Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – La ‘ndrangheta è l’organizzazione più potente e ramificata del mondo. Non esiste continente immune dal contagio delle famiglie mafiose originarie della Calabria. La sua è una storia secolare, tuttavia solo di recente al centro di studi, analisi, inchieste, che hanno rivelato la vera essenza della mafia calabrese.

C’è un impasto di codici arcaici e liturgie ipermoderne che la rende adattabile a ogni contesto economico, finanziario e politico. In Calabria come nell’Ontario, dalla Germania fino all’Australia, la ‘ndrangheta è una multinazionale del crimine, specializzata nel narcotraffico, nella gestione dei grandi appalti, nella fornitura di servizi alle imprese e alla politica, dallo smaltimento di rifiuti alle provviste di pacchetti di voti per le elezioni.

L’Atlante illustrato della ‘ndrangheta (Rizzoli, 208 pagine, 29,90 euro), dopo aver raffigurato le “regole sacre” con i riti, i codici e le simbologie, parte per un viaggio dall’epicentro di Reggio Calabria verso Crotone, Kroton, Lamezia, Catanzaro, Cosenza per arrivare al mondo: Canada, New York, Sud America, Australia. Il capitolo dedicato ai paesi contaminati dell’Europa, si intitola “Europa nostra”. L’ultimo capitolo percorre le rotte del narcotraffico: la cocaina, il principio di tutto.

L’autore è Giovanni Tizian, giornalista del ‘Domani’, ha collaborato con “La Repubblica”. Suo padre, Peppe, un funzionario di banca che non si era piegato al malaffare mafioso, è stato ucciso a colpi di lupara la notte del 23 ottobre 1989, a Locri. Un delitto rimasto impunito su cui Giovanni ha in seguito indagato.

La famiglia Tizian ha lasciato allora la Calabria per trasferirsi in Emilia. Laureato in Criminologia presso l’Università di Bologna, Tizian ha pubblicato prima sulla “Gazzetta di Modena” vincendo nel 2012 il premio Enzo Biagi, poi sul mensile “Narcomafie” e sul portale Stop’ndrangheta.it. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, collaborando con “daSud”, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. È autore del saggio-inchiesta Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (2011). Nel 2013 con La nostra guerra non è mai finita. Viaggio nelle viscere della ‘ndrangheta e nella memoria collettiva (Mondadori) vince il premio Gian Piero Orsello – Città di Civitavecchia. Del 2014 è Il clan degli invisibili, sempre per Mondadori. Dal 2011 vive sotto scorta. Nel 2018 il suo libro Rinnega tuo padre (Laterza) ha vinto il premio Siani. Nel 2019 firma con Stefano Vergine, Il libro nero della Lega (Laterza). Nel 2019 per Rizzoli ha pubblicato Atlante illustrato di Cosa nostra.

AGI – La luce e la bellezza oltre le macerie del terremoto del Belice. Si chiudono le celebrazioni per il centenario della nascita di Pietro Consagra e un video dell’assessorato regionale ai Beni culturali e della Fondazione Orestiadi racconta la straordinaria figura dell’artista che più di ogni altro ha segnato il progetto di ricostruzione di Gibellina, trasformata in uno dei siti più suggestivi della  Sicilia. 

Il video diretto da Alfio Scuderi e Dario Palermo e girato nella città del Belice, è un racconto per immagini di un artista che ha attraversato le fasi principali dell’arte internazionale del XX secolo, e del suo rapporto con Gibellina, scandito dai testi di Ludovico Corrao, il sindaco-intellettuale artefice della ricostruzione della città e dello stesso Pietro Consagra, recitati dalla voce narrante di Filippo Luna e accompagnati dalle musiche originali, eseguite dal vivo, di Gianni Gebbia.  

Siciliano di nascita, Pietro Consagra si inserisce a pieno titolo tra i maestri dell’arte astratta italiana del dopoguerra, insieme agli amici Carla Accardi di Trapani e Antonio Sanfilippo di Partanna, anch’essi parte del gruppo Forma. Rispondendo per primo all’appello di Ludovico Corrao, che dopo il terremoto del ’68 si impegnò per rendere Gibellina città d’arte, fu capace di coinvolgere nell’opera di ricostruzione numerosi, architetti e intellettuali.

Da lì nacque un rapporto fortissimo con Gibellina, reinterpretando anche alcune espressioni della tradizione locale, come il carro del santo patrono ed i ‘prisenti’, i drappi esposti in occasione delle processioni, fino alla scelta di esservi sepolto dopo la morte, avvenuta a Milano nel luglio del 2005.

Passando dalla “Stella d’ingresso al Belice” alla “Città di Tebe”, la creatività astrattista di Consagra, è ripercorsa nel video attraverso le immagini delle vie e delle piazze di Gibellina, il cui progetto di ricostruzione fu un progetto di rinascita di un’intera comunità, comunque sempre attuale.

“Un sentimento profondo del suo essere artista”, disse Ludovico Corrao, “che lo porta a servizio delle ricamatrici di Gibellina, dei giovani ceramisti, delle famiglie che gli chiedono di disegnare i cancelli delle cappelle funerarie del nuovo cimitero, il Carro e il ‘prisenti’ per la processione di San Rocco patrono della città, gli archi e le luminarie per le feste, i gonfaloni per gli addobbi delle strade, i sedili per il riposo lungo le vie alberate”.

Una lezione che conferma il valore dell’arte “che non è mai arte minore. Una testimonianza forte e generosa del significato della rifondazione di una città. Rifonda cioè una nuova città che è antica ma che continua il rito del viaggio del nomadismo, delle contaminazioni, e proclama la sua fede nel futuro. Consagra in realtà reinterpreta con profondità di pensiero i segni e le forme possenti del Mediterraneo. Una felice riprova ne è la Porta del Belice, amata con tutto il cuore da queste genti e chiamata ormai Stella di Gibellina”. 

AGI –  Donald Trump censurato dai Social Network dopo i fatti di Capitol Hill diventa un caso. Se ne discute anche in Italia. La questione è chiara: può una società privata decidere di ‘oscurare’ il presidente degli Stati Uniti per le sue opinioni? Lo abbiamo chiesto a tre importanti storici italiani che, concordi nel condannare in linea teorica ogni forma di censura, hanno dato risposte differenti.

Gotor: Trump trattato come semplice cittadino

“Dal punto di vista teorico, il problema sussiste: ogni forma di censura costituisce sempre un trauma. Ma da quello pratico, occorre ricordare che i social sono piattaforme private che hanno codici di comportamento. Regole che, magari, non vengono lette al momento dell’iscrizione. Ma i regolamenti vanno rispettati”. Lo ha detto all’AGI lo storico Miguel Gotor, riferendosi al blocco dei social operato nei confronti di Trump. 

“Così come viene oscurata l’utenza del semplice cittadino che non rispetta le policy delle società private che realizzano i social, lo stesso si fa con quella del Presidente Usa. Mi sembra improprio – ha sottolineato Gotor – teorizzare che si debba avviare una sorta di costituzionalizzazione di Twitter o Facebook…”. 

Si rischia di perdere dati utili agli archivi? “Ma no, c’è una tale sovrabbondanza di fonti nella nostra società – ha aggiunto ancora l’esperto – che non vedo proprio dove sia il problema. Il punto, invece, è decidere se l’ultimo degli iscritti a Twitter debba essere trattato come Trump: io credo di sì. E dico che il fatto che Trump sia stato censurato da Twitter avrà certamente un rilievo sotto il profilo storico, ma mi interessa molto di più il fatto che lo abbiano bloccato piuttosto che quello che scriveva. La censura, ripeto, è comunque un trauma. Ma la questione è: Trump, iscritto a un social con delle regole, deve essere trattato o no come un cittadino normale? Io dico di sì”.

Perfetti: oscurare Trump è un atto gravissimo

“Il fatto che una società abbia oscurato il presidente Usa è gravissimo. Allora questo principio deve valere per tutti, anche per i vari dittatori sparsi per il mondo che scrivono e dicono quello che vogliono sui social in totale libertà. Vale anche per chi chiede la distruzione di Israele per esempio. Oscurare quegli account è decisamente grave, soprattutto un in paese di grande tradizione democratica e liberale come gli Stati Uniti. Non sta in cielo né in terra. Grida vendetta”, ha detto  Francesco Perfetti, già docente di Storia contemporanea alla Luiss, che spiega: “La storia non si serve certo di un tweet”.

“Quelle  non sono fonti importanti.– sottolinea – le opinioni di Trump sono note, e si possono trovare negli atti e in tanti altri modi. Dare troppa importanza ai tweet e ai social è una forma di distorsione. Le opinioni vengono espresse nelle sedi istituzionali vere e proprie. Poi, il messaggino serve per far arrivare una battuta che diventa veicolo dell’opinione ma finisce li. Le fonti vere e proprie sono ben altro. Ha incitato? Va bene, i social magari hanno delle regole di comunicazione, si può dire quello che si vuole a patto che non si ecceda ma, ripeto, allora vale davvero per tutti”.

Villari: i social bloccano chi incita all’odio 

“Non è che il rimedio è peggiore del male: in questo caso evita il male”. Ha spiegato lo storico Lucio Villari. Chiudere però l’accesso ai social, potrebbe evocare la censura, anche diversi leader politici del mondo non l’hanno presa bene… “Chiariamo subito – aggiunge Villari – la censura non va bene ma quando le parole vengono usate per creare occasioni di aggressione ai valori fondamentali della società, un minimo di controllo è necessario. Ognuno è libero di pensarla come vuole ma ci sono le leggi e ci sono delle istituzioni che in quanto tali vanno rispettate”.

Secondo lo storico, “le parole vanno usate in modo appropriato, nessuno deve veder oscurato il proprio pensiero ma aizzare le masse e creare conflitti è cosa ben diversa dall’esprimere un’opinione. È successo anche in Italia, a quanto ho capito. I social a volte bloccano pagine che incitano all’odio. E devo dire che certe volte, è meglio oscurare piuttosto che leggere certe dichiarazioni o sentirle. È questione di buon senso, di educazione, di opportunità. E direi anche di decenza”.

Ma per uno storico, non è un peccato perdere comunque dati, frasi, pensieri, insomma i tweet di un personaggio come Trump? “Le idee di Trump sono ben note.  Alcune di esse – aggiunge Villari –  direi che possiamo benissimo dimenticarcele, sarebbe meglio. Non saremo certo privati di cose originali. Certamente non accadrà sotto il profilo storico ma non dimentichiamo che in quattro anni, Trump ha detto sempre e solo le stesse cose. Le conosciamo a memoria. Voleva incitare la folla, ha sbagliato. E i social lo hanno oscurato. Succede a tutti i comuni mortali”.

AGI – Cancellazione di eventi, sospensione di saloni/festival letterari e annullamento di contratti con clienti o fornitori. Il 2020 è stato un anno nero per l’editoria italiana. L’emergenza sanitaria e il lockdown hanno avuto conseguenze disastrose anche sull’attività editoriale con i micro editori che rischiano di esser spazzati via.

Nove editori su dieci hanno previsto per il 2020 una perdita consistente del proprio fatturato rispetto all’anno precedente: uno su tre dal 25 al 50% in meno (32,0%), circa uno su quattro ha stimato una flessione compresa tra il 50 e il 75% (24,9%). Solo il 7,4% ha previsto di non subire perdite. E’ quanto emerge del rapporto Istat su ‘Produzione e lettura di libri in Italia’ relativo all’anno 2019.

Ma gli scenari più negativi in termini di fatturato sono stati prospettati dagli operatori della piccola e micro-editoria: un micro editore su cinque ha previsto una perdita di oltre il 75%, circa un piccolo editore su quattro ha stimato tra il 50 e il 75% in meno. Il 40% dei medi invece ha previsto una riduzione di circa un quarto del proprio fatturato (fino al 25% in meno) mentre l’8,6% dei grandi ha previsto di non avere alcuna variazione significativa.

Nel 2019 intensa produzione, ma resta stabile il numero di lettori

Nel 2019 sono stati pubblicati in media 237 libri al giorno, quasi 1,3 libri ogni mille abitanti; di questi, due terzi sono novità (58,4%) e nuove edizioni (8,5%). Il 40,0% della popolazione di 6 anni e più legge almeno un libro all’anno. Il 77,2% dei lettori legge solo libri cartacei, il 7,9% solo e-book o libri on line.

In particolare nella produzione di libri in Italia sono 1.706 le imprese e le istituzioni che svolgono come principale attività la pubblicazione di libri. Il 53% (considerando il volume complessivo della produzione editoriale in termini di quantità di copie stampate nell’anno di riferimento) di queste sono definibili ‘micro-editori’ (hanno stampato non piu’ di 5.000 copie), il 38,1% piccoli editori (tiratura massima di 100.000 copie), il 6,8% medi editori (tiratura non superiore a un milione di copie), il 2,1% grandi editori (hanno pubblicato titoli per una tiratura superiore a un milione di copie).

I ‘grandi’ e ‘medi’ editori insieme realizzano oltre la metà (il 59,1%) della produzione in termini di titoli e il 91,3% della tiratura. Accanto agli operatori di maggiori dimensioni, l’ampia e variegata platea di piccoli e micro-editori, in buona parte imprese e istituzioni che svolgono edizione di libri come attivita’ principale, contribuisce per il 40,9% all’offerta dei titoli pubblicati e per quasi un decimo del mercato (8,7%) in termini di tiratura.

In media, se i micro e i piccoli editori hanno pubblicato rispettivamente 8 e 43 titoli all’anno, i medi editori hanno prodotto 208 opere librarie e le grandi case editrici ben 771. In base al valore economico della produzione libraria sul mercato, la differenza dimensionale tra le diverse tipologie di editori appare ancora più accentuata: i grandi editori contribuiscono per il 63,3% al valore totale della produzione libraria, i medi per il 30,1%, i piccoli e i micro per il rimanente 6,6%.

Oltre il 50,0% degli editori attivi ha sede nel Nord del Paese (31,3% nel Nord-ovest e 18,8% nel Nord-est), il 28,7% al Centro e il 21,2% nel Mezzogiorno (14,7% al Sud e 6,5% nelle Isole). Il maggior numero di editori attivi risiede in Lombardia e nel Lazio (20,6% e 16,8%): due regioni che insieme ospitano il 60,0% dei grandi operatori, il 64,7% dei medi, il 38,6% dei piccoli e un circa un terzo dei micro editori. In particolare, a Milano e Roma si concentrano circa un quarto degli editori attivi.

La lettura attività fondamentale durante la Fase 1 della pandemia

Durante la prima Fase dell’emergenza indotta dalla pandemia di Covid-19 – si legge nel rapporto Istat –  la lettura ha accompagnato le giornate di più di 6 persone su 10 (62,6%), rappresentando la terza attività del tempo libero maggiormente svolta dopo la Tv-Radio (93,6%) e i contatti telefonici/videochiamate con parenti ed amici (74,9%).

La lettura di libri ha interessato il 26,9% della popolazione di 18 anni e più, con una quota maggiore di donne rispetto agli uomini (30,8% contro 22,7%). Sono soprattutto i giovani fino a 34 anni (32%) a dichiarare di aver letto almeno un libro in un giorno della Fase 1, quote minori di lettori nelle fasce di eta’ successive.

La gran parte della popolazione ha letto esclusivamente libri cartacei (19,9%), mentre il 5,3% solo libri su supporto digitale. Soltanto l’1,7% ha letto sia libri cartacei che e-book/ libri on line. La lettura di libri su supporto digitale è stata scelta, in un giorno medio della Fase 1, più dai giovani adulti fino a 44 anni (circa 1 su 10 in questa fascia d’età), mentre è risultata pari alla metà nelle fasce di età successive.

Numerose iniziative per fronteggiare l’emergenza Covid

Per fare fronte all’impatto della pandemia sul settore dell’editoria, sono state numerose le iniziative promosse e realizzate dagli operatori, in primo luogo: il rinvio delle nuove uscite editoriali in programma (79,6%, la revisione del piano editoriale 2020, 74,4%), il potenziamento dei canali di vendita on-line (56,4%), il ricorso al lavoro in modalità smart working per il personale interno (54,4%).

Quasi un operatore su tre (29,2%) ha inoltre promosso l’ampliamento dell’offerta di titoli in formato digitale. Nel periodo del lockdown – spiega l’Istat – gli editori hanno attuato anche delle iniziative volte alla promozione della lettura: il 43,6% ha attivato reti con le librerie indipendenti per la vendita e la consegna di libri a domicilio, il 42,8% organizzato eventi di promozione e interazione con i lettori attraverso i canali social o il proprio sito internet.

Il 26,9% degli editori ha organizzato presentazioni on-line, letture e consigli di lettura da parte degli autori. Per restare vicini al proprio pubblico e non far mancare il proprio supporto, gli editori – e soprattutto i grandi editori – hanno anche proposto delle iniziative per garantire l’accesso gratuito per i docenti a webinar, servizi e strumenti per la didattica digitale (il 40,0% dei grandi e il 20,2% dei medi), la diffusione gratuita di e-book (52,9% dei grandi e il 26,3% dei medi), la possibilità di download o ascolto gratuito di audiolibri riservato alle persone con disabilità (23,5% dei grandi editori).

 

AGI – Il Vittoriale degli Italiani compie cento anni. Era il 21 ottobre 1921 quando Gabriele d’Annunzio acquistò dal governo italiano per 130 mila lire di allora Villa Cargnacco, a Gardone Riviera, sulla sponda bresciana del lago di Garda. Per il complesso di edifici, di vie, di piazze, finanche un teatro all’aperto, oltre a giardini e corsi d’acqua, eretto tra il 1921 e il 1938 da d’Annunzio su progetto dell’architetto Giancarlo Maroni, si annuncia un anno particolare.

Anzi sarà “l’anno del rilancio”, come sottolinea Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, nella relazione che sintetizza l’attività svolta nel 2020, in un anno dominato dal Covid e però qui, in un luogo accarezzato dal Garda, “non ci si è pianti addosso”, anzi “contro ogni avversità, abbiamo lanciato la nostra sfida all’afflizione e, ancora nelle feste di fine anno, erano aperti cinque cantieri nel Vittoriale chiuso. Abbiamo lavorato freneticamente, duramente, per concludere il decennale progetto Riconquista e far trovare ai visitatori un Vittoriale del tutto restaurato e aperto in ogni luogo” di questo complesso nato a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la Prima guerra mondiale.

Una relazione che si apre con quella che il presidente definisce una “buona notizia”, vale a dire “nessuno – nessuno – fra i molti lavoratori e i moltissimi collaboratori del Vittoriale è stato colpito dal morbo che ci affligge. Non possiamo dunque averlo inflitto ai nostri visitatori. Lieti di questo primo dato, al Vittoriale degli Italiani non ci si piange addosso: è inutile parlare dell’enorme danno alla vita, alla gioia di vivere – e all’economia – che tutti abbiamo subito. Dai 279.328 visitatori del 2019 siamo passati ai 113.700 del 2020: niente, rispetto agli oltre 300.000 previsti, ma un buon trampolino per ripartire”.

Il centenario sarà celebrato in molti modi – promette Guerri, il cui terzo mandato scadrà a dicembre prossimo -, anzitutto estendendo l’offerta di un ingresso gratuito al Parco agli operatori sanitari, non più soltanto a quelli lombardi, ma anche a quelli che verranno da ogni parte d’Italia. Fra le altre iniziative, verrà pubblicato un volume che ripercorre per la prima volta l’intera storia del Vittoriale, dall’arrivo a Gardone Riviera di Gabriele d’Annunzio a oggi.

“Un secolo è un’età bambina, per un monumento nazionale che ha superato indenne la Seconda guerra mondiale e che supererà anche questa prova, verso un futuro enormemente più lungo del suo passato. A Riconquista compiuta, infatti, il lavoro non è finito – assicura Guerri -, c’è ancora molto da fare, che non dico. Ma occorrerà, per esempio, provvedere alla sistemazione dell’altro lato delle Vallette, la Cascina Fraole, bene immobiliare preziosissimo e finora mai utilizzato”. Quindi, “ripartiamo da 100”.

Il punto sui restauri

Nella sua relazione-consuntivo 2020, il presidente della fondazione parte proprio da Riconquista, evidenziando che a gennaio e febbraio 2020 sono proseguiti i lavori per l’ambizioso progetto di completamento del Parlaggio, con la pavimentazione in marmo rosso di Verona, “come voluto dal Vate”, grazie a un finanziamento dell’assessorato alla Cultura di Regione Lombardia, a un prestito a tasso zero della banca La Valsabbina e a un notevole sforzo economico del Vittoriale. Nel mese di marzo sono state poi installate le nuove poltroncine nella platea del Parlaggio, e con un innovativo sistema di fissaggio sono state appoggiate al prezioso marmo senza ledere la pietra.

Sempre grazie a un “accurato finanziamento di Regione Lombardia”, a settembre sono iniziati gli importanti lavori di riqualificazione della Piazzetta Dalmata e di Piazza Esedra, con la pulitura dei marmi e la riqualificazione degli intonaci secondo il colore originale, proseguendo cosi’ il lavoro iniziato con la pulitura dell’ingresso principale del Vittoriale e del viale d’ingresso. Allo stesso tempo, con il bando “Beni Aperti” indetto da Fondazione Cariplo ha preso il via la realizzazione, presso il Casseretto, del nuovo Museo Maroni, con l’approvazione del progetto da parte della Sovrintendenza.

Grazie al contributo del Mibact, nei mesi di ottobre e novembre sono iniziati i lavori di restauro di due obici della Prima guerra mondiale e dello SVA del Volo su Vienna. Sono continuati i restauri delle stoffe grazie alla campagna “Adotta una stoffa, adotta un cuscino”. Interventi di restauro sono stati eseguiti anche su una serie di vetri e ceramiche e, grazie alla collaborazione con la Selleria Bresciani di Bovezzo, sulle selle in cuoio appartenute a Gabriele d’Annunzio.

In novembre sono iniziati i lavori di riqualificazione di Villa Mirabella, che, dopo i necessari interventi, accrescera’ gli spazi museali della Fondazione. Infine, è terminata la riqualificazione del roseto dei giardini privati, grazie al progetto L-ODO-ROSA, che ha permesso la messa a dimora della preziosa rosa “Gabriele d’Annunzio”, varietà ibridata espressamente per il Vittoriale degli Italiani. Peraltro proprio la rosa “Gabriele d’Annunzio” ha vinto la Medaglia d’oro per le nuove rose al prestigioso Concorso di Roma 2020 e il premio per la rosa con il miglior profumo al Concorso Internazionale delle nuove rose a Madrid. 

Lo scorso anno erano previste giornate speciali al Vittoriale. Come quella programmata per il 15 febbraio dalla Fondazione con la Società di Studi Fiumani, quando è stata data sepoltura ai resti di Riccardo Gigante, sindaco di Fiume e senatore d’Italia, ucciso nel 1945. I resti erano stati recentemente rinvenuti in una fossa comune. Gabriele d’Annunzio, quando decise di costruire il proprio Mausoleo, scelse dieci amici, compagni di guerra e dell’Impresa fiumana, perché lo accompagnassero in altrettante urne disposte a cerchio. Su una di queste è inciso il nome di Riccardo Gigante, ora tumulato lì a coronare la storia di un’amicizia nata e cresciuta nella Fiume italiana. Gli altri sono Guido Keller, Giuseppe Piffer, Ernesto Cabruna, Mario Asso, Italo Conci, Adriano Bacula, Antonio Locatelli, Luigi Siviero e Antonio Gottardo.

L’inaugurazione del Parlaggio

C’è poi la data del 4 luglio, quando è stato inaugurato il Parlaggio, come d’Annunzio volle chiamare il teatro, anzi la immaginò come “una conca marmorea sotto le stelle”, luogo ideale – per il poeta – per rappresentare i propri spettacoli, naturalmente immerso nella splendida cornice del Vittoriale. Il Parlaggio era rimasto incompiuto fino a oggi per mancanza di fondi. L’opera di completamento dell’Anfiteatro, realizzata da Margaf SPA, era pronta per l’inaugurazione il 12 marzo, compleanno di d’Annunzio, ma l’emergenza Covid costrinse al rinvio al 4 luglio.

Il Parlaggio ha ospitato il 29 luglio il primo concerto nella sua nuova veste in marmo rosso di Verona. Sul suo palcoscenico panoramico si è riunita l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano eseguendo il programma Anniversario Ludwig van Beethoven, sotto la direzione del Maestro Ga’bor Taka’cs-Nagy. Nelle attività 2020 della Fondazione Il Vittoriale, anche cinque incontri in tema dannunziano tra luglio e agosto alla Versiliana, inoltre il convegno dal tema “D’Annunzio legislatore. Costituzioni, visioni, utopie dell’Impresa Fiumana”, in occasione del Festival dannunziano di Pescara, a settembre all’Aurum del capoluogo abruzzese. Il 6 settembre il Parlaggio è tornato a ospitare l’Ensemble I Pomeriggi Musicali di Milano.

‘Va, pensiero…’ è il titolo del programma affidato alla direzione di Jacopo Brusa, per sottolineare l’omaggio a Verdi in apertura di serata con il celebre coro dall’opera Nabucco trascritto per ensemble di fiati. Poi ‘Una risposta di alta vita’ il 26 settembre, quando la Fondazione ha reagito mantenendo fede, di fronte al proprio pubblico affezionato, alla tradizione della festa settembrina, con un ricco calendario di attività. Il Vittoriale ha aperto gratuitamente le porte al pubblico a partire dalle ore 15.00, inaugurando nuove esposizioni e accogliendo nuovi doni. 

Nel bilancio 2020 anche il dato relativo agli Archivi e alla Biblioteca dannunziana, frequentato da 101 studiosi. Sono 532 le nuove acquisizioni di libri della Biblioteca Dannunziana Corrente; 839 gli articoli di giornale dell’anno 2020 dell’Archivio Ritagli. Nuove donazioni, nuovi depositi e nuove acquisizioni hanno arricchito gli Archivi. Durante il periodo di lockdown il Vittoriale è rimasto fermo, “ma non inerte”, precisa Guerri: le attività internet hanno diffuso arte e cultura attraverso numerose rubriche web. Il Vittoriale ha aperto – virtualmente – le sue porte, grazie a Google Arts and Culture, permettendo ai visitatori di fruire delle bellezze del Parco e della Prioria anche a distanza.

La Fondazione ha inoltre aderito alle campagne social #iorestoacasa e #ioleggodacasa promosse dal Mibact, con inediti consigli di lettura, approfondimenti su oggetti poco noti conservati nella casa del Vate, quiz interattivi molto amati dal pubblico, immagini d’autore della Prioria e brevi testi in occasione di #Fiume100, il centenario dell’impresa fiumana del poeta-comandante.

Come ogni anno importanti artisti hanno voluto rendere omaggio alla figura di Gabriele d’Annunzio donando le loro opere. Non sono mancate inoltre le mostre. Particolare importanza è stata data al rapporto tra il Vittoriale, i giovani, la scuola e il lavoro. Nel corso dell’anno il Vittoriale ha avviato numerosi progetti dedicati alle scuole e ai giovani. La Fondazione svolge un ruolo attivo nella formazione dei ragazzi offrendo esperienze di alternanza scuola lavoro, tirocini curriculari universitari e progetti di Servizio Civile Nazionale.

Tra le diciotto convenzioni attive: l’Università Bocconi di Milano, il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Università degli Studi di Bologna. Per l’anno scolastico 2019-2020, il Vittoriale ha proposto alle scuole due progetti didattici che hanno coinvolto scuole di diverse regioni: Il progetto ‘La Carta del Carnaro: Qui si forma l’uomo libero’, rivolto alle Scuole Secondarie di II grado; il progetto ‘Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte’, rivolto alle Scuole Primarie e Secondarie di I grado.

Invece ‘1921- 2021 Il Vittoriale una “inimitabile” infinita avventura’ è il progetto didattico proposto per l’anno scolastico 2020-2021, in occasione del Centenario del Vittoriale. Infine, il 3 novembre si è svolta una video conferenza tra il Vittoriale degli Italiani e la Scuola Navale Morosini, sui rapporti che legano d’Annunzio e la Marina Militare.

AGI – Sono passati 50 anni dalla morte di Coco Chanel, ma ancora oggi resta la più geniale protagonista della moda del XX secolo e soprattutto l’ardita rivoluzionaria del costume femminile dell’era moderna. Il 10 gennaio 1971, Gabrielle Chanel si spense all’età di 87 anni in una stanza dell’Hotel Ritz di Parigi. La sua morte sembrava la fine di un’era, ma 50 anni dopo quell’orfana senza risorse che ha rivoluzionato la silhouette femminile è ancora la figura per eccellenza della moda francese.

La stilista che ha plasmato una moda comoda e informale è nata in una città sulle rive della Loira, Saumur, nel 1883, figlia di un venditore ambulante e di una giovane contadina morta all’età di 31 anni. Alla morte di sua madre, suo padre, Albert Chanel, la lasciò insieme alle sue sorelle in un orfanotrofio. Nel convento imparò l’arte del cucito e coltivò il gusto per i tagli rigidi e per i colori bianco e nero, che segnarono il suo stile per tutta la vita. Con la maggiore età iniziò a esibirsi come cantante in un cafè, usando come pseudonimo Coco.

Senza dubbio, la sua vita non sarebbe stata la stessa se non avesse incontrato l’uomo d’affari Arthur Capel, il suo amante per quasi dieci anni fino alla sua morte avvenuta a causa di un incidente d’auto nel 1919. Capel, o come lo conoscevano i suoi amici, Boy, sostenne e finanziò l’avventura imprenditoriale della designer. Con il suo supporto, iniziò a disegnare cappelli che presto divennero accessori indispensabili in ogni corsa di cavalli o evento dell’alta società francese.

Sempre grazie a lui aprì il suo primo negozio in Rue Cambon a Parigi, seguito da altri in località turistiche di lusso: Deauville e Biarritz. In quegli anni, ormai designer affermata, con più di 300 lavoratori dipendenti, diventò una figura essenziale nel panorama parigino, dove fu ammirata per la nuova silhouette che proponeva a sua immagine e somiglianza.

La figura snella, i capelli corti e l’introduzione dell’abbigliamento sportivo confermarono il suo successo. Oggi la “maison” che porta il suo nome continua a sfruttare tutti i recessi della sua storia personale, spesso misteriosa, e il suo cognome è un marchio conosciuto a livello internazionale anche grazie al successo dei suoi profumi e cosmetici. 

AGI – “‘L’italiano non è l’italiano: è il ragionare’, disse il professore. ‘Con meno italiano lei sarebbe forse ancora più in alto'”. Nella trasposizione cinematografica di “Una storia semplice”, Gian Maria Volontè ‘diventa’ Leonardo Sciascia, pronuncia questa battuta e infligge all’orgoglio del magistrato un colpo mortale, dopo che quest’ultimo si era appena vantato dei ‘3’ affibbiati nel registro a scuola.

“La cultura umanistica in generale e la lettura dei romanzi – spiega all’AGI Paolo Squillacioti, curatore per Adelphi della nuova edizione delle opere dello scrittore siciliano – non serve per dare delle nozioni, ma per formare gli stessi meccanismi del ragionamento. La materia intesa dal procuratore, come inutile orpello che disturba il percorso verso una professione era invece per Sciascia ciò che dà sostanza all’intero ragionamento e quindi anche a un esercizio corretto della professione di magistrato o di qualunque altra professione. E’, appunto, il ragionare. Gian Maria Volontè nel film è straordinario perchè fornisce una inflessione particolare a quella battuta indimenticabile. Tra l’altro, nel film si atteggia quasi a Sciascia, che non ha mai avuto parte attiva nelle scelte dei registi che hanno tratto film dalle sue opere nè sulla scelta degli attori, anche se credo che la scelta caduta su Volontè non dovesse dispiacergli”.

Quello tra Sciascia e il cinema è stato un colpo di fulmine. “Teneva distinti i due linguaggi, quello del romanzo e quello del cinema”, sottolinea Squillacioti, ma l’amore per il grande schermo nacque prima, quando era bambino. “Il cinema – aggiunge – era un modo di evadere dalla realtà siciliana degli anni Venti-Trenta, piuttosto arretrata. Era uno spettatore assiduo, agevolato anche dal fatto che un suo parente lavorava in una sala cinematografica: vedeva fino a due film al giorno, scriveva recensioni dando stellette, anticipando l’uso che viene fatto oggi dai critici. L’amore, come tutti gli amori, a un certo punto fini'”.

Scrisse anche diversi soggetti, che oggi sono raccolti nel volume “Questo non è un racconto” per la casa editrice di Roberto Calasso: “Su proposta di Lizzani, un soggetto è ispirato alla vicenda di Serafina Battaglia, che decise di farsi vendetta usando lo Stato come vendicatore; per un altro soggetto ho ipotizzato fosse quello frutto di un contatto tra lui e Lina Wertmuller; il terzo soggetto è più che altro un dialogo tra due personaggi sul soggetto da scrivere: si tratta di una storia di mafia americana, e di un vecchio boss che dopo aver abbandonato i suoi giri criminali, rientra per una missione e rievoca i propri ricordi. Il committente della storia è Sergio Leone, e la trama è sostanzialmente quella di ‘C’era una volta in America’”.

Filologo e direttore dell’Istituto Opera del Vocabolario Italiano, Paolo Squillacioti lavora sulle opere dello scrittore di Racalmuto dal 2010. Undici anni di un lavoro, che prosegue seguendo procedure rigorose: “Per i romanzi – spiega – ho esaminato i dattiloscritti dell’autore; ho esaminato le versioni che Sciascia anticipava su riviste e giornali, li ho messi a confronto e ricostruito il testo cercando di ripristinarlo nel miglior modo possibile: operazione normale per tutti gli autori del Novecento, ma che per Sciascia non era stata ancora fatta. Ho avuto il privilegio di aprire questa strada“.

E d’altronde, gestazioni di opere come “Il giorno della civetta” si rivelarono laboriose per lo stesso scrittore siciliano. “Sciascia – racconta Squillacioti – pensava a questo romanzo da molto tempo. La prima versione conteneva riconoscibilissime coperture del potere in un delitto di mafia: le funzioni del prefetto, del procuratore della Repubblica, del capo del polizia, disse, erano talmente evidenti che rischiava l’incriminazione per vilipendio. Dopo averlo terminato, lo riscrisse e velò le funzioni di coloro che coprono gli esecutori del delitto. Velò, ma non annullò. Nel romanzo vi sono piccoli elementi, che consentono di risalire a quelle autorità (ad esempio, quando un personaggio risponde al telefono e si rivolge all’interlocutore chiamandolo ‘eccellenza’, ovvero il prefetto), per cui è una velatura che a ben vedere non nasconde ciò che Sciascia voleva dire: la mafia si è servita per avere il controllo assoluto del territorio di coperture ad altissimo livello”.

Quanto agli scritti giornalistici, Sciascia stesso li raccoglieva e, di conseguenza “il confronto con i dattiloscritti ha consentito di recuperare alcuni elementi testuali da un lato e di dimostrare, dall’altro, il percorso seguito dall’autore nella rielaborazione, mai ossessiva. Per qualcuno di questi libri come ‘A futura memoria’, c’è stato un lavoro molto più ampio, perchè c’era stata fretta nel farlo uscire appena un mese dopo la sua morte, ed è nata una nuova versione dei suoi scritti giornalistici più noti”.

Quel che arriva alla letteratura e alla politica italiana, da Leonardo Sciascia, è una nuova lingua, quella del ragionare. “A differenza di quella di Gadda, grande mescolatore di lingue parlate – rileva il filologo – Sciascia aveva una lingua standard, ma con elementi in qualche modo arcaizzanti, che riprendevano moduli linguistici tardo ottocenteschi o primo novecenteschi. Si tratta di elementi peculiari, piallati dall’attività delle case editrici: ‘sopratutto’ senza una t; ‘cosidetto’ senza la doppia d. A questi elementi lui teneva moltissimo, ma spesso venivano modificati. Aveva anche una sintassi particolarmente elaborata con elementi che derivavano dal siciliano, ma qualche volta semplificata nel lavoro redazionale. E ancora: concordanze a senso, con testo non perfettamente bilanciato. Dal mio lavoro è venuto fuori anche un restauro linguistico, di elementi grafici, in qualche caso morfologici, lessicali e sintattici”.

Il centenario di Sciascia cade nello 700esimo anno della morte di Dante Alighieri. Possiamo azzardare un paragone? “Sono due figure difficilmente paragonabili – risponde Squillacioti, che di Dante è studioso – ma, volendo forzare, certamente sono due intellettuali che hanno posto la propria libertà al di sopra di ogni cosa. Dante lo ha pagato sul piano personale in maniera molto dura con l’esilio e Sciascia con profonde incomprensioni finchè era vivo e sapeva ben difendersi, ma soprattutto quando non ha potuto più farlo direttamente. Inoltre, l’afflato civile è di entrambi: Sciascia riteneva che la letteratura avesse senso solo se poteva incidere sulla realtà; nella Divina Commedia Dante è quasi uno scrittore militante”.

Quali titoli preferisce, di Leonardo Sciascia? “Per quel che riguarda il romanzo, ‘Il Contesto- Una parodia”, con un sottotitolo che indica l’ironia con cui Sciascia penetra i meccanismi del potere; per la saggistica, ‘Nero su nero’, raccolta di scritti molto brevi e penetranti, da cui si comprende la grande capacita’ di tenere insieme cose molto diverse; tra i racconti-inchiesta, forma ripresa da Manzoni e portata da Sciascia alla massima espressione, “La scomparsa di Majorana”. E tutti i libri degli anni Settanta, il decennio a mio avviso più interessante e più innovativo” dello scrittore di Racalmuto.

AGI – Un “uomo in rivolta”. Antonio Di Grado, al quale Leonardo Sciascia affidò la guida della Fondazione a lui intitolata, si rifà ad Albert Camus per definire il grande scrittore siciliano, del quale domani ricorre il centenario della nascita. “Per Camus – spiega Di Grado all’AGI – la rivolta è altra cosa dalla rivoluzione, ovvero un impeto vitale, esistenziale, etico, da un senso elementare di giustizia. Le rivoluzioni, invece, sostituiscono un potere a un altro”. L’autore de ‘Morte dell’Inquisitore’ e di ‘Candido, un sogno fatto in Sicilia’ era “un demistificatore, uno smascheratore, maestro del dissenso e del dubbio, e con Pier Paolo Pasolini uno degli ultimi veri grandi intellettuali che l’Italia ha avuto”.

Oggi, intorno alla sua importanza il consenso è unanime. “Si prende finalmente atto – prosegue Di Grado – dell’importanza di questo intellettuale. Non so se avrebbe fatto piacere a lui, questa unanimità. Vi sono romanzi, tra cui ‘Il contesto’, in cui e’ atterrito dall’unanimità, da questo viluppo di alleanze, corresponsabilità, omertà che fanno tutti responsabili del male”. Il suo stesso confronto con il Settecento, che amava, “era problematico, aperto: Candido si congeda dalla statua di Voltaire dicendo che non abbiamo bisogno di padri. Lui, che partiva da questa concezione illuministica, era capace di confrontarsi con culture altre dalla sua e di nutrire perfino il dubbio religioso, mettendo insieme Montaigne e Pascal, illuministi e grandi scrittori cristiani come Manzoni”.

In questo suo insistere nel dubbio quanto ha influito il suicidio, avvenuto quando lui era giovane, del fratello? “E’ difficile dirlo, è una domanda a cui non si può dare risposta perchè lui ha sempre taciuti di questo avvenimento, che certamente segnò la sua vita ma di cui non sappiamo nulla”.

E’ difficile immaginare sulla scena pubblica odierna la presenza di un intellettuale come Leonardo Sciascia, avvolto nel ragionare in volute di fumo di una sigaretta sempre accesa, in un ‘contesto’ caratterizzato dal frastuono dei social, delle urla. “Il mondo si e’ trasformato radicalmente in questi 30 anni. Ormai – sottolinea Di Grado – prevalgono intrattenimento e rissa, non sento più in televisione un parere pacato. Sento soltanto urla e insulti, e perfino un filosofo di grande spessore come Massimo Cacciari si mette a sbraitare. Non sono tempi per Sciascia: ragionava molto pacatamente, i suoi famosi silenzi erano pause di riflessione, volontà di non farsi prendere immediatamente dalla polemica, dalla prima cosa che viene in mete. Ma non si tratta solo di Sciascia: in quegli anni si ascoltavano ragionamenti civili, perfino nelle tribune politiche”.

Leonardo Sciascia ha raccontato la Sicilia, restando in Sicilia, e utilizzando la Sicilia come punto di vista da cui interpretare la vita e il mondo. “Dalla zolfara allo Steri di Palermo e altri luoghi – afferma Di Grado, autore con Barbara Di Stefano di ‘In Sicilia con Leonardo Sciascia, prossima uscita per Perrone editore – lui, come tutti i grandi scrittori, ha riscritto la Sicilia. La Sicilia è una invenzione degli scrittori siciliani, condannati a fare i conti con l’essere siciliano, con l’amore e l’odio per questa terra e per quello che qui accade. Non fotografano la realtà, ma la trasfigurano e la sottomettono a idee e speranze. Quando scriveva i Malavoglia, i siciliani emigravano, ma Verga li voleva attaccati come ostriche alla loro terra”.

Ad Antonio Di Grado, per diversi anni professore ordinario di Letteratura all’Università di Catania, Sciascia affidò personalmente la Fondazione. “Quando gli esponenti del comune di Racalmuto gli proposero di fare una Fondazione, – spiega – propose di intitolarla a Fra Diego La Matina, racalmutese, protagonista de ‘Morte dell’inquisitore’. Ma non andò così. Scelse tutto l’organigramma, e me come direttore letterario: è stato il più grande onore che io abbia mai avuto, più di un premio o di una cattedra universitaria. Io lo frequentai soprattutto nell’ultimo decennio della sua vita, e lui apprezzava le cose che scrivevo, ma credo che nella scelta influì l’opinione di un comune amico Natale Tedesco, che insegnava Letteratura italiana a Palermo”. La Fondazione “non si è mai fermata, oggi stiamo rifacendo il sito. Abbiamo dei momenti di rallentamento, ma si deve al fatto che tutte le Fondazioni dipendono dai finanziamenti pubblici. La Fondazione, per statuto, avrebbe dovuto avere una cifra annuale dal Comune, ma solo l’ultima giunta ha cominciato a dare qualcosa. Quest’anno siamo bloccati da questa maledetta emergenza, ma pian piano tiriamo fuori le proposte per il 2021″. A quali libri di Sciascia, infine, è affezionato? “‘Il Consiglio d’Egitto’ – risponde – e Il cavaliere e la morte'”.

AGI – La tomba di un bimbo; le olive come offerta per propiziarsi l’aldilà. La necropoli messapica di Monte d’Elia, ad Alezio (Lecce), grazie a una prima campagna di ricerca condotta dal Laboratorio di Archeologia classica dell’Università del Salento, sotto la direzione di Giovanni Mastronuzzi, offre nuove testimonianze di una civiltà antica. 

I ritrovamenti

Una piazza cerimoniale, numerose tombe, tra le quali quella appunto di un bambino, un ossario, i resti di olive, sono solo alcune delle nuove scoperte. Concluse nei giorni scorsi le operazioni di scavo, si prosegue ora con le analisi dei reperti a cura di un team di ricercatori del Cnr – Isp, Ivan Ferrari e Francesco Giuri, archeologi professionisti formati dall’ateneo, Patricia Caprino e Francesco Solinas, e le studentesse del corso di laurea magistrale in Archeologia, Irina Bykova ed Elisa Lauri.

Le indagini avvengono in regime di concessione ministeriale del Mibact e in accordo con la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, con il contributo economico del Comune di Alezio e dell’ateneo salentino.

L’analisi

“Nell’arco di alcune settimane di ricerche sono emersi nuovi fondamentali dati per la conoscenza della civiltà messapica, innanzitutto attraverso la ricostruzione topografica dell’area di Monte d’Elia e il riconoscimento dei rituali funerari lì praticati nell’antichità – spiega Mastronuzzi – alcuni saggi di scavo hanno permesso di recuperare informazioni sulla morfologia dell’area, sull’andamento del rilievo collinare che accoglie la necropoli di Alezio, da cui è possibile osservare, su un lato, il mare e, sull’altro, l’antico insediamento messapico.

Di estrema importanza è il dato che concerne l’identificazione di una grande piazza cerimoniale intorno alla quale, all’interno di recinti costruiti con grandi massi, si concentravano i gruppi di tombe appartenenti a nuclei di famiglie o clan. Questa costituiva il punto di arrivo delle processioni che accompagnavano il defunto nell’ultimo viaggio dalla casa al luogo del seppellimento.

Elementi di maggiore dettaglio  provengono dallo scavo di sepolture che non furono intercettate nel corso delle indagini degli anni Ottanta dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia. È stata infatti identificata una fossa, dotata di pavimento in blocchi di calcare e di cornice in carparo, al cui interno erano accumulati i resti di almeno 12 individui. Un ossario, insomma, collegato al funzionamento della necropoli e alla prassi del riuso delle strutture funerarie per varie deposizioni. Abbiamo rinvenuto alcuni oggetti appartenenti ai corredi, come una lucerna, un piatto, una trozzella, tipico vaso della civiltà messapica, due pesi da telaio e un puntale di giavellotto”.

Gli oggetti

Con alcuni di questi oggetti veniva identificato il sesso del defunto nel corso della cerimonia di inumazione (la trozzella per le donne, le armi per gli uomini), indicando anche rango e ruolo ricoperti in vita. Il  bambino, in particolare, è stato sepolto infatti in un piccolo sarcofago con  un bicchiere per il vino (skyphos), un’anforetta, un sonaglio e un astragalo per giocare, e anche uno strigile.

Quest’ultimo è un oggetto in uso gli atleti, “forse un dono – sostiene Mastronuzzi – che sottolinea il mancato raggiungimento dell’età adulta”. Intorno alla tombe vi sono numerose deposizioni secondarie con “resti di inumati precedentemente collocati all’interno di sarcofagi potevano essere rimossi e spostati per accogliere nuove deposizioni. Le ossa e gli oggetti di ornamento personale, come anelli e spille, venivano religiosamente raccolti e ricollocati nelle immediate vicinanze delle tombe”. 

Leonardo Sciascia “è il nostro Borges e Borges potrebbe essere uno Sciascia sudamericano: due facce divise dall’oceano, entrambe nel labirinto metafisico dove le strade interessano ancora più delle risposte, perché sono le strade che conducono alle risposte”. Marco Ciriello racconta così il documentario ‘Leonardo Sciascia. Scrittore alieno’, in onda in prima visione venerdi’ 8 gennaio alle 21.15 su Sky Arte. Scritto da Ciriello, diretto da Simona Risi, con la voce narrante di Gioele Dix, il film che commemora il centenario della nascita di Sciascia lo definisce “alieno”: perché?

“Perché fu un estraneo alle logiche italiane, non appartenne al giornalismo di stato o di lobby, non rispose a dei capi. Il suo giornalismo e i suoi romanzi furono al di fuori di queste logiche facendo di lui, in questo senso, un alieno” spiega Ciriello, ricordando al proposito l’epitaffio che Sciascia volle sulla tomba: ‘Ce ne ricorderemo, di questo pianeta’.

E Sciascia fu, in quanto alieno, “un regalo al Novecento italiano di quelli che ogni tanto il tempo, o dio, regala. E regalò uno scrittore non comune, capace di ribaltare la realtà continuamente, mentre oggi contiamo tante voci, però nessuna in grado di fare quest’operazione. Lui aveva la capacità di cogliere il punto dolente delle cose, pensiamo al rapporto con la Dc, il Pci, alla scienza, alla magistratura. Su quel punto dolente costruiva le sue storie. Fu un illuminista – prosegue Ciriello – uno scrittore di formazione francese ma impensabile in un’Europa unita com’è unita adesso. E fu uno scettico nel senso di un ottimista informato dei fatti, che godette di una fortuna molto grande: quella di stare in Sicilia, cioè in un luogo laboratorio dei mali della storia italiana, dove prima di altrove questi si manifestano quasi in via sperimentale”.

E’ la Sicilia grande produttrice di stupore, la terra che consente a Verga, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa e allo stesso Sciascia di leggere e di interpretare con largo anticipo molte vicende italiane. Rafforzate, nello scrittore di Racalmuto, da un’indagine che scava nel passato e lo coglie quando ricorre nel presente sotto altro nome, “al punto da trasfondere in una figura come Aldo Moro anche l’eretico incarcerato cui si nega un giusto processo. Oppure di vedere nella scomparsa del fisico Majorana – aggiunge Ciriello – la riproposizione ma al rovescio della storia di Ulisse, che in questo caso trova il sapere e ne fugge. E poco importa, allo Sciascia che si fa Omero del caso, sapere se Majorana morì o si rifugiò a Serra San Bruno, quello che gli serve è il senso romanzesco di una vita e le risposte che nasconde”.

Nel documentario, suddiviso in quattro sezioni (Sicilia, Politica, Religione, Giallo), numerosi sono i luoghi descritti e gli incontri fatti, dal giudice Giuseppe Ayala che racconta le reazioni a caldo quando usci’ il celeberrimo articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia” a Marcelle Padovani, che spiega l’impatto dello scrittore sulla cultura francese, a Roberto Alajmo, con alcuni episodi divertenti e rivelatori della “maestria umana” dello scrittore.

Con Calvino e Pasolini, Sciascia è uno degli autori italiani “sopravvissuti del Novecento”, prosegue Ciriello, “ma rispetto a Pasolini maneggia da maestro l’ironia, come in ‘Todo modo’ in cui si prende gioco del potere della Chiesa, delle sue genuflessioni, di una certa ideologia democristiana. La verità è che nei suoi personaggi Sciascia trasferisce non soltanto le proprie esperienze personali, anche quelle fatte in politica, ma ne individua il punto dolente di cui dicevo prima anche con il meccanismo del riso e dell’irrisione, che diventano strumento di salvezza. E’ una visione meridionale che fa tuttavia da complemento a quella di Manzoni, che è stato con Sciascia il più grande ritrovatore di archetipi degli italiani nella nostra letteratura”.

Flag Counter