Newsletter
Video News
Oops, something went wrong.
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Giuseppe Garibaldi rischia la sorte del generale "sudista" Robert Lee. Le sue statue nel Meridione d’Italia non sono state ancora rimosse, ma se ne può parlar male. L’imponente bronzo che lo rappresenta in piedi, davanti alla Stazione centrale di Napoli, è stato spesso avvolto da striscioni, imbrattato da scritte di movimenti meridionalisti ed è insidiato dall’iniziativa di alcuni consiglieri comunali, che hanno avanzato a primavera scorsa la proposta di rinominare piazza Garibaldi intitolandola al principe Antonio de Curtis, in arte Totò, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo della morte.

La storia del Risorgimento, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, è stata riscritta negli ultimi anni a favore degli sconfitti in molte pagine importanti, mentre altre prima bianche o taciute sono state aggiunte, come quelle sui massacri perpetrati dalle truppe piemontesi dopo l’unificazione (o l’annessione) del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna.

Napoli scaccia il generale piemontese

L’iniziativa più significativa è del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, con la revoca della cittadinanza onoraria al generale Enrico Cialdini, “eroe” del Risorgimento ma che una successiva revisione – sine ira et studio – ha identificato come responsabile di crimini contro le popolazioni meridionali la cui efferatezza nemmeno i nazisti hanno eguagliato in Italia. Famigerata la rappresaglia contro i civili di Pontelandolfo e Casalduni nel Beneventano, nel 1861, lo stesso anno in cui l’ex capitale del Regno offriva la cittadinanza al generale. Alla revoca disposta dalla giunta De Magistris potrebbe seguire – perché chiesta a gran voce dall’opinione pubblica – la rimozione del busto di Cialdini dalla Camera di Commercio.

 

Laddove non intervengono le autorità si muove uno spontaneismo trasversale, non definibile con le tradizionali etichette politiche benché assai variegato. Piazza Garibaldi a Napoli è stata rinominata un paio di anni fa da un gruppo di attivisti, che hanno preparato targhe di marmo del tutto simili a quelle vigenti e le hanno infisse nottetempo. Piazza Garibaldi è diventata Piazza della Ferrovia. Corso Garibaldi è stato ribattezzato Corso Ferdinando II Re di Napoli. Una bravata ma non troppo.

Sono molte le amministrazioni comunali che nell’ex territorio delle Due Sicilie hanno modificato la toponomastica ufficiale. A Minturno (oggi provincia di Latina) c’è via Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie e sono state inaugurate una via Carlo III di Borbone e una via Francesco e Maria Sofia di Borbone (gli ultimi sovrani delle Due Sicilie). Qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa. A Caserta, Corso Trieste è stato rinominato Corso Ferdinando II. A Calvizzano la strada che costeggia l’alveo Camaldoli – realizzato dai Borbone – è stata anch’essa intitolata a Carlo III (che da sempre conta una importante piazza a Napoli dove sorge il gigantesco Albergo dei Poveri).

Una statua per re Ferdinando e un Sacrario a Gaeta

Il comune di Battipaglia ha fatto di più: a Ferdinando II è stata eretta una statua in una omonima piazza. Venafro, in Molise, ha intitolato una strada a Francesco II. Non sono solo le amministrazioni comunali né i movimenti spontanei a intervenire nella riscrittura, anche su bronzi e marmi, della storia. Nel 2014 nella cattedrale di Gaeta il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui è Gran Maestro il principe Carlo di Borbone, ha eretto un Sacrario che raccoglie i resti dei soldati che morirono per re Francesco nell’assedio con cui l’ultimo monarca si congedò dal Regno (mentre i cannoneggiamenti del generale Cialdini violavano anche le regole più umanitarie), resistendo fino al 13 febbraio 1861.

Nei nomi delle strade emergono i ricordi – o la nozione, perché sono in molti a non sapere – di atrocità omesse dalla narrazione scolastica: il comune di San Giorgio a Cremano, ora quello di Napoli hanno intitolato una piazza ai Martiri di Pietrarsa. Sono i quattro operai delle omonime officine, già fiore all’occhiello delle ferrovie borboniche, i quali il 6 agosto 1863 manifestarono per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Furono uccisi dalle pallottole dei bersaglieri “italiani” e i feriti furono decine. Ma mentre tutti ricordano l’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947, su quello di Pietrarsa era calato l’oblìo. Se targhe e monumenti servono a qualcosa, questo è un caso esemplare.

La revisione è incentivata anche nelle università: “L’Ordine Costantiniano assieme all’Ancci (Associazione Nazionale Cavalieri Costantiniani Italiani) ha istituito delle borse di studio per tesi di laurea sul Regno delle Due Sicilie. Ne abbiamo di recente premiate dodici”, racconta all’AGI l’avvocato Franco Ciufo, segretario nazionale dell’Ancci e delegato per l'Ordine degli Abruzzi e Molise. “Con l’Associazione Neoborbonica, organizziamo anche visite nelle scuole per riproporre a docenti e studenti una rivisitazione più accurata del nostro comune passato”.

A un meticoloso lavoro storico si è dedicato con molti volumi il giornalista Gigi Di Fiore, il quale si dice tuttavia contrario alla rimozione dei monumenti e ai cambiamenti toponomastici: “Bisogna distinguere la memoria dalla storia. Non sempre sono sovrapponibili, anche se mi sembra paradossale che ogni città italiana debba avere una via Roma e una via Garibaldi. Ma questo è il frutto di un tentativo strenuo di dare all’Italia una identità condivisa dopo il 1860, quando proprio non ce l’aveva. E per accettare l’unificazione sotto le insegne del Piemonte era necessario denigrare gli Stati preunitari”.

Di Fiore traccia una differenza con quanto accade in America: “Gli Stati Uniti sembravano esenti dai conflitti cui assistiamo adesso, grazie alla grande riconciliazione voluta dal presidente Lincoln, che riuscì a rendere compatibili una memoria del Nord e una memoria del Sud: c’è per esempio a New Orleans un bellissimo Museo della Confederazione. Ma attenti – avverte Di Fiore – a non indulgere a una visione superficiale della storia. Non si può ridurre tutto a schemi tipo antischiavisti contro schiavisti, bisogna piuttosto ricordare i fortissimi interessi divergenti che andavano al di là di schemi ideologici. La complessità dei processi storici, se semplificata troppo, genera solo insanabili contrapposizioni come quelle attuali”.

Cauto anche lo storico pugliese Valentino Romano: “La storia va rivista e non semplicemente rimossa, altrimenti ripeteremmo ciò che hanno fatto i Savoia. L’esempio ideale mi sembra quello del piccolo comune di Biccari in provincia di Foggia: ha ribattezzato una strada dedicandola ai Martiri di Pontelandolfo, ma ha conservato l’indicazione ‘già via Nino Bixio’”. La statua di Garibaldi dalla piazza di Napoli, però, Romano la sposterebbe. Così pensa anche Lucilla Parlato, direttore della testata “Identità Insorgenti”, che coagula le voci di gruppi, movimenti e collettivi sul territorio: “La presenza di quella statua proprio davanti alla stazione di Napoli è poco tollerabile. La revisione storica è importante anche nella toponomastica, purché la memoria sia sempre riportata al presente, altrimenti è solo sterile sguardo all’indietro. Perché è il passato che vive ancora nell’oggi e lo condiziona. La Terra dei Fuochi dimostra che moriamo sempre di Italia per i patti tra aziende del Nord e camorra”.

Il ritorno dei "briganti"

C’è intanto chi caldeggia il ‘Giorno della memoria’ per le vittime del Risorgimento, come il Movimento 5 Stelle con mozioni nei Consigli regionali di Campania, Puglia, Molise, Basilicata e Abruzzo. L'iniziativa è stata condivisa da altre forze politiche, ma suscitando critiche: lo storico Francesco Barbagallo parla di “politica ridotta ad avanspettacolo”, di “neo-sudismo dei cinque stelle”, di un “leghismo sudista” coi rischi del ribellismo brigantesco.

A un “brigante”, meglio dire a un insorgente, il Consiglio comunale di Cerreto Sannita ha dedicato una piazza: Cosimo Giordano. Era nativo di là. Come lui migliaia furono protagonisti, anche nolenti, di una disperata opposizione ai “piemontesi”. Scrisse Carlo Alianello, precursore di tanta revisione storica nel saggio “La conquista del Sud” del 1972: “I cafoni erano ai campi o sulla montagna, magari con la zappa al braccio e il fucile a tracolla e, quando erano presi, colpevoli o innocenti, la loro sorte era segnata: quattro palle nella schiena e addio”.       

 

      

“Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – io sono Ciro, fondatore della dinastia degli Achemenidi. Ti prego, di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo”.

Sono queste le parole che Ciro il grande fece incidere sulla sua tomba che a forma di tempio greco, sorge solitaria nella piana di Pasargade, la città-giardino da lui costruita intorno al 545 a.C.. E proprio in questo luogo, sotto gli occhi dei turisti incuriositi, viene riportata alla luce in questi giorni una nuova meraviglia: un palazzo del periodo di Dario, re persiano che successe a Cambise, figlio di Ciro nel secondo periodo della dinastia degli achemenidi.

Cosa c'è all'origine di questa scoperta 

Il direttore degli scavi, l’archeologo Hamed Molai, ha spiegato all’AGI, che seguendo delle ipotesi fatte tra il 1961 ed il 1963 dallo studioso inglese David Stronach, il suo team, composto solo da iraniani, ha iniziato a lavorare su Tal Takht (il trono sulla collina), torre di avvistamento sulla quale, finora, si pensava che non ci fosse nulla.

Scavando sopra la collina sulla quale erano rimasti ruderi della torre, dell’età dei Medi, gli archeologi hanno portato alla luce un palazzo colonnato del periodo di Dario.

Il sito di Pasargade

La scoperta è di grande interesse perché l’arte persiana nel periodo di Dario raggiunse l’apogeo della sua bellezza, ben visibile oggi nel vicino sito di Persepoli; gli archeologi sperano di trovare anche a Pasargade bellezze e meraviglie dello stesso calibro.

Il sito archeologico è stato già inserito nel 2004 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'Unesco. Pasargade nell’antica lingua significherebbe “Città dei persiani” o secondo un’altra teoria “Città di gente che impugna mazze pesanti”. Ora però, il sito, potrebbe dare alla luce nuovi tesori.

Si scava sotto il sole

Molai spiega che per ora gli scavi stanno delimitando il perimetro del palazzo antico che oltre alla sala centrale con le colonne comprendeva anche una stanza di 5 metri per 5 metri, di cui non si comprende ancora la funzione. Le mura del palazzo sono alte e sotto il sole, si continua a scavare.

Il tesoro sotto Pasargade

L’archeologo iraniano è un ragazzo sulla trentina ed è felice, perché spiega che l’organizzazione del Patrimonio culturale dell’Iran, ora ha stanziato i fondi per gli scavi e ritiene che a Pasargade c’è ancora molto da portare alla luce. Più avanti, infatti, vicino al palazzo delle udienze di Ciro, sono stati ritrovati i basamenti di pietra di un ponte costruito in antichità sul fiume che passava nella città e che ora è in secca.

Un'attrazione turistica

Nel 2016 l’Iran ha ospitato 6 milioni di turisti che hanno portato 8 miliardi di dollari alle casse dello Stato; un netto incremento rispetto ai 5,2 milioni del 2015; Rohani probabilmente ha capito che con tutte le attrazioni storiche del suo territorio, il turismo può essere una marcia in più per far decollare l’economia che cresce ma con un ritmo ancora troppo lento. Lento, come il lavoro certosino degli archeologi, che riportano alla luce, poco alla volta, le mura del palazzo di Dario a Pasargade. 

La dinastia degli achemenidi

Ecco in poche righe la storia del più vasto impero dell'antichità come riportato dall'enciclopedia online Wikipedia.

  • CIRO II – Salito al trono dei "Gran Re" nel 559 a.C., Ciro II riuscì subito a unire le tribù persiane sotto la propria egemonia. Alleatosi con il re babilonese Nabonedo, sconfisse il sovrano medo  Astiage, tradito dal suo esercito che lo consegnò nelle mani di Ciro, il quale poté così marciare su Ecbatana e conquistarla. Ciro proseguì l'espansione conquistando prima l'Asia Minore e la Lidia e poi il regno di Babilonia, e si spinse fino in Asia Centrale dove morì in battaglia, prima di poter conquistare l'Egitto.
  • CAMBISE II – L'impresa fu compiuta da Cambise II, figlio di Ciro, che sconfisse Psammetico III e si fece incoronare sovrano d'Egitto nel Tempio di Neith a Sais. Per tentare di conquistare Cartagine, Cambise si impadronì delle vie di comunicazione terrestri africane attraverso l'oasi di Siwa, arrivando fino alla Libia. Non riuscì però a portare a termine l'impresa perché i fenici si rifiutarono di fornire le navi contro quella che era una loro antica colonia.
  • DARIO I – Dopo la morte di Cambise II (522 a.C.), iniziò un periodo di intrighi e ribellioni che si concluse con la salita al trono di Dario I nel 522 a.C. Fu proprio Dario, appartenente a un ramo collaterale della dinastia achemenide, a citare per primo la leggenda di Achemenes, nel tentativo di legittimare il proprio potere dicendosi discendente da Ariamne. Dario I conquistò la Tracia, il Caucaso e la valle dell'Indo e attaccò la Grecia, dove però fu sconfitto da un'alleanza di città greche indipendenti a Maratona (490 a.C.). Si dedicò quindi a consolidare le conquiste, per consegnare un impero forte e organizzato al figlio Serse I nel 485 a.C.
  • SERSE I – Anche Serse I cercò di annettere la Grecia peninsulare: riuscì a passare alle Termopili e a saccheggiare Atene, ma fu sconfitto a Salamina e a Platea e costretto a ritirarsi in Asia Minore. Con Serse I si conclude il periodo di grandezza della dinastia achemenide.

Unisce cultura e solidarietà il festival "Il paese di Gertrude" che si rinnova a Cittadella del Capo (Cosenza) con la quinta edizione, in programma dal 21 al 25 agosto. L'iniziativa è dell'associazione di volontariato dalla quale prende il nome il festival, che punta a promuovere il territorio calabrese con proposte musicali e artistiche, ma anche a sensibilizzare sulla donazione del midollo osseo.

In apertura della rassegna, il 21 agosto l'associazione illustrerà il progetto di psico-oncologia avviato nell'ospedale di Cosenza e la campagna "Hemo Sapiens" per il reclutamento di donatori di midollo osseo, da poco cominciata sulla costa tirrenica calabrese e presso l'Università della Calabria, in collaborazione con l'Avis di Cosenza e la Fidas di Paola. A queste due attività saranno devoluti interamente gli incassi del festival.

Il 22 agosto "Il paese di Gertrude" proporrà una giornata dedicata all'arte di strada con la "Street levels gallery" di Firenze, un centro di approfondimento sull'interazione tra arte, strada e pubblico. A sera, il set di Dj Kero'. Il 23 agosto omaggio al cantautore Rino Gaetano con la band "Sei ottavi". Ancora musica il 24 agosto, con il folk di "Persian Pelican" e il cantautore siciliano Nicolò Carnesi. Gran finale il 25 agosto con la band calabrese "Twist Contest" e la world music di Sandro Joyeux.

L’estate è forse il periodo dell’anno in cui si legge di più, ma tre mesi non bastano per aumentare le basse percentuali che riguardano i lettori italiani. Un aiuto per stimolare alla lettura arriva dai social, con ‘Books on the Beach’ la campagna ideata da Libreriamo in collaborazione con Instagram. Basta postare una foto con il mare, la spiaggia e il libro che si sta leggendo: un modo divertente per condividere con gli amici i propri gusti letterari e perché no aprire un dibattito social.

Leggi anche: Libri? I manager italiani ne leggono pochissimi

Ecco come funziona

I lettori sono chiamati a vestire i panni di “Book hunter”, ovvero cacciatori di immagini che immortalino i libri protagonisti delle proprie vacanze. Inoltre è possibile anche segnalare sempre attraverso le foto esempi di bookcrossing in spiaggia e di librerie all’aperto presenti nei diversi lidi e villaggi balneari italiani. Il tutto per un fine sociale importante: promuovere i libri, sensibilizzare alla lettura e far emergere come la lettura  può accompagnarci nella vita di tutti i giorni.

L’iniziativa vivrà su Instagram. Oltre a pubblicare le foto, occorrerà inserire sui diversi canali social l’hashtag #Booksonthebeach e la mention @Libreriamo. Alla fine verrà realizzato un unico book fotografico che raccoglierà tutte le immagini inviate.

“I libri i migliori compagni dell’estate”

“Nonostante i dati dicono che in Italia si legge sempre meno, basta guardarsi intorno per notare come la sensibilità di alcune aziende e della stessa gente comune nei confronti dei libri sia in sensibile aumento – afferma Saro Trovato, fondatore di Libreriamo –. Una buona abitudine che proprio in estate deve trovare la sua grande conferma: soprattutto in spiaggia, luogo simbolo delle ferie estive, vogliamo che i libri rappresentino i migliori compagni di queste vacanze estive. Per questo motivo, vogliamo sfruttare la viralità dei social più popolari, coinvolgendo la gente in modo semplice e divertente. Ognuno può dare un suo contributo, dimostrando l’importanza dei libri e la loro sempre maggiore presenza nella vita di tutti i giorni, anche in estate.”

 

Inestimabile è il valore della Gioconda. Più o meno indiscutibile è quello della sua rielaborazione baffuta di Marcel Duchamp. Stimato a un milione e 100mila euro è il valore del celeberrimo dipinto di Leonardo da Vinci "rifatto" da John Myatt, il più grande falsario vivente. Con l'aiuto del microscultore Willard Wigan, ha realizzato una replica riproducendo il quadro stesso della Gioconda nella pupilla destra di Monna Lisa.

Falsi ma belli come gli originali

Myatt, 72 anni, fu condannato a un anno di carcere nel 1999 per avere falsificato oltre duecento opere di grandi artisti tra cui  Picasso, Renoir e Matisse ma con mano così sapiente da ingannare gli esperti di blasonate case d'asta. Dopo la condanna Myatt, già docente storia dell'arte, si è dedicato alla realizzazione di "falsi d'autore", "genuine fakes" di grande livello. La Gioconda è la sua ultima fatica, perfettamente riprodotta con l'aggiunta della miniatura del dipinto – meno di un millimetro quadrato – dentro l'occhio, grazie all'eccezionale perizia del microscultore Wigan, 60 anni, britannico anch'egli e capace di eseguire sculture o pitture su capocchie di spillo. Per dare un'idea, la collezione delle opere complete di Wigan – se le esponesse a grandezza naturale – occuperebbe l'inverosimile spazio di una moneta.

La Gioconda con l'occhio che contiene se stessa è in mostra presso la galleria londinese Trinity House Paintings e sarà successivamente esibita a New York, sempre con l'aspettativa di trovare un acquirente

     

 

 

Immagini di un passato che si è spesso fatto storia, e di personaggi che l’hanno fatta, lungo l’arco di oltre centocinquant’anni, da quando Giuseppe Felici aprì il suo studio fotografico a Roma nel 1863. Immagini che catturano volti e momenti soprattutto dietro le Mura Leonine, perché alla famiglia Felici fu affidata fino al 2015 la responsabilità di immortalare i papi, a cominciare da Pio IX fino all’attuale pontefice. Non solo nei loro incontri in Vaticano, ma nelle udienze, nei viaggi, nelle solennità. I Felici li seguivano muniti di macchine fotografiche e dell’obbligatorio frac.

Il più drammatico scatto a Giovanni Paolo II

Colsero, quegli scatti, anche momenti drammatici e attimi particolari che hanno scandito il tempo del mondo. Come la cerimonia della firma dei Patti Lateranensi fra la Santa Sede e lo Stato italiano l’11 febbraio del 1929. O l’attentato di Ali Agca a Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981, durante l’udienza generale a piazza San Pietro.

Cinque generazioni di fotografi della stessa famiglia si sono succedute nello studio romano, che ha  immortalato anche soggetti d’altro genere ma il cui interesse storico non è meno significativo. Ce n’è una selezione nelle immagini che illustrano queste righe e nella Gallery, perché l’AGI presenta ai lettori scatti quasi tutti inediti fatte eccezioni l’attentato a Giovanni Paolo II e la cerimonia del Concordato con Benito Mussolini, che vale la pena riproporre per l'importanza storica. (E c'è, di Mussolini, anche un ritratto che s'andò a fare dai Felici). Le altre immagini sono pubblicate per la prima volta, compresa quella di San Pio X ad apertura della Gallery, utilizzata solo in una mostra del 1985.
 

Sotto questa carrellata della Storia con la “S” maiuscola c’è anche la storia di una famiglia particolare, che ha interpretato la fotografia come arte messa al servizio della Santa Sede, finché il Vaticano ha deciso di sospendere l’ultracentenaria collaborazione e lo Studio è stato costretto alla chiusura malgrado i tentativi di Rodolfo Felici, 36 anni, architetto e ultima generazione della stirpe.

Alla chiusura "senza saperne la ragione"

Inaugurò l'attività Giuseppe Felici. Proseguirono i figli Arturo e Alberto, che passarono a loro volta il testimone a Rodolfo e Luigi, i quali lo trasmisero ai cugini Giuseppe e Alberto cui da ultimo sono seguiti Rodolfo e il fratello Federico. Nel tempo, lo Studio ha cambiato quattro sedi: dalla prima a via di Ripetta a quella in via del Babuino, poi a via degli Scipioni fino all’ultima a via Cola di Rienzo 297. I Felici l'hanno dismessa dopo l'interruzione del rapporto con il Vaticano, comunicata dalla Segreteria di Stato con una scarna lettera del 3 luglio 2015 in cui senza spiegare i motivi ritirava i permessi.

“Non so se la decisione sia partita direttamente da Papa Francesco, cui ho scritto lettere su lettere senza ricevere risposta. Oppure – dice Rodolfo Felici – se abbia influito la volontà dell’Osservatore Romano, il cui servizio fotografico adesso è l’unico abilitato a un’attività che in precedenza faceva assieme a noi. La sospensione avvenne poco prima del Giubileo straordinario della Misericordia, da cui fummo estromessi, e che tuttavia non si è rivelato l’enorme business che qualcuno magari aveva previsto”. Già nel 2008, allo Studio Felici fu chiesto il versamento di una concessione di 80 mila euro per svolgere il servizio, ma l’iniziativa rientrò dopo l’intervento di Benedetto XVI.

Lo Studio Felici ha tirato avanti fino dicembre scorso, poi ha chiuso i battenti con la perdita del lavoro per otto famiglie. “So che qualcuno, quando seppe della lettera di sospensione, brindò persino – racconta Rodolfo Felici – forse perché si voleva trasformare il servizio in un’attività gestita in monopolio. Ma è una ipotesi, perché neanche due telefonate dal Vaticano, l’ultima del segretario di Stato Pietro Parolin a inizio di quest’anno, hanno chiarito le ragioni della scelta”.

Resta per ora nei cassetti, e se ne ignora il destino, un patrimonio fotografico che è memoria di tutti.

Uno stilo di 1.800 anni fa è stato scoperto nel sito archeologico di Asso, nel nord-ovest della Turchia. Asso, conosciuta anche con il nome turco di Behramkale, fu una delle principali città portuali dell’antichità e conserva significative testimonianze di epoche diverse, tra cui un teatro, l’agorà, una necropoli, il tempio di Atena e le mura.

Lo stilo serviva a scrivere e a fare i conti sulle tavolette di cera

Il coordinatore degli scavi di Asso, professor Nurettin Arslan dell'Università Canakkale Onsekiz Mart, ha spiegato all’agenzia Anadolu che l’utensile di bronzo, con una punta a un’estremità per la scrittura su cera e una spatola all’altra per le cancellazioni, veniva impiegato per scrivere, prendere appunti o fare calcoli sulle tavolette. Lo stilo era utilizzato anche per scrivere sulla sabbia o su materiali in ceramica. “Gli studenti più agiati lo usavano per scrivere su tavolette di cera, come per imparare a leggere e scrivere o a esercitarsi nella calligrafia” ha aggiunto Arslan. Stili come quello rinvenuto ad Asso, fabbricati in bronzo oppure d’osso, erano di uso comune presso mercanti e persone ricche per tenere la contabilità, quando non lo facevano per conto loro gli schiavi acculturati.

Nel corso degli ultimi scavi ad Asso sono anche stati scoperti un vaso di 2.500 anni fa importato da Atene e altri resti di ceramiche databili a 2.000 anni orsono.

Affacciata sul Mar Egeo, Asso fu una città fiorente e ricca di cultura, fondata secondo il geografo Strabone da profughi dell'antistante isola di Lesbo. Raggiunse il massimo splendore nel IV secolo avanti Cristo e vide tra gli ospiti più illustri Aristotele, l’evangelista Luca e San Paolo. E’ tra i siti tutelati dall’Unesco.

Litigò con Napoli, la sua città, che come ogni 2 agosto lo ha anche oggi ricordato ma con una cerimonia religiosa privata. Litigò con Napoli dove non volle più cantare ma dove morì come avrebbe desiderato. Il più grande tenore della storia, Enrico Caruso, tornava da New York sotto il Vesuvio solo per ritrovare amici e familiari, o quale tappa intermedia dei soggiorni nella sua meravigliosa villa di Bellosguardo, a Lastra a Signa nei pressi di Firenze, dove è attualmente ospitato il museo dedicatogli. Un museo invece ancora non ce l'ha nella sua città, ma appena un busto di minute dimensioni nella decentrata piazza Ottocalli, a pochi passi dalla casa in cui nacque. A lui, il napoletano sicuramente più famoso nel mondo, è intestata solo una scabra viuzza lunga pochi metri, una traversa di via Domenico Fontana sul quartiere collinare dell'Arenella.

Caruso litigò con Napoli per colpa di un recensore musicale, il barone Saverio Procida, alquanto ingeneroso verso la sua interpretazione di Nemorino nel donizettiano "L'elisir d'amore", che peraltro ottenne un buon successo di pubblico nonostante l'emozione del giovane tenore e l'impervio carattere di alcuni nobiluomini di assidua presenza al Teatro San Carlo.

Eppure Caruso continua a regalare a Napoli popolarità nel mondo anche per l'interposta persona di Lucio Dalla, che con la sua canzone di omaggio al tenore ha fatto un grande spot alla città (e a Sorrento). Se andate su YouTube, trovate che la clip del 2003 di "Caruso" ha totalizzato 17 milioni e 139 mila visualizzazioni, mentre la canzone di Caruso più cliccata è una versione di "'O sole mio" con 2 milioni 400 mila visite.

Caruso morì il 2 agosto 1921 all’Hotel Vesuvio di Napoli, dove si era fermato in attesa di andare a Roma dopo un soggiorno all’Hotel Vittoria di Sorrento, con la moglie americana Dorothy e la figlia Gloria. La causa del decesso fu attribuita a una peritonite quale conseguenza di un ascesso subfrenico. Ne fece una diagnosi perfetta il professor Giuseppe Moscati, luminare della Medicina e oggi santo della Chiesa, ma quando fu chiamato al capezzale del tenore era già troppo tardi anche per lui. I funerali di Caruso, che videro la partecipazione di migliaia di persone, furono celebrati nella basilica napoletana di San Francesco di Paola.

Oggi il tenore è stato ricordato a Napoli dalla ‘Associazione Terra’ al Cimitero del Pianto, con una Messa davanti alla Cappella di famiglia. Il rito è stato celebrato da don Ciro, parroco della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, dove il grande artista fu battezzato.

 Le tappe della vita di Caruso

  • Nacque a Napoli il 25 febbraio 1873.
  • Fece il debutto ufficiale a Napoli in “L’Amico Francesco” al Teatro Nuovo, nel 1895.
  • Cantò l’ultima volta a Napoli al San Carlo a cavallo fra il 1901 e il 1902 ne “L’elisir d’amore”. Assai irritato da alcune critiche sfavorevoli, che lo colpirono profondamente, Caruso sentenziò: “Non canterò più a Napoli! Ci tornerò soltanto per vedere mia madre e mangiare vermicelli alle vongole!".
  • Debuttò al Metropolitan di New York nel “Rigoletto” nel 1903.
  • Registrò la prima volta, per la Victor, “Questa o quella” dal Rigoletto nel 1904.
  • Si esibì l’ultima volta al Metropolitan in “La Juive” il 24 dicembre 1920.
  • Cantò nei “Pagliacci” 76 volte e nell’”Aida” 64 volte al Metropolitan.
  • Cantò in Italia, Russia, Germania, Francia, Belgio, Portogallo, Spagna, Monaco, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Inghilterra, Irlanda, Scozia, Argentina, Brasile, Uruguay, Messico, Cuba, Canada e Stati Uniti.
  • Parlava italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e russo.

Dieci cose che forse non sapete su Caruso:

1) La sua memoria era fenomenale. Conosceva 67 parti e al suo repertorio di oltre cinquecento canzoni ne aggiungeva continuamente di nuove;
2) Non amava insegnare. Diceva: “Una cosa è cantare e un’altra insegnare”;
3) Tra le canzoni napoletane, quella che gli piaceva di più era “’A vucchella” di Gabriele d’Annunzio e Francesco Paolo Tosti;
4) Pesava circa un chilo e mezzo in meno dopo ogni performance;
5) Beveva due o tre litri di acqua minerale al giorno;
6) L’unico cocktail che gli piaceva era l’Alexander;
7) Fumava due pacchetti di sigarette egiziane al giorno;
8) Poteva mettersi un uovo sodo intero in bocca, chiudere le labbra e nessuno se ne sarebbe accorto;
9) Non masticava gomme;
10) Credeva nel malocchio e nella ‘jettatura’.

J.K. Rowling sa come scatenare una tempesta con un tweet, specie quando si tratta di prendere di mira Donald Trump. Ma il 28 luglio ha commesso un errore che ha scatenato un'ondata di proteste .

Tutto è cominciato con un video condiviso da Ansel Herz, vicedirettore della comunicazione del deputato democratico Pramila Jayapal. Il filmato mostrava Trump che ignorava la mano tesa di un bambino su una sedia a rotelle durante una cerimonia alla Casa Bianca. Un'immagine oggettivamente disturbante, ma 'parziale'. Chi aveva postato quella clip, infatti, l'aveva 'estratta' da un video più lungo che mostrava una realtà ben diversa. Ma questo la creatrice di Harry Potter non lo sapeva e si è lasciata contagiare dall'indignazione. "Trump ha imitato un giornalista disabile, e ora finge di non vedere un bambino su una sedia a rotelle, come se temesse di essere contagiato", ha scritto in un primo tweet. Post che si è affrettata a cancellare quando è venuto fuori il video completo che mostra Trump parlare a lungo con il bambino.

La Rowling ripercorso i suoi tweet, spiegando in una serie di post di aver parlato con persone che le hanno raccontato come è andato in realtà l'incontro tra Trump e il bambino, e si è scusata con il piccolo e con la sua famiglia. "Molte fonti mi hanno informato che questa non era una rappresentazione completa o accurata della loro interazione", ha commentato la scrittrice, "ho chiaramente proiettato le mie sensibilità sulla questione della scarsa attenzione alle persone disabili sulle immagini che ho visto e se ciò ha causato un qualche disagio al bambino o alla sua famiglia, mi scuso senza riserve", ha spiegato. "Questi tweet resteranno, ma eliminerò i precedenti".

Anche Ansel Herz, l'uomo che ha inizialmente condiviso la clip 'tagliata' di Trump e del bambino, si è scusato per aver condiviso il video. 
 

Flag Counter
Video Games
Oops, something went wrong.