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L’assegnazione del Nobel per la Letteratura 2019 – attesa giovedì alle ore 13 – sta provocando gran fermento nel mondo della cultura per l’annuncio di ben due vincitori, fatto che non accadeva da settant’anni. Nel 2018, per chi non lo ricordasse, l’assegnazione fu sospesa e rinviata di un anno sulla scia dello scandalo di molestie sessuali che travolse Jean-Claude Arnault, regista e fotografo franco-svedese, portando a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Tra voci, scommesse e pronostici, dopo l’onda lunga di #Metoo e dei vari scandali sessuali che hanno coinvolto vertici del cinema, della musica – non ultimo Placido Domingo – e della cultura in generale, i favoriti alla vittoria del prestigioso premio letterario sono soprattutto donne.

Il toto-Nobel potrebbe trovare conferma nella realtà in quanto l’orientamento di questa edizione, ha spiegato la presidente del comitato per la Letteratura Anders Olsson, è di avere un premio “meno eurocentrico” e “meno maschile”.

L’ultimo era stato assegnato nel 2017 a Kazuo Ishiguro. Tuttavia scommesse e previsioni in rarissimi casi hanno colpito nel segno. La superfavorita è la poetessa e saggista canadese Anne Carson, della quale in Italia è uscito “Antropologia dell’acqua” e “Autobiografia del rosso”, quotata dalla società di scommesse britannica Ladbrokes 5 a 1.

Al secondo posto, 6 a 1, la scrittrice francese dell’Isola di Guadalupe Maryse Condè, autrice di “La vita perfida”, alla quale nel 2018 era stato assegnato il Premio Nobel alternativo in assenza del premio tradizionale. A seguire la polacca Olga Tokarczuk, conosciuta in Italia con “I Vagabondi”, e la cinese scrittrice Can Xue, pseudonimo di Deng Xiahoua.

Si gioca anche la vittoria l’eterno candidato Haruki Murakami, atteso in Italia per ricevere il Premio Lattes Grinzane per la sezione La Quercia. Al nono posto Margaret Atwood, altra veterana delle candidature, della quale è uscito un mese fa “I testamenti”, seguito di “Il racconto dell’Ancella”. Da tempo candidato alla vittoria anche il poeta siriano, Adonis, autore fra l’altro di “Violenza e Islam”. In lizza Milan Kundera e Javier Marias, in una classifica che si chiude con George R.R.Martin, l’autore de “Il Trono di Spade”.

Per gli italiani, l’ultimo Nobel per la Letteratura è quello assegnato nel 1997 a Dario Fo, e ora il più quotato resta Claudio Magris. Oltre ad essere un prezioso riconoscimento letterario, il Nobel ha un significativo valore economico costituito da una medaglia d’oro e da un assegno di circa 900 mila euro. 

Il Tar del Veneto ha sospeso il prestito dell’Uomo Vitruviano, la celebre opera di Leonardo, da Venezia al Louvre di Parigi. La decisione dopo il ricorso presentato da Italia Nostra che chiedeva l’annullamento del provvedimento del Direttore delle Gallerie dell’Accademia, dove l’opera è conservata, “di autorizzazione al prestito all’estero dello Studio di proporzioni del corpo umano, detto Uomo Vitruviano”, e anche del Memorandum d’Intesa “tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo della Repubblica Italiana e il Ministero della Cultura della Repubblica Francese riguardante il partenariato per il prestito di opere di Leonardo da Vinci al Louvre e delle opere di Raffaello Sanzio alle Scuderie del Quirinale, firmato dai rispettivi Ministri in data 24 settembre 2019, per la parte in cui viola il principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo, da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro”.

Il Tar del Veneto ha deciso di anticipare la decisione nel merito al 16 ottobre anziché il 24, giorno inizialmente fissato per la camera di consiglio, perché proprio il 24 ottobre è previsto l’inizio dell’esposizione del capolavoro leonardesco al Louvre, e quindi “l’esecuzione degli atti impugnati avrebbe effetti irreversibili”, mentre “la rilevanza degli interessi nazionali sottesi alla controversia suggerisce la opportunità di una preventiva ponderazione collegiale nel contraddittorio delle parti, previa abbreviazione dei termini”. Il Tar quindi “fissa, ai soli fini della trattazione cautelare, la camera di consiglio del 16 ottobre 2019 ore di rito”, e “sospende nelle more l’esecuzione dell’impugnata autorizzazione al prestito”.  

Le reazioni del MiBACT

“Da una prima lettura delle anticipazioni stampa risulta del tutto incomprensibile – spiega l’ufficio stampa del Mibact rendendo nota la posizione dell’Ufficio legislativo del ministero – il riferimento a una presunta violazione del ‘principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro’ nello scambio di opere tra i musei italiani e il Louvre”.

“L’accordo firmato a Parigi – viene sottolineato dal ministero -è stato esclusivamente il riconoscimento da parte dei ministri di decisioni e atti tutti presi, per parte italiana, dai competenti uffici tecnici del Mibact. Il prestito di ogni opera italiana risultava già autorizzato al momento della sottoscrizione dell’accordo che prevede, peraltro, che lo scambio di opere avvenga secondo le specifiche prescrizioni di tutela dettate dai singoli musei. Una semplice lettura dei documenti dimostra facilmente tutto ciò e all’udienza del 16 ottobre tutto questo emergerà con assoluta chiarezza e trasparenza”.

“Di fronte alla valutazione scientifica, che possono fare soltanto gli esperti, io mi fermo. Anche se ci sono delle cose di valore che rientrano nell’azione diplomatica, c’è una soglia davanti a cui la politica deve fermarsi, e io mi fermerò sempre. Anche se di mezzo c’è una relazione internazionale. E così ho fatto per l’Uomo Vitruviano su cui c’è stato un parere positivo”. Lo ha detto il ministro per i Beni culturali e il Turismo, Dario Franceschini, questa mattina nel corso del seguito dell’audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero alle commissioni Istruzione e Cultura di Senato e Camera. Parole pronunciate prima che, nel pomeriggio, arrivasse lo stop del Tar del Veneto al prestito dalle gallerie dell’Accademia di Venezia al Louvre di Parigi, in seguito al ricorso presentato da Italia Nostra.

Franceschini, questa mattina in audizione, aveva ricordato la costituzione di una commissione proprio per la valutazione scientifica di un’opera, per dire se fosse trasportabile o no; e il caso del “grande dibattito sui Bronzi di Riace a Milano, con due linee di pensiero radicalmente opposte tra gli stessi esperti. “L’argomento – ha detto – era talmente rilevante che ho costituito una commissione che aveva detto che c’erano troppi rischi. Penso che vada fatto così – ha ribadito – c’e’ una soglia di fronte alla quale la politica deve fermarsi, e io mi fermerò sempre”.

“Mi sembra incredibile che il Rojava possa finire di nuovo nelle mani dell’Isis, il pelo sullo stomaco dei nostri politici e il fatto che nessuno gliene chieda conto”. In un’intervista a la Repubblica non ha dubbi Michele Rech, più conosciuto in arte con il nome di Zerocalcare, sul precipitare della situazione in Siria dopo la decisione del presidente degli Usa Donald Trump (poi parzialmente ritrattata) di ritirare le truppe americane dal Paese lasciando così i curdi al proprio destino e campo libero alla Turchia di Erdogan, che ha già minacciato una rappresaglia contro il popolo curdo.

Era il 2015, i fanatici dello Stato Islamico davano l’assedio a Kobane, la città simbolo della resistenza curda, e Zerocalcare si trovava, a pochi chilometri da lì, prima a Mesher poi fino Ayn al-Arab, nel cuore del Rojava (una federazione del Nord-Est della Siria che di fatto è autonoma). E così la storia di una guerra maledetta e infame, e della resistenza democratica di un popolo, è diventata una graphic novel di culto dal titolo Kobane Calling, un libro e anche uno spettacolo.

E a proposito di Erdogan, che definisce i curdi “terroristi”, Zerocalcare afferma che “dovremmo chiederci chi vogliamo scegliere come alleati”, ovvero “chi ha sconfitto l’Isis e sta provando a costruire un sistema di democrazia, dimostrando che anche in quel territorio ci può essere convivenza di diversi popoli, che le donne possono avere un ruolo primario nella società ed essere libere, o se il nostro alleato deve essere un regime come quello turco che incarcera decine di migliaia di oppositori politici”.

Zerocalcare definisce infatti il “caso di Rojava” come “l’unico esperimento di democrazia nel giro di decine di migliaia di chilometri quadrati”. “Quando Assad – spiega l’artista – ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”.

In pratica, continua a raccontare al quotidiano di Largo Fochetti a Roma, “ha cominciato a perdere il controllo della Siria del Nord, la popolazione, che è fatta di curdi, ma anche di assiri, turkmeni, yazidi, arabi, si è data una forma di autogoverno che è basata sulla convivenza e la libertà”. “Questo è il Rojava, un esperimento avanzatissimo non solo rispetto a quelle zone, ma anche alle nostre, secondo me”, aggiunge il disegnatore.

In quell’area, dunque, sono stati aboliti i matrimoni combinati, i matrimoni tra ragazzini, “hanno stabilito che tutte le amministrazioni venissero gestite da un uomo e da una donna insieme”. “Nessuna donna – aggiunge – può essere assoggettata agli ordini di un uomo. Parlano di ambiente, ecologia, stanno studiando come sviluppare le energie pulite e usare il petrolio — e in quella regione ce n’è tanto, che fa gola a molti — solo per gli usi bellici. Hanno fatto della convivenza religiosa il fondamento della loro organizzazione”.

Kobane resisterà?, chiede infine il quotidiano. “Non credo che si siano mai fatti grandi illusioni sul ruolo degli americani in quella regione” risponde Zerocalcare. Per poi aggiungere e concludere: “Hanno molto chiaro che le loro alleanze sono con i popoli, non con i governi. Gli amici dei curdi sono le montagne, non sono quasi mai gli Stati. Ma questo non significa che dobbiamo stare zitti: i curdi hanno combattuto e sconfitto l’Isis, difendono la democrazia, non possiamo voltargli le spalle, lasciarli soli”

 

Saranno due i Nobel per la Letteratura assegnati quest’anno, un fatto che non accadeva da settant’anni. E quest’anno il Nobel per la Pace potrebbe riservare una sorpresa, andare alla giovanissima Greta Thunberg. Da lunedì si apre la settimana dei riconoscimenti che premiano l’eccellenza intellettuale e umanistica. Si comincia con quello per la Medicina e la Fisiologia, a cui seguiranno nei giorni successivi quelli per la Fisica, la Chimica e la Letteratura. Venerdì sarà la volta di quello per la Pace e i bookmaker danno per favorita la giovanissima attivista svedese per il clima.

Lunedì toccherà a quello per l’economia, l’unico che non fu istituito all’epoca dal magnate svedese Alfred Nobel, ma dalla Banca di Svezia e che si assegna dal 1969 e non dal 1901. Non accadeva da oltre mezzo secolo che l’Accademia di Svezia non assegnasse due premi: era accaduto nel 1950, quando erano stati premiati William Faulkner (per il 1949) e Bertrand Russell (per il 1950), un anno dopo che il premio era ‘saltato’ perché nessun aspirante rispondeva ai criteri richiesti.

Il rinvio stavolta è stato sull’onda di uno scandalo clamoroso che lo scorso anno paralizzò la prestigiosa istituzione: la vicenda che travolse Jean-Claude Arnault, il regista e fotografo franco svedese, accusato di varie molestie e condannato nell’ottobre scorso a due anni per stupro. Lo scandalo portò a una serie di dimissioni dei componenti dell’Accademia svedese, tra i quali la moglie del regista. Anche l’erede al trono di Svezia, la principessa Victoria, sarebbe stata molestata da Arnault durante una festa nel 2006.

Greta, se incoronata, sarà la più giovane vincitrice del Nobel, sfilando questo primato all’attivista pakistana Malala Yousafzai, che lo ottenne nel 2014 quando aveva 17 anni. Greta sarebbe anche la prima a vincere il Nobel per la Pace per il suo impegno a favore del clima dal 2007, quando venne tributato all’ex vice presidente Usa Al Gore.

Il mese scorso a Washington Greta ha ritirato il premio di Amnesty International “Ambasciatore di coscienza” a nome del suo movimento “Fridays for future”. Tra i papabili vincitori del Nobel per la Pace nel 2019, anche il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, il leader dei nativi brasiliani Raoni Metuktire, la prima ministra della Nuova Zelanda Jacinda Arden, papa Francesco. Ma Greta sarebbe in pole, anche su Donald Trump, che ancora una volta nelle scorse settimane, a margine dell’assemblea generale dell’Onu, si è detto deluso di non essere ancora stato insignito del prestigioso riconoscimento.

Un gruppo di ricercatori britannici ha sfruttato potenti fasci di luce, più luminosi del Sole, per scartare e decifrare pergamene fragili risalenti a circa 2.000 anni fa, sperando di fornire nuove intuizioni sul mondo antico. I due rotoli completi e quattro frammenti – provenienti dalla cosiddetta biblioteca di Ercolano, l’unica sopravvissuta dall’antichità – furono sepolti e carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. e sono troppo fragili per essere aperti. 

Gli oggetti sono stati esaminati presso lo stabilimento Diamond Light Source nell’Oxfordshire, sede del sincrotrone britannico, un acceleratore di particelle in cui i fasci viaggiano all’interno di un percorso a circuito chiuso per produrre luce molte volte più luminosa del Sole. L’inchiostro sulle pergamene è difficile da vedere, anche attraverso un sincrotrone, perché è a base di carbonio come il papiro su cui è scritto. Ma gli scienziati sperano che la densità della carta sarà diversa dove sono presenti i caratteri scritti.

Analizzando i frammenti in cui i caratteri sono visibili, sperano di creare un algoritmo di apprendimento automatico in grado di decifrare quello che c’è scritto sulle pergamene. I dati generati dal processo saranno analizzati dagli scienziati della Kentucky University negli Stati Uniti utilizzando tecniche di calcolo avanzate per decifrare il contenuto dei rotoli.

Oltre 85mila furono i passeggeri che, nei quaranta giorni successivi all’inaugurazione, viaggiarono sulla linea Napoli-Portici. Poi, nel corso di qualche mese, la ferrovia venne ampliata fino a raggiungere Castellammare di Stabia poi Caserta e infine Pompei e Nocera. La Campania fece da apripista ad un’iniziata che porterà la nostra penisola a contare quasi 2mila chilometri di tracciati ferroviari al momento dell’Unità d’Italia.

L’idea

Fu l’ingegnere francese Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie ad occuparsi della costruzione della ferrovia. Il suo progetto, esposto tre anni prima al re del Regno delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone, prevedeva di collegare Napoli a Nocera Inferiore tramite una diramazione per Castellammare.

I lavori, iniziati l’8 agosto del 1938, dopo 13 mesi portarono alla creazione del primo tratto a un solo binario cui, successivamente, venne aggiunto un secondo. “Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando come tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico”, disse il re il giorno dell’inaugurazione.

Il primo viaggio

La locomotiva a vapore, chiamata “Vesuvio” e acquistata da una società inglese, iniziò il suo primo viaggio alle 12 del 3 ottobre 1839. In quel momento il convoglio, composto da otto vagoni – tutti costruiti nello stabilimento di San Giovanni a Teduccio -, percorse i circa 7 km di tragitto in circa dieci minuti. A bordo, 48 invitati più una rappresentanza dell’esercito reale: 60 ufficiali, altrettanti marinai e 30 fanti insieme a 30 artiglieri. Nell’ultima vettura, infine, la banda della guardia reale.

Le vicissitudini tragicomiche di un papà separato che perde la bussola e cerca nella memoria le ragioni per ripartire. È questo il leitmotiv de “La formica sghemba”, Scatole Parlanti editore, il romanzo breve di Paolo Romano, presentato in anteprima il 26 settembre al Teatro Arciliuto di Roma.  

Non è frequente nella narrativa italiana di incappare nel racconto intimo e crudo insieme delle fragilità di un uomo che si ritrova solo a crescere un figlio. È attraverso questo punto di vista destrutturato che passano tradimenti e femminicidi, curati di campagna, ragazzi padre, vita vissuta, vita che sarebbe dovuta essere vissuta e vita che verrà. E in mezzo tanta musica: al termine del romanzo si ha una playlist di riferimenti che suggeriscono il sottofondo per la lettura.

Sulla scia della recente narrativa americana postmoderna, la digressione è l’unico modo credibile per tentare la ricostruzione dell’unità, tra note a piè di pagina spesso lunghissime e romanzi nel romanzo con lo stile che prova a confondersi e cambiare nel racconto e sbalzare dal vernacolo al formale, dal sentimentale al grottesco.

Perché proprio “La formica sghemba”? Schopenhauer racconta di questa curiosa specie di insetti che, se viene spezzata in due, entra in lotta con sé stessa: la testa prova a mordere il corpo e quest’ultimo prova a difendersi pungendo la testa, finché altre formiche non le trascinano via. Ecco la percezione del conflitto: nella difficoltà di vivere non capendo l’attualità e il proprio tempo sta il senso di questo romanzo breve.

L’anteprima sarà seguita da dibattiti ed incontri in tutta Italia, con psicologici, scrittori, musicisti e giornalisti sui temi del libro. Già in calendario il 27 a Pavia (Libreria Antiquaria Cardano, con Enrico Merlin), il 28 a Piacenza (Fahrenheit 451), il 15 a Roma (Le torri) e l’8 novembre a Cremona (Libreria del Convegno).

“Io sono per l’eutanasia perché sono per la vita”. Lo scrive il Premio Strega Antonio Scurati, autore di M, il figlio del secolo, nel suo articolo di esordio come collaboratore del Corriere della Sera. Lo scrittore afferma anche di essere “per l’eutanasia” nella sua forma “legale, libera, civile” e lo è, spiega,  “con ragione e per compassione”. Dunque “ne peroro la causa in qualità di individuo” aggiunge “di cittadino e anche di scrittore” in quanto “ogni vita è degna di essere raccontata (non solo le vite straordinarie di santi o eroi)”, ma perché “questa dignitosa vita qualunque deve poter esser raccontata in qualsiasi modo (non solo con i versi sublimi dei poemi antichi ma anche con la lingua familiare della prosa, prossima alla lingua quotidiana)”.

L’autore di M. scrive di rigettare “con forza e, permettetemelo, con sdegno” tutti gli slogan dei militanti contrari a ogni forma di “aiuto a morire” che si proclamano “pro-life”, difensori della vita e depositari del suo significato ultimo. “No. Non è così”, aggiunge, “chiunque si opponga alla facoltà dell’individuo di decidere della propria vita, lo fa in nome di un principio cui quella vita viene subordinata, togliendole così pienezza, libertà, sovranità e dignità”.

Scurarti si dice favorevole all’eutanasia in toto, “e non solo per quelle situazioni limite di cui si occupano i media (e in questi giorni la corte costituzionale con la storica sentenza su Marco Cappato)” in quanto “le corsie dei nostri ospedali, lontane dai riflettori, straripano di casi comuni, noti a noi tutti, in cui il moribondo è ostinatamente sottoposto a indicibili sofferenze fisiche e psicologiche per prolungare inutilmente di qualche mese la sua esistenza fino al punto di smarrire nella sua conclusione tutte le ragioni che ce l’avevano fatta amare, finanche al punto di smarrire i tratti di quel volto che per noi aveva incarnato il supremo amore”.

E conclude: “Io sono per l’eutanasia. Io spero nel giorno in cui un figlio e un padre, due amici, due fratelli, ancora entrambi pienamente se stessi, possano, fianco a fianco, dopo aver bevuto per l’ultima volta insieme il caffè mattutino, prepararsi per l’ultimo viaggio, il viaggio per cui non serve bagaglio”. E perché, aggiunge, “tenere la mano al morente, finché è ancora se stesso, è la forma più alta di pietà di cui siamo capaci”. Dopo aver affermato, anche, che “noi europei d’Occidente abbiamo imparato ad amare e a rispettare la singola vita non in quanto ‘sacra’ — concessa da un Dio — e non in quanto sussunta a una laica entità superiore—Stato, Popolo o Nazione—ma in quanto libera, assoluta, sovrana su se stessa. L’individualismo occidentale che ne discende è, per questi motivi, forse la forma più alta di amore e di rispetto della vita che l’umanità abbia mai sperimentato”.

Dopo la discussa classifica dei 100 film più belli del 21esimo secolo, The Guardian torna sull’argomento declinando stavolta la stessa chart sui romanzi. Secondo quanto decretato dal quotidiano anglosassone sarebbe “Wolf Hall” di Hilary Mantel, il romanzo più bello del nostro secolo. Il libro in questione da parte della cosiddetta “trilogia di Thomas Cromwell”, biografia fittizia che racconta l’ascesa al potere del I conte di Essex nella corte di Enrico VIII d’Inghilterra. Il terzo romanzo della saga è attualmente in lavorazione, i primi due capitoli sono valsi alla Mantel due Booker Prize, nel 2009 e nel 2012, prima donna della storia ad essere insignita due volte del prestigio premio.

Secondo posto che va a Marilynne Robinson, autrice, nel 2004, di “Gilead”, un romanzo di fatto filosofico in cui un segmento di storia degli Stati Uniti viene raccontata attraverso la voce dell’anziano predicatore John Ames, sottoforma di lettera ad un figlio che, già sa, non riuscirà mai a vedere adulto; “Ci sono migliaia di ragioni per vivere questa vita, – scrive nel libro Ames – ognuna delle quali è sufficiente”. “Gilead” è valso alla sua autrice il Premio Pulitzer per la narrativa.

Ancora una donna a completare il podio, si tratta di Svetlana Alexievich e il titolo della sua opera è “Secondhand Time” (in Italia “Tempo di seconda mano”). “Il premio Nobel bielorusso – come scrive The Guardian, motivando la scelta – ha registrato migliaia di ore di testimonianze della gente comune per creare questa storia orale dell’Unione Sovietica e la sua fine. Scrittori, camerieri, dottori, soldati, ex apparatchik del Cremlino, sopravvissuti ai gulag: a tutti viene dato spazio per raccontare le loro storie, condividere rabbia e tradimento, ed esprimere le loro preoccupazioni per la transizione al capitalismo. Un libro indimenticabile, che è sia un atto di catarsi sia una profonda dimostrazione di empatia”.

Come già successo nella classifica relativa al cinema, anche per quanto riguarda i libri l’Italia riesce a ritagliarsi due slot, il primo risulta anche abbastanza alto in classifica e si tratta del primo romanzo della saga de’ “L’amica geniale” di Elena Ferrante, del 2011, che troviamo all’undicesimo posto, piazzandosi davanti a mostri sacri della letteratura mondiale come Philip Roth e Stephen King. The Guardian motiva la scelta così: “Potentemente intima e spudoratamente domestica, la prima parte della serie napoletana della Ferrante la affermò come un vero e proprio caso letterario. Questo e i tre romanzi che si sono poi succeduti, hanno documentato come la misoginia e la violenza potessero determinare la vita, così come la storia, dell’Italia alla fine del XX secolo”.  

La seconda posizione riservata ad un autore nostrano è la 66 dove troviamo Carlo Rovelli con il suo “Sette brevi lezioni di fisica”, pubblicato da Adelphi nell’ottobre del 2014. Romanzo dalla genesi strana che ha stupito tutti, compresa la casa editrice che in prima tiratura aveva considerato appena 3 mila copie e al quale non aveva nemmeno concesso chissà quale campagna promozionale; a dicembre del 2015, dopo 19 edizioni e soltanto in Italia, le copie vendute risultarono essere 300 mila; aumentate poi di un milione quando il libro è stato esportato all’estero e tradotto in 42 lingue diverse.

La struttura è abbastanza lineare, sette semplici spiegazioni di quelle che sono considerate tappe fondamentali nella storia della fisica: teoria della relatività, teoria dei quanti, struttura del cosmo, particelle, origine del cosmo, buchi neri e natura del calore e il ruolo dell’uomo. Scorrevole, divertente, capace di declinare argomenti altamente tecnici con un linguaggio accessibile a tutti ma soprattutto, interessante per tutti. Imperdibile. 

L’appuntamento è a Milano per la fine di ottobre: migliaia di collezionisti e appassionati sono attesi negli spazi del Centro svizzero di Piazza Cavour per provare ad aggiudicarsi una o più delle decine di opere di autore messe all’asta da Pandolfini con il titolo “Tesori ritrovati, impressionisti e capolavori moderni da una raccolta privata”. Quadri di Van Gogh, Renoir, Monet, Picasso, disegni di Modigliani e Segantini, sculture di Messina: il valore minimo complessivo, a partire dalle valutazioni iniziali, è compreso fra i 6 e gli 8 milioni di euro, ma Pietro De Bernardi, amministratore delegato della casa d’aste si aspetta, come ha detto all’Agi, “rialzi consistenti su molti lotti proposti, compresi i più importanti”. 

Si tratta delle opere di una collezione appartenuta nell’ultima parte del secolo scorso a Calisto Tanzi, l’imprenditore parmense protagonista nel 2003 di una bancarotta storica, con un buco da 14 miliardi per il gruppo Parmalat, che ha coinvolto 38 mila risparmiatori.

Balla: Finestra du Düsseldorf

Balla: Finestra du Düsseldorf

Per alcuni anni dopo il “crac” si era favoleggiato di proprietà e di un vero e proprio tesoro di quadri preziosi, di cui però l’imprenditore, durante le udienze del lungo processo che l’ha visto protagonista, aveva sempre negato l’esistenza. Fino a quel giorno di fine novembre 2009 in cui una puntata di Report aveva parlato di un trasporto notturno di quadri per sfuggire ai sequestri nella prima fase dell’inchiesta.

Da allora e nel corso di un paio d’anni, la Guardia di Finanza ha recuperato decine e decine di opere: oltre 100, per un valore che la stampa all’epoca ha stimato in 28 milioni. Ora, 10 anni dopo, una parte della collezione va all’asta. Il lotto più importante è di 55 opere, fra cui i pezzi più preziosi, un Monet la cui valutazione iniziale è fra gli 800 mila euro e il milione e 200 mila (ma ai tempi del suo ritrovamento in una cantina del parmense si era parlato di 10 milioni) e una natura morta dipinta da Picasso nel 1944, identica stima iniziale. 

Saranno “battuti” il 29 ottobre, dopo essere stati per qualche giorno in esposizione: ma già 12 mila persone li hanno visti alla mostra organizzata nei giorni scorsi a Parma, e altre sono attese a Firenze, dove Pandolfini ha sede al Palazzo Ramirez Montalvo e la collezione sarà esposta fra il 20 e il 22 settembre, e a Roma, in via Margutta, dal 10 al 12 ottobre.  “Ci aspettiamo una grande affluenza di pubblico in sala – ha detto ancora De Bernardi – anche perché si tratta di un evento che non ha precedenti in Italia”.

Van Gogh: Pollard willow

A Pandolfini sono già giunte “richieste di Condition Report da tutto il mondo e interesse da parte di collezionisti, Fondazioni e Musei internazionali. Tutto però si concretizzerà in date più vicine all’asta”, ha aggiunto.

Fra le opere più attese, ci sono la Finestra di Dusseldorf di Giacomo Balla, dipinta nel 1912,  due opere di Vincent Van Gogh, due di Kandinskij, oltre a dipinti e disegni di Pissarro, Monet, Manet, Magritte, Toulouse Lautrec, Cézanne, Paul Signac, Chagall, Mirò, Matisse. Fra gli italiani  Zandomeneghi, Segantini, De Nittis, Boccioni. Ligabue. 

Monet: Faleise du petit Ailly à Varengeville

Anche se le firme su alcuni quadri sono dichiaratamente apocrife, e se alcuni critici storcono il naso davanti a opere non sempre considerate capolavori, a suo tempo per acquistarli l’imprenditore aveva, secondo le ricostruzioni dei magistrati, stornato diversi miliardi dai conti Parmalat. Mentre l’ex patron ormai ultraottantenne sconta la sua condanna definitiva a oltre 17 anni ai domiciliari, i suoi intermediari, i galleristi trentini Paolo Dal Bosco e Giovanna Dellana, che negli anni ’90 gli avevano procurato la cospicua collezione, hanno patteggiato con i giudici nel 2011: un anno e mezzo ciascuno per concorso in bancarotta fraudolenta.

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