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AGI –     La ricorrenza dei cento anni della nascita di Leonardo Sciascia fa risuonare l’eco della sua voce di illuminista indipendente, che manca da 32 anni, dal 1989, alla cultura e alla discussione pubblica italiana. Il torto più grande che gli si potrebbe fare sarebbe di ghettizzarlo nell’etichetta di mafiologo. Perché se di mafia Sciascia scrisse, e molto, e con acume impietoso, non può ridursi a quello il centro della sua opera. Fu, se mai, l’epicentro della sua riflessione assidua sul presente, sulla società, sulla politica, di quella ricerca della verità delle cose che lo scrittore ha praticato incessantemente, osservando tutto da una Sicilia assunta come paradigma, “come metafora” diceva lui, delle malattie italiane.

L’arte di contraddire

“Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: ‘Ha contraddetto e si è contraddetto’, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante ‘anime morte’, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano”. In questo epitaffio che Sciascia suggeriva per se stesso, e che è tratto appunto da “La Sicilia come metafora”, c’è una dichiarazione programmatica alla quale è rimasto sempre fedele. Contraddire è il mestiere dell’intellettuale, e Sciascia lo esercitò senza risparmiare nessuno, pagando spesso il prezzo di maliziosi fraintendimenti. Amava Voltaire (“Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia” ne è la più esplicita attestazione), e per questo aspirava al candore del bimbo che dice “il re è nudo”, a dire la verità che è davanti a tutti e tutti fingono di non vedere.

Così è fin dall’esordio, in versi, con le “Favole della dittatura” che impressionarono Pier Paolo Pasolini. Così è nei suoi romanzi più noti, dove l’impalcatura del giallo riveste un mistero che non mai è tale. Dal primo, “Il giorno della civetta”, del 1961, per passare “A ciascuno il suo”, a “Todo Modo”, fino all’ultimo, “Una storia semplice”, del 1989. I colpevoli veri sono noti e impuniti, la società si corrompe nella convenzione delle apparenze e delle convenienze. Nei 28 anni che separano il primo romanzo dall’ultimo, le trame si fanno più nere man mano che il pessimismo di Sciascia si fa più lucidamente profondo, e i personaggi positivi, gli eroi, spariscono progressivamente dalla scena. In “Una storia semplice” non ce ne è più nessuno. 

Il pessimismo siciliano e l’impegno politico

“Come si può essere ottimisti in un paese in cui il futuro non esiste?”, disse una volta Sciascia alla giornalista Marcelle Padovani, a proposito della peculiarità del dialetto siciliano che nella coniugazione verbale è privo del modo futuro e lo surroga con un eterno presente.E nel presente Sciascia si immerse interamente, fino a calarsi nell’impegno politico. Fu prima da consigliere comunale di Palermo, eletto nel 1975 come indipendente del Pci, secondo per preferenze dopo il leader regionale dei comunisti, Achille Occhetto, ma si dimise appena due anni dopo, in dissenso con il “compromesso storico”. Poi da deputato del Partito Radicale, che nel 1979 lo candidò sia al Parlamento europeo sia alla Camera.

Sciascia ottenne entrambi i seggi, e optò per Montecitorio, dove si sarebbe impegnato nella commissione sul caso Moro, uno dei lampanti misteri italiani oggetto per anni della sua analisi, fin da subito (“L’affaire Moro” è del 1978). In Parlamento rimase per una legislatura soltanto, e si ricorda la sua polemica con il ministro dell’Interno Virginio Rognoni sulla denuncia di torture inflitte ai brigatisti rossi dopo il sequestro del generale americano James Lee Dozier.

I “professionisti dell’antimafia”

Sciascia era un garantista sincero, insofferente alle ipocrisie. “In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo”, disse in Aula a Rognoni. Né ci si poteva attendere altro da chi non aveva esitato a smascherare le imposture dell’infinita emergenza antimafia con il celebre articolo apparso sul ‘Corriere della sera’ il 10 gennaio del 1987. Il titolo divenne un luogo comune, “I professionisti dell’antimafia”.

Scriveva tra l’altro Sciascia: “Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro”. 

Quell’articolo fu brandito, in quei giorni, da chi era interessato ad attaccare i magistrati di Palermo, a cominciare da Giovanni Falcone. Ma Sciascia non si lasciò arruolare: “La mafia si combatte con il diritto”, disse. Ci credeva, non fu creduto. Né ascoltato. Lo consolava certamente Voltaire, del quale ricordava: “Voltaire diceva che la più grande sventura per lo scrittore, non è quella di essere invidiato dai colleghi, vittima degli intrighi, disprezzato dai potenti, ma di essere giudicato dagli imbecilli, i quali arrivano lontano”. 

AGI – “La Domus Galilaeana, il patrimonio mondiale unico per la storia della scienza non sarà più uno scrigno che l’umanità potrà visitare”. E’ il grido d’allarme lanciato dall’assessore alla Cultura del Comune di Pisa, Pierpaolo Magnani per l’ente fondato nel 1941 da Giovanni Gentile e dal fisico Sebastiano Timpanaro senior per accogliere pubblicazioni antiche e moderne su Galileo e la sua scuola. Per la sua sede era stato scelto il Palazzo della Specola, in via Santa Maria a Pisa, che fu anche il primo osservatorio astronomico pubblico della Toscana.

​Quest’anno ricorre proprio l’80esimo anniversario dalla fondazione ed una nuova pagina fatica ad aprirsi per ricollocare il suo patrimonio in una sede individuata nel nascente museo di Galileo, nella Cittadella Galileiana di Pisa. Per fare in modo che questo progetto si definisca servono “le risorse” spiega Magnani.

“Si parla di 2 milioni e mezzo che spettano a Pisa dalla cessione delle quote dell’aeroporto che servirebbero per la Cittadella Galileiana e non solo”. Per questo “da molti mesi sollecito la Regione e ho anche chiesto un incontro al presidente Eugenio Giani”.

Magnani non arretra. Anzi si dice pronto a gesti importanti. “Sono pronto a incatenarmi a Firenze davanti alla Regione”.

Il progetto di un Museo dedicato a Galileo risale al 2014 e prevede il completamento di un padiglione destinato a Museo di Galileo, dove troverà posto il patrimonio librario corposo della Domus che, dal 1941, custodisce gli archivi e la corrispondenza di scienziati come Enrico Fermi, Antonio Favaro, Ettore Majorana, i manoscritti del grande astronomo Pio Emanuelli, le lettere di Schiaparelli, tutta la bibliografia su Galileo e alcune sue lettere. Gli strumenti scientifici di Fermi e di Antonio Pacinotti confluiranno invece nel Museo degli Strumenti per il Calcolo dell’Università di Pisa, in un padiglione attiguo.

La Domus Galilaeana – dal 2002 trasformata in Fondazione, e che aveva avuto nella sua governance Ministero dei Beni Culturali, Regione e istituzioni locali – sarà invece estinta e il patrimonio sarà suddiviso fra Università di Pisa e Comune che lo gestiranno attraverso la Fondazione Galileo Galilei, un ente attivo da diversi anni su iniziativa dell’Ateneo in cui entreranno assieme al Comune anche la Scuola Normale e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.  La Domus Galilaeana era nata per iniziativa della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che nel 1938 aveva istituito un comitato presieduto da Giovanni Gentile, con il compito di elaborare un progetto per la costituzione di un istituto in onore di Galileo Galilei.

AGI – Prima l’Odissea, poi l’Iliade: tradurre in milanese i poemi omerici dal primo all’ultimo verso era il sogno di Walter Moneta e Claudio Brambilla, pensionati di Milano che hanno dedicato alla poderosa opera quattro anni della loro vita. Dopo aver dato alle stampe, nel 2018, il poema ‘più giovane’, quello del ‘nostos’ (ritorno) di Ulisse, si sono imbarcati nell’epica e più oscura storia della guerra di Troia. E – pur non avendo alle spalle studi classici – ce l’hanno fatta.

E’ stata così pubblicata ‘l’Iliade in milanes’, uscita di recente per l’editrice ‘Il mio libro’ in 447 ‘comode’ pagine, rigorosamente in versi, e con tanto di glossario finale.

La prima parte dell’impresa, quella dell’Odissea, era stata raccontata all’AGI dagli autori già due anni fa in occasione di una ristampa. Ma i due anziani hanno optato per il bis, dedicandosi, nel tempo trascorso, ai 15.696 versi di battaglie e assedi che compongono il più antico e guerresco dei poemi occidentali.

L’impegno colossale ha richiesto molta energia a questi over 75, studiosi indefessi, che amano definirsi “filologi della ragioneria“. E che hanno un obiettivo: “Parlare ai giovani, che magari, attratti dal titolo, potranno impratichirsi e leggere poi autori nostrani come Carlo Porta”.

Gli autori

Brambilla, 81 anni, ragioniere ed economista, ha un passato da top manager per multinazionali farmaceutiche: “Dopo 35 anni di lavoro nel settore finanziario – dice – sono stato accompagnato alla porta (“buttaa foeura”, buttato fuori) in quanto da direttore generale ero in dissenso con la decisione di lasciare a casa 40 persone; mi sono reso conto che avevo fatto il mio tempo e mi sono dedicato alla realizzazione di un antico desiderio, quello degli studi umanistici, per colmare un vuoto culturale. In sintesi, verso i sessant’anni ho iniziato lo studio del greco, prima da autodidatta, poi alla Scuola civica di Milano, ed infine in Università Cattolica, seguendo i corsi e frequentando per un ventennio i Seminari omerici, tenuti dal professor Mario Cantilena”.

Il percorso di Walter Moneta, 81enne, è stato “un po’ diverso”: “Dopo quarant’anni di lavoro in ambito tecnico commerciale” si è ritirato in pensione e si è messo “a scrivere memorie di vita contadina” della sua infanzia, prima in italiano, poi, per una resa più realistica, in dialetto, ispirandosi ad Esiodo. Così ha ricevuto numerosi premi per le poesie in lingua meneghina.

L’incontro tra i due risale a 65 anni fa, sui banchi del “glorioso Istituto commerciale Moreschi”. Poi “una decina di anni fa la rimpatriata, rievocando i tempi della vita scolastica, e parlando delle nostre vite lavorative e famigliari, degli hobby da pensionati”. Per arrivare a quel guizzo: associare l’amore per la lingua ellenica di uno alla padronanza dialettale dell’altro. In effetti solo così “ho imparato a scrivere e parlare nel mio dialetto, che avevo solo orecchiato in gioventù dai nonni materni e dai genitori”, confessa il milanesissimo Brambilla.

Il testo

Ma torniamo all’Iliade. Tutte le difficoltà del testo greco e anche della versione italiana, presa come base, si sono presentate agli occhi dei pazienti traduttori, che hanno dovuto molto ragionare sulla resa migliore. L’ostacolo più difficile, data la povertà di vocaboli del dialetto, è stata – spiegano – proprio una delle delle caratteristiche simbolo del poema: le similitudini. Nel racconto dell’assedio di Troia ammontano a 180 e renderle in milanese ha messo alla prova la loro fantasia.

E’ il caso – ad esempio – della nota ‘metafora delle foglie’, come simbolo della caducità della vita umana. Nel testo omerico tradotto in italiano si legge: “Quale delle foglie, tale è la stirpe degli uomini, le foglie, il vento le sparge al suolo, ma altre ne fa germogliare la selva in fiore, al ritorno di primavera, così le stirpe degli uomini, una ne nasce, un’altra muore”. Nella lingua di Bonvesin della Riva i 4 versi sono stati resi così: “La generazion di òmen l’è somejanta a quella di foeuj. I foeuj el vent ie spantega a tèrra, ma alter cascen sui piant in fior e de noeuv riva el temp de la primavera: inscì anch el scèpp di òmen, vun el nass e l’alter el moeur”.

L’ironia

Un lavoro “certosino, vi assicuro”, rivendica Brambilla, che non fatica a ironizzare: “Forse un’impresa da svitati o, per dirla tra noi, da ‘foeura de coo’ (fuori di testa)”.

E, se qualche sbavatura o licenza poetica tra i 24 libri dell’Iliade a cui si sono dedicati, balzerà agli occhi degli specialisti, i due pensionati-studiosi invitano alla tolleranza: “Il testo originario viene sempre tradito nella lingua d’arrivo, ma il nostro dialetto è genuino, imparato a casa dei nonni, in piazza, in osteria, e solo dopo attingendo al vocabolario del Cherubini”.

Un inno, il loro, al continuo miglioramento e allo studio come compagno del ‘buen retiro’, per mantenersi in forma e non lasciare spazio alla noia. In effetti, “di discussioni in questi quattro anni di lavoro insieme ce ne sono state”, ammettono. E, pensando alla prossima impresa, hanno già escluso l’Eneide: “In milanese purtroppo è già stata tradotta”. Passato il rammarico, insomma, bisognerà pensare a qualcos’altro.

AGI – Cene da asporto, concerti in streaming con Gianna Nannini, Diodato e un panorama capitolino mozzafiato. O magari una romantica notte in un hotel in cima alla scalinata di piazza di Spagna a pochi chilometri dalla propria camera da letto, per fingere che nonostante il Covid e il relativo coprifuoco alle 22, quello di domani non sia un Capodanno troppo diverso dagli altri.

Tra i romani rassegnati al calo del desiderio festaiolo e al “quale pigiama mi metto a Capodanno?” e quelli con scarso senso civico, sprezzo del pericolo sanitario (e delle multe in arrivo) che stanno clandestinamente organizzando veglioni e feste tra amici in ville, e casali affittati illegalmente e anche a prezzi da capogiro, la maggioranza sta pragmaticamente organizzando il miglior capodanno casalingo possibile, pescando tra programmi mainstream, programmazioni locali in streaming, piatti gourmet proposti dagli chef con la formula salvaincassi del delivery. 

Per chi, anche senza aggiungere posti a tavola, alla cena recapitata a casa non rinuncia, le offerte sono per tutti i gusti e i portafogli. Top, come quelle dell’ Executive chef dell’ Hotel Eden Fabio Ciervo a 185 euro a testa, o quella dello chef Riccardo Di Giacinto del ristorante All’Oro, tra piatti gourmet e pure l’inevitabile lenticchie e cotechino (95 euro), o più abbordabili come quelle offerte da tanti ristoranti-pizzerie in stile ‘Mangiafuoco’, a Roma nord, 35 euro per il menu’ adulti, 20 per i bambini, tra cuoppo di frittini e filetto di cinta senese al pepe verde.

O ancora, quella di ‘Optima’ (cena gold pesce a 35 euro, cema silver a 23 euro) che si pubblicizza sul sito capodannoaroma.it (dove ancora campeggiano tristemente le offerte dei veglioni in discoteca annullati dal Covid) con la foto di un cameriere in mascherina nera.

Ma, come spiega all’AGI Sergio Paolantoni, presidente di Fipe Confcommercio Roma, il delivery di questo strano 31 dicembre sarà ricordato soprattutto per le inedite apericene capodannesche, organizzate per brindare precocemente in casa con i due amici consentiti dal decreto, prima del coprifuoco delle 22, in stile capodanno anticipato del ‘Fantozzi’ che festeggiava un’ora prima perche’ l’orchestra aveva un piu’ remunerato impegno altrove per la mezzanotte. 

“Molti dei nostri associati, a cominciare da nomi storici come Vanni o Ciampini, stanno ricevendo molte ordinazioni di box di tartine, canape’ e croissant, è la tendenza di questo Capodanno 2021 per chi vuole festeggiare con qualcuno che non faccia parte dello stretto nucleo familiare” informa Paolantoni sottolineando che il delivery di queste festivita’ da zona rossa e bar e ristoranti chiusi è riuscito a raggranellare solo il dieci per cento del tradizionale fatturato di fine anno.

Una volta congedati gli ospiti, prima delle 22, la serata diventa soprattutto televisiva, con l’offerta mainstream de ”L’anno che verra” di Raiuno, Il ‘Grande fratello Vip’ di Canale 5 o con la proposta più sofisticata de La7 con uno speciale Capodanno di ‘Propaganda live’.

Per illudersi però che quello di domani sia un capodanno capitolino come gli altri, con brindisi in piazza e passeggiate romane notturne da sindrome da Stendhal, ci si puo’ rifugiare nell’offerta in streaming del Comune di Roma, dal significativo titolo ‘Oltre tutto’ esperienza unicamente in digitale e a porte chiuse da seguire sul sito culture.roma.it e sulla pagina Facebook di @cultureroma.

“Come sentirsi vicini pur essendo lontani? Come può la nostra città tornare ad essere una casa e non solo un paesaggio? Come non smettere di sognare?” sono le domande da cui le due curatrici dell’offerta istituzionale della capitale, Francesca Macri’ e Claudia Sorace sono partite per pensare il progetto in cui la città si racconta dal Circo Massimo e dai siti storici e archeologici più preziosi.

Al circo Massimo nello studio tv allestito nel Laboratorio di Scenografia del Teatro dell’Opera, le scrittrici Michela Murgia e Chiara Valerio saranno le padrone di casa di una serata che presentera’ come unica performance live quella di Gianna Nannini. Le performance degli altri artisti italiani, già registrate la scorsa settimana, vanno in scena invece da altre location mozzafiato della città: Elodie dal Tabularium dei musei Capitolini, Gemitaiz dall’Ara Pacis, Diodato dallo stadio Palatino, Carl Brave da Rhinoceros Alda Fendi art hub di fronte all’Arco di Giano, Manuel Agnelli feat. Rodrigo d’Erasmo dal museo di Roma.

Al posto delle persone in festa, al Circo Massimo domani ci saranno due grandi istallazioni d’arte contemporanea, quella di Alfredo Pirri e quella di Tim Etchells che segnano un Capodanno che non sara’ di piazza, ma che punta a far sentire uniti i romani.

Etchells lo fa con una grande istallazione al neon, alta sedici metri, Pirri presenta “Fuoco – Cenere – Silenzio”, creazione che reinterpreta la pira e l’elemento rigeneratore del fuoco: sei silos di cemento armato, alti fino a otto metri, all’interno dei quali prenderanno fuoco, intorno alla mezzanotte, legno e arbusti recuperati dalle potature effettuate sulle alberature della città. 

L’arte contemporanea sarà presente anche con Toma’s Saraceno: con il suo “How to hear the universe in a spider/web: A live concert for/by invertebrate rights” pensato appositamente per ‘Oltre tutto’, l’artista argentino esplorera’ le connessioni della terra con l’universo e dell’uomo con la natura e il cosmo, con un lavoro che si sviluppa su tre livelli: uno sonoro, uno visivo e un terzo legato alla percezione delle vibrazioni.

Le parole, il dialogo, la scrittura saranno protagoniste poi non solo con Chiara Valerio e Michela Murgia, ma anche grazie ai contributi di Maria Giovanna Luini, Sandra Savaglio e Igiaba Scego. Non poteva poi mancare il cinema, con il progetto “Vedute” a cui hanno partecipato i fratelli D’Innocenzo, Chiara Caselli, Chiara Francini, Francesco Bruni e Mauro Covacich. Ognuno di loro ha realizzato un video su Roma partendo da un’inquadratura fissa, una porzione di spazio urbano, un’immagine simbolo della loro visione della citta’. Sperando di riprendercela il prossimo capodanno.

AGI – Una nave in tempesta, carica di cavalli che annegheranno nei flutti del “mare libico”; un generale cartaginese pronto a conquistare la Sicilia e lo stratagemma con cui il suo nemico, un tiranno greco, lo sconfisse; un trattato di pace che Montesquieu avrebbe definito, oltre duemila anni dopo, “il più bello di cui la storia abbia parlato”. Nel 2020 l’emergenza della pandemia ha fatto dimenticare un anniversario importante: la Battaglia di Himera, avvenuta 2500 anni fa nel 480 a.C., il cui esito militare, sociale, culturale e territoriale fu la nascita della Sicilia greca.

La battaglia, secondo Erodoto, si svolse nello stesso anno di Salamina. A innescare la miccia era stato un duro conflitto tra le stesse città dell’isola: fu Terone, tiranno di Agrigento, a fornire a Amilcare motivo di preoccupazione prendendo il comando di Himera e cacciandone il tiranno Terillo, che a sua volta chiamò in aiuto i dirimpettai della Sicilia. “Amilcare …salpò da Cartagine con un esercito di terra non inferiore a trecentomila uomini, e più di duecento navi da guerra, ed inoltre molte navi da carico che trasportavano le vettovaglie, più di tremila”, afferma Diodoro Siculo, storico greco del tempo di Giulio Cesare, raccontando una impresa che si tradusse in disastro militare nell’area di quel che oggi è Termini Imerese, e in particolare, nella pianura di Buonfornello.

“Nell’attraversare il mare libico fu colpito da una tempesta e perse le navi che trasportavano i cavalli e i carri”, prosegue Diodoro Siculo, indicando un punto cruciale nella strategia di entrambi gli schieramenti: la cavalleria. Nell’area dello scontro sono state scoperte 27 sepolture di cavalli. Gli animali furono deposti in semplici fosse scavate nel terreno sabbioso, a una profondità media di 1,5 m dall’antico piano di campagna. Si tratta, spiegano gli archeologi che hanno condotto gli scavi, degli animali della cavalleria di Gelone, tiranno di Siracusa, accorso in aiuto di Terone e, alla fine, trionfante come Temistocle ad Atene. I cavalli furono sepolti nei pressi delle nove grandi fosse comuni in cui sono stati rinvenuti i resti di circa diecimila corpi tra il 2008 e il 2011. Due cavalli conservavano ancora nelle mandibole i morsi ad anello di bronzo.

La sfortuna, dunque, aveva colpito Amilcare, ammette lo storico siceliota, che vuole in ogni caso sottolineare, al tempo stesso, la superiorità greca nella strategia: “Gelone, con la sua superiorità nell’arte del comando e in intelligenza, cercò subito in che modo potesse vincere i barbari con stratagemmi e senza pericolo per i suoi, e distruggerne completamente l’armata”, afferma, illustrando come il tiranno di Siracusa avesse fatto credere ad Amilcare che la cavalleria giunta per distruggere l’armata cartaginese era quella chiesta dal generale all’alleata Selinunte (gli uomini di Gelone avevano catturato un inviato cartaginese e intercettato il messaggio).

“Come spesso accade – spiega all’AGI Stefania De Vido, docente di Storia Greca all’Università Cà Foscari di Venezia e autrice de ‘Le guerre di Sicilia’ per Carocci – le narrazioni della guerra sono il frutto di un portato ideologico enorme e spesso questo portato ideologico è tagliato sulla sensibilità dei vincitori. Nella battaglia di Himera del 480 a.C. una coalizione greca vince i cartaginesi. Uno dei vincitori, Gelone, vi fonda la propria fortuna, perchè fa emergere una sorta di parallelismo: i Greci di Occidente hanno vinto i barbari cartaginesi così come i Greci della Grecia propria hanno vinto i Persiani. Dunque, tutto il mondo greco ha posseduto la virtù e il coraggio per sconfiggere la barbarie. In realtà – prosegue De Vido – le cose andarono diversamente: questo parallelismo, che spinge a far coincidere le date delle giornate delle due battaglie, è infondato. E’ una grande operazione ideologica, ma Gelone utilizza questo strumento per avvalorare il suo ruolo al cospetto della Grecia, dove fece donari (offerte votive) per affermare ‘noi siamo come voi, diamo anche noi un grande contributo alla civiltà greca nei maggiori santuari panellenici'”.

Resta da capire perchè, come si chiese anche lo storico dell’antichità Moses I. Finley, Amilcare sia sbarcato con numeri di truppe così imponenti. “Qualsiasi resoconto di vittoria – afferma De Vido – tende a taroccare i numeri: la vittoria sarà tanto più prestigiosa quando il contingente nemico è enorme. Lo si vede anche nella narrazione delle Guerre persiane: i Greci sono pochi ma valorosi, bravi, coraggiosi mentre i persiani sono numerosi ma disorganizzati e confusi. C’è un’altra spiegazione: alla fine del V secolo anche a Cartagine si svolge un dibattito politico interno. Molti studiosi ipotizzano che Amilcare rappresentasse l’aristocrazia più aggressiva, volenterosa di affermare nella Sicilia occidentale un controllo più solido e stabile. Gli insediamenti fenici già esistevano, ma Amilcare riteneva fosse necessario un presidio militare e organizzato. Questo progetto fallì, ma sarebbe riuscito a partire dall’inizio del IV secolo”.

A Himera – il dato emerge dagli scavi condotti da Stefano Vassallo in quello che oggi è un Parco archeologico, diretto da Francesca Spatafora, che quest’anno ha raccontato la Battaglia in diverse puntate su Facebook – morirono a migliaia, soprattutto giovani tra i 18 e i 32 anni. “Abbiamo scoperto – dice all’AGI Vassallo – 12.500 sepolture: sono i resti, di quella che è stata definita ‘generazione di Himera’, che giocò un ruolo decisivo nella storia della Sicilia. Vi sono perfino punte di frecce tra quei resti.” “Ogni cultura, ogni contesto – sottolinea De Vido – ha il proprio elemento generativo dal punto di vista dell’immaginario collettivo. Se noi abbiamo come riferimento la Seconda Guerra Mondiale e i nostri figli le Torri gemelle, la Battaglia di Himera rappresentò in quel momento storico un punto di svolta dal punto di vista sia fattuale sia dell’auto percezione nella storia della Sicilia, isola che da quel momento in poi si compatta e si autorappresenta, anche da un punto di vista monumentale, come una realtà culturale, politica e militare di prima grandezza. Si crea un più forte senso di sicilianità, molto diverso dalla Magna Grecia”.

A Himera nasce – come entità politica, sociale e territoriale – la Sicilia greca. A fare il punto su questa e su altre battaglie del tempo nell’isola è stato un convegno tenuto a Vancouver nell’aprile 2018 e i cui atti sono stati pubblicati quest’anno nel Regno Unito da Oxbow Books nel volume “The fight for Greek Sicily – Society, Politics and landscape”, curato dall’archeologa Melanie Jonasch. “La guerra – sottolinea De Vido, che al termine del volume tira le somme degli interventi di studiosi di diverse discipline – è un sensore molto interessante per comprendere le trasformazioni. Essa suscita in noi sentimenti negativi, ma dal punto di vista dello storico la guerra è un motore e, facendo emergere alcune dinamiche, un vettore di trasformazione. Gli storici antichi usano la guerra come occhio privilegiato, ed essa diventa così l’oggetto dell’antichità che conosciamo meglio”.

La vittoria conseguita dai greci a Himera, da questo punto di vista, è “anche una ferita”. Essa, spiega De Vido, determina “un forte cambiamento nel territorio. Gli scavi archeologici hanno suggerito, anzi dimostrato, che a partire dal 475 a. C. i siti indigeni cambiano: alcuni muoiono e altri regrediscono. Cedono il posto a grandi spostamenti di eserciti vincitori e a città vittoriose. Se fino alla fine del VI secolo la Sicilia vede insediamenti di comunità anche piccole e frammentate, dopo Himera si assiste alla crescita di grandi centri egemoni e all’impoverimento di quelli più piccoli, in particolare di quelli indigeni”. “La guerra – aggiunge – determina il cambiamento della popolazione, delle strutture economiche, migrazioni più o meno forzate, la presenza sul territorio di soggetti sociali come i mercenari, che a loro volta causano cambiamenti concreti”.

Nelle guerre per la Sicilia greca diventa visibile e giunge evidente fino a noi il loro ruolo: i due morsi bronzei trovati nelle sepolture di cavalli sono di tipo iberico. “Il mercenariato – spiega De Vido – è uno dei fenomeni più interessanti non solo delle guerre della Sicilia, ma anche della società e della storia dell’isola, poichè questo fenomeno ne attiva altri. Molti di loro non tornano a casa, e si insediano. Platone se ne lamentò affermando che in Sicilia non si parlava più greco: evidentemente le lingue, i culti dei mercenari entrano in Sicilia e si aggiungono a un paesaggio già straordinariamente composito. Non si tratta solo di soldati; adesso diventano componente culturale, linguistica, religiosa, onomastica che permea la Sicilia, un’isola straordinaria”.

Il volume, per il quale è auspicabile la pubblicazione in Italia, porta il lettore “nella carne e nel sangue dell’esperienza della guerra”. “Esso – ribadisce De Vido – mette insieme storici numismatici, archeologi, storici del territorio, topografi, fornendo uno sguardo complessivo e multidisciplinare di fronte a un problema condiviso. Dialogano tra loro studiosi anglofoni, italiani, tedeschi rispetto a uno stesso contesto: siamo di fronte a un vero avanzamento della ricerca”.

Non solo la guerra, da Himera in poi, ha ‘costruito’ la Sicilia greca, ma anche la pace. Affiora “tra leggenda e realtà la prima prova documentale di una difesa istituzionale dell’infanzia”, scrive Stefania Mazzone, docente all’università di Catania di Storia delle dottrine politiche, in ‘Storia mondiale della Sicilia’, edito da Laterza. Se Gelone mostrò moderazione nel trattare i vinti, fu la consorte Damarete, figlia di Terone, a ottenere, secondo la leggenda, la clausola che nel trattato di pace (per il quale esultò l’autore dello “Spirito delle Leggi”, che lo definì “a pro dell’umana generazione”) obbligava i cartaginesi ad abolire i sacrifici umani, in particolare dei fanciulli, offerti agli dei. La vicenda di Damarete, afferma Mazzone, è “un’importante testimonianza non solo della diversa concezione dell’infanzia nello stesso mondo Mediterraneo antico, ma dell’importanza strategica che l’infanzia avrebbe avuto presso le culture più avanzate”.

 

AGI – Nella ricorrenza del Centenario della nascita dello scrittore Michele Prisco (1920-2003), l’Emeroteca Tucci ha acquisito quaranta lettere inedite dell’autore di “La provincia addormentata”, “Gli eredi del vento”, “La spirale di nebbia”.

La maggior parte delle lettere – recuperate grazie alle ricerche del presidente dell’Emeroteca, Salvatore Maffei – sono indirizzate a Massimo Franciosa, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore. La loro amicizia ebbe inizio quando il futuro cosceneggiatore di “Poveri ma belli”, “Il Gattopardo” e “Il Rugantino” era un giovane redattore del prestigioso settimanale “La Fiera Letteraria”, poi caporedattore, mentre Prisco non potendo ancora mantenersi con la sola narrativa collaborava al quotidiano “Il Mattino d’Italia” di Napoli che aveva per direttore Ugo Amedeo Angiolillo, per vicedirettore Gino Doria e per editorialista Francesco Compagna.

In una prima lettera datata 21 marzo, probabilmente 1949, Prisco, tornato da Milano, si scusa per aver saltato un promesso appuntamento a Roma e aggiunge: “Eppure mi avrebbe fatto piacere passare qualche ora con te, mi sarei rifatta la bocca amara non so perché: sono scontento di me, e delle accoglienze del mio libro (nessuno che s’impegni con un discorso concreto, tutti i soliti pezzetti elusivi con il solito cifrario)”. Se la lettera è effettivamente del 1949, il libro non può che essere “La provincia addormentata”.

E le recensioni, si apprende ora, lo avevano evidentemente deluso. Ma il tono della seconda lettera, datata 12 settembre (probabilmente del 1950), è del tutto diverso: “Posso confessarti un mio meschino timore? Quando seppi del premio toccato a me (Picchi t’avrà detto che solo un’ora prima della premiazione seppi d’essere il fortunato possessore d’un milione), e degli altri premiati e dei segnalati, provai un senso confuso di colpa: mi chiesi se la vittoria non avrebbe, per caso, incrinato delle buone amicizie”. Il milione si riferisce al Premio Venezia assegnato a “Gli Eredi del vento”.

Il 4 maggio del 1951, dopo un esordio amaro (“… qui le cose del giornale non vanno bene, ed io mi chiedo se non sto perdendo il mio tempo… D’altronde, che cosa fare? Si tira avanti”) manifesta l’intenzione di “uscire con un altro romanzo, e poi pubblicare quello di tre racconti … credo che rimanderò tutto a dopo il mio matrimonio, che non sarà prima di settembre o ottobre”.

E, infatti, Prisco si sposerà con Sarah Buonomo il 6 ottobre “nella Chiesa del Redentore al Corso Vittorio Emanuele 138 alle ore 10” come si legge nel cartoncino d’invito alle nozze inviato al suo amico.

 

AGI – Ancora una straordinaria scoperta a Pompei: nei nuovi scavi ripresi all’interno del progetto di manutenzione e restauro della Regio V riaffiora un Termopolio perfettamente conservato con l’immagine di una ninfa marina a cavallo e animali con colori talmente accesi da sembrare tridimensionali.

Ma a stupire è il ritrovamento nei recipienti del Termopolio di tracce di alimenti che venivano venduti in strada. Era infatti abitudine dei pompeiani quella di consumare all’aperto cibi e bevande calde.

“Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione – ha commentato il ministro per i Beni e per le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini – tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa”.

Gli specialisti del Parco archeologico di Pompei stanno già studiando il materiale per verificare quanto questa scoperta possa ampliare le conoscenze sulle abitudini alimentari di età romana. 

L’impianto commerciale dove è riaffiorato il Termopolio era stato indagato solo in parte nel 2019, durante gli interventi del Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e consolidamento dei fronti di scavo storici. 

Considerata l’eccezionalità delle decorazioni e al fine di restituire la completa configurazione del locale, ubicato nello slargo all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, si è deciso di estendere il progetto e di portare a termine lo scavo dell’intero ambiente in modo da proteggere con un restauro adeguato l’intero contesto. 

Di fronte al termopolio, nella piazzetta antistante, erano già emerse una cisterna, una fontana e una torre piezometrica per la distribuzione dell’acqua, dislocate a poca distanza dalla bottega già nota per l’affresco dei gladiatori in combattimento.

Le decorazioni del bancone – le prime emerse dallo scavo – presentano sul fronte l‘immagine di una Nereide a cavallo in ambiente marino e, sul lato più corto, l’illustrazione probabilmente della stessa bottega alla stregua di un’insegna commerciale. Al momento dello scavo, il ritrovamento di anfore poste davanti al bancone rifletteva non a caso l’immagine dipinta. 

In questa nuova fase di scavo sono emerse altre pregevoli scene di nature morte, viene spiegato in una nota, con rappresentazioni di animali, probabilmente venduti nel locale. Frammenti ossei, pertinenti gli stessi animali, sono stati inoltre rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone contenenti cibi destinati alla vendita.

Come le due anatre germane esposte a testa in giù, pronte per essere preparate e consumate, un gallo e un cane al guinzaglio, quasi un monito alla maniera del famoso Cave Canem. Una sbeffeggiante iscrizione graffita ‘Nicia cinede cacator’ si legge sulla cornice che racchiude il dipinto del cane: ‘Nicia (probabilmente un liberto proveniente dalla Grecia) cacatore, invertito!’ forse lasciata per prendere in giro il proprietario o da qualcuno che lavorava nel termopolio.

Altro dato interessante è il rinvenimento di ossa umane, ritrovate parzialmente sconvolte a causa del passaggio di cunicoli realizzati in età moderna da scavatori clandestini in cerca di oggetti preziosi. Alcune sono di un individuo di almeno 50 anni che verosimilmente, al momento dell’arrivo della corrente piroclastica, era posizionato su un letto di cui restano tracce. Altre ossa, ancora da indagare, sono di un altro individuo e sono state rinvenute all’interno di un grande dolio, forse qui riposte sempre dai primi scavatori. 

Inoltre nel Termopolio è stato rinvenuto diverso materiale da dispensa e da trasporto: nove anfore, una patera di bronzo, due fiasche, un’olla di ceramica comune da mensa. Il piano pavimentale di tutto l’ambiente è costituito da uno strato di cocciopesto (rivestimento impermeabile composto da frammenti in terracotta), in cui in alcuni punti sono stati inseriti frammenti di marmi policromi (alabastro, portasanta, breccia verde e bardiglio).

I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassati nel bancone in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina ma nessuno con il bancone interamente dipinto, a conferma dell’eccezionalità del ritrovamento.

Le prime analisi, prosegue la nota del Mibact, confermano come le pitture sul bancone rappresentino, almeno in parte, i cibi e le bevande effettivamente venduti all’interno del termopolio: tra i dipinti del bancone sono raffigurate due anatre germane, e in effetti un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, insieme a suino, caprovini, pesce e lumache di terra, testimoniando la grande varietà di prodotti di origine animale utilizzati per la preparazione delle pietanze.

D’altro canto, le prime analisi archeobotaniche hanno permesso di individuare frammenti di quercia caducifoglie, probabilmente pertinente a elementi strutturali del bancone. Sul fondo di un dolio – identificato come contenitore da vino sulla base della bottiglia per attingere, rinvenuta al suo interno – è stata individuata la presenza di fave, intenzionalmente frammentate/macinate. Apicio nel De re Coquinaria (I,5) ce ne fornisce il motivo, asserendo che venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino, sbiancandolo.

Nell’angolo tra le due porte (angolo nord occidentale della stanza) del Termopolio, prosegue ancora la nota, è stato rinvenuto uno scheletro completo di cane. Non si tratta di un grande cane muscoloso come quello dipinto sul bancone ma di un esemplare estremamente piccolo, alto 20-25 cm alla spalla, pur essendo un cane adulto. Cani di queste piccolissime dimensioni, sebbene piuttosto rari, attestano selezioni intenzionali avvenute in epoca romana per ottenere questo risultato.

Erano presenti inoltre, all’interno della stanza – e in particolare dietro al bancone dove sono state trascinate dai primi scavatori – un buon numero di ossa umane pertinenti ad un individuo maturo – senescente, di almeno 50 anni di età. Una prima analisi permette di associare queste ossa trascinate a ciò che resta di un individuo rinvenuto nell’angolo più interno della bottega, che verosimilmente al momento dell’arrivo della corrente piroclastica era posizionato al di sopra di un letto o una branda, come testimoniano il vano per l’alloggiamento del giaciglio e una serie di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto del corpo.

Ancora da indagare sono le ossa pertinenti ad almeno un altro individuo, rinvenute all’interno di un grande dolio, probabilmente risistemate in tale posizione sempre dai primi scavatori. Questi sono solamente i primi dati macroscopici forniti dallo scavo in corso, ma non saranno sicuramente gli ultimi: infatti i reperti prelevati e portati in laboratorio verranno ulteriormente indagati tramite indagini specifiche in dipartimenti e università in convenzione, che permetteranno di affinare sempre più i dati a nostra disposizione e quindi la conoscenza del Termopolio e del sito.

AGI – Ancora una straordinaria scoperta a Pompei: nei nuovi scavi ripresi all’interno del progetto di manutenzione e restauro della Regio V riaffiora un Termopolio perfettamente conservato con l’immagine di una ninfa marina a cavallo e animali con colori talmente accesi da sembrare tridimensionali. Ma a stupire è il ritrovamento nei recipienti del Termopolio di tracce di alimenti che venivano venduti in strada.

Era infatti abitudine dei pompeiani quella di consumare all’aperto cibi e bevande calde. Gli specialisti del Parco archeologico di Pompei stanno già studiando il materiale per verificare quanto questa scoperta possa ampliare le conoscenze sulle abitudini alimentari di età romana. 

L’impianto commerciale dove è riaffiorato il Termopolio era stato indagato solo in parte nel 2019, durante gli interventi del Grande Progetto Pompei per la messa in sicurezza e consolidamento dei fronti di scavo storici. Considerata l’eccezionalità delle decorazioni e al fine di restituire la completa configurazione del locale, ubicato nello slargo all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, si è deciso di estendere il progetto e di portare a termine lo scavo dell’intero ambiente in modo da proteggere con un restauro adeguato l’intero contesto.

Di fronte al Termopolio, nella piazzetta antistante, erano già emerse una cisterna, una fontana e una torre piezometrica per la distribuzione dell’acqua, dislocate a poca distanza dalla bottega già nota per l’affresco dei gladiatori in combattimento.

Le decorazioni 

Le decorazioni del bancone – le prime emerse dallo scavo – presentano sul fronte l’immagine di una Nereide a cavallo in ambiente marino e, sul lato più corto, l’illustrazione probabilmente della stessa bottega alla stregua di un’insegna commerciale. Al momento dello scavo, il ritrovamento di anfore poste davanti al bancone rifletteva non a caso l’immagine dipinta.

In questa nuova fase di scavo sono emerse altre pregevoli scene di nature morte con rappresentazioni di animali, probabilmente venduti nel locale. Frammenti ossei, pertinenti gli stessi animali, sono stati inoltre rinvenuti all’interno di recipienti ricavati nello spessore del bancone contenenti cibi destinati alla vendita. Come le due anatre germane esposte a testa in giù, pronte per essere preparate e consumate, un gallo e un cane al guinzaglio, quasi un monito alla maniera del famoso Cave Canem. Una sbeffeggiante iscrizione graffita ‘Nicia cinede cacator’ si legge sulla cornice che racchiude il dipinto del cane: ‘Nicia (probabilmente un liberto proveniente dalla Grecia) cacatore, invertito!’ forse lasciata per prendere in giro il proprietario o da qualcuno che lavorava nel termopolio.

Altro dato interessante è il rinvenimento di ossa umane, ritrovate parzialmente sconvolte a causa del passaggio di cunicoli realizzati in età moderna da scavatori clandestini in cerca di oggetti preziosi. Alcune sono di un individuo di almeno 50 anni che verosimilmente, al momento dell’arrivo della corrente piroclastica, era posizionato su un letto di cui restano tracce. Altre ossa, ancora da indagare, sono di un altro individuo e sono state rinvenute all’interno di un grande dolio, forse qui riposte sempre dai primi scavatori.

Inoltre nel Termopolio è stato rinvenuto diverso materiale da dispensa e da trasporto: nove anfore, una patera di bronzo, due fiasche, un’olla di ceramica comune da mensa. Il piano pavimentale di tutto l’ambiente è costituito da uno strato di cocciopesto (rivestimento impermeabile composto da frammenti in terracotta), in cui in alcuni punti sono stati inseriti frammenti di marmi policromi (alabastro, portasanta, breccia verde e bardiglio).

I termopoli, dove si servivano bevande e cibi caldi, come indica il nome di origine greca, conservati in grandi dolia (giare) incassati nel bancone in muratura, erano molto diffusi nel mondo romano, dove era abitudine consumare il prandium (il pasto) fuori casa. Nella sola Pompei se ne contano una ottantina ma nessuno con il bancone interamente dipinto, a conferma dell’eccezionalità del ritrovamento.

Le prime analisi di laboratorio

Le prime analisi confermano come le pitture sul bancone rappresentino, almeno in parte, i cibi e le bevande effettivamente venduti all’interno del termopolio: tra i dipinti del bancone sono raffigurate due anatre germane, e in effetti un frammento osseo di anatra è stato rinvenuto all’interno di uno dei contenitori, insieme a suino, caprovini, pesce e lumache di terra, testimoniando la grande varietà di prodotti di origine animale utilizzati per la preparazione delle pietanze.

D’altro canto, le prime analisi archeobotaniche hanno permesso di individuare frammenti di quercia caducifoglie, probabilmente pertinente a elementi strutturali del bancone. Sul fondo di un dolio – identificato come contenitore da vino sulla base della bottiglia per attingere, rinvenuta al suo interno – è stata individuata la presenza di fave, intenzionalmente frammentate/macinate. Apicio nel De re Coquinaria (I,5) ce ne fornisce il motivo, asserendo che venivano usate per modificare il gusto e il colore del vino, sbiancandolo.

Nell’angolo tra le due porte (angolo nord occidentale della stanza) del Termopolio è stato rinvenuto uno scheletro completo di cane. Non si tratta di un grande cane muscoloso come quello dipinto sul bancone ma di un esemplare estremamente piccolo, alto 20-25 cm alla spalla, pur essendo un cane adulto. Cani di queste piccolissime dimensioni, sebbene piuttosto rari, attestano selezioni intenzionali avvenute in epoca romana per ottenere questo risultato. 

Erano presenti inoltre, all’interno della stanza – e in particolare dietro al bancone dove sono state trascinate dai primi scavatori – un buon numero di ossa umane pertinenti ad un individuo maturo – senescente, di almeno 50 anni di età. Una prima analisi permette di associare queste ossa trascinate a ciò che resta di un individuo rinvenuto nell’angolo più interno della bottega, che verosimilmente al momento dell’arrivo della corrente piroclastica era posizionato al di sopra di un letto o una branda, come testimoniano il vano per l’alloggiamento del giaciglio e una serie di chiodi e residui di legno rinvenuti al di sotto del corpo.

Ancora da indagare sono le ossa pertinenti ad almeno un altro individuo, rinvenute all’interno di un grande dolio, probabilmente risistemate in tale posizione sempre dai primi scavatori. Questi sono solamente i primi dati macroscopici forniti dallo scavo in corso, ma non saranno sicuramente gli ultimi: infatti i reperti prelevati e portati in laboratorio verranno ulteriormente indagati tramite indagini specifiche in dipartimenti e università in convenzione, che permetteranno di affinare sempre più i dati a nostra disposizione e quindi la conoscenza del Termopolio e del sito.

Franceschini e Osanna, scoperta straordinaria e dati inediti

“Con un lavoro di squadra, che ha richiesto norme legislative e qualità delle persone, oggi Pompei è indicata nel mondo come un esempio di tutela e gestione, tornando a essere uno dei luoghi più visitati in Italia in cui si fa ricerca, si continua a scavare e si fanno scoperte straordinarie come questa” ha sottolineato il ministro per i Beni e per le Attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini.

Mentre Massimo Osanna, direttore generale ad interim del Parco archeologico di Pompei, ha spiegato: “Oltre a trattarsi di un’ulteriore testimonianza della vita quotidiana a Pompei, le possibilità di analisi di questo Termopolio sono eccezionali, perché per la prima volta si è scavato un intero ambiente con metodologie e tecnologie all’avanguardia che stanno restituendo dati inediti”. E ha concluso: “All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologo, archeobotanico, archeozoologo, geologo, vulcanologo: alle analisi già effettuate in situ a Pompei saranno affiancate ulteriori a analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia (contenitori in terracotta)”. 

AGI – Melodie sbilenche, ritmi aperti, improvvisi squarci armonici e sberleffi sonori. Incroci inusitati di jazz e pop, pentagrammi che sembrano mappe stellari, perfezionismo maniacale e spiazzanti provocazioni intellettuali. Avanguardia novecentesca e rock duro, portentoso blues e sperimentazione elettronica. Assoli di chitarra infiniti, sezioni fiato cubiste e linee di vibrafono da capogiro. Intrecci vocali sublimi e sfrontate allusioni sessuali. Cabaret e satira, Stravinsky e immaginario da film di serie B. Tutto questo era Frank Zappa, e forse di più se un’orrenda malattia non se lo fosse portato via il 4 dicembre del 1993 a Los Angeles.   

Domani Zappa avrebbe compiuto 80 anni (era nato a Baltimora il 21 dicembre 1940) ed è difficile immaginarselo come un canuto vegliardo, lui che è stato uno dei maggiori provocatori del secolo passato, o anche il compositore e polistrumentista a cui capitava di farsi ritrarre seduto in bagno con i calzoni abbassati. Ma questo ha più a che vedere con l’icona-Zappa più che non con la sua figura di musicista, chitarrista, band-leader, arrangiatore e autore di testi spaventa-borghesi.

Inutile girarci intorno: Frank Zappa è stato uno dei maggiori geni del Novecento. Uno dei compositori più influenti, peraltro in modo trasversale, dal rock alla musica cosiddetta ‘colta’, in questo paradossalmente simile ai Beatles, per quanto sideralmente distante. Lo disse chiaro e tondo il grande compositore e direttore d’orchestra Pierre Boulez: “Frank apparteneva a due mondi: quella della musica rock e quello della musica contemporanea. Ed entrambe le tipologie del suo lavoro gli sopravviveranno”.    

In effetti Zappa è stato un uomo che aveva aperto un costante contenzioso con l’ordine costituito, in un senso intellettuale e culturale più che politico: una guerriglia ininterrotta sia all’idea convenzionali di musica che all’american dream, da tempi del suo stupefacente esordio (‘Freak Out’, del 1966, forse il primo album doppio della storia), alle ultime sperimentazioni ‘classiche’ con l’Ensemble Modern, dal jazz-rock di ‘Hot Rats’ alla musica contemporanea di ‘Yellow Shark’, dagli ‘oltraggiosi’ concerti con i Mothers of Invention – descritti dai giornali dell’epoca più o meno come dei sabba orgiastici – passando dalla sfida aperta che ingaggiò negli anni ottanta nei confronti della censura.   

Un episodio che fece epoca: si presentò alle audizioni del Senato statunitense non solo appellandosi al primo emendamento della Costituzione americana, ma smontando con una logica implacabile le assurde domande degli austeri parlamentari. Non c’è da stupirsene, visto che parliamo di un uomo famoso per frasi come questa: “Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno sia la sostanza basilare dell’universo, poiché sembra essere ovunque. Non sono d’accordo: io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo”.

Nato a Baltimora il 21 dicembre 1940 come figlio di un perito industriale originario di Partinico e cresciuto dall’età di 11 anni in Florida, dove il padre aveva avuto un impiego nel settore della Difesa, il giovane Frank da subito aveva manifestato una fremente passione per la musica. Ma invece di esaltarsi per Elvis Presley come gli altri coetanei, il nostro si appassionò al compositore di origini francesi Edgar Varese e ai grandi del firmamento della musica classica novecentesca, oltreché a bluesmen come Howlin’ Wolf e John Lee Hooker.   

“Iniziai a scrivere partiture complesse che la gente giudicava orribili. Allora ho cominciato a comporre un altro tipo di musica: ma anche quella all’inizio la gente la trovava orribile”, è il suo lapidario commento sui suoi primi anni. Leggendaria l’apparizione di un giovanissimo Zappa in giacca e cravatta in uno show televisivo nel quale s’industriò a ‘suonare’ una bicicletta. Appena una manciata d’anni dopo, sull’onda dell’esplosione di colori californiana della nascente controcultura globale, con ‘Freak Out’ il fenomeno Zappa esplode subito in tutta la sua potenza: bisogna dire che erano anni di continue ed elettrizzanti scoperte musicali, era l’irripetibile periodo in cui la più stupefacente creatività – dai Beatles in su – era diventata una specie di paradossale ‘mainstream’. E non a caso fu lo stesso Paul McCartney a dichiarare che ‘Freak Out’ aveva rappresentato un’influenza cruciale nell’ideazione di quello che è considerato il capolavoro assoluto dei Fab Four, ossia ‘Sgt. Pepper’s’, del 1967.   

Casomai, il problema di Zappa è stata una sorta di equivoco che ha caratterizzato il suo rapporto con il pubblico, che l’ha troppo spesso e a lungo classificato solo come beffardo artista satirico, come eroe della ribellione da capelloni oltraggiosi più che come compositore vero e proprio, come musicista completo e coraggioso. Ma l’equivoco più clamoroso è quello legato al successo del singolo ‘Bobby Brown’, che nel 1979 vendette vagonate di copie nei Paesi scandinavi, in Germania, in Austria e in Svizzera (ma fu censurato per ‘oscenità’ negli Stati Uniti): fu preso per una sorta di ‘ballad’ da nightclub, in effetti era una feroce presa in giro del maschilismo bianco americano, con il protagonista del titolo che guida auto veloci ed è l’idolo di tutte le cheerleader della scuola, ma finisce per essere omosessuale dopo l’incontro con una femminista del ‘fronte di liberazione della donna’.      

In realtà, equivoci a parte, la sequenza di dischi realizzati dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta è da togliere il fiato in termini creativi: da ‘Uncle Meat’ a ‘One Size Fits All’, da ‘The Grand Wazoo’ all’infinita suite di ‘Joe’s Garage’, una imperterrita sfida ai confini estremi della musica, spostati di continuo in avanti in modo da spiazzare in maniera quasi spietata le aspettative dell’ascoltatore, le sue abitudini, le sue certezze.

Non a caso Zappa, che era un perfezionista, negli anni si circondava da alcuni dei migliori musicisti che la scena mondiale potessero offrigli: batteristi formidabili come Terry Bozzio, Vinnie Colaiuta o Chad Wackermann, virtuosi della chitarra come Adrian Belew (che ritroveremo a fianco dei Talking Heads, di David Bowie e dei King Crimson) e Steve Vai, frontmen temerari come Alice Cooper e soprattutto Captain Beefheart, su su fino a grandi compositori come appunto Boulez (che diresse le sue musiche in ‘The Perfect Stranger’ (1984), questo senza considerare fedelissimi come Ruth Underwood, Ed Mann, i fratelli jazzisti Randy e Mike Brecker. E’ questo uno dei motivi per i quali le sue esibizioni dal vivo (e la mole formidabile di dischi che ne sono stati tratti) incarnano forse ancora meglio della sala di registrazione il cuore della sua opera musicale.   

Tra i tanti, ci limitiamo a citare ‘Roxy & Elsewhere’, oppure l’immenso ‘Zappa in New York’ (1975), forse uno dei migliori album live di sempre: la sua versione di ‘The Black Page’ è forse il singolo pezzo di musica nel quale il rock si fonde nel modo più sublime (e irraccontabile), quasi commovente, con l’avanguardia colta. E’ qui che si cristallizza forse uno dei meriti maggiori di Zappa: regalare alla sperimentazione il ‘calore’ del rock elettrico, unire la sfrontatezza di chitarre elettriche, batteria e tastiere alla vastità creativa della musica colta, abbattendo una volta per tutte ogni distinzione tra ‘alto e basso’, tra musica colta e musica popolare.

Allo stesso tempo, quando si è trovato a collaborare con protagonisti della musica ‘colta’ come l’Ensemble InterContemporain o della classica come la London Symphony Orchestra, seppe togliergli quello che è stato chiamato il ‘complesso del frac’, trascinandoli su un piano ben più viscerale, diretto e coinvolgente.  

La pulsione a cercare sempre nuove vie non l’abbandonò mai, neanche a pochi mesi dalla morte. Quand’era già gravemente malato ebbe l’idea di assoldare su due piedi un gruppo di cantanti mongoli venuti dalla fu Repubblica popolare di Tuva per quella che fu una delle sue ultimissime registrazioni, ‘Dance Me This’ (uscita assurdamente a vent’anni dalla sua morte). L’idea era semplice: essere sempre un passo avanti rispetto all’aspettativa del pubblico. “La mente umana è come un paracadute: funziona solo quando è aperta”, è una delle frasi più belle che gli siano state attribuite. Straordinariamente coerente ma difficilissimo da classificare, assolutamente unico e peculiare e al tempo stesso pervasivo come influenza musicale e lascito creativo, nessuno meglio di Franz Zappa ha espresso quello che è il paradosso di Frank Zappa: “A molte persone non piace niente di quello che ho fatto, ma a nessuno piace tutto quello che ho fatto”.

AGI – Difficile trovare qualcosa da salvare in tutta questa vicenda. I primi tempi, a marzo e aprile, accanto ai bollettini sanitari della Protezione civile, col numero dei morti e dei contagiati dal virus sempre aggiornati e in crescita, abbiamo provato a sfruttare il tempo dentro casa per leggere, guardare qualche film non più recente, persino a cantare sui balconi. A impratichirci con gli ultimi aggiornamenti del computer. In attesa che la nottata passasse e che il dolore che vedevamo intorno a noi se possibile ci risparmiasse.

Oggi, dopo 10 mesi e alle porte un Natale in zona rossa, per intravedere la famosa luce in fondo al tunnel ci vuole ancora più impegno. Perché nessuno si aspettava di stare ancora così, dopo tutto questo tempo. Certo, il vaccino è alle porte. I 200 e passa miliardi di euro che il governo impegnerà per la ripresa daranno sollievo all’economia disastrata e depressa. Ma La sensazione è che da qui all’estate mascherine, solitudine e tempo trascorso in casa saranno ancora i nostri compagni di viaggio. Insieme alla televisione e soprattutto ai libri.

Quelli che abbiamo ordinato online o comprato in qualche piccola, eroica libreria di quartiere. O che magari erano sul mobile da anni. Libri migliori amici, libri maestri di vita. Oggi più che mai. Classici o appena usciti, romanzi, saggi, gialli, libri di poesie e di memorie. Che qui raccontiamo, brevemente, per condividere le emozioni che ci hanno regalato. Un libro nell’anno del Covid. A futura memoria.

 

‘I Promessi sposi’ – Alessandro Manzoni

(di Ugo Barbàra) – “Non ci sono precedenti” ci è stato detto tante volte nei primi mesi della pandemia, “Non c’è un manuale di istruzioni” veniva ripetuto per giustificare l’annaspare delle autorità tra divieti e concessioni, chiusure e spiragli. Nessuno, si diceva, ha mai dovuto affrontare una cosa come questa pandemia.

Falso. Perché è vero che una diffusione così rapida e su così vasta scala non si era mai vista, ma è anche vero che il mondo, fino a poche decine di anni fa, non era il globo sul quale ci siamo abituati a viaggiare in lungo e in largo, ma la cascina, il paese, il contado, tuttalpiù la regione. E quando un’epidemia – prima era la peste, poi, e non troppo distante nel tempo, il colera – si abbatteva su una comunità, si sapeva benissimo cosa fare. E chi non lo sapeva era perché aveva voluto dimenticarlo, o lo negava in un’opera di una disinformazione ante litteram.

È per questo che lo stesso giorno in cui è scattato il lockdown ho ripreso in mano I Promessi Sposi: perché ricordavo che in quelle pagine c’era già tutto. C’erano lo sgomento, la disperazione, la morte e la rinascita.

Lo confesso: non lo rileggevo dai tempi del liceo e anche allora era stata una lettura tutt’altro che completa, appesantita da innumerevoli e spesso pedanti note critiche e analitiche che avevano finito per togliere a questo capolavoro quella che una delle sue caratteristiche principali: il ritmo incalzante.

In Italia non esisterebbe il romanzo popolare senza i Promessi Sposi. È all’opera di Manzoni che dobbiamo quella completezza alla quale tutta la letteratura italiana ha attinto a piene mani, più o meno consapevolmente. Qualche anno fa una celebrata autrice italiana riportò letteralmente interi passaggi di Guerra e Pace in un suo romanzo di successo. Colta con le mani nella marmellata si giustificò dicendo che quei paragrafi le erano rimasti così impressi nella mente da averli citati –parola per parola – involontariamente. Una giustificazione ridicola, certo, ma quanti cattivi à la Don Rodrigo ci sono nei romanzi italiani? Quanti giusti fumantini come Fra’ Cristoforo e solenni malvagi pentiti come l’Innominato? E quanto il cinema realista del dopoguerra deve a immagini come quella della povera madre che depone la figlioletta morta sul carro dei monatti?

La verità è che nei Promessi Sposi c’è tutto. Ci sono la dolcezza e la perfidia, l’aberrazione e l’estasi, il dolore e la gioia, la commedia e la tragedia. I Promessi Sposi ci servono a capire non solo chi siamo come popolo e da dove veniamo, ma che tutto quello che ci sta succedendo è già successo e con ogni probabilità succederà ancora. E anche a trovare la strada per uscire dalle tenebre. Non solo un manuale di istruzioni, ma la bussola e il sestante per seguire il solo punto di riferimento che non dobbiamo mai perdere di vista: la nostra umanità.

 

‘One Man’s Folly’ – Julia Reed

(di Nuccia Bianchini) – One Man’s Folly, la follia di un uomo, un uomo unico, Furlow Gatewood: racconta proprio questo il meraviglioso ‘coffee table book’, perfetto anche come regalo di Natale, sulla follia geniale di uno dei più influenti designer americani.

Talentuoso architetto, esperto di antichità, trovarobe appassionato nei mercatini dell’usato, Furlow Gatewood per anni ha lavorato insieme al leggendario mercante d’arte, John Rosselli. Il libro racconta il suo universo incantato e per la prima volta schiude le porte della sua magica enclave: la residenza particolarissima, costruita a partire dagli anni ’40 sulla proprietà materna, ad Americus, in Georgia. 

Furlow Gatewood non aveva neppure 30 anni quando adocchiò la rimessa per le carrozze nella proprietà di famiglia, e cominciò a lavorarvi. Lo faceva nei week-end in cui fuggiva da New York, dove commerciava nell’antiquariato. E man mano che la sua passione cresceva, si allargava anche la sua proprietà, restaurata con meticolosa pazienza e gusto strabiliante, a inglobare edifici abbandonati, strutture limitrofe, giardini in rovina. Gatewood ha recuperato parti della casa avita ma ha anche salvato dalla demolizione alcune strutture limitrofe e ridato loro nuova vita lavorando con due fedeli artigiani locali, un amico costruttore e un maestro falegname. Il risultato è un mondo incantato, un ‘buen retiro’ per sè, i suoi ospiti, gli amati levrieri e i suoi pavoni

Un mondo incantato, fatto di tappeti esotici, porcellane bianche e blu, piccoli olii, vasi cinesi, psecchi dorati. 

Pubblicato per i tipi di Rizzoli,  “One’s  Man’s Folly: The Exceptional Houses of Furlow Gatewood”, è stato scritto dalla scrittrice Julia Reed,  con  una  prefazione  e  una postfazione di uno dei  migliori  designer  di New York,  Bunny Williams. Capace di scovare pezzi unici, ma abituato a recuperare anche pezzi all’apparenza anonimi ma con un patina poetica, maestro nel mescolare colori e gli stili, Gatewood viene raccontato anche con una carrellata di immagini che descrivono un design raffinato e senza tempo. Per quanti amano girovagare per mercatini in cerca di oggetti di varia tradizione ed epoca, il libro può essere un’ispirazione: si possono mescolare colori e oggetti, non c’è bisogno di abbinare oggetti e stili se si vogliono creare case accoglienti e con personalità.

 

‘Gridalo’ – Roberto Saviano

 (di Andrea Cauti) – Quando ti dicono che non è vero che nei campi libici hanno torturato donne e bambini, che non è vero che la mafia sta corrodendo tutta l’economia del mondo, che non è vero che il pianeta sta morendo, tu che fai? La domanda che si pone Roberto Saviano al termine del suo ultimo libro, ‘Gridalo’. Un volume di 531 pagine pubblicato da Bompiani (collana Overlook, 22 euro) in cui lo scrittore e giornalista si rivolge allo studente che era, al Roberto ‘rivoluzionario’ che guidava la contestazione scolastica negli anni ’80 e che oggi si rivede in un ragazzo (ipotetico) di 16 anni che frequenta la sua stessa scuola, il Liceo ‘Diaz’ di Caserta. Tu che fai? Chiede lo scrittore: “Ti mantieni neutrale? Neutrale non esiste, perché neutrale vuol dire complice!”. 

E neutrale Saviano non lo è mai stato. E questo suo impegno lo paga da anni sulla sua pelle: contro il giornalista e scrittore casertano dopo le minacce di morte e le intimidazioni (che lo costringono a vivere sotto scorta) è stata attivata la cosiddetta macchina del fango. Un meccanismo per cui se una voce dà fastidio si cerca di spegnerla gettando dubbi sulla sua moralità, sui suoi interessi dietro le battaglie, alimentando teorie complottiste che gettano discredito sul suo operato, su di lui e sui suoi amici. 

‘Gridalo’ diventa così un appello alla partecipazione, un invito che lo scrittore fa all’altro se stesso adolescente: gridare “quando ti costringono alla banalità della semplificazione”, “quando sta per vincere – anche in te – la certezza che nulla cambierà”, “quando coprono di fango gli uomini di buona volontà, quando deridono gli eroi”, “quando il veleno di una menzogna comincia a far effetto”. E molte altre volte ancora. In 30 ‘quadri’, raggruppati in sette capitoli Saviano spiega cosa significhi lottare per un’idea e subire gli attacchi del potere, attacchi che iniziano con le intimidazioni, proseguono con la diffamazione e finiscono, a volte, con l’eliminazione fisica. 

Chi critica il potere o il sistema, scrive Saviano, è pericoloso. Se si denuncia la violenza (come nel caso di Anna Politkovskaja e Jamal Khashoggi), il razzismo (come Emile Zola o Martin Luther King), la corruzione (come Daphne Caruana Galizia), la dubbia morale di una classe politica (come Pier Paolo Pasolini) o la violazione della privacy (come Edward Snowden) si diventa un nemico da far tacere. Per questo Saviano invita il lettore a non aver paura di schierarsi: “Pensaci sempre, prima di isolare qualcuno che lotta per i diritti di tutti, perché quando lo fai è come se tu lo spingessi con le tue stesse mani dentro un cono d’ombra. E di quel cono d’ombra approfitteranno i suoi nemici”, avverte lo scrittore. 

 

‘Italia Rossa. Il mio lockdown’ – Sante Altizio

(di Chiara Caratto)  – “Italia Rossa. Il mio lockdown”.  E’ il titolo del libro, edito da “Campi di carta”, scritto dal giornalista e videomaker torinese Sante Altizio per raccontare il lockdown scandito giorno per giorno, dal 10 marzo al 3 maggio 2020. 

 Il libro è la trasposizione del diario tenuto da Sante Altizio sul suo blog, nei giorni dell’Italia chiusa: “una cinquantina di script – come scrive l’autore nell’introduzione – Alcuni molto personali, altri decisamente più giornalistici. Ho provato ad osservare la terra dal chiuso della mia astronave, mi sembrava l’unica strada percorribile. Ho quindi scelto un titolo “Italia Rossa” e numerato i post”.

 Ed ancora spiega  “un numero per me inaspettato di persone ha iniziato a seguirmi e quando il 4 maggio 2020, giorno della fine del lockdown duro e puro, ho scritto che ‘Italia Rossa’ era arrivato al capolinea ( avevo ottenuto il risultato sperato: arrivare a fine quarantena mentalmente integro) mi hanno scritto in tanti, raccontandomi che per loro sono stato un’utile compagnia, una piccola abitudine quotidiana attesa”.

 In effetti nel libro si trova tanto di quei giorni: gli affetti lontani, il ricorso alle video chiamate, l’iniziale ottimismo, anche per la novità della situazione, che a poco a poco si sgretola, la paura ed i timori per le notizie che via via arrivano dagli ospedali, il suono delle ambulanze, le code fuori dai supermercati,  i canti sui balconi ma anche la consapevolezza che forse “non andrà tutto bene” ed esperienze più personali, come il dialogo silenzioso con il padre malato.  154 pagine per raccontare mesi veramente diversi ed inaspettati per tutti noi, che certamente lasceranno un segno.

 Episodi e sensazioni in gran parte condivisibili quelle descritte da Sante Altizio che così il 4 maggio chiude il suo “Italia Rossa”: “ho cercato in qualche modo di prepararmi all’incerto futuro che mi attende. Ora davvero capirò se ce l’ho fatta o meno. Da domani sarò il Cristoforo Colombo di me stesso ed è assai probabile che ne scoprirò delle belle. Scoprirò se e quanto sono cambiato. Se la paura che ho sempre esorcizzato, sbucherà all’improvviso. Se guarderò gli altri con la solita normale indifferenza o li scruterò con occhio velato di sospetto”.

‘Dizionario Appassionato di Napoli’ – Jean-Noel Schifano

(di Annalisa Cretella) – Per poter leggere in italiano “Dizionario appassionato di Napoli” (pubblicato da Ilmondodisuk, 608 pagine), dello scrittore francese Jean-Noel Schifano, si è mobilitata una città. A Napoli è scattato un tam tam spontaneo e in men che non si dica è partito un crowdfunding per far tradurre il suo libro: uno slancio corale che ha visto in prima linea anche 150 artisti che hanno donato le proprie opere per contribuire alle spese di traduzione.

Ecco perché il suo Dizionario, Schifano lo ha definito un’operazione editoriale collettiva. La scelta di leggerlo per me non è stata casuale. La Napoli che descrive è quella che ho vissuto, è la mia città d’origine. Per il lockdown non potevo rivederla, mi mancava il suo profumo di mare così come le sue contraddizioni abissali. Un po’ questo, un po’ per la grande stima che ho dello scrittore, e il libro era sul mio comodino. Vedere la città con i suoi occhi è stata un’esperienza molto interessante e, azzarderei, formativa.

Nella sua opera trasmette una quantità infinita di aneddoti originali che sfido molti napoletani a conoscere, fa convergere tutto il suo sapere sulla città, dove ha vissuto per oltre una decina di anni (dal 1992), periodo durante il quale ha diretto l’istituto francese Grenoble, facendolo diventare la ‘casa’ di mostre ed eventi che raccoglievano i più brillanti artisti e intellettuali, e non solo del posto ma di ogni parte del mondo. Tutto questo fermento si ritrova nel suo libro che è prima di tutto una dichiarazione di amore: tra accadimenti storici e ricordi privati, miti e fatti di sangue, vis polemica ed erotismo, Jean-Noel Schifano sfata i luoghi comuni duri a morire e ribalta le convenzioni, gridando al mondo il suo attaccamento profondo e intimo a Napoli, la “Città Capitale”.

Il suo linguaggio è sfrontato, e lo stile diretto e coinvolgente. E nonostante l’enunciazione in ordine rigidamente alfabetico di tematiche e personaggi non cade mai nel didascalico per diventare invece racconto di vizi e virtù, contrasti estremi e fatti noti o sconosciuti ai più della città partenopea.

 

‘L’antipatico’ – Claudio Martelli

(di Fabio Florindi) – Era un leader “antipatico” per diverse ragioni, ma era anche un uomo che si assumeva “la responsabilità” delle sue decisioni e dei suoi errori. Nel 2020 è caduto il 20esimo anniversario della morte dell’ex leader socialista Bettino Craxi. Tante sono state le pubblicazioni che ne hanno ricordato il profilo, l’ascesa e la caduta. Tra queste una delle più penetranti è senz’altro il libro scritto  per la Nave di Teseo dall’ex delfino di Craxi ed ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, e che si intitola appunto “L’antipatico”.

Quella di Martelli non è un’agiografia, ma un’analisi delle scelte coraggiose di Craxi e anche dei suoi errori politici. Per Martelli, l’ex segretario del Psi non ebbe paura di tentare di ‘sparigliare’ il sistema che si trovò di fronte, imperniato sul dualismo Dc-Pci. Per questo recuperò la tradizione del socialismo liberale e umanitario, contrapponendolo al marxismo-leninismo. Craxi sfidò apertamente le due grandi potenze mondiali di allora: Usa e Urss.

A Sigonella, ad esempio, rifiutò di consegnare agli Stati Uniti i dirottatori della nave Achille Lauro, e criticò a più riprese il sostegno americano alle dittature militari nel Sud America. Dall’altro lato, Craxi si batté anche contro i regimi comunisti, finanziando la resistenza nei Paesi dell’Est europeo. Tra gli errori, Martelli individua in particolare la sottovalutazione del referendum sulla preferenza unica. Craxi, era il 1991, invitò gli italiani ad andare al mare, ma il referendum fu un plebiscito. Quello, probabilmente, fu l’inizio della fine: “E’ molto difficile – scrive l’ex ministro – che un uomo politico sopravviva a una sconfitta referendaria. Essere smentiti e atterrati da un giudizio popolare diretto è una campana che suona come una condanna senza appello”. 

 

‘L’ultimo rigore di Faruk’ – Gigi Riva

(di Alessandro Frau) – Pandemia o non pandemia, il 2021 sarà un grande anno di sport. Gli Europei di calcio prima, le Olimpiadi poi. E c’è chi ha già parlato di rinascita, di ripartenza, di ripresa. Una boccata di ossigeno dopo mesi passati davanti a quella che ormai è un’infinita ‘Var’ sanitaria, un prolungato replay, che ci sta lasciando immobili, a volte attoniti, nell’attesa di un vaccino e della conseguente libertà. Il barone de Coubertin e Jules Rimet, due che hanno elevato il concetto di sportività a livello mondiale, sposerebbero questa teoria con prolungati accenni del capo.

Ma ci sono state occasioni, nel Novecento, in cui lo sport si è fatto maledetto, si è adornato col vestito della propaganda provando, inutilmente, a spingere venti che sapevano di guerra e disgregazione, di monito e, nonostante tutto, anche di speranza. In questo senso ci sono due eventi, lontani nel tempo e nello spazio, che raccontano una grande lezione di storia, di guerra e, immancabilmente, di sport: le Olimpiadi di Berlino del 1936 e l’avventura della Jugoslavia ai mondiali di calcio del 1990.

Le prime sono raccontate ne “L’ultima estate di Berlino”, di Federico Buffa e Paolo Frasca, la seconda ne “L’ultimo rigore di Faruk”, di Gigi Riva. Due libri, due macigni. Non per la pesantezza della prosa, gli autori sono dei fenomeni della penna e della parola, ma per quel che lasciano in eredità. E non è un caso che in entrambi i titoli campeggi l’aggettivo ‘ultimo’. È un segnale per il lettore: alla fine di quelle pagine non ci sarà più nulla, non ci sono postille, asterischi o epiloghi. Sono chiodi d’acciaio nella bara della Storia.

La seconda è una storia affascinante che rischiava di perdersi nel fumo del tempo ma che Riva ha saputo ripescare con maestria. I mondiali di calcio del 1990, infatti,  vengono ricordati soprattutto per la cavalcata italiana, le reti di Schillaci, la sfida con l’argentina di Maradona a Napoli e la vittoria dei tedeschi. Ma c’è una squadra fortissima, la Jugoslavia, che si trova sul punto di disgregarsi e di esplodere, come la penisola balcanica da cui proviene, e che cerca attraverso il calcio di salvare ciò che è destinato, sanguinosamente, a morire. Un destino che il calcio, il basket e lo sport in generale si illudono di poter cambiare e che, invece, contribuiranno a far deflagrare.

La Jugoslavia si spezzerà e quella del ’90 è l’ultima grande apparizione della Nazionale. Nel 1992, a guerra civile già iniziata, verrà infatti esclusa dagli Europei con la Danimarca che verrà ripescata e che, a sorpresa, vincerà. Il difensore Faruk Hadzibegic, jugoslavo di Bosnia,  fu un pilastro di quella squadra e, per Riva, il pretesto per narrare la polveriera di quegli anni, dentro e fuori lo spogliatoio, con personaggi come Stojkovic, Mihaijlovic, Boban, Suker, Boksic, Katanec, Pancev, Savicevic.

Serbi, croati, bosniaci, montenegrini, sloveni e macedoni. Uniti ne rappresentare qualcosa che si era già rotto. Faruk Hadzibegic sbaglia il rigore decisivo, a Firenze, nei quarti di mondiale contro l’Argentina di Maradona dopo un pareggio lungo 120′. Per la Jugoslavia è la fine dell’avventura ai quei campionati. E chissà come sarebbe andata se l’avversaria dell’Italia in semifinale non fosse stata la compagine sudamericana ma quella balcanica. Chissà se la vittoria, per gli jugoslavi, in quel Mondiale, avrebbe portato la gente a scendere in piazza per festeggiare insieme, dimenticandosi dei conflitti, delle divergenze, della guerra.

Ma quel rigore non andò a segno e la Storia fece il suo corso spezzando ipotesi e vite. Pochi mesi dopo, sempre nel 1990, la Jugoslavia vincerà i mondiali di basket in Argentina, “ancora l’Argentina”, come sottolinea l’autore. Ma Vlade Divac, serbo e simbolo della squadra, nei festeggiamenti, strattonerà una bandiera croata, facendo esplodere le proteste in patria e sancendo la fine della lunga amicizia con l’altro portabandiera della Nazionale, il croato Drazen Petrovic. Implosione, di nuovo. Lo sport come ancora a cui aggrapparsi ma anche lo sport come miccia che esacerba gli animi. Nell’anno degli Europei, nell’anno delle Olimpiadi, rileggere questi eventi è cosa buona e giusta. Perché lo sport, più di ogni altra cosa, sa essere testimone del tempo. E quest’estate, pur anomala, non farà eccezioni.

 

‘Il padiglione d’oro’ – Yukio Mishima

(di Maria Teresa Giammetta) – Leggere “Il Padiglione d’oro” di Yukio Mishima – libro scritto nel 1958 dallo scrittore giapponese che pose fine alla sua vita a 45 anni tramite ‘seppuku’, il suicidio rituale nipponico – nel 2020, anno della pandemia Covid, può sembrare un atto masochistico. In realtà, l’immersione in un mondo di eroismo tragico e sensuale, come solo la cultura nipponica riesce a creare, può avere il potere di un vero e proprio esorcismo salvifico.

In un momento in cui la negazione vince sulla libertà – soprattutto  quella di viaggiare e conoscere – la storia di una consapevolezza guadagnata con l’annullamento regala ai lettori un ‘trip’ mentale nei meandri della complessità dell’animo umano.

Si torna indietro di 70 anni, nel 1950, a un fatto di cronaca che i giapponesi ricordano e raccontano ai turisti incantati dal celebre santuario zen di Tokyo, il Kinkakuji, il Padiglione d’oro, edificato nel XIV secolo come villa dello shogun Ashikaga Yoshimitsu e convertito dopo la sua morte in un tempio della setta buddista Rinzai.

Nel 1950 il tempio fu distrutto da un incendio appiccato da novizio Hayashi Yoken, che voleva morire insieme all’opera.  E parte da qui il romanzo di Mishima che racconta il dramma del giovane Mizoguchi, giovane storpio e balbuziente di Shiraku,  cresciuto da un padre monaco  nel culto della bellezza del Padiglione e la cui unica consolazione – continuamente deriso dai suoi coetanei per la sua infinita bruttezza –  è quella di fantasticare sulla magnificenza del tempio.

“L’importante non era di accorciare al massimo la distanza tra me e l’obiettivo, bensì di mantenere la distanza in modo che l’obiettivo restasse tale”, racconta in prima persona la sua ossessione Mizoguchi che, devastato umanamente e psicologicamente dalla perfezione del luogo, tenterà di distruggerlo e, con esso, di porre anche fine alla sua vita.

Mishima mette magistralmente in forma narrativa l’evoluzione di un’anima tormentata, che vive la bellezza dei luoghi e delle persone come un male estremo di cui liberarsi. Qualcosa da dover distruggere per allontanarla da un sé che non riuscirà mai a ottenerla. L’abnegazione e la morte come atto estremo di liberazione dalla luce, da una vita che  pulsa intorno e che viene negata.

«Se incontri il Buddha, uccidilo; se incontri i tuoi antenati, uccidili; se incontri un venerabile asceta, uccidilo; se incontri tuo padre o tua madre, uccidili; se incontri i tuoi parenti, uccidili; soltanto così potrai ottenere la liberazione; soltanto così sfuggirai all’intrico della materia e t’affrancherai»,  recita Mizoguchi riprendendo una citazione contenuta nel testo zen Rinzairoku.

Il libro è un viaggio all’interno di una mente deviata ma lucida fino all’ultimo nel mettere in atto uno spaventoso rituale di purificazione. Mishima utilizza una scrittura ricca, aulica, evocativa per entrare nei più profondi pensieri del suo personaggio. E il romanzo si snoda in una successione di ricordi di vita, di incontri, di esperienze segnate dall’ossessione per una bellezza che impedisce di agire, fino al compimento dell’unica vera azione della storia di Mizoguchi: la distruzione, per poi continuare a vivere.

Nell’ultima scena del libro Mizoguchi dà fuoco al  Padiglione d’Oro e fugge sulla collina che fiancheggia il tempio. Ha con sé dei medicinali e un coltello per suicidarsi ma, guardando il Padiglione bruciare, si ritrova pieno di una rinnovata vitalità. Osserva allora le fiamme levarsi al cielo, accende un sigaretta e spiega: “Volevo vivere”.

‘Cittadini’ – Simon Schama

(di Paolo Giorgi) – Sono tanti i libri letti in questo anno così cupo, che ci ha costretti a lunghi mesi a casa. Ma uno in particolare, riletto dopo diversi anni, mi ha colpito e fatto riflettere. Non è un romanzo: è un ponderoso saggio storico sulla Rivoluzione Francese. ‘Cittadini’ dello storico inglese Simon Schama (Mondadori, 1989) è, o dovrebbe essere, un caposaldo nella sconfinata bibliografia sul decennio rivoluzionario, e non dovrebbe mancare negli scaffali di un giornalista.

Scritto per il duecentesimo anniversario della presa della Bastiglia, il sottotitolo del libro, ‘Cronaca della Rivoluzione francese’, è già programmatico: non un manuale polveroso ma un racconto brioso, ampio, che scandaglia la società strato per strato, dal contadino all’inventore, dal teatrante al mugnaio, dai nobili parassiti a quelli già avviati verso il moderno capitalismo. Una fotografia impietosa ma anche sorprendente di un ancien regime non così decrepito come lo dipingono i manuali scolastici, di un Luigi XVI giovane re desideroso di riformare il regno e di “piacere” al popolo, di un’opposizione al regime che all’inizio è più aristocratica che popolare, e rientra nel secolare conflitto tra nobiltà locale e Corona più che nella rivolta dal basso.

Schama dipinge pagina dopo pagina un impressionante affresco di una folla di “cittadini”, avvocati, professionisti, preti, nobili, che avanza sul palcoscenico della storia sognando di costruire una nuova Francia, e in definitiva una nuova società. Nel 1789, è la tesi di fondo del libro, cambia indubitabilmente il mondo: si affermano i principi di libertà e uguaglianza, si aboliscono i privilegi, finisce per sempre il retaggio medievale del regime feudale (pur con tutti i distinguo rispetto, come detto, a un mondo che era già in forte cambiamento ben prima che i contadini con i forconi bussassero alle porte dei castelli).

Ma la nascita della democrazia moderna porta con se’, già in culla, l’orrore: “La violenza è ciò che rese rivoluzionaria la Rivoluzione”, sentenzia l’autore. E il racconto vivido di quei 4 anni incredibili, fino al 1793 con l’esecuzione di Robespierre, lo scenario da incubo dei massacri di settembre, la ghigliottina nelle piazze, le liste di traditori, i linciaggi, il fanatismo, lascia al lettore del 2020 un sottile brivido lungo la schiena. Perché nel momento in cui l’autorità non è più legittimata dall’alto ma trova il suo fondamento dal consenso popolare, la democrazia genera i suoi mostri: i politici più radicali prendono la scena nel grande teatro che è la Francia, e come gli antichi romani repubblicani declamano i loro anatemi, con modalità a noi tristemente familiari.

La crisi economica? E’ colpa dei corrotti e degli accaparratori (che spesso, una volta linciati e saccheggiati, si scoprivano essere solo mugnai o bottegai che soffrivano la crisi come tutti). La Francia inerme in politica estera? Colpa dei traditori e degli stranieri, in primis l’austriaca (“l’austria-cagna” come veniva bollata) Maria Antonietta, cui va probabilmente la poco ambita palma di essere la prima grande vittima di fake news della storia. La “nuova Messalina” protagonista di inenarrabili orge a Versailles, come la dipingevano i libelli diffusissimi a Parigi, rimasta invece vergine per anni. L’arpia che ghignando dice del popolino “se non hanno il pane mangino le brioches”, frase ovviamente mai pronunciata.

E che dire della Grande paura, l’incredibile ondata di panico nelle campagne, con i relativi massacri ad opera di milizie paesane autocostituite, per le voci di invasione straniera del tutto infondate? Gli ingredienti ci sono tutti insomma: demagogia, paura, razzismo, fake news, emotività, teatralità. Rimangono impresse le pagine in cui lo storico descrive i protagonisti della Rivoluzione: un Marat allucinato che urla in Assemblea “datemi 100mila teste per salvare la Francia”, il giovane Saint-Just con il capello lungo alla Jonny Depp che convince i deputati che Luigi deve morire (“un re o regna o muore”), il Robespierre gelido e cinico che ordina esecuzioni e denuncia complotti, mentre promette al popolo in perenne tumulto di sconfiggere la povertà. Assonanze con il presente, come al lettore di oggi fa sorridere il “titolo” con cui veniva qualificato lo stesso Marat, “Ami du peuple”, l’amico del popolo.

Alla fine, è la lezione del libro, quando con Napoleone la polvere si deposita e la Francia si avvia a diventare uno stato moderno rimangono a osservarci i due volti della democrazia: quella che “spezza le catene del privilegio”, come scandisce Danton  nella sua arringa difensiva prima di essere mandato al patibolo. Ma anche quella che, costretta a promettere ai cittadini cose irrealizzabili pur di sopravvivere, e a compensare questa incapacità con la creazione continua di diversivi e di nemici, interni ed esterni, contiene dentro di se il Dna della violenza e della sopraffazione. Non certo un libro revisionista o reazionario (l’autore è un sincero progressista liberale) ma un’analisi spietata su quanto sia sottile il crinale tra volontà popolare e tirannia.

 

‘Il Mediterraneo in barca’ – George Simenon

(di Fabio Greco) – Maigret aveva bussato solo da qualche anno alla sua porta, il 23 maggio 1934, quando Georges Simenon cominciò a scrivere il primo di nove articoli per il settimanale francese Marianne. Ma resta “con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà”, perché il padre del commissario più celebre della storia della letteratura questa volta si trova a dover dare una definizione, lui abituato a muoversi tra le ambiguità dell’animo umano, di un luogo, che di anime e storie ne contiene migliaia: il Mediterraneo.

 Bisogna fare un passo indietro, però, prima di affondare lo sguardo nel reportage di Simenon, che qui si fa anche fotografo. E andare all’affaire Stavisky, esploso nella Parigi del dicembre 1933. Accettando l’invito di Paris-Soir, Simenon conduce egli stesso un’indagine sulla morte del bancarottiere e di Albert Prince, magistrato incaricato di fare luce sul suicidio del primo. Simenon volle sostituirsi a Maigret, e fu un disastro. Si fece abbindolare da informatori inattendibili e si bevve testimonianze improbabili, fino a rischiare del tutto la propria credibilità di scrittore.

 Stanco e demotivato, lo scrittore belga riprende a viaggiare. Prende in affitto l’Araldo, un veliero a due alberi e naviga nel Mediterraneo, in un itinerario che da Porquerolles lo porta a Genova e poi all’Elba, in Sicilia fino a Malta e in Tunisia. “Non dimenticherò mai più che il mio mestiere, come diceva Stevenson, è quello di ‘raccontatore di storie’”, scrive Simenon, che viaggia insieme con un equipaggio italiano guidato da ‘Angelino’. Nel descriverlo Simenon torna  al meglio del proprio mestiere: “Ha una pelle rosea, da porcellino, che sembra ancor più rosea, perché non ha un pelo su tutto il corpo: niente capelli, niente ciglia a schermare gli occhi azzurri. Angelino sa fare tutto. E fa tutto”.

Le storie, lungo il viaggio, forniscono materiale per i caratteri dei futuri romanzi: le prostitute di Atene e Messina, gli asini dell’Elba, gli innamorati di Siracusa, gli “strani abitanti” di Hammamet e i “giovani nudi” di Cagliari.    

Il Mediterraneo resta nel cuore di Simenon, che lo attaccherà al muro in una mappa sopra  il tavolo di lavoro a Porquerolles, dove scriverà alcuni tra i suoi grandi romanzi. E lo interroga. “Ci sono persone – si limita a rispondere – che vivono senza sapere di avere dei polmoni, che coltivano i loro campi senza conoscere le borse di Londra e New York, che comprano asini senza preoccuparsi del loro rendimento, che fabbricano vasi come al tempo dei greci…”.

 

‘Lettere da Mariele’ – a cura di Giuliano Musi

(di Annarita Incerti) – “Una signorina, che sembrava una bambina, perché non era tanto più alta di me, mi chiese che pezzo avevo preparato. Io non avevo preparato nessun pezzo e improvvisai. Conoscevo ‘Bandiera Gialla’ di Gianni Pettenati, che non rientrava certo nel repertorio del Coro”. “Mi ricordo l’espressione di Mariele tra lo stupito e il divertito. Cantai Bandiera Gialla e iniziò la mia bellissima storia con il Piccolo Coro dell’Antoniano e con Mariele: che non dimenticherò mai per tutto quello che mi ha insegnato e perché lei non si è mai dimenticata di me”. C’è anche il ricordo di un ‘vecchione ‘ del Piccolo Coro, il regista Ambrogio Lo Giudice, autore del tv-movie “I ragazzi dello Zecchino D’Oro”, nel libro   “Lettere da Mariele”.  

Ne arrivavano dieci al giorno, tra lettere e cartoline. E Mariele rispondeva col cuore, con semplicità e umilità, sia che le lettere venissero inviate a personaggi famosi e importanti, sia che fossero destinate a gente qualunque.  Un bambino che sentiva la sua mancanza, un prete o un genitore alle prese con un problema e che cercava consiglio,   un carcerato in cerca di conforto.     

Sono oltre 15mila le lettere scritte da Mariele Ventre, la fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna,  nell’arco della sua vita piena di tournèe e di impegni, di audizioni e di Zecchini D’Oro.  A venticinque anni dalla scomparsa, avvenuta a Bologna il 16 dicembre del 1995 a soli 56 anni –   rileggere “Lettere da Mariele” (Minerva Edizioni , 240 pagine,  genere biografie, a cura di Giuliano Musi per la Fondazione Mariele Ventre)   è come riscoprire un suo lato intimo e sentire vicino qualcuno di importante, legato ai tuoi ricordi di bambino , che non c’è più, ma di cui continui a sentire la presenza.

Il libro è diviso in varie sezioni: ognuna inizia con uno stringato ricordo della sorella Maria Antonietta, definizioni e citazioni di grandi personaggi rispetto all’ argomento trattato; e poi le lettere di Mariele che conservano ancora tutta la loro freschezza.   

“Anche oggi, nell’epoca travagliata che stiamo vivendo, Mariele continua a rappresentare la proiezione positiva del meglio che desidereremmo per noi: bambini felici e creativi, una scuola desiderosa di esserci e di «parlare dal vivo», attenzione per coloro a cui la vita ha tolto tanto, grandi e piccoli che sanno vivere insieme”, l’ha ricordata proprio in questi giorni, in occasione dell’anniversario,  Gisella Gaudenzi responsabile del settore didattico-educativo della Fondazione. “Lettere da Mariele” comprare anche tra le 250 recensioni dei volontari della Fondazione Policlinico Sant’Orsola: nel 2021, tutte le persone che saranno ricoverate al Sant’Orsola riceveranno in dono un libro, come compagno di viaggio per attraversare giornate importanti e uscirne arricchiti.

Perché leggerlo? “Ogni adulto è stato un bambino ed è venuto a contato con l’Antoniano e il suo Piccolo Coro di cui Mariele è stata la direttrice. Recentemente – scrive Roberta – anche la Rai ha dedicato una fiction alla storia di Mariele Ventre e la sua totale dedizione all’infanzia e alla diffusione della musica fin dalla più tenere età”.

 

‘L’architettrice’ – Melania G. Mazzucco

(di Silvia Inghirami) – Una donna che invade un campo riservato solo agli uomini. Quanto è attuale L’Architettrice di Melania Mazzucco, in un mondo che stenta ancora a scrivere la ministra, la presidente, la pilota…Un libro che dipinge il ‘600 visto da Plautilla, che non è regina, nobile, santa, eroina. Solo una ragazza che impara a dipingere dal padre, e riesce tanto bene da entrare nell’Accademia di San Luca.

Cresce nei vicoli di Roma e la storia sua e della famiglia si intreccia in qualche modo con tutti i protagonisti del secolo: papi e cardinali, ma soprattutto gli artisti che hanno fatto grande Roma. E non solo i più famosi, come Bernini, Borromini e Pietro da Cortona,  ma anche quelli che hanno meno spazio nei manuali di storia dell’arte e che pure allora erano  delle potenze, come Zuccari e Cavalier d’Arpino. Arte quindi, ma anche politica e potere, con le storie dei Barberini e gli intrighi di Mazzarino.

Eppure, quello che affascina di più è entrare in un’osteria, assistere alla festa per il nuovo Papa, alle burle di Carnevale, alle scampagnate fuori porta, alle cerimonie per la fine dell’epidemia. E quando il Barocco sembra circondarti, c’è l’intermezzo: Mazzucco ci trasporta nel 1849, quando le truppe francesi cannoneggiano la Roma repubblicana e distruggono la villa creata da Plautilla. Il salto non è straniante, perché si soffre insieme a lei, l’architettrice di cui ormai conosciamo il cuore. In più di 550 pagine, l’autrice entra in ogni dettaglio, senza dialoghi e con un linguaggio anche tecnico che può scoraggiare un lettore impaziente: bisogna allora solo aspettare e poi tornare ad ascoltare. C’è tanto da conoscere.

 

‘Tenera è la notte’ – Francis Scott Fitzgerald

(di Ottavio Mancuso) – A metà degli Anni Venti un gruppo di americani ricchi e snob si ritrovano sulla Costa Azzurra e vivono un’esistenza agiata e frivola, alla ricerca di piaceri mondani e pettegolezzi piccanti. Al centro della scena i coniugi Diver, la coppia perfetta: Dick, brillante psichiatra a un passo dal terminare il suo primo saggio scientifico, e Nicole, sua ex paziente, bella, affascinante e piena di soldi. In questo affresco patinato irrompe la figura di Rosemary, giovanissima attrice alla ricerca del successo, la cui acerba bellezza incanta Dick e apre una crepa che fa emergere tutta la fragilità che si nasconde dietro l’apparente equilibrio della coppia e innesca un processo di decadimento che finisce per trascinare non solo i due coniugi ma l’intero mondo che gira loro intorno. La trama di ‘Tenera è la notte’, capolavoro di Francis Scott Fitzgerald del 1934, è fin troppo nota, sia perché, dopo un’iniziale fredda accoglienza, è diventato un romanzo cult per intere generazioni, sia grazie al film di Henry King che nel 1962 lo ha reso famoso al grande pubblico.

Il romanzo di Fitzgerald mi è ricapitato tra le mani nella primavera scorsa. Il lockdown ci teneva tutti a casa: ristoranti e cinema chiusi, coprifuoco, impossibilità di vedere le persone care e gli amici. Insomma, serate in casa e più tempo a disposizione per la lettura. Con le librerie anch’esse chiuse, è tornato il desiderio di rispolverare i vecchi classici. La rilettura di un libro rivela spesso sorprese, soprattutto quando, come in questo caso, avviene a distanza di molti anni e in un contesto personale e storico completamente diverso. La prima volta che lessi ‘Tenera è la notte’ mi avevano colpito gli aspetti psicologici e i forti accenti autobiografici del romanzo. In Nicole è facile intravedere la figura di Zelda, la tormentata moglie di Fitzgerald affetta da gravi problemi psichiatrici, mentre Dick, che assiste impotente alla deriva della sua vita rifugiandosi nell’alcol, simboleggia lo stesso scrittore, con le sue ossessioni e le frequenti crisi esistenziali.

Questa seconda lettura, invece, complice l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, mi ha fatto cogliere l’aspetto corale del romanzo, il suo contesto storico. Gli avvenimenti raccontati si svolgono alla vigilia della grande crisi del 1929. I protagonisti vivono nel lusso e nello sfarzo e sembrano inconsapevoli della tragedia – economica, sociale e umana – che sta per abbattersi sulle loro teste e ne determinerà la rovina, mettendo a nudo le contraddizioni, le debolezze strutturali, le profonde ingiustizie di un intero sistema. Sembra quasi di vedere il nostro mondo alle prese con l’esplosione della pandemia di covid: una società che si avvia inconsapevolmente e inesorabilmente al declino.

L’avvento di Rosemary, che sconvolge la vita dei coniugi Diver e rompe in maniera definitiva l’equilibrio del loro mondo, assomiglia tanto al virus che ha mutato radicalmente le nostre vite e demolito certezze che sembravano inattaccabili. E così come per Dick e Nicole la fine della spensieratezza giunge improvvisa e definitiva, rendendo impossibile, dopo quell’evento, tornare alla vita di prima, lo stesso è avvenuto per noi in questo drammatico 2020.

Il romanzo di Fitzgerald, pur nello scenario di dissoluzione di un’epoca abbagliante ma irrimediabilmente perduta, lascia, in fondo, un piccolo spiraglio di speranza. Nicole, il personaggio più fragile, riesce a ‘salvarsi’, riscopre l’amore in un vecchio amico, trova il coraggio di separarsi dal marito e si libera definitivamente della schizofrenia. C’è da chiedersi come saremo noi quando tutto sarà finito e avremo avuto la meglio sul covid.

Il rapporto pubblicato pochi giorni fa dal Censis non lascia ben sperare: gli italiani appaiono impauriti, intolleranti e incattiviti, a tal punto che quasi la metà si augura l’introduzione della pena di morte. Ma forse siamo ancora troppo nel pieno della pandemia per poter prevedere cosa davvero ci aspetta e valutare a che prezzo riusciremo alla fine a sconfiggere il virus. Per il momento continuiamo a vivere l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica con la stessa sensazione di naufragio imminente che si portano dentro i protagonisti di ‘Tenera è la notte’. E le atmosfere spettrali che si colgono nelle pagine del libro di Fitzgerald, sono in fondo le stesse che ognuno di noi ha vissuto guardando con occhi increduli le nostre città trasformate dal lockdown in deserti di cemento.

 

‘Settantacinque poesie’ – Constantinos Kavafis

(di Luca Mariani) – “E se non puoi la vita che desideri/cerca almeno questo/per quanto sta in te: non sciuparla/nel troppo commercio con la gente/con troppe parole in un viavai/ frenetico. Non sciuparla portandola in giro/in balia del quotidiano/gioco balordo degli incontri/e degli inviti,/fino a farne una stucchevole estranea”. Leggere e rileggere le ‘Settantacinque poesie’ di Costantinos Kavafis (Giulio Einaudi Editore) è un piacere, che mi ha accompagnato anche nel 2020.

Kavafis nacque ad Alessandra d’Egitto nel 1863 e passò la primissima infanzia in Inghilterra. A sette anni perdette il padre, a nove fece ritorno nella sua Alessandria e qui apprese per la prima volta il greco, lingua materna. Kavafis scrive in greco, nell’età matura fra i 40 e i 70 anni. L’amore per la madre è così mirabilmente descritto: “Il mio il tuo, queste fredde parole da noi mai pronunciate”.

Perché Kavafis è un greco? Non perché scrisse in lingua neogreca oppure su temi greci, ma perché scrisse in modo greco. L’occhio di un greco guarda in modo sintetico: concepisce le linee essenziali, quello che vede lo vede in modo semplificato. Nell’arte i Greci antichi aborrivano gli abbellimenti e ogni sorta di esagerazione. Nel suo ‘Epitaffio per Antioco’, Kavafis ha un verso per il suo personaggio, che gli si addice altrettanto bene: “fu ancora, quell’eccellentissimo: un greco”.

L’omosessualità non fu sbandierata. Lui stesso la definì amore “sterile e riprovato”. Eppure fondamentale per la sua arte poetica:  “L’atto della loro voluttà proibita/ si è compiuto…/ Però ne ha guadagnato la vita dell’artista./ Domani, posdomani, o dopo anni verranno scritti/i versi forti che da qui ebbero origine”.

‘Itaca’ è la poesia che meglio rispecchia il senso della vita: “Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga/fertile in avventure e in esperienze./I Lestrigoni e i Ciclopi/o la furia di Nettuno non temere,/non sarà questo il genere d’incontri/se il pensiero resta alto e un sentimento/fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo… Sempre devi avere in mente Itaca – /raggiungerla sia il pensiero costante./Soprattutto, non affrettare il viaggio;/fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio/metta piede sull’isola, tu, ricco/dei tesori accumulati per strada/senza aspettarti ricchezze da Itaca./Itaca ti ha dato il bel viaggio,/ senza di lei mai ti saresti messo/ in viaggio: che cos’altro ti aspetti?/E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso./Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso/già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

 

‘Ohio’ – Stephen Markley

(di Paolo Molinari) – Quattro amici, quattro ex compagni di scuola, si dirigono in una afosa notte estiva nella città che hanno lasciato dieci anni prima, attratti come delle falene dalla luce del Vicky’s, il caffè che li ha visti crescere. Ognuno porta dentro di sé un segreto, un pezzo del mistero più grande e ignoto a tutti. “Ohio” (Einaudi, 2020) si addentra in questo mistero, guidando il lettore attraverso le vite dei protagonisti, fra le strade e i boschi di New Canaan, ex centro industriale ora perso fra le migliaia di cittadine simili nella Rust Belt statunitense.

Ed è questa la forza del romanzo di Stephen Markley: la capacità di rendere il clima di decadimento economico, sociale, umano di questo pezzo d’America fra anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo, passando attraverso l’attacco alle Torri Gemelle e il conflitto in Afghanistan, fino alla crisi dei subprime e all’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. I protagonisti del racconto sono ragazzi e ragazze provenienti da condizioni diverse ma accomunati dalla disperata voglia di intravedere un futuro davanti a loro, ma imprigionati per sempre in quella città che non riescono mai veramente a lasciarsi alle spalle. “Quanti progetti aveva ancora, quanto era impaziente di cominciare”, dice il narratore con un lungo elenco di desideri che sanno già di rimpianto.

“Quante persone avrebbe toccato, quanti cuori avrebbe infranto. Voleva farsi dei tatuaggi strani e il piercing sulla parte alta dell’orecchio, sulla bocca e sui capezzoli; sfoggiare un trucco vistoso e collezionare strani abiti zingareschi; viaggiare come un petalo portato dal vento, farsi largo fra folle impiastrate di fangodi orge psichedeliche…Voleva superare di un balzo abissi enormi e convincerli altri a seguirla, trovarsi insieme ai suoi compagni senza più cibo, fiammiferi, mappe, acqua, e opinioni”.

 

‘Quando l’automobile uccise la cavalleria’ – Giorgio Caponetti

(di Andrea Nobili Tartaglia) – Ha già dieci anni ma non li dimostra: “Quando l’automobile uccise la cavalleria” di Giorgio Caponetti è un libro che non ha tempo e ha il sapore del Piemonte dalla prima all’ultima pagina e non appartiene a nessun ‘genere’. E’ un romanzo storico, è un romanzo biografico, è un romanzo ‘giallo’, offre uno spaccato storico quasi da saggio.

Nulla di più affascinante. La storia è quella di quattro cavalieri: Emanuele Cacherano di Bricherasio, Giovanni Agnelli, Federigo Caprilli e il nonno dell’autore. Quattro cavalieri legati dall’amicizia come il Conte di Bricherasio e Caprilli, l’ufficiale che ha inventato l’equitazione moderna, o dagli affari: il ‘Conte rosso’ (amico e protettore di Pelizza  da Volpedo e di Edmondo De Amicis) e Giovanni Agnelli. Il nonno dell’autore è voce narrante e protagonista.

I personaggi sono mossi tutti da passioni forti: per le donne, i cavalli, le auto, gli affari, la modernità.

Ambientato agli albori del Regno d’Italia, in un mondo che si stava globalizzando e modernizzando a una velocità altissima, il romanzo offre sapori di cucina antica e di un ‘piccolo mondo’ che non c’è più. Il racconto è per certi aspetti ‘esplosivo’. Tanto da meritare l’avvertenza dell’autore all’inizio: “Questo è un romanzo storico, cioè un’opera di pura fantasia…Molte delle persone che vivono nel romanzo sono vissute davvero, ma non è detto che abbiano fatto quello che fanno e pensano nel romanzo…Cosa sarà realtà? Cosa sarà finzione? Non lo so più nemmeno io” e una solida raccolta di cose note (cent’anni fa) e pubbliche, che aiutano a tenere i piedi per terra.

Federigo Caprilli ed Emanuele di Bricherasio sono legatissimi, condividono tutto per gli anni nella Cavalleria militare e il loro legame resterà saldo per tutta la vita.

Quello di Bricherasio con Agnelli, co-fondatore della F.I.A.T., si interrompe con l’uscita del Conte dalla nuova FIAT (senza i puntini) nata sulle ceneri del fallimento della prima. Agnelli supera con l’assoluzione un processo per aggiottaggio e bancarotta, e poi porta la Fabbrica di Torino alla conquista del mondo.

Il conte di Bricherasio muore di morte violenta, un presunto suicidio. Ma il fatto accade nella tenuta di Aglié dello zio del Re, il Duca di Genova e non viene avviata nessuna inchiesta. Tre anni dopo muore, a 39 anni, il capitano Caprilli, che si diceva fosse a conoscenza e in possesso di carte segrete dell’ex socio di Agnelli.

Per molti versi è un libro sorprendente, per altri sconcerta. Porta alla luce fatti storici, ma non li lega e non giudica. Le soluzioni possibili sono molte e la scittura è godibilissima, da leggere dalla prima all’ultima pagina.

‘Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani’ – Antonio Franchini

(di Francesco Palmieri) – Quest’anno ha fatto di necessità retorica, con l’imposizione di distanza e distanze ma con la presunzione che frattanto si decantino vantaggi e prodigi di Zoom, dei webinar, dei festival online. Che lo faccia qualcun altro, qui adesso io lettore voglio, amo e considero più ancora di prima i corpi, la loro presenza e i loro gesti senza farlocche realtà virtuali come i “pasti immaginari” dei bambini perduti in ‘Peter Pan’, talmente perduti da pensare che i loro piatti vuoti siano pieni. Ma offrire una torta su Twitter non esime dal passaggio in pasticceria. Non ci provate. Preferiamo problemi di digestione e vogliamo pure pagarli con euro di carta.

Contro il rischio che quest’emergenza pandemica trascorra nella normalità di domani, la lettura può aiutare come vaccino per la mente. Non c’è bisogno della Pfizer ma di belle storie che raccontino di corpi e dell’immensa bellezza che un gesto perfetto, ma anche uno sbagliato se descritto nell’essenza, può esprimere generando, dalla carne, nuova letteratura. La lotta, la canoa, l’arrampicata, la tauromachia (e non solo) animano le storie di ‘Il vecchio lottatore e altri racconti postemingueiani’ di Antonio Franchini (NN Editore, 256 pagine, 17 euro).

Sudore, sangue, pietra, acqua da cui sprigionano passioni, nostalgie profondissime, allegrie per le minute riuscite di una tecnica subito evaporata. In palestra. Sulla roccia. Sulla pagina. Una frase o una suerte o una presa dell’avversario a terra. E adesso più di prima se uno va su canoa lo fa come questo personaggio che viveva “tra le presenze e i fantasmi, ma i fantasmi cominciavano a pesare quasi quanto le presenze e più pesavano i fantasmi più la vita si svuotava. Forse per questo il fiume era deserto in un giorno meraviglioso d’estate, perché i suoi fantasmi s’erano dati convegno per scortarlo eclissando i vivi in una parentesi di luce”.

C’è in ogni sfida di un’arte del corpo, come nella ricerca di una frase impeccabile o di una partitura dove ogni accordo e nota stanno proprio là, dove devono stare, c’è una sottile nostalgia della morte e una vittoria temporanea della vita. C’è in Evan Tanner, fighter americano che si smarrì definitivamente nel deserto per “perseguire un avventuroso progetto di luce e poi, di colpo, entra nella zona d’ombra”. C’è in Gualtiero Zanon, che s’ostinava a pescare le trote fario in Carnia e si perse per sempre in una pozza del Tagliamento. C’è in Sergio Altieri, Roberto Bonelli e in tutti i personaggi che, grazie a Franchini, rivivono per visitarci ma sarebbero forse ancora vivi – e senza un racconto – se le rocce i deserti le acque fossero stati fuffa virtuale. Roba da Zoom. Piatti vuoti e torte di Twitter si digeriscono senza bisogno di stomaco.

Un lettore però, quando non indossa i guanti del critico, deve battere sulla tastiera tutte le cose come stanno, per cui ammetto che qui parlo di Franchini anche per altri tre motivi: una cena con lui e un aficionado di tori è finita in un suo racconto dove sono stato raccontato; sono come lui un vecchio praticante di arti marziali e come lui, ma peggio, ne scrivo; vengo dalla stessa città e generazione sua e di Giancarlo Siani, cui Franchini dedicò un libro straordinario intitolato ‘L’abusivo’. Leggete anche quello avendo tempo, in questo mondo dove “abusivi” non ce ne sono forse più, ma in cui siamo diventati quasi tutti così precari.

P.S.: Hemingway avrebbe scritto ‘Il vecchio e il mare’ se avesse pescato marlin virtuali navigando su Google?

‘Le affinità elettive’ – Wolfang Goethe

(di Ivana Pisciotta) – Diceva Umberto Eco che la rilettura dei classici allunga la vita, e aiuta a capire meglio noi stessi. Non c’è dubbio per me che siano gli unici libri a rivelarci concetti sempre nuovi e a darci spunti inediti su cui riflettere. Quest’anno l’avevano consigliato tra le letture estive, alla classe di mio figlio liceale e me lo sono ritrovato davanti: non potevo ignorarlo perché ricordo che tempo fa mi regalò tanto. E così, complice una lunga notte insonne durante il lockdown, mi sono divorata uno dei grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi, “Le affinità elettive”, di Wolfang Goethe.

Chi non l’ha mai letto potrebbe liquidarlo come il “solito” romanzo d’amore ma chi lo conosce bene sa che non è così. E’ una storia dalla quale traspare piuttosto un forte cinismo e un certo disincanto che – specie negli affari di cuore – a volte ci “salva”. Partiamo dal concetto-base, le affinità elettive. Goethe trasse questo concetto dallo scritto del chimico svedese Bergman, il quale era ricorso all’uso della definizione latina “adtractio electiva”, per chiarire mediante quali modalità avviene la composizione della materia.

È un principio scientifico per il quale gli elementi di certe molecole si disgregano e si associano ad altri. In particolare, due elementi tra loro congiunti, si dividono quando subiscono l’attrazione di due altri elementi, dotati di maggior affinita’: in pratica, ci spiega, “incontrandosi, subito si compenetrano e si influenzano reciprocamente”. Un concetto che per Goethe può essere perfettamente applicato al mondo dei sentimenti, convinto del fatto che l’ineluttabilità di certe attrazioni soggette a leggi naturali siano valide anche per i rapporti umani. Rappresentano cioé anche da un punto di vista scientifico, passioni irrefrenabili che determinano il destino di chi le vive, moti dell’anima contro cui nulla possono la ragione, l’intelligenza, la cultura se non assoggettarli, in qualche caso, al rispetto delle regole sociali.

In questo senso, Goethe nel raccontarci la storia di una coppia che “scoppia” quando incontra un amico e la nipote di lui va oltre e ci racconta anche l’eterno conflitto tra  passione e senso del dovere, tra estetica ed etica, tra senso di colpa (come ad esempio Ottilie) ed esibizionismo (come non pensare ad Eduard?). Pur non entrando così nello specifico, ma soltanto raccontandoci una storia, Goethe scava nella psiche umana e ci scioglie anche il perenne interrogativo sulla differenza tra i due ‘stati’: l’innamoramento (inteso come fase illusionale o sorta di stratagemma cui la mente ricorre per produrre relazioni) e l’amore che subentra in un secondo momento, e che è definito proprio dal fatto che il sentimento persiste nonostante la consapevolezza piena dei difetti e dei limiti dell’altro. Capito questo concetto, lo scrittore ci conduce per mano ad un altro, quello dell’affinità elettiva che, viceversa, è una circostanza eccezionale, che si sottrae ad ogni tentativo di analisi psicologica.

Essa è caratterizzata dall’incontro di due soggettività tra le quali si stabilisce repentinamente una sintonia totale, che investe il corpo non meno dell’anima. Una sintonia che non implica né l’identità dei soggetti né la loro complementarietà, e che prorompe, per alcuni aspetti significativi, nel modo di sentire, di pensare e di agire. Sono insomma due mondi di esperienza che vibrano all’unisono e pertanto realizzano, tra loro, un’intimità che non può essere espressa dalle parole: un’intimità viscerale, le cui radici affondano nell’inconscio. In amicizia è lo stesso, fatti salvi i tabù sessuali…almeno crediamo, o quantomeno ci piace crederlo.

 

‘La rivelazione greca’ – Simone Weil

(di Carmelo Rapisarda) – Mentre l’Europa sprofondava nella tenebra della seconda guerra mondiale, Simone Weil cercava luce nella classicità e trovava nutrimento per il suo pensiero nel pozzo inesauribile della cultura greca. Questa riflessione incessante sulle opere di Omero, Sofocle, Eraclito, e Platone sopra tutti, ha animato una produzione di scritti, per la prima volta raccolti da Adelphi sotto un titolo unificante, che non è dell’autrice ma che forse non le sarebbe dispiaciuto: “La rivelazione greca”. Il libro tiene fede a quello che il titolo promette. Non solo perché è una rivelazione nel senso religioso quella che la tensione mistica di Simone Weil scopre nei poeti e nei pensatori greci, ma anche perché rivela al lettore bagliori nascosti tra le parole di quei grandi.

C’è una coerenza, nel ragionamento della filosofa francese, che dà sistema alle sue divagazioni e ne fa una lettura affascinante: Simone Weil vuole scoprire, e scopre, le radici del cristianesimo nel pensiero greco. E lo fa illuminando e collegando passi e frammenti dei classici con una partecipazione insieme lucida e commossa, che colpisce in profondità anche un non credente. Nella sua visione, Platone è un mistico che nei Dialoghi altro non ha fatto se non illustrare i Misteri Eleusini, cuore iniziatico della religiosità ateniese di cui pochissimo sappiamo. Basterebbe questo per accendere una fiammata di curiosità.

Ma Simone Weil raggiunge ben altra vertigine. Citare è difficile e poco significativo, come un secchio d’acqua presa da un fiume non potrebbe rappresentarne la vastità e la potenza. Ma ecco un esempio: “Platone ha detto che l’Anima del mondo, il Figlio unico, è un Dio felice, conosciuto e amato lui stesso da se stesso. In altre parole, ha in sé la vita beata della Trinità”, ma Platone “fa apparire quello stesso Dio lacerato. E’ il rapporto con lo spazio e con il tempo a costruire questa lacerazione, che è già una sorta di Passione.

Anche San Giovanni nell’Apocalisse parla dell’Agnello sgozzato sin dalla costituzione del mondo”. E dal ‘Timeo’ platonico, Simone Weil estrae il simbolo designato dal filosofo per l’Anima del mondo: la lettera greca X. Ovvero, una croce, come quella del Cristo. Inutile aggiungere di più, se non sottolineare, con le parole di Simone Weil, che questi antichi testi “sono così umani che ancora oggi ci toccano da vicino e possono interessare tutti. Sarebbero anzi molto più toccanti per la gente comune, per coloro che sanno cos’è lottare e soffrire, piuttosto che per chi ha passato la vita tra le quattro mura di una biblioteca”.

 

‘Helgoland’ – Carlo Rovelli

(di Arcangelo Rociola) – Se cerchiamo Helgoland su un motore di ricerca, la prima informazione che otteniamo è che si tratta di un’isola tedesca nella parte sud-orientale del Mare del Nord. La seconda è che è stata teatro della più grande esplosione non nucleare della storia. 18 aprile 1947. Settemila tonnellate di tritolo piazzato dall’esercito britannico la rasero al suolo per smantellarne le fortificazioni costruite dall’esercito tedesco. Helgoland era stata scelta da Hitler come base per le operazioni militari nell’Atlantico. Una spina nel fianco per la Royal Navy, che per anni provò inutilmente a espugnarla. Quando ci riuscì i vertici militari decisero di ridurla in polvere. Tra i primissimi collegamenti ci sono anche decine di video girati quel giorno. 

Ventidue anni prima di quell’esplosione, sulla scogliera di arenaria di Helgoland, Werner Heisemberg (1901-1976)  ha dato il via alla più radicale rivoluzione scientifica di ogni tempo: la fisica dei quanti. Aveva 23 anni. Helgoland (Adelphi 2020, pp. 227, 15 euro) è il libro con cui il fisico Carlo Rovelli racconta la storia di quell’intuizione. Ne spiega passo dopo passo l’origine, gli effetti, i misteri che ancora oggi si porta dietro, gli eccessi vertiginosi del pensiero che ha causato a chiunque abbia provato a percorrerne l’impianto teorico portandolo alle sue estreme conseguenze.

È su quella teoria che oggi si basa la comprensione umana del mondo fisico. E da quella teoria non può prescindere chiunque sia curioso di sapere come è fatto il mondo in cui viviamo. Helgoland di Rovelli ha il merito di farlo capire anche a chi non ha mai masticato nulla di fisica quantistica. Di più. Helgoland ci rende partecipi del grande ‘stordimento’ che colse Heisemberg all’alba del 7 giugno 1945 quando, seduto su una roccia di arenaria a picco sul mare, intuì che per spiegare le incredibili capacità predittive sul comportamento degli elementi chimici delle teorie del suo maestro Niels Bohr, bisognava cambiare alla radice il modo in cui intendiamo il mondo, gli atomi, le loro proprietà. Scioglierne gli elementi costitutivi in una serie infinita di relazioni. Sfogliandone le pagine, possiamo immaginare la solidità del mondo ‘fatto di cose’ disgregarsi con coerenza scientifica davanti agli occhi del giovane Heisemberg e infrangersi in un gioco infinito di specchi, di relazioni. Un altro genere di esplosione, più devastante di settemila tonnellate di tritolo. 

In pochi hanno avuto la possibilità di studiare la fisica dei quanti durante il proprio percorso di studi. Molti (come chi scrive) hanno studiato al liceo la fisica classica: la materia si muove nello spazio, ha qualità primarie, e su di essa si basa il gioco delle combinazioni e delle relazioni degli ‘oggetti’ nel mondo. Nel migliore dei casi a Heisemberg solo un accenno che spesso suonava così: il teorico del principio di indeterminazione delle particelle elementari.

Per chi scrive, quel principio ha sempre rappresentato un’ombra inquietante che si è portato dietro fino alla tesi di laurea. Che vuol dire che, a un’osservazione più profonda, è impossibile determinare le proprietà di una particella? Che la particella ‘cambia’ la sua posizione se noi la osserviamo? Che si ‘relaziona’ a noi e ‘agisce’ di conseguenza? Che effetto ha questa ‘indeterminatezza’ del mondo sulle teorie che lo hanno raccontato, sui duemilacinquecento anni di sistemi filosofici, sul dualismo mente-corpo, sul materialismo, sulle teorie critiche che dal materialismo hanno preso vita? 

In Helgoland Rovelli spiega come il lavoro di Heisemberg e la fisica quantistica ci abbiano tolto ‘l’appoggio’ della materia sciogliendola in un sistema di relazioni; come abbiano lasciato la nostra comprensione del mondo senza un appoggio, senza il ‘tassello ultimo’, senza però perdere il rigore del ragionamento scientifico. Certo, il mondo là fuori continua a funzionare con le stesse regole di prima.

D’altro canto se nel 2020 continuiamo a dire che il Sole ‘sorge’ e ‘tramonta’ infischiandocene dell’eliocentrismo di Niccolò Copernico (1473-1543), figuriamoci quanto l’indeterminazione dell’atomo e un mondo di non materia possa cambiarci la vita. Ma se si è disposti a seguire Rovelli, il testo è un modo per confrontarsi con le grandi domande teoriche del nostro tempo, la potenza di fuoco della fisica dei quanti, le inquietudini riflesse sulla speculazione filosofica che da quei principi prova a elaborare ragionamenti. Domande ancora apertissime. Per me un gradito ritorno a casa. Con qualche spiegazione e molti punti di domanda in più.  

 

‘Sette brevi lezioni di fisica’ – Carlo Rovelli

(di Giampaolo Roidi) – La Natura si sta comportando con noi come quell’anziano rabbino da cui erano andati due uomini per dirimere una contesa, scrive Carlo Rovelli in “Sette brevi lezioni di fisica”. Ascoltato il primo, il rabbino dice: “Hai ragione”. Il secondo insiste per essere ascoltato , il rabbino lo ascolta e gli dice: “Hai ragione anche tu”. Allora la moglie del rabbino, che orecchiava da un’altra stanza, urla: “Ma non possono avere ragione entrambi”. Il rabbino ci pensa, annuisce, e conclude: “Anche tu hai ragione”.

Siamo all’inizio della quinta lezione e il paradosso serve a introdurre il dilemma che impegna da un centinaio di anni le migliori menti della Fisica mondiale, tutti figli o nipoti di Einstein, Heisenberg e Bohr: trovare una sintesi sostenibile tra le due grandi tesi del secolo scorso, la relatività generale e la meccanica quantistica. Carlo Rovelli è un personaggio ormai noto al grande pubblico, per i sui studi e di alcune apparizioni televisive che continuano a rimbalzare sul web. Fisico teorico, membro dell’Institut universitarie de France e dell’Académie internationale de philosophie des sciences, autore di numerosi libri divulgativi sulla ‘struttura elementare delle cose’ e l”ordine del tempo’, Rovelli è un ‘filosofo cercatore’, che riesce a farsi capire da tutti quando racconta di fotoni e neutrini, di coscienza e pensiero, riuscendo a dimostrare senza sforzo che sono intrinsecamente parte dello stesso corpo, il nostro, e della medesima casa, la natura.

“Sette brevi lezioni di fisica”, pubblicato nel 2014 dalla Piccola Biblioteca Adeplhi, è uno di quei libri che dovrebbero trovare posto sui comodini di chiunque, dai 16 anni in su, nei taschini di giacche e zainetti (85 pagine in formato smartphone, si può fare) per essere contemplato spesso, al posto del telefonino, diabolico diapason delle nostre esistenze inutilmente sempre connesse. È la settima lezione quella che ho riletto spesso, anche in questo 2020, nel tentativo di dare un senso – storico e spirituale – a questa fase di paura e precarietà.

Il titolo è “In chiusura: noi”. “Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offre la fisica contemporanea?”, si chiede il professore. “Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco a incastri di spazio e particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Ma allora da dove viene quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persona che prova ciascuno di noi? Allora cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro stesso sapere? Cosa siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?”.

Rovelli prima dice di non poter nemmeno immaginare di offrire una risposta a questa domanda difficile in queste pagine semplici. Poi in realtà ci prova e forse ci riesce, senza nulla togliere al mistero ultimo della vita. Da ateo gentile e appassionato studioso delle più remote relazioni tra le cose, Rovelli riesce a descrivere l’essenza della vita umana, parlando di particelle elementari. “Una manciata di tipi di particelle elementari, che vibrano e fluttuano in continuazione fra l’esistere e il non esistere, pullulano nello spazio anche quando sembra non ci sia nulla, si combinano assieme all’infinito come le 20 lettere di un alfabeto cosmico per raccontare l’immensa storia delle galassie, delle stelle innumerevoli, dei raggi cosmici, della luce del sole, delle montagne, dei boschi, dei campi di grano, dei sorrisi dei ragazzi alle feste. E del cielo nero e stellato la notte”.  

 

‘Extreme cuisine’ – Jerry Hopkins

(di Francesco Russo) – Come viene macellato un cane? In quanti possibili modi può essere cucinato un coccodrillo? Quali sono le larve di insetti più nutrienti e che sapore hanno? È possibile sopravvivere mangiando per giorni solo corteccia? E ingerire feci umane è davvero così dannoso? Le risposte a queste e tante altre domande si trovano in un volume scritto nel 2012 da una storica firma della vecchia guardia di Rolling Stone, scomparsa lo scorso giugno. Biografo ufficiale dei Doors e compagno di bagordi di tante rockstar, Hopkins, sopraggiunta la terza età, cambiò vita, sposò una thailandese e si trasferì con lei in una remota campagna del Sud Est asiatico, terra dove avrebbe imparato come i tabù alimentari siano solo una questione culturale.

La lettura di ‘Extreme Cuisine’ non è consigliata agli stomaci deboli e farà deglutire a vuoto anche i gourmet di frattaglie più tosti. Perché una cosa è pasteggiare con trippa e andouillette, un’altra è bere un distillato di pene di foca per dimostrare ai propri commensali cinesi la propria virilità o sbafarsi un balut, leccornia filippina che consiste in un uovo di anatra con dentro l’embrione quasi del tutto formato e pare faccia miracoli per la libido.

Ogni fonte di proteine è buona, spiega Hopkins, la cui trattazione copre per lo più specie animali il cui consumo è considerato disgustoso o abominevole nello schifiltoso Occidente. Se c’è un obiettivo polemico non sono quindi i vegetariani bensì quelli che l’autore definisce ‘bunny huggers’, gli “abbraccia-conigli”, coloro per i quali cibarsi di una lepre è un terrificante delitto ma non lo è farsi un panino al prosciutto, per quanto il maiale sia, come è noto, bestia intelligente e capace di empatia come e più del gatto (ottimo in salmì).

Due gli unici appunti da muovere a una lettura altrimenti godibilissima. Il “gusto acquisito” non è una legge ferrea come sostenuto da Hopkins. Per esempio, la ‘Marmite’, la crema spalmabile di lievito tanto amata dagli inglesi, non risulta necessariamente ripugnante a chi è nato fuori dal Regno Unito. In secondo luogo, un lettore sardo non potrà che trovare inaccettabile la mancata menzione del ‘casu marzu’, prelibatezza isolana che nelle tante liste su internet dei “dieci cibi più disgustosi al mondo” è comune trovare al secondo posto, subito dopo il summenzionato balut.

 

‘Leonardo Da Vinci, artista, scienziato filosofo’ – Serge Bramly

(di Davide Sarsini) – Un genio eclettico e straripante, quanto misterioso: così è sempre apparso Leonardo da Vinci. Come disse di lui Paul Valery nel 1894, ciò che resta di un uomo sono i sogni che leghiamo al suo nome. E neppure le recenti celebrazioni del 2019 per i 500 anni dalla scomparsa hanno squarciato questo velo attorno alla sua figura, anzi più si scava e più cresce il mistero, proprio come accade con le 5 mila pagine di appunti dei suoi Codici.

Così, quando uscendo dalla mostra di Raffaello nella libreria delle Scuderie del Quirinale mi sono imbattuto nella biografia “Leonardo da Vinci, artista, scienziato filosofo”, ho deciso di provare ad approfondire la sua vita, di cui sapevo molto poco. L’autore Serge Bramly ha dedicato sei anni a studiare i manoscritti del genio toscano, le sue opere d’arte, e a visitare i luoghi della sua vita.

Scritto nel 1981 e pubblicato in Italia da Oscar Mondadori, il libro resta una lettura fondamentale per capire Leonardo, nonostante continuino ancora ad affiorare nuovi manoscritti e studi. E’ un testo che porta dentro la sua vita, fin dall’infanzia di figlio illegittimo di un notaio che lo avrebbe costretto a dedicarsi inizialmente alle ‘arti minori’. Ma soprattutto, dall’apprendistato dal Verrocchio all’esperienza milanese, Bramly scava nella mente di Leonardo, nelle sue aspirazioni, nel suo modo di porsi verso l’arte e la scienza, verso amici e committenti, colleghi e amanti, e riesce a scalfirne l’enigma pur senza mai poter offrire risposte definitive. La forza del libro sta proprio nel mettere alcuni punti fermi per poi riconoscere le tante cose su cui possiamo al massimo azzardare interpretazioni più o meno affidabili.

Vengono scandagliati anche i lati meno noti di Leonardo, come i rapporti con la madre o l’interesse per l’occultismo e l’esoterismo che lo avvicina alla massoneria. Bramly segue le orme del grande genio rinascimentale dalla nascita fino alla morte in Francia  mentre era al servizio del di Francesco I di Valois, tra le cui braccia sarebbe spirato. Un cerchio che si chiude: Francesco I era figlio di Luisa di Savoia, sorella di Filiberta di Savoia e moglie di Giuliano de’ Medici, il mecenate che permise a Leonardo di liberare il suo genio.

 

‘Ventuno giorni per rinascere’ – Franco Berrino

(di Roberta Secci) – Onnivora e vorace lettrice – temo sia una vera dipendenza – ho faticato a selezionare uno da raccomandare fra i 90 libri divorati nel 2020, anno di elaborazione di lutti, silenzi e isolamento. Ognuno è stato un’esperienza, in quasi tutti ho cercato svago e intrattenimento, pochi mi hanno davvero lasciato il segno. Ho scelto quello che mi ha nutrito di più nei giorni del confinamento. In quei mesi il frenetico lavoro di giornalista d’agenzia è diventato (se possibile) ancora più incalzante e per concedermi il lusso della lettura m’imponevo la sveglia poco prima dell’alba.

“Ventuno giorni per rinascere” si apre con un ‘Inno al sole’ e, in effetti, è come una luce, anche per chi già conosce (e pratica) i sentieri che propone: cibo sano e genuino, abbinato a un’accorta dieta ‘emozionale’, il silenzio vivo della meditazione, l’attività fisica costante ma nel rispetto del proprio corpo. Accettare la sfida del cambiamento lanciata dai tre autori è una delle avventure più stimolanti, intense e intime che si possano immaginare, mentre tutto attorno il Covid, e la nostra reazione alla pandemia, sgretolano abitudini e false certezze.

Quando l’ho cominciato, non sapevo che l’idea del libro fosse stata concepita, anni fa, nella mia Sardegna, ma sarebbe stato un altro buon motivo per immergersi nel viaggio di cui Berrino, Lumera e Mariani delineano una mirabile mappa. Ogni capitolo è un incoraggiamento a scorgere e a ritrovare la versione migliore di sé. E no, non lasciatevi fuorviare dal sottotitolo ‘Il percorso che ringiovanisce corpo e mente’. Davvero riduttivo. I più determinati e impavidi, alla fine dei 21 giorni, rischiano di scoprire molto di più. Per esempio, che Lumera potrebbe aver ragione quando scrive: “Siamo condannati alla felicità. Stiamo solo resistendo”.

 

“The Road” – Cormac McCarthy

(di Mario Sechi) – È stato un anno di (ri)letture, passioni scoperte, una partita a scacchi con il destino per comprare il sempre dissipato tempo, la letteratura della vita. Un solo libro che inghirlanda tutte le pagine degli altri, il calendario delle occasioni perse e consumate in fretta. Allora, se questa è la prova, quest’anno che sta sgocciolando via è il rumore del setaccio tra le pagine di “The Road”, la ricerca ipnotica del senso ultimo delle cose nel ritmo di un libro del 2006 di Cormac McCarthy, la pepita sempre (ri)trovata in una scrittura che è il piombo degli alchimisti che si trasforma nell’oro di un Premio Pulitzer. 

“The Road” è il romanzo dell’ingresso nella fine del mondo. Siamo negli Stati Uniti, il tempo è una clessidra senza sabbia, la civiltà industriale è scomparsa, stanno scorrendo i titoli di coda sulla vita dell’uomo sulla Terra, fiamme e cenere. “The Road” è la catastrofe senza più parola (siamo in un post-tutto, non conosciamo la scintilla, la bomba atomica, un asteroide, si vede solo l’ombra del male infinito e indefinito), è il sinistro ruggito dell’uomo che mangia l’uomo, si vedono la morte degli alberi e il cielo di piombo, non si sente più il canto degli uccelli, il sapore del latte è un ricordo antico, l’acqua è il bene più raro e prezioso. Un uomo e il suo bambino sono in viaggio verso nessun dove. Dialogo e flusso di coscienza, Dostoevsky e Melville, poesia che s’intreccia tra i rovi della prosa, siamo nella prateria della grande letteratura americana. Nel 2020 scorticato dal coronavirus “The Road” non è una lettura d’evasione, ma d’immersione, non è una distrazione, ma un’operazione per chi ama la profondità, il fascino e lo spavento dell’abisso.

“The Road” è la strada degli orrori e degli errori, quella dove la mamma sceglie la fuga e va incontro alla morte certa, il cammino dove il padre si spegne come un leone stanco, con i polmoni consumati (perché l’inizio e la fine sono il respiro), fino a quando lui, il bambino, trova il sentiero del domani con altri sopravvissuti. La speranza. Siamo in un viaggio al termine della notte, con l’oceano della parola che sbatte furiosamente le imposte, il disordine (e il nuovo ordine) del virus è anticipato dalla letteratura, dalla parola che spalanca i cancelli della storia, perché il presente arriva sempre dopo il romanzo. Siamo sulla strada, stringiamo una mano, è quella di chi amiamo.

 

‘Il figlio’ – Philipp Meyer

(di Gianni Solinas) – Una storia di terre da conquistare e difendere, di mandriani e Comanche, di scorrerie e vendette, di petrolio e sangue. Una storia americana, quella raccontata da Philipp Meyer nel suo ultimo romanzo. ‘Il figlio’ ripercorre tre generazioni di una famiglia del Texas, i McCullough, attraverso altrettante voci narranti che si susseguono senza un ordine temporale, ma con una tensione costante. La figura del capostipite Eli, che tutti chiamano ‘Il colonnello’, forgiato dalla dura vita tra i pellerossa che lo avevano rapito quando era un ragazzo, domina la famiglia con spietata determinazione.

Il tormentato figlio Peter non condivide il crudele approccio paterno alla vita, roso dal senso di colpa e dall’incapacità di invertire una storia familiare ‘marchiata’ da una ignobile violenza. La ribelle e geniale pronipote del ‘colonnello’, Anne, che intuisce le potenzialità dell’oro nero ed è per questo destinata a cambiare la storia dei McCullough: dalle vacche ai pozzi di petrolio, ma comunque verso un destino di sconfitta. Su tutto aleggia la necessità della terra, l’imperativo di averne sempre di più, ad ogni costo. Anche al prezzo della vita di quelli che una volta furono amici, dei vicini di pascolo, dei messicani un tempo padroni e ora sottomessi.

Nell’incipit l’annuncio del tramonto: “Mi hanno profetizzato che sarei vissuto fino a cent’anni – dice il Colonnello inchiodato nel suo letto di morte – e siccome li ho compiuti non vedo perché dovrei dubitarne. Non morirò da cristiano, ma il mio scalpo è intatto e se esiste un terreno di caccia eterno, lì sono diretto”. Nell’anziano texano l’anima comanche ha il sopravvento nel momento finale. Così come nelle ultime pagine emerge il rimpianto per la fine di un popolo che lo ha cresciuto tra giovani squaw, pony e bisonti nelle praterie sterminate e tra le montagne inespugnabili. ‘Il figlio’ si chiude con Eli che ricorda un bambino Comanche lasciato vivo, come ‘testimone’, dopo il massacro della sua tribù: “Ci aveva seguito con il suo arco – per venti miglia era stato al passo con degli uomini a cavallo – per venti miglia aveva corso incontro alla morte. Oggi un bambino così varrebbe mille uomini”. 

 

‘Grammatica della fantasia’ – Gianni Rodari

 (di Gaia Vendettuoli) – Cinque buoni motivi per leggere (o rileggere) la ‘Grammatica della fantasia’ di Gianni Rodari. Il primo è il più ovvio: essere genitori e voler dare all’immaginazione il suo posto nell’educazione dei nostri figli, ma anche rivendicare lo spazio che la fantasia deve avere nella vita di ciascuno di noi. Il 2020, l’anno che sarà ricordato come quello in cui abbiamo trascorso più tempo in casa, è stata l’occasione perfetta per risfogliare e sperimentare l’”Introduzione all’arte di inventare storie”.

La seconda ragione si chiama – non a caso – “Viaggio intorno a casa mia”. Ovvero, giocare con le cose e con i loro nomi serve a conoscerle meglio. Ma anche a trasformarle in qualcos’altro assegnando all’oggetto del gioco i ruoli più impensati. Il risultato è “un libero vagabondaggio tra molte storie, sparso di oggetti che vengono presi, lasciati, ripresi, perduti”. Il terzo pretesto per rileggere  il prezioso ‘libretto’ (così lo definisce l’autore) è il ‘binomio fantastico’.  Che si forma quando ”le parole non sono prese nel loro significato quotidiano, ma liberate dalle catene verbali di cui fanno parte quotidianamente”. Gettare due parole l’una contro l’altra in un cielo mai visto prima può essere un’esperienza davvero liberatoria. Provare per credere.

Poi c’è il “Che cosa succederebbe se…”, un divertentissimo quarto motivo. Le ipotesi sono reti, suggerisce Rodari: “Tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi”. Che cosa succederebbe se un uomo si risvegliasse trasformato in uno scarafaggio? La risposta di Franz Kafka è nota ai più. Ma è solo una delle tante. Quella delle “ipotesi fantastiche” è una tecnica semplicissima: per formulare la domanda si scelgono a caso un soggetto e un predicato. La storia può iniziare. Ma può anche finire – ed è la quinta ragione – con il “Che cosa accadde dopo”. Anche a fiaba finita c’è sempre la possibilità di un ‘dopo’. Lo stesso giorno in cui Pinocchio diventa un bambino vero, Geppetto si ricorda improvvisamente  di aver visto nelle viscere del pescecane un tesoro nascosto…  

 

‘Il mistero Arnolfini’ – Jean Philippe Postel

(di Francesca Venturi) – Gli Arnolfini sono una coppia di sposi del Quindicesimo secolo, ritratta a Bruges nel 1434 dal grandissimo pittore fiammingo Jan Van Eyck in un memorabile quadro esposto, per le secolari vicissitudini che capitano ai capolavori, alla National Gallery di Londra. Prima di varcare la Manica, aveva viaggiato per tutta Europa passando anche per le sontuose sale della corte imperiale di Madrid e da Bruxelles, dove era invece era stato per un periodo appeso nella più modesta casa provvisoria di un ufficiale inglese ferito nella vittoriosa battaglia di Waterloo. 

L’espressione dei volti degli elegantissimi sposi, ritratti in piedi in una elegante stanza da letto, è impenetrabile, sono serissimi così come lo sono tutti i personaggi ritratti all’epoca, soprattutto quando vivevano nel Nord Europa. Le loro mani sono unite ma gli sguardi non si incrociano e dietro di loro, in un piccolo specchio rotondo e convesso, sono riflesse le immagini della stanza. Ma, a ben guardare, c’è qualcosa che non torna: lo specchio non riflette la stessa immagine che abbiamo di fronte. Ci sono un paio di figure in più, gli osservatori, ma soprattutto manca qualcosa. 

A partire da questo misterioso e famosissimo dipinto, fra i più osservati della ricchissima collezione del museo londinese, l’ex medico francese Jean-Philippe Postel ha costruito un racconto che si legge tutto di un fiato come un thriller, con rivelazione finale.  Il mistero Arnolfini è stato pubblicato in italiano nel 2017 dall’editore Skira con la prefazione dello scrittore francese Daniel Pennac.

Visto da milioni di persone nel palazzo di Trafalgar square da quando vi fu esposto, nel 1843, un alone di mistero circonda il quadro fin da quando fu dipinto. Nei secoli sono state fatte diverse ipotesi su chi fossero i due sposi (non è certo che si trattasse davvero del mercante di origine toscana e della sua prima moglie, come deciso al momento dell’arrivo a Londra), e su quali fossero i messaggi occulti che il pittore voleva comunicare con tanti particolari riprodotti con minuziosità, la finestra, il letto con baldacchino, le ciabattine di legno in disordine, il candelabro, luci, ombre. E ancora i volti dei protagonisti, il ventre prominente della giovane donna vestita di verde, in evidente attesa di un bambino, il cagnolino davanti agli sposi.  

Postel ha praticato per molti anni la sua professione di medico nei dintorni di Parigi e solo recentemente, da pensionato, si è potuto dedicare alla sua passione per la pittura antica. Per scrivere il libro, dice di avere “applicato il metodo dell’osservazione clinica a un’opera pittorica”. Ha quindi trascorso molto tempo nella sala 56 della National Gallery, dotato di lente di ingrandimento in attesa di utilizzarla quando finalmente gli  altri visitatori si diradavano, di solito verso sera. E’ bene, per godere appieno della lettura delle 128 pagine del Mistero Arnolfini, attrezzarsi con una una bella riproduzione a colori del quadro da guardare e riguardare, magari con la lente come Postel.  E poi, magari, tornare a vedere il meraviglioso originale a Londra.

 

‘Memorie d’una ragazza perbene’ – Simone De Beauvoir

(di Simona Zappulla) Un inno alla libertà. Potrei sintetizzare così il senso di questo libro per me. ‘Memorie d’una ragazza perbene’ di Simone de Beauvoir, scrittrice francese considerata madre del femminismo. Ma questo non deve essere fuorviante. Io non sono femminista, almeno non nel senso ‘storico’ del termine.

Mi sono imbattuta in questo libro in pieno lockdown da pandemia, un periodo particolare dove la casa era l’unico ambiente frequentato. E alla soglia dei 50 anni ho iniziato, senza troppe aspettative confesso, a leggere un libro considerato un classico, che però io avevo maldestramente ignorato nel mio percorso giovanile di letture, così onnivoro e casuale. Ho preso in mano la sempre carezzevole edizione Einaudi grazie al consiglio di un’amica che tempo fa mi disse “tu devi assolutamente leggerlo, non puoi non averlo letto”. Aveva ragione. 

‘Memorie d’una ragazza perbene’ è in realtà una biografia – genere che non prediligo – il primo libro di 4 che percorrono la vita della scrittrice. Simone, nata a Parigi nel 1908, racconta i suoi primi 20 anni nella Francia di inizio ‘900 quando la donna era ‘trasparente’, la massima aspirazione era il matrimonio e lei era quasi sempre l’ombra sbiadita di un lui. E così Simone racconta l’infanzia e l’adolescenza con penna accurata e sciolta: un’educazione cattolica da cui poi si allontanerà, figlia diligente che inizia a vivere sui passi disegnati per lei dalla sua famiglia, come sempre accadeva e come spesso accade ancora adesso, ma che poi con ‘strappi’, errori e tentennamenti, conquista la forza di capire di essere diversa; non ha l’aspirazione al matrimonio e neanche alla maternità, ha una forte autodeterminazione, capisce cosa le piace e trova il coraggio di rincorrere i suoi sogni di scrittrice. Una miriade di racconti sinceri di esperienze che, senza filtri, narra di una fame di vita piena di entusiasmo e allegria, ma anche di sbagli e passi falsi. Come fai a non ritrovarci parte di te stessa?

Quando da giovanissima provi tutto, assetata di vita, ma non sai ancora chi sei veramente e dove stai andando. Ecco, questo libro – un capolavoro a mio parere – mi ha conquistato non solo perché scritto meravigliosamente bene con parole che si rincorrono veloci e si lasciano leggere con facilità. Ma soprattutto per il messaggio forte, potente, non solo per ogni donna ma per chiunque di noi, donne e uomini, esseri umani.  

Inno alla libertà nel senso più alto che non si traduce nella banalità del poter fare ogni cosa che desideri, ma che significa rispettare te stessa e le tue attitudini senza farti condizionare dalle aspettative altrui e della società che imprime sempre il suo ritmo ‘di massa’ alla quale, non sempre, si riesce a sfuggire per ritagliarsi il proprio spazio. Un inno alla propria autonomia ma anche, soprattutto, al rispetto di tutti.  
Simone alla fine di questo primo libro incontra Jean-Paul Sartre (poi nel secondo volume, ‘L’età forte’, ne parlerà abbondantemente) che sarà l’uomo della sua vita ma che non ha mai voluto sposare pur condividendo con lui moltissimo tra pensiero filosofico, impegno politico, viaggi, avventure, complicità e pure divertimento.

Una donna svincolata dai soliti cliché femminili che ha molto da insegnare e che ogni giovane donna dovrebbe leggere – prima di arrivare alla soglia dei 50 anni! – per non dimenticare l’importanza di non perdersi di vista, di combattere ogni giorno per seguire il proprio sogno, che sia farsi una famiglia o scrivere romanzi, o qualunque altra cosa. Un libro che dovrebbero leggere anche gli uomini di oggi per ricordarsi che di fronte hanno delle donne che sono persone, esattamente come loro, anche se hanno forme diverse e il rossetto rosso. Uomini e donne, esseri umani. 

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