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Sono passati 300 anni dalla pubblicazione di “Robinson Crusoe”, il romanzo di Daniel Defoe che ha inaugurato una lunga, e fortunata, stagione letteraria per il romanzo d’avventura.

Pubblicato il 25 aprile 1719, il classico della letteratura racconta l’odissea personale di un uomo di fronte alla natura ostile. Robinson Crusoe, borghese giovane e altezzoso, si oppone al volere del padre imprenditore che lo vorrebbe avvocato: decide di seguire i suoi desideri e di assecondare la sua voglia di viaggiare per il mondo.

Poco dopo l’imbarco è rapito dai pirati e riesce a fuggire solo dopo due anni di prigionia. Una tempesta lo fa naufragare su un’isola deserta dove, solo sopravvissuto, Robinson cercherà di combattere contro la solitudine prima di incontrare Venerdì, un nativo che il protagonista salva dalla morte ma che rende suo suddito.

Il romanzo, che Defoe scrisse schiacciato dai debiti, fu un successo immediato passato, come spesso si verifica in questi casi, successivamente anche al grande schermo.

Surreale

Le avventure del naufrago sono state portate al cinema per la prima volta nel 1954 nel film “Le avventure di Robinson Crusoe” diretto dallo spagnolo Luis Bunuel, uno dei più celebri esponenti del cinema surrealista.

Segue nel 1962 “Il naufrago del Pacifico”, film diretto da Jeff Mussio e Amasi Damiani.

Nel 1966 è la volta di “Il comandante Robin Crusoe”, film scritto e prodotto da Walt Disney. La pellicola trae ispirazione dal romanzo del Settecento ma lo attualizza e reinterpreta alcuni aspetti della trama: Robin Crusoe è un comandante della marina statunitense che, a causa di un incidente che coinvolge il caccia su cui viaggiava, si ritrova su un’isola deserta.

Qui scopre un sottomarino giapponese abbattuto durante la Seconda Guerra Mondiale e decide di usarlo come riparto. Conosce una ragazza, che chiama Martedì, una giovane donna che il padre Tanamashu vuole sacrificare alla divinità adorata sull’isola. Robin riuscirà a salvarla e poi a lasciare l’atollo.

Onda su onda per Fantozzi

Esce nel 1976 “Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure”, film diretto da Sergio Corbucci con Paolo Villaggio nel ruolo del personaggio principale, Robinio, un uomo benestante che lavora nell’alta moda.

Dopo il naufragio della nave da crociera dove era in vacanza con la moglie, Robinio si ritrova da solo su un’isola deserta.

Sul paradisiaco isolotto conosce Martedì, affascinante ragazza di cui si innamora, ma costretto a scegliere tra il matrimonio sull’isola e il ritorno alla “civiltà”, sceglie la seconda strada.

Esce nel 1997  il “Robinson Crusoe” diretto da Rod Hardy e George Trumbull Miller con Pierce Bronsan nel ruolo del naufrago. La pellicola è un adattamento libero del romanzo di Defoe e il naufrago, a differenza del romanzo, finisce su un’isola dopo essere fuggito dalla sua città natale per avere perso un duello d’amore.

Nel 2000 è la volta di “Cast Away”, film diretto da Robert Zemeckis e con protagonista Tom Hanks.  La pellicola, che ottenne un notevole successo di pubblico (con un incasso di quasi 28 milioni di dollari al suo primo fine settimana al botteghino) e di critica (due nomination agli Oscar e una ai Golden Globe) racconta le vicende dell’ingegnere Chuck Noland che, a seguito di un incidente aereo, precipita su un’isola del Pacifico.

Esce nel 2018 “Robinson Crusoe”, film d’animazione diretto da Vincent Kesteloot e Ben Stassen, in cui la vicenda è raccontata dal punto di vista degli animali che il naufrago Robinson incontra sull’isola in cui è approdato.

Guglielmo Marconi nasceva il 25 aprile di centoquarantacinque anni fa. Inventore della radio e premio Nobel per la fisica nel 1909, Marconi è stato il precursore dello scienziato moderno: i suoi studi e ricerche erano puntualmente finalizzati a realizzazioni pratiche e lo stesso si può dire per il progetto alla base dell’invenzione della radio, punto di partenza da cui si sono sviluppati i moderni sistemi e metodi di radiocomunicazione.

Le prime sperimentazioni risalgono al 1892 quando nella soffitta di Villa Griffone, la casa paterna, Marconi era riuscito a fare trillare un campanello elettrico su un apparecchio ricevente posizionato nel lato opposto della stanza. Nei mesi seguenti, anche grazie a un cospicuo investimento dei soldi paterni, era riuscito gradualmente ad aumentare le distanze e a riportare gli stessi risultati all’aperto inventando il sistema antenna-terra.

Il 2 giugno 1896 Marconi depositava a Londra il brevetto della radio sulla cui reale paternità, tuttavia, sono state avanzate all’epoca accese polemiche. Nello stesso periodo, infatti, alla trasmissione telegrafica senza fili stava lavorando anche Nikola Tesla, scienziato nato il 10 luglio 1856 da genitori serbi in un villaggio della Croazia e naturalizzato statunitense.

Lo scienziato serbo, passato alla storia come l’inventore della corrente alternata e come uno dei padri della robotica moderna, aveva ottenuto gli stessi risultati di Marconi, riuscendo a coprire anche distanze maggiori, e molto prima dello scienziato italiano. Tesla aveva registrato negli Usa il suo primo brevetto sulla telegrafia senza fili nel 1897, ma la conferma arrivò solo nel 1900, e nel 1889 aveva registrato anche il brevetto di un sistema di controllo multicanale, che riusciva ad agire sui movimenti dei vascelli su corte distanze.

Marconi portò a registrate il brevetto sulla telegrafia senza fili in America solo nel 1900 e fu inizialmente rifiutato. Tesla e Marconi si sono visti riconosciuti a turno la paternità della radio: nel 1911 la High Court del Regno Unito la attribuì all’italiano mentre nel 1943 la Corte Suprema degli Stati Uniti la attribuì a Tesla, ma unicamente nel territorio americano. Marconi ha sempre sottolineato di non avere letto i testi di Tesla, ma ha riconosciuto l’importanza e l’influenza che altri scienziati hanno avuto sul suo lavoro.

Si legge sempre di meno anche perché siamo ormai immersi nella consultazione di diversi tipi di dispositivi digitali, tra i quali primeggia il cellulare, che è un mondo virtuale parallelo a quello reale. Se prendiamo un autobus, saliamo su un vagone della metropolitana o di un treno non c’è quasi mai nessuno che legga un libro. Per non parlare dei giornali, poi. Ma tutti sono intenti a compulsare sullo smartphone.

Occhi rigidamente puntati sul display. Chi per un gioco, chi per un film, chi per messaggiare o altro. Siamo con il cervello letteralmente dentro al telefonino. Fagocitati. Rapiti. Ed è così per il resto della giornata. È chiaro, perciò, che il tempo per un buon libro non lo si possa trovare.  

Del valore di un libro, ancorché formativo, e della lettura ne abbiamo parlato con Marco Lodoli, classe 1956, romano, scrittore e al tempo stesso insegnante di scuola superiore, al suo attivo qualche decina di romanzi, l’ultimo Paolina edito un anno fa per i tipi Einaudi, che così esordisce: “Proprio in questi giorni stavo rileggendo Martin Eden di Jack London dove al centro c’è la figura di questo marinaio ventenne che scopre il mondo della letteratura e che ha già in qualche modo dentro di sé come sensibilità, come apertura verso la conoscenza, e che comincia a leggere, a informarsi per cercare di capire diventando poi egli stesso uno scrittore. Ecco, questa passione, questa volontà tesa verso una forma di conoscenza di se stessi – afferma Lodoli – ma anche del mondo e che prima passava molto attraverso i libri, mi sembra che oggi sia venuta un po’ meno. E che ci siano in giro anche un po’ meno Martin Eden innamorati della letteratura. Mentre dilagano le persone con lo smartphone in mano”.

 

Lo stato della lettura nel nostro Paese non è affatto buono, infatti.

“È vero, I numeri dicono che stiamo attraversando un momento difficile. Però anch’io, che insegno a scuola e poi ho anche dei figli adolescenti e degli amici dei figli, vedo che loro l’oggetto-libro lo considerano un po’ come un vaso etrusco, come un sarcofago egizio”.

 

Ovvero, per essere più precisi?

“Come un qualcosa che fa parte di un passato che non ha più l’appeal per comunicare loro delle cose che invece apprendono più facilmente attraverso una serie televisiva o tramite i telefonini dentro i quali non so nemmeno cosa vedano…”.

 

Però è pur vero che i cosiddetti Kindle o ebook non hanno sfondato… Siamo rimasti a metà strada: non si leggono i libri di carta ma non ha nemmeno sfondato la tecnologia tanto decantata e profetizzata…

“Esattamente, il mondo digitale non ha affatto sfondato. Però a dire il vero, come Marco Lodoli sono moderatamente soddisfatto per quello che sono riuscito a fare con la ‘Carta del docente’ che è poi diventata anche ‘Carta per i diciottenni’: 500 euro all’anno che effettivamente hanno ridato fiato un po’ alle librerie, alle case editrici, e che sono serviti a aver messo in mano, gratuitamente, un libro a tanti ragazzi. È una iniziativa che ho personalmente fortemente voluto e che è stata un incentivo all’acquisto di libri. Anche i diciottenni ne hanno potuto beneficiare insieme a tanti insegnanti. Così s’è rimesso in circolo un po’ di denaro, insieme a un po’ di curiosità. Certo, al tempo stesso si producono anche tonnellate di libri che non si sa chi poi può smaltire. L’industria editoriale procede per strade strane… mi sembra che ci siano poche star e moltissimi comprimari che appaiono e scompaiono nel giro di quindici giorni dalle librerie”.

 

Tuttavia, da un lato c’è la piacevolezza della lettura, dall’altro anche la fatica di leggere…

“È chiaro che la lettura è un momento di contatto con un mondo sconosciuto che attraversiamo pagina dopo pagina, ma si tratta anche di un momento di intimità con se stessi. È la vita interiore, che oggi sembra un termine che quasi viene relegato a un tempo remoto. Quando l’adolescente nella sua camera, con il libro scopriva moltissimo di mari lontani, di amori impossibili, di pensieri altissimi, scopriva anche qualcosa su di sé. Un processo di ripiegamento silenzioso su se stessi, di intimità con se stessi che è preziosissimo nello sviluppo della personalità di un individuo, e che solo la lettura può sviluppare. Nessun videogioco, nessun tipo di intrattenimento nuovo ti mette in contatto con te stesso. Semmai ti catapulta sempre verso un fuori, verso uno schermo”.

 

Una ricetta, un consiglio di Lodoli per leggere i libri?

“Molto dipende anche dagli insegnanti, dai libri che consigliano. Oggi per consigliare Guerra e Pace ci vuole anche un po’ di azzardo, perché bisogna evitare di spaventare i ragazzi. Bisognerebbe sempre riuscire a segnalare sempre libri che possano appassionare gli adolescenti”.

 

In questo caso, conta più la scuola o la famiglia?

“Entrambe. Avere a casa dei genitori che leggono e posseggono una biblioteca già fornita di qualche centinaio di libri può esser utile, può favorire. Ma mi rendo conto che il canto delle sirene dall’altra parte è rimbombante, è fortissimo. E poi è modulato su mille frequenze. Il nostro mondo occidentale, che tutto sommato è un mondo che vive sui desideri che producono poi denaro e capitalismo, ha alla base di tutto il desiderio della distrazione. Perché la concentrazione è un qualcosa che in fondo ti isola anche per un momento mentre la distrazione è una forma di dissipazione dell’ego che subito si fa consumatore”.

Yusra è in fuga dalla guerra siriana; insieme alla sua famiglia deve raggiungere la costa greca, ma quella notte di agosto del 2015, venti passeggeri su un barcone sono davvero troppi. Nuotare è sempre stato il suo sport preferito e la ragazza non ha dubbi sul da farsi: si tuffa in mare con la sorella e, dopo uno sforzo durato tre ore e mezza, riesce a trascinare l’imbarcazione sull’isola di Lesbo in Grecia, portando in salvo tutti.

Quella di Yusra Mardini, diventata nel 2017 la più giovane ambasciatrice di sempre per UNHCR, è solo una delle dieci monografie raccolte nel libro di Vittoria Iacovella. Dalla Germania alla Cina, i protagonisti de I Rompiscatole (Curcio, 118 pagine | 14,90 euro) sono dieci ragazze e ragazzi, di ieri e di oggi, determinati a lottare con coraggio per un mondo più giusto. Le loro storie, dedicate a lettori più e meno giovani, parlano della realizzazione di un sogno, di un ideale da raggiungere a tutti costi.

Il racconto di ciascuna storia prende vita dal contatto dell’autrice con i protagonisti: Vittoria Iacovella ha intervistato i ragazzi (a eccezione di due, Ruby Nell Bridges e Louis Braille), dando così voce non solo alle loro biografie, ma anche ai loro pensieri ed emozioni. 

C’è la battaglia di Ruby Bridges, la prima bambina afroamericana in una scuola elementare di New Orleans, fino a quel momento frequentata solo da bianchi; l’eroica impresa di Valerio Catoia, giovane atleta paraolimpico che ha dato prova di grande coraggio, forza e generosità, non esitando a gettarsi in mare per salvare dalle onde una bambina di 10 anni; o la toccante fuga a lieto fine dall’Afghanistan di Syed Hasnain, oggi mediatore culturale a Roma, che a dieci anni arrivò in Italia da clandestino nascosto sotto al motore di un Tir. E c’è il progetto di Felix Finkbeiner, il bambino tedesco da “mille miliardi di alberi”: nel 2007 a nove anni fondò il movimento “Plant for the Planet” con l’obiettivo di piantare un milione di alberi in ognuno dei Paesi aderenti e dare così il proprio contributo personale alla lotta contro il surriscaldamento globale. Oggi, grazie a lui, ce ne sono quindici miliardi in più. 

«Storie di ragazzi autentici» si legge nell’introduzione a cura dell’autrice «che col loro carico di difetti, complessi, limiti e paure, a un certo punto della loro vita, davanti a un problema, si sono inventati una soluzione, qualcosa di straordinario. Nessun super potere a rassicurarli che erano nel giusto, nessuno specchio a rimandargli un’immagine perfetta, nessun paracadute a garantirgli che non si sarebbero schiantati. L’hanno fatto e basta. Hanno guardato in faccia i loro mostri e sono andati avanti. Hanno rotto le gabbie, gli schemi, le usanze, le idee irrigidite e incrostate, hanno rotto le scatole e, facendolo, hanno cambiato un pezzetto di mondo, trasformandolo in un posto un po’ migliore». 

Vittoria Iacovella è giornalista televisiva e autrice. Dopo la pubblicazione del suo primo libro per ragazzi Islam da vicino (2005, G. D’anna edizioni), si è trasferita per qualche mese a Damasco, in Siria, per approfondire la conoscenza della lingua araba. Da sempre sensibile alle tematiche ambientali, ha lavorato come addetta stampa per Greenpeace. La voglia di muoversi e fare inchieste video ha preso il sopravvento e si è dedicata al giornalismo: ha collaborato con Rai News, per l’americana Cbs News e con Repubblica, vincendo l’ambito premio Ilaria Alpi. Dal 2014 consuma scarpe come cronista inviata per La7. Autrice per documentari su Discovery Channel, oggi lavora anche per Rai3. 

Lorenzo Santinelli si è specializzato nel Dipartimento di Arti Visive  dell’Istituto Armando Curcio e ha esordito come illustratore di libri per bambini con Agata la donna cannone di Barbara Brocchi e Le ore della contentezza di Tea Ranno, entrambi editi nel 2018 da Armando Curcio Editore. 

La prima foto è del novembre 1939: un papa, Pio XI, sta per rimettere piede al Quirinale per la prima volta dopo lo schiaffo di Porta Pia. L’ultima è del 7 giugno 1944: a Roma sfilano da due giorni gli Alleati. Il nuovo papa, Pio XII, li riceverà al Vaticano mentre il Quirinale è vuoto e dal balcone di Palazzo Venezia nessuno si affaccia più.

Tutto immortala nelle sue lastre Vitullo, ‘scattino’ di quella generazione di fotografi che prepararono la strada ai paparazzi della Dolce Vita. Chi fosse con esattezza non si sa, e una foto forse sua ce lo restituisce con una scriminatura disegnata quasi con la matita in mezzo ai capelli impomatati. Il suo lavoro però è lì, a ricordare e rammentare l’ultima stagione in cui Nannarella non aveva ancora scoperto la musica americana e la Capitale viveva con i ritmi raccontati nel Pasticciaccio Brutto di Via Merulana.

Subito dopo sarebbe sì arrivato il bellissimo Valzer della Toppa, ma la Roma di Pasolini è tutt’altro rispetto a quella di Vitullo.

Oggi gli scatti di Vitullo tornano alla luce grazie ad un lavoro di digitalizzazione e valorizzazione voluto dall’Agi, che ne è proprietaria dai tempi in cui l’archivio venne acquistato da Enrico Mattei, negli anni dei paparazzi e dello splendore di Via Veneto.

A selezionarli Riccardo Luna e Marco Pratellesi. Per presentarli un evento presso il Cinema The Space Moderno di Roma. Non una iniziativa isolata.

Nel segno di Fellini

Si inserisce, l’idea, nell’ambito delle celebrazioni dei 100 anni della nascita di Federico Fellini, che ricorreranno nel 2020, e in due serate eccezionali al Cinema The Space Moderno a Roma, Videocittà in partnership con Eni proietta “Roma” del maestro riminese nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, insieme alle prime immagini in movimento realizzate sulla Capitale da fine ‘800, fra cui anche una rarissima sequenza girata dai Fratelli Lumière.

Proiettati anche il Corto inedito sulla prima edizione di Videocittà, realizzato dagli studenti dell’Istituto Rossellini, con l’amichevole supervisione di Pappi Corsicato e il Making de “Il Primo Re” di Matteo Rovere.

Tantissimi gli ospiti all’inaugurazione condotta da Piera Detassis, Presidente e Direttore Artistico dell’Accademia del Cinema Italiano- Premi David di Donatello. Tra gli altri Luca Bergamo, Vice Sindaco e Assessore alla crescita culturale di Roma, Eleonora Giorgi, attrice e comparsa nel Roma di Fellini, Matteo Rovere, regista e sceneggiatore de “Il Primo Re” e Francesco Rutelli, Presidente Videocittà

Un capolavoro, quello del Maestro riminese, che racconta la Città Eterna in un geniale caleidoscopio di episodi dove l’Italia dell’epoca fascista è confrontata a quella dei primi anni Settanta, in luoghi e riti emblematici.

Come ricorda Riccardo Luna: “L’archivio Vitullo dell’Agi è un pezzo della storia che da oggi entra nella storia. Grazie al digitale, esce dall’oblio per diventare patrimonio di tutti. La prima foto è del 28 novembre 1939. L’ultima è del 7 giugno 1944, due dopo l’arrivo degli Alleati a Roma. Sono in tutto 14.594 scatti, quasi tutti su lastre di vetro più diverse centinaia di negativi alla gelatina. Ancora qualche anno e non ne sarebbe rimasto nulla: la chimica e il tempo sanno essere implacabili”.

Lo scattino che conservava tutto, anche quando il Duce sbagliava

 Ma chi era Vitullo? Per la verità conosciamo solo il suo cognome. Aveva lo studio vicino a Fontana di Trevi e casa sua i fotografi erano più di uno. Nell’archivio è conservata la foto di un certo Vittorio Vitullo: giovane, papillon a pois bianchi, doppio petto abbottonato e gelatina per dividere i capelli scuri con una riga netta.

Chissà se è lui il nostro Vitullo: era un fotografo del Popolo di Roma, ma non famoso come Adolfo Porry Pastorel che in quegli anni passa alla storia come il “papà dei paparazzi”.

Era uno scattino, un fotoreporter d’assalto. Nell’archivio ci sono molte foto in un certo senso già viste, perché magari scattate da altri fotografi che erano accanto a Vitullo; ma ci sono anche moltissime foto non ufficiali, quelle scartate, quelle dove il Duce non era venuto abbastanza bene, quelle dove si vedeva che la propaganda era fatta di cartapesta. Sono le migliori.

Non sappiamo cosa ne sia stato di Vitullo dopo la Liberazione. Ma sappiamo che il suo archivio, completo dei registri autografi con le didascalie, è stato acquistato nel 1961 dal fondatore dell’Eni Enrico Mattei.

“Da allora le foto sono rimaste al sicuro in un magazzino ma di fatto inaccessibili. Fino ad oggi”, sottolinea ancora Luna, “Un appassionato lavoro di digitalizzazione le ha riportate alla luce. Non sono solo reperti del passato. Sono foto vive perché ciascuna di esse racconta una storia, un’altra storia”. 

I volti degli studenti scomparsi in Messico nel 2014 realizzati con quasi un milione di mattoncini Lego: è l’ultima opera-provocazione di Ai Weiwei, presentata in una galleria a Città del Messico. L’opera, intitolata “Reestablecer memorias”, ‘Ristabilire le memorie’, raccoglie i ritratti multicolori dei 43 ragazzi in uno stile ‘pop art’ ed è accompagnata da una cronologia che racconta il dramma della scomparsa dei ragazzi, tutti studenti dalla scuola normale di Ayotzinapa.

La cronologia inizia il 26 settembre 2014, la notte in cui gli studenti, che andavano a una manifestazione nella capitale, furono attaccati dalla polizia della città di Iguala; poi continua con il 27 gennaio 2015, il giorno in cui il procuratore generale presentò una versione dei fatti che suggeriva che gli studenti erano finiti in mano di narcotrafficanti che li avevano uccisi e poi cremati in una discarica; e infine la data del 6 settembre 2015, quando un team di esperti internazionali indipendenti, che aveva studiato la “scena del crimine”, smantellò la versione ufficiale.

Gli esperti, inviati dalla Commissione interamericana per i diritti umani, esortarono le autorità messicane a riaprire le indagini; ma il governo, all’epoca quello di Enrique Pena Nieto, decise che il caso era ormai chiarito e archiviò l’indagine. L’artista dissidente sessantatreenne, che è stato arrestato dal governo cinese nel 2011, ha spiegato perchè ama il Lego: è un mezzo di comunicazione “democratico”, ha detto, “tutti possono usarlo, tutti lo riconoscono, è molto efficace e adoro questa impressione di pixel”. Il crimine “avvelena la nostra società”.

È durata solo 14 anni, ma ha segnato in modo duraturo il suo tempo e il nostro. Nata cent’anni fa, in un tempo foriero di novità strozzate in culla, la Bauhaus è sopravvissuta ai primordi d’una Repubblica troppo fragile per resistere al Reich. Ed è rinata dopo aver lasciato il paese che la vista sorgere, la Germania di Weimar, quando su di essa s’è allungata l’ombra del nazismo, radicandosi ovunque.

Museo della Bauhaus a Weimar (Afp)
 

Era il 12 aprile 1919 quando Walter Gropius firmava il contratto da direttore della scuola d’arti applicate del Bauhaus a Weimar. Dando vita, quello stesso mese, al manifesto-programma che dalla capitale dell’omonima repubblica, l’antica Vimaria della Turingia, avrebbe dato il là a una delle correnti artistiche e architettoniche più importanti della modernità.

Walter Gropius nel 1961 (Afp)

L’idea del giovane architetto, appena 26enne, è quella di rifarsi ai bauhütten medievali, i cantieri dove ai mastri muratori s’affiancavano i garzoni manovali. Arte antica e tecnica moderna: razionalizzare la tradizione artigiana con le nuove tecniche della produzione di massa. E niente più distinguo, l’arte doveva espandersi in ogni campo.

Museo della Bauhaus a Weimar (Afp)

Un’idea che, artisticamente, affondava le radici nell’art nouveau affermatasi in Europa nell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Dare forma non solo all’opera d’arte totale, ma uniformare la vita stessa dell’uomo all’arte nella sua totalità. Tutto, dalla moda al design, dall’abitazione agli oggetti d’uso quotidiano, oltre ovviamente alla produzione artistica, doveva trasformare l’uomo nuovo passando dall’ambiente giornaliero.

Dalla casa e i suoi mobili, anzitutto. Forme razionali e funzionali, spazi dove vetro e cemento si fondevano in un razionalismo dalle forme geometriche rigorose, aperti alla luce e al mondo. Con ambienti funzionali e interni visibili all’esterno, dialoganti con esso. La casa doveva essere di vetro, come la democrazia, si diceva.

Museo della Bauhaus a Weimar (Afp)

Idee ardite, all’avanguardia come l’arte del tempo, che un nugolo di geniali professionisti, ognuno con le sue problematicità e peculiarità, instillarono in generazioni di modisti, designer e architetti. Oltre a Gropius Mies van der Rohe, Paul Klee, Wassily Kandinsky, Marcel Breuer, Anni Albers, Oskar Schlemmer, László Moholy Nagy, Theo van Doesburg, solo per citarne alcuni. Più uomini che donne, in verità, anche se i corsi al Bauhaus erano pensati per tutti, indistintamente.

La palazzina Bahaus di Dessau nel 1930 (Afp)
 

Ma le differenze di genere erano ancora quasi insormontabili nella Germania degli anni Venti, percorsa dalle insurrezioni spartachiste e dai corpi franchi, e lo sarebbero state a lungo anche nel resto del mondo. Idee troppo ardite, comunque, per piacere a chi denunciava le avanguardie artistiche come arte degenerata, e al razionalismo preferiva arti esoteriche e di regime.
 

Logo della Bauhaus

Così l’aria al Bauhaus di Weimar divenne presto irrespirabile. Prima a Dessau, non distante dalla Wittemberg dove Lutero affisse le sue tesi, alla metà degli anni Venti, poi a Berlino, fino al ‘33, le nuove idee misero piede e corpo in strutture oggi dichiarate patrimonio dell’umanità, finché l’ascesa al potere di Hitler convinse Gropius e compagni a cambiare aria, per tempo. Dando luogo a quella diaspora che da Londra a Calcutta, da New York a Tel Aviv, avrebbe germogliato e dato frutti durevoli alla scienza dell’abitare e al gusto mondiale.

Manifesto della Bauhaus

Di tutto questo l’anno del centenario vede un pullulare d’eventi, soprattutto nella patria d’origine. Da Berlino a Londra, da Rotterdam a San Paolo del Brasile, sono dozzine le mostre del centenario da non perdere – il calendario è su www.bauhaus100.de – con un paio di chicche: i due nuovi musei del Bauhaus, uno appena inaugurato a Weimar e l’altro che aprirà i battenti a ottobre a Dessau (). E in Italia? Niente, a parte un paio di convegni del Maxxi, tenuti a marzo. Ma, si sa, il nostro è paese di ben altri (ir)razionalismi.

John Moore è il vincitore della foto dell’anno dell’edizione 2019 del World Press Photo con lo scatto Crying Girl on the Border che mostra la piccola Yanela Sanchez, originaria dell’Honduras, che si dispera mentre lei e la madre Sandra vengono arrestate da agenti della polizia di frontiera statunitense a McAllen, in Texas, il 12 giugno 2018.

“Si tratta di uno scatto che suscita una grande emozione, una scena straziante che diventa il simbolo della crisi dei bambini migranti separati dai genitori, situazione che il fotografo John Moore documenta da dieci anni al confine tra Messico e Stati Uniti” ha commentato Francesco Zizola, vincitore del World Press Photo of the Year nel 1996 e direttore creativo di 10b Photography.

3/3 Discover the results of the 2019 World Press Photo Contest & 2019 Digital Storytelling Contest – incl. the major award winners of the World Press Photo of the Year, Story of the Year, Interactive of the Year & Online Video of the Year: https://t.co/nDvPVb4Oto pic.twitter.com/CLVFCjhorz

— World Press Photo (@WorldPressPhoto)
11 aprile 2019

Ad aggiudicarsi invece il premio World Press Photo Story of the Year, è stato Pieter Ten Hoopen con The Migrant Caravan. L’immagine mostra un gruppo di persone che corre verso un camion che si è fermato per dare loro un passaggio, fuori Tapanatepec, in Messico, il 30 ottobre 2018, per raggiungere gli Stati Uniti.

I nomi dei vincitori della più importante manifestazione di fotogiornalismo al mondo sono stati resi noti nel corso della cerimonia di premiazione che inaugura il World Press Photo Festival di Amsterdam.

Dal 25 aprile al 26 maggio 2019 si terrà a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, la 62esima edizione del World Press Photo. La mostra, ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, ospiterà in prima mondiale le 140 foto finaliste del prestigioso contest che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti, contribuendo così a costruire la storia del miglior giornalismo visivo mondiale.

Quest’anno, il concorso ha visto la partecipazione di 4.783 fotografi da 129 paesi diversi che hanno presentato un totale di 78.801 immagini. I finalisti e candidati ai premi sono stati 43, provenienti da 25 differenti Paesi: Australia, Belgio, Brasile, Canada, Repubblica Ceca, Egitto, Francia, Germania, Ungheria, Iran, Italia, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Filippine, Portogallo, Russia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Syria, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, e Venezuela. Di questi, 14 sono donne (32%), il che rappresenta un significativo aumento rispetto al concorso fotografico del 2018, quando solo il 12% dei partecipanti erano donne. 

Questi i fatti: l’ambasciatore italiano ad Ankara, Massimo Gaiani, è stato convocato l’altro giorno al ministero degli Esteri turco. Qui gli hanno espresso il “dispiacere” del governo di Recep Taypp Erdogan (la terminologia non tragga in inganno: “dispiacere” vuol dire “ci sentiamo traditi da voi”) per via di una mozione parlamentare presentata a Roma, alla Camera dei Deputati.

Nella mozione si chiede quanto segue: il governo si impegni a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale”.

L’Italia, infatti, non è tra le 29 nazioni che hanno formalmente definito un genocidio i fatti occorsi poco più di cento anni fa nell’Anatolia orientale, ad opera delle sciabole ottomane.

Il motivo è sostanzialmente uno: la Turchia è un partner essenziale della Nato; non è il caso di scavare una fossa ancor più larga tra noi e loro.

Non a caso nemmeno gli Usa hanno mai compiuto un passo del genere. Non lo ha fatto nemmeno Israele, che per anni ha guardato ad Ankara come partner regionale: per controbilanciare la focosità degli stati arabi.

Cinque dita e un pugno di ferro

Ma non è tutto facile o scontato. Certi “dispiaceri” non sono litanie che si continuano a biascicare – magari ogni volta con un tocco di stanchezza in più – tanto per appagare l’ego di settori sempre meno importanti delle rispettive opinioni pubbliche.

Semmai è il contrario: in Turchia la questione è delicata e scottante come se tutto fosse accaduto ieri, o comunque in tempi recentissimi. Più recenti dei massacri di Vukovar e Srebenica in quella che una volta era la Jugoslavia, e che pure in qualche modo di quel genocidio primigenio sono stati gli ultimi – si spera – discendenti.

Il massacro degli armeni, infatti, è progenitore di una fila di scempi che rappresentano un salto di qualità nell’eterna lotta dell’uomo per ribadire la propria bestialità.

Se la Storia, diceva Hegel, altro non è se non un banco di macellaio, gli armeni furono agnelli sacrificali nella crisi di un impero che lottava per la propria sopravvivenza, a costo anche di recidere una delle cinque dita della mano del Sultano.

Nel 1915, quando iniziò la gran carneficina, il Sultano già contava molto poco. Era di fatto ostaggio di un governo di ufficiali nazionalisti, che gestivano in suo nome le operazioni militari della Prima Guerra Mondiale.

 Quanto alle cinque dita della sua mano (turchi, arabi, greci, ebrei e per l’appunto armeni) l’indice ormai puntava verso Londra, grazie al Lawrence d’Arabia; il medio non era considerato affidabile dai tempi dell’indipendenza della Grecia; l’anulare si agitava sentendo arrivare la Dichiarazione Balfour su un focolare domestico in Palestina.

Restava il mignolo, che poi tra tutti era anche il dito in cui il Sultano portava gli anelli più preziosi.

Ricchi erano ricchi, gli armeni: gente di tradizione commerciale ed intellettuale come pochi altri in tutti i domini ottomani.

Avevano, poi, il torto di avere una spiccata coscienza nazionale: l’Armenia era stata per secoli uno stato indipendente e cristiano. Talmente antico, indipendente e cristiano da aver abbracciato ufficialmente la fede in Cristo per farne l’unica accettata già nel 301, ben dieci anni prima dell’editto con cui il Grande Costantino pose fine alle persecuzioni di Roma, per non dire dell’Editto di Teodosio.

Se gli arabi, agli inizi del Novecento, erano un insieme di tribù, gli armeni erano insomma un corpo solo ed un’anima sola. Non antitetica ai turchi, sia chiaro, ma comunque facile bersaglio per una genia di conquistatori che, dopo aver retto per secoli popoli e genti, sentiva la fine prossima del proprio predominio.

Cosa ancor più spaventevole, tutto questo poteva aver luogo per mano dei nemici storici russi. Che sì perdevano dai tedeschi sui campi di Livonia, ma sfondavano lungo il Caucaso e rischiavano di dilagare fino al Bosforo e ai Dardanelli, dove già si erano affacciati gli inglesi in uno sbarco suicida ideato avventatamente da Winston Churchill.

Subito dietro la linea del fronte caucasico risiedevano gli armeni: ricchi, cristiani, ormai non più affidabili. Ma, ancor più di questo, ostacolo all’idea di riunire tutte le tribù turcomanne sotto un’unica guida. Si chiamava panturanesimo.

Quel che restava della mano del Sultano si chiuse allora in un pugno di ferro.

Il sangue delle allodole

Da Costantinopoli partì un telegramma, a firma di Behaeddin Shakir, un ufficiale dell’esercito ora considerato il vero pianificatore dell’eccidio. Il documento, insieme a 24 scatoloni di documenti, è stato ritrovato solo nell’aprile del 2017, dopo essere transitato per Parigi, New York ed il quartiere armeno di Gerusalemme. Era il via libera ai rastrellamenti ed alle deportazioni.

Due parole, queste ultime, che spiegano tutto e dicono ben poco: dietro ci sono centinaia di migliaia di esecuzioni (gli uomini, ed anche i bambini maschi, venivano uccisi immediatamente) di stupri, di donne trascinate a morire nei deserti in vere e proprie marce della morte.

Se i numeri hanno un senso, si sappia che le vittime furono almeno un milione e duecentomila. Chi volesse avere un’idea della orribile concretezza dei fatti veda uno degli ultimi capolavori dei fratelli Taviani, “La masseria delle allodole”, e dica a se stesso se quelle scene non gli ricordano qualcosa che sarebbe successo, tempo trent’anni, anche nel cuore dell’Europa.

Sì, qualcosa di molto simile all’Olocausto, anche se mancano i forni crematori. Il fatto è che la strage degli armeni non fu l’ultima carneficina di un mondo medievale, ma l primo di una lunga catena di genocidi: sempre più sofisticati, sempre meglio organizzati.  Sempre più scientifici.

Uno storico tedesco chiamato Ernst Nolte lo colloca addirittura l’inizio di ciò che lui stesso definisce, con terribile ed efficace sintesi, “Il Secolo della Violenza”. Su una cosa è difficile dargli torto, vale a dire sul fatto che il Novecento di stermini pianificati ed eseguiti con precisione scientifica ve ne sono stati tanti. Anzi, quella dello sterminio “scientifico” è proprio una caratteristica del secolo che si è appena concluso, come se l’uomo avesse imparato dalla propria scienza ad essere non più razionale, ma più bestialmente efficace.

Prosegue, la teoria di Nolte, nel dire che il tipico genocidio novecentesco si caratterizza nell’applicazione di un principio di intolleranza precedentemente elaborato a livello teorico e culturale. Nel caso degli armeni si ha la teorizzazione dell’identificazione del “diverso” da eliminare come popolo su criteri di etnia e religione, e nel nome di una soluzione finale che avrebbe fatto trionfare l’ideologia panturanica.

A questi due requisiti Hitler affianca l’idea della razza e l’organizzazione di Himmler, e Stalin quello della classe sociale. In questo modo il primo stermina gli ebrei perché nemici del popolo ariano, Stalin i kulaki (i contadini ricchi delle pianure ucraine) perché alieni alla società socialista senza classi.

Un giorno arriverà in Cambogia Pol Pot, e toccherà agli intellettuali. Anche lui ucciderà un milione di persone.

Nolte, sia detto per inciso, venne accusato di negare l’unicità dell’Olocausto, affiancandogli gli altri genocidi su un livello paritario. I tedeschi chiamano ancora adesso quella controversia “Historikestreit”, lo “scontro tra gli storici”, come se il punto fosse quello di fare una classifica degli orrori.

La verità è che chi uccide un uomo uccide tutto il mondo. Ogni genocidio è un unico. Lo è l’Olocausto. Lo è quello degli armeni. Lo è quello dei kulaki, di cui nessuno si rammenta più. Eppure anche loro ebbero le loro marce votate allo sterminio, ed i loro due milioni di morti.

Forse un giorno saranno ricordati anche loro.

 

 

Ottant’anni fa un’Italia che ormai si sentiva sufficientemente padrona in casa propria guatava, addentava e digeriva in un sol boccone l’Albania, regno per modo di dire governato da un re per modo di dire che così finiva suo malgrado in un Impero. Un Impero per modo di dire.

Era l’aprile del 1939, vigilia dei tremendi sconvolgimenti che un’Europa alla fine della sua centralità mondiale si apprestava a imporre a un capo e all’altro del Pianeta.

Non si creda che di semplice incidente della Storia si tratti, quell’invasione, di una bazzecola folcloristica dovuta alla vanità di un genero o alla vanagloria di un suocero.

A crederlo si farebbe grave torto non tanto al suocero e al genero, che vanitosi e vanagloriosi lo furono davvero, ma a quella cosa che scorre sotto la traccia degli eventi e che, cercando di definirla, persino un genio come Hegel non trovò di meglio se non coniare il termine quasi astruso di Spirito della Storia.

Il contrabbandiere erede di due imperi

Lo Spirito della Storia che segna il destino dell’Albania di Re Zog I (un contrabbandiere che si era fatto fare un attentato in Parlamento per proclamarsi prima Presidente della Repubblica e primo ministro, poi direttamente sovrano assoluto) scaturisce non da uno, ma addirittura da due grandi eventi, tanto grandi da far tremare le vene dei polsi. La caduta di due imperi.

Il primo era l’Impero turco, il secondo quello asburgico. Il primo decompostosi dopo una lunga malattia durata oltre un secolo, il secondo vittima della sua stessa volontà di potenza che l’aveva spinto sempre più giù, nel cuore della regione balcanica. Tanto a sud da  annettersi la Bosnia-Erzegovina, salvo scoprire a Sarajevo che un Principe serbo poteva giustiziare un Arciduca austroungarico.

In questo vuoto l’Italia aveva cercato di infilarsi subito, erede di una politica che risaliva a Venezia. O anche ai tempi di Giorgio Castriota Scanderbeg, che i suoi albanesi li aveva portati a vivere al di qua del mare, tra Portella della Ginestra, la Sila e le piane pugliesi.

Personalmente era venuto a vivere, il Castriota ammirato dai suoi stessi nemici turchi, in un palazzetto a Roma, all’ombra del Quirinale. Non sapendo che proprio in quest’ultimo Palazzo avrebbe vissuto un giorno colui che all’Albania avrebbe tolto l’indipendenza da poco riacquistata.

Zog era sovrano da un pugno di mesi che già Galeazzo Ciano gli aveva messo gli occhi addosso. Il marito di Edda Mussolini sapeva come maneggiare il quattrino, e approfittò del desiderio di Zog di dare all’Albania una struttura statale per infilarsi in ogni piega delle beghe locali, fossero esse puramente politiche o, come più spesso accadeva, tribali.

Dall’Arciduca al Granducato

Nacque un partito filoitaliano, una rete di amicizie, un cumulo di interessi non tutti confessabili. La banca nazionale era di fatto controllata, l’esercito era curato amorevolmente da ufficiali italiani, la politica estera regolata da un trattato, immancabilmente di difesa e di amicizia, con l’Italia.

Che voleva fare, il genero del Duce? A Palazzo Chigi, che all’epoca ospitava il ministero degli esteri, rispondevano sornioni: “Il Granducato di Toscana”. Ovverosia un feudo personale del figliolo del Conte Costanzo, che in quegli anni si faceva addirittura erigere sul Monteburrone in territorio labronico un mausoleo per sé ed i suoi cari. Lo si può vedere ancora, percorrendo l’Aurelia all’altezza della Torre del Calafuria, alle porte di Livorno. Neanche si trattasse delle Cappelle che i Medici si erano fatti ornare da Michelangelo a San Lorenzo.

Venne il ’39, e l’occupazione nazista di Praga. Berlino non aveva avvertito Palazzo Venezia, prima di entrare nel cuore della regione danubiano-carpatica che invece teneva impegnati i sogni italiani. Roma rispose tentando la carta dell’espansione più a sud, nei Balcani.  Senza avvertire.

Il 25 marzo Re Zog ricevette un ultimatum: consegna del Paese alle armate fasciste. In cambio di denaro, naturalmente. Ma Zog si accorse a quel punto di essere un re, ed un re non accetta denaro per rinunciare al suo regno. Al massimo, può farlo un contrabbandiere.

Rispose, quindi, con un altezzoso rifiuto. Partì l’invasione.

Le cronache parlano di un 8 aprile 1939 con quattro teste di ponte lanciate sulle coste del Paese delle Aquile, per facilitare una marcia veloce verso Tirana. Parlano anche di un’avanzata con pochi intoppi e pochi morti, meno di cento in tutto: apparentemente, un blitzkrieg che la Wehrmacht non se lo sarebbe potuto nemmeno immaginare.

La realtà è meno gloriosa. Commenta in quei giorni un alto funzionario del Ministero degli Esteri: “Se gli albanesi avessero avuto una squadra di pompieri bene addestrati avrebbero potuto bloccarci benissimo”.

Come al solito: cattiva preparazione, nessuna motivazione, tanta confusione.  

Ma cosa importa? Ciano ha il suo granducato, Mussolini ha potuto rispondere a Hitler rendendogli la pariglia ed ora la partita di sposta al Quirinale, a due passi dal palazzetto di Scanderbeg.

Il 12 aprile l’annessione è proclamata. Segue un plebiscito che sancisce la volontà del popolo albanese di stare sotto l’Italia e a quel punto Vittorio Emanuele (che come al solito si è detto dubbioso ma poi ha incamerato gli onori del successo) aggiunge alla corona reale d‘Italia e a quella imperiale d’Abissina quella, ancora una volta reale, d’Albania.

Si rivelerà essere una corona appena meno fittizia di quella, che pure il Savoia può vantare, di Re di Gerusalemme. Un anno e mezzo dopo è già tutto quasi perduto: Mussolini lancia l’invasione della Grecia ed inizia il tracollo della politica imperiale, del Duce e del Genero.

Ma la Storia, per l’appunto, ha il suo Spirito, e quella settimana di ottant’anni fa lascia i suoi segni, difficilmente delebili.

L’eterno ritorno dello Spirito

Così, quando il Paese delle Aquile, che si è scrollato di dosso i turchi ed i fascisti, riesce a togliersi dal groppone anche i comunisti la prima cosa che fa è partire in massa sulla rotta di Scanderbeg. Nel 1991 sbarcano sulle coste pugliesi decine di migliaia di persone. Gente povera, che cerca “Lamerica” in Italia, e non a caso spesso parla l’italiano molto bene, perché anche sotto i comunisti le antenne delle tv erano girate verso Otranto. Paolo Bonolis ha fatto più di Galeazzo Ciano.

Nella tormentata storia delle recenti migrazioni verso la Penisola quell’invasione pacifica segna il primo di una lunga serie di duri respingimenti, singoli come di massa.

Sei anni più tardi, forse per ripulirsi la coscienza dopo il naufragio di un barcone di profughi avvenuto una notte che era Venerdì Santo (per gli amanti della casistica: anche l’invasione italiana del ’39 era iniziata un venerdì santo), sulle coste albanesi tornano le navi militari italiane.

È l’Operazione Alba, voluta dal governo Prodi per stabilizzare il paese vicino, sconquassato dal caso delle piramidi finanziarie che avevano portato alla bancarotta tutti, ma proprio tutti, gli albanesi.

In questo modo il capitalismo finanziario, che in Albania fa la sua grande prova generale di quello che saranno i mutui subprime, chiude un ciclo, e ristabilisce con il successo dell’Operazione Alba l’equilibrio tra due paesi e due sponde dello stesso mare. Dove nessuno è mai veramente padrone a casa propria, e nessuno può ignorare quello che accade dall’altra parte.

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