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AGI – ​Torna oggi in libreria, a 60 anni da quando uscì in Italia la prima traduzione (di Giulio de Angelis con la consulenza di Glauco Cambon, Carlo Izzo e Giorgio Melchiori per la Mondadori), ‘Ulisse’ di James Joyce pubblicato da La Nave di Teseo (pag. 1056, euro 25,00). Una versione ‘nuova’ tradotta da Mario Biondi che fa riferimento all’edizione inglese degli Oxford World Classics del 1922. Nel suo lavoro ha poi utilizzato, per incrociare le ricerche, il testo elettronico pubblico realizzato dal Project Gutenberg aggiornato al 30 ottobre 2018 che si basa sulle prime edizioni del libro (1922-1923), tenendo sempre come riferimento per risolvere i dubbi l’edizione Odissey degli anni Trenta, ritenuta la più attendibile fra quelle pubblicate quando Joyce era ancora in vita.

Uno dei romanzi più importanti del Novecento

Testo difficilissimo, originale, rivoluzionario nella forma, nello stile e nella struttura, ‘Ulisse’ è considerato uno dei romanzi più importanti del Novecento, una delle pietre miliari nella genesi del romanzo moderno. Caratteristica che rende quest’opera così unica è, oltre allo stile narrativo che varia su tutti i registri, una tecnica di scrittura denominata ‘monologo interiore’ che descrive il flusso di coscienza in cui i pensieri del protagonista scorrono in assoluta libertà, e finiscono su carta senza punteggiatura, per definire l’intricato procedimento cognitivo che è alla base dei processi mentali dell’io narrante. 

Mario Biondi: progetto nato negli anni ’70

Mario Biondi, poeta, scrittore (con ‘Gli occhi di una donna‘ ha vinto il Campiello nel 1985) e uno dei nostri più apprezzati traduttori dall’inglese, racconta nella prefazione che il suo “progetto di tradurre l’Ulisse, avventurosamente e presuntuosamente avviato agli inizi degli anni Settanta, si era dovuto arenare al primo centinaio di pagine o giù di lì. Anzitutto, per campare dovevo tradurre quello che mi commissionavano gli editori, ma soprattutto l’Ulisse era troppo difficile. Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni Ottanta e Novanta, nel Duemila avanzato – aggiunge – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse ‘un grande avvenire dietro le spalle’ (come dice il turpe Lenehan all’Episodio 7 del libro, ndr), ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie”, ovvero invenzioni di parole nuove.

Quattro traduzioni italiane prima di quella di Biondi

A 80 anni, dopo aver ha tradotto numerosi autori di lingua inglese, tra cui Bernard Malamud, John Updike, Edith Wharton, Anne Tyler, Irvine Welsh e i premi Nobel Isaac B. Singer, William Golding e Wole Soyinka, Mario Biondi firma oggi una nuova traduzione, un volume di oltre mille pagine edito da La nave di Teseo che sembra destinato a mandare per sempre in soffitta la storica edizione di Giulio De Angelis del 1960, ma anche quelle più recenti di Enrico Terrinoni con Carlo Bigazzi del 2012 (Newton Compton) e Gianni Celati del 2013 (Einaudi). Per non parlare, ovviamente, della traduzione del 1995 firmata dall’allora 25enne Bona Flecchia (Shakespeare & Company) che ha avuto vita brevissima, per questioni di diritti (la Mondadori li ha ‘persi’ per 15 giorni, e questo è stato il tempo di ‘vita editoriale’ del libro pubblicato dalla casa editrice toscana).

Uso delle virgolette e i ‘portali di scoperta’

Per la sua traduzione dell’Ulisse, Biondi si rifà alle indicazioni dello stesso Joyce per quanto riguarda i dialoghi, inserendo però una variante interpretativa utile alla comprensione: per contrassegnare i suoi dialoghi lo scrittore irlandese si serviva della linea lunga ‘-‘ mentre il traduttore utilizza i sergenti <<>> di cui Joyce non fa cenno, mentre è noto che esecrava le virgolette. Come spiega Biondi, all’autore dell’Ulisse “non importava niente che i dialoghi complessi potessero risultare oscuri per il lettore, anzi: più oscurità c’era, più – secondo lui – si introducevano possibili ‘portali di scoperta’. E come tali arrivava persino ad accogliere in qualche caso gli errori dei tipografi, senza correggerli e ridendone beato; in altri casi, però, poteva essere maniacale nelle sue correzioni. Comunque sia: una cosa è l’oscurità dell’autore, voluta o imposta dalla furia creativa (e come tale subita? Chissà…), una del tutto diversa è quella del traduttore, che potrebbe ingenerare il dubbio: ha voluto rispettare l’oscurità dell’autore o non ha capito bene? Meglio, secondo me, cercare di evitarla”, dice ancora Biondi.    

Poi aggiunge: “Come traduttore ho il dovere di offrire un testo chiaro, dimostrando di averlo capito al meglio”. E conclude, citando lo stesso Joyce: “È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli ‘errori sono […] i portali della scoperta’… O magari, semplicemente, interpretazioni personali dell’autore-traduttore”. 

Il Museo Egizio di Torino riapre finalmente le sue sale, dopo i mesi del lockdown e la risposta del pubblico non si fa attendere: in meno di 48 ore sono andati subito esauriti gli 880 ingressi a disposizione, su prenotazione, per la giornata di oggi. La presidente del Museo Evelina Christillin ed il direttore Christian Greco hanno, infatti, scelto una preapertura gratuita, proprio oggi, in occasione della festa del 2 giugno, “con un richiamo – spiega Greco – all’articolo 9 della Costituzione italiana che pone la promozione della cultura fra i principi fondamentali del vivere democratico”.

Dal prossimo 5 giugno poi il museo torinese, il secondo al mondo, dopo quello del Cairo per la ricchezza delle collezioni dell’antico Egitto, sarà aperto il venerdì, il sabato e la domenica sempre su prenotazione. I visitatori potranno scegliere la fascia oraria preferita e dovranno presentarsi all’ingresso con il biglietto elettronico.

Un’apertura in sicurezza quella del Museo Egizio con la misurazione della temperatura all’ingresso e l’obbligo di indossare le mascherine. Lungo il percorso sono posizionati dispenser di gel igienizzanti e all’ingresso di ogni sala un cartello indica la capienza massima nel rispetto della distanza di due metri. Un insieme di regole rappresentate graficamente con l’ausilio di una segnaletica ad hoc, rivisitata in chiave “egizia” con icone a “tema” sul corretto comportamento da tenere.

Dalla prossima settimana, inoltre, riprenderanno le visite guidate: ​saranno gruppi di un massimo di 12 persone, e ciascun partecipante sarà dotato di un’auricolare usa e getta. Sono previsti due tipi di visite: una da 50 minuti, a 40 euro ed una da 90 minuti, a 70 euro, sempre acquistabili esclusivamente online. 

Oggi per questo primo giorno di riapertura anche una scelta un po’ scaramantica da parte della presidente e del direttore del Museo Egizio: lei indossa un tubino verde con grandi fiori, lui in completo blu. “Abbiamo scelto di vestirci esattamente – spiega scherzando  Evelina Christillin – come il 1 aprile del 2015, quando fu inaugurato il museo rinnovato, visto che cinque anni fa ci ha portato tanta fortuna”​.

Il direttore Christian Greco non nasconde l’emozione provata, oggi, alla riapertura delle porte del Museo Egizio di Torino, dopo i mesi di chiusura imposti dalla pandemia.​ Una chiusura che Greco definisce “un vulnus fortissimo, se si pensa che questo museo non è mai stato chiuso fin dalla fine del secondo conflitto mondiale”.

Certo la nuova apertura porta con sè numeri diversi: “adesso in contemporanea all’interno delle sale del Museo – spiega il direttore – ci potranno essere 288 persone, prima del lockdown erano 2000 ed avevamo giornate con punte di visitatori fino a 7/8000”.​ Per Christian Greco questa riapertura con modalità diverse potrà però essere anche “un’opportunità enorme per riconnettere il museo alla città, offrendo anche, con i necessari ingressi contingentati, un modo diverso per visitare le nostre sale.  Sarà un modo nuovo di poter usufruire delle nostre collezioni ed anche un’occasione per avvicinare chi prima non veniva”.

I mesi di chiusura imposti dal lockdown hanno pesato fortemente sui conti del Museo Egizio di Torino come conferma la presidente Evelina Christillin, soddisfatta della risposta avuta dalla città, in questo giorno di preapertura in occasione della festa del 2 giugno.

Una soddisfazione che però non fa dimenticare che la situazione finanziaria del museo è seria: “non abbiamo mai chiesto un euro – spiega Christillin – ma questa volta speriamo ci sia un aiuto dallo Stato per arrivare a fine anno senza troppo spargimento di sangue. Abbiamo perso 34mila euro al giorno e facendo i conti di tutto il periodo si arriva ad un milione”.

“In questi tre mesi – aggiunge –  io e il direttore abbiamo lavorato noi da soli, qui dentro, cercando di arrivare alla giornata di oggi, guardando a cosa si poteva fare per la sicurezza dei reperti ed a come organizzare il lavoro dei nostri collaboratori, sempre ponendo attenzione al tema dei conti”.

Quindi, la decisione,  per Christillin inevitabile, di riaprire: “la cultura è un bene di tutti, tenere chiuso sarebbe una forma di egoismo. Certo – confessa – aprire e vedere la gente che aspettava mi ha allargato il cuore. Ora vorrei ringraziare tutte queste persone, ad una ad una, e dire ‘il museo si visita in sicurezza e proprio grazie a voi potremo ripartire'”. 

AGI – Un articolo di giornale. Un’idea nata quasi per gioco. Un progetto in odore di utopia diventato realtà. Il primo carro armato italiano, il gigantesco Fiat 2000 del 1917, irrimediabilmente perduto 80 anni fa, è stato ricostruito in scala 1:1, con peso e dimensioni effettive.

Una straordinaria impresa ufficializzata nel giorno della festa della Repubblica e firmata da quello che si autodefinisce “un gruppo di visionari“: i carristi d’Italia, alcuni appassionati di mezzi storici e Giancarlo Marin, un industriale del vicentino.

Come nacque il primo ‘tank’ italiano

Ai tempi della Grande Guerra, oltre a Gran Bretagna, Francia e Germania, anche il nostro Paese sviluppò il suo primo mezzo corazzato, messo a punto da due dei più grandi progettisti italiani, Carlo Cavalli e Giulio Cesare Cappa.

Per l’epoca, quello uscito dalle officine della casa torinese era un gioiello tecnologico: 36 tonnellate di acciaio sviluppate in sette metri di lunghezza e quattro di altezza; sette mitragliatrici Fiat 14 e un cannone da 65 mm sistemato per la prima volta nella storia in una torretta girevole e che poteva sparare anche a tiro curvo, come un obice.

I suoi alti cingoli gli consentivano di superare ostacoli fino a 1,10 metri, di abbattere alberi e di travolgere vari ordini di reticolato. Le blindature, dello spessore di 2 centimetri, proteggevano i dieci uomini di equipaggio dal fuoco delle armi leggere.

Quanti ne esistevano?

Venne realizzato in due soli esemplari per il termine del conflitto. Il primo venne impiegato in Libia nel 1919, rivelandosi un po’ lento contro le scorrerie nel deserto dei guerriglieri di Omar al-Mukhtar, il secondo restò in Italia, esposto in varie caserme fino al 1936.

Di entrambi si sono perse le tracce: ma tre anni fa, prendendo spunto da un articolo della ‘Stampa’, un gruppo di soci dell’Associazione nazionale carristi d’Italia (ANCI) presieduta allora dal generale Salvatore Carrara e oggi dal generale Sabato Errico, e dell’associazione di veicoli militari d’epoca “Raggruppamento Spa” – presidente Fabio Temeroli – ha deciso di ricostruirlo ex novo.

Come è stato ricostruito

Raccolte diverse decine di migliaia di euro tramite una sottoscrizione nazionale fra ex carristi e appassionati, l’ANCI ha mobilitato alcuni associati, tra cui Mario Italiani, progettista, che ha ricostruito in 3D i disegni partendo dalle foto e dai pochi dati disponibili.

Fondamentale è stato l’intervento dell’industriale Giancarlo Marin, fondatore del Museo delle Forze Armate 1914-1945 di Montecchio Maggiore (Vicenza) che ha messo a disposizione officine e materiali per la ricostruzione facendo fronte anche alle ulteriori spese necessarie.

Chi vuole può ancora “comprare” una maglia del cingolo e lasciarvi il proprio nome sopra, o contribuire con donazioni volontarie al progetto. “La replica del Fiat 2000 è un unicum – spiegano con legittimo orgoglio i curatori del progetto – dato che è il primo carro armato motorizzato ricostruito dal nulla con le blindature di spessore originale.

Le ricostruzioni straniere, infatti, spesso hanno utilizzato scafi preesistenti modificati oppure li hanno riprodotti in vetroresina o lamiera leggera. Da parte nostra c’è l’auspicio che il Fiat 2000 possa essere il primo carro armato da inserire in una entità espositiva di tipo museale, di prossima realizzazione, dedicata ai mezzi corazzati italiani”. 

AGI – L’Italia che si lecca le ferite e cerca di uscire dal tempo sospeso della pandemia, passando per quello assai incerto della crisi economica, si salverà se troverà nelle proprie radici la forza. Si riparte non dalle spiagge greche, ma dai piccoli paesi della provincia nostrana. Ne è convinto Francesco Guccini, che a uno di questi luoghi lontani dal mondo, la sua Pavana, ha dedicato per ultimo il libro Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti Editore), selezionato oggi nella cinquina del Premio Campiello 2020.

“E’ il mio viaggio tra malinconia ed ironia. Sono molto affezionato a questo mio libro. È una ballata di ricordi, di persone e di cose del tempo perduto, un viaggio tra passato e presente”, dice Guccini all’AGI. “Il tema centrale – spiega – rimane sempre la memoria, un bene prezioso per orientare i nostri passi anche in tempi difficili come quelli che viviamo”.

Cosa danno in più in momenti come questo i libri, che sembrano assai lontani dalle urgenze pratiche di cui si vede il netto profilo all’uscita del lockdown? “La letteratura, per me, è sempre stata il luogo della scoperta e della riscoperta, lo spazio straordinario in cui le parole sprigionano il loro potere e salvano la memoria dall’oblio che il tempo porta con sé”, aggiunge Guccini: soprattutto in un momento come questo.

Christo Vladimirov Javacheff, noto come Christo, è morto oggi nella sua casa di New York City. Aveva 84 anni. L’annuncio è stato dato dalla pagina Facebook Christo and Jeanne-Claude Official.

“Christo ha vissuto al massimo la sua vita, non solo sognando ciò che sembrava impossibile ma realizzandolo – si legge nell’annuncio – Le opere d’arte di Christo e Jeanne-Claude hanno riunito le persone nelle esperienze condivise in tutto il mondo, e il loro lavoro continua a vivere nei nostri cuori e nei nostri ricordi”.

Christo era nato il 13 giugno 1935 a Gabrovo, in Bulgaria. Lasciò il suo Paese nel 1957, prima per Praga e poi Vienna e quindi Ginevra. Nel 1958 andò a Parigi, dove incontrò Jeanne-Claude Denat de Guillebon, non solo sua moglie, ma anche compagna di vita nella creazione di opere d’arte. 

AGI – È uscito in libreria “Momenti trascurabili” volume terzo della serie firmata da Francesco Piccolo partita con “Momenti di trascurabile felicità” del 2010 e “Momenti di trascurabile infelicità” del 2015. Due libriccini che altro non sono che racconti che variano di lunghezza tra il breve e il brevissimo e tentano di dipingere e in qualche modo razionalizzare, mettere a nudo, quei piccoli momenti della vita quotidiana che ci creano piacere o fastidio, che tendiamo appunto a trascurare, ma che alla fine, ci rendiamo conto, tutti insieme compongono una grossa fetta della nostra vita.

Qualche dettaglio “non trascurabile” sull’autore

Piccolo, scrittore Premio Strega 2014 con il libro “Il desiderio di essere come tutti”, ha contribuito a scrivere alcuni dei più popolari e premiati film di questi primi vent’anni di nuovo millennio per registi come Paolo Virzì, Nanni Moretti, Silvio Soldini, Michele Placido e Francesca Archibugi, raccogliendo in totale tre David di Donatello, quattro Nastri d’Argento, due Premi Flaiano e quattro Ciak D’Oro.

Anche i suoi “Momenti di trascurabile felicità” sono finiti al cinema nel 2019, interpretati da PIF, con il quale Piccolo aveva condiviso un tour di reading in tutta Italia, e per la regia di Daniele Luchetti. I momenti trascurabili di Piccolo col tempo sono diventati dei veri e propri cult, un caleidoscopio divertente per analizzare la nostra vita, i nostri rituali sociali, la nostra routine.   

L’intervista a Francesco Piccolo

Si ricorda com’è nata l’idea dei piccoli momenti trascurabili?

“È nata come un file mio che ho cominciato a tenere così, come una specie di deposito di questi momenti, perché me ne venivano ogni tanto, allora mi sono detto ‘va bene, li metto in questo file’, perché mi sembravano una cosa interessante e casomai da utilizzare. Col tempo questo file si è ingrandito e un giorno mi sono accorto che poteva essere un libro. Io avevo dei dubbi, abbiamo fatto delle prove di lettura con la casa editrice…insomma, è stato un inizio un po’ tribolato, io non sapevo che tipo di libro fosse, perché comunque sono dei libri un po’ strani dal punto di vista narrativo, perché sono racconti di varia lunghezza, totalmente sciolti da una compattezza se non quella tematica. E poi invece l’abbiamo pubblicato in una collana che Einaudi tiene per le cose un po’ laterali, questo anche per dire che all’inizio l’abbiamo pubblicato con simpatia ma non è che ci credessimo molto”

Si aspettava che sarebbe piaciuto così tanto?

“Per niente. Anzi, ero stato attento a confezionare un libro, come spesso gli scrittori fanno, che fosse laterale, dare il segno che fosse una cosa un po’ speciale, diversa dal solito, e anche le tirature iniziali del primo libro erano delle tirature molto piccole, perché non si pensava per nessun motivo ad un successo”

Come se l’è spiegato allora il successo? Perché piacciono così tanto?

“Io me lo sono spiegato in una maniera semplice, ma credo sia anche quella più possibile e vera, e cioè che quando incontro dei lettori che li hanno letti tutti mi dicono ‘sono cose che capitano anche a me, le ho pensate anch’io’, c’è un’identificazione molto molto forte con quello che si legge, non sembra di leggere il libro di un altro e questo credo che sia il motivo, che ho capito a posteriori, dell’efficacia del libro”

Era già prevista l’uscita di un volume 3?

“Si, avevo in mente di scriverlo da tempo, perché io ho sempre continuato a raccogliere, a scrivere dei momenti quando ne avevo voglia o quando mi venivano in mente, poi ogni tanto dico ‘sono pronto per raccoglierli’.

Salta subito all’occhio il fatto che in questo volume 3 i momenti sono semplicemente trascurabili, come mai?

“Io credo che sia una scelta rispetto al cammino che hanno fatto i libri precedenti e quello che c’è nella mia testa rispetto a questi libri. Il fuoco, la sottolineatura, l’evidenziatore, è stato puntato sulla trascurabilità e non sul fatto che siano momenti di felicità o infelicità perché spesso si confondono, spesso alcuni momenti di infelicità sono anche di felicità o il contrario. Perché ovviamente la felicità e l’infelicità, a livello assoluto sono due cose ben distinte, a livello di inciampi quotidiani possono essere molto simili”

Nel brano in cui prova a spiegare, anche a se stesso, come mai versa l’8×1000 alla chiesa valdese, scrive “io dichiaro sempre il mio voto alle elezioni”, allora ci autorizza a chiederle: le prossime elezioni arriveranno dopo un momento difficile come pandemia e post-pandemia, se si votasse domani a chi darebbe la preferenza?

“Se si votasse domani continuerei tristemente, testardamente, ottusamente, a votare il PD”

Quindi si fida di questo nuovo corso del PD?

“Eh insomma, con i presupposti che ho fatto non mi sembra che ci sia una fiducia totale, però è comunque il partito con cui mi identifico di più, in ogni caso. Ma “mi fido” e “mi identifico” sono molto molto molto ottemperate come scelte”

Restando sul cinema, qualche giorno fa sono uscite le direttive per riaprire i set, la soddisfano? Quanto ha fatto male questa pandemia al cinema?

“Al cinema ha fatto molto male, perché in fondo i libri hanno un ciclo produttivo che può essere vissuto anche dentro la pandemia o post pandemia, purtroppo il cinema, soprattutto nel momento delle riprese, che è il momento decisivo, è un’attività molto a rischio. Io le ho lette le direttive, io non sono uomo di set, mi sembra che sono faticose, che sono difficili, ma io credo che bisogna ripartire il prima possibile, di far finire i film e le serie che erano state cominciate, di produrre quelle che erano pronte per partire. Dal mio punto di vista di sceneggiatore, la pandemia non ha cambiato tanto il mio lavoro, anzi, durante la quarantena io ho lavorato molto, perché l’unica cosa che in questi mesi ha tenuto vivo il cinema è stata affidarsi alla scrittura, per sentire di andare avanti comunque gli sceneggiatori hanno scritto altri progetti, sono andati avanti nella scrittura, che era l’unica cosa che poteva andare avanti. Spero adesso ricominci davvero tutto.”

Il lockdown l’ha ispirata? Quanti film racconteranno di questa fase surreale vissuta da tutti?

“Io credo che questa sia una cosa capitata a tutti, ma addirittura non solo alle persone creative come scrittori, sceneggiatori, registi, musicisti, ma a qualsiasi persona. Io penso due cose fondamentali: la prima è che non bisogna correre a raccontare le cose che stanno succedendo, perché una delle cose che insegna la creatività è quella di prendersi un tempo e lasciarla riposare. La seconda è che qualsiasi cosa che si va a scrivere, in ogni modo sarà condizionata da quello che è successo, in maniera lieve o forte ma ne sarà condizionata”.

In un brano del volume 3 lei fa una divertente analisi, anche tecnica, del film “Transformer 4”, durante questo lockdown cosa ha visto che l’ha particolarmente colpita?

“Ho visto di tutto, perché è stata una delle cose che ho fatto di più, che molti hanno fatto di più, e questo racconta anche che cos’è il nostro lavoro. Ho letto tantissimo, ma ho visto tantissimi film, tantissime serie; due cose mi sono rimaste molto impresse: la serie tv “Unorthodox” è la prima, ma la cosa che mi ha colpito più di tutte in questo periodo è stato “The Last Dance”, la docu-serie su Michael Jordan e i Chicago Bulls…quella mi ha esaltato”.

Internet e i social network sono degli strumenti indispensabili nelle nostre vite, e l’emergenza Covid-19 li ha resi ancora più centrali nelle nostre giornate. Eppure non si possono nascondere i troppi usi distorti che vengono fatti della Rete e sulla Rete.

Proprio di questo parla il libro in uscita giovedì 28 maggio “Fake news, haters e cyberbullismo: a chi servono e come difendersi”, scritto da Mauro Munafò, giornalista dell’Espresso e collaboratore di Agi, per Centauria Libri, con le illustrazioni di Marta Pantaleo.

Il libro indaga con informazioni, dati, studi e fatti, alcuni dei lati oscuri della Rete. Fornendo una conoscenza estesa dei più pericolosi fenomeni che la popolano e indicando le soluzioni e i rimedi per contrastare, ognuno con il proprio esempio, quelle dinamiche che possono sembrare fuori controllo.

Si parte dalle fake news, notizie false, bufale, leggende metropolitane e teorie del complotto che negli ultimi anni, con la diffusione di social network come Facebook e Twitter, sono diventati un tema al centro del dibattito pubblico, tanto da essere considerati un pericolo per la tenuta stessa della democrazia. Una preoccupazione non senza qualche ragione: dietro gran parte delle notizie artefatte che ci arrivano sul profilo o via WhatsApp ci sono infatti campagne di propaganda e intere squadre nate e pagate per diffonderle con l’obiettivo di favorire una parte politica, di destabilizzare un Paese o gente senza scrupoli interessata a fare soldi ingannando la gente, mettendone a rischio anche la salute. La cronaca degli ultimi giorni, tra bufale e complotti sul coronavirus o con la lite tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Twitter, “reo” di aver segnalato come false alcune affermazioni di “The Donald”, dimostrano quanto il tema sia attuale.

Non sono da meno i danni che possono essere causati dai discorsi d’odio e dalle minacce degli “haters”, utenti che usano i social network per rovesciare insulti e minacce a sfondo razziale, sessuale o politico. E si arriva fino alla persecuzione personale del cyberbullismo, una realtà con cui hanno dovuto imparare a fare i conti gli studenti e i ragazzi di tutto il mondo.Tutti i fenomeni che non nascono con internet, ma che sfruttano la Rete per raggiungere un nuovo livello di pericolosità. Le istituzioni, le forze dell’ordine e le stesse piattaforme social stanno allestendo, a volte con colpevole ritardo ed alterni successi, varie contromisure. Ma il modo più sicuro per affrontare questi fenomeni resta quello di conoscerli e sapere come agire in prima persona.

AGI – Un pezzo di mosaico di una villa romana tra le vigne del Valpolicella. Che quella terra generosa delle colline veronesi potesse dar alla luce ad alcuni dei vini più pregiati del mondo è cosa nota. Ma archeologi e sopraintendenti sanno da tempo che là sotto si trova anche un altro inestimabile patrimonio: i resti di un’area residenziale romana che tra villa e annessi ricopre una superficie di oltre mille metri quadrati.

E lo sanno dall’800 circa, quando durante dei lavori agricoli emersero alcune superfici a mosaico. Al tempo, però, senza una sopraintendenza a tutelare i beni, il proprietario terriero di allora si era limitato a strappare i mosaici più belli, a venderli al Comune di Verona e a ricoprire tutto per continuare indisturbato il lavoro nei vigneti.

Se oggi una vasta superficie a mosaico, splendidamente mantenuta, è emersa alla luce del sole lo si deve all’archeologo della Soprintendenza archeologia delle belle arti e del paesaggio, Gianni De Zuccato. 

​“Quando ho avuto la tutela della zona ho deciso di interessarmi a fondo della cosa perché vedevo che c’era una grande attività edilizia intorno e la cosa mi preoccupava: lo scavo di una cantina vinicola, il garage di un Bed&breakfast… c’era il rischio di perdere tutto”, ha spiegato all’AGI De Zuccato.

“Così ho ottenuto dal ministero un piccolissimo finanziamento per iniziare le indagini l’estate scorsa e dopo uno scavo andato a vuoto siamo riusciti a trovare questo frammento di mosaico. Lo stesso già ritrovato, ma poi sepolto come se nulla fosse, nel 1922”.

La parte più bella della villa è sotto un vigneto“, prosegue l’archeologo. “Si tratta di un complesso residenziale di una estensione molto ampia composto da una parte residenziale grossomodo di 350-400 mq, da una parte accanto ad essa, che fa parte dello stesso complesso e che potrebbe avere identiche dimensioni, e di una terza parte a nord per un totale di più di mille metri quadrati”.

Che ne sarà dell’area è ancora difficile da prevedere perché, anche a patto di riuscire a compiere tutti gli scavi necessari, poi bisognerebbe aver la possibilità di gestire e proteggere un bene così prezioso e delicato (cosa non così scontata). Ma il primo passo per ricostruita la vita, la storia, la bellezza di quella villa romana è stato compiuto.

“È stata una grande emozione”, confida all’AGI De Zuccato, “nonostante siano ormai molti anni che faccio questo lavoro è impossibile non emozionarsi di fronte a queste cose perché assieme al mosaico emergono le storie, le vite di chi l’ha costruita, abitata, vissuta. È una macchina del tempo che emerge da sottoterra”.

Una scoperta della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa riscrive la storia della famiglia dei Medici di Firenze. Maria Salviati, moglie di Giovanni dalle Bande Nere e madre di Cosimo I de’ Medici soffriva di sifilide. La diagnosi è una novità assoluta nella storia delle malattie dell’illustre casato: dai documenti del tempo non risulta infatti che Maria soffrisse di sifilide, una malattia ben conosciuta dai medici del Rinascimento, ma che non le fu mai esplicitamente diagnosticata.

Sappiamo invece che la stessa nobildonna rifuggiva le visite approfondite dei dottori, quasi a tenere nascosta per pudicizia le manifestazioni più eclatanti del male che la tormentava. ​

La scoperta

È avvenuta grazie allo studio dello scheletro di Maria (1499-1543), riesumata col marito Giovanni (1498–1526) nel 2012 dalle loro tombe nelle Cappelle Medicee di Firenze, ed è stato condotto dall’equipe pisana guidata dal professor Gino Fornaciari.

Lo studio dello scheletro di Maria Salviati ha rivelato i segni inequivocabili della sifilide venerea nella sua fase terziaria: sono ad esempio evidenti le lesioni sifilitiche sull’osso frontale del cranio. Secondo i paleopatologi, Maria sarebbe stata infettata dal marito, il celebre Giovanni dalle Bande Nere, che aveva una vita sessuale sregolata, ricca di frequentazioni con prostitute, in un’epoca in cui il male venereo serpeggiava tra le cortigiane e tra chi conduceva il mestiere delle armi.

Dopo la scoperta delle Americhe, infatti, la sifilide fece la propria comparsa in Europa con una violenza di manifestazioni cliniche e una virulenza che si attenuerà solo dopo la metà del ‘500. Di sifilide si ammalarono persone di tutti i ceti sociali, e moltissimi aristocratici furono colpiti dal “mal francese”, come era anche chiamata in Italia la terribile malattia.

“La scoperta della sifilide di Maria Salviati arricchisce la storia della famiglia Medici di un dato finora sconosciuto, mostrando tutte le potenzialità della ricerca paleopatologica in campo storico-medico”, afferma Valentina Giuffra, direttore della Divisione di Paleopatologia dell’Ateneo pisano.Lo studio è stato pubblicato sul numero di giugno della rivista “EmergingInfectiousDiseases” del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, a cui è anche dedicata la copertina del periodico scientifico.

Gli autori sono Antonio Fornaciari, Raffaele Gaeta, Simona Minozzi e Valentina Giuffra. La sifilide costituisce oggi una malattia infettiva riemergente, pericolosamente in espansione anche nel mondo occidentale a causa della scarsa attenzione alla prevenzione e alla protezione nei rapporti sessuali. 

Antonio Fornaciari, primo autore del lavoro, spiega: “La scoperta della sifilide di Maria Salviati permette di approfondire l’impatto sociale e culturale della sifilide sulla società rinascimentale. Una malattia che non era considerata con imbarazzo per gli uomini, era invece socialmente stigmatizzata per le donne e considerata sintomo di dissolutezza morale. La malattia di Maria Salviati, anche fosse stata diagnosticata, non poteva essere divulgata. In un momento storico così delicato, in cui Cosimo I in cerca di legittimazione politica stava gettando le basi del Granducato di Toscana, non poteva passare il messaggio che la madre del futuro granduca fosse malata di sifilide”. 

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