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Le donne – spiegano gli ideatori della mostra- perché sono state mortificate più degli uomini, a loro bastava un nulla per finire dentro. Come essere "molto sensuale, con pretese di superiorità intellettuale e non amante della attività domestiche", racconta una delle 46 mila cartelle cliniche dell'archivio dell'ex manicomio San Martino di Como. Ci volevano lo sguardo di un fotografo, Gin Angri, e quello di un poeta, Mauro Fogliaresi, per frugare dentro 1600 faldoni e restituire palpiti alla polvere nell’esposizione ''Donne cancellate', in programma al Palazzo del Broletto della città sul lago dal 27 ottobre al 18 novembre.  

A 40 anni dalla legge firmata da Franco Basaglia, che chiuse per sempre i palazzi oscuri in cui si praticavano trattamenti come la 'malaroterapia' (al paziente veniva iniettato il parassita per provocare febbri 'purificatorie'), viene offerta luce ai volti delle figlie, moglie e madri finite sulla collina di Como in un apparente regno incantato, tra fontane e giardini, negli anni tra il 1882 e il 1948. Visi, spesso smarriti o vergognosi, sempre intensi, a cui sono affiancati diari, lettere e relazioni mediche fotografati da Gin Angri che non ripropone le pagine intere ma seleziona alcuni particolari, mettendo a fuoco a volte solo poche righe e sfumando le altre.

"La classificazione delle donne  avveniva sulla base del loro rapporto con gli uomini – scrive Manuela Serrentino nel catalogo dell'esposizione – Ne conseguivano atteggiamenti sospetti verso quelle che mostravano una certa indipendenza; più che per la loro aggressività spaventavano perché con la loro autonomia rappresentavano il simbolo del disordine sessuale". Il nome 'isteria', viene ricordato, significa 'utero vagante' ed era considerata una patologia annessa alla sessualità. Una cartella clinica di una donna svizzera recita: “Costumi: cattivi”. Durante il fascismo finivano internate le donne “loquaci, smorfiose e disobbedienti” e quelle che non riuscivano a svolgere in maniera esemplare il ruolo di madri, talora di dieci figli, mogli e lavoratrici nei campi. Le ricoverate, il 40% della popolazione totale, erano per lo più operaie, casalinghe o pensionate. Gin Angri ha anche impresso nel suo obbiettivo le ultime anziane pazienti ospitate dal San Martino, che ha chiuso nel 1999, durante gli anni della dismissione.

Il tetto massimo dei ricoveri nel manicomio fu tra il 1960 e il 1970 in coincidenza del grande flusso migratorio nel comasco dal sud Italia e del ritorno nella città di frontiera di emigranti rimpatriati, in sintonia con la 'psicopatologia del migrante' in voga in quel periodo. E dalla Francia veniva Odette, ballerina a Lione con la diagnosi di “tracce di demonologia” per avere tradito il suo amante coreografo. Scrive il poeta Fogliaresi: “In tanto inchiostro intriso di perentorie sentenze, di colpe, di violenze morali e fisiche…L’inchiostro inquisisce …le macchie ‘offesa oltraggio pena peccato’…aspettando un’immensa carta assorbente di un qualunque, fosse anche l’ultimo, Dio”. 

 L'attore Carlo Giuffré, uno dei grandi del teatro italiano, è morto alla vigilia del suo novantesimo compleanno, che avrebbe festeggiato il 3 dicembre prossimo. Era malato da tempo. La notizia è stata anticipata al quotidiano "Il Mattino" di Napoli, città dove Giuffré, era nato nel 1928. il noto attore avrebbe compiuto 90 anni tra un mese. Diplomatosi all'Accademia nazionale di arte drammatica, aveva debittato sul palcoscenico nel 1947 con il fratello Aldo, morto nel 2010. E due anni dopo i due attori aveano cominciato a lavorare con Eduardo De Filippo, che diresse Carlo Giuffré anche nel suo esordio cinematografico, in "Napoli milionaria" del 1950.

Da allora, Carlo Giuffré ha interpretato decine di film, con registi come Roberto Rossellini, Pietro Germi, Mario Mattoli, Dino Risi, Steno, Luciano Salce, Liliana Cavani, roberto Benigni. La sua ultima apparizione sul grande schermo è in "Se mi lasci non vale", firmato nel 2016 da Vincenzo Salemme. In teatro è stato anche regista, di allestimenti eduardiani come "Le voci di dentro", "Napoli milionaria!", "Non ti pago" e "Natale in casa Cupiello". Fu per l'ultima volta sul palcoscenico nel 2015, in "La lista di Schindler", adattamento teatrale del film di Steve Spielgerg, con regia di Francesco Giuffré. 

La natura si fa arte nel Calendario Lavazza 2019. Un’arte immersa nell’ambiente, tutt’uno con foreste, deserti, ghiacciai e città. Una nature art portatrice di buone notizie per la Terra.

Così il Calendario Lavazza è “Good to Earth” e racconta – attraverso gli scatti della fotografa Ami Vitale e sei opere artistiche immerse nella natura – gli esempi virtuosi di chi si impegna per la salvaguardia del pianeta. Sì perché, nonostante tutto, c’è del buono sulla Terra. E le immagini della fotogiornalista americana celebrano proprio le buone notizie che arrivano dalla Terra e per la Terra, individuate in tutto il mondo insieme al Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (United Nations Environment Programme – UNEP).

“La natura è l’opera d’arte per eccellenza, ma nel Calendario Lavazza diventa anche una tela bianca su cui si può incidere il proprio amore e impegno per l’ambiente. Così con un mix non convenzionale tra la fotografia d’autore di Ami Vitale e sei opere di nature art, una forma d’arte contemporanea e totalmente immersa nella natura, raccontiamo i progetti Good to Earth che fanno bene alla Terra. Buone notizie di cui oggi si avverte un grande bisogno: esempi positivi di comportamenti virtuosi, storie di riscatto personali e riqualificazione ambientale che speriamo possano contagiare le persone, soprattutto i più giovani, e ispirare un impegno diretto per la salvaguardia del nostro pianeta”, commenta Francesca Lavazza, Membro del Consiglio d’Amministrazione dell’Azienda

A firmare il Calendario Lavazza 2019 è Ami Vitale, fotogiornalista americana per il National Geographic Magazine, apprezzata in tutto il mondo per la sua capacità di raccontare e di vivere le bellezze surreali della natura. Vincitrice di sei World Press Photos, Ami Vitale ha documentato la natura selvaggia e i bracconieri dell’Africa, ha raccontato i conflitti tra l’uomo e l’ambiente e si è impegnata in iniziative per salvare il rinoceronte bianco del Nord e reintrodurre i panda nel loro habitat. La sua filosofia del “vivere la storia” l’ha portata in oltre 100 Paesi, dove ha vissuto in capanne di fango e in zone di guerra, ha contratto la malaria e si è camuffata da panda per raccontarne la vita segreta (Ami Vitale è autrice del best seller “Panda Love”).

Il Calendario “Good to Earth”, da un progetto creativo di Armando Testa, sarà presentato il 21 novembre a Torino, nella Nuvola Lavazza. Saranno svelati gli scatti di Ami Vitale e le originali opere di nature art che, realizzate da sei artisti, ognuna con tecniche differenti, si integrano nel paesaggio, in armonia con l’ecosistema e la vegetazione. Le sei opere sono ispirate ad altrettanti progetti buoni per la Terra, individuati da Lavazza e dallo United Nations Environment Programme nei quattro continenti: dalla Colombia alla Svizzera, dal Kenya alla Tailandia, passando per il Belgio e il Marocco.

In un intervento sul Corriere della Sera, lo scrittore Claudio Magris affronta una delle figure più importanti della letteratura contemporanea, ma da una prospettiva inedita: l'uso che un movimento politico di ultradestra ha deciso di farne appropriandosi del suo nome. A Ezra Pound è ispirato CasaPound, ma secondo lo scrittore triestino non bisogna accomunare "un volto di insopprimibile dignità, scavato dal dolore e misteriosamente sereno; uno sguardo perduto in se stesso e in chissà quali lontananze, capelli bianchi da profeta o da pastore errante" con la manifestazione neofascista organizzata per il 3 novembre proprio a Trieste.

"È difficile e insieme doloroso abbinare il nome del grande poeta — e il suo volto di Edipo cieco e veggente, perseguitato dal fato — e un’associazione che propugna un regime totalitario al quale è intrinseca la violenza" scrive Magris, che pure invita a fare delle differenze: "Gentile non è Farinacci, certe intelligenti misure prese dal regime al tempo della grande depressione del 1929 non sono l’olio di ricino dato agli avversari politici".

Tuttavia, sottolinea Magris, "il fascismo va condannato senza remore, ma con equanimità" e "in ogni caso un regime liberticida mal si concilia con quell’umanità che c’è nello sguardo e nella persona di Pound".

Un fascista finito in gabbia

Certo, Pound è stato fascista, riconosce lo scrittore, "i suoi discorsi alla radio italiana contro gli Stati Uniti, contro il suo Paese in guerra, sono una colpevole dismisura, che è stata peraltro punita non con quel rispetto che deve esserci pure in ogni severità, ma con l’oltraggio e la volgarità della vendetta". A guerra finita, ricorda Magris, Pound fu rinchiuso dagli americani a Pisa in una gabbia e più tardi, negli Stati Uniti, nel manicomio criminale di Saint Elizabeth.

Il primo atto del Fascismo è stato salvare l'Italia da gente troppo stupida per saper governare, voglio dire dai comunisti senza Lenin. Il secondo è stato di liberarla dai parlamentari e da gruppi politicamente senza morale. Quanto all'etica finanziaria, direi che dall'essere un paese dove tutto era in vendita, Mussolini in dieci anni ha trasformato l'Italia in un paese dove sarebbe pericoloso tentare di comperare il governo

Ezra Pound

Ma a sua difesa scrive che "nel fascismo di Pound c’era probabilmente una grande ingenuità politica". Ma chi era davvero Ezra Pound?

"Affascinato da alcuni principi sociali del primo fascismo, quello sansepolcrista", secondo Magris, "non vedeva il totalitarismo dispotico, i delitti, la violenza che pure gli era invisa". Era affascinato dalle teorie economiche e finanziarie di C. H. Douglas e di Silvio Gesell sulla svalutazione più rapida possibile e l'abolizione dell’interesse per cancellare le disuguaglianze fra la ricchezza dei pochi e la povertà dei molti. 

Perché era antisemita

E l'ossessione per l'usura, il sistema bancario e "il denaro che produce denaro" lo aveva spinto su posizioni antisemite che stonano con "l’amicizia di Pound con vari scrittori ebrei e la generosità dimostrata nei suoi confronti da critici e autori ebrei". "La sua visione di un’economia giusta e umana, in cui i beni circolano come in una famiglia, è un’utopia generosa, ma soffermarsi su pretese e assurde colpe degli ebrei mentre infuriava lo sterminio di milioni di essi è imperdonabile" scrive Magris.

Ma allora che rapporto avere con i grandi autori caduti nel grande inganno? 

"Non ameremo Pound di meno per il suo tragico abbaglio e la sua grandezza poetica non ci farà prendere sul serio le sue teorie" scrive Magris, "È un grande del Novecento, un protagonista di quella rivoluzione dell’arte e della letteratura moderna che ha sconvolto e ricreato le forme espressive, l’immaginario, il volto del mondo e della storia, il linguaggio. Quest’avanguardia culturale ed espressiva, protagonista del secolo, si era incontrata pure col fascismo, come dimostrano alcuni notevoli artisti, specialmente futuristi, che ne erano stati affascinati e che, divenuti icone di regime, accademici in feluca, non sono stati più veri artisti creativi. Pound non si è messo la feluca; è rimasto un profeta inascoltato e fuorviato, uno sperduto pioniere del West che egli amava.

Non chiedete a un potea come bisogna votare

"Non è bene chiedere ai poeti indicazioni politiche" sintetizza Magris, "Alcuni dei più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, stalinisti: Pirandello, Céline, Hamsun, i poeti francesi che si recavano devotamente a Mosca ad assistere consenzienti alla «Messa rossa» ossia alle impiccagioni staliniane di molti loro compagni. Continuiamo ad amare Hamsun — come lo amava Singer, nonostante la sua celebrazione di Hitler — e Céline nonostante le sue imperdonabili Bagatelle per un massacro, ma non chiederemo loro come votare".

"Continuiamo ad amarli" conclude, "perché le loro pagine ci mostrano un volto e un senso della vita che essi stessi non hanno voluto o saputo comprendere lucidamente. Le loro affermazioni o esternazioni ideologiche sono spesso in contrasto con un loro forte e generoso sentimento della vita e dell’uomo, sentimento che nutre la loro arte e viene negato dalla loro rozza, infelice e barbara ideologia"

Ma perché continuare ad marli, nonostante il 'grande abbaglio'?. Perché "grazie ad essi", spiega Magris, "abbiamo compreso e fatto nostre delle verità che essi non sono stati capaci di cogliere dalle loro opere. Si sono identificati con il male, forse perché hanno dolorosamente creduto che la storia fosse inevitabilmente un cancro e che il male fosse la tragica verità della vita. C’è, nelle loro aberrazioni, un autolesionista e ostentato disprezzo dei valori universali umani, che essi sono stati incapaci di distinguere dalla retorica che certo spesso li avvolge. Quei grandi che si sono volutamente accecati come Edipo ci aiutano spesso, senza volerlo, a scoprire la giusta strada, che va in direzione opposta a quella presa da loro. Non è bene, in nessun caso, affibbiare loro un distintivo o una tessera. Giù le mani dai poeti".

Un vero e proprio viaggio nella storia è quello che sabato 27 ottobre si può vivere nel Castello Odescalchi di Bracciano, trascorrendo una giornata alla scoperta dei suoi luoghi più segreti.

Per una volta è possibile esplorare l’antica fortezza entrando nei luoghi normalmente chiusi al pubblico, come la cisterna e le grotte sotterranee ma, allo stesso tempo, si potrà partecipare a un gioco di strategia in cui i partecipanti, divisi in squadre, potranno sfidarsi con frecce e arco e mettersi alla prova in arrampicata sui torrioni del castello. .

Non è necessario avere precedenti esperienze di arrampicata per partecipare alla giornata: il personale tecnico specializzato supporta i partecipanti in ogni fase della discesa, assicurando la massima sicurezza grazie a imbragature, corde e supporti tecnici.

Al termine della mattinata, all’interno di una delle sale più belle del castello, per i partecipanti un buffet regale rigorosamente a chilometro zero. Ad accompagnare i partecipanti anche due ospiti di eccezione come l’astro nascente del cosplay, Ambra Pazzani, e l’attore Alex Adinolfi.

 “Assalto al Castello” è uno degli appuntamenti esclusivi dedicati agli iscritti al programma fedeltà di Acea con Te.

 

Per iscriversi e ricevere tutte le informazioni è sufficiente collegarsi al sito www.aceaconte.it e inserire i dati richiesti; una volta iscritti, per guadagnare punti bastano semplici gesti come condividere l’iscrizione sui propri profili social, creare un avatar o attivare servizi web come la domiciliazione della bolletta o la ricezione della bolletta elettronica.

Novant’anni portati benissimo quelli della Treccani, non c’è dubbio. L’enciclopedia più nota e importante nel nostro paese, che ha permesso a innumerevoli generazioni di italiani di tenersi informati ben prima che tutto si potesse trovare su Internet (ad una qualità, molto spesso, estremamente inferiore). Un’azienda editoriale però, che con la rete è tranquillamente scesa a patti senza farsi intimorire.

Oggi l’enciclopedia fa un ulteriore passo in avanti in questo senso e per avvicinarsi ai giovani ha deciso di passare dalla musica, ma non da una musica qualsiasi, ma proprio da quella al momento più in voga: il famigerato “indie”. Le motivazioni sono facilmente intuibili; la cultura di un popolo cambia faccia, si evolve, muta la propria geografia e se si vuole continuare, come lo si è sempre fatto, con estrema naturalezza e professionalità, non ci si può permettere il lusso di snobbare ciò che ti accade intorno. Per cui non esiste modo migliore per raccontare le parole della nostra meravigliosa lingua attraverso i testi di questa nuova generazione di cantautori. Che a prescindere dall’estetica molto spesso discutibile, sono indiscutibilmente i più ascoltati.

In realtà a far sorridere non è l’idea in sé, ma il fatto che per svilupparla (ma questo dimostra un’apertura mentale tanto furba quanto invidiabile da parte dell’azienda) siano stati scelti anche artisti come Calcutta, Carl Brave, Coma_Cose, Cosmo, Ghali e i Thegiornalisti. E non perché questi artisti scrivano in un’altra lingua, ma perché siamo stati abituati, anche giustamente, a operazioni simili con autori tipo De Andrè, Battisti, Dalla o Paoli, che non era insolito trovare tra le pagine dei manuali di narrativa di medie e liceo.

Tutt’altra categoria, non è questo il punto, ma magari al momento, per lo scopo dell’iniziativa della Treccani, paradossalmente meno funzionali. Ma in cosa consiste effettivamente il progetto? Presto detto. Lo scopo è quello di spiegare alcune parole della lingua italiana attraverso l’uso che ne fanno i nuovi autori. Quindi il tutto parte da una parola, pubblicata sulla pagina Facebook della Treccani, come per esempio l’ultima: “Pungicare”. Per analizzarla è stato scelto un testo di Calcutta dal titolo “Kiwi”, che recita “Mettimi sotto il cuscino un alveare/Tanto quello che voglio da te/Quello che voglio da te/È farmi pungicare” e nel post la Treccani scrive “A volte l’amore può esprimersi usando forme arcaiche della nostra lingua. È il caso di "pungicare" (o "puncicare"), un termine desueto (pensate che lo usava Carlo Goldoni) rimasto però nel dialetto romanesco.

Il significato è quello che state immaginando: pungere, punzecchiare, anche in senso figurato. In "Kiwi" di Calcutta, l’uso figurato è rafforzato dalla metafora dell’alveare sotto il cuscino, che introduce i versi in cui il narratore dichiara all’amata di essere disposto a farsi punzecchiare e, più avanti nel testo, a subire dispetti ben più pesanti”. Una volta spiegata la parola ecco fornito il link (questo) per raggiungere su Spotify la playlist che si aggiorna periodicamente di nuovi pezzi e nuove parole.

Sono già state spiegate “Arpia” con il pezzo dei Verdena “Razzi, Arpia, Inferno e Fiamme”, “Strano” tramite il pezzo di Fabri Fibra “Stavo pensando a te”, “Povertà” con le splendide parole di “Punk Sentimentale” de’ Le Luci della Centrale Elettrica e molte altre ancora (finora 15 in totale). Un’idea geniale, un modo nuovo di confrontarsi con i propri utenti e reggere perfettamente ad un’epoca nella quale sfogliare fisicamente un’enciclopedia è un’attività di fatto, purtroppo, morta. Certo, ora in un paio di click si trova tutto, ma il risultato è aver creato intere generazioni di ragazzi incapaci di prendere in mano un libro. E lo chiamano progresso…

Napoli città dell'accoglienza e la canzone napoletana come strumento di conoscenza della lingua e della cultura italiana nel mondo, sono i temi del messaggio che il regista e attore americano John Turturro ha donato in esclusiva al consolato italiano di Gerusalemme. L'occasione è la proiezione nella città santa di 'Passione', film del 2010, nel quale il regista americano viaggia per Napoli attraverso le sue canzoni, raccontando aneddoti e storie.

La proiezione chiude nella città Santa la XVIII settimana della lingua italiana nel mondo, promossa dal ministero Degli Esteri e della Cooperazione internazionale. "la scelta di Passione – spiega Fabio Sokolowicz, console generale a Gerusalemme, nasce anche dal riconoscimento dell'indiscusso valore culturale che la canzone napoletana ha in tutto il mondo". Turturro, che all'ultimo momento non è potuto intervenire di persona, ha voluto comunque lasciare un messaggio video agli spettatori. "La canzone napoletana – dice – è uno dei migliori ambasciatori della cultura italiana nel mondo. Napoli è sempre stata una città accogliente, aperta a culture diverse, dove chiunque si può sentire a casa".

Il film era stato già proiettato mercoledì scorso a Ramallah, sempre a cura del consolato generale di Gerusalemme, in occasione della inaugurazione della locale sede della Dante Alighieri.

Un settore con luci e ombre quello della cultura in Italia: la crisi è stata superata e in alcuni settori si cresce, ma qualcuno resta ancora indietro. Nel complesso, inoltre, siamo un Paese molto al di sotto della media dell'eurozona in termini di spesa in cultura e ricreazione: se la media in Ue è dell'8,5 per cento della spesa annuale complessiva di una famiglia, in Italia ci si ferma al 6,7%. La più "virtuosa" rimane la Svezia con l'11 per cento. Lo rivela il rapporto Federculture, presentato a Milano alla Camera di Commercio, che si concentra in particolare sulla fruizione e partecipazione dei cittadini alla vita culturale del Paese.

Divario tra Nord e Sud

La quota di spesa dedicata a musei, cinema, teatro e concerti, per una famiglia media italiana è aumentata del 3,1% nel 2017, che in termini assoluti corrisponde a 31 miliardi di euro: un trend in crescita per il terzo anno consecutivo dopo il crollo del 2012-2013. Il valore annuale complessivo, che comprende quindi anche la spesa per libri e musica, è di 71,4 miliardi con una crescita del 2,6% rispetto al 2016. Resta però forte il divario tra nord e sud del Paese: se la spesa media mensile di una famiglia è di 129,7 euro, al nord si raggiungono i 150 euro con il picco in Trentino Alto Adige di 191, ma si scende drasticamente al sud, con 90 euro mensili, che arrivano a 66 in Sicilia.

Cresce la quota di chi legge almeno un libro l'anno

Al botteghino si spende di più (+ 0,71 per cento), probabilmente perché aumentano i costi, ma non gli ingressi, che invece diminuiscono di circa 4 punti percentuali, come le attività di spettacolo, in calo di 2 punti e mezzo. Potrebbe sembrare rassicurante, ma forse non lo è davvero, il dato che arriva dai libri: cresce leggermente la quota di coloro che leggono almeno un libro all'anno, da 40,5% a 41%; aumentano quelli che leggono almeno 3 libri, ma diminuiscono i 'lettori forti', ovvero quelli che ne leggono più di 12.

Il 70% degli adulti non partecipa ad alcun tipo di attività culturale

Seriamente preoccupante invece il dato dell'incultura: il 38,5% degli italiani adulti con almeno 25 anni d'età non partecipa ad alcun tipo di attività culturale; ancora peggio la quota di coloro che non vanno al cinema, non visitano un museo né un sito archeologico almeno una volta all'anno: circa il 70% degli adulti, che diventa 82% al sud.

Qualche speranza arriva dal turismo: quello culturale rappresenta il 35,4% della quota totale; crescono del 10% i visitatori di musei statali e "la spesa culturale di turisti aumenta dell'11 per cento" ha sottolineato il presidente di Federculture, Andrea Cancellato. "Non abbiamo particolarmente apprezzato che il turismo sia passato dal ministero dei Beni culturali alle Politiche agricole; ci vorrebbe una cabina di regia a Palazzo Chigi" ha criticato Claudio Bocci, direttore di Federculture.

In calo la spesa dei Comuni 

La spesa in cultura delle amministrazioni comunali scende del 4% rispetto al 2015 e anche le erogazioni dalle fondazioni bancarie, -9% rispetto al 2016. Quanto ai fondi pubblici, nel 2017 e 2018 lo stanziamento del Mibac è stato confermato nell'entità degli anni precedenti: il bilancio ministeriale è di 2 miliardi e anche nel previsionale 2018 risulta uno stanziamento di 2,4 miliardi – si legge infine nel rapporto.

Quando, nel 2013, Yu Hua pubblicò in Cina “Il Settimo Giorno”, un romanzo surreale che racconta la vita grottesca di chi vivo non è più, il grande narratore cinese spiegò al Corriere della Sera quale era stata la molla che lo aveva spinto a scrivere un’opera che contiene l’almanacco delle storture della Cina contemporanea, dal cibo adulterato alle demolizione delle abitazioni. “In Cina sempre più gente non riesce a comprarsi la tomba e, nel caso, sa che la proprietà dura solo 25 anni. Capisco i 70 anni di diritti sulla casa, che è per i vivi, ma 25 anni per i morti? Ecco allora che ho immaginato un ‘Luogo per i morti senza tomba’: per criticare con più efficacia la crudeltà della realtà”. 

Il 18 ottobre il cinquantottenne Yu Hua, che durante la gestazione decennale di questa opera aveva pubblicato “La Cina in dieci parole”, è uscito in Italia con il suo ultimo libro, “Mao Zedong è arrabbiato” (Feltrinelli, 16 euro, traduzione di Silvia Pozzi), un racconto appassionato, ironico e coraggioso della Cina di oggi. “Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina, sarebbe talmente arrabbiato che chiederebbe lui per primo di tirare giù il suo ritratto a Tian’anmen”, scrive l’autore.

“L’educazione patriottica dispensateci dal Partito comunista in quasi sessant’anni ha mescolato in unico calderone l’amore di patria e la devozione al Partito, cioè al governo. Celebrarli significa celebrare la Cina. Subdolamente hanno cancellato la differenza tra la nazione e chi la amministra portandoci via il patriottismo per sostituirlo agilmente con un ottuso nazionalismo”.

Si tratta di un libro patriottico che però, scrive Marco del Corona su La Lettura, “può essere accusato di essere anti-patriottico”.  Come già “Il Settimo Giorno” (uscito in Italia nel 2017 per Feltrinelli, traduzione di Silvia Pozzi, vincitore del premio Bottari Lattes Grinzane), continua, “sembra insieme un atto d’amore e un atto d’accusa” .  

Yu Hua, durante una intervista ad Agi, descrive le contraddizioni con cui la seconda economia, dopo 40 anni di riforma e di apertura, si ritrova a fare i conti, spingendosi a immaginare a un certo punto la fine del Partito comunista Cinese. “Tra 100 anni sarà tutto cambiato, il Partito non esisterà più”. Proprio in merito al “Settimo Giorno”, che l'autore aveva aveva dedicato al caos della società, ai drammi che sono il volto meno conosciuto della modernizzazione turbo-capitalista, Yu Hua dice:  “Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale”.

Perché il mondo dei morti per raccontare la Cina di oggi?

"A volte, la scrittura è fatta di incontri con la fortuna, di casi. Ho avuto una idea fulminante, ho visto una scena: quella di un morto che riceve la telefonata da un crematorio, all’altro capo del telefono gli dicono che è in ritardo per la sua cremazione. Lì mi è sembrato che ci fosse l’incipit perfetto, l’escamotage letterario perfetto, per riuscire a concentrare storie diverse in un unico posto. Una cornice che potesse contenerle tutte".

I suoi libri si ispirano a fatti realmente accaduti?

"Racconto le assurdità che accadono Cina da trent’anni a questa parte. Non sono notizie di cronaca nera. Una cosa brutta succede una volta. In Cina, invece, sono tanti anni che le cose che racconto continuano a succedere in maniera ricorrente. E quando un fatto si verifica continuamente, non è più notizia, ma letteratura.

Il mio proposito era non solo di fare letteratura, ma anche di realizzare un documento storico-sociale. Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale.

Racconto della morte di un sindaco. Non è stata una scelta casuale. Un mio amico mi ha chiesto, “come mai hai descritto la morte di un sindaco e non di un funzionario di partito?”, visto che, come sapete, in Cina i sindaci non contano nulla, chi comanda sono i segretari di partito. Ho risposto che secondo me tra 100 anni non esisteranno più i segretari di partito, non ci sarà più neanche il Partito comunista cinese!".

Dagli aborti clandestini alle demolizioni forzate, quali sono i drammi raccontati nei suoi libri che peseranno maggiormente sulla Cina del futuro?

"L'ascesa al potere di Xi Jinping deriva da scelta storica. In questo momento la Cina ha bisogno di un leader forte come Xi. Negli ultimi 40 anni, il processo di riforma e di apertura ha portato un grande cambiamento. La Cina si è arricchita ma sono aumentate le disuguaglianze sociali. Risultato: il Paese è nel caos.

Per caos intendo il grado di corruzione e lo stato di avanzamento dell’inquinamento ambientale. Siamo già arrivati a un punto nel quale è difficile immaginare il peggio.

Quello che possono fare i nostri vertici è ininfluente. Emanare qualsiasi legge rischia di essere inefficace per risolvere la situazione al punto in cui siamo arrivati. “L’ordine dei vertici non arriva fuori Zhongnanhai”, si dice a Pechino. In altre parole, le decisioni del governo rimangono circoscritte nelle stanze del potere.

Storicamente, quasi in maniera ciclica, quando un sistema come quello cinese entra in una situazione così delirante, fuori controllo, è necessario che arrivi un personaggio forte come Xi Jinping".

Xi ha riportato al centro il Partito

"Il presidente cinese ha avviato con polso la campagna anti-corruzione e ha inasprito i controlli, attuando politiche sempre più restrittive in un ogni campo della vita politica e sociale. Si muove in maniera tale che viene rimosso ogni tipo di dissenso; non è consentito alcun tipo di opposizione al suo governo e al sistema di potere. E’ sicuramente qualcosa di estremo, ma che si configura come il risultato dell’epoca estrema venuta prima; si è passati da un estremo a un altro".

Un moto perpetuo che in Cina si rinnova sempre…

"L’incipit di uno dei classici della letteratura cinese, Il Romanzo dei Tre Regni, contiene proprio questo adagio: “quando lasci andare, devi stringere; quando stringi, devi lasciare andare”.

Quando è troppo tempo che siamo rimasti aperti, bisogna chiudersi; quando siamo rimasti chiusi troppo a lungo, e quindi stiamo morendo, a quel punto ci riapriremo.

Molti intellettuali cinesi sono allarmati; io, sinceramente, non mi preoccupo. Perché questa chiusura ha una scadenza; quando finiranno le restrizioni, ci sarà un rilassamento".

Non teme di irritare la sensibilità delle autorità cinesi?

"Non ci ho ancora pensato, ed è meglio anche che non ci pensi. Tanto ci pensa il destino, è inutile che mi preoccupi prima. Non è solo all’estero che me lo chiedono. Me lo chiedono anche in Cina: “Ma come mai non ti è ancora successo niente?”. E che ne so io. Se non mi succede niente, non posso inventarmi che mi succeda qualcosa. Certo non posso assicurare che nei prossimi 100 anni non mi succederà nulla". 

A proposito di falsificazioni, nei suoi romanzi è spesso presente il concetto di shanzhai, cioè di contraffazione, che, ha scritto nel 2015, “mette in luce sia l’avanzamento della società sia la sua arretratezza”. Oggi è ancora così?

"Secondo me il fenomeno della contraffazione oggi è pure migliorata. Siamo già più avanti rispetto a quelli che semplicemente imitano i prodotti".

“Dopo i fatti di Piazza Tian’anmen”, scriveva ne "La Cina in dieci parole", “tra le conseguenze più evidenti, c’è la stagnazione del sistema politico”. La società cinese, nel suo rapporto con lo stato, è in possesso degli anticorpi in un modo che possa indurci a pensare che questa situazione non sia irreversibile, ma che possa esserci una evoluzione?

"Penso di sì, e credo che accadrà qualcosa di molto piccolo, ma che sarà capace di modificare le cose; cosa sarà, non lo so.

Mao Zedong poteva da solo cambiare le sorti della Cina come gli pareva. Lo stesso valeva per Deng Xiaoping, ma in un certo senso anche per Xi Jinping, il quale ha avviato dei cambiamenti nella direzione di un maggiore controllo sulla società. Sono però convinto che ci sarà un piccolo evento che porterà a grandi cambiamenti. Solo che non ho la più pallida idea di cosa possa essere"

“L’italiano è una lingua maledetta” diceva sempre Paolo Villaggio, si ma solo quando faceva la parte (non lo è mai stato davvero) dell’ignorante, uno che non badava alla meraviglia della nostra lingua, alla sua straordinaria musicalità, alle sue eccezionali variazioni, ai giochi di parole che permette e alle infinite possibilità poetiche.

La casa editrici Zanichelli quest’anno ha deciso di onorarla la lingua, ancor più di quanto non faccia con lo storico dizionario Zingarelli che edita dal 1941. L’iniziativa si intitola “La cultura si fa strada” e prevede, tramite l’utilizzo della street art, il salvataggio o recupero di parole che stanno andando tristemente in disuso.

Come scrive giustamente in una nota “può forse l’italiano permettersi di perdere parole affascinanti come ghiribizzo o beffardo? Come faremmo a cucinare certe pietanze senza usare il pane raffermo? Esiste una parola più onomatopeica di ondivago? Che cosa ruberanno i banditi d’ogni crime-story che si rispetti se sarà scomparso il malloppo? Quale aggettivo descriverebbe Zio Paperone meglio di taccagno?”.

Guarda: come sono stati realizzati i graffiti

E allora via ai graffiti urbani che saranno distribuiti in 50 città italiane, nome in codice della missione “parole da salvare”, tra le 3125 voci riportate dallo Zingarelli, Zanichelli ne ha scelte ora cinque, e le propone all’attenzione dei passanti aggiungendo al semplice significato anche l’etimologia completa, la data di prima attestazione in lingua scritta e qualche esempio d’uso; e sono:

bòria /ˈbɔrja /

[lat. bŏrea(m) ‘borea, vento di tramontana’ col senso di ‘aria (d'importanza)’ ☼ 1342]

s. f.

vanitosa ostentazione di sé e dei propri meriti reali o immaginari: metter su boria; essere pieno di boria; SIN. burbanza, superbia, vanagloria

 

denigràre/deniˈɡrare/

[vc. dotta, lat. tardo denigrâre, in orig. ‘tingere di nero (nigrâre) completamente (dç-)’, e quindi ‘oscurare (una fama)’ ☼ av. 1306]

v. tr.

Screditare qualcuno o qualcosa offuscandone il valore, l'onore, il prestigio e simili:

denigrare i propri avversari; tenta inutilmente di denigrare la tua  reputazione

SIN. calunniare, diffamare

 

insìgne / inˈsiɲɲe/

[vc. dotta, lat. insĭgne(m), da sîgnum, il ‘segno’ che distingue una persona ☼ av. 1420]

agg.

1 che si distingue per meriti eccezionali: scrittore, scienziato, giurista insigne; SIN. famoso, illustre, ragguardevole

2 di grande pregio e valore: monumento insigne; chiesa, basilica insigne

 

solèrte / soˈlɛrte/

[lat. sollĕrte(m) ‘abile, capace’, comp. di sŏllus ‘tutto’ e ãrs, genit. ãrtis ‘arte’: propr. ‘capace d'ogni arte’ ☼ av. 1332]

agg.

1 che adempie alle proprie mansioni con cura, diligenza, attenzione estrema: insegnante, funzionario solerte

2 svolto con grande cura e diligenza: studi solerti

 

corroborare /  korroboˈrare/

[vc. dotta, lat. corroborâre, comp. di cŭm ‘con’ e roborâre ‘irrobustire’, da rôbur ‘forza’ ☼ av. 1334]

 v. tr.

1 fortificare, rinvigorire (anche fig.): lo studio corrobora la mente

2 (fig.) avvalorare, confermare: argomento che corrobora un'ipotesi

 

I graffiti sono realizzati tutti in prossimità di scuole o in zone pedonali, perché il target di riferimento sono i ragazzi, perché non perdano, proprio oggi che i programmi sul computer correggono gli errori e il T9 del cellulare suggerisce le parole da utilizzare (sempre le stesse, è un algoritmo non un nostro insegnante di sostegno), la voglia di scoprire più a fondo la nostra lingua.

Tutti i disegni saranno accompagnati dall’hashtag #laculturasifastrada e saranno realizzati con una vernice totalmente green, come specifica l’azienda “Quando la campagna è finita, i messaggi vengono cancellati usando soltanto acqua. I residui del graffito che finiscono nel sistema di scarico sono totalmente innocui per l’ambiente”. Viviamo un’epoca che da poca importanza alle parole ed è sempre più frequente l’istinto, per strada o anche in tv, di rievocare il Moretti che urlava “Le parole sono importanti!”.

È anche un’epoca veloce la nostra dove quasi ci siamo dimenticati come si usa una penna, più lenta, ok, ma che perlomeno ci permetteva di stare più attenti a quello che scrivevamo e di conseguenza, chissà, anche a ciò che ci passava per la testa. Forse è proprio vero che le parole è bene che tornino belle, grandi, sui muri delle città, scritte e non digitate, a ricordo dell’ineguagliabile magnificenza della nostra lingua. 

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