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Gli uomini “per secoli hanno colonizzato la narrazione”. Ma ora “quell’epoca è finita”. Lo scrive Elena Ferrante, in un saggio breve pubblicato dal New York Times nell’ambito di una serie di articoli in cui una decina di pensatori rispondono ad u’unica domanda. Questa: “Cos’è il potere?”.

Risponde la scrittrice: “Difficile da maneggiare, grandemente desiderato, per millenni ogni espressione del potere è stata condizionata da atteggiamenti maschili nei confronti della realtà. Pertanto alle donne sembra che il potere possa essere esercitato solo nelle modalità in cui gli uomini lo hanno esercitato tradizionalmente”.

In realtà “una forma di potere che mi ha affascinato sin da quando ero giovane era il potere della narrazione”. Una forma di potere “non insignificante perché il racconto dà forma all’esoerienza, può attirare il lettore nella sua rete, portare ordine al caos della realtà sotto il proprio sigillo, e da questo punto di vista non è poi così lontana dal potere politico”.

Dieci giornate e sette giovani narratrici

Al momento della lettura del Decamerone di Boccaccio, ricorda Elena Ferrante, l’impressione fu che il padre della narrativa europea “desse una certa speranza”: sette dei dieci giovani che raccontano le novelle nelle dieci giornate erano donne. “Nel mondo reale le cose erano molto diverse”, aggiunge.

Infatti “il potere è ancora fermamente nelle mani degli uomini e se, in società dalle solide tradizioni democratiche, ci viene dato più frequentemente accesso a posizioni di comando, questo avviene solo a condizione che da parte delle donne si dimostri l’aver interiorizzato il metodo maschile nell’affrontare e risolvere i problemi”.

Fortunatamente “le cose vanno cambiando rapidamente, ed i successi al femminile si moltiplicano” e sempre meno si sente affermare, come fosse un complimento, “Sei brava, sembri un uomo”. Si fa sempre più concreta l’idea che “il potere che le donne richiedono debba essere così solido ed attivo da permetterci di fare senza più apprezzamento maschile di sorta”

“Le sette narratrici del Decamerone non dovrebbero mai più essere messere in condizione di dover ricorrere a Giovanni Boccaccio per esprimersi”, conclude la scrittrice, “Insieme alle loro innumerevoli lettrici (già Boccaccio sapeva bene che gli uomini hanno altre cose da fare e quindi leggono poco) loro sanno come descrivere il mondo in modo del tutto originale. La narrazione femminile, operata con sapienza sempre più grande, sempre più diffusa e impertinente è ciò che deve ora assumere il potere”. 

“Rabbit”, il celebre coniglio realizzato nel 1986 dello statunitense Jeff Koons, è ora l’opera d’arte di un artista vivente più costosa della storia.

Per i critici d’arte, a cominciare dalla casa Christie’s, che oggi lo ha battuto all’asta per una cifra record di 91,1 milioni di dollari, si tratta di una delle sculture iconiche della storia dell’arte del secolo scorso, un’opera fondamentale, carica di significati e contraddizioni che poi sono le stesse della società contemporanea.

Chi è davvero il “Rabbit” dei record

Il coniglietto di Koons, alto 91,4 centimetri, è una scultura realizzata con un calco in acciaio inossidabile che gli dà quella lucentezza minimalista, facendolo apparire come il protagonista di un cartone animato.

Per i critici il “Rabbit” è allo stesso tempo “carino e imponente, divertente e frivolo, esuberante e perfetto, vacuo, monouso e immortale”, analizza il sito della celebre casa d’asta britannica.

Come pochi altri lavori della sua generazione, il coniglio di Koons è diventato una creazione riconoscibilissima, riprodotta decine di volte su copertine di libri, riviste e cataloghi di mostre ai quattro angoli del pianeta. 

E’ stato accolto, non solo dagli esperti, come un concentrato di contraddizioni intrinseche – leggero e pesante, duro e morbido – diventate la sua essenza, il suo più grande potere e la sua universalità in una società in rapida trasformazione e a sua volta contraddittoria.

Allo stesso tempo il vivace “Rabbit” di Koon senza volto è diventato un vero concentrato di significati e riferimenti ad altre rappresentazioni artistiche – tra cui Disney, Playboy, la Pasqua, l’infanzia, Brancusi, Lewis Carroll, i ready-made di Duchamp, i Silver Clouds di Andy Warhol – pur rimanendo impassibile nella sua apparenza e distaccato.

E’ stato un po’ tutti e nessuno allo stesso tempo.

Il coniglio si colloca nel periodo creativo in cui il suo inventore ha realizzato opere considerate da critici di carattere neo-geo, ma soprattutto giudicate come kitsch.

Si tratta di opere che riproducono oggetti comuni, quali giocattoli e soprammobili, ma il “Rabbit” è diventato la scultura più rappresentativa della serie denominata “Statuary”, accanto al busto di Luigi XIV, creata lo stesso anno, entrambi calchi in acciaio.

Koons ha volutamente scelto un materiale che incarnava i principi di efficienza e durevolezza, un materiale che ossessionava le case moderne. Essendo un materiale povero simile ai materiali ricchi, come l’argento, usarlo per produrre opere d’arte era utile a stimolare mobilità sociale, senza conflitti.

“Un materiale di poco costo dovrebbe essere reso più solenne per produrre mobilità nelle classi più povere, e allo stesso tempo per appagare l’aristocrazia” spiegava lo stesso Koons.

La scultura è stata creata nel 1986, in tre esemplari, oltre alla prova dell’artista.

Quella venduta oggi all’asta proviene dalla Collezione di S.I Newhouse, che non è più stata presentata al pubblico dal 1988. Un altro esemplare del ‘Rabbit’ è conservato alla Broad Foundation di Los Angeles e un altro è stato promesso al Museo di Arte contemporanea di Chicago dai suoi proprietari, Stefan T. Edlis e H. Gael Neeson.

La prima volta del “Rabbit” a New York

Quando venne mostrato per la prima volta alla galleria Ileana Sonnabend a New York nel 1986, la critica d’arte del ‘New York Times’, Roberta Smith, lo descrisse come “un coniglio oversize con carota fatto in plastica gonfiabile.

In acciaio inossidabile si presenta come un aggiornamento abbagliante delle forme perfette di Brancusi, anche se trasforma la lepre in un invasore giunto da un luogo ignoto”.

Il celebre direttore di museo Kirk Varnedoe lo considerò una “pietra miliare”, ricordando di essere rimasto “esterrefatto” quando lo vide per la prima volta in mostra alla Sonnabend.

E di lui il suo ideatore, un po’ come Geppetto con Pinocchio, diceva che “ha un aspetto lunare poiché si riflette. Non è interessato a te anche se allo stesso tempo lo è”.

Per gli esperti di Christie’s, “è luccicante come alcuni lussuosi idoli futuristici, ma è anche uno specchio per il pubblico: in lui si rispecchia chi lo osserva, inglobandolo nello spettacolo sempre mutevole che va di scena sulla sua superficie. Siamo tutti abbracciati da questo totem”.

Un successo mondiale e senza tempo, un evergreen che a distanza di 33 anni ha fatto segnare un record allo stravagante Koons: la riconquista dello scettro di artista vivente più caro mai pagato in asta, che gli era stato sottratto dall’inglese David Hockney lo scorso autunno. Il precedente primato era stato stabilito, infatti, il 15 novembre 2018 dal dipinto “Portrait of an artist (pool with two figures)” di Hockney, venduto da Christie’s a New York per 90.312.500 dollari.

Jeff Koons, re del kitsch e ex marito di Cicciolina​

Jeff Koons, 64 anni, spesso presentato come il re dell’arte kitsch, è anche noto per essere il marito della pornostar Ilona Staller, in arte Cicciolina.

Con le sue opere l’artista statunitense, nato a York il 21 gennaio 1955, illustra ironicamente l’american way of life e la sua tendenza al consumismo. Alla stregua del suo “Rabbit”, viene considerato un’icona dello stile neo-pop oltre ad essere uno degli artisti più ricchi al mondo.

Nel corso della propria carriera, Koons si è espresso attraverso l’utilizzo di un’ampia gamma di tecniche, tra cui scultura, pittura, installazioni e fotografia, e l’utilizzo di differenti materiali come pigmenti, plastica, gonfiabili, marmo, metalli e porcellana.

L’artista viene generalmente definito erede di Andy Warhol e continuatore della pop art. Altro autore a cui viene generalmente associato è Marcel Duchamp, del quale reinterpreta la tecnica del ready-made

Dopo gli studi presso il Maryland Institute College of Art di Baltimora (1972–1976) e l’Art Institute di Chicago (1975–1976), Koons lavora come operatore di borsa presso Wall Street e al Moma di New York.

Le sue primissime opere risalgono alla fine degli anni 70′, e includono alcune composizioni di fiori e giocattoli gonfiabili disposti su superfici specchianti come, ad esempio, “Inflatable Flowers” (1979) composto da due fiori poggianti su uno specchio.

Con la serie “The Pre-New” combina oggetti d’uso quotidiano come tostapane o teiere ad un fondo di metallo o a lampade al neon, creando composizioni da appendere al muro come quadri tradizionali.

La serie “The New”, che prende il nome dalla mostra allestita da Koons nel 1980 al New Museum of Contemporary Art di New York, è composta da comuni aspirapolvere racchiusi in teche trasparenti e illuminati da luci al neon. Messi in vetrina come al supermercato, ma isolati dalla loro funzione pratica, gli aspirapolvere di Koons diventano oggetti da contemplare per la loro bellezza, nuovi per sempre in quanto destinati a non essere mai usati.

Dello stesso periodo del suo “Rabbit” e del busto di Luigi XIV risalgono le sculture appartenenti alla serie “Luxury and Degradation”, dedicata ad indagare la relazione fra alcolismo, pubblicità e classi sociali, lavori in porcellana quali “Michael Jackson and Bubbles” (1988) e “Pink Panther”(1988), appartenenti alla serie “Banality” nonché, a partire dagli anni ’90, i “Puppy”: enormi sculture botaniche raffiguranti animali.

Gli anni 90′ sono quelli della love story con Cicciolina, sposata nel 1991, con la quale ha avuto un figlio, Ludwig.

L’unione non è durata molto e la coppia si separa poco dopo la nascita del figlio, nel 1992, protagonista di una dura battaglia legale per il suo affidamento.

Molte delle opere di carattere hard firmate da Koons in quel periodo sono ispirate alla moglie, con scene di sesso e con l’artista stesso come coprotagonista, ad esempio nella serie serie “Made in Heaven” (1989-1991), complessa installazione comprendente fotografie e sculture appartenenti alla serie viene esposta alla Biennale di Venezia del 1990.

Connessa alla storia d’amore e d’arte con la Staller anche la serie “Celebration” che, a partire dalla metà degli anni ’90, celebra la nascita e l’infanzia del figlio Ludwig con quadri e monumentali sculture che riproducono oggetti legati a momenti spensierati come feste, compleanni o vacanze, e comprende le cinque versioni in cinque diversi colori dei “Ballon Dog”.

L’artista dai mille successi e riconoscimenti

Nel 2001, il presidente della Repubblica francese Jacques Chirac lo nomina ‘Chevalier de la Légion d’Honneur’.

La sua ricerca prosegue, a partire dai primi anni del 2000 con la serie “Popeye” con la quale Koons trasferisce la tecnica del collage dalla pittura alla scultura, proponendo installazioni composte da calchi in alluminio di giocattoli gonfiabili combinati con altri oggetti come pentole o sedie e destinate ad essere appese al soffitto con delle catene come, ad esempio, “Monkeys” (Chair) (2003), “Lobster” (2003) e “Caterpillar Ladder” (2003). Seguono la serie “Hulk Elvis”, che somiglia alla figura di Elvis Presley ritratta nelle stampe di Andy Warhol, e “Antiquity” con “Balloon Venus”.

Nel 2006 a Venezia espone “Hanging Heart” per la mostra “Where are We Going? Works from the François Pinault Collection”.

Nel 2013 partecipa alla realizzazione della cover dell’album Artpop di Lady Gaga, creando appositamente per il disco una statua di cera raffigurante la cantante.

Nel 2014 il Whitney Museum of American Art lo celebra con una grande retrospettiva, che nel 2015 viene trasferita prima a Parigi, al Centro Georges Pompidou, e poi al Guggenheim di Bilbao, con grande successo di pubblico.

Koons non è nuovo a cifre da capogiro nelle più prestigiose vendite all’asta: nel novembre 2013 da Christie’s la sua opera Balloon Dog (Orange) è stata venduta 58,4 milioni di dollari, diventando l’opera d’arte più costosa del mondo realizzata da un artista vivente. record battuto il 16 novembre 2018 da un dipinto di David Hockney acquistato per 90,3 milioni di dollari e di nuovo superato oggi grazie al suo fortunato “Rabbit”.

A Parigi 130 anni fa, il 15 maggio 1889, la Tour Eiffel apriva al pubblico, nel giorno dell’inaugurazione dell’Esposizione universale di cui era la principale attrazione. In base al progetto la torre più alta al mondo per l’epoca avrebbe dovuto essere smontata al massimo dopo due decenni, ma 130 anni dopo e molti interventi di restauro, la ‘Dame de fer’, monumento iconico della capitale francese diventato un simbolo universale, troneggia orgogliosa sul lungo Senna, tra il Campo di Marte e il Trocadero.

La sua nascita è strettamente collegata all’Expo universale del 1889 per celebrare il centenario della Rivoluzione francese. Qualche anno prima un concorso venne indetto in vista della costruzione di un’opera che avrebbe dovuto dimostrare al mondo intero l’ottimo stato di salute economica della Francia, la sua ‘grandeur‘.

Decine di progetti furono consegnati, ma quello vincitore, datato 1884, era a firma di Emile Nouguier e Maurice Koechlin, due ingegneri dello studio ‘Eiffel & Compagnie‘. Il suo titolare, Gustave Eiffel, anche lui ingegnere e imprenditore specializzato nelle opere metalliche e le strutture in legname, ricomprò il brevetto ai due impiegati.

Per l’epoca si trattò di un progetto folle, un miracolo dell’ingegno umano: nella versione iniziale, la torre non superava gli 80 metri, ma alla fine raggiunse quota 300. La sua architettura ed estetica furono perfezionate anche grazie all’intervento dell’architetto Stephen Sauvestre che collaborò con Eiffel e gli organizzatori dell’Expo.

Dopo tre anni di studio la costruzione ebbe inizio nel 1887 e fu portata a termine da 300 operai in un tempo record di 2 anni, 2 mesi e 5 giorni. E per giunta senza alcun incidente mortale, ad eccezione di quello di un operaio che nel suo giorno di riposo domenicale si mise a scalare la torre in costruzione per impressionare la fidanzata ma morì cadendo.

Ci vollero 5 mesi solo per realizzare le fondamenta della Torre Eiffel, sul Lungosenna, mentre gli elementi che la compongono sono stati costruiti nella fabbrica di Eiffel a Levallois-Perret, alle porte di Parigi, trasportati e assemblati in loco. Per procurarsi 8 mila tonnellate di ferro realizzato con la tecnica del ‘puddellaggio’ – un materiale moderno, molto resistente, simbolo del progresso tecnico e dell’era industriale – Eiffel si rivolse a Auguste Dupont, fondatore delle acciaierie Fould-Dupont con sede nella cittadina di Pompey, che a sua volta si rifornì nelle due miniere algerine di Zaccar e Rouina.

All’epoca la torre di 300 metri – 312 successivamente con le antenne radio e 324 oggi – ottenne il record mondiale di altezza e ha conservato il primato per 40 anni, fino alla costruzione nel 1929 del Chrysler Building di New York, alto 319 metri.

Ma questa costruzione gigante in ferro saldato – inizialmente di colore rosso – nel cuore di Parigi suscitò l’avversione di numerosi artisti ed intellettuali famosi che si costituirono in un collettivo per cercare di ostacolarne la costruzione con ogni mezzo, a cominciare dalla stampa. Tra i tanti ‘j’accuse’ pubblicati sui giornali è passata alla storia la lettera a firma, tra gli altri, di Emile Zola e Guy de Maupassant, indirizzata all’ingegnere Jean-Charles Adolphe Alphan, direttore dei lavori della Tour Eiffel, uno dei principali protagonisti del riassetto urbanistico di Parigi voluto dal barone Haussmann.

‘Carcassa’, ‘giraffa’, ‘prostituta che apre le gambe’, ‘lampadario tragico’, ‘supposta bucata’, ‘fallo gigante’ sono alcuni dei soprannomi sferzanti dei detrattori della Tour Eiffel, autoproclamati difensori dell’eleganza e del buon gusto nella Parigi delle Belle Epoque. La costruzione venne conclusa domenica 31 marzo 1889 e lo stesso giorno, alle 13.30, fu inaugurata mentre gli operai erano ancora al lavoro: Eiffel innalzò un tricolore in cima alla torre, alla presenza di alcune personalità del governo, del Comune di Parigi e dei vertici dell’Esposizione universale.

La celebrazione proseguì ai piedi della torre, con un vibrante omaggio di Eiffel a tutti i lavoratori. “Ho provato grande soddisfazione nell’aver visto sventolare la nostra bandiera nazionale sull’edificio più alto mai costruito dall’uomo” ha detto l’ingegnere francese, tra i più famosi della storia dell’edilizia moderna. Il 15 maggio 1889 l’Expo universale venne inaugurata e la torre aprì al pubblico, ma senza ascensore funzionante. Fu un successo immediato: solo la prima settimana 300 mila visitatori salirono i 1.710 gradini fino al vertice. Gli ascensori entrarono in servizio il 26 maggio. Alla luce dell’importante successo di pubblico – con 2 milioni di visitatori nei sei mesi dell’esposizione, conclusa il 6 novembre – le polemiche si placarono.

Da allora la Torre Eiffel, salvata dalla chiusura dal suo stesso fondatore, non ha mai smesso di rinnovarsi, illuminandosi col tricolore francese in alcune occasione, scintillante con luci bianche come diamanti in altre, o di rosa nella giornata di lotta contro il tumore al seno. Per celebrarla, 130 anni dopo, il comune di Parigi ha in agenda numerosi eventi lanciati lo scorso 30 marzo e che si protrarranno per diversi mesi: concerti, spettacoli, mostre, visite guidate, laboratori per bambini. Tra gli omaggi più vibranti alla ‘Dame de fer’ un ‘adventure game’ chiamato ‘Il dossier segreto della Torre Eiffel’ e uno spettacolo al Teatro dei Mathurins, ‘La Torre di 300 metri’, che ripercorre la storia della sua costruzione con personaggi storici e di finzione. 

E’ morta Doris Day. Lo ha annunciato la fondazione che porta il nome della grande star hollywoodiana, che ebbe l’apice della sua carriera tra gli anni cinquanta e sessanta. Con all’attivo 39 film e oltre 75 ore di programmi televisivi, in aggiunta alla registrazione di più di 650 canzoni, la carriera di Doris Day è stata impreziosita anche da una nomina al premio Oscar, e dalla vittoria di un Golden Globe e di un Grammy Award. Tra i suoi film più celebri, L’uomo che sapeva troppo, di Alfred Hitchcock (1956), Il visone sulla pelle, di Delbert Mann (1962) e Il tunnel dell’amore di Gene Kelly (1958. 

In occasione della 58esima Biennale d’Arte di Venezia, porte aperte a tredici artisti, affermati e emergenti, rifugiati e non, che con le loro opere racconteranno in prima persona le condizioni di chi è costretto alla fuga dalla terra di origine, offrendo un altro sguardo su un tema di scottante attualità.

La mostra d’arte contemporanea intitolata ‘Rothko in Lampedusa’, visitabile dall’11 maggio al 24 novembre al Palazzo Querini – palazzo settecentesco messo a disposizione dalla Fondazione Ugo e Olga Levi – è un progetto espositivo indipendente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L’intento principale è quello di proporre una narrazione alternativa rispetto a quella prevalente, in cui i rifugiati siano considerati non come una massa indefinita, un agglomerato di persone spersonalizzato, ma esseri umani e individui unici.

Inoltre in presenza delle condizioni giuste per esprimersi, il loro talento può non solo fiorire, ma essere anche di grande beneficio alle comunità ospitanti. 

Arte contro stereotipi su migranti e rifugiati

“Il discorso corrente in Europa, ma non solo, tende a rappresentare migranti e rifugiati in modo stigmatizzato, come categorie inferiori, pesi e problemi per i Paesi di accoglienza. Eppure studi di economisti e demografici basati su numeri e fatti hanno già dimostrato che invece portano benefici all’economia e allo sviluppo della società”, dice all’AGI Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Unhcr. 

Alla luce del fatto che anche l’arte è una delle espressioni della nostra umanità, l’agenzia Onu ha ritenuto importante “far conoscere e valorizzare il talento dei rifugiati attraverso la loro creatività artistica, che arricchisce il patrimonio di tutti noi”, prosegue la Sami, precisando che la mostra si colloca “sul piano della spiritualità, delle capacità di resistenza e di crescita dell’uomo espresse attraverso la pittura, la fotografia, la scultura, le immagini e le parole”. 

Le opere in mostra firmate da 8 artisti affermati sulla scena internazionale e da altri 5 emergenti sono “testimonianze dirette di umanità e di talento, a cominciare da quella di Rothko, di cui beneficiamo tutti e senza la quale oggi saremmo più poveri”, sottolinea ancora la portavoce dell’Unhcr.

Il titolo della mostra – curata da Luca Berta e Francesca Giubilei e sponsorizzata dal Gruppo UniCredit – allude al legame ideale tra uno degli artisti più celebri del XX secolo e i rifugiati che arrivano oggi sulle coste meridionali dell’Europa, tra cui l’isola di Lampedusa, in cerca di sicurezza e protezione.

Dare spazio a queste voci significa lasciare aperte le porte perché l’arte possa aiutarci a comprendere i fenomeni che l’umanità si trova ad affrontare.

La figura emblematica di Rothko, Ai Weiwei e gli altri  

Lo farà in modo imprevedibile, come era imprevedibile che quel ragazzino, arrivato a Portland nel 1913 con la sua famiglia in fuga dall’attuale Lettonia, sarebbe diventato un giorno il grande artista che conosciamo, Mark Rothko, che è stato scelto come esempio paradigmatico di una condizione esistenziale, toccata a moltissimi artisti del XX secolo, in fuga dalle persecuzioni razziali, religiose e politiche, e tutt’oggi tristemente attuale.

Ad accomunare gli otto artisti affermati quali Rothko, Ai Weiwei, Adel Abdessemed, Christian Boltanski, Richard Mosse, Abu Bakarr Mansaray, Nalini Malani, Dinh Q. Lê, Artur Żmijewski, e i cinque emergenti – Mohamed Keita, Bnar Sardar Sidiq, Hassan Yare, Majid Adin, Rasha Deeb – il fatto di aver vissuto personalmente la condizione di rifugiato o di aver fatto di questo tema un elemento cardine della loro carriera.

 Pur non conoscendosi e avendo fatto esperienze di vita anche molto diverse, con le loro opere condurranno il visitatore attraverso un percorso inedito che permetterà di guardare con occhi diversi l’esistenza di chi è costretto alla fuga dalla terra di origine.

Uno sguardo non solo dall’esterno ma anche dall’interno, poiché per una volta integrerà anche il punto di vista di chi – i cinque artisti emergenti – la condizione di rifugiato la stanno attualmente vivendo in prima persona e che hanno avuto finora opportunità limitate per coltivare il loro talento e far sentire la propria voce.

Ai Weiwei si appropria del lavoro di Rothko e lo riproduce usando blocchetti di Lego donati da migliaia di volontari. In questo modo, l’artista contemporaneo per antonomasia trasforma l’opera unica ed eccezionale del maestro in un lavoro globale, dove l’importanza dell’autorialità scompare a favore dell’universalità del messaggio.

Le immagini dei barconi sovraccarichi di uomini, donne e bambini disperati e in balia delle onde fanno ormai parte del nostro bagaglio visivo. Il naufragio e la fuga sono infatti da sempre un soggetto artistico, pittorico molto frequentato dagli artisti, tra i quali Tintoretto, Gericault, Turner, Goya e molti altri.

Anche Adel Abdessemed, artista francese di origine algerina che ha lasciato il suo paese nel 1994 alla ricerca di pace e stabilità politica, propone questo soggetto, presentando per ‘Rothko in Lampedusa’ una serie di 12 grandi disegni in carboncino su carta.

Disegni essenziali, quasi schizzi preparatori, in cui i tratti dell’individuo si disperdono nella rappresentazione di una moltitudine indefinita.

Il francese Christian Boltanski, di padre ebreo di origine ucraina, ricorre nella sua installazione a due topoi delle fughe di migranti in mare e dei loro salvataggi – l’oro delle coperte termiche e il movimento perpetuo delle onde – per aiutarci a immaginare il naufragio e la sensazione di terrore che si deve provare ad essere dispersi in mezzo al mare. 

Meno evocativo e più scientificamente descrittivo il lavoro fotografico di Richard Mosse, che registra a distanza l’attività e le tracce dell’umanità costretta a vivere nei campi profughi. L’uso di avanzatissime tecnologie militari ha consentito all’artista irlandese di sviluppare una serie di lavori caratterizzati dal contrasto tra oscurità e luce.

Sono paesaggi umanissimi ma astratti in modo straniante: gli oggetti, gli edifici e i corpi, laddove compaiono, diventano essenziali presenze luminose, indefinite e prive di qualsiasi connotazione razziale, culturale o di genere.

La guerra ha lasciato le sue tracce anche nei fantasiosi disegni di Abu Bakarr Mansaray, che ha vissuto la violenza dei massacri in Sierra Leone da cui è dovuto fuggire, ma dove ora è tornato a vivere. I suoi lavori sono delicati disegni di complessi congegni meccanici usati dagli uomini per uccidere: assemblage di residui bellici che con amara ironia l’artista ricompone per formare macchinari di fantasia, ma pur sempre letali come a dichiarare che non c’è scampo dalla guerra e dalla violenza, che si perpetuano nonostante lo scorrere della storia.

La Storia con la ‘s’ maiuscola è alla base dell’opera di Nalini Malani, artista che ha vissuto in prima persona le tragiche conseguenze della partizione dell’India e che ha usato la narrazione nazionalista, l’iconografia ereditata e gli stereotipi culturali, specie quelli legati al ruolo marginale della donna, per sviluppare un linguaggio dirompente e contemporaneo, fatto di immagini in movimento e di suoni, che pone al centro di tutto la figura femminile.

Gli stereotipi che governano molti dei giudizi e delle opinioni che ognuno di noi si costruisce sul tema dei migranti vengono affrontati da due punti di vista molto diversi dagli artisti Dinh Q. Lê e Artur Żmijewski.

Il primo è un artista vietnamita che nell’opera video ‘The Imaginary Country’ racconta l’esperienza del ritorno a casa dei suoi connazionali, avendo coltivato per anni un mito patriottico che verrà probabilmente disatteso dalla realtà.

Invece Żmijewski, artista polacco, usa il suo lavoro fotografico e video come documento politico per ricordarci il ruolo provocatorio che deve sempre mantenere l’arte.

Ritrae i migranti nelle nostre città con un linguaggio crudo e tagliente, ricordandoci la nostra posizione di vantaggio sociale ed economico e quindi il nostro potere sugli altri, e come questo spesso si trasformi in abuso.

Questi otto artisti contemporanei affermati sono stati invitati dai curatori a dialogare con i cinque artisti emergenti, le cui storie e provenienze hanno indubbiamente influenzato e plasmato le loro scelte artistiche.

Dalla Costa d’Avorio alla Siria, cinque artisti emergenti

Le fotografie di Mohamed Keita – scappato dalla Costa d’Avorio a soli 13 anni e rifugiato in Italia dopo un viaggio durato quattro anni – ritraggono altri migranti come lui, ma soprattutto noi occidentali, osservati attraverso l’occhio di un giovane ivoriano, con un punto di vista fotografico spesso eccentrico, in quanto molte delle foto sono riprese dal basso, dal piano della strada, come di qualcuno che fosse seduto a terra.

Sempre la fotografia, o meglio il ritratto singolo e di gruppo, è il linguaggio scelto dall’artista curdo-irachena Bnar Sardar Sidiq, rifugiata in Inghilterra, che con estrema discrezione e delicatezza racconta la vita di una piccola comunità eterogenea di profughi: due famiglie, una cristiana e l’altra sunnita, fuggite entrambe alla violenza di una guerra sconsiderata, che vivono assieme sotto lo stesso tetto.

 Le strisce narrative a fumetti di Hassan Yare, che vive da dieci anni in un campo di rifugiati in Kenya dopo aver perso tutti i suoi familiari e amici in Somalia, ci parlano di un quotidiano di paradossale normalità ed eterno presente, tutto articolato all’interno del campo che per migliaia di individui determina una perenne e immutabile condizione giuridica e di vita, una nuova categoria umana o subumana, quella del rifugiato.

La video animazione è ciò che ha fatto conoscere anche al mondo occidentale Majid Adin, proveniente dall’Iran e rifugiato in Inghilterra.

La sua capacità di combinare musica e immagini in brevi e coinvolgenti narrazioni gli ha consentito di avvicinare anche il pubblico più giovane a tematiche complesse, come quella delle difficili condizioni di vita delle persone costrette a fuggire da guerre e povertà.

Il ritmo incalzante del suo video ‘Myela’, il ritornello musicale e le immagini optical che si alternano a quelle più descrittive fanno di quest’opera una specie di tormentone pop, nonostante il soggetto.

Rasha Deeb, siriana rifugiata in Germania, è l’unica scultrice invitata. Le sue opere micro e macro, di marmo e legno, sono forme astratte, vagamente organiche, che rappresentano metaforicamente l’adattamento dell’individuo alle difficoltà dell’esistenza.

La materia si flette, crea delle anse, dei pieni e dei vuoti, per adattarsi alla volontà dell’artista che la modella.

Residenza artistica a Venezia per artisti rifugiati

Oltre a presentare le loro opere, fino al 23 maggio gli artisti emergenti stanno partecipando a una residenza artistica a Venezia, organizzata in collaborazione con il progetto ‘Waterlines’, promosso dal Collegio Internazionale dell’Università Ca’ Foscari, dalla Fondazione di Venezia e da San Servolo srl, per offrire loro l’opportunità di entrare in contatto con la scena artistica internazionale e di avviare una rete di relazioni utili alle loro carriere.

Durante quel soggiorno formativo, per una settimana sono stati ospitati da famiglie appartenenti alla rete locale di Refugees Welcome Italia, la onlus partner di Unhcr che promuove l’accoglienza in famiglia dei titolari di protezione internazionale. Attualmente risiedono con gli studenti ospiti del Collegio Internazionale sull’Isola di San Servolo.

Il programma per la residenza è costellato da momenti formativi, tra cui visite guidate, seminari, laboratori, organizzati con la collaborazione di Refugees Welcome Italia, Palazzo Grassi – Punta della Dogana, IED Istituto Europeo di Design Spa e l’Università Iuav di Venezia.

Fino al 24 novembre, il Padiglione dell’Unhcr ospiterà eventi, iniziative, esperienze, incontri. Tra questi, la performance installazione ‘Dress For Our Time’, organizzata in collaborazione con il London College of Fashion della University of the Arts di Londra, con la modella Bianca Balti il 9 maggio; la presentazione del documentario ‘Torn’ con l’Ambasciatore di Buona Volontà Unhcr Alessandro Gassmann in occasione di Art Night Venezia il 22 giugno, evento inserito nel programma ufficiale per la Giornata mondiale del rifugiato. Infine, il Padiglione ospiterà un’installazione interattiva dedicata all’Unhcr e al suo lavoro di protezione dei rifugiati, realizzata dall’agenzia Tiwi. All’installazione è legata un’applicazione che consentirà ai visitatori di aiutare concretamente migliaia di famiglie rifugiate in Niger, Iraq e Tanzania attraverso la distribuzione di Refugee Housing Units, innovativi moduli abitativi sviluppati dall’Unhcr in collaborazione con la Fondazione Ikea e con la Fondazione di Disegno Industriale svedese.

Alla Domus Aurea dopo duemila anni torna alla luce la ‘Sala della Sfinge’. L’ambiente scoperto racconta, attraverso le decorazioni pittoriche, le atmosfere degli anni del principato di Nerone. Alla Domus Aurea, l’immensa residenza urbana che Nerone edificò dopo l’incendio del 64 d.C., gli archeologi, gli architetti e i restauratori del Parco archeologico del Colosseo, si sono imbattuti – dopo aver montato il ponteggio per operare sulla volta dell’ambiente 72 – in una grande apertura all’altezza della copertura della stanza.

Di qui, rischiarate dalle luci artificiali, sono apparse l’intera volta a botte di una sala completamente affrescata, la sommità delle pareti e la finestra a bocca di lupo che si apre sulla lunetta di fondo dell’ambiente, anch’esse decorate con fine pittura.

Pantere, centauri e creature fantastiche

Al di sotto, per tutta la sua altezza, la sala è interrata. La decorazione pittorica della volta è ben visibile e discretamente conservata: sul fondo bianco della volta si vedono riquadri tracciati di rosso, contornati da linee di color giallo ocra, con fasce dorate punteggiate da una fitta serie di elementi vegetali, e altre fasce curvilinee anch’esse dorate e ‘rabescate’.

Animano i riquadri, in un’atmosfera rarefatta, diverse figurine elegantemente dipinte con tratti di colore denso: una che nasce da un cespo vegetale, armata di spada, faretra e scudo, contro cui si erge una pantera; Centauri rampanti e figure di Pan, uno con lituo (bastone ricurvo), un altro con oggetti, forse strumenti musicali, fra le mani.

All’esterno del perimetro, si susseguono poi quasi rincorrendosi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche.

Il tutto è attraversato da motivi vegetali: esili ghirlande e cespi che terminano in foglioline e steli di colore verde, giallo e rosso, festoni e forse frutti, compongono un paesaggio surreale popolato da uccellini ritratti in differenti pose.

Sulla lunetta di fondo della volta a botte – a destra della bocca di lupo – si staglia una tipica architettura immaginaria con le sue esili colonne su uno sfondo inesistente, sormontata da una patera d’oro (piatto cerimoniale) e da cui pende una mezza ghirlanda.

Accanto una muta e solitaria sfinge svetta sopra un elemento che fa pensare ad un bètilo (oggetto sacro di forma conica). Si tratta di figure riempitive e di genere che compaiono nella Domus del Colle Oppio anche in altre sale e ambienti, così come ad esempio nel Criptoportico 92.

“La scoperta di questa sala si inserisce nella strategia di ricerca scientifica che il Parco porta avanti ogni giorno contestualmente agli interventi di messa in sicurezza e restauro – ha spiegato Alfonsina Russo, direttrice del Parco archeologico del Colosseo – rimasta nell’oscurità per quasi venti secoli, la Sala della Sfinge – così come l’abbiamo denominata – ci racconta le atmosfere degli anni del principato di Nerone”.

Alessandro D’Alessio, funzionario responsabile della Domus Aurea, spiega: “alla Domus Aurea, ovvero in quel che oggi resta, sul Colle Oppio, dell’immensa residenza urbana che Nerone volle edificare dopo l’incendio del 64 d.C., una tale circostanza potrebbe non destare particolare sorpresa, visto il numero delle sale e degli altri spazi noti e riccamente affrescati, che ammonta a oltre 150”.

Eppure “la ventura e l’emozione di trovarsi di colpo, senza preavviso o indizio alcuno, davanti e dentro una stanza della Domus prima ignota, o di cui non v’era comunque memoria, rappresenta un’occasione anche qui straordinaria e appagante è quanto accaduto in questi giorni, quando gli archeologi, gli architetti e i restauratori del Parco archeologico del Colosseo, che quotidianamente e con incrollabile passione curano e dirigono gli interventi di consolidamento, messa in sicurezza e restauro del monumento, si sono improvvisamente imbattuti, montato il ponteggio necessario a operare sulle pareti e sulla volta dell’ambiente 72, in una grande apertura posta proprio all’imposta nord della copertura della stanza”.

“Di qui – racconta – rischiarata dalle luci artificiali, è apparsa d’un tratto l’intera volta a botte di una sala adiacente completamente affrescata. Se ne vede difatti anche la sommita’ delle pareti e la finestra a bocca di lupo che si apre sulla lunetta di fondo dell’ambiente (il vano era ridossato al Colle Oppio), pure decorate con fine pittura. Al di sotto, per tutta la sua altezza, la sala è interrata. La decorazione pittorica della volta è ben visibile e discretamente conservata, ma si è subito provveduto a ispezionarla e metterla in sicurezza”.

Entro sei mesi la fine degli scavi

Una “grande emozione” la scoperta della nuova ‘sala della Sfinge’ alla Domus Aurea. Un nuovo ambiente venuto alla luce solo venerdì scorso, il 3 maggio, dopo duemila anni di buio.

Lo confida all’AGI la stessa Alfonsina Russo, che spiega che l’obiettivo è di concludere i lavori di scavo della Sala entro la fine del 2019: “Al momento si vede solo la volta e parte delle pareti. Noi ci siamo accorti che vi era qualcosa da una fessura ma non avevamo capito che c’era un altro ambiente. L’abbiamo scoperto venerdì scorso ma io sono entrata, da un foro, solo stamattina e ho provato un’emozione fortissima nel vedere quelle figure femminili, quella pantera, i due Pan, i delfini e il cavalluccio marino… è tutto ben conservato ma va ripulito. Ci vorranno almeno 6 mesi di lavoro per pulire tutto perché l’ambiente è grande: alto almeno 5 metri e lo spazio, a occhio, di almeno 6 metri per 3”.

Tempi più lunghi, invece, perché tale scoperta possa essere apprezzata anche dal pubblico. “Per la valorizzazione e la fruizione della ‘Sala della Sfinge’ serviranno tempi più lunghi – sostiene Russo – perché noi siamo entrati da un foro ma non ci sono porte, e bisognerà quindi capire come organizzare il tutto”. 

 

Non si placano le polemiche sul Salone del Libro di Torino per la presenza della casa editrice Altaforte, guidata da Francesco Polacchi, militante di CasaPound dalla dichiarata (e rivendicata apertamente anche in questi giorni) fede fascista. Il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e la sindaca Chiara Appendino hanno dato deciso di inviare un esposto alla procura della Repubblica contro Polacchi.

Regione e Comune, “alla luce delle dichiarazioni sul fascismo rilasciate a mezzo stampa e attraverso emittenti radiofoniche dal signor Francesco Polacchi (‘io sono fascista’, l’antifascismo è il vero male di questo Paese’, ecc.) ritengono il rappresentante della casa editrice Altaforte e la sua attività professionale nel campo dell’editoria estranee allo spirito del Salone del libro e, inoltre, intravvedono nelle sue dichiarazioni pubbliche una possibile violazione delle leggi dello Stato”.

Le due istituzioni chiedono dunque che “i magistrati possano valutare se sussistano i presupposti per rilevare il reato di apologia di fascismo” e la violazione della legge Mancino. Una decisione, quella della Regione e del Comune, assunta “nella convinzione che anche la forma più radicale dell’intolleranza vada contrastata con le armi della democrazia e dello stato di diritto”. 

Le reazioni della politica

Intanto si allarga la schiera di chi vorrebbe escludere la casa editrice dalla rassegna torinese: il Movimento 5 stelle del capoluogo piemontese sottolinea che il Salone deve essere lo spazio “dove celebreremo la tolleranza e la resistenza alle derive neofasciste e autoritarie. Deve essere il momento pubblico dove dare battaglia con la forza delle parole e delle argomentazioni. Ma può esserlo ad una sola condizione: l’esclusione di Altaforte e di Polacchi”.

Di diverso avviso il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Non ho in programma una visita a Torino, non fatemi fare anche l’organizzatore di saloni di libri: ritengo che la cultura sia sempre cultura da qualunque parte venga. Se ci sono idee diverse, è anche bello il confronto ma non organizzo io, non allestisco io, fatemi fare il ministro dell’Interno non della Cultura”. Della stessa opinione il ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli: “Il Salone del libro di Torino deve essere, come ogni salone del libro, un luogo di democrazia. I libri sono idee e quindi il fatto di poter offrire in modo più ampio possibile le idee penso che sia una cosa positiva”.

Gli organizzatori cercano di calmare le acque

Provano a gettare acqua sul fuoco gli organizzatori della rassegna: “Questa esperienza deve unirci, non dividerci. Deve farlo in nome di un bene superiore, e deve invitarci a tirare fuori, nei toni, nelle prese di posizione, la nostra parte migliore. Rispettiamo chi per evidenziare i problemi di cui sopra si è allontanato temporaneamente da quella che com’è ovvio è casa sua, e abbracciamo chi ha deciso, com’è più che mai ora necessario, di abitare con convinzione adesso quella stessa casa per farla durare, e darle spazio e vita”.

Per il Salone del Libro di Torino “le polemiche che si sono accese per la presenza di una casa editrice i cui animatori, in nome del fascismo, hanno rilasciato dichiarazioni che si commentano da sole, pongono un tema”: si tratta di “cosa si può muovere intorno a certe idee che non sono solo agli antipodi dell’impostazione culturale del Salone di quest’anno (non è mai stato un problema: il Salone accoglie tutte le opinioni) ma la cui messa in pratica turberebbe l’ordine democratico offendendo la Costituzione”.

E contro l’idea del boicottaggio, lanciata da diversi esponenti del mondo della cultura (da Wu Ming a Carlo Ginzburg a Zerocalcare) si schierano anche gli editori: “Chi opera professionalmente nel mondo dei libri – sottolinea l’Aie – e, più in generale, chiunque ami i libri e la lettura ha nel proprio Dna, come principio fondante, la difesa della libertà di pensiero, di espressione e in particolare di edizione in tutte le sue forme”.

Polacchi: “Travisate le mie parole sulla dittatura”

Appello raccolto da uno dei nomi di punta della kermesse, Roberto Saviano: Io al Salone del Libro ci sarò, sono abituato a mettere il mio corpo a difesa delle mie parole, perché con l’esperienza ho capito che le parole, insieme al corpo, vanno più lontano”. Ma l’editore Polacchi, al centro della polemica, si difende: “Ora basta. Quelle parole sulla dittatura non le ho mai dette per come sono state riportate dalla stampa e sono state travisate. La questione è che pur di censurare Matteo Salvini, coinvolto suo malgrado in questa bagarre per la scelta di Chiara Giannini di pubblicare con noi il suo libro intervista, ogni giorno mi vengono messe in bocca parole che non ho mai pronunciato e si tira in ballo la casa editrice in vicende con cui nulla ha a che fare”. 

Conto alla rovescia con polemiche per la 32 esima edizione del Salone internazionale del Libro di Torino (dal 9 al 13 maggio). I riflettori della manifestazione si accenderanno giovedì mattina al Lingotto Fiere, ma la tensione è già alta per la partecipazione nei cinque giorni di kermesse della casa editrice Altaforte, vicina a Casapound. L’editore presenterà, tra le altre cose, il libro “Io sono Matteo Salvini. Intervista allo specchio”.

Molte le voci che si sono levate contro la partecipazione della casa editrice e gli inviti a boicottare la buchmesse torinese. Tra le defezioni eccellenti, quella del collettivo di scrittori Wu Ming, del saggista Carlo Ginzburg, di Zerocalcare, che ha annullato tutti gli impegni al Salone, e della presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo, che avrebbe dovuto presentare il 10 maggio il volume di Tina Anselmi “La Gabriella in bicicletta”, edito da Manni. Il motivo, spiega l’associazione nazionale partigiani d’Italia, è legato “all’intollerabile presenza al Salone della casa editrice Altaforte che pubblica volumi elogiativi del fascismo”.

La presenza della casa editrice Altaforte è invece difesa dal Comitato di Indirizzo del Salone che nei giorni scorsi ha spiegato di essere “plurale e aperto alla discussione, perché il dialogo è fondamento della democrazia”. Per il Comitato infatti spetta alla magistratura “giudicare se un individuo o un’organizzazione persegua finalità antidemocratiche. È pertanto indiscutibile il diritto per chiunque non sia stato condannato per questi reati di acquistare uno spazio al Salone e di esporvi i propri libri”.

Raimo si dimette da consulente

Fortemente contrario è invece lo scrittore Christian Raimo, tanto da arrivare a rassegnare le sue dimissioni da consulente editoriale della manifestazione “per proteggere il Salone del Libro dalle polemiche”. “Ogni spazio pubblico – spiega – è oggi un luogo di battaglia, culturale, politica, civile, antifascista. Io andrò al Salone del libro di Torino, non più da consulente: la ragione per cui mi sono dimesso è che non voglio la presenza di editori dichiaratamente fascisti o vicini al fascismo, penso che il Mibac, ossia lo stato, debba tutelare questo diritto per tutti, e proteggere il Salone da ogni ingerenza fascista; penso che l’Aie e l’Adei, ossia le associazioni degli editori, debbano affrontare radicalmente questa questione”.

“Ma – aggiunge Raimo – ci andrò ancora da autore, lettore e cittadino. Il programma che Nicola Lagioia e il comitato editoriale ha messo su per quest’anno, anche io ho dato una piccola mano, è straordinario, anche da un punto di vista della qualità del dibattito intorno alla politica e alla democrazia”.

Intanto, si moltiplicano gli appelli a non boicottare il Salone. Per il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino “La scelta dei vertici del Salone è l’unica che si possa fare, fermo restando che l’attività di questa casa editrice non mi è gradita, come non è gradita la sua presenza al Salone”. “Dal punto di vista giuridico – aggiunge Chiamparino – non ci sono elementi per negare l’accesso alla casa editrice. Nulla vieta che si possano esprimere giudizi, ma credo non ci sia nulla di peggio che utilizzare argomenti amministrativi per impedire la presenza di una casa editrice, per quanto la stessa sia discutibile”.

A confermare la partecipazione al Salone, anche la scrittrice Michela Murgia, che in un lungo post su Facebook, condiviso dal direttore del Salone Nicola Lagioia, ha spiegato: “Se CasaPound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere? Se Forza Nuova si candida alle elezioni io che faccio, straccio la tessera elettorale e rinuncio al mio diritto di voto? Se la Lega governa il Paese chiedo forse la cittadinanza altrove? No. Non lo faccio. E non lo faccio perché da sempre preferisco abitare la contraddizione piuttosto che eluderla fingendo di essere altrove”.

Appendino: “Le idee si combattono con le idee”

“Torino è antifascista. Questo semplice concetto in premessa deve essere molto chiaro, così come deve essere altrettanto chiaro che, in democrazia, non esistono alternative praticabili a questa posizione”, commenta la sindaca di Torino, Chiara Appendino, “a quei valori liberali, democratici, antifascisti vogliamo tenere fede. L’occasione è utile per ricordare che la Città di Torino, Medaglia d’Oro alla Resistenza, sarà presente al Salone Internazionale del Libro. Sarà presente con il suo stand e i suoi eventi, incarnando nella sua bandiera quei valori di libertà e uguaglianza che fanno parte della nostra stessa identità”.

“Di certo – dice Appendino – non abbandoneremo il campo, perché le idee si combattono con idee più forti. Le nostre ci saranno e, insieme alle nostre, ce ne saranno tantissime altre”. “È solo con la cultura – conclude Appendino – che possiamo porre un argine a ogni possibile degenerazione o ritorno di ciò che deve essere archiviato per sempre. Tanti e uniti. È così che si vince. Buon Salone Internazionale del Libro a tutte e tutti”.

L’editore: “Se ci assaltano chi si prende le responsabilità?”

“Credo che la città di Torino abbia problemi maggiori rispetto alla nostra partecipazione al Salone del Libro. È una città industriale senza lavoro, amministrata molto male da una sindaca che non fa nulla per portare investimenti”, è la reazione di Francesco Polacchi, responsabile di Altaforte, interpellato da AGI.

“È assurdo ricevere minacce di morte per aver pubblicato un libro-intervista sul ministro dell’Interno che sarà votato da un italiano su tre – aggiunge Polacchi – noi siamo una casa editrice sovranista e Salvini è la persona che in questo momento incarna con maggior credito l’idea sovranista”. E ancora: “Il problema dell’Italia sembra essere CasaPound, mica la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. CasaPound, lo ribadisco, esiste perché siamo in una democrazia”.

Sulle accuse di apologia al fascismo l’editore replica: “Quella è una legge scritta da una persona (Mario Scelba ndr) che si è dimostrata censore dei sindacati e delle lotte proletarie. Mi sembra assurdo che venga presa come punto di riferimento”. E infine: “Sapevo ci sarebbero state polemiche, ma non credevo di questa portata. I centri sociali dicono che verranno a chiuderci lo stand, ma se ci assaltano chi se le prenda poi la responsabilità? Forse la sindaca Appendino? Da parte nostra siamo preoccupati, ma non rinunceremo al Salone”. 

Zerocalcare: “Non faccio jihad su chi va e chi non va”

“In effetti ho annullato tutti i miei impegni al Salone del libro di Torino, sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale”, è invece il commento, affidato a Facebook, del fumettista Zerocalcare.

“Non faccio jihad – spiega – non traccio linee di buoni o cattivi tra chi va e chi non va, sono questioni complesse che non si esauriscono in una scelta sotto i riflettori del Salone del libro e su cui spero continueremo a misurarci perché la partita non si chiude cosi’. Sono contento anche che altri che andranno proveranno coi mezzi loro a non normalizzare quella presenza, spero che avremo modo di parlare anche di quello”.

Soldato in Iraq, tossicodipendente, rapinatore di banche, detenuto. E scrittore di successo. È la storia di Nico Walker, che a 21 anni tornò dalla guerra in Iraq, dove aveva visto in volto l’orrore. Oggi passa le sue giornate alla Federal Correctional Institution di Ashland, Kentucky: è qui, dietro le sbarre, che ha scritto un romanzo che narra la sua vita, dal titolo “Cherry”, accolto in modo trionfale negli Usa. Non sorprende, dato che la sua vita – oggi Walker ha 34 anni – è talmente densa di colpi di scena, di decisioni fatali e di squarci inattesi da essere perfetta per una narrazione letteraria, o per una sua estensione seriale sul piccolo schermo.

Eppure, prima di finire nel pantano iracheno, era una vita identica a quella di tanti altri ragazzi della middle class americana. “Tutto mi era indifferente, più o meno”, racconta Nico. Dopo la scuola si iscrisse all’università, perché era quello che facevano tutti. Ogni tanto si faceva una canna, qualche volta qualcosa di più pesante. Finché non è arrivata la decisione di entrare nell’Us Army, per andare sul fronte dell’Iraq. Aveva visto altri giovani americani farlo, aveva 19 anni, era una scelta avvolta da un’aura di patriottismo che in America ha sempre avuto un certo appeal.

“Oggi non prenderei la stessa decisione”, ha raccontato Walker al settimanale tedesco Die Zeit – in Germania il suo libro sta uscendo in questi giorni – facendo intendere che la scelta di rapinare banche, dopo il suo ritorno nel tristissimo Ohio, è strettamente collegato al suo “non voler tornare nell’esercito”. Quel che dall’esperienza di militare nell’Iraq gli è entrato nelle ossa e nell’anima, non sono solo i combattimenti, il pericolo costante, le mine di cui aver paura ad ogni passo: “Quel che è entrato nella mia vita è la violenza”. Quella vissuta sulla propria pelle, ovviamente, ma ancora “quella pazzesca aggressività che si è accumulata dentro di me”. 

Eppure l’esperienza in Iraq non è il cuore del romanzo di Walker: piuttosto è il percorso che porta “l’eroe” a diventare un “antieroe”. Quando nel 2006 è tornato in Ohio, con tanto di medaglia, Nico è stato travolto da un immenso senso di colpa. Per essere sopravvissuto. Da lì la depressione, l’insonnia, gli incubi. Le immagini che continuavano a tormentarlo: i suoi commilitoni a brandelli, i corpi bruciati. Immagini che inizia a combattere con delle pillole, ovviamente oppiacei, in un abisso che arriverà fino all’eroina.

Una spirale dell’affondamento, compiuto a piccoli passi. Un percorso di disperazione, che è stato documentato con cifre drammatiche dallo stesso ministero per i veterani di guerra, secondo il quale nel 2014, in media, si sono suicidati 20 reduci di guerra al giorno. E combinando questo dato con l’altra “grande guerra” vissuta dall’America in questi anni, il quadro appare ancor più devastante: 70 mila persone morte, solo nel 2017, per overdose da oppiodi. La scelta di rapinare banche è passo logico, in un certo senso: si trattava di finanziare la sua dipendenza.

I primi colpi li ha fatti nella zona di Cleveland, arrivando a mettere insieme 40 mila dollari. Dopo qualche mese, l’arresto, una condanna a 11 anni, le porte della cella che si chiudono davanti a lui. Su spinta di un editore colpito dalla storia, Nico ha cominciato a scrivere il suo romanzo, tra le quattro mura della libreria del carcere. Ci sono voluti quattro anni, passati battendo a macchina quattro o cinque giorni la settimana. L’estate scorsa il libro è uscito negli Usa, per i tipi dell’editore Knopf. “Al mio compagno di cella ho raccontato qualcosa, ma non ho fatto grandi discorsi”.

D’altronde, era decisamente conciso anche quando assaltava le banche: non portava nessuna maschera, al massimo una sciarpa a coprire la bocca, e si limitava a mostrare un foglio con sopra scritte solo quattro semplici parole: “Questa è una rapina”.

Un saggio, un trattato, una sorta di sequel non destinato a essere tradotto in film ma di cui finora si ignorava l’esistenza: Anthony Burgess, l’autore del romanzo del 1962 ‘Arancia Meccanica’ (titolo originale ‘A Clockwork Orange’), tra il 1972 e il 1973 lavorò a un secondo testo sull’argomento.

Si intitola ‘A Clockwork Condition‘ – traducibile come ‘La condizione meccanica’ – ed è un lavoro incompiuto lungo 200 pagine. Negli anni ‘70 Burgess lasciò il manoscritto in Italia, nella sua abitazione di Bracciano in provincia di Roma. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1993, la casa venne venduta e tutti i documenti rimasti furono portati a Manchester: tra questi il sequel di ‘Arancia Meccanica’ che finì nell’archivio gestito dalla International Anthony Burgess Foundation: il testo è tornato alla luce durante alcune recenti operazioni di catalogazione.

Il tema: il difficile rapporto di Burgess con la sua creatura

Il ritrovamento ha suscitato stupore ed entusiasmo anche in Andrew Biswell, direttore della fondazione Burgess: “È una scoperta molto emozionante – le sue parole raccolte dal Guardian – In parte riflessione filosofica e in parte autobiografico, ‘A Clockwork Condition’ fornisce un contesto per (comprendere, ndr) l’opera più famosa di Burgess e amplia le sue opinioni sul crimine”.

Il libro “fa nuova luce sulla complicata relazione di Burgess con il suo romanzo ‘Arancia Meccanica’, un’opera che ha continuato a rivisitare fino alla fine della sua vita”, aggiunge Biswell.

Alla Cnn Biswell ha aggiunto che “Burgess era molto preoccupato per le accuse, a lui rivolte, secondo le quali il film tratto dal suo romanzo avesse spinto le persone a fare cose cattive”.

Il film, firmato da Stanley Kubrick nel ‘73, è una storia di sfacciata violenza: abusi che il protagonista Alex DeLarge prima commette e poi subisce, nel corso delle cure alle quali è forzatamente sottoposto.

La piccola, prodotto di culto per moltissimi appassionati e considerata un capolavoro del cinema, fu oggetto anche di fortissime critiche per la violenza mostrata. Kubrick fu costretto a chiedere alla Warner Bros, la casa di produzione, il ritiro dalle sale inglesi. Là, ‘Arancia Meccanica’ sarebbe tornato disponibile soltanto nel ‘99.

 

Di cosa parla La condizione meccanica 

Il testo inedito di Burgess è ricco di spunti: in una sezione del suo lavoro, l’autore riflette sui rischi della “cultura visiva”, intesa come impatto della televisione e dei mass media, cinema compreso, sulle persone negli anni ’70. Biswell descrive l’opera spiegando come Burgess temesse che l’uomo finisse “intrappolato nel mondo delle macchine, incapace di crescere come essere umano e di diventare se stesso”. La “condizione meccanica”, titolo dell’opera, indicherebbe perciò lo stato di “alienazione in parte causato dei mass media”.

Del testo appena riscoperto, come detto, si ignorava l’esistenza: se n’era parlato una volta soltanto negli anni ‘70, quando lo stesso Burgess dichiarò di non aver sviluppato l’idea, effettivamente sorta, di scrivere un trattato che prendesse spunto dal film di Kubrick. Molti, per questa ragione, erano convinti che di questa riflessione non esistesse neppure una pagina. Il testo invece c’è, e molti editori si sono già fatti avanti per acquistarne i diritti e pubblicarlo.

Un’uscita del genere fa gola a molti; tra le chicche anche la spiegazione del titolo dato al suo primo romanzo: Burgess spiega di aver sentito l’espressione ‘Arancia Meccanica’ nel 1945, in un pub di Londra, pronunciata da un uomo ottantenne: “Quello là era sballato come un’arancia meccanica”, le parole dell’uomo.

Un modo di dire che Burgess spiega di aver poi sentito diverse altre volte, ma sempre per bocca di persone anziane. “Per quasi vent’anni ho cercato di usarlo come titolo di qualcosa – si legge in un passaggio del trattato – L’occasione mi si è presentata quando ho pensato di scrivere un romanzo sul lavaggio del cervello”. 

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