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AGI  – Il busto che ritrae Giovanni II Cornaro (Corner), centoundicesimo doge della Repubblica di Venezia è stato ritrovato a un’asta, acquistato da una cordata di imprenditori veneti e donato alla regione. L’opera in marmo, di notevole pregio artistico, era scomparsa nell’Ottocento da Ca’ Corner a San Polo e se ne erano perse le tracce. Riapparso sul mercato antiquario, il busto è stato consegnato alla Regione da Marco Michielli, dall’Associazione Veneziana Albergatori, attraverso il presidente Vittorio Bonacini, e dal Comitato per il recupero del busto, rappresentato dal professor Antonio Scipioni, dopo l’acquisizione in seguito a un’asta a Viterbo lo scorso 24 giugno.

 “Oggi un pezzo importante di storia veneziana e veneta, dopo secoli, torna nella città a cui era stato destinato e da cui, in tempi oscuri, è stato portato via. Grazie alla sensibilità e all’amore per la cultura di un gruppo di veneti, tutta la nostra comunità si riappropria di una testimonianza preziosa della Serenissima, comune denominatore nelle tradizioni, nelle espressioni culturali e nell’identità di tutti veneti.

A nome di tutta la Regione esprimo la mia gratitudine per un vero atto d’amore. L’opera resterà esposta a Palazzo Balbi e ci impegniamo a non farla andar più via da Venezia”. Con queste parole il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaira, ha sottolineato il dono

“In questo gesto – ha aggiunto il Governatore – c’è tutto quello spirito veneto che in passato ha fatto grande proprio il modello della Serenissima. Uomini e donne del fare, che si sentono parte di una comunità e scelgono di attivarsi per essa in prima persona.

Qui, nessuno ha pensato di creare un movimento di opinione o protesta per far recuperare alle istituzioni l’opera. C’è, invece, una cordata in cui ognuno volontariamente e responsabilmente ha messo mano al portafoglio perché tutti possano riappropriarsi di un pezzo storico della loro vita di popolo. Così, il busto testimonia un passato illustre ma anche un presente di alto senso civico”.

Il doge Giovanni II Corner, nato nel 1647, governò la Serenissima dal 22 maggio 1709 al 12 agosto 1722.  Fu protagonista della vittoriosa guerra di Corfù contro i Turchi, nel 1716, ultima grande vittoria della Repubblica secolare per celebrare la quale Antonio Vivaldi compose la celeberrima Juditha Triumphans, per molti unico vero inno della Serenissima. Il suo dogado, inoltre, viene anche ricordato per l’ufficializzazione dell’utilizzo della parrucca nell’abbigliamento da parata, usato anche da tutti i suoi successori.

AGI – Un maestoso strumento musicale. Anche questo sarebbe dovuto essere il campanile più famoso del mondo, la Torre di Pisa. La suggestiva e affascinante ‘ricostruzione’ del progetto iniziale della Torre – iniziato nel 1173 da Bonanno Pisano e poi ripreso nel 1275 da Giovanni di Simone e concluso da Giovanni di Nicola Pisano -, è di Piero Pierotti, già professore di Storia dell’architettura medievale dell’Università di Pisa, che anticipa all’AGI uno degli studi di prossima uscita nel volume ‘I veri miracoli di Piazza dei Miracoli’, in cui presenta una serie di elementi sconosciuti o meno noti sui monumenti di una delle piazze più visitate e conosciute al mondo.

Meravigliosi concerti

Meravigliosi concerti, secondo quanto emerso dalle ricerche dello studioso, avrebbero dovuto risuonare dalla cella della Torre pendente, provvista di dodici alloggiamenti per le campane, ciascuna delle quali corrispondente a note e semitoni

 “Sotto le maestranze di Giovanni di Simone e, dopo la sua morte, del figlio Guido, la Torre aveva raggiunto quella che forse si considerava una sommità non superabile, oltre la quale poteva essere rischioso continuare”, così lo storico dell’architettura ripercorre l’inizio dei lavori alla Torre.

“Gli alloggiamenti per le campane”, spiega lo storico, “erano sei, aperti e pronti, ricavati nel perimetro circolare del sodo murario. La costruzione era in apparenza completata ma non aveva raggiunto l’altezza di progetto. Giovanni Pisano, mettendo a frutto la sua consolidata esperienza di architetto estremo, mise da parte i timori e concluse l’edificio all’altezza di progetto: cento braccia”.

“Per bilanciare il carico costruì una seconda cella campanaria, rientrata e poggiata sul perimetro murario interno della Torre, in modo da accentrare il baricentro. In sommità lasciò un’apertura circolare, che consentiva di guardare il cielo dal fondo del cilindro, come probabilmente era previsto, e anche questo servì ad alleggerire la nuova aggiunta. La forma finale che essa assunse faceva della Torre un enorme puntatore celeste e forse, essendo chiuse tutte le entrate di luce lungo la parete, creava un effetto cannocchiale che rendeva possibile osservare le stelle anche in condizioni d’illuminazione diurna”. 

Dodici campane per le festività solenni

Pierotti evidenzia la prima novità: Giovanni Pisano cambia la tradizione del castello di campane. “Giovanni – spiega – sviluppò un’altra caratteristica importante. Di solito il castello delle campane era costituito da una struttura in legno, sospesa internamente alla sommità del campanile. Sfruttava il vuoto sottostante come cassa di risonanza ma presentava due limitazioni: non consentiva di osservare il cielo e il numero delle campane era ridotto. Distribuendole invece lungo il perimetro circolare della Torre esso ne poteva contenere di più e a piacimento. Giovanni di Simone aveva già creato sei alloggiamenti perimetrali per le campane, tutti uguali (vi sono tuttora, al penultimo livello). Giovanni di Nicola ne creò altri dodici, sei grandi e sei piccoli, ma questa volta il ricorso insistito al numero sei aveva una valenza ulteriore”. Erano difatti dodici come le note musicali. Perché? Cosa lo ispirò? “Due secoli e mezzo prima – ricostruisce il professor Pierotti -, Guido d’Arezzo, monaco benedettino, aveva scritto il testo che riformava il modo di scrivere la musica ideando e adottando un metodo facile da imparare e applicare. La sua scala musicale si basava su sei tonalità (l’esacordo)”.

Tornando a Pisa, perché dodici campane?

“Per le festività solenni – afferma lo studioso -; forse anche in altre occasioni si realizzavano veri concerti, di solito con le campane suonate a martello. Sei alloggiamenti piccoli più sei alloggiamenti grandi potevano corrispondere a due esacordi con due diverse scale di tonalità”. Secondo il docente, una così vasta articolazione e precisione, concessa alla sonorità delle campane, aveva una ragione. “A Pisa esisteva una scuola importante di maestri campanari – spiega -. Conosciamo i nomi di Bartolomeo, Lotteringio, Guidotto, Andreotto, Giovanni e Bencivenni di Gherardo, Iacopo, un secondo Bartolomeo, Marco (sicuramente attivi fra il 1215 e il 1280) e Nanni. Anch’essi aggiungevano l’aggettivo ‘pisano’ al loro nome, per indicare che a questa scuola prestigiosa appartenevano”. Sulla base di questi elementi lo storico ipotizza il progetto della torre anche come una sorta strumento musicale. 
 

AGI – Una scoperta con due risvolti peculiari. E Pompei, la città antica sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C., sorprende ancora.

Da nuovi scavi nella necropoli di porta Sarno, a Est dell’antico centro urbano, emerge la prova che qui si tennero spettacoli in lingua greca, ma anche i resti umani mummificati di un uomo in un periodo in cui il seppellimento degli adulti avveniva dopo l’incenerimento.

Un cranio con capelli e persino un orecchio ben conservato e le ossa di un ultra sessantenne sono stati trovati in una antica sepoltura. Sulla lastra marmorea posta sul frontone della tomba, l’iscrizione commemorativa ci restituisce l’identità del defunto, Marcus Venerius Secundio

La campagna di scavo che ha permesso l’eccezionale ritrovamento è frutto di una collaborazione tra il Parco archeologico di Pompei e l’Università Europea di Valencia.

L’ex schiavo sepolto come un dominus

La struttura sepolcrale, risalente agli ultimi decenni di vita della città, è costituita da un recinto in muratura sulla cui facciata si conservano tracce di pittura, piante verdi su sfondo blu. Marcus Venerius Secundio, il cui nome che compare anche nell’archivio di tavolette cerate del banchiere pompeiano Cecilio Giocondo proprietario della domus omonima lungo via Vesuvio, era nato schiavo e faceva il custode del tempio di Venere, ma venne liberato, raggiungendo una buona posizione sociale ed economica.

Lo testimonia non solo la sua tomba, ma anche l‘iscrizione che racconta come, oltre a essere Augustale, ovvero componente del collegio di sacerdoti dediti al culto imperiale, “diede ludi greci e latini per la durata di quattro giorni”. “Ludi graeci è da intendere come spettacoli in lingua greca, ed è la prima testimonianza certa di esibizioni a Pompei in lingua ellenica, ipotizzate in passato sulla base solo di indicatori indiretti”, spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel.

Per gli archeologi, anche la sepoltura è singolare, perché presenta uno degli scheletri meglio conservati trovati nella città antica. Il defunto fu inumato in una piccola cella di 1,6 x 2,4 metri posta alle spalle della facciata principale del suo monumento funebre. Nel recinto sono state riscontrate due incinerazioni in urna, una in un bellissimo contenitore in vetro appartenente a una donna di nome Novia Amabilis, probabilmente la moglie. Nella fase romana di Pompei solo bambini piccoli venivano inumati.

La sepoltura di Marco Venerio è dunque insolita proprio per il rito funerario adottato, considerando che si trattava di un uomo adulto di più di 60 anni, come emerge da una prima analisi delle ossa. La camera funeraria, un ambiente ermeticamente chiuso, ha creato le condizioni per lo stato di conservazione eccezionale in cui è stato trovato lo scheletro. Recuperati elementi di corredo funebre, tra cui due unguentaria in vetro e numerosi frammenti di ciò che sembra essere un tessuto.

Il giallo della mummificazione

Bisogna ancora comprendere se la mummificazione parziale del defunto è dovuta a un trattamento intenzionale o meno – sottolinea Llorenç Alapont docente a Valencia – in questo l’analisi del tessuto potrebbe fornire ulteriori informazioni. Dalle fonti sappiamo che determinati tessuti come l’asbesto venivano utilizzati per l’imbalsamazione”.

I resti umani e organici trovati sono stati trasportati al Laboratorio di ricerche applicate nel sito di Pompei dove sono stati sottoposti a interventi di analisi e di conservazione. Il Parco ha anche avviato una serie di interventi di messa in sicurezza, volti a garantire la manutenzione della necropoli di Porta Sarno nelle more della definizione di un più ampio progetto di restauro e fruizione dell’area. La necropoli attualmente non è visitabile in quanto al di là della linea ferroviaria locale, ma si sta affrontando uno studio di fattibilità per includerla tra le zone aperte al pubblico.

“Pompei non smette di stupire e si conferma una storia di riscatto, un modello internazionale, un luogo in cui si è tornati a fare ricerca e nuovi scavi archeologici grazie alle tante professionalità dei beni culturali che, con il loro lavoro, non smettono di regalare al mondo risultati straordinari che sono motivo di orgoglio per l’Italia”, rimarca il ministro della Cultura, Dario Franceschini“

AGI – Romanzi, moltissimi romanzi; una mezza dozzina di classici e tanti saggi, sugli argomenti più vari: dallo sport alla storia, dalla politica alla filosofia. Alcuni con un filo conduttore che è un po’ il segno dei nostri tempi: la pandemia. Sono i suggerimenti dei giornalisti di AGI per le letture dell’estate: non necessariamente ‘da ombrellone’ (senza nulla togliere al genere!) ma sempre occasioni per riflettere, scoprire e magari riscoprire. Ecco dunque i nostri suggerimenti.

Il deserto dei tartari – Dino Buzzati – Mondadori

Nell’estate, in alcuni momenti almeno di questa stagione altrimenti frenetica, ho sempre ritrovato la sospensione che avvolge la Fortezza Bastiani. In piccole dosi, un sapore piacevole. Depurato dal senso dell’ineluttabile fallimento che è la cifra del Deserto dei Tartari, è il sapore dell’attesa, di quello che verrà. Con il tempo, quell’attesa si accartoccerà su se stessa ma per un tratto conserva il gusto del nuovo. Non la speranza, ma proprio la certezza che qualcosa di buono accadrà. I tempi distesi agostani sono tra i più adatti per una rilettura del romanzo di Dino Buzzati, un’occasione per recuperare quello spazio di riflessione che spesso ci neghiamo. Cosa cambia questa volta? Prima di tutto, e come sempre, noi. E infatti ogni volta che ci riaccostiamo a un libro, o a un film, finiamo per trarne sensazioni sempre diverse, per coglierne sfumature nuove. Stavolta poi, e non è affatto poco, il nemico ha davvero dato l’assalto. Ha sfondato le linee, è ancora alle viste. Ma stavolta eravamo lì. Colti di sorpresa, costretti a pagare un prezzo pesantissimo prima di riuscire a rispondergli, ma ci ha trovati sul posto. E’ per questo che, partito tenente, congedato dalla vita con i gradi di maggiore, Drogo disegna una parabola umana dal valore assoluto, pur prendendo le mosse dalle fascinazioni  evocate (piccola civetteria di categoria, quale potrà essere la ‘fortezza’ evocata dal cronista Buzzati?)  nei lavori che portano a spenderne parte nel cuore della notte. Una parabola che tutti, dunque, abbiamo incrociato. Decadente, a tratti mistica nelle atmosfere, disperante quanto asciutta. E nonostante questo mi piace pensare che i tempi che attraversiamo ancora adesso siano proprio quelli che Drogo non ha fatto in tempo a vedere. E allora faccio quello che a un giornalista è vietato e mi permetto di citare fuori dal contesto e di (stra)volgere, in positivo, uno dei passaggi più amari di un’opera che non è né vuole essere un momento di speranza. Perché è quella, insieme alle maniche rimboccate, che ci occorre. “… E si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti. Ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo“. (Bruno Alberti)

Il giardino dei ciliegi – Anton Cechov – Einaudi

Una famiglia aristocratica russa, sul finire del XIX secolo, è costretta a vendere all’asta la sua proprietà per pagare i debiti. A comprare la residenza sarà un giovane mercante – figlio dei servi della gleba, un tempo proprietà di quella stessa famiglia – rappresentazione della nuova borghesia emergente e di tutto un mondo destinato, di lì a poco a prendere il sopravvento. Si riassume in poche righe la trama del ‘Giardino dei Ciliegi’ di Anton Cechov (1860-1904), tra i massimi capolavori del teatro moderno, l’ultima e secondo molti critici la più lirica delle sue opere.

La Bellezza insidiata dalla banalità. La banalità come elemento tragicomico. La nostalgia per le certezze passate diventa stato d’animo di una classe sociale avviata verso l’estinzione e per questo nella perfetta condizione per riflettere, non senza ironia, sul senso ultimo della vita e l’effimero dell’esistenza. Interrogativi a cui ci si riesce a sentire particolarmente vicini in questo momento che ci vede alle prese con la sofferenza del mutamento verso un ancora poco chiaro mondo post-pandemico.

Una famiglia riunita per decidere il futuro della tenuta da cui, i più giovani cercano la fuga e i più anziani trovano una trappola fatta di memorie e dubbi esistenziali. Non ci sono colpi di scena, palpitazioni o intrighi. C’è il rammarico per le occasioni perse, ma senza la frustrazione per non essere riusciti a cambiare. Pochi elementi sulla scena e nella lingua avvolgono il lettore nel vortice di un’attesa (quella dell’asta che mai si vedrà in scena) che diventa universale ricerca del senso ultimo della vita.  La scure che si abbatte sugli alberi (che nell’originale russo, piccola curiosità linguistica, sono di amarene e non di ciliegie) segna la scomparsa del Giardino e passa alla storia della letteratura come il simbolo della fine della nobiltà in Russia, la morte di un’intera società e la metafora dell’effimero. Varrebbe la pena rileggere tutto il teatro di Cechov, di certo non una classica lettura da ombrellone ma anche questa estate, d’altronde, è ben lontana dal potersi definirsi classica… (Marta Allevato)

‘Il maledetto United’ – David Peace – Il Saggiatore

Quando il calcio era pioggia, fango, tribune in legno, decine di migliaia di spettatori urlanti a pochi metri dal campo. Quando il calcio era fatto di difensori rudi, interventi spaccagambe, pub, pinte di birra bevute in lontani pomeriggi di sabato in bianco e nero nelle Midlands. Erano gli anni ’70, era l’Inghilterra, c’era ‘il maledetto United’ e c’era Brian Clough, uno degli allenatori più intrattabili, presuntuosi e arroganti della storia, ma anche uno dei più geniali. Antipatico come Mourinho ma senza le sue scaltrezze. 

‘Il maledetto United’ è il libro, scritto da David Peace, che racconta un breve spaccato della vita di Brian Clough, quando nel 1974 prese il timone dell’odiato Leeds United. Clough proveniva dalla squadra rivale, il Derby County, presa nella Second Division e portata fino al titolo inglese. Odiava il Leeds, lo accusava di vincere ‘sporco’, con interventi scorretti, proteste verso l’arbitro, sceneggiate. Clough viene scelto inaspettatamente per succedere a Don Revie, che nel 1974 con il Leeds campione, va a guidare la nazionale inglese. Revie aveva allenato il Leeds per 14 anni, l’età d’oro della squadra dello Yorkshire, vincendo due campionati, un FA Cup e due Coppe delle Fiere.

Clough al Leeds dunque, allo United: un po’ come se Mourinho dopo il triplete con l’Inter fosse andato al Milan, o alla Juventus. Poteva funzionare? Si può allenare una squadra che dentro di sé si detesta? No, era solo questione di tempo, e il libro è la cronaca romanzata, ma neanche tanto, delle difficoltà incontrate, degli scontri con i vertici societari e soprattutto con i calciatori, che dopo le polemiche degli anni precedenti lo rifiutano come un corpo estraneo. L’avventura finisce dopo 44 giorni e sette giornate di campionato, con una sola partita vinta. Clough aveva l’ambizione di trasformare il Leeds, di farlo vincere giocando bene e senza imbrogliare, ma fallisce: “Loro non sono la mia squadra. Non la mia. Non questa squadra e non lo saranno mai”.

David Peace riesce a ricreare in maniera magistrale quell’ambiente, uno spaccato palpitante di vita. I tifosi, i dirigenti, l’ambiente paludato della federazione inglese, finanche i massaggiatori e le segretarie, non trascura nessun dettaglio. Il libro finisce qui, non racconta la rivincita che si prenderà Clough pochi anni dopo. Va al Nottingham Forest, lo porta in First Division, poi al titolo di campione d’Inghilterra, poi alla Coppa dei Campioni. Tutto in tre anni. L’anno successivo rivince la Coppa dei Campioni. Il Nottingham è tuttora l’unico club europeo ad aver vinto più Coppe dei Campioni (due) che campionati (uno). (Gianluca Allievi)

Cuore di tenebra – Joseph Conrad – Feltrinelli

Il destino di ‘Cuore di tenebra’ è quello riservato a molti classici: essere conosciuto dai più per le numerose e varie trasposizioni cinematografiche piuttosto che per l’intima essenza letteraria. Alcune di queste versioni sono assurte a gloria eterna – come ‘Apolaypse Now’ – altre sono condannate all’oblio dalla propria insipida fedeltà al testo – penso alla versione del 1994 interpretata da Tim Roth e John Malkovich. Chi non avesse visto il film di Francis Ford Coppola, né quello di Nicolas Roeg ha però con ogni probabilità memoria di un’altra versione, quasi per nulla celebrata: ‘Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa’ diretto da Ettore Scola nel 1968, ricco di rimandi conradiani ma in una agrodolce salsa italiana.

Più cinema che letteratura, verrebbe da dire, ma è solo un malinteso: in ‘Cuore di tenebra’ c’è più letteratura di quanta ce ne sia in qualunque altro romanzo a tema coloniale o d’avventura. Perché questo, che secondo me è il più riuscito romanzo di Joseph Conrad – più dell’appassionante ‘Tifone’ e dell’inquietante ‘La linea d’ombra’ – è un romanzo totale. Totale e totalizzante. Quando ci mettiamo in navigazione lungo il fiume Congo in compagnia di Marlow e della bizzarra comitiva di pellegrini, cannibali e agenti di commercio, ci immergiamo realmente in quel cuore di tenebra che è l’essenza stessa dell’uomo quando assume se stesso come unico punto di riferimento. Una storia tutto sommato breve – la forma del metaracconto (è lo stesso Marlow a raccontare all’equipaggio di una nave la sua avventura in Africa) non permetterebbe una estensione maggiore – che però contiene, condensata con una potenza narrativa impareggiabile, tutta l’esperienza umana. L’ambizione, la disperazione, l’odio, la rabbia, l’avidità, la passione, la follia, l’oblio. Nulla manca in quello che Marlow vive sullo sgangherato battello di cui è il comandante e nulla Conrad ci risparmia, con una forza descrittiva che come le sabbie mobili, la fitta vegetazione, o una miriade di mani rapaci, ci trascina fin nei meandri più bui di quella tenebra. Non è una lettura dalla quale si esce indenni, perché dispiega davanti a noi quello che siamo, che siamo stati e continueremo a essere. Esseri inquieti, insoddisfatti, arroganti e pretenziosi, convinti di avere ragione su tutto e tutti. Una cosa che già aveva illustrato Rudyard Kipling, quando, appena una decina di anni prima del romanzo di Conrad, aveva dato vita al protagonista del racconto ‘L’uomo che volle farsi re’. Ma che in ‘Cuore di tenebra’ raggiunge un altro livello, quando ci rendiamo conto che alla fine di tante passioni e tribolazioni, tutto ciò che stringiamo nelle mani non è altro che quello cui Kurtz dà forma con il suo ultimo grido: “l’orrore, l’orrore”. (Ugo Barbàra)

Anni bui – Salvatore Lordi – Bibliotheka

Quando la cronaca diventa storia, succede che la memoria dei fatti si sovrapponga a quella dei protagonisti, trasformando le vittime in ‘numeri’. E’ la sorte toccata a tanti degli appartenenti alle forze dell’ordine e dei militari caduti nel nostro Paese sotto i colpi del terrorismo di destra e di sinistra. Nomi, volti e vite spezzate che riemergono in “Anni bui” (Bibliotheka edizioni, 536 pagine, 18 euro) il libro con cui il giornalista e storico Salvatore Lordi ricostruisce fatti e antefatti di un quarto di secolo di storia italiana e dà la parola per la prima volta ai familiari delle centinaia di vittime in divisa di una ideologia malata e imbevuta di cieca violenza.

Si parte una decina d’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale con la scellerata stagione dell’irredentismo sudtirolese e si procede nel tempo con il delinearsi della strategia della tensione, gli anni della lotta armata, la contrapposizione tra eversione di destra e di sinistra, l’attacco al cuore dello Stato, fino alla strage di Bologna. Anni terribili, anni di piombo, anni bui appunto, che si lasciano dietro una lunga scia di sangue: magistrati, politici, giornalisti più o meno famosi ma anche tanti poliziotti, carabinieri, finanzieri e militari dell’Esercito di cui quasi sempre restano solo un nome inciso su una targa, una medaglia alla memoria, un articolo di giornale sepolto in un archivio. Il loro ricordo, non importa quanti anni siano trascorsi, resta pero’ indelebile in genitori, mogli, figli, fratelli e sorelle: ed è a loro che Lordi regala voce, in una Spoon River che prima del dolore dell’improvviso distacco mescola gioie e delusioni, lacrime e sorrisi, speranze e aspettative di esistenze che avrebbero potuto essere meravigliosamente ‘normali’. (Stefano Barricelli)

La notte delle ninfee – Come si malgoverna un’epidemia – Luca Ricolfi – La nave di Teseo

Il libro di Luca Ricolfi ‘La notte delle ninfee – Come si malgoverna un’epidemia’ pubblicato da ‘La nave di Teseo’ nella collana ‘i Fari’ è una riflessione utile, seria e dettagliata della pandemia che ha colpito il mondo, ormai da oltre un anno. Sarà ancora più interessante quando sarà inserito nel dibattito che da cronaca diventerà storia per comprendere le difficoltà, gli errori, le sottovalutazioni, le problematiche insuperabili delle società moderne, che siano in Africa, in Europa o nel Nord America a fronte della sfida del Covid-19.   Utilissimo da leggere durante le vacanze con la ‘variante Delta’ alle porte e con la speranza di aver, mese dopo mese, allontanato la fase più acuta della pandemia.

Luca Ricolfi, uno dei più autorevoli sociologi italiani – suo è lo studio del 2019 su ‘La società signorile di massa’ edito sempre da ‘La nave di Teseo’ – libero da ogni pregiudizio esce fuori dalla assurda contrapposizione e ideologica alternativa tra negazionisti e rigoristi, fra aperturisti e paladini del lockdown, per fornire una interpretazione – condivisa con la Fondazione Hume, sugli errori che hanno caratterizzato questa tragica vicenda che ha così pesantemente segnato la società italiana.

Era possibile fare qualcosa di meglio ed evitare la prima e la seconda ‘ondata’ si chiede Ricolfi? “Come andranno le cose? L’ottimismo della volontà mi fa sperare che, finalmente, si cambierà strada, e si guarderà con più attenzione al modello dei Paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus. Ma il pessimismo della ragione mi avverte: l’attesa messianica del vaccino avvolgerà tutti e tutti, quasi niente cambierà davvero, nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue azioni. Né ora, né mai”.

Il modello adottato in Italia – ricorda Ricolfi – è fondamentalmente il modello di fatto prevalente in Europa, ovvero il protocollo LSG (incentrato su uno o più lockdown intervallati da periodi di rilassamento delle restrizioni), ma è anche da sottolineare, che nel nostro Paese tale protocollo si è inserito su una debolezza preesistente, ed è stato attuato “nel modo più autolesionista e dannoso possibile”.     

Le debolezze preesistenti sono presto dette: una popolazione tra le più anziane del mondo, pochi posti letto  ospedalieri (sia ordinari che di terapia intensiva), pochi medici ed infermieri, mancato aggiornamento del piano anti-pandemia del 2006, nonostante le sollecitazioni dell’Oms.    Ci si renderà conto che negli ospedali manca tutto il necessario solo a pandemia partita, a partire dai dispositivi di protezione individuali (i celebri Dpi) che avrebbero dovuto proteggere medici e infermieri. “Non puntare – scrive Ricolfi – risolutamente sulla sorveglianza attiva (tamponi + contact tracing + quarantena) e tenere basso – troppo basso – il numero di test fino a metà ottobre, quando ormai è tardi, perchè il sistema di tracciamento è saltato” è stato un errore che ha avuto un costo di morti e di danni per l’economia inaccettabile. La differenza tra nazioni come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Australia e Nuova Zelanda è che solo 10 o centro casi al giorno sono sufficienti a far scattare l’allarme, mentre l’approccio seguito da Europa, Italia mira a tenere aperte le attività economiche fino a quando non si è maturato il disastro sanitario che quindi giustifica – da parte di politici ossessionati dal consenso – scelte di lockdown.

Ricolfi nella sua puntuale analisi spiega: “dobbiamo prendere atto che, quando la cultura dei diritti si spinge oltre una certa soglia, un sistema sociale diventa fondamentalmente ingovernabile. O magari, dovremmo cominciare a pensare che non solo l’Italia , ma una parte considerevole dell’Europa sta assumendo tratti della ‘società signorile di massa’, con il primato dei consumi e del tempo libero”. Dal libro di Ricolfi quindi si parte dalla pandemia e si scruta la società europea e mondiale. (Domenico Bruno)

Stella del Mattino – Wu Ming 4 – Einaudi

Quanto vale la scrittura? Come può aiutarci a superare, o almeno a elaborare, i traumi che ci sconquassano le vite, siano essi veri o

immaginari? Wu Ming 4, membro dell’omonimo collettivo, ha fatto del tema uno dei punti cardine di Stella del Mattino, una storia romanzata, ma dai contorni e protagonisti reali, che si muove fra l’epicità, il racconto scorrevole e la riflessione interiore. Ambientato in una Oxford attraversata dai fantasmi della prima guerra mondiale, il libro si snoda fra quattro figura che hanno lasciato un segno nella storia del 900, chi solo con la propria letteratura, chi anche con le proprie imprese. Il ‘protagonista’ è Thomas Edward Lawrence, più noto come Lawrence d’Arabia, alle prese con la (ri)scrittura de I sette pilastri della saggezza; accanto a lui orbitano J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e il poeta Robert Graves. Tutti poco più che 20enni, tutti segnati dall’esperienza e dalle perdite della guerra di trincea, alle prese con sensi di colpa per i compagni perduti o per i patti traditi, nella scrittura trovano una chiave per fare i conti con gli strascichi di un qualcosa che faticano ad elaborare. Tramite gli incontri reciproci, fortuiti e cercati, e tramite l’impatto che Lawrence d’Arabia ha sui tre coprotagonisti, che a loro volta lo indagano, Wu Ming 4, con passaggi più aderenti ai fatti e altri più romanzati, affronta il nodo dello scrivere come “terapia non solo privata, personale, ma anche pubblica e sociale”, come spiega lo stesso autore. Scrivere significa dunque “interagire col mondo”, che solo attraverso la narrazione può riconoscersi e fare i conti con la propria esperienza. (Matteo Buffolo)

I quaderni botanici di madame Lucie – Melissa Da Costa – Rizzoli

“I quaderni botanici di madame Lucie” di Melissa Da Costa (Rizzoli) è l’ultimo libro, in ordine di tempo, acquistato in questa estate 2021. Da subito mi ha incuriosito il titolo, botanica e giardini non mi lasciano indifferente, poi l’ambientazione, la campagna francese, un altro punto a suo favore. 

La storia è tragicamente semplice: una vita che sembra perfettamente impostata, che viene totalmente stravolta nel giro di pochi minuti da un incidente stradale. Amande che ha perso tutto cerca rifugio in una casa nelle campagne francesi dell’Auvergne. Una casa completamente isolata dentro alla quale si rinchiude lasciando fuori il mondo. A riportarla alla vita saranno agende, calendari, appunti scritti dalla precedente proprietaria, madame Lucie, appunto, “che raccolgono ricette e dettagliate indicazioni per la cura del giardino, una specie di lunario fatto in casa”. Istruzioni ed attività di cura del giardino, intraprese per la prima volta, oltre ad un ostinato gatto grigio “che decide di adottarla” che un po’ per volta le permetteranno di tornare a vivere, proprio come il passaggio della natura dall’inverno alla primavera, e soprattutto le offriranno nuove strade con la possibilità di svoltare e iniziare ancora una volta a costruire. Un libro che si legge velocemente, semplice ma nella sua semplicità con un messaggio positivo. (Chiara Caratto)

Dante – Alessandro Barbero – Laterza 

La Divina Commedia è stata scritta da un politico. Un vero politico, di professione, pienamente immerso nel suo tempo e nella sua città, Firenze. A spiegarlo in un’appassionante biografia di Dante Alighieri è lo storico Alessandro Barbero, noto al grande pubblico per la sua collaborazione con il programma ‘Superquark’ di Piero Angela. Il volume, edito da Laterza, è frutto di un lavoro di ricerca meticoloso e approfondito (ci sono quasi 60 pagine di note!) e racconta come il Sommo Poeta sia stato innanzitutto un esponente di spicco del “partito” dei Guelfi Bianchi fiorentini, sia prima dell’esilio a cui fu condannato nel 1302, sia successivamente, fino alla morte a Ravenna. Dante è stato anche priore di Firenze, che era la massima carica politica, e in più occasioni membro dei più importanti Consigli cittadini. Barbero ricostruisce questa fervente attività citando numerose fonti, dall’umanista Leonardo Bruni, che nel 1436 scrisse una ‘Vita di Dante’, a Boccaccio, passando per il cronista e letterato fiorentino Filippo Villani. Ma lo studioso utilizza anche molti passaggi sia della ‘Commedia’ che di altre opere dell’Alighieri, in particolare del ‘Convivio’ e di ‘Vita nuova’. A questi si aggiungono alcuni documenti notarili dell’epoca e le lettere che scrisse Dante, per esempio all’imperatore Enrico VII o ai suoi nemici Guelfi Neri. E’ un vero e proprio viaggio nella Toscana e nell’Italia del 1300 in cui la lotta politica sfocia quasi sempre in violenze tremende con guerre, omicidi, devastazioni, abitazioni date alle fiamme. Il primo capitolo introduce perfettamente nel ‘mood’, come si direbbe oggi, con il racconto della partecipazione di Dante alla battaglia di Campaldino del 1289, in cui i fiorentini guelfi (non ancora divisi fra Bianchi e Neri) sconfissero gli aretini ghibellini. L’autore tratta poi il periodo degli studi, l’amore per Beatrice, scoppiato ad appena 9 anni, il “misterioso” matrimonio con Gemma di Manetto Donati, appartenente alla principale famiglia dei Neri, cioè ai nemici di Dante. Molto interssante anche il capitolo del processo politico al poeta, che si concluse con una condanna per “baratteria”, cioè per concussione, corruzione e peculato. E poi il periodo dell’esilio, in cui prima Dante chiede il perdono ai Neri e poi si rivolge a loro insultandoli e chiedendo loro di arrendersi e sottomettersi a Enrico VII. Barbero evidenzia inoltre come i Bianchi esuli non esitarono ad allearsi con i ghibellini contro i Neri ripercorrendo le campagne militari dell’imperatore, sceso in Italia per farsi incoronare da papa Bonifacio VIII. Sono infine riportati alcuni curiosi episodi, anche se non certi, come quello riferito da Boccaccio, secondo il quale, alla morte di Dante, i figli si misero a cercare fra le sue carte gli ultimi 13 canti del Paradiso, non ancora pubblicati; non trovandoli si erano quasi lasciati convincere dagli amici a completare loro stessi il poema. Fortunatamente, però, non andò così perché uno dei figli vide in sogno il padre che gli mostrò un nascondiglio segreto, nella sua ultima abitazione a Ravenna, dove furono poi rinvenuti.  (Luigi Conte)

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere – Laszlo Foldenyi – Il Nuovo Melangolo

Fedor Dovstoevskji, uno dei più grandi scrittori russi, ha passato diversi anni in Siberia, ai lavori forzati. E’ qui che Laszo Foldenyi, uno dei più importanti intellettuali ungheresi contemporanei, lo immagina intento a leggere le Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel, in lacrime. Ma cosa fa piangere l’autore de I Demoni e de I fratelli Karamazov? A gettarlo nello sconforto è un passaggio apparentemente banale, in cui il filosofo tedesco definisce la Siberia “fuori dalla storia”. Con queste semplici tre parole Hegel pone Dostoevskji in un mondo completamente avulso dalla visione razionalistica che caratterizza il pensiero moderno, portandolo però ad avere un’epifania: luoghi ‘fuori dalla storia’ sono spazi di libertà, dove l’uomo può ricongiungersi con ciò che la ragione non può comprendere. “Non si può parlare di libertà se infinito e trascendenza si perdono dietro cose limitate”, si legge nel libro, edito in Italia da Il Nuovo Melangolo ma recentemente arrivato anche negli Stati Uniti, dove è stato pubblicato dalla casa editrice dell’università di Yale ed è stato anche al centro di un articolo del New Yorker.  In un momento in cui le scelte di ognuno, di fronte alla pandemia che ha sconvolto le nostre vite, devono fronteggiare qualcosa di cui non abbiamo una perfetta conoscenza e che quindi sfida la nostra ragione, riflettere sui limiti di un approccio completamente cerebrale alle grandi domande della vita può essere salutare. Come può esserlo la capacità di arrendersi all’irrazionalità del miracolo e di ciò che sfugge alla ragione. “La civiltà contemporanea ripone tutta la fiducia nelle soluzioni pratiche e mette, anche senza dichiararlo, fra parentesi tutto quello che minaccia il proprio ottimismo. Eppure tutto l’orrore non è solo un difetto di funzionamento, ma il rovescio di quello che la civiltà odierna ammira con tanto entusiasmo”. (Ilaria Conti)

Open. La mia storia – Andre Agassi – Einaudi

Se continua ancora oggi ad essere tra i libri più venduti, a oltre dieci anni dalla sua pubblicazione, un motivo deve esserci. “Open” (editore Einaudi), l’autobiografia del campione di tennis Andre Agassi, lo statunitense ritiratosi nel 2006, a 36 anni, non è soltanto un best seller sportivo dedicato a un atleta di successo che ha vinto tutto (60 titoli e 8 tornei del Grande Slam). E’ molto di più. E’ una sorta di autoanalisi di un figlio cresciuto in modo infelice che racconta in quasi 500 pagine il tormentato rapporto che lo lega a un padre aguzzino. Mike Agassi, iraniano di origine armena nonchè pugile di dubbie capacità, si mette in testa di fare del figlio Andre un campione di tennis, costi quel che costi. Mike ha altri figli ma intuisce che solo Andre coltiva quel talento che può conquistare fama e ricchezza, riscattando la famiglia intera agli occhi del mondo. E così quel bimbetto di appena 4 anni è costretto ad allenamenti massacranti e interminabili, ogni giorno lo attende la sfida con il “drago”, una macchina, modificata dal padre, che spara palline alla velocità di 180 km orari. Andre cresce così, da solo, senza amici, controllato a vista da quel genitore severo e intransigente. Prova odio per il tennis e per suo padre. Più vince e più odia. E sì perché Andre è davvero bravo, ne è consapevole, ma quel genitore, che non ha mai digerito i propri fallimenti sportivi, lo marca stretto e pretende sempre di più. Andre Agassi con la racchetta spazza via ogni avversario ma deve fare i conti con quel desiderio di ribellione e di autodistruzione perchè la sfida a distanza con il padre è un tarlo che alla lunga lo consuma. E così si ossigena i capelli, si tinge di rosso le unghie, indossa orecchini e catenine, si veste di rosa. L’austero mondo del tennis resta affascinato da questo personaggio stravagante e vincente. Ma non ne coglie il grido di aiuto. Così l’equilibrio psicologico dell’atleta che gioca anche a fare la rockstar ne risente. Forse per colpa dello stress, Andre perde i capelli in modo repentino e opta per un parrucchino. E anche il resto del corpo lancia allarmanti segnali di sofferenza. Questa vita da sportivo sotto i riflettori porta Andre a sposarsi con l’attrice e modella Brooke Shields nel 1997. Due anni dopo il matrimonio è già naufragato. La carriera di Agassi fa passi indietro, le sconfitte sono più frequenti. Anche il pubblico prende le distanze dal personaggio. Ma nel 1999 arriva il riscatto con nuovi successi nei tornei del Grande Slam. Agassi torna a guidare la classifica mondiale (sarà primo per 101 settimane complessive): sullo sfondo c’è una serenità che nasce dalla relazione con Steffi Graff, la numero uno del tennis femminile che gli regalerà due figli e tanto equilibrio interiore. Il ritiro dallo “sport più solitario che esista”, risale al 2006: troppi i dolori alla schiena e alle ginocchia, Agassi perde agli Us Open e lascia per sempre. L’ovazione dal pubblico pare interminabile. “Quando ho cominciato a giocare non sapevo chi ero e mi ribellavo al fatto che fossero i grandi a dirmelo. Penso che i grandi facciano sempre questo errore con i giovani, trattandoli come prodotti finiti quando in realtà sono in fieri”, racconta nel libro. Agassi è stato di parola: chiusa la carriera, con la moglie ha dato vita a una Fondazione che raccoglie denaro per finalità sociali e che coordina una rete di scuole per ragazzi svantaggiati. (Gian Franco Coppola)

Quel che affidiamo al vento – Laura Imai Messina – Piemme

“Quel che affidiamo al vento”, una meta dell’anima per affrontare il dolore.

“Come stai mamma? Sono Hana, sono qui, ti ricordi ancora di me?”, “Piove sempre, inizia a stancarmi”, “Non ti amavo allora quanto ti amo adesso”. Parlare con chi non c’è più, raccontando la propria giornata, le novità, ma anche arrabbiandosi, recriminando questo e quello. O piangere, ridere, tacere. Restare in silenzio fissando l’apparecchio senza neanche alzare la cornetta, che comunque non è collegata alla linea. Il Telefono del vento è li’, su una collina isolata, in una remota regione sulla costa dell’Oceano Pacifico, nel curatissimo giardino di Bell Gardia, per ‘sostenere’ tutti coloro che hanno bisogno di elaborare un lutto, un dolore. Esiste davvero. Di questo luogo unico, intriso di spiritualità parla nel suo libro Laura Imai Messina. Un caso editoriale, distribuito in 20 paesi, un successo che si spiega con la delicatezza estrema della prosa, con la ‘leggerezza’ tipicamente giapponese e salvifica che la scrittrice riesce a trasmettere nell’affrontare le perdite. Anche se non vi fa volutamente riferimento il romanzo è dedicato alle vittime dello tsunami del Giappone dell’11 marzo 2011. Parla sì di morte, quella della figlia e della madre di Yui, la protagonista, e della morte di Akiko la moglie di Takeshi, tutti risucchiati dalla furia del mare, eppure non trasmette mai disperazione, non è mai melodrammatico, anzi infonde un senso di speranza. Il telefono del vento, non è una meta turistica. Non c’è l’indirizzo preciso, non si trova nelle mappe. Non ci si va con la macchina fotografica al collo. E’ una meta dell’anima. E quando su quella zona si sta per abbattere un uragano di immane violenza, senza pensarci due volte Yui corre a proteggere il giardino a costo della sua vita. E ci riesce, a beneficio di tutti coloro che ci vogliono credere, che ogni anno in centinaia ci vanno da ogni parte del Giappone.

Il telefono del vento (in giapponese Kaze-no-Denwa) è nato grazie a Sasaki Itaru (a lui è ispirata la figura del guardiano), che dopo la perdita di un parente, costruì una cabina telefonica bianca nel suo giardino, così da potergli parlare ancora. Poi, dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, Sasaki decise di mettere il Telefono del vento a disposizione di tutti coloro che ne avessero bisogno. Da allora il suo giardino a Kujira-yama è diventato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio. La sua leggenda nasce così, dal dolore di chi ha subito un lutto. (Annalisa Cretella)

Lungo cammino verso la libertà – Nelson Mandela – Feltrinelli

“E’ stato lungo il mio cammino verso la libertà, ma pur raggiungendo gran parte del risultato sperato. ho imparato che questo cammino non ha mai fine, perché altre montagne occorre scalare dopo aver raggiunto la vetta della prima”….Nelson Mandela, ne è consapevole scrivendo queste parole al termine della sua autobiografia.

Nelle 600 pagine di un racconto ricco di episodi, di fatti, di osservazioni, di riferimenti ai grandi eventi storici lungo l’arco di quasi un secolo, il lettore è in grado di apprendere il dipanarsi di un processo evolutivo da un mondo caratterizzato da forme di oppressione disumane forti di convinzioni radicate, retaggio di una allora diffusa mentalità razzista e predatoria, alla moderna e più consapevole accettazione del frutto di insopprimibili spinte verso la giustizia sociale.

Ma ciò che oggi appare il naturale consolidarsi di un assetto dove la tolleranza figlia della democrazia è considerata una realtà scontata, in realtà è il risultato di un secolo di lotte, di sacrifici, di sofferenze  da parte di uomini e donne eccezionali che, scegliendo di dover pagare un alto prezzo personale, hanno percorso una strada fatta di ostacoli e bagnata di sangue. Così fa

Nelson Mandela nel descrivere al lettore di oggi quanto sia costato dare al suo Sudafrica

l”abbozzo di una vera democrazia che non faccia più distinzione per il colore della pelle dei cittadini, e renda consapevole chi legge della enormità dei sacrifici sopportati. Si pensi che Mandela ha dovuto passare ben 27 anni della sua vita in carcere, chiuso in una cella dove a stento ci si poteva sdraiare sul pavimento.

Ma non ha mai avuto parole o pensieri di odio o desiderio di vendetta verso i suoi persecutori.

Eletto Presidente della Repubblica dopo più di un quarto di secolo trascorso in carcere, Mandela ha perdonato i suoi nemici, giudici, politici e carcerieri in nome di un obiettivo di conciliazione nazionale.

Nel suo libro, pieno di considerazioni sui fatti e sugli uomini conosciuti, scrive che “le catene imposte ad uno di noi pesano sulle spalle di tutti e durante i miei lunghi anni di solitudine, la sete di libertà per la mia gente è diventata sete di libertà per tutto il popolo, bianco o nero che sia.” Ma c’è una considerazione che Mandela ci riporta e che ha un valore morale universale: “L’oppressore è schiavo come l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”.

Scorrendo le pagine di un libro di 600 pagine il lettore  potrà continuamente trovare spunti e occasioni di riflessione, talmente frequenti e ricche di saggezza e di umanità da rappresentare una utile lezione per tutti quelli  che non hanno avuto prima l’occasione di accostarsi al travagliato periodo della storia dell’Africa caratterizzato dalla feroce  e spietata applicazione dell’apartheid.

Tra gli insegnamenti che questo volume ci lascia, (edito da Feltrinelli. Serie bianca) c’è soprattutto quello che ammonisce come non si possa dichiarare di voler perseguire una politica volta alla pacifica convivenza tra gli uomini senza applicarla personalmente nella vita di tutti giorni, rispettando ed amando la vita di ogni essere umano. (Maria Letizia D’Agata)

“La società senza dolore” – Buyng-Chul Han – Einaudi editore

L’algofobia al centro del saggio di Byung-Chul Han è la paura generalizzata del dolore che ha come conseguenza quella che il filosofo definisce un’”anestesia permanente”. Vale in ogni campo: dalle pene d’amore diventate “sospette” alla politica dove aumentano la spinta al conformismo e la pressione del consenso verso  un “centro diffuso con un effetto palliattivo” che manca di visione e non sa realizzare riforme “che potrebbero fare male”.  Con la solita cruda e cristallina spietatezza, il pensatore tedesco riflette di nuovo sul tema della società della positività e del benessere permanente che tende a sbarazzarsi del dolore interpretato come qualcosa da nascondere, mai verbalizzato, mai reso una passione o una rivoluzione. Han arriva – in questo esponendosi alle critiche di altri pensatori al suo saggio – a mettere il dolore su un piedistallo, definendolo addirittura un “dono” e criticando gli eccessi di medicalizzazione per spegnerlo. “Il dolore regge la felicità – riflette in uno dei passaggi più emozionanti del suo lavoro -. La felicità dolorosa non è un ossimoro. Ogni intensità è dolorosa. La passione unisce il dolore e la felicità. Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicità si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La profonde felicità resta inaccessibile a chi non è aperto al dolore”. (Manuela D’Alessandro)

La cura dello sguardo, Nuova farmacia poetica – Franco Arminio – Bompiani

‘La cura dello sguardo, Nuova farmacia poetica’, del poeta scrittore paesologo Franco Arminio – uno degli intellettuali contemporanei più sensati e meno avvezzi all’apparire – è un libro attualissimo (riflette sull’inquinamento ed è uno dei pochi per ora che parla anche di Covid). Ed è un libro particolare: non è un romanzo, eppure ha la potenza delle più intense storie neorealistiche (è alla realtà che attinge); non è un saggio ma descrive in modo impeccabile le dinamiche che stanno dietro i fatti; non è poesia, o meglio non è solo poesia, perché poesie ci sono e gli altri scritti, che poesie non sono, hanno molto di poetico (l’autore definisce il volume “farmacia poetica”). 

Diciamo che questo libro è una raccolta di riflessioni, una sorta di aforismi più strutturati e sviluppati. E queste riflessioni aiutano il lettore a capire perché accadono certi fatti e perché si scatenano certe reazioni emotive e psicologiche e cosa fare per “curare i problemi” che stanno alla base di quei fatti e di quelle reazioni.

Uno dei grandi pregi di questo “piccolo libro”, così lo definisce Arminio, ma “piccolo” non è (circa 200 pagine facili da leggere, profonde nel significato) è il raccontare cosa è successo a noi italiani, e a noi essere umani in genere, durante il lockdown. Il testo, infatti, pubblicato per la prima volta a luglio 2020, riporta riflessioni e analisi su come ci ha cambiati questa traumatica esperienza del Covid 19.

Arminio, anima sensibile e raffinata, in sostanza ritiene che già prima della pandemia, noi fossimo affetti da una forma di “autismo corale”, tutti chiusi nelle nostre paure, nei nostri pregiudizi, sicuri che la nostra prepotenza verso il pianeta sia giusta e inevitabile. E la pandemia ha radicalizzato questa tendenza. Il poeta però ci fa capire che questo atteggiamento porta all’isolamento tra persone e alla frattura tra uomo e natura (da qui le riflessioni sull’inquinamento dell’aria, dell’acqua, i cambiamenti climatici…). E individua una soluzione: “La cura è nello sguardo”, scrive, “chi guarda bene, si ammala più difficilmente. Le cose che entrano dagli occhi possono essere farmaci”. E se guardando vede cose non belle, “vuol dire che devo guardare meglio”, sostiene, dando un punto di vista, appunto, non banale. 

In questo testo ritorna anche quello che è uno dei cavalli di battaglia di Arminio: la paesanità. Cioè la vita di paese, semplice e umana, che ha la potenza di salvare e guarire (“I paesi sono posti grandi”, “qui non raccolgo consensi, ma respiri”). 

Il poeta però fa dei distinguo tra i paesani d’un tempo, “cafoni” ma “solidali”, “ricchi di saperi, dignità, cultura antica”, e i paesani di oggi, “inzuppati di sfiducia, rami senza radici, fringuelli dell’insolenza”. “Bisogna arieggiare i paesi portando gente nuova”, riflette, “ci vuole una comunità ruscello, più che una comunità pozzanghera”. 

In genere conclude: “Se non costruiamo nei prossimi decenni un mondo di persone che amano leggere, ascoltare, amare le differenze tra luoghi e creature, vuol dire che siamo già caduti in una sorta di fascismo planetario in cui non avremo un duce, ma miliardi di individui in camicia nera pronti a dare la caccia agli svagati e ai sognatori che non rispettano le regole”. Perché un tempo, non rispettare le regole, era uno dei modi per progredire a livello sociale, collettivo. Oggi è una responsabilità che nessuno più vuole accollarsi. (Danilo Di Mita)

Molise criminale: quello che non t’aspetti – Giovanni Mancinone – Rubettino

Quello che gli italiani non sanno su un crocevia di affari, omicidi, armi, droga, terroristi e latitanti: La ventesima regione sconosciuta quella raccontata da Giovanni Mancinone, vice capo redattore Rai in pensione, nel libro edito da Rubettino. Tanti episodi che si susseguono e si intrecciano con il vissuto quotidiano, ma che spesso varcano i confini regionali e nazionali, fino a Salvatore Mancuso Gomez, a Bogotà, in Colombia, dove la droga si produce e si commercializza a tonnellate e i soldi vengono spediti altrove per essere riciclati dentro ai borsoni in pelle che viaggiano nel mondo. Molise criminale è un archivio di fatti raccontati in punta di penna: sindaci e avvocati uccisi in circostanze particolari; fabbriche svuotate e femminicidi consumati in modo atroce; l’eolico, i rifiuti e gli affari illegali; e poi ancora l’arresto del ministro Tanassi per tangenti, la presenza di Vito Ciancimino a Rotello, il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele. (Giuseppe Di Pietro)

Piranesi – Suzanne Clarke – Fazi

I suoi lettori hanno dovuto aspettare 16 anni, ma ne è valsa la pena. “Piranesi”, l’ultima opera della scrittrice americana Suzanne Clarke edita da Fazi editore, è un libro sorprendente, inserita dal New York Times tra i 100 migliori libri del 2020. Il lettore viene portato in una immensa casa con saloni e statue allagati periodicamente dalle maree o invasi dalle nuvole, di cui l’unico abitante è il protagonista, Piranesi. Un mondo onirico e labirintico, che sfugge a tutte le regole della logica, e inizia e finisce all’interno di una casa, con centinaia di saloni che si estendono per chilometri. Il solo vivente con cui Piranesi ha dei contatti è ‘l’Altro’, una persona che lo va a trovare due giorni alla settimana e con cui si confronta sulla ricerca della “grande e segreta conoscenza”. Gli altri 13 umani sono cumuli di ossa, di cui Piranesi si prende cura. Il racconto è in prima persona, in forma di diario, e il protagonista non ha alcuna memoria del suo passato fuori dalla casa. Piranesi non è neppure il suo vero nome, è come lo chiama l’Altro: lui non ricorda di averne mai avuto uno. Giorno dopo giorno, il protagonista esplora i saloni e prende nota nei suoi diari di tutti i dettagli, le statue, le maree, le nuvole. E’ convinto che la casa gli fornisca tutto il necessario per sopravvivere e di essere il suo figlio ‘prediletto’. Con il passare dei giorni, però, emergono sempre più indizi che mettono in crisi le certezze di Piranesi e memorie di fatti che la sua mente aveva cancellato. L’arrivo di ’16’, sconosciuto rivale dell’Altro, farà poi crollare definitivamente il mondo che Piranesi si era ‘costruito’. (Fabio Florindi)

Gli scacchi, la vita – Garry Kasparov – Mondadori

L’esistenza come una grande scacchiera in cui muoversi con attenzione, mossa dopo mossa, fino allo scacco matto finale. La biografia di Garry Kasparov, ‘Gli scacchi, la vita’, è un grande omaggio a uno dei giochi più antichi e nobili del mondo ma, allo stesso tempo, anche un manuale d’istruzioni per affrontare i problemi dell’esistenza e un invito a non arrendersi di fronte alle angherie del potere dispotico. Di certo è un’affascinante avventura in cui le grandi partite, ricordi di luoghi e volti, spesso appena accennati, che si perdono nell’inchiostro, si mischiano questioni etiche, filosofiche e politiche. 
Scritto nel 2007, il libro sembra l’atto finale di un lungo viaggio che per Kasparov ormai volge al termine. Una sorta di lascito testamentario all’imbocco di un bivio. Un libro che segna la fine di un’epoca e, insieme, il punto di partenza per una nuova battaglia, la più difficile. Dall’altra parte del tavolo, infatti, ci sarebbe l’influenza e il dominio in Russia di Vladimir Putin.

L’autobiografia esce proprio negli anni in cui la partita elettorale in Russia si fece più aspra. Kasparov, a capo di tanti piccoli partiti e movimenti, tentò da outsider di rovesciare le sorti e i destini del suo Paese. Un’impresa titanica anche per un lottatore, testardo e talentoso, come lui. Per l’ex campione del mondo, nella vita come nella politica, il dogma è sempre lo stesso: gli scacchi sono una grande metafora di, trasparenza, luce e democrazia pur restando “lo sport più violento che esista”. Per giocare, insomma, “serve che ci siano due contendenti con le stesse risorse disponibili” e con Putin questo non può accadere. Il libro però parla a tutti, con linguaggio universale, e con un messaggio di fondo che emerge in ogni riga: gli scacchi e le loro strategie sono “la chiave per affrontare e vincere, ogni giorno, le sfide che la vita propone”. L’ambizione dell’autore, insomma, oltre a dare un’immagine reale e dura del mondo contemporaneo, è quella di mostrare come il pensiero strategico, la creatività e le tattiche possano essere applicate nella quotidianità per superare ogni ostacolo, piccolo o grande che sia. (Alessandro Frau)

Sidi – Arturo Perez-Reverte – Rizzoli

Un libro scritto in un anno e mezzo ma pensato e meditato una vita intera. Era solo un bambinetto, infatti, l’autore Arturo Perez-Reverte quando nella grande biblioteca del nonno “conobbe”  El Cid, il guerriero Rodrigo Díaz de Vivar. E alla fine la sua personale visione dell’eroe nazionale della Reconquista si è cristallizzata nelle oltre 400 pagine del volume Sidi, appena uscita con Rizzoli con la traduzione di Bruno Arpaia. Un romanzo di “frontiera” come ama definirlo lo scrittore che porta il lettore in quel mondo di battaglia all’ultimo sangue, di sudore, di polvere e caldo, di nobile codice di comportamento.

Perez-Reverte, reporter di guerra e prolifico autore tradotto in oltre 40 Paesi, è conosciuto in Italia per la saga del Capitano Alatriste e – per gli appassionati di serie tv – è anche lo scrittore del romanzo omonimo da cui è tratta La Regina del Sud. Le vicende di El Cid, inoltre, sono in questo periodo anche sul piccolo schermo, con l’interpretazione di Jaime Lorente, già protagonista de La casa di carta.

Ma l’avvincente rilettura di Perez-Reverte, che si focalizza su una delle tante imprese del condottiero spagnolo (il primo esilio e l’accordo con il re musulmano di Saragozza, al Mutama) è un racconto sul coraggio, la fedeltà, l’onore, coniugati in chiave marziale, ma anche sulla leadership e il rispetto per l’altro. La figura mitica del Cid riemerge con rara forza in un affresco a tinte forti, ma fascinoso e trascinante. In tempi bui per la penisola iberica, la forza delle armi, i giochi delle alleanze e gli inevitabili tradimenti mescolavano gli interessi di cristiani e musulmani e le frontiere, fisiche, politiche ma anche storiche e psicologiche, erano il mobilissimo terreno di confronto dove solo pochi, come il Sidi, riuscivano a non perdersi. (Filippo Frignani)

La tregua – Primo Levi – Einaudi 

Può sembrare singolare, forse anche provocatorio, scegliere come libro “per l’estate” quello di un ex deportato ad Auschwitz che racconta il suo lungo e periglioso ritorno a casa dopo la liberazione. Ma ‘La tregua’, il libro di Primo Levi che lo rivelò al mondo nel 1963 come grande scrittore, oltre che testimone preciso e lucido del dramma epocale vissuto, è anche un libro di avventure: un racconto picaresco e a tratti persino ironico sugli incontri, i posti visitati, gli equivoci linguistici e culturali, i treni presi e quelli persi, lungo binari spesso interrotti a causa dei bombardamenti, tra popolazioni a volte impietosite dai deportati ancora con le sdrucite casacche del lager, a volte palesemente ostili. Fino al clou drammatico, quando il convoglio pieno di reduci arriva in terra tedesca e incontra i prigionieri nazisti, pallidi fantasmi dopo il delirio di onnipotenza, costringendoli a strisciare per prendere un po’ di pane. Scene potenti, che Primo Levi alterna a momenti di pura commedia: la “trattativa” per una gallina con dei contadini russi con i quali comunicare a parole è impossibile, l’avventura galante finita male di Cesare, il romano di Trastevere, le farse messe in scena dall’improbabile gruppo di reduci nella ‘Casa rossa’, l’ultimo ricovero russo prima della partenza verso occidente, l’immancabile generale italiano “litigioso e variopinto come un gallo” . Il ritorno alla vita di un mondo sconvolto dalla guerra, popolato, scrive Primo Levi, di personaggi “scaleni”, asimmetrici, senza più una casa o radici, scampati all’immane strage “che ci ha sfiorati e miracolosamente risparmiati”. Il gruppo di ebrei italiani che rimane con Levi fino all’arrivo in patria, strani ebrei che non parlano yiddish e organizzano grandi spaghettate, attraversa l’Europa in fiamme con tratti da commedia all’italiana, che proprio quando il libro è stato scritto si imponeva nel cinema tricolore e non solo. Insomma, come osservato da diversi critici, se il capolavoro, breve e folgorante, “Se questo è un uomo”, scritto e pubblicato pochi mesi dopo il ritorno nella sua Torino, per Primo Levi è una sorta di Iliade, La Tregua è l’Odissea, un libro da gustare anche come romanzo d’avventure in un continente precipitato temporaneamente in un’età pre-moderna, dove l’arte di arrangiarsi diventa fondamentale per sopravvivere nel vero senso della parola, e un paio di scarpe fanno la differenza tra la vita e la morte. Come insegna all’autore il personaggio più indimenticabile, il greco Mordo Nahum, che quando il giovane chimico torinese gli fa notare che la guerra è finita, ed è il tempo finalmente di leccarsi le ferite e di fare i conti con un’esperienza indicibile, risponde “memorabilmente”: “Guerra è sempre”. Questa consapevolezza esistenziale, laica e tragicamente vera, permea le pagine del romanzo, e fa capolino tra i mille aneddoti e racconti con la forza della grande letteratura. (Paolo Giorgi)

Passeggiate Romane – Stendhal­ – Feltrinelli

Cicaloni grossi come noci che friniscono, gli sfacciati, nascosti dietro le foglie dei platani a fare i romantici mentre in realtà pensano a una cosa sola. Il fiume in secca che lascia intravedere, una volta l’anno, antichi piloni di mattoni e malta: una volta aiutavano il passaggio tra le sponde, oggi scoraggiano quella navigazione fluviale promessa a ogni scadenza del consiglio comunale da temerari aspiranti al posto di lavoro più pericoloso del mondo, quello di Sindaco di Roma. E, per una volta all’anno anche ‘stavolta, il rumore dei tuoi passi che riesci a sentire anche se hai le espardillas, che sul sanpietrino scheggiato e rovente non sono poi la cosa più comoda: ma negli anni ’80, che sono poi quelli in cui una generazione di pantere grigie ha formato i suoi gusti e le sue inclinazioni, erano di grande effetto. Infine, il gran caldo che entra ovunque, nei locali e nelle stanze, ma non riesce a vincere gli atri dei palazzoni antichi, quelli con lo stemma. 

C’è cosa più repulsiva, opprimente, soffocante e quindi fascinosa e seducente di Roma in pieno agosto? Sì, Gassman e Trintignant ne fuggivano su uno spiderino chiaro, a cercar la vita sull’Aurelia. Ma chi ci resta, o ci viene apposta il pazzo temerario, se la vede com’era, com’è, come sarà sempre. Solo che non c’è quasi nessuno, e allora essa riemerge dal caos dei suoi invadenti abitanti e si piazza lì, al centro delle tue impressioni e delle tue suggestioni. E, credeteci, è un bell’immaginare.

Per questo il libro da portarsi dietro sono le Passeggiate Romane di Stendhal. Perché, per vedere l’Urbe in quella prospettiva, ad agosto bisogna venirci e ricordarsi che, se persino quel francese un po’ saputello e un po’ tranciante nel giudizio alla fine c’è tornato e ritornato (d’estate, d’inverno, con la pioggia e con la neve e il solleone che ancora non si chiamava Lucifero), alla fine un motivo ci sarà.

Leggetevelo, il libro, e imitate persino e passeggiate. Oppure, se proprio soffrite il caldo, fate come i fantasmi del film di Antonio Pietrangeli: uscite a sera, e mettetevi sui tetti. È una rovente meraviglia anche a quell’ora. (Nicola Graziani)

Atlante Geografico Metodico De Agostini edizione cartacea 2021-2022

Se c’è un libro che può, dopo oltre un anno di restrizioni e ‘viaggi’ nel web, riaprire i termini della nostra reale collocazione nel mondo e indicarci nuovi punti di partenza, questo è un atlante. E non possiamo che rivolgerci a un classico di una materia da anni trascurata quanto cruciale per il destino di ciascuno: il Geografico Metodico De Agostini, edizione cartacea 2021-2022, frutto dell’eredità culturale lasciata dall’Italia dal grande cartografo piemontese Giovanni De Agostini. 

Scorrendo le sue pagine, insieme con mio figlio, leggo il pianeta cosi com’è, e mi diverte. Il mondo, in un atlante, non è un insieme di bit o una successione di click che ti danno l’illusione di ‘viaggiare’ da un punto all’altro del pianeta, no; ricompare, con la lentezza e l’accuratezza che impongono la carta e le sue dimensioni (il volume, copertina rigida blu petrolio, misura 45cmX25cm, non certo un tascabile ma pieno come un uovo di informazioni), tutto ciò che il display di uno smartphone era riuscito a farti dimenticare: i fiumi d’Europa, i laghi canadesi, i mari del sud e quelli del nord, le isolette dell’Egeo, scenari di partenze antiche e rientri omerici, il verde dell’Amazzonia sterminata che arriva fin nel sud della Guyana francese, il beige dell’altopiano del Gobi e il rossastro dei monti Zagor, che separano quella che era la Mezzaluna fertile dall’altopiano iranico e che hanno visto nascere la dinastia dei grandi capi della Persia: Ciro, Dario. Poi, Wuhan, dove la storia degli ultimi due anni è cominciata. E l’Africa, il suo eterno mistero. A spiegare la vita nei continenti e nei Paesi sono i dati statistici: le risorse energetiche, quelle agricole, l’occupazione, i tassi di mortalità e di nascita. Infine, la ‘carte mute’: punti sul pianeta senza indicazioni, da indovinare e tracciare, come in un numero della Settimana Enigmistica. Il mondo si svela, e la visione d’assieme che quotidianamente si sbriciola e ci sfugge, l’Atlante la ricompone e ce la riconsegna. (Fabio Greco)

La vita come la fine del mondo. Meditazioni sull’Apocalisse – Luigi Maria Epicoco – Edizioni Dehoniane Bologna 

In un’estate segnata dalla pandemia e dalle alluvioni, tra Plf (Passenger locator form) da compilare e  green pass da tenere sempre a portata di mano, anche solo per andare al cinema o al ristorante, sognare l’isoletta greca di Patmos nel Dodecaneso –  col mare blu profondo, le linde casette bianche del porto di Skala e  quelle arroccate sulla Chora ai piedi dell’imponente monastero  che sembra un castello, dove le immagini del Teologo sono avvolte dall’incenso –  può sembrare già la ricerca di un senso. 

Lì, a metà della strada in salita verso la meta, si può visitare la grotta dove Giovanni Evangelista fu esiliato per ordine dell’imperatore romano Domiziano e nel 95 d.C.  ebbe la Rivelazione.

“Una porta era aperta in cielo”, scrisse Giovanni, sentendo una voce provenire dalla roccia, che si divise in tre parti lasciando visibile una fessura;  e vide Dio in trono e la sua corte celeste, il giorno dell’ira, la Nuova Gerusalemme, l’inesorabile caduta di Babilonia e l’attesa della stella Assenzio. Il drago, la bestia, la donna, il bambino, angeli, cavalieri, cavalli, l’Agnello,  immagini meravigliose e terrificanti segnate da squilli di tromba e flagelli, mentre il tempo si dispiega come un eterno presente di fronte al Verbo divino.    

In questi casi, un libro in valigia può fare la differenza. 

“La vita come la fine del mondo. Meditazioni sull’Apocalisse” di Luigi Maria Epicoco- EDB – Edizioni Dehoniane Bologna-  può essere letto come  un invito a fare un viaggio interiore.

“ Leggere l’Apocalisse – scrive Luigi Maria Epicoco, il giovane teologo amato anche da papa Francesco – significa anche condannarsi a non capire molto di tutte le simbologie di cui è fatto questo libro: esso apparentemente così difficile, catastrofico, incomprensibile, ha in realtà un seme di consolazione profondo, forse più di tutti gli altri libri della Bibbia”.

Da qui la prima meditazione in cui ci accompagna Epicoco per affrontare l’arduo cammino: la parola di origine greca  “apocalisse” non significa fine, catastrofe, tragedia: ha un altro significato, “rivelazione”, “svelamento”.

 Ed ecco la  prima grande domanda:” la nostra vita è un enigma o un mistero? Perché soffriamo? Perché abbiamo avuto questa storia?”

E un indizio per affrontare la lettura di un libro che ci potrà accompagnare ben oltre l’estate, per capire cosa realmente siamo e cerchiamo ”: “L’Apocalisse non è un enigma, non è un gioco in cui ci si può scervellare senza trovare mai una soluzione. La vita – scrive Epicoco – non è qualcosa che rimane fuori dalla nostra comprensione, ma è qualcosa che, pur così grande, un pezzo alla volta, può essere compresa da ciascuno di noi”. (Annarita Incerti)

Finché il caffè è caldo – Kawaguchi, Toshikazu – Garzanti

Chi di noi non ha un rimpianto, una frase non detta, un abbraccio non dato? Toshikazu Kawaguchi ci insegna con una dolce levità a dare importanza ad ogni minuto della nostra vita. L’atmosfera sospesa di “Finchè il caffè è caldo” è avvolgente e coinvolgente. Leggendolo non possiamo fare a meno di domandarci: per quante persone siamo pronti a metterci in gioco? Chi farebbe un viaggio nel tempo per dirci quello che non è riuscito mai ad esprimere? Tre storie si incrociano alla misteriosa caffetteria: storie diverse ma di amore profondo, intenso. Per un fidanzato, una sorella, una moglie.  Kawaguchi ci parla con grande delicatezza. Leggerlo è un piacere. Il tempo si dilata come per i protagonisti. Ma la cosa importante è non avere paura. (Silvia Inghirami)

Controcorrente – Matteo Renzi – Piemme

Non si tratta certamente di una nuova frontiera ma in quest’anno Covid i politici hanno riscoperto l’arte di rilanciarsi scrivendo libri. Per andare oltre alle dichiarazioni quotidiane riprese dai tg, oltre i social, oltre il dibattito politico. Un modo per far conoscere le proprie idee, ovvio, ma anche uno strumento per restare sotto i riflettori, per essere sempre in campagna elettorale, per presidiare il proprio campo. Insomma la presentazione del proprio libro al posto del comizio. In quest’opera di promozione è un maestro Matteo Renzi. Un libro all’anno, l’ultimo si chiama ‘Controcorrente’ ed è la storia – e la rivendicazione – della guerra a Giuseppe Conte e a Rocco Casalino. “Un atto di coraggio di poche persone che hanno rischiato l’osso del collo per cambiare tutto”. Si ripercorrono tutte le tappe della crisi di governo, le mosse del leader di Italia viva che rilancia la supremazia della politica rispetto alla logica degli influencer e dei sondaggi e si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe, anche nei confronti dei suoi ex “fratelli” che sono voluti rimanere nel Pd ai tempi della scissione e in un primo momento sono rimasti fermi al grido di ‘o Conte o morte’. Uno stile completamente diverso, sicuramente meno dirompente e volutamente più pacato, è quello di Enrico Letta. ‘Anima e cacciavite’ è la spiegazione del ritorno in Italia dell’ex premier richiamato dalla sua vita accademica parigina per risollevare le sorti del Pd orfano di Nicola Zingaretti. E’ un viaggio che va al di là dei confini italiani e vuole essere un argine al sovranismo: la determinazione nel sostenere le politiche dell’Unione europea, la voglia di trasmettere ai giovani i valori del Pd, lanciando anche qualche proposta (quella sulla tassa di successione) che ha destato più di qualche polemica. E infine ‘Io sono Giorgia’. Il manifesto vero e proprio del sovranismo ma anche il racconto personale di Giorgia Meloni, di una donna che si ritrova a guidare la destra italiana. E ad emergere non sono tanto le idee di un partito isolato nel contesto italiano tutto per Draghi, quanto il vissuto di chi ha dovuto farsi largo in un mondo, quello della politica, storicamente dominato da uomini, di chi ha avuto un padre assente nella vita, ha resistito a tante intemperie, allo scontro per esempio tra Berlusconi e Fini, e giura di voler rimanere fedele solo a se stessa. “Prendi la strada lunga, le scorciatoie sono un’illusione. Non vergognarti mai di quello che pensi”, il messaggio consegnato a fine libro dalla Meloni alla figlia nata da poco.  (Giovanni Lamberti)

Roma Moderna – Italo Insolera – Einaudi

Tra due mesi a Roma a si svolgeranno le elezioni comunali, c’è un libro che ogni candidato in Campidoglio dovrebbe leggere per conoscere davvero la città che si propone di amministrare: ‘Roma Moderna’ di Italo Insolera. E’ il testo di riferimento per comprendere come molti dei problemi che oggi fanno di Roma una Capitale non al passo con la modernità delle altre grandi città europee derivino soprattutto da una cattiva, quando non assente, pianificazione urbanistica. 

Pubblicato per la prima volta nel 1962, il volume è stato rivisto e ampliato nel 2011 – edito da Einaudi – con la collaborazione di Paolo Berdini (assessore all’Urbanistica nei primi anni della giunta comunale M5s di Virginia Raggi). Decine di libri narrano con precisione e dovizia di particolari la storia della ‘città eterna’ negli ultimi due secoli, ma quello di Insolera ha il pregio di trovare un filo conduttore meno usuale e forse per questo ancora più convincente. Un punto di vista che ha fatto di questo libro un classico della letteratura cittadina. 

La narrazione parte dal 1811 con i primi atti di programmazione urbanistica emanati da Napoleone, che aveva eletto la città come seconda Capitale dell’Impero pur senza mai riuscire a metterci piede. Segue l’analisi della Roma dell’800, anche attraverso i diari di viaggio di artisti e letterati stranieri che annotano come la città “pur grande non sembra affatto una capitale”. Quella città, ricca di bellezze ma ferma nel tempo dopo secoli di potere temporale della Chiesa, abitata da meno di 200 mila persone, nel 1870 dopo la breccia di Porta Pia diventa la capitale del Regno d’Italia ed inizia ad ampliarsi a dismisura. Tanto che 150 anni dopo ospita circa 3 milioni di persone. E un altro Stato, il Vaticano, al suo interno. 

Lo scorrere delle pagine, con una prosa asciutta che fa parlare i documenti, accompagna il lettore nella costruzione della nuova Capitale. Prima la Roma umbertina, delle sedi ministeriali, della febbre edilizia, che resta senza piano regolatore per oltre un decennio. Poi quella fascista, con gli edifici monumentali, gli sventramenti in centro, lo sviluppo verso il mare, le borgate e le costruzioni intensive che portano i residenti ad 1 milione di persone. Quindi, la città del dopoguerra, con la grande espansione delle periferie, i quartieri di case popolari, le superfici abitate che solo negli anni ’50 aumentano del 293%. Infine, la Capitale di fine secolo e del Duemila, tra abusivismo edilizio, la stagione di Tangentopoli e le nuove fragilità abitative, alla ricerca di una dimensione come metropoli globale. Un viaggio tra testi, foto e tavole demografiche, che non deluderà i lettori. (Andrea Managò) 

Graffiti latini – Luca Canali e Guglielmo Cavallo – Bur Rizzoli

Camminare per le vie dell’antica Roma non offriva solo la bellezza dei monumenti e la vivacità di strade e piazze. Porte, archi, templi, edifici pubblici e privati – non solo della città eterna, ma di tutto il mondo latino – erano ricoperti di epigrafi Ma ciò che appassionava gli uomini di quell’antica civiltà, anche nelle più remote province, era il gusto per il graffito spontaneo, per la scritta veloce ed estemporanea fatta sui muri di strade, taverne, abitazioni private o nei lupanari.

Tali incisioni celebravano amori oppure offrivano incontri mercenari, manifestavano malinconia e tenerezza oppure esternavano odio e rabbia, esaltavano i gladiatori (gli idoli sportivi dell’epoca) o lanciavano pesanti invettive. A volte non erano fatte per la volontà di esprimere un pensiero o un’emozione forte ma avevano un scopo pratico. Come quando proponevano candidati alle elezioni locali, annunciavano uno spettacolo nell’anfiteatro, offrivano una casa in affitto, promettevano ricompense per il recupero di oggetti urbani rubati o smarriti, elencavano prezzi e merci di botteghe e locande. Tutto questo fiorire di incisioni è magistralmente raccolto in ‘Graffiti latini’, a cura di Luca Canali e Guglielmo Cavallo, edizioni Bur Rizzoli.

Quelle scritte offrono al lettore una testimonianza più vivida ed eloquente di qualsiasi libro di storia, perché ci fa capire cosa passasse veramente per la testa dei romani di allora, quali fossero le gioie e le preoccupazioni, come fosse scandita la loro vita quotidiana. Ne viene fuori un mondo vicino al popolino ‘basso e marginale’ che si intravede nel Satyricon di Petronio. Ma la vera sorpresa è scoprire quanto quelle scritte facciano sentire l’antico romano incredibilmente vicino all’uomo di oggi.

I graffiti giunti fino a noi sono naturalmente solo una piccolissima parte: si calcola siano, in tutto, fra i 300 e i 400 mila esemplari, non più del 2-3 per cento del totale. Questo si spiega con il fatto che tali incisioni avevano il carattere delle provvisorietà, a differenza delle epigrafi su monumenti, tombe e abitazioni private, fatte per durare nel tempo.

L’autore del graffito, pur di soddisfare il suo bisogno di comunicare, si accontentava di qualsiasi cosa fosse appuntita: un chiodo, un carboncino, un frammento di ceramica, un coltellino. A volte qualcun altro, magari oggetto di un’invettiva, ci scriveva sopra ribaltando l’offesa. Ancora più spesso quelle incisioni venivano fatte cancellare dalle autorità o dagli infastiditi proprietari delle abitazioni i cui muri erano stati vergati.

Almeno fino all’epoca di Augusto, l’analfabetismo a Roma era molto diffuso. Questo spiega perché i graffiti che sono arrivati fino a noi sono sovente sgrammaticati e pieni di errori di ortografia. Senza contare, fra l’altro, che non tutti erano in grado di leggerli. Tanto che, proprio per l’enorme diffusione e popolarità di tale mezzo di comunicazione, è facile immaginare la scena di un romano che, fermo davanti a una scritta – fatta magari sul muro di casa sua e di cui non riesce a capire il significato – chiede a un passante di leggerlo al posto suo.

Tali graffiti sono spesso segni disarticolati, scomposti, distorti, che si accavallano gli uni sugli altri. Talvolta si tratta di parole discrete, talaltra di espressioni sfacciate e oscene, come quelle, ritrovate nei lupanari di Pompei, di uomini che esaltano i servigi offerti da una prostituta o, al contrario, se ne lamentano per la scarsa qualità.

Come sottolineano i curatori del libro, gli antichi graffiti latini rompono non soltanto la ‘grammatica della lingua’, ma anche la ‘grammatica della scrittura’. Domina un’anarchia della disposizione che contesta continuamente programma, ordine e geometria delle iscrizioni pubbliche e private di rango istituzionale, restituendoci una letteratura marginale e straordinaria che nasceva nelle piazze, nei bordelli, nelle scuole, nelle osterie, nelle case private e negli edifici pubblici. Ne risulta così un’immagine dell’antica Roma profondamente viva, un’immagine palpitante che ci consente di avvicinare le persone che la Storia ha tralasciato e dimenticato.

L’antico romano che viene restituito ai giorni nostri dalla lettura dei graffiti – con le sue invettive, l’ironia, la tenerezza dell’amore, ma anche la volgarità e la violenza verbale – appare sorprendentemente vicino a noi. Anche oggi, pur in un’epoca in cui la comunicazione è monopolizzata dai social, i muri delle nostre città sono piene di scritte che molto spesso hanno le stesse finalità di allora. Come se i pur profondi cambiamenti storici avvenuti nel lungo lasso di tempo che ci divide dalla civiltà romana, non abbiano mutato certi impulsi di fondo che muovono l’umanità e che appaiono sempre uguali a loro stessi.

E tuttavia nei graffiti dell’antica Roma sembra di cogliere spesso toni gioiosi e scherzosi. Quella rancorosa e cupa aggressività che ritroviamo nelle scritte moderne, sono molto più rare in quelle del mondo antico, dove anche le offese più feroci hanno sovente un filo di ironia che le fa apparire meno violente delle nostre. E questo ci conferma nella convinzione che l’uomo di oggi non solo manchi di ‘sense of humor’, ma sia incattivito. Forse perché ha perduto la freschezza e l’ingenuità di fondo dell’antico romano. (Ottavio Mancuso)

Le regole del Cammini – Antonio Polito – Marsilio

Essere su una strada e compiere un viaggio “verso il tempo che ci attende”. Antonio Polito, giornalista e scrittore, con “Le regole del cammino”, edito da Marsilio, consegna un libro costruito su due livelli che si sovrappongono continuamente: quello personale dell’esperienza del Cammino di San Benedetto, da Norcia a Montecassino, dentro una Italia solo apparentemente minore, una delle tante arterie della multiforme esperienza del ‘passo lento’ con scarponcini e zaino tecnico; e quello pubblico, collettivo, alla ricerca di una nuova capacità di vedere i segnali, intraprendere sentieri inediti e avanzare “a un ritmo diverso, meno frenetico, con un passo più lieve, la mente più sgombra, più in pace con se stessi e perciò più utili agli altri”. In questo doppio movimento, si tratta innanzitutto di assecondare l’impulso di camminare, di sentirsi vivi per mettere fine alla paura che “tutti abbiamo provato”; di celebrare la vita “in mezzo a tanta morte”. Al punto in cui siamo, per Polito, al punto in cui oggi è il nostro Paese, rimettersi in cammino è quasi un imperativo morale. In questo percorso è inevitabile e benefico incrociare geografie e storie differenti: altri camminatori e umanità varia che ti guardano con simpatia, ironia, voglia di capire, con una capacità di donarti qualcosa di inaspettato. Difficile, in questo gioco di sovrapposizioni, dare una risposta esaustiva, anche a se stessi. La risposta è nel cammino, nella vita in quel momento; è prima del cammino, in ciò che ti ha portato a sceglierlo (o a esserne scelto?); è dopo il cammino, in ciò che ti si rivelerà. Ognuno, ogni comunità, strada facendo, scrive il proprio percorso.  Del quale anche il sostare è parte. A volte non ce la fai ad andare avanti, a volte trovi un muro. Bisogna allora fermarsi, guardarsi intorno, diventare parte del paesaggio, incrociare lo sguardo di un compagno, di un viandante, di chi ti accoglie… che sono come te. E continuare il viaggio. Il cuore e le gambe: se non ce la fa il primo, spingono le altre. Camminare… Sì, ma come, verso che cosa, sono gli interrogativi che pone l’autore. Ci può essere un modo per ritrovare una direzione e risvegliare quel furore di vivere che sembra averci abbandonato? Senza però commettere e replicare gli sperperi del passato, anzi trovando vie nuove, altri sentieri, un modo diverso di procedere? Forse, suggerisce Polito, ci serve proprio una guida, un vademecum di consigli per viandanti. Un manuale di istruzioni per costruire gli uomini e il Paese che saremo. Una “traccia di rigenerazione personale e collettiva”, insomma, per scorgere il senso e la direzione del nostro camminare. Ciò che forse avevamo sostanzialmente smarrito. (di Giuseppe Marinaro)

Le otto montagne – Paolo Cognetti – Einaudi

Si può arrivare sulla cima di una montagna anche senza essere equipaggiati di zaino, corde, moschettoni e chiodi. E’ la sensazione che ho provato leggendo ‘Le otto montagne’ di Paolo Cognetti.
Un romanzo coinvolgente che si ispira non tanto alle pareti estreme da scalare, quanto alla bellezza delle cime, dell’amicizia, della solitudine. Ma anche alla montagna come modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, il silenzio, e il tempo che si dilata fino a toccare gli estremi: il giorno e la notte.
Anche per chi non ama le verticalità, la sapiente ambientazione e i dettagli offerti dall’autore sono gli ingredienti che ti accompagnano e ti proiettano, pagina dopo pagina, dentro la vita di ognuno di noi, mantenendo sullo sfondo i luoghi che visita e percorre. Un cammino fatto anche di odori, sensazioni, profumi. 
Confesso che in alcuni passaggi del libro, per chi come me è dipendente e praticante di tutto quello che ruota intorno alle vette, percepivo l’odore del pino mugo e del cirmolo. O anche il rumore prodotto dallo scrosciare impetuoso dei torrenti. Una vera e propria sinfonia di suoni.
Ma la cima non è tutto. Come sottolinea bene Cognetti, ciò che conta per chi affronta un cammino è il percorso, il saper stare nella fatica e nel viaggio.
E’ innegabile che vedere dall’alto il mondo che ti circonda sia una soddisfazione enorme, ma ‘Le otto montagne’ secondo me vanno ben oltre la straordinaria realtà naturalistica. In questo romanzo, la montagna è quel luogo nel quale ciascuno trova anche la propria identità.
Le otto montagne di Paolo Cognetti è pubblicato da Einaudi nel novembre del 2016. Nel 2017 il libro ha vinto il Premio Strega. (Vincenzo Marsala)

Preghiera per Chernobyl – Svetlana Aleksievic – Edizioni e/o

Un lampo nella notte. Il cielo che si illumina. Chernobyl, Repubblica socialista sovietica di Ucraina, notte del 26 aprile 1986, ore 1:23:45. Il reattore numero 4 della centrale nucleare esplode. Un’enorme quantità di isotopi radioattivi si disperde nell’atmosfera. Il più grande incidente nucleare della storia. Ma non è questo che interessa a Svetlana Aleksievic. Non i dati tecnici, non i motivi che provocarono la catastrofe e tanto meno di chi furono le responsabilità. Nel suo “Preghiera per Chernobyl”, ciò che conta sono il prima e il dopo. Ciò che era e inevitabilmente non può più essere. Perché Chernobyl ha trasferito l’umanità in un’altra epoca e assieme alle vite di migliaia di persone ha cancellato un intero sistema sociale. Per provare a raccontarlo la scrittrice premio Nobel bielorussia ha viaggiato per tre anni. E fatto domande: a dipendenti della centrale, scienziati, ex funzionari di partito, medici, militari, donne e uomini che hanno dovuto abbandonare tutto e a donne e uomini che continuano invece a vivere nella zona vietata. Tutti accomunati dallo stesso veleno che li corrode dentro. Un coro greco che concilia due verità: quella personale e quella della storia. Una riflessione su se stessi che diventa riflessione sul destino dell’umanità intera. Testimonianza archetipa del vero significato della vita: morte e amore. (Gianluca Maurizi)

Sapiens – Yuval Noah Harari – Bompiani

Centomila anni di storia sotto l’ombrellone: Yuval Noah Harari con “Sapiens, da animali a dei” segna un punto a favore della divulgazione scientifica fra i non addetti ai lavori e offre l’opportunità di staccarsi, anche in vacanza, da gialli e noir, per rilassarsi con un saggio storico-antropologio. Perchè questo libro stampato per la prima volta nel 2014 si legge quasi come un romanzo: godibile, divertente, non privo di senso dell’umorismo (a volte umorismo nero, ma non guasta).

Si parte dalla comparsa dei primi sapiens e dalla contemporanea sparizione dei neanderthal che, nel libro, appare come un triste presagio di quello che diverrà il genere umano da lì in avanti e l’impatto che esso avrà sull’equilibro biologico del Pianeta Azzurro. Un tema, quello ecologico, particolarmente attuale in una estate segnata dai vasti incendi e dalle alluvioni dirompenti. Così come è attuale il tema del ruolo della donna nella società e della lotta al patriarcato, di cui Harari cerca di rintracciare le origini, senza troppa fortuna. E, ancora: ‘black lives matters’, con l’indagine sulle origini del razzismo e su come esso si autoalimenta attraverso la povertà, portata avanti seguendo il corso della storia degli Stati Uniti (ma no solo); il’omofobia che si fonda sul falso assioma che l’omosessualità sia una condizione “contro natura” mentre, come sottolinea l’autore, è naturale tutto ciò che è possibile. (Paolo Molinari)

Hocus Pocus – Kurt Vonnegut – Bompiani

“Avremmo potuto salvare il pianeta, ma eravamo troppo tirchi. Solo che non ha detto ‘accidenti'”., è una delle migliori, e più attuali, battute del romanzo. Scritto nel 1990 e ambientato in una prigione americana a gestione privata nel 2001, Hocus Pocus è il penultimo romanzo di Kurt Vonnegut e forse il meno capito e apprezzato da questa parte dell’oceano. Sorprendente, disincantato e, segno caratteristico di Vonnegut, pervaso di umorismo nero. Uscito in Italia nel 1991 una volta esaurito è diventato introvabile: è appena tornato in libreria, il 7 luglio ed è un bene per noi umani strapazzati da una pandemia che ci costringe a una situazione ‘aliena’ simile a quella in cui si trova il protagonista, incastrato da un’accusa che si basa senza prove su un elemento razzista e rinchiuso in quello che un tempo era il luogo dove aveva fatto il professore universitario.

La storia è raccontata in prima persona dal protagonista, Eugene Debs Hartke (omaggio al leader politico Eugene Victor Debs e al senatore contro la guerra Vance Hartke, entrambi dello stato di Vonnegut, l’Indiana). Eugene riflette sullo svolgimento della propria vita mentre è in attesa del processo, accusato di complicità nell’evasione di massa dal carcere di Athena. Accusa che si basa, senza altre prove, sul fatto che tutti i detenuti erano di colore e che non sarebbero quindi stati in grado di organizzare un piano senza l’aiuto di un bianco.

Un bianco che era stato un insegnante non allineato con il pensiero dominante (Non vedo nulla di male nel dire ai giovani di prepararsi al fallimento piuttosto che al successo, dato che il fallimento è la cosa principale che gli accadrà”) e cacciato dall’università proprio per le sue battute taglienti.

Il romanzo è strutturato come se fosse stato scritto su molti pezzi di carta di varie dimensioni trovati qua e là: nella biblioteca, retro di biglietti d’auguri, scontrini… su cui il narratore scriveva furiosamente a matita e assemblati in seguito. Le righe, poco convenzionali che separano i vari brani all’interno di ciascun capitolo, indicano dove un pezzo di foglio finiva e ne cominciava un altro. La vena ironica di Vonnegut è inesauribile e non convenzionale. Il commento politico in questo libro è pungente come sempre in Vonnegut e si concentra su temi che allora erano scomodi, nascosti come la polvere sotto il tappeto, e oggi sono ancora in gran parte lì: razzismo, la riforma delle prigioni e la segregazione, l’istruzione a pagamento e l’acquisizione dei beni americani, attraverso la furtività economica, da parte del Giappone. Ma il romanzo è stato scritto nel 1990, al giorno d’oggi Giappone si può leggere con Cina, il risultato è lo stesso.

Il libro si legge d’un fiato, a tratti ridendo sconsideratamente, con la voglia di scoprire se e quanto amaro lascerà in bocca al lettore. Non si può fare a meno di leggerlo. (Andrea Nobili Tartaglia)

Una eredità di avorio e ambra – Edmund de Waal – Bollati Boringhieri

“Una eredità di avorio e ambra” (Bollati Boringhieri) è il primo romanzo dell’artista e ceramista inglese Edmund de Waal, che ha subito conquistato il cuore del pubblico amante dell’arte e della letteratura.  L’estate è un buon momento per leggere o rileggere questo libro in cui l’autore ricostruisce la storia della sua famiglia, gli Ephrussi, commercianti di cereali e banchieri ricchi e famosi nella Vienna di fine Ottocento e nella prime decadi del Novecento, e rovinati dalla furia nazista. Del lusso che li circondava, ville e palazzi sparsi in tutta l’Europa, non rimase più nulla dopo la guerra. Ma qualcosa sfuggì ai razziatori di Hitler. Una collezione di minuscole sculture giapponesi di avorio o legno, non più grandi di una scatola di fiammiferi, raffiguranti divinità, personaggi di ogni tipo, animali, piante. Ora si trovano nella casa di Londra di de Waal. La vetrina è aperta, e i figli dello scrittore possono estrarre i netsuke, così si chiamano i minuscoli oggetti, e giocarci. Come facevano, ha scoperto l’autore, i piccoli figli di Viktor e Emmy von Ephrussi, suoi bisnonni, nel boudoir della madre, in un fastoso palazzo viennese della Ringstrasse, un secolo fa. Prima che Hitler occupasse Vienna e avessero inizio le persecuzioni e i saccheggi nelle case degli ebrei.  Ebrei originari di Odessa erano appunto gli Ephrussi, che grazie alla loro abilità nei commercio divennero in breve tempo ricchi quanto i Rothschild. Nel palazzo di Vienna i netsuke arrivarono nel 1899 da Parigi – come dono di nozze ai cugini di Charles Ephrussi, collezionista, mecenate, storico dell’arte, amico di Renoir, Degas, Proust. Affascinato dall’eleganza, dalla precisione, dalle straordinarie qualità tattili delle sculture, lo scrittore – le cui opere di ceramica sono esposte al Victoria e Albert Museum a Londra, ha voluto ricostruire la storia dei loro passaggi da una città all’altra, da un palazzo all’altro, da una mano all’altra. Ricostruendo così anche la storia romanzesca della sua famiglia. (Maria Rita Nocchi)

Il tempo di vivere con te – Giuseppe Culicchia – Mondadori

Un pugno nello stomaco. Ho una vaga memoria di quanto siano stati difficili gli anni di piombo, che anche se inconsapevolmente li ho vissuti in prima persona: ero bambina ma ricordo esattamente l’ansia che si respirava nella mia famiglia. Per questo ‘sento’ questo romanzo anche come il racconto di una generazione a me vicina. Solo che mentre io passavo i pomeriggi a giocare a campana o a nascondino, altri “giovani” più grandi di me lottavano – a torto o a ragione – in nome di ideali di cui a quel tempo non conoscevo nemmeno l’esistenza. Mentre io ero alle prese con il sillabario e Cicciobello, loro erano pronti a rischiare la morte e a uccidere per motivi che non riuscivo a coglierne il senso. Ma non è la dimensione storica quella che mi ha colpito di questo romanzo: si avverte, e non solo per il racconto fatto in seconda persona e per il corredo di fotografie a cominciare da quella (tenerissima) di copertina, tutto il dolore di una famiglia, distrutta da una tragedia di cui non capiremo mai il significato, (sempre se senso ci sia). Tra le righe traspare anche il tentativo di elaborare un lutto, una contraddizione in termini visto che con i lutti alla fine ci conviviamo senza di fatto superarli mai. E l’autore, Giuseppe Culicchia, però ci ha provato e ne “Il tempo di vivere con te”, si rivolge a una persona che non c’è più, suo cugino che all’epoca dei fatti era di ben 11 anni più grande di lui. E come tutti i cugini più grandi, era considerato una sorta di supereroe da Giuseppe bambino che lo aspettava ogni estate, per giocare assieme con serenità, con quella complicità tipica delle persone a noi vicine, quasi fratelli, che si tramuta in forza perché sappiamo che loro ci sono, che ci aspettano, e che torneranno presto a venirci a trovare. Purtroppo a un certo punto il cugino di Giuseppe, Walter Alasia, appena ventenne non giocherà mai più con il cuginetto, che a sua volta fece brutale conoscenza con la realtà di quella tragedia. Walter vive l’esistenza assurda di un brigatista rosso che si nasconde, opera in clandestinità e sa di avere le ore contate, ma quando i carabinieri bussano alla porta di casa lui scappa, non prima di averli ammazzati e di finire lui stesso abbattuto sotto gli occhi atterriti dei genitori, nel cortile di casa, dai colpi di arma da fuoco delle forze dell’ordine. I giornali raccontarono questo ennesimo fatto di cronaca che in quegli anni fece scalpore e che rappresentò nella memoria uno dei tanti delitti di sangue che appestarono quel tragico decennio. Ma per il piccolo cugino, fu la fine di un sogno, l’ingresso brutale nella vita adulta, il dover fare amicizia per forza con un senso di vuoto che lo accompagnerà per tutta la vita. Come ricorda la copertina del libro, non c’è vittimismo né retorica ma solo il dolore di un bambino che a undici anni perde in quella maledetta notte di dicembre del 1976, “non solo un affetto immenso ma anche tutte le certezze che credeva di avere”. (Ivana Pisciotta)

La Valle Oscura – Anna Wiener – Adelphi

Lo sguardo di un newyorkese sulla Silicon Valley è molto più simile a quello che potrebbe avere un europeo di quanto possiamo immaginare. Ne è prova “La valle oscura” di Anna Wiener. Un romanzo che l’autrice scrive come un lungo reportage, una testimonianza quasi giornalistica dei suoi anni nella ‘startup scene’ californiana. A San Francisco ha lavorato molto, guadagnato molto, ma soprattutto vissuto fino in fondo fondo (e sofferto) le nevrosi, le contraddizioni e il lato oscuro che si cela dietro la nuova, febbrile, corsa all’oro delle neoimprese innovative della West Coast. Il suo sguardo diventa subito il nostro sguardo, e il libro scorre veloce. 

Cosa fanno davvero le startup? Come guadagnano? Chi le inonda di soldi? Che ci fanno con tutti i dati, tutti i profili che raccolgono? 

Quello che colpisce subito del libro è che Wiener parla di aziende e personaggi che conosciamo tutti, di cui siamo più o meno consapevolmente tutti clienti, senza fare mai nemmeno un nome. Ma è tutto chiaro, tutto si tiene, tutto coinvolge non solo quell’angolo di America che chiamiamo la valle del silicio, ma arriva a coinvolgere le nostre vite, le nostre attività quotidiane. Se Edward Snowden ha rivelato uno dei più grossi programmi di sorveglianza della storia recente, Wiener racconta come questo è stato possibile, in quel clima sospeso e inconsapevole che si muove tra San Francisco e San Jose.  

Dietro ci sono persone, c’è vita vera. Anche se una vita tirata al massimo, dedicata interamente al successo, ai soldi, quelli da fatturare e quelli da ottenere dagli investitori, il vero sangue che fa pulsare gli organi delle startup. Vite ai limiti, sempre sull’orlo di una crisi, vittime di pressioni, di pulsioni represse, di etichette da appiccicarsi addosso, di comportamenti da adottare, di liturgie da celebrare, pena essere esclusi dalla Valley, proprio quando la sua ombra è diventata l’unica luce per cui vale la pena vivere. (Arcangelo Rociola)

Nathan e l’invenzione di Roma – Fabio Martini – Marsilio

Ad agosto Roma notoriamente è bellissima, ma ancora più nuda nelle sue ataviche imperfezioni, fisiche e spirituali, sempre le stesse, da decenni. La puzza nelle strade del centro, i sacchetti dell’immondizia che esondano dai cassonetti e cinturano i palazzi come un blob multicolore, marciapiedi rotti e verde poco curato appena esci dalle Mura Aureliane, automobili ovunque parcheggiate male, cantieri stradali eterni, un elenco di piccole e grandi brutture che potrebbe non finire mai. Ad agosto Roma è magnifica, senza traffico, ma le crepe sono più visibili e ogni volta ti chiedi perché nessuno sia mai riuscito a spazzare via questa sciatteria di fondo che non incontri mai a Parigi, a Londra, a Vienna, non la trovi ad agosto ma nemmeno negli altri mesi. Le risposte della politica sono sempre le stesse. Un bilancio comunale storicamente in terapia intensiva, municipalizzate sull’orlo del collasso, un Parlamento che non ha mai voluto riconoscere alla capitale esigenze economiche e infrastrutturali straordinarie rispetto a tante altri capoluoghi, pure popolosi e pieni di storia. A Roma pochi sindaci sono riusciti a cambiare davvero le cose e a trasformare in energia positiva l’antica indolenza delle persone. Molti nel dopoguerra hanno segnato solidi risultati  – nell’urbanistica e nella cultura, soprattutto – ma una stagione come quella della giunta guidata da Ernesto Nathan (dal 1907 al 1913) non si è mai ripetuta. Una stagione di riforme e di innovazioni in molti campi, dai servizi pubblici essenziali, alla viabilità; dall’impulso alla vita culturale della città, alla cura per l’ambiente; dal supporto alle periferie più malmesse, all’attenzione al commercio e alla vita economica e sociale, con particolare attenzione alla scuola e alla lotta dispersione scolastica.

Nathan  – nato a Londra da una famiglia ebraica benestante che nella prima metà dell’800 offriva rifugio a numerosi politici italiani, tra  cui Giuseppe Mazzini – è da molti storici considerato il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto. E leggendo questo libro di Fabio Martini mandato in stampa da Marsilio in questi giorni capisci perché. Martini, prima firma del servizio politico della Stampa, cronista dalla schiena dritta e allievo dello storico Paolo Spriano, ha provato (ed è riuscito) a raccontare la storia di una vicenda politica e culturale formidabile, che ha cambiato per sempre la faccia di Roma. Una giunta di competenti e appassionati esperti (politici capaci, non tecnici come li intendiamo oggi) guidati da un sessantaduenne visionario e carismatico signore, che impose metodi e soluzioni alla potentissima burocrazia locale, e che seppe tenere testa al governo nazionale con intelligenza e cultura politica. Martini prova a risolvere un quesito che lui stesso si pone come missione della sua opera: perché Nathan non ha fatto scuola? Perché nessuno seppe nei decenni a venire eguagliare quel primato politico? Perché ancora oggi le riforme di Nathan non hanno trovato formule e applicazioni migliori? A Roma tra due mesi si vota per eleggere il nuovo sindaco. Leggere questo libro – stando sotto l’ombrellone o girando in Vespa per la città come Nanni Moretti in ‘Caro Diario’ – regala al lettore emozioni e senso di amore per la politica con la ‘p’ maiuscola. E forse aiuta chi deve decidere a quale uomo o a quel donna affidare il destino di questa città per i prossimi 5 anni. Non è un instant-book, è un vero libro di storia, che parla di un sindaco di cento anni fa e di chi siamo noi, abitanti o viaggiatori, che vivono Roma oggi. (Giampaolo Roidi)

Giuseppe Berto – Modesta proposta per prevenire – Marsilio  

Il titolo si rifà alla “modesta proposta” di Jonathan Swift, che suggeriva alle classi abbienti di nutrirsi dei bambini della povera gente per evitare che pesassero sui loro genitori. Le provocazioni contenute in questo pamphlet, ironico ma non semiserio, scritto da Berto nel 1971 sono forse meno dirompenti ma nell’Italia di allora, dove l’area marxista, complice il ’68, stava consolidando la sua egemonia culturale, bastava molto meno per essere bollati come reazionari. Anche per questo, l’autore del ‘Male oscuro’ mette le mani avanti e dice che non basta essere antifascisti, occorre essere ‘afascisti’ per non utilizzare gli stessi metodi del nemico che si vorrebbe combattere. Uno tra i tanti paradossi intravisti in una politica che non sembrava capace di rispondere ai colossali cambiamenti sociali in atto, che l’autore guarda con uno scetticismo non privo di laica curiosità.

Berto fu esponente di un mondo che in Italia ha sempre avuto rappresentanza culturale minoritaria e rappresentanza politica pressoché inesistente, quello dei conservatori libertari. Al contrario di un Guareschi, lo scrittore veneto aveva però in uggia anche la Chiesa cattolica. E, a differenza di un altro grande irregolare come Malaparte, non aveva mai sentito il bisogno di mettersi un’altra casacca per lasciarsi alle spalle i trascorsi in camicia nera. Battitore libero, solo contro tutti, attaccato a un buon senso popolare da Uomo Qualunque, Berto aveva intuito subito quanto la voglia di rivoluzione si fosse trasformata presto in obbligo di omologazione. Più che i capitoli dedicati al maoismo e a Rudi Dutschke o la pars construens, davvero ingenua, dedicata ai vagheggiati “gruppi di pressione democratica”, a lasciare il segno, lette oggi, sono però le pagine dedicate alla degenerazione della magistratura, dall’inquietante portata profetica (Francesco Russo).

Sunset Limited – Cormac McCarthy – Einaudi

Un colloquio sull’esistenza di Dio e sul senso della vita, tra comicità e disperazione: “Sunset Limited” di Cormac McCarthy è un libro scritto sotto forma di testo teatrale che cattura fin dalla prima pagina. I protagonisti sono due personaggi identificati solo come “Bianco” e “Nero” in riferimento al colore della loro pelle. Il Nero è un ex carcerato cristiano evangelico, il “Bianco” è un professore ateo. La loro conversazione si svolge nel modesto appartamento newyorchese del nero che poco prima ha strappato il professore dalle rotaie del treno Sunset Limited, sotto cui stava per lanciarsi. Il nome del treno, ‘Tramonto con limite’, è emblematico di tutta la pièce.

I due personaggi, ai lati opposti del tavolo sui cui è posata una Bibbia, cominciano a dibattere sul significato della sofferenza umana, sull’esistenza di Dio e sul suicidio. Le loro prospettive sono antitetiche: da una parte l’uomo semplice, un peccatore toccato dalla grazia e votato alla salvezza del prossimo, dall’altra l’intellettuale che ha perso ogni interesse o speranza per la propria esistenza.

Nel libro, edito in Italia da Einaudi e già trasposto al cinema (film con Tommy Lee Jones e Samuel L. Jackson) e al teatro, non si arriva ovviamente a una ricomposizione di una frattura così netta, irriducibile. Le due visioni che emergono da questa contrapposizione si illuminano però a vicenda, aprendosi sempre a nuove letture e possibilità. Tra i tanti simbolismi c’è anche l’ultima cena con il pane offerto dal nero al bianco nel tentativo estremo di redimerlo. E questa dicotomia tra bianco e nero, tra luce e tenebra, rimanda a una tematica che aveva già potuto apprezzare chi ha visto “Non è un paese per vecchi”, il film tratto dal libro di McCarthy del 2005. (Davide Sarsini)

Flora – Alessandro Robecchi – Sellerio

Il più bel capitolo, finora, della serie con Carlo Monterossi, personaggio letterario di Alessandro Robecchi. Inatteso ‘co-protagonista’ è Robert Desnos, poeta francese surrealista, la cui vita travagliata, gli amori, le poesie, la Parigi di quegli anni, prendono vita dalle pagine e appassionano.

A catturare non sono solo l’ironia, le citazioni, le macchiette, ma anche il richiamo alla libertà che arriva prepotente da quel mondo.

Dotato di una fortissima ironia e di una consapevolezza, lucida ma allo stesso empatica, del mondo e dei suoi meccanismi, il Monterossi stavolta si trova alle prese con il misterioso rapimento dell’odiata Flora De Pisis, Nostra Madonna delle Lacrime, che da anni fa scempio delle piccole vite altrui attraverso le telecamere di Crazy Love, programma tv di cui lui è stato ideatore e autore, prima di prenderne le distanze e scappare dal mostro nazional-popolare che è diventato.

Questo mondo del trash televisivo, in una Milano bollente, si intreccia alla Parigi surrealista di Desnos, al suo imperativo di libertà che si infrange contro il regime di Vichy e i campi di concentramento. Una storia così intensa e appassionante, la sua, da colpire anche la gelida De Pisis, o forse è solo un’illusione agostana. (Cecilia Scaldaferri)

A tua insaputa – John Bargh – Bollati Boringhieri

Sapevi che puoi sviluppare preferenze e predilezioni in modo inconscio, tuo malgrado, solo in base alla frequenza con cui sei esposto a una data esperienza? E che tendiamo a dare più valore a un oggetto quando è in nostro possesso? C’è un libro di psicologia sociale, più appassionante di un giallo, che risponde a moltissime domande su quanto e come il nostro inconscio finisca per determinare scelte e comportamenti. Anche quando siamo convinti di padroneggiare la situazione e che stiamo agendo con la massima consapevolezza. Mentre lo leggevo, mi tornava in mente un insegnamento ricevuto nei miei primi 35 anni, una sorta di koan che finiva sempre per mandarmi in tilt: “Non abbiamo scelta”. Ora ne capisco meglio il senso.

‘A tua insaputa’, il titolo non potrebbe essere più azzeccato, è il risultato di 25 anni di studi ed esperimenti che l’autore, John Bargh, sintetizza per il grande pubblico in una prosa agile, piena di ritmo e storie, da cui emergono illuminanti frammenti della sua vita. Per qualcuno alcune ‘rivelazioni’ potrebbero non essere tali: per esempio, il fatto che due impulsi fondamentali condizionano “in maniera sottile e inconscia”, scrive Bargh, pensieri e azioni: il bisogno si sopravvivenza e quello di accoppiarsi, cui si aggiunge la spinta alla cooperazione sociale, utile ai primi due scopi.  Il saggio risponde anche alla domanda ‘Quando fidarsi dell’istinto?’, suggerendo una serie di regole ben argomentate e particolarmente utili in una società dominata dall’immagine e in cui i rapporti sono sempre di più mediati dai social. L’interconnessione virtuale amplifica l’impatto di uno dei tanti ‘effetti’ psicologici citati da Bargh, fra cui uno dei più importanti, l’effetto ‘camaleonte’.

“‘Seguendo’ le vicende altrui”, avverte lo psicologo di Yale, “ci esponiamo non solo ai loro comportamenti e alle loro opinioni, ma anche al loro umore e alle loro emozioni”. Dunque, attenta anche ai tuoi contatti sui social: da Facebook a Twitter, da Instagram a TikTok, se post, storie e video su cui ti soffermi sono negativi, ne sarai influenzata e tenderai a ‘imitarli’. Intuitivo? Può darsi, ma vale la pena esaminare le prove raccolte dai ricercatori. E poi occhio ai tuoi obiettivi: nel caso non te ne fossi già accorta, possono avere il sopravvento persino sui tuoi valori e sulle credenze più radicate e condizionare le tue scelte su tutto, anche nella scelta del partner e degli amici. Dunque, consultare questa sorta di manuale di viaggio per orientarsi nella complessità della nostra mente può essere tempo ben speso. Soprattutto in vacanza. (Roberta Secci)

La peste – Albert Camus – Bompiani

In tempi di pandemia quale lettura (o rilettura) migliore di un classico come ‘La peste’ di Albert Camus? Il capolavoro dello scrittore francese è stato riscoperto nell’ultimo anno e si sono registrate in Italia e all’estero impennate nelle vendite a causa del Covid. Epidemia, morti, lockdown. Nel romanzo di Camus, scritto nel 1947, sembra di rivedere scene purtroppo diventate quotidiane per noi nell’ultimo anno e mezzo. Cambia l’ambientazione, certo. L’epidemia colpisce la città algerina di Orano dove vive il medico francese nonché protagonista Bernard Rieux. Anche nella cittadina algerina l’epidemia inizia con gli animali, non pipistrelli come quelli del mercato di Wuhan ma topi. La gente inizia a vedere migliaia di ratti morti per le strade. Rieux è il primo a capire che si tratta di peste e inizialmente – ricorda tanto quello che è successo in Italia e nel mondo a gennaio e febbraio del 2020 – le autorità minimizzano pensando che si tratti di un fenomeno poco grave e passeggero e temendo crisi di panico nella popolazione.

Dopo i primi contagi e i primi morti, Orano viene isolata per evitare che la malattia si diffonda. Interessante anche notare le similitudini con l’attualità nella reazione della popolazione alla catastrofe. Alcuni cittadini continuano nella vita di sempre quasi ad esorcizzare l’epidemia, altri si barricano in casa in isolamento. Nel frattempo a Orano la peste degenera dalla forma bubbonica a quella polmonare, ancora peggiore. La vicenda si svolge in maniera avvincente fino alla scoperta di un siero ma con il dottor Rieux che ammonisce le autorità sulla necessaria prevenzione affinché l’epidemia non torni. La critica letteraria ha dato al romanzo anche un significato metaforico. La battaglia del protagonista rappresenta la resistenza francese contro il nazismo (la peste). L’opera è infatti del 1947 proprio all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale. (Giandomenico Serrao)

Della gentilezza e del coraggio – Breviario di politica e altre cose – Gianrico Carofiglio – Feltrinelli

Un manuale di istruzioni per l’uso delle parole, del dubbio, del potere, che incrocia la passione civile, l’amore per le idee, le imprevedibili possibilità della politica. Gianrico Carofiglio in “Della gentilezza e del coraggio – Breviario di politica e altre cose” offre una visione quasi inedita della qualità della vita democratica, che “scaturisce innanzitutto dalla capacità di porre e di porsi buone domande, dalla capacità di dubitare. E questo vale per chi il potere ce l’ha quanto, forse soprattutto, per chi apparentemente non ce l’ha”. 

Carofiglio è uno scrittore che ci ha abituati a tutto: romanzi e saggi, racconti, ma in questo breviario mette insieme un libro frutto di una “passione civile” che richiama tutti alle responsabilità delle proprie azioni.

I cittadini sono i veri protagonisti. Ma lo sono il politico, con l’arte della riflessione,  il dirigente, il manager capace di andare oltre la giacca e cravatta.  

Tra le parole chiave c’è gentilezza, che non c’entra nulla con le buone maniere o l’essere miti, “ma disegna un nuovo modello di uomo civile, che accetta il conflitto e lo pratica secondo regole, in una dimensione audace e non distruttiva”. Alla gentilezza si abbina poi il coraggio che, in alcune accezioni, diventa “l’esito di una scelta e di una pratica; è la forza di affrontare il mondo consapevoli della sua complessità ma anche della nostra capacità di cambiarlo”.  

Questo libro punta a “tratteggiare un sommario di regole per la pratica della politica e del potere”, senza dimenticare, come sottolinea Gianrico Carofiglio, che “l’umorismo e l’autoironia sono doti epistemologiche, ma anche virtù morali”. Nella consapevolezza che, se “la bellezza salverà il mondo”, la gentilezza e il coraggio, con la straordinaria forza delle parole, lo renderanno certamente migliore. (Rosario Stanizzi)

Il respiro degli angeli: Vita fragile e libera di Antonio Vivaldi – Emanuela Fontana – Mondadori

Le Quattro stagioni in sottofondo e “Il respiro degli angeli” tra le mani. Un tuffo nel 1700, prima veneziano, poi mantovano e infine viennese, per seguire la vita di Antonio Vivaldi, violinista, compositore, sacerdote che non dice messa, corpo fragile e spossato dall’asma ma sostenuto dalla passione furiosa per il violino.     
    Emanuela Fontana ha studiato documenti e luoghi di un compositore dimenticato per due secoli e riscoperto nel Novecento, ha arricchito con un tocco di fantasia una vita già romanzata nella realtà ed infine ha raccontato tormenti e gioie di questo folletto dai capelli rossi, animato dall’ansia di aria e luce, di suoni e colori. Prima enfant prodige a Venezia, poi amato dalle corti e dai teatri europei, infine dimenticato e povero a Vienna.
    Vivaldi conobbe, forse, l’amore più puro, quello che si limita al cuore e alla mente quando sentì la voce di Anna Girò alla corte di Mantova. La stima, l’intesa, il sostegno del famoso musicista sospingono la carriera da cantante della giovanissima che gli ispira la scrittura de “Le quattro stagioni”. Un libro che racconta una vita e un’epoca, ma soprattutto trasmette la passione per la musica di un compositore che ha descritto per noi aria, natura e colori. (Barbara Tedaldi)

G8 Genova 2001, storia di un disastro annunciato –Gianluca Prestigiacomo – Chiarelettere

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dei fatti del G8 di Genova. Fatti che sono nella memoria di ognuno di noi, di chi almeno nel luglio del 2001 era già nell’età della ragione e per questo ha impresso nella mente le immagini che, in quei giorni, mostravano le televisioni. Fatti che hanno portato all’Italia una condanna della Cedu, la corte europea dei diritti dell’uomo, per tortura.

Di solito evito di leggere libri in uscita nell’occasione di una particolare ricorrenza, come può essere il ventennale dai fatti, ma quando ho visto che “G8 Genova 2001, storia di un disastro annunciato” era la testimonianza di uno degli agenti della Polizia di Stato che hanno prestato servizio in quei terribili giorni del summit internazionale  proprio a Genova non ho resistito.

L’autore, Gianluca Prestigiacomo un agente della Digos, era stato inviato a Genova, come numerosi altri appartenenti alle forze dell’ordine, per garantire la sicurezza dei Capi di Stato.

La Digos è l’ufficio che nelle questure si occupa dei reati a sfondo politico, eversione, estremismi e mondo ultrà. Prestigiacomo, in particolare, prestava servizio alla Questura di Venezia. Un luogo, Venezia e il Veneto, che è centrale nel racconto dei fatti del G8 di Genova. Da qui proveniva infatti Luca Casarini, oggi impegnato con una ONG a recuperare e soccorrere le imbarcazioni con i migranti nel Mediterraneo e in quei giorni alla guida degli antagonisti del Veneto e uno dei leader del Genoa Social Forum, gli organizzatori della protesta contro il G8 e la globalizzazione, le famose ‘Tute Bianche’.

Il nostro autore da poliziotto e agente Digos di Venezia si può dire che aveva contatti abbastanza frequenti con i disobbedienti veneti. Nel meticoloso lavoro delle Digos la mediazione è sempre al centro, ed è finalizzata proprio a evitare incidenti e disastri dal punto di vista dell’ordine pubblico.

Per questo Prestigiacomo inizia il suo personale racconto dai giorni preparatori al G8 di Genova, diverse riunioni che avevano preceduto il summit. Le avvisaglie della tragedia c’erano tutte e per questo rimane inspiegabile come abbiano fatto a raggiungere l’Italia decine di ragazzi stranieri, molti dei quali poi sarebbero stati autori di incredibili devastazioni vestiti di nero ed incappucciati. Notizie e informative dei Servizi che lanciavano l’allarme sulla presenza dei Black block a Genova per rovinare l’incontro internazionale c’erano state. 

Interrogativi che sono anche quelli dell’autore e che racconta di aver sentito gli incappucciati di nero parlare tra loro anche in inglese, tedesco e altre lingue tra le quali l’arabo.

Genova si blinda, con centinaia di agenti, carabinieri e finanzieri, mentre le tute bianche dicono di voler superare la linea rossa ad ogni costo.

Quelli che seguiranno sono tre giorni di devastazioni, cariche, fumogeni, auto e cassonetti a fuoco e, soprattutto, la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda raggiunto da un colpo di pistola  esploso dal carabiniere Mario Placanica a bordo di un Defender dell’Arma.  Poi ancora devastazioni dei Black block, l’irruzione alla scuola Diaz, sede del GSF, da parte di un reparto della celere, ancora cariche su manifestanti inerti e, infine, le violenze compiute nella caserma di Bolzaneto dove venivano portati i fermati. 

L’autore spiega di essere andato alla Diaz in più di un’occasione nei giorni precedenti al G8 e di non aver mai notato nulla di eversivo ma ragazzi e ragazze con tanto entusiasmo.

Uno dei ricordi più inquietanti del nostro agente Digos si riferisce ad un episodio avvenuto alcuni minuti prima del famoso intervento repressivo sul corteo autorizzato delle Tute Bianche in via Tolemaide. Si tratta dell’episodio madre che avrebbe poi provocato a cascata tutti gli eventi nefasti della  giornata di venerdì 20 luglio conclusasi con la morte di Giuliani.

Prestigiacomo era lì, in borghese come tutti gli agenti della Digos, c’erano state devastazioni dei Black block mentre le Tute Bianche, secondo accordi poi saltati, avrebbero dovuto raggiungere piazzale delle Americhe dove Casarini avrebbe tenuto una sorta di conferenza con i giornalisti. Qui Prestigiacomo e il suo collega vengono fermati da un gruppetto di persone con mazze in mano, uno anche con una piccola telecamera, e in maniera molto pressante sono  invitati ad allontanarsi: “Dovete andarvene, il vostro compito è terminato”. 

L’autore racconta di non aver avuto scelta e di non aver mai capito chi fossero quegli individui. Fatto sta che poco dopo essersi allontanato  e aver raggiunto il reparto in piazzale delle Americhe è partita la carica verso la testa del corteo delle Tute Bianche.

Prestigiacomo non prenderà parte alla riunione preparatoria dell’irruzione nella scuola Diaz ed eviterà così anche di prendere parte al blitz tristemente noto per gli episodi di violenza sugli ospiti della struttura.

È una testimonianza inedita quella di Prestigiacomo, certamente utile per chi voglia osservare quei giorni del G8 di Genova dal punto di vista di chi era chiamato a garantire l’ordine e la sicurezza ma che è stato egli stesso schiacciato da ordini e scelte piovute dall’alto. (Paolo Tripaldi)

Il bar delle grandi speranze – J.R. Moehringer – Piemme 

“Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio”. Già nell’incipit de ‘Il bar delle grandi speranze’ (The Tender Bar, 2005, edito in Italia da Piemme, 2007), J.R. Moehringer ci fa entrare nel suo mondo  – quello vero, visto che si tratta di un’autobiografia in cui persino i nomi dei personaggi sono reali – e lo rende un po’ il nostro. “Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati”. E anche noi ci ritroviamo lì, davanti al bancone, a ubriacarci di aneddoti e chiacchiere, a ridere e a piangere con gente semplice ma dal gran cuore, a partire dallo zio Charlie e da Bob il poliziotto, dai due librai Billy e Bud e da Colt, fino ad arrivare a Mavaffa, a Joy D e a tutti gli altri. “Molto prima di avermi come cliente – svela ancora JR nelle prime righe del romanzo – il bar mi ha salvato. Mi ha ridato fiducia quand’ero bambino, si è preso cura di me quand’ero adolescente e mi ha accolto quand’ero un giovane uomo”. Il bar di Steve è a soli 142 passi dalla sua casa. Che poi è la casa sgangherata del nonno (ribattezzata prosaicamente ‘il Cesso’ ) dove la madre trova rifugio quando il padre li abbandona, appena lui viene alla luce. È qui, al ‘Dickens’ che poi diventerà il ‘Publicans’, che JR cresce e trova la sua vera casa. Con i suoi avventori e le loro storie, il bar diventa il punto di riferimento assoluto della sua vita, da quando è bambino fino a quando sarà un uomo. Tutto passa per il pub, dalla prima birra al primo amore.

Complice una scrittura pulita, diretta e senza fronzoli (l’autore è giornalista e vincitore del Pulitzer nel 2000), la storia scorre fluida dal 1972 al 2001 – l’epilogo è subito dopo l’11 settembre – alternando pagine spensierate a passaggi più commoventi e persino disperati (come la discesa nell’abisso dell’alcolismo), in cui Moehringer si perde e poi si ritrova, raccontando i momenti più felici ma anche i più bui dei suoi primi trent’anni di vita. Con sincerità e un tono ironico e mai banale che rende la lettura piacevole e veloce come una sorsata di vita. O meglio ancora del drink preferito: “Zio Charlie era convinto che si è quel che si beve, e classificava la gente in base ai cocktail. (…) Zio Charlie stava ignorando almeno una dozzina di clienti assetati per aiutarmi a capire se ero un Gin Tonic JR o uno Sotch e Soda Moehringer”. 

Ps. Dopo averlo letto, Andre Agassi ha contattato JR Moehringer per chiedergli di lavorare alla stesura della sua autobiografia ‘Open’ (Einaudi, 2009). (Gaia Vendettuoli)

“L’ultima estate in città” – Gianfranco Calligarich – Bompiani

Di questo libro è innanzitutto interessante la storia. Scritto cinquant’anni fa da un giovanissimo autore nato all’Asmara e cresciuto a Milano, da poco approdato a Roma alla ricerca di mare, lavoro e avventure, fu allora rifiutato da molti editori fino a che non fu letto da Natalia Ginzburg, tutto di un fiato e in una sola notte, e da lei stessa raccomandato per la pubblicazione alla Garzanti. Fu un successo, 17 mila copie vendute nell’estate del 1973, un Premio Inedito, ma inspiegabilmente nessun ristampa né pubblicazione ulteriore nei decenni a venire. Forse proprio per questo divenne un oggetto di culto per appassionati, nonché un introvabile reperto ricercatissimo in bancarelle e biblioteche. Solo nel 2010 venne riscoperto da un piccolo editore, Aragno. Nuovamente esaurito in breve tempo, solo pochi mesi fa è stato tradotto e pubblicato da Gallimard in Francia.  Il successo editoriale d’oltralpe ha consolidato la scelta di ripubblicarlo finalmente anche in Italia, da parte di Bompiani: la nuova edizione è ora in libreria. Nel frattempo, l’autore Gianfranco Calligarich è stato negli anni un apprezzato autore di testi teatrali e televisivi, continua a vivere a Roma e ora si gode dopo mezzo secolo la notorietà internazionale dovuta alla traduzione in francese ma anche alla pubblicazione negli Stati Uniti del suo romanzo d’esordio. 

Fosse solo per questa incredibile vicenda editoriale, il suo Bildungsroman meriterebbe di essere letto, ma ci sono altre ragioni. “L’ultima estate in città” racconta una Roma solo di pochi anni più recente rispetto a quella felliniana della Dolce vita, ma luoghi e personaggi sono molto più vicini a quelli della Grande bellezza di Sorrentino. Il giovane protagonista, alter ego dell’autore per sua stessa ammissione, sperimenta lo stesso disagio di vivere di un suo ipotetico nipote di oggi nella stessa situazione, così come attuali sono le incomprensioni nelle amicizie e nell’amore, i fiaschi professionali, il cinismo di chi vive e si arricchisce senza preoccupazioni morali, ma anche la voglia di provare nuove esperienze e di sfruttare le opportunità sociali offerte da Roma. Persino il linguaggio giovanile non suona troppo superato, ed è comunque riconoscibilissimo, così come lo è, a distanza di cinquant’anni la seicentesca fontana dei Fiumi, in quella piazza Navona dove il protagonista si ritrova spesso durante il vagabondare di una delle sue inconcludenti notti alcoliche. (Francesca Venturi)

Funny Valentine. la vita di Chet Baker – Matthew Ruddick – Arcana Jazz

Dal trombone regalatogli dal padre a 13 anni che non riusciva a suonare, agli esordi con Charlie Parker, fino agli ultimi disperati giorni, ‘Funny Valentine. La vita di Chet Baker’ (1929-1988), è la monumentale biografia (671 pagine) considerata definitiva del trombettista e cantante jazz Usa, firmata da Matthew Ruddick e pubblicata nel 2014 a 56 anni dalla morte dell’artista maledetto. 

La carriera, il talento e l’eredità discografica del punto di riferimento del ‘cool jazz’, la dimensione umana e la fragile personalità legata ai gravi problemi di tossicodipendenza di Chesney Henry Baker Junior, emergono attraverso circa 200 interviste inedite a persone che lo conobbero, musicisti, giornalisti. “Era una mente musicale eccezionale, suonava note così intonate da farle sembrare trasparenti, era una dote trascendentale che però si manifestava solo in determinate circostanze. Avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi. Era un tipo che non mandava i soldi a casa per far mangiare il figlio perché se li sparava nelle vene”: da queste parole del contrabassista Jon Burr emerge un ritratto troppo limitato al suo stile di vita. Ruddick ha voluto invece andare a scavare nella vita del trombettista negli anni ’40 e nei primi anni del decennio successivo, per disegnare, raggiungendo il massimo livello di profondità analitica, un profilo più bilanciato e valorizzare tre elementi rimasti nascosti: il lato umano, la musica e l'”eroico” modo in cui Baker rimase fedele ai suoi principi musicali, senza lasciarsi influenzare dalle disavventure e dal caos della sua vita privata. (Gianluca Zeccardo)

 

AGI – Sabato 14 agosto dalle ore 20.30 al Castello Sforzesco di Milano si terrà “La voce di Strehler – Racconti dedicati a Giorgio Strehler nel centenario della sua nascita”, l’evento prodotto da Spirit de Milan APS che celebra i 100 anni dalla nascita del grande Maestro. L’evento è inserito nell’ambito della rassegna Estate Sforzesca 2021. A ricordare il grande regista ci saranno tre voci a lui personalmente care: due suoi allievi del primo corso istituito nella Scuola del Piccolo Teatro, che si sono diplomati nel 1990, e un attore che con Strehler ha a lungo lavorato all’interno della straordinaria famiglia artistica di cui essi tutti fanno parte ancora oggi: Giorgio Bongiovanni, Umberto Ceriani e Stefano De Luca.

Stefano De Luca, cui ancora è affidata la responsabilità di riallestire periodicamente lo storico “Arlecchino” strehleriano, guiderà il pubblico tra ricordi e aneddoti, facendo rivivere sulla scena il suo primo incontro con il Maestro. Seguirà Giorgio Bongiovanni, che dal 1990 ad oggi nell’“Arlecchino” veste i panni di Pantalone, che rievocherà nel suo monologo la soprendente coincidenza del naufragio che disperse in mare i costumi e le scene dello spettacolo con l’allestimento strehleriano di un testo di Marivaux, “L’isola degli schiavi”, che quei fatti sembrava avere presagito. Umberto Ceriani aprirà infine una suggestiva parentesi sulla sua esperienza brechtiana con Strehler, in cui interpretava la parte di Ludovico Marsili in “Vita di Galileo”, spettacolo che, nel 1963, entrò nella storia del teatro e ne suggellò la grandezza.

“È un grande dispiacere per me – racconta Andrea Jonasson, vedova del grande Maestro – non poter essere presente al Castello Sforzesco per la serata che Spirit de Milan ha voluto dedicare al compleanno di Giorgio Strehler. Vorrei esprimere la mia vicinanza e la mia gratitudine a Giorgio, Umberto, Stefano e a Luca Locatelli, che ha fortemente voluto celebrare il centesimo anniversario della nascita di mio marito, un grande uomo e un grande regista. Questo è un regalo, anche se è molto difficile raccontare un genio del Teatro, come è stato lui. Vorrei citare una sua battuta, che vale sempre: ‘La luce del Teatro non è quella dei riflettori, ma quella della fantasia che, di tutte le luci, è la più vera e la più sconvolgente'”.

Lo spettacolo è prodotto e organizzato da Spirit de Milan APS che, nel 2020 e 2021, ha realizzato con la propria web radio (www.spiritophono.it) oltre 50 podcast sul teatro milanese e sulla vita, il lavoro e il genio di Giorgio Strehler.

“Quando l’assessorato alla Cultura – racconta Luca Locatelli, fondatore di Spirit de Milan e imprenditore nel settore degli eventi e dello spettacolo – ci ha proposto di animare il palco dell’Estate Sforzesca con uno spettacolo dedicato a Giorgio Strehler, nel giorno esatto del suo centesimo compleanno, abbiamo accettato subito con “esuberante, scellerato, incosciente” entusiasmo. La richiesta si fonda sull’esperienza accumulata con la nostra web radio dove, da più di un anno, dedichiamo uno dei nostri programmi al teatro, con un occhio di riguardo per la vita e il genio del grande Maestro. Siamo felici di poter essere gli unici in Italia a presentare e a produrre autonomamente con la nostra Associazione di Promozione Sociale uno spettacolo dal vivo per ricordare Strehler, coinvolgendo tre artisti che si sono formati alla corte del ‘Dottore’. Affidarci a professionisti di alto livello come Giorgio Bongiovanni, Umberto Ceriani e Stefano De Luca, oltre che alla consulenza del professor Paolo Bosisio è un onore, oltre che il modo di affermare la vocazione di Spirit de Milan nell’affrontare occasioni come queste: puntare sempre al meglio”.

Nato 100 anni fa a Barcola, una frazione periferica di Trieste, Giorgio Strehler ha sempre amato precisare di essere milanese di adozione e ha dato vita al primo teatro stabile pubblico in Italia, destinato a divenire uno dei più importanti nel mondo.

Spirit de Milan, oltre a essere il locale meneghino dal gusto vintage che propone musica dal vivo swing, jazz, blues e non solo, è anche un’associazione di promozione sociale.

AGI – Amazon.it da sempre riconosce l’importanza della lettura, fondamentale per riempire non solo la mente, ma la propria vita, e stila la classifica delle città italiane che hanno acquistato più libri nell’ultimo anno pro capite. Milano continua ad essere la regina indiscussa della classifica, questo è infatti il suo nono anno consecutivo in prima posizione. Roma la rincorre e si aggiudica il secondo posto, la competizione è davvero serrata.

Entrambe le città si confermano appassionate di libri sia in formato digitale sia cartaceo. Al terzo posto, per il secondo anno consecutivo, si conferma Torino. Bologna mantiene il quarto posto, esattamente come l’anno precedente, mentre Genova, che nel 2020 per la prima volta era entrata in Top 10, quest’anno fa un ulteriore balzo in avanti e si guadagna il quinto posto.

Firenze scende al sesto, mentre Napoli continua a scalare vertiginosamente la classifica raggiungendo la settima posizione. La seguono Padova e Verona, quest’ultima perdendo una posizione rispetto all’anno precedente.

Trieste si conferma stazionaria alla decima postazione. Palermo lascia sbalorditi anche nel 2021, con una crescita continua e incalzante: raggiunge l’undicesimo posto non rientrando per pochissimo nella classifica delle prime dieci. Soltanto l’anno scorso si trovava al tredicesimo posto e ancora prima al quarantatreesimo.

Notevole è l’incremento della lettura in formato digitale: la città in cui i clienti hanno acquistato il maggior numero di eBook è Roma che supera, seppur di poco, Milano. Un segnale positivo per i lettori di tutta Italia che percepiscono sempre più il valore aggiunto dei libri digitali: è grazie a questi strumenti che è possibile avere a disposizione un’intera libreria ovunque ci si trovi, sia in viaggio sia in vacanza, e allo stesso tempo sono un’occasione per limitare l’uso della carta, tematica che sta a cuore in particolar modo ai giovani italiani come conferma la recente Ricerca sulla lettura, commissionata da Amazon ad Ipsos nel 2021.

 

 

AGI – I robot a caccia di antiche civiltà. Un relitto è stato individuato alla profondità di 98 metri nel mare delle Egadi. La nave, del IV-V secolo d.C., presenta un carico integro di anfore del tipo Almargo 51c di origine della penisola Iberica. La scoperta è frutto della campagna di ricerca in corso nello specchio d’acqua delle Isole Egadi, coordinata dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con la collaborazione con la Rpm Nautical Foundation, organizzazione no-profit di ricerca archeologica e istruzione che dal 2005 sostiene la ricerca archeologica marittima della Regione, e l’Università di Malta.

Due le campagne di ricerca effettuate, a novembre del 2020 e a luglio di quest’anno, con un side scan sonar a bordo dell’Hercules, che ha fornito importanti target sui quali è ripresa la ricerca negli scorsi giorni. Le numerose rilevazioni (strisciate), effettuate con avanzati strumenti di robotica quali l’Auv (autonomous underwater vehicle) e il Rov (remotely operated vehicles), hanno consentito di delineare in dettaglio il relitto con il suo carico di anfore la cui restituzione in 3D verrà realizzata nel 2022 da SopMare e l’Università di Malta.  

 

“Questa scoperta è l’ennesima dimostrazione di un lavoro incessante che prosegue sui nostri fondali – evidenzia l’assessore regionale ai Beni culturali, Alberto Samonà – per scoprire nuovi siti archeologici sommersi. L’uso sempre più frequente delle nuove tecnologie nel campo della ricerca subacquea sta consegnandoci soddisfacenti risultati aprendo il Mediterraneo a una lettura più ampia e dettagliata. La scoperta di un nuovo relitto ad alta profondità, dopo quello della nave romana individuata a Isola delle Femmine, conferma l’importanza delle collaborazioni internazionali“.

“L’eccezionale scoperta – osserva la Soprintendente Valeria Li Vigni – è una conferma di quanto già sostenuto dalla Soprintendenza del Mare sin dai tempi di Sebastiano Tusa che aveva indicato nel mare delle Egadi una fonte inesauribile di microstorie che ci portano verso la conoscenza della Storia, non solo della Sicilia ma del Mediterraneo“. 

AGI – Gilgamesh sfugge alla morte e torna a casa come un eroe e un uomo tranquillo: sono rientrati in Iraq oltre 17 mila reperti antichi di epoca preistorica, assira, babilonese e islamica, che furono saccheggiati o contrabbandati durante la lunga crisi che ha scomvolto il paese mediorientale ad iniziare dall’invasione voluta nel 2003 dagli Stati Uniti per rovesciare il regime di Saddam Hussein.

Tra questi reperti c’è anche una tavoletta di argilla antica 3.500 anni che riporta una parte dell’epopea sumerica del re di Uruk, Gilgamesh, considerato il più antico testo letterario del mondo, scritto in lingua accadica. Ma numerose sono le tavolette e i sigilli con iscrizioni cuneiformi, antichi tre-quattromila anni che tornano nei luoghi di origine.

I danni al patrimonio storico e archeologico della Mesopotamia, seguiti all’invasione di 18 anni fa, sono stati enormi. Migliaia di reperti, ricorda il sito specialistico Terrasanta.net, sono così finiti nel giro del contrabbando internazionale di pere d’arte. Dopo la cacciata di Saddam Hussein l’Iraq ha attraversato anni di instabilità e violenze, culminate nell’occupazione della parte nord-occidentale del Paese da parte dell’Isis tra il 2014 e il 2017.

L’Isis è uno dei massimi responsabili delle distruzioni del patrimonio storico e artistico. Per ragioni di propaganda ha distrutto opere di collezioni museali, come quelle di Mosul, troppo grandi o conosciute per essere commerciate, ma ha sfruttato su larga scala il contrabbando di reperti per procurarsi fondi sul mercato internazionale.

La decisione degli Stati Uniti, annunciata dal presidente Joe Biden, si lega alla recente visita del primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi alla Casa Bianca, il 26 luglio scorso. Gli Usa hanno annunciato la prossima conclusione delle operazioni militari in Iraq e perciò la restituzione dei reperti assume anche un rilievo simbolico.

Le autorità statunitensi stanno ancora lavorando per recuperare opere che si trovano sul loro territorio, come ha riferito il ministro della Cultura iracheno, Hassan Nadhim. Completate le pratiche, molti importanti reperti hanno potuto fare ritorno.

Emblematico il caso della tavoletta detta “del sogno di Gilgamesh”, di circa 15 centimetri per 12, trafugata nel 2003, finita all’asta e venduta nel 2014 a un collezionista per quasi 1,7 milioni di dollari. Il facoltoso acquirente fu l’imprenditore dell’Oklahoma David Green, che ha fondato il cosiddetto Museo della Bibbia a Washington, dove la tavoletta è stata esposta alcuni anni. Nel 2019 le autorità statunitensi l’hanno sequestrata come refurtiva.

Altre migliaia di reperti sono scomparsi dall’Iraq, illegalmente portati fuori dal Paese e finiti nel mercato internazionale. Nel saccheggio del Museo archeologico di Baghdad, iniziato il 20 aprile 2003 durante l’invasione americana della capitale irachena, sparirono migliaia di pezzi (teste di statue, amuleti, avori assiri, sigilli a cilindro babilonesi).

Il Museo archeologico di Baghdad è l’istituzione con le collezioni più complete per ricostruire i primi sviluppi della cultura umana nei suoi diversi aspetti, dall’agricoltura all’arte, dalla tecnologia alla scrittura. Nei giorni immediatamente successivi al saccheggio del Museo gli americani istituirono una task force per fermare l’esportazione di reperti antichi, promettendo che non sarebbe stato perseguito nessuno che avesse restituito un pezzo mancante delle collezioni.

Nelle settimane successive, dissotterrati nei cortili o recuperati in qualche raid, ritornarono alla spicciolata numerosi pezzi trafugati, tra cui un vaso di alabastro del 3200 a.C. detto di Warka e proveniente dal sito archeologico di Uruk. Altri reperti sono stati sequestrati nel corso degli anni sui mercati internazionali di antichità in Medio Oriente e a New York. Ora il doveroso rientro di una parte di quei tesori. 

Mega biblìon mega kakòn, però non sempre. Per esempio quando dispiace finire l’ultimo romanzo di Daniela Ranieri: Stradario aggiornato di tutti i miei baci (pp.690, euro 19,80), edito da Ponte alle Grazie, è una psicomappa di cento amori e di cento profumi, di cento sentimenti e altrettanti risentimenti che attraversano la protagonista come tagli di bisturi che la scrittura ha il potere di allargare, ma poi rimarginare. L’io narrante è una donna che malgrado tutto continua a credere all’amore non foss’altro per dare torto al diavolo. Una protagonista immaginata ancora giovane che si ribella alla condanna – o alla tentazione – di non innamorarsi più, maledizione scagliata “contro tutti noi: questa specie particolare di noi che conduce l’esistenza più gelida che uno possa procurarsi in questa vita. Si vive per contraddirla; si esce di casa, ci si scalda allo sguardo di un altro, ci si innamora per dare torto al demonio”.

Libro dispari, inattuale per scrittura e per montaggio nella corrente produzione letteraria nazionale, lo Stradario di Daniela Ranieri felicemente svela la formazione da antropologa dell’autrice, con cui rinsalda le giunture dei ragionamenti, di una narrazione fatta vivaddio di varietà lessicale, di ipotassi, di complessità necessarie e di vissuti in cui si calano anche i libri letti: messi con citazioni a epigrafe su ciascuno dei numerosi, quasi sempre brevi capitoli, accorciano la distanza tra gli scaffali e la vita praticata. Ché se in letteratura i libri e le esperienze non si prestano reciproco soccorso, allora perde senso la scrittura pubblicata (ai critici chissà, ma ai lettori è certamente lecito chiedere a ciascuno se è necessario che scriva per gli altri).

Lo squallore di certe periferie romane ma anche della retorica del centro storico, l’addolorata acquisizione della consapevolezza nelle relazioni umane, sono polpa dello Stradario senza farlo tuttavia scivolare nell’intimismo inflazionato. Distanza s’impone così fra l’autrice e una spessa schiera di brillanti promesse che già nel primo movimento della dialettica arbasiniana sono assimilabili alla seconda fase (quella dei “soliti stronzi”; per la terza, dei “venerati maestri”, chi vivrà vedrà – ma forse no).

Il romanzo è divertente per copiosità di autoironia e pittura di tipi, per stati d’animo e aneddotica perché, com’è noto to the happy few, solo i kafkiani e i bernhardiani riescono a scippare più sorrisi del sommo Dickens di Circolo Pickwick. Anche libro, lo Stradario, per certe pagine dannunziano: le minute scomposizioni dei profumi, di cui sono citati nomi, marche e singoli ingredienti modellano sinestesie simili a quelle di Stelio Effrena quando nel Fuoco deliba e ritraduce, nota per nota, la musica che ascolta. “Inutile lottare contro i profumi alla vaniglia: arrivano dritti all’amigdala come il paletto di frassino nel cuore dei vampiri”. Oppure, per il Music for a While della casa Frederic Malle: che “è capzioso come un manoscritto di geometria medievale. Al primo spruzzo si ha l’impressione che danno certi balconi a picco sul mare: si avverte lo schiaffo metallico del vento che porta il latte della lavanda cresciuta a ciuffi selvaggi sulla scogliera”. Eccetera, eccetera. Persino troppo.

Passa attraverso il libro un variegato campionario d’uomini della protagonista, che lei trapassa: il fidanzato medico, lo scrittore, il traditore, il feticista, l’onorevole, lo stalker o anche uno che dice sempre: “Scusa un attimo”, salvo quando deve stare attento a non lasciare incinta la ragazza nel fatidico momento in cui i genitori di Tristram Shandy, gentiluomo, si domandarono se fosse stata caricata la pendola.

Che in certi casi per far letteratura sia auspicabile, oltre al talento, un certo stock di misantropia e di ipocondria, illustri precedenti lo confermano. E questa è l’area dove collocare la Ranieri, incollocabile nell’acquoso libro-cuore-asl di molti suoi (sue) contemporanei. Le sfumature dell’amore, e quelle dei profumi, s’intrecciano montate entrambe su un sottotesto da cronista quando descrive questa Roma qua, piena di storia eppure tanto desolata. Che “diventerà sempre di più la storia di chi una sera di novembre avrà aspettato l’autobus, si sarà lamentato del freddo e dell’attesa, e l’autista avrà sbuffato desiderando il letto”. Sono le sere in cui non bastano i profumi (ma quanto aiutano).

AGI – Il green pass obbligatorio per l’accesso in tutti i luoghi della cultura non ha frenato i tanti turisti che hanno deciso di visitare Pompei. Registrati 6.890 visitatori al sito solo nella giornata di venerdì 6 agosto, anche più numerosi del venerdì precedente (5.353 ingressi). Per non escludere nessuno, è stata attivata una postazione presso l’ingresso agli scavi di Piazza Anfiteatro, per il rilascio di tamponi antigenici per i visitatori non vaccinati, che ha somministrato 319 tamponi. La postazione è stata resa possibile grazie alla collaborazione della Regione Campania e dell’Asl Napoli 3 Sud. 

Rallentati gli ingressi

I controlli alle biglietterie del sito, già solitamente affollate, hanno rallentato la modalità di accesso negli scavi con lunghe fila dalla mattinata ma senza particolari disagi. Controlli anche in piazza Anfiteatro, dove l’Asl Napoli 3, d’intesa con il parco archeologico, ha lanciato un servizio sperimentale (unico caso in Italia): è stato allestito un gazebo per la somministrazione dei tamponi rapidi a quei visitatori che sono sprovvisti di Green pass e intendono visitare gli scavi. 

“Ovviamente stiamo monitorando tutto”, ha spiegato il direttore del Parco,Gabriel Zuchtriegel, “è una situazione complessa, mai vissuta prima, si tratta di conciliare sicurezza e fruizione, vediamo come va questa prima giornata, metteremo in campo eventuali miglioramenti nell’interesse dei visitatori”

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