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Il comico Lino Banfi, pseudonimo di Pasquale Zagaria, futuro ambasciatore del nostro Paese nella commissione Italiana per l’Unesco, è uno degli attori più popolari in Italia, con una carriera di oltre 65 anni spesa tra teatro, televisione e cinema.

Nato ad Andria, in Puglia, il 9 luglio 1936, ha recitato sia in ruoli comici che drammatici, lavorando con alcuni dei più importanti registi del cinema italiano, tra cui Nanni Loy, Steno e Dino Risi. Negli anni Settanta e Ottanta è diventato uno dei volti più noti della Commedia Sexy all’italiana, per poi dedicarsi, a partire dagli anni Novanta, a fiction televisive come ‘Un medico in famiglia’, in cui tra il 1998 e il 2016 ha interpretato il ruolo di Nonno Libero.

Cresciuto a Canosa di Puglia, dove vive fino ai 18 anni, Zagaria era destinato alla carriera ecclesiastica, avendo frequentato il seminario. Il giovane preferisce però lo spettacolo ed esordisce come cantante nelle feste musicali di paese. Nel 1954 si trasferisce a Milano, dove viene scritturato nella compagnia di Arturo Vetrani, che si esibisce nel teatro di varietà.

Il primo personaggio: Lino Zaga

Inizialmente, l’attore si esibisce con lo pseudonimo Lino Zaga, abbandonato su consiglio di Totò, secondo cui in scena portava fortuna accorciare i nomi, ma non i cognomi. Lino Banfi nacque allora su consiglio del maestro elementare, impresario e marito della soubrette Maresa Horn, che scelse il nuovo cognome dal registro di registro di classe dei suoi alunni, il cui primo nome apparteneva ad Aureliano Banfi.

Lino Banfi divenne così un professionista dell’avanspettacolo, la cui notorietà era legata ai tratti tipici della Puglia portati in palcoscenico, come modi di dire, giochi di parole e doppi sensi maliziosi. Negli anni Sessanta si trasferisce a Roma, dove si esibisce presso il locale ‘Puff’ di Lando Fiorini.

Al 1960 risale il suo esordio al cinema con una breve comparsa nel film ‘Urlatori alla sbarra’ di Lucio Fulci con la partecipazione di Adriano Celentano, Mina e Chet Baker. Nel 1962, dopo 10 anni di fidanzamento, sposa la moglie Lucia, da cui ha due figli, Walter e Rosanna, anch’ella attrice.

Il debutto in televisione 

Nel 1964 debutta anche in televisione nella trasmissione della Rai ‘Biblioteca di Studio Uno’, dove interpreta un valletto dallo spiccato accento pugliese. Nel 1969 appare nel programma Rai ‘Speciale per voì, presentato da Renzo Arbore. Dal 1964 recita piccole parti in film prodotti dal duo comico Franco e Ciccio come ‘I due evasi di Sing Sing’ (1964), ’00-2 Operazione Luna’ (1965), ‘Due marines e un generale’ (1965), ‘I due pompieri’ (1968), ‘Franco, Ciccio sul sentiero di guerra’ (1970), ‘Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione’ (1970), ‘Riuscirà l’avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio De Ingras?’ (1971) e nei film di Alighiero Noschese ed Enrico Montesano, ‘Il furto è l’anima del commercio!?’ (1971), ‘Io non spezzo, rompò (1971) e ‘Boccacciò (1972).

Negli anni Settanta ottiene un discreto successo grazie ai suoi spettacoli al teatro Sancarlino di Roma, dove nel 1972 si esibisce in un cabaret insieme a Carletto Sposito e Anna Mazzamauro e poi con Enrico Montesano e Lando Fiorini. Nel 1973, arriva il suo primo ruolo da protagonista al cinema con il film ‘Il brigadiere Pasquale Zagaria ama la mamma e la polizia’. Nel 1975 arriva anche il debutto da protagonista in televisione con il programma di varietà della Rai, ‘Senza rete’, con Alberto Lupo, seguito da ‘Arrivano i mostri’, di Ugo Gregoretti, nel 1977.

L’esorciccio, poi le commedie sexy degli anni ’70-’80

Nel 1975 partecipa poi al film cult ‘L’esorciccio’ con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Tra gli anni Settanta e Ottanta, Banfi si afferma come uno dei volti simbolo della Commedia Sexy all’italiana, recitando con Alvaro Vitali, Edwige Fenech e Gloria Guida. Dal 1976 al 1983 partecipa così ai maggiori classici di questo genere, come ‘L’affittacamere’ (1976), ‘L’insegnate viene a casa’ (1978), ‘La liceale seduce i professori’ (1979), ‘L’infermiera di notte’ (1979), ‘La poliziotta della squadra del buon costume’ (1979), ‘La moglie in bianco, l’amante al pepe’ (1980), ‘La dottoressa ci sta col colonnello’ (1980), ‘L’onorevole con l’amante sotto il lettò (1981), ‘L’onorevole con l’amante sotto il letto’ (1981), ‘Cornetti alla crema’ (1981), ‘Vieni avanti cretino’ (1982), ‘Al bar dello sport’ (1983), e ‘Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio’ (1983).

Oronzo Canà, I pompieri e il Commissario Lo Gatto

Nel 1984, Banfi interpreta uno dei suoi più famosi personaggi, l’allenatore di calcio Oronzo Canà nel film di Sergio Martino ‘L’allenatore nel pallonè, seguito da ‘I pompieri’ con Paolo Villaggio e Massimo Boldi nel 1985 e dalla pellicola cult ‘Il commissario Lo Gatto’, realizzato da Dino Risi nel 1986. Nel 1984 e nel 1985 conduce e partecipa a Risatissima e alla 500esima puntata de ‘Il pranzo è servito’ prodotti da Canale 5. Nel 1987 ritorna però in Rai dove gli venne affidata la conduzione di ‘Domenica in’ per due stagioni, ‘Aspettando Sanremò, ‘Un inviato molto specialè (1992) e ‘Stasera Linò (1989).

Nel 1990, torna protagonista insieme a Renzo Arbore e Michele Mirabella de ‘Il caso Sanremo’, prima di tornare a Mediaset l’anno successivo per condurre ‘Una sera c’incontrammo’, lo special di San Valentino di Canale 5. Nel 1991, Banfi pubblica la sua autobiografia dal titolo ‘Alla grande’.

Nel 1997 arriva il primo ruolo da protagonista in un film drammatico con la pellicola per la tv ‘Nuda proprietà vendesì, andato in onda su Rai 1. Dal 1998 partecipa poi alla fiction ‘Un medico in famiglià, in cui interpreta il ruolo di Libero Martini per oltre 10 stagioni. Negli anni 2000, Banfi interpreta diversi ruoli drammatici in film tv come ‘Vola Sciusciù’ (2000) e in serie come ‘Raccontami una storià, ‘Un difetto di famiglia’ (2003), ‘Un posto tranquillo’ (2003) e ‘Il padre delle spose’ (2006).

Il Telegatto alla carriera, la malattia della moglie

Nel 2003 ottiene il Telegatto alla carriera, mentre nel 2001 è nominato ambasciatore dell’Unicef. Nel 2008, a distanza di 24 anni dall’uscita al cinema de ‘L’allenatore nel pallonè, e dopo 20 anni dal suo ultimo film cinematografico, torna nei panni di Oronzo Canà nel sequel del famoso film.

Nel 2011 ritorna a lavorare per Mediaset, riprendendo il ruolo del commissario Zagaria nell’omonima miniserie di Canale 5. L’anno successivo torna al cinema con il film di Carlo Vanzina ‘Buona giornata’. Nel 2016 partecipa invece al successo di Checco Zalone ‘Quo vado?’, diretto da Gennaro Nunziante.

Negli ultimi anni, l’attore si è speso per la moglie Lucia, affetta dal morbo di Alzheimer, per la quale ha rifiutato un ruolo che lo avrebbe portato in Germania “Adesso che potremmo non ci muoviamo per via della sua malattia, l’Alzheimer. Altri miei colleghi se la spassavano tra sesso e festini, ma io no. Sono sempre stato a casa, accanto alla mia famiglia”, ha detto di recente l’attore ospite di Domenica In. “Ho lavorato con le più belle attrici europee, ma nei miei pensieri c’è sempre stata solo lei”. 

È una delle opera più ammirate della Pinacoteca di Brera ma ha una storia sconosciuta ai più. Si tratta della ‘Cena in Emmaus’ di Caravaggio, dipinto realizzato nel 1606 e che raffigura un episodio raccontato nel Vangelo di Luca.

Per arrivare nel museo milanese nel 1939, dovette scontrarsi con le leggi razziali fasciste che avevano portato all’allontanamento dall’istituzione meneghina del sovrintendente Ettore Modigliani, reo di essere d’origine ebrea. Ma fu proprio lui, dal suo nascondiglio da esiliato a ideare, trattare e portare a termine l’operazione che portò alla Pinacoteca il primo e tutt’oggi unico, capolavoro di Michelangelo Merisi.

A sostenerlo l’allora ‘giovane’ Associazione Amici di Brera, che, mettendo a disposizione il proprio fondo di 9 mila lire, consentì di dar vita a un’operazione che raggirò l’ostracismo fascista. La storia è raccontata oggi, con molti altri aneddoti, in un libro realizzato per celebrare i 90 anni dell’associazione, ‘Una meraviglia chiamata Brera’. All’epoca invece l’arrivo del dipinto passò quasi sotto silenzio, annunciato solo in un breve articolo scritto da un allora sconosciuto collaboratore del Corriere della Sera, Guido Piovene.

Era stato proprio Modigliani, costretto prima, nel 1935, a lasciare Brera per essere spedito all’Aquila e poi, nel novembre del 1938 rimosso dalla pubblica amministrazione, a venire a sapere che la ‘Cena’, proveniente dalle raccolte del Marchese Patrizi, era disponibile sul mercato. Un’occasione unica.

Da privato cittadino quindi il 27 aprile del 1939 scrisse una ‘lettera confidenziale’ al ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, col quale aveva mantenuto un rapporto di stima maturato negli anni precedenti. Nella missiva lo informava che sul conto del “Comitato Britannico” della Banca Commerciale erano disponibili le 9 mila lire degli ‘Amici di Brera’ la cui associazione, presieduta dal senatore Ettore Conti, aveva intenzione di acquistare il Caravaggio.

Il ministro non rispose personalmente ma attese la richiesta formale di Ettore Conti e autorizzò quindi il prelievo del denaro e l’acquisto del quadro informando solo a posteriori il sovrintendente in carica, Gino Chierici, suscitandone le ire. Il dipinto in realtà costò 500 mila lire messe a disposizione da tre mecenati che non vollero apparire.

Come spiega un breve saggio di Chiara Bonalumi pubblicato in occasione di una mostra nel 2016, si trattava di Mario e Aldo Crespi, zio e padre di Giulia Maria Crespi, attuale presidente onorario del Fai e del conte Paolo Gerli di Villagaeta. L’arrivo della ‘Cena ad Emmaus’ a Brera avrebbe dovuto essere celebrato in pompa magna con un programma di festeggiamenti e una mostra. Ma l’inaugurazione che avrebbe dovuto celebrare la ‘generosita’ degli ‘Amici di Brera’ alla fine non ebbe luogo per la contrarietà del regime. E anzi, alla fine del 1939, anche l’associazione venne soppressa dal governo fascista. Rinascerà solo nel dopoguerra.

Sono state rese note dal Samuel Goldwyn Theater di Los Angeles le nomination degli Oscar 2019, che saranno consegnati il 24 febbraio. L’annuncio delle nomination per le 24 categorie degli Oscar è stato letto dagli attori Kumail Nanjiani e Tracee Ellis Ross. Ecco le categorie più ‘pesanti’ annunciate oggi. Per il miglior attore protagonista concorreranno: Christian Bale (‘Vice’), Bradley Cooper (‘A star is born’), Willem Dafoe (‘“Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità’), Rami Malek (‘Bohemian Rhapsody’), Viggo Mortensen (‘Green Book’).     

Per la migliore attrice protagonista: Yalitza Aparisio (‘Roma’), Glenn Close (‘The Wife’), Olivia Coleman (‘The Favourire’), Lady Gaga (‘A star is born’) e Melissa McCarthy (‘Can You Ever Forgive Me?’). Per il miglior regista: Spike Lee (‘BlacKkKlansman’), Pawel Pawlikowski (‘Cold War’), Alfonso Cuaron (‘Roma’), Yorgos Lanthimos (‘The Favourite), Adam McKay (‘A star is born’).  Per il miglior film sono candidati: ‘Black Panther’, ‘ BlacKkKlansman’, ‘Vice’, ‘Bohemian Rhapsody’, ‘The Favourite’, ‘Green Book’, ‘Roma’, ‘A Star is Born’.

Enrico Mentana, 64 anni compiuti oggi e non sentirli. Il direttore del Tg di La7 non ha bisogno di presentazioni, ma da qualche tempo ha voluto vedere il mondo anche da un’altra angolazione: quella dell’editore. Il 18 gennaio la sua creatura Open, affidata alle cure di un giornalista esperto, Massimo Corcione, e a una squadra di venti giovani giornalisti, compie un mese.

Enrico, cosa hai imparato nel tuo primo mese da editore?

Ho imparato ad avere pazienza con i giovani che non sono come noi e non sono ancora formati professionalmente. Ma io avevo in mente un giornale online che li facesse lavorare, che desse loro una opportunità, come il primo giorno di scuola. Se gli spieghi le cose come le vorresti tu, rischi di farli diventare come i bambini che nelle manifestazioni canore imitano i grandi. Io credo che invece debbano trovare la strada loro, senza pretendere che facciano le cose come le avremmo fatte noi.

Come è cambiata la copertura della politica nell’era dei social media? Siete alla rincorsa dell’ultimo tweet?

Open non ha bisogno di questo. Uno dei motivi per i quali l’informazione in Italia non ha acquirenti tra i giovani è proprio questo: se vuoi sapere cosa dicono Salvini o Di Maio basta seguirli sui social media, piattaforme naturali per le nuove generazioni. E questa è un’altra lezione che abbiamo imparato: è inutile e dannoso fare il pastone politico, uno degli ingredienti, del veleno che ha ucciso l’informazione agli occhi delle nuove generazioni.

Giornalismo di desk o da marciapiede?

Con il tempo faremo un giornalismo il più possibile misto. Ma andare in strada è come una maratona olimpica, non come la mia – ride. Per fare giornalismo di strada ti devi preparare, allenare, non si improvvisa, ci devi arrivare. Nel giornalismo sul campo rischi di venire investito se ci arrivi impreparato.

In Europa ci sono buoni esempi di giornalismo sostenuto dagli abbonamenti dei lettori, penso a Mediapart in Francia, perché hai scelto la formula dell’informazione free sostenuta dalla pubblicità?

Questo è un mio vizio: non ho mai cercato di copiare, che poi è anche uno dei problemi dell’informazione. Per come la vedo io, non bisogna avere modelli perché se fai qualcosa che è già stato fatto, se copi, vuol dire che hai già perso.

Ad Open lavorano venti giovani giornalisti, puoi fare un primo bilancio?

Siamo partiti da un mese e loro lavorano al progetto da un mese e mezzo, per carità, aspettiamo e diamo loro il tempo di crescere, che è poi la cosa più importante. Noi siamo nati professionalmente in un’epoca dove entravamo in redazioni dove le regole, i flussi di lavoro erano codificati e seguiti da tutti: poteva capitare che qualcuno imparasse in fretta. Oggi lo scenario è totalmente cambiato e in continua evoluzione: in questo contesto le regole, le procedure e i flussi te li devi inventare di volta in volta. E’ molto più complicato e difficile di prima.

Tuo figlio Stefano lavora per Tpi, una testata concorrente. Ti rivolgi a lui per i consigli?

Certo che mi dà consigli. Così come io li darei a lui se me li chiedesse. Non ho difficoltà ad ammettere che all’inizio certe cose non le capivo, come ad esempio il Seo (l’ottimizzazione per essere trovati dai motori di ricerca) o i Tag (che marcano le parole chiave di un articolo), e tante altre cose tecniche per capire le quali mi sono rivolto a lui, che pure è un mio competitor.

Perché hai scelto di fare un sito che fosse ottimizzato prima di tutto per gli smartphone, anche a costo di penalizzare gli utenti da postazione fissa?

Ti faccio un esempio: è chiaro che se uno dice: facciamo cibi adatti solo per la cena e non servi a pranzo sai che poi questo lo perdi. Però scegli di concentrati su quello che pensi di saper fare meglio. La maggior parte delle persone si informa attraverso lo smartphone e, se guardo avanti, penso che questo sarà sempre di più lo strumento unico per informarsi, guardare film e fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Certo, almeno finché non saremo superati da qualcosa di nuovo, come è già accaduto in passato. Ma adesso dallo smartphone passa tutto, per i giovani soprattutto. Mi pareva che questa fosse la scelta migliore per coniugare una informazione fatta dai giovani per i giovani, per dare un futuro a chi ci lavora, ai lettori e al giornalismo.

Open è molto attento al fact-checking. Quanto è importante la verifica dei fatti?

Moltissimo. Ciò che identifica le modalità per combattere le bufale e persegue una certificazione continua di quello che scriviamo mette in sintonia con chi cerca una informazione certificata e attendibile, contro gli avvelenatori dei pozzi.

La cosa che non rifaresti?

Francamente? Non per autoindulgenza, ma non c’è niente che non rifarei, compreso non accettare contributi economici da nessuno. Ho cercato di avere delle Colonne d’Ercole ben precise, anche nella scelta della pubblicità, tipo il poker online. Poi magari tra due anni te lo dico cosa non rifarei più. La cosa più probabile è che in questa operazione ci perda, anche tanto, certamente non ci guadagnerò, ma quello che mi ero riproposto: fare qualcosa per i giovani e per il giornalismo che mi ha dato tanto.

E di cosa sei più fiero?

Di aver fatto al meglio il mio lavoro di direttore e conduttore di telegiornale: non ho tolto una stilla di fatica, di lavoro al mestiere che faccio al Tg, che, come sai, non è una passeggiata. Ma anche di non aver lesinato nulla per dare a questi giovani giornalisti tutti gli strumenti necessari per fare al meglio questo lavoro, comprese le agenzie, cosa che non tutti i grandi editori fanno ancora.

Alla fine di un massacro degno di un crepuscolo degli dei, il corpo di Rosa Luxemburg fu buttato, come quello di un cane, in uno dei canali della Sprea che incrociano la Unter den Linden all’ombra del Municipio. La Rivoluzione aveva perso la sua Marianna, o la sua ondina.

Soprattutto aveva perso la sua grande occasione, e con essa lo stesso Marx perdeva l’aura di filosofo visionario e profetico che ne aveva fatto, fino ad allora, il messia degli oppressi. Ma un messia deve essere profeta, appunto, e la grande profezia di Marx fallì proprio nel momento in cui il corpo della povera Rosa finiva tra le acque ghiacciate della Sprea.

La previsione sbagliata

Aveva predetto fin dal primo giorno, Marx, che la rivoluzione proletaria avrebbe avuto luogo in uno dei paesi in cui il capitalismo era giunto a maturazione. Che, all’epoca, erano solo due o al massimo tre in tutta Europa: il Regno Unito o la Germania, e solo poi la Francia. Ma in Francia si preferiva, a quello scientifico. un socialismo romantico sul modello della Comune. Il Regno Unito aveva imbrigliato la classe lavoratrice nelle pastoie truffaldine dei fabiani e delle rappresentanze sindacali. Quanto alla Germania, la malattia del riformismo stava avendo da tempo la meglio sulla purezza intransigente del socialismo rivoluzionario massimalista. E contro questa degenerazione Rosa Luxemburg lottò anima e corpo fino al suo ultimo giorno che fu il 15 gennaio 1919, cento anni fa esatti.

Spartaco alla guerra

A Berlino quella donna di grandi studi e brillante intelligenza era giunta vent’anni prima, esule dalla sua natia Polonia all’epoca ancora spartita tra russi tedeschi ed austriaci. È facile immaginare che gli uomini dello zar, spedendola oltreconfine, volessero fare un’opera e due servizi: togliersi di torno la ribalda arruffapopoli e contemporaneamente destabilizzare il neonato Reich bismarckiano. I tedeschi avrebbero reso la pariglia nel 1917, piazzando Lenin su un treno piombato e rispedendolo, da Zurigo, a San Pietroburgo ad assalire il Palazzo d’Inverno e realizzare la Rivoluzione nonostante il Capitale.

Per quella data, comunque, Rosa aveva già fondato la sua Lega di Spartaco insieme all’altra testa calda che era Karl Liebknecht: ala estremista di un partito socialdemocratico altrimenti dominato da Bernestein e da colui che Lenin non a caso definiva “il rinnegato Kautsky”. Gente che, al momento buono, aveva mandato all’aria il principio dell’internazionalismo proletario per votare in parlamento la legge sui crediti di guerra in favore del Reich e del suo Kaiser. E fu per questo che Rosa e Karl, nel nome di un pacifismo che affratellava gli oppressi, decisero di fare la guerra agli oppressori.

Non si trattò di sabotaggio, ma qualcosa forse di peggio: predicazione della giustizia proletaria. Si dice che i due predicassero il vangelo della riscossa dal palco di una birreria. Quanto bastò per passare in galera buona parte della Grande Guerra.

La Grande Illusione

Nel 1918 il Reich si dissolse, il suo Kaiser fuggì e i comunisti della Kdp (Rosa Luxemburg dirigeva in quel momento “Bandiera Rossa”, il quotidiano del partito) sentirono odore di rivoluzione nel nome dei soviet dei soldati e dei contadini. In fondo, la Germania non era il paese a sistema capitalistico più avanzato?

Si sbagliavano: a Berlino presero il sopravvento i socialdemocratici, che di fronte al caos politico non esitarono ad appoggiarsi alle destre. Fu così che una manifestazione di protesta organizzata dagli spartachisti contro la rimozione del capo della polizia socialdemocratico vide i socialdemocratici (sommo paradosso) liberare contro i loro fratelli della sinistra una muta di mastini assetati di sangue chiamati Freikorps: reduci della guerra che erano andati, come molti Avanguardisti italiani, ad ingrossare le fila dell’estrema destra.

I cosidetti moti spartachisti durarono una decina di giorni, e furono giornate di sangue. I Corpi Franchi non fecero prigionieri, anche perché gli spartachisti non stettero lì a farsi massacrare inermi. Le cronache raccontano di violenze efferate tra vicini di casa, amici d’infanzia, berlinesi contro berlinesi. Una guerra civile fulminea e feroce che ben fece da prologo a molte violenze successive. E non si tratta solo della creazione dei soviet in Sassonia, Turingia e Baviera: Se a Monaco dopo poco in un’altra birreria qualcuno tentò un putsch fu anche per via delle battaglie nella Mitte di Berlino. Se in Turingia fu istituito il primo lager è anche perché a Sachsenhausen si iniziò con il metterci i compagni di lotta di Luxemburg e Liebknecht. Seguiti dai socialdemocratici, rei di essersi messi nelle mani delle destre estreme.

Lungo il fiume nell’acqua

Liebknecht aveva trovato la morte in un falso trasferimento verso il carcere di Berlino: lo eliminarono nel parco del Tiergarten. Della Luxemburg si è detto. Ma non si può non notare che il canale dove fu buttato il corpo, vicino al municipio che aveva fatto occupare nel momento più alto della sua rivoluzione sfortunata, attraversa un parco. E lì chi vuole può ancora scoprire, nascosto pudicamente dagli alberi, un monumento a Marx ed Engels: l’unico rimasto al suo posto dopo l’altra rivoluzione, quella del 1989. Come se il vecchio profeta, definitivamente sconfitto dalla Storia, fosse rimasto ad aspettare, seduto accanto al suo miglior amico, l’arrivo della donna che sarebbe stata la sua Ipazia.

Pimpi, il cane di Susanna Tamaro, è stata uccisa con una polpetta avvelenata. La scrittrice, che l'aveva adottata sei mesi fa dal canile di Orvieto, dove ora vive, l'ha ricordata con uno struggente post su Facebook, un ultimo saluto carico di amore per un essere in compagnia del quale avrebbe voluto vivere per anni.

L'epitaffio per Pimpi

"Ti ho cercata a lungo e, alla fine, ti ho trovata dietro le sbarre di un canile – scrive Susanna Tamaro – per un mese, come la Volpe con il Piccolo Principe, sono venuta a trovarti con regolarità perché volevo essere certa che la gioia che provavo io nel vederti la provassi anche tu. E alla fine, quando ti ho portato a casa, è stato subito un grandissimo amore. Eri intrepida, ma mai fanatica, allegra e ubbidiente, amavi i cani, i gatti, i bambini. Amavi il mondo intero e i tuoi occhi osservavano il mondo con inesausta curiosità".

"Avresti dovuto essere il cane della mia vecchiaia, piano piano, con gli anni, avremmo rallentato il passo insieme – scrive ancora – e poi, un giorno ci saremmo seduti sulla panca davanti casa e avremmo visto il sole tramontare, consapevoli che, oltre il tramonto del giorno, quello sarebbe stato anche il tramonto della nostra vita. Nei lunghi anni di compagnia, con la tua gioiosa felicità saresti stata l'antidoto naturale all'inevitabile malinconia del passare degli anni. Ma purtroppo non è stato così. Pimpi è morta ieri, uccisa da un boccone avvelenato. Era con me da appena sei mesi".

"Addio, piccolo raggio di luce, meraviglioso arcobaleno che hai allietato un tempo purtroppo così breve", conclude. 

Come viene punito chi avvelena gli animali

Riccardo Manca, vicepresidente di 'Animalisti Italiani onlus', fa un appello al governo dopo "questo ennesimo crimine a danno di un essere indifeso" affinché siano inasprite "le pene verso chi maltratta o uccide gli animali. Il Parlamento deve trasformare in legge le previsioni dell'ordinanza ministeriale (n.161 del 13-07-2018) contro i bocconi avvelenati – aggiunge – e soprattutto adottare delle misure restrittive sulla vendita delle sostanze velenose facilmente reperibili in commercio. Questi prodotti tossici rappresentato tra l'altro una minaccia per l'ambiente, avvelenando la catena alimentare, si inquina il suolo e le sue falde acquifere".

"La nostra associazione si costituirà parte civile – aggiunge Manca – chi ha visto qualcosa denunci l'accaduto, anche in modo anonimo. Chiediamo all'amministrazione comunale, come previsto dalla legislazione nazionale vigente, di intensificare immediatamente i controlli nelle zone in cui vengono segnalate queste problematiche, e bonificare l'area in cui è stato rinvenuto il boccone avvelenato. A Susanna esprimiamo il nostro cordoglio per la perdita di un fido compagno di vita".

"Solidarietà e vicinanza all'amica Susanna Tamaro per la morte della sua cagnetta, uccisa dal 'solito' boccone avvelenato" viene dall'onorevoe Michela Vittoria Brambilla. "E' sorprendente, in materia, l'inerzia del governo e dello stesso Parlamento – aggiunge l'ex ministro – eppure non dovrebbe essere cosi' difficile trasformare in legge l'ordinanza ministeriale, che viene reiterata ogni anno, e rafforzarla, come prevede una proposta di legge che ho firmato e depositato il primo giorno di questa legislatura, introducendo nel codice penale un articolo specifico che punisca chi 'prepara, miscela, detiene, utilizza, colloca o abbandona esche o bocconi avvelenati o contenenti sostanze nocive o tossiche, compresi vetri, plastiche e metalli o materiale esplodente, che possono causare intossicazioni o lesioni o la morte di una persona o di un animale'". 

L'addio a Trudy

Ad agosto 2017 la scrittrice aveva perso un altro cane cui era molto affezionata, Trudy, e aveva raccontato sempre su Facebook del momento in cui si era sentita pronta ad accogliere un altro animale. "Comincio a sentire quella vaga inquietudine a cui ormai ho imparato a dare un nome" scriveva nel giugno 2018, "Desiderio di un altro cane. Ci sono alcune persone che, dopo aver perso un fedele amico a quattro zampe, si rifiutano di prenderne un altro perché non sono in grado di superare il dolore del distacco. Io non sono tra quelle. I cani fanno troppo parte della mia vita perché possa pensare di farne a meno. In questo momento sono al minimo storico, ne ho solo due. Certo, non intendo tornare ai fasti di un tempo quando di cani ne avevo addirittura sette perché non sono più così giovane, tuttavia penso di avere spazio nel mio cuore e nella mia casa per un paio di amici pelosi. E così ho iniziato ad andare in giro per i canili alla ricerca di uno o più colpi di fulmine. 

 

La morte di Amos Oz, lo scrittore israeliano scomparso a 79 anni, lascia un vuoto importante non solo nella letteratura, ma anche nell'impegno pacifista degli artisti che come lui, David Grossman, Abraham Yehoshua e Etgar Keret, hanno apertamente criticato il loro Paese, Israele, pur rimanendo fedeli alle proprie radici. L'impegno politico di questi autori è sempre stato aperto e chiaro: un impegno contro la violenza e per una soluzione pacifica e negoziata del conflitto infinito tra israeliani e palestinesi. 

Tutti hanno vissuto da vicino questa battaglia (Grossman ha perso suo figlio Uri, 20, durante la guerra del Libano), sono stati criticati e minacciati per aver mantenuto, da posizioni di sinistra, un confronto aperto con le autorità israeliane, e lo hanno fatto senza mai lasciare il territorio di un Paese che difendono al di là delle loro politiche. Oz era da sempre molto critico con l'occupazione israeliana dei Territori palestinesi, durante la Guerra dei sei Giorni, nel 1967. E ultimamente era stato molto critico anche con la politica del premier Benjamin Netanyahu e il "crescente estremismo della sua azione di governo.

"Amo Israele anche quando ho voglia di seppellirlo"

Era stato il co-fondatore del movimento "Peace Now", creato nel 1978 da un gruppo di 348 tra soldati e riservisti israeliani che scrissero una lettera aperta al primo ministro Menahem Begin chiedendo di firmare la pace con l'Egitto, raggiunta poi nel 1979. Uno dei momenti chiave di questo attivismo fu quando nell'agosto 2006 "Peace Now" esortò il governo israeliano, allora guidato da Ehud Olmert, ad accettare il cessate il fuoco nella guerra in Libano; e appena due giorni dopo quell'appello, Uri, il figlio di Grossman, morì in un'operazione militare. Lungi dall'abbandonare il loro impegno, questi intellettuali continuarono nella loro contestazione e un anno più tardi chiesero a Olmert, ancora una volta, in un manifesto, di negoziare la tregua con Hamas. Il documento definiva "intollerabili" i "continui attacchi" con razzi artigianali sparati da Gaza verso Israele da parte dei miliziani palestinesi, ma ricordava anche che lo Stato ebraico "in passato ha negoziato con i suoi peggiori nemici".

"Amo Israele, anche quando non mi piace, anche quando ho voglia di seppellirlo", raccontò piu' tardi Oz. "Credo nella letteratura come un ponte tra i popoli. Credo che la curiosità abbia infatti una dimensione morale. Credo che la capacità di immaginare il prossimo sia un modo di immunizzarsi contro il fanatismo. La capacità di immaginare il vostro vicino non solo rende l'uomo più efficace e un amante migliore, ma lo rende anche una persona umana. Parte della tragedia arabo-ebraica è nell'incapacità di molti di noi, ebrei e arabi, di immaginare l'altro. Di immaginare davvero gli amori, le terribili paure, la rabbia, la passione. Tra di noi regna troppa ostilità e troppo poca curiosità"

E' morto a 79 anni lo scrittore israeliano Amos Oz. Lo riferiscono i media dello Stato ebraico. Le sue opere sono state pubblicate in 45 lingue in 47 Paesi nel mondo e ha ricevuto numerosi premi e onoreficenze, tra cui la Legion d'Onore francese, il Goethe Prize, il Premio Principe delle Asturie, l'Heinrich Heine Prize e l'Israel Prize.

A dare la notizia è stata la figlia maggiore dello scrittore, Fania Oz-Salzberger, con un messaggio su Twitter: "Il mio amato padre è morto di cancro, proprio ora, dopo un rapido declino, nel sonno e nella tranquillità, circondato dai suoi cari. Si prega di rispettare la nostra privacy. Non posso rispondere alle chiamate. Grazie a chi lo ha amato".

Oz era nato a Gerusalemme nel 1939 ed era cresciuto nel kibbutz Hulda; aveva studiato filosofia e letteratura all'Università ebraica di Gerusalemme. Nel 1960 aveva sposato Nili (dalla quale ha avuto tre figli) e l'anno successivo, a soli 22 anni, aveva pubblicato i suoi primi lavori. In oltre 50 anni di attività, ha scritto oltre 18 opere in ebraico, tra romanzi, racconti e saggi, insieme a 500 articoli ed editoriali per riviste israeliane e internazionali.

Tra i suoi libri più famosi, 'La scatola nera', 'Una storia di amore e di tenebra' e 'In terra di Israele'. Oltre a essere un influente intellettuale, era una delle voci critiche più ascoltate in patria e all'estero.

L'esperienza sotto le armi – prima con la leva obbligatoria, poi durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e quella dello Yom Kippur nel 1973 – l'aveva portato a essere un attivo fautore del dialogo tra israeliani e palestinesi. Dei conflitti tra lo Stato ebraico e i suoi vicini arabi ne aveva anche scritto a lungo. La sua voce si era levata anche negli anni più recenti, in occasione delle guerre in Libano e nella Striscia di Gaza, esortando a intraprendere la strada del dialogo e della moderazione. 

Passione, informazione, curiosità. Questi alcuni degli ingredienti indispensabili per una comunicazione efficace, secondo il giornalista e presentatore tv che ha collezionato negli anni 10 lauree honoris causa, 39 libri pubblicati, 7 telegatti di cui uno alla carriera… e che ha persino un disco al pianoforte in cantiere.

“La noia è il peggior nemico della cultura”, ha confidato in una intervista a Eniday.

Bizzarro, per un uomo – classe 1928 – che non si è mai adeguato ad abbassare il livello e il taglio degli argomenti trattati, in un’epoca che sembrerebbe disincentivare l’abitudine dell’approfondimento.

È possibile intrattenere e coinvolgere il grande pubblico in quella che lo stesso Angela definisce come “il piacere più grande che ci sia”: la conoscenza? I numeri (e l’affetto di chi lo incontra e lo segue) direbbero di sì.

La firma è la sua. Non che ci fossero dubbi – lo stile è inconfondibile anche se imitato a ogni latitudine – ma è stato lo stesso Banksy a voler certificare che il murale comparso sul muro di una rimessa nella città siderurgica di Port Talbot, del sud del Galles, è opera sua.

Un'opera particolare, che acquisisce il proprio significato solo se osservata da una particolare angolazione. Il murale è stato realizzato a un incrocio, su due pareti perpendicolari: su un angolo, mostra un bambino con berretto e slitta che in apparenza di gode una nevicata cercando di catturare i fiocchi sulla lingua. Ma dall'altro diventa chiaro che ciò che sta realmente cadendo sul bambino è cenere che fluttua da un bidone in fiamme.

Foto dell'opera sono sul sito di Banksy e sul suo account Instagram dove sono accompagnate dalla canzone di Natale 'Little Snowflake'.

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