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Un dipinto di Gustav Klimt rubato nel 1997 dalla galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza, potrebbe essere stato ritrovato. Sono in corso accertamenti per verificare l’autenticità della preziosa opera trafugata quasi 23 anni fa.

La scoperta è avvenuta durante i lavori di ripulitura di una parete esterna della stessa galleria piacentina. All’interno di una sorta di intercapedine è stato trovato un sacco che conteneva il dipinto. La polizia ha avvisato anche i carabinieri per la tutela del patrimonio culturale che si occuperanno della vicenda per svolgere tutte le verifiche del caso. “Non è da escludere che il quadro sia rimasto sempre lì”, in attesa che per i ladri giungesse il momento opportuno per portarlo via. A dirlo, all’AGI, il generale Roberto Riccardi.

La storia del furto

Il furto del Ritratto di Donna di Gustav Klimt, che potrebbe essere il quadro trovato oggi alla galleria “Ricci-Oddi” di Piacenza, fu scoperto la sera del 22 febbraio del 1997. La cornice del dipinto fu trovata sui tetti dell’edificio, e ciò fece pensare che i ladri fossero fuggiti (e forse entrati) dai lucernari della galleria.

Gli investigatori lo descrissero quasi subito come un furto “anomalo”. Secondo una delle ipotesi, che lascia intuire una strategia e un committente, i ladri “pescarono” il quadro da un lucernario, come nel film Topkapi. Nella galleria ci sono molte altre opere d’arte importanti, ma i ladri puntarono sul Klimt, in quel momento valutato cinque miliardi di lire.

Le indagini puntarono anche a capire se il sistema d’allarme, definito “obsoleto”, fosse scattato oppure no. L’altra ipotesi è che i ladri siano entrati e usciti dall’ingresso principale. Furono inviati tre avvisi di garanzia nei confronti di alcuni custodi della galleria, ma la loro posizione fu archiviata. L’indagine riprese nel 2016 in base alle tracce di Dna trovate sulla cornice, ma finora non ha dato esiti.

Il giallo nel giallo

Il 1 aprile del 1997, poco più di un mese dopo il furto, la polizia di Ventimiglia intercettò alla frontiera tra Italia e Francia un pacco destinato a Bettino Craxi, che allora era andato in auto-esilio ad Hammamet, in Tunisia. Dentro il pacco c’era un Klimt.

“Corremmo a Ventimiglia” – ha raccontato Stefano Fugazza, allora direttore della galleria Ricci-Oddi – “ma l’unica cosa con cui tornammo indietro fu una ricevuta. Il dipinto era convincente, sembrava il Ritratto di Donna, ma la pittura era fresca: era un falso ben fatto.

Un quadro dal’esistenza particolare

La vita del quadro di Klimt è stata particolarmente travagliata: dopo una placida permanenza nella galleria piacentina per quasi 60 anni, nel maggio del ’96 una studentessa del liceo artistico “Colombini”, Claudia Maga, scoprì durante una ricerca per l’esame di maturità che il ritratto di Klimt in realtà ne nascondeva un altro, sempre dello stesso artista, che i critici di tutto il mondo davano da decenni per scomparso.

Klimt, che ritrasse una donna di cui era innamorato e che morì prematuramente, aveva ricoperto la prima versione del prezioso ritratto femminile (datata dagli esperti attorno ale 1912) con un velo di colore, forse perché insoddisfatto dall’esito iniziale dell’opera. Della versione originale era rimasta solo un’immagine su un catalogo. Poi più nulla.

In realtaà dal 1926 l’opera giaceva “sotto mentite spoglie” a Piacenza, donata alla città dal mecenate Giuseppe Ricci Oddi. La sua vera identità sarebbe ancora nascosta se durante una ricerca per la maturità artistica l’allora 19enne studentessa di Broni (Pavia) non avesse notato la forte somiglianza tra il quadro esposto e l’opera di Klimt, esposta a Dresda nel primo decennio del ‘900 e data poi per dispersa.  

“Sul mio conto girano già sin troppe leggende o, come le chiamano adesso, fake news; a cominciare dal fatto che io non esista. Beh, eccomi qui!”, a parlare è uno dei personaggi più iconici della storia del mondo: Babbo Natale; e a dargli voce è il comico Saverio Raimondo dalle pagine di “Io esisto – Babbo Natale vuota il sacco”, edito DeA Planeta. Il concept del libro parte dalla scelta del tutto inedita da parte di Babbo Natale di non consegnare doni e offrire al lettore uno sguardo disinteressato ma soprattutto disincantato, così come Raimondo ci ha ormai abituati, sul mondo e la nostra società. Quello del comico è un Babbo Natale non più in grado di svolgere agevolmente le sue storiche funzioni, così come spiega lo stesso Raimondo: “La secolarizzazione avanza e sempre meno bambini credono in lui (complice anche l’e-commerce); nel teso scenario globale, le sue ripetute violazioni dello spazio aereo non saranno più tollerate da organi militari e sovranazionali; gli animalisti non intendono più soprassedere al suo sfruttamento delle renne; e l’ombra del MeToo si allunga anche su di lui e sul suo proverbiale far sedere i bambini sulle sue ginocchia, comportamento ritenuto ormai inappropriato. Ma soprattutto, Babbo Natale quest’anno non porterà doni perché a meritarseli sono solo i bambini buoni, ma ormai i bambini sono tutti cattivi!”.

Ma soprattutto, per la prima volta Babbo Natale risponderà di suo pugno alle lettere dei bambini, da quelli più famosi come Greta Thunberg e il principino George a quelli che bambini non sono più come il Papa o il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Saverio Raimondo, romano classe 1984, torna dunque in libreria dopo l’esordio di “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, nel frattempo il suo spettacolo “Il satiro parlante”, come sempre sullo stampo della classica stand up comedy americana, è stato ripreso da Netflix è distribuito in 190 paesi nel mondo; in più da quest’anno rappresenta una nuova linea comica all’interno del talk serale di Bruno Vespa “Porta a Porta”.

La parola ‘Ammatula’ in siciliano significa, letteralmente, ‘inutilmente’, ma racchiude in sé – come spesso capita con l’idioma siculo – una gamma variopinta di significati che mutano a seconda del contesto. Gianni Bonina, giornalista catanese, ne ha fatto una saga familiare e sociale. “Una lunga storia ricca di personaggi che cambiano vita e aspetto” ha avuto occasione di dire Bonina del suo romanzo (Castelvecchi, pagg 281, 18,50 euro). 

Una storia che prende le mosse dal carcere di Parma, dove l’avvocato e parlamentare agrigentino Carmine Andaloro si ritrova faccia a faccia con il capomafia Gaspare Scaturro, ergastolano al 41 bis, con il quale ha condiviso per l’intera vita l’amore per la stessa donna, la moglie Anna. Il boss ha saputo che sta per uscire un libro in cui si rivelano sul conto di Andaloro verità che andrebbero taciute e lo ha fatto chiamare per offrirgli l’ultimo dei molti favori resi nel tempo in omaggio alla donna perduta, favori che l’avvocato non ha mai richiesto ma di cui ha sempre beneficiato in silenzio. Dalle contestazioni studentesche degli anni Settanta e lungo gli ultimi tormentati decenni italiani, fra stragi, attentati, esecuzioni, sit-in e marce di protesta, le famiglie Andaloro e Scaturro cercano il riscatto e la felicità, ma inutilmente, ammatula: come Sisifo legato al suo sasso, perpetuano in un vano sforzo un destino collettivo. Che è lo stesso della Sicilia più profonda. Una saga cinquantennale sul potere mafioso, sul potere politico, sui loro intrecci, ma anche sulle forme conflittuali che l’amore può assumere.

La banana attaccata al muro con uno scotch color argento, ennesima opera provocazione di Maurizio Cattelan, è stata mangiata da un artista performer, David Datuna. L’opera, intitolata ‘Comedian’, era in mostra alla galleria Perrotin, all’Art Basel di Miami, una delle fiere di arte contemporanea più importanti del mondo.

L’opera, in edizione limitata, era già stata acquistata per 120 mila dollari. Ma David Datuna l’ha staccata dalla parete, l’ha sbucciata e se l’è mangiata. E’ accaduto sabato, verso l’ora di pranzo, e l’artista l’ha documentato su Instagram: “Adoro l’opera di Maurizio Cattelan, in particolare questa installazione. È davvero deliziosa…”.

A sentire il Miami Herald, Emmanuel Perrotin , il gallerista che segue Cattelan da anni, si è precipitato indietro dall’aeroporto quando ha saputo l’accaduto e con l’aiuto di un assistente ha rapidamente sostituito la banana. Ed è tutto regolare: l’opera viene infatti accompagnata da un certificato di autenticità, il che significa che i proprietari quando vedono che è troppo matura, possono tranquillamente sostituirla. A ogni buon conto, successivamente a proteggere la banana sono stati schierati quattro guardie. L’artista georgiano è stato interrogato dalla polizia, ma non arrestato.

L’opera è stata venduta in cinque esemplari, tre venduti a Miami, due a musei. Una degli acquirenti, secondo il New York Times, è la parigina Sarah Andelman, fondatrice dei negozi Colette

David Datuna è noto per la serie Viewpoint of Millions che esplora il significato dell’identità culturale da ogni punto di vista, considerandolo unico. La tecnica usata in Viewpoint of Millions è una rete di lenti ottiche positive e negative sospese su un’immagine stratificata, a collage, su un ampio supporto che comprende spesso fotografie, articoli di giornali, ritagli di riviste, pittura e colore. La superficie prismatica nasconde e rivela il lavoro sottostante, mentre le lenti simboleggiano identità individuale, illusione, percezione, frammentazione e unificazione. Ritratti, bandiere e icone sono temi ricorrenti all’interno della serie, Le sue opere sono state esposte in Europa, Russia, Cina e Stati Uniti.

Il traditore‘ non entra nella cinquina dei migliori film stranieri candidati alla 77esima edizione dei Golden Globe. La pellicola di Marco Bellocchio con Pierfrancesco Favino nel ruolo del boss mafioso Tommaso Buscetta è stata scalzata da ‘Pain and Glory’ (Spagna), ‘Parasite’ (Corea del Sud), ‘Portrait of a lady on fire’ (Francia), Les Miserables (Francia) e ‘The farewell’ (Usa).

Marriage Story‘ di Noah Baumbach, incassa sei nomination compresa quella come “miglior film drammatico”. La pellicola interpretata da Scarlett Johansson e Adam Driver, dovrà vedersela con ‘The Irishman’, ‘Joker’, ‘Two Popes’ e ‘1917’.

Da regista, con la sua opera prima “Pecore in erba”, rivelazione cinematografica presentata al Festival di Venezia, Alberto Caviglia aveva già adottato, nel 2015, un approccio satirico all’antisemitismo. Adesso per la sua prima volta da romanziere con “Olocaustico” che edito da Giuntina esordisce l’8 dicembre alla rassegna romana “Più libri più liberi” il 35enne romano che con Agi si definisce “un ebreo laico” alza l’asticella della dissacrazione, affrontando con un taglio satirico, annunciato dal titolo deflagrante, temi cruciali come quello della Shoah e del suo relativo negazionismo.

Ma si può scherzare sulla Shoah senza temere di offendere qualcuno? “L’ironia è la mia cifra e per ora le critiche non sono arrivate. Sono convinto che la gente ne abbia abbastanza della retorica della Shoah, la mia sensazione è che il pubblico sia arrivato a una sorta di saturazione rispetto al Giorno della Memoria e alla liturgia del 27 gennaio. Questo non significa però che ci si debba arrendere, anzi: rassegnarsi all’insofferenza, aprire la strada al negazionismo e al revisionismo sarebbe un grande errore, e credo che questo mio romanzo possa aiutare a spostare il punto di vista verso una narrazione diversa, verso un nuovo modo di raccontare la Shoah, più fruibile soprattutto per i più giovani. Mi piacerebbe portarlo nelle scuole proprio nel giorno della Memoria, è un libro che con il tema delle fake news applicato alla memoria della Shoah parla la lingua giovanile del web”.

Come è nata l’idea di chiamare il suo romanzo “Olocaustico”, titolo che non passerà di certo inosservato?

“E’ nata durante una serata a casa di amici, a me piacciono i giochi di parole, temevo che l’editore me lo rifiutasse, ma ha capito l’intento”.

Il protagonista David Piperno, un giovane ebreo romano che va a vivere a Tel Aviv con il sogno di poter realizzare un film di fantascienza, sembra somigliarle parecchio…

“Per il mio primo romanzo era quasi scontato che attingessi al mio vissuto. E’ ovviamente frutto di fantasia, invece, il fatto che esclusivamente per tirare avanti in attesa del suo film, David realizzi videointerviste ai sopravvissuti della Shoah per il museo della Memoria Yad Vashem, a Gerusalemme. Quando l’ultimo superstite muore, per tenersi stretto lavoro e introiti commette un errore enorme: si inventa un sopravvissuto, la sua fake news viene scoperta con relativo scandalo cavalcato dai negazionisti, poi superato con un happy end a favore della verità storica a cui contribuisce, a sorpresa, un’altra fake news legata all’opera di fantascienza di Piperno”.

Sembra una storia da cinema, lei è stato anche assistente di Ferzan Ozpetek, “Olocaustico” diventerà il suo secondo film dopo “Pecore in erba?”

“In effetti è nato per il grande schermo. Ho scritto la storia pensando al cinema, e l’ho quindi trasformata in un romanzo per rendere poi il passaggio più semplice”.

Lo dedica a “nonna Miriam”, perché proprio a lei? “Perché è la persona che più mi ha trasmesso l’ironia ebraica e perché da bambina fu costretta a rifugiarsi per due anni con la sua sorellina in Svizzera per sfuggire alle leggi razziali e ai rastrellamenti nazisti. Io mi ritengo fortunato perchè tutti e quattro i miei nonni in un modo o nell’altro riuscirono a salvarsi, ma so che questo non è scontato. E tra i motivi che mi hanno portato a scrivere ‘Olocaustico’ c’è proprio il desiderio di rendere la storia dei miei nonni e di tutte le persone più o meno fortunate di loro, più vicina alle nuove generazioni. E poi c’è stata un’altra, decisiva molla..”

Quale?

“Quella legata all’inevitabile scomparsa dei sopravvissuti, dei testimoni viventi della Shoah. L’angoscia del conto alla rovescia mi ha dato la spinta, cosa accadrà quando i sopravvissuti ci lasceranno? Oggi la memoria della Shoah si sta sgretolando, le testimonianze storiche e fotografiche, anche per effetto delle fake news, non contano più nulla per i negazionisti e i revisionisti e l’unico antidoto è rappresentato dai testimoni in carne e ossa. Servono nuove forme di narrazione della Memoria”.

Quanto ritiene preoccupanti i recenti casi di cronaca filonazista e negazionista, da “miss Hitler” al docente universitario di Siena Emanuele Castrucci che difende il dittatore nazista su Twitter?

“Quasi ogni giorno viene fuori un fatto di cronaca di stampo antisemita. Sono segnali molto allarmanti ma trovo ancora più preoccupante e grave il fatto che ci sia stia quasi abituando a questo genere di episodi, senza rendersi conto di cosa ribolle nel sottobosco in cui si annidano”. Il suo protagonista si inventa anche due amici immaginari: Itzhak Rabin, il premier israeliano ucciso nel ’95 da un fanatico religioso ebreo, e lo scrittore Philip Roth, quali sono i suoi riferimenti letterari ebraici? “Sicuramente Roth, insieme a Shalom Auslander e, in Italia, ad Alessandro Piperno”.

In una conversazione con il protagonista, esasperato dalle ingerenze telefoniche di sua madre Sara, Roth gli ricorda: “Un ebreo con i genitori vivi è un bambino di 15 anni e rimarrà un bambino di 15 anni fino a quando moriranno”. E’ così anche per lei?

“Mia madre è il prototipo della jewish mum ed essendo anche una mamma italiana è una jewish mum al quadrato: un cortocircuito devastante”.

Nelle sue prime due opere, sia in quella cinematografica sia in quella letteraria ha scelto di occuparsi di antisemitismo e di Shoàh, come si spiega questo pensiero dominante?

“Continua a sorprendere anche me, perché anni fa non avrei mai pensato di concentrarmi su temi ebraici. Evidentemente, vivendo sia nel mondo ebraico, sia fuori da esso ho una doppia prospettiva che mi sollecita”.

Tosca è “meravigliosa”, incredibile”, “un’opera bellissima”. A giudicare dagli applausi che l’hanno salutata, per ben 16 minuti, convince tutto dell’opera di Giacomo Puccini che questa sera ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala di Milano, con la direzione del maestro Riccardo Chailly, la regia di Davide Livermore e la voce di una star che si riconferma amatissima, nonché di casa al Piermarini, Anna Netrebko, sul palco in perfetta sintonia con Francesco Meli e Luca Salsi (Saioa Hernàndez ci sarà nelle repliche di gennaio).

Qualche incertezza è stata rilevata solo sui social nel canto della super star russa, un’opinione non condivisa però dagli scaligeri. Dopo tre ore volate via, il sipario è calato accompagnato da un lancio infinito di fiori e da questi sedici lunghissimi applausi. Si può senza dubbio dire che questa è una delle opere più applaudite degli ultimi 20 anni: bisogna andare dietro al 7 dicembre 1996 con la rappresentazione dell’Armide diretta da Riccardo Muti, che sbancò con 20 minuti di applausi. 

Tra gli entusiasti di questa Tosca anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella che nel secondo intervallo è andato personalmente a rendere omaggio al maestro Chailly e alle maestranze, dicendo che gli era “piaciuto tutto”, che “la messa in scena è straordinaria, capace di innovare rispettando la partitura”. “Ogni anno sempre meglio” ha detto.

Mattarella ama la Scala e la Scala ama Mattarella: al suo ingresso nel palco Reale c’è stata una vera standing ovation e oltre 4 minuti di applausi riservati solo a lui, presente per il secondo anno consecutivo. Anche alla fine, dopo che gli ultimi battimani rivolti al palcoscenico si sono spenti, qualcuno dalla platea si è girato verso il Palco Reale, dove Mattarella ancora sorrideva al sipario ormai chiuso, accanto alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: ha gridato “Viva il presidente”, ed è seguita un’altra allegra manifestazione di entusiasmo e applausi.

“Puccini richiede un allestimento scenico complicato” ha osservato Chailly dialogando con Mattarella, ma le soddisfazioni sono tante, permette “una levitazione dello spirito”. Sono piaciuti in particolare gli otto nuovi passaggi recuperati dalla versione originale del 1900, “si tratta di otto elementi musicali a sorpresa – ha spiegato il maestro – sono ‘inserti’ che hanno richiesto l’intervento di un pensiero registico nuovo e diverso a Davide Livermore, molto delicato”.

Il pubblico è rimasto colpito dalla regia “cinematografica” del regista: il quadro di Caravadossi, quello che scatena la gelosia di Tosca che sarà all’origine di tanta sofferenza e morte, è un video che si colora e si scolora, gira per il palcoscenico, si alza e si abbassa mentre il Te Deum della fine del primo atto è maestoso e barocco, ricorda quasi una regia zeffirelliana. Anche il finale è di grande effetto, con la Tosca alternata a una controfigura che si sottrae alla cattura elevandosi, anzichè gettandosi dall’alto come al solito.

Molti sono stati i momenti di entusiasmo con applausi a scena aperta: il “Vissi d’arte e d’amore” della soprano Anna Netrebko, prima di tutto, poi anche il “E lucean le stelle” del tenore Francesco Meli. Grande successo anche per il baritono Luca Salsi che interpreta Scarpia, accolto da ovazioni alle uscite in proscenio.

È stata l’ultima “prima” del sovrintendente Alexander Pereira, in partenza per il maggio fiorentino dopo 5 anni alla Scala. “Abbiamo fatto bella musica e ne abbiamo dato prova anche stasera perché questo è stato uno dei piu’ bei successi che abbiamo potuto fare”, ha detto. Il suo successore Dominique Meyer è “felicissimo”: “È tutto come me lo aspettavo”, ha detto sorridendo.

Tosca, l’opera di Giacomo Puccini che aprirà la stagione del Teatro alla Scala di Milano il 7 dicembre, piace già, prima ancora di andare in scena. Almeno a vedere la corsa al botteghino. La vendita dei biglietti per la serata inaugurale è stata aperta il 4 ottobre e quello stesso giorno sono andati esauriti tutti, ma proprio tutti i biglietti: quelli da 50 euro per un posto in galleria e quelli da 2.500 euro per una poltrona in platea. Stesso discorso per le repliche: la vendita dei biglietti è iniziata e si è conclusa martedì 15 ottobre con il sold out per le repliche di dicembre e poco settimane dopo, il 30 novembre sono terminati anche i biglietti per le tre date di gennaio.

Il parterre degli ospiti per la serata di Sant’Ambrogio è come sempre prestigiosissimo e per il secondo anno consecutivo ha confermato la sua presenza il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con lui nel palco Reale assisterà all’Opera anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ad accoglierli ci saranno certamente il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente della Regione Attilio Fontana con il padrone di casa, Alexander Pereira alla sua ultima Prima (dal 16 dicembre trasloca al Maggio Fiorentino) e il suo successore già designato, Dominique Meyer, in arrivo dall’Opera di Vienna.​

L’attesa è tanta per questa Tosca, sarà che è un’opera più ‘facile’ rispetto all’Attila di Giuseppe Verdi con il quale si aprì il sipario sulla stagione l’anno scorso. E sarà anche che andare alla Scala, soprattutto alla Prima è un evento che tutti vorrebbero vivere una volta nella vita.

Questo è quanto hanno detto molti dei giovani che, il 4 dicembre, hanno assistito alla “Primina per gli under 30”. Sono loro che hanno potuto vedere in anteprima la Tosca diretta dal maestro Riccardo Chailly, messa in scena del regista Davide Livermore, con le voci di Anna Netrebko, Francesco Meli e Luca Salsi (e Saioa Hernàndez a gennaio). Erano entusiasti, ed elegantissimi. Hanno riempito il teatro: sono andati tutti esauriti i 1.895 posti disponibili. 

Come sarà la Tosca di Livermore

La violenza contro le donne, i soprusi e le torture, ci sono nell’opera di Giacomo Puccini ma soprattutto in scena c’è “una capolavoro”. Il regista Davide Livermore riporta l’attenzione su questo, sull’arte, invita ad accantonare la cronaca ammettendo che quella della Tosca “è una storia senza tempo, spero non valga anche per il futuro ma certo per la contemporaneità sì” vale, eccome.  

Per le scene c’è Giò Forma, arricchite dai video di D-wok e illuminate da Antonio Castro, e da Gianluca Falaschi per i costumi. Quella che si ascolterà alla Scala sarà una Tosca con diversi recuperi filologici secondo la partitura della prima assoluta di Roma come documentata nell’edizione critica a cura di Roger Parker per Ricordi, e presenterà alcune significative differenze rispetto all’edizione che siamo abituati ad ascoltare.

“Ci sono otto passaggi che non conosciamo – spiega Chailly – si tratta di otto elementi musicali a sorpresa, sono ‘inserti’ che hanno richiesto l’intervento di un pensiero registico nuovo e diverso a Davide Livermore, molto delicato”. Per adesso, a pochi giorni dalla Prima il maestro è “soddisfatto” dopo la prova generale, anche se “ci sono piccoli passaggi perfettibili”. L’orchestra e gli artisti sono di prim’ordine. E ci tiene a sottolineare che “in Puccini non esistono piccoli ruoli, sono tutti fondamentali, di assoluto peso interpretativo”.

Per Livermore, che dopo il debutto scaligero con Tamerlano di Handel ha già collaborato con Chailly per Don Pasquale di Donizetti e Attila di Verdi per l’inaugurazione della scorsa Stagione, portare in scena la versione con i nuovi inserti, “è stata una grande occasione per fare teatro, e trovare soluzioni. La scala ha la responsabilità di restituire alle persone una musica che non è stata ascoltata o lo è stata poco. Il mio lavoro è fare un viaggio nella partitura e seguire i luoghi dell’anima. Ma il più grande regista è proprio Giacomo Puccini, basta seguire le indicazioni che lui ha dato, aveva già anticipato un fluire di della narrazione e dell’azione con un’anima cinematografica”.

Non a caso Chailly aveva detto che “Giacomo Puccini è un po’ il figlioccio di Verdi”. La decisione della Rai di trasmettere la ‘prima’ in diretta sulla prima rete, con la produzione di Rai Cultura, è confermata anche per il 2019, proseguendo una collaborazione inaugurata da Paolo Grassi il 7 dicembre 1976 per Otello di Verdi con la direzione di Carlos Kleiber e la regia di Franco Zeffirelli.

Da allora la Rai e il Teatro alla Scala hanno collaborato per far conoscere sempre meglio agli italiani lo straordinario patrimonio del melodramma. Come ogni anno la Rai curera’ anche le dirette presso il Carcere di San Vittore, in diversi teatri italiani e nei cinema di tutto il mondo.

La registrazione del 7 dicembre sarà inoltre trasmessa in differita televisiva, in data da definire, da RSI in Svizzera, da NHK in Giappone, da Il Media nella Repubblica di Corea e da TV Kultura in Russia. Per quanto riguarda la diffusione cinematografica, l’opera sarà trasmessa in diretta in Italia, Svizzera, Spagna, Regno Unito, Polonia, Norvegia e Finlandia, e in differita in Australia e Sud America.

È un libro a diciotto mani “La ragazza di Roma Nord” il nuovo romanzo di Federico Moccia che arriverà nelle librerie il 5 dicembre, a due anni dall’ultima fatica, “Tre volte te”, del cantore dell’amore pischello. Le sedici mani che hanno coadiuvato quelle dominanti e trainanti di Moccia, meritandosi anche il nome in copertina, sono quelle di sei donne e due uomini dai 18 ai 62 anni, Antonietta Cantiello, Fabio Castano, Federica Costabile, Loredana Costantini, Giacomo Carlo Lisi, Rebecca Puliti, Noemi Scagliarini, Michela Zanarella, coinvolti in un inedito contest letterario.

Qualche malalingua sui social ha insinuato che era a corto di idee…

“Le otto creazioni scelte compongono solo 32 delle 350 pagine del mio romanzo. Da anni durante le mie presentazioni i lettori mi propongono di leggere i loro racconti, i loro romanzi nel cassetto o mi chiedono come diventare scrittori, ho pensato di dar loro una chance, coinvolgendoli nel mio nuovo romanzo”.

Oggi, a 56 anni è uno scrittore da milioni di copie, ma le difficoltà degli esordienti lei le conosce bene, avendole sperimentate sulla sua pelle.  Il suo “Tre metri sopra il cielo” poi successo planetario, all’inizio se lo è dovuto pubblicare da solo.

“Ora è tradotto in tutte il mondo, ma esordire è complicato. Così nel luglio scorso insieme alla mia casa editrice SEM abbiamo  lanciato un esperimento narrativo, denominato “Il cantiere delle storie” dove ho chiesto ai miei  lettori di contribuire direttamente alla scrittura del mio  nuovo romanzo, con un piccolo testo creativo”.

Hanno risposto in tanti, tutti pischelli aspiranti scrittori?

“Sono arrivati oltre mille contributi, fra racconti, poesie e testi, da tutta Italia e mica solo ragazzini. Laura Costantini ha 62 anni e ha scritto un testo sul carpe diem, Fabio Castano, un trentenne di Gallarate ha raccontato un grande amore senile. Sono entrate nel romanzo, insieme ai loro autori”.

Gli otto autori fanno parte della storia?

“L’espediente letterario è quello di farli vivere come dei personaggi che incontrano  il protagonista, facendogli ascoltare le loro poesie o i loro racconti. Come quello di Rebecca Puliti, che ha 18 anni ed è la più giovane del gruppo: ha scritto “17 minuti” e propone al protagonista 17 suoi pensieri scanditi cronologicamente”.

Chi è il protagonista  e qual è la storia? Titolo e lucchetto in copertina ci indicano  che non si allontana da ponte Milvio e dintorni.

“Il protagonista è Simone, un ventenne romano che viaggia in treno da Napoli verso Verona dove si è trasferita Sara, la sua ragazza, per uno stage sul vino. Ha deciso di farle una sorpresa romantica nel giorno del loro primo anniversario. A Roma però sale sul treno una ragazza, i due chiacchierano, si piacciono, la sintonia cresce, ma visto che lui è impegnato decidono che non si sveleranno i loro nomi né alcuna informazione utile a rintracciarsi. Lei sarà la ragazza di Roma Nord, lui Argo. A Verona però lui scoprirà che la sua fidanzata l’ha già dimenticato con un altro, e deciso a rintracciare la ragazza di Roma nord, si installerà alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, dov’è scesa, sperando di rincontrarla prima o poi. La stazione diventa la sua nuova casa, la sua storia finisce sui giornali e sui social, lo avvicinano in tanti compresi gli otto scrittori che hanno vinto il concorso narrativo…”.

Nella quarta di copertina ha messo anche il decalogo delle ragazze di Roma Nord, che si esprimono, ci fa sapere, a colpi di “adoro” e “top”.  Dopo 15 anni da cantore di quel mondo giovanile come lo sta vedendo cambiare, è diventato un tutt’uno con lo smartphone, in mano al suo protagonista fin dall’incipit?

“Ma i ragazzi sanno gestire gli smartphone meglio di noi adulti: hanno imparato a non essere schiavi della tecnologia come noi ma a renderla semmai, la loro schiava”.

Lei com’è messo? Al protagonista fa dire che “ci sono due categorie di persone che meriterebbero la galera, quelli che leggono subito il tuo messaggio ma non rispondono come se avessero sempre qualcosa di sensazionale da fare e quelli che neutralizzano le spunte blu”, è un suo sfogo personale?

“In effetti sì, non sopporto quelli che strategicamente ti rispondono ore e ore dopo. E guardi che quelli che hanno davvero grandi responsabilità professionalità e grandi incarichi sono quelli che rispondono subito. Comunque non sono tra quelli sempre incollati allo smartphone, uso i social ma senza esserne ossessionato, vivo la tecnologia in modo ancora sano”.

Smartphone a parte i ragazzi li vede felici?

“Li vedo alla ricerca della loro libertà personale, ma credo che debbano ancora lavorare sui rapporti uomo-donna, sull’accettazione della fine dei rapporti sentimentali. E credo che questo sia un campo si debba intervenire precocemente, per evitare che la tragica lista dei femminicidi continui ad allungarsi”.

Intervenire come, con i giovani?

“Serve un’operazione di prevenzione culturale. Bisognerebbe introdurre nelle scuole una nuova materia scolastica, “l’educazione amorosa”. Basterebbe un’ora a settimana, un po’ come con l’ora di religione,  per far capire che il partner non si possiede e che ha la libertà di poter decretare la fine di un amore. Se gli adolescenti lo imparano e lo capiscono sui banchi di scuola, avremo meno adulti violenti”.

Lei si proporrebbe come docente?

“Mi piacerebbe moltissimo”.

Qual è l’età del sogno? Sempre, risponderebbe qualcuno che ama farlo a occhi aperti. In giovinezza, direbbe qualcun altro. Antonio Megalizzi aveva 29 anni e una forza oscura gli ha tolto la vita. Ma non ha spento il sogno. Paolo Borrometi ha 36 anni, qualcuno ha pensato che fosse facile togliergli la vita. E anche per lui vale la stessa regola: non si può spegnerne il sogno.

Non ho mai conosciuto Megalizzi, ma conosco l’autore di questo libro, Borrometi. Lavora al mio fianco, tutti i giorni, condivide con me e con i colleghi dell’Agenzia Agi un grande, unico, sogno: fare giornalismo, buon giornalismo. Era anche il sogno di Megalizzi. Generazioni diverse. Questa voce narrante ha 52 anni, Antonio ne aveva 29, Paolo ne ha 36… supereroi, cartoni, libri, film, famiglia, cultura, gioia, dolori, simboli, illusioni, delusioni. Storie diverse. Eppure in questa fabbrica del presente, in questo filo che si annoda nella quotidianità, un telaio dove non c’è Penelope, dove la nostra epica è fatta di piccole cose, il nostro Ulisse è svegliarsi la mattina con poche ore di sonno e dire “chi sa cosa succederà oggi”.

Ecco, in questo mondo continua a vibrare una fiammeggiante, inesorabile, puntuale verità: raccontare. Mai con la perfezione, sempre per difetto o per eccesso, ma con l’onestà dei fatti. Perché i fatti comandano, impongono una gerarchia, un ordine, un’agenda, una verità dalla quale non si scappa. “Il sogno di Antonio”, questo libro dedicato a Megalizzi, palpita con amore della biografia di Borrometi, una condivisione a distanza dell’esperienza della vita e della morte. Proprio come ha ricordato Papa Francesco, perché della morte bisogna parlare. Quando il 14 dicembre del 2018 a Strasburgo il cuore di Antonio Megalizzi ha smesso di battere, il suo sogno si è propagato da altre parti. C’è sempre chi raccoglie il testimone, chi assume su di sé il peso di guardare avanti. Senza proclami, senza bisogno di fanfare, con due cose povere, semplici, ma potentissime: carta e penna. Ecco perché questo libro che oggi presenteremo nella sede di “Civita”, Piazza Venezia 11 alle ore 17,30, con il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il Presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, il segretario UsigRai, Vittorio Di Trapani e la fidanzata di Antonio Megalizzi, Luana Moresco, è così importante.

“Il sogno di Antonio”, scritto da Paolo Borrometi, è una torcia accesa nel buio. Buona lettura.

Mario Sechi

 

Diritti umani e tecnologie nei paesi terzi*

di Antonio Megalizzi

3 settembre 2015

Marietje Schaake, europarlamentare olandese di Alde, ha proposto al Parlamento una risoluzione relativa all’impatto delle tecnologie dell’UE sui diritti umani dei paesi terzi.

Già in una conferenza relativa alla necessaria lotta politica per la libertà di Internet, datata un anno fa, la Schaake aveva puntato il dito contro gli Usa e i lo- ro eccessivi standard di sorveglianza, lamentando il dovuto coinvolgimento dell’Europa nel sostegno ad un sistema che tuteli le libertà del cittadino.

Considerando il sempre più importante impatto dei sistemi tecnologici sulla nostra quotidianità, viene naturale credere che siano le tecnologie il non-luogo nel quale vengono più spesso violati i diritti umani, come nel caso della sorveglianza di massa, le intercettazioni, la localizzazione dei cittadini e la loro attivi- tà privata, che sia telefonica o in rete.

Il punto focale della relazione rimane lo stesso: può una democrazia autoproclamarsi forte quando la privacy viene meno e ai cittadini viene negata la libertà? Può il mito della sicurezza fare da eccezione all’America? Possiamo crederci tanto più liberi di paesi come Cina, Russia o Turchia, se poi siamo i primi a non rispettare i diritti fondamentali dell’uomo?

Un ulteriore problema deriva dalla presenza ingombrante delle multinazionali, che sfruttano delle leggi estremamente permissive per arrivare dove solo i go- verni possono arrivare: nelle abitudini, nella quotidianità, nel cuore e nella mente del popolo, al fine di studiarne i comportamenti per poterne ricavare maggior beneficio da un punto di vista commerciale.

Ma non solo: governi di tutto il mondo si servono di sistemi di sicurezza per monitorare l’attività comunicativa di Internet all’interno del loro confine. Secondo il rapporto dell’ong britannica Privacy International, la Colombia avrebbe acquistato un software italiano, prodotto dall’azienda milanese Hacking Team, in grado di intercettare il traffico sul web dell’intero paese.

La stessa società, secondo Human Rights Watch, avrebbe venduto all’Etiopia sistemi in grado di spiare giornalisti, blogger e attivisti poco graditi al governo, espulsi in seguito dal paese con la scusa delle leggi sull’antiterrorismo.

La situazione non sembra migliorare neppure all’interno dell’UE. Joseph Cannataci, presidente del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, ha definito il Regno Unito di oggi di gran lunga peggiore della dispotica Londra in cui veniva ambientato il romanzo «1984» di Orwell, asserendo che «se guardiamo solo alle Cctv [le televisioni a circuito chiuso], almeno per Winston [il protagonista nel romanzo di Orwell] era possibile andare fuori in campagna e passare sotto un albero, e aspettarsi che non ci fosse alcuno schermo, come questi venivano chiamati. Mentre oggi ci sono molte par- ti della campagna inglese in cui esistono molte più telecamere di quelle che Orwell avesse mai immaginato».

L’infinito tira e molla con aziende come Facebook o Google, poi, altro non fa che sottolineare quanto distante sia la politica europea in tema di privacy ri- spetto a quella dei paesi terzi, evidenziandone diverse falle nel sistema giuridico e, di fatto, trovando enormi difficoltà nel coordinamento tra i vari stati, specie per colpa dell’ubicazione dei provider, operanti a livello internazionale.

C’è ancora molto lavoro da fare per garantire la tutela della libertà del cittadino in rete, ma qualcosa, in Europa, comincia a muoversi.

* Lo scritto di Antonio Megalizzi è tratto dal libro ‘Il sogno di Antonio’, scritto dal giornalista Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agi, e edito dalle edizioni Solferino.

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