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Al Louvre è tutto pronto per l’apertura, il 24 ottobre, della più grande mostra-evento mai organizzata su Leonardo da Vinci, per la quale il museo più visitato al mondo si aspetta un numero di visitatori record, 7 mila al giorno. Ci sono voluti 10 anni per preparare festeggiamenti degni di questo nome per il cinquecentenario della morte del genio toscano del Rinascimento italiano, avvenuta proprio in Francia, nella Loira, il 2 maggio 1519, a corte del re Francesco I.

La mostra viene presentata dai media francesi come “quasi impossibile, almeno quanto la Brexit”, ironizza la stampa d’Oltralpe, facendo riferimento alla complessa organizzazione decennale che ha rischiato di naufragare a causa “della peggiore crisi diplomatica dalla Seconda Guerra mondiale tra Francia e Italia”, in riferimento alle tensioni tra il presidente Emmanuel Macron e il governo di coalizione Lega Nord – Cinque Stelle. Oltre alle difficoltà diplomatiche, hanno gravato anche quelle tecniche e logistiche per ottenere opere cruciali dai più grandi musei del mondo, richieste almeno 4 anni fa. In tutto saranno riunite 120 opere prestate da altri musei francesi, dall’Italia, Germania, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti.

Le grandi incognite: Salvator Mundi e Uomo vitruviano

A pochi giorni dall’apertura, il suspense rimane per il tanto discusso e costosissimo Salvator Mundi: lo spazio assegnato c’è, ma per ora rimane vuoto e i curatori sperano che il quadro – di cui non si conosce con certezza l’identità degli attuali proprietari, dopo il suo acquisto nel 2017 dal principe saudita Mohammed bin Salman – arrivi in tempo per l’inaugurazione. Assente per il momento anche “l’Uomo vitruviano” – il fragile studio delle proporzioni del corpo umano – ma dopo il recente via libera della giustizia italiana il trasferimento del disegno da Venezia a Parigi sarebbe in corso. 

Al di là della presenza, o meno, di queste due opere, l’attesa mostra è già considerata un evento record: è la più costosa mai organizzata in Francia ed è la prima volta che saranno riunite così tante opere di Leonardo, tra disegni, scritti, schizzi, manoscritti, sculture e dipinti.

Fulcro dell’esposizione, allestita nella hall Napoleon – ingresso principale sotto la piramide – sono proprio i dipinti. Leonardo ne ha realizzati pochi, quelli rimasti sono 15/20 e in mostra dovrebbero essere 11, di cui 5 sono di proprietà del Louvre, che possiede anche 22 suoi disegni. I sei prestati sono “Madonna Benois” dall’Ermitage, “San Girolamo” dal Vaticano, “Ritratto di musico” dalla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, “La Scapigliata” dalla Galleria Nazionale di Parma, e due versioni della “Madonna dei Fusi” (o dell’Aspo) di una collezione privata e dalla Galleria nazionale di Edimburgo. Grandi assenti, a causa della loro fragilità, le tre opere di proprietà della Galleria degli Uffizi di Firenze.

I curatori hanno spiegato che l’interesse di Leonardo per la scienza – in particolare astronomia, matematica e botanica – non è stata una digressione dall’arte ma è centrale per raggiungere la perfezione nelle sue tele. Quindi per loro, nonostante le poche tele dipinte,tutta la sua vita e la sua opera ruotano in realtà intorno alla pittura: in certi casi andava avanti a lavorare anche più di 15 anni sulla stessa opera.

La Gioconda resterà al suo posto

Un realismo sbalorditivo che trova il punto più alto nei ritratti firmati dal genio visionario: la Gioconda, Ritratto di dama (Belle Ferronière), San Giovanni Battista. “Ha un’abilità nel dipingere cose e persone non solo dall’esterno ma riesce anche a far vedere quello che c’è all’interno: il movimento e la vibrazione della vita, le emozioni interne” ha sottolineato Louis Frank, uno dei curatori della mostra, con Vincent Delieuvin. Dopo accese polemiche, per non turbare il pubblico la Gioconda rimarrà al suo solito posto, essendo uno dei principali punto di interesse dei 30 mila visitatori giornalieri del Louvre, anche perché lo spazio nel quale è stata allestita la mostra non consente di riceverne più di 7 mila al giorno. Per la prima volta verrà regalata una esperienza virtuale che riguarda proprio lei, la Gioconda. Per visitare la mostra la prenotazione è obbligatorio e, finora, i biglietti prenotati sono già 180 mila.

L’altra novità dell’esposizione riguarda l’approccio scelto dai curatori che hanno organizzato il percorso seguendo alcuni principi chiave: rilievo luce-ombra, libertà, interesse scientifico, ritratti e vita dei personaggi. Finora le principali mostre dedicate a Leonardo hanno invece optato per un approccio canonico, seguendo i sei periodi cronologici della sua carriera e i suoi spostamenti geografici.

La mostra si apre con il gruppo statuario dell’Incredulità di San Tommaso, di Andrea del Verrocchio, di cui Leonardo fu allievo da giovane a Firenze. Per i curatori è proprio dall’osservazione di quella scultura dal piglio così pittorico che Leonardo iniziò a dipingere volendo trasmettere il senso del movimento. Ma il vero ‘stacco’ avvenne intorno al 1478, quando Leonardo approfondisce ulteriormente la lezione del Verrocchio attraverso una libertà dello spirito e della mano capaci di negare la perfezione della forma, dando vita alla composizione istintiva, di cui tele come la «Vergine delle rocce», il «Ritratto di musico» e il «Ritratto di dama» (Belle Ferronnière) sono esempi interessanti, tutti e tre presenti nella mostra.

“La cosa più difficile di tutte è stata capire Leonardo da Vinci. La preparazione scientifica, il lavoro sui documenti d’archivio, lo studio di Leonardo stesso è stato molto più complesso rispetto agli aspetti diplomatici e logistici della mostra” hanno detto i due curatori. Il lavoro preparatorio è consistito nell’analisi della biografia scritta dallo storico dell’arte Giorgio Vasari nel XVI secolo, nella nuova analisi scientifica delle pitture di proprietà del Louvre, oltre al restauro di tre tele: “Sant’Anna”, “Ritratto di dama” e “San Giovanni Battista”.

Altra caratteristica dell’esposizione: il ricorso per vari capolavori esposti – anche per “Sant’Anna, la Vergine e il bambino con l’agnellino” – di riflettografie infrarosse che indicano cosa ci sia sotto l’ultimo strato di pittura, mostrando l’intero processo creativo di Leonardo, in genere lungo, contorto, sinuoso e con possibili ripensamenti a partire dal primo schizzo.

Grazie a questa tecnologia sono stati scoperti dettagli inediti sulla realizzazione della “Vergine delle rocce” – di cui una copia è al Louvre e l’altra alla National Gallery di Londra – che forniscono un’altra spiegazione sulla presunta causa del rifiuto della prima versione commissionata. Sotto, i restauratori hanno ritrovato la stessa versione del dipinto originale, senza che l’angelo puntasse il dito su Giovanni Battista, cambiata da Leonardo all’ultimo momento. “La nuova storia su questa tela ci ha aiutato a capire ancora meglio la sua personalità artistica: quella di un perfezionista, che non ha realizzato molti dipinti ma si sforzava di trovare sempre la miglior composizione e la più bella esecuzione pittorica” ha concluso Delieuvin.

Un’equipe italo-libanese di archeologi ha identificato, in Libano, una estesa area funeraria ricca di tombe datate oltre 5000 anni fa. La scoperta è avvenuta nell’area di Nakhl ed è il risultato della terza campagna della missione archeologica nel Libano settentrionale condotta dall’Ateneo di Udine e dall’Università Libanese (Flhs), Facoltà di lettere e di science umanistiche, Third Branch, di Tripoli, con la partecipazione dell’Istituto francese del Vicino Oriente di Beirut. 

Le tombe a camera scavate nella roccia (ipogei) sono databili probabilmente all’età del Bronzo (III-II millennio a.C.). La missione ha anche ricostruito l’antichissima origine, risalente ad almeno 5000 anni fa (III millennio a.C.), della città medievale di Amioun, capoluogo dell’area di Koura, dove è stato aperto uno scavo per indagare i livelli di occupazione risalenti all’età del Bronzo conservati sotto gli edifici moderni.

Complessivamente, la spedizione ha identificato oltre 90 siti archeologici di età compresa fra il VI/V millennio a.C. e il XV secolo d.C. (molti dei quali totalmente sconosciuti fino a oggi, fra strutture e aree lavorative, insediamenti, monumenti e necropoli) e recuperato più di duemila reperti, fra frammenti ceramici e utensili in pietra. L’area indagata supera i 100 chilometri quadrati.

Le ricerche, durate quasi un mese, si sono svolte nell’ambito del “Progetto Archeologico Libano Settentrionale” che mira a indagare un’ampia porzione della area di Koura, dalla catena montuosa del Libano al settore costiero. Il progetto è approvato e sostenuto dalla Direzione generale delle Antichità libanesi ed è finanziato dall’Università di Udine, dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) e dalla ong milanese, Coordinamento delle organizzazioni per il servizio volontario (Cosv).

Nel 2020 è in programma la quarta campagna che concluderà la prima fase del lavoro di ricognizione nella regione. Undici i componenti del gruppo congiunto che ha condotto le ricerche sul campo. Quest’anno la missione ha organizzato anche due mostre fotografiche, grazie al sostegno fornito dall’ateneo friulano, dall’Istituto italiano di cultura a Beirut e dalla Società “Dante Alighieri” in Libano. La prima mostra, “New discoveries in the archaeological and cultural heritage of Koura”, è stata allestita nel castello medievale di Saint Gilles a Tripoli.

Di ritorno da Londra, dove il 15 ottobre ha ricevuto il prestigioso premio Wildlife Photographer 2019 grazie allo scatto “Early riser”, Riccardo Marchegiani sembra avere le idee chiare, anche se ha appena 18 anni.

Figlio unico e al quinto anno del liceo classico “Carlo Rinaldini” di Ancona, condivide con il padre Roberto la passione per la fotografia. Il giovane anconetano, però, vuole proseguire i suoi studi: attualmente si dice indeciso tra medicina e ingegneria. In ogni modo, la fotografia lo accompagnerà per sempre – “anche se part-time”- tra workshop e viaggi di gruppo con altri amanti di quest’arte.

Lo scatto che ti ha fatto vincere il Wildlife Photographer si chiama “Early riser” e rappresenta un esemplare di scimmia Gelada, con cucciolo al seguito, nel parco nazionale dei monti Simien (Etiopia). Si tratta di una fotografia nata casualmente?

“È stata pensata, ce l’avevo in mente. Anche se, devo confessarlo, ha stupito anche a me trovarmi davanti un esemplare che portava in grembo il suo cucciolo. Da lì lo scatto è partito. In ogni modo noi, intendo mio padre, un amico ed io, siamo andati in Etiopia per immortalare situazioni proprio come questa. Conosciamo l’ambientazione spettacolare che quella terra sa regalare. Lì le montagne si elevano fino a 4mila metri su vallate straordinarie. Sapevamo della presenza delle Gelada, le scimmie endemiche del luogo. Ogni mattina salgono sulle cime per poi ridiscendere verso sera. Siamo saliti su quei promontori all’alba proprio per immortalare la loro salita”.

A quando risale l’istantanea?

“Al mio primo viaggio in Etiopia, avevo poco più di 16 anni. Ero con mio papà e un amico, anche lui fotografo. Il periodo era fine agosto e inizio settembre. La scelta non è casuale. Quelle settimane cadono nel pieno della stagione umida, quando le nuvole e la nebbia riescono a regalare situazioni uniche”.

Prevedi di tornare in Etiopia?

“Sì, tra poco riparto, per la terza volta, per tenere un workshop fotografico insieme a mio papà. L’anno prossimo, invece, insieme a un gruppo di fotografi. Ci stiamo organizzando”.

Invece, per quanto riguarda il premio, come hai reagito una volta scoperto di aver vinto?

“Ero e sono tuttora molto felice. Ne ho vinti altri di concorsi, questo premio però, dal punto di vista della fotografia naturalistica, è senza dubbio il più importante. È stato un po’ come vincere un oscar”.

Come è la stata la cerimonia di premiazione di martedì scorso?

“Un’esperienza unica. Non sono mai stato ad una premiazione simile. La cerimonia si è tenuta al National History Museum di Londra, nella sala che ospita il famoso scheletro di megalodonte. Un ambiente incredibile ed elegante. Tutto era perfetto, dalla cena alla location e alle foto premiate”.

E tuo papà, anche lui fotografo, cosa pensa di questa tua passione e dei tuoi successi?

“È contento di questo mio amore. Anche lui vive e conosce bene questo mondo, quello del WildLife. Ha vinto molti concorsi, non ancora però il premio che invece ho ricevuto io a Londra. Ovviamente gli piacerebbe averlo però in questo è rimasto felice che sia stato io a portare a casa questo riconoscimento internazionale”.

Vorrebbe che facessi della fotografia un lavoro?

“Non necessariamente. Preferisce che scelga autonomamente come costruire il mio futuro. Tra l’altro io non mi occupo di ritratti. E al giorno d’oggi i fotografi professionisti campano grazie a servizi che realizzano ad esempio durante eventi mondani, matrimoni e sfilate oppure, appunto, realizzando ritratti. Il mio genere invece è WildLife e paesaggi che non pagano a meno che tu a tempo pieno non ti impegni in viaggi fotografici e workshop”.

Tu conti di realizzarne in futuro?

“Sì, l’idea è quella. In ogni caso, sarà un lavoro secondario”.

Quali progetti hai per il futuro?

“Non penso che la fotografia sarà il mio lavoro principale. Sicuramente, però, la sfrutterò per viaggiare in compagnia e realizzare workshop fotografici: si potrebbe dire, un lavoro part-time. Oppure rimarrà un semplice hobby, un’arte cui dedicarmi nel tempo libero. Ora mi concentrerò per terminare i miei studi classici. Il prossimo anno, poi mi iscriverò all’università. Ad oggi sono indeciso tra medicina e ingegneria ma le possibilità sono tante. Mi prenderò ancora un po’ di tempo per decidere”.

Da Londra torni ad Ancona tra i banchi di scuola. Quali sono i prossimi impegni scolastici?

“Devo recuperare le lezioni perse mentre ero in Inghilterra. Ora sto studiando per la prossima verifica di matematica”.

Sei uno studente modello?

“Ho ottimi voti. L’anno scorso avevo la media dello 8e mezzo e qualche 9. Non ho mai avuto problemi a scuola. Insomma, me la sono sempre cavata”.

Una Cleopatra moderna, che incanta Cesare non solo vestendo i panni dell’affascinante regina del deserto, ma anche quelli della guerrigliera in tuta mimetica, mitra alla mano, e della diva che gli mostra i suoi fasti cinematografici passati, con immagini in bianco e nero proiettate su un grande schermo posizionato sul fondo del palco.

È quanto trapela del Giulio Cesare in Egitto, di Georg Friedrich Handel, firmato dal regista canadese Robert Carsen, che porterà in scena dal 18 ottobre una storia del passato con richiami all’attualità, in cui le guerre civili, quella di Cesare contro Pompeo e quella di Cleopatra contro Tolomeo, rimandano ai conflitti dei nostri tempi. Una nuova produzione con un cast di stelle, da Bejun Mehta a Danielle de Niese, da Philippe Jaroussky a Sara Mingardo e Christophe Dumeaux, con il maestro Giovanni Antonini sul podio, che promette di “stupire”.

Così ha detto il sovrintendente Alexander Pereira durante la presentazione alla stampa della prima opera del progetto Handeliano che avrebbe dovuto avere come protagonista la star Cecilia Bartoli, che rinunciò dopo l’annuncio della mancata riconferma del sovrintendente. Al suo posto una bellissima Cleopatra, il soprano Danielle de Niese, che questo ruolo lo ha interpretato decine di volte, e’ uno dei cardini della sua carriera.

“È pericoloso fare annunci prima – ha detto Pereira – ma devo dire che sono rimasto a bocca aperta, e questo per uno come me non succede tutti i giorni. È uno spettacolo che mi ha affascinato molto”.

“Questo progetto era nato in modo differente” ha aggiunto, annunciando che è cambiato il secondo titolo del ciclo barocco, “una scelta che ha condiviso Meyer“: non sarà ‘Semele’ ma ‘Agrippina’. “Il team non poteva essere migliore” ha comunque voluto sottolineare, spiegando con un velo di “tristezza” che per la prima volta, da quando mise piede al Piermarini dal settembre 2014, non potrà essere presente alla serata inaugurale del Giulio Cesare perché impegnato in Cina dove la Scala si presenterà con due manifestazioni.

“È la prima volta che manco e sarà anche una delle ultime opere (Pereira lascerà l’incarico il prossimo 15 dicembre, ndr.) ma sono tranquillo perché è una serata che condivido al 250%”. Sulla locandina di presentazione c’è l’immagine di un soldato con il fucile, anche se il regista si affretta a sdrammatizzare precisando che “è vero che si parla di guerre e morti ma non siamo in ‘full metal jacket'” (il film culto di Stanley Kubrick).

“Il nostro Giulio Cesare durerà 3 ore e 50 incluso l’intervallo – ha spiegato il direttore d’orchestra milanese Antonini – non ci sono momenti di stanca in cui l’azione non va avanti, e questo sia dal punto di vista musicale che del testo. È un’opera estremamente moderna”. Con Giulio Cesare in Egitto torna in buca il complesso barocco dell’Orchestra scaligera, che aveva debuttato nel gennaio 2016.

Il progetto Handel, continuerà nelle due stagioni a venire con Agrippina e Ariodante. Nell’ottobre 2019 il complesso barocco fa il suo debutto internazionale presentando La finta giardiniera diretta da Diego Fasolis a Lugano e a Shanghai.

Si intitola ‘‘L’Italia del boom fra mura d’artista e fotogrammi d’autore”, la mostra su Casa Papanice, capolavoro dell’architettura post-moderna che si apre a Taranto il 26 ottobre. Sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo, del Senato della Repubblica, del ministero per i Beni e le attività culturali (ci sono anche Marina Militare e Rai), la mostra si aprirà al Castello Aragonese. L’occasione è il 50°anniversario di Casa Papanice. L’evento è promosso e organizzato dall’associazione HALP, soggetto attivo del sistema di terzo settore italiano e internazionale.

Casa Papanice, considerata uno dei simboli dell’architettura post-moderna attuale sede dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania, è stata costruita nel 1969 su progetto dell’archi-star Paolo Portoghesi in collaborazione con l’ingegner Vittorio Gigliotti.

La mostra, curata da Edmondo Papanice, nipote dell’imprenditore edile tarantino di origine putignanese Pasquale Papanice che fece edificare l’edificio, rimarrà aperta al pubblico gratuitamente fino al 30 ottobre ed esporrà le foto originali di Oscar Savio, poster dei film d’autore, testi riguardanti il boom economico, progetti dell’edificio, risultato  ‘‘Corso di Storia dell’Architettura Contemporanea 1 ”del Prof. Arch. Mattia DaròIstituto Europeo del Design (IED) di Roma inerente all’edificio; opere relative a Casa Papanice dello scultore Leandro Lottici; foto e fotogrammi dei film girati all’interno dell’edificio grazie alle autorizzazioni gentilmente concesse da RTI Mediaset, Infinity, Titanus, Dania Film.

Durante la cerimonia saranno consegnati omaggi e Premi Internazionali HALP CULTURA realizzati per l’occasione dal maestro ceramista Giuseppe Fasano. Il 26 ottobre sono attesi grandi ospiti dall’archi-star Paolo Portoghesi ad esponenti del mondo della cultura, cinema e televisione; molti anche i rappresentanti istituzionali attesi alla cerimonia inaugurale.

Il Rock si fa arte visiva, materia tangibile di colori e suggestioni, con rockstar che prendono vita in ritratti esclusivi e sorprendenti, trasmettendoci la loro forza e unicità con un mezzo espressivo che lascia, letteralmente, a bocca aperta.

A dare forma, immagine e colore al Rock, ad animare star italiane e internazionali, è l’arte di Kokokid, alias Massimo Malpezzi, che prende in mano pezzettini di plastica, brillantini, pattern lucenti, gemme, li mischia, li ordina, li dispone, facendo nascere delle creazioni raffiguranti artisti del calibro di Madonna, Lady Gaga, Prince, Freddie Mercury, Jim Morrison.

E ancora: Vasco Rossi, Lucio Battisti, Mina. Venti tele in tutto che come un racconto storico, un percorso artistico, saranno esposti alla Fabbrica del Vapore dal 17 al 21 ottobre. Lì, in quei giorni, potrete incontrare anche lui, Massimo Malpezzi, grafico creativo e giornalista, l’artista cui chiedere spiegazioni sulle sue creazioni o semplicemente conversare, un aspetto non secondario in periodi durante i quali trovare qualcuno che ha qualcosa da raccontare non e’ affatto scontato. I lavori di Kokokid saranno accompagnati da brevi testi biografici e aneddoti sulle rockstar. Ospite speciale della serata inaugurale sarà Platinette.  

L’assegnazione del Nobel per la Letteratura 2019 – attesa giovedì alle ore 13 – sta provocando gran fermento nel mondo della cultura per l’annuncio di ben due vincitori, fatto che non accadeva da settant’anni. Nel 2018, per chi non lo ricordasse, l’assegnazione fu sospesa e rinviata di un anno sulla scia dello scandalo di molestie sessuali che travolse Jean-Claude Arnault, regista e fotografo franco-svedese, portando a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Tra voci, scommesse e pronostici, dopo l’onda lunga di #Metoo e dei vari scandali sessuali che hanno coinvolto vertici del cinema, della musica – non ultimo Placido Domingo – e della cultura in generale, i favoriti alla vittoria del prestigioso premio letterario sono soprattutto donne.

Il toto-Nobel potrebbe trovare conferma nella realtà in quanto l’orientamento di questa edizione, ha spiegato la presidente del comitato per la Letteratura Anders Olsson, è di avere un premio “meno eurocentrico” e “meno maschile”.

L’ultimo era stato assegnato nel 2017 a Kazuo Ishiguro. Tuttavia scommesse e previsioni in rarissimi casi hanno colpito nel segno. La superfavorita è la poetessa e saggista canadese Anne Carson, della quale in Italia è uscito “Antropologia dell’acqua” e “Autobiografia del rosso”, quotata dalla società di scommesse britannica Ladbrokes 5 a 1.

Al secondo posto, 6 a 1, la scrittrice francese dell’Isola di Guadalupe Maryse Condè, autrice di “La vita perfida”, alla quale nel 2018 era stato assegnato il Premio Nobel alternativo in assenza del premio tradizionale. A seguire la polacca Olga Tokarczuk, conosciuta in Italia con “I Vagabondi”, e la cinese scrittrice Can Xue, pseudonimo di Deng Xiahoua.

Si gioca anche la vittoria l’eterno candidato Haruki Murakami, atteso in Italia per ricevere il Premio Lattes Grinzane per la sezione La Quercia. Al nono posto Margaret Atwood, altra veterana delle candidature, della quale è uscito un mese fa “I testamenti”, seguito di “Il racconto dell’Ancella”. Da tempo candidato alla vittoria anche il poeta siriano, Adonis, autore fra l’altro di “Violenza e Islam”. In lizza Milan Kundera e Javier Marias, in una classifica che si chiude con George R.R.Martin, l’autore de “Il Trono di Spade”.

Per gli italiani, l’ultimo Nobel per la Letteratura è quello assegnato nel 1997 a Dario Fo, e ora il più quotato resta Claudio Magris. Oltre ad essere un prezioso riconoscimento letterario, il Nobel ha un significativo valore economico costituito da una medaglia d’oro e da un assegno di circa 900 mila euro. 

Il Tar del Veneto ha sospeso il prestito dell’Uomo Vitruviano, la celebre opera di Leonardo, da Venezia al Louvre di Parigi. La decisione dopo il ricorso presentato da Italia Nostra che chiedeva l’annullamento del provvedimento del Direttore delle Gallerie dell’Accademia, dove l’opera è conservata, “di autorizzazione al prestito all’estero dello Studio di proporzioni del corpo umano, detto Uomo Vitruviano”, e anche del Memorandum d’Intesa “tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo della Repubblica Italiana e il Ministero della Cultura della Repubblica Francese riguardante il partenariato per il prestito di opere di Leonardo da Vinci al Louvre e delle opere di Raffaello Sanzio alle Scuderie del Quirinale, firmato dai rispettivi Ministri in data 24 settembre 2019, per la parte in cui viola il principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo, da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro”.

Il Tar del Veneto ha deciso di anticipare la decisione nel merito al 16 ottobre anziché il 24, giorno inizialmente fissato per la camera di consiglio, perché proprio il 24 ottobre è previsto l’inizio dell’esposizione del capolavoro leonardesco al Louvre, e quindi “l’esecuzione degli atti impugnati avrebbe effetti irreversibili”, mentre “la rilevanza degli interessi nazionali sottesi alla controversia suggerisce la opportunità di una preventiva ponderazione collegiale nel contraddittorio delle parti, previa abbreviazione dei termini”. Il Tar quindi “fissa, ai soli fini della trattazione cautelare, la camera di consiglio del 16 ottobre 2019 ore di rito”, e “sospende nelle more l’esecuzione dell’impugnata autorizzazione al prestito”.  

Le reazioni del MiBACT

“Da una prima lettura delle anticipazioni stampa risulta del tutto incomprensibile – spiega l’ufficio stampa del Mibact rendendo nota la posizione dell’Ufficio legislativo del ministero – il riferimento a una presunta violazione del ‘principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro’ nello scambio di opere tra i musei italiani e il Louvre”.

“L’accordo firmato a Parigi – viene sottolineato dal ministero -è stato esclusivamente il riconoscimento da parte dei ministri di decisioni e atti tutti presi, per parte italiana, dai competenti uffici tecnici del Mibact. Il prestito di ogni opera italiana risultava già autorizzato al momento della sottoscrizione dell’accordo che prevede, peraltro, che lo scambio di opere avvenga secondo le specifiche prescrizioni di tutela dettate dai singoli musei. Una semplice lettura dei documenti dimostra facilmente tutto ciò e all’udienza del 16 ottobre tutto questo emergerà con assoluta chiarezza e trasparenza”.

“Di fronte alla valutazione scientifica, che possono fare soltanto gli esperti, io mi fermo. Anche se ci sono delle cose di valore che rientrano nell’azione diplomatica, c’è una soglia davanti a cui la politica deve fermarsi, e io mi fermerò sempre. Anche se di mezzo c’è una relazione internazionale. E così ho fatto per l’Uomo Vitruviano su cui c’è stato un parere positivo”. Lo ha detto il ministro per i Beni culturali e il Turismo, Dario Franceschini, questa mattina nel corso del seguito dell’audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Istruzione e Cultura di Senato e Camera. Parole pronunciate prima che, nel pomeriggio, arrivasse lo stop del Tar del Veneto al prestito dalle gallerie dell’Accademia di Venezia al Louvre di Parigi, in seguito al ricorso presentato da Italia Nostra.

Franceschini, questa mattina in audizione, aveva ricordato la costituzione di una commissione proprio per la valutazione scientifica di un’opera, per dire se fosse trasportabile o no; e il caso del “grande dibattito sui Bronzi di Riace a Milano, con due linee di pensiero radicalmente opposte tra gli stessi esperti. “L’argomento – ha detto – era talmente rilevante che ho costituito una commissione che aveva detto che c’erano troppi rischi. Penso che vada fatto così – ha ribadito – c’e’ una soglia di fronte alla quale la politica deve fermarsi, e io mi fermerò sempre”.

“Mi sembra incredibile che il Rojava possa finire di nuovo nelle mani dell’Isis, il pelo sullo stomaco dei nostri politici e il fatto che nessuno gliene chieda conto”. In un’intervista a la Repubblica non ha dubbi Michele Rech, più conosciuto in arte con il nome di Zerocalcare, sul precipitare della situazione in Siria dopo la decisione del presidente degli Usa Donald Trump (poi parzialmente ritrattata) di ritirare le truppe americane dal Paese lasciando così i curdi al proprio destino e campo libero alla Turchia di Erdogan, che ha già minacciato una rappresaglia contro il popolo curdo.

Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Zerocalcare si trovava, a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava (una federazione del Nord-Est della Siria che di fatto è autonoma). E così la storia di una guerra maledetta e infame, e della resistenza democratica di un popolo, è diventata una graphic novel di culto dal titolo Kobane Calling, un libro e anche uno spettacolo.

E a proposito di Erdogan, che definisce i curdi “terroristi”, Zerocalcare afferma che “dovremmo chiederci chi vogliamo scegliere come alleati”, ovvero “chi ha sconfitto l’Isis e sta provando a costruire un sistema di democrazia, dimostrando che anche in quel territorio ci può essere convivenza di diversi popoli, che le donne possono avere un ruolo primario nella società ed essere libere, o se il nostro alleato deve essere un regime come quello turco che incarcera decine di migliaia di oppositori politici”.

Zerocalcare definisce infatti il “caso di Rojava” come “l’unico esperimento di democrazia nel giro di decine di migliaia di chilometri quadrati”. “Quando Assad – spiega l’artista – ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”.

In pratica, continua a raccontare al quotidiano di Largo Fochetti a Roma, “ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”. “Questo è il Rojava, un esperimento avanzatissimo non solo rispetto a quelle zone, ma anche alle nostre, secondo me”, aggiunge il disegnatore.

In quell’area, dunque, sono stati aboliti i matrimoni combinati, i matrimoni tra ragazzini, “hanno stabilito che tutte le amministrazioni venissero gestite da un uomo e da una donna insieme”. “Nessuna donna – aggiunge – può essere assoggettata agli ordini di un uomo. Parlano di ambiente, ecologia, stanno studiando come sviluppare le energie pulite e usare il petrolio — e in quella regione ce n’è tanto, che fa gola a molti — solo per gli usi bellici. Hanno fatto della convivenza religiosa il fondamento della loro organizzazione”.

Kobane resisterà?, chiede infine il quotidiano. “Non credo che si siano mai fatti grandi illusioni sul ruolo degli americani in quella regione” risponde Zerocalcare. Per poi aggiungere e concludere: “Hanno molto chiaro che le loro alleanze sono con i popoli, non con i governi. Gli amici dei curdi sono le montagne, non sono quasi mai gli Stati. Ma questo non significa che dobbiamo stare zitti: i curdi hanno combattuto e sconfitto l’Isis, difendono la democrazia, non possiamo voltargli le spalle, lasciarli soli”

 

Saranno due i Nobel per la Letteratura assegnati quest’anno, un fatto che non accadeva da settant’anni. E quest’anno il Nobel per la Pace potrebbe riservare una sorpresa, andare alla giovanissima Greta Thunberg. Da lunedì si apre la settimana dei riconoscimenti che premiano l’eccellenza intellettuale e umanistica. Si comincia con quello per la Medicina e la Fisiologia, a cui seguiranno nei giorni successivi quelli per la Fisica, la Chimica e la Letteratura. Venerdì sarà la volta di quello per la Pace e i bookmaker danno per favorita la giovanissima attivista svedese per il clima.

Lunedì toccherà a quello per l’economia, l’unico che non fu istituito all’epoca dal magnate svedese Alfred Nobel, ma dalla Banca di Svezia e che si assegna dal 1969 e non dal 1901. Non accadeva da oltre mezzo secolo che l’Accademia di Svezia non assegnasse due premi: era accaduto nel 1950, quando erano stati premiati William Faulkner (per il 1949) e Bertrand Russell (per il 1950), un anno dopo che il premio era ‘saltato’ perché nessun aspirante rispondeva ai criteri richiesti.

Il rinvio stavolta è stato sull’onda di uno scandalo clamoroso che lo scorso anno paralizzò la prestigiosa istituzione: la vicenda che travolse Jean-Claude Arnault, il regista e fotografo franco svedese, accusato di varie molestie e condannato nell’ottobre scorso a due anni per stupro. Lo scandalo portò a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Anche l’erede al trono di Svezia, la principessa Victoria, sarebbe stata molestata da Arnault durante una festa nel 2006.

Greta, se incoronata, sarà la più giovane vincitrice del Nobel, sfilando questo primato all’attivista pakistana Malala Yousafzai, che lo ottenne nel 2014 quando aveva 17 anni. Greta sarebbe anche la prima a vincere il Nobel per la Pace per il suo impegno a favore del clima dal 2007, quando venne tributato all’ex vice presidente Usa Al Gore.

Il mese scorso a Washington Greta ha ritirato il premio di Amnesty International “Ambasciatore di coscienza” a nome del suo movimento “Fridays for future”. Tra i papabili vincitori del Nobel per la Pace nel 2019, anche il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, il leader dei nativi brasiliani Raoni Metuktire, la prima ministra della Nuova Zelanda Jacinda Arden, papa Francesco. Ma Greta sarebbe in pole, anche su Donald Trump, che ancora una volta nelle scorse settimane, a margine dell’assemblea generale dell’Onu, si è detto deluso di non essere ancora stato insignito del prestigioso riconoscimento.

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