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AGI – Il disegno di un gatto lungo 37 metri, vecchio di 2 mila anni, è stato rinvenuto per caso durante lavori di manutenzione nel sito archeologico di Nazca e Palpa, altopiano desertico del Perù meridionale. Si tratta dell’ultima insolita scoperta sulle linee geoglifi di Nazca, tracciate con pietre durante un periodo di oltre 700 anni, patrimonio dell’umanità dell’Unesco dal 1994.

“La figura del gatto di 37 metri era appena visibile e stava scomparendo poiché si trova su un terreno in forte pendenza, soggetto all’erosione naturale” ha riferito il ministero della Cultura, spiegando di aver lavorato per intere settimane per riuscire a ripulire e conservare il nuovo geoglifo. In tutta l’area dell’altopiano tra le città di Nazca e Palpa, che si estende per 80 km nel Sud del Paese, sono presenti numerosi geoglifi, tutti realizzati tra il 200 a.C. e il 600 d.C., che coprono una distanza totale di 50 chilometri.

“Ci stupiamo di trovare ancora nuovi disegni. Sappiamo che ne esistono altri ancora. Negli ultimi anni i droni ci hanno permesso di scattare foto delle colline”, ha precisato Johny Isla, archeologa responsabile delle linee peruviane. Secondo lei, il gatto in questione può essere datato tra il 500 a.C. e il 200 d.C., alla fine dell’era Paracas. La prima di queste grandi figure visibili solo da una certa altezza era stata individuata nel 1927 e dall’allora, ciclicamente gli archeologici identificano dall’alto piante e animali delineati sul terreno sabbioso.

AGI – Lo scrivere come la vita, “un po’ cercarvi un ordine che c’inganni e ci salvi”. Nel fare ordine, a esempio, si è salvato un pezzo del patrimonio di Gesualdo Bufalino: la copia, destinata alla segreteria, della tesi di laurea dello scrittore di Comiso. E’ saltata fuori durante il trasferimento del materiale custodito nell’Archivio storico di ateneo dell’Università di Palermo nei nuovi locali del convento seicentesco di Sant’Antonino.   

Il dattiloscritto di novanta pagine reca sul frontespizio il titolo “Gli studi di archeologia e la formazione del gusto neoclassico in Europa (1738 – 1829)” e l’indicazione dell’anno accademico 1945-1946. In realtà Bufalino si sarebbe laureato a Palermo nel marzo del 1947, dopo avere ripreso gli studi intrapresi a Catania e interrotti bruscamente per la chiamata alle armi, sotto la guida del noto antifascista toscano Silvio Ferri (1890-1978), che dal primo dicembre del 1940 insegnava archeologia nell’Ateneo palermitano.

Nel titolo del dattiloscritto sono già riconoscibili i segni della più autentica cifra letteraria dell’autore di Diceria dell’untore, pubblicato nel 1981 ma pensato negli anni e negli ambienti in cui Bufalino era impegnato nella stesura della propria tesi di laurea, commenta il professore Mario Varvaro, delegato del rettore all’Archivio storico di ateneo. 

La tesi si annuncia,  “come l’incunabolo del gusto per la rievocazione e il recupero di ciò che è stato, proprio di uno scrittore educato e cresciuto al culto della memoria intesa come ‘spontaneo sortilegio di ombre cinesi, teca di magiche epifanie, cinematografo di larve dissepolte dalla sabbia del tempo’ (Museo d’ombre)”.   

In questo, l’archeologo e lo scrittore sono simili: entrambi restituiscono luce all’ombra, rinominano i segni muti del passato e lo fanno rivivere. Ma c’è dell’altro. compresa l’inquietudine indagatrice dell’autore di Cere perse: “Questo mi pare il compito civico e umanitario dello scrittore: farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete. Un ladro del fuoco che porti fra gli uomini il segreto della cenere, un confessore degli infelici, una spia sacra, un dio disceso a morire per tutti. Ciò non vuol dire che scrivere è uguale a pregare?”

Una coincidenza davvero singolare, questa del ritrovamento della tesi di laurea di Bufalino proprio nel centenario della nascita dello scrittore. Così questo ritrovamento può essere una occasione feconda per la comunità scientifica di studiosi e di lettori dell’opera di Bufalino, per riscoprirne l’europeismo e l’originalità.

Com’è che scriveva il maestro siciliano, rivelatosi un autentico miracolo letterario? Ecco: “Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono sempre stato colpito dalla inverosimiglianza della vita, m’è parso sempre che da un momento all’altro qualcuno dovesse dirmi: ‘Basta così, non è vero niente’. Allora io penso che si debba scrivere per cercare di crederci, a questo impossibile e riuscito colpo di dadi; che si debba, se l’universo è una metastasi folle, un po’ fingere di mimarla, un po’ cercarvi un ordine che c’inganni e ci salvi”. 

AGI – È morto a Milano, a 88 anni, Enzo Mari, icona del design italiano e mondiale. A dare la notizia è stato il presidente della Triennale, Stefano Boeri, in un post su Facebook: “Ciao Enzo. Te ne vai da Gigante”.

Nato in provincia di Novara, nel 1932, Mari ha frequentato l’Accademia di Brera dal 1952 al 1956, formandosi in letteratura e arte. Finiti gli studi, si è dedicato al disegno industriale, presentando il suo primo progetto al produttore di arredi milanese Danese nel 1957.

Dal 1963 al 1966 insegna presso la scuola della Società Umanitaria di Milano, continuerà ad insegnare sino agli anni 2000 in numerose istituzioni prestigiose tra cui il Politecnico di Milano, dove tiene diversi corsi nelle facoltà di Disegno Industriale e Architettura, o a Parma dove è docente di Storia dell’Arte.

Nel 1983 l’Università di Parma gli dedica una mostra personale, grazie a una collezione di 8.500 schizzi e disegni originali donati da Mari al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’ateneo. Opere di Mari sono esposte nei principali musei di arte e design del mondo, tra cui, per esempio, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, o il Museum of Modern Art di New York o il Triennale Design Museum di Milano. 

“Con Enzo Mari se ne va un gigante del design italiano del Novecento. Un artista di fama mondiale, creatore di icone leggendarie, cinque volte Compasso d’Oro, un maestro che con la sua riflessione teorica ha formato generazioni di designer. Milano lo ricorderà sempre” ha dichiarato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. 

AGI – “Voglio tornare”, una scritta su un armadietto degli spogliatoi di quella fabbrica che per decenni ha impiegato migliaia di operai e che ha fornito materiale per la bitumazione delle strade di tutta Europa. E’ museo la fabbrica della famiglia Ancione, a Ragusa, città in cui il boom del petrolio ha seguito nel tempo quella “pietra pece” con la quale il barocco del Val di Noto – le case nobiliari, le chiese sono ricamate e intessute – ha trovato nuova vita dopo il terremoto del 1693.

E allora si innesta “Bitume – industrial platform of arts” un progetto che ha lo scopo di consegnare alle nuove generazioni, un narrato di prosperità e di fatica, di storia dei luoghi e di chi li ha popolati, in una riflessione a tratti cruda e a tratti poetica. Una storia controversa in cui l’arte figurativa e non solo, in tutte le sue espressioni, fornisce spunto di riflessione. E allora, negli spazi della vecchia fabbrica Ancione, dove Manfredi Ancione uno degli eredi, racconta gli spazi, dove i forni con il bitume che colava nei carrelli, hanno l’espressione irriverente di lingue impertinenti, c’è spazio per la ricerca di simboli, per un passato che non vuole essere dimenticato.

 “La natura di questo luogo dove per anni si è lavorato e che fino ad un certo punto ha seguito le sorti economiche e politiche del paese – spiega Vincenzo Cascone, curatore dell’iniziativa – è luogo dove ci è sembrato possibile, assieme alla terza generazione della famiglia Ancione, avviare una riflessione sulla archeologia industriale, sull’origine stessa delle nostre città – dal momento che con il materiale lavorato da contrada Tabuna si bitumavano tutte le strade -, attraverso il massimo della contemporaneità cioè quel circuito dell’arte dei muralisti che contribuisce a rileggere la nostra società post industriale”.

L’arte anche in questo caso come spunto di rilettura della realtà, in un percorso di significato costante. Da Tellas che rappresenta una natura autoctona che non aspetta a riprendere il possesso dei suoi luoghi, a Case Ma’Claim che incorniciando la sua opera ne “io fu già quel che voi siete e quel ch’io son voi ancora sarete” rappresenta la carcassa di un cavallo accostata a resti di moto e autovetture di un passato non troppo lontano: tutto finisce, dalla locomozione antica a quella moderna.

Il bitume a sette anni dalla chiusura dello stabilimento, è ancora lì, sul pavimento dei capannoni, dove appunto, si arricchiva la polvere rendendola bituminosa e adatta a realizzare le mattonelle per pavimentare le strade, o si forniva il bitume per “asfaltare” anche se non è il termine corretto, le strade europee, una intuizione colta a Ragusa prima dai francesi, poi dagli inglesi e infine sposata e rilanciata dagli Ancione.

Ed e’ Gomez che nel suo immaginario fatto anche di iconografia cristiana, conferisce sacralità a un luogo di certamente di produzione, ma anche di sofferenza, di sudore, lavoro e sacrificio, perché è “una parte della storia di Ragusa che è giusto recuperare e consegnare ai giovani – ha detto il sindaco del capoluogo ibleo, Giuseppe Cassì – una storia di povertà e fatica, di ‘picciaruoli’ che si spaccavano la schiena”. E allora dalle mani di Gomez nasce dal bitume una sacerdotessa sulla quale campeggiano tre recipienti di raccolta come le tre navate di una chiesa. O il materiale nero che esce dal costato di un Cristo abbracciato ad un silos che campeggia affacciandosi ad una delle aree di passaggio da un capannone per la lavorazione e il trasporto del materiale all’altro. 

 La storia delle persone è rappresentata da Carmelo Bentivoglio, o meglio dal suo ritratto, realizzato da Guido Van Helten, una scelta precisa, ha detto ‘no’ al ritratto del capostipite Ancione, “not the boss, only the workers”. “Ho lavorato qui per 38 anni” ha detto Bentivoglio che in fabbrica era conosciuto come Meno Leffa (falegname, perche’ ‘leffa’ sta per scheggia) che gira con malinconia attraverso capannoni e strade interne dove tutto sembra sospeso, dove rivede la vita del lavoro, i piccoli screzi, “c’era chi non voleva sporcarsi le mani, ma poi si convinceva a farlo”, la vita che scorreva, come il bitume.

O quella scarpa di un operaio, trovata negli spogliatoi e che campeggia, riprodotta in pietra da Giammarco Antoci di SNK Lab – su un armadietto anch’esso riprodotto con pietra asfaltica a ricordare quello che era. Fino alla morte. Sulla facciata di uno degli edifici che accompagna all’uscita del percorso visitabile su prenotazione, la riproduzione di una statua, grazie alla mano di Ligama, che si trova al cimitero di Ragusa superiore, una sepoltura comune in un area di 130 metri quadrati dove la “cassa mutua” della Limmer – società che in quella stessa zona estraeva il bitume – concedeva la sepoltura a quegli operai che non potevano permettersela. C’è molto altro nella visita del sito Ancione, dove nel “Polemos” di Bosoletti, positivo e negativo giocano con la tecnologia, in un doppio di se’ che lascia senza fiato.

Trenta le opere rappresentate dagli artisti 2501, Ampparito, Luca Barcellona, Bosoletti, Ciredz, Demetrio Di Grado, Franco Fasoli, Alex Fakso, Gomez, Greg Jager, Alexey Luka, Ligama, Case Ma’Claim, Martina Merlini, M-City, Moneyless, Ban Pesk, Rabit, Giovanni Robustelli, SatOne, Guido van Helten, Sebas Velasco, Simek, SNK-LAB, Sten e eLex, Dimitris Taxis, Tellas in un progetto che tra gli altri beneficia del sostegno dell’Ars, assemblea regionale siciliana e del Comune di Ragusa. L’apertura al pubblico è per i fine settimana venerdì, sabato e domenica, con turni alle ore 09:00 – 10:30 – 12:00 e 15:00 ed è necessaria la prenotazione.

AGI – Una copia della prima collezione di opere teatrali di William Shakespeare è stata venduta mercoledì all’asta a New York per 9,97 milioni di dollari, stabilendo un nuovo record per un’opera letteraria. Il prezzo pagato per l’opera, nota come First Folio, ha superato ampiamente la stima di 4-6 milioni di dollari di valore fissata da Christie’s, che ha tenuto l’asta.

La raccolta, stampata nel 1623 e contenente 36 opere teatrali del maestro inglese, è considerata la più grande opera letteraria in lingua inglese. Fu pubblicata dopo la morte del Bardo, vissuto dal 1564 al 1616, e fu compilata da due dei suoi amici, John Heminge e Henry Condell. Contiene opere come “Macbeth” e “La dodicesima notte”. Diversi libri hanno avuto prezzi piu’ alti, come il Codex Leicester di Leonardo De Vinci, che Bill Gates ha acquistato per 30,8 milioni di dollari nel 1994, ma nessuna è un’opera letteraria.  

AGI – Continua il recupero del mercato editoriale italiano tra luglio e settembre. La perdita di fatturato del settore della varia (romanzi e saggi) rispetto al 2019 si riduce di altri 4 punti percentuali, portandosi dal -11% al -7% (era -20% a metà aprile).

Prosegue inoltre il lento recupero dei canali di vendita fisici (librerie e grande distribuzione organizzata) rispetto agli store online: a fine settembre hanno una quota di mercato del 57%, in crescita di 5 punti percentuali rispetto al record negativo di metà aprile. E’ quanto emerge dal Rapporto sullo stato dell’editoria, aggiornato al settembre 2020, dell’Associazione Italiana Editori (Aie), presentato durante la Fiera del Libro di Francoforte.

Il trend di crescita è confermato dai dati delle librerie, fisiche e digitali, del circuito Arianna che, pur non comprendendo Amazon, a settembre per la prima volta nell’anno segnano 30 giorni in positivo, con vendite in crescita dello 0,3% rispetto all’anno precedente.

“Si conferma il recupero dopo il lock-down che già avevamo evidenziato a luglio – spiega il presidente di Aie Ricardo Franco Levi – l’editoria ha subito gravi danni dalla crisi epidemica, ma allo stesso tempo ha mostrato una capacità di reazione e adattamento al nuovo contesto sorprendente. Rimane ovviamente, soprattutto in questi giorni, la preoccupazione per l’andamento della pandemia che getta un’incognita sul mondo del libro, così come su tutta l’economia nazionale, europea e mondiale”.

Quanto vale il mercato

Al 27 settembre – spiega Aie – le vendite di libri fisici, saggi e romanzi, nelle librerie, grande distribuzione e store online valgono 850 milioni, contro i 914 del corrispondente periodo dell’anno precedente. I 64 milioni persi in nove mesi, pari al 7%, sono comunque un risultato in netto recupero rispetto al -11% di luglio e al -20% di aprile, quando i milioni persi erano stati 90 in soli tre mesi e mezzo.

La ripresa della produzione, il boom degli e-book

Gli editori italiani tornano a produrre nuovi titoli (libri fisici) a ritmo significativo: dopo il -77% tra inizio marzo e metà aprile, la ripresa è stata costante e, a fine settembre, il confronto anno su anno segna -13%. Per quanto riguarda invece gli e-book, per tutto il 2020 la produzione e’ stata superiore al 2019 tanto che, a fine settembre, il confronto anno su anno segna +13%.

I canali di vendita

Segnali di ripresa vengono dai canali fisici (librerie e grande distribuzione organizzata) oggi al 57% di quota di mercato, dopo il 55% di luglio e il 52% di aprile. Siamo comunque lontani dal 73% del 2019: i prossimi mesi – aggiunge Aie – ci diranno se il 43% di quota di mercato raggiunto dagli store online (dato di settembre riferito alle sole vendite di libri fisici) si consoliderà anche negli anni a venire. In tal caso, il lockdown avrebbe accelerato una tendenza di crescita a discapito dei punti di vendita fisici gia’ in atto da tempo.

Da dove partivamo: il 2019 record

La crisi del 2020 si è abbattuta su un mercato editoriale che, nel 2019, aveva avuto un andamento molto positivo. Secondo il rapporto di Aie, che monitora le vendite di tutti i settori (varia, ma anche editoria scolastica, universitaria, specialistica), alla fine dell’anno scorso il comparto era cresciuto del 3% recuperando i valori pre-crisi, per un giro d’affari complessivo di 3 miliardi e 37 milioni.

Numeri che confermano l’editoria come prima grande industria culturale del Paese, con un fatturato comparabile a quello delle pay-tv. Nel 2019 sono cresciuti il settore della varia (+5%), l’editoria scolastica (+3%), il settore digitale che comprende ebook, banche dati e servizi web (+5%).

Il 2019, inoltre, aveva visto una crescita degli store online rispetto all’anno precedente, che erano passati da una quota del 24% al 27%, mentre i canali fisici flettevano al 73%. Un panorama che, come detto, è stato poi stravolto dal lockdown.

Il 2019, infine, conferma la grande crescita dell’editoria italiana sui mercati esteri: i diritti di edizione di autori italiani a editori di altri Paesi sono cresciuti del 9%, a quota 8.596 titoli, un numero poco meno del doppio dei 4.629 del 2011. 

AGI –  “Avere 200 posti equivale a chiudere. Non è economicamente sostenibile per nessun teatro, meno che mai per un teatro quale è il San Carlo”.

Stéphane Lissner, sovrintendente del Lirico più antico al mondo, è pacato nel valutare con l’AGI i riflessi del nuovo dpcm per gli spettacoli dal vivo, che prevede per quelli non all’aperto una platea massima di 200 persone, indipendentemente dalla capienza del teatro, per il San Carlo di 1500 spettatori. 

“Abbiamo appena investito in sicurezza, utilizzando anche il plexiglass come divisorio dei posti già distanziati di un metro – dice – abbiamo fatto spettacoli con questo distanziamento, prendendo la temperatura all’ingresso, con il pubblico con mascherine, e uscita scaglionata. Il personale di sala è stato professionale e i nostri spettatori hanno risposto con grande compostezza. La situazione della pandemia è seria, non lo nego, ma penso che sarebbe drammatico per la cultura, e non solo, non avere teatri aperti“. 

“E’ una necessità per cittadini ancora di più ora avere teatri aperti – incalza il sovrintendente – sarebbe un disastro per tutti un lungo lockdown dei concerti, dell’opera, dello spettacolo in genere. Per molti lavoratori del settore è già difficile così. E per molti teatri, dal punto di vista economico, le restrizioni vigenti prima di questo provvedimento erano già insostenibili”. 

La capienza ridotta 200 posti, dunque, “è come chiudere. Se veramente fossimo costretti a ciò, significherebbe tornare a momenti drammatici. Io devo tutelare i lavoratori e il pubblico, aver cura di loro. La vita del teatro è fondamentale anche per la città e per il paese“. I vertici del San Carlo nei prossimi giorni avranno un incontro con la Regione Campania, che anche dal punto di vista delle restrizioni può agire all’interno delle linee del dpcm.

Il problema della ‘Boheme’

“Con il segretario generale del ministero per i Beni Culturali, Salvo Nastasi, abbiamo già parlato – anticipa il sovrintendente – la pandemia non si fermerà domani o dopodomani. Ma non vedo in questo teatro, oggi, rischio per chi viene a sentire un concerto o vedere un balletto. Rispettiamo i lavoratori e il pubblico. Certo ‘Boheme’, l’apertura della nuova stagione lirica firmata da Emma Dante, come opera vera non si può fare. Dovremo immaginare un piano b per tutto. Tuttavia non possiamo resistere con soli 200 posti. Già con 500 è difficile”.

Il suo compito e il suo impegno sarà “tenere il teatro aperto. Ma siamo un teatro di prestigio e non si possono fare spettacoli a casaccio”. Intanto la campagna abbonamenti “sta andando bene. Siamo felici della fiducia di nuovi e vecchi abbonati. Chiudere sarebbe un danno grave alla città, ma andare avanti con solo 200 posti ci condanna economicamente. Non so che tipo di aiuto potrebbe essere messo in campo”.

L’ultima parola dunque può essere della Regione, che al San Carlo ha già fatto sentire il suo appoggio questa estate, quanto la sinergia tra l’istituzione culturale e quella di governo territoriale ha reso possibile una mini stagione all’aperto in piazza Plebiscito con grandi star della lirica e presenze in platea da tutto il mondo. 

AGI – Circa tremila anni fa in Asia centrale i cavalieri si intrattenevano in partite con la palla, un’attività che giocava un ruolo fondamentale non solo per l’addestramento militare, ma anche per i legami sociali. Lo hanno scoperto gli esperti dell’Università di Zurigo, che hanno pubblicato un articolo sul ‘Journal of Archaeological Science: Reports‘ per rendere noti i risultati del loro studio, basato sull’analisi di tre sfere di cuoio rinvenute nelle tombe del vecchio cimitero di Yanghai vicino alla città di Turfan, nel nord-ovest della Cina.

“Le testimonianze più antiche del gioco con palloni risalgono a circa 4.500 anni fa in Egitto, dove si usavano degli stracci di lino – spiega Patrick Wertmann dell’Istituto di studi asiatici e orientali presso l’Università di Zurigo – e poi 3.700 anni fa in America centrale, a cui sono stati fatti risalire dei campi da gioco in pietra e le raffigurazioni di giocatori, che utilizzavano palle di gomma”.

L’esperto aggiunge che finora si riteneva che in Europa e Asia il gioco fosse comparso molto più recentemente, in Grecia circa 2.500 anni fa e in Cina circa 300 anni dopo. “Le sfere che abbiamo trovato – continua il ricercatore – misurano tra i 7,4 e i 9,2 cm di diametro, e la datazione ha indicato un periodo compreso tra i 2.900 ei 3.200 anni. questo significa che il gioco della palla potrebbe essere di almeno cinque secoli più antecedente rispetto alle precedenti teorie“. Lo scienziato precisa che le informazioni archeologiche non sono tuttavia sufficienti per stabilire la natura del tipo di gioco per cui le palle venivano utilizzate.

Le prime illustrazioni in Grecia mostrano giocatori che corrono con la palla – continua Wertmann – e le immagini trovate in Cina raffigurano cavalieri che usano dei bastoni. A Yanghai abbiamo trovato dei bastoncini ricurvi, ma non possiamo confermare che avevano un legame con le palle e sembrano risalire a un periodo più recente”.

Le palle di cuoio di Yanghai non sembrano nemmeno collegate alle prime forme di hockey su prato o polo. “In una delle tombe dei cavalieri – osserva l’autore – sono stati trovati i resti conservati di un arco composito e di un paio di pantaloni, che sono stati considerati i più antichi mai rinvenuti. Queste testimonianze potrebbero indicare una nuova era caratterizzata da attività di equitazione e trasformazioni sociali, che hanno accompagnato i cambiamenti ambientali e una crescente mobilita’ nell’Asia centrale orientale”.

“Il nostro studio – conclude Wertmann – dimostra che i giochi che prevedevano l’uso di palle e sfere facevano parte dell’esercizio fisico e dell’addestramento militare, oltre che di un aspetto fondamentale della società”.

AGI – Quaranta scatti fotografici che raccontano i mesi vissuti in corsia. Hope Onlus, in prima fila nel sostegno agli ospedali italiani ed esteri, dà il via a #Covid-19@storiedisperanza, la mostra che racconta l’esperienza di medici, infermieri e volontari durante i mesi più critici della pandemia da Coronavirus.

Itinerante e gratuita, l’esposizione fotografica prende vita a Milano in Corso Vittorio Emanuele e si inserisce all’interno del Progetto #Covid-19@storiedisperanza che prevede, oltre alla mostra, anche un programma di educazione e formazione rivolto alle scuole secondarie di primo e secondo grado.

“Quello che abbiamo visto in questi giorni è un intero sistema messo al servizio della vita e della salute. Con tutto il reparto della sanità in prima linea, ma anche tanti altri settori che hanno operato in silenzio, come le forze dell’ordine e il volontariato”, ha affermato Alessandra Tripodi, Viceprefetto di Milano.

Il progetto fa parte del Programma Umanitario Pluriennale di Hope Onlus “#Covid-19 con Hope” in corso in Italia e all’estero per rispondere all’emergenza pandemica in corso. La mostra fotografica resterà a Milano per tre mesi per permettere all’organizzazione non profit milanese di coinvolgere il maggior numero di studenti in un programma di sensibilizzazione alla cittadinanza attiva, al rispetto delle norme, alla solidarietà.

Da Milano la mostra proseguirà nelle città di Bergamo, Brescia, Londra, Parigi, Brasilia. La mostra è suddivisa in 4 sezioni: città, 10 fotografie delle 4 regioni italiane più colpite nel periodo di lockdown (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto); ospedali, 6 fotografie della vita dei nosocomi improvvisamente trasformata; protagonisti, 2 fotografie dei volti di chi ha vissuto in prima linea la pandemia a servizio dei malati e infine Hope in azione, 12 fotografie sull’operato umanitario dell’organizzazione non profit.

Il racconto narrato dalla mostra evidenzia come in un contesto generale di grande emergenza sanitaria, alcune istituzioni e professioni abbiano messo a servizio della popolazione competenze, talenti, risorse fino a sacrificare la vita. Non solo medici, infermieri, sanitari, volontari, esercito, forze dell’ordine hanno lavorato instancabilmente a servizio della società civile.

Gli scatti sono stati realizzati dai fotografi: Andrea Frazzetta, Nanni Fontana, Marco Garofalo, Eugenio Grosso, Greta Stella, Matteo Biatta, Vittorio Sciosia, Massimo Allegro, Claudio Palmisano. 

AGI – “Abito nel centro di Roma, che durante il lockdown era diventato allo stesso tempo spettrale, angosciante ma anche magnifico. Forse per una chiamata dall’alto di mio padre e mio fratello (il regista Steno e Carlo Vanzina, scomparso nel 2018 ndr), ho capito che quella del lockdown era un’occasione irripetibile per dare vita a una commedia all’italiana, con dei personaggi che vivono sotto la cappa di una tragedia più grande di loro”. Così Enrico Vanzina ha spiegato cosa lo ha spinto a cimentarsi per la prima volta a 71 anni con la regia, “in un film che punta sulla ricerca della felicità di quattro personaggi negativi a modo loro”.

Definendolo un film “molto scritto, semplice, anche cattivo ma assolutamente non politico” Vanzina ha spiegato di essersi ispirato a “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, appositamente visto e rivisto più volte e “Carnage” di Roman Polanski: “Li ho scelti perché hanno saputo raccontare, in maniera fantastica, una storia chiusa tra poche pareti”.

Il neoregista si è tolto anche qualche sassolino rispetto a chi sui social, basandosi sulla sola locandina, lo aveva tacciato di aver mancato di rispetto alla tragedia del Covid-19 buttandola a ridere: “Guardando il film chi mi ha criticato deve cospargersi il capo di cenere – ha detto – io nella vita ne ho viste di tutti i colori, ma leggere che ci sono oltre mille persone che ti odiano e ti dicono che sei un mostro è dura. Fanno male a loro stessi, sono stupidi, non l’ho presa alla leggera”.

Felice che l’associazione degli autori e i più grandi giornalisti lo abbiano difeso, sottolineando il diritto alla commedia, Vanzina ha raccontato però che il dolore non passa: “Per me che ho vissuto così recentemente il dolore per la scomparsa di mio fratello Carlo, raccontandolo anche in un libro, è stato terribile essere accusato di speculare sulla morte”.

Al fratello regista, ha raccontato, si è rivolto in alcuni momenti di impasse della sua prima prova dietro la macchina a presa. “E’ successo ad esempio in una scena di sesso che non sapevo come fare, mi è venuta subito l’idea di far vedere soltanto un gran movimento sotto le lenzuola, senza inquadrare altro”. E stamattina, ha aggiunto a suo fratello ha anche chiesto se avesse fatto bene a dare vita a ‘Lockdown all’italiana”: “Ho sentito solo un grande silenzio, sono sicuro che sia stato un silenzio assenso”, ha scherzato. 

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