Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Il Governo ha blindato gli italiani nelle loro case imponendo il distanziamento sociale a causa della pandemia e in una Catanzaro decadente, resa spettrale dal lockdown che ne ha desertificato le strade, Lorian, neo laureato in storia e filosofia, vive le settimane della quarantena riflettendo nel chiuso del suo appartamento. Pensa alle speranze sospese, alle prospettive incerte, all’obiettivo di ottenere l’agognato lavoro di insegnante, alle abitudini quotidiane come la passeggiata con il cane che nella normalità passano inosservate, ma che nella privazione imposta dalle restrizioni egli rivaluta. “A un metro da voi” è l’ultimo libro della giovane scrittrice Daniela Rabia che ha pubblicato il suo terzo romanzo per i tipi di Mediano. Si tratta di un monologo in cui a parlare è direttamente il protagonista. Altre figure si aggirano intorno a lui, la madre e il padre, il suo migliore amico Fabio che perde il papà medico ammalatosi di coronavirus sul fronte in cui combatte, quel sistema sanitario fragile il cui personale affronta un nemico invisibile e subdolo.

  Nessuno dei personaggi che affiancano Lorian entra direttamente nel racconto se non attraverso i pensieri del protagonista. Non ci sono dialoghi, ma solo i sentimenti del giovane, isolato come una monade, come gli abitanti del suo palazzo rispetto alla città, la città rispetto alla regione, la regione rispetto all’Italia e quest’ultima rispetto agli stati vicini che, prima di vedere la pandemia varcare i loro confini, isolano il Bel Paese chiudendo le frontiere.  L’egoismo di chi continua a sfidare le norme sanitarie violandole anche davanti alle immagini drammatiche che la tv diffonde quando i mezzi militari portano via le bare da Bergamo, si alterna alla solidarietà che nasce fra gli inquilini del palazzo che, nella solitudine del condominio, diventano un’unica, grande famiglia legata dal vincolo della paura. Nei pensieri del ragazzo c’è Giulia, la giovane di cui si è invaghito pur conoscendone la natura frivola e superficiale ed entra in scena Elena, la compagna di studi di Lorian che del giovane è innamorato. “A un metro da voi” è un invito alla riflessione, un richiamo ai veri valori che la quotidianità sovrasta, ma che sono i pilastri nascosti su cui la società si regge e che vengono in superficie nel periodo più difficile dell’umanità dalla seconda guerra mondiale a oggi.

 Il monologo non annoia. La scrittura di Daniela Rabia, giornalista e avvocato, è lineare, limpida e avvincente.  Come avviene nelle sue opere precedenti, l’autrice non rinuncia alla denuncia sociale, non omette di segnalare il dramma della disoccupazione vissuto dai calabresi, il progressivo decadimento della sua Catanzaro che della Calabria è il capoluogo, il disastro del sistema sanitario schiacciato dal deficit. L’opera è stata scritta di getto nei giorni della crisi sanitaria e riflette le ansie e le angosce della scrittrice, un vero e proprio diario. Dopo  la raccolta di poesie “Naufragio alla vita” e i romanzi “Matilde” e “Le voci dell’eco”, “A un metro da voi” è indubbiamente un passo deciso verso la maturazione letteraria dell’autrice, del resto vincitrice di diversi premi letterari. 
 

AGI – Nell’estate della pandemia di Covid e del distanziamento sociale, la compagnia di un buon libro appare ideale quanto necessaria. Che sia un giallo, un thriller o un manuale, poco importa, l’importante è infilare il naso tra le pagine. Gli ultimi dati diffusi dall’Associazione Italiana Editori (Aie) sulla base di dati Nielsen e IE, mostrano un settore in ripresa dopo i mesi di chiusura delle librerie dovuta al lockdown. Nello specifico, all’11 luglio la perdita di fatturato anno su anno si riduce al -11%, praticamente dimezzata rispetto al -20% del 18 aprile, dati che “mostrano incoraggianti segnali di ripresa”, ha commentato il presidente di Aie Ricardo Franco Levi. E se ognuno ha un libro del cuore da leggere e rileggere, ecco dal panorama editoriale alcune novità da mettere in borsa tra teli e lozioni solari.

“Riccardino” di Andrea Camilleri (Sellerio)

In cima a tutte le classifiche, l’ultima fatica di Andrea Camilleri ha piu’ di un motivo per fare bella mostra di se’ sulle spiagge italiane. Il romanzo racconta l’ultima indagine dell’amatissimo commissario Montalbano. Come uscirà di scena il poliziotto di Vigata? Tanta la curiosità, dunque, ma anche la malinconia per chi si ritrova a dover dire addio in un solo colpo, e questa volta in modo definitivo, allo scrittore e al commissario.

 “L’enigma della camera 622” di Joel Dicker (La Nave di Teseo)

Dalla Sicilia alle Alpi Svizzere il passo e’ breve per chi non e’ mai stufo di gialli. Tra i libri piu’ venduti c’e’ “L’enigma della camera 622” di Joel Dicker, giovane scrittore ginevrino diventato popolare con “La verità sul caso Harry Quebert”, da cui e’ stata tratta anche una serie. La scena si apre nel lussuoso Palace de Verbier dove aono riuniti i vertici di una importante banca d’affari di Ginevra, che si appresta a nominare il nuovo presidente. La notte della elezione, tuttavia, un omicidio scuote l’hotel, la banca e l’intero mondo finanziario svizzero.

 “Il colibri'” di Sandro Veronesi (La Nave di Teseo)

Fresco di premio Strega, il romanzo di Sandro Veronesi narra la storia di Marco Carrera, (il colibri’, appunto) che vive una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Il colibri’ e’ un romanzo sul dolore e sulla forza struggente della vita.

“I Mostri – E come sconfiggerli” di Carlo Calenda (Feltrinelli) 

Il leader di Azione, Carlo Calenda, torna in libreria con “I Mostri – E come sconfiggerli”, una metafora della situazione politica del nostro Paese a firma dell’euro parlamentare. Il lavoro dell’europarlamentare si piazza nella top ten e scalza il giornalista Andrea Scanzi con “I cazzari del virus” e Matteo Renzi con “La Mossa del Cavallo”. Per Calenda, negli ultimi decenni gli italiani si sono assuefatti a un modo di guardare alla politica che li affascina e poi li pietrifica, come se subissero lo sguardo di Medusa, incapaci di tagliare la testa alla Gorgone che incarna i loro vizi. E la politica ha bisogno di nuovi eroi prepotenti e muscolari.

La prova per il concorso nella scuola

Il popolo degli aspiranti insegnanti e’ in continuo aumento. Lo attestano le vendite di Amazon che piazzano il manuale “La prova preselettiva del Concorso Ordinario per le Scuole Secondarie” al terzo posto tra i piu’ acquistati. Non sarà la tipica lettura da spiaggia, ma per molti quest’anno non e’ ancora arrivato il tempo del riposo.

AGI – Per chi suonerà la campana a morto dopo la triste e inaspettata stagione del Covid-19? Non suonerà per il capitalismo, certo che no: ne è convinto Stefano Cingolani, giornalista di lungo corso fra le acque mosse della politica estera e dell’economia. Lo racconta nel saggio appena pubblicato ‘Il capitalismo buono‘ (Luiss University Press, 15 euro): 159 pagine per spiegare, oltre al quasi provocatorio titolo, anche l’ottimistico sottotitolo ‘perché il mercato ci salverà’.

E se ci salverà, sarà prima di tutto dal Leviatano dello Stato, che con la pandemia s’è preso l’attesa rivincita sulle libertà del mercato e non solo: “Il Grande Confinamento mette la parola fine al progetto culturale, politico ed economico basato sul libero scambio e sul libero mercato chiamato globalizzazione”, osserva Cingolani, ricordando che il coronavirus è arrivato proprio “quando l’economia mondiale aveva recuperato le perdite della crisi finanziaria, seppure lasciando indietro interi Paesi nient’affatto marginali (si pensi all’Italia, alla Grecia, alla stessa Spagna), ma non aveva trovato la locomotiva in grado di portarla verso una nuova era di crescita e stabilità”.

Eppure malgrado le ferite del 2008, malgrado i colpi persi dalla globalizzazione che sarà “meno ruggente, forse più equa e meglio distribuita”, Cingolani non dubita che anche questa volta il capitalismo sia l’opzione vincente e necessaria.

Il capitalismo è Proteo, la mitologica divinità greca che assume mille forme e altre mille ne assumerà nella sua evoluzione. Ma “il nuovo volto di Proteo – afferma Cingolani – sarà essenziale al fine di superare la delegittimazione del sistema economico che ha portato il più ampio, diffuso e travolgente progresso materiale dell’umanità e del sistema politico che per la prima volta si è basato non soltanto sul potere, ma sulla legge, non solo sul comando degli uomini, ma sui valori e i diritti universali dell’uomo”.

Parola di un vecchio ex comunista, come Cingolani fu e ricorda in un capitolo del libro dedicato alla sua visita all’artificiale città industriale siberiana di Norilsk, da giovane speranza de L’Unità nel 1977, quando comprese che il comunismo sovietico non ce l’avrebbe fatta.

E che adesso lo aiuta a comprendere meglio che neppure la Cina di oggi ce la farà sull’Occidente malgrado gli “spiriti animali” su cui il regime regge il suo ossimoro comunista-capitalistico. Sì, alla fine sarà Proteo che ce la farà, perché saprà sempre cambiare.

Di più: “La sua essenza è il mutamento. Come tutte le creazioni umane sarà pure destinato a perire o forse assumerà una forma tale da modificare per sempre la sua sostanza”.

La formula vincente stavolta, secondo Cingolani, può riassumersi nelle tre iniziali: DVR. Ossia capitalismo Digitale, Verde, Responsabile. E l’ennesima rivoluzione si diffonderà in orizzontale, assai lontana dalla fabbrica fordista ma anche dai lupi di Wall Street, dal “piccolo è bello” all’italiana, dall’affievolita forza egemonica della potenza industriale alla tedesca e dalle sole aeree “sorelle” californiane (“il Big Data e’ ancora un protagonista in cerca d’autore”).

Così, mentre la quarta rivoluzione industriale è più in attesa di una “fortissima accelerazione” che nel compianto dei suoi inciampi, sarà bene ricordarsi che dovrà tenere conto soprattutto della salute, dell’ambiente, del riequilibrio delle risorse e dei fattori di produzione. E che per questo “non esistono ricette nazionali o locali”.

Fa fede all’ottimismo necessario dell’autore un’affettuosa introduzione di Giuseppe De Rita, fautore anch’egli di uno sviluppo secondo dinamiche orizzontali attraverso filiere di creazione di valore e reti di cooperazione internazionale. Anche perché, se mai valesse la pena ricordarlo, “la politica al primo posto, il rifiuto della scienza e della competenza, la concezione populista della sovranità, non hanno dato grandi prove, anzi, la lotta alla pandemia – sono parole di Cingolani – ha messo a nudo tutta la debolezza di quel progetto, il modello chiamato ‘democratura’, democrazia autoritaria o anche capitalismo politico, è fallito”.

AGI – La Grecia ha inaugurato il suo primo museo sottomarino, il sito del naufragio di una nave mercantile del quinto secolo A.C. contenente migliaia di anfore in ottimo stato di conservazione. La cerimonia è avvenuta sott’acqua alla presenza del ministro della Cultura, Lina Mendoni. Definito il “Partenone dei naufragi” dal governatore della Tessaglia, Kostas Agoratos, il relitto si trova a una profondità di 21-28 metri presso le coste dell’isola di Peristera, nell’Egeo occidentrale. Potranno visitarlo, dal 3 agosto al 2 ottobre, solo subacquei, anche dilettanti, provvisti delle necessarie certificazioni. Tutti gli altri si dovranno accontentare di un tour in realtà virtuale presso il centro informazioni della limitrofa isola di Alonissos.

I resti del naufragio furono scoperti da un pescatore nel 1985. La nave, che trasportava dalle 3 alle 4 mila anfore di vino dalla Penisola Calcidica all’isola di Skopelos, sarebbe affondata intorno al 425 A.C. a causa del maltempo, ha spiegato l’archeologo Pari Kalamara, direttrice dell’Eforato delle Antichità Sottomarine al canale televisivo Ert.

Le autorità locali stanno studiando un progetto più vasto che coinvolga altri quattro siti di naufragi, costituendo un unico parco archeologico sottomarino. I primi visitatori, due gruppi di subacquei britannici, sono attesi lunedì. 

AGI – Un movimento per promuovere la bellezza nell’arte e nel design in un’isola che la natura ha scolpito e dipinto come un capolavoro: è questo l’obiettivo del MAD, il collettivo di artisti nato ad aprile in Sardegna che l’11 e il 12 agosto debutterà a Golfo Aranci con la sua prima installazione in onore di Guglielmo Marconi. Il Movimento Arte e Design, lanciato a Olbia in pieno lockdown, si è già fatto conoscere da sardi e turisti grazie a una rubrica su Radio Internazionale Costa Smeralda, intitolata “Vincent, tutti i colori dell’Arte”, uno spazio virtuale all’interno del quale gli artisti possono raccontarsi.

La sfida del design 

La sfida del Movimento, che guarda alle avanguardie del nuovo millennio, e’ un design all’insegna della bellezza: “L’essere umano e’ in una relazione sempre più stretta con gli oggetti che lo circondano e che caratterizzano la sua quotidianita’”, spiega la direttrice artistica, Daniela Cittadini, “il MAD pensa che tali oggetti non debbano essere solo funzionali ma anche espressione di bellezza. Il processo creativo dell’Arte, legato a soluzioni di design, puo’ scrivere forme di bellezza del nuovo millennio ed essere definizione della personalità di ognuno”.

La collaborazione di Roberto Graffi

Del movimento fanno parte Daniel Rizzo, Daniele Carbini e Arian Nowbahari. Tra i collaboratori c’e’ il fotografo Roberto Graffi, rinomato autore di diversi reportage e protagonista di diverse personali e collettive. Il suo percorso visionario si e’ evoluto sempre piu’ verso il design. 

“Mi faceva schifo tutto quello che avevo amato fino a quel momento”. È il passaggio più buio e profondo del percorso di Matteo Sedda, danzatore sardo di 30 anni, quando ha scoperto di essere Hiv positivo. Per raccontare la sua esperienza, dall’inferno della diagnosi e ritorno, il ballerino ha creato lo spettacolo ‘Poz!’, che ha già portato l’anno scorso nei teatri a Parigi, Anversa e Milano. “L’ho creato per i miei genitori e i miei amici: il mio pubblico sono loro – vedranno lo spettacolo per la prima volta sabato a Sassari”, racconta il ballerino all’AGI. “Con la danza riesco ad esprimere quello che a voce non riesco a dire, per questo sono emozionatissimo di parlare a loro del mio percorso interiore di questi anni”. Matteo, cagliaritano che vive a Bruxelles, ha deciso di portare se stesso sul palco, in giro per il mondo, e il suo mutamento interiore: “L’Hiv mi ha cambiato la vita e mi ha messo di fronte al fatto di non essere immortale”.

“Credevo di essere davvero invincibile, facevo quello che avevo sempre sognato, dalla Sardegna ero riuscito a portare la mia danza oltre confine”. 

“Mi trovavo in Israele nel 2016 per una tournée e il ragazzo che frequentavo allora mi ha comunicato la sua sieropositività: ho immediatamente fatto il test e sono risultato positivo”, ricorda Matteo, ripercorrendo l’evento che gli ha stravolto l’esistenza. Ha contratto il virus con un rapporto non protetto: “Facevo regolarmente il test e così anche anche la persona che frequentavo. Mi sentivo tranquillo e consapevole che avrei continuato a fare regolarmente i controlli”. Giovanissimo, il ballerino di danza contemporanea aveva raggiunto molti obiettivi professionali, aveva già lavorato con compagnie importanti passando da Roma e Milano per poi entrare nella ‘Trubleyn’ di Bruxelles e poi esibirsi sul palco con Mariah Carey per il World Music Awards a Montecarlo. “Credevo di essere davvero invincibile, facevo quello che avevo sempre sognato, dalla Sardegna ero riuscito a portare la mia danza oltre confine”. Ma questa sensazione si è sgretolata improvvisamente con l’esito del test. “Inizialmente, passato lo shock iniziale, non ero preoccupato e sapevo che con le nuove terapie sarei stato bene”. Poi col passare dei mesi qualcosa è cambiato: “Ho cominciato ad aver paura della reazione dei miei amici e dei miei familiari, ad odiare, me stesso, la danza, il teatro e la mia vita”. Le terapie oggi sono la salvezza dei sieropositivi che fino 25 anni fa conoscevano solo l’equazione Hiv=morte. Ma anche l’approccio con i medicinali non e’ stato semplice. “Quando ho capito che stavo stringendo un patto per la vita con la terapia e’ stato difficile accettarlo”. Matteo con l’assunzione del farmaco anti-Hiv è diventato ‘undetectable’, cioè con carica virale non rilevabile: “Grazie al test e al tempestivo inizio del trattamento la mia carica virale è negativa, quindi non posso contagiare”.

L’insegnamento della storia passata dell’Aids

 Il ballerino ha deciso di affrontare la sua nuova condizione informandosi: “Leggevo libri e articoli fino a imbattermi in un pezzo scritto da Jeff Leavell, giornalista americano, che mi ha illuminato, raccontava di come da sieropositivo viveva una vita normale”. Matteo ha iniziato a ri-amare la sua vita grazie anche all’insegnamento della storia passata dell’Aids: “Gli anni ’80 e ’90 hanno lasciato un segno con la morte di tanti che mi hanno preceduto”, riconosce il danzatore. “Sono fortunato a vivere oggi da Hiv positivo, posso curarmi e continuare a vivere, danzare e amare”. Attraverso il suo percorso di accettazione e presa di coscienza, Matteo è arrivato alla decisione di fare coming out e parlare della sua sieropositivita’: “La prima persona a cui l’ho comunicato è il mio migliore amico dal quale sapevo di sentirmi accolto”. Ma c’era uno scoglio più grande da superare: “Avevo paura della reazione dei miei genitori, sapevo che si sarebbero preoccupati, ma ho cercato di fornirgli nel contempo tutte le informazioni necessarie per far capire che stavo bene e che sarei stato bene in futuro”. Ma i genitori, che hanno accolto la notizia donando tutto il supporto al figlio, avevano e hanno una paura che li accompagna: “Lo stigma sociale, il timore di atti di bullismo o emarginazione”. Matteo parla di come sia stato fortunato fino ad oggi a non aver sentito sulla pelle atti di questo genere, ma l’ignoranza sul tema lo ha toccato più volte: “A dei conoscenti, che non sapevano della mia sieropositività, ho sentito pronunciare una serie di luoghi comuni che mi hanno fatto pensare come il non conoscere il tema porti al convincimento di assiomi sbagliati”.

Matteo col suo ‘Poz’ sale sul palco per tutta la platea: “Vorrei che, finito lo spettacolo, gli spettatori avessero voglia di fare il test. L’Hiv riguarda tutti”. 

AGI – Una vecchia e storica cartolina potrebbe aver rivelato il luogo che ha ispirato “Tree Roots”, quella che per molti è considerata l’ultima opera realizzata da Vincent Van Gogh prima della sua morte, avvenuta il 29 luglio del 1890, 130 anni fa. Si tratta della raffigurazione di uno scorcio di Auvers-sur-Oise, località francese dove il pittore olandese visse gli ultimi sfortunati anni della sua vita e che, in molti casi, fu capace di regalargli alcuni momenti di lucida ispirazione. La cartolina, datata intorno ai primi anni del ‘900, è stata ritrovata dal direttore scientifico dell’Istituto Van Gogh, Wouter van der Veen, rimasto colpito dalla somiglianza con il capolavoro.

Tree Roots descrive un paesaggio silvestre dove radici e tronchi d’albero, illuminati dalla luce del sole, si abbarbicano intrecciandosi lungo il fianco di una collina. Una caratteristica tipica della vegetazione di quei luoghi a cui Van Gogh era, seppur costretto, assai legato e a cui donava luminosità, colore e vivida personalità.

Un altro indizio che dà forza alla convinzione di van der Veen, come riporta la Cnn, risiede nelle parole di Andries Bonger, il cognato del fratello di Vincent, Theo, che in una lettera racconta come “la mattina prima della sua morte” Van Gogh avesse “dipinto un sous-bois (scena boschiva), pieno di sole e di vita”. Secondo van Der Veen, inoltre, “ogni elemento di questo misterioso dipinto puo’ essere ritrovato e compreso attraverso l’osservazione attenta della cartolina: la forma del fianco della collina, le radici degli alberi e la loro relazione reciproca, la presenza di una ripida parete calcarea”.

Secondo il direttore dell’istituto, infine, il luogo in questione “è anche coerente con l’abitudine di Van Gogh di raffigurare gli immediati dintorni” del luogo diventato casa sua. Per poi aggiungere come “la luce del sole dipinta da Van Gogh” indichi “che le ultime pennellate sono state dipinte verso la fine del pomeriggio, il che fornisce ulteriori informazioni sul corso di questa drammatica giornata che si è conclusa con il suo suicidio.” 

AGI – È morto questa mattina a Cagliari lo scrittore e intellettuale Giorgio Todde. Medico oculista di professione, Todde si  è spento a 68 anni dopo aver lottato per oltre un anno contro un male che non gli ha lasciato scampo.

Padre del personaggio Efisio Marini – imbalsamatore e investigatore – lo scrittore è stato uno dei fondatori del Festival letterario ‘L’isola delle storie’ di Gavoi (Nuoro). Fine intellettuale, Todde ha sempre regalato alla sua città uno sguardo critico e attento alla tutela dell’ambiente e dei beni identitari.

Con sarcasmo e acuta ironia ha offerto, dalle colonne delle maggiori testate locali e nazionali, un punto di vista originale e documentato sulla sua Cagliari che, puntualmente, ha scatenato accesi dibattiti. Ha pubblicato numerosi romanzi con Rizzoli, il Maestrale e altre case editrici.

Aveva esordito nel 2001 e nel 2002 con ‘Lo stato delle anime’ e ‘La matta bestialita”. Dopo il suo ultimo libro “Il mantello del fuggitivo”, era stato definito ‘Il più originale dei ‘noiristi’ italiani’ da Goffredo Fofi che ne ha scritto per ‘Internazionale’

Passeggiare tra i pascoli di Pampeago, in Val di Fiemme, ai piedi delle Dolomiti del Trentino, e insieme rilassarsi, ma anche riflettere. È l’occasione che offre, RespirArt, il museo a cielo aperto più alto d’Italia, forse tra i più alti al mondo: a 2.200 metri sopra il livello del mare, a pochi chilometri da Cavalese.  

Il Parco – nato da un progetto della giornalista Beatrice Calamari e dell’artista Marco Nones – dal 2011 offre la possibilità di dialogare, lungo un percorso ad anello di tre chilometri, con una serie di installazioni, affidate alla natura e ai suoi elementi. Sabato è stata inaugurata la decima edizione (ma altre due si sono tenute in inverno), con due nuove installazioni: la ‘Reggia barbarica’ di Patrizia Giambi e ‘Punto e virgola’ di Gabriele Meneguzzi e Vincenzo Sponga. 

La prima è un’opera di un’artista di fama internazionale e che ha lavorato anche con Maurizio Cattelan: Patrizia Giambi ha pensato un’installazione fatta con legni di scarto e feltro lavorato a mano, materiali naturali con cui ha voluto raccontare la sua storia, il suo “bisogno di un riparo e di un’alcova”, come ha spiegato lei stessa nel giorno dell’inaugurazione. La piccola costruzione, creata con legno raccolto dalla discarica e materiali del territorio, è infatti una reggia primitiva, priva di tetto e con il cielo che vi cade dentro: e il suo interno, grazie alla presenza di figure gravide che affiorano da un feltro artigianale e morbidissimo, è come un’alcova dei tempi primordiali. 

‘Punto e virgola’ è invece l’installazione di Gabriele Meneguzzi e Vincenzo Sponga, i due fondatori di Humus Park a Pordenone. L’opera -hanno spiegato i due artisti- rivela la ‘punteggiatura’ della natura, una trama chiara e sequenziale: la natura, scrivendo la storia, mette le ‘virgole’ per richiamare l’uomo al suo rispetto, per rallentarlo, per invitarlo a prendere fiato.

Ma quando si sente violentata, quando percepisce che l’uomo le ha mancato di rispetto, allora mette un ‘punto’, come un genitore arrabbiato quando perde le staffe ma vuole domare un figlio ribelle: è proprio quando la natura si stanca, che mette un ‘punto’, quando percepisce di essere stata violentata. “E forse anche il Covid-19, che guarda caso non colpisce gli animali, ma solo l’uomo, è un ‘punto’ messo dalla natura esausta”. 

L’arte ambientale introduce un segno nella natura e lo fa sembra naturale. Questi ‘segni’ immersi nel paesaggio, che non sono mai invasivi ma sempre rispettosi della natura, parlano e fanno riflettere; a volte invitano a fermarsi e sono installazioni pensate per sedersi.

È il caso di ‘Harmonia’, di Dorota Koziara, designer e architetto che lavora fra Milano e la Polonia: l’installazione raffigura i due corpi stilizzati di un uomo e di una donna, schiena contro schiena e queste due figure sono anche panchine su cui sedersi per ammirare le cime circostanti, le Pale di San Martino e la Pala Santa. Si può guardare il panorama e immergersi in esso anche davanti a ‘Natura viva’, di Mauro Lampo Olivotto: un’immensa cornice puntata sui pascoli dolomitici da ammirare seduti su tre troni gotici posti di  fronte. 

Le opere sono in tutto 29 e ognuna è un’occasione di dialogo, con l’ambiente e con se stessi. C’è ‘Mediterraneo’, il pastore che si staglia silenziosamente con il suo animale, lo sguardo perso in un orizzonte lontano: è l’opera di Elio Vanzo, artista oltrechè direttore del Museo di Arte contemporanea di Cavalese.  E c’è ‘Il nodo della strega’ di Mariano Vassellai, che ha installato davanti al Monte Cornon un’opera dedicata alla ‘Strega del Cornon’. All’inizio del Cinquecento, la Val di Fiemme fu infatti teatro di una vera e propria caccia alle streghe: in un clima di inquisizione e di lotta a ogni forma di superstizione e voce dissenziente, vennero processate, condannate e portate sul rogo 28 persone. L’opera è un inno alle donne ‘diverse’, un risarcimento simbolico a tutte quelle che non si piegano.

Poco distante si trova l’opera degli artisti trentini del Gruppo Terrae, che hanno raccontato il dramma della tempesta Vaia del 29 ottobre 2019: una tempesta di vento che abbattè milioni di alberi del Triveneto, spazzando via tutto quanto incontrava al suo passaggio, con raffiche che toccarono i 200km/orari. L’opera narra la forza distruttiva della natura ma anche la potente spinta di rinascita di un popolo fiero e volitivo, che non si è lasciato piegare.

Mind’s Eye è invece la prima installazione in Italia della ‘land artist’ statunitense, Olga Ziemska: con rami di betulla, cirmoli e noccioli, ha creato un mosaico dove ogni legno rappresenta una cellula umana; e lo spazio vuoto, la mente, si focalizza sull’imponenza del Latemar.

A suggellare il ‘racconto’ delle 29 opere, il ‘Teatro del Latemar’, l’installazione del fondatore del parco, Marco Nones, che riproduce il profilo del massiccio dolomitico, e ogni estate ospita spettacoli di ogni genere.

Con il pubblico seduto su cubi di larice, fra cespugli di mirtilli e rododendri, sabato il RespirArt Day si è concluso proprio nel Teatro del Latemar dove i protagonisti di questa edizione -guidati da Maria Concetta Mattei, conduttrice del Tg2 e appassionata d’arte- hanno raccontato la loro arte. La straordinaria e stimolante esposizione di Land Art resterà aperta fino al 27 settembre.

E in questi mesi d’estate, ai visitatori che vorranno salire a RespirArt potrà accadere di incontrare, tra un’opera e un’altra, anche gruppi di musicisti che dedicano concerti alle mucche: una sperimentazione che è un ennesimo esempio di come l’uomo può entrare in sintonia con la natura e le creature che la popolano.  

AGI – Il mercato editoriale italiano è “in ripresa dopo i mesi di chiusura delle librerie per l’emergenza Covid-19: all’11 luglio la perdita di fatturato anno su anno si riduce al -11%, praticamente dimezzata rispetto al -20% del 18 aprile”.

Lo rileva una ricerca dell’Associazione Italiana Editori (Aie) sulla base di dati Nielsen e IE – Informazioni Editoriali che svela, inoltre, una parziale risalita negli ultimi mesi delle quote di mercato delle librerie e della grande distribuzione rispetto agli store online.

Levi, segnali di ripresa per tutta l’economia italiana

“I dati che presentiamo oggi mostrano incoraggianti segnali di ripresa – ha spiegato il presidente di Aie Ricardo Franco Levi -. Il mercato del libro indica una via verso la ripartenza a tutta l’economia italiana”.

Da dove partivamo: gli italiani e la lettura

In una precedente ricerca a cura del Centro per il Libro e la Lettura e Aie sui consumi culturali durante il lockdown, pur in un quadro in cui la lettura di libri cedeva il passo rispetto alla necessità di informazioni, al lavoro e alla didattica a distanza e ad un aumento dei consumi televisivi, era emerso che gli italiani che prevedevano di leggere più libri nella seconda parte del 2020 di quanto non avessero fatto nei mesi di chiusura, erano 5 punti percentuali in più di quelli che pensavano di ridurre il tempo dedicato a leggere.

Al contrario, i ‘pessimisti’ prevalevano sugli ‘ottimisti’ nelle prospettive di andare a teatro (-39 punti), ad ascoltare concerti (-36), al cinema (-28) e a visitare musei e mostre (-27).

Quanto vale il mercato

Il mercato del libro nei canali trade (librerie, store digitali, grande distribuzione) vale, all’11 luglio, 533 milioni di euro, in calo dell’11% rispetto ai 600 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Al 18 aprile, la perdita cumulata dell’anno era ben più superiore e pari al 20%. Ciò è dovuto al fatto che, da metà giugno, gli italiani sono tornati a comprare in librerie e grande distribuzione quanto nell’anno precedente, mentre gli acquisti online sono aumentati rispetto al 2019, consentendo così un primo recupero delle quote perse nei mesi precedenti.

Pur fornendo un dato parziale, le librerie e gli store online che fanno parte del circuito Arianna, che non comprende Amazon (fonte: ibuk.it, IE-Informazioni Editoriali), dopo aver registrato un picco negativo del -70% nelle vendite settimanali tra marzo e aprile, dalla metà di giugno sono tornate a vendere all’incirca quanto l’anno precedente, con una punta del +2,5% nella settimana che si è chiusa il 19 luglio.

Sommando Amazon, di cui però non disponiamo di dati puntuali settimana per settimana, il risultato dell’ultimo mese sarebbe nettamente positivo.

I canali di vendita

All’11 luglio le vendite nei canali fisici (librerie e grande distribuzione) recuperano quote di mercato rispetto al 18 aprile, passando dal 52% al 56%, mentre gli store online passano dal 48% al 44%.

Nello stesso periodo dell’anno precedente, i canali fisici erano al 70% e gli store online al 30%: i prossimi mesi ci diranno se il recupero di librerie e grande distribuzione continuerà o se i mesi di chiusura hanno accelerato un processo di rafforzamento dei canali online che era già in corso negli anni precedenti.

Flag Counter