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Il livello delle acque del lago di Hazar, situato nella provincia di Elazig, nell’est della Turchia, si abbassa e porta alla luce una città sommersa. Sembra una storia inventata, ma è tutto vero, con anche tour in barca che iniziano a nascere per portare i turisti a vedere parti di una cittadella fortificata, palazzi, torri, di un insediamento la cui nascita è datata a ben 4.000 anni fa, prima che a lasciare la propria impronta nella fossero i bizantini prima, poi i selgiuchidi nel 1200, e infine la dinastia ottomana. 

Diverse epoche la cui eredità emerge ora centimetro per centimetro, man mano che il livello delle acque si abbassa e che ha spinto l’amministrazione provinciale a chiedere riconoscimento e protezione da parte dell’Unesco.

Qualcuno la ha chiamata “la Atlantide dell’Oriente”, forse un’esagerazione, tuttavia l’emersione di una antica città dalle acque in ritirata di un grande lago, costituisce un evento raro e affascinante. Alcuni mesi fa un’equipe di 7 persone dell’agenzia per lo sviluppo del’area dell’Eufrate e della municipalità di Sivrice ha effettuato un’immersione in un punto del lago di Hazar conosciuto come “l’isola della chiesa”, in cui da tempo si parlava di uno scoglio sommerso con un campanile.

Appena sotto la superficie delle acque azzurre si sono trovati a nuotare in una città sommersa, le cui rovine stanno venendo alla luce man mano che il livello del lago si abbassa.

Un centro probabilmente importante dell’Anatolia orientale, dove bizantini, selgiuchidi e ottomani sono stati insediati per secoli; una teoria corroborata dalla presenza di torri di avvistamento sulle montagne attorno al lago.

Alcune torri ed edifici sono ormai visibili anche attraversando il lago in barca, tuttavia la parte più affascinante è destinata a rimanere sott’acqua e magari diventare meta di immersionisti, come spera ora l’amministrazione locale, intenzionata a sfruttare il potenziale della “Atlantide d’Oriente”.
 

È morto nella sua casa di Roma, Ugo Gregoretti, regista, autore tv e attore. Era nato il 28 settembre 1930 a Roma. Arguto e ironico osservatore di costume, Gregoretti aveva esordito sul piccolo schermo con ‘La Sicilia del Gattopardo’ nel 1960, documentario he gli valse il Prix Italia. In Rai realizzò poi lavori televisivi di grande successo, in cui univa ironia, sperimentalismo e grande cultura: da ‘Controfagotto’ del 1961, a ‘Il Circolo Pickwick’ del 1968, dalle serie parodistiche Romanzo popolare italiano del 1975 e ‘Uova fatali’ del 1977, all’omaggio a Zavattini scrittore del 1982, dall’inchiesta Sottotraccia nel 1991 dedicata all’Italia seminascosta, a ‘Lezioni di design’ nel 2001, trasmissione che presentava oggetti notevoli di design ed i relativi autori e che fu insignita nel 2001 del Premio Compasso d’oro.

Fu anche regista cinematografico tra cui spiccano l’apologo fantascientifico ‘Omicron’ del 1963 e, lo stesso anno, ‘Ro.Go.Pa.G., film del 1963 diviso in quattro episodi, il cui titolo è una sigla che identifica i registi dei quattro segmenti: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. 

Sempre impegnato politicamente – nel 1970 aderì al Partito Comunista Italiano, rimanendo poi sempre legato all’area politica della Sinistra italiana anche negli anni successivi al suo scioglimento – realizzò due importanti documentari sulle proteste degli operai alla fine degli anni ’60: ‘Apollon, una fabbrica occupata’ nel 1969 e ‘Contratto’ nel 1971.

Si è misurato anche come regista lirico, mettendo in scena tra l’altro una memorabile edizione de ‘L’italiana in Algeri’ nel 1976, mentre nel 1998 ha messo in scena ‘Purgatorio 98’, una versione rivisitata e ‘contaminata’ del Purgatorio di Dante in cui ha fatto uso anche del dialetto napoletano.

Nel 2009 ha ricevuto il Premio giornalistico televisivo Ilaria Alpi, quale “giornalista, autore teatrale e televisivo, regista, attore, sempre uomo d’alto impegno intellettuale e civile”, e nel 2010 il Nastro d’argento alla carriera, mentre nel 2016 viene insignito del titolo di socio onorario del Rotary Club di Benevento.

Nel 2006 ha pubblicato la sua autobiografia ‘Finale aperto’, riedita nel 2012 con il titolo ‘La storia sono io (con finale aperto)’ di cui al Bif&st annuncio’ 4 anni fa di voler fare un film a basso costo: “Sarà il ritratto di un perfetto cialtrone, la mappa esatta delle mia cialtroneria congenita e inguaribile”, racconto’.

Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo Premio Strega. Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente, e dall’alto dei suoi 228 voti può quasi spernacchiare gli altri candidati e la malasorte, persino la cabala visto che ha sfanculato il detto: non c’è due senza tre.

Scuro in volto – nomen, omen – manco avesse perso pure stavolta, per la terza volta, tradiva la tensione cumulata in un decennio di mancate vittorie, più che in una serata di trionfo. E quando il commentatore al ninfeo s’è lasciato andare all’infelice battuta: andiamo a contare per quanti voti stavolta ha perso, il vaffa mentale s’è sentito aleggiare, con le corna di leoniana memoria di rinforzo, prima d’essere affogato nel bottiglione dello Strega.

Scurati, quindi. Unica sorpresa della serata l’ottima Cibrario, che ha scavalcato Marco Missiroli sul podio. Le altre candidate alla finale, Claudia Durastanti e Nadia Terranova, a chiudere la cinquina e fare presenza, come detto. Non ha certo giovato, a Missiroli, la presenza di una seconda candidata Einaudi che ha scisso i voti dell’editore, alla faccia d’ogni buon senso e belle lettere.

Scurati, dunque. Bel volumone il suo M, pure questo s’è detto. Se dovesse portare a dama quanto promesso, alla fine della trilogia Il figlio del secolo avrebbe in corpo oltre duemila pagine. Un’enciclopedia (ri)fondativa dell’antifascismo, più che un romanzone. C’è pure un mezzo indice dei nomi, come ogni saggio che si rispetti, e non disperiamo che sia completo alla fine dell’opera.

Un romanzo-documentario, romanzo-saggio (rosaggio?) che riapre la stagione del grande romanzo storico all’italiana, come nelle corde dell’autore, forte di prove quali Il rumore sordo della battaglia e Una storia romantica, come pure del piazzamento della Cibrario, anch’essa con una bella storia risorgimentale.

Romanzo storico dove d’inventato non c’è nulla e, anzi, proprio l’essere romanzo permette di traversare le mille pieghe della storia in ogni sfaccettatura. In questo la penna di Scurati è impagabile. La sua capacità di raccogliere, con la testimonianza, l’humus del tempo, notevole. Basti il passaggio finale, quello di un Mussolini solo e vincente sullo scranno di presidente del Consiglio, quando all’indomani dell’omicidio Matteotti mira quel che rimane del parlamentarismo che sta per essere spazzato via dal suo regime, a chiusura del primo volume.

“Guardali, ascoltali, non capiscono cosa stia accadendo. Né gli uni né gli altri. Non capiscono che cosa gli sto facendo. Continueranno a combattere, da una parte e dall’altra, senza sapere che abitano già una casa di morti. I nostri, i fascisti in camicia nera con i teschi ricamati in bianco, la abitano da sempre, gli altri, cresciuti per secoli nel rispetto dell’essenza umana, non la conoscono. Si aggirano a tentoni, tremanti, nella notte della pianura immensa, senza nemmeno potersi accodare all’istinto della lotta. Non capiscono, non capiscono…. Gattini ciechi avviluppati in un sacco. Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è struggente la cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io”.

Il figlio del secolo è questo: un animale che fiuta il suo tempo ed è capace di dominarlo. Gran prosa innestata in un’abilità narrativa e ricostruttiva di primissimo livello. Un’opera se vogliamo monca a paragone dell’altre che pure ha stracciato ma che s’è beccata lo Strega, anomalia italiana come la presenza di due candidati dello stesso editore in finale. Resta, col plauso, un rimpianto e un augurio. Se anziché partire da Piazza San Sepolcro, nel ‘19, e finire a Montecitorio nel ‘24 – e poi via via, fino alla fine dell’uomo e del regime – Scurati avesse scritto della fanciullezza e giovinezza, insomma di quanto più noto e leggendario che conosciuto sul fondatore del fascismo, il suo enciclopedico duce e i suoi lettori ne avrebbero guadagnato.

L’augurio, invece, è di evitare le secche dell’antifascismo. Che il suo figlio del secolo diventi bandiera di un rinnovato antifascismo, di maniera e d’opposto conformismo, a celare il nullismo presente. Primo perché di scrittori pseudo progressisti e politicamente adagiati sull’onda di piena del buonismo di genere – quella che cavalcano Grete e capitane Carole per intendersi – non se ne può più. Poi perché il tempo, questo tempo, e la democrazia sono già altro, e niente può deviare l’onda della storia quando si fa piena. Tantomeno un ottimo romanzo, o rosaggio che dir si voglia.

“Dedico la vittoria ai nostri nonni e ai nostri padri, che furono prima sedotti e poi oppressi dal fascismo, soprattutto quelli che tra loro trovarono il coraggio di combatterlo armi alla mano. Vorrei dedicare il premio anche ai nostri figli, con l’auspicio che non debbano tornare a vivere quello che abbiamo vissuto cent’anni fa, in modo particolar e a mia figlia Lucia”.

Esprime così la propria soddisfazione, “emozionato e sudato”, lo scrittore Antonio Scurati, l’autore di M. Il figlio del secolo, nel corso della notte che lo proclamato vincitore di quest’edizione dello Strega, la LXXIII per numero progressivo. “Previsto e confermato”, scrive il Corriere della Sera. “Buona la terza. Ha aspettato cinque anni, due sconfitte, l’amarezza sul filo di un voto, per potersi finalmente scolare sul palco il liquore che addolcisce ogni tensione”, è l’incipit della cronaca della serata che si può leggere su la Repubblica.

A dieci anni dall’ultima sconfitta, Antonio Scurati domina il premio Strega con 101 voti di distacco dalla seconda arrivata, Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo. E siccome pur sempre di una competizione editoriale si tratta, con ricche ricadute sulle vendite dei libri, il quotidiano di via Solferino titola “Trionfa Scurati, perde Einaudi”, casa ditrice sabauda in gara con ben due autori: Marco Missiroli con Fedeltà (terzo posto) e Nadia Terranova con Addio fantasmi (Stile libero, ultima classificata).

E sul duello, scrive la Repubblica: “Per la finale i 660 giurati hanno avuto a disposizione un voto secco ed è subito stato chiaro che il romanzone sulle origini del fascismo di Scurati — un tomo di 840 pagine che si avvia a diventare una serie tv e che ha all’attivo 180 mila copie — avrebbe vinto a mani basse. Per la scuderia Giunti è la prima vittoria allo Strega. Quello che non si era mai visto è un duello nelle retrovie, una guerra fratricida per il secondo posto, con sfidanti interni allo stesso gruppo editoriale mondadoriano: Cibrario, che è stata fin dall’inizio molto sostenuta dai voti dei 20 Istituti italiani di cultura all’estero (in tutto 200), dai lettori forti e dalle biblioteche (60 voti) e Missiroli, forte tra gli Amici della Domenica, la giuria storica del premio formata da 400 personalità del mondo della cultura (tra cui siedono giornalisti, intellettuali, editori e molti scrittori”).

Si legge invece sul Corriere: “Nei giorni scorsi il prudente Scurati aveva preferito raccontare l’avvicinamento alla tappa finale: ‘Non è la mia prima volta allo Strega, è la prima volta che ho partecipato al tour: un percorso faticoso, una purificazione dalle esperienze del passato quando ero più giovane, più teso, forse ambizioso. Stavolta mi sono avvicinato alla proclamazione con animo sereno. Mi sono riconciliato con il Premio, mentre negli anni passati lo avevo sofferto’”. 

Annota ancora la cronista del quotidiano milanese: Scurati è “talmente emozionato che, dopo essersi attaccato alla fatidica bottiglia di liquore, è sceso dal palco senza dire una parola. E lo scrittore Sandro Veronesi, ex vincitore dello stesso Premio, gli ha urlato dalla platea: ‘Piangi! Almeno piangi!’”

Di Antonio Scurati si ricorda un’intervista a il manifesto pubblicata sull’edizione cartacea il 23 aprile scorso in cui lo scrittore affermava che “dare voce. Mussolini serve a liberarci di lui”. “Soprattutto significa fare i conti con il rimosso della coscienza collettiva, il fascismo come una delle matrici dell’identità nazionale e farlo attraverso una nuova narrazione popolare e inclusiva, secondo la vocazione della forma romanzo. Mi ha spinto la convinzione che, dopo la caduta storica della pregiudiziale antifascista, un romanzo su Mussolini fosse possibile e, quindi, necessario proprio per rinnovare le ragioni dell’antifascismo”.

Da poco uscito in libreria, M. Il figlio del secolo aveva ricevuto una poderosa stroncatura sulle colonne del Corriere della Sera da parte dello storico Ernesto Galli della Loggia, che gli rimproverava alcuni errori di nomi, date e citazioni e di avere “ritoccato la storia” con il suo romanzo. A propria volta lo scrittore aveva preso carta e penna e replicato allo storico dicendo che “raccontare è arte, non scienza esatta”. Ne è nata così una breve querelle, nella quale si erano infilate anche le annotazioni di Pierluigi Battista, e alla quale Galli della Loggia aveva poi scritto nuovamente, chiudendo definitivamente l’argomento, ma non prima d’aver affermato che “la licenza creativa non autorizza a tradire la verità della storia”.

Scurati ha annunciato che scriverà il seguito di ‘M’, che tratterà il ventennio fascista.

Antonio Scurati ha vinto la 73ma edizione del Premio Strega con ‘M. Il figlio del secolo’. Il 50enne scrittore napoletano si e’ imposto nettamente con 228 voti.  

Lo scrittore di origini napoletane, con il romanzo dedicato all’ascesa di Benito Mussolini, pubblicato da Bompiani ha confermato le previsioni che lo vedevano favorito fra i cinque finalisti: Benedetta Cibrario con “Il rumore del mondo” (Mondadori), seconda classificata, Marco Missiroli con “Fedeltà” (Einaudi), Nadia Terranova con “Addio Fantasmi” (Einaudi) e Claudia Durastanti con “La Straniera” (La Nave di Teseo).

Mai gli sarebbe “passato dall’anticamera del cervello” di dirigere un’opera, ma poi si è “divertito moltissimo”. Woody Allen il geniale attore, scrittore e regista americano con all’attivo 51 film, cambia prospettiva, lascia la cinepresa (solo per poco, sia chiaro) e presenta la sua regia del pucciniano Gianni Schicchi, in scena al Teatro alla Scala di Milano dal 6 al 19 luglio. Le scene e i costumi sono di Santo Loquasto. La produzione, realizzata con i complessi dell’Accademia diretti da da’m Fischer, va in scena insieme a un nuovo allestimento di ‘Prima la musica e poi le parole’ di Antonio Salieri firmato da Grischa Asagaroff

 

A presentarlo alla stampa, al Piermarini c’era proprio lui, reduce da qualche giorno a Venezia e dal concerto con la sua jazz band al Teatro Arcimboldi di Milano, con i suoi 83 anni costellati di successi, e il suo immancabile cappello. La prima volta quest’opera la mise in scena nel 2008 per la Los Angeles Opera e poi arrivò da noi al Festival di Spoleto. Ma al Piermarini si vedrà un finale diverso.

“Ho avuto un’altra ispirazione: il finale che ho fatto a Los Angeles non lo ripeto qui, perché quando ho visto il palco con gli studenti mi sono emozionato e ho avuto una nuova idea. Gliel’ho comunicata proprio poco fa, la vedrete la sera della prima”. Dunque, tocca aspettare. Ma chissà che non sia questa: “Ho sempre provato affetto per Gianni Schicchi, e non lo metterei certo all’inferno, anzi lo farei andare in pensione per vivere bene e felicemente”.

Sul palco ci saranno gli allevi dell’Accademia scaligera con Ambrogio Maestri a fare da “nave scuola”, come ha scherzosamente detto il baritono. “Gli studenti – ha aggiunto Woody Allen – sono fantastici, stanno facendo un gran lavoro, l’opera è esattamente come l’ho pensata, come la voglio. È un’opera comica e loro sono riusciti a capire i miei intendimenti e quelli di Puccini. Si sono immedesimati”. Merito di quello che vedremo, va dato a Placido Domingo che “per diversi anni” ha cercato di convincere Allen a fare la regia di un’opera finché non ci è riuscito. 

“A me piace moltissimo ascoltare l’opera – ha raccontato – il problema è che dovendo svegliarmi molto presto al mattino per girare i film, vedevo solo il primo e il secondo atto. Il terzo mai. Vorrei una serata di terzi atti, tutti quelli che ho perso negli anni, me li godrei pazzamente nel corso di una serata. Chissà se lo faranno mai”.

 

Per il futuro lascia socchiusa una porta: “Non so se ripeterò una esperienza del genere. Gianni Schicchi è divertente, non è molto lungo, è scritto bene. Ha una comicità che funziona. Per fare un altro lavoro del genere dovrei trovare un’opera altrettanto semplice e facile da affrontare”. E forse potrebbe essere il caso della sua “opera preferita, la Lucia di Lammermoor”, ma questo si vedrà.

Per adesso l’instancabile genio del cinema annuncia che tra un paio di settimane inizierà a girare un nuovo film. “Dopo il debutto scaligero me ne andrò a San Sebastian in Spagna dove inizierò le riprese del mio nuovo film. In ottobre in italia uscirà ‘Un giorno di pioggia a New York’. Ma mi accingo a girarne un altro, tra 2 settimane. Sono ancora molto in attività, ma mi fa anche molto piacere, tra un lavoro cinematografico e l’altro, prendermi una pausa e venire qui alla Scala, in luogo così iconico per l’opera”.

E poi si sa che il suo legame con l’Europa è sempre stato forte. Come se lo spiega? “Ho sempre avuto un’accoglienza calorosa in Europa anche quando un film non veniva accolto bene negli Usa. Le mie opere venivano apprezzate in Italia, in Francia e in Germania. Forse perché guardavo sempre film europei durante la mia infanzia, sono sempre stato un grande ammiratore di quella cinematografia”. E questo interesse in qualche modo traspare nelle sue opere.

Anche l’allestimento di Gianni Schicchi è un omaggio al cinema italiano. “Il primo impulso che ebbi – ha ricordato – fu immaginare tutti i personaggi come topolini e il protagonista come un topone. Ma il mio aiuto scenico mi disse che non era una buona idea. Il secondo impulso fu travestire tutti i personaggi da cibo biologico e Gianni da sigaretta. Ma mi dissero che sarebbe stato ridicolo. Alla fine grazie ai consigli abbiamo deciso di fare una produzione che riecheggiasse il cinema realista italiano degli anni ’50, pensando a De Sica o Fellini. Ed è così che decidemmo di metterlo in scena e fu un successo. Spero che anche questa produzione abbia lo stesso successo che ha avuto fino a questo momento. E che il pubblico si diverta quanto mi sono divertito io”.

È Dominique Meyer, manager francese di 63 anni, alla guida dell’Opera di Vienna, il nuovo sovrintendente del teatro alla Scala di Milano. Da luglio o al massimo a settembre, non appena firmerà il contratto, prenderà il posto di Alexander Pereira, alla guida del Piermarini dal 2014. Adesso è ufficiale. Lo ha deciso il Cda, con 8 voti a favore e uno contrario, quello di Giorgio Squinzi, come ha spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che è anche presidente della Fondazione.

Quanto alla ‘transizione’ tra i due leader, i consiglieri hanno approvato la proposta del sindaco Sala (contrari Francesco Micheli e Philippe Daverio) e cioè che il manager austriaco resti fino a metà 2021, accompagnando il sindaco alla fine del suo mandato. Una proposta che il primo cittadino definisce “di buon senso” e che ha visto d’accordo i due diretti interessati. Anche se per Pereira si tratta di una vittoria parziale: non è un segreto che sperava in un rinnovo di due anni, fino al 2022, allineando la fine del suo contratto a quella del direttore musicale Riccardo Chailly. “Meyer sarebbe disponibile da metà del 2020 – spiega Sala – quindi si tratterebbe di un anno di affiancamento, con Meyer nel ruolo di ‘designato’ e Pereira con una formula” che gli permetta di lavorare.

A far propendere Sala per la candidatura di Dominique Meyer alla guida della Scala, il fatto che è “una persona che ha una certa esperienza. E il ruolo del sovrintendente è un ruolo che deve combinare capacità artistica e gestionale”. Mentre sulla possibilità di una proroga di 5 anni ad Alexander Pereira, avrebbe pesato l’età anagrafica: “La Scala – dice Sala – ha valutato la volontà di cambiare e trovare una nuova formula con una persona più giovane, un anno ci sta, ma una proroga avrebbe potuto portarlo a 78 anni. Ci sta tutto, ma questa è una decisione legittima del Cda, poi vedremo se sarà una buona decisione. Pereira – conclude – l’ho trovato, non l’ho scelto io, a volte ci ho discusso, spesso l’ho apprezzato e l’ho difeso come deve essere”.

Quanto allo stipendio di Meyer, Sala non fornisce cifre: “Si attende la ratifica del Cda”, risposta che lascia immaginare che non sarà uguale a quello di Pereira (240 mila euro). Resta aperta la possibilità che il ruolo di direttore artistico non sia ricoperta dal sovrintendente. Questo lo deciderà Dominique Meyer, a lui l’ultima parola.

“Cammino a mezzo metro da terra, perché ogni mio romanzo è come un sogno che vive nella mia mente e vedere il mio “Tre piani” che diventa un film è un sogno che si materializza. Sul set di Nanni Moretti ho spento il cellulare, perché volevo immergermi completamente nel momento”. Così lo scrittore di Tel Aviv Eshkol Nevo, 48 anni, nipote del  terzo primo ministro israeliano, il laburista Levi Eshkol (i genitori gli hanno dato come nome il suo cognome ma aveva solo due anni quando è morto) racconta  il suo primo incontro con il regista che per il suo nuovo film, il primo non nato da un suo soggetto originale, ha scelto di guardare verso Israele, affidandosi a “Tre piani” il  suo ultimo romanzo uscito in Italia nel 2017. 

Per il suo “Tre piani” cinematografico Moretti trasporta in un condominio romano le tre storie e le relative passioni, solitudini, e fragilità che si intrecciano  in una palazzina borghese vicino a Tel Aviv, con  un cast dove accanto a lui spiccano Margherita Buy, Riccardo Scamarcio e Alba Rohrwacher. Al primo piano abita una famiglia con due figlie, una delle quali viene spesso affidata a un’anziana coppia di vicini. Al secondo vive quella che chiamano “la vedova” sposata con un uomo che viaggia sempre per lavoro lasciandola sola ad occuparsi dei figli. Al terzo piano c’è una giudice in pensione, vedova per davvero che cerca di instaurare un dialogo con il marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica ed è in rotta da anni con l’unico figlio.

Nevo, scrittore “cult” della nuova generazione letteraria israeliana, pubblicato in Italia da Neri Pozza, era a Roma il 26 giugno per l’intervista pubblica con il direttore della Stampa Maurizio Molinari che ha chiuso la dodicesima edizione del Festival internazionale “Ebraica”, e ha approfittato dell’occasione per una visita sul set di Moretti. Era la prima volta che si vedevano, ha raccontato a Molinari, dopo un lungo carteggio via mail: “Due anni fa ero sul divano di casa mia a Tel Aviv quando mi è arrivata la prima mail di Moretti. Diceva semplicemente: “Mi è piaciuto il tuo romanzo, vorrei farne un film, è ok per te?”. Inizialmente ha pensato che si trattasse “di una fake mail”. Per smascherare quello che credeva il finto Nanni Moretti gli ha chiesto qual era la sua visione del libro e del film: “Quando lui mi ha risposto con una mail lunga e dettagliata mi sono convinto”. Ma il primo incontro dal vivo con il regista sarà anche l’ultimo sul set, ha chiarito poi  Nevo al telefono con l’AGI durante il suo viaggio in treno per Milano, dove  il 27 giugno ha dialogato con Malcom Pagani alla biblioteca Sormani di Milano,  per poi spostarsi a Como alla libreria Ubik con Marco Balzano.

Non le piace frequentare i set?

“Mi piace, è stata una grande emozione per me. Ma non voglio interferire. Mi fido totalmente di Moretti, mi piace il suo lavoro, è molto famoso in Israele, soprattutto per “Caro diario” e “La stanza del figlio”  che ho amato molto, e sono felice che al di là delle differenze, i libri uniscano le culture. Ma la mia policy personale non prevede coinvolgimenti negli adattamenti (la sceneggiatura del film è firmata da Moretti, Federica Pontremoli e Valia Santella ndr). È la prima volta che un mio romanzo diventa un film ma i miei libri sono stati già portati a teatro e anche in quel caso non ho voluto immischiarmi in una forma d’arte diversa dalla mia. Tornerò a Roma in ottobre, per presentare il mio  nuovo libro “The last interview” e probabilmente rivedrò Nanni. Ma allora il film  sarà finito e sarà bene così, perché non voglio decidere nulla.” 

Che dobbiamo aspettarci da “The last interview”?

“Non voglio anticipare molto. Posso solo dire che è molto politically uncorrect, ma non sarà un romanzo politico. Ed è anche il mio libro più buffo e più triste nello stesso tempo. Quando è uscito in Israele sono stato sommerso dalle mail dei lettori”.

Moretti a parte, il cinema italiano che influenza ha su di lei?

“Mi sono abbeverato a  Federico Fellini e, soprattuto a Ettore Scola. E tra i registi contemporanei, Moretti a parte, sono rimasto molto colpito da Paolo Genovese e dal suo “Perfetti sconosciuti”, perché racconta un rapporto di amicizia simile a quelle che si instaurano in Israele, per i segreti in qualche modo affini a quelli del mio “Tre piani”  e anche per l’uso smodato del telefonino e dei social media. Perfino con i miei amici de “La simmetria dei desideri” (il romanzo uscito nel 2010 in Italia che l’ha consacrato sulla scena internazionale ndr) ormai ci parliamo solo via messaggini. E non è la stessa cosa, la tecnologia ci sta rovinando, rendendoci meno umani. Ho dovuto usare i mezzi pubblici per tre mesi perché mi avevano ritirato la patente: a Tel Aviv sono pieni di gente che parla al telefono a voce alta e ho ascoltato storie di mariti abbandonati dalle mogli, liti furibondi e anche dettagli di operazioni militari. Una miniera per me e per il mio lavoro, ma mi chiedo se esiste ancora qualcosa di privato”. 

Personalmente che rapporto ha con smartphone e social media?

“Non utilizzo personalmente i social media, altrimenti non avrei tempo per scrivere, ma la  mia scuola di scrittura creativa di Jaffo che ho fondato nel 2014 e dirigo con la poetessa Orit Gidali, ne è dotata. Quando lavoro ai miei romanzi , essenzialmente al mattino, dalle 9  al ritorno a casa per pranzo della prima delle mie tre figlie, metto il cellulare in un’altra stanza e non mi concedo neanche una sola occhiata al web. Ho bisogno di una concentrazione assoluta”. 

Lo sa vero che, adesso che Moretti l’ha scelta, i suoi lettori italiani si moltiplicheranno…

Ho un rapporto speciale con i lettori italiani. Sono “amazing”, davvero appassionati, intervengono entusiasti ai vari festival letterari. Non è così scontato negli altri paesi. A Milano tempo fa una signora mi si è avvicinata dicendomi che la lettura del mio “Tre piani” le aveva permesso di perdonare se stessa. Non ha specificato il motivo, ma dopo quelle parole io mi sono sentito uno scrittore felice. All’Italia poi sono personalmente molto legato: anni fa  ha tenuto un corso intensivo di scrittura creativa alla Holden di Torino, tra i miei  scrittori preferiti ci sono Italo CalvinoNatalia Ginzburg, Elena Ferrante e Paolo Giordano di cui, proprio in questo momento sto leggendo “Divorare il cielo”. 

E del calcio italiano cosa ne pensa visto che il pallone è un collante dell’amicizia tra i protagonisti del suo “La simmetria dei desideri”?

“Sono appassionato di calcio, nonostante le squadre israeliane vincano molto poco e agli ultimi campionati mondiali, dove Israele non si era qualificata, ho tifato Italia”. 

Lei fa parte degli scrittori israeliani critici verso il governo Netanyahu, come vede il ritorno in campo per le elezioni del 17 settembre, appena annunciato, dell’ex premier Ehud Barak, l’ultimo di centrosinistra, con un nuovo partito di opposizione? 

“È troppo presto per esprimere un’opinione. Certo è che questo non è un buon momento  e oggi in questa fase così piena di attriti e divisioni Israele ha davanti a sé una grande sfida alla quale noi scrittori possiamo partecipare: oggi  che in tanti puntano alla deumanizzazione del nemico, noi invece dobbiamo avviare un processo inverso: umanizzandolo, dimostrando che siamo tutti vulnerabili allo stesso modo e che dobbiamo unirci”.

Anche quest’anno, il sedicesimo consecutivo, è stata pubblicata dagli analisti di Quacquarelli Symonds la classifica delle migliori università del mondo. Per le italiane un risultato migliore rispetto ai precedenti rapporti. Come scrive Il Sole24 Ore, il Politecnico di Milano si posiziona per la prima volta tra i primi 150 atenei al mondo (149° posto, 7 posizioni in più rispetto allo scorso anno), confermandosi per il quinto anno consecutivo anche prima Università italiana e ottenendo in assoluto il proprio risultato migliore.  

Grande risultato anche per la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che è “la decima università al mondo per Citations per Faculty, l’indicatore che misura l’impatto della ricerca prodotta rispetto al numero di ricercatori”.

Per quanto riguarda l’estero il Massachusetts Institute of Technology (Mit) è nominato la migliore università del mondo per l’ottavo anno consecutivo e l’intero podio è occupato da realtà a stelle e strisce: in seconda posizione c’è la Stanford University e al terzo posto l’Università di Harvard. C’è da dire, comunque, che solo il 16% delle università americane hanno migliorato il loro status, è il minimo storico e la situazione crea qualche perplessità.

Effetto Brexit sulle università inglesi?

Grande rumore sta provocando nel Regno Unito la conferma di un trend negativo cominciato ormai tre anni fa da parte dell’università di Cambridge, stretta, come scrive The Guardian, nella morsa della Brexit. Ben Sowter, direttore della ricerca di QS, ha detto al quotidiano inglese che la performance più debole del Regno Unito quest’anno non è stata una sorpresa: “Per decenni, l’istruzione superiore nel Regno Unito è stata una delle migliori esportazioni del paese nel mondo. Il settore ha prodotto una ricerca eccezionale, ha promosso l’insegnamento di livello mondiale, ha forgiato legami di trasformazione con l’industria e ha accolto milioni di giovani di talento”.

“Per garantire la continuità di questa situazione privilegiata è essenziale – prosegue Sowter –  che coloro che hanno il potere di farlo raddoppino gli sforzi per migliorare la capacità di insegnamento, raggiungere una chiara conclusione sullo status delle tasse degli studenti dell’UE post-Brexit e fare tutto il possibile per garantire che il Regno Unito resti parte dei quadri di collaborazione di ricerca dell’UE nel futuro”.  

A guidare il Teatro alla Scala di Milano arriverà Dominique Meyer, 63 anni, manager francese attualmente all’Opera di Vienna. Non fa esplicitamente il suo nome il sindaco, e presidente della Fondazione, Giuseppe Sala, ma al termine di un cda lungo tre ore assicura che “c’è consenso” sul nuovo sovrintendente scaligero, escludendo allo stesso tempo che si tratti di quello uscente, Alexander Pereira, in carica dal 2014.

“Il nome lo lascio immaginare a voi”, ha detto Sala, richiedendo in realtà ben poco sforzo agli interlocutori: il testa a testa tra i papabili alla sovrintendenza era tra Meyer e Carlo Fuortes dell’Opera di Roma, che si è sfilato dalla corsa qualche giorno fa per restare nella capitale.

Dunque, salvo sorprese dell’ultimo minuto, l’arcano è svelato: Dominique Meyer dalla Staatsoper di Vienna prenderà il timone del Teatro alla Scala. Per l’ufficializzazione si deve aspettare ancora qualche giorno, fino al prossimo Cda del 28 giugno. Il suo contratto partirà dal 2020, quando scadrà in febbraio il mandato di Pereira che sperava in un rinnovo di uno o due anni, per concludere la sua esperienza nel 2022 allineando la scadenza a quella del direttore musicale Riccardo Chailly.

Era stato lo stesso maestro milanese, una settimana fa, a lanciare una sorta di appello affinché fosse prorogato per un biennio il contratto del sovrintendente. Per una questione di logica, aveva detto, in quanto il manager austriaco aveva messo già a punto le stagioni fino al 2022 “e allora mi sembra il minimo che questi due anni si concludano al meglio con i responsabili che li hanno programmati”. Appello, forse, un po’ tardivo.

La buona gestione di Pereira, che lascia un teatro con i conti in ordine e un numero di soci lievitato, e con un deciso aumento dei contributi provenienti da sponsor pari a 58,8 milioni di euro, non è bastata a far pendere la bilancia dalla sua parte. A pesare di più sarebbe stata la gestione troppo ‘diretta’ del caso Arabia Saudita: a marzo Riad voleva entrare come socio nel cda, e Pereira – questa l’accusa – avrebbe agito senza informare il board, facendo infuriare più di un consigliere.

Detto questo, resta da vedere come il sindaco gestirà la transizione. Non sono chiari i tempi dell’uscita di Pereira: “Entro dieci giorni sta a me trovare le formule per capire come costruire questo cambiamento”. E sull’ipotesi di una proroga del mandato è il primo cittadino stesso a suggerire come non tutto sia ancora deciso: “Ci ragioneremo. Dobbiamo capire se si può trovare una formula che potrebbe essere anche di prolungamento”.

Ma prima di tutto ciò, il sindaco ne deve parlare con i diretti interessati, il sovrintendente uscente e quello designato. Resta in campo anche l’ipotesi, caldeggiata dal Cda, che la figura del sovrintendente non combaci con quella del direttore artistico come è stato con Pereira. L’eventuale proroga di quest’ultimo non sarebbe un problema di costi, in quanto questo possibilità è prevista dalla Corte dei Conti. Ma l’ultima parola su questo spetterà a Dominique Meyer.

 

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