Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Da 400 anni le fiammelle delle candele e i loro riflessi su specchi e armature metalliche illuminano e caratterizzano i volti dei dipinti di Georges de la Tour, grandissimo pittore ossessionato dalla luce come il Caravaggio e gli altri illustri colleghi seicenteschi. La fiammella della sua fortuna è stata più incostante:  celebrato dai contemporanei e quasi dimenticato per i secoli successivi, fu riscoperto all’inizio del ‘900 e oltre un secolo dopo a Milano si può nuovamente visitare la mostra a lui dedicata, sospesa dall’emergenza Covid meno di un mese dopo l’inaugurazione e ora prorogata fino a fine settembre.

Dei 50 dipinti che gli sono attribuiti, ne appaiono qui una quindicina, provenienti da musei di tutto il mondo, assieme a quelli di pittori a lui affini per epoca e stile, in particolare i fiamminghi Frans Hals e Honthorst, ribattezzato in Italia Goffredo delle Notti che, a differenza di La Tour, poté vedere a Roma l’opera del Caravaggio.

 La Tour si inserisce più nel solco della tradizione fiamminga che di quella classicista francese del contemporaneo Poussin: le Fiandre, molto più a Nord rispetto alla natia Lorena, fanno però parte della stessa regione storica della Lotaringia. Il re di Francia lo volle a corte e si narra che Luigi XIII apprezzasse a tal punto il suo “San Sebastiano in una notte” da decidere di rimuovere ogni altro quadro dalla sua camera da letto per poterne godere in esclusiva.

Il dipinto, proveniente dal museo di Orléans, è esposto nelle sale del palazzo Reale, anche se non è  ero che sia lo stesso perché  dello stesso soggetto, San Sebastiano curato da Irene, esistono almeno 10 versioni. All’epoca le richieste dei collezionisti spingevano gli artisti a produrre più versioni dello stesso dipinto, con qualche minima variazione che diventava oggetto di appassionate conversazioni dotte fra appassionati. Il catalogo delle opere di Georges de la Tour, ricostruito meno di mezzo secolo fa, si compone di poche decine di opere, una produzione limitata paragonabile  a quella di un altro grande, l’olandese Vermeer, anche per l’accuratezza e la lentezza della tecnica, come spiega all’Agi la storica dell’arte Laura Colombo.

All’epoca, il piacere visivo era legato all’osservazione dei dettagli e i soggetti rappresentavano spunti per lunghe e appassionate discussione nei salotti di nobili e borghesi colti. I soggetti “profani”, come la famosissima Tempesta del Giorgione delle Gallerie dell’Accademia a Venezia,  si prestavano particolarmente allo scopo, e anche alcuni dei quadri “di genere” della mostra milanese suscitano la curiosità di una non univoca interpretazione. È il caso della Rissa fra musici mendicanti dal museo Getty di Los Angeles, del Denaro versato, in prestito dalla galleria d’arte di Propoli in Ucraina e del Suonatore di ghironda del museo di Bergues.

Ma anche i soggetti sacri sono trattati dal pittore francese come marginali a una scena principale profana, come nella Negazione di Pietro del museo di Nantes dove l’occhio fatica a trovare nell’angolo del dipinto la figura del fondatore della Chiesa intento a rinnegare il Cristo: la scena è quasi per intero occupata da un gruppo di elegantissimi soldati che giocano ai dadi. La mostra Georges de La Tour: l’Europa della luce, prodotta dal Comune di Milano con MondoMostre Skira, è visitabile su prenotazione fino a fine settembre: i 28 musei prestatori da 3 continenti hanno tutti accettato di prorogare il prestito delle 33 opere. Il catalogo è pubblicato da Skira. 

AGI – È morto il designer che inventò il logo “I Love NY” e rivoluzionò la grafica negli anni ‘60, creando l’immagine iconica di Bob Dylan con i capelli psichedelici. Milton Glaser ha avuto un infarto, ma già soffriva di problemi renali.

Nato nel Bronx nel ‘29, cresciuto studiando arte anche in Italia, viveva a New York dove è morto ieri, nel giorno del suo compleanno: compiva 91 anni. Il suo nome resterà per sempre tra gli artisti che catturarono lo spirito del tempo degli anni ‘60 e ‘70 e della città più amata al mondo. Il logo “I Love NY”, realizzato utilizzando caratteri tipografici della classica macchina da scrivere, e il cuore al posto della parola “love”, venne creato nel ‘77 per rilanciare l’immagine di una città ferita dalla crisi e dalla criminalità. In poco tempo diventò un’immagine iconica a livello planetario. Il “cuore” è stato utilizzato per milioni di altri messaggi.

Glaser, assieme al team con cui lo realizzò, lo fece gratuitamente, omaggio a New York. L’identificazione con la città fu talmente forte che dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001, Glaser aggiornò il logo. “Sentii – aveva raccontato in un’intervista – che dovevo fare qualcosa per dare una mano. Quando hai un infarto, una parte del cuore muore per sempre ma rivaluti le persone che hai attorno”. Aggiunse al logo una striscia nera con la scritta: “Ora più che mai”. E fu un altro successo.

Grazie a Glaser venne rivoluzionata anche la grafica musicale e l’idea di poster: era il ‘66 quando creò l’immagine pop arcobaleno di Dylan, per la copertina dell’album-raccolta dei suoi “Greatest Hits”. “Con lo sviluppo della televisione – aveva spiegato nel 2009 – dovevamo inventarci qualcosa di rivoluzionario”. E così fu, al punto che l’immagine iconica di Dylan, con i colori e le forme ondulate, è finita nei musei di arte contemporanea. “Ma io ho sempre considerato lavoro, non arte, ciò che facevo“, aveva ricordato di recente. Un lavoro che sapeva prendere, però, spunto proprio dall’arte: le onde di colori psichedelici, aveva confessato Glaser, furono ispirati da un’opera di Marcel Duchamp e dell’arte islamica. (AGI)

AGI – La frase “Whatever it takes”, (“costi quel che costi”, ndr), usata da Mario Draghi alla guida della Bce durante la crisi economica del 2012 – per definire in modo non equivocabile dai mercati il ruolo della Banca centrale europea nella difesa dell’euro – entra nel lessico digitale della Treccani.

L’Istituto della Enciclopedia Italiana pubblica oggi un percorso linguistico che colloca nel tempo e fissa il significato storico, sociale e culturale dell’espressione che ha scandito la fase culminante della carriera istituzionale di Draghi in veste di governatore della Banca Centrale Europea, dopo esserlo stato della Banca d’Italia.

Oggi questa frase è tornata in evidenza, sia nei discorsi dei rappresentanti politici sia degli operatori economici e dei media, anche come marcatore linguistico-temporale legato alla recente emergenza sanitaria da Covid-19. Il lavoro della redazione digitale Treccani, spiega l’Istituto, conferma “anche in campo linguistico lo straordinario ruolo giocato in campo economico, politico e istituzionale da Mario Draghi, definito al termine del suo mandato da numero uno della Bce ‘il più importante uomo di stato europeo dell’ultimo decennio'”. 

AGI –  Il castello di Weimar, un sontuoso edificio seicentesco classificato come “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, non fu progettato dal capomastro Giovanni Bonalino, come gli storici avevano finora creduto, bensì dall’architetto e diplomatico fiorentino Costantino de’ Servi, che dalla Germania forniva ai Medici informazioni sulle corti che lo ospitavano.  La scoperta, un raro “scoop” storico,  è stata fatta da un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, Davide Martino, e diffusa in questi giorni attraverso la pubblicazione di un articolo accademico in Germania.

Il Residenzschloss di Weimar fu originariamente costruito alla fine del Decimo secolo e fino al 18/mo secolo è stato la residenza ufficiale dei Duchi che governavano la Sassonia-Weimar, un ampio territorio nella storica regione della Sassonia, l’attuale Turingia. Quando una parte del castello fu distrutta da un incendio nel 1618, fu ricostruito nello stile italiano, ma non sulla base di un progetto del capomastro Bonalino, come finora dato per assodato, bensì sui disegni di De’ Servi, come ha scoperto lo studioso italiano nel corso di una ricerca all’archivio di Firenze.

Spulciando fra le lettere che l’architetto-diplomatico inviava ai suoi committenti, i Medici, Martino ha trovato la descrizione del nuovo progetto per il palazzo sul quale stava lavorando. L’idea, poi realizzata, era quella di trasformare in una fortezza rettangolare quello che restava delle precedenti costruzioni medievali e rinascimentali, con tanto di sala da ballo, un arsenale, una zecca, le stalle, una chiesa e alcuni laboratori.  Lo storico ha quindi cercato il disegno originariamente attribuito a Bonalino, non firmato, e lo ha trovato identico alla descrizione contenuta nelle lettere di De’ Servi. La scoperta viene pubblicata oggi nella rivista storica tedesca Zeitschrift für Kunstgeschichte.

Costantino de’Servi – spiega lo studioso secondo quanto riporta una nota dell’Università di Cambridge – ha passato molto tempo a Praga, Londra, l’Aia e altre importanti corti straniere, scrivendo lettere per aggiornare Firenze sugli ultimi avvenimenti: in quei tempi molto precedenti alla veloce diffusione delle notizie, era importante per i governanti inviare persone di fiducia in luoghi strategici per sapere che cosa stava succedendo negli altri paesi”.

Quando il palazzo fu semidistrutto dalle fiamme nel 1618, era un momento di gravi tensioni politiche e religiose nel Sacro romano impero e la regione era sull’orlo di una guerra. Secondo la ricostruzione dello storico, in piena rivolta protestante in Boemia per estromettere la famiglia cattolica che governava, il duca di Weimar Johann Ernst volle che il castello e la corte fossero ricostruiti nello stile fiorentino che era di moda in quel momento.

Per questo scrisse a Cosimo II, il Granduca cattolico di Toscana, per chiedere che un architetto fosse inviato per ridisegnare il palazzo. Cosimo II era preoccupato che il Duca si schierasse con la causa protestante e colse l’occasione per inviare de ‘Servi anche come suo informatore. “De ‘Servi aveva precedentemente dimostrato di essere in grado di raccogliere informazioni preziose e di agire come agente diplomatico informale – spiega ancora il giovane storico italiano, ora impegnato in un dottorato sempre a Cambridge –  Nel 1603 la sua abilità artistica e il talento di ritrattista gli avevano permesso di avvicinarsi al riservatissimo imperatore Rodolfo II a Praga e in seguito era anche riuscito ad avere un accesso altrettanto raro alla corte di  Enrico Stuart. Ora, la richiesta da parte del duca di Weimar di un architetto diede a Cosimo II l’opportunità di inviare un cortigiano e un informatore fiorentino vicino all’epicentro della rivolta boema.”     

Costantino ebbe quindi la duplice funzione di architetto e “spia”, ma cercò invano di convincere il Duca a non farsi coinvolgere nel conflitto: questi si unì alla causa protestante e sostenne militarmente l’elettore palatino Federico V, che poi sarebbe stato incoronato Re di Boemia dai ribelli. Nel 1620 la ribellione fu soffocata dagli Asburgo e il duca privato del titolo. Il ducato di Sassonia-Weimar fu rilevato dal fratello che curò il completamento del progetto fiorentino per il castello.

Nel 1774  anche il “nuovo” castello subì un incendio, in seguito al quale fu ricostruito in gran parte sulla base del progetto De’ Servi. La facciata ricostruita e tutto il palazzo sono ancora visibili oggi, e dal 1998 l‘Unesco gli ha attribuito il titolo patrimonio mondiale. 

AGI – La scuola di pittura dell’accademia di Brera racconta il lockdown con una mostra ‘Riflesso Riflessioni autoritratto allo specchio al tempo del coronavirus’.

Una esposizione on-line di una settantina di artisti che si rivela come un primo esito visivo del tema di ricerca dell’anno accademico: “Si può fare altrimenti…” che ha indagato sul significato e la funzione della pittura contemporanea – spiegano dall’Accademia – partendo dai presupposti di necessità, passione ed impegno mettendo in discussione il sistema dell’arte, la formazione e il ruolo delle istituzioni in un Paese che detiene i due terzi del patrimonio artistico mondiale. 

Il completamento di questa indagine si espleterà nel primo semestre del prossimo ciclo di studi e vedrà il suo compimento nel corso di una performance in cui le tesi elaborate da questa Scuola verranno affisse sul portale della Chiesa di Santa Maria di Brera. 

“L’attuale periodo di isolamento provocato dal Covid 19 – viene spiegato – ha forzatamente contribuito a sviluppare in tutti noi particolari momenti di riflessione sul nostro ruolo di intellettuali, nonché sulle plurime componenti di diversità che ci connotano sia nella sovrastruttura sociale che nel contesto delle Accademie di Belle Arti. 

Tali differenze, la storia ci è testimone, hanno contribuito allo sviluppo di una particolare dialettica tra le arti, le scienze e le lettere all’interno di un palazzo, il primo politecnico europeo, che dal secolo dei lumi è animato da personaggi che hanno segnato le epoche italiane ed internazionali. 

Consci di tali pregressi ci adoperiamo per  seguirne adeguatamente le orme perpetuando quotidianamente, con il pensiero e con la mano, la pratica della pittura”.

Sugli scaffali ci sono più libri sugli scrittori di quanto senno del poi ci sia nelle fosse, ma quanti autori si sono davvero presi la briga di raccontare non il mondo intorno al proprio ombelico quanto piuttosto quell’incantevole universo in cui si muovono loro, i loro eroi e i loro lettori? Ecco: Carlos Ruiz Zafon era uno dei pochi. Anzi, è l’unico ad aver scritto sui libri un romanzo tecnicamente perfetto, perché perfetto è l’inganno in cui guida il lettore. La convinzione di muoversi in un thriller gotico e la scoperta di essere stati ammaliati da una delle passioni più travolgenti: quella per la lettura.

Sul suo romanzo più celebre – ‘L’ombra del vento’ – sono stati scritti fiumi di parole: dalle recensioni, alle tesi di laurea. E tutti a indagare su quale fosse la vera stregoneria che ha incantato milioni – letteralmente milioni – di persone intorno a una storia che, a raccontarla per sommi capi, risulta meno verosimile di un Harry Potter.

La stregoneria di Ruiz Zafon

Per quanto Zafon possa essere lo spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes, di sicuro sono più quelli che sanno citare a memoria tutti i personaggi della Casa di Carta che quelli che conoscono i titoli di tutti i suoi romanzi, ma con lui tutti gli scrittori, gli editori e i librai del mondo avranno per sempre un debito: aver tirato fuori i libri dal polveroso mondo in cui una certa visione elitaria, gelosa e miope li aveva confinati e averli resi protagonisti di una serie di romanzi popolari. Oggetti non di un culto sterile, ma quasi personaggi in carne e ossa capaci di essere insieme Indiana Jones e il Santo Graal.

Come fosse possibile tutto ciò, lo raccontava lui stesso nelle interviste: stregoneria. Non quella che lui era capace di fare attraverso parole incantatrici, ma quelle che si portava dentro e alle quali aveva cercato invano di fuggire. Nei suoi romanzi raccontava sempre Barcellona: una città misteriosa e inquietante che milioni di fan hanno cercato di ritrovare in pellegrinaggi nei luoghi delle sue storie, ma dalla quale mancava da quasi trent’anni. Una Barcellona che viveva più nella sua anima di scrittore che nelle vie affollate di turisti e che neppure decine e decine di anni trascorsi nel suo esatto opposto – la vacua, volubile e sbrilluccicante Los Angeles – erano riusciti a cancellare.

Come le favole della buonanotte

Nelle sue opere sono stati cercati e trovati similitudini e paralleli con scrittori come Poe e Dumas, ma chi lo conosceva lo racconta come lontanissimo dalla figura del bibliofilo austero che le sue storie – insieme con l’aspetto e una certa riservatezza – lasciavano supporre. “Il cimitero dei libri dimenticati” diceva parlando del luogo che è al centro dei suoi romanzi di maggior successo “è una metafora, non solo per i libri ma per le idee, per il linguaggio, per la conoscenza, per la bellezza, per tutte le cose che ci rendono umani, per la raccolta della memoria”. E per questo l’eredità che ci lascia non è quella di un incantatore, né quella di un imbonitore. Ma è una sensazione straordinariamente simile a quella che davano le favole raccontate dalla mamma prima della buonanotte: un po’ di inquietudine, ma tanta voglia di sentirle ancora.

AGI – È morto lo scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafon, autore di successi come “L’ombra del vento”. Era da anni malato di cancro, ed è deceduto nella sua casa di Malibù, a Los Angeles. A renderlo noto la casa editrice Planeta.

La letteratura contemporanea ha perso uno dei suoi autori di maggiore successo, il 55enne Carlos Ruiz Zafòn, che con il primo best seller spagnolo della sua generazione, “L’ombra del vento”, si è guadagnato un successo commerciale mondiale, durato 20 anni con oltre 15 milioni di copie vendute nel mondo intero.

Vita e opere di Zafòn

Nato a Barcellona nel 1964, Zafòn è cresciuto all’ombra della Sagrada Famiglia e con la sua città nativa ha sempre mantenuto uno stretto legame, anche dopo il trasferimento a Los Angeles, nel 1993, per dedicarsi alla sua altra grande passione – il cinema – come sceneggiatore a Hollywood.

Dopo aver studiato in istituti religiosi, si è diplomato in comunicazione e ha intrapreso una carriera di successo nel settore pubblicitario, prima come copywriter e poi come direttore creativo. La sua opera prima, “Il principe della nebbia”, viene pubblicata nel 1993, quando ha 30 anni. Per il suo esordio ha scelto la narrativa per ragazzi, firmando anche “Il palazzo della mezzanotte” e “Le luci di settembre”.

La fama mondiale arriva nel 2001 con “L’ombra del vento”, ambientato nella sua citt° dopo la guerra civile spagnola (1936-39), trasfigurata da elementi fantastici e raccontata nelle sue vicende piu’ drammatiche, quali povertà e franchismo.

Tramite il padre, proprietario di una bottega di libri usati, il protagonista, Daniel Sempere, scopre il “Cimitero dei Libri Dimenticati”, una biblioteca segreta, magica e labirintica in cui vengono conservati centinaia di volumi finiti nell’oblio. Lui sceglierà proprio quello intitolato “L’ombra del vento” del misterioso scrittore Julian Carax; una scoperta che lo travolgerà in un vortice infinito di scoperte e pericoli.

Dopo “L’ombra del vento”, la quadrilogia intitolata “Il Cimitero dei libri dimenticati” è proseguita con “Il gioco dell’angelo” nel 2008, “Il prigioniero del cielo”, uscito nel 2012, e si è conclusa nel 2016 con “Il labirinto degli spiriti”.

Per la sua produzione letteraria Zafòn viene considerato uno degli artefici di un intero sottogenere, quello dei romanzi incentrati sul potere quasi magico della letteratura e dei libri, ed è diventato uno degli autori spagnoli tra i più letti al mondo.

È stato tradotto in una cinquantina di lingue e “L’ombra del vento” ha venduto piu’ di 15 milioni di copie. “Ogni libro, ogni tomo che vedi ha un’anima. L’anima di chi l’ha scritto e l’anima di chi l’ha letto, vissuto e sognato”: con questa frase pronunciata da Daniel Sempere, la casa editrice Planeta, che per 20 anni lo ha pubblicato, omaggia Zafòn come “uno dei miglior romanzieri contemporanei”, con la promessa che “Ci ricorderemo di te per sempre, Carlos!”.

 

 

AGI – Sono i dettagli che schiudono il Giappone. Con la padronanza di uno sguardo che non a caso, ma per lunga frequentazione e molto amore, buchi lo strato sgargiante decifrando ombra e penombra, come spiegò preziosamente Jun’ichiro Tanizaki. Si può così Svelare il Giappone: questo è lo scopo e questo il titolo del libro che Mario Vattani ha appena pubblicato per Giunti Editore. Quasi 400 pagine in cui sfoglia anima, gente, luoghi, vizi, splendori, estetica e storia di un Paese assai raccontato eppure elusivo per la mentalità occidentale. Non è necessario cominciare dal principio con ortodossa lettura seriale: si può o è addirittura preferibile affrontare il volume con una disposizione zen, facendo di volta in volta affidamento sul capitolo che asseconda, per titolo, l’attrazione subitanea del lettore. Svelare il Giappone non consegna il racconto a un percorso diacronico, ma si fa guida del Paese oltre le contingenze, accostando situazioni e personaggi lontani tra loro nel tempo ma simultanei per la spiegazione di una “parola chiave” (Giardino, Sapore, Nascita, Bellezza, Amore, Nebbia…).

È così che il monaco Tetsumonkai, nella scelta volontaria di una tipologia di morte crudele e straordinaria che sarà vita per sempre, si ritrova in pieno diciannovesimo secolo assieme ai samurai che scelsero il seppuku, ed è questo il capitolo dove s’affronta anche il tema del rapporto con i morti, peculiare e remoto per la cultura cristiana ma anche laica europea, ed è il capitolo che scivola naturalmente, tramite queste storie, alla storia di adesso con l’allarmante incremento del kodokushi, parola entrata solo nel 2008 nel dizionario Kojen per indicare la “morte senza nessuno accanto”. Le sue radici sociali, l’impatto sul costume, le molte implicazioni.

È la stessa accattivante sincronia con cui Vattani racconta il buio e il cibo e l’Impero; con cui spiega la spada da Musashi a Kill Bill; il senso dell’eros e del gioco; il fascino dei manga e degli anime a partire dal gakuran, la classica uniforme studentesca di stile prussiano che da fine ‘800 soppiantò l’hakama, la gonna pantalone blu, e che prima dei fumetti fu celebrata nei romanzi di Mishima.

Tutt’altro look, altra filosofia postmoderna ispira gli yanki, i bad boys che sciamano su moto riconvertite al kitsch orientale nelle periferie e nella provincia, benché siano ragazzi rispettosi di certe regole tradizionali confuciane anche se rischiano di diventare dei chinpira, cioè “pesci piccoli” della malavita organizzata.

C’è nel volume uno sciame vorticante di racconti, in più occasioni asseverati dall’autore per esperienza diretta. E ci si trova un mucchio di indicazioni pratiche per affrontare il Giappone con le sue particolari regole di comportamento, quelle che una volta avremmo detto “buone maniere”, con i riti minori ma necessari al gaijin, allo straniero, affinché non venga percepito come jama, “una seccatura”, né s’illuda di avere conquistato i cuori nipponici mentre lo stanno, semplicemente, assecondando come un povero “fagiolo”.

Svelare il Giappone diverte, con la cifra tipica della scrittura di Vattani, che anche nel capoverso precedente o successivo alla crudezza di una scena lascia traccia di ironia sulla pagina, più vicina al sorriso filosofico che al semplice umorismo. È forse lo smagato approccio di chi non solo ha vissuto un tempo prolungato in Giappone e ancora lo vive nella quotidianità italiana, ma anche il tratto del diplomatico di carriera, che non si fa sorprendere ma ha conservato la capacità di abbandonarsi allo stupore. È questa la cifra con cui ha già scritto di Giappone da narratore con il romanzo Doromizu, ma anche di Egitto nel più recente Al Tayar (altro luogo conosciuto nel corso del suo lavoro).

Erede di un’antica tradizione fiorita anche in Italia, quella dei diplomatici scrittori, Vattani per agilità di spostamento tra saggistica e narrativa sarebbe piaciuto al suo illustre collega olandese Robert van Gulik. Autore di un volume diventato un classico sulla vita sessuale nell’antica Cina, van Gulik affascinò il più vasto pubblico grazie ai gialli di cui rese protagonista il giudice Dee, tuttora ristampati, e si produsse pure in un curioso libro con disco sulla “voce” del gibbone, che gli teneva compagnia mentre era ambasciatore a Tokyo.

L’affabulazione, ferro del mestiere per il diplomatico, per lo scrittore e per i maestri di arti marziali (Vattani è praticante di kendo), attinge persuasività dai dettagli richiamati all’inizio, oltre la luce e dentro la penombra. Non a caso l’ora che l’autore considera topica per guardare nuda Tokyo è quella tra la notte e il giorno, “il primo chiarore dell’alba”: “Come un volto di Medusa quella luce grigiastra può pietrificare nella memoria, per sempre, l’ultima azione della notte, che è anche la prima del nuovo giorno”. È allora che negli occhi della gente c’è qualcosa “che si desidera ricordare, altre cose che forse è meglio dimenticare”.

È dallo sguardo che nasce l’incantesimo: “Quello per cui, grazie alla magia della curiosità, si riesce a ignorare tutto il grigio che circonda, e a riconoscere solo ciò che è più bello”. Perché “in Giappone si impara a guardare. Guardare è un esercizio attivo. Non si contempla passivamente. Si impara guardando”.

Penetrare la corazza delle apparenze per riconoscere, in ombra e penombra, i silenziosi panorami dell’essenza.

L’universo delle serie tv non conosce pause e anche questa settimana le uscite sono numerose e interessanti.

Si parte subito di lunedì su Amazon Prime Video con ‘Dispatches From Elsewhere’, un dramma antologico incentrato su un gruppo di persone comuni sconvolte da un improvviso mistero che circonda la loro vita; protagonista con un ruolo non comico, per lui (e per noi spettatori) non usuale, Jason Segel, passato alla storia della tv come il Marshall Eriksen di ‘How I Met Your Mother’.

Cambiando piattaforma, su Sky Atlantic, sempre lunedì, verrà messa in onda la sesta stagione di ‘Girls’, che racconta la vita di quattro amiche che tentano di imporsi nella caotica New York.

Cambiando ancora canale e passando su Netflix al via mercoledì la seconda stagione di ‘Mr. Iglesias’, interpretata dallo stand-up comedian Gabriel Iglesias nel ruolo del protagonista, un professore di storia in un liceo pieno di ragazzi un po’ disadattati.

Sempre mercoledì per gli appassionati di storia fuori anche ‘The Great’, produzione che ambisce a raccontare la vita e le gesta di Caterina La Grande, ma la serie verrà trasmessa su Starzplay, canale di Apple Tv, quindi per poter visionare il contenuto sarà necessario un apparecchio della Apple.

Arriva giovedì e con lui anche la seconda stagione di ‘The Order’ su Netflix, serie che racconta la storia di Mark, una matricola universitaria che si unisce alla confraternita segreta The Order finendo invischiato in una storia di magie, mostri e rituali.

Anche su Timvision qualche novità particolarmente succulenta come l’uscita della prima stagione di ‘On Becoming a God’, serie comica con protagonista una Kirsten Dunst da Golden Globe che interpreta una donna all’incessante ricerca della sua scalata professionale ed economica.

Tornando su Netflix particolare attenzione va concessa all’uscita di ‘The King: Eternal Monarch’, drama coreano in cui il protagonista, Lee Gon, imperatore di un moderno regno di Corea, attraversa la barriera che lo separa da una realtà alternativa in cui la Corea è una repubblica anzichè una monarchia.

Con l’avvicinarsi del weekend su Netflix, da venerdì, disponibile anche la seconda stagione di ‘The Politician’, serie comica che racconta ambizioni, sogni, ricatti e vendette che hanno per protagonista Payton Hobart (Ben Platt), giovane ambizioso con gli occhi puntati sulla Casa Bianca.

Se avete un abbonamento a Netflix ma preferite un genere più rosa, sempre da venerdì sarà fuori la seconda stagione del drama brasiliano ‘La cosa più bella’.

Proporre una riflessione costruttiva sui processi della comunicazione emersi in Italia durante l’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19, ricostruendo ed esplorando le scelte e le strategie messe in campo per rispondere a un’infodemia che si è diffusa con la stessa rapidità della pandemia. Sono questi gli obiettivi di #Zonarossa. Il Covid-19 tra infodemia e comunicazione, il libro di Lelio Alfonso e Gianluca Comin con la prefazione di Walter Ricciardi, edito da Guerini e Associati, disponibile dal 15 giugno in edizione digitale e da luglio in libreria.

#Zonarossa è il primo libro dedicato alla comunicazione dell’emergenza Covid-19. Non un j’accuse, ma un’analisi puntuale e documentata di quanto accaduto sin dai primi sintomi dell’emergenza, con un focus sulle strategie per la gestione dell’emergenza in Italia a partire dallo scorso 11 marzo, quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiara il Paese “Zona Rossa” e il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Ghebreyesus ammette davanti al mondo la portata globale del Covid-19.

“Il nostro Paese, diversamente e forse più di altri, è stato colpito da questa infodemia che ha confuso l’opinione pubblica, travolto i media e messo in crisi le istituzioni” – spiega Lelio Alfonso – “Di “malattia dell’informazione”, proprio come di una qualsiasi patologia, in questo libro si effettua una diagnosi, si valuta una prognosi e si propone una terapia. La nostra tesi è che la comunicazione ha avuto e avrà un ruolo sempre più centrale in questa vicenda e in tutte quelle che richiameranno situazioni di emergenza collettiva. Lo sarà nel favorire i messaggi, agevolare la comprensione, limitare le incomprensioni”.

“Abbiamo assistito – sottolinea Gianluca Comin – al più massiccio e coordinato piano di comunicazione sociale mai sperimentato dal dopoguerra, non solo in Italia. Piano che ha utilizzato le piattaforme broadcasting tradizionali, i media di tutti i tipi, ma anche i social network, e che ha coinvolto le istituzioni, ma anche testimonial riconosciuti dalle persone come opinion leader e influencer. La comunicazione in situazione di crisi è capacità di previsione, è reazione tempestiva, è coerenza nei messaggi e trasparenza nelle azioni. Richiede competenze professionali e abilità nel comprendere il contesto sociopolitico in cui si opera”.

Attraverso un’analisi costruttiva delle scelte di comunicazione delle istituzioni e del mondo politico, il libro riflette sulle conseguenze che queste hanno avuto. Gli errori e le omissioni, ma anche le scelte, le intuizioni e gli insegnamenti che una situazione mai vista ha portato con sé diventano così l’occasione ripensare le strategie di governance e di gestione del bene comune, per evitare il ripetersi di cortocircuiti istituzionali e mediatici dannosi tanto al cittadino quanto per la reputazione stessa dei media e delle Istituzioni del nostro Paese.

Flag Counter