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Centocinquanta anni e non sentirli: basta del buon magnesio, simbolo Mg e numero atomico 12. A festeggiarli, non a caso, è la tavola periodica degli elementi, strumento fondamentale per chi studia chimica dai banchi di scuola fino ai massimi livelli della ricerca.

Venne inventata nel marzo 1869 dal chimico russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev, ma in realtà la sua storia era cominciata 80 anni prima in Francia, alla vigilia della Rivoluzione. Oggi l’Onu proclama il 2019 “Anno internazionale della tavola periodica degli elementi”. Ma il prologo di tanta gloria è segnato dal genio, dal sangue e forse da qualche meschina gelosia.

Lo scienziato che ebbe tutto dalla vita

La storia della tavola periodica ebbe inizio nella Francia dell’Ancien Regime con un certo Antoine-Laurent de Lavoisier, poi riconosciuto universalmente come il “padre della chimica”. Le attività politiche ed economiche di Lavoisier, di nascita nobiliare – potente membro di vari consigli aristocratici, esattore in appalto di vari tipi di tasse – gli consentirono di finanziare la sua ricerca scientifica fino a diventare uno dei più importanti personaggi della storia della scienza.

A soli 25 anni era già membro dell’Accademia francese delle scienze. Gli esperimenti chimici che portava avanti con la moglie, Marie-Anne Pierrette Paulze, spinsero la coppia ad enunciare la prima versione della legge di conservazione della massa come anche indagare sulla composizione dell’acqua, dando ai suoi componenti il nome di ossigeno e idrogeno. Fu anche il primo a pensare che in natura “nulla si perde, nulla si crea: tutto si trasforma”, e solo più di cent’anni dopo Albert Einstein riformulò questa legge in altri termini.

Il genio ghigliottinato

Tanta fortuna però non fu eterna: Lavoisier venne processato per coinvolgimento con la monarchia deposta dalla Rivoluzione francese. Accusato di tradimento, venne condannato a morte e ghigliottinato l’8 maggio 1794. Aveva 51 anni.

Secondo una diffusa leggenda, a chi fece osservare che Lavoisier era uno scienziato, il presidente del tribunale rivoluzionario avrebbe risposto: “La Repubblica non ha bisogno di scienziati né di chimici”. Pare che fra i suoi accusatori ci fosse anche il rivoluzionario e chimico dilettante Jean-Paul Marat, al quale Lavoisier aveva in precedenza respinto la domanda di accesso all’Accademia delle scienze francese.

“Nulla viene dal nulla. Dove la storia della tavola periodica degli elementi abbia davvero inizio è discutibile. Ma il laboratorio di Lavoisier è un buon posto per farla cominciare” ricorda ancora adesso il settimanale britannico ‘The Economist’. Comunque, se la Rivoluzione francese aveva divorato un suo figlio così nobile, tempo dopo la creatura di quel figlio avrebbe fatto una seconda rivoluzione, ancora più duratura.

Il rivoluzionario degli elementi che amava le carte

Solo 82 anni dopo lo scienziato russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev presentò la tavola periodica che oggi conosciamo, una scoperta che gli valse il soprannome di ‘Copernico della chimica’: un rivoluzionario degli elementi. Una scoperta incredibile quella di Mendeleev, frutto di anni di ricerca ma anche di una sua infinita passione molto poco scientifica.  Al quel tempo gli scienziati conoscevano al massimo 63 elementi, e questa è la prima componente della storia. La seconda sono gli assi, i fanti, i re e i bastoni. I fanti, le regine i fiori e i cuori.

A Mendeleev piacevano le carte. Il suo gioco preferito era il “solitario”. Ecco allora che trascrisse su cartoncini il simbolo degli elementi conosciuti e il loro peso atomico, vale a dire il numero che si ottiene facendo la somma dei neutroni e dei protoni contenuti nel nucleo di ogni atomo, e si mise a giocare con quei cartoncini ordinandoli e organizzandoli proprio come si usa fare con le carte da gioco. 

Il miracolo del solitario chimico e del chimico solitario

Così dal “solitario chimico” venne fuori la tavola periodica degli elementi: uno strumento efficacissimo che catalogava tutti gli elementi conosciuti e soprattutto consentiva di fare delle previsioni. Storia nella storia: dopo tre giorni e tre notti trascorsi davanti al tavolo a giocare a quello strano solitario, Mendeleev gettò la spugna e se ne andò a dormire. E qui accadde il miracolo, perché in sogno ebbe letteralmente la visione di quella “tavola” che stava cercando.

In quella tavola gli elementi, ordinati in colonne, e raggruppati in gruppi di elementi simili, presentavano “una evidente periodicità di proprietà” e proprio a causa di questa particolarità chiamò la sua tavola con l’appellativo “periodica”. Ed era talmente convinto, quel chimico solitario, che la sua idea fosse giusta che proprio pensando a questa periodicità lasciò nella sua tavola alcuni spazi vuoti che, secondo le sue previsioni, sarebbero stati occupati da elementi ancora da scoprire.

Il settimo periodo

La tavola periodica degli elementi all’inizio non fu però accolta molto benevolmente, ma sei anni dopo quanti nutrivano dubbi dovettero ricredersi. Nel 1875, infatti, il chimico Paul Émile Lecoq de Boisbaudran scoprì il Gallio, un metallo che andò a occupare, accanto all’alluminio, la casella vuota che Mendeleev gli aveva riservato con lungimiranza. Successivamente altri tre posti vuoti previsti dalla tavola furono occupati dall’Elio, dal Neon e dall’Argon e ribadirono la geniale intuizione di Mendeleev.

Ovviamente le moderne tavole contengono più elementi perché ora gli elementi conosciuti hanno superato il centinaio. Gli ultimi inseriti, che completano il “settimo periodo” della tavola, sono quattro. Si tratta di elementi creati in laboratorio e non rintracciabili in natura: il Nihonio, il Moscovio, il Tennesso e l’Oganesson.

Lungo la metropolitana di Londra

La famosa “Tavola periodica degli elementi” di Mendeleev, che oggi sotto forma di poster campeggia in tutte le aule di scienze del mondo, ha subito vari restyling nel corso del tempo. Pur lasciando integra la sostanza è cambiata molto la forma.

Moltissime le versioni inventate nel corso dei decenni, fino a 800 secondo alcune fonti, e dalle forme più svariate: circolari, cubiche, a elica, piramidali, a spirale, a triangolo. Una delle più curiose ha disposto gli elementi secondo uno schema che segue il tracciato della metropolitana di Londra, la cui costruzione però Lavoisier non aveva previsto.

È morto Luke Perry, attore della serie televisiva di successo degli anni Novanta ‘Beverly Hills, 90210’. Lo ha stroncato un ictus, ha riferito il suo agente. Aveva 52 anni. 

Luke Perry era noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di Dylan McKay nella serie televisiva ‘Beverly Hills 90210’. Nei giorni scorsi era stato colpito da un ictus cerebrale. 
Perry aveva girato quasi tutte le stagioni di ‘Beverly Hills 90210’ dal 1990 al 1995 ininterrottamente, poi dal 1998 al 2000.

Era apparso in varie pellicole, come ‘Buffy – L’Ammazza Vampiri’, ‘Il quinto elemento’, diretto da Luc Besson, e anche nell’italiano ‘Vacanze di Natale ’95’, con Massimo Boldi e Christian De Sica. Era apparso inoltre nelle serie tv ‘Oz’, ‘Le cose che amo di te’ e ‘Will & Grace’ ed è stato protagonista della serie tv ‘Jeremiah’.

Proprio nei giorni scorsi è stato annunciato l’arrivo in tv in estate del reboot di ‘Beverly Hills 90210’. La nuova storia si sviluppa nell’arco di 6 puntate che vedono nel cast Jason Priestley (Brandon), Jennie Garth (Kelly), Ian Ziering (Steve), Gabrielle Carteris (Andrea), Brian Austin Green (David) e Tori Spelling (Donna).

La scoperta della tomba di Tutankhamon, il faraone bambino vissuto oltre 33 secoli fa, fu un evento mediatico senza precedenti nel secolo scorso, al punto che la febbre dell’antico Egitto travolse il mondo intero. L’autore dell’eccezionale scoperta fu l’archeologo ed egittologo britannico Howard Carter, di cui ricorre domani l’80esimo anniversario della morte. Una delle più grandi scoperte archeologiche del XX secolo avvenne nella Valle dei Re, in Egitto, nel 1922 grazie a una spedizione archeologica finanziata da un ricco nobile inglese, Lord Carnarvon.

Mediatica fin dall’inizio

Fu una spedizione che ebbe una copertura mediatica senza precedenti perché l’archeologo e il suo finanziatore decisero di stipulare con il quotidiano britannico ‘The Times’ un contratto di esclusiva per tutte le notizie relative alla tomba di Tutankhamon. Questo portò ad un’insurrezione del resto della stampa internazionale, oltre all’ira del governo egiziano.

In Occidente la scoperta della tomba del giovane faraone scatenò una vera e propria follia collettiva, una ‘egittomania’, al punto che le testate giornalistiche dovettero adattarsi trovando o fabbricando notizie di questo genere.

Già all’inizio fu maledizione

Fra queste, la più fortunata fu quella che definiremmo oggi fake news: nacque la leggenda che Tutankhamon portasse sfortuna perché sulla sua tomba ci sarebbero state iscrizioni che maledivano eventuali profanatori. Tra queste la più popolare, riportata dalla stampa e mai ritrovata, recitava: “La morte verrà su agili ali per colui che profanerà la tomba del Faraone”. Un altro cronista, invece, riportò le dichiarazioni di un sedicente archeologo che avrebbe parlato del ritrovamento di una stele su cui c’erano scritte le seguenti parole: “Siano disseccate le mani alzate contro di me”.

In realtà molte delle iscrizioni di questo tenore citate dai giornali concorrenti al ‘Times’ non esistono affatto, ma i lettori erano avidi di notizie e credettero subito alla ‘maledizione di Tutankhamon’. Una fake news che fu alimentata anche da una notizia vera: nel febbraio 1923, tre mesi dopo la scoperta della tomba, Lord Carnarvon fu punto da un insetto, sviluppando velocemente una fortissima febbre che presto si trasformò in polmonite che lo portò alla morte dopo una lunga agonia il 5 aprile 1923 al Cairo. Il decesso fu subito collegato alla maledizione del faraone come castigo della violazione del luogo di sepoltura del sovrano.

Nel frattempo il principale antagonista del ‘Times’, il ‘Daily Mail’, assunse come corrispondente locale Arthur Weigall, egittologo rivale di Carter, mentre in Egitto insorgeva una campagna d’odio sia contro il governo in carica che contro il colonialismo britannico e straniero.

Una pietra sospesa in aria

Nel febbraio 1924, il direttore generale del Servizio delle Antichità Egizie Pierre Lacau, sotto pressioni del neo eletto ministro dei Lavori pubblici del Partito Nazionalista Morcos Bey Hanna, fece bloccare dalla polizia l’accesso alla tomba. Per protesta, Carter abbandonò gli scavi dopo aver lasciato il coperchio di granito del sepolcro appeso precariamente con delle funi.

In questo momento di incertezza, i corrispondenti locali di tutti i giornali cominciarono a ricevere numerose pressioni affinché fornissero notizie legate alle nuove scoperte in Egitto: questo clima alimentò la pratica di inventare o esagerare indiscrezioni. Inoltre c’era anche l’intento, da parte degli altri quotidiani dell’epoca, di denigrare la recente scoperta.

La maledizione fa cilecca

In quanto alla fake news della ‘maledizione di Tutankhamon’, essa divenne quasi più popolare del faraone stesso. A parte la prematura morte di Carnarvon, la profanazione della tomba non portò particolare sfortuna ai suoi scopritori: nei dieci anni successivi alla scoperta, delle 26 persone presenti all’apertura della tomba, morirono solo in sei e nessuna delle 10 persone presenti allo sbendaggio della mummia. Tra cui lo stesso Howard Carter che visse altri 16 anni dopo la scoperta della tomba e morì a 65 anni di età il 2 marzo 1939.

Calciatore e allenatore di successo con un nome straniero in un’epoca di “autarchia” e, poi, di leggi razziali: la storia di Arpad Weisz, ebreo ungherese divenuto italiano per motivi sportivi nei primi anni ’20, è emersa dall’oblio oltre 60 anni dopo la sua morte ad Auschwitz, grazie al libro pubblicato nel 2007 da Matteo Marani. Dal 25 febbraio una mostra al Memoriale della Shoah di Milano punta a farla conoscere a un pubblico più esteso, con l’intento di avvicinare alla drammatica questione della persecuzione degli ebrei anche giovani appassionati di calcio, un mondo abituato a slogan e striscioni razzisti negli stadi.

Come ha ricordato all’Agi l’organizzatore della mostra milanese, Alberto Jona Falco, Weisz è stato dimenticato dopo aver fatto vincere uno scudetto all’Inter (allora in versione italianizzata, Ambrosiana) nel 1930. “Sarebbe come se un personaggio come Josè Mourinho (l’allenatore portoghese di Inter e Manchester, ndr) sparisse dalla circolazione improvvisamente e per decenni nessuno se ne interessasse piu'”, ha commentato Jona Falco, che si definisce “militante della memoria”.

È proprio per combattere oblio e indifferenza che alla Stazione centrale di Milano è nato nel 2013 il Memoriale della Shoah, guidato da Roberto Jarach, con la “benedizione” della senatrice a vita Liliana Segre. La mostra su Weisz, una versione ampliata di quella dell’anno scorso al museo ebraico di Bologna, sarà basata sulle tavole che il disegnatore Matteo Matteucci ha realizzato nel 2016 per la graphic novel “Arpad Weisz e il Littoriale” oltre che su una serie di “memorabilia”: foto, documenti e magliette. 

L’allenatore ungherese è stato fra l’altro anche coautore, negli anni del successo, di un manuale su “Il giuoco del calcio” ancor oggi considerato valido. Il Bologna è l’altra squadra che ha portato per ben due volte a vincere lo scudetto fra il 1935 e il 1938. L’anno dopo, con la famiglia dovette lasciare il paese in seguito alle leggi razziali, ma nel 1942 furono deportati dall’Olanda al campo di concentramento di Auschwitz. Moglie e figli morirono subito nelle camere a gas, mentre lo sportivo Weisz lavoro’ in un campo di lavoro per un anno e mezzo prima di morire nel gennaio 1944.

“Lo scorso 3 febbraio – ha spiegato Jona Falco – in occasione di Inter-Bologna, partita simbolica per la memoria di Weisz, a San Siro i vertici di Inter, Bologna, Novara, Bari e Alessandria, le squadre di cui fece parte, hanno donato alla mostra le magliette attuali con il suo nome e il numero 18, che nella tradizione ebraica significa vita”.

Il duplice obiettivo della mostra, ha spiegato Jona Falco, è da un lato “contribuire a restituire identità e dignità a un numero uno dello sport italiano ingiustamente dimenticato”, dall’altro “provare ad avvicinare persone che normalmente non sono molto sensibili alla questione del razzismo”.

Secondo l’organizzatore, “buona parte di chi frequenta il mondo del calcio non è consapevole della gravità delle cose che si gridano nelle curve. Se su 60 mila spettatori allo stadio solo un migliaio espone striscioni razzisti o magliette con Anna Frank, gli altri dovrebbero protestare e le squadre smettere di giocare. Vogliamo portare al Memoriale persone che mai ci entrerebbero, ma sono interessati al calcio: pensiamo alle classi di ragazzi a partire dai 13-14 anni. Oltre alla mostra su Weisz, visiteranno il memoriale e al termine assisteranno alla performance teatrale del figlio del grande campione dell’Inter Giacinto Facchetti, l’attore Gianfelice”.

L’ambizione degli organizzatori è che la mostra non si fermi a Milano: “Abbiamo già accordi con altre città italiane – ha detto Jona Franco – e speriamo di portare Weisz anche all’estero”. 

Bjorn Larsson è svedese ma si sente anche francese e, da un po’ di tempo, italiano. Come dice lui, è un “pendolare” fra diversi paesi e non gli piace essere classificato con una sola nazionalità. “Anche se in questo momento prevale la ricerca di una identità nazionale, io credo che alla fine contano le persone”, ha detto, in buon italiano appena velato da un accento nordico, in un’intervista all’Agi. Da non confondersi con il quasi omonimo Stieg Larsson, sfortunato autore della fortunata trilogia Millennium, pubblicata postuma, Bjorn ha raggiunto il successo una ventina di anni fa con una serie di libri di ambientazione marina e soprattutto con Il Cerchio Celtico e La vera storia del pirata Long John Silver. Dallo scorso dicembre è in pensione dalla cattedra di Letteratura francese all’Università di Lund, e si dedica alla scrittura, abitando fra la Svezia e l’Italia, dove vive la compagna salentina Titti. Il suo editore italiano, Iperborea, ha appena pubblicato l’ultimo romanzo, La lettera di Gertrud, che tratta un argomento completamente nuovo per Larsson, collegando il dramma della persecuzione degli ebrei alla questione dell’identità. 

Come mai ha scelto di dedicarsi a una questione così lontana dai libri precedenti?

“Le fonti di ispirazione sono tre. Anche se non sono ebreo, mi sento sradicato: non mi sento di un solo paese. Anni fa sono andato in Canada a incontrare un docente di letteratura scandinava che voleva a tutti i costi inserirmi in un’antologia di scrittori ebrei scandinavi, perché gli piacevano i miei romanzi. Mi ha chiesto di approfondire le mie origini: ma io ho pensato che non vorrei mai far parte di un gruppo letterario di ebrei svedesi, ma neanche di autori svedesi. Che cosa cambierebbe, ho pensato, sapere qualcosa di più sulle mie origini? Ma se ho voluto parlare di identità è anche per una motivazione esistenziale: ho l’impressione che tutti abbiano bisogno di appartenere a un gruppo, escludendo gli altri. La terza ragione è il desiderio di affrontare una sfida e di mettermi in gioco affrontando una storia così controversa, problematica, prima con l’Olocausto e oggi con Israele. Avrei potuto scrivere un altro romanzo di mare, tutti sarebbero stati contenti, ma non ho voluto”.

Solo dopo la sua morte Gertrud fa sapere al figlio Martin della sua origine ebraica, lasciandolo libero di scegliere se tenere il segreto per sé o se invece affrontarlo. Come è nata questa idea?

“Sta all’immaginazione dello scrittore trovare una situazione che gli consenta di raccontare ciò di cui vuole parlare. Per la questione ebraica, è scattata questa idea della mamma che ha passato la vita a nascondersi e che lascia il figlio nella situazione radicalmente unica di poter scegliere. Non è circonciso, non è stato educato per niente nella cultura ebraica e nessuno avrebbe da obiettare sulla sua scelta. Gli ebrei sarebbero contenti, ma gli antisemiti altrettanto, avendo uno in più da odiare, mentre gli indifferenti resterebbero tali. Per Martin è una scelta identitaria, perché oltretutto è ateo e non c’è quindi bisogno di una conversione”.

Il suo libro esce mentre ci sono segnali di ripresa dell’antisemitismo, non solo in Italia ma anche, per esempio in Francia. Lei è un personaggio internazionale: il suo romanzo vuole essere “educativo”?

“Non sono internazionale, è una definizione troppo astratta. Mi sento piuttosto transnazionale: svedese, ma anche francese e italiano e poi ho vissuto 15 anni in Danimarca e un anno ciascuno in Irlanda e Spagna. Quanto alla Lettera di Gertrud, non è un romanzo a messaggio, ma serve a mettere un punto in questione: del resto, è così che i romanzi devono essere. Però, per esempio, è scritto senza essere ambientato in un luogo geografico o in un momento preciso. Si cita solo la Germania, per ragioni storiche, ma potrebbe svolgersi in un qualsiasi paese europeo: l’obiettivo è segnalare in sottofondo che non si può dire che si tratta di un problema italiano o francese o altro, oppure di oggi o di domani o di ieri”.

Non è preoccupato di quanto accade in questo periodo in Europa?

“Lo sono, ma non nel romanzo. L’ho iniziato sette anni fa ed esce proprio adesso, quando c’è un picco che corrisponde al tema che tratta. Non si deve mai scrivere pensando all’attualità. E la situazione non è peggiorata se si pensa ad altri periodi storici: si dice che c’è più antisemitismo, e forse è vero se paragonato a 10 anni fa, non certo a prima o durante la Guerra, per non parlare del Medio Evo quando Spagna, Inghilterra e Francia cacciavano tutti gli ebrei. Non è peggiorato: è come prima, purtroppo. La cosa che succede è che l’odio ha più visibilità a causa della diffusione dei social media”. 

Una sua connazionale, la giovanissima Greta Thunberg, sta smuovendo le coscienze sulle questioni ambientali. Come vede la situazione in Italia?

“Tutte le iniziative in questo senso sono le benvenute. Greta Thunberg è un po’ speciale anche per noi svedesi: questa fiducia in sé, parla con i potenti, va a Bruxelles… ha detto che le serve un impegno forte per qualcosa che sia bianco o nero, altrimenti si sente persa. Noto però che in Italia l’ambiente non appassiona né i politici né la gente. Il figlio della mia compagna usa i bicchieri di plastica e si stupisce che io non lo capisca: eppure ha 21 anni, studia scienze politiche… Pensare all’ambiente significa che ognuno prende una parte di responsabilità per il bene pubblico, cosa abbastanza rara in Italia dove si aspetta che i politici facciano questo. Forse noi svedesi siamo più sensibili perché abbiamo una natura da salvare, le foreste: siamo abituati a prenderci cura di una natura che ci ha fatto vivere. Qui in Italia il sogno di ogni giovane, considerato quasi un diritto umano, è di avere la macchina: io non l’ho mai avuta, e anche se ho la patente non voglio guidare se non è necessario. Qui questa scelta non esiste. E poi tutti parlano della plastica negli oceani ma persino le pizze, che prima erano nei cartoni, ora le danno nella plastica”. 

Fra poco ci saranno le elezioni europee: qual è il suo sentimento nei confronti dell’Unione europea?

“Sono pro Europa ovviamente, ma non per le ragioni economiche di cui tutti parlano. Sono europeo perché quando ho deciso a 20 anni di andare in Francia per far finta di fare lo scrittore nei caffè di Parigi, 45 anni fa, ero un clandestino. Non c’era Schengen e prendevo il treno di notte per non farmi timbrare il passaporto e potermi fingere un turista, almeno ero tranquillo per due settimane. Molti anni dopo, quando ho comprato la mia barca a Marsiglia è stata caricata su un camion senza bisogno di autorizzazione. Oggi tanti giovani studiano in altri paesi, mia figlia è stata a Reykjavik per l’Erasmus. Quando c’è un beneficio, dopo un po’ di tempo la gente lo dà per scontato, invece non lo è. Ero a Edimburgo un giorno, e c’era una partita di rugby fra Francia e Scozia. Mi piace molto il rugby, e mi piace la Scozia, ci ho navigato a lungo. C’era una mostra sui Celti al museo nazionale di Scozia. In un’edicola ho comprato una copia di Le Monde, sono entrato in un bar, ho sentito una canzone di De André e ho chiacchierato in italiano con i due ragazzi che lo avevano aperto. Io, svedese, visitavo una mostra sui celti leggendo un giornale francese e parlavo nella loro lingua con due italiani che lavoravano in un paese anglosassone: questa per me è l’Europa e perderla sarebbe perdere un bene enorme. L’economia non è la prima ragione, ma la libertà di viaggiare, studiare, avere amici, amare e lavorare in più paesi”.

Che cosa pensa della Brexit?

“Gli inglesi saranno costretti a imparare altre lingue! Senza saperlo, quasi trent’anni fa nel Cerchio Celtico avevo previsto l’indipendenza della Scozia e dell’Irlanda del Nord. Ovviamente, se ci sarà una Brexit dura, gli scozzesi se ne andranno. Una quindicina di anni fa lo Scottish National Party ha cambiato strategia dichiarando di essere partito europeo. Ora ha la maggioranza assoluta, e la Scozia è l’unico paese celtico in cui non c’è mai stata violenza politica contro gli inglesi. È un bell’esempio. Quanto all’Irlanda del Nord, i cattolici hanno da sempre fatto più bambini dei protestanti ed è la ragione per cui sono stati sempre osteggiati, al di là della religione. Ora non manca molto al sorpasso e quando i cattolici saranno di più, diciamo fra 10 anni, l’Inghilterra sarà uscita dall’Unione e ci sarà stata un’altra esperienza difficile di frontiera dura, magari con qualche rigurgito del terrorismo: l’Irlanda del Nord si riunirà all’Irlanda e dall’altra parte rimarrà un piccolo paese che si chiama Inghilterra”.  

Da oggi ‘Green Book’ non è più solo la storica guida ‘salvavita’ per automobilisti di colore diffusa negli Usa per 40 anni dal 1936 al 1966, ma è anche uno dei 91 film che nella storia di Hollywood hanno vinto l’Oscar come miglior film dell’anno.

‘Green Book’, infatti, è il film di Peter Farrelly che ha trionfato a Los Angeles ed è stato referito al favoritissimo ‘Roma’ di Alfondo Cuaron. La storia è ambientata negli Usa all’inizio degli anni Sessanta. Tony ‘Lip’ Vallelonga (Viggo Mortensen) è un buttafuori italo-americano un po’ ignorante che viene ingaggiato da Donald Shirley (Meharshala Ali), celebre e raffinato pianista di jazz, come suo autista.

L’artista deve recarsi nel sud del Paese per un tour e, nel viaggio, utilizza una guida particolare, ‘Green Book’, una guida per negri (“for negro motorist for vacation without aggravation”, come recitava il sottotitolo del libro, ossia per negri in automobile per vacanze senza seccature) in cui sono segnalati motel, ristoranti e pompe di benzina dove gli afroamericani non sono discriminati.

Storia del Green Book 

Cos’era questo ‘Green Book’? Un libro per gente di colore per sopravvivere nell’America razzista scritto nel 1936 da Victor Hugo Green, ex impiegato delle poste ad Harlem, New York. La prima edizione, come ha scritto Bookciakmagazine.it, era un semplice fascicoletto di 16 pagine e copriva soltanto l’area metropolitana di New York ma già dall’anno successivo visto il successo di vendita e le richieste, si ampliò fino a coprire tutti gli Stati Uniti, arrivando a essere composto da oltre 120 pagine nell’ultima edizione del 1966.

Un libro che per 40 anni, fino all’approvazione del Civil Rights Act (legge del 1964 voluta da John Fitzgerald Kennedy) che dichiarò illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale) rappresentò un vero e proprio manuale salvavita del viaggiatore per i neri americani.

Nel film di Farrelly viene utilizzata l’edizione del 1959 (anche se i fatti e gli eventi nel film si svolgono nel 1962) che costava 1,25 dollari (nel 1962 il prezzo era 1,95 dollari) e le pagine dedicate agli Stati erano in ordine alfabetico dall’Alabama al Wyoming, fino all’Alaska, Bermuda, Canada, Caribbean, Mexico.

Una ‘guida interattiva’ che si potrebbe addirittura definire pioniera dell’attuale ‘Lonely Planet’ in cui, ogni paragrafo, inframezzato da piccole pubblicità e disegni, forniva indicazioni per hotel, motel, case vacanza, ristoranti: tutti, ovviamente, riservati ai neri.

All’interno del libricino salvavita c’era una sezione dedicata alle valutazioni e recensioni degli alloggi visitati dove era anche possibile indicare nome e indirizzo di nuove strutture scoperte casualmente durante il viaggio.

I suggerimenti del ‘Libro verde’ 

Nell’ultima pagina c’erano anche dei suggerimenti per come proteggere la casa dai ladri durante la propria assenza, si andava dal “comunica ai tuoi vicini che stai partendo per le vacanze e lascia loro una copia delle chiavi di casa” al “fai sospendere le consegne quotidiane del latte e dei giornali”.

E ancora: “utilizza i timer automatici per la gestione delle luci che si accenderanno e spegneranno automaticamente, dando alla tua casa quel look ‘live-in’ o anche ‘assicura gli oggetti di valore che possiedi, il costo è minimo mentre il rischio che possano entrare dei ladri è alto”.

Su Internet, nel sito ‘The New York Public Library Digital Collections’ alla voce ‘Green Book‘ si trovano catalogate e riprodotte tutte le edizioni della guida, dalla prima edizione del 1936 all’ultima del 1966: tutte sfogliabili e scaricabili, integralmente e gratuitamente. In un’introduzione all’edizione del 1949, l’editore auspica che “verrà un giorno, in qualche tempo di un vicino futuro, in cui questa guida non sarà più pubblicata… e ciò avverrà quando la nostra razza avrà uguali opportunità e privilegi in tutti gli Stati Uniti”.

Due italiani, Marco Gualazzini e Lorenzo Tugnoli, potrebbero aggiudicarsi il World Press Photo 2018, il più importante contest fotogiornalistico del mondo. Entrambi gareggiano per la categoria Story of the Year. Gualazzini con il progetto “La crisi del lago Ciad”, l’ultimo dei numerosi che il fotografo classe ’76 originario di Parma ha seguito in Africa negli ultimi anni (accolti in passato dalla critica con altrettanto entusiasmo altri suoi reportage, tutti rintracciabili sul suo sito personale, come quello sulla microfinanza in India, sulla libertà di espressione in Myanmar o sulla discriminazione contro le minoranze in Pakistan).

Tugnoli invece punta al premio con i suoi scatti che raccontano la crisi nello Yemen; il fotografo nel 2010 ha lasciato l’Italia per trasferirsi prima in Afganistan e poi in Libano e da allora collabora regolarmente con importanti redazioni come Washington Post, The Wall Street Journal, Time Magazine e New York Times, dove il suo reportage è stato pubblicato.

Tra i finalisti della categoria “General News” anche un altro italiano, Daniele Volpe, che invece ha deciso di trasferirsi in Guatemala per raccontare più da vicino le questioni relative ai diritti umani e alla giustizia sociale in America Latina. La World Press Photo è in realtà un’organizzazione no-profit con sede ad Amsterdam fondata nel 1955.

Ogni anno, una volta assegnati i premi all’interno della Oude Kerk (in olandese “Chiesa vecchia”), la più antica chiesa di Amsterdam, le foto vengono allestite in una mostra itinerante che viene visitata in media ogni anno da circa un milione di persone in 40 paesi differenti. Il concorso si divide in 10 categorie: “Sport News”, “General News”, “People in the News”, “Sports Action”, “Sports Features”, “Contemporary Issues”, “Daily Life”, “Portraits”, “Arts and Entertainment” e “Nature”.

Da 1955 ad oggi solo due italiani sono riusciti ad aggiudicarsi il premio come “Photo of the Year”, quella che finisce poi nella locandina ufficiale della mostra e che frutta circa diecimila euro: Francesco Zizzola nel 1997 e Pietro Masturzo nel 2010. L’anno scorso a vincere la suggestiva foto di Ronaldo Schemidt che è riuscito a catturare la corsa di un ragazzo con la maglietta in fiamme durante le manifestazioni in piazza a Caracas contro il governo venezuelano di Maduro. La giuria, quest’anno presieduta da Whitney C. Johnson di National Geographic, e che è formata per ogni categoria da professionisti del settore, ha dichiarato di aver ricevuto 78,801 fotografie di 4.738 fotografi da 129 paesi diversi. 

Il Caffè frequentato da Vivaldi e Casanova, la gioielleria amata da Grace Kelly e Liz Taylor e con loro una ventina di attività commerciali che non sono semplici “negozi” ma sono in realtà pezzi di storia, in molti casi capolavori architettonici e artistici. Un mix di storia e imprenditoria, icone del “bel vivere” che hanno reso piazza San Marco unica nel mondo e che ora rischiano di cambiare per sempre. Entro il 2020 scadranno infatti le concessioni di una ventina di esercizi commerciali delle Procuratie e di piazza San Marco e, in quanto proprietà del Demanio, saranno messe all’asta al migliore offerente per una convenzione della durata di sei anni.

Nulla di nuovo, se non che oggi, nell’epoca di internet, del “tutto pubblico” e del “tutto accessibile” le concessioni che per anni sono passate da veneziano a veneziano fanno gola a molti. Soprattutto a quelle multinazionali e grandi catene che nulla hanno a che vedere con la storia di Venezia e tutto avrebbero da guadagnare da una vetrina così prestigiosa. “Si tratta di una norma nazionale relativa a beni del Demanio che non possiamo non applicare – ha spiegato all’Agi l’assessore al Bilancio del Comune di Venezia Michele Zuin – ma esiste un decreto legislativo che ci dà la possibilità, d’intesa con la Regione e sentita la Sovrintendenza, di adottare dei provvedimenti limitativi ad esercizi ed attività economiche”.

Un McDonald’s al posto del Caffè Florian?

“Così come abbiamo recentemente vietato l’apertura in tutta la città antica dei take away – ha continuato – sicuramente cercheremo di fare un provvedimento che tuteli gli esercizi storici, i negozi di artigianato e in grado di mantenere la qualità dell’offerta adatta ad un luogo quasi sacro”. Di certo non sarà una partita semplice se si considera i capitali in gioco, proibitivi per una negozio che per quanto storico e di raffinato pregio non abbia dei bilanci più che floridi. Per intenderci gli ultimi bandi avevano visto assegnare esercizi commerciali da poco più di cento metri quadrati ad un valore di 290 mila euro all’anno, circa 24 mila euro al mese.

Il presidente Veneto di Federalberghi e di Confturismo Veneto, Marco Michielli, ha definito il meccanismo “diabolico”. “È semplicemente impensabile che a Venezia arrivi un McDonald’s al posto del Caffè Florian – ha spiegato – tutti gli sforzi che sta facendo il Comune di Venezia per salvaguardare il centro e riportare il decoro all’interno della città sarebbero vani. Si immagini, per ipotesi, una catena di fast-food americana o una multinazionale del sushi di Singapore: sarebbero in grado di pagare cifre impensabili anche solo per garantirsi il ritorno promozionale di una vetrina in piazza San Marco. Noi diciamo e ribadiamo: giù le mani da Venezia”.

Si è spento nel tardo pomeriggio all’ospedale Sacro Cuore di Negrar, in Veneto, l’attore Giulio Brogi. Aveva 83 anni. Lo riporta l’Arena di Verona. Era nato a Verona il 13 maggio 1935 ed ha vissuto molto a Roma per fare poi ritorni in città negli ultimi anni. Ha dato notizia della perdita la sorella Fiorenza, anche lei attrice come il fratello e la sorella Giulia, quest’ultima scomparsa nel 2009. La sua ultima esibizione risale a questa estate quando Brogi ha recitato davanti ad un folto pubblico nel teatro all’aperto da lui ricavato nel bosco nei pressi della sua casa sulle colline della Valpolicella. Nel curriculum dell’artista il film premio Oscar “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino nel 2013 ma nella sua lunga carriera aveva lavorato con Liliana Cavani, i fratelli Taviani, Ermanno Olmi e molti altri; per la tv si ricorda  l'”Eneide” (1971) e “Il commissario Montalbano. Un diario del ’43” appena girato e trasmesso su Rai. 

Nuovo picco di ascolti per la fiction del commissario Montalbano. Sono stati 10 milioni 150 mila gli spettatori, con share del 43,3%, che ieri sera su Rai1 hanno seguito “Un diario del ’43”, secondo dei nuovi episodi con Luca Zingaretti. È il quarto miglior share nella storia della serie tratta dai romanzi gialli di Andrea Camilleri.

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