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Occorre avere il coraggio di cambiare. è necessaria la spinta di iniziative creative e lungimiranti per muovere le cose, serve il coraggio di rischiare di sbagliare. Questo, ci dice il Faust di Goethe, è il prezzo che deve pagare l'uomo se cerca qualcosa di più e quindi "solo se sbagliamo siamo veramente noi stessi". E dalla capacità di riconoscere serenamente gli errori può nascere la spinta giusta a evolvere dalla specie-madre secondo il moto incessante del progresso umano. Ecco in sintesi il messaggio contenuto nell'ultimo libro di Igor Sibaldi "La Specie Nuova " (ROI Edizioni).

Sollecitato dall'AGI a esprimere alcune considerazioni sul suo ultimo lavoro, l'autore non condanna la tecnologia che produce innovazione quanto piuttosto la tendenza ad accontentarsi per forza, la riluttanza a conoscere se stessi… condizioni che poi creano il servilismo. E tende anche la mano ai ragazzi 'bacchettando' i genitori, la generazione degli anni Sessanta che "ha solo perso occasioni e deve mettersi al servizio dei giovani". Nel libro, una lettura piacevole e scorrevole, ci sono riferimenti storici e biblici, ricchi di interpretazioni originali che stimolano la riflessione, arricchiti da pungenti considerazioni sul mondo di oggi.

Gli italiani non sono stati mai così rassegnati

"Personalmente non ricordo che gli italiani siano mai stati così quieti, docili, rassegnati, tanto da fare pensare a una vera depressione di massa", scrive l'autore. Un neo-darwinista affermerebbe che questa "accidia italiana" dimostrerebbe che una qualsiasi forma di evoluzione potrebbe avvenire solo in tempi molto lunghi, addirittura secoli. Ma "proprio l'inerzia della maggioranza della popolazione fa pensare che questa sia una specie-madre accanto alla quale si stia formando una specie-figlia in grado di cercare altre vie". È un auspicio? Sembrerebbe di sì, se si considera l'importanza che Igor Sibaldi conferisce a un processo evolutivo che indica come speciazione culturale, una sorta di 'gemmazione' prodotta nel corpo di una "specie" storicamente consolidata.

I riferimenti a noè, Mosè e Gesù

Igor Sibaldi offre una visione nuova e stimolante tra le diverse teorie evoluzionistiche, dal darwinismo al neo-darwinismo, che cercano di descrivere la presenza, l'effetto e i tempi delle spinte al cambiamento che si producono all'interno di un corpo bio-sociale, di una società umana, di una cultura. La descrizione che ne fa il filosofo, scrittore e regista, studioso di teologia, filologia e di Sacre Scritture ebraiche e paleocristiane, è corredata da riferimenti a figure mitiche e storiche quali forme di speciazione che hanno saputo provocare con le loro scelte e con il loro insegnamento. Noè, Mosè e Gesù sono i riferimenti più citati, attraverso un'interpretazione originale del ruolo svolto nel determinare processi evolutivi che hanno segnato lo sfaldamento della specie di origine (specie-madre) a favore di una nuova specie (specie-figlia) che ha addirittura cambiato il mondo. Nel libro non mancano anche riferimenti biblici ad Abramo (e alla schiava Agar) e a Giuseppe Egizio come autori di forme di speciazione di portata epocale. Si tratta comunque di iniziative individuali. Ma i processi di formazione di nuove specie possono nascere da pulsioni collettive e dall'azione di gruppi che vogliono aprirsi o gestire il nuovo.

La grande migrazione degli italiani

La grande migrazione degli italiani verso gli Stati Uniti negli anni seguenti alla formazione dell'Unità nazionale viene interpretata da Sibaldi come una forma di evoluzione della popolazione oppressa dall'unificazione forzata, mediante la nascita di una nuova specie, con caratteristiche tutte proprie, ben distinta dalla specie-madre ma non del tutto integrata nell'ambiente di accoglienza. Nel mondo occidentale nel quale viviamo, le forme di speciazione culturale che possono dar vita a evoluzioni nel senso descritto sembrano essere ostacolate dalla diffusione delle tecnologie e dalle forme di gestione politica ed economica che realizzano un letto comodo sul quale adagiarsi e sopravvivere e tutto questo tende a ostacolare la speciazione culturale.

Intervista a Igor Sibaldi

Come può evolvere una nuova specie nel mondo occidentale iper tecnologico e quindi tendente all'omologazione generale?
"Non penso che l'ipertecnologizzazione conduca all'omologazione generale. Al contrario, la maggioranza della gente era molto più omologata ai tempi in cui non esistevano le lavatrici o i frigoriferi: quante persone non abbienti dovevano necessariamente dedicare ore e ore al bucato, o alla cucina quotidiana, facendo ogni giorno serie di gesti identici! Ogni progresso tecnologico porta a un aumento di tempo libero, durante il quale pensare, ripensare e aumentare così il numero di alternative per ogni scelta che bisogna affrontare. Con internet il tempo libero ha avuto un aumento addirittura esponenziale: posso consultare volumi di cinque secoli fa senza spostarmi da casa e senza alcun costo. A tener conto di ciò, il periodo attuale sarebbe particolarmente favorevole a quella che io chiamo la speciazione culturale, cioè il prodursi di esigenze nuove e, parallelamente, di una minore capacità di rassegnarsi alle condizioni in cui si vive. Quando questa capacità di rassegnarsi scende sotto un certo livello, si comincia a diventare diversi, a non sentirsi più compatibili con quelli che fino a poco prima erano i propri simili, e allora prende forma una nuova specie. Ciò che ostacola tale fenomeno, oggi come in ogni altro secolo, sono certi stati d'animo: la ricerca della contentezza, (dell'accontentarsi per forza), la paura di accorgersi, la riluttanza a conoscere se stessi, la convinzione di non meritare di più – con tutte le inerzie e le tendenze servili che ne conseguono".

Ma le spinte verso l'innovazione possono nascere da azioni individuali o di gruppo.
"Ci sono due forme di innovazione culturale: una è determinata dalla paura e l'altra dal desiderio. La prima è sempre dovuta a qualche gruppo di potere che impone certi comportamenti, e punisce chi non si adegua: il folle antisemitismo tedesco di ottant'anni fa fu un'innovazione di questo genere. L'altro tipo di innovazione culturale è invece il risultato del diffondersi di esigenze individuali: uno desidera una cosa che ancora non c'è, comincia a farsi da fare per scoprirla o crearla, e solo allora si accorge che anche altri la desiderano e hanno cominciato a darsi da fare per scoprirla o crearla – mentre se un desiderio è solo individuale, cioè segreto, rimane solo un'aspirazione personale. Questo secondo tipo di innovazione culturale è, naturalmente, più raro, essendo più rischioso del primo".

Leggendo il libro viene spontaneo porsi una domanda: gli italiani hanno il coraggio di cambiare o sono ormai preda dell'accidia? C'è una speranza?
"L'Italia, dal 1870 in poi, ha accumulato pesanti traumi: una Terza Guerra d'Indipendenza disastrosa, una politica sociale feroce, la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale (con uno scandaloso cambio di alleanze nel 1914), il fascismo, il sostegno a Hitler, una disastrosa Seconda Guerra Mondiale (con un umiliante cambio di alleanze nel 1943), l'abilità della mafia, il rapido esaurirsi del Sessantotto, la lunga stagione del terrorismo, il crollo del senso estetico a partire dagli anni Ottanta e una serie di gravi delusioni politiche a partire dagli anni Novanta. Se dovessimo personificare l'Italia, avremmo inevitabilmente l'immagine di una persona depressa, figlia di depressi. Ma per fortuna gli italiani sono meno italiani, oggi, di quanto non lo fossero i loro genitori o i loro nonni: moltissime persone nate e cresciute in Italia sentono di appartenere non a un Paese ma all'umanità intera. Proprio come i loro bisnonni, quando, tra il 1895 e il 1915, quattordici milioni di italiani partirono verso le Americhe, dando forma alla nuova specie culturale degli italo-americani".

E i giovani di oggi? 
"Mai giudicare i giovani! Non se ne hanno ancora gli elementi sufficienti: i giovani cambiano rapidamente e con le tante novità che si stanno profilando nel mondo, è probabile che i giovani d'oggi cambino ancora più in fretta, e più volte.

Che giudizio dare e che ruolo abbiamo noi genitori degli anni Sessanta che non siamo riusciti a costruire qualcosa di solido per loro costretti a fuggire all'estero in cerca di un riscatto post laurea?
"La generazione degli anni Cinquanta e Sessanta merita invece un giudizio molto severo: nel complesso, si è adeguata troppo alle esigenze della generazione precedente, per l'unica ragione che così era più comodo, più prudente. Potrebbe ancora fare qualcosa di grande, a una sola condizione: rinunciando al proprio ruolo genitoriale e cominciando a imparare dai giovani e dai giovanissimi. Si tratterebbe proprio di dire a chi ha meno di vent'anni: noi non abbiamo niente di interessante da insegnarvi, se non il modo in cui abbiamo perso occasioni e abbiamo lasciato in sospeso problemi urgenti. Diteci voi cosa pensate davvero, cosa volete davvero, e ci metteremo al vostro servizio, con tutte le risorse di cui disponiamo. Sono sicuro che molti genitori -se avessero questa idea, ne proverebbero gioia. E d'altronde non è necessario che molti altri lo facciano, perchè ci venga il coraggio di farlo anche noi: ognuno potrebbe cominciare oggi stesso, a casa propria".

John Forbes Nash Jr, il geniale matematico americano che ispirò il film "A Beautiful Mind", non è stato dimenticato dopo la morte. Neanche dalla politica e dalla gente comune.

Il Congresso Usa ha appena approvato la proposta di intitolargli l'ufficio postale di Princeton, dove lo scienziato insegnò e dove viveva. L'iniziativa è frutto della deputata democratica del New Jersey, Bonnie Watson Coleman, la quale lo ricorda come "un esempio nazionale di coraggio nella lotta a problemi così difficili che pochi altri si sentirono di affrontare". "Quando i residenti verranno all'ufficio postale a Princeton, spero saranno ispirati dalla sua eredità, dall'originalità del suo pensiero e dalle sue ragguardevoli conquiste che hanno aiutato generazioni di matematici, scienziati ed economisti" ha affermato la Watson Coleman.

Nash è stato il solo a essere incoronato sia col Premio Nobel (nel 1994) sia col Premio Abel (2015), entrambi per l'importanza dei suoi studi sulle scienze economiche.

Nel 2001, la sua vita ispirò la pellicola di grande successo diretta da Ron Howard, in cui Russell Crowe vestiva i panni del matematico, che fu premiata con una cascata di Oscar (miglior film, migliore regia, migliore attrice non protagonista, migliore sceneggiatura non originale) e dollari (oltre 300 milioni di incassi complessivi).

La banalità della morte

Un cervello straordinario dibattuto, o lacerato, fra le astratte intuizioni dei numeri e la schizofrenia: è questo il paradigma della vita di Nash, nato in Virginia il 13 giugno del '28 e morto il 23 maggio 2015 a 86 anni con la moglie Alicia, di 82, in un modo tragicamente comune e certamente banale per uno come lui: un incidente d'auto nel New Jersey, in cui restò coinvolto il taxi che portava i coniugi a casa a Princeton Junction. Avevano preso l'autovettura all'aeroporto, proprio di ritorno dal viaggio in Europa per la cerimonia del Premio Abel.

L'ufficio postale intitolato a Nash si trova al 259 di Nassau Street, Suite 2 a Princeton. Tutti gli altri rappresentanti del Congresso per il New Jersey hanno sottoscritto la proposta della Watson Coleman.

 

Sessant'anni fa Sotheby's lo aveva battuto per 45 dollari, ignorandone il vero autore. Ora che è stato riconosciuto come l'unico quadro di Leonardo da Vinci ancora in mani private, Christie's prevede di ricavarne 75 milioni di sterline, ovvero circa 100 milioni di dollari. Il 'Salvator Mundi', dipinto intorno all'inizio del '500 dal genio del Rinascimento, sei anni dopo l'attribuzione e la clamorosa esposizione alla National Gallery, va all'asta, ultimo capitolo della storia rocambolesca e secolare del dipinto. 

Dalle corti reali alla svendita di Sotheby's

Commissionato dal re di Francia Luigi XII, il 'Salvator Mundi' figurò all'inizio del diciassettesimo secolo nella straordinaria collezione privata di Carlo I d'Inghilterra. Il dipinto sopravvisse allo smembramento della raccolta avvenuta dopo la decapitazione del sovrano, nel 1649, e fu ereditato dal figlio, Carlo II. Non è noto come il quadro finisca, il secolo successivo, nella galleria privata dei duchi di Buckingham, che lo venderanno all'asta nel 1763 insieme a tutte le altre opere conservate nel Buckingham Palace, appena ceduto alla famiglia reale.

Del 'Salvator Mundi' non si seppe più nulla fino al 1900, quando – spiega il sito della casa d'aste – fu acquistato da Sir Charles Robinson per la Cook Collection. Il volto e i capelli del Cristo erano stati nel frattempo ridipinti e l'autore fu identificato in Bernardino Luini, un allievo di Leonardo. La Cook Collection venne poi dispersa e il capolavoro, scambiato per una crosta qualsiasi, riapparve nel 1958 a un'asta di Sotheby's, dove viene aggiudicato per 45 dollari per poi scomparire di nuovo fino al 2005, quando viene rilevato da un consorzio di uomini d'affari statunitensi. Anche in questo caso l'autore viene ritenuto un allievo di Leonardo, non il Luini ma Giovanni Antonio Boltraffio.Questa volta, però, viene sollevato il dubbio che l'autore potesse essere il maestro stesso. Gli specialisti si mettono al lavoro. Dopo sei anni di complesse ricerche, il 'Salvator Mundi' viene autenticato quale opera di Leonardo e nel 2011 diventa la sorpresa che fa entrare nella storia la mostra della National Gallery dedicata al da Vinci.

Falliti i tentativi del museo di Dallas di acquistarlo, il quadro viene messo all'asta da Christie. Se vi avanzano 100 milioni di dollari, l'appuntamento è il 15 novembre a New York.

Chi era Vladimir Voevodsky, il genio russo della matematica morto a cinquantun anni a Princeton, nel cui prestigioso Istituto insegnava? Era l’uomo che cercava gli “errori nascosti”, un ricercatore geniale che si era concentrato anche sulla possibilità della verifica automatica delle dimostrazioni. Il suo "Assioma di univalenza" (un modello della teoria costruttiva dei tipi nella categoria degli insiemi) è studiato nelle università di tutto il mondo. Lo ha stroncato un ictus mentre si trovava a casa sua. Il 'New York Times' lo ha definito “uno tra i più brillanti e rivoluzionari matematici della sua generazione”.

Secondo Thomas Hales, matematico all’Università di Pittsburgh, Voevodsky è stato “uno dei giganti del nostro tempo", che trasformava ogni campo del quale si interessava, “persino il significato del segno ‘uguale’ in matematica”.

Voevodsky, in sintesi, pensava che il cervello umano non è in grado di stare dietro alla crescente complessità delle matematiche. L’unica soluzione sono i computer. Così si impegnò in un ambizioso progetto per creare software così potenti e convenienti che i matematici possano usare nel proprio lavoro.

 

"Le lezioni? Una perdita di tempo"

Eppure Vladimir mostrò già a scuola un carattere, e un ingegno, talmente forti da non promettere bene. Fu cacciato da scuola e dall'ateneo tre volte, la prima perché litigò col suo professore sul presunto comunismo dello scrittore Dostoevskji, su cui lui non era d’accordo. Quindi fu allontanato dall’università di Mosca perché non frequentava le lezioni, considerandole una perdita di tempo.

Ricorda oggi il matematico Tomás Gómez su ‘El País’: “Siamo soliti presumere che le verità matematiche siano eterne. A differenza di altre discipline, in cui le teorie considerate corrette possono essere rifiutate alla luce di nuovi risultati, noi matematici, quando dimostriamo un teorema, sappiamo che sarà valido per sempre. Ma in concreto, quando finiamo di scrivere la dimostrazione, esiste sempre il dubbio: ci sarà qualche errore nei ragionamenti? Il nostro sistema di pubblicazione e diffusione dei risultati stabilisce vari filtri per cui il testo deve passare prima che sia considerato corretto e venga incluso nella letteratura scientifica: rivediamo il lavoro nel dettaglio; lo spieghiamo ai colleghi, cercando di convincerli della sua validità; esponiamo i nostri risultati su Internet dove tutti i matematici possono vederli; mandiamo l’articolo a una rivista scientifica in cui il direttore, prima di pubblicarlo, lo invia a qualche esperto di quel campo, il cui compito è verificare che non ci siano errori, oltre che di valutare se il risultato è sufficientemente interessante per la pubblicazione.Tuttavia, benché possa risultare inquietante, questi processi non sono infallibili, e a volta lasciano passare risultati scorretti”.

Nel 1998, il matematico Carlos Simpson espresse dubbi su un teorema enunciato nel 1989 da Vladimir Voevodsky poiché una dimostrazione non lo soddisfaceva, ma era talmente complessa che Simpson non fu capace di trovare l’errore. Fu lo stesso Voevodsky che lo individuò nel suo ragionamento, ma solo nel 2013. Nel 2000, trovarono un altro errore in un altro dei suoi lavori, che dalla pubblicazione nel 1993 era stato studiato e validato dagli esperti. Ciò produsse una profonda impressione in Voevodsky, che decise di abbandonare per il momento le sue indagini abituali e dedicarsi a cercare una maniera di comprovare automaticamente i ragionamenti matematici per individuare gli errori nascosti nelle dimostrazioni.
 

Dal cervello alla macchina

"Si può scrivere qualsiasi dimostrazione, partendo da alcune ipotesi e seguendo regole logiche ben definite, in modo che una macchina potrebbe controllare la validità di ogni passaggio. In pratica però – osserva Tomás Gómez – questo non è possibile, poiché le ipotesi su cui si fondano le matematiche sono la teoria degli insiemi, e questa è così remota dal tipo di argomenti che si impiegano nella ricerca effettiva che formalizzare una dimostrazione fino all’ultimo particolare sarebbe un lavoro improbo, impossibile da realizzare. Ma… se ci fosse un’altra teoria su cui si potessero fondare le matematiche e con la quale fosse fattibile scrivere dimostrazioni che una macchina possa controllare?"

Ci sono stati tentativi in questa direzione, sostituendo la teoria degli insiemi con la teoria dei tipi, perseguendo idee che derivano dall’informatica teorica. Nel 2012, lo staff guidato da Georges Gonthier mise a punto una dimostrazione comprovabile da un computer del teorema di Feit-Thompson, un importante risultato della teoria dei gruppi del 1963. Voevodsky incorporò concetti di topologia e geometria algebrica nella teoria dei tipi.

Voevodsky integrò il computer nel processo di ricerca, descrivendolo – si ricorda sul 'New York Times' – un po’ come un videogame: “Tu dici al computer ‘Prova questo’, e lui lo prova, e ti restituisce il risultato delle sue azioni”, spiegò in una intervista del 2013. “Certe volte quel che viene fuori da questo è inaspettato. E’ divertente”.

Sarebbe un’autentica rivoluzione se si riuscisse a trovare un sistema sufficientemente semplice da essere impiegato dai matematici. Oltre a evitare il problema degli errori nascosti, libererebbe dalla fatica del controllo e della revisione.

Nato il 4 giugno 1966 a Mosca, Voevodsky era figlio di Alexander, direttore di un laboratorio di fisica sperimentale all’Accademia delle Scienze russa, e di Tatyana Voevodskaya, docente di Chimica all’Università di Mosca. Dopo la caduta del Muro di Berlino, fece il dottorato a Harvard e ottenne un posto permanente all'Institute for Advanced Study a Princeton.

Nel 2002 ottenne la medaglia Fields, uno dei più prestigiosi premi nelle matematiche, con la motivazione che il suo lavoro ”è caratterizzato da un'abilità formidabile nel gestire idee altamente astratte e di utilizzare con facilità e flessibilità queste idee per risolvere problemi matematici alquanto concreti."

Né a Bari, né tantomeno a Venezia. La disputa sulle spoglie di San Nicola si arricchisce di un nuovo colpo di scena: le ossa del Santo sarebbero rimaste in Turchia, nell'antica Myra, oggi Demre, cittadina della costa occidentale dove un tempio è venuto alla luce, miracolosamente intatto, tra le fondamenta della chiesa dedicata al santo, rasa al suolo in un passato lontano dalle orde slave. A intervenire in una disputa secolare è Cemil Karabayram, archeologo di Antalya, che ora tiene i tanti devoti del santo con il fiato sospeso quando annuncia che la cripta è "intatta" e che per aprirla bisogna "rimuovere le pietre e salvare gli affreschi sulle pareti". Operazioni che potrebbero richiedere tempo, prima che il sipario cali su una storia apparentemente senza fine.

Una disputa lunga quasi mille anni

L'origine della disputa si perde nel lontano 1071, quando alcuni marinai baresi entrano in competizione con una ciurma di veneziani nella città di Antiochia, oggi Antakya, nell'estremo sud della Turchia. Partì così la gara a recuperare le ossa del santo custodite a Myra. I baresi precedono i veneziani, in un epoca in cui la "corsa alle reliquie" era una questione di onore, prestigio e supremazia nell'Adriatico, sia commerciale che religiosa. I baresi superano le resistenze dei monaci bizantini, sfondano la cripta da dove prelevano tutto il possibile prima di sfuggire alla rabbia degli abitanti a bordo della loro galea. Fin qui la storia come è stata finora accettata, ma l'intervento di Karabayram si basa anche su una rivisitazione dei fatti. 

"Abbiamo analizzato tutti i documenti scritti tra il 1942 e il 1966 e abbiamo ragione di pensare che i baresi abbiano rubato le ossa di un altro prete, mentre quelle del santo sarebbero custodite in una cripta più nascosta, che riteniamo di aver individuato solo ora", sostiene lo studioso, e se avesse ragione a rassegnarsi dovranno essere non solo i baresi. Ma anche i veneziani. Bisogna infatti tornare alle vicende del 1071 per comprendere le ragioni delle rivendicazioni della Serenissima. Ai marinai veneziani essere preceduti da qualcun altro dovette bruciare parecchio; a confermarlo un manoscritto di un monaco nella biblioteca marciana, che racconta di una scorribanda avvenuta in seguito a quella dei baresi, con i marinai che rientrano trionfanti nei porti della repubblica con le ossa di tre santi, tra cui appunto "San Nicola Magno".

La parola agli scienziati

La disputa relativa la doppia traslazione non ha cessato di appassionare studiosi e fedeli, tanto che tra il 1953 a Bari e il 1992 a Venezia, furono eseguite analisi sulle spoglie custodite nelle due città da parte dell'anatomopatologo Luigi Martino dell'Università di' Bari.
Quest'ultimo decretò la "compatibilità" tra le reliquie del santo custodite nelle due estremità dell'Adriatico. In pratica, i baresi avrebbero preso cranio, spalle e altre parti del santo, sottratte in fretta dalla cripta, lasciando i resti del corpo ai veneziani, arrivati solo anni dopo.
Una conclusione che mette d'accordo tutti e nessuno, la cui veridicità potrebbe anche sopravvivere alle nuove scoperte, a patto che la versione di Karabayram dimostri che le ossa trafugate da baresi e veneziani non siano quelle del santo.

La palla passa ora a otto accademici turchi, incaricati di far calare il sipario su una vicenda durata quasi mille anni, grazie alle tecnologie moderne, tra cui scan Ct e georadar. "Abbiamo ottime ragioni per pensare che il corpo di San Nicola sia custodito in questa cripta e sia intatto. Aspettiamo che finisca il lavoro sui mosaici e poi ne sapremo sicuramente di più": Karabayram invita alla pazienza, prima che un nuovo capitolo sia aggiunto al mistero delle spoglie di San Nicola. Potrebbe essere la parola fine, dopo quasi mille anni, o aggiungere una nuova rivendicazione che, al contrario, renderebbe eterna la disputa sulle spoglie del Santo di Myra.

Costretti a sfilare vestiti da donna dinanzi ai loro compagni d’arme. Quindi martirizzati l’uno dopo l’altro. La Chiesa festeggia oggi, 7 ottobre, i santi Sergio e Bacco, soldati romani convertiti al cristianesimo che rifiutarono di professare il culto a Zeus e pertanto furono mandati a morte atroce. Veneratissimi nei primi secoli dopo Cristo in Oriente e in Occidente, il loro culto è stato rinverdito in anni più recenti dai credenti omosessuali, dei quali sono eletti a santi patroni.

I Santi Sergio e Bacco

Quelli che appaiono essere, al di là dei dubbi, i resti mortali dei due martiri sono stati rinvenuti in una chiesa assiro-cristiana di Urmia, nella provincia dell'Azerbaigian occidentale, attuale territorio iraniano. Protagonista della scoperta è lo scrittore e ricercatore italiano Silvano Vinceti, il quale ne parla per la prima volta all’AGI, corredando le circostanze del ritrovamento con immagini fotografiche esclusive di eccezionale suggestione.

Silvano Vinceti dinanzi alla chiesa del ritrovamento

Il mistero su una porta piccolissima

“Sono stato a Urmia, dove ci sono le più antiche presenze cristiane, nell’agosto scorso. L’eccezionale ritrovamento ha avuto luogo in una chiesa del IV secolo intitolata proprio ai santi Sergio e Bacco, dove il loro culto si pratica tuttora essendo aperta ai fedeli”, racconta Vinceti, aggiungendo che lì gli assiriani praticano il rito ortodosso e l’edificio sacro è diviso in due parti perfettamente uguali, l’una dedicata a Sergio e l’altra a Bacco. “Per accedervi è necessario, com’è tipico di quelle chiese, passare attraverso una porticina piccolissima e molto bassa – prosegue – la cui funzione è sia devozionale sia pratica, poiché serviva a interdire l’ingresso dei cavalli nel luogo sacro”.

È stato proprio sulla porta, per la casuale apertura di alcune crepe, che qualche mese prima dell’arrivo di Vinceti furono avviati i lavori di riparazione da cui è sortita la mirabile scoperta. Sulla porta d’entrata, accolti nell’antico legno dell’architrave e avvolti in una stoffa serica in ottimo stato di conservazione, sono state rinvenute le spoglie mortali assicurate da un sigillo plumbeo. “Sul tessuto risulta perfettamente leggibile – prosegue Vinceti – una iscrizione in aramaico antico, che un anziano studioso del posto, uno dei pochissimi ancora in grado di interpretare l’idioma, è stato in grado di tradurci. La scritta afferma che si tratta dei resti mortali dei ‘Servi di Gesù’ Sergio e Bacco. Ed il sigillo apposto non ha soltanto la funzione di chiudere il tessuto, ma di sancire la veridicità di quanto affermato”.

L'iscrizione in aramaico antico sull'involucro di stoffa

"Un esempio di tolleranza religiosa"

Se il martirio di Sergio e Bacco fu uno dei molti cruenti sacrifici di chi testimoniava la sua fede, il passaggio del tempo non lo ha reso infruttuoso. Vinceti testimonia che in quella zona dell’Iran, malgrado la vulgata dell’intolleranza islamica così diffusa in questi anni di radicalizzazione, si osserva tuttora la pacifica compresenza tra le fedi e i fedeli: “A Urmia e nei dintorni ho assistito a una convivenza rispettosa e amabile fra sacerdoti cristiani e mullah e fra i praticanti dei diversi culti che insistono nell’area. La vista di chiese che si alternano alle moschee, senza alcuna tensione o ostilità fra la popolazione, mi ha commosso – continua Vinceti – e vorrei che ciò fosse testimoniata, in Occidente, a chi si è fatto un’idea erronea o affrettata di tutto il mondo islamico”.

Il complesso sacro nei pressi di Urmia

La Passione di Sergio e Bacco è datata sotto Diocleziano, ad opera del tetrarca d’Oriente Galerio Massimino (305-311), delle cui legioni i martiri facevano parte. Secondo alcuni studiosi, sarebbe avvenuta in epoca di poco successiva, sotto Giuliano l’Apostata (361-363), poiché questi usava praticare come punizione la vestizione dei martiri con abiti femminili, allo scopo di umiliarli dinanzi ai commilitoni.

Le spoglie dei martiri

Bacco fu suppliziato a colpi di flagello a Barbalisso, poi Sergio fu decapitato a Rusafa, poco distante dalle rive dell’Eufrate nell’attuale territorio siriano, dove in suo onore – dopo fenomeni tramandati come prodigiosi – gli fu eretta e intitolata una città: Sergiopoli. L’imperatore Giustiniano avrebbe successivamente edificato in onore dei martiri una chiesa, poi diventata moschea, nell’attuale Istanbul. Templi dedicati ai due santi, la cui fede e reciproco amore non vennero meno malgrado le torture e la morte, sono stati eretti in diverse località d’Oriente e Occidente, Roma compresa.

C'è un ritratto di Mona Lisa che sta facendo discutere i curatori del Louvre. Si tratta di un'opera ospitata, dal 1862, all'interno del Musée Condé, all'interno del Palazzo Chantilly, a circa 50 chilometri da Parigi. Mostra una donna nuda seduta in una posa simile a quella assunta dalla musa di Leonardo Da Vinci e anche l'espressione ricorda il suo sorriso enigmatico.  

Forse è un lavoro preparatorio per la Gioconda

Secondo Mathieu Deldicque, curatore del Musée Condé, si tratterebbe di uno dei tanti lavori preparatori fatti per la realizzazione del famoso ritratto. I piccoli fori che stanno attorno alla figura potrebbero essere, infatti, le prove del fatto che il bozzetto sia servito per tracciare i contorni della figura sulla tela. I test al carbonio hanno indicato la sua data di nascita tra il 1485 e il 1638, un intervallo compatibile con questa ipotesi. Ribattezzato Monna Vanna è stato, fino ad ora, attribuito allo studio di Da Vinci ma uno studio recente ha sottolineato che la mano dell'artista italiano potrebbe aver avuto un ruolo diretto nella sua creazione. 

Un altro mese di esami

L'opera, disegnata su carta col carboncino, come ricorda Repubblica  sarà conservata per un altro mese nei laboratori del Louvre. Sarà sottoposta a esami approfonditi con l'uso di raggi infrarossi e tecniche di ultima generazione. La speranza è quella di poterla annunciare come l'ennesima, importantissima, opera di Leonardo, in attesa della grande mostra per i 500 anni dalla morte del genio rinascimentale prevista per il 2019.

Tash Aw, scrittore sino-malese, 45 anni, nato a Taipei, cresciuto a Kuala Lumpur. La sua è una famiglia di cinesi immigrati: parla sei tra lingue e dialetti, ha studiato a Cambridge e vive a Londra. Oggi fa i conti con il passato della sua gente. Vuole ricostruire le loro – le sue – radici. Il primo capitolo di un romanzo di vita. Spiegare come un cinese immigrato si adatti pur restando sé stesso. Forse i nonni che fuggono dalla Cina, negli anni ’20 del secolo scorso, verso Singapore per approdare in Malesia – sono loro gli “Stranieri su un molo” che hanno dato il titolo all’ultimo libro tradotto in Italia (Addeditore, 2017) – portano con sé quel mondo oggi perduto, cancellato e poi ricucito. Quando tutto ancora deve accadere. Prima del comunismo. Prima della rivoluzione. Prima che la Cina diventasse il gigante di oggi. “In Paesi come Singapore e la Malesia, dove le vecchie comunità prerivoluzionarie non sono state sottoposte all’omogeneizzazione del comunismo, queste sofferenze sono più marcate e addirittura celebrate”. 

Cosa significa sentirsi straniero ovunque, anche di fronte ai tuoi genitori

Raccontare l’identità della Cina. Un cinese di Pechino parla un dialetto diverso da uno di Shanghai. Senza l’utilizzo della lingua ufficiale, il mandarino, e la scrittura ideografica, tra i due non c’è possibilità di comprensione. Eppure sono entrambi cinesi e probabilmente convinti di conoscere tutto l’uno dell’altro. Appartengono alla medesima cultura, ma provengono da storie diverse. Se sei migrato in Asia trovare una sintesi è più complicato. Narrare questa diversità identitaria è alla base della ricerca letteraria di Tash. Ovunque in giro per il mondo gli chiedono “da dove vieni?”. A furia di rispondere a questa domanda e di sentirsi ovunque diverso, straniero, ha deciso di trasformare la risposta in un piccolo ma intenso romanzo. Eppure ancora oggi gli capita di rinunciare a spiegare. Perché se sei malesiano con genitori cinesi e sei cresciuto con due nonni che parlano dialetti diversi perché nati in province diverse della Cina, e oltre al malay parli anche cantonese e mandarino, perché nella diaspora funziona così (gran parte dei cinesi arrivano dal sud della Cina), ecco: spiegare da dove arrivi non è semplicissimo.

Oggi un'immigrazione brutale e violenta

Un giorno un tassista di Shanghai lo sente parlare mandarino con accento straniero e gli chiede “da dove vieni?”, Tash inizia a spiegare una storia che per l’interlocutore è difficile da seguire: “Suan le (算了), lascia stare, sei comunque cinese”. Straniero. Ma cinese. Sintesi pratica. E in quel momento arriva la pace: un sentimento di conforto: eccomi, sono io. Ecco: il punto di questo libro. La cultura cinese è ricca di dialetti e di tradizioni. Non esiste quell’unica Cina propinata sia a Oriente che a Occidente. Lettore avvertito: “Un rapido appunto: hokkien, hainanese; aggiungi cantonese, hakka, teochew. Le diversi radici regionali degli immigrati cinesi nel Sud Est Asiatico. Tienile a mente; sono importanti per questa storia”. Tash racconta tutto. Spiega ad esempio il senso di colpa che accompagna il tuo riscatto quando l’istruzione ti rende diverso da un cugino che non ha potuto studiare, e ti allontana da un padre che a un tratto parla una lingua diversa dalla tua. E arriva la resa dei conti. Tash la descrive con dolcezza. In questa intervista spiega come sia brutale l’immigrazione di oggi, che sfrutta i corpi senza dare futuro agli stranieri, e quanto invece al tempo dei suoi nonni migrare fosse l’inizio di una storia meravigliosa. In un mondo che non esiste più. 

“Internazionale a Ferrara” è il festival di giornalismo organizzato dal settimanale “Internazionale” e dal comune di Ferrara. L'undicesima edizione si tiene dal 29 settembre al primo ottobre e sarà dedicata al tema della prospettiva intesa come opportunità e lungimiranza. Sabato 30 alle 12:00 Tash Aw dialogherà con Goffredo Fofi presso il Cortile del Castello.

Da dove viene…
Ride. "Dalla Malesia…Ma ho viaggiato molto, volevo scrivere la mia storia. Quella cinese è la più forte tra le comunità di immigrati. In un Paese dove le distinzioni di razza contano molto, la provenienza territoriale diventa molto importante. Si creano legami tra chi proviene dallo stesso territorio. Le identità sono essenziali per i nuovi migranti arrivati dalla Cina. Nascono famiglie adottive. Si creano i clan. Crescere così ti fa capire quanto sia importante conoscere queste diversità. Saperle riconoscere".  

Oggi la Cina ha un problema di identità. Cosa significa per chi se ne è andato?
"Bisogna tornare alla storia per capire perché abbiamo un grande problema nel capire la Cina. Immaginate se si provasse a racchiudere l’Europa all’interno di una singola cultura. Questo genere di semplificazione è esattamente ciò che sta attuando il governo cinese. Creare una sola Cina è un sgarbo nei confronti della profondità della cultura da cui provengo. E’ un processo che purtroppo si sta intensificando. Tutto è iniziato nel 1949 quando i comunisti di Mao fondarono la Repubblica Popolare Cinese.  Le diversità furono livellate. I miei nonni lasciarono la Cina prima che la rivoluzione annientasse la consapevolezza delle diversità culturali e regionali, dei numerosi dialetti. In Cina vi sono enormi differenze linguistiche: un pechinese e uno shanghaiese non parlano lo stesso dialetto, non mangiano lo stesso cibo. Pensiamo a quanto possa essere diverso un siciliano da un piemontese. Infatti in Italia un siciliano viene identificato in quanto tale. L’identità è una cosa importante e in Cina rischiamo di perderla. Gli immigrati cinesi nel Sud Est Asiatico provengono in maggioranza dal sud della Cina, soprattutto dal Guangdong e dal Fujian (province sudorientali). Parlano cantonese (dialetto del Guangdong), il dialetto del Fujian (hokkien) e il mandarino. Dei miei nonni uno veniva dal Fujian, era hokkien e parlava la lingua minnan, l’altro veniva dall’isola tropicale di Hainan nell’estremo sud cinese, vicino al Vietnam e a pochi giorni di navigazione dalla Malesia attraversando il Mare Cinese Meridionale. Quando ero piccolo mia mamma parlava il dialetto hokkien e mio padre quello di Hainan".   

Che rapporto hanno gli immigrati cinesi in Asia con la Cina e con il proprio passato?
"Una relazione complicata. I miei nonni lasciarono la Cina prima del boom economico. Non immaginavano che il proprio Paese avrebbe presto intrapreso il cammino che lo avrebbe portato a diventare la seconda economia del mondo. Volevano sottrarsi da una schiacciante povertà. L’Oceano meridionale, Nanyang, era un’area di grandi promesse, con al centro i porti di Singapore e Malacca. Gli imperatori cinesi avevano costruito laggiù una rete di rotte commerciali e rapporti tributari. Gli immigrati hanno generalmente conservato una visione antica della Cina, mantenendo un forte legame con la storia e le tradizioni. Questo rapporto si nutre della nostalgia per un Paese che non esiste più. Quando nel 1920 si generò una enorme ondata migratoria, la Cina mutava profondamente e chi andava via restava ancorato all’idea di un tempo ormai perduto. Ma è un rapporto duro. Che non ammette sentimentalismi. Oggi in Asia siamo ricchi (anche se vi sono ancora sacche di povertà), non vogliamo parlare del passato. Esiste solo il futuro. Una volta dissi a mio padre che forse è proprio così che i cinesi che hanno vissuto la Rivoluzione Culturale fanno i conti con la loro storia: rimuovendo la memoria. Una questione di praticità. Mio padre mi gelò: “No, non è praticità. E’ vergogna”.

“Lo sforzo di adattare consuetudini asiatiche come la discrezione e il silenzio a un’esistenza da classe media contemporanea è ciò che fa di noi dei cittadini dell’Asia insieme tradizionali e perfettamente moderni”. Un processo doloroso.
"La mia generazione è cresciuta sognando quella Cina. Oggi i cinesi e gli asiatici arricchiti sono snob con i più poveri. I cinesi che hanno fatto i soldi hanno perso la cultura. Non hanno memoria delle radici. Paesi come Malesia e Thailanda sono affascinati dall’impetuosa crescita economica cinese. Pensano che fare affari in Cina sia facilissimo. Sta avvenendo anche un riallineamento linguistico quasi come un pegno di fedeltà: in Malesia abbiamo sempre usato il sistema di scrittura complesso, come ad Hong Kong, mentre negli ultimi cinque-dieci anni abbiamo iniziato ad adottare il cinese semplificato (la scrittura cinese fu semplificata a metà del secolo scorso per promuovere l’alfabetizzazione, il cinese tradizionale continua a essere usato a Hong Kong, Macao e Taiwan, ndr). È così più facile fare business. Ma comunque ci sentiamo diversi.

Quando va in Cina si sente straniero?
"Ho vissuto per la prima volta nella mia vita in Cina dal 2005 al 2009. A Shanghai, dove ho scritto il mio primo romanzo (The Harmony Silk Factory). Finalmente vivevo in un Paese dove somigliavo a tutti gli altri e nessuno mi scambiava per un thailandese, come mi accade spesso in Malesia. Ma anche in Cina è complicato spiegare da dove vengo. Un giorno salgo sul taxi e l’autista mi parla in cantonese. Quando mi sente parlare anche mandarino nota il mio accento malese e mi domanda: da dove vieni? Spiego: sono nato a Taiwan, i miei genitori sono malesiani di origine cinese, oggi vivo a Londra…“Suan le suan le (lascia stare)” mi interrompe il tassista.  Poi aggiunge: “Sei comunque cinese”.  Basta questa frase per dare un senso alla mia vita e restituirmi un senso di appartenenza. Anche se per due generazioni la mia famiglia non ha avuto contatti con la Cina realizzo di appartenere a questa cultura, ed è un sentimento confortante.La Cina è un oceano. Sentire di appartenere alla stessa cultura pur in mezzo a tante diversità è bellissimo". 

Nel suo libro ha scritto che studiare l’ha portata a sviluppare un senso di colpa nei confronti della sua famiglia.
"La mia generazione è nata in una epoca di riscatto. Siamo nati in Asia in una fase di grande evoluzione. Uscivamo da condizioni di povertà estrema per trasformarci in economie emergenti. Noi siamo stati i primi a ricevere una educazione scolastica. E io ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia che mi ha dato l’opportunità di studiare in ottime scuole. Non tutti hanno avuto la mia stessa fortuna, i miei genitori mi hanno dato un’opportunità d’oro a loro negata. Ma cosa vuole dire diventare colti? A un certo punto siamo diventati estranei. Cosa succede quando inizi a parlare una lingua diversa? Mio cugino non ha mai lasciato il suo villaggio. I suoi non hanno potuto farlo studiare.  Lavora in fabbrica e quando ci incontriamo parliamo lingue diverse. L’istruzione ha scavato una profonda distanza tra di noi. Avevo sei anni quando capii che il mio destino mi avrebbe diviso da loro. L’ambizione che ti porta a essere curioso, a scoprire mille cose, a parlare tante lingue. A Londra ho conosciuto molti scrittori che provengono da famiglie di letterati. Io no, ma non sono diverso da mio cugino: anche lui è brillante ma è cresciuto senza libri. E così mi sento in colpa".   

Cosa significa essere oggi un immigrato in Asia?
"L’immigrazione oggi è completamente diversa da quella dei miei nonni o dei miei genitori. Loro si spostavano alla ricerca di opportunità.  Oggi il livello di depravazione con il quale si accompagnano i flussi migratori nel Sud Est Asiatico cancella ogni traccia dei passati sogni di riscatto. Zero dignità. Ai tempi dei nonni emigrare in un altro Paese poteva cambiarti la vita. Pensiamo agli italiani sbarcati in America. O ai cinesi in viaggio verso Singapore o la Malesia. I paesi di approdo erano luoghi dove costruivi il tuo futuro. Dove creavi la tua famiglia, mettevi radici. Oggi invece i migranti lavoravo a contratto. Devono dare il 30% dello stipendio al loro agente. Dopo tre anni sono costretti ad andarsene. Il Paese ti caccia via. Oggi l’immigrazione è sfruttamento.  A farne le spese sono soprattutto donne e giovani. Vengono dal Bagladesh o dal Myanmar, tra i Paesi più poveri al mondo, sono in gran parte musulmani. I flussi si mescolano spesso ai trafficanti d’organi. Migliaia di persone che finiscono perseguitate. Le organizzazioni per i diritti umani non hanno sufficienti risorse per garantire loro sicurezza.  Vengono lasciati in una sorta di limbo, trattati come schiavi, senza protezione. Un destino crudele che potrebbe essere evitato semplicemente riconoscendo la provenienza di ciascuno di loro. Invece vogliamo solo i loro corpi.  Non capisco perché ci siamo ridotti a sfruttare così altri esseri umani, a farli lavorare senza dare loro la possibilità di costruirsi un futuro. Abbiamo costruito i nostri Paesi sull’immigrazione; Singapore è stata costruita sugli ottant’anni di immigrazione cinese seguiti all’insediamento britannico e sull’utilizzo delle risorse naturali da parte del governo coloniale. Senza il lavoro degli immigrati non esisteremmo. E oggi li trattiamo così. Anche il clima che si respira in Gran Bretagna mi spaventa. Sono confuso. Provo una rabbia profonda. Questo è il punto centrale del mio libro.  Perché noi immigrati vogliamo essere tali e quali agli altri. “Vogliamo che lo straniero sia uno di noi, qualcuno che possiamo capire”. 

Come vede la Cina di oggi?
"I cinesi hanno sofferto la fame. Essere ricchi e godere di libertà economica è un diritto conquistato a fatica. Per molti cinesi i diritti umani sono case, macchine, lavoro. Cibo: l’ossessione per il mangiare. Il Partito Comunista Cinese è molto abile nell’adattarsi e nell’anticipare le esigenze della società civile. Non so se questo patto possa durare a lungo. Quando sono tornato per un breve periodo nel 2015, ho notato che qualcosa era profondamente cambiato. Prima i miei amici erano euforici di andare a cena fuori ogni sera e fare shopping. Oggi quella gioia sfrenata è svanita. Non so cosa questo significhi".

 

 

 

 

Compie novant'anni il maestro Boris Porena. Nato a Roma il 27 settembre 1927, è uno degli ultimi allievi di Goffredo Petrassi ed è noto per le sue "indagini metaculturali" e per un metodo di didattica musicale per le scuole, giudicato all'altezza di quello del compositore tedesco Carl Orff. Porena ha esplorato la funzione dei compositori nel rispettivo contesto sociale dopo la crisi dei linguaggi musicali, trasferendo l'esperienza ad altri linguaggi, logici, verbali e non verbali, sui quali ha sviluppato i presupposti per una riflessione sul pensiero umano.

Vasta la produzione di Porena, che sarà pubblicata in coincidenza del compleanno, nei 24 libri più signficativi di una produzione molto più vasta. Ma "le Indagini Metaculturali non sono l'edizione celebrativa di Boris Porena. Al contrario, si tratta del tentativo di mettere a disposizione di tutti metodologie e strumenti preziosi, ampiamente collaudati nella palestra della formazione di base, per la convivenza pacifica nella diversità, a scuola, nella società, tra le culture", ha commentato Fernando Sánchez Amillategui, curatore della collana delle Indagini Metaculturali – Pratica e pensiero.

I testi, reperibili online, riuniscono opere dal contenuto variegato ma organico, dalla didattica alla filosofia della cultura, dalla musicologia alla narrativa, campi in cui Porena ha operato e sperimentato durante oltre quarant'anni di attività. Della didattica di Porena ha parlato anche Ennio Morricone, che fu allievo con lui di Petrassi, ricordando il suo e quello di Orff come "due metodi diversi tra loro, ma che sono i migliori per l’insegnamento della musica nella scuola“.

La Fondazione Nobel ha aumentato del 12% la dotazione economica dei premi di quest'anno, che saranno assegnati nei prossimi giorni. L'importo era fermo dal 2012 a otto milioni di corone svedesi (pari a 838.919 euro o 999.682 dollari). I vincitori di ognuna delle sei categorie del Nobel riceveranno quindi, con l'adeguamento, una somma equivalente a 943.784 euro ciascuno, pari a un milione e 100 mila dollari, che sarà naturalmente ripartita qualora il premio sia assegnato a più di una persona.

CInque anni fa, la Fondazione aveva tagliato la dotazione di ogni premio per un importo pari a due milioni di corone (210 mila euro o 250mila dollari), per evitare una diminuzione del proprio capitale e per beneficiare di rendimenti adeguati all'inflazione.

"Nonostante siano necessarie azioni continuative per rafforzare le finanze della Fondazione a lungo termine, riteniamo che la situazione si sia stabilizzata", ha informato adesso la Fondazione, la cui ambizione è che la dotazione del premio "segua l'andamento delle entrate reali nella società".

Nel suo testamento, lo scienziato svedese Alfredo Nobel (1833-1896), creatore del premio, dispose che la sua fortuna fosse investita in valori mobiliari sicuri e che gli interessi fossero divisi in cinque parti uguali per i cinque premi (quello per l'Economia fu istituito successivamente).

La "settimana dei Nobel" comincerà il 2 ottobre prossimo con quello della Medicina; nei giorni successivi seguiranno gli annunci per quelli della Fisica e della Chimica; il premio per la Pace sarà assegnato il 6 ottobre; il premio per l'Economia lunedì 9 ottobre. Come di consueto, non è ancora fissata la data del Nobel della Letteratura, che sarà assegnato per tradizione un giovedì.

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