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Il 13 maggio la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha diramato un comunicato in cui ha commentato l’incidente alle Acciaierie Venete di Padova, avvenuto il giorno stesso, dove quattro operai sono rimasti ustionati, di cui tre versano in gravi condizioni.

La Casellati, tra le altre cose, ha scritto: “Gli incidenti e le morti bianche sono ormai in costante aumento nel nostro Paese e si deve parlare di vera e propria emergenza”.

Si tratta di un’affermazione che va meglio precisata.

Le morti bianche

Secondo il bollettino INAIL più recente, riferito ai primi tre mesi del 2018, le cosiddette “morti bianche” – ovvero gli incidenti mortali sul lavoro – sono in effetti in aumento.  Le denunce di infortunio con esito mortale riferite al periodo gennaio-marzo 2018 sono state infatti 212, l’11,58% in più rispetto al periodo gennaio-marzo 2017, quando erano state 190.

Se allarghiamo il periodo preso in considerazione a tutto lo scorso anno, si conferma un leggero aumento. Nei dodici mesi del 2017 infatti, sempre secondo l’INAIL, le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto sono state 1.029, con un incremento di 11 casi rispetto ai 1.018 dell’analogo periodo del 2016 (+1,1%).

Il quadro cambia se guardiamo al medio, e a maggior ragione lungo, periodo. Fermo restando che stiamo parlando di eventi drammatici, che bisognerebbe fare ogni sforzo per evitare.

Tra il 1996 e il 2016 – i dati* degli ultimi anni sono consultabili on-line, mentre quelli antecedenti al 2012 si trovano nelle serie storiche scaricabili qui – il numero di infortuni con esito mortale ha oscillato tra un massimo di 1.528 casi nel 2001 e un minimo di 1.032 nel 2009. Dunque i numeri attuali sono comunque lontani dai massimi di inizio millennio e ancora inferiori ai minimi del periodo 1996-2016.

Se poi prendiamo in considerazione anche i decenni precedenti, si vede come il numero di morti bianche sia passato dalle 4 mila e oltre degli anni Sessanta ai numeri attuali, riducendosi quasi dei tre quarti.

Dunque, relativamente agi infortuni mortali, l’affermazione della Casellati è corretta se riferita al breve periodo (primo trimestre 2018 e anno 2017), mentre non lo sarebbe se riferita al medio o lungo periodo.

*I dati più risalenti sono più affidabili, mentre quelli recenti potrebbero ancora aumentare, dunque il confronto ha un margine di errore. Come spiega infatti l’INAIL, “L’interpretazione del confronto tra i dati di periodo richiede cautele. Va considerato che l’attribuzione dei casi di infortunio all’intervallo temporale di competenza è per ‘data di accadimento’. Quindi, in generale, la totalizzazione per particolari “chiavi” di aggregazione può essere ritardata (rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente) dall’evoluzione del caso e/o dai tempi del processo amministrativo”. Questo spiega anche la discrepanza, circa dati relativi agli stessi anni, tra diversi documenti INAIL.

Gli incidenti sul lavoro

Per quanto riguarda gli incidenti, il primo bollettino trimestrale del 2018 non riporta il numero (né è reperibile nell’Open Data dell’INAIL). Possiamo allora guardare ai dati relativi all’intero 2017.

L’anno scorso, tra gennaio e dicembre, le denunce d’infortunio pervenute all’INAIL sono state nel complesso 635.433, 1.379 in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (-0,2%).

Naturalmente c’è un certo margine di incertezza dovuto al fatto che non tutti gli incidenti – specialmente quelli non fatali – vengono denunciati, ma per questa analisi ci manteniamo sulle cifre che hanno un riscontro ufficiale.

Il numero di infortuni denunciati, stando ai numeri ufficiali, è calato nel 2017 rispetto all’anno precedente.

Se guardiamo ai dati degli ultimi anni, vediamo che questo è un trend sufficientemente consolidato. Nel 2015 gli infortuni denunciati sono stati 637.199, nel 2014 erano stati 663.627, nel 2013 695.004 e nel 2012 745.546.

Negli anni precedenti, come risulta dalle serie storiche (qui scaricabili), i numeri erano ancora superiori. Negli anni ’60 e ’70 il numero di infortuni denunciati era costantemente superiore al milione, spesso vicino al milione e mezzo. Negli anni ’80 e ’90 il numero è leggermente sceso, e ha oscillato tra i 900 mila e il milione. Solo dopo il 2001 il fenomeno è andato riducendosi progressivamente fino alle dimensioni attuali.

Insomma per quanto riguarda gli incidenti non è vero, come afferma la Casellati, che siano in costante aumento nel nostro Paese.

*Valgono qui le considerazioni riportate relativamente ai dati sulle morti bianche: i dati recenti sono soggetti a possibili evoluzioni e talvolta emergono discrepanze tra documenti INAIL, relativi agli stessi periodi ma pubblicati in diverse date.

Un confronto europeo

Per contestualizzare i dati dell’Italia, che vedono un trend di medio-lungo periodo positivo per quanto riguarda sia il numero di morti che di incidenti sul lavoro, e uno – più preoccupante – negativo di breve periodo per quanto riguarda i soli incidenti mortali, possiamo guardare ai numeri degli altri Paesi Ue.

Dallo studio INAIL “Infortuni sul lavoro: Europa a confronto”, che analizza i dati 2011-2015, emerge che in Italia la situazione sia relativamente buona, stando per lo meno alle cifre ufficiali e non potendo dar conto dei casi di infortuni non denunciati.

Per quanto riguarda gli infortuni non mortali, abbiamo un tasso (anno 2015) di 1.516 ogni 100.000 occupati. La Germania ne ha 2.091, la Francia 3.490, la Spagna 3.151 e la media Ue è di 1.642.

Per quanto riguarda gli infortuni non mortali, abbiamo un tasso (anno 2015) di 1.516 ogni 100.000 occupati. La Germania ne ha 2.091, la Francia 3.490, la Spagna 3.151 e la media Ue è di 1.642.

Per quanto riguarda poi gli infortuni – di cui lo studio comparativo INAIL non dà i numeri ma li rappresenta in questo grafico (in basso) – si vede come non solo l’Italia sia andata migliorando negli anni presi in considerazione, ma anche come la sua situazione sia comparativamente migliore della media Ue, di quella francese e spagnola, e molto simile a quella tedesca.

Conclusione

In Italia negli ultimi mesi si è assistito a un aumento delle morti bianche. L’aumento è fortunatamente contenuto e, considerando un periodo di tempo più lungo, si può dire che il fenomeno sia in costante calo da anni. Dal confronto con la situazione degli anni ’60 emerge infatti che il numero di infortuni mortali sul posto di lavoro si è ridotto di circa tre quarti.

Il numero di infortuni totali denunciati risulta in calo anche dai dati più recenti disponibili. Dopo un leggero aumento nel 2016 rispetto al 2015, nel 2017 il numero di tali incidenti è andato diminuendo. Se poi guardiamo al medio-lungo periodo di nuovo emerge un trend incoraggiante, con il totale degli infortuni denunciati che si è più che dimezzato nel corso degli ultimi cinquant’anni.

La Casellati è dunque leggermente imprecisa, ma ha sostanzialmente ragione, se consideriamo solo l’ultimissimo periodo, ma risulta invece avere torto se analizziamo l’andamento del fenomeno negli ultimi anni e decenni.

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2018-05-15 10:06:55 UTC

AGI

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5

AGI rating logo AGI Verdetto:

Controverso

Gli incidenti e le morti bianche sono ormai in costante aumento nel nostro Paese e si deve parlare di vera e propria emergenza
Elisabetta Casellati
Presidente del Senato
 

Comunicato
domenica 13 maggio 2018
2018-05-13

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

In Italia la sperimentazione sul campo dei Taser, le pistole elettriche, deve ancora concretamente iniziare, ma già c’è chi contesta l’applicazione e le regole attualmente previste per tale strumento, chiedendo di renderle più permissive. Soprattutto, in ballo sembra esserci l’identità che dovrebbero assumere queste pistole nel nostro Paese. Per ora infatti sarebbero considerate “arma propria”, e il loro utilizzo dovrebbe essere consentito esclusivamente nei casi previsti dalla vigente normativa sulle armi. Ma questa definizione potrebbe cambiare, anche perché a premere per modificarla ci sono le forze di polizia, che vorrebbero rendere i Taser uno strumento intermedio tra l’arma da fuoco e il manganello, estendendone gli ambiti di utilizzo. 

La sperimentazione in sei città 

Ma facciamo un passo indietro. Come è noto, a marzo viene diramata una circolare della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, che dà il via libera a una sperimentazione del Taser – le pistole che trasmettono una scarica elettrica con l’obiettivo di immobilizzare una persona – in sei città: Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia. Uomini delle volanti (ma anche dell’Arma) dovranno seguire una fase di formazione nel rispetto di alcune linee guida e, viene riportato da alcuni media, di un disciplinare approvato dal Ministero della Sanità (di cui parliamo dopo). La sperimentazione è stata resa possibile da un emendamento infilato nel decreto legge sulla sicurezza degli stadi del 2014, sotto l’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Quale modello sarà usato 

A venire utilizzato è il modello X2 del Taser, prodotto dalla società americana Axon (che prima si chiamava appunto Taser, ma un anno fa ha cambiato nome). Sono pistole che sparano due dardi, collegati a fili conduttori, che trasmettono una scarica elettrica di 5 secondi. Il modello X2, introdotto nel 2011, secondo una indagine di Reuters trasmetterebbe 63 microcoulomb di elettricità, dimezzando quella di precedenti e contestati modelli, come l’X26. (Il riferimento che si trova a volte ai 50mila volt sarebbe impreciso, perché va misurata la carica che raggiunge il corpo). Tuttavia la carica effettivamente trasmessa può variare a seconda delle circostanze, o di cosa colpiscono i dardi (vestiti o pelle). AGI ha contattato il produttore Axon per avere dettagli su questo e altri aspetti, ma in questa fase di test preferisce non rilasciare commenti. 

Le linee guida tecnico-operative sulla sperimentazione 

Ad ogni modo, nemmeno nelle “linee guida tecnico-operative sull’avvio della sperimentazione della pistola elettrica denominata Taser modello X2”, emanate a febbraio per la prova sul campo italiana, ci sono questi dettagli. Ci sono però delle indicazioni giuridiche ed operative. Il Taser è “un’arma propria”, secondo l’attuale normativa sulle armi – spiega il documento – “che fa uso di impulsi elettrici con la proiezione a corto raggio di due dardi, che rimangono collegati all’arma per mezzo di fili conduttori, per inibire le funzioni motorie”. Ha una doppia cartuccia “che consente di replicare il doppio colpo”; “una durata determinata e massima di 5 secondi della scarica”; “possibilità di rinviare gli impulsi elettrici”. 

Uso alternativo all’arma da fuoco 

La parte centrale però sono i presupposti d’uso. “Il suo utilizzo è consentito esclusivamente nei casi previsti dalla vigente normativa per l’uso delle armi. L’utilizzo dell’arma in argomento è alternativo a quello dell’arma da fuoco, nei casi in cui sia necessario immobilizzare temporaneamente il soggetto”. E sotto la voce “precauzioni”, il documento si limita ad osservare che l’uso dell’arma deve considerare il contesto e i rischi associati con la caduta; la condizione di vulnerabilità del soggetto da colpire (attingere, si dice in gergo), e nello specifico un “evidente stato di gravidanza o disabilità motoria”; o ancora, nel caso ci sia rischio di incendi, esplosioni o il soggetto sia ricoperto di liquidi infiammabili.

Le richieste dei sindacati di polizia 

Ora, lo scorso 19 aprile si è svolto un incontro fra il Direttore Centrale per gli Affari Generali della Polizia di Stato, Prefetto Filippo Dispenza, e i sindacati di polizia per un esame di alcune nuove dotazioni tra cui il Taser. In questa occasione alcune sigle hanno chiesto esplicitamente di modificare le linee guida. Tra questi il Coisp, che in un documento sull’esito dell’incontro ha espresso preoccupazione per i limiti di utilizzo derivanti dalla normativa italiana. “Abbiamo chiesto la modifica delle attuali linee guida”, conferma il segretario generale del Coisp, Domenico Pianese, ad AGI. “Vogliamo che sia introdotta una normativa ad hoc per il Taser, che sia considerato uno strumento di difesa degli operatori di polizia e che non sia classificato come un’arma”. Per Pianese il Taser dovrebbe essere “uno strumento intermedio fra l’arma da fuoco e lo sfollagente”, ma se invece “viene inquadrato come un’arma si incorre nelle stesse limitazioni delle armi che di fatto lo renderebbero inutilizzabile”.  

In quanto alla sperimentazione – che, dice Pianese, ancora non è davvero partita, dovrebbe farlo entro l’estate – si tratta di dotare del personale di polizia, dopo averlo formato, di pistole Taser durante il turno di servizio, “e solo se ci saranno le condizioni per poterlo utilizzare sarà sperimentato, ma potrebbe anche succedere che non venga mai impiegato”. 

“Taser come dipositivo intermedio” 

Sulle linee guida intanto un altro sindacato di polizia, l’Fsp (ex Ugl), va ancora più nel dettaglio, e in una lettera inviata al ministero dell’Interno, chiede una serie di modifiche al testo. Tra queste domanda che il Taser sia definito un “dispositivo intermedio tra gli attuali strumenti di coazione fisica e l’arma da fuoco”. E che il suo utilizzo invece di “essere alternativo all’arma da fuoco” dove sia “necessario” immobilizzare qualcuno, debba essere “previsto altresì nei casi in cui si renda consigliato” farlo. L’Ugl vuole anche togliere indicazioni sulla “distanza consigliabile” di massima (fra i 3 e i 7 metri) per fare il tiro, in quanto facilmente sindacabile, e vuole eliminare anche la frase in cui si dice di considerare il contesto e i rischi associati alla caduta della persona. 

Rischi e indicazioni di utilizzo 

Questo è un aspetto interessante perché è uno dei pochi dove in effetti ci sono delle indicazioni di cautela dello stesso produttore. Axon afferma che non esistano vittime la cui morte sia stata causata direttamente dalla scarica del Taser (alcune indagini giornalistiche come vedremo sostengono il contrario). E tuttavia, riferisce Reuters, la stessa azienda avrebbe ammesso che di 24 morti per il Taser, la maggior parte sia stata dovuta a cadute in cui si erano spaccati la testa o il collo, o a causa di incendi.  
 
D’altra parte, secondo la già citata indagine di Reuters, Axon avrebbe fornito alla polizia americana delle pagine sulle precauzioni nell’utilizzo del Taser, in cui si metteva in guardia da alcune categorie più a rischio. Tra queste ci sarebbero le donne incinte, i bambini, gli anziani, persone particolarmente fragili, persone sotto l’effetto di sostanze e con problemi cardiaci. Di tutte queste categorie non si fa riferimento nelle linee guida sulla sperimentazione italiana, ad eccezione di donne “in evidente stato di gravidanza”.

Esistono indicazioni del Ministero della Salute? 

Non è nemmeno chiaro se queste indicazioni esistano nel già citato disciplinare del Ministero della Salute. AGI ha chiesto informazioni al Ministero in proposito ma non ha avuto risposta. Nemmeno i sindacati, dice ancora Pianese, avrebbero avuto per ora informazioni di sorta su documenti del ministero della Salute, o su possibili effetti del Taser, o su categorie e situazioni a rischio, al di fuori di quelle succinte delle linee guida. Gli unici che sembrano preoccuparsene sono quelli del sindacato di polizia Siulp-Cgil, secondo il quale “l’Amministrazione dovrà garantire che l’eventuale utilizzo del Taser né possa nuocere alla salute (ad esempio per chi abbia patologie cardiache) del soggetto nei cui confronti verrebbe utilizzato né vi possano essere conseguenze penali, amministrative e civili a carico dell’utilizzatore, ovvero l’operatore di Polizia”. 

Axon in Italia 

Axon ha iniziato la sua penetrazione nel mercato europeo qualche anno fa. Insieme al suo rebranding, per cui nel 2017 ha cambiato nome, l’azienda ha iniziato a estendere la sua gamma di prodotti, includendo videocamere indossabili e servizi cloud dove salvare registrazioni. Nei mesi scorsi la polizia municipale di alcune città italiane (tra cui Treviso, Savona, Padova, Salerno) ha iniziato a usare alcune di queste videocamere indossabili (body cam) per riprendere situazioni critiche in strada, ma solo quando l’operatore decida di far partire la ripresa. Axon fornisce anche videocamere da abbinare ai Taser, che dovrebbero azionarsi quando le pistole sono estratte, ma a quanto risulta ad AGI la sperimentazione in corso in Italia non include l’uso di tali body cam. 

Gli studi sui rischi 

Come già accennato, secondo l’azienda i rischi di mortalità o gravi ferimenti causati direttamente dal Taser sarebbero bassissimi. Axon, dal suo stesso sito, rimanda a uno studio del 2009, in base al quale il 99,75 per cento dei sospetti colpiti col Taser non avrebbero subito danni gravi. Una indagine Reuters dell’anno scorso però tratteggia un quadro diverso. L’agenzia giornalistica ha documentato, negli Stati Uniti – dove il Taser è diffuso in maniera massiccia – 1.005 casi in cui delle persone sono morte successivamente a essere state anche colpite col Taser, a partire dall’inizio degli anni Duemila. Il problema è che in molti di quei casi è difficile risalire a cosa sia effettivamente successo, oltre all’uso del Taser. Tuttavia Reuters ha analizzato le autopsie di 712 di questi casi e in 153 episodi (cioè in più di un quinto), il Taser veniva citato come una causa o un fattore che ha contribuito. Molte delle altre autopsie citavano una combinazione di condizioni mediche e cardiache, l’abuso di sostanze e altre forme di trauma. Negli Stati Uniti ci sono anche molti episodi in cui il Taser è stato abusato dalla polizia che ha inflitto più scariche di quelle consigliate o in contesti in cui non avrebbe dovuto usarlo. L’indagine di Reuters mostra anche come sono effettivamente usate le pistole elettriche negli Stati Uniti. Un quarto delle persone morte soffrivano di problemi mentali; in nove incidenti su dieci, la vittima non era armata. 
 
“Uno dei problemi principali è la mancanza di ricerca indipendente e di studi di qualità”, dichiara ad AGI James Brophy, professore al dipartimento di medicina ed epidemiologia della McGill University, e già membro della commissione canadese incaricata di analizzare l’impatto delle pistole elettriche, che nel 2013 concluse che non ci fossero abbastanza elementi per valutare i rischi effettivi di tali armi. “Ovviamente i Taser sono più sicuri delle pallottole ma non sono neppure interamente innocui”, prosegue Brophy. “Nel complesso, il rischio di mortalità è basso, ma non zero, per cui favorirei sempre, se possibile, interventi senza Taser.  E lo eviterei laddove ci siano condizioni cardiache preesistenti, anche se è impossibile saperlo al momento del suo utilizzo. Lo eviterei anche su persone sotto effetto di stupefacenti, così come eviterei shock ripetuti e spari al torace perché sembrerebbero incrementare il rischio di mortalità”. 

Le associazioni per i diritti 

Chi è nettamente contrario all’introduzione del Taser in Italia sono associazioni come Antigone, che si occupa di diritti nel sistema penale. Non appena era uscita notizia della nota della Direzione Anticrimine sul via libera alla sperimentazione, l’associazione aveva espresso subito la sua contrarietà. “Il punto principale è che, laddove sono usate, le pistole elettriche non sono alternative alla pistola tradizionale ma al manganello”, commenta ad AGI Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. “Quindi si assiste a un aumento della violenza, non a una sua diminuzione. Gli organismi internazionali per la prevenzione della tortura dicono che l’uso di questi strumenti si presta facilmente ad abusi; inoltre finisce per essere alternativo a pratiche normali di ordine pubblico, anche perché la criminalità vera e il terrorista si muovono con la pistola”. 
 
Nelle scorse settimane, è stata anche presentata un’interrogazione parlamentare al ministero dell’Interno e della Salute, a firma di Fratoianni e Palazzotto (LeU), in cui fra le altre cose si chiede “se il Ministero della salute abbia svolto o intenda svolgere un’indagine in relazione alla sperimentazione della pistola elettrica Taser, con particolare riguardo ai rischi sulla salute, come previsto dalla legge, in particolare a tutela delle categorie più vulnerabili (donne incinte, minori, malati di cuore e anziani)”, e “quali siano i costi della sperimentazione sopra richiamata e le aziende coinvolte, considerato che per gli interroganti sarebbe più utile investire queste risorse in formazione delle forze di Polizia o in strumenti logistici (autovetture, vestiario)” ecc.  
 
Del ministero della Salute abbiamo già detto prima. In quanto ai costi la domanda è a sua volta interessante, anche considerato il fatto che un Taser X2, secondo il suo manuale, avrebbe una “vita utile” di cinque anni.

Mazzette, favori, 'talpe', informazioni sensibili rubate, 007 e investigatori infedeli, rapporti pericolosi con i boss, ricatti e dossieraggi per sostenere un vasto sistema di potere e il grande inganno antimafia. Ingredienti venefici di questa sorta di spy story, fatta di tradimenti e affari, che ha come protagonista un 'eroe' decaduto della legalità, Antonello Montante, l'ex presidente di Sicindustria, indagato dal 2016 per concorso esterno in associazione mafiosa, ma finora al vertice della Camera di commercio di Caltanissetta e presidente di RetImpresa Servizi srl di Confindustria nazionale. Capace anche di condizionare alcune nomine e scelte nelle ex Giunte Crocetta. Per la procura nissena, che ha ottenuto il suo arresto, quello di alcuni investigatori e di un imprenditore, era il manovratore di una rete capace di intercettare e distorcere informazioni sulle indagini che lo riguardavano e di preservare la sua immagine e la sua influenza.

Un sistema di potere

Snodi di un "sistema di potere", ha spiegato il procuratore Amedeo Bertone, costruito con la complicità di soggetti delle istituzioni. Contestata l'accusa di associazione a delinquere finalizzata all'accesso abusivo al sistema informatico e alla corruzione. Tra gli arrestati Giuseppe D'Agata, ex capocentro della Dia di Palermo, dopo un periodo nei Servizi tornato tra i carabinieri; Marco De Angelis, sostituto commissario in servizio alla prefettura di Milano; Ettore Orfanello, ex comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Palermo; Diego Perricone Di Simone, ex sostituto commissario della Squadra mobile di Palermo, attualmente security manager di Confindustria nazionale; nonché l'imprenditore nisseno della grande distribuzione Massimo Romano. Sospeso per un anno Salvatore Graceffa, vice sovrintendente della polizia a Palermo.

Politici e 007, la rete occulta

In tutto 22 gli indagati. Nell'elenco, non destinatari di misure restrittive, anche l'ex presidente del Senato ed esponente di Forza Italia Renato Schifani; l'ex generale Arturo Esposito, ex direttore del servizio segreto civile (Aisi); Andrea Cavacece, capo reparto dell'Aisi; Andrea Grassi, ex dirigente della prima divisione del Servizio centrale operativo della polizia; Romeo Letterio, nella qualità di comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Caltanissetta; Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di finanza di Caltanissetta e poi capocentro della Dia nissena; Mario Sanfilippo, ex ufficiale della polizia tributaria di Caltanissetta. Indagati anche il professore Angelo Cuva e Maurizio Bernava.

L'oggetto principale del procedimento, spiegano i magistrati, va individuato "nell'illecito sistema di potere" che l'industriale nisseno ha ideato e attuato nel tempo, "grazie a una ramificata rete di relazioni e complicità intessuta con vari personaggi inseriti ai vertici dei vari settori delle istituzioni". Montante "ha infatti con ogni mezzo tentato di indurre al silenzio le persone in grado di riferire circostanze compromettenti sul suo conto", in particolare sui rapporti intrattenuti in passato con esponenti mafiosi della provincia di Caltanissetta, "operando in modo da screditarne l'attendibilità, così da annullare il valore del contributo da queste offerto per l'accertamento della verità".

Boss, paladini e depistaggi

Ripetuti tentativi di depistare le indagini, "peraltro ispirati da fughe di notizie riconducibili a contesti istituzionali prezzolati". Una rete di complicità che era una vera e propria "centrale occulta di potere", che ha consentito a Montante di occupare progressivamente rilevanti posti di potere, fino ad arrivare a scalare i vertici di Confindustria.
Una volta ai vertici di Confindustria, grazie ai ripetuti favori elargiti, in particolare sotto forma di assunzioni di parenti ed amici, Montante si è dimostrato in grado di "condizionare pesantemente l'attività di vari uffici pubblici, in particolare di vari appartenenti ad organismi di polizia". In particolare, è emerso il sistematico ricorso all'operato di appartenenti infedeli alla polizia di Stato per carpire abusivamente, attraverso accessi alle banche dati, notizie sensibili riguardanti la vita privata di una serie impressionante di soggetti a lui invisi; accertata l'esistenza di una rete di informatori corrotti, pronti a trasmettergli le informazioni "sensibili" contenute nella banca dati della polizia penitenziaria; Montante si garantiva anche il monitoraggio preventivo dei collaboratori di giustizia che avevano riferito circostanze a suo carico. 

Sono state le dichiarazioni rese da due imprenditori – un tempo assai vicini ad Antonello Montante, arrestato dalla Squadra mobile di Caltanissetta – l'ex assessore regionale Marco Venturi e l'ex presidente dell'Irsap Alfonso Cicero, a disvelare come la rete di relazioni che l'ex presidente di Sicindustria e presidente della Camera di commercio finito ai domiciliari insieme a esponenti delle forze dell'ordine, era riuscito ad instaurare, "sbandierando il vessillo della legalità, di cui si era fatto propugnatore e paladino", servisse in realtà – riferiscono i magistrati della procura di nissena – ad occultare i rapporti che egli aveva in passato certamente intessuto e coltivato con esponenti di spicco della criminalità organizzata". 

Anche alcuni pentiti hanno parlato dei rapporti stretto con i boss Paolo e Vincenzo Arnone (entrambi al vertice della cosca di Serradifalco e testimoni di nozze di Montante). "Pur confermando i diretti rapporti intrattenuti da Montante con uomini di vertice di Cosa nostra", le risultanze, avvertono i magistrati, non sono risultate sufficienti per "configurare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa". 

La stanza dei dossieraggi

Ciononostante, le indagini svolte hanno dimostrato come Montante, al fine di preservare l'immagine faticosamente costruita di "uomo della legalità", giocando in sostanza d'anticipo, abbia ispirato la sua azione "a una continua, spregiudicata attività di dossieraggio, raccogliendo abusivamente informazioni riservate sul conto dei suoi nemici, anche solo potenziali, ciò al fine di impedire che gli antichi legami intessuti con i boss mafiosi, potessero in qualche modo tornare a galla, ovvero al solo fine di screditare persone a lui invise o in grado di contrastare i suoi interessi".

Occupazione spasmodica di Montante era precostituire documentazione da spendere in futuro per neutralizzare possibili future accuse, puntualmente accreditando la tesi del complotto ai suoi danni in ragione del suo impegno sul fronte antimafia. Nel 2016 nel corso di una perquisizione nell'abitazione di Montante di Serradifalco, la Squadra mobile di Caltanissetta ha trovato una 'stanza segreta' al piano seminterrato, il cui accesso era nascosto da una finta parete a libreria, con una porta blindata. L'analisi del contenuto di un file Excel ha messo in risalto la certosina annotazione di incontri ed appuntamenti, nonché di telefonate e messaggi di testo (inviati e ricevuti) da soggetti appartenenti ad ogni contesto, prevalentemente istituzionale, nonché la registrazione di conversazioni intrattenute con terzi, effettuate personalmente o per il tramite di soggetti di fiducia, la conservazione di documentazione della piu' svariata natura, ivi compresa quella attestante vari "favori" richiesti a Montante nel corso del tempo.

La strategia messa in campo da Montante risulta dunque essere stata quella di screditare sistematicamente in via preventiva tutti coloro che nel tempo si sono posti in maniera critica nei suoi confronti, via via tacciandoli di "mafiosità" o di non meglio precisate collusioni con un sistema di potere al cui interno poter ricomprendere, di volta in volta e in maniera indiscriminata, tutti coloro che non si adeguavano al 'nuovo corso' "da lui voluto e propugnato in nome della legalità, veicolando all'esterno l'immagine di una svolta legalitaria solo proclamata".

I primi segni della presenza di 'xylella fastidiosa', il batterio che porta al disseccamento, comparvero sugli ulivi del Salento nel 2008. Per certificarne la presenza in maniera scientifica fu necessario attendere il 2013, quando fu chiaro che il batterio, portato da un insetto chiamato 'sputacchina', poteva essere tra le cause del disseccamento rapido di centinaia di alberi. Anche sull'origine non ci sono certezze, l'ipotesi più accreditata vorrebbe che, a innescare la batteriosi, sia stata l'importazione di piante ornamentali dal Costarica, anche se è difficile dare, in proposito, risposte certe.

La situazione resta grave

A distanza di quattro anni dalle prime misure emanate per cercare di arginare la diffusione della malattia, la situazione in Puglia resta grave. La linea che separa le zone con alberi malati da quelle ancora indenni si è alzata parecchio, attestandosi appena al di sotto della provincia di Bari. La fascia denominata 'cuscinetto' è tracciata lungo una linea ideale che va dal mar Ionio all'Adriatico e attraversa i territori di Taranto, Statte, Crispiano, Martina Franca, Locorotondo, Cisternino, Fasano. La zona comprende pezzi delle province di Brindisi e Taranto e anche un piccolo quadrato nell'agro di Locorotondo in provincia di Bari. Il pericolo fa tremare gli olivicoltori pugliesi ancor più che in passato, considerato che nelle province Bari e Bat si concentra il maggior numero di aziende olivicole della regione. 

L'impatto sulla produzione

Stando ai dati forniti recentemente dal presidente del Cno (Consorzio nazionale olivicoltori), Gennaro Sicolo, per la stagione 2018-19 in Puglia si prevede un calo della produzione olivicola attorno al 60% a causa dei danni provocati dalla xylella nella Puglia meridionale e dalle gelate in quella centro-settentrionale. È da ricordare che la Puglia è la regione dove maggiore è la produzione olivicola di cui l'Italia, con la Spagna, detiene la leadership nel mondo. La riduzione più significativa delle produzioni, legata al batterio killer, è quella del Salento.

Quanti sono gli alberi colpiti?

La xylella in realtà non intacca le olive, quindi non inficia la qualità dell'olio, ma fa seccare gli alberi, portandoli alla morte nel giro di pochi anni. Il primo focolaio di malattia fu scoperto nel Gallipolino ed è lì che oggi molti uliveti sono veri e propri cimiteri. Il numero degli alberi ammalati non è definibile, considerato che non è mai stato fatto un vero e proprio censimento. Il Cnr nel 2016 indicò il numero di 2 milioni ma, tra disseccamenti ed eradicazioni, è difficile fare un conteggio. Di sicuro c'è che attualmente la Regione ha individuato come "da eradicare" circa 3.000 ulivi nella cosiddetta "fascia di contenimento" (al di sotto della "fascia cuscinetto"), che si estende sempre dal mar Ionio all'Adriatico ma comprende un territorio più ampio.

Alcune stime parlano di circa 11 milioni di piante da considerarsi perdute. Nella fascia in cui rientrano molti paesi della Valle d'Itria: da Ostuni a Fasano, Ceglie, Cisternino, si trovano molti parchi di ulivi monumentali che risultano tutelati. Proprio la presenza di forti vincoli – stando a quanto ha spiegato il direttore del Dipartimento agricoltura della Regione Puglia, Gianluca Nardone – rappresenta un limite alla possibilità di eradicare velocemente gli alberi malati. "Per ogni albero bisogna chiedere singoli permessi al ministero – ha detto Nardone durante un convegno a Bari – e questo rallenta moltissimo le operazioni".

La giravolta di Emiliano

Per cercare di aggirare tale ostacolo, il governatore Michele Emiliano ha chiesto al Governo un decreto, che autorizzi l'eradicazione di tutti gli ulivi malati dalla fascia di contenimento. Tale presa di posizione ha determinato attacchi durissimi nei confronti di Emiliano, considerato che proprio il governatore pugliese nel 2015 aveva preso posizione contro i tagli chiedendo la fine del commissariamento e la presa in carico dell'emergenza xylella da parte della Regione.

A spingere, invece, per eradicazioni diffuse e rapide fu, all'epoca, il commissario del governo, Giuseppe Silletti (generale del Corpo Forestale da qualche settimana in pensione), che aveva elaborato un piano per eliminare 3.000 piante malate nelle province di Lecce e Brindisi. Quel piano, a dicembre 2015, fu bloccato dalla Procura di Lecce, che sequestrò gli alberi e inviò avvisi di garanzia a dieci persone, tra cui lo stesso commissario Silletti, ricercatori del Cnr e dell'Università di Bari e funzionari della Regione. I reati contestati furono diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa e colposa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico commesso da pubblico ufficiale, getto pericoloso di cose, distruzione di bellezze naturali.

Le tante questioni in sospeso

A distanza di due anni e mezzo dal sequestro, l'inchiesta non è ancora arrivata alla sua conclusione. Così come non è finita la battaglia tra alcuni agricoltori salentini, spalleggiati dagli ambientalisti, che si oppongono, nel nome della tutela dell'ambiente, alle eradicazioni, e altri agricoltori, sostenuti invece dalle categorie produttive, che sollecitano l'applicazione immediata delle norme sui tagli. Allarmi ripetuti sulla perdita di prodotto sono stati lanciati da Coldiretti, Copagri, Cna agricoltura, Cno. A Presicce, nel Basso Salento, è stata avviata la sperimentazione relativa a varietà di ulivi che sembrano essere resistenti alla xylella fastidiosa, poiché l'Unione Europea ha eliminato il divieto di reimpianto imposto nel 2014 e dunque molti imprenditori sperano di poter sostituire interi uliveti malati con alberi più resistenti.

Intanto, tra indecisioni e incertezze, polemiche e inchieste senza conclusione, l'Italia rischia di un deferimento alla Corte di giustizia europea per non essere adeguatamente intervenuta per contrastare la Xylella, ovvero oltre al danno la beffa. 

Tutti pronti ad armarsi di zanzariere, repellenti e lozioni anti-prurito. È iniziato il periodo delle zanzare. In particolare, è cominciata la stagione della terribile zanzara tigre, la stessa che proprio lo scorso anno ha causato focolai di Chikungunya nel Lazio e in Calabria.

"Questo è il periodo in cui le uova delle zanzare deposte a ottobre o novembre dello scorso anno iniziano a schiudersi", riferisce Alessandra della Torre, docente associato di parassitologia dell'Università La Sapienza di Roma. "Anche se l'emergenza Chikungunya dello scorso anno è passata – ha aggiunto l'esperta – non possiamo escludere che possa succedere di nuovo".

Di certo c'è che questo meteo pazzo potrebbe favorire le zanzare tigre, specialmente se sarà seguito da un rialzo delle temperature. "Le piogge di questi giorni, intervallate dal caldo, favoriscono la schiusa delle uova", ha sottolineato l'esperta. Due infatti sono le condizioni ideali per la zanzara Anopheles: l'acqua e il caldo.

"Le uova della zanzara tigre – spiega della Torre – si trovano nelle pareti delle caditoie stradali o di contenitori d'acqua comunemente presenti nell'ambiente. Con le piogge il livello dell'acqua si innalza, le uova vengono sommerse e liberano larve il cui sviluppo è favorito dalle alte temperature".

Ecco perché quello che possono fare i cittadini potrebbe essere più efficace di quello che possono fare le disinfestazioni pubbliche. In primis, facendo attenzione alla pulizia dei giardini e dei terrazzi. "Le uova della zanzara tigre – sottolinea della Torre – si trovano dove c'è acqua stagnante, come ad esempio nei sottovasi. Bisogna assicurarsi di svuotarli ogni 4-5 giorni per rimuovere anche le larve". A livello pubblico è importante la pulizia degli spazi dove si accumula l'acqua ed il trattamento dei tombini.

"Per questi esistono insetticidi biologici efficaci, e a bassissimo impatto ambientale, che andrebbero utilizzati ogni 2-3 settimane", ha detto l'esperta. "I privati spesso si avvalgono di disinfestazioni che prevedono il rilascio di insetticidi in aria, una pratica però a forte impatto ambientale e con un efficacia a breve termine, che andrebbe scoraggiata a favore della lotta anti-larvale i cui effetti sono più duraturi", aggiunge. Infine, l'esperta raccomanda qualche semplice consiglio per proteggere se' stessi e i bambini. "La zanzara tigre tende a pungere all'esterno e di giorno. Quello che possiamo fare – ha detto della Torre – è coprirsi quanto possibile con i vestiti e utilizzare repellenti cutanei. Ma attenzione: queste lozioni si diluiscono con il sudore e poi non fanno più effetto. Bisogna quindi ricordarsi di rimetterle più volte". 

Meglio i commissari straordinari. La politica può rimanere fuori anche questa volta. Benvenuti a San Luca, il paese dell'Aspromonte dove da tre anni "saltano" le elezioni comunali. Nessuna lista, nessun candidato, ma l'appello di un gruppo di cittadini che preferisce la terna commissariale ad un sindaco, una giunta ed un consiglio comunale regolarmente eletti.

La convocazione dei comizi elettorali e la presentazione delle liste possono attendere anche questa volta. Nessuno, infatti, ha presentato candidatura entro le 12 di ieri, quando sono scaduti i termini in vista della tornata elettorale del 10 giugno prossimo. Nel palazzo comunale, sin dal 2013, siede una commissione straordinaria, insediata dopo lo scioglimento del Consiglio per infiltrazioni mafiose. L'ultima volta che i sanluchesi hanno eletto un sindaco risale addirittura al 2008, quando uscì vincente l'avvocato Sebastiano Giorgi, a capo di una coalizione civica. Da allora, urne e palchi per i comizi sono rimasti chiusi nel deposito. Il primo, ed unico, tentativo di ridare organismi democraticamente eletti risale al 2015, quando venne presentata una sola lista, la coalizione civica "Liberi di ricominciare" che, però, non raggiunse il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Da allora, ogni anno, il tentativo di tornare alle urne. Sempre fallito. Nessuno, infatti, vuole amministrare il comune calabrese noto, purtroppo, anche per i condizionamenti della criminalità organizzata, la faida di Duisburg e l'epoca dei sequestri. Eppure, San Luca è pure tanta cultura e panorami suggestivi. È il paese che ha dato i natali a Corrado Alvaro.

Leggi anche: Da uno scherzo finito male alla strage di Duisburg, storia della faida di San Luca

Perché i cittadini preferiscono i commissari

È arroccato nella suggestiva area dell'Aspromonte. Ma tutto questo non è mai diventata un'occasione di sviluppo. Anche quest'anno, dunque, nessuna lista. I seggi non saranno allestiti. E non ci sarà la festa in piazza per augurare buon lavoro al nuovo sindaco e alla sua squadra. "Meglio i commissari", evidenziano alcuni cittadini, "almeno hanno ridato un minimo di regole al nostro paese". E poi c'è quell'ombra di scetticismo rispetto ai legami con la 'ndrangheta: "Il rischio è che chiunque siano gli eletti, qualcuno possa poi affermare legami di parentela sospetti, portando all'ennesimo scioglimento".

Il paese è piccolo, poco meno di quattromila abitanti, per cui ognuno ha in famiglia qualche legame sospetto, dubbio, pericoloso. Ed allora, "restino pure i commissari". L'ombra della 'ndrangheta a San Luca è piu' di un effetto mitologico. Dall'anonima sequestri, alla faida tra cosche rivali, culminata il 15 agosto del 2007 con la strage di Duisburg: sei morti ammazzati per proseguire l'interminabile scia di sangue tra le famiglie Pelle-Vottari in guerra con i Nirta-Strangio. Lo scorso anno c'era stato un sussulto. L'ex giudice Romano De Grazia e il sindacato di polizia Coisp avevano lanciato un progetto: la candidatura dell'allora segretario regionale del sindacato, Giuseppe Brugnano, a sindaco. Era stato avviato anche un percorso politico, con incontri che avevano aperto le porte del palazzo comunale ad associazioni e movimenti locali. Ma non ha portato a nulla. Oggi ci riprova anche Klaus Davi: "Chiedo alla Prefettura e al Ministero degli Interni – ha scritto il giornalista opinionista – che ci sia una proroga per la presentazione delle liste elettorali, sono pronto a candidarmi a sindaco di San Luca". Quale possa essere l'effetto di quest'ultimo appello è ancora da vedere. Intanto, a San Luca tutto resta fermo e la politica appare più un problema con cui dover fare i conti, che non un'occasione di rilancio. "Un fatto grave – commenta il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho – che crea uno stallo assoluto sociale e democratico". 

 

Ne sono caduti dopo una leggera nevicata a marzo, poi più nulla. Fino alla scorsa notte, quando un platano di 12 metri è caduto a viale delle Milizie, al quartiere Prati, distruggendo un autobus del servizio notturno e ferendo leggermente l'autista. Apparentemente senza nessuna ragione. Ma a Roma esiste davvero un pericolo alberi-pericolanti che da un momento all'altro possono cadere sulla testa di auto e persone? 

Il Campidoglio ribadisce in una nota "il forte impegno nel monitoraggio degli alberi di alto fusto e nella rigenerazione del consistente patrimonio arboreo della Capitale. Ad oggi, sono stati monitorati 82 mila alberi mentre circa 50 mila esemplari sono stati schedati rilevando specie, posizione georefenziata e stato di salute. L'importante lavoro di schedatura proseguirà nei prossimi mesi. Su tutte le situazioni di criticità l'Amministrazione capitolina èintervenuta e sta intervenendo. Circa 700 sono stati gli alberi abbattuti per ridurre il rischio di danni a persone e cose. Gli interventi di potatura e abbattimento per rami e alberi effettuati in emergenza per evitare danni imminenti sono stati oltre mille in pochi mesi".

"L'impegno riguarda anche una importante operazione di rigenerazione dei circa 330 mila alberi di Roma. Su strada, agli abbattimenti stanno seguendo operazioni di sostituzione grazie a una gara che permetterà di mettere a dimora circa 700 nuovi alberi stradali alti non meno di 3 metri. Nei parchi e nelle aree verdi, invece, èstata avviata un'operazione di riforestazione urbana per incrementare il numero di alberi presenti in città, al netto di quelli che andranno progressivamente eliminati".

Spiega L'assessora alla Sostenibilità ambientale, Pinuccia Montanari:

"Le criticità sugli alberi di Roma sono dovute in gran parte a decenni di mancata o cattiva manutenzione. Non mancano alberi danneggiati da incidenti stradali o con radici recise nel corso di lavori di manutenzione delle reti effettuati senza alcuna attenzione per le piante. Inoltre, ci sono un gran numero di esemplari giunti alla fine del loro ciclo vitale per i quali, negli anni passati, non era stata programmata la sostituzione".

Nella notte del primo marzo erano stati 15 gli alberi caduti a causa della neve. Molti di più quelli che hanno richiesto un'intervento di potatura.

 

Ci sono alcuni assiomi sul mondo che apprendiamo da bambini. Il mare è salato. Le piante crescono verso la luce. Gli orsi vanno in letargo in inverno. Eppure dobbiamo ricrederci, sembra che per gli orsi il lungo letargo invernale è ormai solo un vecchio ricordo. Il caldo anomalo che anticipa la bella stagione confonde l’istinto degli animali alterandone l’orologio biologico.

"I cambiamenti climatici, – spiegano al New York Times i ricercatori del Nevada Department of Wildlife – portano a inverni più caldi e primavere anticipate che possono interrompere sia le scorte alimentari che i ritmi biologici – facendo cambiare agli orsi neri americani le loro abitudini di ibernazione" in alcuni casi addirittura "gli animali non vanno per niente in letargo rimanendo svegli tutto l'inverno".

Per ogni grado in più di temperatura in inverno, ha calcolato una ricerca pubblicata sul Journal of Applied Ecology, gli orsi riducono il periodo di letargo di sei giorni. 

Inoltre le alte temperature hanno talmente allungato il periodo di disponibilità delle bacche di sambuco da farlo coincidere con il passaggio dei salmoni. Non sapendo cosa scegliere gli orsi restano nei boschi, fanno il pieno di vitamine, ma trascurano i grassi che sono la fonte primaria per affrontare il letargo e allattare i cuccioli.

L'allarme resta alto anche in Italia, come riporta il quotidiano La Repubblica: "un gruppo di escursionisti abruzzesi, ai primi di marzo, con la neve alta, si è trovato a un palmo di distanza da un orso bruno marsicano. All’inizio di aprile, in Val Brembana, gli allevatori hanno iniziato a presentare le prime richieste di risarcimento danni".

C'è da aggiungere che gli inverni più miti rischiano di confondere l’istinto degli animali. Infatti, mentre si riduce il periodo trascorso dagli orsi nelle tane, aumentano le segnalazioni di danni, soprattutto nel periodo freddo in cui giardini e bidoni della spazzatura diventano fonti preziose di cibo. Il clima imprevedibile può portare a gelate primaverili, come quella del 2017 che ha reso introvabili noci e semi di faggio. Oppure può causare periodi di siccità dannosi per i mirtilli. Agli orsi non resta che ricorrere a mais, bidoni della spazzatura e ovili.

 

Una turista americana di 65 anni è stata trovata morta a Bari in una villetta della zona residenziale di Carbonara, in una traversa di via Vela. La donna era in vacanza con il marito, che si trova al momento all'interno dell'abitazione, dove i Carabinieri della sezione investigativa stanno svolgendo i rilievi. Il cadavere presente segni di ecchimosi sul collo, indizi di un probabile strangolamento. 

Al momento, riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, non è stato reso noto ancora chi sia stato a dare l'allarme che è giunto alla sala operativa del 118 tra le 7.30 e le 8.00 di questa mattina, così come riferiscono i vicini di casa. Bari Today sostiene invece che sia stato proprio l'uomo ad allertare i militari.

Contrordine: da Starbucks chiunque potrà utilizzare i bagni, non solo i clienti. La decisione è stata comunicata dal presidente della società, Howard Schultz, durante l'assemblea annuale degli azionisti e arriva in risposta alla bufera abbattutasi sulla catena Usa di caffetterie il mese scorso, quando due ragazzi di colore furono arrestati in uno dei suoi locali a Philadelphia per aver chiesto di utilizzare il bagno senza aver ordinato nulla.

"Chiediamo scusa alle due persone coinvolte e ai nostri clienti e siamo molti dispiaciuti che questo episodio abbia portato a un arresto", aveva twittato il ceo Kevin Johnson dopo l’episodio, annunciando anche che "stiamo rivedendo le nostre procedure e ci stiamo impegnando con la comunità e il dipartimento di polizia per fare in modo che questo tipo di situazioni non capitino più, in nessuno dei nostri negozi".

La mossa della catena di caffè degli Stati Uniti potrebbe però aprire la porta (letteralmente) ad altri problemi, tra cui la droga, la prostituzione e il problema dei senzatetto. A parte gli episodi di vandalismo – si legge sulla Bbc – i bagni pubblici necessitano di manutenzione costante per rimanere funzionali e puliti.  Ma allo stesso tempo per i senzatetto le strutture pubbliche sono spesso le uniche cui hanno accesso. Secondo le statistiche 2017 del National Alliance to End Homelessness, ci sono più di 500.000 senzatetto negli Stati Uniti, con il 34% che non trova (o non cerca) riparo nei ricoveri.

La normativa in Italia

E se il colosso Usa corre ai ripari, in Italia la situazione è ben diversa dove non è garantito alcun diritto all’utilizzo del bagno in bar e ristoranti, a meno di non aver consumato qualcosa. La normativa tutela solo colui che ha ordinato e pagato una consumazione.

Solo al "cliente" l’ art. 187 del Tulps (Testo unico delle leggi sulla Pubblica Sicurezza) riconosce il diritto ad avere un bagno messo a disposizione, gratuitamente, dal gestore dell’ esercizio. Secondo la norma, infatti, gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo. Il semplice “passante” che nulla acquista o consuma, invece, non potrà rivendicare alcun "diritto al bagno", anche se affetto da serie patologie, a meno che l’esercente non sia particolarmente disponibile o comprensivo.

La disciplina ha però sollevato polemiche da più fronti: da un lato gli esercenti si difendono sottolineando le spese di varia natura (acqua, sapone, carta igienica) cui andrebbero incontro, dall’altro i rappresentanti del Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell’Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) ritengono che un locale pubblico debba sempre mettere i bagni a disposizione di tutti.

La sentenza del TAR

Sul dibattuto tema è intervenuta una sentenza del Tribunale amministrativo regionale (TAR) della Toscana, n. 691 del 18/2/2010. Il giudice amministrativo è partito dal presupposto che il "pubblico esercizio è un’ attività economica, preordinato alla soddisfazione dei clienti, pertanto i servizi igienici sarebbero riservati solo a quest’ultimi".

Ancora, prosegue il provvedimento, "è agevole ribattere che una cosa è l’attività di pulizia e manutenzione di un locale destinato ad uso bagno, se ne possono far uso un numero limitato ed in una certa misura preventivabile di persone, tutt’altra cosa è tale attività, se a poter fruire del locale destinato a bagno è la generalità del pubblico, cioè, all’occorrenza, masse di persone ingenti e non predeterminabili (si pensi ad es. agli afflussi di pubblico, formato non soltanto da turisti, in occasione di famose manifestazioni culturali e cerimonie".

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