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Due bulli avrebbero picchiato una 31enne di Potenza. La donna su Facebook ha denunciato di essere stata pestata in strada, lo scorso 15 gennaio. La notizia è stata riportata da alcuni quotidiani locali. Nel post la donna ha pubblicato anche le foto del volto tumefatto e del referto medico e indicato la causa delle violenze nel suo orientamento sessuale.

Questo il suo racconto: “Sono svenuta e mi riprendo dopo qualche minuto in una pozza di sangue, metto la sciarpa in bocca, per via del troppo sangue che perdevo e vado a casa. Per non spaventare mia madre decido di andare in garage per sciacquarmi il viso, tumefatto. Alla mia vista davanti lo specchio, svengo nuovamente. Prendo le forze in mano e torno a casa, mi infilo nel letto con forti dolori ovunque. L’indomani il naso non cessava di perder sangue e decido di andare in ospedale, la denuncia parte d’ufficio”.

Per poi concludere: “Ora. Dopo tutto questo, ditemi, il mio orientamento sessuale e’ affare di politica? Sono forse una sovversiva che merita di essere ridotta cosi’ da due piccoli teppisti di probabile inclinazione fascista? Credevo di aver superato quella fase, quando già nel 2009 venivo aggredita in villa, ma mi sbagliavo. Passa il tempo, ma non passano le schifezze dovute ad un’ignorante ineducazione. Sara’ colpa dei ragazzini, si, ma anche i genitori dovrebbero pensare ad andare a cogliere broccoli e non a fare figli, se questi sono i risultati. Cio’ che avete fatto a me non deve piu’ essere fatto ad essere umano”. 

A Novara fino al 5 aprile, la mostra Divisionismo, la rivoluzione della luce, in corso al castello Visconteo Sforzesco, nel primo mese ha già visto sfilare oltre 4 mila visitatori.
È un successo per la città piemontese, situata strategicamente proprio nel pieno dell’area di provenienza di alcuni fra i principali artisti che hanno utilizzato quella specifica tecnica pittorica alla fine dell’Ottocento, e per gli organizzatori della mostra, la Fondazione Castello Visconteo e l’associazione Mets Percorsi d’arte. 

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli e Carlo Fornaro, ma anche il più famoso pittore delle Alpi, Giovanni Segantini, nato in Trentino ma operante soprattutto in Engadina, sono rappresentati con una settantina di opere suddivise in otto sezioni tematiche negli spazi del Castello. La mostra è curata dalla più importante studiosa di Segantini e dei divisionisti, che segue dagli anni ’60, la francese newyorkese di adozione Annie-Paule Quinsac.

Il titolo centra l’obiettivo principale dei divisionisti che non hanno mai elaborato un “manifesto“, ma nei fatti si proponevano di utilizzare una tecnica pittorica che enfatizzasse la luce. Guardando i quadri esposti a Novara questo emerge molto chiaramente soprattutto in opere come “Sul fienile”, dipinto da Pellizza fra il 1893 e il 1894 e rappresenta un fienile in ombra (e l’estrema unzione a un vecchio morente) in contrasto clamoroso con uno sfondo di campagna assolata e luminosissima, piena di vita. 

Di Segantini, a Novara si possono vedere alcuni preziosi disegni e diversi quadri, fra i quali spiccano “All’ovile” e “Savognino sotto la neve”. Nelle sale del Castello sono esposti anche i dipinti a vocazione sociale di Emilio Longoni (“L’oratore dello sciopero” e “Riflessioni di un affamato”), oltre alla “Ragazzina col gatto” scelta dai curatori per rappresentare la mostra assieme alla neve di Segantini e quelli “sperimentali” di Gaetano Previati, come la grande “Maternità” che si può vedere prima dell’inizio della mostra.

Il divisionismo, si legge nel catalogo, nasce “sulla stessa premessa del Neo impressionismo francese, meglio noto come Pointillisme, senza che si possa parlare di influenza diretta. Muove dall’idea che lo studio dei trattati di ottica, che hanno rivoluzionato il concetto di colore, debba determinare la tecnica del pittore moderno. Si sviluppa nel Nord Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico e anche pittore (nella mostra di Novara sono esposti 3 suoi quadri, ndr), che con il fratello Alberto gestisce dal 1876 una galleria d’arte.

È lui a diffondere fra i pittori della sua scuderia il principio della sostituzione della miscela chimica dei colori tradizionalmente ottenuta sulla tavolozza con un approccio diretto all’accostamento dei toni complementari sulla tela”. In questo modo, “l’occhio dello spettatore può ricomporre le pennellate staccate in una sintesi tonale, percependo una maggior luminosità”. 

Non è solo venerdì 17, ma il primo dell’anno e per giunta di un anno bisestile! Per i più superstiziosi è una specie di fine del mondo. Ma concentriamoci su questa superstizione che ha un’origine antica, legata alla tradizione latina, cattolica e greca. Da una parte il venerdì, che nella tradizione cristiana rappresenta la morte di Gesù, avvenuta appunto il venerdì santo, dall’altra il 17, un numero che, come scrive La Stampa, nella storia del mondo occidentale ha assunto diverse connotazioni negative. 

La superstizione colpisce solo in Italia, mentre nel mondo anglosassone il giorno sfortunato è venerdì 13. In quello spagnolo e latinoamericano, invece, è martedì 13. Una credenza che non piace al Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Ogni venerdì 17, l’associazione organizza la giornata anti superstizione con eventi in tutta Italia.

I greci, i romani e la smorfia napoletana

In greco, Eptacaidecafobia significa paura del numero 17, e la sua identificazione con qualcosa di negativo s arebbe nata proprio nella civiltà greca. Per i seguaci del credo pitagorico, era un numero da evitare in quanto era compreso tra il 16 e il 18, considerati perfetti. Nell’antico testamento il diluvio universale iniziò proprio il 17.  

Nell’impero romano, invece, la sfortuna ha ragioni militari. La battaglia di Teutoburgo è stata combattuta nel 9 d.C. Sul campo i romani si scontrarono contro i germani di Erminio: le legioni 17,18, e 19 furono completamente distrutte. Da quel momento, nella tradizione romana quei numeri furono considerati sinonimo di sventura. Sulle tombe dei defunti poi, spesso si poteva trovare la scritta VIXI: in latino “ho vissuto”, cioè “sono morto”. Quest’ultima è l’anagramma di XVII, 17 in numeri romani. E se si guarda alla smorfia napoletana (il dizionario dei numeri del lotto) è sinonimo di disgrazia. 

Il 17 non ha solo una connotazione negativa, ma anche positiva. Nella Cabala ad esempio, è un numero benefico, poiché è il risultato della somma numerica delle lettere ebraiche tet (9) + waw (6) + beth (2), che lette nell’ordine danno la parola tov “buono, bene”. 

Venerdì 13 e martedì 13

Nel mondo anglosassone invece, il giorno sfortunato è il venerdì 13. Nella mitologia scandinava, il numero 13 è associato al Dio Loki: prima c’erano 12 semidei, poi arrivò lui che si comportò in modo crudele con gli esseri umani. Se si pensa all’ultima cena di Cristo, il 13esimo apostolo era Giuda il traditore. E ancora: secondo lo storico greco Diodoro Siculo (vissuto nel primo secolo avanti cristo), Filippo II, re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, fu ucciso da una sua guardia del corpo dopo aver fatto mettere una sua statua accanto a quella delle dodici divinità dell’Olimpo.

E se si va ancora più indietro nel tempo, nell’astrologia assiro-babilonese il 12 era un numero sacro perché facilmente divisibile, mentre il 13, che viene dopo, è considerato sfortunato. Infine nel mondo spagnolo e latinoamericano a essere considerato infausto è il martedì 13, Una credenza che forse trova origine nella tradizione romana: il martedì è legato al Dio della guerra Marte, e per questo motivo considerato sfortunato.  ​

La popolazione italiana gode, in generale, di buona salute e il Paese occupa il secondo posto in Europa, dopo la Spagna, per speranza di vita. Sussistono, tuttavia, notevoli differenze tra le diverse regioni e in base alla situazione economica.

È uno dei dati fondamentali che emerge dal report sullo stato della salute del nostro Paese, redatto dall’Osservatorio europeo delle politiche e dei sistemi sanitari dell’Ocse e illustrato questa mattina nel corso del convegno “State of health in the Eu: Italy, country health profile 2019”, in corso nell’aula del Consiglio regionale Bari.

Al convegno partecipano, tra gli altri, il viceministro della Salute, Sandra Zampa (al posto dell’atteso ministro Roberto Speranza, impegnato nel Cdm come il collega Francesco Boccia); Isabel de la Mata, della Dg Salute della Commissione europea; Luca Luca Lorenzoni, dell’Ocse, e Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità.

Secondo il report, gli uomini italiani meno istruiti vivono 4,5 anni in meno rispetto a quelli più istruiti (peraltro al di sotto della media europea). Inoltre, esiste un divario anche nella speranza di vita tra chi vive nelle regioni del Sud e quelle del Nord

Rapina ieri sera alle 18 in un sexy shop di viale Palmiro Togliatti, a Roma, dove un uomo, vestito di nero e con volto travisato, ha fatto irruzione nell’attività sfondando la porta posteriore del locale. Una volta dentro il rapinatore ha minacciato la cassiera e ha portato via il registratore di cassa con all’interno 100 euro. Subito dopo si è dato alla fuga. Sul posto i poliziotti del Reparto Volanti che, dopo aver raccolto la testimonianza della cassiera, hanno iniziato la caccia all’uomo. 

Un uomo di 48 anni è morto dopo essere stato investito da un’auto lungo la strada statale Appia, all’altezza di San Martino Valle Caudina, al km 248,750, intorno alle 10,30. L’uomo originario di Montesarchio non si è accorto in tempo di una Fiat Punto che arrivava a forte velocità. L’impatto è stato fatale.

L’uomo alla guida della Punto si è subito fermato per prestare i primi soccorsi; ha chiesto l’intervento dei sanitari del 118, che, giunti sul posto, hanno cercato di rianimare il 48enne, ma non c’é stato nulla da fare. Sono intervenuti anche i carabinieri del comando provinciale di Avellino, che hanno sequestrato la Punto. L’investitore è ora indagato per omicidio stradale. Sarà sottoposto ai test antidroga e alcolemico per stabilire se fosse nel pieno delle sue facoltà al momento dell’incidente.

Provvisoriamente chiusa al transito la corsia di marcia in direzione Caserta con circolazione deviata da Roccabascerana – San Martino Valle Caudina per la strada statale 265var Fondo Valle Isclero, l’Appia è stata riaperta dopo circa due ore.

Non si è fermato all’alt della polizia e, dopo un inseguimento durato una ventina di minuti, ha cercato di investire un agente, il quale ha esploso un colpo di pistola a scopo intimidatorio. Protagonista della vicenda, accaduta la notte scorsa intorno alle 3.30 nel quartiere Mirafiori Sud a Torino, è un pregiudicato italiano di 40 anni, arrestato per tentato omicidio e resistenza a Pubblico Ufficiale.

Alla vista degli agenti che stavano effettuando ordinari controlli in diverse zone della città, l’uomo a bordo della sua auto si è dato alla fuga. Immediatamente è stato messo in atto un dispositivo stringente con una decina di volanti sul posto. Durante l’inseguimento una delle Volanti è andata a sbattere contro un autobus della GTT: mentre i passeggeri del mezzo di linea sono rimasti illesi, i due agenti a bordo della volante sono rimasti feriti, riportando lesioni e contusioni giudicate guaribili in 10 giorni.

Raggiunto e bloccato, l’uomo è stato trovato in possesso di un modesto quantitativo di marijuana per uso personale e si è rifiutato di sottoporsi agli accertamenti clinici previsti per la verifica dell’eventuale assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti. Dai successivi controlli, è emerso che era alla guida dell’auto pur avendo la patente revocata

“Laddove il processo di pacificazione in Libia avesse buon esito, si potrà pensare ad un intervento internazionale per dare solidità alla cornice di sicurezza. Ed anche ad una rimodulazione dello sforzo italiano nell’alveo di un rinnovato accordo politico e di una precisa richiesta da parte delle autorità locali”. Lo ha affermato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, riferendo al Senato delle missioni italiane all’estero.

In generale, per il 2020 “è necessario confermare la nostra presenza nei principali teatri operativi (Iraq, Afghanistan, Libano, Libia, ndr) per tutelare gli interessi strategici nazionali, adempiere agli obblighi internazionali e dare risposta a specifiche richieste di assistenza”, ha affermato Guerini, sottolineando che  “non è ipotizzabile una ulteriore riduzione di personale in Afghanistan (dove oggi sono presenti 783 militari, ndr) e incrementare invece la nostra presenza nel Sahel, in funzione antiterrorismo, e nella regione mediorientale, soprattutto nell’area dello stretto di Hormuz”. 

“Posso assicurare che sono state messe in atto tutte le azioni possibili tese a contenere l’aumento del profilo di rischio senza però inficiare il nostro impegno in Iraq e più in generale nel quadrante medio orientale”, ha continuato il ministro della Difesa.

I militari italiani nell’area “attualmente sono 879, di cui 288 schierati in Kuwait“, ha ricordato il ministro: dopo gli ultimi eventi, “sono state sospese le attività addestrative a favore del personale iracheno e si è proceduto a trasferire il personale del contingente italiano operante nell’area della capitale in Kuwait o presso le basi situate nel sedime dell’aeroporto internazionale di Baghdad” mentre “il comandante del contingente nazionale si è temporaneamente spostato nella capitale del Kurdistan iracheno ad Erbil“. “Ho ribadito al segretario Esper il nostro impegno nel Paese”, ha proseguito il ministro, ed anche “il collega iracheno mi ha confermato l’apprezzamento per l’operato dei nostri militari, la cui presenza nel Paese non e’ in discussione”. 

“In Libano (dove l’Italia è presente con 1.081 uomini, ndr) – ha proseguito Guerini, il Comando non ha ritenuto necessario implementare ulteriori azioni ristrettive pur mantenendo alta l’attenzione verso qualsiasi segnale che possa far pensare ad un aumento dei livello della minaccia, specialmente in relazione all’atteggiamento di Hezbollah nel Sud del Libano”. In Afghanistan, invece, dove i soldati italiani sono 783, “sono state innalzate le misure di ‘force protection’ e sono state sospese temporaneamente le attività addestrative quale misura precauzionale anche tenendo in considerazione la presenza nostra e dei colleghi Usa in un’area prossima al confine iraniano quale quella di Herat”.

 

I nomi dei miei tre figli “devo leggerli ogni giorno, il terrore che io non possa riuscire più a pronunciarli è insopportabile”: lo ha raccontato Andrea Vianello, uno dei volti più popolari della televisione In un’intervista al Corriere della Sera in cui ha raccontato l’ictus che lo ha colpito una anno fa e che gli ha fatto perdere per un po’ la parola. Vianello ha spiegato che ogni mattina si sveglia, si siede sul letto e prende un foglio di carta sul quale sopra ci sono scritti i nomi dei suoi tre figli: Goffredo, Maria Carolina e Vittoria, e li ripete per paura di dimenticarli.

“È stato un anno durissimo nel quale ho perso anche mio padre. E raccontare tutto è stata una terapia”, ha spigato Vianello parlando del suo libro “Ogni parola che sapevo”, dal 21 gennaio in libreria per Mondadori. È stato come un salto nel buio, un “sentirsi sfigurato, come se mi avessero deturpato il volto”. Poi “fonema per fonema, sillaba per sillaba” ha ricominciato a parlare, lentamente, “un lungo lavoro di riabilitazione” e oggi si definisce “un uomo diverso”.

 “Quest’anno buio mi ha fatto riflettere sulle nostre vite frenetiche, pronte a star male per inezie che di fronte alla morte si rivelano per quello che sono: nulla”, ha riferito Vianello. Di quella mattina, però, ricorda “tutto”, come spiega il 59enne conduttore in una seconda intervista a la Repubblica: “Il giorno prima mi ero svegliato con uno strano mal di testa, più forte del solito. Ho registrato una puntata del mio programma e l’adrenalina lì per lì mi ha fatto passare il dolore. La mattina dopo mi sono svegliato, mi sono portato a letto il caffè e al momento di prendere il cucchiaino ho visto che la mano non rispondeva. Ho forzato, niente. Ho capito che era grave. Mi sono trascinato a terra per prendere i pantaloni: non volevo andare nudo in ospedale. Quando è arrivata mia moglie non parlavo più”.

Poi il popolare conduttore aggiunge: “La mia vita è raccontare storie e questa è una storia: la storia di un uomo che la sera è in tv e la mattina ha perduto le parole. Una storia che tocca le paure di tutti, perché l’ictus è un colpo, un fulmine improvviso, di cui si parla poco”.

“Sono certo che Benedetto XVI sia assolutamente convinto di ciò che ha detto al momento della rinuncia” sulla volontà di ritirarsi in silenzio e in preghiera, “è probabile piuttosto che qualcuno sia tentato di usarlo e tenda qualche tranello. Il problema è tutto questo codazzo che insinua disordine e zizzania”: lo afferma l’Arcivescovo di Siena, Paolo Lojudice, in un’intervista al Corriere della Sera sulle polemiche vaticane intorno al celibato sacerdotale.

Nominato da Francesco, vescovo ausiliare di Roma e prima ancora, per otto anni, parroco a Tor Bella Monaca, Lojudice afferma anche di esser sicuro che “non esiste nessun problema legato alla figura del Papa emerito”. “Ho la sensazione che il problema sia piuttosto l’atteggiamento di chi gli sta intorno”, ha aggiunto, “il Papa emerito è come se non ci fosse, non c’è niente da regolamentare. Benedetto XVI lo ha detto fin dall’inizio con intelligenza: mi ritiro in silenzio e preghiera”, un gesto che egli stesso definisce “profetico” e di “un coraggio inaudito”.

Secondo Lojudice “Benedetto è un uomo di grande saggezza, profondità e santità” e proprio per questo “era impensabile che si prestasse a cose di questo genere, al sospetto di interferire con il successore” dice al Corriere, e Benedetto XVI stesso “per primo sa meglio di tutti che, se un Papa emerito interviene, viene strumentalizzato” e per questo ha ritirato la firma dal libro di Sarah in modo da non ingenerare “confusione”.

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