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AGI – Scrive il critico gastronomico del New York Times che da quando ha letto che il Noma si trasformerà da ristorante esclusivo a laboratorio di sperimentazione alimentare, non ha potuto fare a meno di “pensare a Namrata Hegde, una stagista non retribuita che ha lavorato nella cucina dello chef René Redzepi per tre mesi, producendo coleotteri alla frutta”. Ogni giorno, infatti, Hedge ha steso la marmellata, l’ha lasciata solidificare e l’ha scolpita in varie forme usando gli stampini. Poi ha assemblato quelle forme per formare uno scarabeo quasi reale: una creatura lucida e tridimensionale fatta di frutta. Il più delle volte, prima di cena, assemblava anche 120 esemplari perfetti e li appuntava ciascuno in una scatola di vetro, pronta per essere servita ai commensali.

Commenta il critico: “In passato, il lavoro della signora Hegde avrebbe potuto essere addirittura ignorato, ma nel mezzo di quello che sembrava un sentimento mutevole contro il culto della cucina raffinata, è diventato invece un significativo dettaglio” perché mostrava “la fatica poco affascinante delle cucine dei ristoranti di fascia alta e per diventare più come l’ennesima giornata noiosa in una fabbrica, l’usuale ripetitivo turno solitario alla catena di montaggio”. Tejal Rao, il critico, sostiene che nell’idea comune forse questa visione non corrisponde esattamente a ciò che la gente immagina quando pensa alla cucina d’alto livello, eppure – annota – “nel mondo della cucina competitiva e raffinata – diciamo, circa 100 ristoranti in tutto il mondo – c’è un coleottero della frutta in ogni menu”. Ovvero, “non un vero e proprio scarafaggio della frutta, ma una serie di piatti da capogiro, guidati dalla tecnica e ad alta intensità di lavoro. Piatti da trofeo”.

Esempi simili? Il caviale di melone di El Bulli sulla costa mediterranea della Spagna, oppure la frutta dalla carne lucida al Fat Duck, nella campagna inglese, e ancora l’uovo rotto impeccabile a Mugaritz, nei Paesi Baschi. Chiosa il Times: “Stagione dopo stagione, anno dopo anno di questo tipo di lavoro e di dedizione, ci si aspetta che le cucine che operano a un certo livello superino se stesse. Per ricercare e sviluppare piatti ancora più selvaggi e interessanti, per perfezionare presentazioni più eccentriche e insolite, per raggiungere ingredienti ancora più preziosi e difficili da preparare, per migliorare il proprio servizio e trovare nuovi modi per entusiasmare i Vip”. Tuttavia, questo tipo di lavoro e di dedizione in cucina “richiede un’enorme quantità di lavoro” con più persone al seguito, “disposte a fare il duro lavoro e tanto più necessario quanto più elaborata è la visione di una cucina raffinata e al pari di uno studio d’arte su larga scala”.

Secondo il giornale, poche istituzioni come i ristoranti e le loro particolari cucine “hanno avuto così tanta attenzione e attirato denaro in questa particolare settore come l’elenco annuale dei 50 migliori ristoranti al mondo”. Eppure, da quando è iniziata nel 2002, la lista 50 Best è stata una guida non ufficiale per il business.

Chiosa in critico del Times, in conclusione: “Ma ora temo che questo tipo di cucina raffinata sia stata davvero mantenuta per offrire continuamente sempre di più, nonostante il costo personale di chi lo deve realizzare”. Il risultato? Che più di un decennio dopo e dopo aver trascorso il maggior numero di anni in cima alla lista e aver guadagnato tre stelle Michelin, lo chef Redzepi ha definito “insostenibile” il vecchio modello di cucina raffinata “e ha lasciato molti a chiedersi la stessa cosa del suo ristorante”.

AGI – La performer Josephine Baker, cantante e danzatrice americana, icona dei diritti civili e affezionata della maison Dior è tornata a rivivere nel tempio della moda nella sfilata parigina della stilista Maria Grazia Chiuri durante la settimana dedicata alle nuove collezioni primavera/estate 2023.

Baker, che è nata nel Missouri ma ha vissuto gran parte della sua vita in Francia, è stata una musa ispiratrice di Christian Dior e anche una delle sue migliori clienti, avendo speso almeno “250.000 dollari in un guardaroba di haute couture”, ricorda il quotidiano inglese The Guardian. L’ultima sfilata Dior haute couture, è stata un vero e proprio un omaggio ai riccioli e alle frange sinuose, sartoria in velluto e lamé di seta stropicciata della cantante e danzatrice che ha riportato la Baker al posto che le spetta nella storia di Dior. Lo spettacolo si è poi rivelato un contraltare all’immagine fortemente feticizzata di un famoso quanto famigerato costume delle Folies Bergère – una sfilza di banane e poco altro – che finì l’immagine infine della Baker.

Il giornale ricorda anche che Baker nel 2021 è diventata la prima donna di colore ad essere inserita nel pantheon tra le figure illustri della storia francese, riconosciuta per il suo lavoro con la resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, e “ciò la pone al centro della storia di Dior”, ha precisato la stilista Maria Grazia Chiuri. Lei stessa ha anche riconosciuto, per la prima volta, come Baker fosse stata cancellata dal suo legittimo posto nella storia e nell’iconografia della maison della moda quando la stilista ha ricreato uno dei look originali di Baker per Dior: ovvero, un abito strutturato e guanti abbinati, ma con il mantello di pelliccia sostituito con il tulle per riflettere la sensibilità moderna.

Infine, durante i suoi anni parigini, Baker ha investito molto in un guardaroba di abiti riccamente abbelliti e completi elegantemente sartoriali, creando un’immagine che secondo lei rifletteva la sua legittima posizione di grande dama della cultura. Ha acquistato da designer dell’élite, tra cui Madeleine Vionnet e Pierre Balmain, ed è diventata anche un’amica personale di Christian Dior, fotografata in prima fila a una sua sfilata nel 1959 accanto a Juliette Greco. E nel corso degli anni ’60 ha indossato abiti Dior per le apparizioni alle proteste per i diritti civili che ha sostenuto negli Stati Uniti, il suo paese d’origine.

Ovviamente, la sfilata è stata anche l’occasione per domandarsi cosa andrà di moda la prossima stagione, e la risooista inevitabilmente è stata, secondo il Guardian, “ruggenti abiti anni ’20 con frange di seta, abiti da cocktail scivolosi con scollo a cappuccio, sandali da ballo in velluto con punta aperta, capelli ondulati in gel e riccioli a bacio sembrano pronti per il pantheon della moda”. In definitiva, un ritorno in grande stile agli anni di Josephine Baker. Più che un omaggio, una celebrazione.

AGI – Tornano in Italia circa 60 reperti archeologici trafugati illecitamente, compresi tra il settimo e il primo secolo dopo Cristo, trafugati da trafficanti internazionali e recuperati negli Stati Uniti grazie a un’operazione congiunta tra i Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale e il New York County District attorney’s office.

Il valore complessivo è di 20 milioni di dollari. “Quello che avviene oggi è merito del nucleo tutela e patrimonio dei carabinieri, della magistratura italiana e della collaborazione efficace con gli Stati Uniti – commenta il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, presentando le opere presso la sala Spadolini del ministero”.

Il recupero del patrimonio culturale – ha sottolineato Sangiuliano – è uno dei doveri del mio Ministero, che intendo portare avanti con determinazione. Vedremo dove collocare queste opere, possiamo pensare a una mostra. Ci sono altre attività di recupero in corso ma sulle quali per motivi di riservatezza non posso aggiungere dettagli”.

Tra le opere rimpatriate, l’affresco pompeiano ‘Ercole fanciullo con serpentè del I sec. d.C. Una testa marmorea di Atena e una kylix a sfondo bianco. 
 

AGI – Ultimo a Sanremo rappresenta, perlomeno sulla carta, il più importante dei colpi messi a segno da Amadeus per il suo quarto festival, perché al momento il cantautore erede della grande scuola romana è uno degli artisti più attrattivi e vendibili del panorama musicale italiano.

Niccolò Moriconi, così all’anagrafe, ha già venduto oltre 250mila biglietti per il tour negli stadi che lo aspetta questa estate, un fenomeno di dimensioni gigantesche, in quanto a certificazioni della FIMI, potrebbe ridipingere casa d’oro e di platino con tutti quelli che si è portato a casa; ma soprattutto Ultimo ha posto le basi per restare, per assumere quasi un ruolo nella vita di chi lo ascolta, specie giovanissimi, per i quali la sua musica è particolarmente significativa. 

Perché Sanremo in un momento in cui tu, di fatto, sei uno dei pochissimi in Italia che non avrebbe bisogno della spinta del Festival?

Proprio per questo motivo, perché è un momento della mia carriera in cui sento che devo scrivere la mia storia discografica, presentare “Alba” a Sanremo significa tante cose. Innanzitutto presentare un disco con quella luce lì è un regalo che posso fare alla mia musica, nel senso che lo faccio sentire a più persone possibili, e poi per chiudere un cerchio con Sanremo in modo diverso, vado semplicemente per presentare una mia canzone e per vedere quella canzone sotto una luce che, secondo me, merita.

Cos’ha “Alba” di particolare?

Ho scritto “Alba”, che poi è il pezzo che mi ha fatto scrivere tutto il disco, e ho avito la sensazione, magari solo mia, che fosse una cosa diversa dalle altre che avevo scritto, non ha una struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello, non ha un ritornello in realtà, ha un crescendo, e l’idea di presentarla lì è venuta per chiudere un cerchio e far capire che sono anche un’altra cosa rispetto a quello che fino ad oggi ho fatto e che sarò altre cose. Normale che io sia cresciuto artisticamente dopo quattro anni…

Senti l’esigenza di chiudere il cerchio a causa di quella brutta scena in sala stampa quando sei arrivato secondo dietro Mahmood?

Vuoi prenderti una sorta di rivincita? No, no, non vado lì per una rivincita, poi si vince in diversi modi, sia nella vita che nella musica; credo che il palco di Sanremo non serva per non essere dimenticato ma per presentare una propria canzone nella quale si crede e io infatti vado lì per partecipare. Per me quel palco è importante, io gli sono riconoscente e ci porterò “Alba”, che rappresenta una mia crescita artistica, la risposta è già nel fatto che ci vado.

La grandezza del tuo successo spesso ci fa dimenticare che sei giovane e sulle scene da relativamente pochissimo tempo…senti come esigenza il fatto di evolverti artisticamente?

Certo, ma ancor di più sento l’esigenza di mettermi in gioco, non è che se uno fa gli stadi poi non può fare Sanremo, io faccio gli stadi ma quello è un percorso live che c’è, poi discograficamente sento che ancora devo scrivere la mia storia, devo ancora creare il mio repertorio, su cui poi mi potrò sedere tra X anni, ancora non me lo posso permettere.

Tra dieci/venti anni, tu sarai ancora giovane, in fase di maturazione, ti chiedi mai che genere di artista vuoi diventare?

Si e faccio delle cose oggi in modo tale che questo possa avvenire, per me è importante riuscire a durare nel tempo, perché un conto è arrivare e un conto è riuscire a mantenersi. E quello lo fai con le canzoni, per questo dico che è importante oggi buttarsi e scrivere la propria storia, perché questo lavoro poi te lo ritrovi domani.

Io voglio essere un artista che può piacere o no, com’è giusto che sia, ma che ha la propria storia, di canzoni, di concerti, ed ha creduto nelle proprie canzoni. Tant’è che è una scelta coraggiosa quella di partecipare e portare un pezzo come “Alba”, che non ho scritto per Sanremo, anche perché nel disco forse avrei delle canzoni che dal punto di vista dell’accessibilità sarebbero anche più facili, però non aveva senso, voglio tornare con una cosa un po’ diversa.

Ai tuoi fan piacerà?

Non posso saperlo perché quando uno scrive canzoni poi quelle fanno quello che vogliono, uno c’ha in mente che deve andare da una parte e poi va da un’altra, come un palloncino che si sgonfia, è imprevedibile il percorso di una canzone. 

Cosa si prova a scrivere delle canzoni così significative per chi le ascolta?

C’è una canzone nuova del nuovo disco che parla proprio della connessione con il mio pubblico, che è una cosa unica; perché mi rendo conto, quando canto ad un concerto, che c’è la gente in lacrime, mi rendo conto che la gente va ai concerti non per sentire me ma per sentire se stessi e soprattutto che una canzone non è solo una canzone ma molto di più.

Una canzone del mio nuovo disco si chiama “Le solite paure”, che è un pezzo piano e voce e dico proprio che, è vero, dovrei anche avere una vita, perché tante volte io mi chiudo con la musica e vivo 26 ore su 24 nella musica, veramente, in tutto e per tutto, e questo limita anche la mia vita privata; e nel pezzo dico “Dovrei avere anche io una vita mia, ma ho scelto di usare la mia per creane una collettiva”, che è proprio il senso del mio approccio al pianoforte e alle canzoni.

Per me la prima cosa è rispettare il patto di sangue fatto con il mio pubblico, con cui c’è un rapporto proprio carnale, di vicinanza di anime, io la sento forte questa cosa. Anche il fatto di avere più generazioni mi fa piacere, vedo in prima fila donne di cinquant’anni ed è una cosa che a me personalmente fa credere molto nella musica che faccio, perché mi fa capire che sono sulla strada giusta.

È anche una grossa responsabilità, no?

Sì, perché ti senti, non dico un esempio perché è troppo, ma qualcosa di importante nella vita delle persone, ma allo stesso tempo questa responsabilità non può mangiarmi, perché altrimenti cambierebbe l’approccio che ho nella scrittura. Io devo ricordarmi che scrivo innanzitutto per me, perché scrivere per me è curativo, e poi che, come tutti gli esseri umani, sono fallibile e che se dovessi scrivere una canzone che non rispecchia tutte queste persone, pazienza, può succedere.

Non ho la pretesa di fare sempre la cosa giusta, però faccio quello che per me è importante e vedo che questa sincerità arriva e vivono questa esperienza come una sorta di transfer e per me è motivo di grande orgoglio.

Ma è questo il segreto di Ultimo? La sincerità?

È tutto, la sincerità è tutto, nel bene e nel male, soprattutto per un cantautore. Se canti delle cose che non sono tue, magari il pubblico non lo capisce subito ma lo intuisce e non ti da fiducia…

…insomma lo puoi fregare una volta ma non in eterno…

Esatto, il pubblico sceglie sempre qualcosa di vero.

Prima stavi parlando di un pezzo pianoforte e voce ed io pensavo che parli di un pezzo pianoforte e voce del tuo nuovo album mentre la discografia va da tutt’altra parte…Come vivi questo essere, sulla carta, totalmente diverso da ciò che va in classifica in questo momento?

Penso sia sempre una questione di sincerità, quando qualcuno sente qualcosa di vero, a prescindere che sia brutto o bello, lo premia. Poi secondo me in Italia abbiamo una grande cultura per la melodia, però oggi è diminuita tantissimo; però in realtà ci sono, anche nel rap, tanti cantautori, il rapper è un cantautore…

Be, Marracash ha vinto il Tenco…

Esatto, se pensi a lui, lui è un cantautore, si poi rappa, ma la sua è una scrittura più profonda. O Luchè, che è uno che scrive secondo me in modo molto sensibile, certe canzoni sono veramente belle da un punto di vista emotivo. Io ho sempre ascoltato i cantautori, la mia musica di riferimento è un’altra, quella di Antonello Venditti, di De Gregori, di Baglioni, Vasco, tutto quello che rappresenta la musica italiana ‘70/2000.

Lo stesso Cesare Cremonini per me è un grande esempio, lui è un altro che riesce, dopo tanto tempo, ad essere così presente nella musica, e quella è davvero un’impresa. Oggi penso ai sette anni della mia carriera e in un mondo in cui dopo tre mesi sei dimenticato sembrano tanti, ma io mi rendo conto quanto è difficile nella musica vincere il tempo…

…anche nella vita…

Però in un modo o nell’altro ti siedi a tavolino e una soluzione la trovi, riesci a sopravvivere. Però rimanere è un’impresa.

Guardando le immagini dei tuoi concerti la scorsa estate, di fronte a quella marea di persone, ci si rende conto che non si può arrivare oltre quello; il tuo è un mestiere cui benzina per andare avanti è il sogno, e tu una volta raggiunti questi traguardi cosa sogni in più?

Si prova paura e voglia di continuare a lavorare per riuscire a durare nel tempo. Fare 15 gli stadi è una cosa grandissima, quindi la responsabilità la senti il doppio. E poi cerchi di lavorare, che non vuol dire fare gli stadi tutta la vita, ma essere collocato con un repertorio importante che duri nel tempo, quello è importante.

“Alba” è un pezzo che ho avuto la sensazione che comunque poteva rimanere nel tempo, poi uno può dire che è bella o brutta, ci mancherebbe, ma comunque c’è una verità dentro, una cosa che in qualche modo potrebbe essere captata dalle persone.

C’è un pezzo che ancora non hai scritto? La tua “Donna cannone”, la tua “Questo piccolo grande amore”…

Certo, la sensazione che ho avuto con “Alba” (non parliamo delle canzoni che hai citato tu che sono dei capolavori) è che nella mia discografia sia una canzone oltre, nel bene e nel male, ha una struttura che non ha senso, però mi ha dato qualcosa che le altre canzoni non mi hanno dato quando le ho scritte.

La dimensione live è ormai diventata centrale per qualsiasi artista, figuriamoci per te che fai gli stadi; tu quando scrivi roba nuova pensi a quella dimensione? Pensi che serve che quello che scrivi ha la necessità di funzionare live?

In generale no, ma ci sono state delle eccezioni. Tipo “Vieni nel mio cuore”, il pezzo che ho fatto uscire questa estate, l’ho scritto pensando al tour, infatti ha avuto la risposta che speravo. Ma questa cosa non si manifesta tanto in fase di scrittura ma più che altro in fase di arrangiamento e produzione.

Forse la cosa che funziona meglio dei tuoi pezzi è la struttura, sempre così solida…

Io credo che nella struttura di una canzone sia importante la matematica, credo molto nel suono della metrica.

In questo nuovo album in cosa ti senti cresciuto?

Nei testi sicuramente, c’è una ricerca un po’ più astratta, un po’ più eterea, un po’ più sospesa, e poi, com’è naturale che sia, album dopo album c’è una crescita. Che poi bisogna capire che crescere non significa per forza in meglio, diventi semplicemente una cosa diversa, questo va precisato sennò uno associa sempre la crescita con un miglioramento. Spero di si, ma magari no. Mentre scrivo oggi sento che sto andando un po’ più giù, nel profondo.

So che non puoi dirmi né che canzone hai scelto per la serata dei duetti a Sanremo, né chi hai scelto per accompagnarti…

No, anche perché sono l’unico dei quattro che dopodomani ha le prove e non proverà la cover perché ancora non ce l’ho…

Non l’hai scelta?

Ancora no

Che tipo di esibizione vorresti?

Proprio quello che non so ancora.

Deve essere un inferno scegliere un pezzo…

Si, è molto difficile, tra tutti quei pezzi, però mi sa che devo scegliere tra poco.

Eh mi sa di si…tanto a te nessuno direbbe di no per un duetto.

Si, ma anche per la scelta del pezzo

E immagino che sceglierai il featuring rispetto al pezzo…

Si, certo.

E non hai nemmeno una rosa di nomi?

No. Ti giuro no. Ho avuto la testa su altre cose, quando torno domenica da Sanremo ho 3-4 giorni, mi concentro e scelgo.

Sei più incline a scegliere qualcosa che non c’entra niente con il pezzo che porti oppure qualcosa che ti calza a pennello?

No, sceglierò qualcosa che mi piace, una cosa che sento che mi piace fare sul palco.

Istintivamente uno pensa che potresti chiamare Fabrizio Moro…

Non lo so perché noi abbiamo duettato tanto, abbiamo fatto tantissime cose, io poi con lui ho un rapporto bellissimo, siamo veramente fratelli, ci sentiamo spesso, ci vediamo spesso, devo dire che artisticamente abbiamo fatto tante cose, quindi non lo so…

Qual è il risultato migliore che potresti ottenere con questo Festival?

Che “Alba” venga capita da più persone possibili, il mio gol è quello. Portare “Alba” e farla sentire a più persone possibili e che più persone possibili riescano a migliorare in quei tre minuti qualcosa di se stesse.

AGI – Inaugurati a Firenze – alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e dopo tre anni e mezzo di restauro – gli ambienti ottocenteschi delle Reali Poste nel complesso vasariano.

Grazie al lavoro della squadra di architetti e specialisti della Soprintendenza e delle Gallerie, questo spazio suggestivo, al piano terreno dell’ala del museo situata alle spalle della loggia dei Lanzi, è finalmente pronto a trasformarsi. E nel giro di alcuni mesi accoglierà, come tutti i grandi musei del mondo, un ristorante.

Il bando è già stato realizzato e verrà pubblicato nelle prossime settimane. Il menu del ristorante degli Uffizi sarà interamente dedicato alla cucina toscana e italiana, praticata ai massimi livelli: i piatti toscani costituiranno il cuore della proposta, ma saranno offerte anche specialità culinarie da tutta la Penisola, con accenti sulle diverse regioni, e un’area sarà dedicata alla pasticceria.

Le Reali Poste, in passato e fino al 2016 saltuariamente adibite a sede espositiva, manterranno comunque anche questa funzione. Vi sarà infatti sempre in mostra, a rotazione, un’opera selezionata dai depositi del museo. Il ristorante, che avrà un proprio accesso affacciato sul piazzale degli Uffizi, resterà aperto sia a pranzo che a cena: essendo parte integrante della Galleria, per entrare occorrerà il biglietto di giornata oppure l’abbonamento annuale. 

AGI – Grande fermento nel centro di Bergamo e Brescia dove nel pomeriggio si è tenuta l’apertura istituzionale dell’anno della cultura 2023 delle due città lombarde. La festa per l’inaugurazione ha unito ancora di più questi territori: la candidatura in tandem ha rappresentato un unicum. Un’occasione di rinascita e di ripartenza dopo l’esperienza del Covid. Tre giornate di festa, da oggi fino a domenica, che hanno preso il via alle 17, nei principali teatri, il Donizetti a Bergamo con il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano e il sindaco Giorgio Gori, e il Grande a Brescia con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il sindaco Emilio Del Bono e il governatore Attilio Fontana.

Il passaggio del testimone da Procida, che conclude il suo anno da capitale della cultura con un ottimo risultato di visibilità, alle due città lombarde, è stato trasmesso in diretta su Rai3. Le cerimonie sono state parallele, un unico evento sincronizzato con due palcoscenici collegati in video, e gli interventi delle istituzioni alternati a momenti musicali.

Il programma musicale

Fitta la scaletta. In apertura un coro di bambini (da Brescia) con un’introduzione di Gianluigi Trovesi al clarinetto (da Bergamo), per intonare l’inno nazionale. Durante la cerimonia è stata eseguita “La Ridda dei Folletti”, opera del compositore bresciano Antonio Bazzini, interpretato dal violinista Giuseppe Gibboni. A seguire l’aria “Quel guardo il Cavalier” tratta dal “Don Pasquale” di Gaetano Donizetti, interpretata dal Soprano Laura Ulloa e, al pianoforte, dal Maestro Danilo Rea.

Il terzo intervento artistico è l’esecuzione de “La Campanella” di Niccolò Paganini, da parte della chitarrista pluripremiata Carlotta Dalia con una chitarra Herman Hauser I del 1939 appartenuta ad Andres Segovia. Al violino Giuseppe Gibboni con uno Stradivari del 1699 appartenuto a Leopold Auer. Infine la romanza da salotto “La Conocchia” di Gaetano Donizetti, pubblicata nel 1836, interpretata dal Soprano Laura Ulloa e, al pianoforte, dal Maestro Danilo Rea. Sabato il testimone passa ai cittadini bergamaschi, i “Nuovi Mille”, chiamati a rappresentare i bergamaschi del terzo millennio attraverso una mobilitazione a 160 anni da quella storica risorgimentale.

Tutti in piedi per Mattarella

Un lungo applauso ha accolto l’arrivo di Mattarella al Teatro Grande. Al teatro Donizetti, collegato con maxischermi al gemello bresciano, tutti si sono alzati in piedi per salutare l’arrivo del presidente della Repubblica. Mattarella aveva visitato le due città nei mesi più duri della pandemia: il 28 giugno 2020 il Presidente aveva partecipato a Bergamo alla cerimonia di commemorazione dedicata alle vittime bergamasche del Covid-19 subito dopo la fine del primo lockdown, il 18 maggio 2021 era stato a Brescia all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università come prima visita fuori Roma dopo la fine del secondo lockdown. A novembre del 2020, nel giorno di Ognissanti, il capo dello Stato aveva fatto una visita a sorpresa a Castegnato, in provincia di Brescia, dove era stata rubata una croce in ricordo delle vittime del Covid. 

Il capo dello Stato: “La cultura è una ricchezza”

Brescia e Bergamo sono un esempio di cultura “con le loro virtù civiche di ieri e d’oggi”, ha sottolineato il capo dello Stato chiudendo la cerimonia. “Città duramente colpite dalla prima ondata della pandemia, quando un virus aggressivo e sconosciuto ha mietuto nel nostro Paese migliaia di vittime. E hanno saputo reagire, dando vita, e alimentando, quel modello di solidarietà che ha consentito di affrontare la crisi”. 

“La cultura, la conoscenza, le arti, in tempi così difficili come quelli che attraversiamo, si ergono, ancora una volta, come irrinunciabili punti di riferimento”, ha proseguito Mattarella, “la cultura è una grande ricchezza” che “nasce dalla vita, dalla comunità, dalla natura che ci ospita, e poi ritorna alle persone, alle generazioni successive, come forza vitale, come civiltà, come genio e valore”. Per il presidente della Repubblica “la cultura non è un ambito separato dell’attività umana, quasi un suo sovrappiù. È il sapere conquistato dall’esperienza. È il pensiero che si costruisce nello studio, nel confronto, nella ricerca, nel lavoro. È l’emozione del rappresentare la vita, è un arricchimento dei valori che caratterizzano l’umanità”. 

“Siamo consapevoli che nella costruzione di una pace giusta la cultura, nella sua dimensione universale, è chiamata a giocare un ruolo, nel colmare le distanze, nel ricostruire rispetto e coesistenza, nell’unire gli uomini”, ha poi detto Mattarella dopo aver ricordato la tragedia della guerra in Ucraina. “È un segno, non solo per l’Italia ma per l’intera Europa, la scelta di declinare al singolare il titolo di Capitale della cultura. Anche Gorizia e Nova Gorica saranno “insieme” capitale europea della Cultura nel 2025″, ha concluso il capo dello Stato, “la cultura è anche coraggio di superare presunti antagonismi, di scavalcare muri, di uscire dagli schemi”.

Sangiuliano: “Un’occasione di riscatto”

Per Bergamo e Brescia “credo questa sia una dovuta occasione di riscatto”, ha affermato il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano arrivando al Teatro Donizetti. “Sono sicuro – ha aggiunto – che sapranno coglierla al meglio, fare bene, ho visto il programma che è bene articolato e prova a racchiudere tutti i significati multiformi che la parola cultura può avere. Quindi non mi resta che augurare loro buona fortuna ma sono convinto che faranno bene”. “A me – ha detto ancora il ministro – non resta che dare un forte augurio a queste due città che hanno sofferto la prima ondata del Covid, ma sono città forti, importanti, che hanno grandi qualità umane e individuali”. 

La decisione di indicare Bergamo e Brescia capitali della cultura 2023 fu presa nei tempi drammatici in cui la pandemia dilagava, con decreto legge nel maggio del 2020, ha ricordato Sangiuliano, intervenendo alla cerimonia inaugurale. “Una scelta – spiega – nata con un preciso intento, quello di dare un forte segnale di rilancio, orgoglio, prospettiva, dopo la pandemia da covid che aveva colpito così tragicamente le due province”. Che nel “cuore degli italiani erano divenute il simbolo di resilienza alla crisi pandemica e alla sua tragica scia di morti”. Perché “da sempre la cultura è un forte antidoto alla sofferenza, il punto da cui ripartire, quando c’è da ricostruire dopo una stagione di tragedia”. 

Le voci dei sindaci

“Diamo il via, l’ufficiale calcio d’inizio all’anno che vede Bergamo e Brescia Capitale della Cultura italiana. è un grande privilegio, che viviamo con orgoglio e gratitudine nei confronti di chi ha voluto accogliere l’istanza di candidatura che insieme al Sindaco Del Bono, nel maggio del 2020, decidemmo di indirizzare al Ministro della Cultura; innanzitutto per dare alle nostre città, gravemente ferite dal virus, un segnale di reazione e di speranza”, ha dichiarato Gori durante la cerimonia inaugurale. “Il titolo, concesso direttamente dal Parlamento, ha assunto per le nostre comunità un fortissimo valore simbolico, a rappresentare un vero orizzonte di rinascita – ha aggiunto – . E ci ha motivati a costruire un progetto ambizioso, che speriamo all’altezza della generosità di quanti ci sono stati vicini”.

“Bergamo e Brescia sono laboratori di umanità e tenerezza”, ha detto da parte sua il sindaco di Brescia Emilio Del Bono, spiegando che lo spirito di questo anno sarà “la cultura come leva di promozione umana e motore di orgoglio e sano patriottismo”. “Brescia e Bergamo, due città, una sola capitale, perchè essere comunità conviene, è il paradigma dell’Italia che vogliamo” ha concluso il sindaco.

“La Città dei Mille e la Leonessa d’Italia saranno più unite che mai, in senso materiale con percorsi di mobilità dolce e immateriale, proponendo un concetto di cultura capace di travalicare oltre le tradizionali forme e abbracciare idealmente il cittadino nel suo complesso di bisogni e risposte – oggi piu’ attuali che mai – relative a scienza, ambiente, benessere e innovazione. Non è, forse, questo, un nuovo Rinascimento?”, ha commentato il presidente della Regione, Attilio Fontana, “l’Uomo al cospetto del suo immane patrimonio, forte della sua storia e capace di abbracciare uno sguardo di prospettiva e libertà?”.

 

AGI – Nel museo della Fondazione Luigi Rovati a Milano è stata esposta per la prima volta al pubblico la Stele di Vicchio del VI secolo a.C, documento epigrafico di assoluta importanza e fra i tre testi religiosi più ampi della civiltà estrusca. La stele, in pietra arenaria e alta un metro e 26 centimetri, fu rinvenuta durante scavi condotti al Mugello nel 2015. Il prezioso reperto è stato presentato da Antonella Ranaldi, Soprintendente Archeologia per Firenze, Pistoia e Prato, dal docente di Archeologia presso il dipartimento di studi classici di The Open University, Phil Perkins, e da Giulio Paolucci, conservatore della collezione della Fondazione Luigi Rovati.

La stele resterà esposta fino al 16 luglio alla Fondazione Rovati, nel palazzo neoclassico di Corso Venezia che ospita una collezione etrusca di straordinaria importanza nell’ardito ipogeo sotterraneo con un impianto curvilineo che richiama la necropoli di Cerveteri. Vasi, sculture, marmi, ceramiche, il tutto mescolato tra tele contemporanee, raccontano un viaggio tra la storia e la civiltà. Dai guerrieri al rapporto con la natura, dalle divinità agl’impianti urbanistici etruschi, Marzabotto e Vulci.

La stele di Poggio Colla, vicino a Vicchio nel Mugello, fu asportata, trasferita a Firenze e messa a disposizione degli studiosi rivelandosi come uno dei testi più lunghi su pietra che siano noti per la lingua etrusca. Soprattutto, è un testo lungo, probabilmente sacro, che non appartiene a un contesto funerario e per questo offre nuovi scenari per lo studio della lingua etrusca, ancora in parte sconosciuta. Gli etruscologi finora hanno identificato e tradotto con certezza solo due parole, i nomi delle due divinità etrusche Tinia, corrispondente a Zeus, e Uni, corrispondente a Giunone.

La stele sembra essere stata iscritta quattro volte, due sui bordi e due su una faccia. Il testo più lungo, forse il più antico, copre i bordi smussati e corre da destra a sinistra e da sinistra a destra in linee alternate. L’esposizione, curata da Gregory Warden e Giulio Paolucci, si avvale della collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e della Mugello Valley Archaeological Project.

L’incisione della stele di Vicchio costituisce uno dei tre testi religiosi etruschi più ampi finora ritrovati, insieme al Liber linteus della mummia di Zagabria e alla tegola di Capua. Fra le tre opere, è proprio la stele di Vicchio a essere la testimonianza più antica e l’unica proveniente da un contesto archeologico certo.

Inoltre, a differenza della maggior parte delle iscrizioni etrusche, proviene da un contesto non funerario. Data l’importanza del reperto e la complessità delle sue iscrizioni è stato avviato un nuovo progetto di ricerca internazionale che prevede la digitalizzazione tridimensionale della stele con tecniche di fotogrammetria digitale e laser scanning. A questo si aggiunge l’implementazione del modello 3D per la realtà virtuale immersiva.

Lo scopo di questo lavoro di ricerca è duplice; in primis si vuole restituire al pubblico una lettura tematica e contestualizzata del modello. In seconda istanza i dati tridimensionali ad alta definizione offrono una simulazione avanzata e iper-reale della stele che non è possibile osservare nella realtà empirica. Lo studio digitale delle iscrizioni prevede invece l’impiego di algoritmi di intelligenza artificiale. 

AGI – Un viaggio insolito nei luoghi della Città Eterna, che rinnova la meraviglia di riscoprirne la bellezza più vera e più intensa. È il percorso espositivo della mostra ‘Roma silenziosa bellezza‘, promossa e organizzata dal Gruppo Webuild e dall’Istituto VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia, con il patrocinio del Comune di Roma, ospitata nella Sala Zanardelli del Vittoriano e aperta al pubblico dal 20 gennaio al 28 febbraio. 

Attraverso gli scatti realizzati da Moreno Maggi nel 2020 durante i mesi del lockdown, l’esposizione, a ingresso libero, restituisce una Roma diversa da come siamo soliti percorrerla e viverla. Una Roma resa straordinariamente bella dal silenzio di quei giorni, in uno spazio normalmente assediato dal traffico e dal sovraffollamento, per restituire il volto vero e inossidabile alla città, pronta ad ospitare i grandi eventi internazionali dei prossimi anni.

“La vera bellezza in fondo sta nell’interazione e nelle storie vissute dalle persone nei luoghi a cui queste appartengono – sottolinea Pietro Salini, Amministratore Delegato Webuild- . Da questa idea si può ripartire per immaginare e progettare una rete di infrastrutture più adeguata alle esigenze del XXI secolo, pur nel rispetto dell’eredità storica e delle affascinanti stratificazioni di una capitale come Roma”.

“Sono di ispirazione per lavorare sul futuro e pianificare interventi su una città che deve ripartire dall’idea di un grande progetto infrastrutturale che sfrutti appieno le nostre migliori capacità costruttive e creative – prosegue Salini -, per creare una città più vivibile e con standard paragonabili alle grandi capitali mondiali. Occorre ripensare, riconcepire, re-immaginare il modo di vivere le città d’arte e come usare lo straordinario patrimonio culturale che i nostri predecessori ci hanno lasciato. E ripensare di conseguenza il turismo, il commercio, il decoro urbano, il trasporto, il tempo libero, lo sport e tutto ciò che la città può offrire ai cittadini e a chi viene a visitarla”.

La mostra, curata da Roberto Koch e Alessandra Mauro, è un percorso fatto di foto, video e proiezioni multimediali che permette di riscoprire il senso di un nuovo vivere, o con-vivere, facendo compiere al visitatore un viaggio emotivo e intellettuale per meditare sul senso della comunità. Le immagini illuminano dagli scorsi giorni anche Palazzo Venezia, grazie ad un videomapping, ideato e realizzato da Webuild, con proiezioni che alternano foto e brevi giochi di luce e che saranno visibili ogni sera dalle 18.30 alle 23.30 fino al 28 febbraio. 

 

Ottima accoglienza del pubblico per la prima al Teatro Quirino-Vittorio Gassman di “Testimone d’accusa”, il capolavoro di Agatha Christie che ha debuttato martedì scorso. Quello che è considerato il migliore dramma giudiziario di sempre, è stato portato in scena dal regista napoletano Geppy Gleijeses che nelle prime esibizioni veste anche i panni dell’avvocato Wilfrid Robarts, sostituendo temporaneamente l’indisposto Giorgio Ferrara.

Gli altri protagonisti sono un giovane talentuoso, Giulio Corso, nei panni di Leonard Vole, accusato di omicidio, e una carismatica Vanessa Gravina in quelli di sua moglie, Roamine Heilger. “Testimone d’accusa” fu pensato inizialmente come racconto breve dalla regina del giallo che nel 1953 lo trasformò in un’avvincente pièce teatrale a Londra. Fu poi Billy Wilder, nel 1957, a farne un riuscitissimo film con Charles Laughton, Tyrone Power e Marlene Dietrich.

 Questa produzione italiana Gitiesse Artisti Riuniti con la traduzione di Edoardo Erba, in scena fino al 29 gennaio, ne restituisce la suspense che tiene il pubblico incollato alla sedia fino all’ultima battuta, puntando sul realismo molto rigido. Due spunti interessanti sono lo stenografo che nell’aula di tribunale scrive i verbali del processo su una macchina stenografica autentica del 1948, e sei giurati che vengono selezionati sera dopo sera tra il pubblico in sala. In totale gli attori che si alternano in scena sono 12. Ininterrotto successo a teatro in Inghilterra, ma anche in America,

“Testimone d’accusa” si apre con Leonard Vole che viene arrestato per l’omicidio della ricca vedova Emily French, una donna più avanti negli anni con cui intratteneva una relazione dai confinmi poco chiari e che lo aveva nominato suo principale erede. La moglie austriaca di Vole, Christine, rifiuta di testimoniare in difesa del marito diventando la sua principale testimone d’accusa, ma Leonard si rivolge a un celebre e anziano avvocato, Wilfrid Robarts, che potrebbe scagionarlo. Solo un caso di adulterio? Non esattamente perchè nulla in Testimone d’accusa è come sembra, e la tensione cresce continuamente fino al doppio colpo di scena finale.

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