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AGI – “Il libro è un anti-tweet, proprio per la ricerca approfondita e il tentativo di raccontare in dettaglio ogni cosa. È in controtendenza rispetto al pensiero mainstream dell’informazione dominante, per cui oggi bisogna solo solleticare l’attenzione dei lettori con vicende di gossip o storie intimistiche o vicende che, seppure riguardino efferati delitti, ma riguardino delitti che si muovono fuori dalla sfera di interessi di potentati”. A parlare all’AGI è Fabio Repici, autore con Antonella Beccaria e Mario Vaudano del libro “I soldi della P2. Sequestri casino’, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli” (per i tipi di PaperFirst).

Fabio Repici, avvocato di molte vittime di mafia, ‘tira’ le orecchie all’informazione affermando che “dall’inizio degli anni 2000 ad oggi la più grande attenzione della cronaca giudiziaria in televisione è stata sempre per delitti del tipo: l’uccisione di un bambino a Cogne da parte della mamma che poi fu condannata; l’uccisione di una donna e di suo figlio a Novi Ligure commessa da una figlia e dal fidanzatino della figlia”. 

Per poi aggiungere: “Si è sempre cercato di solleticare le viscere del lettore o dello spettatore proprio per allontanarlo dalla dimensione del pensiero critico e dell’attenzione alle questioni che invece dovrebbero essere la ragione sociale dell’informazione, l’informazione dovrebbe essere il cane da guardia del potere cioè dovrebbe essere il cane che abbaia contro il potere e che lo controlla. Noi questo cane lo abbiamo sentito abbaiare solo in lingua francese, in Italia abbiamo visto troppi cuccioli da compagnia”.

Il libro prende le mosse da tre omicidi eccellenti, quelli dei magistrati Vittorio Occorsio, Bruno Caccia e Giovanni Selis. Un libro che serve anche a raccontare le eversioni nel mondo “nero”, filo che lega molti fatti. “A partire da Concutelli – spiega Antonella Beccaria -, sarebbe un filo di diversi colori. Concutelli ha ucciso Occorsio, ma lo ha ucciso non solo per l’attività di contrasto all’eversione neofascista e ad Ordine nuovo”.

Le indagini dei tre magistrati 

“Tutti e tre questi magistrati – spiega Repici – nell’ultimo periodo della loro vita e della loro attività di magistrati si stavano occupando delle stesse cose. Occorsio si stava occupando di sequestri di persona e del riciclaggio del denaro di quei sequestri di persona e nella sua indagine erano venuti fuori nomi che riguardavano il casino’ Ruhl di Nizza che era stato acquistato, poco tempo prima, da un esponente della mafia corsa, Jean-Dominique Fratoni, con i soldi messiglì materialmente a disposizione da Roberto Calvi e da Umberto Ortolani su mandato di Licio Gelli”.

Bruno Caccia, specifica l’autore, “negli ultimi mesi di vita da procuratore di Torino, si stava occupando dell’ipotesi di riciclaggio del denaro e i sequestri di persona al Casinò di Saint Vincent e anche lì, emersero gli stessi nomi. Emerse il collegamento diretto – spiega – fra Jean-Dominique Fratoni e gli altri uomini del casino’ di Nizza e i vertici del Casinò di Saint Vincent e tutti i soggetti che orbitavano intorno al casinò.

Giovanni Selis, in qualità di pretore di Aosta, invece, “si stava occupando di alcuni fascicoli per usura a carico dei due principali prestasoldi che stavano tra interno ed esterno della casa del gioco di Saint Vincent e che erano collegati alla dirigenza del Casinò, i cui nomi poi emergeranno nel processo sui casinò derivato dal cosiddetto blitz di San Martino, ma anche lì escono fuori gli stessi nomi. Addirittura quattro giorni dopo l’attentato con l’autobomba subito da Giovanni Selis, in pieno centro ad Aosta, nel quale rimase vivo per un puro miracolo, gli arrivò una telefonata a casa – ricevuta dalla moglie – una telefonata anonima di rivendicazione dell’autobomba e di ulteriori minacce e con la spiegazione che l’attentato era da ricollegare ai marsigliesi”.

“I marsigliesi è un circuito mafioso che era quello di cui si occupava a Roma Vittorio Occorsio, la banda delle tre B – chiarisce Antonella Beccaria -, e che avevano compiuto importanti sequestri di persona. Ma il circuito integrava anche Jean-Dominique Fratoni, i boss mafiosi italiani che intanto erano entrati nella gestione dei casino’ della Costa Azzurra oltre che del nord Italia”.

“E il paradosso dei paradossi è che, la notte successiva alle perquisizioni della Procura di Caccia – spiega Repici -, sostanzialmente rovesciando come un calzino il casinò di Saint Vincent e sequestrando tutti i conti correnti del casinò e di tutti i soggetti che erano legati al casino’, bene la notte successiva all’hotel Bilia che è proiezione del Casino’ di Sainvencant, chi si presenta? Il latitante Jean-Dominique Fratoni, evidentemente preoccupato in qualche modo di coordinarsi con gli italiani per cio’ che la Procura di Caccia stava mettendo a rischio. Se si analizzano i documenti che noi abbiamo analizzato escono fuori gli stessi nomi”.

La negligenza della stampa italiana (secondo gli autori)

“La cosa pazzesca – afferma Repici – è che la stampa francese e non solo la stampa, ma anche un grande intellettuale come Graham Greene, cioè uno dei più grandi romanzieri inglesi del Novecento, prima ancora del tentato omicidio Selis (del 13 dicembre dell’82) e dell’omicidio Caccia (del 26 giugno 1983) fece un j’accuse sulle infiltrazioni mafiose nei casinò della Costa Azzurra mettendo nero su bianco gli stessi nomi che, da un lato erano venuti fuori nelle vicende investigate da Occorsio, dall’altro sarebbero venuti fuori successivamente nell’inchiesta sui casino’ e dall’altro lato ancora erano venuti fuori nell’inchiesta sul sequestro di Cristina Mazzotti. In Francia ci fu grandissima attenzione da parte della stampa e dei pensatori impegnati. In Italia invece tutto rimase sottotraccia, anzi tutto rimase nell’assoluta indifferenza”.

“L’unico racconto – rammenta – che venne fatto per le vicende riguardanti i sequestri di persona e i casinò fu solamente la ricopiatura del pensiero o, addirittura, degli atti dei magistrati che se ne erano occupati. Quando il racconto dell’informazione non è altro che la riproposizione di atti dei pubblici ministeri, Naturalmente non si fa un buon servizio all’informazione”.

Un libro “pieno” di documenti, consultabili nella parte finale

“Un archivio cartaceo che avevo conservato dagli anni ottanta in poi – commenta Mario Vaudano, magistrato in pensione, che ha indagato su alcuni fatti poi oggetto del libro -. Questo ha permesso di avere una precisione assoluta”. Vaudano che racconta anche un fatto personale e poco piacevole.

“Quando arrestai il generale Giudice ed il generale Lo Prete (nel cosiddetto ‘scandalo dei petrolì, ndr), ho scoperto un appunto che ci fece comprendere come mia moglie fosse stata seguita e pedinata, insieme ai miei figli ed ovviamente a me”. Perchè quando si fa il proprio dovere, troppo spesso, si rischia in prima persona. 

AGI – Un santuario in abbandono e la memoria dei luoghi leonardiani sull’Adda che rischia di perdere un prezioso custode: a Paderno d’Adda ha già raccolto 2mila firma e il sostegno di tutti i sindaci della zona la petizione per chiedere che il volontario 70enne Fiorenzo Mandelli torni a occuparsi del santuario della Madonna della Rocchetta di Paderno d’Adda, dopo le dimissioni date a luglio in contrasto con il parroco di Cornate, don Emidio Rota.     

La chiesetta trecentesca sorge su un’altura che domina a strapiombo l’Adda ed è stata eretta su un ‘castrum’ con torre di avvistamento da cui i soldati romani sorvegliavano il fiume. E’ una di quelle perle nascoste di cui è piena l’Italia ‘minore’, come viene impropriamente chiamata la fetta di Bel Paese fuori dai circuiti del turismo di massa. Da lì è passato anche Leonardo Da Vinci il quale si è ispirato al paesaggio selvaggio che si può ammirare dalla rocca per dipingere gli sfondi di alcuni suoi capolavori, come la Monnalisa e la Vergine delle rocce.    

Fiorenzo dal 2008 ha bonificato l’intera zona circostante dai rovi e ha garantito l’apertura quotidiana del santuario a pellegrini, turisti ed escursionisti di passaggio, alle scolaresche come a tanti vip, offrendosi si offre di raccontare le storie del santuario e del Genio vinciano a chiunque lo contattasse per una visita. Per l’impegno dedicato alla conservazione della chiesina di Porto d’Adda, divenuta nel frattempo una frequentata meta turistica, nel 2019 era stato nominato anche Cavaliere della Repubblica. 

Alla base delle dimissioni ci sono diversità di vedute con il parroco della comunità pastorale di Cornate, Porto e Colnago, don Emidio, cui fa capo la chiesa, e alcuni parrocchiani. Al custode, che oltre a operare a titolo grauito negli anni ha raccolto quasi 50mila euro di offerte per la parrocchia, era stata contestata la gestione del santuario e le modalità di accoglienza dei pellegrini. Di qui la richiesta di non far celebrare più messe all’interno della chiesa ma solo nel prato antistante, di garantire orari di apertura fissi e non più su richiesta, di non fare più i lavori in proprio ma di incaricare una ditta.     

“Sono un volontario e la mia disponibilità va anche in base ai miei impegni”, ha spiegato Fiorenzo dopo le dimissioni, “come posso accettare che altri, in primis il parroco, prendano le prenotazioni se poi io ci devo andare? Quando don Egidio Moro ha autorizzato l’apertura del Santuario molti anni fa, la chiesina veniva aperta solo alla Festa e la vegetazione cresceva indisturbata. Oggi il santuario è sempre aperto, accogliente, ben manutenuto”. O meglio lo era, perché in tre mesi la vegetazione ha ricominciato ad avvolgere l’area circostante e il santuario è malinconicamente chiuso da quando ha perso il suo ‘angelo custode’

AGI – “Il cinema non è morto e lo dimostra il fatto che io abbia una sala e ora ne abbia comprata un’altra. Anche se questo è un discorso di nicchia, da boutique… Di certo pero’ da quando sono riaperte le sale dopo la pandemia, la mia è sempre piena di gente”. Quentin Tarantino risponde così nel corso della conferenza stampa in sala Petrassi all’Auditorium dove si svolge la XVI edizione della Festa del cinema e dove oggi pomeriggio riceverà il Premio alla carriera.

Tarantino sorride, anzi ride, e lo fa spesso, accompagnandosi con quella gestualità così attoriale e quella risata così travolgente che manda in estasi i fan presenti. E’ un fiume in piena e non si nega alle domande, dal processo creativo ai personaggi da lui creati, che ama o odia di più, dall’accettare le critiche anche quelle “spietate e non prendersela” fino al cambio delle sue priorità da quando è diventato padre. Solo una domanda, “sull’etica e l’epica” dei suoi film, resta senza risposta. Lui con garbo, la fa ripetere più volte al giornalista per comprenderne meglio il senso, ma alla fine rinuncia: è una “domanda troppo pesante” si arrende sorridendo. 

L’incontro parte dal suo primo romanzo, pubblicato a giugno 2021, ‘C’era una volta a… Hollywood’, ‘novelization’ del suo omonimo film con protagonisti Brad Pitt e Leonardo Di Caprio. “Sono cresciuto leggendo libri che si basavano sui film, erano molto diffusi anni ’70, e ho pensato di farlo anche io” spiegando raccontando di aver provato a scrivere ‘Le Ienè: “Ho scritto i primi capitoli e mi sono detto, ma che c…o sto facendo? Ho capito che dovevo scrivere ‘C’era una volta a… Hollywood’. Avevo tanto materiale sulle scene tagliate e sullo studio dei personaggi, inoltre questo è un sottogenere, un romanzo su Hollywood “.

Il cinema non è morto, continua: “Io so che sono fortunato perchè siamo riusciti a fare nel 2019 ‘C’era una volta a… Hollywood’. E’ stato come un uccello che riesce ad entrare in una finestra poco prima che si chiuda, lasciandoci pure un po’ le penne” scherza ma non troppo facendo riferimento alla pandemia da Covid che dal 2020 ha imposto uno stop obbligatorio all’industria cinematografica, e non solo. E ora che tutto è un po’ ripartito, incalzato da una domanda, non esclude che il suo prossimo progetto possa essere il terzo capitolo di Kill Bill: “Non così quale sarà il mio progetto, magari proprio quello”.

Tarantino, una buona dose di autoironia, racconta ancora: “Mentre scrivevo la sceneggiatura di ‘Bastardi senza gloria’” – e lo pronuncia in italiano perchè, spiega, “adoro il titolo in italiano” – non sapevo il finale fin dall’inizio ma poi mi sono messo in trappola da solo e non potevo che uccidere Hitler”. In ogni caso, prosegue, io cerco di non pensare all’importanza che può avere un film, io non ragiono così anche se poi quel film rappresenterà un punto di svolta”. Il regista racconta che qualcuno ha messo in evidenza che “uso lo stesso finale in ‘Bastardi senza gloria’ e in ‘C’era una volta…’, ma io dico che posso permettermelo perchè è roba mia e posso farlo ogni volta che mi pare”. Ride e parte l’applauso della sala. Sul processo creativo precisa: “Quando scrivo la sceneggiatura, non penso al film ma alla pagina che sto scrivendo. Cio’ che conta è la qualità narrativa, i personaggi. Poi, appena inizio a girare il film, penso alle inquadrature e alle scene, alla pre-produzione e comincio a inserire elementi cinematici”.

Dopo le critiche, anche da parte delle femministe, certi film che ha fatto in passato oggi potrebbero essere realizzati con la stessa libertà? Tarantino risponde serio: “Credo che ora sia più difficile ma non impossibile. Bisogna farlo e volerlo fare, credere nei propri principi, senza preoccuparsi che alla gente non piaccia. Non bisogna rifletterci troppo”.

Ricorda l’accoglienza per Pulp fiction nel 1995: “Ricordo che quando uscì ebbe molte critiche positive dalla stampa, ma ci furono anche articoli molto duri e io pensai ‘Ma ho solo fatto un film divertente sui gangster, che problema c’è?’. Anni dopo sono andato a rileggere quelle critiche e ho pensato che non bisogna essere troppo sensibili, prendersela. Perchè il tuo film a qualcuno non piacerà ma in fondo è un film di cui vale la pena parlare, anche se non con parole lusinghiere, che anima il dibattito. Pulp fiction occupa un posto sullo scaffale, diciamo così, perchè è un lavoro vitale, che è apprezzato. Poi, bisogna accettare le critiche anche spietate, accettare che a qualcuno il tuo film non piaccia”.

E tornando alla libertà di esprimersi oggi, aggiunge: “Ora siamo in un tempo repressivo ma anche negli anni ’80 era così e dobbiamo dire che la permissività degli anni ’90 deve qualcosa anche a Pulp fiction. Se il film fosse uscito 4 anni dopo, forse sarebbe stato diverso” .

Quale dei suoi personaggi è più simpatico? Quale il più antipatico? Tarantino cita quelli di ‘C’era una volta a… Hollywood’: “Domanda interessante – osserva ridendo – penso che il più antipatico sia Rick che è un piagnucolone“, riferendosi a Leonardo Di Caprio che interpreta un attore televisivo di telefilm western in declino, mentre “il più simpatico con cui uscirei a cena è Cliff”, Brad Pitt nel ruolo della controfigura. Un film da cancellare dalla storia del cinema? “‘Nascita di una nazione’ – ha risposto – perchè ha portato alla rinascita del Ku klux klan, che ha portato alla morte di tantissimi neri ed ebrei. Se Griffith fosse stato processato a Norimberga sarebbe stato giudicato colpevole”. Qualcuno da uccidere per migliorare il mondo? “Accidenti che domanda negativa, abbastanza orrenda. No, io non ucciderei nessuno ma ci sono persone che se non ci fossero state, non sarebbe stato un problema per nessuno…”.

Il regista non si sottrae nemmeno alla domanda sulla sua paternità: “Se sono cambiate le mie priorità? Sì, sono un po’ cambiate e infatti ho deciso apposta di fare un figlio adesso, verso la fine della mia carriera, e non 15 anni fa”. Il regista si congeda dopo la lunga chiacchierata con il pubblico regalando sorrisi e autografi ai fan che lo avvolgono in un vero e proprio bagno di folla. 

AGI – «Volevo riscoprire una Venezia diversa da quella di oggi. E dunque insolita, artistica e letteraria, sulle orme dei grandi ed illustri visitatori che nel corso dei secoli l’hanno visitata e vissuta». Racconta una storia che è anche geografia dell’anima e della psiche, Gianmaria Donà dalle Rose.

Veneziano ma cresciuto a Milano, a lungo in Twentieth Century Fox come Presidente ed Amministratore Delegato di Fox Italia e Spagna. Oggi autore di un libro prezioso – Sette giorni a Venezia una flânerie artistica tra sestieri, bacari e campielli  (Edizioni Settecolori, pp. 160, euro 16). Non semplicemente una guida o un saggio, dunque. Invece un microviaggio raccontato in sette giorni – all’insegna del gusto per la sinestesia -, senza riferimenti troppo stabili e sulle orme anche di memorie personali che s’incrociano con quelle di illustri forestieri che hanno visitato e vissuto la città. Da Jean Jacques Rousseau a Richard Wagner nel sestiere di Cannaregio. Da Stravinskij a Carpaccio e Petrarca a Castello. Da Turner a Ezra Pound, Iosif Brodskij e Filippo De Pisis a Dorsoduro. Da Tiziano a Tintoretto e Proust a San Polo. Da Lorenzo Lotto a Friedrich Nietzsche a Santa Croce.

E poi ancora Casanova, D’Annunzio, e Henry James a San Marco. Byron e Hugo Pratt al Lido. Francesco Maria Piave, Baldassare Galuppi e Stalin e Churchill, navigando tra le isole della laguna. Una successione di magnifiche suggestioni.

C’è un riferimento letterario esplicito:

«Immeritatamente, molte suggestioni  nascono da John Ruskin e dal suo magnifico Le Pietre di Venezia. E indirettamente da Proust, che adorava Ruskin e tradusse in francese Le Pietre. Proust fece di Venezia, seppur brevemente per uno come lui, uno dei tre palcoscenici della Recherche, insieme a Parigi e Balbec».

Di continuo si passa, nelle pagine di Sette giorni a Venezia, da scorci a scenari storici, da vie d’acqua a intrichi sotteranei e della mente. Ogni luogo diventa un’icona della memoria collettiva e poi anche privata, ogni scorcio la  metafora di un inconscio o di un ricordo.

«Ma questo libro è anche un cahier da tenere in tasca o in borsa, – riprende Donà dalle Rose – per perdersi con intelligenza». Tra un aneddoto, una descrizione, la citazione che non ti aspetti.

In questa mappa ideale, spiega inoltre, «io mi sono divertito a scrivere un vero e proprio ritratto di Wagner. Che in questa città compose “Tristano e Isotta” e qui trascorse gli ultimi anni della sua vita a Ca’ Vendramin, circondato dall’amore di Cosima e dall’amicizia con il suo gondoliere Ganasseta, compagno di scampagnate notturne».

Invece il lettore innamorato di questa Venezia segreta, poco praticata, a chi potrà affezionarsi secondo l’autore?

«Qui di dubbi non ce n’è e non per merito mio. È sempre bellissimo leggere di Byron, che a Venezia si rifugiò e visse avventurosamente, tra cuori infranti, nuotate nella laguna e composizioni di versi meravigliosi. Oppure, più recentemente, di Ezra Pound, che visse a Dorsoduro e vi compose i Cantos. E in questa città morì e fu sepolto al cimitero di San Michele. Da un punto di vista paesaggistico, poi,  le mie gite preferite sono quelle in laguna verso le isole meno frequentate, come Gli Armeni, Pellestrina o San Francesco del deserto».

Il libro sarà presentato per la prima volta a Venezia martedì 26 ottobre alle ore 17.30. Presso l’Ateneo Veneto a Campo San Fantin – San Marco 1987. Insieme all’autore Stenio Solinas e Walter Mariotti

AGI – E’ il giorno di Quentin Tarantino alla Festa del cinema di Roma. Il regista, ma anche sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense, riceve oggi il premio alla carriera nella cornice dell’Auditorium

Ad accoglierlo, una vera ovazione. Alla conferenza stampa il regista – camicia grigia a righe a maniche corte, jeans scuri e scarpe da ginnastica chiare – ha risposto alle domande di giornalisti e appassionati presenti all’incontro tra una risata delle sue e risposte più serie sul cinema e sui film, passati e futuri. Presenti molti fan che alla fine si sono precipitati sotto il palco per chiedere autografi. Tarantino non si è tirato indietro e si è concesso per quel che ha potuto (considerato il timing serrato del calendario degli incontri stampa, oggi un po’ in ritardo sulla tabella di marcia).

Nel pomeriggio – poco dopo le 18 – sfilerà sul red carpet per la gioia dei fotografi e dei fan, e alle 19 ci sara’ l’incontro ravvicinato con il pubblico della Festa e la consegna del Premio alla carriera.

Quando Tarantino ha ricevuto la notizia del premio si è detto “più che onorato” e ha spiegato: ” C’è stato un momento della mia vita in cui guardavo qualsiasi film italiano. E ho dedicato gli anni migliori della mia carriera a realizzare la mia versione di questi film. Per questi motivi ricevere il Premio alla Carriera alla Festa del Cinema di Roma “è fantastico” pronunciando l’ultima parola in italiano.

Ma il premio alla carriera per Tarantino è solo l’ultimo di un lungo elenco di riconoscimenti ottenuti sin dai suoi esordi nel cinema: negli anni, infatti, il regista ha collezionato 2 Oscar, 4 Golden Globe, 2 Bafta, 3 David di Donatello e una Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Il primo premio fu per il celebre Pulp Fiction con cui vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes e conquistò l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale ai Premi Oscar del 1995, l’ultimo Oscar nel 2013 per la miglior sceneggiatura originale per Django Unchained. 

Oggi la consacrazione Made in Italy anche alla Festa del cinema di Roma dove ha affermato di non escludere che il possimo film possa essere Kill Bill III: “Non so quale sara’ il prossimo film che girerò, magari quello che suggeriva lei, Kill Bill III, non lo escludo”.

AGI – Ha diretto 11 grandi film per il cinema, scritto 17 sceneggiature e recitato in 22 pellicole: è una filmografia ricchissima quella che può vantare Quentin Tarantino, ospite d’onore alla Festa del cinema di Roma per ricevere il Premio alla Carriera.
Tarantino aveva iniziato con la sceneggiatore e il primo grande successo arrivò nel 1987 quando gli fu acquistata quella per “Una vita al massimo”.

Due anni dopo scrisse la sceneggiatura per “Assassini nati – Natural Born Killers” diretto da Oliver Stone. Negli anni ’90 la consacrazione con “Dal tramonto all’alba” di Robert Rodriguez e poi l’esordio da regista nel 1992 regista con “Le iene” (Reservoir Dogs).

A incoronarlo alla regia fu “Pulp Fiction” che era già una ‘summa’ delle caratteristiche dei suoi film: richiami alla cultura pop, dialoghi ricercati e violenza oltre a citazioni di altre pellicole.

Questi nel dettaglio i film diretti dal regista di Knoxville:

 

  • Le iene (Reservoir Dogs) (1992)
  • Pulp Fiction (1994)
  • Four Rooms – episodio L’uomo di Hollywood (The man from Hollywood) (1995)
  • Jackie Brown (1997)
  • Kill Bill: Volume 1 (2003)
  • Kill Bill: Volume 2 (2004)
  • Grindhouse – A prova di morte (Death Proof) (2007)
  • Bastardi senza gloria (Inglorious Bastards) (2009)
  • Django Unchained (2012)
  • The Hateful Eight (2015)
  • C’era una volta a… Hollywood (Once Upon a Time in… Hollywood) (2019)

AGI – L”Incontro ravvicinato” di Luciano Ligabue e Fabrizio Moro, con il pubblico della festa del cinema di Roma, inizia con la presentazione del videoclip “Sogni di rock n’ roll” di cui Moro firma la regia con Alessio De Leonardis. Si tratta di uno dei brani più noti di Ligabue di cui mancava il video, o meglio il corto, come è già stato definito questo lavoro di intesa fra i due cantautori. Il videoclip è prodotto da Raffaella Tommasi e Stefano Salvati che fra i successi personali, come lui stesso ha riferito parlando al pubblico, annovera “quello di aver scoperto anni fa una sedicenne che si chiama Angelina Jolie”.

I due rock -autori sono stati a lungo applauditi da una platea affollata dai fan. Hanno scherzato con il pubblico in sala e raccontato aneddoti sulla lavorazione e produzione del videoclip: “avevo paura a parlare con lui – ha raccontato Moro – E infatti ci siamo mandati praticamente sempre e solo dei messaggi vocali. Ora l’effetto è strano, è la prima volta che sento un applauso senza una mia canzone. ‘Sogni di rock n’ roll’ è un brano con cui io, a 14 anni, ho iniziato a suonare. Realizzare il videoclip di questo pezzo, anni dopo è un sogno che si realizza”.

Moro ha spiegato che “quello della regia è un mondo in cui sono veramente un novello. Sul set quando si è materializzato Luciano, mentre noi iniziavamo a prepararci per le riprese di questo videoclip,lui mi ha ricordato che c’era Italia- Spagna e mi ha detto che ci avrebbe rinunciato ma in quel caso avrei dovuto fare un bel lavoro. Quando è iniziata la partita, ho anche pensato: se l’Italia perde, questo mi accolla la colpa. Ci sono stati supplementari, i rigori e noi lì ad aspettarlo…non sapevamo che cosa fare, per fortuna poi abbiamo cominciato”.

Anche Ligabue ha firmato alcune regie: “Quando si tratta di film- racconta – devi metterci la faccia, progettare le emozioni. C’è tutto un processo di testa, per fare in modo che esca la ‘pancia’ necessaria. Quindi, io mi dedico ai film solo quando so che la storia non può essere una canzone e poi, fare un film ti fa venire una vera e propria ossessione. Tante volte il film ti viene bene oppure come è stato nel mio caso, anche per coloro…. “.

Con chi sarebbe bello realizzare un film? Alessio De Leonardis non ha dubbi e sceglie subito Dino Risi, Moro da buon romano, sceglie Verdone mentre per il Liga è più complesso: “fare il regista è una vitaccia – afferma- e fare un film con un altro….no, resto nel mio”.

Tornando poi al videoclip, mentre scorre il tempo e stanno per scendere in campo lazio e Inter (la prima tifata da Moro, la seconda da Liga), fremendo si torna su “Sogni di rock n’ roll: “è la prima canzone di tutte quelle che poi ho pubblicato – ricorda quasi lasciando immaginare che le altre ne siano figlie – Ho scritto brani che l’umanità ha avuto la fortuna di non sentire.

La prima che ho scritto? Si chiamava ‘100 lampionì e parlava di una prostituta in fase di redenzione, a fine carriera. Avevo 18 anni. A un certo punto mi sono ritrovato con una chitarra in mano e ho fatto una sequenza semplice. Da lì in poi, ho iniziato a scrivere canzoni. Sogni di rock n’ roll, per me è molto importante. E quando mi hanno proposto di celebrarla con Fabrizio ne sono stato molto felice”. La prima canzone di Moro era sul capodanno: “bruttissima“, dice il cantautore che la canticchia fra le risate. E poi, rivolgendosi a Ligabue dice: “quando Luciano è arrivato sul set ho scoperto di lui una umanità incredibile. E ho avuto la sensazione che tutto quello che ha oggi se lo sia ampiamente meritato”. Applausi per tutti e due.

AGI – “Dua mi chiese di parlare su Instagram della scena disco anni 70 dello Studio 54, ci siamo conosciuti così. Poi abbiamo duettato per la Elton John Aids Foundation, siamo uscii a cena e siamo diventati amici”. Parla così in un’intervista a Il Fatto Quotidiano il cantante Elton John nel descrivere il suo The Lockdown Sessions, in uscita il 22 ottobre, e il cui singolo con Dua Lipa, “Cold Heart”, che impasta nell’ultradance “Rocket Man ” e “Sacrifice”, sta sbancando le classifiche.

E spiega: “Non volevo pubblicare un album di Elton John, soprattutto durante il lockdown. Non avevo alcun progetto per fare musica, in realtà. Avevo una pila alta così di magnifici testi di Bernie Taupin, ma non avevo la testa per concentrarmi su me stesso. La reclusione in casa mi aveva sorpreso alla fine del segmento Australia-Asia del mio Farewell tour, prima di un rinvio a tempo indeterminato”.

Poi Elton John racconta: “Nello stop forzato degli scorsi mesi ho dovuto impiegare il tempo in qualche modo, come tutti. Mi sono buttato a guardare la serie su Chernobyl e poi con i miei figli organizzavamo tornei di ‘Snakes and Ladders’: vincevano sempre loro. Non avevo niente altro da fare tutto il giorno. Finché qualcuno mi ha insegnato a comunicare via Zoom, e ho ripreso a contattare gli amici, imparando a duettare a distanza.

Questo The Lockdown Sessions è nato dopo un primo contatto al ristorante con Charlie Puth: non lo avevo mai incontrato prima malgrado vivesse a tre porte da me a LA. Poi tutti gli altri. E con il sostegno di un produttore da Grammy, Andrew Watt. Qui e là mi limitavo a suonare il piano. Volevo tornare a fare il session man“, conclude l’artista britannico nato a Pinner nel 1947. 

AGI – “Si’, è vero che voglio fare un decimo film e poi basta”: Quentin Tarantino ha ribadito la sua scelta intervenendo a ‘Che tempo che fa’. “Potrei anche cambiare idea”, ha spiegato il regista americano, “ma 32 anni mi sembra già una buona carriera, voi dovete stare lì e pensare: ne vorrei ancora. Invece no, basta, capolinea, fine. Il mio futuro? Dopo ‘C’era una volta a Hollywood’, voglio scrivere un libro da critico cinematografico. Potrebbe anche arrivare una serie tv, ma prima voglio fare una commedia”.

Nell’intervista Tarantino, che martedì sarà ospite alla Festa del Cinema, ha ricordato il suo rapporto con Ennio Morricone: “Mi dicevano che era un uomo freddo, invece con me aveva un calore umano bellissimo, era un gigante, un grande talento, c’era un grande affetto. Sua moglie Maria è splendida”.

Poi ha rivelato: “Se non avessi fatto il regista, pensavo che sarei finito in prigione, che sarei rimasto coinvolto in qualche reato, niente di grave, ma ci ho pensato. Ho sempre voluto fare il regista e l’attore, poi mi sono reso conto che i film volevo farli io”.

AGI –  Per protesta con una serie di casi di censura subiti sui social tradizionali, le cui policy vietano la pubblicazione di nudi, i musei e le gallerie di Vienna sono sbarcati sulla piattaforma a pagamento per soli adulti, OnlyFans.

Negli ultimi anni, diversi musei viennesi hanno avuto problemi con la promozione dei propri capolavori su TikTok, Instagram o Facebook, per via delle severe linee guida sulla nudità.

L’ente del turismo di Vienna ha aperto un account sul social lanciato nel 2016 e che, non prevedendo censure, consente la rappresentazione anche di celebri nudi, emblema delle istituzioni culturali della capitale austriaca.

A luglio, ricorda il Guardian, l’account TikTok del Museo Albertina è stato sospeso e poi bloccato per aver mostrato opere del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki che mostravano un seno femminile.

Nel 2019, Instagram aveva stabilito che un dipinto di Peter Paul Rubens violava gli standard della community della piattaforma che vietano qualsiasi rappresentazione di nudità, anche quelle di “natura artistica o creativa”.

Anche il Leopold Museum ha avuto difficoltà nel promuovere la sua collezione di nudi dell’espressionista Egon Schiele, mentre un breve video con il dipinto Liebespaar di Koloman Moser, realizzato per celebrare il 20° anniversario del Leopold Museum, è stato rifiutato da Facebook e Instagram perché “potenzialmente pornografico”.  

Tutte opere ora in bella mostra, al sicuro dalla censura, sul profilo OnlyFans di Vienna.

I primi che si iscriveranno all’account “Vienna’s 18+ content” su OnlyFans riceveranno o una Vienna City Card o un biglietto per un museo.

La capitale austriaca sta rinnovando gli sforzi per promuoversi come meta turistica, dopo che il governo ha allentato le restrizioni anti-Covid sugli ingressi degli stranieri.

Helena Hartlauer, portavoce dell’Ente del turismo, ha affermato che per la città e le sue istituzioni culturali è stato “quasi impossibile” utilizzare opere d’arte con nudi nei propri materiali promozionali.

Alcuni lavori esposti nella mostra di Amedeo Modigliani, in corso all’Albertina, per esempio, sono risultati troppo espliciti per essere accettati nei materiali promozionali dell’evento. 

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