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È stato 17 anni in carcere Dawit Isaak, giornalista eritreo-svedese, di cui Reporter Senza Frontiere, ha presentato il libro, “Hope”, ad Accra, in Ghana, in occasione delle celebrazioni per la 25’ Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa. 

A parlare di questo rappresentante della stampa, simbolo della sofferenza inflitta ai giornalisti che tentano di fare il loro lavoro in paesi soggetti a dittature come l’Eritrea, è stato Aaron Berhane. Suo amico e collega è fondatore dell’ormai bandito quotidiano eritreo ‘Setit’.

“Isaak era un brav’uomo, un giornalista attento e umile che andava nei villaggi a far parlare la gente dei loro problemi, l’accesso all’acqua, all’educazione, al cibo, fino a che ha dato troppo fastidio e insieme ad altri 11 giornalisti è stato incarcerato”, ha ricordato Berhane alla conferenza stampa di lancio degli scritti di Isaak “Hope”, pubblicati in francese ed inglese. 

Dodici anni di silenzio

Dawit è stato incarcerato in occasione di una violenta stretta sulla stampa del governo di Isaias Afewerki, presidente-padrone del paese dal 1993, avvenuta nel 2001 in Eritrea. 

Per circa 12 anni non si sono più avute notizie di Isaak – ha spiegato alla stampa riunita ad Accra Bjorn Tunback, membro di RSF e iniziatore del progetto del libro che raccoglie gli scritti di Dawit – che non ha più potuto incontrare un avvocato o alcun membro della sua famiglia solo per aver fatto il suo lavoro di giornalista”. Dawit Isaak e gli altri 11 giornalisti arrestati con lui nel 2001 sono stati giudicati dal governo di Afewerki come “terroristi”. Isaac, malgrado questo, ha vinto diversi premi come il Guillermo Cano dell’Unesco per la libertà di stampa nel 2017. 

“Reporter Senza Frontiere per gli ultimi 17 anni è stata costantemente impegnata in campagne e petizioni per ottenere il rilascio di Dawit e dei suoi colleghi e il lancio del suo libro “Hope” oggi, nel giorno in cui si celebra nel mondo la libertà di stampa assume un significato particolarmente forte”, è stato il commento di Arnaud Froger, capo del Desk Africa di Reporter Senza Frontiere, presente oggi ad Accra per lanciare il libro del collega eritreo.

Nessuna libertà di stampa in Eritrea

In Eritrea la stampa non è libera, lo ricorda Reporter Senza Frontiere e i pochi Internet Cafè presenti vengono monitorati e le ricerche on line controllate. 

Isaias Afewerki fu eletto presidente dell'Eritrea indipendente dall'assemblea nazionale nel 1993. Era stato il leader de facto prima dell'indipendenza. L'Eritrea è oggi uno Stato a partito unico, con il Partito popolare per la democrazia e la giustizia unico ente autorizzato a operare. Afewerki è stato criticato per non aver attuato le riforme democratiche e per questo il suo governo ha bloccato i suoi critici e ha chiuso la stampa privata. 

Grande partecipazione oggi pomeriggio all'apertura di "Dreamers 1968", la mostra fotografica e audiovisiva sul futuro sognato dalla generazione che 50 anni fa in gioventù si affacciava all'impegno civile e alla politica e 'camminava' con i nuovi divi della musica rock e dello sport. L'esposizione è un'iniziativa dell'AGI ed è organizzata al Museo di Roma in Trastevere. Sarà aperta al pubblico da domani fino al 2 settembre. All'iniziativa è giunto il riconoscimento di una medaglia di adesione presidenziale dal Quirinale. 

Presenti all'inaugurazione, tra gli altri, la ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli, il vice sindaco di Roma con delega alla Cultura, Luca Bergamo, e la presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello. "E' una mostra molto giornalistica, non poteva essere altrimenti, fatta con tante altre agenzie di tutto il mondo, nello spirito del 1968 di fare le cose tutti assieme", ha spiegato il direttore dell'AGI, Riccardo LunaMarco Pratellesi, condirettore dell'AGI, ha sottolineato quanto sia stata importante la comunicazione nel 1968, "perché, oggettivamente, i giornali davano molto spazio alle manifestazioni, agli scontri, alle occupazioni, ma pochissimo alle ragioni degli studenti che protestavano. Da lì nacque l'esigenza degli studenti di diffondere i propri ideali con gli strumenti che avevano".

Fedeli: "Farò di tutto per far venire le scuole qui"

"La mostra è fantastica. Voglio dire che nel 1968 la sinistra ha scoperto la persona e non solo più la comunita'. Abbiamo enormemente bisogno di quella spinta alla libertà e al futuro. Io mi iscrivo nel partito dei sognatori. Nel 1968 mi preparavo a vedere l'"allunaggio" ascoltando Penny Lane dei Beatles", ha commentato Luca Bergamo. "Farò di tutto per far venire le scuole qui, a visitare questa mostra, augurandomi che i ragazzi e le ragazze possano scoprire gli ideali e i valori del 1968, di una generazione giovane che ha cercato di cambiare il mondo", ha detto Valeria Fedeli, "il diritto allo studio, i diritti delle donne sono cose che vengono tutte da quella mobilitazione, quella fu la prima generazione che parlò in termini globali. Una generazione che ha rotto gli schemi e il cui protagonismo ha contribuito a migliorare la vita sociale ed economica del Paese. Le leggi sulla famiglia, sul divorzio, sull'interruzione volontaria della gravidanza che furono varate negli anni successivi erano il frutto di quel movimento, che si è anche mobilitato per dire no a guerre lontane come quella in Vietnam". 

Si chiude con le canzoni della 'ragazza del Piper'

L'anteprima si è chiusa con l'esibizione della 'ragazza del Piper', Patty Pravo, protagonista indiscussa delle serate musicali romane della fine degli anni Sessanta. Da 'Ragazzo triste' a 'Bambola' fino alla chiusura con 'Pensiero stupendo' e 'Pazza idea' l'artista ha proposto una carrellata dei suoi maggiori successi riportando il pubblico alla magia degli anni Sessanta con le loro sperimentazioni musicali. Il pubblico presente ha risposto cantando insieme a lei per tutta la durata del concerto.

Compie 200 anni il filosofo che ha scritto l’altra metà della storia del Novecento. O meglio: non avendo saputo immaginarla, l’ha fatta scrivere agli altri, con risultati spesso tragici. Karl Marx nacque il 5 maggio 1818 da una famiglia della media borghesia di Treviri, in Germania. Città che andava conoscendo i primi singulti della Rivoluzione Industriale e, con essa, le prime profonde ingiustizie che scaturivano da un capitalismo con poche briglie e molta voglia di fare quattrini.

Era un marginalizzato: la famiglia era ebrea, ed il padre cambiò il cognome da Mordecai in Marx per dare ai figli la possibilità di entrare nell’amministrazione dello Stato, o nell’esercito. Un destino da piccolo borghese: poche volte nella storia i sogni dei genitori sono stati così lontani dagli ideali dei figli.

Lo scarso fascino della borghesia

La borghesia, secondo Marx, era al tempo stesso vittima e carnefice nel sistema capitalista, di cui lui analizzò con acume le potenzialità. Carnefice perché imponeva, in un sistema industrializzato, il furto ai danni dell’operaio di parte del suo guadagno legittimo, privandolo del cosiddetto plusvalore del prodotto finito. Una teoria che, paradossalmente, Marx aveva preso dal padre di tutti i liberismi, Adam Smith.

L’idea del plusvalore Marx l’aveva in qualche modo ritorta, adattandola così alla sua visione personale della Storia, mutuata dall’hegelismo di sinistra sulla base di quel concetto così carico di dialettica e mutamento che è, nella Fenomenologia dello Spirito, il rapporto servo-padrone.

La rivoluzione del proletario Karl

In sintesi Hegel sosteneva che c’è sempre un servo e c’è sempre un padrone, e questa è la tesi. Ma poi il servo raggiunge l’autocoscienza, vale a dire si accorge che il padrone lo sfrutta (e questa è l’antitesi). A quel punto rovescia il rapporto, e si rende padrone di se stesso (sintesi, e fine della storia).

Marx, giovanotto brillante e sociologo di splendide letture, applicò lo schema nientemeno che alla storia umana. Si chiama materialismo storico. Con lui il capitalista borghese divenne il padrone, il proletariato il servo, la sintesi la rivoluzione proletaria e la società senza classi: quella in cui tutti sarebbero stati padroni dei mezzi di produzione, con l’eliminazione di qualsiasi sovrastruttura sociale.

Un profeta senza profezia

Scrive Karl Loewith che nell’elaborazione di questa visione ottimistica della Storia giocò per Marx la sua origine ebraica: la Storia non è ciclica, come sosteneva in quegli stessi anni Nietzsche, ma finalizzata ad una Rivelazione. Insomma, più che un filosofo Marx fu un profeta. Il problema è, semmai, che oltre ad essere un profeta disarmato fu anche un profeta senza profezia.

La società senza classi, quella comunista, era infatti una bella espressione che però occorreva riempire: come si sarebbe articolata? Sarebbe stata priva di ogni controllo, come avrebbero voluto gli aborriti anarchici di Bakunin nella Prima Internazionale? Marx non dà risposta, e questo avrebbe avuto nel Novecento, secolo dell’applicazione pratica delle sue profezie, conseguenze terribili.

La vera controrivoluzione inizia a San Pietroburgo

Innanzitutto, quando la Rivoluzione arriva, non arriva dove c’è il capitalismo imperante. Al contrario, la Russia è il paese europeo dove ci sono meno borghesi e meno operai. Quella bolscevica, annoterà immediatamente in Italia Antonio Gramsci, è una rivoluzione “nonostante il Capitale”. Come se i quattro tomi dell’opera centrale di Marx avessero trovato al tempo stesso, sulle strade di San Pietroburgo, la loro conferma e la loro smentita.

Poi, una volta giunti al potere, Lenin e i bolscevichi non hanno quelli che una volta si sarebbero chiamati gli strumenti ideologici per affrontare la fase del socialismo vittorioso. In altre parole: non sapevano che pesci prendere per gestire la stanza dei bottoni. Li soccorse il concetto di dittatura del proletariato. Cioè: in attesa che scompaiano le classi, la classe proletaria avrebbe avuto tutti i poteri. E con essa il partito comunista.

Una fattoria e mille mandarini

Inevitabilmente la storia del marxismo-leninismo fu quella del tentativo di adattare il verbo del Fondatore al processo di creazione di un’autocrazia. Una trasformazione che anni dopo avrebbe trovato ne “La Fattoria degli Animali” di George Orwell la sua migliore descrizione.

Parimenti in Cina il Partito Comunista di Mao Ze Dong avrebbe dovuto adattare lo schema marxiano alla realtà locale, sostituendo i proletari con le masse contadine ed uno stato autoritario sostenuto da un sistema simile a quello dei mandarini ad un partito di rivoluzionari di professione.

Crolla un Muro, viene giù un mondo

Il Comunismo, comunque, si espande per i cinque continenti, ingaggiando in un letale braccio di ferro l’altro sistema politico emerso nel XX Secolo: la democrazia liberale. Il crollo del Muro di Berlino segnerà la vittoria di quest’ultimo modello, ma nel frattempo il comunismo avrà scritto un libro nero i cui capitoli portano come titolo il nome di Pol Pot, di Ceausescu o Stalin. Miseria della filosofia, verrebbe da dire.

Mai dire mai

Due secoli dopo, quindi, qualcuno potrebbe concludere che Marx sia definitivamente passato ai libri di storia del pensiero filosofico, lontano dalla politica pratica e dalla prassi economica. Uno stato d’animo che già si respirava molto tempo fa, quando un primo ministro italiano sancì, dall’alto della sua sapienza, che Marx ormai era stato “mandato in soffitta”. Si trattava di Giovanni Giolitti, e la frase venne pronunciata l’8 aprile 1911. Il bello del marxismo doveva ancora arrivare. Mai sottovalutare le contraddizioni del capitalismo.

Gli ultimi fuochi del comunismo

Dal 9 novembre 1989 Karl Marx con il suo grande amico Engels, aspetta una rivalutazione seduto come un pensionato su una panchina in un’area verde nel pieno centro di Berlino. Ogni tanto si discute se rimuoverne la statua oppure no. Gli anni del furore anche iconoclasta sono passati. Il crollo dei regimi comunisti è custodito nella memoria dei cinquantenni. I millennials hanno verso Marx, quelli che se ne ricordano, l’atteggiamento che si deve tenere verso un’icona del passato. Ma è certo che tutto sia finito, che niente ritorni? In fondo alcuni decenni fa anche il liberismo era dato per spacciato, ma poi sono arrivati Ronald Reagan e Margaret Thatcher e lo hanno di nuovo imposto al mondo.   

Il marxismo resta ancora adesso la dottrina ufficiale della più grande potenza economica emergente, la Cina. Un paradosso, magari, un volo del calabrone. Ma la via cinese al comunismo passa ancora per il controllo da parte del partito dei mezzi di produzione. Gli investimenti stranieri sono benvenuti sotto forma di joint-venture, ma si tratta di una compartecipazione minoritaria. Il comunismo alimenta un sistema capitalista che alimenta a sua volta il comunismo. Una finezza tutta orientale, che di marxismo puro non ha più molto.

Nella Corea del Nord la dottrina marxiana serve unicamente come collante per la tenuta di un regime dinastico e autocratico, dove la maggior parte della popolazione vive come nell’Urss all’epoca del fallimento della Nep: fame e stenti. A Cuba la morte di Fidel Castro ed il ritiro del fratello Raul segnano la fine di un’epoca: ora il comunismo resiste solo per forza d’inerzia. Quel poco di consenso che c’è verso il regime lo dà l’atteggiamento di Donald Trump.

Adam Smith, ancora lui

Eppure niente è del tutto morto: il miglior alleato di Marx non è Engels, ma Adam Smith, quello che già una volta gli fornì la teoria del plusvalore. La crisi esplosa nel 2008, infatti, non è mai stata del tutto debellata, ed è una crisi che ha messo in evidenza quella che in fondo è la vera eredità di Marx, vale a dire il pensiero sociologico.

Il filosofo figlio della piccola borghesia di Treviri, infatti, fu il primo a teorizzare in modo moderno l’esistenza del proletariato, e a capirne le potenzialità. Intuì inoltre con particolare acume alcuni dei processi dell’economia capitalista, come l’accumularsi progressivo di quantità sempre maggiori di ricchezza in un numero sempre minore di mani. Mise in guardia, a suo modo, contro i pericoli del capitalismo sfrenato. Insomma, il Marx analista è risultato, alla lunga, ben più lucido del Marx profeta. Il giorno in cui si riuscirà a distinguere l’uno dall’altro, senza furori ideologici o pregiudizi di alcun tipo, magari potremo finalmente collocarlo tra i grandi pensatori del passato, quelli che possono insegnarci qualcosa anche a distanza di secoli. Basta prenderli con le molle.

Si apre a Roma 'Dreamers. 1968: Come eravamo, come saremo", la mostra organizzata da Agi. In occasione del 50esimo anniversario del 1968, l'Agenzia Italia ricostruisce l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando questa affascinante mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018.

La mostra a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è resa possibile dalle numerose fotografie provenienti dall’archivio storico di AGI e completata con gli altrettanto numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, e intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia. Da qui, AGI ha ricreato un archivio storico quanto più completo del ’68 attraverso le immagini simbolo dell’epoca. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda.

Da Norcia a Furore (in Campania), da Buonconvento (in Toscana) a Morimondo (in Lombardia), passando per Grottammare (Marche) e Castroreale (Sicilia): un viaggio da Nord a Sud per scoprire l'Italia più nascosta, quella dei piccoli centri.

Un percorso descritto e approfondito dalla guida 2018 'I Borghi piu' belli d'Italia', presentata ieri a Roma e giunta alla sua XIII edizione. Tra i 279 comuni contenuti nel volume spicca Monte Isola, in Lombardia, che sorge dalle azzurre acque del lago d'Iseo ed è contemporaneamente montagna, lago e isola e si può raggiungere solo in barca.

Ricca di tesori sottorranei è, invece, Pitigliano, definita la piccola Gerusalemme toscana, che nasconde sotto di sè un'altra città, fatta di oratori rupestri, gallerie e cunicoli per il drenaggio delle acque. Le costruzioni, tutte in tufo, sono inserite nel paesaggio con una compattezza tale che è quasi impossibile separare l'opera dell'uomo da quella della natura. Spostandosi in provincia di Macerata, tra i Sibillini e l'Adriatico, nasce Montelupone: uno dei piccoli centri delle Marche che meglio ha conservato le testimonianze della sua storia. Lo si capisce subito osservando le lunghe mura castellane con le quattro porte d'ingresso e l'originale pavimentazione in pietra.

C'è poi il paese delle acque, San Gemini in Umbria, famosa per quelle naturali e minerali e le vicine cascate delle Marmore, dove sulle pietre sconnesse della via Flaminia risuonano ancora i passi degli antichi romani, che qui avevano un città, Carsulae, oggi museo archeologico en plein air. Antichi ricordi bizantini e normanni possono invece essere scoperti a Viggianello, in Basilicata, dove fioriscono le ginestre. Scendendo in Puglia si trova Locorotondo, il borgo dalla forma circolare con i vicoli che si incuneano stretti tra le case dai tetti spioventi, un chiaro richiamo ai paesaggi nordici ma che hanno invece origine locale. Nascono dall'esigenza di racchiudere volte a botte dal profilo molto rialzato.

Sono solo alcuni dei borghi e delle attrazioni descritte nella nuova guida, rinnovata nella veste grafica e nella quale sono contenuta oltre 2.200 fotografie. Tutti i 'borghi certificati' nel volume non superano i 15mila abitanti e sono popolati nei loro centri storici da almeno 2mila persone. Nelle 672 pagine sono contenute tutte le informazioni necessarie per organizzare un viaggio e sono mostrate al visitatore le bellezze architettoniche, i panorami, la storia e i piaceri della tavola, svelando l'anima profonda della provincia italiana.

Non mancano cenni alle produzioni artigianali, alle feste, agli eventi più significativi e alle tradizioni di ogni territorio. Nel volume, che può essere acquistato in edicola, in libreria e online, sono segnalate anche numerose strutture per suggerire al lettore dove dormire, dove mangiare e informazioni utili per lo shopping. "Il prezzo di 14 euro è volutamente abbordabile, con il passare degli anni cerchiamo di mantenerlo basso affinché possa essere diffuso il più possibile", ha sottolineato il presidente dell'associazione 'I Borghi più belli d'Italia', Fiorello Primi, nel corso della conferenza stampa di presentazione a Roma nella sede Enit.

"Vogliamo – ha proseguito – che tanta gente vada nei nostri borghi perché sono la vera ricchezza che l'Italia può presentare al mondo. Riscontriamo ciò soprattutto all'estero, dove vediamo un interesse straordinario per questi piccoli comuni. Attraverso la guida riusciamo a presentare un Italia diversa che non ha niente da invidiare rispetto a quella più conosciuta. Siamo convinti – ha concluso Primi – che il patrimonio che gli italiani hanno appartenga all'umanità, abbiamo quindi il dovere di salvaguardarlo e dobbiamo dare l'opportunità a tutti di conoscerlo".

La guida è realizzata dall'associazione 'I Borghi piu' belli d'Italia' insieme alla Societa' Editrice Romana (SER). La sua promozione avviene anche attraverso il sito www.borghipiùbelliditalia.it, che ogni anno registra oltre 1,3 milioni di visitatori unici, e la rivista Borghi Magazine, distribuita in tutte le edicole sul territorio nazionale in oltre 50.000 copie e disponibile anche nell'edizione digitale inclusa nell'offerta di abbonamento.

Attraverso questo sistema integrato di comunicazione, il mondo dei Borghi si presenta al grande pubblico, permettendo alle persone di ritrovarsi protagoniste di questo patrimonio d'eccellenza. "Con la XIII edizione della Guida de I Borghi piu' belli d'Italia – ha dichiarato ancora Primi – continua il nostro viaggio alla scoperta dell'Italia nascosta: questo è infatti lo slogan cha abbiamo coniato 16 anni fa, quando nasceva l'associazione, e che è sempre più attuale grazie all'interesse crescente che sta riscuotendo l'universo Borghi".

Raccontando i 279 borghi contenuti nella guida vengono messe in evidenza oltre 450 bellezze, tra musei e opere d'arte. Per la prima volta quest'anno, grazie ad un accordo con Poste Italiane, al volume è stato allegato un primo francobollo, ne usciranno altri 4 nel corso dell'anno.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è il contributo di Riccardo Luna, giornalista, direttore dell'Agenzia Italia.

 

Questa non è una mostra sul passato ma sul futuro. Sul futuro che sognava l’ultima generazione che non ha avuto paura di cambiare tutto per rendere il mondo migliore. Che si è emozionata e mobilitata per guerre lontane; che ha sentito come proprie ingiustizie subite da altri; che ha fatto errori, certo, ha sbagliato, si è illusa, è caduta, ma ha creduto, o meglio, ha capito che la vera felicità non può essere solo un fatto individuale ma collettivo, perché se il tuo vicino soffre non puoi non soffrire anche tu. Nessuno si salva da solo.

Quello che ci ha colpito costruendo questa mostra, sfogliando le migliaia di foto che decine di agenzie e archivi ci hanno messo a disposizione con una generosità davvero stupefacente, come se tutti sentissero il dovere di contribuire alla ricostruzione di una storia che riguarda i nostri figli molto più che i nostri padri; quello che ci ha colpito sono gli sguardi dei protagonisti, l’energia dei loro gesti, le parole nuove che usavano.

Sui muri di Parigi qualcuno scrisse: “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”. C’è qualcuno oggi che ha il coraggio di farlo? O che pensa che sia giusto farlo? Che abbia senso farlo? C’è qualcuno che ha la caparbietà di essere ottimista senza apparire sciocco? Eppure è questa voglia di futuro il motore di tutte le grandi innovazioni della storia dell’umanità. In quei giorni, quelli del maggio francese, Robert Kennedy, poco prima di essere ucciso, durante la campagna elettorale che avrebbe dovuto portarlo alla Casa Bianca, esprimeva lo stesso concetto prendendo in prestito una frase che compare in un’opera minore del 1920 di George Bernard Shaw: «Alcuni uomini vedono le cose come sono e chiedono: perché? Io sogno cose non ancora esistite e chiedo: perché no?».

C’era nell’aria una spinta per il cambiamento che andava al di là del movimento studentesco ed operaio. A Città del Messico Dick Fosbury ha cambiato il modo di saltare provando a farlo a pancia all’aria, “l’impossibile”; i cantautori in Italia hanno cambiato il modo di cantare; la Nazionale di Valcareggi ha cambiato il modo di giocare dopo la disfatta con la Corea del Nord; le donne hanno cambiato il modo di vestirsi e stare al mondo; e alla vigilia di Natale tre astronauti hanno cambiato la nostra percezione del mondo scattando una storica foto, una foto fatta alle spalle della Luna che mostrava per la prima volta la Terra a colori in tutta la sua bellezza e fragilità. Non ci sarebbe stato l’ambientalismo se non avessimo visto quella foto.

Alla Nasa, per calcolare la rotta che l’anno dopo avrebbe portato i primi uomini sulla Luna, gli ingegneri usavano uno strano oggetto fatto in Italia: si chiamava Programma 101, la P101, ed era un personal computer, un computer personale, una follia, perché fino ad allora i computer erano grandi come palestre e servivano ai governi o alle multinazionali. Poi un giovane ingegnere Piergiorgio Perotto aveva immaginato che un giorno tutti avrebbero potuto avere un computer sul tavolo, “l’impossibile”, e si era detto “perché no?”. E lo aveva fatto.

La rivoluzione digitale, che ancora oggi non sembra arrestarsi, si sarebbe manifestata presto, ma intanto già in quell’anno, il 18 luglio, Robert Noyce e Gordon Moore fondano la Intel in un luogo che tre anni dopo per la prima volta un giornalista chiamerà “Silicon Valley”. Tre mesi prima Joseph Licklider e Robert Taylor, due informatici che lavoravano per una agenzia del Pentagono, avevano pubblicato un breve saggio profetico. Si intitolava “I computer come strumento di comunicazione” e inizia con queste esatte parole: “Tra pochi anni gli uomini potranno comunicare più efficacemente attraverso un computer che guardandosi negli occhi”. Un anno dopo Licklider e Taylor li ritroviamo fra coloro realizzeranno il primo collegamento fra computer, Arpanet, antesignano di quella rete che poi diventerà Internet.

Nel 1968 tutte queste persone lo sapevano benissimo dove stavamo andando. Verso un mondo migliore. Dovevi avere il coraggio di sognare per fare tutte queste cose. Di sognare e di batterti per realizzare i tuoi sogni. Per questo Dreamers è una mostra sul futuro. Una strada per ricominciare a sognare.

 

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Sabato 5 maggio apre al pubblico la grande mostra fotografica e multimediale “Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Già venerdì 4, però, si inizierà dalle 12, al Museo di Roma in Trastevere, con la preview dedicata alla stampa; si continuerà poi dalle 17 con l’anteprima.

Chi ci sarà 

  • Luca Bergamo, Vice Sindaco Roma Capitale;
  • Valeria Fedeli, Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,
  • Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali,
  • Gianni Rivera, che ricorderà le imprese sportive del 1968;
  • Giuseppe Cerbone, direttore generale e amministratore delegato Ansa
  • Salvatore Ippolito, amministratore delegato AGI;
  • Maria Pia Ammirati, Direttrice Rai Teche,
  • Giuseppe De Rita, Presidente Censis,
  • Vincenzo Vita, Presidente AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico;
  • Vittorio Alvino, Presidente Openpolis,
  • Gaetano Blandini, Direttore Generale SIAE,
  • Andrea Dezzi, Confondatore Marcello Geppetti Media Company;
  • Roberto Fabbricini, Commissario FIGC;
  • Maurizio Riccardi, Direttore Archivio Riccardi;
  • Carlotta Valitutti, Speaker VoiceBookRadio;
  • Sabrina Rossi, Sales Director AFP;
  • Enrica Scalfari, amministratore delegato AGF;
  • Anna Acquistapace, Strategy Consultant di LUZ;
  • Paolo Messa, Editore Formiche;
  • Edoardo Bucci, Fondatore Scomodo;
  • Paolo Conti, Corriere della Sera;
  • Paolo Festuccia, La Stampa.

Chiuderà la serata l’esibizione sul palco di Patty Pravo.

Perché questa mostra

In occasione del 50esimo anniversario del 1968, AGI Agenzia Italia ricostruisce l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando questa affascinante mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018.

La mostra a cura di AGI Agenzia Italia, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e con il patrocinio del MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è resa possibile dalle numerose fotografie provenienti dall’archivio storico di AGI e completata con gli altrettanto numerosi prestiti messi a disposizione da AAMOD-Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, AFP Agence France-Presse, AGF Agenzia Giornalistica Fotografica, ANSA, AP Associated Press, Marcello Geppetti Media Company, Archivio Riccardi, Contrasto, Archivio Storico della Biennale di Venezia, LUZ, Associazione Archivio Storico Olivetti, RAI-RAI TECHE, Corriere della Sera, Il Messaggero, La Stampa, l’Espresso. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

L’iniziativa nasce da un’idea di Riccardo Luna, direttore AGI e curata a quattro mani con Marco Pratellesi, condirettore dell’agenzia, e intende delineare un vero e proprio percorso nell’Italia del periodo: un racconto per immagini e video del Paese di quegli anni per rivivere, ricordare e ristudiare quella storia. Da qui, AGI ha ricreato un archivio storico quanto più completo del ’68 attraverso le immagini simbolo dell’epoca. Non solo occupazioni e studenti, ma anche e soprattutto la dolce vita, la vittoria dei campionati europei di calcio e le altre imprese sportive, il cinema, la vita quotidiana, la musica, la tecnologia e la moda.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Gino Castaldo, giornalista di Repubblica e scrittore.

 

Si potrebbe partire da un paradosso, dicendo che le più rappresentative canzoni italiane del 1968 sono quelle degli anni successivi, perché per la musica quell’anno fu soprattutto un’incredibile semina, che germogliò col tempo, a meno che non pensiamo a quel furore di lotta che generò slogan pronti e già fatti per essere cantati a squarciagola nelle strade dei cortei: 'Contessa' per intenderci.

In realtà c’erano già all’opera Guccini e De André. Guccini aveva inventato le prime canzoni di “coscienza” vagamente politica, 'Dio è morto' sopra ogni altra, e poi 'Auschwitz', mentre De Andrè declinava il suo lessico antiborghese dal suo eremo intellettuale, al riparo da piazze e concerti.

Di segni però ce n’erano tanti, perfino a Sanremo, dove per la prima volta, anche per espiare il senso di colpa dovuto al suicidio di Tenco dell’anno precedente, vinse un cantautore, l’elegante e rigoroso Sergio Endrigo. Ma in realtà ci sono almeno due canzoni esemplari, apparentemente lontane da tutto quello che suonava sessantottino, e che invece dicono tanto di quell’anno, di quel periodo, delle trasformazioni profonde e irreversibili che stavano scuotendo la trama storica e sociale del nostro paese.

Roma, Adriano Celentano si reca alla conferenza stampa per film Serafino con la moglie Claudia Mori, primo ottobre 1968. Agi

La prima si intitola 'Vengo anch’io', uscì a marzo e la cantava il più stralunato e irriverente dei cantanti, il milanese Enzo Jannacci, che di solito parlava di emarginati, poveracci, barboni e squilibrati. Ma per l’appunto si era nel 1968, e anche quello spiritoso “vengo anch’io, no tu no”, sembrava alludere a desideri di partecipazione, ironici e dissacranti, anche se il testo fu in realtà censurato, con l’accordo dell’autore, perché in origine molto ma molto più violento, estremo, eppure, grazie anche a quel minimo di cautela, l’esito fu clamoroso.

Il pezzo andò in classifica, e anche questa novità portava la firma del 1968. A maggio uscì l’altra prodezza, un colpo di genio firmato da Paolo Conte e Vito Pallavicini, intitolato 'Azzurro', e a portarlo dritto nel cuore e nell’immaginario collettivo degli italiani fu Adriano Celentano. La canzone non parlava del 1968 eppure sembra catturarne l’essenza, così come a volte fanno le canzoni, con quello che non dicono, ovvero con un gigantesco sottotesto. Dietro le strofe di Azzurro, dietro lo spaesato e malinconico marito rimasto in città in piena estate, che rimpiange esotismi e storie mai cominciate, c’è tutto un mondo di cambiamenti, c’è una società in cammino, “che all’incontrario va” esattamente come il treno dei desideri, tutto ribaltato, vecchio e nuovo, passato e presente, famiglia e solitudini. Ovviamente sotto un cielo completamente azzurro.

 

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Palazzo dei Papi, poi dei Savoia e poi del presidente della Repubblica, il Quirinale resta, mentre tutto passa, cambiano epoche, cadono regimi. E ogni momento, nelle stanze in cui è passata la storia, è stato misurato dallo scorrere delle lancette di più di duecento pendole e orologi.

Si tratta della più importante collezione italiana di questi veri e propri gioielli di meccanica ed ebanisteria, costruiti dal 1600 al secolo scorso e raccolti prevalentemente dalla casa regnante sabauda. Tutti gli esemplari custoditi al Quirinale, in prevalenza di manifattura francese, sono perfettamente funzionanti, mantenuti ancora oggi da ricercatissimi artigiani, che non solo conservano, ma aggiustano ricreando ingranaggi usurati che sono impossibili da trovare sul mercato.

Grazie a loro è nata una vera e propria 'diplomazia degli orologi'. Più di una volta, infatti, i capi di Stato ospiti del presidente della Repubblica hanno avuto modo di ammirare i preziosi soprammobili e di spiegare che anche loro, nei loro palazzi, ne avevano di simili ma… Irrimediabilmente rotti. E purtroppo, a dispetto dell'estetica, non c'è nulla di più proverbialmente inutile di un orologio rotto.

Guarda qui la gallery degli orologi

Sergio Mattarella si è allora offerto di inviare, come novelli agenti speciali, gli orologiai e gli ebanisti del Colle, per restituire il ticchettio alle sale presidenziali dei paesi alleati. Piccoli gesti, sicuramente, ma molto apprezzati dai Presidenti amici, e vetrina dell'eccellenza degli artigiani italiani.

Da venerdì 4, quarantotto degli esemplari più rari e curiosi saranno esposti al pubblico, in una mostra che resterà aperta fino al 1 luglio. “Il Quirinale ”Casa degli italiani“, ha spiegato Mattarella inaugurando la mostra, accoglie il pubblico conducendolo alla scoperta di un inestimabile patrimonio artistico e svela la maestria di chi presta la sua opera nella sede della Presidenza della Repubblica”.

Tra i più pregiati  orologi, per lo più raccolti dalla casa Sabauda dalle regge preunitarie, la cassa della Manifattura Granducale fiorentina, creata nel 1692 per Cosimo III de Medici. Ma anche la pendola a torre dell'inglese Robert Higgs, presente fin dall'epoca dei Papi. Si passa dallo stile rocaille al gusto per le chinoiserie tipico della metà del Settecento francese. Spicca poi lo stile Impero, i molti esemplari figurativi del periodo del Congresso di Vienna e infine lo stile ottocentesco borghese. Complice il restauro, è esposto anche un pregiato orologio firmato da Gilles Martinot, l'orologiaio di Luigi XIV,  'esploso' e cioè aperto per poter ammirare i delicatissimi meccanismi. Un video racconta l'arte del restauro, per un piccolo tesoro, noto ai collezionisti di tutto il mondo ma sconosciuto al pubblico, almeno fino a ora.

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Paolo Pombeni, storico e politologo.

Quando una data diventa simbolica e viene interpretata come un tornate in qualche modo storico significa ovviamente che ha lasciato qualcosa. Certo non si può ridurre tutto alla nostalgia dei vent’anni o giù di lì dei protagonisti che ora hanno sulle spalle cinquant’anni in più e che non possono dimenticare una stagione che li aveva visti protagonisti e, come si suole dire, sbattuti in prima pagina su giornali e telegiornali.

Il fatto è che il ’68 non può essere considerato un evento unitario. Ce ne sono stati molti, a seconda dei diversi contesti geografici, culturali, sociali, economici. Li ha uniti la concentrazione temporale più o meno in quell’anno e il fatto che ognuno di essi non poteva fare a meno di riferirsi agli altri.

Essendoci stati molti ’68, molte sono le cose rimaste, anche se non è sempre semplice cogliere le continuità. Allora, tanto per dire, non esistevano né Internet, né i telefoni cellulari, cioè due fenomeni che oggi sono intimamente connessi con il fatto di essere giovani. Eppure allora come oggi esisteva quello che si chiama il disagio giovanile, il senso che una generazione avverte di essere sulle soglie di un mondo diverso da quello in cui avrebbero voluto educarla a vivere.

Roma, la scalinata della facoltà di Giurisprudenza della Sapienza prima della carica della Polizia, 16 marzo. Carlo Riccardi/Archivio Riccardi

Così tornano le grandi domande, che a ben vedere possono anche essere quelle che ciclicamente si ripetono nella storia, ma che diventano un problema collettivo, persino angosciante, nei momenti in cui si avverte il tramonto definitivo del mondo di ieri.

Ecco dunque cosa è rimasto del ’68: le grandi domande che in modo confuso si è posta una generazione ed a cui ha dato delle prime risposte confuse.

Ci si è chiesto se aveva un senso l’autoritarismo con cui si governa una società chiedendole di non farsi domande perché chi di dovere aveva già a disposizione un prontuario di risposte. Ma se quello non serviva a niente, non è che con ciò cessasse il bisogno di avere l’autorità delle guide, che adesso chiamiamo leader perché l’inglese è la lingua della nuova koiné.

Ci si è domandato se essere uomo o donna lo si potesse inquadrare nei ruoli trasmessi dalla tradizione, ma poi si è scoperto che la loro semplice cancellazione finiva per lasciare senza ruoli. E così è stato per il problema del significato da dare al lavoro, alla partecipazione politica, alla fede religiosa, ai rapporti tra i popoli, alle capacità dei singoli e a quelle delle comunità. Tante domande che hanno avuto come risposta molte volte l’utopia, molte altre il regresso in un passato appena riverniciato con i colori fasulli del nuovo di moda.

Il fatto è che ciò che resta del ’68 è stata l’intuizione che si stava entrando in una nuova grande transizione storica che avrebbe cambiato i connotati di tutti i sistemi in cui le persone si trovano a vivere. Quell’intuizione è stata validata da quanto è accaduto nel mezzo secolo che ci separa dal quel mitico anno, ma le domande che allora scuotevano le menti delle giovani generazioni sono rimaste drammaticamente in campo, sia pure con qualche inevitabile mutamento ed evoluzione.

Quel che rimane del ’68 è la necessità e il dovere di dare finalmente una risposta stabilizzatrice e capace di progresso alle domande che furono poste allora.

 

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