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AGI – Tra il sexy shop e le corsie d’ospedale la ‘doppia vita’ di Batman a Cagliari dove un imprenditore, una volta chiuso il negozio di accessori erotici e biancheria intima osè, si impegna per rendere meno tristi le giornate dei bambini ricoverati. “Come l’eroe combatte il male a Gotham city, così loro devono lottare contro la malattia”, spiega all’AGI Salvatore Monni che almeno una volta al mese indossa il costume da uomo pipistrello per regalare un sogno ai piccoli in corsia. Cagliaritano, proprietario di un sexy shop e con un passato nel mondo del volontariato, il Batman sardo ha una storia che arriva da lontano.

L’ispirazione da un imprenditore di Baltimora

 “Circa cinque anni fa – racconta Monni – ho letto della morte del Batman del Maryland: era stato investito dopo un guasto alla sua ormai famosa Batmobile. Una fine tragica per un uomo che rallegrava i bimbi degli ospedali. Avrebbe potuto staccare un assegno e invece dedicava il suo tempo agli altri. Ho deciso che dovevo raccogliere quell’eredità, perché un battito d’ali a Baltimora può cambiare le cose a Cagliari”. Detto fatto. Ordinato il costume – una copia cinematografica spedita dal Canada – si è fatto fare delle ‘ali’ da montare sulla sua Corvette del ’78 verniciata di nero opaco così come un quad: Batmobile e Batquad erano così pronti per sfrecciare verso gli ospedali Microcitemico e Brotzu, assieme alle associazioni di volontariato.

Braccialetti e mini-torce col simbolo del supereroe

 “Mi sono fatto preparare braccialetti con il logo e mini torce che proiettano il simbolo di Batman da regalare ai bambini. Scherzo con loro, cerco di incoraggiarli e provo a regalare un sogno. Anche se, alla fine, sono sempre loro che regalano qualcosa a me”, racconta l’imprenditore ricordano la storia di un bambino che, a distanza di anni dalla dimissione, parla dell’ospedale come il posto in cui incontrava il suo eroe: “Non ripensa ad aghi e sofferenze, niente terapie dolorose o paura, lui di quel periodo ricorda Batman e per me è la cosa più preziosa”.

“L’imbarazzo è per le mentalità provinciali”

La pandemia ha frenato, ma non bloccato il supereroe: per Natale ha organizzato, assieme “agli amici Spiderman e Jack Sparrow”, una diretta streaming per i piccoli pazienti e, appena possibile, riprenderà gli incontri nelle scuole dove gli insegnanti delle scuole primarie lo chiamano per l’ora di educazione civica. Ormai noto in città, Monni ha precisato: “Ogni tanto qualcuno mi chiama per delle feste, ma io non sono un animatore, non faccio queste cose. Io ho una missione e voglio condurla con onore. Non prendo soldi, per quelli ho il mio lavoro”.

Monni è proprietario di tra i più grandi sexy shop della Sardegna. Questo ha mai creato imbarazzi? “Ma assolutamente no”, risponde sicuro: “L’imbarazzo è per le mentalità provinciali. Anzi, sono orgoglioso del mio lavoro e mi ritengo tre volte fortunato: primo perché ho un lavoro e di questi tempi non è scontato, secondo perché ho un impiego che mi piace e terzo perché sono il proprietario. Cosa posso volere di più? Diventare ricco forse? Ma no, non fa per me, preferisco dedicarmi agli altri”.

Articolo aggiornato alle ore 13,08.

AGI – Un’enorme voragine si è aperta stamane alle 6.45 circa nel parcheggio dell’ospedale del Mare a Napoli. Il cedimento è stato accompagnato da un boato che ha spaventato personale, pazienti e residenti in zona e ha fatto temere una esplosione.

I vigili del fuoco escludono una deflagrazione e sono orientati al cedimento strutturale. La voragine ha inghiottito 3 o 4 auto, ma non ci sono  feriti. Sul posto i carabinieri per i primi rilievi. Per essere certi che non ci fossero vittime, sono stati impiegati anche cani specializzati e droni. Al momento si lavora per recuperare le auto.

La parte in cui si è verificato il cedimento è adiacente all’ospedale modulare creato come Covid center nella scorsa primavera per sopperire alla necessità di nuovi posti di terapia intensiva e sub-intensiva, lungo via Paciolla, verso la statale. Uno sprofondamento quindi distante dal Covid hospital e dalla struttura ospedaliera vera e propria. In questi giorni Napoli è stata flagellata da piogge, circostanze che, data la strutturale fragilità del terreno su cui sorge la città, da sempre generano voragini. 

Per comprendere le cause del cedimento, saranno necessarie molte valutazioni. Al momento, secondo quanto apprende l’AGI, l’ipotesi di un atto doloso è esclusa. Così come sarebbe da escludere una ricostruzione che vede una esplosione sotterranea di condotte per trasporto dell’ossigneno con il conseguente cedimento del terreno.

Quello che è certo è che c’è stato uno sprofondamento del terreno per oltre 15 metri, con tonnellate di terriccio e pietrisco che hanno danneggiato le condutture elettriche e idriche, rendendo necessario quindi sgomberare il Covid hospice per mancanza d’acqua ed elettricità, mentre l’ospedale centrale e il Covid hospital modulare sono in piena attività anche grazie ai gruppi elettrogeni.

“Di fatto il boato è stato determinato da un’implosione che ha generato una voragine di circa 2000 metri quadrati per una profondità di circa 20 metri”, scrive in una nota l’Asl Napoli 1, cui afferisce il nosocomio nel quartiere Est di Ponticelli. “In tutto l’ospedale del Mare al momento è interrotta l’alimentazione elettrica dalla cabina principale, ma il presidio è alimentato dai gruppi elettrogeni che garantiscono la piena operatività della struttura e la piena efficienza dell’attività assistenziale. Nel più breve tempo possibile l’Asl Napoli 1 Centro provvederà a chiudere temporaneamente il Covid Residence per impossibilità a garantire acqua calda e energia elettrica. Al momento non c’è alcun elemento che induca a fare pensare ad un atto doloso”, sottolinea l’azienda sanitaria.

L’ospedale è stato il primo esempio di project financing sanitario in Italia. Per la sua realizzazione sono stati impiegati oltre 10 anni, tra inchieste, stop ai lavori, rifinanziamenti e polemiche. E’ a servizoo di un bacino di 700mila cittadini dell’area metropolitana e arginare il sovraffollamento del Cardarelli. Il progetto iniziale, redatto ispirandosi a un ospedale modello pensato da Renzo Piano per il ministero della Salute, prevedeva 451 posti letto, 18 sale operatorie, un albergo per i parenti dei pazienti, un ampio parcheggio e un centro commerciale.

I costi stimati per la sua costruzione erano di 187 milioni, il 57% finanziato con fondi pubblici e il 43% attraverso il project financing. Le due imprese aggiudicatrici, la Astaldi e la Osmar, si erano impegnate a consegnare l’opera entro il 2009. In realtà i lavori sono cominciati nel 2005 e sono andati a rilento fino allo stop del 2010, in seguito a un’inchiesta che coinvolse funzionari della Regione e della Asl Napoli 1, manager e responsabili delle aziende, per presunte difformità rispetto al progetto iniziale, con conseguente aumento dei costi.

Il cantiere dell’Ospedale del Mare diventa un’area degradata, dove vengono anche sversati rifiuti. Nel 2012, grazie a un ulteriore stanziamento di circa 180 milioni, i lavori riprendono e vengono portati a termine nel 2015. A fine 2016 l’ospedale viene inaugurato, con l’apertura dei primi tre reparti, ma il funzionamento a pieno regime arriva solo nel 2018.

AGI – Allentare le restrizioni quando l’incidenza delle infezioni da Sars-CoV-2 è ancora alta può portare ad un rapido nuovo picco dei casi, e quindi dei ricoveri, anche se l’Rt è inferiore ad 1. Lo dimostra uno studio basato sui dati della ‘prima ondata’ dell’epidemia, realizzato dai ricercatori di Fondazione Bruno Kessler (FBK), Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (INAIL) pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Science of the United States (PNAS).

Nello studio è stato usato un modello di trasmissione del virus per stimare l’impatto di diverse strategie di mitigazione introducendo anche la stima del rischio nei diversi settori produttivi in maniera innovativa. I risultati della ricerca sono stati utilizzati per definire i possibili scenari a seguito delle riaperture della fase 2 e per definire i possibili scenari e interventi nella fase autunnale.

Per quanto riguarda la tempistica con cui vengono riattivati i contatti sociali, la ricerca mostra che un anticipo prematuro delle riaperture può incidere notevolmente sull’andamento dell’epidemia. Ad esempio, anticipare al 20 aprile la fine del lockdown avvenuta il 18 maggio avrebbe potuto generare un incremento di circa il 500% delle ospedalizzazioni cumulative rispetto a quelle osservate da maggio fino a fine settembre.

Dall’analisi è emerso che Rt minore di 1 è necessario per permettere margine di azione dopo il rilascio delle restrizioni, mentre la bassa incidenza è necessaria per mantenere il livello dei casi, e quindi di ospedalizzazioni e decessi, approssimativamente costante dopo che Rt ritorna a valori vicini a 1 a seguito delle riaperture. Questo ad esempio è avvenuto l’estate scorsa: l’Rt a livello nazionale è stato stimato a circa 3 in febbraio, è poi sceso sostanzialmente sotto 1 nel giro di due settimane a seguito del lockdown imposto l’11 marzo ed è poi ricresciuto a valori vicini e anche leggermente superiori a 1 a seguito delle riaperture del 18 maggio.

“In particolare – spiega Stefano Merler, ricercatore Fbk – l’incidenza deve essere sufficientemente bassa da poter essere gestita dai sistemi di prevenzione con l’isolamento dei casi e la quarantena dei contatti. Basandosi sul periodo in cui i servizi di prevenzione hanno cominciato ad andare in sofferenza a causa dell’aumento di incidenza di casi durante la seconda onda, questa incidenza dovrebbe essere inferiore a circa 50 casi settimanali ogni 100000 abitanti”.

“La ricerca – prosegue Merler – mostra che il potenziale di trasmissione di Covid-19 è ancora altissimo e suggerisce estrema cautela nella scelta dei contatti sociali che vengono riattivati e nella tempistica di riattivazione degli stessi”.

Con riapertura licei si rischia ondata non contenibile

Riaprire le scuole di ogni ordine e grado e riattivare quasi completamente i contatti sociali può provocare un’onda epidemica non contenibile. L’analisi condotta non permette di distinguere tra infezione trasmessa all’interno degli edifici scolastici e infezione trasmessa durante le attività peri-scolastiche (trasporti, possibili assembramenti fuori degli edifici scolastici, attività extra-scolastiche).

Per quanto riguarda la “riapertura delle scuole, dagli asili fino alle medie – si legge nel documento – potrebbe avere un impatto limitato sulla trasmissibilità di Sars-Cov-2 a causa della minor suscettibilità all’infezione dei bambini e ragazzi fino a circa 14 anni di età”. 

AGI – I dati dell’Ema, e in particolare quelli relativi al processo di approvazione del vaccino Covid della Pfizer BioNTech, sono stati diffusi sul darkweb dopo l’attacco hacker subìto dall’agenzia europea del farmaco nel dicembre scorso, e sono stati intercettati nei giorni scorsi da alcuni esperti di cyber intelligence italiani, infiltrati sul mercato nero digitale.

Secondo quanto apprende l’AGI, che ha potuto leggere il documento riservato, consegnato alla polizia postale, si tratta di file, email, e nomi di funzionari, trafugati dal sistema e resi pubblici su un black market a cui hanno accesso almeno un centinaio di account. Poi, dopo qualche ora il materiale è stato ritirato, ma è stato comunque scaricato dal team digitale, che lo ha poi messo in mano agli investigatori.

La relazione redatta, datata 5 gennaio, è siglata dal team della società Yarix, che si occupa sicurezza informatica, e ha una sezione di ‘agenti’ che scandaglia il darkweb sotto copertura. Una scoperta frutto di mesi di lavoro di infiltrazione nella parte più oscura del web, che però ha consentito di scaricare il materiale e portarlo all’attenzione della polizia italiana, come un dirigente che segue l’indagine ha confermato all’AGI. Secondo una fonte del team, inoltre, gli stessi investigatori non erano ancora venuti a conoscenza fino a quel momento del materiale, nonostante, dopo l’attacco informatico del 9 dicembre, stessero lavorando polizie di diversi Paesi coordinate dall’Interpol. 

Il report confidenziale contiene le informazioni dell’attacco, a partire dal forum su cui i dati sono stati esposti, forse in funzione di una possibile vendita, che appare popolato da hacker russi. Uno di questi avrebbe diverse volte fatto accesso al sistema, cambiando anche nome e millantando di avere i file. Il 5 gennaio, poi, ha messo sulla piazza gli archivi chiamati “Ema Leaks”: un blocco di 33,4 Mb, e loro volta divisi in due ‘faldoni’ in formato ‘7z’ e affiancati da un file di testo con la password di estrazione. Una volta estratti i singoli archivi, risulta disponibile una parte documentale composta da 5 cartelle e 50 file.

All’interno – da quanto ha raccolto l’AGI – ci sono i commenti di coloro che hanno fatto una ‘peer review’ sul vaccino Pfizer, ovvero gli esperti di tutto il mondo che hanno valutato gli studi scientifici pubblicati dalla casa che lo ha ideato. Ma anche il report di qualità e la relazione finale di un meeting interno di Ema risalente al 26 novembre.

Sul darkweb sono finite anche le istruzioni su come ‘scalare’ il vaccino e su quale strumentazione sia adatta a riprodurlo. Non solo: alla mercè dei frequentatori del forum, c’erano anche le risposte della Fda, l’agenzia americana del farmaco, in un documento datato 20 novembre (proprio quando si avvicinava la data di distribuzione negli Usa). Infine in ‘chiaro’ anche l’agenda degli incontri riservati all’Ema per approvare la formula in Europa, in vista del V-Day che sarebbe stato fissato il 27 dicembre.

Si tratta di atti estremamente confidenziali, che citerebbero anche membri della Commissione europea. In particolare, il flusso di informazioni è stato costante dopo l’approvazione americana, per consentire l’arrivo delle prime dosi anche nell’Unione, ed è proprio in quei giorni che gli hacker si sono insinuati nei sistemi.

Non solo: l’attacco ha consentito di accedere alle mail scambiate tra funzionari. E persino – si legge nel report – di visionare screenshot rubati dal portale Eudralink, utilizzato internamente all’Ema per le comunicazioni sicure e riservato al solo personale autorizzato. 

Il contenuto dei file, i metadati ed i numerosi riferimenti a persone fisiche che lavorano per le rispettive aziende suggeriscono “l’effettiva attribuzione dei documenti del leak all’incidente di sicurezza che ha coinvolto l’Ema il 9 dicembre“, sostengono gli operatori di spionaggio informatico italiani.

Nel poco tempo in cui il materiale è stato online gli ‘ethical hacker’ del team Yarix sono riusciti a insinuarsi sotto copertura nel sistema per scaricarli e consegnarli agli investigatori. Tuttavia non sono riusciti a raccogliere informazioni tali da capire se si trattasse solo di una parte del quantitativo trafugato, oppure dell’intero archivio.

Quanto al perché un patrimonio di questo genere sia stato reso ‘pubblico’, sebbene alla ristretta cerchia di frequentatori della parte oscura della rete, le ipotesi sono diverse: è possibile che gli hacker non siano riusciti a vendere il ‘materiale’ ad eventuali concorrenti dell’azienda tedesca produttrice del siero, e abbiano quindi deciso di minacciare i proprietari, in cambio di un riscatto; oppure, come più probabile, che abbiano deciso, mancando la vendita, di dimostrare la loro forza ad una platea di potenziali clienti futuri.

AGI –  Sono entrati in azione questa mattina in una scuola di Bolzano i cani anti-Covid-19. Alla ripresa delle lezioni in presenza – minimo del 50% e massimo del 75% – degli studenti delle scuole superiori, i cani addestrati per individuare il coronavirus hanno effettuato un primo test presso il liceo scientifico di lingua tedesca ‘Peter Anich’ in via Fago a Bolzano.

Nell’aula magna dell’istituto i cani hanno annusato le mascherine lasciate dagli studenti all’interno di vaschette di cartone.

Al termine dell’operazione i cani hanno segnalato cinque ‘mascherine sospette‘. Il successivo test rapido antigenico effettuato sugli studenti ipotetici positivi ha dato esito negativo.

Nelle prossime settimane circa 2.300 studenti e studentesse di tre diversi livelli scolastici di alcune località dell’Alto Adige saranno sottoposti a questo particolare screening.

In un primo momento saranno testati gli studenti della scuola elementare in lingua italiana ‘Galileo Galilei’ di Brunico e di tutte le scuole superiori di secondo grado in lingua italiana e tedesca di Brunico. Entro fine gennaio i cani addestrati saranno 18.

AGI – Papa Francesco sulla copertina di Vanity Fair. È la seconda volta di Bergoglio sul settimanale di cultura, bellezza, moda e lifestyle. La rivista nel luglio 2013, dopo il viaggio del Pontefice a Lampedusa, lo aveva nominato “uomo dell’anno”.

Ora a Francesco il settimanale affida il compito di aprire il 2021 con il messaggio di amore e speranza: “Siamo tutti sulla stessa barca, dobbiamo diventare una grande famiglia umana”.

“Avevamo un sogno, a Vanity Fair, per la fine del 2020: iniziare l’anno nuovo con un messaggio di Papa Francesco, affidare a lui il compito di aprire il 2021 con la fiducia in un domani migliore”, scrive nel suo editoriale il direttore Simone Marchetti.

“Nei mesi scorsi, abbiamo parlato a lungo con i suoi collaboratori. E oggi siamo fieri di questo numero che riporta due grandi temi cari al Pontefice e fondamentali anche per Vanity Fair: il rispetto e l’amore per le diversità, tutte le diversità. E la speranza che il vaccino sia disponibile per tutti, senza distinzioni o nazionalismi, e soprattutto per i piu’ vulnerabili e bisognosi”.

In copertina è ritratto il volto sereno del Pontefice che ricorda una frase di San Francesco, ‘Fratelli tutti’ (titolo anche della sua terza enciclica), un invito universale rivolto a ogni uomo e donna a essere una grande famiglia umana oltre le diversità, anzi proprio accettando, amando e rispettando le diversità di tutti.

Un messaggio che Vanity Fair per la sua cover ha deciso di tradurre in diverse lingue. Un numero speciale che arriva in edicola dopo mesi di pandemia e nei primi giorni del nuovo anno per ricordare che “da una crisi come questa non si esce uguali, ma migliori o peggiori”, come aveva ricordato Francesco nell’omelia di Pentecoste.

Il messaggio del Papa continua all’interno del numero con un estratto della benedizione Urbi et Orbi di Natale concessa a Vanity Fair. Jorge Mario Bergoglio, 84 anni, è il 266esimo Pontefice: da San Francesco D’Assisi ha ereditato non solo il nome ma anche il desiderio di abbracciare tutte le diversità. 

AGI – Bar, ristoranti, trattorie ed agriturismi riaprono dopo il lungo periodo di lockdown delle feste che ha provocato una perdita di circa 750 milioni solo per la cancellazione dei tradizionali pranzi e cenoni di Natale e Capodanno. è quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che con il ritorno della zona gialla possono tornare a servire al tavolo e al bancone i 360mila locali della ristorazione presenti in Italia.

In realtà, sottolinea Coldiretti, sono molte le strutture che per le difficoltà e la situazione di incertezza hanno deciso di non riaprire anche per il calo del volume di affari dovuto all’assenza di turismo, allo smartworking e alla diffidenza ancora presente tra i cittadini con l’avanzare dei contagi da Covid. I consumi fuori casa degli italiani per colazioni, pranzi e cene fuori casa sono crollati del 48% nel corso del 2020 con una drastica riduzione dell’attività che pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato ma ad essere stati più colpiti sono i prodotti di alta gamma dal vino ai salumi, dai formaggi fino ai tartufi. Il crollo delle vendite nella ristorazione, spiega Coldiretti, non è certamente compensato dal leggero aumento del 12% che si è verificato negli acquisti familiari di alimenti e bevande nel 2020. Le difficoltà della ristorazione si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,8 milioni di posti di lavoro.

Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. Occorre salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui con l’emergenza Covid il cibo ha dimostrato tutto il suo valore strategico per il Paese. 

AGI – Un giovane genio della chirurgia che muore per overdose a soli 35 anni, l’operazione alla prostata del capo della mafia a Marsiglia, un suicidio perfetto senza impronte digitali del suicida, pentiti che concordano, un processo che discorda fino all’inverosimile, un avvocato che rivela un dettaglio fondamentale sul suggerimento di una confessione che non c’è stata. Un mistero che s’intreccia con la parabola di cosa nostra. Questa è la storia della morte di Attilio Manca. 

Comincia con una frase dei genitori: “Noi siamo certi che nostro figlio Attilio sia stato ucciso e che quella droga gli sia stata iniettata da terzi”. Le parole di Angela e Gioacchino Manca indirizzate al Presidente della Terza sezione penale della Corte di appello di Roma Gustavo Barbalinardo, riaprono una storia nera del nostro Paese: la morte dell’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) Attilio Manca. L’uomo che, secondo i pentiti, operò in Francia (a Marsiglia) Bernardo Provenzano alla prostata.

Manca era un professionista affermatissimo tanto che, a soli 32 anni, aveva eseguito il primo intervento per tumore alla prostata per via laparoscopica in Italia. Era considerato un genio. La sua vita venne spezzata a 35 anni. Rileggiamo la sua storia. 

La morte

È la mattina del 12 febbraio del 2004, Attilio Manca è a casa sua a Viterbo, senza vita. Overdose. Ma sin dal ritrovamento del cadavere vi sono episodi che spiegano come la sua morte non sia un suicidio, ma un omicidio ben organizzato con una serie infinita di depistaggi. 

A dare l’annuncio della morte è lo zio, Gaetano Manca, al nipote (e fratello di Attilio), Gianluca, intorno all’ora di pranzo. L’uomo racconta che all’interno dell’appartamento sono state trovate due siringhe, una in bagno e l’altra nella pattumiera della cucina. Stando alle sue parole – contenute negli atti d’indagine – la comunicazione gli viene fatta da una collega del medico barcellonese, l’anestesista Giuseppina Genovese. Ugo Manca, il cugino della vittima, darà invece un’altra versione: a informarli sarebbe stato il primario dell’ospedale Belcolle di Viterbo, Antonio Rizzotto.

Le indagini vengono affidate alla squadra mobile di Viterbo (allora guidata dal dottor Salvatore Gava, condannato definitivamente per falso ideologico con abuso delle funzioni per i fatti del G8 di Genova). Conclusione, overdose. La prima cosa che si fa è quella di documentare i rapporti tra Attilio Manca e una donna romana con precedenti per droga, Monica Mileti, che aveva incontrato Manca nel pomeriggio del 10 febbraio 2004 a Roma.

Ma fra questo appuntamento ed il momento del ritrovamento del corpo c’è un buco di almeno 36 ore. Cosa è accaduto al giovane medico in questo lasso di tempo?  L’ultimo segnale con il mondo Manca lo invia alla madre, con una telefonata la mattina dell’11. Telefonata che, incredibilmente, manca dai tabulati allegati alle indagini. Da allora sino alla morte nessun atto concreto. Resta la domanda senza risposta: quando morì Manca?  

Torniamo a quel 12 febbraio 2004, sono le 11.45 quando il medico del 118, dottor Gliozzi, attesta il decesso di Manca nella sua abitazione. Gliozzi rileva che Manca è morto circa “dodici ore prima” (come si legge nell’annotazione dell’ufficio prevenzione generale della questura di Viterbo). Quindi, fin da subito, negli atti ufficiali Attilio Manca muore nella notte fra l’11 e il 12 febbraio 2004.

Cosa dice l’autopsia? Che Manca è morto il 12 febbraio del 2004, un’autopsia definita “lacunosissima” dalla relazione della Commissione Antimafia del 21 febbraio 2018. E per di più fatta su incarico della procura di Viterbo dalla moglie del primario di urologia che avrebbe dato la notizia della morte del chirurgo alla famiglia di Ugo Manca. 

Finora abbiamo solo un dato certo: che Attilio Manca è morto per effetto di due iniezioni di eroina al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro. Ma su questo unico dato certo piovono altri gravissimi dubbi.

“Io ed Attilio eravamo molto amici e ci frequentavamo anche fuori dall’ambiente ospedaliero”. È il 17 dicembre del 2010, a parlare con gli inquirenti è Massimo Fattorini, collega ed amico del medico barcellonese, che rivela un dato incredibile: “Attilio era mancino” e “nel suo lavoro utilizzava solo la sinistra, sia per scrivere che per svolgere ogni altra attività. A differenza di altri dottori mancini, che riescono ad utilizzare anche la destra, lui non poteva farlo. Attilio era un mancino puro e quindi con la destra escludo che potesse fare dei movimenti precisi come quelli di farsi un’iniezione”.

Fattorini non è l’unico a far notare la questione sinistra (in tutti i sensi). È il 18 dicembre del 2010 quando Simone Maurelli, un altro amico di Manca, viene sentito dagli investigatori: “Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino. Difficilmente avrebbe potuto farsi un’iniezione con la mano destra in quanto è un’operazione che richiede precisione”.
E due. Difficile pensare a una potenziale (e doppia) precisissima puntura letale fatta da un mancino con la stessa mano sinistra in due punti diversi del medesimo braccio.

Terza testimonianza. Siamo al 20 dicembre 2010, davanti alla polizia c’è Fabio Riccardi, l’infermiere che lavorava con Manca: “Sono sicuro che Manca Attilio fosse mancino e scriveva con la sinistra. Nelle occasioni che l’ho visto operare in sala operatoria o in ambulatorio Attilio usava solo la sinistra. Visto come utilizzava la destra, gli sarebbe stato difficile iniettarsi droga con quella mano”.

Manca si drogava?

“Anche in riferimento all’ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca – si legge nella Relazione dell’Antimafia – tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui o che lo vedevano a braccia scoperte, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza”.

Quindi, con buona probabilità, Attilio Manca non si drogava. Altra domanda: sulle siringhe letali sono state trovate le sue impronte?

A darci l’incredibile risposta sono sia gli atti d’indagine degli inquirenti che la relazione della commissione Antimafia: “Sulla superficie delle due siringhe non fu rilevata alcuna impronta digitale”. Ancora: “Entrambe le siringhe erano state chiuse con il tappo salva-ago e una delle due presentava perfino il tappo salva-stantuffo”. Ricapitoliamo: Attilio Manca, per suicidarsi con una doppia dose di eroina, dopo essersela inoculata, avrebbe pulito le siringhe dalle sue impronte, le avrebbe chiuse e riposte. Saremmo dunque di fronte a un soggetto che si suicida e pensa a eliminare le proprie impronte. Incredibile.

Impronte? In casa Manca c’è quella di una mano (oltre alle ovvie dell’urologo barcellonese), è quella di Ugo Manca, è su una piastrella del bagno vicino alla doccia, cioè nella stanza più umida della casa, “quindi – si legge nella Relazione Antimafia – sul materiale e nelle condizioni più improbabili per la sua permanenza”.

Ugo Manca disse di “averla lasciata a metà dicembre 2003”, ben due mesi prima della morte del cugino, perché suo ospite una notte. Impronta permanente, a quanto pare, tanto che nello stesso appartamento non sono state trovate le impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004 (quindi solo sei giorni prima del ritrovamento del cadavere). Strano, ma vero.

Il processo, l’unico, a carico di Monica Mileti

“Questo è il suicidio morale della Giustizia” dicono all’AGI Angela e Gioacchino Manca e le parole sono indirizzate al Presidente della Terza sezione penale della Corte di appello di Roma Gustavo Barbalinardo.

Qui entra in scena l’unica persona finita alla sbarra per questa storia, un personaggio che in tutto e per tutto appare in realtà marginale. Parla Cesare Planica, legale di Monica Mileti, l’unica imputata per reati connessi alla morte dell’urologo, racconta all’AGI un fatto nuovo: “La procura di Viterbo mi aveva detto ‘ma falla confessare perché noi lo qualifichiamo quinto comma ed il quinto comma si prescrive a breve’. Sennonché io l’ho spiegato alla mia assistita e lei mi ha detto ‘ma io posso confessare una cosa che non ho fatto?’. E poi ancora: “Le dico: ‘in teoria la può confessare, perché ottiene un’utilità’. Ma si può portare una a confessare una cosa che non ha fatto? Questa (la Mileti, ndr) ha pagato di non avere detto una fesseria che metteva una pietra tombale sopra a questa storia, perché nell’attimo in cui lei confessava, la storia finiva. Ora io – commenta Placanica – questo lo posso dire, ma non posso rivelare discorsi più approfonditi che si fanno fra le parti”.

La procura di Viterbo, a dieci anni dalla morte, ha promosso un processo a carico di Monica Mileti. L’avvocato Cesare Placanica, spiega: “La Mileti è una sventurata, questi hanno dovuto dimostrare severità con qualcuno e se la sono presa con lei, ma l’ipotesi accusatoria è così debole… Che sia la Mileti che abbia ceduto una dose al povero Manca il giorno dei fatti, veramente non c’è un solo elemento in condizione di provarlo. Non c’è nulla. Che il povero Manca sia morto in conseguenza di quella dose, altrettanto, non c’è nulla che lo provi”.
I genitori di Manca raccontano: “Noi, purtroppo, non siamo più parti civili. Siamo stati esclusi all’inizio del dibattimento di primo grado dal Giudice di Viterbo su richiesta del Pubblico ministero Petroselli. A causa della nostra estromissione dal processo, la sentenza nei confronti dell’imputata è stata pronunciata senza l’acquisizione di prove fondamentali, che pure erano a conoscenza del pubblico ministero e della difesa dell’imputata”.

Ma perché i genitori di Attilio Manca non sono stati ammessi, come sempre accade, nel processo come parte civile?

“La richiesta di rinvio a giudizio fu per due reati – ci spiega il loro legale, Fabio Repici: 73 dpr 309/1990 (cessione di droga) e 586 cp (morte come conseguenza di altro delitto). In udienza preliminare i familiari di Attilio Manca si costituirono parti civili come danneggiati di entrambi i reati. Furono ammessi per entrambi. Il Giudice per l’udienza preliminare rinviò a giudizio l’imputata per cessione di droga e la prosciolse per prescrizione del reato di morte come conseguenza di altro delitto. Al dibattimento, quando noi avevamo già depositato la lista testimoniale, il Pubblico ministero chiese l’esclusione della famiglia Manca, sostenendo che non erano danneggiati dal reato di cessione di droga. Così contraddicendo – spiega Repici – l’imputazione da lui stesso formulata di “morte come conseguenza di altro delitto”, che vedeva la morte di Attilio Manca (quindi l’evento dannoso per i suoi familiari) come conseguenza della cessione di droga. L’effetto fu che l’istruttoria dibattimentale si ridusse e nessuno chiese mai l’audizione dei pentiti, nel frattempo arrivati”. Sì, perché nella trama di questa storia ci sono i pentiti, tanti. Cosa dicono i collaboratori di Giustizia?

La mafia barcellonese e l’operazione di Bernardo Provenzano

Qualche mese prima della morte del giovane Attilio, Bernardo Provenzano, superboss di Cosa Nostra e fra le menti della “trattativa” fra mafia e pezzi deviati dello Stato, venne operato alla prostata a Marsiglia, in Francia. Si trovava lì, in quei giorni, Attilio Manca?
Sono tanti, persino troppi, i collaboratori di Giustizia che parlano della morte (e della vita) dell’urologo Attilio Manca. E tutti sostanzialmente danno la stessa versione. Ma andiamo in ordine.

Il primo collaboratore che parlò dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola. Setola – si legge nella Relazione della Commissione Antimafia – “riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano”. 

Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso che,  nel corso del suo esame davanti alla corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento “a una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca”.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. “D’Amico – riporta l’Antimafia -, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese”.

Il soggetto in questione sembra essere sempre lo stesso, oramai conosciuto come “Faccia di mostro”, ovvero l’ex poliziotto, poi agente dei servizi, Giovanni Aiello.

Torniamo alla Relazione dell’Antimafia: “A questo soggetto è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale ‘avvocato Potaffio’, facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi”.

Com’è noto, il nome di Aiello è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta. L’ex poliziotto, già in servizio alla squadra mobile di Palermo fino al 1977 e poi ufficialmente posto a riposo per motivi fisici, è stato accusato da innumerevoli collaboratori di giustizia di essere stato un vero e proprio killer di Stato, al servizio di apparati deviati e di organizzazioni mafiose palermitane, catanesi e calabresi. Sulla sua appartenenza al mondo dei servizi segreti, è stato lo stesso Aiello a fornire conferma nel corso di alcune conversazioni intercettate dall’autorità giudiziaria. Aiello è deceduto per un improvviso infarto sulla spiaggia di Montauro, nei pressi di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre era indagato dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nel procedimento “’ndrangheta stragista”.

Il quinto pentito a parlare del’omicidio Manca è Giuseppe Campo, “il quale addirittura – si legge nella Relazione Antimafia – ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose”.

Simulando una morte per overdose. E nel processo a chi ha ceduto le dosi la famiglia non ha potuto partecipare. E l’imputata – Monica Mileti – per la commissione Antimafia e la famiglia sostanzialmente “non si è difesa”.

“Non riusciamo a comprendere – affermano i genitori Manca – per quali motivi l’imputata abbia rinunciato a prove che erano a lei senz’altro utili. L’unica risposta è quella che ella diede a Lorenzo Baldo, al quale dichiarò di sapere di essere un capro espiatorio. Se, però, Monica Mileti può fare ciò che ritiene anche contro di lei, quello che non possiamo comprendere, e che anzi rifiutiamo ostinatamente, è che la Giustizia italiana possa pronunciare sentenze impedendo che nei processi entrino le prove sui fatti oggetto del giudizio”. E poi la frase finale, la più amara: non si tratta più del suicidio di Attilio Manca ma del “suicidio morale della Giustizia”.

AGI – Gli aiuti ai comparti economici e agli operatori più danneggiati dal lockdown. Le risorse promesse del Recovery Fund. La distribuzione dei vaccini. C’è questo e molto altro ancora nel mirino delle mafie determinate a sfruttare fino in fondo “la grande opportunità” offerta dal Covid.

L’allarme arriva dal quarto report dell’Organismo permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso, presieduto dal prefetto Vittorio Rizzi. Novantotto pagine di analisi e dati che disegnano uno scenario poco rassicurante, nel quale ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra sono impegnate a ritagliarsi spazi sempre più ampi.

 Le recenti indagini – spiega il documento – confermano il tentativo di “accedere illecitamente alle misure di sostegno all’economia, con modalità del tutto assimilabili a quelle adottate dalla più generale criminalità economico-finanziaria (falsificazione di documenti fiscali, utilizzazione strumentale di società cartiere, coinvolgimento di esperti giuridico-contabili)”; “ottenere, da parte delle strutture sanitarie interessate, il pagamento di prestazioni rese da aziende contigue attraverso condotte corruttive”; “infiltrarsi nei servizi di sanificazione che interessano le strutture turistico alberghiere e commerciali”.

Concreto anche “il rischio che la criminalità organizzata tenti di ‘accreditarsi’ presso gli imprenditori in crisi di liquidità per imporre il ricorso a forme di welfare mediante misure di sostegno finanziario, nell’ottica di salvaguardare la continuità aziendale e di subentrare poi negli asset proprietari o di controllo, oppure eserciti forme oppressive di usura anche verso le fasce più deboli della popolazione”. Non solo: “la prossima diffusione dei vaccini potrebbe costituire l’area di interesse dei gruppi criminali in funzione dell’elevata domanda e della fisiologica bassa offerta iniziale”.

A rischio sono tutti quei settori economici “resi maggiormente attrattivi dal protrarsi della pandemia (legati alla richiesta di presidi medico-sanitari, all’utilizzo dell’e-commerce, alla vendita al dettaglio di prodotti alimentari, ai servizi di pulizia e funebri)” e quelli “più colpiti dal protrarsi della crisi, acuita dalle misure restrittive adottate per frenare l’epidemia (commercio al dettaglio, turismo, trasporti, attività di intrattenimento)”.

L’Osservatorio non esclude nemmeno “il rischio che la criminalità organizzata possa sfruttare il disagio sociale esternato nelle manifestazioni” di protesta legate alle misure anti Covid, manifestazioni a volte “degenerate in gravi episodi di scontro con le forze di polizia”. Non a caso investigatori ed intelligence “stanno monitorando le dinamiche dei contesti sociali al fine di scongiurare possibili saldature tra il malcontento diffuso, generato da situazioni di difficoltà, ed il tentativo di gruppi criminali di mettere a rischio la tenuta dell’ordine pubblico”.

E se da un lato “l’attuale periodo di difficoltà e incertezza costituisce il contesto per la proliferazione dei sodalizi mafiosi interessati a lucrare sulle ingenti risorse economiche destinate a porre rimedio alla sfavorevole congiuntura economica”, dall’altro “la fase delicata che il Paese sta affrontando potrebbe ancor di piu’ esporre gli amministratori locali a forme di contestazione che talvolta sfociano in atti di intimidazione da parte di attori non strutturati che operano anche per ottenere una visibilità mediatica amplificata dalle proteste di piazza”.

AGI – “È grave il blocco delle esportazioni di carne suina italiana attuato dalla Cina con il pretesto dei rischi per il contagio da Covid a pochi giorni dalla firma dell’accordo sugli investimenti tra Cina e Unione europea giustificato dall’obiettivo di favorire un maggiore accesso al mercato secondo lo stesso presidente cinese Xi Jinping”. Il presidente della Coldiretti Ettore Prandini commenta così l’allarme lanciato da Opas (Organizzazione prodotto allevatori suini) dopo che le autorità cinesi lo scorso 3 gennaio hanno mosso rilievi in dogana a due container di carne congelata e cartonata ritenuta rischiosa in chiave pandemia.

Si tratta – sostiene la Coldiretti – di “un’accusa paradossale e palesemente infondata che viene da un Paese sul quale pesa peraltro l’ombra dell’omertà sulla pandemia, come dimostra la partenza per la Cina dell’equipe di scienziati dell’Oms per investigare sulle origini del Covid, senza aver ottenuto ancora il via libera di Pechino. Le autorità cinesi minacciano ora di impedire a Opas e ad altre società europee di esportare la carne italiana nel gigante asiatico e di distruggere tutta la merce congelata arrivata in container presso il porto di Yantian e ora bloccata presso la dogana interna di Dong Guan. I container sono stati venduti a Cofco, la più importante società cinese di importazione di carne a partecipazione statale (6 miliardi di fatturato) che, tra l’altro, sembra coinvolta anche nel rilancio del porto di Taranto”.

“Un grave danno per l’agroalimentare made in Italy che ha investito sulle prospettive di crescita delle esportazioni sul mercato asiatico”, denuncia Prandini chiedendo “l’intervento delle autorità nazionali e comunitarie per fermare una pretestuosa guerra commerciale dagli esiti preoccupanti”.

Il timore è quello che “dietro la decisione cinese ci sia in realtà la volontà di creare ostacoli per sostenere la produzione locale di carne suina, come dimostrano gli ingenti acquisti di alimenti effettuati sul mercato internazionale dal gigante asiatico per l’alimentazione del bestiame allevato. Lo scambio commerciale dell’Italia con la Cina è peraltro profondamente sbilanciato a favore del Paese asiatico che ha esportato nelle Penisola il 24% in piu in valore di quanto ha importato, secondo le elaborazioni su dati Istat relative ai primi 9 mesi del 2020 dalle quali emerge che il blocco rischia di fermare il necessario riequilibrio”. 

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