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AGI – Al centro vi sono un disegno trapezoidale, un asse orizzontale e uno verticale. E, nei quadranti uno scorrere non uniforme di linee, rette o curve, quadrati, cerchi, ovali che si intrecciano fino a formare una rete complessa e con un obiettivo: orientare chi legge, indirizzare e, soprattutto, indicare la sovranità su un determinato territorio.

E’ forse la mappa più antica mai trovata in Europa, risalente a oltre 4.000 anni fa secondo chi l’ha scoperta, quella incisa su una lastra funeraria di scisto a Saint-Belec nel dipartimento di Finisterre in Bretagna, e oggetto degli studi dell‘Istituto di ricerca archeologica preventiva francese (Inrap), dell’Università di Bournemouth e dell’Università della Bretagna Occidentale.

La lastra funeraria fu scoperta una prima volta nel 1900 dall’archeologo Paul du Chatellier, che però non comprese cosa vi era ‘scritto’ sopra. La lastra, spezzata, utilizzata diverse volte, tra cui in un arco di tempo tra il 1900 e il 1640 avanti Cristo, fu trasferita dallo stesso Chatellier nella propria villa a Chateau de Kernuz, che negli anni sarebbe diventata un museo privato.

La collezione dell’archeologo venne poi acquisita dal Museo di antichità nazionali a Saint-German en Laye, ma fino al 2014 nessuno si era curato del valore della lastra, che era stata lasciata al proprio destino nei sotterranei del castello in cui si trova il museo. Solo nel 2017 i ricercatori cominciarono a osservare più da vicino le incisioni, per rendersi conto che non erano scarabocchi ma vere e proprie indicazioni cartografiche dei territori di un principato dell’Età del Bronzo quelle che venivano fuori dal reperto, di colore grigio-blu, lungo 2,20 metri, largo 1,53 e spesso 16 centimetri.

A partire da quell’anno sono proseguite le analisi, attraverso la copertura fotogrammetrica e rilievi 3D ad alta risoluzione, per registrare la topografia superficiale della lastra e analizzarne morfologia, tecnologia e cronologia delle incisioni. “La presenza di motivi uniti da linee e ripetuti – spiega l’Istituto archeologico sul proprio sito – lascia pensare che sia una mappa cartografica”. Vi sono tre elementi, in particolare, che portano a questa convinzione: “Una composizione omogenea con incisioni identiche nella tecnica e nello stile, una ripetizione di motivi e una relazione spaziale tra i motivi stessi, ovvero una rete di linee”, sottolinea l’Irnap, che ha messo a confronto la “mappa” con altri disegni del genere provenienti dalla preistoria della preistoria dell’Europa e di altre popolazioni, come i tuareg o gli aborigeni australiani.

 La mappa, spiegano ancora i ricercatori, potrebbe riferirsi a un’area di 30 km per 21 nell’ambito della Valle dell’Odet. “Alcune linee indicano la rete del fiume”, aggiunge l’Irnap, che ha “testato la somiglianza tra le incisioni e gli elementi del paesaggio attraverso una serie di analisi statistiche”. In seguito è stata condotta una georeferenziazione del disegno.

L’entità politica era al centro di tre sorgenti fluviali (l’Odet, le Isole e lo Ster Laer). “Trattandosi probabilmente di una mappa mentale – precisa lo studio – alcuni degli elementi rappresentati potrebbero essere sovradimensionati, mentre il loro posizionamento non è necessariamente proporzionale alle distanze che li separano”. Il contesto storico-sociale è quello della cultura del “tumulo armoricano”, tipico della Bretagna e della Normandia, che nella sepoltura di guerrieri di alto rango “testimonia una forte gerarchia sociale e senza dubbio uno stretto controllo dell’economia”.

“La lastra di Saint-Belec – proseguono gli archeologi – raffigura lo spazio di un’entità politica fortemente gerarchica che controllava strettamente un territorio nella prima età del bronzo, e la sua rottura potrebbe aver indicato condanna e sconsacrazione. La sepoltura e un atto iconoclasta possono, quindi, aver segnato la fine o il rifiuto delle elite che hanno esercitato il loro potere sulla società per diversi secoli durante la prima età del bronzo”.

Se Chatellier non aveva compreso appieno le incisioni, non rinunciò a offrire ai colleghi la possibilità di capire. Così, fu sulla base di un documento pubblicato dal collega anni prima che l’archeologo preistorico Jacques Briard affermò per primo una “analogia” tra la mappa scoperta in questi giorni e la ‘mappa di Bedolina’, che in realtà è una incisione rupestre scoperta in Val Camonica. Questa, risalente all’età del Ferro, e in realtà una rappresentazione topografica in cui sono raffigurati campi e sentieri insieme a scene di caccia.

AGI – La pandemia e le sue conseguenze hanno avuto fra i tanti effetti collaterali sulla psiche anche quello di far capire ai cosiddetti “sani di mente” che cosa significa avere una psicosi. Lo sostiene Paolo Milone, per 40 anni attivo come psichiatra nel reparto di urgenza dell’ospedale di Genova e recentemente autore del libro L’arte di legare le persone, pubblicato da Einaudi, in  questa intervista all’AGI.

Che conseguenze ha avuto la pandemia sui malati psichiatrici?
“Ce ne sono state tante, non tutte negative. La prima a cui penso è il fatto che molti pazienti psichiatrici tendono a mettersi in ‘lockdown’ da soli: ci sono malati chiusi in casa da mesi, da anni.  Sono schizofrenici, paranoici, depressi: per loro, che qualcuno dal di fuori obblighi tutti a stare a casa è un alleggerimento di responsabilità, non siamo noi a chiuderci in casa, ma qualcun altro. Discorso opposto per i maniacali che non stanno mai fermi e sfidano continuamente limiti e frontiere: per loro non poter uscire è terribile”.

Quali sono invece gli effetti della pandemia su coloro che non hanno in precedenza avuto patologie di questo tipo?
“Sono soprattutto preoccupato per i bimbi piccoli. Hanno bisogno di stare con gli altri bambini: il rapporto con i genitori è importante per lo sviluppo del cervello, ma i circuiti cerebrali, quelli che creano i sentieri per cavarsela nella vita, si formano nei primi anni di vita giocando con i coetanei. Sono le sinapsi che poi vengono percorse più rapidamente quando si cresce, e se non si formano  giocando, creando una propria mimica, imparando a scontrarsi con gli altri, i sentieri non si formano e crescendo si rischia di perdersi nel bosco. Anche quanto giocano con loro, i genitori non bastano a sostituire i compagni nel gioco dei più piccoli”.

E sugli adulti?
“Il cosiddetto lockdown può far provare a tutti alcune delle sensazioni che sono tipiche dell’insorgere di una psicosi. In particolare penso a quella che noi psichiatri chiamiamo derealizzazione (il sintomo dissociativo che dà una percezione distorta della realtà, ndr). Poco dopo l’inizio della pandemia, il virus ha per così dire preso il controllo delle nostre vite: un essere biologico invisibile riusciva a vincere su tutti i nostri mezzi, secoli di cultura e progresso, di leggi, di industria. Non siamo riusciti ad opporre resistenza e il coronavirus ci ha cambiato la vita. Questa sensazione di impotenza, di inconoscibilità del nemico, può creare in tutti una piccola sensazione di derealizzazione: la realtà non è più quella che conoscevamo, non è quella relatà familiare e benigna. Il male può superare il bene e il pericolo che rappresenta il virus è insormontabile non solo da me come persona, ma dalla nostra specie. Moltissime persone hanno provato questa ansia, un inizio di psicosi che nella maggior parte dei casi si supera, ma per i malati va avanti anni. Culturalmente è importante che chiunque abbia sperimentato su di se’ quello che è un inizio della psicosi, ovvero la sensazione di ansia e impotenza.  E’ una delle tante porticine che si possono aprire sul mondo della psichiatria”.

Può spiegarci il titolo del libro sulla sua lunga esperienza in psichiatria d’urgenza, L’arte di legare le persone? 
“E’ un titolo che allude a diverse situazioni in cui “si lega” in psichiatria. C’è un legame di tipo affettivo: significa legare i pazienti a noi, per creare una relazione che renda possibile al malato di distinguere fra se stesso e gli altri. C’è poi l’esigenza di legarlo a se stesso e alla realtà: nella psicosi, nel disturbo mentale generico, bisogna affrontare la depersonalizzazione, il fatto di non riconoscersi come entità unica e questo slega il malato da se stesso. C’è poi la derealizzazione, il non riuscire a sentire la realtà come qualcosa in cui si vive, il sentirla distante. C’è, ma solo all’ultimo posto, la necessità, a volte, di dover legare il paziente al letto. Nella psichiatria d’urgenza è tutto un legare, un ricucire: in tutti i casi, alla fine si penserà a slegare”.  

AGI  – Un gruppo di 665 monete, coniate tra il V e il III secolo a.C. e perfettamente conservate, è stato restituito al direttore del Parco Archeologico di Sibari, Filippo Demma, dal comandante del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale di Cosenza, Capitano Bartolo Taglietti. Tra gli esemplari figurano stateri di Crotone, Caulonia e Taranto, Trioboli di Thurium, nonché monete coniate a Siracusa e Agrigento. Nella stessa occasione, sono stati consegnati dei monili, in particolare  bracciali e anelli, e diverse punte di lancia.       

Il comunicato dell’Arma

“Questa restituzione – spiega una nota dell’Arma – rappresenta un importante successo nell’ambito dell’attività di contrasto al mercato clandestino dei beni archeologici venduti tramite piattaforme multimediali, che, mai come adesso, forniscono agli estimatori un potente strumento per impossessarsi di preziosi reperti sottratti illecitamente alla comunità”.

Indagine coordinate dalle Procure di Roma e Velletri

L’operazione è frutto delle attività di indagine coordinate dalle Procure della Repubblica di Roma e Velletri, i cui risultati sono stati pienamente accolti e confermati dai rispettivi tribunali che, con le loro sentenze di confisca e restituzione, hanno favorito il ritorno dei reperti archeologici nella disponibilità dello Stato. I beni saranno al più presto esposti nel museo calabrese per garantirne la più ampia fruibilità da parte degli utenti in un’ottica di una sempre maggiore valorizzazione.

AGI – Un film in lingua tedesca candidato all’Oscar e girato nel 2019 per Netflix fra gli straordinari paesaggi di Villasimius, Muravera e Cagliari ha fatto salire l’appeal turistico della Sardegna sul mercato di Germania e Austria. La visione di ‘La vita che volevamo’ (‘Was wir wollen’) della regista austriaca Ulrike Kofler “ha attivato una forte curiosità verso le location della Sardegna tanto da far registrare, dai due Paesi, un nuovo picco su Google Trends per la ricerca del termine ‘Sardinien’, in un periodo che anticipa quello in cui di solito si prendono le decisioni per le vacanze estive”. Michele Casula di Ergo Research sintetizza così i risultati dell’analisi quali-quantitativa ‘Location Monitor’ che la Fondazione Sardegna Film Commission ha affidato alla società di ricerche milanese.

Voto? 8 su 10

“La designazione del lungometraggio come candidato dell’Austria per l’Oscar come miglior film straniero”, aggiunge Casula, “ha amplificato ulteriormente questa attenzione. Su una scala da 1 a 10 circa la metà degli intervistati attribuisce all’ipotesi di una vacanza in Sardegna un giudizio superiore a 8 e il 12% la indica espressamente come possibile meta di vacanze entro due anni”. Dall’analisi (su un campione non rappresentativo di 200 spettatori, età media di 46 anni in Austria e di 42 in Germania) emerge, però, che non sempre la visione del film su Netflix alimenta un’associazione precisa/diretta con l’isola.

Comunque, nel 55% degli spettatori austriaci il lungometraggio ha suscitato un immaginario “da Oscar’, cosi’ come nel 44% dei quelli tedeschi. Parte della storia è ambientata in un resort sul mare, scelto per una vacanza da una coppia in crisi che non riesce ad avere figli.

Cosa attira della Sardegna?

Fra gli spettatori intervistati in Austria e Germania (mercato turistico d’elezione per l’isola) spiagge e mare cristallino sono visti come il principale richiamo per prenotare in Sardegna, in aggiunta a visite a città e borghi, a parchi e aree protette e alla possibilità di praticare sport all’aperto come trekking, bike e arrampicata. Uno su 5 inserirebbe nella sua vacanza nell’isola anche visite a location di film e serie tv, a conferma del potente impatto che hanno sull’immaginario turistico degli spettatori.

Il successo dell”Isola di Pietro’

Per la Sardegna non è una novità: con le tre stagioni della fiction italiana ‘L’Isola di Pietro’, girata a Carloforte, la Sardegna è stata una dei primi territori, con il programma di monitoraggio ‘Sardinia Dreaming’ a sperimentare dal 2018 metodi di ricerca per misurare il gradimento delle location nella percezione del pubblico, il loro contributo al successo di film e serie Tv e anche gli effetti sui flussi turistici. Su Carloforte, sull’isola di San Pietro, nel Sud Sardegna, i numeri (pre-Covid) parlano chiaro: +80% arrivi totali nel 2019 rispetto al 2015.

La prima stagione della fiction con Gianni Morandi era andata in onda su Canale 5 nell’ottobre 2017, la seconda e la terza, rispettivamente nell’autunno del 2018 e del 2019. In tutta la Sardegna l’incremento è stato del 22% e nel Sulcis-Iglesiente del 32%. In giudizio sintetico sulle location dell”Isola di Pietro’ sfiora 9 su 10, con una “considerabilità” turistica dei territori cresciuta in Italia del 31%.

Quanto ‘pesano’ le troupe sulle location?

È presto per quantificare quale sarà l’impatto di ‘La vita che volevamo’ sui flussi turistici della Sardegna, considerata anche l’incertezza sui viaggi causata dalla pandemia di Covid. Ma la lavorazione del film, girato in 5 settimane dal 30 settembre al 2 novembre 2019 con contributi del fondo Filming Cagliari 2019 della Film Commission sarda, ha portato buone ricadute nel territorio, considerate anche le 4 settimane di preparazione dei set. Una quarantina di camere d’albergo è stata occupata, in bassa stagione, dalla troupe per la lavorazione del film, in cui è stata impiegata anche una decina di maestranze e professionisti locali, oltre a comparse selezionate con un casting locale.

“Le riprese del film ‘What we wanted’ (nella traduzione inglese, ndr) ci hanno dato modo di consolidare il nostro rapporto con la Sardegna, già avviato nel 2017 durante il documentario ‘Kentannos’ di Victor Cruz, che sarà presentato on demand il prossimo 9 aprile”, racconta Giovanni Pompili della Kino Produzioni, la società italiana che ha affiancato la Film AG Produktion, la Östtereichischer Rundfunk e Netflix nella produzione del lungometraggio, girato prevalentemente tra Cagliari e Capo Boi, a pochi chilometri da Villasimius (Sud Sardegna). “Non a caso, assieme ai nostri partner polacchi abbiamo scelto di tornare in Sardegna quest’anno, nella zona di Alghero, per le riprese di ‘Dry Land’, la nostra ultima coproduzione”.

Quanto ha investito la Regione?

“Non solo i festival e le rassegne cinematografiche aiutano a promuovere opere e talenti isolani, ma, prima ancora che i film vivano sul grande e piccolo schermo, sono proprio le attività di location scounting, che la Fondazione Sardegna film Commission, promuove ad attrarre gli investimenti dei progetti audiovisivi in Sardegna”, spiega Gianluca Aste, presidente della Fondazione, “braccio operativo” dell’assessorato al Turismo della Regione Sardegna, grazie a una partnership triennale, costata 1 milione di euro per il 2020 e finanziata col fondo Location Scouting e Co-Marketing.

“La crescita della consapevolezza del valore della Sardegna nei mercati tedesco e austriaco”, commenta l’assessore regionale al Turismo, Gianni Chessa, “è confermata dai dati incoraggianti che ci dicono di studiare i mercati obiettivo anche in base ai gusti del pubblico dell’audiovisivo. Siamo convinti sia importante aumentare le risorse da metter in campo per azioni strategiche cosi’ mirate”. 

AGI – A Erto, il paese delle Dolomiti friulane se­gnato dalla tragedia del Vajont e amato dai climber per le sue magnifiche falesie, c’è una via di roccia che si chiama “Mari’s Bad Rock Day”: è dedicata a Marianna Corona, in ri­cordo del giorno in cui lei proprio su quella parete si bloccò, senza riuscire più a salire né a scendere. Ma Marianna ancora non sapeva che quella era solo una sorta di prova generale, in vista del passaggio ben più duro che la vita le avrebbe riservato nel 2017: la malattia, di fronte alla quale non c’è allenamento o tec­nica che venga in soccorso, ma bisogna cer­care dentro di sé le risorse per farcela.

E’ questa l’avventura che racconta nel libro Fiorire tra le rocce – La via dell’equilibrio quando la vita si fa ripida (Giunti Editore, 408 pagine, 18 euro) dal 31 marzo in libreria con un testo e le illustrazioni di Mauro Corona.

E la vita ha molto in comune con la montagna: è bellissima ma anche piena di rischi, chiede l’umiltà di mettere un passo dopo l’altro, di cercare gli appigli giusti, e so­prattutto ci costringe a conoscere noi stessi, a dosare il respiro di fronte alle salite, a tro­vare un equilibrio prima di godere del pa­norama. In questo libro, che unisce una toccante te­stimonianza narrativa a una originalissima rivisitazione dei fondamenti della pratica yogica, una giovane donna coraggiosa rac­conta la sua infanzia in una famiglia molto speciale, l’incanto e la durezza del crescere tra le montagne, l’avvicinamento allo yoga e il suo grande respiro, la malattia come mo­mento doloroso ma al tempo stesso capace di rivelare cosa conta davvero.

Come os­serva Mauro Corona, che di queste pagine è al tempo stesso lettore e protagonista, “sotto le foglie di una scrittura ironica si percepisce l’alito fresco della malinconia, humus posi­tivo che nutre la speranza. […] Quando il mondo ci crolla addosso e tutto sembra per­duto, esce la speranza nascosta in ciò che ve­devamo ma non conoscevamo. Per fiorire tra le rocce serve quel tipo di humus”.

Marianna Corona pratica yoga dal 2010. Ha conseguito la laurea specialistica in Linguaggi e tecnologie dei nuovi media, ap­profondendo poi l’esperienza lavorativa nella creazione di contenuti web. La sua passione per la vita all’aria aperta a contatto con la natura, le camminate, lo sport, l’arrampicata e la curiosità di imparare l’hanno portata a studiare alcune discipline orientali legate alla consapevolezza del corpo e alla coordinazione di respiro e movi­mento.

È diventata insegnante di yoga nel 2017.

AGI  – L’Eurovision Song Contest in programma a maggio a Rotterdam ha ottenuto il permesso di ospitare 3.500 spettatori, in quello che sarà un un test voluto dal governo olandese per una graduale riammissione del pubblico ai grandi eventi sportivi e culturali. Dopo l’annullamento nel 2020 per il Covid, sarà la Ahoy Arena ad accogliere la 65ma edizione della kermesse musicale in cui l’Italia verrà rappresentata dai Maneskin. I dettagli saranno resi noti a fine aprile e l’apertura agli spettatori potrebbe essere rivista in caso di un peggioramento dei dati della pandemia.

Il piano prevede che il palazzetto sia riempito solo alla metà della capienza con i fan che dovranno presentare un test negativo per poter entrare.
Gli organizzatori dell’evento che coinvolge 40 Paesi hanno accolto con soddisfazione la decisione e si sono impegnati a valutare “le opzioni disponibili” e a presentare “nelle prossime settimane” un piano per regolare l’accesso del pubblico “in modo sicuro”, “se le circostanze lo permetteranno”. In ogni caso hanno garantito che la tutela della salute resta “la prima priorità” e che tutte le delegazioni seguiranno “un rigido protocollo”.

L’Olanda ha già sperimentato aperture parziali ammettendo 1.500 spettatori a un festival musicale vicino Amsterdam a marzo e 5.000 tifosi a una partita di qualificazione della nazionale sabato scorso. Tuttavia la scorsa settimana il premier Mark Rutte ha annunciato che le restrizioni nazionali anti-Covid saranno estese fino alla fine di aprile.

La musica si conferma quindi laboratorio per le graduali riaperture dei grandi eventi al pubblico. Sabato scorso al palazzetto Sant Jordi di Barcellona, in Spagna, era andato in scena un concerto della band pop-rock catalana Love of Lesbian con 5 mila spettatori. Per tutti obbligo di mascherina e test antigenico nella stessa giornata, ma senza distanziamento fisico.

AGI – C’è anche il Rolex appartenuto a Nino Manfredi tra gli orologi protagonisti dell’asta organizzata da Bolaffi il 13 aprile a Milano. La casa torinese mette all’incanto 210 orologi da polso e da tasca dei marchi più celebri, provenienti da selezionate commissioni private. Nella selezione figura il Rolex Oyster Perpetual appartenuto all’attore ciociaro, dotato di un quadrante nero con scritte dorate e inconfondibili indici “3-6-9”. L’orologio fu acquistato dall’attore per festeggiare la nascita del secondogenito Luca nel 1958 e da quel giorno sempre indossato.

“Quasi fosse un portafortuna, tranne che per fare il bagno al mare”, racconta il figlio di Manfredi, che ha deciso di impiegare il ricavato della vendita in una serie di iniziative in ricordo del padre nell’anno del centenario della nascita.

Era il 27 dicembre del 1958 quando mio padre decise di farsi un regalo mentre si trovava fuori Roma a girare un film – ricorda Luca Manfredi – quel giorno mia madre Erminia, che aspettava di partorirmi, era scivolata dalle scale di un bel palazzo che erano state tirate a lucido da un portiere zelante e la botta, che per fortuna non ebbe altre conseguenze, le scatenò le doglie. La portarono in ospedale appena in tempo, perché dopo pochi minuti nacqui io. La notizia raggiunse mio padre, che decise di entrare in una orologeria e comprare questo semplice ma elegante Rolex per festeggiare il mio arrivo e lo scampato pericolo”. 

Un orologio che Manfredi indossava anche sul set, come testimonia il film “Per Grazia Ricevuta” che gli valse il premio come miglior opera prima al festival di Cannes del 1971. All’incanto da una base d’asta di 10.000 euro, il Rolex è accompagnato dall’autentica di Luca Manfredi e da una copia da lui autografata del libro “Un friccico ner core – I 100 volti di mio padre Nino” edito da Rai Libri (lotto 210).

Fra i pezzi più pregiati della collezione di Bolaffi, il Rolex Submariner 5508, venduto nel 1964, provvisto di scatola e garanzia (lotto 208, base d’asta 60.000 euro) e il Patek Philippe cronografo in oro rosa, venduto nel 1948 con quadrante salmone, modello realizzato in soli 350 esemplari, pochissimi dei quali in oro rosa (lotto 209, base 42.000 euro).

AGI – L’Adorazione dell’Agnello Mistico, uno dei massimi capolavori della pittura fiamminga, è stato restituito al mondo in tutto il suo splendore in un nuovo spazio espositivo nella cattedrale di Gand. I dodici pannelli della pala d’altare, completata nel 1432 dai fratelli Jan e Hubert van Eyck, sono stati ora allestiti in una delle cappelle principali della chiesa, dietro un vetro rinforzato antincendio, dopo essere stati ammassati in una piccola cappella poco illuminata nei pressi dell’entrata durante i dieci anni di un restauro costato 30 milioni di euro.

Una storia travagliata

È la felice conclusione di una storia travagliata che ha visto i pannelli ridipinti, sequestrati, danneggiati dagli iconoclasti, separati e più volte rubati, travolti dagli eventi bellici. Ad appropriarsene per prime furono le armate rivoluzionarie francesi, che portarono l’opera a Parigi per esibirla al Louvre. Fu solo la disfatta di Napoleone a Waterloo che costrinse la Francia a restituirla al Belgio, nel 1815. La diocesi di Gand, in gravi difficoltà economiche, impegnò però subito dopo le ali della pala d’altare, a esclusione dei pannelli con Adamo ed Eva, senza riuscire a riscattarle in tempo. Nel 1816 i pannelli furono quindi venduti per 4 mila sterline al collezionista inglese Edward Solly, che li cedette a sua volta, cinque anni dopo, al re di Prussia, Federico Guglielmo III, che li fece esporre a Berlino.

I tedeschi tentarono di completare la collezione requisendo le parti mancanti durante l’invasione del Belgio nella Prima Guerra Mondiale, a eccezione dei pannelli di Adamo ed Eva, messi al sicuro in un museo di Bruxelles dopo che, nel 1822, la parte centrale del polittico era stata sfregiata dall’ennesimo incendio. Il trattato di Versailles costrinse però la Germania sconfitta a restituire non solo le sezioni trafugate ma anche quelle che erano state acquistate dal re di Prussia. 

Tra due Guerre Mondiali

La ricomposizione del polittico sarebbe però durata poco. Nel 1934 ignoti ladri portarono via i pannelli di Giovanni Battista e dei Giudici Integri. Il primo fu restituito, il secondo non è mai stato ritrovato e ancor oggi è sostituito da una copia (il destino dell’originale è stato immaginato da Albert Camus ne ‘La caduta’, il cui protagonista, Clamence, lo tiene nel suo appartamento di Amsterdam).

Con la Seconda Guerra Mondiale, l’opera finì di nuovo in mani tedesche. Gli emissari militari di Francia, Belgio e Germania si erano impegnati, nel pieno delle ostilità, a mantenere la pala d’altare nel museo di Pau dove era stata nel frattempo spostata ma nel 1942 Adolf Hitler ne ordinò il trasporto prima nel castello bavarese di Neuschwanstein e poi in una miniera di sale austriaca, per evitare che fosse danneggiata dai bombardamenti.

Ritrovato nel 1945 dagli alleati, e purtroppo rovinato dalla permanenza sotterranea, il polittico fu riportato in Belgio nel 1945 al termine della guerra. A un primo restauro, avvenuto negli anni ’50, e’ seguito quello appena concluso. I visitatori della cattedrale di San Bavone possono oggi accedere all’opera passando attraverso la cripta, accompagnati da un tour in realtà virtuale che racconta la genesi del capolavoro e le sue movimentate vicissitudini. Con l’auspicio che a Clamence, o a chi per lui, prima o poi rimorda la coscienza.

AGI – Il frammento di affresco conservato presso l’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, il ‘Putto reggifestone’ è realmente un’opera di Raffaello Sanzio. È quanto ha stabilito uno studio realizzato con il sostegno dei Mecenati della Galleria Borghese – Roman Heritage Onlus, associazione presieduta da Maite Bulgari. L’importante rivelazione nel mondo dell’arte chiude un lungo dibattito sul frammento proprio in occasione del quinto centenario della morte di Raffaello Sanzio (1483-1520), e esclude dal punto di vista oggettivo la possibilità di sostenere che il dipinto sia un falso ottocentesco.

Il ‘Putto reggifestone’, tradizionalmente attribuito a Raffaello anche se non era stato mai provato scientificamente, è stato donato all’istituzione dal pittore, mercante e collezionista Jean-Baptiste Wicar nel 1834, ed è per molti aspetti sovrapponibile a una delle due figure che affiancano il Profeta Isaia realizzato dal Sanzio nel 1513 circa nella chiesa di Sant’Agostino a Roma.

Pico Cellini sostenne fermamente l’autografia, ricollegandosi anche alla testimonianza di Giorgio Vasari, che narra di una prima versione dell’Isaia che Raffaello avrebbe eseguito e poco dopo distrutto. L’esito della pulitura del Putto, da poco terminata, ha attestato che la qualità del frammento conservato nell’Accademia di San Luca era pesantemente compromessa nella sua leggibilità dalle alterazioni dei materiali riconducibili al restauro operato negli anni Sessanta del Novecento.

Il dipinto ha rivelato oggi una qualità pittorica straordinaria, del tutto compatibile con la tecnica utilizzata da Raffaello nelle sue opere certe – un dato, questo, suffragato dalle indagini diagnostiche e chimiche. 

Il progetto di studio, restauro e valorizzazione, ideato e curato da Valeria Rotili, Stefania Ventra e Francesco Moschini, già Segretario generale dell’Accademia Nazionale di San Luca,  ha visto coinvolto un eccellente team interdisciplinare di specialisti: Paolo Violini, maestro restauratore del laboratorio di restauro dei Musei Vaticani; Silvia Ginzburg, docente di Storia dell’arte moderna dell’Università degli Studi di Roma Tre, l’ingegnere nucleare Claudio Falcucci e un team del Dipartimento di Storia, Disegno e Restauro dell’Università Sapienza di Roma, coordinato da Marco Fasolo con la collaborazione di Leonardo Baglioni.

Si tratta di una rilevante scoperta che offre alla comunità scientifica e al pubblico la possibilità di rivedere e apprezzare la maestria tecnica che nel 1858, davanti a quest’opera, fece esclamare al pittore francese Gustave Moreau: “Il più bel disegno e il più bel colore riuniti”.

AGI – Una delle poche tele di Vincent Van Gogh ancora in mano a privati e risalente al periodo parigino dell’artista è stata venduta all’asta per 13 milioni di euro da Sotheby’s a Parigi.

“Scena di strada a Montmartre” è stato dipinto da Van Gogh nel 1887, durante il suo breve soggiorno a Parigi. Aveva un prezzo stimato fra i 5 milioni e gli 8 milioni di euro. 

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