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Una preziosa edizione di Leon Battista Alberti, 'De re aedificatoria', pubblicata grazie a Lorenzo il Magnifico, le Vite del Vasari, diversi libri rari pubblicati nel Cinquecento, ma anche l’intera edizione della rivista di riferimento del Liberty italiano: sono tutti i volumi che prenderanno il posto delle stanze private dei dirigenti del Quirinale nell’esclusivo attico con vista sul Torrino a due passi da Fontana di Trevi.

Sergio Mattarella ha infatti deciso di ‘donare’ il palazzo di San Felice, in via della Dataria nel pieno centro di Roma, alla cittadinanza. Tramite una convenzione con il ministero dei Beni culturali, la Presidenza della Repubblica ha ceduto l’uso dei 6000 metri quadri del palazzo ottocentesco per ospitare la Biblioteca di Archeologia e Storia dell’arte che ora occupa palazzo Venezia.

Cinque piani, una terrazza con vista mozzafiato sul centro della Città eterna, due cortili interni: fino all’anno scorso il palazzo ospitava 35 alloggi per il personale del Quirinale, ma Mattarella, appena insediato, aveva deciso di tagliare i benefit a dirigenti e consiglieri, dalle auto blu agli alloggi di servizio e dunque nessuno dei dirigenti nominati nel suo settennato aveva mai preso possesso di queste stanze. Palazzo San Felice si è dunque velocemente svuotato e il capo dello Stato ha deciso di offrirlo per ospitare i 400.000 volumi della biblioteca di Palazzo Venezia.

Il progetto di Mario Botta

Il progetto di riconversione è stato disegnato a titolo gratuito da Mario Botta, architetto famoso per le sue linee essenziali, che ha presentato i suoi disegni a Mattarella e al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli. Sarà infatti il ministero a finanziare le opere di trasformazione delle sale di palazzo San Felice, che dopo la ristrutturazione e il trasferimento della biblioteca sarà aperto al pubblico. “Il progetto è affascinante, non soltanto perché ha ricondotto a unità un complesso disarticolato di elementi che erano lì, casualmente messi insieme, ma perché rende perfettamente funzionale, rispetto all'obiettivo che si persegue, la soluzione”, ha detto Sergio Mattarella al termine della presentazione del progetto dell'architetto Botta.

Nei cinque piani del Palazzo saranno ricavati: sale di lettura, uffici, depositi, locali tecnici, zone espositive, spazio esterno per eventi e accoglienza. È prevista una distribuzione per deposito libri pari a circa 14 Km di sviluppo di scaffali che consentirà una sistemazione di circa 400 mila volumi, un quantitativo che soddisfa le attuali esigenze e anche quelle per i prossimi anni. Sorgerà un nuovo auditorium di circa 350 posti. La convenzione affida la concessione del Complesso di San Felice, che rimane nella dotazione del Quirinale, al Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo per 25 anni.

Cosa conterrà la biblioteca

L'edizione voluta nel 1485 da Lorenzo il Magnifico del libro simbolo dell'Umanesimo, il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti, ma anche la rivista di riferimento del Liberty italiano, Novissima. La Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte del Polo museale del Lazio, è uno dei più importanti patrimoni documentari di archeologia e storia dell'arte in Italia. Si tratta di circa 500.000 documenti, tra libri, incisioni, fotografie e periodici; ma contiene anche dieci fondi, una sezione musicale e una sezione di rarità.

La Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte contiene opere che aiutano la ricerca nel campo dell'archeologia del bacino del Mediterraneo, dalla preistoria al medioevo, e della storia dell'arte occidentale. È valutabile intorno ai 380.000 volumi (in gran parte collocati nella sede di Palazzo Venezia e nella sede del Salone della Crociera al Collegio Romano), 3.500 testate di periodici, 20.700 unità di materiale grafico (incisioni, disegni, fotografie), circa 2000 manifesti teatrali, 66.000 microfiches 400 cd-rom.

Tra i volumi si contano incunaboli, cinquecentine e seicentine, collocati nella Sezione Rari; la Biblioteca possiede inoltre circa 1.600 opere manoscritte e fondi archivistici la cui consistenza supera le 100.000 carte. Due i principali filoni. Nel campo dell'archeologia si trovano bibliografie e repertori specializzati, monografie di arte antica, atti di convegno, relazioni di campagne di scavo e missioni archeologiche, guide archeologiche, etruscologia, topografia, epigrafia, numismatica.

Nel campo della storia dell'arte si trovano bibliografie e studi, critica d'arte, monografie su artisti e monumenti, guide, fonti e trattati (XVI-XIX sec.) arti decorative, grafica, cataloghi di mostra (opere relative a esposizioni tenutesi in Italia e nel mondo dall'ottocento ad oggi), cataloghi di collezioni di musei italiani e stranieri, cataloghi di vendita, atti di convegno.

Le varie sezioni

Accanto a queste raccolte svolge un ruolo fondamentale per gli studi in questo settore la Sezione romana, che contiene una vastissima documentazione sull'archeologia e lo sviluppo delle arti a Roma dalle origini ad oggi. E ancora: le preziose raccolte di libri di viaggio e di guide di città italiane e straniere, entrambe ricche di edizioni dei secoli XVI-XIX.

Una parte cospicua del patrimonio librario della Biblioteca (circa 100.000 volumi), è costituita da fondi chiusi, giunti da lasciti e donazioni di studiosi e collezionisti o costituiti dalla Biblioteca: Fondo Pagliara, Fondo Ruffo, Fondo Castellani, Fondo Vessella, Fondo Dusmet , Dono Rossi, Dono Rusconi, Dono Ricci, Dono Monneret, Dono Giglioli , Dono Venturoli , Dono Belli Barsali, Dono Sestieri, Sezione musicale, Sezione teatrale.

In particolare il Fondo Lanciani è uno strumento fondamentale per lo studio dell'archeologia e della topografia romana. Un piccolo gioiello di curiosita' è il Fondo Kanzler, che raccoglie manifesti e locandine teatrali di rappresentazioni romane dalla fine del XVIII all'inizio del XX secolo.

Nella Sezione Rari sono conservate circa 2000 opere, volumi a stampa dal XV al XX, rari per edizione o data. In questa sezione sono conservati i 19 incunaboli, in 15 volumi, ma anche il trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti stampato in Firenze nel 1485 per volere di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano e un prezioso e raro esemplare delle Mirabilia Romae in otto carte. Sono inoltre collocate nella Sezione Rari, gran parte (275) delle cinquecentine possedute.

Tra i volumi più importanti la preziosa edizione del 1568 delle Vite del Vasari, i trattati di architettura del manierista Sebastiano Serlio, di Palladio e del Vignola, regole e manuali di prospettiva come quelle di Lorenzo Sirigatti, di Andrea Pozzo, dei Bibbiena, illustrati da rami o xilografie.

La sezione rara dei periodici conserva anche pubblicazioni seriali dei secoli XVIII-XX, di difficile reperibilità; tra queste la intera serie di "Novissima", la rivista più importante e significativa del Liberty italiano.

Linguista, psicanalista, filosofa, semiologa e femminista: Julia Kristeva, classe 194, è nata in Bulgaria ma è francese d’adozione, per aver vissuto a Parigi da quando aveva poco più di vent’anni. È stata molto attiva nella vita culturale di quella città nel periodo post sessantottino, ed è stata una delle prime teoriche del concetto di “intertestualità”. Ha collaborato con importanti personalità francesi e internazionali come Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Philippe Sollers, suo marito, e anche Umberto Eco. È la fondatrice del premio dedicato a Simone de Beauvoir, assegnato negli anni fra l’altro quest’anno alla giovane pakistana Malala Yousafzai e all’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

L’Università Iulm di Milano le ha conferito la laurea honoris causa in Traduzione e interpretariato; in questa occasione, ha risposto alle domande di alcuni giornalisti.

Lei è francese da più di cinquant’anni: come considera la protesta dei gilet gialli e che cosa pensa dell’attentato a Strasburgo?

“Mi ha colpito una frase che ho sentito pronunciare da un esponente dei gilet gialli: ha detto che la nazione vuole un padre che la capisca. È una richiesta di complicità nel bisogno e nel progetto di vita. Le richieste non sono chiare, ma è invece chiaro che si vuole vivere e dare un senso alla propria vita. Non serve provvedere solo alle esigenze materiali, ma anche affrontare le angosce della gente, le esigenze psicologiche. La sofferenza economica ha portato anche a una sofferenza psicologica. Quanto a Strasburgo, la situazione non è chiara per ora: qualcuno dice che è stata la reazione di un delinquente, altri che ha agito su ispirazione del radicalismo islamico perché si è convertito in prigione, ma c’è probabilmente un po’ di tutte e due, e parte da una miseria sociale che conduce a rivincita, odio e distruzione. Un’esplosione di angoscia che in psicanalisi chiamiamo dissociazione di se’: qualcuno che, invaso dalla propria aggressività, rompe e distrugge tutto quanto gli sta attorno. Molti giovani fragilizzati da diverse ragioni psicosociali credono di trovare una soluzione indossando ideologie radicali e gli ideali religiosi servono loro da bombe, con un uso politico distruttivo dell’odio che provano. Espressioni religiose in realtà lontane dalla complessità del linguaggio religioso”.

Nella sua lezione magistrale ha parlato di federalismo europeo: pensa ancora che sia possibile? Le elezioni europee dell’anno prossimo non sembrano andare in quella direzione

“È il minimo che si possa dire! Per questo ho parlato di ‘avviso di burrasca’ sull’Europa, e non parlo solo del federalismo. L’Europa federale è ancora molto lontana. Le nazioni e gli uomini, scriveva Giraudoux, muoiono di impercettibili maleducazioni: un malinteso universalismo e il senso di colpa coloniale hanno condotto attori politici e ideologici a commettere, spesso nascosti dietro al cosmopolitismo, tali impercettibili maleducazioni, esprimendo disprezzo e arroganza per le nazioni: hanno contribuito ad aggravare la depressione nazionale spingendola verso l’esaltazione maniaca, nazionalista e xenofoba. Da psicanalista posso testimoniare che i depressi non si rendono conto di esserlo, ma quando lo fanno si possono curare”.

Il titolo della sua lezione magistrale è ‘La cultura europea esiste’. È ottimista sulla possibilità di ripartire da questo per ricostruire l’Europa?

“Sono troppo ottimista? Mi definisco piuttosto una pessimista energica, che punta ad iniziative concrete. Per evidenziare i caratteri, la storia, le difficoltà e le potenzialità della cultura europea, possiamo immaginare di organizzare un forum a Parigi e Milano sul tema ‘Una cultura europea esiste’ con la partecipazione di intellettuali, scrittori e artisti eminenti dei 28 paesi europei in rappresentanza di questo caleidoscopio linguistico, culturale e religioso. Purtroppo l’Unione europea non ha una politica culturale, tanto che la parola cultura non appare nei trattati. Viene intesa solo come celebrazione dei rispettivi patrimoni. Dovrebbe invece basarsi sui tre pilastri della nostra tradizione culturale: la nozione di individuo, non in quanto narciso onnipotente ma come singolarità problematica; la nazione in quanto comunità in evoluzione e non chiusa; gli ideali religiosi che creano la dualità fra bisogno di credere e desiderio di sapere. Anche se la nostra cultura e quella americana sono compatibili e complementari, sono diverse: oltreoceano prevale l’individualismo imprenditoriale, da noi l’incontro e il dialogo. Ma entrambi i concetti sono in crisi, per ragioni politiche: la crisi della democrazia. Ora l’Europa si trova davanti a una sfida storica, deve soddisfare quel ‘bisogno di credere’ espresso dai cittadini”.

Lei è considerata una femminista, l’erede di Simone De Beauvoir in Francia. Che ruolo possono avere le donne in questa crisi dell’Europa?

“La nostra cultura europea è una cultura dei diritti delle donne. Dal secolo dei Lumi, alle suffragette inglesi, passando da Marie Curie, Rosa Luxembourg, Simone de Beauvoir e Simone Veil, l’emancipazione delle donne attraverso la creatività e la lotta per i diritti politici, economici e sociali, che continua oggi, offre un terreno comune alle diversità nazionali, religiose e politiche delle cittadine europee. Questo tratto distintivo della cultura europea è anche un’ispirazione e un sostegno alle donne del mondo intero, nella loro aspirazione alla cultura e all’emancipazione. Recentemente, il premio Simone de Beauvoir per la libertà delle donne è stato assegnato alla giovane pakistana Malala Yousafzai, gravemente ferita dai talibani perché rivendicava dal suo blog il diritto delle giovani all’educazione”. 

 Cinquecentotrentanove anni: cinque secoli per rimetterne insieme l'eredità visiva, riunendo a Palermo, nella Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, dal 14 dicembre al 10 febbraio 2019, quasi la metà delle opere esistenti di Antonello Da Messina. La mostra, inserita nel cartellone degli eventi di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, è organizzata dalla Regione siciliana con la Città di Palermo, a cura del professor Giovanni Carlo Federico Villa. Il progetto è inoltre frutto della fattiva collaborazione fra la Regione e il Comune di Milano dove l'esposizione verrà presentata – a Palazzo Reale, in collaborazione con MondoMostre Skira – dopo la chiusura della tappa palermitana. Inaugurazione oggi alla presenza del sindaco Leoluca Orlando, dell'assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Tusa, del direttore generale Sergio Alessandro, del direttore del Museo Abatellis Evelina De Castro, del direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, dell'Ad di MondoMostre Simone Todorow.

Un'eredità dispersa

Anche De Antonio Antonello, da Messina, Antonellus Messanensis nell'autografia, ne gioirebbe, sapendo d'altra parte che non si poteva fare prima. Ciò che di lui è sopravvissuto a terremoti, smembramenti, fallimenti di famiglie, naufragi, alluvioni, pareti umide, incuria degli uomini, ignoranza, avidità, insulse paure, dabbenaggini, è disperso in raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell'Atlantico. Mari noti e ignoti attraversati nei secoli da mercanti e intenditori, antiquari, critici, diplomatici: tutti affascinati – come Enrico Pirajno barone di Mandralisca – dagli occhi, dalle luci, dall'incanto enigmatico del più grande ritrattista del Quattrocento (forse di sempre).

Ogni pezzo è giunto qui fortunosamente, avventurosamente: molti misteriosamente. Riportarne buona parte in Sicilia è stata un'impresa. Vasari lo raccontava nelle sue celeberrime Vite come colui che aveva ricevuto il segreto della pittura a olio, l'alchimia meravigliosa di Giovanni di Bruggia, un Jan van Eyck ammaliato dalla grazia del giovane siciliano, che quella tecnica di misture e infinite stesure di colore traslucido aveva appreso, e dal Nord portato nel Mediterraneo, facendo risplendere le tavole della sua avviata bottega messinese e poi le ocre, i lapislazzuli, le terre morbidamente riflesse dai cieli veneti. Non era passato un secolo dalla morte del pittore e Vasari costruiva un romanzo: poiché si erano perse tracce e documenti, si orecchiavano storie e leggende; poi, per altri secoli, il silenzio. Fu un giovane appassionato d'arte, Giovan Battista Cavalcaselle, a ricostruire amorevolmente il primo catalogo del Messinese.

Il sisma che cancellò la sua città e la sua memoria

Seguì un formidabile erudito messinese, Gaetano La Corte Cailler, che trovò e trascrisse documenti notarili che testimoniavano gli eventi minuti della famiglia del pittore: il testamento della nonna, il ritorno in brigantino dalla Calabria della famigliola del pittore, la dote della figlia; il testamento infine di Antonello, datato febbraio 1479. Altro di lui non c'era: un'alluvione aveva disperso le ossa in un antico cimitero, più terremoti avevano distrutto prove documentarie a Noto e in altri paesi siciliani. L'antica Messina era già stata distrutta e poi ricostruita nel 1783. Definitivamente alle ore 5,21 del lunedì 28 dicembre 1908: un terremoto del decimo grado Mercalli, poi il maremoto. Di Messina non resta nulla: e nulla dell'archivio con i documenti trascritti da La Corte Cailler.

Salvo questi referti, oggi nulla di nulla sapremmo del più grande e ammirato pittore siciliano. Da allora però molto si è potuto riconoscere, ripulire, attribuire: il catalogo si è fatto scientifico, le ricerche continuano, le attribuzioni certe si susseguono. Iniziano Lionello e poi il padre Adolfo Venturi, Bernard Berenson dà contributi fondanti dopo parziali incertezze. Roberto Longhi già nel 1914 ricolloca Antonello a fianco dei veneziani, e segnatamente di Bellini, facendone l'anello di congiunzione creativa fra i ponentini, gli amati fiamminghi, e la grande stagione veneziana, mediata appunto dall'isolata riflessione sulla prospettiva e la morbidezza della luce centroitaliana, i volumi di Piero della Francesca.

Dagli Uffizi arriva il trittico della Madonna col bambino

Fra questi ritrovamenti saranno in mostra una Crocifissione che Voll nel 1902 suggerisce di Antonello, parte della collezione del barone Samuel von Brukenthal a Hermannstadt. Sempre in mostra la scoperta fatta all'importantissimo convegno messinese del 1981 da Federico Zeri di un'opera giovanile, una tavoletta devozionale di 15 centimetri per 10, consumata dai baci del fedele che se la portava al seguito in un astuccio di cuoio. E ora l'Ecce Homo con San Gerolamo nel deserto al recto. Dagli Uffizi arriverà l'importantissimo trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni Battista acquistati dall'allora ministro dei Beni Culturali Antonio Paolucci nel 1996 e il San Benedetto di straordinaria qualità pittorica che la Regione Lombardia acquista tramite Finarte nel 1995, oggi in deposito nel museo fiorentino.

Dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia è in arrivo il ritratto di giovane gentiluomo (a lungo considerato il suo vero volto) trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l'11 maggio 1970 e recuperato sette anni dopo dal nucleo di Tutela Patrimonio Culturale dell'Arma dei Carabinieri. E l'affascinante storia del Barone di Mandralisca che torna da Lipari con il ritratto su tavola di un ignoto il cui beffardo sorriso ha sconvolto la mente della figlia del farmacista nella cui bottega, sportello di mobile, è giunto per vie misteriosissime? Diventa lo splendido romanzo "Il sorriso dell'ignoto marinaio" primo capolavoro di Vincenzo Consolo.

L'Annunciazione resta a Siracusa

I visitatori non vedranno però l'Annunciazione, custodita a Siracusa. "Ieri, gli addetti al trasporto, con il furgone che avrebbe dovuto contenere la tela, sono tornati nel capoluogo senza la preziosa opera d’arte, o meglio, solo con quella prelevata a Messina, come da programma", spiega il Giornale di Sicilia, "sembra che siano sorti numerosi problemi tecnici e la direzione del Museo Bellomo – dove il prezioso e fragilissimo dipinto è in esposizione racchiuso dentro una teca a temperatura controllata e con un impianto luci adeguato – si sia opposta al prelevamento e al successivo trasloco".

"Da Siracusa era partita l’iniziativa di un presidio di protesta proprio davanti alla galleria regionale dove il dipinto si trova dagli inizi del ‘900", racconta La Sicilia, "promotore è il docente di Storia dell’arte alla facoltà di Architettura, già preside della locale Accademia delle Belle arti, Paolo Giansiracusa.

"L’Annunciazione di Antonello da Messina – spiega – è un dipinto del 1474 traumaticamente trasferito dalla tavola alla tela a causa dell’assoluta inconsistenza strutturale del supporto ligneo. Corroso dall’umidità, sottoposto a continui interventi di manutenzione e restauro, è in precarie condizioni a causa dei danni subiti nel tempo. Per difenderlo – aggiunge – è stato inserito in una teca di vetro. La stessa Regione ha emanato nel 2013 un decreto di inamovibilità che oltre al capolavoro di Antonello comprende altre opere di pregio. E poi – aggiunge – il ruolo di Palermo capitale della cultura non doveva servire a dislocare iniziative nel territorio regionale? Com’è che dislocare è diventato accentrare e traslocare?".

Un novecento difficile, grigio o rosso come il sangue, dove gli eserciti si sfidano, il popolo cerca di salvarsi. Momenti eroici e struggenti, passioni d'amore con scene che rimandano alla distruzione della seconda guerra mondiale. Tradizione e tecnologia con video, flash-back e luci led come in un concerto pop. È l'Attila di Giuseppe Verdi, composta quando era poco più che trentenne, che questa sera ha inaugurato la stagione del teatro alla Scala di Milano, che l'ha apprezzata tributandogli oltre 14 minuti di applausi, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Insieme all'opera è lui la star della serata, salutato con un'ovazione quando ha fatto il suo ingresso nel palco reale: oltre 5 minuti di applausi e molti "bravo, bravo". A lui d'altra parte "Milano vuole molto bene" ha poi commentato il sindaco Giuseppe Sala, che ha visto l'opera nel palco d'onore insieme a Mattarella, accompagnato dalla figlia Laura. Anche il direttore Riccardo Chailly si è detto "commosso" per come è stato accolto il Capo dello Stato, che "sta portando avanti un mandato straordinario", dunque "è giustificatissimo un applauso di quella lunghezza, visto l'impegno e la difficoltà che lui ha affrontato e sta continuando ad affrontare". 

"La musica e la cultura ultimo baluardo della democrazia"

Nell'intervallo un saluto agli artisti da parte del Capo dello Stato e una tappa nel camerino di Chailly per fargli i complimenti. A lui ha detto: "La musica e la cultura sono l'ultimo baluardo della democrazia" come riferisce il maestro. Parole apprezzate da tutti, anche dal regista Livermore: "Il presidente Mattarella ha detto cose meravigliose". La sua presenza ha contagiato tutti, e si è sentito quando è partito l'inno di Mameli, cantato anche dal coro dietro le quinte.

Innovativa la direzione del maestro Riccardo Chailly "soddisfattissimo" di come è andata, e originale la regia di Davide Livermore che dalla platea applaudiva a scena aperta i suoi cantanti, seguito dal pubblico. In particolare il basso russo Ildar Abdrazakov, uno dei più ricercati del momento, è stato amatissimo dal pubblico. Accanto a lui, Odabella interpretata dal soprano spagnolo Saioa Hernandez che ha ringraziato dei fragorosi applausi baciando il palcoscenico.

Successo anche per Fabio Sirtori che interpretava il cavaliere Foresto, e George Petean nei panni del generale romano Ezio. Una messinscena imponente con cori affollati di adulti e bambini, con gli Unni guidati da Attila indossano divise che ricordavano molto quelle naziste, con cavalli sul palco, e sullo sfondo una città distrutta e un ponte che, per rispetto alla tragedia di Genova, non crolla per mostrare lo sfacelo del paese come nelle intenzioni originarie, ma si divide in due parti che lentamente si allontanano. 

A questa serata che viene considerata "la serata d'opera più importante del mondo", per dirla come il sovrintendente Alexander Pereira, erano presenti molti personaggi del mondo della politica, più numerosi che negli ultimi anni: accanto al padrone di casa, il sindaco Sala e al presidente della Regione Attilio Fontana, i ministri Tria e Bonisoli, il presidente del Senato Alberti Casellati, l'ex premier Monti e la senatrice a vita Liliana Segre. Tanti i 'big' del mondo dell'imprenditoria e della finanza italiani: dai vertici di Intesa Sanpaolo, Messina, Gros Pietro, Bazoli, al patron della Brembo, Bombassei e la presidente di Eni, Emma Marcegaglia. Presenti inoltre, il presidente di Assolombarda, Bonomi, il presidente di Mediaset, Confalonieri, il ceo di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine.

L'ingresso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel palco reale del teatro alla Scala, per assistere all'Attila, la prima della stagione, è stato salutato da lunghi e forti applausi da tutto il Piermarini al completo, oltre 2 mila persone. Per lui un'accoglienza estremamente calorosa. In molti hanno urlato "bravo, bravo" più volte. Ad applaudire il capo dello Stato anche il ministro dell'economia Giovanni Tria, il ministro della cultura Alberto Bonisoli. A precedere l'esecuzione dell'opera, l'Inno di Mameli in omaggio al Capo dello Stato.

Serafina Ignoto è al suo esordio narrativo, e ha scattato venti 'fotografie' di un Mediterraneo mare di piccole storie, di morte e vita, che incrociano la Storia e disegnano l'affresco di un tempo in cui solo ai bambini è dato "riconoscere l'amore".

"Pane e mare" (pubblicato da Navarra e reperibile nello stand dell'editore alla Fiera Più libri piu' liberi in corso a Roma in questi giorni) le raccoglie, con una prefazione in cui Paolo Restuccia, regista de "Il ruggito del coniglio", autore e direttore della scuola di scrittura 'Omero', scrive del modo in cui "i sommersi e i salvati, le storie e la cronaca, la politica e l'amicizia, l'eros e l'amore si mescolano riga dopo riga" in un "tono uniforme e compatto, che rende vicine narrazioni diverse per epoca area geografica, personaggi e azioni". Diverse tra queste trovano lo scenario a Palermo, in cui Serafina Ignoto e' nata 51 anni fa e ha frequentato la scuola teatrale di Franco Scaldati.

È dalla Sicilia che "Pane e mare" arriva, con una copertina sognante del fotografo siciliano Petra Sappa. "Arriva dalla mia terra la Sicilia, ma priva di confini geografici netti", ribadisce l'autrice, insegnante in una scuola elementare, in questa intervista con l'Agi.

"In fondo – continua – la Sicilia è sempre stata il centro nevralgico di una storia millenaria che ha superato le sue stesse frontiere fisiche. Il Mediterraneo è da sempre il crocevia che ha portato di tutto, in quello che oggi chiamiamo Occidente, dalle guerre al progresso. Penso ai Fenici, a cui si attribuisce la fondazione di Palermo: un popolo che già conosceva i sistemi di navigazione notturni, orientandosi con le stelle. E se pensiamo al ruolo che ebbe la Sicilia nelle guerre puniche, contro i CartAginesi, possiamo scorgere una legge costante di quello che ancora oggi avviene: una parte di mondo che preme sull'altra per cercare benessere, progresso. Il pane, sebbene cambi forma e tipologia, è l'alimento per antonomasia, comune a ogni popolo. È simbolo di nutrimento necessario, basilare. È simbolo di vita".

Cercano 'pane' i bambini che attraversano il Mediterraneo, e che nel racconto 'Terramare', tramite un efficace salto temporale, si trovano insieme ai piccoli zolfatari nelle miniere siciliane di fine Ottocento. "Non sempre – spiega Ignoto – c'e' un motivo razionale in cio' che si racconta. A volte affiorano delle immAgini mentali che premono per farsi parola scritta. Il fil rouge che lega i carusi delle zolfare e questi bambini di oggi, morti nel nostro mare, e' l'infanzia negata. I primi perche' venduti dalle famiglie per fame; i secondi mandati a morire nel tentativo estremo di salvargli la vita, al di qua del Mediterraneo. Come vedi, il Mediterraneo torna, dopo millenni, a emergere come nucleo vitale, a essere ponte: la possibilita' di superarlo, di oltrepassarlo equivale alla salvezza, al riscatto". Il fil rouge e' anche linguistico, nell'uso del dialetto, qui e solo qui, sporco e lacero come i bambini; poetico e brusco, come nella lezione di Scaldati.

Poetica, è la stessa Palermo di Serafina Ignoto, che abbiamo visto insanguinata per decenni e oggi ci viene restituita teatro di amicizie, amori, erotismo: tragedia e farsa. Si è appena lasciati alle spalle Antonio Gramsci che in "Nino e l'isola" tesse a Ustica, dove si trova al confino, un innamoramento selvaggio come la natura intorno, che ci si imbatte in Giovanni e Luigi, "Per sempre amici".

La Storia entra in quell'amicizia, che supera le barriere ideologiche del Novecento, in una città in cui la mafia non ha sempre e comunque la meglio sulla vita di chi vi abita. Anzi, talvolta sembra scomparire: "In realtà – sottolinea l'autrice – il tema viene appena sfiorato, corre sottotraccia: i due protagonisti sono stati due noti avvocati palermitani, uno dei quali si e' anche occupato del primo maxiprocesso. L'altro personaggio, però, in tempi di molto precedenti quegli anni, fa una scelta precisa di carriera, rifiutandosi consapevolmente di avere punti di contatto con gli ambienti mafiosi, sebbene non vi fosse ancora, in quegli anni, una vera e propria coscienza antimafia.

I due amici attraversano un altro momento cruciale della storia italiana: la "primavera di Palermo", in cui si materializza nei comportamenti collettivi un nuovo corso: da una parte la cultura mafiosa, per la prima volta manifestamente ritenuta come corpo estraneo; dall'altra un rinnovato senso dello stato che vede nella forza del rispetto delle leggi il mezzo per abbattere lo strapotere sanguinario della mafia". Luigi e Giovanni, diversi fin nella fede calcistica (juventino il primo, interista il secondo) credono nel diritto, e nell'amore per il diritto saldano quel "per sempre" che vive fin dall'inizio del racconto.

Serafina Ignoto

In 'Pane e mare, scrive ancora Restuccia, "non si ha mai la sensazione di saltare di palo in frasca", perfino quando, dopo aver letto della lacerazione di un aborto o di un nonno innamorato dei libri, si arriva alla comicita' di Simone, playboy invidiato dal condominio in cui abita e a quella di una famiglia che brinda e fa festa dopo la quotidiana rissa: "Spesso – dice Serafina Ignoto – la realtà supera la fantasia. Il parossismo lo riscontriamo ovunque, nelle situazioni di ogni giorno. I fatti trAgici presentano tratti così incredibili da trasformarsi sovente in fatti comici. La capacità di ridicolizzare persone o situazioni negative o dolorose, è un modo per sconfiggerle, per depotenziarne la capacità di offesa. Mi piace ridere, a cominciare da me stessa".

La capacità di sorridere delle cose ci riporta ai bambini: cosa ci possono insegnare? Cosa ne stiamo facendo, noi adulti, del progetto di futuro che è in loro? "Siamo tutti parte – risponde Ignoto – di quella che Bauman definiva "la società liquida". Una società che ha perso ogni punto di riferimento: umano, geografico e normativo. Non ci sono più sentieri tracciati entro cui muoversi e guidare i bambini. Non hai più un patrimonio collettivo di sapere da consegnare. Oggi abbiamo a che fare con i saperi, al plurale. E spesso sono saperi molto contraddittori. Cerchi di dar loro i codici di accesso di un fortino molto complicato che oltretutto e' in costante cambiamento. E in questo mondo così complesso, i bambini sono in grado di disarmarti con un sorriso, con un'espressione di meraviglia. O con la gratitudine, quando ti percepiscono come guida salda. Riconoscono l'amore che dedichi loro, tutto qui".

Dieci ritratti di donne italiane a Bruxelles: le loro storie, i loro sorrisi e le loro differenze, il loro rapporto di amore-odio per le istituzioni dell’Unione europea, la passione e l’energia, ma soprattutto la serietà professionale con cui affrontano le diverse attività che svolgono, tutte in qualche modo legate al progetto europeo. Sono le protagoniste del libro "Europee, dieci donne che fanno l’Europa "(Textus Edizioni), in cui ognuna di esse racconta la propria esperienza.

Sono il campione di un mondo femminile formato da migliaia di italiane di tutte le età e formazioni, che nella città simbolo dell’Europa sono particolarmente attive e determinate a fare andare meglio le cose nel loro continente, consapevoli delle difficoltà e della crisi che sta attraversando ma anche delle potenzialità che il progetto comune continua ad avere. 

Poliglotte allegre e divertenti

Sono poliglotte, cosmopolite, allegre e divertenti e si contrappongono a quell’idea di una Bruxelles grigia e inutile che prevale nella propaganda populista ed euroscettica. Attive nel mondo dell’associazionismo, della comunicazione, della cultura, della politica, degli affari e delle istituzioni, le italiane d’Europa lavorano sodo ogni giorno, anche se non sempre con la soddisfazione che meriterebbero e spesso anche in disaccordo con il funzionamento della macchina comunitaria e con le sue scelte politiche, quelle stesse che contribuiscono ad allontanare la gente dal progetto europeo.

Come nasce il libro

Si raccontano in un libro pubblicato da Textus, e nato da un’idea della co presidente dei Verdi europei, Monica Frassoni (nella foto in alto), ex eurodeputata in due legislature, la prima volta eletta in Belgio e poi in Italia. Era in volo con molte altre “europee” sull’aereo che le riportava a Bruxelles dopo che avevano partecipato a vario titolo alle celebrazioni per i 60 anni del trattato di Roma, nella primavera del 2017.

Dalla discussione “in quota”, sorvolando le Alpi ancora un po’ innevate, è emersa in quella occasione, per poi essere approfondita in successivi incontri, la preoccupazione per un clima, non solo in Italia, di crescente insofferenza nei confronti dell’Europa, assieme all’esigenza di fare emergere anche i suoi aspetti positivi, oltre che le prospettive di rinnovamento di istituzioni un po’ ingessate.

"L'Unione europea è vissuta come una costruzione grigia e rigida – spiega Frassoni –  Lontana dai cittadini, noiosa e dannosa, tutta tecnicismi e finanza, un progetto che rischia di affondare sotto il peso delle sue inefficienze e della crescente ostilità dei suoi stessi cittadini. Eppure l'Ue è un progetto positivo e indispensabile, anche oltre i 7 decenni di pace che ci ha finora garantito e i tanti passi avanti in termini di libertà e qualità della vita, ed è ancora capace di mobilitare energie e passioni”. Il libro viene presentato per la prima volta l’8 dicembre a Più libri più liberi, il festival dei piccoli editori in programma alla Nuvola di Fuksas, alla Fiera di Roma. 

Ennio Fantastichini se n'è andato a 63 anni stroncato da una grave emorragia cerebrale conseguenza di una leucemia acuta promielocitica che aveva già colpito cervello, polmoni e intestino. L'attore era ricoverato da quindici giorni nel reparto di rianimazione dell'azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli. 

Nato a Gallese, paese in provincia di Viterbo, il 20 febbraio 1955, è il secondo figlio di un maresciallo dei carabinieri (il fratello maggiore, Piero, è un noto pittore e scultore). Vive a Fiuggi dove il padre comandava la locale stazione fino al 1975 quando si trasferisce a Roma per studiare recitazione all'Accademia nazionale d'arte drammatica.

Gli esordi e il successo

L'esordio nel cinema nel 1982 con il film 'Fuori dal giorno' scritto e diretto da Paolo Bologna. Quindi recita una piccola parte nel film 'I soliti ignoti vent'anni dopo' (1985) di Amanzio Todini al fianco di Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Nel 1988 è coprotagonista, con Laura Morante e Mario Adorf, del film per la tv 'I ragazzi di via Panisperna' di Gianni Amelio, dove interpreta Enrico Fermi.

È dell'anno successivo il suo primo grande successo, nel ruolo del criminale Tommaso Scalia che dev'essere condannato a morte nel film 'Porte aperte' di Gianni Amelio, grazie al quale, interpretando quel personaggio accanto al suo maestro Gian Maria Volonté, riceve vari premi: Ciak d'oro 1991, Nastro d'argento (miglior attore non protagonista), European Film Awards (scoperta dell'anno) e il Premio Felix 1991.

Il suo aspetto e il suo carattere sanguigno e duro sono fondamentali per interpretare il romano prepotente accanto a Sabrina Ferilli e Silvio Orlando in 'Ferie d'agosto' (1996) di Paolo Virzì, grazie al quale ottiene una nomina per il David di Donatello 1996. Oltre ad aver interpretato numerosi film Fantastichini recita con successo nelle miniserie tv, da 'La Piovra 7' (1997), a 'Sacco e Vanzetti' (2005), in cui interpreta l'anarchico Bartolomeo Vanzetti (ruolo interpretato nel film di Montaldo proprio da Volonté), fino a 'La freccia nera' (2006), in cui impersona il ruolo del perfido nobile medievale Raniero.

Nel 2007 lo scopre Ferzan Ozpetek che lo vuole in 'Saturno contro' e, nel 2010, in 'Mine vaganti' al fianco di Alessandro Preziosi, Riccardo Scamarcio ed Elena Sofia Ricci (film per il quale vince il David di Donatello come miglior attore non protagonista). Tra i due film di Ozpetek interpreta nel 2008 il film 'Fortapa'sc' di Marco Risi.

Nella laica Francia non sono poi molte: sono sì 255, ma per sconsacrarle c'è voluto più di un secolo. È dal 1905, infatti, che vige la legge per la dismissione del patrimonio ecclesiastico, e le chiese non più in uso, dopo una opportuna desacralizzazione, possono essere messe in vendita come fossero un capannone abbandonato.

Il problema, semmai, è che non sono e non sembrano nemmeno capannoni abbandonati: hanno una loro ben riconoscibile struttura architettonica. Vederle trasformate in discoteche o pizzerie può sembrare insultante.

Il problema, poi, diventa molto più acuto in altri paesi europei. In Germania dal 2000 ad oggi le chiese che hanno smesso di funzionare sono state 500, e altrettante subiranno lo stesso destino, entro dieci anni, in Olanda.

Se Dio non ci abita più

Un enorme capitale economico, a volerla vedere in chiave materialista, ma anche e soprattutto religioso e culturale la cui dismissione rappresenta un rompicapo per la Chiesa di Papa Francesco. Chiamata ad essere dialogante con i tempi nuovi, ma senza rinunciare alla presenza. Per questo motivo l’Università Gregoriana di Roma ha ospitato oggi il convegno “Dio non abita più qui? – Dismissioni dei luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici”. Uno dei primi momenti di una riflessione organica sull’argomento, volta a trasformare quella che ha l’aria di una contrazione della riconoscibilità sul territorio in un’opportunità per nuove forme di presenza, anche fisica.

Il fatto è, ha spiegato oggi il cardinal Gianfranco Ravasi in una intervista al Corriere della Sera, che la secolarizzazione produce indifferenza, l’indifferenza la mancanza di interesse e la mancanza di interesse il vuoto. Si sta lontani da ciò che non coinvolge, e i cattolici (“Una minoranza in Occidente”, spiega Ravasi) devono trovare nuove forme di presenza e di attrazione.

“Nell’Antico Testamento”, spiega ancora Ravasi, “il Tempio è il ‘luogo dell’incontro’, con Dio e con gli uomini”. Quindi “Se non ha più gente, un tempio può essere desacralizzato ma non dissacrato. Farne una pizzeria è blasfemo. Va bene un museo, per dire, o un luogo di incontro su temi e valori anche laici”.

Casa di artisti, luogo di ritrovo

È il caso del Museo Diocesano di Padova, divenuto – ha sottolineato il direttore Andrea Nante – spazio espositivo ma anche “luogo di incontro e di ascolto”, terreno in cui fiorisce una proposta dell’arte come dimostrazione della bellezza della fede cristiana. Oppure della chiesa di San Rocco nella diocesi di Trapani. Prima riaperta come luogo di culto dopo 150 anni (era stata adibita anche ad ufficio postale), poi nella nuova funzione di museo e vero e proprio atelier per artisti, infine come struttura di accoglienza per ricucire il tessuto sociale del quartiere circostante.

Il numero delle chiese dismesse o in via di dismissione in Italia non è certo. La Conferenza episcopale italiana è riuscita ad avviare un censimento non prima del 2013, ma i dati sono in costante evoluzione. Luca Diotallevi, docente di sociologia all’Università di Roma Tre, non ha però dubbi sulla natura reale del problema: “E’ solo leggendo i segni dei tempi che possiamo andare oltre un semplice approccio statistico, per rendere in considerazione le mutevoli esigenze della vita nella società e degli spazi fisici nelle città”.

Tempi nuovi, eppure così antichi

​Le città, infatti, cambiano, e con esse la modalità della presenza della Chiesa. Meno territoriale, forse, più “diffusa” nei gangli della società. Insomma, “chiese aperte” alle esigenze dell’uomo razionalmente lontano, o secolarizzato. La formula, conclude Ravasi, di San Paolo all’Areopago di Atene, luogo di incontro della distaccata e scettica intellighentsia greca: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annuncio".

Si è spento a Roma, all’età di 82 anni il pittore Ennio Tamburi. Nato a Jesi nel 1936, l’artista ha dato espressione ai più significativi movimenti artistici dello scorso secolo e rappresenta uno dei principali esponenti dell’astrazione pittorica dagli anni Ottanta in avanti.

Dopo una lunga e fortunata stagione di sperimentazioni con tecniche diverse (grafica, scultura, assemblaggio), impiegate in una chiave politico-esistenzialista, Tamburi è arrivato a un’opera incentrata sull’uso di pregiate carte orientali su cui  di frequente resi con pittura ad acquerello, definisce composizioni caratterizzate da una tersa continuità visiva. Nello studio del segno, in un linguaggio spesso informale, è riuscito a esprimere una meditazione profonda e toccante su i temi fondamentali della natura, del tempo, dell’esistenza.

Il lavoro per il teatro e il cinema

Ha lavorato anche nel cinema e nel teatro, accanto a registi come Luchino Visconti, Roman Polansky, Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Ma è soprattutto a partire dagli anni Novanta, vivendo e lavorando tra Roma e Zurigo, che ha raggiunto la sua maturità artistica. Tra le mostre più importanti, organizzate in tutto il mondo, la retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma nel 2012, dal titolo ‘Semplice e complesso', in cui l’artista ha presentato le sue composizioni su tela improntate alla ricerca di una maggiore libertà espressiva, attraverso l'utilizzo di una pratica antica, quasi artigianale, e una carta lasciata in molti casi al naturale. 

La materia liquida dei colori

L’ultima esposizione di Tamburi a maggio scorso al Garden Room del Cimitero Acattolico di Roma: ‘Continuum’, excursus di quadri, realizzati appositamente per quello spazio, sul tema del tempo, dell'acqua, delle forme e del loro fluire.

"La mia direzione è verso forme geometriche non finite, fluide, con la materia liquida dei colori lasciata libera di correre – ha affermato l'artista in una recente intervista -. Io creo degli argini sulla carta, ma mi piace anche che le forme passino comunque, sfaldandosi. C’è in questo, credo, un nuovo senso drammatico che è entrato nella mia vita: in effetti, l’acqua è anche qualcosa che sfugge. Come il tempo".    Le opera di Tamburi saranno di nuovo in mostra dal 15 dicembre al 30 gennaio a Taranto, al Centro di Ricerca Arte Contemporanea, in una personale 'Ennio Tamburi, "Continuo"', a cura di Luca Arnaudo e Roberto Lacarbonara.

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