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AGI – Tarderà a nascere un altro napoletano tan claro, tan rico de aventura come Tullio Pironti: pugile per inclinazione, libraio per dinastia, editore dal talento che può spiegarsi solo in parte con volontà e fortuna. Il resto è consegnato al mistero della cifra individuale. Come per molti talenti.

Se per cantare il multiforme Ignacio Sánchez Mejías (torero, pilota, giornalista, drammaturgo) prese la penna García Lorca, a celebrare l’esistenza elegante e scugnizza di Pironti ci pensò lui stesso con un’autobiografia pubblicata nel 2005 e appena riportata in libreria da Bompiani, pochi mesi dopo la scomparsa dell’autore. Libri e cazzotti (208 pp., 12 euro) si legge o rilegge d’un fiato perché ciascun capitolo è un frammento sufficiente a brillare.

Che tu lo tenga infilato nella collana o che lo guardi da solo, ti chiedi come avrà fatto quest’outsider a competere con i giganti dell’editoria. Come sarà riuscito a pubblicare per primo in Italia Don DeLillo, Bret Easton Ellis, Nagib Mahfuz. Come avrà conquistato l’ammirato affetto di Fernanda Pivano, la ritrosa stima di Giulio Einaudi, la calorosa simpatia di Fellini, la generosità di Sciascia. Con quale faccia avrà detto di no a Giulio Andreotti e a Licio Gelli. Per quale distratta fiducia avrà illuso Tahar ben Jelloun di essere più furbo di lui. Tullio Pironti lo spiega in quei brevi capitoli, che per cabala hemingwayana ammontano a quarantanove. Non tiene i trucchi per sé però, pure svelati, ti rendi conto che soltanto a lui potevano riuscire.

Prima dell’editoria, ugualmente vivide sono le sue impressioni sull’infanzia in tempo di guerra, sugli incontri pugilistici e i cazzotti di cui confessa la paura, ma in fondo di quell’adrenalina gli perdurò il bisogno e da editore lo portò a sfidare Mondadori in una memorabile asta telefonica per acquisire i diritti di Easton Ellis. Rischiava il ko ma vinse il match. Quando la cifra superò i 50 milioni (all’epoca non una bazzecola), a Segrate avrebbero dovuto riunire il cda per decidere, mentre Pironti era il cda di se stesso e disse sì seduta stante. Il welter colpisce più veloce e manda il peso massimo al tappeto.

Il felice sospetto è che lui trasferì nel lavoro i princìpi della boxe, e che pugile rimase anche appesi i guantoni. Cosa metteva in relazione libri e cazzotti lo spiega Antonio Franchini nell’introduzione all’autobiografia: “la sua natura artistica che era il collante tra due attività così apparentemente lontane, perché il suo essere pugile non poteva essere messo in discussione, e come sarebbe stato eccentrico l’editore, così lo era anche il boxeur”.

Pironti “aveva vissuto un tempo in cui la simulazione non era di moda”, dice Franchini. Perciò non s’atteggiava a personaggio. Lo era. Un esempio è la semplicità con cui rievoca la straordinaria Napoli di Lucio Amelio, il quale gli telefona dicendo: “Tullio, stasera vengo a cena a piazza Dante con Joseph Beuys e Keith Haring”. Lui risponde: “E chi sono?”, poi prenota al ristorante a pochi metri dalla libreria, dove Haring simpatizza con il proprietario e gli disegna un’opera sul tovagliolo.

I racconti di Pironti lasciano il retrogusto duplice di una gioiosa curiosità di vivere e dell’insanabile malinconia di chi sente di avere “sempre mancato l’ultimo traguardo”. Una sera stava per confessarlo a Fernanda Pivano, ma per pudore all’ultimo momento le assicurò che tutto andava “benissimo”. Come spiegare meglio i moti del sole e della luna nel cielo intimo di un napoletano antico.

Vale in coda una riflessione la vicenda del mancato libro di Nunzio Giuliano, il primogenito della famiglia camorrista di Forcella che si dissociò dal clan dopo la morte del figlio per overdose. Tullio sa che da questa esperienza umana sortirebbe un testo di potenza eccezionale, ma Nunzio pensa piuttosto a un apologo sul disagio sociale e sulla redenzione, malgrado i tentativi di spiegargli “non solo l’opera che il pubblico si aspetterebbe da lui, ma quella che sarebbe per lui giusto scrivere”. Lo sforzo di Pironti e il rifiuto di fare un libro sbagliato, nota Franchini, sono un esempio pratico del mestiere di editor.

(Frequentai Nunzio da cronista con gli stessi intenti di Pironti – e identici risultati. Abitava alla Riviera di Chiaia, lontano dai meandri di Forcella, coltivava il jazz e la lettura, possedeva “un fascino e un’eleganza”, aveva quarant’anni di cui quelli trascorsi in carcere assommavano a circa la metà. Molto tempo dopo in un’altra città seppi della sua fine, vittima “trasversale” di un agguato rimasto impunito. Quell’anno usciva la prima edizione di Libri e cazzotti).

AGI – Un disegno attribuito a Michelangelo è stato venduto da Christie’s Parigi a 23 milioni di euro, diritti d’asta compresi. L’opera, realizzata a penna e inchiostro bruno, era stata venduta nel 1907, sempre a Parigi, da Drouot, come disegno di “scuola michelangiolesca”.

L’attribuzione al grande Maestro del Rinascimento è arrivata nel 2019 nell’ambito di un inventario per una collezione privata francese. Il disegno, che ha le dimensioni di un foglio A4, ricorda l’affresco di Masaccio ‘Il Battesimo dei neofiti’ che si trova a Firenze nella Cappella Brancacci della chiesa di Santa Maria del Carmine.

Si tratta di un record per un disegno di Michelangelo: quello precedente risale al luglio del 2000, quando, sempre da Christie’s, ma a Londra, il disegno ‘Cristo risorto’ fu battuto per 8,1 milioni di sterline, ovvero 9,5 milioni di euro. 

AGI – Installazioni “giganti” hanno preso vita sulla cornice di Dakar come simbolo e monito degli artisti che si vogliono impossessare dello spazio pubblico. Giovedì aprirà i battenti, in Senegal, l’attesissima Biennale di arte contemporanea, alla sua quattordicesima edizione. E la novità di quest’anno sono proprio le opere degli artisti che “invadono” lo spazio pubblico.

Di fronte al blu magnetico dell’oceano, gli abitanti si avvicinano silenziosamente ai due mausolei a forma di piramide. Dentro e fuori, decine di volti per terra, gli occhi chiusi per sempre, alcuni che urlano. Le scarpe sfuggono dai mausolei, allineate fino al bordo della scogliera, come se cadessero in mare. Una potente rievocazione e denuncia, da parte dell’artista senegalese Yakhya Ba, delle tragedie dell’immigrazione clandestina che hanno coinvolto tante famiglie africane.

Each artist in this show explores inter-cultural exchanges, subverting empirical cartographies and the idea of fixed cultural identities by mapping the spaces ‘in-between.’https://t.co/AKYSg5W1rb pic.twitter.com/xnRjxdLViN

— Contemporary Art Soc (@ContempArtSoc)
May 13, 2022

Poco più avanti, un imperturbabile cane fuori misura è oggetto di selfie di divertiti residenti, l’obiettivo dell’egiziano Khaled Zaki è portare gioia ai bambini e sollevare il problema dei cani randagi nella capitale. Abbattere “le pareti di gallerie e musei”, spostare “lo studio dell’artista in strada” e spezzare “l’immaginario elitario che il cittadino ha dell’arte”: questo progetto “Doxantu” (il lungomare, in lingua wolof) è un vero e proprio “advocacy per un’arte più presente nello spazio pubblico”, spiegano gli organizzatori della Biennale.

La capitale del Senegal, Dakar, è rinomata per la sua energia creativa, in un paese che ha visto la nascita di grandi artisti come Ousmane Sow. Dopo un rinvio nel 2020 a causa del Covid, la quattordicesima edizione della Biennale accoglie fino al 21 giugno il meglio della creazione contemporanea del continente.

What is Flow?
Image Credit: John Murphy, ‘The Blue Veil’, 1970 pic.twitter.com/qOp7EmAn8p

— Contemporary Art Soc (@ContempArtSoc)
May 10, 2022

L’edizione 2018 ha attirato quasi 250.000 visitatori, di cui oltre 50.000 dall’estero. Sono rappresentati 85 paesi e più di 2.500 artisti. Il direttore artistico, El Hadji Malick Ndiaye, ha la franchezza di osservare che, in questo Paese povero, “la società, al di là degli attori culturali, non ha sempre vissuto la Biennale”, nonostante le centinaia di mostre e luoghi aperti a tutti e la copertura mediatica.

Per questa ragione ha chiesto a 17 artisti di realizzare opere monumentali per “dialogare” con i luoghi lungo la corniche (villaggio di pescatori, università, carcere), e ha programmato performance “in luoghi remoti” nella capitale. Il tema di questa edizione è “Ndaffa (la fucina, in Wolof), “la costruzione di nuovi modelli”. Quasi 300 mostre a Dakar e nelle isole di Ngor e Gorée, e un centinaio in altre città e paesi della diaspora, sono in programma IN e circa 350 progetti in OFF. “Questa Biennale è simbolicamente forte perché è avvenuta dopo la crisi del Covid-19 che ha scosso e messo alla prova i Paesi africani”, sottolinea Ndiaye sentito dalla France Presse.

This week’s Friday Dispatch can be viewed across the Region, with exhibitions currently open in Thomas Dane Gallery as well as the National Galleries of Scotland⁠
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— Contemporary Art Soc (@ContempArtSoc)
May 6, 2022

“L’Africa è al crocevia di diversi cambiamenti: movimenti per una nuova appropriazione del patrimonio africano, domande sul franco Cfa (la cosiddetta moneta coloniale, nda), sull’autonomia dei paesi africani, disordini in diversi paesi, nascita di una nuova coscienza cittadina…” In questa Biennale, “invitiamo gli artisti ad avere i propri punti di vista su tutto questo, a forgiare nuovi modi di pensare, a fare di tutto per non chiudersi in sé stessi e non andare alla deriva. Insomma, far scoppiettare la cultura.”

La mostra internazionale presenta, in un ex tribunale dall’atmosfera senza tempo, 59 artisti visivi, provenienti da 28 paesi, di cui 16 africani e 12 della diaspora. Tra questi, i visitatori potranno farsi coinvolgere dalle visioni oniriche dell’arte contemporanea africana, dalle opere del pittore senegalese Omar Ba, da un video del sudafricano Sethembile Msezane o da un’installazione che trasporta nello spazio la franco-togolo-senegalese, Caroline Gueye, anche lei astrofisica.

Tra le altre mostre chiave, una “foresta” di 343 sculture – uomini, donne, bambini, senza braccia, come sopraffatti – del senegalese Ousmane Dia, che denuncia le disuguaglianze, invitando a costruire un nuovo ordine “che si sofferma maggiormente sulla dignità umana”. Un simposio scientifico, organizzato dallo scrittore Felwine Sarr, discuterà della restituzione del patrimonio africano. “Questo è anche il momento in cui dall’altra parte del mondo c’è una guerra”, ha detto Ndiaye dell’invasione russa dell’Ucraina. “Quando le armi scoppiettano, dobbiamo far scoppiettare la cultura e scommettere ancora di più su di essa”.

AGI – Un italiano su cinque ascolta gli audiolibri, almeno secondo i nuovi dati forniti da Audible, società di Amazon tra i maggiori player nella produzione e distribuzione. Prosegue a gonfie vele dunque un trend positivo con un’impennata già ampiamente documentata negli ultimi anni, soprattutto durante il primo lockdown, e che oggi viene testimoniata da nuovi dati positivi.

Secondo l’ultima ricerca condotta proprio per Audible da NielsenIQ gli audiolettori crescono ancora e sono ora il 17% della popolazione adulta, per un totale di 10,2 milioni di italiani fruitori di storie raccontate da grandi voci, un bel +2% rispetto al 2021.

Il 40% del campione intervistato ha ascoltato almeno un audiolibro nell’ultimo anno e l’11% di questo è un cosiddetto heavy user, ovvero ascolta audiolibri con regolarità almeno una volta alla settimana. La maggior parte degli audiolettori, il 35%, dichiara di alternare libri cartacei e ebook; il 37% apprezza anche usufruire dei numerosi podcast distribuiti sulle varie piattaforme disponibili in Italia.

Cresce anche il tempo che gli italiani sono disposti a dedicare all’ascolto delle loro storie preferite: la durata media della sessione di ascolto arriva nel 2022 a sfiorare il tetto della mezz’ora, nonostante l’impatto dei social che mettono a dura prova la capacità di concentrazione delle persone: gli audiolettori restano incollati alle cuffie per ben 27,5 minuti (+10% rispetto all’anno precedente).

Chi ascolta gli audiolibri e dove

Sono i Millenials i più appassionati consumatori di audiolibri, il 44% della generazione che copre la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni infatti è un appassionato audiolettore. Come rivelano altri dati, pare che l’audiolibro entri in tackle nelle dinamiche familiari, tant’è che il 39% dei genitori intervistati dichiara di avere figli che ascoltano audiolibri e di questi il 48% ha fatto ascoltare per la prima volta un audiolibro ai propri figli, mentre il 31% ha iniziato ad ascoltare audiolibri sotto consiglio dei propri figli.

Anche nel 2022, la casa si conferma il luogo preferito per godere della compagnia di un audiolibro, il 74% degli italiani dà voce alle storie nel conforto delle proprie mura domestiche mentre compie altre azioni destinate alla cura della casa come cucinare, fare le pulizie, riordinare o curare il giardino. Complice anche il graduale ritorno a una vita più all’aria aperta rispetto allo scorso anno, aumentano le persone che ascoltano audiolibri durante gli spostamenti tra casa e posto di lavoro: crescono gli ascolti in macchina e sui mezzi pubblici, rispettivamente al 24% e al 18%, contro il 20% e il 14% del 2021.

Che cosa si ascolta

In qualunque luogo si decida di premere play e godersi un audiolibro, i gusti in fatto di ascolti tra il 2021 e il 2022 restano invariati. La classifica dei generi più amati nel Belpaese conferma i tre intramontabili dello scaffale: classici (30%), thriller (30%) e fantasy e science fiction (22%). Quando si tratta di scegliere quale audiolibro ascoltare gli italiani preferiscono le novità. Il 52% presta orecchio a un audiolibro che non ha mai letto, solo il 28% ascolta volentieri una storia che già conosce.

L’audiolibro diventa un mezzo per far appassionare gli italiani a nuove storie e nuovi autori, spingendo le persone a dedicare maggiore tempo e attenzione alla cultura. In fatto di lingua d’ascolto gli italiani preferiscono quella natia. Il 98% del campione ascolta audiolibri in italiano, seguono poi all’inglese al 20% e lo spagnolo al 5%. Il maggior driver all’ascolto è, come negli anni passati, il relax (44%) ma aumentano gli audiolettori che, quando non possono leggere, ascoltano per imparare, passando al 28% rispetto al 23% del 2021.

Per la prima volta quest’anno, gli audiolibri sono visti sia come mezzo per intrattenersi mentre si svolgono altre attività sia come valido strumento di approfondimento e apprendimento, entrambi a pari merito al 46%. Alta anche la percentuale degli italiani che li ritiene un vero alleato contro la noia (45%), la solitudine e lo stress (entrambi al 43%). 

Il più ascoltato

La saga di Harry Potter di J.K. Rowling letta da Francesco Pannofino, uno dei maggiori doppiatori e attori italiani, non è solo il libro più ascoltato del 2022 ma anche il più ascoltato in Italia di sempre; seconda posizione, in entrambe le classifiche, ricoperto dallo stesso romanzo, ovvero “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas letto da Moro Silo.

Nel 2022 gli altri libri più ascoltati dagli italiani sono stati, in ordine, “Per niente al mondo” di Ken Follett letto da Riccardo Mei, “L’inverno dei Leoni (La saga dei Florio)” di Stefania Auci letto da Ninni Bruschetta, “I Pilastri della terra (La Trilogia di Kingsbridge)” di Ken Follett letto da Riccardo Mei, “Tre” di Valerie Perrin letto da Lucia Mascino, “Storia della bambina perduta (L’amica geniale)” di Elena Ferrante letto da Anna Bonaiuto, “Serenata senza nome: Il commissario Ricciardi 9” di Maurizio De Giovanni letto da Paolo Cresta, “Dune (Il ciclo di Dune 1)” di Frank P. Herbert letto da Alessandro Parise e “Il grido della rosa: Le indagini di Anita” di Alice Basso letto dalla stessa Alice Basso.

AGI – Avrebbe compiuto cento anni in questo 2022, Pier Paolo Pasolini. Poeta, scrittore, saggista, cineasta… un uomo carismatico, intellettualmente fecondo, a volte duro, scontroso e forse troppo diretto nell’esprimere i propri pensieri che ha lasciato un patrimonio di valori e idee in un certo senso ‘profetiche’ per il vissuto di oggi.

“Non ho mai creduto alla tesi che Pier Paolo fosse stato ucciso solo da una persona…Aveva un atteggiamento che dava fastidio, e secondo me e non solo secondo me, visto che sto leggendo tanti libri e scritti su di lui in questo periodo che concordano sul fatto che fu ucciso perché sapeva delle cose, anche se diceva di non avere prove, dietro la sua morte c’era qualcosa di più importante. Lo hanno elminato sicuramente dei ragazzotti killer ma perché la sua voce era importante”. Così Dacia Maraini, in una intervista all’AGI in occasione dei 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, ricostruisce la figura del grande artista al quale ha dedicato il suo ultimo libro, ‘Caro Pier Paolo’ (Neri Pozza editore).

“L’Italia – aggiunge la scrittrice – ha una storia di segreti non rivelati. Quindi penso che la sua morte è uno dei tanti segreti italiani. Pelosi si è preso la colpa all’inizio, poi ha detto che non è stato lui e che erano almeno in tre ma non ci sono i nomi. Avrebbe potuto dirlo subito ma magari è stato ricattato, sapeva molto di più ma non ha detto la verità”.

“Un uomo che in apparenza era duro e scontroso”, commenta la sua grande amica Maraini.

“In realtà – afferma – era una persona di una dolcezza unica, di grande sensibilità e umanità. Un uomo di grandi valori e sentimenti” che oggi, “può insegnare molto alle giovani generazioni e che aveva visto già alla sua epoca, la direzione che avrebbe preso il mondo di oggi”. 

“Caro Pier Paolo” è un libro scritto in forma epistolare, dove sono racchiusi ricordi e aneddoti, scampoli di una amicizia profonda quale è stata quella fra Dacia Maraini e Pasolini, uscito in occasione del centenario della nascita del poeta.

“È un’idea che è nata da dei sogni – racconta la scrittrice – dopo la sua morte mi è capitato tante volte di sognarlo e raccontavo questo fatto agli amici. Finché l’editore mi ha proposto di raccogliere questi ricordi comuni, una parte privata che nessuno conosce. E così, è nata l’idea di queto libro”.

(Ascolta l’intervista in podcast)

E cosa le dice in sogno?

“Mah, la prima volta mi diceva che era tornato per un film, raccontava cosa voleva fare e poi spariva, mi lasciava la voglia di parlargli – racconta Maraini – Un’altra volta mi ricordava cose fatte insieme. E questa è appunto la parte privata, meno conosciuta”.

Quella che appunto, sconfessa l’immagine del Pasolini duro, severo.

“Sì, passava per essere aggressivo e provocatorio, invece la parte privata che conosco di lui e in parte rivelo, e’ quella di una persona molto sensibile, dolce e affettuosa”.

Aveva degli amori, quello per sua madre su tutti, quello per Maria Callas…

“Sì, la madre su tutti, un legame incredibile e poi con la Callas fu un vero amore, platonico ovviamente. L’ha amata moltissimo come lei ha fatto con lui ma la sua vita però era sdoppiata: l’eros era del mondo maschile, affetti e amore erano propri del mondo femminile ma tutto era legato alla figura della madre. Diceva che non poteva fare l’amore con una donna perchè sarebbe stato incesto. Ma la gente non capisce che esiste anche l’amore platonico. La Callas avrebbe voluto sposarlo, era innamoratissima e ingenuamente pensava di cambiarlo ma a quell’età, è difficile cambiare gusti e modo di stare al mondo. Lei lo voleva cambiare con l’amore come tante donne ingenuamente fanno”.

Pasolini uomo gentile quindi

“Quando scriveva nei riguardi della società era duro, per reazione. Raccontava sin da piccolo che a sei anni, quando ha capito di essere omosessuale è stato attaccato, redarguito e disprezzato. E questo ha pesato molto sul rapporto con il suo tempo. Ecco perché era aggressivo quando scriveva in pubblico. Ma nella vita privata era una persona docilissima. Nei nostri viaggi non l’ho mai sentito dire una parola sgarbata, offendere, protestare, brontolare fare la vittima. Andavamo fuori dagli itinerari turistici, dormivamo in tende, nel cuore dell’Africa, mangiavano scatolette, roba invisa, bevevamo acqua non pulita. Eravamo nell’Africa più povera e arcaica e lui era cosi disponibile e affettuoso con chi stava male, con chi soffriva. Tutto l’opposto dell’atteggiamento pubblico”.

Ma non parlava mai delle sue intuizioni sotto il profilo politico, giornalistico? Di lui era famosa la frase “io so ma non ho le prove”

“Raramente discuteva con noi delle sue intuizioni. Quando usciva veniva via dal mondo che lo opprimeva e disprezzava. Ricordiamoci che ha avuto ben 82 denunce. Ma quando stava con gli amici tentava di dimenticare e parlava tanto di poesia. Io ad esempio non amavo Pascoli che a lui piaceva. Lo consideravo un poeta sentimentale, ma lui lo recitava a memoria con tale passione e gioia che me lo ha fatto amare. Pier Paolo amava la letteratura non in senso professoriale, ma nella gioia del leggere. Nelle piccole cose di tutti i giorni conduceva una vita molto meno politica di quello che si possa immaginare”. 

Oggi molto sui scritti, riflessioni, sono condivisi dai giovani attraverso i social, e qui esce fuori la sua visione un po’ profetica del vissuto di oggi

“I ragazzi sanno bene che aveva un dono profetico ma non da santone, sia chiaro. Diceva sempre che il fascismo che lui aveva vissuto e conosciuto colpiva esteriormente l’essere umano mentre l’industrializzazione e la società dei consumi, colpivano l’uomo dentro e lo facevano diventare nemico di se stesso e della natura. Era una visione apocalittica la sua ma oggi, ci accorgiamo che aveva ragione, perchè poi è successo: noi siamo schiavi del consumo e abbiamo modificato le nostre idee e questo Pier Paolo lo aveva avvertito quando tutto era all’inizio della trasformazione. Oggi i giovani potrebbero trarre da lui l’insegnamento della sincerità, di dire cio’ che si pensa e non per esibizionismo. Lui lo faceva e veniva perseguitato.  Del resto il nostro è un Paese che non è portato per la verità. Si pensa che la menzogna sia normale”. 

Cosa direbbe oggi della guerra in corso? 

“Conoscendolo sarebbe stato dalla parte degli aggrediti e non certo da quella dell’aggressore, lui è sempre stato dalla parte di chi subisce ed è perseguitato e ucciso. Persino nel 68, quando gli studenti protestavano contro l’autoritaritarismo, li attaccò, gli disse che erano ‘figli di papà’ perché un domani sarebbero stati dirigenti mentre i poliziotti con la loro misera paga, rischiavano la vita e non sarebbero mai stati classe dirigente. E’ sempre stato un po’ anarchico e contro qualsiasi forma di potere e quindi credo proprio che sarebbe stato dalla parte di chi subisce la guerra”.

Anche lei ha subito la guerra, deportata in un campo di prigionia in Giappone 

“Sì, dal 1942 al 1945. La guerra lascia ferite profonde in una bambina, che diventano cicatrici, io ero una bambina piccola ma quando guardo le foto delle bombe che cadono in questi giorni, me le sento addosso: so cosa vuol dire correre in un sotterraneo con la paura che la casa ti crolli addosso, è orribile, non si può immaginare, ogni sera mi stupivo di essere ancora viva. So bene cosa vuol dire la fame, il freddo. Stavamo li, in quel campo senza mangiare ed è stata molto dura”.

Avete vissuto con Moravia estati bellissime a Sabaudia 

“Era un periodo fecondo e bellissimo a Sabaudia c’era anche Bertolucci che aveva casa li, il pittore Tornabuoni, Laura Betti con casa al Circeo, un via vai di artisti che andavano e venivano da noi, c’era Dario Bellzza, Garboli, si ospitavano in continuazione poeti e cineasti. Era un periodo in cui la comunità aristica si sentiva molto unita. Ora non è piu così, ognuno va per fatti suoi e ci si incontra solo nelle occasioni pubbliche. Al giorno di oggi non ci sono i bar dove ci si radunava, le trattorie, il piacere di incontrarsi era alla base degli scambi intellettuali. Oggi non c’è perchè è cambiato il clima culturale, tutto è frantumato, liquido, fluido, le ideologie sono scomparse, le persone stentano a riconoscersi in una comunità e le comunità istituzionali stesse si fanno la guerra. Pensiamo alla magistratura: incredibile assistere alla guerra intestina che c’è”.

E Pasolini, il rischio della scomparsa delle ideologie lo aveva intuito 

“Credo proprio di sì,  in vari momenti viene fuori questa sua idea che stava per iniziare questa frantumazione”. 

Nel libro si fa riferimento ad una immagine di Pasolini che cammina da solo, fra le dune di Sabaudia, ma soffriva di solitudine?

“Sì ma di solitudine interiore, perché era un uomo di tradizione, di valori. L’amore per la madre per esempio lo frenava. Io l’ho conosciuto che aveva superato i 40 anni e poi l’ho accompagnato fino alla fine. Ad un certo punto è entrato in una sorta di conflitto catastrofico con il suo tempo, il suo ultimo film ‘Salò’, è molto amaro, doloroso, e si sentiva solo. Eppure viveva con la madre e la cugina. Ma la sua era una solitudine psicologica. Si sentiva in disaccordo con il suo tempo. Amava il calcio, aveva un fisico super atletico, muscoloso. Quando è morto, con quel fisico era impossibile pensare a un corpo a corpo. Per come era lacerato, erano almeno in tre su di lui”. 

Amava uscire di notte

“Guardate che lui non era un predatore, il suo eros non era da preda. Cercava se stesso da ragazzino, mai avrebbe fatto violenza. Questo è molto chiaro, al contrario di come si è insinuato facendolo passare da violentatore seriale ma non era mai e poi mai stato cosi”.

Chi non conosce Pasolini, da dove può iniziare?

“Io sono legata alla poesia, in particolare a ‘Le ceneri di Gramsci’. Ma ci sono due libretti postumi, ‘Atti impuri’ e ‘A modo mio’, in cui racconta se stesso, la sua adolescenza con tanta freschezza e sensibilità. Ecco mi soffermerei su questi. Poi c’è ovviamente tutta la sua sconfinata produzione”. 

Ci sono al giorno d’oggi figure che si avvicinano a Pasolini o che si avvicinano alle sue idee e valori?

“È difficile a dirsi, perché i tempi che viviamo sono molto diversi ma non posso negare che ci siano delle personalita’ molto coraggiose, come Pasolini era, e credo che siano fra i giornalisti piuttosto che fra i poeti. Mi riferisco a quelli impegnati sono fronti difficili, che scrivono le cose usando il coraggio. E ce ne sono. Penso a quel tipo di giornalisti che con il loro lavoro contribuiscono a difendere la democrazia, la verità. Quelli che hanno capito che bisogna stare in guardia rispetto al potere. E poi, quando penso agli scrittori  mi viene subito in mente Saviano che mette tutto se stesso nella lotta alla criminalità, coraggio. Penso a Scurati, che sta facendo una indagine importante sul mito della guerra. Insomma, ce ne sono tanti e ora non voglio dimenticarne qualcuno, ma ce ne sono e molto profondi”.

AGI – Una nuova tragedia famigliare per il musicista Nick Cave: sette anni dopo la morte del figlio Arthur, a soli 15 anni di età, ora ha perso anche il figlio maggiore, il 30enne Jethro Lazenby. Lo ha reso noto lo stesso 64enne compositore e cantante australiano: “Con molta tristezza posso confermare che mio figlio, Jethro, è morto. Saremmo grati per il rispetto della privacy in questo momento”.

Jethro, nato a Melbourne nel 1991, faceva il modello ma soffriva di schizofrenia: di recente era stato arrestato per aver aggredito la madre, Beau Lazenby. Nel 2018 era stato condannato per aggressione ai danni dell’allora fidanzata.

L’altro figlio di Cave, Arthur, era deceduto adolescente per la caduta accidentale da una scogliera a Brighton mentre era sotto l’effetto di droghe. Coì il musicista, noto soprattutto per il suo lavoro con The Bad Seeds, si era trasferito dall’Inghilterra a Los Angeles. 

AGI – Un iconico ritratto di Marilyn Monroe fatto da Andy Warhol è stato battuto da Christie’s per 195 milioni di dollari (184 milioni di euro), il prezzo più alto mai pagato in un’asta per un’opera d’arte del 20mo secolo. “Shot Sage Blue Marilyn” fu dipinta dal ‘re della Pop art’ nel 1964, due anni dopo la morte della star di Hollywood.

In un’affollata asta a Manhattan l’opera è stata venduta in appena quattro minuti e ha battuto il precedente record delle “Donne di Algeri” di Pablo Picasso che nel 2015 avevano fruttato 179,4 milioni di dollari.

Il prezzo pagato è vicino a quello della base d’asta e tutto il ricavato andrà in beneficenza alla Thomas and Doris Ammann Foundation di Zurigo.

Si tratta di un ritratto di Marilyn con i capelli in giallo, ombretto azzurro e labbra rosso vivo. Warhol dipinse cinque Marilyn con diversi sfondi: rosso, arancione, blu, blu salvia (quello messo all’asta) e turchese.

AGI – Il Premio Campiello torna nella sua sede storica, il Teatro La Fenice di Venezia, dopo aver girovagato negli ultimi due anni, per l’Arsenale e piazza San Marco, e celebra la 60esima edizione. Ricca come non mai, con 350 romanzi pervenuti, più di un centinaio rispetto allo scorso anno, e 84 libri segnalati a oggi dalla giuria.

E una novità: dall’anno prossimo ci sarà un nuovo riconoscimento, sostenuto da Venice Gardens Foundation rivolto alle opere di narrativiva, saggistica e poesia che siano ‘connesse alla natura intesa come entità vivente in armonia con il tutto’.

Il premio letterario, unico nel suo genere perché deciso dal pubblico, è stato presentato a Milano, nella storica Palazzina Appiani, alla presenza di Enrico Carraro, Presidente della Fondazione Il Campiello e di Confindustria Veneto, di Mariacristina Gribaudi, Presidente del Comitato di Gestione del Premio, e di Walter Veltroni, presidente della Giuria dei Letterati, per il secondo anno consecutivo. 

La serata finale si terrà il 3 settembre a La Fenice, condotta da Francesca Fialdini e Lodo Guenzi, e andrà in diretta su Rai 5. Ma la tappa che precede l’evento conclusivo sarà il 27 maggio a Padova per la selezione della Cinquina finalista  da parte della giuria dei letterati. Occasione in cui verrà anche annunciato il premio campiello Opera prima, per un autore esordiente.

“Questa è un’edizione particolare – è intervenuto Veltroni -, che ci da l’opportunità di pensare alla storia di questo premio, assegnato con una selezione pubblica che arriva dopo un lungo lavoro della giuria. La nostra giuria non ha – ha spiegato – il compito di scegliere chi vince il premio ma saranno i lettori a farlo: in questo consiste l’originalità, l’autorevolezza e l’indipendenza del premio Campiello”.

Siamo tutti “consapevoli” a maggior ragione in questo periodo storico, ha aggiunto Veltroni, “di quanto siano importanti le parole, per raccontare punti di vista e dubbi sulla realtà. Quando vengono censurate impedite, è l’inizio della fine. Ecco perchè un premio di questa natura assume ancora più importanza oggi, perchè esalta il valore delle parole, delle opinioni e quindi della libertà“.

Tra le novità di questa edizione c’è l’annuncio di un nuovo riconoscimento, in linea con i tempi, rivolto a narrazioni o poesie sul tema ambientale. “E’ un modo – spiega Gribaudi – per rimettere al centro l’uomo, la bellezza e la sostenibilità. Dalla prossima edizione si preannuncia una sfida importante”.

“In un mondo fortemente diviso, prima della pandemia e poi dalla guerra, è comunque importante continuare a coltivare la cultura e valori che ci uniscono nella profonda convinzione che il binomio impresa e cultura possa e debba continuare ad esprimersi per ancora molto tempo” ha concluso Enrico Carraro presidente della fondazione il Campiello e di Confindustria Veneto.

Tra giugno e luglio si svolgerà il tradizionale tour letterario con gli autori finalisti che farà tappa in diverse località italiane: un’iniziativa nata nel 2006, con la quale si promuove la cinquina di finalisti e si diffonde la lettura in tutta Italia. Tra le città fino a questo momento confermate ci sono Civitavecchia Roma, Parma, Vicenza, Cornuda, Bolzano, Teramo, Tricase, Gallipoli, Matera, Lido di Venezia, Cortina, Jesolo e Asiago. 

AGI – L’iconico ritratto pop di Marilyn Monroe firmato Andy Warhol sarà venduto oggi all’asta da Christie’s e potrebbe essere battuto fino a 200 milioni di dollari, segnando il record dell’opera d’arte del XX secolo più cara di sempre.

Parte del ricavato servirà a finanziare progetti di beneficienza a favore dei bambini in più Paesi.       

Shot sage blue Marilyn”, quadrato di un metro per un metro, è stato dipinto da Warhol nel 1964, due anni dopo la morte della star di Hollywood diventata un mito, a partire da una sua fotografia.

“È riuscito a catturare la parte più affascinante di Marilyn per tutti gli spettatori, per ciascuno di noi” ha detto Alex Rotter, presidente del dipartimento XX secolo di Christie’s, facendola diventare un’opera iconica alla stregua della Venere di Botticelli e della Mona Lisa di Leonardo da Vinci.

“Shot sage blue Marilyn” è di proprietà della fondazione Thomas e Doris Ammann, con sede a Zurigo, e secondo Christie’s “il prodotto della vendita servirà a migliorare la vita dei bambini attraverso il mondo, con programmi dedicati alla salute e all’istruzione”.  

Il ritratto su tela di Marilyn è stato poi declinato in altre quattro versioni con colori diversi, successivamente riprodotti su vasta scala e destinati alla vendita al grande pubblico, trasformando il ritratto in un’opera ‘democratica’ quindi di fama globale.

“La riproduzione di massa del ritratto di Warhol ha contribuito a far entrare quell’immagine nelle nostre menti, nel nostro incosciente” ha fatto notare Bernard Bistene, direttore onorario del Museo nazionale di arte moderna del Centro Pompidou di Parigi.

“È la pittura la più importante del XX secolo ad essere venduta all’asta in tutta una generazione” ha sottolineato la blasonata casa d’asta londinese. “Con il 100% della vendita di un unico dipinto destinato a un’opera caritatevole, si tratterà anche dell’asta più importante a fini filantropici dopo quelle nel 2018 della collezione di Peggy e David Rockefeller” ha ricordato Christie’s. 

Secondo la leggenda, le quattro opere Shot Marilyns, di cui fa parte “Shot sage blue Marilyn”, sono state chiamate così dopo che una donna che aveva chiesto all’artista se poteva fotografarle ha poi sparato ai dipinti con una pistola.

Secondo Georg Frei, presidente della Fondazione Ammann, “sicuramente l’immagine di Marilyn firmata Warhol è oggi più celebre rispetto alla fotografia originale tratta dal film Niagara di Henry Hathaway. Il ritratto spettacolare differenzia la persona dalla star e in questo nuovo millennio la sua potenza visiva rimane intatta”.

Per i critici d’arte, alla fine il ritratto del re della pop art ha oscurato le circostanze terribili della vita e della morte di Marilyn, regalandoci il suo sorriso enigmatico che la accomuna a quello altrettanto misterioso di una donna distinta come Mona Lisa.  

In base ad una classifica mondiale nel settore dell’arte, finora il record assoluto per una vendita all’asta è detenuto dal Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, battuto 450,3 milioni di dollari da Christie’s a New York, nel novembre 2017.  

Per le opere del secolo scorso, la più cara è Les Femmes d’Alger di Pablo Picasso (179,4 milioni, maggio 2015) seguita dal Nudo sdraiato di Amedeo Modigliani (170,4 milioni, novembre 2015).

Nonostante la pandemia di Covid-19 che ha messo il mondo in ginocchio, il mercato dell’arte non ha mai goduto di così buona salute e a New York si registrano record di vendite, soprattutto tra compratori asiatici sempre più giovani.

AGI I resti di altre due statue di ‘Giganti’ sono stati trovati in Sardegna nell’area di Mont’e Prama, a Cabras (Oristano). La scoperta è avvenuta a poche settimane dalla ripresa, il 4 aprile scorso, della campagna archeologica nel perimetro sulle colline del Sinis, di fronte allo stagno, dove le attività di ricerca erano ferme da quasi due anni e dove in passato erano state recuperate le antiche statue di pugilatori e guerrieri, risalenti a tremila anni fa, tra le più antiche testimonianze scultoree trovate nel bacino del Mediterraneo. 

Gli archeologi hanno scoperto torsi di due pugilatori, una testa, gambe, altre parti dei corpi, uno scudo e i frammenti di un modello di nuraghe. Le statue appena scoperte sono state identificate come ‘pugilatori del tipo Cavalupo’ per il grande scudo flessibile avvolto davanti al tronco, del tutto simili alle due sculture recuperate a pochi metri di distanza nel 2014 e ora esposte nel vicino Museo civico di Cabras.

“Una scoperta eccezionale”, l’ha definita il ministro della Cultura, Dario Franceschini. 

Chi sono i ‘Giganti’

I Giganti di Mont’e Prama sono antiche scultura in pietre risalenti alla civiltà Nuragica, in particolare all’età del ferro fra il XIII e il IX secolo avanti Cristo: furono recuperate nel 1970 in un terreno della Confraternita dello Spirito Santo, a Cabras, da alcuni braccianti, ma provengono da un’area funeraria costiera. Le campagne di scavo iniziarono solo nel 1974 per concludersi cinque anni più tardi: furono recuperati circa 4.000 pezzi appartenenti a 32 statue.

I resti dei guerrieri sono rimasti nei magazzini della Soprintendenza di Cagliari, nei locali del vecchio museo Archeologico, fino al 2005, quando è iniziata la battaglia dell’amministrazione comunale di Cabras per il loro recupero. Sottoposti a un lungo restauro negli anni successivi, i Giganti sono poi stati esposti a Cabras e a Cagliari.

I nuovi scavi

Il cantiere in corso, finanziato dalla Soprintendenza Archeologia per la provincia di Oristano con 85.000 euro, durerà tutta la primavera. Vi lavorano gli archeologi Alessandro Usai e Maura Varigiu, in collaborazione con l’antropologa Francesca Candilio, la restauratrice Georgia Toreno e l’architetta Elena Romoli.

 “Siamo andati a colpo sicuro su un’area riprendendo vecchi scavi e ampliandoli in continuità con quella che noi conosciamo come necropoli nuragica che si sviluppa lungo una strada precisa nel tratto che stiamo indagando”, spiega Usai, direttore scientifico dello scavo nel Sinis dal 2014. “In particolare, i due torsi rinvenuti con lo scudo riconducono i ritrovamenti alla categoria dei pugilatori. Si tratta di sculture calcaree la cui pietra proveniva da una cava non molto distante da qui, facile da scolpire ma proprio per questo anche molto fragile”. 

Una necropoli unica in Sardegna

“Si tratta di sculture emerse in un tratto non ancora toccato”, aggiunge Usai. “La presenza capillare nel Sinis della civiltà nuragica nell’età del bronzo e del ferro è il presupposto stesso della ricerca che si fonda su un’indagine sul Sinis. Nell’ambito di questo quadro questa necropoli è unica in Sardegna. Lo scavo qui à una ricerca integrata non solo delle statue ma di tutto ciò che comprende anche scavi di tombe, grazie ai quali viene fuori anche l’aspetto antropologico: ovvero la necessita’ di definire la cronologia natura e ruolo di queste statue”.

“L’emozione piu’ grande? Senza dubbio vedere qualcosa prendere forma davanti ai tuoi occhi che viene fuori dalla terra”, dice l’archeologo. “Cose che sapevi essere sepolte li’, ma soprattutto vederle e interrogarle, dalla pietra informe fino a scoprirne lo stato”.

L’attività nel sito è stata preceduta da un lavoro di preparazione scientifica e tecnica, come evidenzia Monica Stochino, Soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna. “La ricerca è stata indirizzata su due principali obiettivi”, sottolinea Stochino. “Da un lato indagare alcuni gruppi di sepolture della fase più antica, nuragiche, e successive punico-romane, per reperire le informazioni scientifiche indispensabili a una ricostruzione del mondo in cui si svilupparono i fenomeni culturali che portarono alla creazione del sito; dall’altro estendere gli scavi a sud delle aree già indagate, nell’intento di confermare l’estensione della sistemazione monumentale dell’area con la definizione della strada funeraria e la creazione del complesso scultoreo formato da statue, modelli di nuraghe e betili”.

È già pronto un nuovo progetto di scavo su cui saranno investiti 600 mila euro, fa sapere il ministero della Cultura. La direzione scientifica e tecnica sarà della Soprintendenza, mentre il Segretario regionale del Mic sarà stazione appaltante. È in programma, inoltre, un intervento di restauro da 2,8 milioni di euro per restaurare le sculture scoperte a Mont’e Prama dal 2014 al 2016. A queste risorse, assieme ai 3 milioni di euro destinati all’ampliamento del Museo archeologico di Cabras nell’ambito del programma d’interventi previsti dal Piano strategico ‘Grandi Progetti Beni culturali’ annualita’ 2015/2016, si sommano inoltre 4,15 milioni di euro per il sito di Tharros, sempre nel comune di Cabras.

La Fondazione Mont’e Prama

Il nuovo ritrovamento avviene a poco meno di un anno dalla nascita della Fondazione Mont’e Prama, costituita il 1 luglio 2021 da ministero della Cultura, Comune di Cabras e Regione Sardegna per valorizzare quella che è considerata una delle maggiori testimonianze di un’antica civiltà mediterranea.

“Ammontano a 15 milioni di euro le risorse”, sottolinea il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, “che abbiamo assegnato alla Fondazione Mont’e Prama, da noi costituita col Ministero e il Comune di Cabras, per investimenti in infrastrutture e promozione, oltre che per consentire la prosecuzione degli scavi e le operazioni i restauro da effettuarsi in loco, permettendo al territorio una piena fruizione del tesoro di Mont’ e Parma anche in chiave didattica”,

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