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AGI – Il saggio di padre Enzo Fortunato “Francesco il ribelle”, che ripercorre la storia del Santo d’Assisi e uscito nel 2018, entra da oggi a far parte del catalogo Oscar Storia della Mondadori.

San Francesco è oggi più che mai uno dei personaggi chiave per comprendere come si vada configurando il cristianesimo all’inizio del terzo millennio – scrive il Sacro Convento di Assisi –  con la semplicità, la mitezza e l’intenso fuoco interiore che hanno contraddistinto la sua vita, ancora dopo otto secoli attrae nel santuario di Assisi migliaia di persone ogni anno.

In queste pagine, ricche di testimonianze letterarie e pittoriche, si delineano i luoghi che ha visitato, gli incontri che ha fatto, i gesti e le parole con cui ha formulato il suo messaggio, esplicitando quelli che sono stati il suo percorso personale e al contempo la sua rivoluzione culturale – conclude – un libro che conduce a riflettere sul «ribelle» Francesco, e insieme mostra il volto del cristianesimo delle prossime generazioni”.  

Padre ​Enzo Fortunato è un Francescano conventuale, ed è giornalista e scrittore. Già docente presso importanti istituzioni culturali, collabora con testate cartacee e radiotelevisive. Il suo nuovo saggio è disponibile in tutte le librerie (pagine 144, euro 11).

Per Mondadori ha già pubblicato i volumi: Vado da Francesco (2014, tre edizioni), Francesco il ribelle (2018, cinque edizioni) e La Tunica e la Tonaca (2020). 

AGI – Tre anfore romane, databili tra il II sec a.C. e il II sec d.C., con bordo arrotondato e anse bifide, sono state trovate nello specchio d’acqua antistante Mondello, borgata marinara di Palermo, grazie all’attività di monitoraggio e vigilanza della Soprintendenza del mare della Regione siciliana. Le anfore, che si trovavano a circa cento metri di distanza dall’antico stabilimento balneare, a una profondità di dodici metri, sono state individuate da Stefano Vinciguerra, coordinatore del gruppo subacqueo della soprintendenza, nel corso di un’immersione.

Il sito, scandagliato tra gli anni ’50 e ’80 del secolo scorso, ha dato modo ai primi subacquei che si cimentavano in queste immersioni, di recuperare anfore ed ancore in piombo, rivelando l’esistenza di un bacino ricco di testimonianze stratificate che vanno almeno fino al medioevo. È soltanto nel 1999, con l’istituzione dapprima del Gruppo d’indagine archeologica subacquea Sicilia e, successivamente, della Soprintendenza del mare, che le indagini non si sono limitate più al solo recupero dei reperti, ma hanno cominciato cominciano a ricostruire i contesti consentendo di acquisire elementi utili sul piano cronologico, storico e archeologico. 

“Il ritrovamento delle tre anfore nel golfo di Mondello – dice la Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni – a conferma dello studio avviato da Sebastiano Tusa, testimonia che in questo specchio di mare sono conservate innumerevoli microstorie che attendono solo di essere portate alla luce. La diacronia dei materiali provenienti dalle precedenti indagini in questo sito, conferma i continui naufragi in epoche diverse. Il rinvenimento è frutto della passione di validi collaboratori, che hanno salvato da probabili depredazioni una testimonianza fondamentale della presenza di un relitto romano nel golfo di Mondello”.

Obiettivo è proseguire la ricognizione del sito e mettere in sicurezza eventuali ulteriori ritrovamenti: “La nostra attività, volta alla conoscenza, tutela e valorizzazione, ci aiuta a scoprire nuovi tasselli del grande mosaico della nostra storia”.     

“È una stagione molto fortunata per l’archeologia subacquea. Nell’arco di pochi mesi – sottolinea l’assessore regionale dei Beni culturali, Alberto Samonà – nelle acque della Sicilia sono stati individuati, e in molti casi recuperati, importanti reperti relativi a diversi periodi storici: dall’antichità alla prima metà del ‘900. Appena dieci giorni fa, infatti, nelle acque antistanti Ognina, a Siracusa, è stato individuato un aereo risalente alla seconda guerra mondiale. Un ambito di grande importanza con una sempre maggiore attenzione rivolta all’attività di ricerca e di valorizzazione del patrimonio sommerso, rafforzando le collaborazioni con organismi nazionali e internazionali”. 

AGI – Una sorpresa, ma non troppo. Trovare i resti di antiche mura romane a pochi metri in linea d’aria dall’antica Abellinum, era una possibilità. Ma quando l’escavatore ha toccato qualcosa di consistente, composto da materiale tufaceo, gli operai si sono fermati. Stoccare carburante dove duemila anni prima c’era un insediamento romano non è certamente possibile.

Spuntano pochi centimetri di struttura dagli scavi per i lavori nell’area di sedìme di un impianto per la distribuzione di carburanti lungo via Appia ad Atripalda, ma per gli esperti della Soprintendenza archeologica della Campania, secondo quanto apprende l’AGI, qualche metro più in fondo ci sarebbe, intatto forse, l’anfiteatro della città romana.

Poco più avanti, una recinzione divide la via Appia di oggi dalla cittadina dei Sanniti e dei romani, sorta nel IV secolo avanti Cristo, portata alla luce in un terreno privato e rimasta per molti anni ‘sospesa’ in un contenzioso giudiziario che si concluse con la restituzione ai privati di un parco archeologico che comprendeva una domus romana appartenuta a un facoltoso liberto, riscattatosi con una florida attività di commercio.

E tutto intorno i resti del calidarium di una struttura termale, il forum, una sezione dell’antico acquedotto del Serino e un pezzo della struttura ellittica di un anfiteatro. Il ritrovamento casuale fa ragionevolmente pensare che le mura ritrovate appartengano proprio all’anfiteatro di questa cittadina romana. Il cantiere per la creazione del distributore di carburanti è stato bloccato.

Nell’area ci sono i blindi di cemento armato che l’impresa avrebbe dovuto collocare proprio lì dove sono affiorate le mura antiche. La Soprintendenza ha già eseguito un primo sopralluogo e gli archeologi hanno riscontrato danni dovuti a lavori di edilizia eseguiti in passato, negli anni ’70, probabilmente sempre per l’installazione dell’impianto di carburanti. In quell’area di sedime sono emersi i setti murari, realizzati in opus reticulatum che si possono riscontrare in tutto lo scavo di Abellinum. Anche questi risalirebbero al I secolo avanti Cristo, come le evidenze archeologiche già emerse.

Le valutazioni passano ora agli archeologi, che avrebbe già un quadro sommario su quanto ritrovato. E’ stato anche già deciso dalla Soprintendenza di ampliare l’area di indagine, perché si ritiene che l’estensione delle mura sia ben altra, una porzione importante di un suburbio dell’antica Abellinum, un quartiere periferico, in pratica, oltre le mura di cinta. Uno scavo che promette sorprese.  

AGI –  “Un Requiem che sfida l’impossibile per dire al mondo che siamo vivi”. Riccardo Muti presenta il capolavoro sinfonico-corale di Giuseppe Verdi, composto sull’onda dell’emozione per la morte di Alessandro Manzoni, poeta amatissimo dal compositore, ed eseguito dallo stesso Verdi per la prima volta nel 1874 per commemorare lo scrittore a un anno dalla scomparsa.  Il Requiem, diretto dal Maestro il 27 marzo scorso al Teatro Massimo di Palermo, sarà trasmesso in streaming il 18 aprile alle 20.

Era da cinquanta anni che Muti non guidava  l’Orchestra e il Coro del Teatro Massimo, e oggi annuncia di volerlo rifare, ma con un pubblico in carne e ossa, orecchie e sensazioni.

“Ho scoperto un Teatro in pienissima forma – ha detto – un’eccellente Orchestra, un eccellente Coro, preparato dal Maestro Visco, e un ambiente estremamente professionale, di classe, degno della grande tradizione siciliana. Svolgo gran parte della mia attività all’estero, tra Chicago, Vienna, Salisburgo, e tornare dopo tanti anni in un teatro del Sud, uno dei piu grandi al mondo, cosi in ottima forma, mi spinge alla possibilità di un ritorno al Teatro Massimo per fare musica per il pubblico in presenza, probabilmente con un’opera, per la prima volta a Palermo. Lo streaming va bene temporaneamente ma dobbiamo tornare assolutamente al teatro vivo, come ci e stato tramandato per millenni“.

Nel corso della settimana trascorsa al Teatro Massimo, dal 21 al 27 marzo, Muti ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Palermo. Considerato il più grande interprete vivente della musica di Giuseppe Verdi, Muti ha diretto il Requiem con un cast di solisti di grande rilievo, a partire da Francesco Meli, tra i tenori italiani più acclamati, sempre più presente sui palcoscenici dei principali teatri d’opera del mondo; il soprano libanese Joyce El-Khouri, cresciuta tra Canada e Stati Uniti; e ancora il mezzosoprano Martina Belli, che torna al Teatro Massimo dopo avere interpretato la Maddalena del Rigoletto diretto da John Turturro nel 2018; infine, il basso Riccardo Zanellato, vincitore dell’Oscar della Lirica 2019 con una carriera che lo ha visto affermarsi come uno dei principali artisti di riferimento del repertorio verdiano. Il concerto resterà disponibile online per sessanta giorni.

Al debutto a Brera nel 1874, la Messa da Requiem ebbe un cosi’ grande successo che dopo la prima esecuzione se ne tennero altre tre al Teatro alla Scala. Nonostante non abbia mai fatto mistero della sua visione atea e orgogliosamente anticlericale, Verdi con il Requiem ha composto un grandioso capolavoro di musica sacra, ricco di sentimenti religiosi e carico di grande spiritualita’, che confrontandosi col mistero della morte evoca riflessioni filosofiche sul senso della vita.

Il testo e articolato in sette grandi sezioni: Requiem e Kyrie, il terrificante e reiterato Dies irae, Domine Jesu, Sanctus, Agnus Dei, Lux aeterna, e Libera me che conclude il Requiem con la struggente preghiera “Libera me Domine de morte aeterna”, ma come scrive il musicologo Massimo Mila, citato nel programma di sala (scaricabile gratuitamente dal sito del Teatro Massimo), “la Messa da Requiem consiste principalmente nel Dies irae, col suo incubo michelangiolesco del giudizio finale“. Infatti “nel Dies irae e’ tutto il genere umano che […] stramazza fulminato, come selvaggina abbattuta di colpo dall’improvvisa palla di fucile, passando di punto in bianco dal calore d’una vita intensissima al gelo della morte”.

Il concerto sara trasmesso in streaming sulla WebTv del Teatro Massimo (www.teatromassimo.it) e sul canale YouTube della Fondazione. La fruizione e’ libera ma, per chi volesse, è possibile fare una donazione tramite carte di credito o PayPal.

AGI –  I lavori di scavo per la realizzazione di un edificio di civile abitazione hanno portato in luce a Messina un settore della più ampia necropoli ellenistico-romana degli Orti della Maddalena del II sec a.C.. La necropoli, che fa parte di una più vasta e stratificata area documentata da ricerche sistematiche condotte nell’ultimo ventennio dalla Soprintendenza di Messina in tutta l’area, contribuisce ad arricchire il quadro delle conoscenze sull’estensione e sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina.

Lo scavo, avviato nel mese di gennaio 2020, ha permesso di riportare in luce sette sepolture che si trovavano a 90 centimetri di profondità. Si tratta di sepolture a ‘fossa terragna’, cioé fosse lunghe e strette scavate nel terreno all’interno delle quali sono stati ritrovati gli scheletri, ancora intatti, di individui deposti in posizione supina con il capo rivolto a nord-est e le braccia distese lungo i fianchi, di incinerazioni e di una sepoltura dentro una cassa di mattoni.

Unguenti e lucernetta

Le tombe hanno restituito anche oggetti di corredo funerario costituiti principalmente da unguentari fittili fusiformi oltre a una coppa megarese e una lucernetta con becco a incudine che consentono di individuare il periodo di utilizzo della necropoli nel II sec a.C.. “Questo ritrovamento – dice Mirella Vinci, Soprintendente di Messina – è di straordinaria importanza per le condizioni in cui le tombe si trovano e perché ci consente di ampliare la conoscenza sulle tipologie funerarie della necropoli meridionale dell’antica città di Messina. Proprio in considerazione dell’importanza del ritrovamento abbiamo effettuato un’occupazione temporanea dei terreni e consegnato i lavori di esplorazione archeologica ad una ditta specializzata che lunedi’ 19 iniziera’ le attivita’ di approfondimento”.

La ricchezza di un territorio

“Si tratta di un importante ritrovamento – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – che si realizza a poche settimane di un analogo ritrovamento a Marsala. Ancora una volta tombe fino ad ora inviolate che ci rappresentano la ricchezza del nostro territorio e l’importanza degli scavi come elemento per la ricostruzione della nostra storia”.

AGI – Una vendita di opere digitali dell’artista Pak​ con il marchio “Nft”, dal nome della nuova tecnologia di autenticazione, ha raggiunto i 16,8 milioni di dollari, un successo per la casa d’aste di Sotheby’s, che aveva organizzato l’evento.

Un mese dopo la vendita di ‘Everydays: The First 5000 Days’ dell’artista digitale Beeple, per 69,3 milioni di dollari da Christie’s, la rivale Sotheby’s si è lanciata, per la prima volta, nell’avventura ‘Nft’. Acronimo che sta per ‘Non-Fungible Token’, i token crittografici su una blockchain che costituiscono informazioni uniche, non intercambiabili, inalterabili, che consentono all’acquirente di un oggetto digitale (disegno, animazione, video, foto, musica) di essere certo di essere il proprietario. 

Per la sua prima, Sotheby’s aveva scelto un formato completamente diverso da quello di Christie’s. Piuttosto che giocare sulla scarsità, ha messo in vendita in quantità illimitate, tramite la piattaforma specializzata Nifty Gateway, “cubes”, creata da Pak. Circa 23.598 di queste animazioni di un parallelepipedo rettangolare rotante hanno trovato acquirenti durante la tre giorni di vendite, per un totale di 14 milioni di dollari.

L’idea dell’artista era di mettere in discussione le nozioni di valore e rarità non limitando il numero di pezzi venduti. Secondo Sotheby’s, circa 3.080 collezionisti hanno acquistato almeno un cubo. Oltre a questi cubi, Pak ha donato anche due opere uniche, una delle quali che rappresenta un singolo pixel è stata acquistata per 1,36 milioni di dollari dal collezionista digitale Eric Young. L’altra, una forma geometrica rotante, è stata venduta per 1,44 milioni di dollari. Chi acquistava più cubi riceveva un’ulteriore opera unica, intitolata ‘Il Cubo’, una sorta di bonus, diverso dagli altri “cubi”.

La maxi-vendita testimonia la vitalità del mercato “Nft”, che genera, quotidianamente, più di 10 milioni di dollari di transazioni su piattaforme digitali come Nifty Gateway o OpenSea. Secondo il sito specializzato NonFungible.com, due miliardi di dollari sono passati di mano in questo mercato, solo nel primo trimestre del 2021. 

Era il bambino biondo con il naso schiacciato, amico di uno dei cani più famosi della storia del cinema: Rin Tin Tin.

Lee Aaker, star della serie televisiva “Le avventure di Rin Tin Tin”, è morto in Arizona, da indigente, il primo aprile scorso. La notizia è stata data dal suo amico, Paul Peterson. “Per dire arrivederci a Lee Aaker – ha scritto sui social – devi avere una certa età e ricordare Rin Tin Tin. Lee è morto in Arizona, solo e dimenticato, classificato come ‘deceduto indigente'”.

Nato a Inglewood, California, il 25 settembre ’43, figlio della proprietaria di una scuola di ballo, Aaker venne scoperto dal leggendario regista Fred Zinnemann e fatto recitare in un corto del ’51, “Benjy”, destinato alla raccolta fondi per un ospedale ortopedico di Los Angeles. Voce narrante di Henry Fonda, nel breve film Aaker interpretava il ruolo di un bambino con la scoliosi che ha la possibilità di sottoporsi a una cura decisiva, ma solo se ottiene il permesso dai genitori che lo avevano abbandonato. Il film vinse l’Oscar come miglior documentario.

Da bambino prodigio a tossicodipendente

Dopo aver fatto la comparsa in ‘Mezzogiorno di fuoco’, senza apparire nei credits, Aaker conquistò la celebrità nel ruolo di ‘Rusty’, il giovane amico di Rin Tin Tin, nella serie televisiva prodotta dal ’54 al ’59 dalla Abc, e ispirata al celebre pastore tedesco del cinema degli anni ’20.

Rin Tin Tin divenne l’alternativa a Lassie, e Aaker, che cantava e ballava dall’età di 4 anni, il beniamino del pubblico. Dopo qualche apparizione in alcuni film, tra cui ‘Hondo’, con John Wayne e Geraldine Page, l’ex bambino prodigio spese tutti i soldi accumulati, girando il mondo come una sorta di ‘figlio dei fiori’, finendo per ritirarsi in Arizona, dove ha combattuto per anni la dipendenza dalla droga e dove ha trovato la morte. 

 

AGI – Uscirà il prossimo 12 ottobre il nuovo libro per ragazzi della scrittrice britannica J.K. Rowling dal titolo “Il Maialino di Natale”. Lo ha annunciato la casa editrice Salani che in Italia ha l’esclusiva dei libri della creatrice di Harry Potter.

Il Maialino di Natale, sarà disponibile in versione cartacea e in eBook e uscirà in contemporanea mondiale nel Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda e India dal Gruppo Hachette, in USA e Canada da Scholastic, in Italia da Salani e sarà tradotto in altre venti lingue nel mondo.

L’ultimo libro della J.R. Rowling è la storia commovente e appassionante dell’amore di un bambino per il suo giocattolo preferito, e di cosa è pronto a fare pur di ritrovarlo. Si tratta di una storia originale, non collegata alle altre opere di J. K. Rowling, per i bambini dagli 8 anni in su: un racconto incantevole per tutta la famiglia, dalla penna di una delle più grandi narratrici al mondo. 

“Un topos della letteratura per ragazzi reinterpretato dal genio creativo di J.K. Rowling – ha commentato Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani – una delle più belle storie di Natale mai scritte, piena della tenerezza irresistibile dell’infanzia di fronte al grande mistero della perdita, tema sempre così presente nell’opera dell’autrice.

La sua affettuosa, inesauribile fantasia e la compassione verso le persone e gli oggetti amati che assorbono i sentimenti umani è la celebrazione del calore della famiglia, del prendersi cura e del sentirsi capiti e della autentica sostenibilità delle cose”. 

Il Maialino di Natale è il primo romanzo per ragazzi che J.K. Rowling scrive dopo Harry Potter e segue il suo brillante ritorno alla pubblicazione per i bambini con la fiaba dello scorso anno L’Ickabog, serializzata online durante il lockdown per intrattenere i più piccoli e in seguito pubblicata donando tutti i suoi diritti all’organizzazione benefica Volant per aiutare le persone più colpite dalla pandemia di Covid-19. 

Il libro sarà disponibile in edizione rilegata, con le illustrazioni dell’artista pluripremiato Jim Field. La copertina sarà svelata nei prossimi mesi. 

La trama 

Jack adora il suo maialino di peluche. È sempre lì per lui, nei giorni belli e in quelli brutti. Finché, una vigilia di Natale, succede una cosa terribile: Jack perde il suo maialino.

Ma la vigilia di Natale è il giorno dei miracoli e delle cause perse, è la notte in cui tutto può prendere vita… anche i giocattoli.

E il nuovo pupazzo di Jack, il Maialino di Natale (fastidioso sostituto fresco di negozio), ha un piano audace. Insieme intraprenderanno un magico viaggio alla ricerca di ciò che si è perso e per salvare il miglior amico che Jack abbia mai avuto.

AGI – A coloro che alla lettura del titolo – “Oltre Pompei: graffiti e altre iscrizioni oscene dall’Impero Romano d’Occidente” – avranno sollevato il sopracciglio, o atteggiato il labbro ad un sogghigno, o accennato una risatina imbarazzata: la vostra espressione si bloccherà non appena avrete aperto la prima pagina di questo libro, che è un testo di altissima erudizione e raffinata filologia per lo studio dell’evoluzione della lingua latina volgare.

Ma questo dato di fatto spiazzante, cioè un lessico osceno analizzato scientificamente da glottologi, non impedisce una lettura decisamente divertente del testo. E i disegni graffiti, la cui qualità artistica non è il caso di commentare, nella loro caratterizzazione rozzamente erotica danno l’impressione di un’attualità sconcertante, perché, come si legge nell’introduzione, “hanno la varietà e i toni stessi della vita, crudi talvolta, ma efficacemente reali nel connotare situazioni, sentimenti e aneliti di uomini che non hanno fatto la Storia, ma sono senz’altro essi stessi momenti di quella storia che investiva la società dell’epoca”.

Le scritte (sovente insulti), graffite con strumenti improvvisati, non avevano – appunto – la finalità di passare alla Storia, e la loro grammatica e ortografia sono “basse”: ma proprio per questo sono preziose per documentare l’evoluzione della lingua latina popolare, tutt’altro che letteraria ma comunque parlata da chiunque fosse abbastanza istruito da saper scrivere un graffito su un muro, su un piatto, sul collare di una schiava.

Questi documenti raccolti in territori lontanissimi dell’Impero, dalla Germania all’Africa, in un arco di tempo di alcuni secoli, si aggiungono a quelli già restituiti dagli scavi di Pompei (i quali però si fermano, inevitabilmente, all’anno dell’eruzione: 79 d.C.). L’unità culturale dell’Impero è documentata dall’uniformità di questa lingua bassa e copre anche tutti i termini anatomici, scatologici, sessuali, che i curatori hanno cura di tradurre con scrupolosa precisione in italiano, in tutta la loro crudezza. La traduzione, scrive nella premessa

Stefano Rocchi (che insegna filologia classica all’Università di Pavia) “è schietta e scevra di inibizioni, come si conviene alle tematiche trattate, che faranno forse sorridere e pensare come in fondo l’uomo poco o nulla cambi. Il pensiero correrà senz’altro alle scritte sulle colonne di portici e nei bagni pubblici delle nostre città oppure al fenomeno degli haters più o meno anonimi attivi sui social”.

Non mancano, fra le incisioni rinvenute nei luoghi più incongrui, testi a volte allusivi, o anche colti, o enigmistici, o parodistici di poesia amorosa con citazioni erudite che spiazzano ulteriormente il lettore moderno. Il volume, curato da Stefano Rocchi e Roberta Marchionni, è pubblicato da Deinotera Editrice.

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