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AGI – Il Museo Egizio di Torino riprende l’attività espositiva internazionale. Si inaugurano, infatti, in questi giorni, due nuove esposizioni che portano, per la prima volta, in Finlandia ed Estonia i reperti della collezione torinese. “Egypt of glory” è il titolo del progetto espositivo unitario ospitato fino a marzo 2021 in due sedi, il museo Amos Rex di Helsinki e il Kumu Art Museum di Tallin.

A Helsinki la mostra accompagna i visitatori attraverso un viaggio nel tempo per esplorare le differenze culturali che hanno caratterizzato l’antico Egitto nel corso della sua lunga storia, analizzando la cultura materiale legata alla vita quotidiana, alle credenze religiose e alle pratiche funerarie, ma anche attraverso tematiche più complesse come l’arte e i problemi storici e sociali. Una sezione sarà poi dedicata al I millennio a.C. e in particolare al cosiddetto “Rinascimento faraonico”.

A Tallinn, dove la mostra si presenta con il titolo “Egypt of Glory: Art from the Nile Valley”, l’esposizione si concentra sui temi dell’arte e della rappresentazione, tanto dei soggetti religiosi quanto di quelli naturali e antropici.

“L’Italia ha l’onore e l’onere di custodire una cultura materiale che proviene da un grande paese, l’Egitto, che ha influenzato per millenni tutto il bacino del Mediterraneo. Per questo – sottolinea il direttore del Museo Egizio Christian Greco – rimane per noi imprescindibile radicare la conoscenza del patrimonio nella comunità locale, nazionale ed internazionale e riuscire a suscitare l’interesse e la passione del pubblico a ogni latitudine”.

“L’apertura al pubblico di queste due mostre è un segnale estremamente positivo: siamo davvero lieti e orgogliosi di poter proseguire il percorso di internazionalizzazione e di diffusione della cultura egizia che il Museo sta conducendo da anni e che ci vede per la prima volta in Finlandia ed Estonia – afferma Evelina Christillin, presidente del Museo Egizio – Parallelamente, mantenendo sempre come prioritarie la salute dei dipendenti e la sicurezza dei reperti, e in sintonia con il Ministero dei beni culturali e con la Soprintendenza torinese, proseguono i contatti con le altre istituzioni estere che ospitano oggetti della nostra collezione, e in particolare gli Stati Uniti, dove a dicembre la mostra ‘Queen Nefertari’s Egypt’ aprirà al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas”.

AGI –  Il premio Nobel per la Letteratura 2020 va alla poetessa Louise Glück, per la sua “indimenticabile voce poetica che con austera bellezza sa rendere universale l’esistenza individuale”. Un nome completamente al di fuori della lista dei papabili, come spesso accade per questo riconoscimento. Nel corso della sua carriera ha pubblicato dodici antologie di poesie e nel 1993 ha vinto il Premio Pulitzer per la poesia per la sua collezione ‘The Wild Iris’ (in Italia ‘L’iris selvatico’, 2003, traduzione Massimo Bacigalupo – Edizioni Giano), ottenendo così il primo di una lunga serie di riconoscimenti.

Biografia di un Premio Nobel

Nata a New York il 22 aprile 1943 in una famiglia di immigrati ebrei ungheresi e cresciuta a Long Island, vive a Cambridge, nel Massachusetts, dove insegna inglese alla Yale University, New Haven, Connecticut. Durante la sua adolescenza ha sofferto di anoressia, tanto da costringerla ad abbandonare gli studi superiori alla George W. Hewlett High School e poi quelli universitari al Sarah Lawrence College e alla Columbia University. Pur non consegnendo la laurea, la poetessa si formò sotto la supervisione di Leonie Adams.   

Da oltre quarant’anni Louise Glück occupa i vertici della poesia contemporanea americana, erede della tradizione lirica statunitense e maestra nel trasformare vissuti soggettivi e aneddoti in una ‘metafisica del quotidiano’. La sua poesia è rigorosamente personale, contenuta tra le pareti domestiche, fra i suoi oggetti. Diapositive che ritraggono il quotidiano, apparentemente banali, se non fosse per il gusto particolare dell’inquadratura e per la tecnica di scrittura: le immagini nei suoi versi sono brevi, spezzate dalla punteggiatura decisa, con rime brillanti e mai ingombranti. Valgano per tutti i seguenti versi dalla raccolta ‘L’iris selvatico: “Vuoi sapere come passo il tempo? Cammino sul prato davanti, fingendo di strappare erbacce, ciuffi di trifoglio selvatico… In realtà sto cercando coraggio, qualche indizio che la mia vita cambierà”.    

Louise Glück, professoressa dell’Università di Yale, nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia, mentre nel 2003 era stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti. È inoltre un membro dell’American Academy of Arts and Letters. In Italia è stato pubblicato nel 2019 la raccolta ‘Averno’ (traduzione di Massimo Bacigalupo, postfazione di José Vicente Quirante Rives) dalla casa editrice napoletana Libreria Dante & Descartes / Editorial Parténope. In questa raccolta (la decima della poetessa, uscita negli Usa nel 2006) la Glück si racconta in versi brevi dai toni ieratici, adottando una lingua vicina al parlato che diventa suo marchio di fabbrica, esatta, risonante, talvolta ellittica. 

Chi è  Louise Elisabeth Glück, “poeta giadiniere”

Chi è la scrittrirce Premio Nobel per la Letteratura 2020? A spiegarlo all’AGI è Alba Donati, poetessa e critica letteraria, presidente del Gabinetto Scientifico Letterario ‘G.P: Vieusseux’. “Come accade spesse l’Accademia svedese ha sorpreso tutti tirando fuori un nome pressoché sconosciuto al grande pubblico – spiega la Donati – in questo senso possiamo dire che fa una meritoria opera di scouting facendo conoscere letterati di grandissimo valore. Nel caso della Glück, devo dire che siamo noi italiani ad essere indietro perché in America è molto famosa e apprezzata al punto da aver vinto anche il Premio Poulitzer per la poesie”. Alba Donati racconta poi di aver tentato di portarla in Italia, di far pubblicare i suoi libri, ma “a parte il suo libro più famoso, ‘L’iris selvatico’, pubblicato dalla casa editrice Giano, mitica per noi poeti e purtroppo non sopravvissuta, non c’è stato verso”. Infatti per vedere stampato in Italia il secondo libro di poesie di Louise Elisabeth Glück bisogna aspettare il 2019, quando la coraggiosa casa editrice napoletana Libreria Dante & Descartes / Editorial Parténope pubblicherà ‘Averno’.   

Quasi inedita in Italia, ma nota negli Usa e tra gli appassionati di poesia, la Glück secondo la definizione di Alba Donati “è un poeta giardiniere”. “Nata a New York e vissuta nel Massachusetts, idealmente vicina di casa di Emily Dickinson e come lei legata ai fiori e a un certo mondo bucolico – spiega all’Agi – nel suo libro più famoso, ‘L’iris selvatico’, i fiori sono protagonisti e il mondo viene visto dal punto di vista dei fiori: a parlare sono gli iris, il bucaneve. Tre sono i protagonisti della sua poesia: i fiori, ovviamente, Dio che è un po’ arrabbiato con gli umani, e gli umani stessi che si chiedono perché si soffre”. La poesia della neo Premio Nobel è, spiega ancora Alba Donati, “molto stilizzata, con un tono liturgico, controllata, molto metafisica con il senso del cosmo. Canta l’amore panico – aggiunge – legato all’essere nel cosmo ma con molto controllo mentale. La sua è una poesia elegiaca che ti porta nel suo mondo con ritmo incantatorio, ma non è mai ruffiana. La sua, si può dire, è una poesia romantica”.   

Poetessa e critico letterario essa stessa, Alba Donati conclude la sua ‘presentazione’ di Louise Glück sottolineando che la sua caratteristica che è alla base della sua scarsa notorietà all’estero è dovuta forse alla sua tendenza “all’appartatezza”, ossia il suo “stare in disparte, non moversi mai molto e non andare spesso lontano da casa”. Un “poeta giardiniere” stanziale.

AGI – C’è attesa per l’attribuzione del premio Nobel per la Letteratura, attesa oggi a mezzogiorno: è il secondo dopo la sospensione del 2018 a causa dello scandalo sessuale che ha colpito l’istituzione svedese. Assieme a quello per la pace, il premio Nobel per la letteratura è da sempre quello più seguito, circondato da attenzione e polemiche ogni anno.

L’anno scorso, il primo dopo lo “shock”, il premio è stato attribuito all’austriaco Peter Handke, suscitando forti critiche per le sue prese di posizione a favore dell’ex dittatore serbo Slobodan Milosevic. A fine 2017, in pieno periodo “Metoo”, l’accademia svedese era stata colpita dallo scandalo che ha coinvolto il francese Claude Arnault, marito di un’accademica e personalità influente della scena culturale svedese, che sarebbe stato condannato per violenza sessuale. Si è trattato di un trauma inaudito in un Paese considerato trasparente, moderno e attento alla parità di genere.

Per la prima volta dalla Guerra, il Nobel della Letteratura non è stato assegnato nel 2018, e alla ripresa la scelta di Handke ha riscatenato le critiche. L’Accademia si è difesa l’anno scorso ricordando di aver giudicato “l’opera e non l’uomo”. Per quest’anno, i siti di scommesse puntano sulla francese Maryse Condé, la russa Liudmila Oulitskaia, la canadese Margaret Atwood e il giapponese Murakami Haruki, ma gli esperti citano anche l’americana-caraibica Jamaica Kincaid, il keniota Ngugiwa Thiongo, la poetessa canadese Anne Carson, l’ungherese Peter Nadas o il francese Michel Houellebecq.

Il numero di presunti candidati (quelli veri non si possono conoscere per statuto) è ampio, a dimostrazione che ogni previsione sul 113esimo premio Nobel è difficile; i 18 componenti dell’Accademia di Stoccolma mantengono stretto riserbo fino all’annuncio. 

Il 5 ottobre 2020 è stata avviata la seconda settimana di incontri di formazione gratuiti promossi dal dall’Università Roma Tre e dal Centro di Didattica Museale del medesimo ateneo, nell’ambito del progetto interdipartimentale Inclusive Memory.

Gli incontri (destinati a operatori nel campo della promozione e valorizzazione del patrimonio, docenti di ogni ordine e grado e studenti universitari) prevedono la partecipazione di alcuni tra i più importanti esperti del settore dell’inclusione sociale tramite il patrimonio artistico e culturale.

Molte le istituzioni e associazioni rappresentate, tra cui The National Gallery, Palaexpo, Galleria d’Arte Moderna, Berkeley City College, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Musei in Comune di Roma, Coopculture, Simon Fraser University, John D. Calandra Italian American Institute. Inoltre, i docenti dell’Università Roma Tre parteciperanno e presenteranno alcune riflessioni a partire dai risultati del progetto.

Il progetto Inclusive Memory, realizzato con il contributo dell’Università Roma Tre nell’ambito del programma di finanziamento Call4Ideas, mira a promuovere e sviluppare, attraverso l’elaborazione di interventi di ricerca educativa,  una memoria comune e inclusiva che si realizzi tramite percorsi innovativi di didattica museale.

Tutti gli interessati possono partecipare ai seminari del progetto attraverso questo link, attivo durante le sessioni dei corsi.

AGI – “A cent’anni dalla nascita e a trenta dalla scomparsa”, come recita l’incipit del libro, cosa è rimasto del Partito comunista italiano, il più grande dell’Occidente? Senza pretesa di offrire una risposta definitiva e senza pretenderne una dal lettore, Mario Pendinelli e Marcello Sorgi firmano assieme una documentata neanche succinta storia dell’ingombrante ma rimosso, dell’indimenticabile e dimenticato colosso popolare. Quello in cui credettero milioni di italiani prima di restarne – incluso chi avrebbe detto un giorno: “comunista io mai” – irrimediabilmente orfani.

Quando c’erano i comunisti. I cento anni del Pci tra cronaca e storia (pp.383, Marsilio Ed., 18 euro), è uno strumento per rinfrescare la memoria a chi voglia riepilogare, ancorché estraneo agli archivi di scienze politiche e alla storiografia di mestiere, un secolo dal punto di vista di chi lo visse in rosso.

Immaginazione rossa

Fu il rosso delle bandiere e dell’inchiostro di Antonio Gramsci, fu il rosso sangue che i comunisti effusero tra i nemici o versarono del proprio nella Resistenza, ovvero quello sparso nell’Unione Sovietica e che molti finsero a lungo di non vedere. Finché quella storia, negli anni della palombella rossa di Moretti, si concluse tra un punto interrogativo e i puntini di sospensione. E il domani forse rimaneva tutto nella formula interlocutoria con cui oggi si conclude il libro, sfilata da una lunga intervista che Pendinelli fece a Umberto Terracini, fra i padri fondatori del Partito, recuperata da uno scaffale del 1981: “La crisi stessa del mondo contemporaneo, la caduta di tante speranze, la comparsa di tanti problemi imprevisti, sollecitano uno sforzo, una immaginazione diversa”.
Lo “sforzo” invocato dal vecchio Terracini, che un giorno lontano aveva fatto sbottare Lenin nella celebre condanna dell’estremismo “malattia infantile del comunismo”, e che per un periodo sarebbe stato espulso dal Partito per avere contestato la linea imposta da Stalin al Komintern, ebbene quello sforzo ci fu. Prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. Si espresse – ma non bastò – con gli aggiustamenti ideologici, col cambio del nome, delle bandiere, delle segreterie e dei leader.

Ne permane traccia tuttora, ma si vede e non si vede, tra gli orfani che hanno perduto la mappa con le tombe dei padri. Anche “una immaginazione diversa” auspicava Terracini. Se ce n’è stata troppa o troppo poca da quel 1981 a oggi è complicato stabilire, ma ne servirebbe soprattutto oggi dopo la crisi del Covid-19. Perlomeno gli autori la ritengono necessaria, al pari di un impegno collettivo, a “una sinistra che abbia voglia di ricominciare, ripartendo da Gramsci”, se vuol salvare quel sogno d’Europa al quale aderirono il Pci di Berlinguer e già prima l’ambiguo Togliatti col suo Memoriale di Yalta, che doveva smarcare dalla matrigna sovietica un’eredità altrimenti congelata – per pavidità, opportunismo o fideistica adesione – presso i despoti del Cremlino.

Il domani interrogativo

E’ una sinistra che doveva o dovrebbe farsi, stando al “pro memoria” Pendinelli-Sorge, garante di un “vastissimo, nuovo ceto medio, nato da appena mezzo secolo” e già sfigurato dalle crisi: “I guasti che hanno disgregato le società occidentali e causato problemi politici di immane portata”, scrivono, “si possono riassumere nelle fragilità dei governi e nella debolezza crescente di tutti i sistemi democratici”. Dovrebbero gli ex comunisti – tra cui anche quelli “comunista io mai” – farsi garanti di un capitalismo inevitabile e pertanto da salvare, a conferma dei paradossi della storia, per scongiurarne l’implosione nell’anarcoliberismo o lo smottamento nel populismo.

Se il libro fosse un romanzo questo sarebbe uno spoiler, ma il senso del volume di Pendinelli e Sorge è depositato nei singoli capitoli, nei personaggi di una storia meno remota di quanto oggi appaia per eccessiva fretta di archiviare un secolo che forse così breve non fu.

La certezza è che resti veramente poco di un Secchia o di un Bordiga, e che ormai poco conti asseverare quanta strada “dell’affrancamento dal legame con l’Urss” percorsero Togliatti, Longo e Berlinguer. Molto più attuale sembra l’eredità intellettuale di Gramsci che si elevò – per esemplificarlo con gli autori – al di là del socialismo reale di Mosca, oltre il comunismo rurale di Mao, oltre quello di Castro e degli Inti-Illimani, radicando il suo pensiero “nel cuore della cultura europea” e più ancora italiana, con punti di riferimento quali Vico e Machiavelli. Di tale originalità si pavesano tuttora gli eredi e gli orfani di quel partito nella ricerca faticosa di idee, se non più di ideologie, anche se pare disseccata la “immaginazione diversa” reclamata da Terracini.

Eppure, con un manicheismo che ha costituito la cifra limite della sinistra comunista, quando Gramsci morì nel ’37, confidava lo stesso Terracini, “la notizia della sua morte passò come tante altre, fu accolta senza dolore, non suscitò emozioni”. Perché “Antonio ormai era estraneo al partito”, salvo a ripartire dalle sue posizioni con il ritorno di Togliatti in Italia nel 1944. Ma la storia dei comunisti italiani, alla fine, sarebbe rimasta senza il suggello alla trama perché il Pci, “neanche nel tempo del suo più rapido cambiamento, riuscì a farsi ‘possibilità dell’alternanza’, impedendo all’Italia di conoscere ciò che era già accaduto o stava accadendo negli altri Paesi europei: la sinistra di governo”. Questa fu qualche anno fa la riflessione di Veltroni, oggi ripresa da Pendinelli e Sorge. E se questa consapevolezza basti a fare, di quella sinistra, il medico di “fragili governi” e “deboli sistemi democratici”, sarà materia di un’altra storia. Che si potrebbe immaginare ma che ancora non c’è.

AGI – Il Santuario della Madonna della Rocchetta è una di quelle perle nascoste di cui è piena l’Italia ‘minore’, come viene impropriamente chiamata la fetta di Bel Paese fuori dai circuiti del turismo di massa. La chiesetta trecentesca sorge su un’altura che domina a strapiombo l’Adda ed è stata eretta su un ‘castrum’ con torre di avvistamento da cui i soldati romani sorvegliavano il fiume.

A cavallo fra tre province

La prima curiosità è che il santuario arroccato sopra Porto d’Adda si trova all’esatto delimitare di tre province: la scalinata è in provincia di Lecco, la chiesa ora è Monza Brianza e prima era Milano, dall’altra parte del fiume inizia quella di Bergamo.

Lo spirito del Genio

Ma il vero protagonista di questi luoghi è Leonardo da Vinci che dal suo soggiorno milanese venne a condurvi molti studi di idraulica oltre a trarne ispirazione per le sue opere. Nel “Codice Atlantico” ci sono diversi disegni che raffigurano le spettacolari rapide di questo tratto dell’Adda e proprio un argine del fiume fa da sfondo a “La vergine delle Rocce”. Il Genio toscano nel suo soggiorno a Vaprio d’Adda, ospite di Francesco Melzi, suo futuro erede, ebbe modo di lavorare a molti progetti idraulici come quello di un canale da Milano al Lago di Como sfruttando l’Adda. L’idea era di superare la stretta e il dislivello dei Tre Corni di Brivio con un tratto artificiale realizzato con un sistema di chiuse, un’intuizione che sarebbe stata messa in pratica solo quattro secoli dopo. Molti suoi studi per centrali idrauliche assomigliano a quelle disseminate lungo il fiume e tuttora funzionanti che sono una delle grandi attrattive per chi percorre la meravigliosa pista ciclabile.  

L’angelo custode

A custodire la memoria di questo posto incantato è Fiorenzo Mandelli che da anni si occupa quasi in solitaria della gestione della chiesetta e a cui negli ultimi tempi si sono affiancati un pugno di giovani volontari. Fiorenzo, che per il suo impegno lo scorso anno è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica, si è impegnato perché il santuario non fosse abbandonato all’incuria e si offre di raccontarne la storia a chiunque lo contatti per una visita. 

La donazione di Bertrando

“Fu Bertrando, un ricco dottore di Milano che aveva fatto una generosa donazione per la costruzione del Duomo di Milano, a voler costruire per sé un luogo sacro”, racconta Mandelli, “fece edificare questa chiesa e la diede ai frati agostiniani. Era l’anno 1386, lo stesso della fondazione del Duomo: si può dire che sono gemelli”. La gente della zona si affezionò a questa chiesa perché “il fiume era la vita, poiché dava lavoro, dava da mangiare”. “Per questo motivo qui c’era tanta devozione, anche se non è una cattedrale, è una chiesa piccolina, costruita con i sassi. Però, se guardate sull’altare, ci sono tante grazie ricevute”, ha spiegato, ricordando come la chiesa faccia anche parte del Cammino di Sant’Agostino.

La ‘nomina’ dal parroco

L’impegno di Mandelli per questa chiesa tra Paderno d’Adda e Cornate ebbe inizio nel 2006, quando insieme ad alcuni anziani del posto iniziò a fare qualche taglio delle erbe infestanti e di pulizia dell’area esterna attorno alla Santuario della Rocchetta e delle conche sottostanti del naviglio di Paderno d’Adda. Successivamente don Egidio Moro, parroco di Cornate d’Adda, lo designò a curatore e responsabile del Santuario, costruzione a ridosso della quale esiste un’area archeologica con una cisterna tardo romana. E ora lui spiega questi luoghi ai numerosi pellegrini e visitatori che passano lungo il fiume Adda: che siano semplici viandanti, scolaresche o diplomatici stranieri, alti prelati, attori o ex calciatori, Fiorenzo mette uguale passione in questo ruolo di custode della memoria e della bellezza.

AGI – Artemisia Gentileschi approda alla National Gallery di Londra per la prima mostra che il Regno Unito dedica alla ribelle pittrice italiana del Seicento, paladina delle donne e simbolo della lotta contro la violenza maschile. Rinviata lo scorso aprile a causa del lockdown per il Covid-19, apre ogg nelle sale della Sainsbury Wing e sarà visitabile fino al 24 gennaio 2021, con obbligo di prenotazione online nel rispetto delle misure di distanziamento sociale.

“Artemisia” è il titolo dell’esposizione, che inaugura il percorso con la frase più conosciuta della pittrice romana, figlia di Orazio Gentileschi – “Mostrerò a Vostra Illustre Signoria cosa può fare una donna” – poche parole che racchiudono il suo motto esistenziale, un vero e proprio manifesto. È un omaggio ad Artemisia artista e donna ribelle, che ha sfidato l’Italia e l’Europa del suo tempo e che nel corso dei secoli ha continuato ad essere un simbolo di forza e coraggio femminile, una guerriera che combatte contro soprusi e ingiustizie. Una figura ancora oggi di grande ispirazione, non solo nel campo artistico.

La mostra di Londra ripercorre la vita di Artemisia in tutte le sue principali fasi e battaglie, sia sul piano personale che artistico, un lungo peregrinare che da Roma – dov’è nata l’8 luglio 1593 – la porta a Londra passando per Firenze, Venezia e Napoli. Un percorso irto di sfide, crisi e avversità che l’artista ha sempre affrontato a testa alta, sfidando e sconfiggendo i pregiudizi di una società chiusa e maschilista, nella quale è riuscita a ritagliarsi uno spazio di creatività, vitale per esistere e resistere.

Tra i momenti salienti della sua vita, raffigurati nei suoi quadri straordinari, c’è stato il lungo processo per lo stupro da lei subita nel 1611 da parte del pittore Agostino Tassi, amico del padre Orazio Gentileschi e suo maestro di disegno, conclusosi con la condanna del violentatore. A seguire un matrimonio con un altro artista, Pierantonio Stiattesi, ma soprattutto tanti drammi, passioni e successi che hanno fatto di lei un’icona. Soprannominata la Pittora, Artemisia ha messo nell’arte tutti i sentimenti vissuti, spesso contrastanti, tra passione, violenza e vendetta, producendo opere forti caratterizzate da giochi di luci ed ombre. Una volta trasferita a Firenze, esce dalla sfera di influenza del padre ed è la prima donna a entrare nell’Accademia d’arte a Firenze affermandosi anche fuori dai confini nazionali.

“Con il talento ha superato ogni ostacolo in una società estremamente maschilista come quella del XVII secolo” ha detto Gabriele Maria Finaldi, direttore della National Gallery. La mostra è stata curata da Letizia Treves e organizzata con la sponsorizzazione di Banca Intesa Sanpaolo e il supporto di Google Arts & Culture. “Era praticamente segregata, qualcosa di orrendo per lei. Sin dall’età di 16 anni dipinge in maniera indipendente, con una prospettiva femminile unica” nota la curatrice dell’esposizione londinese, sottolineando che “aveva anche una tattica molto intelligente di marketing, mettendo se stessa al centro, un po’ come faceva Rembrandt”.

Tra i capolavori esposti a Londra, “Susanna e i vecchioni” del 1610, la prima opera datata e firmata da Artemisia Gentileschi, “Giuditta e la sua Ancella”, seguita da “Cleopatra”, “Danae” e poi l’inedito con un’altra celebre frase di Artemisia – “È vero, è vero, è vero” – trascrizione del processo contro Tassi nel 1612. Tanti autoritratti del periodo fiorentino e due versioni del suo capolavoro assoluto “Giuditta che decapita Oloferne”, affiancate per la prima volta. Un’intera sala è dedicata ai 20 anni trascorsi a Napoli, dove ha fondato uno studio con la figlia, Prudenza.

Il percorso si conclude con la sua breve parentesi londinese, assieme al padre, allora alla corte di Carlo I, con il suo “Autoritratto come allegoria della pittura” o “La pittura” (1638-9). In occasione della mostra, il quotidiano New Yorker ha pubblicato un ritratto rivisitato di Artemisia Gentileschi, che getta nuova luce sul personaggio e sul suo percorso di vita. “La pittrice pioniera è sopravvissuta a uno stupro, ma ora gli studiosi stanno lavorando contro l’idea che il suo lavoro ne sia stato orientato, celebrando invece il ricco sfruttamento della maternità, della passione e dell’ambizione”. 

AGI – Il ritrovamento del relitto di una nave tedesca affondata nel Mar Baltico alla fine della Seconda Guerra Mondiale riapre il mistero sulla sorte della Camera d’Ambra, la “ottava meraviglia del mondo”, donata dal re di Prussia Federico Guglielmo I allo zar Pietro il Grande nel 1717 e poi “recuperata” dai nazisti nel 1941 durante l’invasione della Russia.

I pannelli e i preziosi ornamenti d’ambra e oro che erano stati installati nel palazzo di Caterina, la residenza estiva degli zar a San Pietroburgo, erano stati portati dai tedeschi nella città portuale di Konigsberg, oggi l’enclave russa di Kaliningrad. Dopo il bombardamento della città, non si ebbero più notizie dei reperti e in molti supposero fossero andati distrutti. I sommozzatori polacchi che hanno ritrovato nel Baltico, a 88 chilometri di profondità, il relitto della “Karlsruhe”, un piroscafo affondato dall’aviazione russa nel 1945 durante gli ultimi mesi di guerra, ritengono però che l’imbarcazione potrebbe nascondere quei tesori perduti. 

“È un anno che stavamo cercando il relitto, una volta compreso che potrebbe trattarsi della storia più interessante nascosta sul fondo del Mar Baltico”, ha spiegato in una nota Tomasz Stachura, del team di sommozzatori polacco Baltictech, “la nave è praticamente intatta. Nella sua stiva abbiamo scoperto veicoli militari, porcellana e numerose casse il cui contenuto è ancora sconosciuto”.

La Karlsruhe aveva preso parte all’operazione “Annibale”, l’evacuazione di un milione di civili e militari tedeschi in fuga dall’avanzata sovietica. La sua ultima missione avvenne l’11 aprile 1945, quando salpò di gran fretta dal porto di Pillau, oggi Baltiysk, con a bordo 150 soldati, 25 ferrovieri e 888 civili, tra cui diversi bambini, e un carico di centinaia di tonnellate dal contenuto ignoto. Due giorni dopo la Karlsruhe, mentre faceva rotta verso il porto di Swinemunde (oggi Swinoujscie, Polonia), fu identificata e affondata dai bombardieri sovietici. I superstiti recuperati furono 113. Del carico non si seppe più nulla.

“Tutto ciò, messo insieme, stimola l’immaginazione umana”, ha dichiarato alla Reuters un altro sommozzatore, Tomasz Zwara, “il ritrovamento del piroscafo tedesco sul fondo del Baltico e delle casse con i suoi contenuti ancora sconosciuti potrebbe essere molto significativo per l’intera storia”. La Camera d’Ambra è stata interamente ricostruita e riaperta al pubblico il 13 maggio 2003.

AGI –  La capacità di estrarre dna antico dei resti delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è già una realtà da almeno un decennio, e molte sono le ricerche nate da questa possibilità, che hanno consentito di ricostruire rapporti di parentela tra i corpi trovati nelle domus sepolte da ceneri, lapilli e lava ma anche malattie antiche e la loro evoluzione in epoca moderna.

Ma ora altri traguardi nello studio del corpo umano e della sua evoluzione sono resi possibili dalla scoperta di neuroni nel cervello vetrificato di un’altra vittima di quella catastrofe, individuato a gennaio di questo anno.

Una ricerca tutta italiana

La ricerca multidisciplinare che ha reso possibile questa scoperta può essere utile anche per la valutazione del rischio vulcanico. Lo studio condotto in collaborazione con il Parco Archeologico di Ercolano dai ricercatori dell’ateneo di Napoli Federico II, del Ceinge-Biotecnologie Avanzate, dell’università di Roma Tre e della Statale di Milano con il Cnr è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista americana Plos One.

Un risultato tutto italiano, frutto del lavoro dell’antropologo forense Pier Paolo Petrone, responsabile del Laboratorio di Osteobiologia Umana e Antropologia Forense presso la sezione dipartimentale di Medicina Legale della Federico II, in collaborazione con geologi, archeologi, biologi, medici legali, neurogenetisti e matematici degli altri atenei e centri di ricerca.

Il custode che dormiva mentre Ercolano spariva

Il cervello in questione, o meglio i minuscoli brandelli di questo, vetrificati dallo choc termico, erano forse quelli del custode del Collegio degli Augustali, che forse dormiva quando l’onda di calore, una nube densa, discesa a velocità elevatissima dal vulcano, avvolse il suo corpo nel letto in cui dormiva in un edificio già vuoto. L’individuazione dei resti durante scavi nell’antica città costiera del Napoletano, sepolta insieme a Pompei e altre per un raggio di due chilometri dal vulcano nell’eruzione pliniana datata di recente a ottobre del 79 dopo Cristo.

 “Il rinvenimento di tessuto cerebrale in resti umani antichi è un evento insolito – spiega Petrone, coordinatore del team – ma ciò che è estremamente raro è la preservazione integrale di strutture neuronali di un sistema nervoso centrale di duemila anni fa, nel nostro caso a una risoluzione senza precedenti”. Le condizioni del seppellimento a Ercolano hanno permesso una buona conservazione di resti umani.

 “Alla scoperta hanno contribuito tecniche più avanzate e innovative di microscopia elettronica del Dipartimento di Scienze dell’Università di Roma Tre – spiega Guido Giordano, ordinario di Vulcanologia presso il Dipartimento di Scienze dell’ateneo romano – le strutture neuronali erano perfettamente preservate grazie alla conversione del tessuto umano in vetro, circostanza che dà chiare indicazioni del rapido raffreddamento delle ceneri vulcaniche roventi che investirono Ercolano nelle prime fasi dell’eruzione”.

La vetrificazione dei resti umani

Il processo di vetrificazione indotto dall’eruzione, “unico nel suo genere, ha ‘congelato’ le strutture cellulari del sistema nervoso centrale di questa vittima, preservandole intatte fino ad oggi”, aggiunge Petrone. “La fusione delle conoscenze dell’antropologo forense e del medico-legale stanno dando informazioni uniche, altrimenti non ottenibili”, sottolinea Massimo Niola, ordinario e direttore della Uoc di Medicina Legale presso la Federico II. 

Lo studio ha anche analizzato i dati di alcune proteine già identificate dai ricercatori in un lavoro pubblicato a gennaio scorso dal New England Journal of Medicine. “Un aspetto di rilievo potrebbe riguardare l’espressione di geni che codificano le proteine isolate dal tessuto cerebrale umano vetrificato”, spiega Giuseppe Castaldo, principal investigator del Ceinge e ordinario di Scienze Tecniche di Medicina di Laboratorio della Federico II. “Tutte le trascrizioni geniche da noi identificate sono presenti nei vari distretti del cervello quali, ad esempio, la corteccia cerebrale, il cervelletto o l’ipotalamo”, aggiunge Maria Pia Miano, neurogenetista presso l’Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr di Napoli. 

Le indagini non si fermano

Le indagini sui resti delle vittime dell’eruzione non si fermano qui. Il Parco Archeologico di Ercolano ha inserito tra i temi di ricerca prioritari le indagini bioantropologiche e vulcanologiche per l’eccezionale interesse che possono avere non solo nello stretto ambito scientifico ma anche nel campo degli studi storici e del rafforzamento della capacità di gestire catastrofi come  l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. “Gli straordinari risultati ottenuti dimostrano l’importanza degli studi multidisciplinari condotti dai ricercatori della Federico II e l’unicità di questo sito straordinario, ancora una volta alla ribalta internazionale con il suo patrimonio inestimabile di tesori e scoperte archeologiche”, rileva Francesco Sirano, direttore del Parco.

L’obiettivo delle ricerche è anche quello di una ricostruzione a ritroso delle varie fasi dell’eruzione, valutando i tempi di esposizione alle alte temperature e del raffreddamento dei flussi, che hanno importanza non solo per l’archeologia e la bioantropologia, ma anche per il rischio vulcanico. Queste ed altre informazioni che verranno dagli studi in corso potranno offrire importanti parametri per la gestione delle emergenze nell’area vesuviana.

AGI – È morto a 88 anni Joaquin Salvador Lavado, in arte Quino, il celebre fumettista argentino creatore delle striscie di Mafalda. Lo hanno riferito all’agenzia Efe fonti vicine alla famiglia. Quino è morto a Mendoza, la sua città natale, dove si era ritirato nel 2017, dopo aver lasciato Buenos Aires in seguito alla morte della moglie. Il fumettista soffriva da anni di problemi di salute ma aveva continuato a seguire mostre e omaggi dedicati alla sua opera.

Figlio di immigrati spagnoli, di fede repubblicana e anticlericale, Quino era già chiamato così in famiglia per distinguerlo dallo zio Joaquin Tejon, pittore e grafico che gli insegnò i rudimenti del mestiere, che consentiranno al giovane artista di pubblicare le prime vignette satiriche nel 1954, all’età di 22 anni, sul settimanale ‘Esto Es’. I suoi lavori riscuotono subito successo e vengono ospitati da numerosi periodici. Quino riesce quindi presto a fare della sua passione un mestiere e nel 1960 si sposa con Alicia Colombo.

Nascita di un’icona della contestazione

Due anni dopo un’azienda di elettrodomestici gli commissiona una striscia a fumetti da utilizzare per una campagna pubblicitaria. I requisiti sono i seguenti: deve essere nello stile di Charlie Brown e deve avere come protagonista una famiglia i cui nomi iniziano con la lettera M, la stessa del committente, la Mansfield. Non se ne sarebbe fatto niente. Il direttore del settimanale Primera Plana, Julian Delgado, vede le strisce di prova e suggerisce a Quino di conservare il personaggio. Nasce così una delle strip più celebri della storia del fumetto, che avrebbe interrotto le pubblicazioni nel 1973, in quanto l’autore voleva concluderne le avventure prima di esaurire le idee. 

Sono gli anni della contestazione e Mafalda ne diventa un simbolo. L’impertinente bambina si fa portavoce dell’afflato pacifista e antiautoritario dell’autore, sempre pronta a contestare ogni ingiustizia, dalla guerra in Vietnam all’aborrita minestra che i genitori le propinano suo malgrado. Inizialmente è l’unica protagonista della strip. In seguito, si aggiungeranno i suoi altrettanto celebri amichetti. Manolito, incarnazione del capitalismo più spietato, rozzo figlio di un truffaldino droghiere, che finge di regalare caramelle ai compagni per poi pretendere denaro. Susanita, indifferente alle ansie geopolitiche dell’amica e animata solo dal sogno di diventare madre. Felipe, sognatore e nerd ante litteram, sempre immerso nei suoi fumetti e nelle fantasie che lo vedono vestire i panni di un intrepido cowboy. Miguelito, rampollo di una famiglia italiana dalle simpatie fasciste, che nasconde dietro una maschera innocente un temperamento sarcastico e introspettivo.

Il successo è enorme, prima in America Latina e poi in Europa. Le prime strisce vengono pubblicate in Spagna nel 1970, quando Francisco Franco era ancora vivo. Mafalda viene tradotta persino in Cina e diventa una bandiera per molti ragazzi che vivevano sotto regimi autoritari e vedevano in lei una paladina dei loro sogni di libertà e giustizia. La censura, per lo più, lascia correre, sebbene durante il regime dei generali il governo argentino avrebbe costretto gli editori a etichettare le strisce come materiale per adulti.

Se Mafalda è famosa per non saper tenere la bocca chiusa di fronte ai soprusi, la grande specialità di Quino erano però le vignette mute, caratterizzate da uno spirito surrealista che sapeva essere allo stesso tempo cinico e gentile. I protagonisti sono spesso i deboli e gli sconfitti; bambini, travet e artisti sfortunati alle prese con le prepotenze di burocrati indifferenti e militari brutali, rappresentazioni tutt’altro che astratte delle autorità che in quei decenni opprimevano in larga parte del continente sudamericano cittadini che potevano trovare un momento di conforto e riscatto in quei disegni senza parole, dove il mutismo dei personaggi esprimeva sia l’impotenza degli ultimi che l’ottusità del potere che li angariava.

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