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AGI – Un operaio di origini albanesi ha attaccato con una ruspa la casa del vicino, che ha reagito sparando diverse fucilate e lo ha ucciso nella tarda serata di ieri a San Polo, frazione di Arezzo.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, è questo l’epilogo sanguinoso di vecchi contrasti tra i due. L’uomo che ha sparato, 53 anni, è stato arrestato con l’accusa di omicidio. Sequestrato il fucile da lui usato, e che era regolarmente detenuto.     

La vittima, di 57 anni, alla guida di un escavatore di sua proprietà aveva effettuato ripetutamente manovre inconsulte nel piazzale davanti alle loro abitazioni. Avrebbe così dapprima danneggiato quattro auto parcheggiate, tutte di proprietà dei familiari dell’arrestato, e poi colpito più volte con la benna dell’escavatore le mura ed il tetto dello stabile, provocando gravi danni strutturali alla casa dove il suo rivale era a tavola per la cena con la famiglia.

A questo punto, il vicino attaccato ha imbracciato il fucile e ha sparato 5 colpi contro l’albanese, quattro dei quali lo hanno centrato e ucciso. I carabinieri hanno recuperato sul posto i bossoli della cartucce e hanno sequestrato l’intera area. Il pm di turno ha disposto gli accertamenti medico legali sul corpo della vittima.

L’arrestato è stato trasferito nel carcere aretino di San Benedetto, in attesa dell’interrogatorio di garanzia

AGI – Il calcio italiano e il mondo dello sport sono ancora in lutto. A poche settimane dalla scomparsa di Sinisa Mihajlovic, arresosi a una forma aggressiva di leucemia il 16 dicembre scorso, e dopo la morte di Pelè, il 29 dicembre, si è spento oggi in una clinica di Londra Gianluca Vialli, ex attaccante di Cremonese, Sampdoria, Juventus e Chelsea. Aveva 58 anni e da cinque “combatteva” contro un tumore al pancreas.

Per ricordare l’ex bomber, come deciso dalla Figc, sarà osservato un minuto di raccoglimento prima di tutte le gare di campionato in programma nel fine settimana. 

Vialli, che tra il 1985 e il 1992 ha totalizzato 59 presenze e 16 reti nella Nazionale, prendendo parte a due Mondiali (Messico 1986 e Italia 1990) e un Europeo (Germania Ovest 1988), meno di un mese fa aveva annunciato alla FIGC la sua assenza da capo delegazione dell’Italia (incarico assunto nel novembre 2019 al posto di Gigi Riva) in vista delle gare del 2023 valide per le qualificazioni all’Europeo 2024

Come Mihajlovic, infatti, Vialli ha sempre affrontato a viso aperto la sua malattia: “Al termine di una lunga e difficoltosa ‘trattativa’ con il mio meraviglioso team di oncologi – aveva dichiarato – ho deciso di sospendere, spero in modo temporaneo, i miei impegni professionali presenti e futuri. L’obiettivo è quello di utilizzare tutte le energie psico-fisiche per aiutare il mio corpo a superare questa fase della malattia, in modo da essere in grado al piu’ presto di affrontare nuove avventure e condividerle con tutti voi. Un abbraccio”.

Ad Alessandro Cattelan che lo aveva intervistato lo scorso marzo, Vialli si era lasciato andare ad alcune confessioni: “Io ho paura di morire. Non so quando si spegnera’ la luce che cosa ci sara’ dall’altra parte. Ma in un certo senso sono anche eccitato dal poterlo scoprire. Mi rendo anche conto che il concetto della morte serve per capire e apprezzare la vita”.

Ecco, quell’abbraccio misto a lacrime con il suo amico di sempre nonche’ compagno di campo, il ct Roberto Mancini, a suggellare il successo della Nazionale agli ultimi Europei, e’ stato uno di quei momenti di un’intensita’ commovente, per cui davvero vale la pena vivere.

Gravina: “Non lo dimenticheremo”

Tra i primi ad esprimere il cordoglio per l’ex bomber azzurro è stato il ipresidente della Figc.
“Sono profondamente addolorato, ho sperato fino all’ultimo che riuscisse a compiere un altro miracolo, eppure  – ha dichiarato Gabriele Gravina – mi conforta la certezza che quello che ha fatto per il calcio italiano e la maglia azzurra non sarà mai dimenticato. Senza giri di parole: Gianluca era una splendida persona e lascia un vuoto incolmabile, in Nazionale e in tutti coloro che ne hanno apprezzato le straordinarie qualità umane”.

 

AGI – Un bambino che ha subito danni cerebrali perché la madre tossicodipendente continuava a drogarsi durante l’allattamento, è morto a Napoli. Una storia drammatica raccontata all’AGI da Marco Caramanna, presidente dell’associazione La Casa di Matteo, che a Napoli ospita bambini abbandonati.

Il bambino era arrivato tre anni fa all’ospedale pediatrico Santobono di Napoli. Aveva pochi mesi di vita e crisi epilettiche devastanti, conseguenza di danni celebrali legati all’astinenza delle sostanze stupefacenti cui si era assuefatto con il latte materno.

Nella serata di giovedì il piccolo, cui avevano dato Simba come nome, è morto. “Simba non ce l’ha fatta. Lo avevamo rianimato altre volte in passato, ma ieri il nostro piccolo leone non ce l’ha fatta“, ripete Caramanna. Quando Simba venne portato in ospedale, la madre, che viveva in una baracca di fortuna e non aveva nessun altro familiare, decise di abbandonarlo e non è più tornata a reclamarlo.

“Siamo stati contattati così noi dai medici ed è iniziata questa lunga storia – racconta Caramanna – il piccolo aveva crisi d’astinenza che gli hanno causato danni neurologici ed epilessia e veniva alimentato nei primi mesi con sonde ed era stato tracheotomizzato”. Dopo cinque mesi in ospedale, il bimbo è diventato ospite della struttura dove è stato accolto e curato con insistenza e amore dagli operatori. Fino alla crisi respiratoria.

“La morte di un bambino di tre anni è innaturale – continua Caramanna – e per quanto puoi provare a prepararti, alla fine non lo sei mai. Io ieri ero presente, ho partecipato alla rianimazione fisicamente, e a livello emotivo e’ stato davvero molto impegnativo”. Simba non ce l’ha fatta ma nella Casa di Matteo ci sono altri bimbi che necessinato di cure e attenzioni e i volontari “sono lì a dare l’anima”. 

AGI – “Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!”. Si conclude cosi’ l’omelia pronunciata da Papa Francesco durante la messa esequiale del Pontefice emerito Benedetto XVI. Un’omelia ricca di riferimenti spirituali, nella quale, Francesco nelle frasi riferite al totale affidamento di Gesù al Padre, ripercorre la vita di Benedetto XVI: una vita concentrata e affidata fino alla fine a Dio.

Bergoglio ringrazia il suo predecessore per quanto “ha saputo elargire nel corso degli anni”, “sapienza, delicatezza e dedizione”. Nessun riferimento al suo rapporto personale e affettuoso con il Papa emerito, come qualcuno si aspettava. Francesco però riprende in più parti quanto scritto da Ratzinger nel corso del Pontificato: dall’enciclica “Deus caritas est”, dall’omelia della messa crismale del 13 aprile 2006 e dall’omelia della messa di inizio Pontificato, il 24 aprile 2005.

Dalle ultime parole di Gesù in croce (“Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”), parte la riflessione di Bergoglio che invita la comunità ecclesiale ad “affidare” Benedetto “alle mani del Padre”. “Che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa come l’olio del Vangelo che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita”, afferma a una piazza gremita, 50 mila fedeli, e dalla quale, alla fine della celebrazione, sale il coro di “Santo subito!”.

“E’ la consapevolezza del Pastore – ha detto sempre riferendosi a Ratzinger e alla sua omelia di inizio Pontificato – che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato“. “E’ il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: ‘Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spiritò”, la sua conclusione.

Dopo la celebrazione, il rito dell’Ultima Commendatio e della Valedictio, al termine del quale un lungo applauso e un coro di “Santo subito!” si sono levati dalla piazza. Papa Francesco ha appoggiato una mano sul feretro e in piedi ha sostato qualche minuto in preghiera. Poi la bara è stata portata dai 12 sediari all’interno della Basilica per procedere alla tumulazione nelle Grotte vaticane, nella tomba che fu di Giovanni Paolo II.

Un applauso fragoroso e al contempo misurato ha accompagnato stamani – insieme ai nove rintocchi delle campane a morto in San Pietro – l’uscita del feretro del Papa emerito sul sagrato della Basilica per la recita del rosario. Salma portata in spalla da 12 sediari e sulla quale poi, il suo segretario personale, monsignor Georg Gaenswein, adagia un Vangelo aperto. Subito dopo si inchina e bacia il feretro, che all’interno contiene le monete e le medaglie coniate durante il suo Pontificato, il pallio e il Rogito.

Due le delegazioni ufficiali, quella tedesca e quella italiana (in prima fila il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Giorgia Meloni), diciotto le altre giunte a titolo personale. Tante anche le delegazioni ecumeniche.
Alle 9:20 entra in piazza Papa Francesco in sedia a rotelle per dare il via alla messa esequiale concelebrata da circa 130 cardinali, 400 vescovi e quasi 3.700 sacerdoti.

Le mani di Gesù, dice Francesco sono “di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione”. Ma anche “mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinchè conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso”. Ed ecco che Bergoglio parla della “synkatabasis totale di Dio”, parla della “dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito” e della “dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare e l’invito fiducioso a pascere il gregge”.

“Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza”, sottolinea il Papa riportando un passaggio dell’omelia di inizio Pontificato del suo predecessore.

Francesco cita infine San Gregorio Magno che, al termine della Regola pastorale, invitava ed esortava un amico a offrirgli compagnia spirituale: “In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi”.

AGI – Mito e leggenda, natura, storia e tradizione. Cinema e sport. Cortina d’Ampezzo ha un’anima glamour che la rende una meta non solo sciistica ma anche chic e mondana. Le montagne, gli eventi tra sport e cultura in estate e inverno, la passeggiata lungo Corso Italia, la strada della moda, dei ristoranti e dei pub, fanno di Cortina un luogo affascinante.

Il segreto di questo fascino? Sono tante le direttrici che ad un certo punto convergono tra loro, si mescolano e rendono Cortina mitica.

La Natura

Primo, la natura. Si narra e si dice: le montagne di Cortina sono “uniche al mondo’. Da ogni punto si vedono cime, una visione a 360 gradi. Proprio per questo motivo ha ottenuto l’appellativo di ‘Regina delle Dolomiti’. Si, le Dolomiti, note anche come ‘Monti Pallidi’ che già dall’inizio del XIX secolo lasciarono increduli ed estasiati i grandi casati europei: al tramonto la roccia dal rosa si colorava di viola. Il primo vero boom arrivò già a fine ‘800 per la presenza dei vip di allora, inglesi, austriaci, tedeschi e anche italiani.

Lo sport

Secondo, lo sport. Sulle pendici delle Tofane, del Cristallo, del Faloria e Pomagagnon ma anche delle Cinque Torri, si possono praticare sport estivi ed invernali. Lo stile alpino nell’architettura e nelle usanze quotidiane ha reso indimenticabili i Giochi Olimpici del ’56, i  primi della storia ad essere trasmessi in diretta televisiva. L’evento olimpico, tra agonismo e mondanità, è stato il trampolino di lancio sul piano turistico. Madrina dell’evento, Sophia Loren che prese parte alla cerimonia di apertura, fu presente a numerose gare e partecipò a serate di gala, avvolta in magnifici abiti, fu lei a donare il tocco della mondanità alle Olimpiadi. Il palazzo del ghiaccio, il famoso ‘Olimpico’, è monumento nazionale.

“Io sono un regoliere e quindi mi reputo un ampezzano come nella tradizione delle vecchie famiglie, sono molto fedele alle nostre regole”, dice all’AGI, Kristian Ghedina, campione dello sci alpino, soprannominato il ‘Jet-d’Ampezo’, che oggi accompagna i turisti in tour sciistici dedicati. “Vivo nella stessa casa dove sono nato. Sono molto legato alle radici, alla mia terra. Ad esempio la mia compagna (Patrizia Auer, in dolce attesa del secondo figlio, ndr) vive a Bressanone. Quando scio mi dico sempre che Cortina è qualcosa di unico, di spettacolare, le montagne che vedi attorno sono maestose, è un luogo molto luminoso”.

Parlando del fascino della località, Ghedina afferma, “i negozi, i ristoranti, i pub, le enoteche e la cooperativa lungo Corso Italia sono luoghi nei quali sfoggiare il proprio abbigliamento, i propri capi firmati”. 

L’ex campione delle discipline veloci dello sci alpino parla anche di quello che manca a Cortina: “Mancano alcuni servizi, non c’è la piscina, speriamo che sistemino le strade in occasione delle Olimpiadi, mancano i parcheggi, una bella palestra”.

Ghedina, parlando del piatto tipico di Cortina, i ‘casunziei rossi’ (una sorta di ravioli con barbabietole rosse serviti con burro fuso), ricorda: “Prima di partire per i Mondiali del 1996 in Sierra Nevada avevo mangiato 89 casunziei fatti da nonna Giovanna e la medaglia d’argento l’avevo dedicata a lei”.

E lo sport? Ghedina sostiene che “gli impianti di risalita hanno una portata oraria minore rispetto ad altri comprensori, le piste sono meno affollate e, anche se ripide, sono molto gradite”.

L’imprenditoria

Terzo, gli imprenditori. I capitani d’impresa d’Italia hanno fatto di Cortina un appuntamento fisso a partire dall’inizio degli anni Ottanta. Chalet nel bosco, appartamenti d’epoca o moderni, tanti gli imprenditori – e i politici – che hanno una proprietà sui 1.200 metri di Cortina.

Il cinema

Quarto, il cinema. A Cortina vengono girati tanti spot pubblicitari, ma sono i film del passato ad aver reso ancor più celebre la cittadina dell’Ampezzano abitata da cinquemila persone che diventano oltre quarantamila in alta stagione. Le montagne e i luoghi di Cortina hanno fatto da scenografia ai film, tra i tanti, ‘Il Conte Max’, ‘La Pantera Rosa’, ‘007 Solo per i tuoi occhi’, i film dei fratelli Vanzina, ‘Fantozzi’ e ‘Cliffhanger’. Trascorse giorni di relax godendosi la buona cucina, l’alta moda e le attività sportive, anche la diva francese Brigitte Bardot. Per Ernest Hemingway, Cortina era meta d’ispirazione, come Parigi e L’Avana. Frequentatori tra gli anni ’50 e ’60 anche la protagonista di ‘Casablanca’, Ingrid Bergman e Clark Gable, Hollywood in montagna. Alcuni set cinematografici cortinesi videro la nascita di grandi passioni tra star, come nel caso del film  ‘Amanti’ (1968) in cui i protagonisti – Marcello Mastroianni e Faye Dunaway – passarono da coppia sul grande schermo a innamorati nella realtà.

I Savoia, le tante teste coronate, fino al tourbillon mondano dei giorni nostri, tanti i vip ad aver reso magica e nobile Cortina, da Marta Marzotto a Marina Ripa di Meana, la famiglia Agnelli (l’avvocato atterrava con l’aereo privato sulla pista del campo di aviazione di Fiames), le attrici Claudia Cardinale ed Elizabeth Taylor. Due i marchi registrati, la scritta ‘Cortina’ e ‘Scoiattoli’, quest’ultimo in onore alle storiche guide alpine. Cortina d’Ampezzo è tutto questo: una ‘Regina’ immortale. 

AGI – Conoscevano le abitudini del parroco, al quale in passato si erano rivolti per aiuti economici e per ricevere atti di carità, e ne hanno approfittato per derubarlo. Tre nomadi del campo rom di ‘Sirai’ a Carbonia, in trasferta nel centro di Villasor (Sud Sardegna), sono stati identificati dai carabinieri, grazie alle telecamere di videosorveglianza. 

Secondo la ricostruzione dei militari, i tre – due uomini e una donna – il giorno di Santo Stefano hanno raggiunto in auto da Carbonia la chiesa di San Biagio, a Villasor. Mentre i due l’attendevano nella Bmw parcheggiata nelle vicinanza, la donna si è accertata che la parrocchia fosse deserta, poi ha fatto segno a uno dei complici, che ha forzato con un cacciavite la porta della canonica, danneggiandola, per introdursi negli appartamenti del parroco, don Salvatore Collu.

Il terzo è rimasto all’esterno, per fare da palo. La scelta di agire il 26 dicembre non è casuale: probabilmente i tre ipotizzavano che nella parrocchia ci fosse il denaro delle offerte delle messe della vigilia e di Natale. Dopo aver rovistato tutti i cassetti, nel giro di meno di 10 minuti, i ladri si sono impossessati di circa 200-300 euro, fra monete e banconote.

AGI. – Ha confessato di avere preso parte all’aggressione che è sfociata nell’omicidio di Marouene Slimane, cittadino tunisino, di 30 anni l’1 gennaio fuori da una discoteca di Vittoria nel Ragusano. La vittima aveva cercato di fuggire. È stato inseguito, il trentenne, e ammazzato a colpi di spranga e con un coltello a serramanico da un gruppetto di giovani romeni per un apprezzamento a una ragazzina romena.

L’unico maggiorenne dei tre fermati è stato sentito stamattina in carcere dal Gip, assistito dal suo legale, l’avvocato Isabella Linguanti. Ha confessato confermando la versione già resa al pm, di avere preso parte alle fasi dell’aggressione e che il coltello era suo. Ma ha anche una ferita alla mano, refertata al pronto soccorso che sosterrebbe di essersi procurato per porre fine al pestaggio, un colpo di spranga lo avrebbe preso anche lui.

Il pm di Ragusa, Silvia Giarrizzo, ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere, misura non idonea per la difesa, per la giovanissima età del ragazzo, maggiorenne da qualche mese, e per la condotta collaborativa immediata. Il giudice si è riservato. Domani presso il Tribunale dei minori di Catania verranno invece sentiti i due minorenni, entrambi del 2007 coindagati nel delitto.

Potrebbe essere l’esito dell’esame autoptico che si è svolto nel pomeriggio di ieri a fare luce su chi abbia fatto cosa, su come sia morto il Marouene Slimane alle 4.30 del mattino dell’1 gennaio, fuori dalla discoteca Dolce Vita di Vittoria, quale sia stato il colpo mortale e se la vittima era in grado di opporsi o meno. L’autopsia è stata eseguita ieri nel tardo pomeriggio al cimitero di Vittoria dal medico legale Giuseppe Algieri e dal tossicologo forense Pietro Zuccarello che erano stati incaricati nella stessa giornata. Novanta giorni per il deposito delle risultanze. 

AGI – “Il primo incontro con Ratzinger l’ho avuto quando non era ancora Papa e da teologo dirigeva la Congregazione per la dottrina della fede. L’ho trovato molto attento, rispettoso. Il suo comportamento privato era perfettamente aderente alla sua immagine pubblica”. Fausto Bertinotti, esponente storico della sinistra e del sindacalismo italiano, ex-leader di Rifondazione comunista ed ex-presidente della Camera, affida all’AGI il suo ricordo personale, da laico rispettoso e attento alla questione della fede e della spiritualità, su Joseph Ratzinger.

“É il Pontefice – osserva Bertinotti – che ha ripreso le fila del discorso che si era interrotto con la fine del pontificato di Paolo VI. Può sembrare singolare perchè come è noto era stato vicinissimo a Giovanni Paolo II, forse influenzandolo anche teologicamente, ma in ogni caso credo che si possa dire che il profilo del pontificato di Giovanni Paolo II era diverso, improntato all’ottimismo di un futuro di una Chiesa protagonista capace di accogliere un consenso giovanile. Al contrario Ratzinger è portatore di una sofferenza, si pone di fronte al tema drammatico per la Chiesa della modernità. Il suo è stato il pontificato di un intellettuale che si interroga sui destini dell’uomo, che come quelli della fede sono incerti. Ecco perchè Ratzinger, che era stato presenza significativa nel Concilio Vaticano II, nel suo pontificato ne propone una rettifica, forse spaventato, e in qualche misura – conclude – muove un confronto tormentato tra ortodossia e modernita’”. 

AGI – “Sono esplosi due finestrini della mia auto, non so cosa sia successo, venite ad aiutarmi”. É il racconto fatto al 112 da un cittadino indiano che, ieri pomeriggio alle 18.30, percorreva con la propria auto via Selva dei Cavalieri, a Fonte Nuova, periferia di Roma. Sul posto i carabinieri che, dopo aver accertato i danni all’auto, hanno avviato accertamenti scoprendo che un uomo di 69 anni che abitava nelle vicinanze stava maneggiando un fucile alla finestra: da lì sarebbe partito il colpo che ha danneggiato la vettura.

“Sono vivo per miracolo”, ha detto in lacrime il cittadino indiano, ancora sotto shock. Il 69enne è stato denunciato. Il fucile da caccia sequestrato. Sequestrate in via amministrativa anche altre armi trovate in casa. 

AGI – “Insieme al comandante provinciale dei carabinieri Lorenzo Falferi e al questore Carmine Belfiore abbiamo individuato nell’orario serale, tra le 20 e le 24, le maggiori criticità anche in relazione all’aggressione della turista israeliana. Questo anche perchè a quell’ora chiudono i locali. Rafforzeremo sicuramente la sicurezza in quell’orario“. Cosi’ il prefetto di Roma, Bruno Frattasi, al termine del Comitato provinciale per l’ordine e la Sicurezza Pubblica, illustrando ai giornalisti le misure messe in piedi per i funerali di Joseph Ratzinger, Papa Emerito Benedetto XVI, previsti il 5 gennaio 2023, e dopo l’aggressione della turista israeliana avvenuta la sera di Capodanno alla stazione Termini.

“Ho chiesto il raddoppiamento del presidio ‘Strade Sicure’. Avremo dunque una duplice risposta dentro e fuori alla stazione Termini e soprattutto negli orari dove c’è minore presenza di persone. Perchè più persone circolano e maggiore è la sicurezza”.

L’aggressione è stata “l’opera di un folle”

“C’è anche da dire che le denunce per reati all’interno della stazione Termini sono scese da un numero di 400 alle 60 odierne – ha spiegato il prefetto di Roma, Bruno Frattasi, al termine del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica – si tratta nella maggioranza dei casi di furti e borseggi. L’atto di aggressione del 31 dicembre sembra essere opera di un folle. Io, alla luce dei documenti che ho letto, penso che si tratti di questo”.
“Teniamo presente che abbiamo un volume di persone che circola a Termini di 500mila al giorno. Una vera e propria città e questo pone dunque un problema di controllo” ha sottolineato

Più di 1200 telecamere attive

Il prefetto Frattasi ha poi precisato anche alla stazione Termini di Roma “ci sono 1.200 telecamere attive ed è per questo che è stato identificato l’aggressore: quindi hanno una funzione sia dissuasiva sia investigativa”. 

Le condizioni di salute della turista aggredita

“Stamattina, accompagnato dalla Direzione sanitaria del Policlinico Umberto I, ho avuto modo di sincerarmi delle condizioni della giovane accoltellata a Termini la notte di San Silvestro. La ragazza era in compagnia della madre, non ho voluto disturbare ma ho avuto modo di sapere che i parametri sono stabili, nonostante la prognosi non sia stata sciolta – lo ha detto l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alesio D’Amato – proprio oggi è stato attivato un supporto psicologico per aiutare la ragazza a superare questo trauma”. 

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