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AGI – Forse mai come quest’anno i bookmaker stanno impazzendo per fornire le giuste quote riguardo la vittoria del Festival della Canzone Italiana di Sanremo.

Non che una gara canora sia oggettivamente pronosticabile come un incontro sportivo, specie a Sanremo, una kermesse che quasi sempre presenta delle sorprese e mai come quest’anno potrebbe riservarne.

Questo perché la 71esima edizione del festival giunge mentre la crisi sanitaria che ha colpito il mondo è purtroppo ancora protagonista delle nostre vite, per cui Amadeus, certamente suo malgrado, si ritroverà senza pubblico in sala all’Ariston ma con un pubblico probabilmente triplicato a seguirlo da casa, ciò vuol dire molta più attenzione per le canzoni da parte di una platea formata da critici musicali durante Sanremo quanto da commissari tecnici della nazionale in vista di un mondiale di calcio.

Le canzoni di questo Sanremo saranno ascoltate, e attentamente, e per la prima volta, a dispetto delle fanbase più o meno larghe dei big in gara, faranno la differenza.

Non è un caso quindi che i suddetti bookmaker abbiano rivoluzionato le prime quote dopo i preascolti da parte della stampa, le prime indicazioni da parte di un pubblico, anche se non generalista, che ha promosso a pieni voti il duo Colapesce/Dimartino, magari sconosciuto al grande pubblico, ma che rappresenta l’ala siciliana del panorama indie italiano, finalmente ampiamente rappresentato nel cast della più importante vetrina della discografia italiana.

Ci si aggrappa insomma ai dati che si hanno per le mani, finché non verranno stilate le prime classifiche ufficiali, non si può fare molto di più.

Se si vuole provare però a capire qual è la situazione, perlomeno ai nastri di partenza, sarebbe utile, nonché interessante, andare ad analizzare i freddi numeri di Spotify, di gran lunga la principale piattaforma per l’ascolto della musica in streaming, per vedere chi parte avvantaggiato in termini di ascolti.

Abbiamo allora messo insieme i dati riguardanti chi segue le pagine dei big e dei giovani in gara e gli ascolti mensili della piattaforma.

Secondo i numeri raccolti i favoriti alla vittoria sono di gran lunga la coppia formata da Fedez e Francesca Michielin che, insieme, raccolgono oltre due milioni di follower e di ascolti mensili, canzone a parte, in una gara di popolarità si tratterebbe di una vittoria scontata.

Bisogna dire che in passato questi calcoli non sono serviti a granché, Sanremo non lo vince quasi mai chi nei giorni precedenti è dato favorito per la vittoria, in passato così come in tempi più moderni, in cui i parametri riguardanti il talento e la storia di un singolo artista, possono essere arricchiti da quelli riguardanti i social e le piattaforme.

L’unico che raccoglie follower a sei zeri è Irama, medaglia d’argento in questa classifica, sfiorando il milione e mezzo di seguaci e i due milioni quasi secchi di ascoltatori.

Gradino più basso del podio occupato dai Maneskin con 826mila follower e un milione e 300mila ascolti mensili, forti di un ritorno dopo un anno di silenzio e l’hype che si è creata attorno al loro prossimo album; la band romana poi, ha già costruito un forte appeal con il pubblico televisivo essendo stata lanciata dal talent X-Factor, e anche questo, se stiamo ad analizzare dei dati, è da tenere in considerazione.

Ma, attenzione, se invece consideriamo gli ascolti mensili, quindi nuovi fan che magari da dicembre, da quando è stato annunciato il cast del festival, si sono appassionati alla musica già prodotta dai cantanti, non possiamo non considerare il successo della giovane Madame, cui brani sono ascoltati oltre un milione e 400 mila volte al mese.

O Random e Annalisa, cui ascolti mensili orbitano intorno al milione e 100mila click. Eppure, lo ripetiamo, sono le canzoni a fare la differenza, quest’anno più che mai, e se la stampa specializzata che ha già ascoltato i brani, praticamente all’unanimità, punta sui siciliani Colapesce e Dimartino, un motivo ci dovrà pur essere.

Che loro siano bravi non è una novità per chi sta un po’ più attento a quel mercato che va oltre il circuito mainstream, e loro lo hanno sempre dimostrato sia con il lavoro fatto singolarmente, sia ne “I mortali”, l’album che hanno deciso di registrare insieme per festeggiare i loro primi dieci anni di carriera e che è stato considerato uno dei migliori dell’annata 2020.

I loro numeri su Spotify sono infinitamente più bassi, secondo la conta dei follower (totali delle loro pagine) si classificherebbero 23esimi, secondo quella degli ascolti mensili poco più in alto, comunque ad un’eternità dal podio.

Ma, per fortuna, a Sanremo a vincere sono ancora le canzoni, il festival nonostante le polemiche, le accese discussioni, le dita puntate dalla critica verso il pubblico e viceversa, alla fine resta comunque un evento capace di raccontare delle storie, quest’anno potrebbe essere la volta di due siciliani già ampiamente riconosciuti veri talenti da chi un certo tipo di musica la segue per passione o per lavoro, ma che non faranno fatica, a prescindere dal risultato finale, a guadagnarsi la simpatia e la stima del ben più ampio pubblico del Festival di Sanremo.

 

Fedez e Francesca Michielin – 1.544.787 – 519mila (oltre 2milioni) -2milioni – 595mila

Irama – 1.439.686 – 2milioni

Maneskin – 826mila – 1,3 milioni

Annalisa – 699mila – 1,1 milione

Ermal Meta – 488mila – 466mila

Francesco Renga – 457mila – 489mila

Noemi – 346mila – 339mila

Random – 256mila – 1.100 milioni

Lo Stato Sociale – 246mila – 322mila

Malika Ayane – 237mila – 527mila

Arisa – 232mila – 419 mila

Max Gazzè – 208mila – 493mila

Fasma – 196mila – 7821mila

Willie Peyote – 170mila – 355 mila

Gaia – 159mila – 625 mila

Madame – 123mila – 1.426 milione

Ghemon – 121mila – 364mila

Coma_Cose – 93mila – 221mila

Extraliscio e Davide Toffolo – 1107 – 84mila (85mila) – 4mila – 89mila

Aiello – 75 mila – 609mila

Gio Evan – 69mila – 478mila

Fulminacci – 50mila – 335mila

Colapesce e Dimartino – 41mila – 14mila (55mila) – 569mila – 96mila

La Rappresentante di Lista – 27mila – 118mila

Bugo – 23mila – 114mila

Davide Shorty – 15mila – 53mila

Wrongonyou – 15mila – 138mila

Orietta Berti – 5mila – 43mila

Folcast – 1000 – 24mila

Avincola – 708 – 11mila

Gaudiano – 339 – 8mila

Greta Zuccoli – 332 – 4mila

Elena Faggi – 214 – 5mila

I Dellai – 130 – 8mila

AGI – “Siamo qui, ce l’abbiamo fatta. Finalmente si comincia. Sono molto emozionato, lo ero l’anno scorso e lo sono anche in questo momento perché è un’emozione diversa”. Così Amadeus nella conferenza stampa che dà il va alla settimana del 71esimo Festival di Sanremo.  

“Regaleremo, con Fiorello, cinque serate di grande musica e spettacolo e ringrazio tutte le maestranze e tutti coloro, che dal vertice Rai e fino all’ultimo degli addetti, hanno lavorato a questo appuntamento”.

Attesissima sul palco dell’Ariston Laura Pausini, fresca di vittoria di Golden Globe, nella categoria Miglior canzone originale con l brano “Io sì (Seen)”, che arriverà al Festival mercoledì sera. Non ci sarà invece Lady Gaga: “Sarebbe bellissimo – ha detto Amadeus – ma è troppo impegnata”.

Entusiasta il direttore di Rai1, Stefano Coletta: “È una meraviglia essere riusciti a realizzare questa kermesse, la Rai ha deciso con forza che non si potesse saltare questo appuntamento, il servizio pubblico deve consegnare anche un quota di leggerezza e di evasione”. “La settimana di Sanremo – ha aggiunto – scompagina le nostre vite verso una spensieratezza e farlo con Amadeus e Fiorello ha questo senso, le cinque serate hanno lo sguardo verso il pubblico, questo sguardo oggettivo sulla gente davvero ci sorprenderà”

Tra gli ospiti della prima serata, anche Diodato, vincitore lo scorso anno con ‘Fai rumore, e la banda musicale della Polizia di Stato. Inoltre a calcare il palco dell’Ariston ci saranno Loredana Bertè, Matilda De Angelis e l’infermiera Alessia Bonari.

La sintonia tra i due conduttori, già ampiamente dimostrata durante la scorsa edizione, resta solida. “Io e Amadeus siamo ormai inseparabili, neanche Renzi riuscirebbe a dividerci..” ha scherzato Fiorello che ha aggiunto che quest’anno “il Festival comunque andrà sarà indimenticabile. I problemi sono altri e speriamo si risolvano presto”.

Uno show con nessuno in sala all’Ariston ma con milioni di persone che lo seguiranno da casa sarà “un’esperienza talmente nuova che è bellissima. Cercherò di confrontarmi con una realtà diversa, molto impegnativa” ha aggiunto Fiorello a proposito delle conseguenze delle misure di contenimento del contagio da Covid-19.

Una terza edizione del Festival di Sanremo a firma Amadeus non potrebbe prescindere dalla presenza di Fiorello, “senza di lui mai..” ha detto lo stesso direttore artistico e conduttore e subito Fiorello ha replicato “allora non si fa”. Aggiungendo: “Fazio, Cattelan, fatevi avanti e parlatene con Coletta, l’importante è saper usare il congiuntivo”.

AGI – Laura Pausini vince il Golden Globe 2021 per la migliore canzone originale per ‘Io Sì‘, dal film di Edoardo Ponti ‘La vita davanti a sè’, e la dedica a “quella ragazzina che 28 anni fa vinse Sanremo e non si sarebbe mai aspettata di arrivare cosi’ lontano”. Su Instagram la cantante romagnola ha postato tutta la sua gioia, con tanto di urla liberatorie, subito dopo aver ottenuto il riconoscimento. 

In un post pubblicato sui social ha raccontato tutta la sua soddisfazione: “Non avrei mai neanche lontanamente sognato di poter vincere un Golden Globe – scrive Laura Pausini – sono senza parole, ancora non ci credo. Grazie alla Hollywood Foreign Press Association. Grazie di cuore a Diane Warren, è una sensazione incredibile poter ricevere un tale riconoscimento per la nostra canzone, e il fatto che sia la nostra prima collaborazione rende tutto ancora più speciale.
Grazie a Edoardo Ponti, Niccolò Agliardi, Bonnie Greenberg, un team incredibile! Grazie a Netflix e Palomar”.

E ancora, prosegue con un altro ringraziamento importante: “E tutta la mia riconoscenza e stima alla meravigliosa Sophia Loren, è stato un onore regalare la mia voce al tuo personaggio, per trasmettere un messaggio così importante, di accoglienza e condivisione”.

Quindi, le dediche: “Dedico questo premio a tutti quelli che desiderano e meritano di essere ‘visti’ e protetti, in particolar modo alle maestranze del mondo dello spettacolo che sono sempre nei miei pensieri. E lo dedico a quella ragazzina che 28 anni fa proprio in questi giorni vinceva Sanremo e mai si sarebbe aspettata di arrivare così lontano. All’Italia, alla mia famiglia, a tutti quelli che hanno scelto me e la mia musica, e mi hanno resa ciò che sono oggi. E alla mia bimba – conclude – che di questo giorno vorrei ricordasse la gioia nei miei occhi, nella speranza che cresca continuando sempre a credere nei suoi sogni”.

AGI – Martedì prossimo arriva in tribunale, a Parigi, la disputa milionaria sul quadro di Camille Pissarro, ‘Pastora che fa rientrare il suo gregge’, rubato oltre 80 anni fa dai nazisti e finito dopo varie vicissitudini al museo dell’Università dell’Oklahoma, negli Stati Uniti.

Esposto dal 2017 al Musée d’Orsay, dovrebbe tornare negli Usa alla fine dell’anno, ma la figlia adottiva del proprietario a cui fu sottratto all’epoca delle grandi razzie di opere d’arte detenute da proprietari ebrei, ne rivendica la restituzione, perché resti a Parigi.

Léone-Noelle Meyer, pediatra in pensione ed ex presidente delle Galeries Lafayette, 81 anni, è fra le donne più ricche di Francia e la sua non è quindi una battaglia a sfondo economico. Il quadro è valutato circa 1,5 milioni di euro, ma quello che conta per l’anziana ereditiera (la sua famiglia ha fondato lo storico grande magazzino di Boulevard Haussmann)  è il suo valore sentimentale e simbolico.

La “Pastora” fu dipinta da Pissarro nel 1886, quando aveva 56 anni e l’impressionismo era al suo massimo splendore. I genitori adottivi della signora Meyer, la cui madre naturale è morta ad Auschwitz, erano stati fra i tanti ebrei francesi derubati dai nazisti negli anni ’30. Sopravvissuti alla Guerra, negli anni successivi si misero alla ricerca dei quadri perduti (oltre al Pissarro, anche opere di Renoir, Modigliani, Bonnard). 

Nel 1951, Meyer scopre che la Pastora si trova in Svizzera, ma si scontra con le norme locali sulle prescrizioni e non riesce a rientrarne in possesso. Solo molti decenni più tardi, nel 2012, il figlio di Léone-Noelle lo trova sul sito del museo americano: fa parte della collezione da quando è arrivato, assieme ad altri 31 dipinti impressionisti, in eredità da una coppia di collezionisti che lo aveva acquistato in Svizzera nel 1957.

Anche se il quadro figura nel lungo e incompleto elenco delle opere depredate e da restituire, avviato nel 1947 e successivamente aggiornato mano a mano che gli eredi ricostruivano la memoria dei patrimoni perduti, il museo dell’Oklahoma non intende privarsene, giustificandosi con il ritardo della richiesta dell’ereditiera.

Nel 2016 la signora Meyer viene convinta a firmare un accordo secondo il quale il quadro apparterrà a rotazione al Museo Fred Jones Jr e al Musée d’Orsay. Quando i tre anni parigini stanno per scadere, però, l’ereditiera, che a suo tempo aveva anche offerto una transazione finanziaria rifiutata dagli americani, ci ripensa e decide di dare battaglia per ottenere che l’opera di Pissarro resti per sempre al più importante museo del mondo per le opere impressioniste, senza dover affrontare ogni tre anni un costosissimo viaggio transoceanico.

L’Università dell’Oklahoma però non ha intenzione di cedere e recentemente ha anche ottenuto dalla giustizia Usa una condanna dell’ereditiera a pagare le spese milionarie dovute alla violazione del contratto del 2016.

I legali di Meyer temono che questo possa aprire la strada a nuove difficoltà per le restituzioni dei beni sottratti negli anni ’30 e ’40 alle famiglie ebree. L’anno scorso, un altro Pissarro, “La raccolta di piselli”, fu restituito ai legittimi eredi dopo che una sentenza della Corte di Cassazione francese ha considerato nulle tutte le compravendite effettuate sotto il regime di Vichy e le successive. 

AGI – Sarà La nave di Teseo a pubblicare il primo romanzo di Quentin Tarantino, ‘C’era una volta a Hollywood’ che uscirà in contemporanea mondiale in 25 Paesi a giugno.

Elisabetta Sgarbi, Publisher della casa editrice, si dice “felice e onorata di annunciare la pubblicazione del romanzo di Quentin Tarantino”.

Si tratta, precisa, di “un vero romanzo che precede il film, e che del film è stato ispirazione, con forti differenze nei personaggi e nello sviluppo drammaturgo che il lettore italiano scoprirà il prossimo giugno quando il romanzo uscirà in contemporanea mondiale.

Questo romanzo – che è un grande atto d’amore nei confronti del cinema e della cultura italiana – conferma nella convinzione che ho avuto sin dagli anni 90, quando pubblicai la sceneggiatura di ‘Pulp Fiction’, che Quentin Tarantino è uno scrittore straordinario, oltre che il regista che conosciamo.

La nave di Teseo ha chiuso un accordo con l’agenzia William Morris per il romanzo e un saggio – spiega Elisabetta Sgarbi – contestualmente alla pubblicazione del romanzo, inizieremo a riproporre le sue sceneggiature, a partire da ‘Pulp Fiction’, che uscirà in luglio“. 

“Il catalogo della Nave di Teseo – aggiunge – che in questi giorni festeggia i cinque anni dalla pubblicazione del suo primo libro (‘Pape Satan Aleppe’ di Umberto Eco), dunque, dopo l’autobiografia di Woody Allen, ‘A proposito di niente’, e quella di Oliver Stone, ‘Cercando la luce’, si arricchisce ulteriormente di una nuova voce che dal Cinema incontra la Letteratura”. 

Quentin Tarantino è nato nel Tennessee nel 1963 e si è trasferito in California all’età di 4 anni. Il suo amore per i film lo ha portato a lavorare in una videoteca, e durante questo periodo ha scritto le sceneggiature di Una vita al massimo e Assassini nati.

Il debutto alla regia di Tarantino è avvenuto con ‘Le Iene’ del 1992, ma ha ricevuto ampi consensi di critica e pubblico con ‘Pulp Fiction’ (1994), per il quale ha vinto, tra l’altro, la Palma d’Oro a Cannes, un Premio Oscar e un Golden Globe per la migliore sceneggiatura.

Tra i suoi film successivi ‘Jackie Brown’ (1997), ‘Kill Bill Vol.1’ (2003) e ‘Vol.2’ (2004) e ‘Grindhouse’ (2007). Tarantino ha ottenuto diverse nomination agli Oscar per ‘Bastardi senza gloria’ (2009) e ‘Django Unchained’ (2012), quest’ultimo gli è valso un secondo Oscar per la migliore sceneggiatura.

I suoi ultimi film sono ‘The Hateful Eight’ (2015) e ‘C’era una volta… a Hollywood’ (2019).

AGI – Sopravvissuto all’epoca gloriosa del cinema di genere, reduce di quella generazione di attori minori destinati al Novecento e non oltre, Peppe Bortone si è riconvertito negli ultimi anni – malgrado tutto, credibilmente – nel sacerdote personaggio fisso di una soap opera, locus in cui resta relegato anche nella persona, alloggiando corpo e perduta anima romana in un motel annesso agli studi di produzione. In un “posto senza nome, su verso Nord Ovest”. Specializzato nei ruoli di comprimario o del generico che muore tra i cattivi dei western e dei poliziotteschi, Peppe Bortone ha una carriera costellata di morti impeccabili e professionali, sovente pistola alla mano, talvolta a cavallo, e poi ha una figlia perduta ormai grande e il ricordo di un’ex moglie, che come quello della sua Laverda 750 del ’76 riemerge di su o di giù nella memoria. Come le scene dei film dove recitava.

L’ultima morte di Peppe Bortone (People editore, 176 pagine, 15 euro) è il nuovo romanzo di Marco Tiberi (il primo, scritto assieme a Giuseppe Civati, è Fine del 2019). Romano, sceneggiatore per il cinema e la tv, Tiberi è stato allievo di Furio Scarpelli, ma è soprattutto detentore di un lessico preciso, che si scioglie in una trama pulita dove è la narrativa a riprodurre la soap invece del contrario, mostrando nel libro doni di verità e finezza d’impianto. Di verità poiché da autore che conosce, vivendolo, l’ambiente di cui parla ne restituisce un pezzo intatto ai lettori i quali possono capire – non foss’altro per intuito – come gira un certo spicchio di mondo, e come certi personaggi. Dono di finezza è nei rimandi psicologici alle speranze, alle ansie e vanità di questo Peppe che s’ostina a vivere oltre la rottamazione di una generazione. E della propria biografia futuro incluso. Senza anticipare il finale, questo non potrà che consistere in un’altra morte, l’ultima, possibilmente anch’essa resa bene, del personaggio (Don Bruno), della persona, di tutt’e due.

Gli sceneggiatori sono un dio che sposta figure in base all’audience delle soap, che come molte cose si sa quando cominciano ma meno si conosce quand’è che finiranno. Peppe Bortone si è fatto creatura per necessità più che virtù di questi dèi settimanali, che ne dispongono la vita (o morte) coi blocchi delle prossime puntate. Ma poi fa i conti anche con Dio mentre ricorda, senza melodrammi, le puntate precedenti della propria vita. Dagli inizi al Mandrione, il quartiere romano sulla Tuscolana che fu ed è stato cifra pasoliniana, ma anche casamonichese, e forse sarà presto un’ennesima riserva riconvertita al semi-pop capitolino degli anni Duemila.

Tiberi per fortuna fa vivere Bortone, e lo fa essere, senza “fargli fare” Bortone, che non finisce nel cliché del vecchio stunt e basta o del nostalgico intimista dall’infanzia difficile e dal cinema-grande-avvenire-dietro-le-spalle (che palle). Perché il romanzo è scritto da chi sa di cosa parla e parecchi Bortone li ha conosciuti veramente. (Quelli che non li conoscono e ne scrivono, com’è noto, li immaginano inevitabilmente poliziotti, unica specie demografica italiana che non soffra il calo delle nascite). Ma poi Tiberi, e non è solo questione di forma, quello che vuol dire lo sa persino scrivere.

AGI – Cunicoli scavati sotto terra. Oggetti antichi trafugati. L’intervento della procura e dei carabinieri. La professionalità degli archeologi. Non è la trama di un film del filone di Indiana Jones, ma quello che è realmente accaduto a Pompei e che ha portato a una scoperta eccezionale. Un carro da parata e cerimonie di età imperiale quasi integro, finemente decorato. Un esemplare unico che ora sarà  restaurato per essere poi probabilmente esposto nel parco archeologico più noto al mondo. 

Il carro è stato trovato all’interno di un portico a due livelli che affacciava probabilmente su una corte scoperta, nei pressi della stalla già indagata, con la quale comunicava attraverso una porta. La coltre di cinerite che lo ha sigillato durante l’eruzione del 79 d.C. del Vesuvio ne ha permesso la conservazione  perfetta. Era a quattro ruote, e, sulla base delle notizie tramandate dalle fonti e dei pochi riscontri archeologici ad oggi noti, probabilmente è un pilentum, un veicolo da trasporto usato nel mondo romano dalle élite in contesti cerimoniali, anche per nozze.

Su alte ruote in ferro, connesse tra loro da un sistema meccanico di avanzata tecnologia, si erge il leggero cassone (0.90 x 1.40 m), parte principale del carro, su cui era la seduta, contornata da braccioli e schienale metallici, per uno o due individui.  Il cassone è riccamente impreziosito sui due lati lunghi con l’alternanza di lamine bronzee intagliate e pannelli lignei dipinti in rosso e nero, mentre sul retro  ha un articolato sistema decorativo con una successione di medaglioni in bronzo e stagno di scene a sfondo erotico con figure maschili e femminili a rilievo.

La lamina bronzea ha nella parte superiore piccoli medaglioni, sempre in stagno, che riproducono amorini impegnati in varie attività. Nella parte inferiore del carro si conserva una piccola erma femminile in bronzo. Il legno impiegato per realizzare le strutture laterali e il retro del carro, a cui sono fissati mediante piccoli chiodi e grappe gli elementi decorativi in bronzo, era faggio.

Si scavava da tempo in quella villa, sottratta a privati che ora sono a processo davanti al tribunale di Torre Annunziata perché ritenuti i responsabili della depredazione fatta nel tempo dai tombaroli. E due cunicoli hanno sfiorato l’antico veicolo, correndo paralleli a 5 metri di profondità, senza tuttavia danneggiarlo irreparabilmente.

Il 7 gennaio scorso comincia l’avventura degli archeologi. Dal materiale vulcanico che aveva invaso il portico, proprio al di sotto a un solaio ligneo perfettamente conservato e rimosso, emerge un elemento in ferro. Si decide di rimuovere i detriti lentamente e progressivamente emerge il carro cerimoniale, risparmiato miracolosamente sia dai crolli delle murature e delle coperture dell’ambiente sia dalle attività clandestine. Le restauratrici del Parco specializzate nel trattamento del legno e dei metalli iniziano la loro opera. In parallelo, ogni volta che si rinviene un vuoto, si cola gesso per tentare di preservare l’impronta del materiale organico non più presente. Così si è potuto conservare il timone e il panchetto del carro, ma anche impronte di funi e cordami, restituendolo nella sua complessità.

Considerata l’estrema fragilità del veicolo e il rischio di possibili interventi e danneggiamenti di clandestini per la fuga di notizie, il team ha lavorato anche tutti i fine settimana a partire dalla metà di gennaio, sia per garantirne la conservazione che per dare un segno forte dell’azione di tutela sul Patrimonio esercitata dal Parco in sinergia con la procura di Torre Annunziata e i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, insieme investigatori del comando di Torre Annunziata.

Nella stalla della villa era stato possibile realizzare il calco della mangiatoia, il calco di un cavallo di grande taglia, che presentava ricche bardature in bronzo. Ed erano stati trovati altri due cavalli, uno riverso sul fianco destro e uno sul fianco sinistro, di cui non è stato possibile realizzare il calco, a causa dei danni causati dai tunnel dei tombaroli, con altre bardature in bronzo, forse di una sella, e altri elementi da parata, di sicura correlazione con il carro rinvenuto.

Pompei continua a stupire con le sue scoperte, e sarà così ancora per molti anni con venti ettari ancora da scavare. Ma soprattutto dimostra che si può fare valorizzazione, si possono attrarre turisti da tutto il mondo e contemporaneamente si può fare ricerca, formazione e studi”, esplicita il Ministro della Cultura, Dario Franceschini.

AGI – Il presidente americano Joe Biden ha autorizzato la Cia a rendere noto il dossier dell’intelligence Usa sull’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi in cui si sostiene il coinvolgimento del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, nell’efferato assassinio del reporter del ‘Washington Post’. In concomitanza con la decisione dell’amministrazione Usa di alzare il velo sull’assassinio del giornalista, è disponibile dal 12 febbraio in esclusiva su MioCinema il film ‘The Dissident’ di Bryan Fogel, il documentario che ripercorre gli eventi che due anni fa hanno portato al brutale omicidio del giornalista del ‘Washington Post’ Jamal Khashoggi, in particolar modo analizzando il diretto coinvolgimento del Principe Saudita Mohammed bin Salman.

Finanziato dalla Human Rights Foundation, ‘The Dissident’ è un documentario accurato, un’indagine dettagliata che mette a nudo le colpe del regime saudita e che commuove portando sul grande schermo la vicenda umana, oltre che politica, di Khashoggi. Un tema delicato quello trattato da Fogel perché molti interessi sono in gioco (rapporti economici con l’Arabia Saudita) e lo stesso Donald Trump aveva dichiarato in un’intervista a Bob Woodward di averlo salvato (“Sono riuscito a fare in modo che il Congresso lo lasciasse in pace”).

Per questo il documentario ha avuto una vita difficile e nessuna delle principali piattaforme streaming per il momento lo mette in programmazione. “Non so chi abbia così paura di questa storia al punto di censurarla tuttavia – spiega il regista in un video pubblicato su YouTube – so che il film non è stato acquisito per le vendite internazionali, nonostante critiche entusiastiche al ‘Sundance Film Festival’ e su centinaia di testate giornalistiche. Dunque è chiaro che c’è stato il desiderio di impedire che il film avesse una distribuzione capillare mondiale”.

Con questo film coraggioso, Fogel – vincitore del premio Oscar per ‘Icarus’ e del premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2017 – si unisce a un gruppo di sognatori di tutto il mondo che non dimenticano il lavoro di un uomo che, anche dopo la morte, continua a sfidare coloro che hanno cercato di metterlo per sempre a tacere. Il regista spiega che nella tragica vicenda dell’omicidio di Jamal ha “visto una storia sulla libertà di stampa, sulla libertà di parola, sulla libertà di giornalismo, sulla libertà di pensiero, sulla libertà di opinione”.

“La storia di questo giornalista del ‘Washington Post’ di 60 anni che era stato assassinato per aver detto cose vere ai potenti mi ha conquistato – aggiunge Fogel – come mi ha conquistato la storia di Hatice Cengiz, la sua fidanzata. Pochi giorni dopo l’assassinio di Jamal, il ‘New York Times’ pubblicò un articolo su Omar Abdulaziz, il giovane dissidente saudita che vive in autoesilio a Montreal, in cui sosteneva di sapere perché Jamal era stato ucciso e si sentiva in parte responsabile del suo assassinio perché avevano lavorato insieme. Questa storia ha stimolato in me il desiderio di fare film che abbiano una componente di attivismo”, aggiunge.

“A maggior ragione avendo vissuto il quadriennio dell’amministrazione Trump, durante la quale abbiamo visto la nostra libertà di stampa messa alla prova – continua Fogel – le nostre libertà di parola e di opinione messe alla prova, la stampa libera messa alla prova. Questa storia ha assunto un carattere di urgenza e ha generato in me una richiesta di giustizia“.

“In quanto cineasta poiché tale mi considero innanzitutto e soprattutto utilizzo il cinema come mezzo per raccontare storie – prosegue – e mi auguro siano storie in grado di avere un impatto a produrre un cambiamento, questa storia rispondeva a tutte queste mie priorità. In anni recenti i governi autoritari, le dittature, hanno dimostrato di essere capaci di comportamenti estremamente spietati per mettere a tacere le voci critiche dissidenti”.

“Basta guardare cosa sta capitando ad Alexei Navalny in Russia, a quello che è successo nel 2006 ad Alexander Litvinenko. Questo genere di azioni, intraprese da regimi autoritari, non sono una novità. Quello che è più scioccante in questo crimine e la brutalità con la quale è stato perpetrato l’omicidio e il tentativo di insabbiamento. Sono passati due anni e quattro mesi dell’assassinio di Jamal e la fine del film riflette ancora la situazione attuale: non è stata fatta giustizia e sono state accertate le responsabilità per l’omicidio”.

“A quanto pare l’amministrazione Biden sta ottimisticamente contemplando di intraprendere azioni – conclude – i fratelli e gli amici di Omar restano ancora in prigione e Hatice porta avanti la sua lotta per ottenere giustizia per Jamal. E speriamo che una volta cessata l’emergenza della pandemia posso fare ritorno Washington DC dove stava dando il via alla creazione di una fondazione per combattere e ottenere giustizia per Jamal. Omar continua il suo lavoro, cercando di liberare prigionieri politici sauditi e dar vita a una situazione in cui i sauditi non siano costretti ad avere paura e godano di libertà di stampa e libertà di parola”.

Di cosa parla ‘The Dissident’

‘The Dissident’ è un documentario che mostra i meccanismi del potere ai più alti livelli, denunciando il labirinto di falsità dietro cui si cela l’assassinio del giornalista del ‘Washington Post’ Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul nell’ottobre del 2018. Offrendo un impressionante numero di filmati inediti e le testimonianze esclusive portate dalle persone più coinvolte nella vicenda, compresa Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, le forze dell’ordine, i pubblici ministeri turchi e il giovane dissidente saudita con cui Khashoggi stava lavorando.

‘The Dissident’ è una storia di denaro, tirannia e tecnologia fuori controllo. Ogni singola prova porta direttamente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che non si è fermato davanti a niente pur di occultare la vicenda in tutto il mondo. Al centro del film c’è la figura di Khashoggi, un riformatore di sani principi che cercava di far nascere una società più giusta e più aperta nel suo paese d’origine, l’Arabia Saudita. ‘The Dissident’ mostra che, nel mondo odierno, nessuno che si opponga ai poteri forti è realmente al sicuro.

AGI – Il mondo della comunicazione analizzato a 360 gradi e i rischi connessi alla diffusione delle fake news sono al centro degli argomenti trattati nel libro dal titolo “Fammi parlare”, Edizioni Primiceri, scritto a quattro mani da Marino D’Amore e Tiziana Ciavardini. Gli autori hanno unito le proprie esperienze professionali per affrontare un argomento delicato la cui importanza viene spesso sottovalutata non solo da chi si approccia per la prima volta nel mondo della comunicazione e dell’informazione, ma anche da chi ci lavora da tempo.

Docente universitario e sociologo della comunicazione il professor D’Amore, giornalista e antropologa la dottoressa Ciavardini, nel libro affrontano gli argomenti legati al tema della comunicazione citando anche la Carta di Assisi, le diverse Carte Deontologiche, il Testo Unico del Giornalista aggiornato con le ultime modifiche, la FNSI, Art.21, le querele temerarie, la scorta mediatica e molto altro.

Nato con l’intento di analizzare lo stato di salute dell’informazione sul piano nazionale ma anche mondiale, il volume ha come target un pubblico variegato: giornalisti, comunicatori, navigatori del web, influencer, ma anche tutti coloro che fruiscono e richiedono alla comunicazione il suo scopo precipuo: informare.

La prefazione è curata dal magistrato Valerio de Gioia, mentre l’introduzione dal Presidente FNSI Giuseppe Giuletti e la Postfazione da Gian Mario Gillio, responsabile
della comunicazione Chiese Evangeliche. 
 

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