio convinto di Agcom – Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, individua il suo centro di gravità nel mondo dell’informazione e del giornalismo, scegliendo come protagonisti direttori e giornalisti di alcune delle più importanti testate nazionali e componenti dell’Autorità per le Comunicazioni. Ma un ruolo rilevante sarà assegnato a ragazzi e studenti che quel futuro dovranno costruire. Sarà un’occasione per creare un dibattito aperto tra generazioni a confronto, per cogliere ilruolo dell’informazione in quell’anno, ma anche le sue conseguenze e i mutamenti alla luce del “mondo nuovo in cui la rivoluzione digitale ha preso il sopravvento proponendo ai giornalisti nuove sfide.

I nuovi media, la tecnologia e internet possono rappresentare il nuovo 68 digitale con cui giornalisti e giornali hanno dovuto misurarsi; un ciclostile virtuale che a differenza di cinquant’anni fa naviga ad alta velocità 24 ore su 24. Quali sono pro e contro di questa nuova era dell’informazione? E soprattutto cosa non dobbiamo dimenticare del passato per costruire un futuro equilibrato, di qualità, e remunerativo per le imprese editoriali?

Riccardo Luna, direttore AGI insieme a Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, affronteranno queste tematiche con il direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari, il direttore de “L’espresso” Marco Damilano, il direttore de “Il Messaggero” Virman Cusenza, il direttore del “The Post Internazionale” Giulio Gambino e il commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Mario Morcellini,confrontandosi con i giovani dei corsi di giornalismo di Sapienza, LUMSA del magazine Scomodo, di Voicebookradio e una platea di ragazzi delle scuole romane.


Chi e quando

24 Maggio, Ore 16.30 Maurizio Molinari

29 Maggio, Ore 17.00 Marco Damilano

31 Maggio, Ore 17.30 Virman Cusenza


La mostra “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”, a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,ha ottenuto la medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quale segno di apprezzamento del Quirinale per il valore sociale e culturale dell'iniziativa.

 

Hollywood, negli ultimi anni, li ha mostrati più volte; gli Assassini ed il castello di Alamut appaiono sia nel film di fantasia “Prince of Persia, le sabbie del Tempo” e pure nella ricostruzione storica sulla vita di Avicenna nel film “Medicus”. Per raggiungere Alamut (in persiano “Nido dell’Aquila”), basta partire da Teheran la mattina presto e dopo 150 km verso nord-ovest, si raggiunge un punto dell’autostrada che dista solo 10 km da Qazvin città. Lì bisogna seguire il cartello e girare a destra in direzione delle montagne; sono solo 140 km ma sono passi di montagna difficilissimi, 4 ore per questo ultimo pezzo del tragitto.

Il culto esoterico degli ismaeliti

Dopo il villaggio di Moallem Kalayè un cartello annuncia l’ingresso nella valle degli “Assassini”. La parola è la versione latinizzata di Hashishiyun o fumatori di Hashish. Gli Ismailiti, nacquero nel nono secolo dopo Cristo proprio in Persia, in seno al mondo sciita, e credono in 7 sacri discendenti di Maometto anziché 12 (come la maggior parte degli sciiti). La loro era una vera e proprio religione esoterica, e il loro più famoso leader spiritual persiano, Hassan Sabbah (Qom 1034 circa – Alamut, 1124) era di fatto un eremita che combatteva contro il governo sunnita Selgiuchide, al potere in Persia nell’11esimo secolo. L’Agha Khan tanto famoso oggi, capo degli ismailiti indiani, è della stessa confessione di Sabbah, ovvero quella degli ismailiti nizariti (in origine tutti persiani).

La setta del vecchio della montagna (Hassan Sabbah) condusse una battaglia incredibile contro i Selgiuchidi. I suoi uomini, che si narra fossero sempre sotto l’effetto dell’Hashish prima di compiere le loro imprese, assassinarono il vizir persiano selgiuchide Nizam ol Molk, il re Maliksha, incendiarono la moschea del venerdi di Isfahan; dopo ogni operazione si ritiravano proprio in questa valle, dove avevano la bellezza di 23 fortezze; Alamut era la più irragiungibile, perché per tutti e 4 i lati, come è ben visibile ancora oggi, si affaccia su dei profondissimi burroni.

La salita al Nido dell'Aquila

Arrivati ad Alamut, si paga un biglietto di 150.000 Rials (al cambio di oggi sono poco più di 2 euro) e si inizia una salita con dei gradini che sembrano interminabili. Qui ci sono più stranieri che iraniani ed è frequente vederne qualcuno accasciato qua e la, stremato dai 300 gradini di pietra che conducono “al nido dell’aquila”. Accanto ad un’irta parete, quella sud-orientale del castello, si sviluppa la scalinata che conduce alla porta d’ingresso, dove da mille anni fa è ancora rimasta incisa la parola Allah. L’interno del castello stona decisamente con la versione di Marco Polo, che racconta di Alamut come di un luogo dove gli Assassini si accoppiavano con giovani fanciulle in splendidi giardini, sotto l’effetto dell’Hashish. È probabile che queste storie fossero state create dai Selgiuchidi per infangare il volto di questi “templari” del mondo sciita, che conducevano invece una vita da osservanti. Anche oggi i rivoluzionari dello Yemen, ismailiti anche loro, sono accusati da buona parte della comunità internazionale di essere ribelli e/o terroristi.

All’interno del castello si scorgono ruderi di saloni, s’intravede ciò che rimane di un mihrab, dove gli ismailiti pregavano, una stalla e soprattutto il pozzo d’acqua della fortezza. Un pozzo realizzato sulla “vena” di una sorgente sotterranea, che proviene da una delle montagne circostanti, che anche in primavera rimangono innevate. Più si prende acqua da questo pozzo, più esso si riempie di acqua; era proprio questa sorgente che permetteva di resistere tantissimo.

La presenza dei turisti catapulta in continuazione l’attenzione verso l’attualità. Il ritiro di Donald Trump dall’accordo nucleare è recente, e nella fortezza un gruppo di 30 pensionati francesi, 2 ragazze spagnole, 3 ragazze slovene e una coppia di olandesi, hanno tutti la stessa cosa da dire: i media occidentali mostrano un volto imbruttito dell’Iran, un paese meraviglioso e tranquillo. L’altra cosa che affermano all’unanimità è che Donald Trump non rappresenta l’Occidente e che per loro l’Iran, è un paese che vorrebbero vedere alleato.

Un'eredità raccolta dai ribelli houthi

La valle è verdeggiante e incantevole e tutti si fermano qui a riflettere un po’; gli ismailiti, in questo luogo, vennero stroncati dopo 17 anni di resistenza, solo dal condottiero mongolo Holagu Khan. Se questa fu la loro fine qui, non bisogna dimenticare che i loro correligionari, diedero vita in Egitto alla dinastia reale dei Fatimidi, ed ebbero un ruolo fortissimo soprattutto nelle Crociate. La confessione ismailita oltre al Libano (i drusi discendono da loro), la Siria, e il Pakistan, si è diffusa anche in Yemen, e lì oggi forma il principale partito rivoluzionario, quello di Ansarullah, formato dalla popolazione di etnia Houthi.

Dal 26 marzo 2015, gli houthi come il resto degli yemeniti, ribellatisi al governo sunnita e filo-saudita del presidente Mansour Hadi, sono sotto i bombardamenti di Riyadh, che può contare su armi modernissime fornite un po’ da tutto l’Occidente. L’esito è un bilancio pesantissimo: oltre 10 mila morti, decine di migliaia di feriti, 1 milione di contagiati dal colera, 15 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere. Una guerra inutile, probabilmente, perché quegli ismailiti che resisterrero ai crociati, ai selgiuchidi ed ai mongoli, difficilmente si arrenderanno, anche avendo di fronte la macchina da guerra dei sauditi ed anche se non sono più sotto l’effetto dell’hashish.

Negli ultimi mesi, infatti, hanno sviluppato sempre più missili a corto raggio, che hanno colpito basi militari saudite e una volta persino la capitale Riyadh. L’Arabia Saudita e gli Stati Uniti accusano l’Iran di armarli; passare armi a loro è fisicamente impossibile per via dell’embargo aereo e terrestre che impedisce persino il passaggio di aiuti umanitari a sufficienza, ma è possibile che l’Iran abbia passato loro il know-how per realizzare missili. La valle degli Assassini, Alamut, i loro castelli, sono una fetta importante di storia persiana che potrebbe rivivere, un domani, con la formazione di un governo sciita in Yemen.

Lo scrittore e giornalista Tom Wolfe, inventore del 'New Journalism' e uno dei padri della letteratura NonFiction, è morto oggi a New York. Aveva 87 anni. Si è spento in un ospedale di Manhattan, dov'era stato ricoverato per un’infezione. Diventò famoso in tutto il mondo, nel 1987, grazie al romanzo "Il falò delle vanità" ma aveva alle spalle una fortunata carriera come giornalista e saggista. Abbiamo riassunto qui dieci cose che lo riguardano e che raccontano  il suo ruolo di innovatore nella cultura americana del ventesimo secolo

  • Wolfe è stato uno dei principali esponenti e promotori del cosiddetto “New Journalism”, insieme a Truman Capote e Guy Talese. Un’etichetta che descrive tendenza ad utilizzare espedienti narrativi nella scrittura giornalistica. Durante le sue numerose collaborazioni, dal Washington Post all’Esquire, Wolfe ha pubblicato articoli molto lunghi che fondevano caratterizzati da uno stile brillante e letterario, ricco di aneddoti e particolari.
  • All’interno de "Il falò delle vanità", mette l’accento anche su quanto siano importanti i vestiti per raccontare il carattere e il passato di una persona. Wolfe amava l’eleganza e indossare completi bianchissimi, con scarpe scure e uno stile sempre impeccabile. Un modi di vestire così riconoscibile, un po’ dandy, da essere inserito all’interno di una lista di 50 autori iconici raccolti dal giornalista Terry Newman nel suo libro "Legendary Authors and the Clothes They Wore”.
  • Come ricorda il Guardian, Wolfe ricevette da sua madre, Louise, l’incoraggiamento decisivo per dedicarsi alla scrittura. E già allora mostrava una certa ambizione visto che, a nove anni, si cimentò con le biografie di Napoleone e Mozart.
  • All’Università, in Virginia, fondò la sua prima rivista letteraria, Shenandoah, e fu anche un giocatore di baseball di discreto livello. Volle mettere su un po’ di peso e muscoli per diventare un lanciatore ancora più forte ma divenne talmente lento che smise di giocare.
  • Più tardi, mentre lavorava per lo Springfield Union Massachussets, fu mandato a coprire un concerto all'aperto di musica classica nelle montagne del Berkshire: scrisse un lungo pezzo sul modo in cui la gente si sedeva sull'erba ad ascoltarla.
  • Per sei mesi nel 1960 è stato corrispondente dell'America Latina del Washington Post ricevendo diversi premi e riconoscimenti per i suo reportage da Cuba.
  • Nel 1970, in un articolo uscito sul New York Magazine, ha inventato un’espressione molto usata oggi, Radical Chic, dove identificava quegli individui che promuovevano idee politiche di estrema sinistra pur perseguendo uno stile di vita agiato e benestante. Persone che avevano come obiettivo quello di trarre vantaggio personale attraverso ideologie e manifesti.
  • A 85 anni ha pubblicato un libro, "The Kingdom of Speech", dove attaccava pesantemente due mostri sacri come Chomsky e Darwin. Al suo interno, ad esempio, descrive in maniera provocatoria il Big Bang “come una storiella ridicola priva di fondamento scientifico, una sorta di storia della buonanotte che l’uomo si racconta per dare un senso alla propria esistenza”.
  • Aveva una scrittura non convenzionale che Marco Belpoliti, su La Stampa, descrive così: “I suoi scritti sono fuochi d’artificio, esplosioni di continue invenzioni lessicali, definizioni, neologismi, assonanze, onomatopee e idee. Tante idee. Lo stile più le idee”. Lo stile di Wolfe è inimitabile, anche se in realtà è stato imitato (quanto gli deve Arbasino? Molto, credo). Quello che non si può imitare è il suo sguardo: caustico, pungente, ironico, sapiente, cattivo, elegante, paradossale, vertiginoso”.
  • Sull’elezione e il successo di Trump aveva le idee molto chiare: “Non siamo abituati a uno che porta nel dibattito politico cose come la dimensione del pene. Ha fatto affermazioni scandalose sugli immigrati messicani illegali e su chi crede nell’Islam, e lì ti dici: Oddio, è spacciato. E invece no, perché ci sono tantissime persone stufe del politicamente corretto”.

Un nudo dipinto da Amedeo Modigliani nel 1917 è stato venduto all'asta da Sotheby's per 157,2 milioni di dollari. È la quarta opera d'arte più cara mai venduta all'asta, anche se è rimasta comunque lontana dal record personale dell'artista: i 170,4 milioni di dollari che raggiunse un altro nudo del maestro italiano in un'asta da Christie's nel novembre 2015. "Nu couche" è la più grande opera dipinta dall'artista italiano (89,5 cm per 146,7) ed era parte di una collezione di nudi commissionati a Parigi da Leopold Zborowski, che custodì l'opera fino a quando l'acquistò nel 1926 Jonas Netter.

L'opera era stata l'attrazione maggiore della retrospettiva alla Tate Modern a Londra. Zborowski offrì a Modigliani quindici franchi al giorno per dipingere la serie e le modelle che posarono per l'artista italiano, tutte abbastanza sconosciute, ricevettero cinque franchi. "Nu couche" è l'unica tela della serie in cui il soggetto appare in orizzontale in tutta la sua lunghezza, a letto, con la schiena al pittore ma lo sguardo rivolto verso di lui. Il prezzo dell'opera è praticamente irrisorio rispetto al quello record raggiunto dal "Salvator Mundi" di Leonardo da Vinci, battuto per 450 milioni da Christie's il 15 novembre 2017. 

“La malattia mentale non esiste” è una frase che Franco Basaglia non ha mai pronunciato. A ribadirlo, con forza e un filo di stanchezza, è la figlia Alberta, ospite del Salone del Libro di Torino in un incontro dedicato ai 40 anni dall’approvazione della legge 180, che porta il nome del padre Franco, e che permise di riformare l'organizzazione dell'assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, superando il sistema dei manicomi. “Una noiosissima e ingiusta credenza” che spesso viene usata da tutti quelli che provano a screditare le parole e le teorie del neurologo e psichiatra veneziano “e che iniziano sempre dicendo: ma suo padre diceva che..”.

Sono giorni in cui si scrive tanto di quell’uomo realista e geniale che era suo padre. “Forse anche troppo e in maniera assurda. Tra qualche mese non lo farà più nessuno. Ma va bene così: è importante che si dicano e si ricordino certe cose”.

Alberta Basaglia ricorda poi l’infanzia di quegli anni, raccontata nel libro Le Nuvole di Picasso, scritto insieme a Giulia Raccanelli “perché avevo paura di non riconoscere i limiti, nel raccontare troppo o troppo poco”. Un’opera nata proprio dalle domande dei più piccoli, con cui Alberta Basaglia lavora, e dal tentativo di provare a ripercorrere fatti già noti con i loro stessi occhi: “Credo che quella storia sia servita per ricordare a tutti quelli che non lo sanno cosa c’era prima della legge 180 e quanto è stato divertente e avventuroso, da bambini, vivere la distruzione dei manicomi”.

La cartella clinica come racconto

L’incontro è iniziato con la presentazione di due libri che hanno indagato a fondo la situazione dei manicomi attraverso l’analisi delle cartelle cliniche di chi veniva internato. Il primo, Malacarne di Annamaria Valeriano, è uno studio sulle identità femminili che venivano rinchiuse in manicomio durante l’epoca fascista. Un testo in cui i comportamenti “eccessivi” delle donne in società erano giudicati come esempio di devianza. Quelle che avevano un comportamento esageratemente visibile, o rompevano codici patriarcali, venivano internate e identificate come anomale, immorali, disubbidienti e altezzose. E in gran parte dei casi gli aggettivi più usati per descriverle sono: erotica, ciarliera, loquace, mendace, incapaci di assolvere ruoli che la società gli aveva assegnato: “Se non ci fosse stata la rivoluzione Basaglia, dice l’autrice, non avemmo potuto studiare le cartelle cliniche e eleggerle a oggetto di studio. Avremmo perso un grande patrimonio”.

Il secondo, I tredici canti di Anna Marchitelli, invece è un libro “in cui ho voluto dare voce ai reclusi, riportare il loro ultimo grido di verità. La cartella clinica offre una verità che è filtrata dai medici ma non rivela qual è la situazione del paziente prima della reclusione e il contesto in cui quell’internamento è stato deciso. “Sono 13 folli con storie particolari. Architetti, inventori, anarchici, intellettuali e il mio desiderio è stato quello di liberarli dall’incubo in sono stati costretti a vivere”.

La speranza Basaglia

A ricordare la figura e il ruolo ricoperto da Franco Basaglia ci ha pensato il politico e sociologo Luigi Manconi che ha sottolineato l’importanza delle “Conversazioni brasiliane”, l’opera uscita nel 1979, un anno dopo la legge 180, ma che racchiude le chiavi per entrare nelle questioni che la legge 180 aveva sollevato. Un passaggio in particolare viene citato da Manconi: “Anche se abolissimo i manicomi, anche se rendessimo questa società accogliente, solidale e aperta,  la malattia mentale e l’angoscia ad essa collegata, non sparirebbe”. Tutto quello che, espresso in forma patologica, può dare vita a disturbi mentali è parte della natura umana e può far parte della sua vita. Non può essere superata perché è nel destino dell’uomo. Quella che l’ex senatore del Partito Democratico riconosce è una “concezione tragica dell’esistenza umana” che è propria di tutti i grandi riformatori e pensatori umani.

Manconi, infine, identifica anche una convenzione teorica e una prassi terapeutica che chiama “speranza Basaglia” e che consiste nel cercare, con pazienza infinita e attraverso un lavoro quotidiano profondo che va anche incontro a sconfitte e arretramenti, quel poco o tanto di responsabilità e autonomia che sopravvive anche nel folle. “Basaglia usa tantissimo il termine “folle”. Non amava scendere a compromessi con il linguaggio”. L’intervento del sociologo sardo si chiude con un monito: “Non pensate sia un discorso che appartiene a un lontano passato. Di quella drammatica realtà sopravvive, oggi, in Italia, una quota significativa. Basta citare i casi di Franco Mastrogiovanni e Andrea Soldi per capire che non si tratta di retaggi di epoche oscure ma di elementi del moderno"

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