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“Finora nessuno ha ritenuto necessario occuparsi del duplice talento di Kafka, osservare il parallelismo delle due visioni, di disegnatore e di narratore. Così come nella scrittura, anche nei disegni Kafka è un realista assai scrupoloso… e al tempo stesso il creatore di un mondo fantastico”. Con queste parole Max Brod, amico dello scrittore praghese, al quale questi lasciò i suoi scritti e i suoi disegni che chiamava “scarabocchi” perché li distruggesse – cosa che fortunatamente non fece – apre uno squarcio inedito sulla figura di Kafka. Alla sua morte, Brod pubblicò solo un numero ristretto di disegni: la maggior parte restò chiusa in una cassetta di sicurezza, prima Tel Aviv e poi a Zurigo. Quando morì, Max Brod lasciò i disegni di Kafka alla sua segretaria Ester Hoffe e alla morte di quest’ultima nel 2007 tutto il materiale conservato nelle cassette di sicurezza svizzere passò alla Biblioteca nazionale di Israele dopo un lungo processo. Nelle cassette erano contenuti manoscritti che negli anni era già stati pubblicati oltre a molti disegni, 150 in tutto, molti dei quali inediti.

Ora tutti questi “scarabocchi” di Kafka, conservati da Max Brod che li ha salvati dalla barbarie nazista e li ha portati con sé prima in Israele e poi Svizzera, sono pubblicati per la prima volta in Italia in un prezioso volume dal titolo ‘I disegni di Kafka’ a cura di Andreas Kilcher e pubblicato da Adelphi Edizioni (pagg. 367 – euro 48) accompagnato da una nota di Roberto Calasso. Il volume, realizzato a mo’ di catalogo, è costituito da tre parti: un’introduzione seguita dalla parte principale dove sono illustrati tutti i disegni di Kafka che sono arrivati fino a noi, cui si collegano i testi esplicativi proposti nella terza parte. Il criterio di ordine delle illustrazioni è cronologico: la maggior parte risale al periodo compreso tra il 1901 e il 1907 e si tratta spesso di disegni a cui non si accompagnano testi e spesso sono privi di firma. C’è poi un gruppo più ristretto di disegni, connesso a lettere, diari, taccuini, appunti risalenti al periodo 1909-1924. Il terzo gruppo è costituito dalle figure ornamentali, che nascono al processo di scrittura.

I disegni di Kafka vengono riprodotti a colori e generalmente le dimensioni sono quelle dell’originale (scala 1:1). Si tratta in molti casi di figure stilizzate, quasi dei bozzetti, disegni nei quali il grande scrittore sembra lasciare andare la mano e farla guidare dall’istinto puro. Non mancano comunque ritratti e figure più definiti che denotano una discreta capacità artistica in Kafka. Capitolo a sé merita il quaderno dei disegni anch’esso del periodo 1901-1907 dove l’autore della ‘Metamorfosi’ alterna figure definite ad altre appena abbozzate ad altre ancora quasi astratte.

Ci sono poi una serie di disegni realizzati su foglietti poco più grandi di un francobollo in cui vengono rappresentati in maniera estremamente stilizzata uomini in varie posizioni. Al termine del libro un saggio di Andreas Kilcare dal titolo ‘Disegnare e scrivere in Kafka’ fa un’analisi di questi disegni con riferimento anche alle influenze che lo scrittore ceco deve aver avuto nella sua vita, dalle stampe giapponesi alle opere del pittore e scrittore austriaco Alfred Kubin (che gli presentò Max Brod). Kilcare scrive che i disegni di Kafka, di cui lui stesso avrebbe detto “I miei scarabocchi sono un tentativo di magia primitiva che ho ripetuto più volte ma è sempre fallito”, devono “essere presi sul serio nella loro ambizione figurativa e nella loro espressione artistica“. Poi aggiunge: “Non sono enigmatici geroglifici, bensì movimenti di una mano che disegna senza ispirarsi a modelli o scuole, e lo fa quindi liberamente in assenza di vincoli“.

@andreacauti

AGI – È morto all’età di 59 anni il rapper Coolio, celebre per la sua hit del 1995 “Gangsta’s Paradise”. Lo riporta Tmz. Fonti di polizia hanno riferito alla testata che il musicista si trovava a casa di un amico a Los Angeles e aveva chiesto di andare in bagno. Non vedendolo tornare, l’amico era quindi entrato nel bagno, trovandolo a terra privo di vita.

I paramedici intervenuti sospettano che Artis Leon Ivey Jr., questo era il suo vero nome, sia deceduto per arresto cardiaco – si legge su Tmz – ma non è stata ancora comunicata una causa di morte ufficiale. 

AGI – “Dopo che Anthony Bourdain si è tolto la vita in una stanza d’albergo in Francia nel 2018, i suoi amici più cari, la famiglia e le persone che per decenni lo avevano aiutato a diventare una star della Tv internazionale hanno cucito le proprie bocche con i media e rimanendo in silenzio, specie sui suoi ultimi giorni”, scrive il New York Times nel ricordare lo chef, gastronomo, scrittore e popolare personaggio statunitense.

Ma il silenzio è durato solo fino a quando, nel 2021, molti nella sua cerchia ristretta di amici sono stati intervistati per due documentari che “hanno mostrato un lato più complesso di Bourdain, diventato sempre più conflittuale a causa il suo successo e anche per il suo rapporto degli ultimi due anni con l’attrice italiana Asia Argento”.

Il Times annuncia che l’11 ottobre l’editore Simon&Schuster pubblicherà quella che viene definita come la prima biografia non autorizzata dello scrittore e documentarista di viaggi (“Down e out in Paradise: the life of Anthony Bourdain”), che comprende “dettagli inediti e intimi, inclusi testi crudi e angosciati dei giorni prima della morte di Bourdain, come i suoi ultimi scambi con Asia Argento e Ottavia Busia-Bourdain, sua moglie per 11 anni che, quando si sono separati nel 2016, era diventata anche la sua confidente”, sottolinea l’editore.

Tanto che in una delle sue lettere alla moglie, il popolare chef scrive: “Odio anche i miei fan. Odio essere famoso. Odio il mio lavoro. Sono solo e vivo nell’incertezza”. Nell’articolo del quotidiano newyorkese si legge anche che “attingendo a oltre 80 interviste e file, testi ed e-mail dal telefono e dal laptop di Bourdain, il giornalista Charles Leerhsen, ex direttore esecutivo di Sports Illustrated e People, ripercorre la sua metamorfosi da adolescente scontroso in un sobborgo del New Jersey all’atteggiamento spavaldo di chef che ha raggiunto la ricchezza anche come scrittore diventato poi un opinionista dal singolare talento anche grazie ai suoi tanti viaggi”.

Quello di Leerhsen è il ritratto di un uomo che alla fine della sua vita è rimasto “solo, iniettandosi steroidi, bevendo fino a svenire, frequentando prostitute, quasi scomparso dalla vita della figlia di 11 anni”. Ancor prima di uscire il libro è già un caso. Il fratello Christopher Bourdain ha inviato a all’editore Simon&Schuster due email ad agosto definendo il libro una “fiction offensiva e diffamatoria” e chiedendo che non venisse pubblicato fino a quando i numerosi errori di Leehsen non fossero stati corretti. Una fonte potrebbe essere la stessa ex moglie, Busia-Bourdain.

Il libro ripercorre la vita di Bourdain e una parte è dedicata al burrascoso rapporto con Asia Argento, della quale lo chef scrive all’ex moglie: “Mi ritrovo ad essere perdutamente innamorato di questa donna” e per la quale – ricostruisce l’autore – lui ha speso centinaia di migliaia di dollari fornendo sostegno finanziario a lei, ai suoi due figli e talvolta ai suoi amici”. Un rapporto tuttavia burrascoso, quello tra Bourdain e Argento. Lei, in un’e-mail al New York Times, ha detto di non aver letto il libro, aggiungendo: “Ho scritto chiaramente all’autore che non poteva pubblicare nulla di ciò che gli avevo detto”.

AGI – “Il mondo dell’arte contemporanea ha avuto nei suoi orizzonti molti giovani talenti, ma è difficile ricordare un artista che ha incassato così tanti riconoscimenti all’inizio della carriera come Andres Valencia”, scrive il New York Times sul suo conto. Il quale artista, già paragonato a “un piccolo Picasso” in quanto vero prodigio della scena artistica, ha appena 10 anni. Passato dall’anonimato più assoluto a vero e proprio fenomeno.

Tant’è che “i suoi dipinti in stile surrealista sono stati acquisiti da collezionisti del calibro di Tommy Mottola e Jessica Goldman Srebnick durante l’Art Basel Miami Beach. A giugno, Andres ha tenuto una personale alla galleria Chase Contemporary di SoHo, dove sono state vendute tutte e 35 le sue opere, ottenendo da 50.000 a 125.000 dollari”, riferisce sempre il Times.

E uno dei suoi dipinti è stato venduto a 159.000 dollari a un’asta Phillips de Pury a Hong Kong, e un altro ha raggiunto i 230.000 dollari a un gala di beneficenza a Capri. Bernie Chase, proprietario di una importante galleria d’arte, ha dichiarato: “Sono stato nel settore dell’arte per 20 anni, ho lavorato con ragazzi come Peter Beard e Kenny Scharf, ma Andres ha il potenziale per essere grande o anche il più grande”.

Andres potrebbe vantarsi e crogiolarsi nella sua fama e precocità artistica, ma è anche un bambino di quinta elementare che deve fare i compiti di matematica. “Mio figlio è un artista, ma prima di tutto è un bambino”, ha dichiarato sua madre, Elsa Valencia, 48 anni, designer di gioielli, che spesso accompagna il figlio a mostre d’arte. “È un bambino, non una celebrità”.

La carriera artistica di questo ragazzetto è iniziata a 4 anni, quando i suoi genitori hanno notato che trascorreva ore e ore nella sala da pranzo della loro casa di San Diego, disegnando un dipinto dell’artista di graffiti Retna, uno degli ex clienti di suo padre, avvocato e manager – per altro – del pugile professionista cubano Frank Sánchez. “Prendevo la carta e mi sedevo lì e cercavo sempre di copiare, ma ci sono voluti anni per farlo bene“, dice Andres.

Il ragazzino ha venduto acquerelli ad amici di famiglia per 20 dollari. Tra loro c’era anche il signor Chase, che si è offerto di pagare 100 dollari ogni volta che avrebbe visitato i Valencias a San Diego. Andres ha dimostrato però di essere ugualmente abile come venditore e ha aumentato il suo prezzo a 5.000 dollari. Secondo la madre, tuttavia, gli alti guadagni del figlio sono un’opportunità anche per insegnargli “come restituire” quel che ottiene. Una parte dei proventi delle vendite dei quadri di Andres, che secondo i Valencia “finora hanno superato i 300.000 dollari”, è stata infatti donata al gruppo di beneficenza per l’Aids amfAR e all’organizzazione benefica per bambini Box of Hope.

AGI – Che cosa sta succedendo nel giallo siciliano? Facciamo un passo indietro. Da sempre la Sicilia è considerata un laboratorio. Politico, innanzitutto, perché gli esperimenti che nell’isola vengono compiuti, poi si trovano replicati su vasta scala a livello nazionale. Ma anche sociale. Più raramente economico, dato che in effetti poco si presta ad alchimie finanziarie che non prevedano il quasi esclusivo sperpero di denaro pubblico.

Perché allora non un laboratorio letterario? Senza andare a scomodare Ciullo d’Alcamo o Federico De Roberto, guardiamo più ai giorni nostri e concentriamoci su un fenomeno che troppo spesso viene celebrato solo en passant: lo sdoganamento della letteratura di genere.

Se nei primi del ‘900 Luigi Natoli ha dato dignità letteraria (un po’ tardiva ma sicuramente più completa e complessa) ai romanzi di cappa e spada; a fine secolo è a Camilleri che dobbiamo il completamento di quel processo che Simenon aveva cominciato da un pezzo in Francia: far ascendere il giallo a genere letterario e non semplicemente narrativo.

A Camilleri dobbiamo però di più l’introduzione di un fattore di alleggerimento il cui compito è solo apparentemente quello di sdrammatizzare il racconto. Nelle storie di Montalbano ci sono elementi estranei alla letteratura di genere – il gusto per la buona tavola, una certa sensualità che non è quella torbida dei romanzi di Chandler o di Ellroy, personaggi di una comicità al limite dello ‘slapstick’ – che hanno trovato sviluppo nelle opere più recenti di autori come Gaetano Savatteri e Roberto Alajmo.

Il primo, autore della fortunata serie di gialli ambientata a Makari, presenta personaggi dichiaratamente  comici Peppe Piccionello pensati per rubare la scena al protagonista; il secondo di recente ci ha regalato due romanzi scritti come divertissement ma che si leggono come trattati sociali sulla palermitanitudine.

Non è un caso che si tratti di autori siciliani – palermitani per essere più specifici – mentre in un maestro del giallo come il napoletanissimo Maurizio de Giovanni questo elemento di comicità è quasi assente e quando viene accennato si disperde in atmosfere cupe quando non addirittura sinistre.

Un destino (nel senso di approdo) apparentemente strano per gli autori siciliani, partoriti da una terra che ha fatto della tragicità la propria cifra stilistica (sia nella finzione che nella realtà), ma tanto quanto potrebbe sembrare inedito l’approccio drammatico di de Giovanni, figlio di uno dei luoghi più chiassosi e vivaci del Globo.

Oggi a Savatteri e ad Alajmo si va ad affiancare un altro autore palermitano, Giorgio Glaviano, sceneggiatore per il cinema e la tv, autore del romanzo ‘Presto verrai qui’ (Marsilio, 350 pagine, 14 euro). Un romanzo sorprendente per chi aveva apprezzato la sua opera precedente, il torbidissimo ‘Il Confine’ (da cui è stato tratto il film ‘Ai confini del male’.

Approcciare ‘Presto verrai qui’ con lo stesso animo con cui si erano lasciate le pagine de ‘Il Confine’ è straniante e disorientante. Tanto quello era fin dalle prime pagine un giallo costruito come un meccanismo infallibile che si svelava con un ordine di tempi magistrale, quanto questo è una baraonda di personaggi, di situazioni, di false piste. Tanto quello era immerso in un silenzio riflessivo, quanto questo è verboso e caciarone.

Un giallo, si direbbe, scritto da un’altra mano, ma solo fino quando non si scivola negli ingranaggi ancora una volta perfettamente incastrati della crime story e allora si riconosce l’abilità di Glaviano di guidare i suoi personaggi verso il disvelamento del mistero.

La novità è che l’autore, in questo romanzo, ha fatto un passo oltre, affiancando (non seguendo) i colleghi palermitani e rendendo vero protagonista della storia quello stato sociale (letteralmente e non solo letterariamente) che è la Sicilia di oggi, popolata di personaggi che sbarcano un lunario che è innanzitutto umano, districandosi tra i mille vizi in cui una struttura politica, burocratica e morale che li vorrebbe immobili, testimoni incapaci di reagire o di mutare il destino.

Della trama gialla – che finisce per svilupparsi come un grande gioco, molto più grande di quello che credevano di affrontare i suoi piccoli personaggi – non va svelato nulla per amor di racconto, ma da gustare è soprattutto l’umanità che ci racconta, fatta di pizza e birra, di illusioni e delusioni, che la rende così vicina a noi.

Il romanzo sarà presentato mercoledì 28 settembre al Satyrus di Roma alle 18 dall’autore con Sefano Sardo.

AGI – Anche se sull’onda della morte e del funerale della Regina Elisabbetta II i resoconti dei media sono stati zeppi di dettagli, ora tre nuovi libri sulla famiglia reale arrivano in rapida successione a completare l’opera biografica dei Windsor, annuncia il Guardian.

L’attesa è grande, anche perché, anticipa il quotidiano, “molte delle presunte rivelazioni ruotano attorno al rapporto della famiglia reale con il duca e la duchessa del Sussex”. Harry, ma soprattutto Meghan, sarebbero al centro delle narrazioni e delle rivelazioni provenienti, per lo più, “da fonti anonime” di persone che lavorano all’interno e per conto della famiglia reale.

La Beyoncé del Regno Unito

Il libro di Valentine Low – “Courtiers: The Hidden Power Behind the Crown” – scrive il quotidiano, cita un “insider del palazzo” che ha detto: “Penso che Meghan pensasse che sarebbe stata la Beyoncé del Regno Unito. E il far parte della famiglia reale le avrebbe dato la stessa importanza”. Poi c’è anche la ormai famosa frase “non posso credere di non essere pagata per questo”, a proposito degli incontri con le persone e la necessità di stringere tante mani durante gli incontri pubblici.

Il libro di Katie Nicholl, “The New Royals – Queen Elizabeth’s Legacy and the Future of the Crown”, suggerisce invece che nel loro primo impegno pubblico congiunto, “Meghan è stata la star. Era raffinata, appassionata e divertente, e ha usato tutte le sue abilità affinate dalla presenza in Tv per mettersi in mostra”. 

Le regali aspettative

Una fonte ha raccontato a Nicholl che gli allora Cambridge si sentivano costretti ad alzare le proprie aspettative, tant’è che pure il principe Harry temeva di essere messo in ombra, almeno secondo quanto emerge dal libro di Low mentre un’altra fonte anonima afferma che “Harry pensava che sarebbe diventato anche lui un aspirante alla corona una volta che il principe George avesse compiuto 18 anni”.

Il libro di Nicholl insinua poi che la regina fosse sorpresa dal fatto che Meghan, che era divorziata, “indossasse il vestito di color bianco puro al suo matrimonio”. Altro elemento di turbamento per la Regina era stato il trasferimento di Harry e Meghan negli Stati Uniti, che ha di fatto limitato le sue opportunità di vedere pronipoti, Archie e Lilibet.

La porta in faccia a Camilla

Il terzo libro di Angela Levin, infine, “Camilla: From Outcast to Queen Consort”, afferma che Meghan ha respinto i tentativi della nuova regina consorte di far amicizia con lei. Secondo Levin, Camilla aveva cercato di organizzare un benvenuto in famiglia e citando una fonte, sempre anonima, Camilla “non voleva in alcun modo che Meghan si trovasse in difficoltà perché le era affezionata”, ma che poi il tentativo di legarsi a Meghan “è fallito”, in quanto respinta con perdite.

Invece un’altra indiscrezione afferma che il Duca di York, il principe Andrea, abbia fatto forti pressioni sulla Regina per bloccare il matrimonio di Camilla con Carlo. Nel frattempo il Guardian scrive che c’è anche un altro libro tanto atteso in arrivo e sarebbe quello di memorie dello stesso principe Harry. Un piatto ghiotto Mentre sta per uscire la quinta serie di “The Crown” su Netflix. Uno stillicidio.

AGI – L’Italia all’indomani delle elezioni; focus sul mondo politico e sullo stato dei diritti in America Latina, dal Cile al Brasile; i nuovi scenari della guerra in Ucraina; diritti civili e attivismo, dall’aborto ai diritti delle persone LGBT+, dalla legalizzazione della cannabis alla cittadinanza; libri, film e tanta cultura: questo e molto altro a Internazionale a Ferrara.

Internazionale a Ferrara, il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara, si terrà dal 30 settembre al 2 ottobre. Tre giorni di eventi, dibattiti, presentazioni, proiezioni, mostre e workshop con giornalisti da tutto il mondo sui grandi temi dell’attualità, dell’economia, della politica e della cultura. Da oggi il programma è disponibile online, per scoprire tutti gli appuntamenti del Festival, per ben 160 ore di programmazione, 200 ospiti da 30 paesi, oltre 110 incontri e 10 workshop.

“In un momento in cui la guerra è scoppiata nel cuore dell’Europa il nostro auspicio è che si possa cominciare a lavorare per invertire la rotta – dice Chiara Nielsen, vice direttrice di Internazionale e direttrice del Festival insieme a Luisa Ciffolilli – ecco perché quest’anno abbiamo voluto che il festival fosse dedicato proprio a riflettere e diffondere culture di pace”. E pace anche nel logo di Anna Keen, pensato per la nuova edizione: questa volta il celebre mondo stilizzato tende il filo di un aquilone dai colori arcobaleno.

Tanti gli ospiti in arrivo a Ferrara da ogni parte del mondo: l’Ucraina raccontata, tra gli altri, dal giornalista russo Tikhon Dzyadko, direttore di Dozhd TV channel, l’ultima stazione televisiva indipendente russa, e dalla giornalista ucraina specializzata in scenari di conflitto Nataliya Gumenyuk. Il Brasile delle presidenziali nel racconto della giornalista e sceneggiatrice brasiliana Carol Pires – co-sceneggiatrice del film Democrazia al limite (Netflix 2019) e del podcast Retrato Narrado (Spotify 2020) – e di Ricardo Rao, avvocato, poeta, giornalista e indigenista brasiliano, ex funzionario del Funai, l’agenzia brasiliana per la protezione dei popoli indigeni smantellata da Bolsonaro.

Ancora, sostenibiità ed ecologia con George Monbiot, giornalista e scrittore esperto di questioni ambientali, autore di una rubrica sul Guardian e vincitore dell’Orwell Prize per il giornalismo 2022, e con Stefano Liberti, giornalista e autore di diversi libri a proposito di ambiente, industria alimentare e migrazioni.

A Internazionale a Ferrara, anche un focus sul nostro paese, all’indomani delle elezioni politiche, con lo storico britannico David Broder, i corrispondenti dei giornali stranieri in Italia Eric Jozsef di Libération e Silvia Sciorilli Borrelli del Financial Times e, ancora, gli appuntamenti targati l’Essenziale, il settimanale online sull’attualità italiana di Internazionale: al festival il dibattito sulle questioni urgenti per il Paese – casa, lavoro e reddito – con la sociologa Francesca Coin, i giornalisti Maurizio Franco e Sarah Gainsforth.

Non mancherà il dibattito sui diritti civili con protagonisti di primo piano: Jonathan Hiltz, giornalista e autore canadese esperto del tema della legalizzazione della cannabis; Désirée Attard, avvocata e attivista di Malta che si è occupata di depenalizzazione della cannabis, matrimonio egualitario, diritto all’aborto.

Ancora, si ascolteranno le voci degli attivisti, come quella del portavoce del Gay Center Pietro Turano, di Unastorta, attivista intersezionale che si occupa dei diritti delle persone con disabilità, dell’attivista transfemminista Isabella Borrelli e della portavoce di Fridays for future Catania Alice Quattrocchi. E ancora, Stella Nyanzi, accademica, poeta e attivista ugandese, borsista del programma Writers-in-Exile del Pen Zentrum Deutschland in Germania; Selly Thiam, giornalista senegalese-americana, filmmaker e radio producer, autrice del podcast AfroQueer; Barrack Rima, fumettista, regista e artista queer libanese.

Tornano anche quest’anno gli appuntamenti con Mondovisioni, la rassegna di documentari su attualità, diritti umani e informazione curata da CineAgenzia in collaborazione con Internazionale e realizzata grazie al contributo di Coop Alleanza 3.0, e con Mondoascolti, la rassegna di audiodocumentari a cura di Jonathan Zenti e in collaborazione con Chora Media.

Tutti gli incontri sono gratuiti e senza prenotazione. Gli spazi sono raggiungibili a piedi o in bicicletta. I luoghi sono senza barriere architettoniche per garantire l’accesso a tutti,

 

AGI – Si potrebbe intitolare “Scarpa vs. Scarpa”, l’articolo con cui il New York Times Style Magazine celebra un lavoro di restauro de “Il Palazzetto”, villa in stile palladiano fuori Monselice, antica cittadina a 30 minuti di auto a sud di Padova, iniziato dal padre, il celebre architetto Carlo Scarpa, e terminato dal figlio Tobia. Va fatta però una premessa: tra i due non è mai corso buon sangue.

La storia del restauro è lunga. Inizia quando Aldo Businaro, consulente commerciale di produttori di mobili d design, acquisisce la proprietà del Palazzetto nel 1964 e che suo nonno aveva acquistato nel 1924, ma inizia a concretizzarsi nel 1969, quando Businaro incontra Carlo Scarpa in Giappone durante un viaggio di lavoro.

Incontro da cui nasce una solida e duratura amicizia che caratterizza l’ultimo decennio di vita dell’architetto veneziano nato nel 1906 e deceduto nel 1978, durante il quale “l’anziano Scarpa modificò per sempre lo stile e lo spirito della casa di Businaro”. Anzi, “nell’arco di 40 anni, il rifacimento della villa intesserà la vita non solo di due generazioni di Businaro, ma anche di due generazioni di Scarpa”, pur se Tobia, “ancor oggi, a 86 anni, ha un rapporto complesso con il padre, caratterizzato sia da profonda ammirazione che da risentimenti irrisolti”, annota il Times.

Secondo il quotidiano “non c’era un vero e proprio piano” quando Businaro invitò Scarpa a iniziare a lavorare al Palazzetto nel 1970”.

Tuttavia, mentre nel 1978 Aldo Businaro si trova in Giappone con Carlo Scarpa, l’architetto rimane ferito in un incidente a Sendai e muore. Il progetto di completare il restauro del Palazzetto s’interrompe, ma l‘ultima cosa che Scarpa lascia in eredità è il disegno di una monumentale scalinata di cemento che corre parallela alla facciata del Palazzetto, progetto che aveva cercato di perfezionare per anni. Come realizzarlo adesso che il genio di Carlo Scarpa non c’è più?

È nel 2000 che Ferdinando, oggi 56enne, il più giovane dei figli di Businaro, pensa di aiutare il padre Aldo a realizzare l’ultimo contributo di Scarpa alla casa, ma una delle condizioni è che sia Tobia a supervisionarlo. Ma Tobia rifiuta. Uno dei suoi imperativi categorici è di non intromettersi con il lavoro del padre.

I Businaro insistono. E dopo cinque anni Tobia cede e visita il Palazzetto, la prima volta dopo decenni. Alla fine accetta il lavoro quando capisce che sarebbe stato il regalo d’addio dei tre fratelli Businaro al padre malato. La scalinata viene però completata nel 2006, pochi mesi dopo la sua morte.

Ma cosa è costato a Tobia Scarpa lavorare al progetto del padre e cosa ha pensato di lui mentre lo faceva? La risposta è questa: “”C’era un figlio cattivo e un padre cattivo, che non hanno mai accettato di essere un buon l’uno verso l’altro”.

A Tobia, annota il Times, “non piace parlare del contrasto tra loro”, tant’è che “ogni volta che si reca al Palazzetto, cerca di non guardare la scala”. Anche se “è l’unico progetto di suo padre che abbia mai realizzato”. Una collaborazione unica e difficile per una tramandata “di padre in figlio e di figlio in padre”.

AGI – Con la scomparsa di Hilary Mantel, la letteratura britannica e mondiale è orfana di una delle più brillanti firme contemporanee del genere del romanzo storico, ma non solo, resa celebre per la sua epica trilogia dedicata all’Inghilterra dei Tudor, di Enrico VIII, di Thomas Cromwell, tradotta in 41 lingue e con più di 5 milioni di copie vendute.

A causare il decesso della famosa scrittrice 70enne è stato un ictus, come confermato da Bill Hamilton, suo agente letterario di lunga data, e dalla sua casa editrice, HarperCollins. “Ha visto e sentito cose che a noi comuni mortali mancavamo”: sono state le prime parole pronunciate da Hamilton, dando la notizia che Mantel si e’ spenta “improvvisamente e pacificamente”.

Dopo Jane Austen e Virginia Woolf, viene spesso presentata come la terza donna più importante della letteratura inglese. Nata a Glossop, nel Derbyshire, il 6 luglio 1952, Dame Hilary Mary Mantel è stata una delle scrittrici più premiate in patria: è la prima ad essere stata insignita ben due volte dal prestigioso Booker Prize.

Nel 2009 lo ha ricevuto per “Wolf Hall”, biografia fittizia della rapida ascesa al potere di Thomas Cromwell, I conte di Essex nella corte di Enrico VIII d’Inghilterra, ambientato tra il 1500 e il 1535.

Lo stesso titolo ha vinto anche il National Book Critics Circle Award nella sezione “Narrativa”.

“Wolf Hall” è il primo titolo della sua trilogia sui Tudor – in Italia pubblicata da Fazi Editore – seguito da “Anna Bolena, una questione di famiglia” (Bring Up the Bodies) del 2012, anch’esso vincitore del Booker Prize, ed infine nel 2020 da “Lo specchio e la luce”.

Quest’ultimo titolo è stato subito il best-seller di narrativa numero uno, selezionato per il Booker Prize 2020 e vincitore del Walter Scott Prize for Historical Fiction. Alle spalle ha una formazione da giurista, con un percorso di studi alla London School of Economics e all’Università di Sheffield, oltre ad una lunga esperienza come assistente sociale in un ospedale geriatrico.

Nel 1972 ha sposato il geologo Gerald McEwen, dal quale ha divorziato nel 1981 per poi risposarsi con lui l’anno successivo. Nel 1974 ha iniziato a scrivere un romanzo sulla “Storia segreta della Rivoluzione francese”, pubblicato poi nel 1992, stessa annata di “Un posto piu’ sicuro” e “I giorni del terrore”.

Nel 1977, Mantel e il marito si sono trasferiti in Botswana, dove hanno vissuto per cinque anni. Successivamente la coppia ha trascorso quattro anni in Arabia Saudita, per poi rientrare in Gran Bretagna a meta’ degli anni ’80. In tutto Mantel ha firmato 17 opere, tra cui “Every Day is Mother’s Day” (1985), “Vacant Possession” (1986), “Otto mesi a Ghazzah Street” (1988), “Padre Fludd” (1989). A seguire nel 1994 “A Change of Climate”, l’anno successivo “Un esperimento d’amore”, nel 1998 “Il gigante O’Brien e nel 2005 “Al di là del nero”.

Nel 2006 è stata insignita del titolo di Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico “Per i servizi alla letteratura” e nel 2014, con la stessa motivazione, ha ricevuto il titolo di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Una cosa è certa: per Mantel successo e riconoscimenti si sono fatti attendere, fino all’età di 60 anni, dopo una lunga serie di libri che verranno certamente riscoperti e dopo una malattia che le ha provocato lunghe sofferenze: l’endometriosi. Mantel ha alzato il sipario sulla propria vita nel 2003, anno in cui sono uscite le sue memorie dal titolo “I fantasmi di una vita”, pubblicate di recente anche in Italia.

Per una volta al centro della sua scrittura non sono le saghe storiche ma la storia della sua vita, condensata in 234 pagine di gioie, dolori, sofferenze, ambientazioni, età, ostacoli, nostalgie e traslochi, dall’infanzia alla malattia appunto.

Di endometriosi la scrittrice ha parlato in diverse interviste, la prima volta nel 2012 in una rilasciata al Times, in cui ha raccontato anni di lotta contro atroci dolori, incomprensioni, cure sbagliate, invalidanti effetti collaterali.

Una lunga sofferenza che ha approfondito nelle sue memorie: il momento in cui i ‘suoi’ fantasmi divennero concreti, dolorosi e spietati fu l’intervento al quale si sottopose al St George’s Hospital di Londra, che ancora giovanissima le tolse la possibilità di diventare madre.

Una scrittura empatica e profonda la sua sia quando narra della storia del suo Paese che della sua storia personale, ma Mantel non è mai rimasta nella sua torre d’avorio da scrittrice.

Spesso si è esposta in prima persona con dichiarazioni ai media forti e dirette su tematiche e problematiche che la toccano da vicina, come essere umano, come cittadina.

Così, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha detto di voler diventare irlandese per restare europea.

Forte il suo posizionamento contro la Brexit e, in più occasioni, contro la monarchia britannica, stabilendo parallelismi storici tra l’Inghilterra dei Tudor e quella dei Windsor.

In effetti nel settembre 2021 Mantel ha affermato di credere che il principino Giorgio, figlio maggiore del principe di Galles William e della moglie Kate, non sarà mai incoronato re in quanto la famiglia reale potrebbe essere defunta entro due generazioni. Di sicuro con la morte di Elisabetta II, lo scorso 8 settembre, si è chiusa un’era dopo un regno durato 70 anni.

E oggi con la prematura scomparsa di Mantel si chiude un capitolo molto importante della letteratura britannica che lascia una preziosa eredità, storica e umana. 

AGI – “Da un grande potere derivano grandi responsabilità…”. Scrivere Spider-Man, dargli in qualche modo la parola, non è come volare appesi a una ragnatela tra un palazzo e l’altro di una metropoli o vincere il male con la forza dei superpoteri e di convinzioni profonde, ma un piccolo potere lo dà senz’altro: quello di far ‘volare’ quanto meno l’immaginazione e questioni cruciali del nostro tempo.

La pensa così un siciliano di Trapani, Marco Rizzo, giornalista e scrittore, sceneggiatore del nuovissimo episodio di Spider-Man, per Marvel e Disney. Lui che da quando aveva undici anni segue le gesta dell’umanissimo e specialissimo Peter Parker, segnato da inquietudine, sensi di colpa, solarità, umorismo e atti di disarmante altruismo, scoprendo sgomento ed esercitando abilità uniche… tutto sommato un eroe molto vicino a noi, molto più di altri volanti e ammantellati ‘Signori del bene’. 

È arrivata sugli scaffali (britannici, per ora) la prima storia di Spider-Man firmata da Rizzo, intitolata “L’ombra dell’Avvoltoio”, la prima di una lunga serie. “Ebbene sì, sto scrivendo le avventure di Spidey! Io e Steve Foxe – spiega – abbiamo ‘reinventato’ il personaggio per dei fumetti presto editi in tutto il mondo. Sono avventure per tutte le età dove le storie, i nemici, i comprimari sono calati nel contemporaneo”.

Ogni storia prova a raccontare Peter Parker e il suo mondo… che non è tanto diverso dal nostro. “Ecologia e social network sono alcuni dei primi temi da noi trattati”, aggiunge. Questa nuova versione di Spidey, targata Disney/Marvel, assicura, “farà felice anche i vecchi fan con tante strizzate d’occhio… ma soprattutto credo proprio mantenga lo spirito del nostro Peter”. 

La sua prima storia è co-sceneggiata con Steve Foxe, disegnata da Mario del Pennino e colorata da Valentina Taddeo, con il supporto di “un grandioso team editoriale”. Seguiranno altre storie, scritte da Marco Rizzo – autore tra l’altro, con Lelio Bonaccorso, di ‘Salvezza’ e ‘A casa nostra. Cronaca da Riace’, reportage a fumetti su migranti e accoglienza per FeltrinelliComics – e illustrate da altri bravissimi autori come Claudio Sciarrone, e, anticipa lo scrittore, si troveranno nemici e alleati arcinoti come oscuri.

Presto queste storie arriveranno anche in Italia sul mensile Spider-Man Magazine edito da Panini Comics. In questo modo si unisce al ristrettissimo circolo di italiani che hanno sceneggiato Spider-Man, con Tito Faraci e Stefano Vietti: “Un’altra cosa che mi riempie di orgoglio e responsabilità”.    

Non è tutto. In tutte le librerie e le fumetterie per Panini Marvel Italia plana “Spider-Man, 60 stupefacenti anni”, una “lunga lettera d’amore per Spider-Man e il suo mondo scritta da me e Fabio Licari”. Il libro è approdato anche in Francia, è già disponibile da un po’ in Gran Bretagna e da gennaio 2023 sarà in vendita anche in Usa. E, poi, l’album di figurine Panini dedicato all’amatissimo Uomo Ragno.    

“Spidey, per me e molti altri, non è solo un personaggio: ci accompagna da decenni – dice Marco – con le sue gioie e i suoi dolori, che spesso sono anche i nostri (almeno, quando non coinvolgono alieni e super criminali). Scrivere le sue storie, specie se lette dai più piccoli, è un onore… e potermi calare nella testa di Peter Parker è un sogno che diventa realtà, da lettore prima che da sceneggiatore. Ed è anche un’opportunità enorme, che mi dà il ‘potere’ per veicolare messaggi a cui tengo. E si sa, da grandi poteri…”. 

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