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Chi meglio di una casa editrice può insegnare a muoversi nel complesso e mutevole mondo dell'editoria? E chi può farlo meglio di qualcuno che nell'ambiente si muove da 90 anni, esplorando ogni nuova via di promozione, comunicazione e diffusione? L'editoria ha bisogno di nuove competenze e per formarle la Armando Curcio Editore ha deciso di fare da sè creando l'Istituto omonimo che ha inaugurato l'anno accademico 2017/2018 con una novità come la SSML Armando Curcio, Scuola superiore per mediatori linguistici accreditata dal Miur.
Un insieme di corsi di studi che vuole andare oltre l'erudizione e guidare all'alta formazione. Lo studente che si iscrive al corso triennale della Ssml o ad uno dei corsi di alta formazione dello IAC, viene guidato nella costruzione di un ponte tra i libri di testo e i risvolti pratici di una realtà aziendale microcosmo del mercato del lavoro editoriale nazionale. Con un obiettivo ambizioso: l'internazionalizzazione. 

Fu compiuta, la conquista spagnola dell'Italia meridionale, anche grazie a un efficiente sistema di comunicazione segreta fra il sovrano Ferdinando d'Aragona il Cattolico e il suo comandante militare, Gonzalo Fernández de Córdoba.

Le lettere che si scambiavano, fossero pure finite in mani nemiche come quelle francesi, non sarebbero state decifrate. Ci è riuscito oggi, a cinquecento anni dagli avvenimenti e dopo sei mesi di lavoro, il CNI, l'agenzia di intelligence spagnola, i cui esperti sono venuti a capo di un codice complesso che utilizzava 88 simboli (tra cui numeri e figure geometriche) e 237 lettere variamente combinate. Ora chiunque può finalmente prendere visione dei messaggi – alcuni lunghi più di venti pagine – nella mostra allestita al Museo dell'Esercito di Toledo.

Numerose le istruzioni del sovrano al Gran Capitan Gonzalo de Córdoba, tra cui una delega a prendere se necessarie tutte le iniziative diplomatiche in Italia, al fine di sveltire le mosse spagnole risparmiando i quindici giorni che impiegava uno scambio epistolare tra il generale e il monarca.

Grande gioco mediterraneo

Si disputò ai princìpi del '500, tra le due potenze europee, un "grande gioco" per il controllo del Mediterraneo il cui fulcro fu la contesa del Regno di Napoli, che Ferdinando riuscì a conquistare nel 1503 e che restò sotto il trono spagnolo fino al 1707. Non fu un'età dell'oro, ma neanche l'epoca interamente nera che spesso s'è tinteggiata: "Superficiale è il giudizio tradizionale, per cui la Spagna fu la causa di tutti i mali materiali e morali del Mezzogiorno (nonché di tutta l’Italia: si ricordi il ritratto della Lombardia spagnola nei Promessi Sposi )" ha osservato uno dei più autorevoli storici, Giuseppe Galasso. "Quando gli Spagnoli nel 1707, per il gioco delle grandi potenze europee, se ne andarono, i problemi del Regno erano gravissimi, ma non tutta la responsabilità ne pesava sulla Spagna. Il Mezzogiorno aveva partecipato di tutte le circostanze della perdita del primato italiano in Europa e del declino del mondo mediterraneo".

Un giudizio che ricalca quello a suo tempo pronunciato da Benedetto Croce: "La Spagna governava il regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza o la medesima insipienza; e, per questo rispetto, tutt'al più si può lamentare che il regno di Napoli, poiché doveva di necessità unirsi ad altro stato più potente, cadesse proprio tra le braccia di quello che era il meno capace di avvivarne la vita economica, e col quale non gli restava da accomunare altro che la miseria e il difetto di attitudini industriali e commerciali", scrisse il filosofo nella 'Storia del Regno di Napoli'.

"Militari, sposatevi!"

Le lettere decrittate, datate tra il 1502 e il 1503 e giunte a noi nell'archivio familiare dei duchi di Maqueda, sono fitte di istruzioni minuziose sulle questioni relative all'Italia meridionale: invio di truppe, amministrazione della giustizia, raccolta e gestione dei tributi. Non mancano disposizioni su altre materie importanti. Significativa quella di favorire i matrimoni tra le vedove dell'Italia meridionale e i militari spagnoli, quale strumento di integrazione sociale.

Gli esperti dell'intelligence sono riusciti a interpretare le missive in virtù del fortunato reperimento (alquanta analogia con la Stele di Rosetta) di una lettera dal testo parzialmente "in chiaro", servita quale chiave del criptosistema. Eccezionale è pure un crittogramma scritto di pugno dal sovrano al Gran Capitán senza l'opera di un segretario, che fu caso di grande rarità come fu raro un re della statura di Ferdinando il Cattolico. Fondò la successiva potenza spagnola grazie al matrimonio con Isabella di Castiglia e le sue gesta – malgrado Machiavelli vi attribuisse un decisivo contributo di fortuna – sono difficilmente sunteggiabil per importanza. Dalla reconquista della Spagna dopo secoli di presenza musulmana al finanziamento dell'impresa di Cristoforo Colombo per le Indie.

Per festeggiare ha aggiunto la parola ransomware – un tipo di attacco informatico – tra i suoi lemmi: il primo febbraio l’Oxford English Dictionary ha compiuto 134 anni, ma nonostante l’età, continua a essere il principale punto di riferimento della lingua inglese. Era il 1884 quando veniva pubblicato il primo fascicolo di quello che è considerato il più completo dizionario della lingua inglese.

Nato concettualmente nel 1857, su volontà della Philological Society di Londra, il progetto avrebbe dovuto richiedere dieci anni di lavoro, quattro volumi e 6.400 parole. In realtà il centoventicinquesimo e ultimo fascicolo vedrà la luce solo nel 1928, con il nome di A New English Dictionary on Historical Principles.

Nelle sue 400mila parole, l’Oed fornisce storia e citazioni di ogni parola, attingendo dalle fonti più disparate come la letteratura classica o i libri di cucina, come riporta il sito History. La voce più lunga è il verbo “set”, che con 60mila parole è quella più dettagliata.

 

L’aggiornamento dell’opera è iniziato non appena è stato pubblicato il fascicolo del 1928, con un primo supplemento uscito nel 1933. In quattro volumi pubblicati tra il 1972 e il 1986, sono state aggiunte parole e frasi provenienti da Nord America, Australia, Caraibi, Nuova Zelanda, Sud Africa e Asia meridionale. Poi la prima versione elettronica, i cui lavori iniziano nel 1984, impiegando dietro le tastiere 120 e 50 revisori. La prima versione in  Cd-Rom è stata pubblicata nel 1992, ma ormai è già superata: per consultare l’Oed oggi è possibile abbonarsi e accedere alla versione online, che viene aggiornata ogni tre mesi. 

Giocare la carta della diplomazia culturale: è quello che l’Italia deve fare in Cina, da cui nel 2016 sono arrivati 1,6 milioni di turisti, e che con la Via della Seta sta cambiando l’Eurasia. “I cinesi ci riconoscono come superpotenza della cultura”, dice in una intervista all’AGI Francesco Rutelli, coordinatore del Forum Culturale Italia-Cina. Un nuovo progetto si chiama gemellaggio tra Siti Unesco, ed è appena iniziato con Verona e Hangzhou. Un disegno promosso dal Forum e fortemente voluto dai presidenti dei due Paesi, Sergio Mattarella e Xi Jinping. “Non siamo una potenza militare ma abbiamo un ruolo importante come europei: agli occhi dei cinesi siamo una potenza culturale”, ha aggiunto Rutelli, ex sindaco di Roma, ex ministro dei Beni Culturali.
 
A Venezia, il 19 gennaio scorso, dopo il vertice Ue-Cina sul turismo che ha sollevato un polverone per la mancata partecipazione dei ministri, si è invece riunito il Forum Culturale Italia-Cina. Tra i temi al centro della riunione, presieduta da Francesco Rutelli per la parte italiana e Zheng Hao, vice ministro della Cultura, per quella cinese: cinema, musei, mostre, teatro e – ovviamente – turismo. Un’occasione, dice Rutelli, “fruttuosa e concreta”. 
 
Creato nel giugno del 2016,  il Forum è stato lanciato nel febbraio dello scorso anno, in occasione della visita di Mattarella a Pechino. “Ho accettato con entusiasmo l’incarico, che svolgo a titolo gratuito” ricorda Rutelli. “La diplomazia culturale ha un peso determinante nella bilancia economica e commerciale perché sostiene i nostri settori produttivi e l’interscambio commerciale”. Rutelli conosce bene la Cina, l’ha studiata in profondità. In passato ha avuto frequenti contatti con la China Public Diplomacy Association, l’organizzazione che promuove gli strumenti di diplomazia pubblica e culturale di Pechino.

Romeo e Giulietta come un classico cinese

“La politica di collaborazione italo-cinese sui rispettivi siti Unesco è un tema al quale Paolo Gentiloni e Xi Jinping hanno dato un fortissimo impulso” dice Rutelli. L’Italia è il primo Paese al mondo per numero di siti, segue la Cina al secondo. “Il gemellaggio deve però avere anche implicazioni economiche”. Come? “Prendendo spunto dalle similitudini tra i territori, favorire collaborazioni tra i tessuti produttivi”.

Cosa accomuna la città scaligera con la città nel sud della Cina che nel 2016 ospitò il G20? L’amore eterno: “Romeo e Giulietta” e il classico cinese del 1600 “La storia di Liang Shanbo e Zhu Yingtai di Hangzhou”, che come la tragedia shakesperiana racconta il dramma di due innamorati. Un'altra similitudine con Verona? Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba e di molte aziende dell’hi-tech, affaccia sul Lago dell’Ovest; Verona è attraversata dall’Adige ma guarda anche al lago di Garda. Certo: Hangzhou ha 12 milioni di abitanti, la provincia di Verona non arriva a un milione. Ma sulle dimensioni – si sa – la Cina è sempre un gigante.

I cinesi sono arrivati. Ora la palla passa a chi amministra il territorio: la presenza del sindaco di Verona di Fondazione Cariverona fa ben sperare. "Il governo cinese – assicura Rutelli – è stato felicissimo di questo gemellaggio. Verona non significa solo la bellezza della città romana, medievale, rinascimentale, l’Arena, ma anche un importante hub agroalimentare e vinicolo (ha qui sede Vinitaly). Potenzialità altissime anche per la promozione turistica: l’Italia sta cercando di diversificare le destinazioni, non concentrarle solo nelle quattro città principali – Roma, Firenze, Venezia, Milano –  ma nell’intero territorio italiano”. Il prossimo gemellaggio? Riguarderà Langhe, Roero e Monferrato, dove ha sede la Ferrero, “altri siti straordinari e produttivi, soprattutto per il vino, il tartufo, i prodotti agricoli”. Qui si pensa di sfruttare  la similitudine tra i terrazzamenti vinicoli baroli e le terrazze di riso cinesi costruite dall’etnia Han nella provincia dello Yunnan. Paesaggio e opportunità di sviluppo.
  
“La Cina sa benissimo che il turismo non deve essere un elemento di soffocamento dei centri storici “, ha detto il vicepresidente dell'Amministrazione nazionale del turismo Du Jiang, dopo aver confessato di essere rimasto stregato dalla bellezza di Venezia, passeggiando tra le calli in giorni di minore pressione turistica. “Un’affermazione che mi ha colpito molto – spiega Rutelli – perché dobbiamo dotarci di forme di regolazione e di accesso, leggere e non poliziesche, ma efficaci”. 
 
“Dal Cervino ad Agrigento, possiamo accogliere i visitatori in migliaia di borghi, di città piccole e grandi ”. Insomma, il messaggio è chiaro: “Attrezziamoci di fronte all’imminente arrivo della leva turistica da Oriente”. Quanti saranno? “Nei prossimi decenni aspettiamoci una ondata di 900 milioni di turisti cinesi e dell’Estremo Oriente, molti di questi viaggeranno in Asia e nel Pacifico, ma una quota enorme sarà diretta verso l’Europa”. Rutelli ha le idee chiare: “Dobbiamo abbandonare il turismo mordi e fuggi, progettare con le controparti, e i cinesi sono aperti, pluralismo dell’offerta, strutture e logistica moderne”. 
  
I cinesi hanno poi chiesto a più riprese di collaborare con i carabinieri italiani per combattere il traffico illecito dei patrimoni culturali. “Sono ansiosi di arrivare a una firma entro il 2018. I nostri militari dell’Arma sono bravissimi a tracciare i traffici illeciti e nella formazione di tecnici del settore”.

Insieme sul cinema

Sul tavolo molti i progetti che riguardano anche cinema e audiovisivo. È stata presentata una partnership tra Anica, di cui lo stesso Rutelli è presidente, e il Politecnico di Milano per creare una piattaforma al servizio degli operatori italiani. Massima espansione nel mercato cinese, sfruttando la crescita delle sale, con l’avvio di nuovi progetti di coproduzione e occhio alle piattaforme web. Non meno importanti, le collaborazioni tra teatro, lirica e il programma di grandi mostre in Italia e in Cina.

L’Italia in passato ha faticato a esprimere una strategia nei confronti della Cina, è mancato un coordinamento tra diplomazia e imprese, non c’è stata capacità di fare sistema, ma di recente i rapporti bilaterali sembrano entrati in una nuova fase. “Nel corso degli ultimi decenni, l’Italia ha avuto sulla scena internazionale meno protezione dei propri interessi e una ridotta visione strategica rispetto ad altri Paesi, come la Francia. La colpa del sostegno discontinuo in molte aree emergenti, il debole raccordo con visione geopolitica e attività di intelligence, va ricercata certamente nella breve durata dei governi: il furibondo e frenetico ricambio politico, il dover ricominciare sempre, non ha di certo aiutato. Per fortuna possiamo contare su tecnostrutture importanti e qualificate alla Farnesina e al MISE-ICE”. La strategia nei confronti della Cina è dunque cambiata.
 
“Gentiloni è stato un ministro degli Esteri attento, ha chiesto al suo capo di gabinetto, Ettore Sequi, di assumere l’incarico di ambasciatore italiano a Pechino, dove è molto apprezzato. Grande punto di riferimento anche il direttore generale per la promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca. Finalmente gli strumenti di soft power non sono più considerati fuori dal realismo politico”, conclude Rutelli.

Parigi litiga per un’opera d’arte. Al centro del dibattito è l’ultima scultura dell’artista statunitense contemporaneo Jeff Koons, dal titolo Bouquet of Tulips, dedicata alla memoria delle vittime degli attentati nella capitale francese del 13 novembre 2015. Un gruppo di 24 personalità del mondo della cultura francese, tra cui l’ex ministro della cultura Frédéric Mitterrand – nipote di François, ex presidente della Repubblica – e Émilie Cariou, vicepresidente della Commissione Finanza, ha scritto una lettera aperta al quotidiano Libération per chiedere che il progetto venga abbandonato.

“Un progetto scioccante”

I firmatari del moderno j’accuse hanno spiegato in sei punti le critiche al progetto di Koons, definito “scioccante”. Una scultura che raffigura una mano che impugna un mazzo di una decina di tulipani colorati, dalle dimensioni imponenti: è alta quasi 12 metri, larga 8 e profonda 10. “Sconvolgerebbe l’armonia del luogo” sostengono i detrattori dell’opera che dovrebbe venire collocata tra il colonnato del Museo d’Arte Moderna di Parigi e il Palazzo di Tokyo. Spaventa anche il peso dell’opera, 35 tonnellate di bronzo policromato, acciaio inossidabile e alluminio che finirebbero proprio sopra una sala del museo: “Una sfida importante, di cui è impossibile stabilire la sicurezza a lungo termine”.

L’aspetto più controverso è però quello simbolico. Nato per ricordare le vittime degli attentati di Parigi e donare ottimismo, secondo i 24 firmatari la scultura “non ha alcun rapporto con i tragici eventi” e il luogo scelto per ospitarla è “sorprendente se non opportunista”. Meglio sarebbe stato creare “un bando rivolto agli artisti francesi, capaci di una vitalità stupefacente”.

 

Libération Open Letter Party! _____ According to @hyperallergic: "We appreciate gifts, but free, unconditional, and without ulterior motives." So says a group of 24 French artists, museum workers, politicians, and others who published an open letter in @liberationfr yesterday rejecting the monumental “Bouquet of Tulips” sculpture that Jeff Koons offered to the city of Paris in 2016. The sculpture, which, with its base, would reach a height of 38 feet and weigh 36 tons, features a giant, realistically rendered hand holding a bouquet of tulips seemingly made from colorful balloons. Koons intended it as a monument to Franco-American solidarity and a symbol of optimism in the aftermath of the terrorist attacks in Paris in 2015 and in 2016. _____ 20180123 #partyeveryday #drawingpartyeveryday #drawingaday #drawing #paper #chalkpastel #usa #america #party #holiday #jeffreyaugustinesongco #jeffkoons #sculpture #bouquetoftulips #paris #france #terrorism

Un post condiviso da Drawing Party Every Day! (@drawing_party_every_day) in data: Gen 23, 2018 at 6:46 PST

Nulla di personale

La lettera contro l’opera è stata pubblicata il 21 gennaio, proprio nel giorno del 63esimo compleanno di Jeff Koons. Nato a York, in Pennsylvania, è un artista neo-pop tra i più ricchi al mondo, con un valore netto di circa 100 milioni di dollari. “Brillante e innovativo negli anni ‘80 – si legge nella lettere a Libération -, Koons è poi diventato l’emblema di un’arte industriale, speculativa e spettacolare”.

Di certo c’è che il mazzo di tulipani dell’americano non è proprio in saldo: il costo per la realizzazione raggiunge i 3,5 milioni.

Giulio Einaudi editore ha deciso di celebrare Primo Levi a trent'anni dalla sua scomparsa e a quasi un secolo dalla nascita (il centenario cadrà il 31 luglio del 2019). La casa editrice di Levi, sostenuta da Intesa San Paolo, pubblica un volume di testi e centinaia di immagini, Album Primo Levi, presentato nelle Gallerie d'Italia di Milano, dove il gruppo bancario espone le opere d'arte della sua collezione e ospita mostre temporanee.

L'album è un omaggio, nei giorni in cui si celebra la memoria della shoah, allo scrittore sopravvissuto a quasi un anno di Auschwitz, "il migliore inviato speciale che l'umanità potesse mandare in quell'inferno", come ha sintetizzato il presidente di Giulio Einaudi editore, Walter Barberis. Ma il volume non è focalizzato solo sulla drammatica esperienza di Levi nel campo di concentramento: come hanno spiegato i curatori Roberta Mori e Domenico Scarpa, si tratta di "un prototipo editoriale" in cui i testi dell'autore accompagnano e commentano 400 immagini, in gran parte messe a disposizione dalla famiglia Levi, suddivise in 5 sezioni tematiche.

La prima parte dell'Album è dedicata alla chimica: la passione, lo studio e il lavoro per Primo Levi, che amava considerarsi uno scrittore della domenica, un chimico prestato alla letteratura. In realtà, ha commentato Barberis, era il contrario: un grande scrittore prestato alla chimica. Il testo di Levi che più lo rappresenta nella sua complessità, ha commentato Scarpa, è proprio "Il sistema periodico", definito dall'autorevole Royal institution britannica nel 2006 "il più bel libro di scienza che sia mai stato scritto", più ancora dell'"Origine della specie" del britannico Charles Darwin.

La seconda sezione del libro riguarda un altro grande amore di Levi, la montagna. Il terzo capitolo è quello doloroso sull'esperienza ad Auschwitz, che ha portato alla scrittura di quei capolavori che sono 'Se questo è un uomo' e 'La tregua'. Poi c'è la sezione dedicata al lavoro di scrittore e traduttore e infine quello sulle attività manuali e artistiche di Primo Levi, in particolare le sue sculture di materiali di scarto, come i fili di rame, ma anche le passioni ereditate dalla famiglia, come quella per gli scacchi, "l'unico gioco che io abbia mai accettato", per definirla con le parole dell'autore citate nell'Album. 

Sarà il rosone che campeggia sulla facciata della Chiesa di San Pietro Caveoso, riprodotto in cartone da tanti cittadini materani, a rappresentare il cammino della comunità verso il 2019 sul prossimo Carro della Bruna. Una delle tappe simboliche di #menouno, la manifestazione organizzata dalla Fondazione Matera-Basilicata2019 per avviare il conto alla rovescia verso l'anno da Capitale Europea della Cultura.

Un'iniziativa che ha registrato nelle due giornate una straordinaria partecipazione sia in piazza Vittorio Veneto che sui canali social grazie anche all'azione svolta dal webteam di Matera2019 e alla presenza delle principali testate giornalistiche italiane e delle principali agenzie di stampa. Solo alcuni numeri: più di 100 mila persone raggiunte con le dirette Facebook, più di 2 mila condivisioni dei contenuti dalla pagina Fb, centinaia di stories su Instragram, oltre 1000 tweet con hashtag #menouno, 67 mila persone raggiunte su Instagram. Il rosone è stato consegnato ieri pomeriggio all'autore del prossimo manufatto di cartapesta che sfilerà per le strade della città il prossimo 2 luglio, Raffaele Pentasuglia, dall'artista Antoine le Menestrel dopo aver scalato nuovamente la grande opera d'arte collettiva progettata da Olivier Grossetete.

E non poteva cominciare sotto migliore auspicio il conto alla rovescia verso l'anno della capitale. Infatti, proprio come accade ogni 2 luglio, la mastodontica costruzione di cartone è stata presa d'assalto dalle tantissime persone che venerdì pomeriggio, nonostante l'incertezza climatica, hanno voluto essere presenti per assistere alla manifestazione e partecipare direttamente all'inizio del conto alla rovescia verso il 2019.

Sabato pomeriggio si è respirata la stessa emozione in piazza Vittorio Veneto dove bambini, anziani, famiglie intere hanno atteso che la gigantesca struttura, fatta con le loro mani e con la forza delle loro braccia cadesse sotto corde tirate da alcuni dei tantissimi volontari che hanno partecipato all'iniziativa. Nella mattinata molti cittadini e bambini hanno voluto lasciare con dei pennarelli distribuiti in piazza i loro messaggi sulla struttura di cartone. Frasi di ogni genere, soprattutto di buon auspicio perché Matera sappia cogliere pienamente questa opportunità.

Come da programma, dopo le istruzioni di Grossetete e dei responsabili della sicurezza, la distruzione della chiesa di cartone, simbolo del cammino che Matera intende fare verso il 2019: un programma culturale fatto insieme alla comunità locale e alle migliori esperienze europee, un programma collettivo proprio come collettivamente è stata realizzata la struttura di cartone. Come d'altronde è stato sottolineato ieri mattina nel corso di un incontro pubblico da tutti i responsabili dei 20 progetti selezionati che andranno a comporre il 50 percento del programma del 2019.

"La dimensione del gioco che un grande storico come Johan Huizinga già nel 1938 dava come dimensione fondamentale per la creazione delle culture locali – ha detto il direttore generale della Fondazione 'Matera-Basilicata2019', Paolo Verri – è stata proprio il centro degli eventi della grande festa collettiva del "MenoUno". "Abbiamo scelto – ha aggiunto – di fare qualcosa che coinvolgesse direttamente la comunità e la facesse diventare protagonista, chiamandola a costruire una grande architettura con una materiale povero e semplice, il cartone, un'evoluzione del materiale con cui viene realizzato il Carro della Bruna. La manifestazione ha registrato una partecipazione straordinaria, anche inaspettata, che ha dato il via al percorso di avvicinamento all'anno in cui Matera sarà Capitale Europea della Cultura. Per l'occasione, tutti i principali partner dei project leader sono venuti a Matera ,tantissimi inoltre i giornalisti ed esperti e anche centinaia i curiosi che hanno capito quale sarà il clima di Matera 2019".

Ci sono incontri destinati a cambiare una vita. Uno di questi è quello che Roberto Floreani ha avuto ad appena 18 anni con il futurismo.

Più di quarant'anni dopo è il momento di fare il bilancio di un'esperienza che non è solo frutto dell'ammirazione per la corrente guidata da Marinetti, ma di uno studio meticoloso, che è andato oltre la ricerca e si è trasformato in arte.

Lo studio che lo ha portato ad analizzare la figura e l'opera di Umberto Boccioni cui ha dedicato un saggio edito da Mondadori-Electa che sarà presentato giovedì 23 gennaio alle 18,30 nello Spazio Eventi del Mondadori Store di Piazza Duomo a Milano. 

Dotato di un’intelligenza fulminea, Boccioni, fu l’assoluto protagonista delle arti all’interno del Futurismo, fungendo da catalizzatore grazie al lancio dei Manifesti teorici relativi alla pittura, alla scultura e all’architettura e alle sue intuizioni critiche e di fisicità teatrale.

Probabilmente, proprio grazie ai Manifesti, Marinetti, fondatore del Movimento nel 1909, prese compiuta coscienza delle potenzialità multidisciplinari del Futurismo, autentica novità della prima Avanguardia storica del Novecento, che tanta influenza ha avuto sugli artisti dell’Arte Povera, della Poesia Concreta e Visuale, della musica, dell’architettura, della danza e del teatro contemporanei. 

Quella di giovedì non vuole essere una celebrazione sterile, ma una ri-creazione che diventa rigenerazione di quegli stimoli, di quelle atmosfere che furono l'humus del movimento. Una serata futurista, vertiginosa, multidisciplinare, introdotta da Mario Resca e Angelo Crespi, con musiche di Renato Giaretta alle tastiere, declamazioni di Floreani, arricchita dalla proiezione del video relativo alla performance dello stesso artista alla Fondazione Calouste Gulbenkian di Lisbona, lo scorso novembre.

Una mostra, oltre che un evento, con una selezione di opere che fa parte della grande installazione titolata 'Ricordare Boccioni', evoluzione più recente della ricerca dell’artista, nata concettualmente dal progetto presentato alla Biennale di Venezia del 2009, dove Floreani rappresentò l’Italia. 

La ricerca pittorica di Floreani si situa all’interno della ricerca più rigorosa in ambito astratto, con marcati accenti materici nella sua costruzione, caratterizzata dalla presenza, ormai distintiva, dei Concentrici, pittura fortemente collegata all’idea che l’opera d’arte possa essere un veicolo per un messaggio anche di natura spirituale.

 

"Chi interviene o assiste all'udienza non può portare armi o bastoni e deve stare a capo scoperto e in silenzio. È vietato fare segni di approvazione o di disapprovazione o cagionare in qualsiasi modo disturbo".

C'è l'articolo 129 del Codice di procedura civile – e non un divieto legato a esigenze di identificazione – alla base del caso che ha per protagonista Asmae Belfakir, 25enne marocchina, praticante avvocato nell'ufficio legale dell'Università di Modena e Reggio Emilia, che martedì scorso ha dovuto lasciare l'aula della seconda sezione del Tar dell'Emilia Romagna dopo l'invito del presidente, Giancarlo Mozzarelli, a togliere il velo.

In effetti, sembra la riedizione di una vicenda datata 14 ottobre 2011, quando – nel corso di un processo penale a Torino – il presidente del Collegio chiede ad un'interprete di religione musulmana, nominata dal pm, di lasciare scoperto il capo e lei, per tutta risposta, rinuncia all'incarico. Nell'occasione, è lo stesso presidente del Tribunale a chiedere lumi al Consiglio superiore della magistratura, che il 5 febbraio del 2012 rileva come "l'articolo 19 della Costituzione, che sancisce la libertà di professare liberamente e anche pubblicamente la propria fede religiosa, individua un valore di rilevanza primaria al quale deve conformarsi anche l'esercizio delle prerogative di direzione e organizzazione dell'udienza riconosciute al giudice".

Pertanto, si legge nella conseguente delibera, "deve essere garantito il pieno rispetto di quelle condotte che, senza recare turbamento al regolare e corretto svolgimento dell'udienza, costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare il proprio culto, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l'abbigliamento e altri segni esteriori".

Ma attenzione: l'organo di autogoverno dei giudici dei Tar non è il Csm, ma il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Al momento, quindi, tecnicamente il divieto rimane in vigore per le aule di Tar e Consiglio di Stato. 

Lui alla fine ironizzava: “E’ un’antica tradizione scandinava: mi nominano per il premio poi lo danno a un altro. Ormai tutto ciò è una specie di rito”. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges s'era fatta una ragione, o una rassegnazione, della mancata assegnazione del Nobel cui tutti gli anni sembrava sempre vicino.

Perché non glielo diedero? Alla domanda, che incuriosisce da decenni qualsiasi lettore di Borges (specie se non abbastanza borgesiano) c’è finalmente risposta: l’Accademia di Svezia ha desecretato i documenti relativi al Nobel per la Letteratura del 1967, anno in cui l’argentino – con l'inglese Graham Greene – pareva il candidato più probabile per il riconoscimento, che invece fu assegnato al poeta guatemalteco Miguel Angel Ásturias. L’apodittico giudizio di diniego fu del presidente pro tempore del Comitato del premio, Anders Osterling: Borges? “E’ troppo esclusivo o artificiale nella sua ingegnosa arte in miniatura”. L’affermazione può far sorridere o irritare, ma si commenta da sé né la commenta il quotidiano argentino Clarín, che riprende la documentazione sul Nobel ’67 dal giornale svedese 'Svenska Dagbladet'.

"Di Maradona ditelo a Stoccolma"

Troppo colto per il Nobel. Se ne rendeva perfettamente conto – lo racconta Roberto Alifano in 'El humor de Borges' – perché quando qualcuno gli gridò per strada a Buenos Aires: “Sei più grande di Maradona!” lui commentò: “Sarebbe bene che lo gridassero a Stoccolma: forse potrebbe influire sugli accademici svedesi affinché mi concedano il premio Nobel”. El Español ricorda quanto l’autoironia fosse sua dote tipica (ancorché anomala fra gli scrittori). A un’enfatica ammiratrice che gli baciava le mani esclamando “Lei è immortale!” sorrise: “Ma la prego, non c’è ragione di essere così pessimista”. Si schermiva da chi lo qualificava geniale (intuendo forse la futura inflazione del sostantivo) e si autogratificò piuttosto con l’attributo di “grande plagiatore”, divertendosi molto quando lo confondevano con Ernesto Sabato.

Fino alla morte nel 1986, il nome di Borges, come sarebbe poi avvenuto per Philip Roth, restò puntuale nella lista dei candidati senza Nobel, suscitando svariate illazioni di cui quella che prese più corpo ebbe carattere meno letterario che politico. L’ipotesi accreditata ha motivato il mancato premio con “la visita” fatta da Borges nel 1976 al dittatore cileno Augusto Pinochet. Lo scrittore svedese Artur Lundkvist, che sarebbe diventato segretario dell’Accademia di Svezia e fu studioso di letteratura latinoamericana, affermò in una intervista che non si sarebbe mai potuto premiare qualcuno che avesse avuto rapporti con Pinochet.

Inutile, ormai, rammaricarsi del mancato Nobel a Borges, inutile anche la dichiarazione della vedova María Kodama, la quale ricordò ancora nel 2016 che lui “non fu invitato da Pinochet, ma dall’Università del Cile”, anche se fu il generale in persona a consegnare allo scrittore la laurea honoris causa. Borges ricambiò la gentilezza elogiando certe affabilità di Pinochet. Per la Kodama però “la gente è assai perversa, perché quando un uomo come lui riceve un dottorato, il protocollo prevede che ci vada il presidente del Paese”.  Eppure la motivazione politica, benché forzata quando si confonda la mera etichetta con l'adesione, pare più accettabile per un "no" al Nobel rispetto alla motivazione letteraria, se consiste in quel giudizio del ’67 di cui oggi è data contezza.

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