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“La prima adunata dei fasci di combattimento, strombazzata per settimane dal Popolo d’Italia come un appuntamento fatidico, era stata fissata al Teatro dal Verme, capace di 2000 posti. Ma la vasta platea è stata disdetta”.

“Tra la grandezza del deserto e la piccola vergogna, abbiamo preferito la seconda. Abbiamo ripiegato su questa sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali. È qui che dovrei parlare”.

“Tra quattro pareti tappezzate di un triste verde lago, affacciato sul nulla di una grigia piazzetta parrocchiale… piazza del San Sepolcro”.

“Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire”.

È il 23 marzo del 1919, cent’anni fa, e la voce e le parole sono quelle di Benito Mussolini per come gliele restituisce lo scrittore Antonio Scurati nel suo romanzo storico “M, il figlio del secolo” uscito per Bompiani lo scorso settembre e oggi candidato al Premio Strega.

È anche l’incipit del libro, in cui l’ardimentoso Mussolini appare come un uomo dubbioso, combattuto sulle scelte da operare.

Per prima cosa deve subito ripiegare, e rinunciare all’ampiezza della sala per evitare la brutta figura di una scena con numerose sedie vuote. Non se lo può permettere.

Eppure “sarà un un’adunata importantissima” recita il comunicato pubblicato dallo stesso giornale il 2 marzo.

Non un partito, ma un movimento

L’invito viene replicato anche il giorno 9 e questa volta viene anche motivato l’obiettivo, che è chiaro: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno i fasci di combattimento contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”.

Due modi diversi ma al tempo stesso speculari di essere contro l’innovazione e la modernizzazione. Luddisti del presente e del futuro.

Tuttavia, l’indomani mattina di quel 23 marzo il quotidiano diretto dallo stesso Mussolini, annuncia che l’iniziativa ha riscosso un enorme successo e che le adesioni ai fasci fioccano e crescono a vista d’occhio.

In realtà, come rievocano Indro Montanelli e Mario Cervi ne “L’Italia del Novecento” (Rizzoli) e “come risulta da un rapporto della polizia, i convenuti a quella cerimonia di battesimo (…) non furono più di trecento, anche se poi l’onore di avervi partecipato fu rivendicato da parecchie migliaia di persone che in qualche modo riuscirono a farselo riconoscere”.

Un primo vezzo di trasformismo. E poi per tutti i vent’anni successivi tutta l’Italia viene costretta a festeggiare solennemente quella ricorrenza. Insomma, a dirla tutta inizialmente la vicenda dei fasci parte come un mezzo fiasco.

I fasci però non sono un partito, bensì il tentativo di dare una spinta ad un “movimento” con una chiara impronta antipartito, anche in polemica con il Partito socialista dal quale Mussolini è stato espulso cinque anni prima.

Quindi, nelle intenzioni, quello dei Fasci è per lo più uno “stato d’animo” che si prefigge di rompere gli schemi della politica tradizionale per dar vita ad una organizzazione di “ardimentosi” in grado di compiere la rivoluzione che deve portare alla nascita di una “nuova Italia”, per come la intende quel che sarà il futuro Duce del Paese.

Ma l’Italia di quel momento è una nazione appena uscita dalla guerra (novembre 1918), vincitrice ma in ginocchio, provata, con milioni di morti sulla coscienza, tanto che chi porta la divisa in quel momento viene considerato un reietto e un complice dello sfacelo del Paese. Viene evitato se non, addirittura, malmenato.

Ciò che acutizza il disagio e l’isolamento degli uomini ritornati dal fronte e che la Sinistra del tempo non sa cogliere. Acuendo la frattura tra i Paese e il suo ceto medio.

“Perché dovrei parlare a questi uomini?” dice tra sé il Mussolini cui lo scrittore Scurati restituisce la voce nelle sue pagine “stregate” e ieratiche dal forte fascino narrativo.

E lo stesso Mussolini si risponde: “È gente che prende la vita d’assalto come un commando. Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati dai colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, gli oziosi, i genialoidi, i piccolo borghesi (…), lo so, li vedo qui davanti a me, li conosco a memoria: sono gli uomini della guerra”.

In quel frangente Benito Mussolini, che il 23 marzo dà vita ai fasci di combattimento, nucleo originario e fondativo del futuro Partito Nazionale Fascista nel novembre del 21, ha dietro a sé due date uguali e al tempo stesso distanti.

La prima è il 24 novembre del ’17 – con la più grande disfatta militare di tutti i tempi che è stata Caporetto, “un esercito di un milione di soldati distrutto in una settimana”.

La seconda il 24 novembre del ’14, il giorno della sua cacciata dal Partito socialista con gli operai di cui fino al giorno prima è stato idolo e faro che si combattono a vicenda pur di prenderlo a cazzotti.

La sindrome del “piccolo borghese imbestialito”

Le elezioni politiche del 16 novembre 1919 sono per il fascismo un vero disastro. “Nella circoscrizione di Milano – ricordano Montanelli e Cervi nel loro libro – su 270 mila voti la lista capeggiata da Mussolini non ne raccolse neanche cinquemila. (…) I socialisti, che avevano riportato un clamoroso successo assicurandosi ben 156 seggi mentre 100 erano andati ai popolari di Don Sturzo, celebrarono i funerali di Mussolini portandone in giro la bara”.

Così Mussolini per allargare e rafforzare il proprio seguito apre le porte a chi più ne ha più ne metta, cioè “a tutt’altra estrazione sociale e ideologica: studenti, ex-combattenti delle ultime leve desiderosi di perpetuare ‘l’avventura’, scampoli della piccola e media borghesia benpensante e conservatrice che invece vedevano nel fascismo la ‘diga’ contro la sovversione, e una crescente falange di spostati in cerca di torbido in cui pescare”, si legge ne L’Italia del Novecento.

E nel largo quanto vago “movimento” messo su da Mussolini ognuno può starci e interpretarlo come meglio gli può convenire.

Mussolini stesso, complice e anche consapevole. Un ricambio di sangue in parte provocato e in parte accettato. Un’impalcatura che poi si fa regime.

Agli inizi del ’20, Mussolini dice di poter contare su 88 fasci e 20 mila iscritti ai suoi ordini. Una forza per lo più modesta, visto anche il tonfo elettorale dell’anno precedente. I Fasci non sono un partito né sembra desiderino diventarlo.

Si chiamano “movimento” dove ognuno si muove a modo suo “sotto la spinta propulsiva di qualche ras locale” e sotto una ferrea direzione e centralizzata popolar-populista molto buona per le adunate.

La leadership fiuta l’istinto del “piccolo borghese imbestialito” e ne fa leva contro tutto e tutti, in particolare “contro i socialisti, che di ritorno dalle trincee, lo avevano svillaneggiato e aggredito, ma anche contro i capitalisti ‘pescicani’ che avevano lucrato alle sue spalle, la Monarchia, la Chiesa, i partiti, la ‘politica’ in generale, insomma quello che oggi si chiama l’establishment”. O, se vogliamo, l’élite.

Gli italiani vengono di nuovo chiamati alle urne il 15 maggio 1921. E questa volta Mussolini registra un vistoso successo.

E’ durata poche ore la nuova opera dello street-artist TvBoy. Durate la notte ignoti hanno sfregiato “Il Gatto e la Volpe”, realizzato a un anno esatto da “Amor Populi” – il murale che raffigura il bacio tra Luigi Di Maio tve Matteo Salvini – in vicolo della Torretta. 

Il murale, che arriva dopo la “Guerra dei Social”, richiama la celebre favola di Carlo Collodi. “Accade così che nel cuore della Capitale, il Gatto e la Volpe, che hanno le sembianze rispettivamente del ministro Di Maio e del vice premier Salvini, ingannino Pinocchio e lo spingano a candidarsi come Presidente del Paese dei Balocchi” scrivono i membri del collettivo.

L’opera, affissa a vicolo della Torretta, fa riferimento alle pesanti critiche ricevute dal premier Giuseppe Conte da parte del capogruppo dei Liberaldemocratici, Guy Verhofstadt, che lo scorso 12 febbraio, a Strasburgo, definì il presidente del consiglio italiano un “burattino” nelle mani di Salvini e Di Maio.  

Non è la prima volta che un’opera di TvBoy viene danneggiata o rubata, ma, si lege nella sua pagina Facebook, “Nessuno era mai stato cancellato con tanta solerzia”.

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“Noi ne abbiamo realizzati vari, e in tanti paesi diversi, molti su incarico, altri per personalità dello spettacolo internazionali e vip, alcuni anche molto più provocanti di quello di Salvini e Di Maio. Alcuni sono sopravvissuti, altri sono stati protetti dal furto e dal vandalismo dai proprietari dei muri che ne hanno compreso il loro valore artistico e comunicativo. Altri sono stati rubati da collezionisti di street art senza scrupoli ma ahimè questo forma parte del gioco e dell’effemerità dell’arte di strada. Nessuno era mai stato cancellato con tanta solerzia, quando invece vengono lasciate scritte offensive o disegni volgari”

Ma il Gatto e la Volpe non è l’unica provocazione di TvBoy. A via dei Pianellari “L’arte è per sempre”: un’opera ironica, che fa riferimento alla pronta cancellazione da parte dell’amministrazione comunale di tutte le opere di Tvboy: da “Amor Populi” fino a “Viva le buche, abbasso i murales”, le espressioni artistiche dello street artist, che oggi risiede a Barcellona, sono state tutte censurate.

Il terzo murale, affisso a Vicolo degli Osti, ritrae Papa Francesco che tiene sulle spalle un bambino mentre scrive la frase: “Stop Abuse”. “L’opera vuole essere un augurio alla risoluzione di una questione delicata e dolorosa, come quella degli abusi sessuali sui minori da parte di uomini della Chiesa, che per troppo tempo è stato un tabù e che Papa Francesco ha iniziato ad affrontare apertamente all’interno e all’esterno del Vaticano” dice l’artista.

Villa Adriana apre al pubblico alcune stanze segrete, mai mostrate prima. L’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este-Villae, diretto da Andrea Bruciati, inaugura dal 22 marzo un nuovo percorso di visita alla villa, svelando agli sguardi dei visitatori angoli nascosti e inedite prospettive del Serapeo, rimasto sinora inaccessibile per motivi di sicurezza.

Il complesso Canopo-Serapeo costituisce uno degli scenari più suggestivi e amati della Villa, palcoscenico e grande spazio per la rappresentazione del potere attraverso feste e banchetti spettacolari, arricchito da mirabolanti ed eccezionali, per l’epoca, giochi d’acqua. L’apertura di un nuovo percorso consente di entrare nei luoghi privilegiati e lussuosi frequentati da Adriano (117-138 d. C.) e di ammirare dall’alto la volta del Serapeo, nonché uno scorcio del tutto inusuale del Canopo. La prospettiva di visita media nuove conoscenze e  rappresentazioni della Villa, avvicinando lo sguardo dei contemporanei a quello dell’imperatore.

 “Se il Teatro Marittimo è la zona privata, intima e riservata di Villa Adriana – commenta il direttore,  Andrea Bruciati – il Serapeo è il cuore della mondanità. Entrare nel labirinto di ambienti, cunicoli e sottoscala, è in fondo come entrare nelle stanze del dio. Fino ad oggi il Serapeo ha sempre mostrato la sua facciata, offrendo di sé un’immagine bidimensionale, ora si coglie tutta la profondità, la sua organicità e complessità”. 

Apertura dal 22 marzo, con ingresso a gruppi contingentati, accompagnati dal personale di Coopculture con biglietto aggiuntivo. 

Informazioni e prenotazioni: 0774-382733, villa.adriana@coopculture.it

Quando si parla di cultura l’Italia rimane imbattibile. Almeno secondo il Cultural Influence Ranking 2019 stilato da Us News & World Report, in collaborazione con la società di consulenza Bav Group e la Wharton business school dell’università della Pennsylvania, che ci mette in cima alla graduatoria dei Paesi che esercitano la maggior influenza in termini di cultura. Francia e Spagna, i cugini mediterranei, inseguono e completano il podio.

Arte, intrattenimento e moda: così l’Italia fa ancora tendenza

L’Italia è ancora di tendenza, questo il messaggio che arriva dalla classifica appena pubblicata. I sette parametri presi in considerazione – intrattenimento, moda, stile di vita spensierato, una cultura artistica capace di influenzare gli altri, di essere moderna, prestigiosa e trendy, e quindi di attrarre – certificano che l’Italia non patisce la concorrenza altrui. Già lo scorso anno, infatti, eravamo in cima alla lista.

Most cultural influence, 2019.

1. Italy
2. France
3. Spain
4. United States
5. United Kingdom
6. Japan
7. Brazil
8. Australia
9. Switzerland
10. Sweden
11. Germany
12. Canada
13. Netherlands
14. Greece
15. Singapore

(US News & World Report)

Longer list: https://t.co/ZmPnPMNWvk

— The Spectator Index (@spectatorindex)
18 marzo 2019

Ma in che cosa si traduce una cultura influente? Secondo Us News significa essere “sinonimo di buon cibo, moda e vita semplice”, dettare legge sul mercato grazie a “prodotti che hanno quel ‘non so cosa’ che li fa vendere un po’ più facilmente”, produrre “musica, televisione e film che vengono assorbiti da altre culture diventando parte di una più ampia conversazione globale”. Nel caso italiano, però, a pesare è soprattutto la tradizione artistica: un’eredità millenaria che si traduce in un po’ le caratteristiche sopra elencate.

Le (solite) dolenti note

Prendete una delle infinite bellezze storiche sparse sui nostri 300 mila chilometri quadrati di superficie, metteteci una coppia di innamorati a bordo di una moto che scorrazza spensierata, o immaginateli seduti a tavola, intenti a godersi il panorama: il cliché della “bella vita” all’italiana, un’immagine da cartolina che fa ancora breccia nei cuori di molti. Di tendenza, cioè, fuori dai confini nazionali, anche se forse non rispecchia la vita di molti connazionali: le classifiche che guardano agli affari interni, pubblicate dagli stessi autori, raccontano infatti una storia un po’ diversa.

In quella complessiva dei migliori Paesi del mondo l’Italia scivola al 18esimo posto, che diventa 19esimo se si guarda a “diritti umani, ambiente, distribuzione del potere politico, uguaglianza di genere e libertà religiosa”. In quella della qualità della vita siamo 22esimi, dietro la Cina e appena sopra la Corea del Sud; in quella che prende in considerazione aspetti economici – “burocrazia, costo della produzione, sistema fiscale, corruzione, trasparenza nelle pratiche governative – precipitiamo addirittura in 46esima posizione

La mafia nigeriana, un oscuro traffico internazionale di diamanti, una giornalista atipica, provvista di “killer instinct” e fiuto da segugio, una Roma mai così decadente, melmosa e inquietante, con corriere dell’Ascia nera chiamato “Bambino”. Sono i segni distintivi de “Il Meticcio”, il nuovo romanzo di Federica Fantozzi, appena uscito per i tipi di Marsilio. Un caso a sé, quello di Fantozzi, che unisce atmosfere da intrigo internazionale, a tratti degne di un film di James Bond, con elementi presi dall’attualità, compresi il capolarato, il terrorismo, la criminalità organizzata. Il che si spiega anche con il fatto che l’autrice è, di suo, una giornalista. Con il “Meticcio” è alla seconda puntata di una trilogia inaugurata con “Il Logista”, che due anni fa fece molto parlare di sé.

“Nei miei libri non c’è una scaletta, un canovaccio, un ordine o una gerarchia”, spiega Fantozzi all’Agi. “Nemmeno io so cosa succederà alla fine del capitolo che sto scrivendo. Ad un certo punto, è un’immagine ad accendere la luce nella mia mente e a far partire il libro: una scena, un personaggio, un’azione. Nel “Logista” era l’assalto di un commando terrorista ad un resort delle Maldive: uno Zodiac nero, le sagome affusolate dei sub, l’acqua scura della notte. Nel “Meticcio” tutto è nato dai passi esitanti di un bambino che sale su una specie di palafitta di legno, in mezzo alla giungla brasiliana, dove si trova il corpo della giovane madre. Toccherà a lui farsi coraggio e raccoglierne l’eredità: il biglietto per una nuova vita”.

Ne “Il Logista” lo sfondo era la minaccia del terrorismo internazionale, la paura molto contemporanea del terrore “all’angolo della strada”, vedi alla voce Bataclan. Questa volta ci racconti una storia molto oscura legata alla minaccia crescente della mafia nigeriana. “Mi intriga il nemico che salutiamo tutti i giorni senza riconoscerlo”, spiega Federica. “Il lupo travestito da agnello, lo specchio in cui rifiutiamo di riconoscerci. Il male non è lontano e avulso da noi: si insinua, cresce e si nutre della nostra indifferenza e delle nostre paure ad affrontare i cambiamenti della realtà”. 

 Nel “Meticcio” uno dei protagonisti è la città di Roma, ritratta in maniera inusuale, ben lontana da quella della “Grande bellezza”: una Roma è decadente, più brutta che bella, melmosa e oscura. E’ una scelta consapevole? “Sì e no”, risponde Fantozzi. “Dopo aver letto le prime bozze del “Logista” un’amica mi disse: non vogliamo proprio metterci qualcosa di carino su Roma?  Solo lì mi resi punto di come avevo ritratto la mia città: sporca, triste, ma soprattutto rassegnata. Usciamo di casa e zigzaghiamo tra le buche, ci tappiamo il naso per la puzza di monnezza, occhieggiamo cauti i gabbiani voraci. E il clima impazzito, che ricopre il Tevere di alghe tropicali, non giova”.

 “Il Meticcio” è un libro in cui si parla anche molto di giornalismo. Amalia Pinter, la protagonista del libro, è una cronista, ma le difficoltà sul suo lavoro crescono ogni giorno di più. Come spiega l’autrice, c’è stanchezza di fronte alla crisi crescente della carta stampata: “E’ una delle cicatrici che Amalia si porta addosso in questo secondo romanzo: la fine delle illusioni. Il suo piccolo “quotidiano corsaro” perde copie e senza pubblicità annaspa. Gli editori, remote entità con sede a Montecarlo, si rivelano uguali a tutti gli altri e inclini ai “tagli lineari”. Il caporedattore, un buon diavolo che viene dalla gavetta vera, si vede costretto alle marchette, travestite da “attenzione al lifestyle”, ed è sperduto. I cronisti si ritrovano catapultati in un mondo di cocktail, eventi mondani e fiere canine in cui trovare sponsor affinché la nave non affondi. Amalia prova rabbia e amarezza, anche se la partecipazione a un’asta di pietre preziose in cui viene venduto un rarissimo diamante rosso risulterà determinante per l’indagine in cui è coinvolta”.   

Federica Fantozzi

Uno dei personaggi più affascinati del romanzo è un corriere dell’Ascia Nera soprannominato Bambino, spiega la scrittrice. “E’ un personaggio che si è guadagnato uno spazio ben oltre le mie intenzioni. Era nato come secondario e marginale: uno dei tanti corrieri dell’Ascia Nera, spedito attraverso i continenti con un incarico. Al punto che non gli avevo dato un nome ma solo un soprannome. Era ispirato dagli africani che incontriamo a ogni angolo: diamolo loro una moneta oppure no, ma non li guardiamo mai in faccia. Invece Bambino, sgomitando, ha preteso attenzione, raccontandoci una storia per niente banale. E’ una preda o un cacciatore? Un ragazzo disperato o il detentore di un segreto pericoloso? Comunque vada, in qualche modo alla fine sarà lui a vincere”.

“Dobbiamo avere rispetto per i giovani che amano leggere, sono i futuri adulti lettori di domani. E quelli di oggi sono molto più intelligenti di quanto si possa pensare. Meritano più fiducia. Mi parlano, mi raccontano dei loro problemi. E spunta fuori il problema del bullismo. Parlate ragazzi, raccontante di questo problema”. A dirlo è Francisco de Paula Fernandez Gonzales, scrittore spagnolo che si firma con lo pseudonimo di “Blue Jeans” ed è considerato l’autore contemporaneo d’eccellenza per gli adolescenti, quello che racconta i sentimenti e i turbamenti di un’età molto particolare.

In libreria con il suo nuovo romanzo, “La ragazza invisibile” edito da Dea Planeta, Blu Jeans/Francisco compie un un salto nella scrittura che può avvicinare anche il pubblico adulto. “La ragazza invisibile” è un giallo che costituisce il primo libro di una trilogia ed è un thriller appassionante, pieno di azione, intrigo e colpi di scena. Al suo attivo Blue Jeans ha già oltre 1,2 milioni di copie vendute con altre produzioni e una comunità social da 300.000 followers ed è anche uno dei pochi autori spagnoli che ha raggiunto più di 100 trending topics mondiali e nazionali ed ha anche all’attivo un film tratto da un suo testo, vincitore del prestigioso Premio Cervantes Chico.

“Ho iniziato a scrivere per i giovani – ha spiegato all’Agi Francisco De Paula – perché i social network erano frequentati principalmente da loro. Ho cominciato con un blog, volevo essere letto dai ragazzi, e ho capito che se volevo questo, dovevo produrre qualcosa che li interessasse. L’ho fatto e mi è andata bene, ho avuto successo”.

Per Planeta, “Blue Jeans” ha scritto altri 10 libri suddivisi in tre storie diverse che parlano delle quotidianità dei giovani e dei problemi che possono all’improvviso manifestarsi a scuola, all’ università, nella vita di tutti i giorni.

Anche un altro scrittore spagnolo, Carlos Ruiz Zafon, molto noto per i suoi gialli per ragazzi è poi passato a scrivere con successo per gli adulti.

“Farò come Zafon? Non lo so, ma intanto dicono che ‘la ragazza invisibile’ sia un libro che può piacere anche agli adulti. Non sarò però io a confermare questa tesi. Ho scoperto che esiste questo fenomeno che si chiama crossover, ovvero, che un libro scritto per il pubblico degli adolescenti diventa adatto anche agli per adulti. In ogni caso, non escludo in futuro di scrivere qualcosa per i piu grandi, anche se non penso che produrre per i giovani sia sinonimo di letteratura inferiore. Al contrario, credo che a volte, dire qualcosa che sulla carta sembra avere un valore minore, sia meglio. Anche perché ci tengo ancora a sottolinearlo, la letteratura per giovani plasma i futuri lettori”.

In alcuni casi, ricorda lo scrittore, si arrivano anche a compiere gesti estremi. 

“Eh sì, anche in Spagna, purtroppo, ci sono stati molti casi di suicidio fra i giovani che sono stati vittime di bullismo a scuola e nei luoghi che frequentano abitualmente. E nessuno è stato in grado di aiutarli. Chi può farlo? È complicato intervenire. Di solito succede a scuola e allora la responsabilità viene data agli insegnanti. In Spagna ci sono classi molto numerose ed è difficile sapere cosa accade fra i ragazzi. Ma per me, il problema è nel fatto che manca l’educazione al rispetto, nella vita di tutti i giorni e anche in famiglia. Se tutti riuscissimo a a far capire che il bullismo fa del male, ma molto male e che ci sono giovani che arrivano perfino a togliersi la vita, allora forse potremmo farcela. Dobbiamo dirlo a voce alta. Io, ripeto, faccio la mia parte con i libri”.

Scrivendo per i giovani e dialogando con loro, che opinione si è fatto dei ragazzi di oggi?

“L’ho già detto e lo voglio sottolineare ancora, sono molto più intelligenti di quanto si creda. E dobbiamo dargli più fiducia. Prendiamo il loro atteggiamento su grandi temi, ad esempio quello dell’immigrazione. Oggi abbiamo una società divisa fra persone favorevoli al fatto che i migranti vadano aiutati perché non hanno colpa per essere nati in luoghi dove c’è la fame o la guerra, e persone che invece ritengono non debbano essere accolti perché non c’è pane per tutti. Ecco, ho constatato che i giovani si collocano per la maggior parte, fra quelli favorevoli ad accogliere e ammettono che queste persone non vengono da noi per vacanza ma perché perseguitate, per fame, persecuzione. Questa consapevolezza caratterizza molti ragazzi spagnoli”.

Crede che i suoi libri siano utili?

Buona parte degli adulti invece, la pensa diversamente. In Spagna la destra estrema è in espansione, ma anche la sinistra sta crescendo. Fioriscono però populismi e ed estremismi. Ma i giovani non percepiscono le cose bianche o nere, sanno che c’è anche una vasta gamma di colori. Se la mia letteratura può essere utile? Nei miei social non parlo mai di politica o religione e molte volte mi e’ stato chiesto perché. Ma io non sono sicuro, come lo sono altri, di avere il piglio giusto. Non credo di dover dare lezioni a qualcuno. Credo piuttosto che i giovani siano molto intelligenti e non ignoranti e stupidi come qualcuno vuole far credere”.

Blue Jeans a Madrid ha un ufficio particolare: è in un negozio di Starbucks Cafè. Chi vuole cercarlo lo trova sempre lì 

“Si, è vero. Il mio appartamento è molto piccolo così ho preso l’abitudine di scrivere lì. Ormai è praticamente il mio ufficio con lo stesso tavolino, la stessa sedia. Ci sto otto ore al giorno”.

Lo hanno definito il “Moccia” spagnolo, e Federico Moccia, oltre a scrivere, si è poi dedicato a trasporre i suoi soggetti sul grande schermo. 

“La Ragazza Invisibile potrebbe diventare effettivamente un film, al festival di Berlino molti produttori hanno mostrato interesse per il mio libro. Vediamo. Io potrei farne la sceneggiatura. Ma il mondo del cinema è molto complesso. Io alla regia? Difficile, è già abbastanza che un libro possa diventare un film, magari potrei ritagliarmi una particina. I lettori me lo chiedono spesso. Intanto lavoro alla terza parte del libro. Fra poco esce la seconda. E poi magari, sì, un giorno scriverò anche per gli adulti, come Zafon. Sono fiducioso”.

Non è facile scrivere per i giovani.

“Lo so, ne sono molto consapevole, ma è una responsabilità che ho accettato anni fa. Ho iniziato a scrivere per vedere se in questo ambito potevo avere spazio, aprirmi una strada. E man mano che il tempo passava, mi sono accorto che i ragazzi mi leggevano forse perché molti di loro hanno gli stessi problemi di alcuni miei personaggi. Mi capita che qualcuno dei lettori mi scriva per raccontarmi di un problema e io lo incoraggio a parlare con qualcuno competente. Io posso dire qualcosa ma è a breve termine. Consiglio loro di rivolgersi subito ai genitori, docenti, amici più cari, fratelli”.

Alla fine di ogni libro, dove ci sono i ringraziamenti, Blue Jeans/Francisco ha l’abitudine di fare una “arringa” e ammonire benevolmente i i suoi lettori. 

“Alla fine di un lavoro, mi piace ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e in ogni ‘ringraziamento’ c’è sempre una parte in cui voglio affrontare un tema che mi sta a cuore. Nelle pagine finali dedicate ai ringraziamenti de “La Ragazza Invisibile”, sollecito i ragazzi ad andarci piano con i linciaggi via social, di stare molto attenti perché possono davvero fare del male. Il linciaggio collettivo sui social è un fenomeno da non sottovalutare. Io mi rivolgo sia alle vittime che agli artefici dei linciaggi. Questi ultimi a volte credo che lo facciano in modo inconsapevole, criticano insultano, prendono di mira qualcuno. So che in Italia il fenomeno è diffuso ma il problema è molto avvertito anche in Spagna. C’è molto bullismo, così come in America Latina ed io ne parlo nel mio libro. In Spagna sono state realizzate molte campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso influencer, educatori e docenti che hanno scritto molti libri sull’argomento. Lo scopo è aiutare i ragazzi a trovare il coraggio di raccontare. Tutti insieme, anche io per la mia piccola parte, dobbiamo cercare di fare in modo che il fenomeno si riduca”.

La ragazza invisibile

Aurora, la “ragazza invisibile” non ha amici, né una famiglia che le dedichi del tempo. Frequenta una scuola e una mattina viene trovata morta nella palestra. Da quel momento tutti sono sospettati, tutti sono considerati presunti colpevoli. Qualcuno ha inflitto ad Aurora un colpo fortissimo sulla testa e ha abbandonato una mazza da baseball accanto al corpo martoriato. Adesso, i compagni di scuola si accorgono davvero di Aurora, della ragazza ‘invisibile’. Ossessionata dalla sua morte, è Julia Plaza compagna di classe di Aurora, con un’intelligenza e una memoria prodigiose: la ragazza è in grado di realizzare un cubo di Rubik in meno di cinquanta secondi. E quasi per gioco, Julia inizia a indagare sul delitto. Ma il gioco si trasforma rapidamente in un vortice da cui non può più uscire. 

Quando nel 1963 gli archeologici turchi e tedeschi iniziarono a rinvenire delle strutture circolari nello scavo cui stavano lavorando, si resero conto di essere dinanzi a un’importante scoperta, ma non potevano sapere che avevano spostato la lancetta della storia delle religioni parecchi millenni indietro. ​Gobeklitepe, nel sud est della Turchia, non lontano dalla città di Urfa, è infatti datato 12.000 anni, molto più antico di Stonehange e delle piramidi, e per la successione di strutture circolari concentriche che presenta, costituisce a tutti gli effetti quello che gli archeologici definiscono un tempio. 

Gli scavi hanno rivelato che la struttura non è mai stata utilizzata a scopo abitativo, ma come luogo di culto dove si svolgevano rituali religiosi, una scoperta poi confermata dai seguenti ritrovamenti. Non si trattava di una Stonehange, ma di almeno 20 strutture,  ognuna delle quali presenta due pilastri monumentali al proprio centro, circondata da mura e palizzate poste in forma ovale o circolare.

Gli scavi turco-tedeschi hanno rivelato la presenza di obelischi a forma di T alti tra i 3 e i 6 metri del peso compreso tra le 40 e le 60 tonnellate, la cui costruzione rimane un mistero irrisolto. Gli archeologici ritengono che la forma a T sia un riferimento all’uomo, considerando che alcuni obelischi sono scolpiti in corrispondenza delle estremità del corpo umano.

Gli scavi hanno portato alla luce manufatti antichi 12.000 anni e statuette raffiguranti figure umane, oltre a sculture nella roccia e incisioni raffiguranti animali, simboli astratti e pitture rupestri. Un luogo di culto costruito prima dell’invenzione della ruota, della nascita della scrittura, della lavorazione della ceramica che oggi diventa un museo a cielo aperto.

Inaugurato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha espresso l’augurio che l’archeologia contribuisca a portare turisti in Anatolia Centrale alla presenza del ministro del turismo, del vice presidente e della delegazione Ue Angel Gutierrez Hidalgo de Quintana. 

Dopo essere divenuto patrimonio dell’Unesco nel 2018, il 2019 in Turchia è stato dichiarato “l’anno di Gobeklitepe”. Un gioiello che ora tocca alla Turchia conservare e valorizzare, considerando che uno dei più grandi misteri che avvolge il sito riguarda il fatto che qualcuno ha voluto conservarlo.

Migliaia di anni fa infatti, questi misteriosi uomini decisero di riempire gli spazi vuoti per seppellirli sotto un’imponente mole di terra. Tanto imponente che da quando sono state riportati alla luce gli obelischi, gli archeologici non hanno smesso di chiedersi come, uomini del neolitico, siano riusciti a trasportare tali blocchi di materiale sul luogo del tempio.

Ancora considerato uno dei più feroci predatori di tutti i tempi, il Tyrannosaurus Rex è anche uno dei più affascinanti oggetti di studio della scienza. 

Dalla sua scoperta, nel 1905, gli studi sul re dei dinosauri si sono intensificati, e “oggi stanno andando avanti più che mai”, ha commentato al New York Times il paleobiologo della University of Alberta in Canada Philip J. Currie.

I risultati di questi studi saranno osservabili anche dal pubblico in una serie di mostre imperdibili, per chi avrà la fortuna di essere dalle parti degli Stati Uniti nei prossimi mesi.

“In tutta la sua gloria”

L’11 marzo sarà inaugurata una nuova esposizione dal titolo “T. Rex, il predatore definitivo” nel Museo di Storia Naturale di New York.

In giugno invece, lo Smithsonian National Museum of Natural History, a Washington, riaprirà la “Sala dei fossili”, nella quale sarà esposto lo scheletro quasi completo di un T Rex “in tutta la sua gloria”, come scrive il New York Times.

A curare la mostra del Museo di Storia Naturale di New York saranno due ricercatori di lunga data nell’ambito della paleontologia: Mark Norell, che nel museo si occupa dei fossili di anfibi, rettili e uccelli, e Gregory Erickson, paleobiologo della Florida State University. Intervistati dal Nyt, gli esperti hanno precisato che c’è molto oltre l’aspetto spaventoso e affascinante dei T. Rex: c’è una storia dell’evoluzione estremamente significativa.

Baby T-Rex!!!! Checking out new exhibit on Tyrannosaurus Rex @AMNH on @NY1 – kicking off the museum’s 150th Birthday Celebration! #Dinosaurs #TRex #NYC pic.twitter.com/xApyhnvVwL

— Roger Clark (@RogerClark41)
March 5, 2019

Solo uno fra tanti, il Tyrannosaurus Rex appartiene a una superfamiglia che risale a 100 milioni di anni prima della comparsa del suo membro più famoso e che annovera almeno altri venti dinosauri simili.

Anzi, all’inizio della loro comparsa, i T. Rex erano tutt’altro che temibili predatori: la dimensione di questo dinosauro poteva andare da quella di un cane a quella di un cervo. E così è stato per milioni di anni.

“È servito tanto tempo all’evoluzione per creare il T. Rex”, spiega al Nyt Stephen Brusette, paleontologo dell’Università di Edimburgo e autore di un recente libro sul tema, “Per la gran parte del tempo sono stati predatori di secondo o, addirittura, terzo piano”.

Sarà solo verso la fine dell’era dei dinosauri, 65 milioni di anni fa, che il T. Rex diventerà il re dei tiranni lucertola, dal significato italiano del suo nome. 

Tre utilitarie nelle fauci

Un’analisi della muscolatura del T. Rex rivela che le sue fauci avevano una forza di 3600 chili (quanto il peso di tre utilitarie) e che era in grado di spezzare le ossa di altri dinosauri, come dimostrano i parziali resti di ossa digerite nelle sue feci fossilizzate.

All’apice del suo sviluppo, il T. Rex poteva crescere di due chili e mezzo al giorno e vivere fino all’età di trent’anni.

Segni di ferite rimarginate dovute al morso di un T. Rex su altri fossili ci dicono anche che cacciava gli altri dinosauri, anche se molto probabilmente cercava anche cibo sparso, come precisa Emily Osterloff in un articolo pubblicato sul sito del Museo di Storia Naturale di Londra. 

L’antenato del serpente piumato

Un tema di dibattito che da anni appassiona osservatori e ricercatori e se il T. Rex avesse o meno le piume.

Secondo quanto riporta proprio lo Smithsonian sul suo sito, il re dei dinosauri è sempre stato immaginato ricoperto di scaglie, fino a quando non sono stati trovati indizi sul fatto che in realtà potesse avere un manto piumoso.

Era il 2012 e la scoperta, in Cina, di un antenato piumato del tirannosauro ebbe un effetto incisivo sull’immaginazione collettiva.

Tuttavia, più recenti studi hanno chiarito questo punto: molto probabilmente il T. Rex era ricoperto da scaglie, come dimostrano dei fossili trovati in Montana e studiati da un team internazionale di ricercatori (qui lo studio pubblicato dalla Royal Society).

This is tyrannosaur skin! #UAlberta #science #dinosaurs pic.twitter.com/ZwN08xOg2D

— Scott Persons (@WScottPersons)
June 7, 2017

Dal momento che il T. Rex ha vissuto esclusivamente in Nord America, è proprio qui che vengono condotti i maggiori studi e che possono essere visitati i resti meglio conservati di un T. Rex.

Il genere sconosciuto

Tra questi il più grande e completo mai esposto si chiama Sue (dal nome della sua scopritrice, Sue Hendrickson) ed è possibile vederlo nel Field Museum di Chicago.

Trovata nel 1990, Sue è costata al museo 8,3 milioni di dollari (7,33 milioni di euro), che si è ripagata attirando visitatori da tutto il mondo.

Ma se si usa il femminile in onore di chi l’ha trovata, è importante precisare che finora è stato possibile attribuire il genere a un solo T. Rex, scoperto nel Montana nel 2005, i cui resti mostravano i segni di un’ovulazione in corso. Il più grande T. Rex mai trovato invece si chiama Scotty e verrà esposto a maggio nel Museo Reale di Saskatchewan a Regina, in Canada.

Scoperto nel 1991 nella valle del Frenchman River, quasi al confine con l’Alberta, Scotty ha richiesto quasi vent’anni di duro e paziente lavoro manuale per essere completamente rimosso, in vista del suo debutto in società. L’unico aggettivo scelto dai curatori del museo per descrivere il loro nuovo ospite è “massive”, enorme.     

E’ Arata Isozaki, l'”imperatore dell’architettura giapponese”, “un visionario” ispirato dal vuoto creato dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki,il vincitore del prestigioso Premio Pritzker

Isozaki aveva solo 12 anni quando caddero le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, non lontano da Oita, la sua città sull’isola di Kyushu. Quegli eventi catastrofici hanno segnato la sua vita e la sua carriera in maniera indelebile: il vuoto lasciato dalle bombe atomiche sganciate dagli americani lo spinsero a immaginare come ricostruire le case e le città. “Quando ero abbastanza grande per iniziare a capire il mondo, la mia città natale fu distrutta. Sulla sponda opposta era caduta la bomba atomica su Hiroshima, quindi sono cresciuto nella zona zero”, ha raccontato l’architetto nella nota della Fondazione Hyatt che ha annunciato il Pritzker.

L’ideazione e uscita di “Fred”, il nuovo podcast a cura di Michele Dalai, è importante per svariati motivi. Prima di tutto per il ritorno di una voce che il pubblico radiofonico italiano ha imparato ad amare con “Ettore – Ritratti a mano libera” su Radio2, uno dei migliori offerti dai network radiofonici di stato. E poi perché potrebbe essere una nuova occasione di abituarci all’utilizzo dei podcast, ancora poco conosciuti in Italia, ma che negli Stati Uniti, per esempio, stanno non solo salendo rapidamente nei numeri, incassando un enorme gradimento, ma cominciano a rappresentare un nuovo modo per recepire contenuti. Una vera e propria programmazione radio on demand dove si trova di tutto, dallo sport alla comicità, dai notiziari a opinioni e interviste.

Che cosa è Fred

Nel caso di “Fred”, programma intitolato così in memoria di un grande raccontatore di storie, soprattutto in musica, come Fred Buscaglione, biografie. Le storie, venti in tutto, insomma di alcuni dei personaggi più illustri del nostro tempo come Kobe Bryant (dedicata a lui la prima puntata), Greta Garbo, gli All Blacks o Humphrey Bogart. In altre parole: miti. Personaggi che sono riusciti a trasformare oltre che la loro opera anche la propria vita in leggenda, una leggenda da raccontare, e nessuno sa farlo meglio di Michele Dalai, giornalista e autore dalla penna fatata, uno dei migliori storytellers italiani. “Fred” andrà a rimpinguare il già ricco catalogo di Audible Originals – serie audio e podcast originali creati da Audible, società sotto il marchio Amazon, in collaborazione con autori, attori, esperti, community specializzate e dedicati a una varietà eterogenea di tematiche. Il catalogo di Audible conta, ad oggi, oltre 50mila titoli per 200mila ore di ascolto, un infinito oceano entertainment al costo di circa dieci euro mensili (con il classico mese prova gratuito).     

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