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AGI – Papa Francesco ha ribadito il suo appoggio alla proposta delle Nazioni Unite per una tregua mondiale dei conflitti in corso per permettere di affrontare la pandemia globale di coronavirus. “Questa settimana il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione che predispone alcune misure per affrontare le devastanti conseguenze del virus Covid-19, particolarmente per le zone già teatro di conflitti”, ha detto il Pontefice dopo la recita dell’Angelus.

“È lodevole la richiesta di un cessate-il-fuoco globale immediato, che permetterebbe la pace e la sicurezza indispensabili per fornire l’assistenza umanitaria così urgentemente necessaria. Auspico che tale decisione venga attuata effettivamente e tempestivamente per il bene di tante persone che stanno soffrendo. Possa questa Risoluzione del Consiglio di Sicurezza diventare un primo passo coraggioso per un futuro di pace“.

Sull’argomento è intervenuto con un editoriale anche il direttore del dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Andrea Tornielli. “L’iniziativa del Papa rappresenta un nuovo passo di un lungo cammino. Un passo reso ancora più urgente dalla crisi provocata dalla pandemia, le cui conseguenze più devastanti – al pari di quelle delle guerre – ricadono sui piu’ poveri”.

“Domenica 29 marzo – continua Tornielli – il Pontefice aveva già avanzato questa richiesta, appoggiando l’appello in questo senso lanciato cinque giorni prima dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. Antonio Guterres aveva chiesto un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo, richiamando l’emergenza per il Covid-19, che non conosce frontiere. Francesco si era associato “a quanti hanno accolto questo appello” e aveva invitato ‘tutti a darvi seguito fermando ogni forma di ostilità bellica, favorendo la creazione di corridoi per l’aiuto umanitario, l’apertura alla diplomazia, l’attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità”.

Successivamente “Francesco era tornato altre due volte a deplorare le spese per gli armamenti”, volendo “ricordare nuovamente questo tema che rappresenta una costante del suo pontificato, anche nella piu’ lunga delle due preghiere mariane suggerite ai fedeli a conclusione del Rosario nel mese di maggio”.

Già “più volte e in occasioni diverse, negli anni precedenti, Francesco aveva denunciato ‘l’ipocrisia’ e il ‘peccato’ dei responsabili di quei Paesi che ‘parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre’. Parole ripetute anche al ritorno dall’ultimo viaggio internazionale prima dello scoppio della pandemia, quello in Thailandia e Giappone: ‘A Nagasaki e Hiroshima ho sostato in preghiera, ho incontrato alcuni sopravvissuti e familiari delle vittime, e ho ribadito la ferma condanna delle armi nucleari e dell’ipocrisia di parlare di pace costruendo e vendendo ordigni bellici'”.

AGI – aggiornato alle ore 15,19

Il fondatore della Lega Umberto Bossi è ricoverato in ospedale a Varese da ieri sera nel reparto di Gastroenterologia. Le sue condizioni non sono comunque gravi.

    Bossi, 78 anni, era stato ricoverato nello stesso ospedale il 14 febbraio dello scorso anno dopo avere accusato un malore nella sua abitazione di Gemonio e portato inizialmente in Rianimazione dove era rimasto per una settimana. Le sue condizioni erano poi migliorate ed era stato dimesso il 5 marzo. Sempre all’ospedale di Circolo di Varese era stato portato dopo l’ictus nel 2004.

A causare il ricovero di Umberto Bossi sarebbe stato un eccesso di antinfiammatori, che ha portato a un’alterazione dei valori epatici e provocato un’ulcera, secondo quanto appreso dall’AGI da fonti qualificate.

    Umberto Bossi “non è in gravi condizioni”, riferisce in una nota l’Ospedale di Circolo di Varese. “Da ieri sera – si legge nella bnota diffusa dalla struttura sanitaria – è ricoverato all’Ospedale di Circolo di Varese nel reparto di Gastroenterologia per sottoporsi ad alcuni accertamenti. Le condizioni del paziente non sono gravi. L’arrivo in ambulanza riferito da alcune fonti giornalistiche, non è stato dettato da un particolare situazione di urgenza ma da una scelta della famiglia in considerazione delle circostanze legate all’emergenza Covid”.

 

AGI – Ieri sera gli agenti del V Gruppo Prenestino della Polizia Locale di Roma Capitale hanno chiuso un ristorante in zona Tor Pignattara a causa delle gravi carenze igienico-sanitarie riscontrate al suo interno: escrementi di topo, mozziconi di sigarette e rifiuti sul pavimento delle cucine, alimenti mal conservati e impianto elettrico non a norma.

L’attività è stata posta sotto sequestro a causa delle condizioni in cui sono stati trovati gli alimenti, conservati senza rispettare le norme a salvaguardia della salute del consumatore, privi di etichettatura e di indicazioni sulla provenienza.

Personale della Asl Rm 2 è stato incaricato di effettuare ulteriori accertamenti per analizzare la carica batterica di alcuni campioni prelevati e per risalire alla composizione di diversi preparati che sono stati ritrovati all’interno dei frigoriferi e dei congelatori.

Il sospetto è che alcuni cibi possano avere un’origine diversa da quella indicata sui menu, configurando per il responsabile del locale anche il reato di frode in commercio. A carico del titolare, un cittadino di nazionalità cinese di 36 anni, è scattata una sanzione di diverse migliaia di euro, dovuta anche al mancato rispetto delle norme anti-contagio da Covid-19.

AGI –  Il ‘contatto zero’, ovvero il cittadino serbo all’origine del focolaio vicentino, sarebbe deceduto secondo quanto annunciato oggi dal governatore del Veneto Luca Zaia. Resta invece in terapia intensiva in gravi condizioni l’imprenditore vicentino colpevole di aver ‘importato’ in Veneto il nuovo focolaio.

“Il Veneto non ha ripreso l’onda dei contagi. Il virus ce lo siamo andati a prendere in Serbia e ce lo siamo portati a casa”, ha detto Zaia, che ha proseguito: “Stiamo parlando quindi di cinque positivi, di un focolaio, importato dall’estero: positivi che si sono contagiati in Serbia”. C

La vicenda, secondo il governatore, è la dimostrazione che “la sanità veneta ha funzionato perché siamo andati a rintracciare tutti i contatti stretti che hanno portato alle 52 persone in isolamento fiduciario”.

AGI – Le microplastiche minacciano sempre di più anche i laghi italiani e rappresentano un problema per l’ambiente, per la qualità delle acque, la salute delle persone e per la biodiversità. Lo dimostrano i dati sulla loro presenza nelle acque del lago di Garda, Trasimeno e Bracciano dove, nonostante le differenti caratteristiche morfologiche ed ecosistemiche, è aumentata la concentrazione media di microparticelle di plastica per km2.

In particolare, nel lago di Garda si è passati dalle 9.900 particelle del 2017 alle 131.619 del 2019 per km2. Nelle acque del Trasimeno da quasi 8000 nel 2017 a 25.000 particelle nel 2019. Sul lago di Bracciano da 117.288 particelle registrate nel 2017 a 392.401 nel 2019. La forma predominante presente in tutti i laghi nei tre anni è quella dei frammenti, derivanti per lo più dalla disgregazione dei rifiuti.  

Queste piccolissime particelle inferiori a 5 mm finiscono nelle acque interne anche a causa dei comportamenti quotidiani: tessuti sintetici che rilasciano microfibre (fino ad un milione e mezzo per un normale lavaggio in lavatrice), cosmetici, rifiuti plastici abbandonati o non smaltiti correttamente costituiscono assieme alle microplastiche derivanti dall’attrito tra pneumatici ed asfalto, le principali fonti del problema. E allora, come sempre, con qualche attenzione in più ogni singolo cittadino può fare la sua parte per limitare i danni.  

I dati raccolti dalla Goletta Verde

I dati raccolti in questi anni da Goletta dei Laghi insieme ad ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), evidenziano la portata di un fenomeno silenzioso che colpisce anche le acque interne e su cui il progetto quadriennale LIFE Blue Lakes (LIFE18 GIE/IT/000813) concentrerà la sua attenzione con azioni mirate sui laghi di Garda, Bracciano e Trasimeno in Italia, e sui laghi di Costanza e Chiemsee in Germania.

Finanziato dal Programma LIFE e co-finanzato da PlasticsEurope il progetto ha come capofila e coordinatore Legambiente, mentre Arpa Umbria, Autorità di Bacino dell’Italia Centrale, ENEA, Global Nature Fund, Lake Constance Foundation e l’Università Politecnica delle Marche completano il partenariato. Obiettivo di Blue Lakes è quello di ridurre e prevenire la presenza di questi inquinanti invisibili attraverso una serie di azioni che coinvolgeranno istituzioni, enti e autorità locali, aziende e cittadini.

“Nel corso delle ultime edizioni della Goletta dei Laghi – dichiara Giorgio Zanchini, Direttore Generale di Legambiente – la nostra associazione ha avviato insieme ad ENEA dei monitoraggi specifici sulle microplastiche delle acque interne, poco studiate finora per questo aspetto, monitorando un gran numero di laghi, che oggi ci forniscono la base di dati da cui partire per costruire consapevolezza sulla portata del fenomeno. I primi dati che abbiamo diffuso sono quelli relativi al lago di Garda, Trasimeno e Bracciano, sui cui lavorerà in questi anni il progetto Blue Lakes con azioni territoriali mirate. Dall’altro canto è però importante che si estenda anche per laghi e fiumi, il ruolo di indicatori della qualità delle acque alle particelle di plastica, così come già avviene per i mari grazie alla direttiva Marine Strategy del 2008. Una lacuna che deve essere necessariamente colmata, visto il crescente inquinamento da plastica e la contaminazione di tutti gli ecosistemi acquatici”. 

LIFE Blue Lakes concentrerà le sue azioni su tre laghi italiani e due tedeschi per progettare e sperimentare protocolli standard su aree pilota e azioni di promozione e diffusione di buone pratiche da estendere, successivamente, anche ad altre comunità lacustri italiane ed europee. Tra queste, ad esempio, ci sarà la stesura della Carta del Lago che suggerirà tra l’altro: limiti di scarico, programmi di monitoraggio, miglioramento dei processi di trattamento delle acque reflue, indicazioni per la riduzione dell’impatto derivante dalle aziende e dalle famiglie e suggerimenti su iniziative di sensibilizzazione per i residenti.

Oltre ai dati sulla concentrazione di microplastiche trovate nelle acque del lago di Garda, Trasimeno e Bracciano, altro elemento interessante riguarda la caratterizzazione delle particelle, in termini di forma e composizione chimica. Nei due laghi centrali, a Bracciano nel 2018 e al Trasimeno nel 2017, i film – o sheet, che solitamente derivano dalla disgregazione del packaging – superano in percentuale anche i frammenti. Nel lago di Garda invece c’è prevalenza di filamenti (associati al lavaggio degli indumenti) e di palline di polistirolo (relative, solitamente, alla disgregazione di cassette e imballaggi).

Così le microplastiche arrivano nei laghi

Tra le particelle distribuite nei tre laghi, di cui il 47% è stato caratterizzato chimicamente mediante spettroscopia infrarossa (IR), il polimero maggiormente presente è il polietilene (PE). Unica eccezione si osserva nel 2018 al lago di Garda dove troviamo una rilevante presenza di polistirolo. I dati sulla concentrazione di microplastiche sono stati messi in relazione anche con le analisi microbiologiche che Legambiente effettua durante la Goletta dei Laghi: lo studio ha messo in evidenza l’esistenza di una relazione tra scarichi comunali, acque di scarico, deflussi urbani e acqua piovana che dal sistema fluviale e dei laghi arriva al mare.

È importante quindi determinare come ridurre il ruolo del sistema di acqua dolce quale principale fonte di microplastiche per l’ambiente marino. Le microplastiche raggiungono l’ambiente attraverso le acque di scarico domestiche e industriali, il dilavamento, il deflusso superficiale, le deposizioni atmosferiche e la frammentazione di rifiuti più grandi. Si tratta di un inquinante complesso, fatto di materiali che possono variare in composizione chimica, forma, struttura e dimensione, e che non fanno bene all’ambiente. È stato dimostrato che le microplastiche contengono alcune delle sostanze che compaiono nell’elenco delle sostanze prioritarie in materia di acque (allegato II della direttiva CE 2008/105), come il di (2-etilesil)-ftalato (DEHP), il nonilfenolo, l’ottilfenolo e gli idrocarburi policiclici aromatici12 (IPA).

Le conseguenze della loro presenza negli ambienti acquatici sono diverse: dalla contaminazione della rete trofica dovuta all’ingestione degli organismi acquatici, alla tossicità dovuta all’adsorbimento, cioè quel fenomeno chimico-fisico che consiste nell’accumulo di una o più sostanze liquide o gassose contaminanti sulla superficie di un solido o liquido.

È una femmina di 14 anni, ‘JJ4′, l’orsa che nel tardo pomeriggio del 22 giugno scorso ha aggredito e ferito un uomo di 59 anni e suo figlio di 28 nella zona del Monte Peller in Val di Non in Trentino.

L’orsa è la seconda più anziana di quelle che attualmente vive in Trentino. Stando agli accertamenti genetici effettuati sui campioni di saliva e organici, è stato ricondotto che è una delle figlia di Jurka, l’orsa ‘problematica’ catturata nel giugno del 2007 nella zona del lago di Tovel. Nei confronti di ‘JJ4’ il governatore trentino Maurizio Fugatti ha emesso, contrariamente alla volontà del ministero dell’Ambiente, un provvedimento di cattura e abbattimento.

AGI – Cinque persone sono state arrestate e 78 indagate per matrimoni fittizi e falsi esami di conoscenza della lingua italiana per favorire l’immigrazione clandestina dalla polizia di Milano, nell’operazione denominata ‘Falsa Promessa’.

L’attività investigativa, coordinata dalla procura, si è svolta nei confronti di cittadini stranieri, prevalentemente nordafricani, titolari di CAF o centri disbrigo pratiche per extracomunitari, ha dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 5 individui (due italiani e tre stranieri) responsabili, a vario titolo, dei reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, induzione al falso ideologico in atti pubblici, corruzione e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, dietro compenso di danaro. 

Sono almeno altri cinque gli uomini, appartenenti agli 007 egiziani, su cui la procura di Roma sta svolgendo accertamenti in relazione al rapimento di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso nel febbraio del 2016 al Cairo.

Si tratta di cinque colleghi degli ufficiali iscritti nel registro degli indagati dal pm Sergio Colaiocco il 4 dicembre del 2018. I nomi degli altri agenti della National Security spuntano dai tabulati telefonici forniti nei mesi scorsi dalle autorità egiziane.

Tra i dodici punti della rogatoria inviata nel maggio del 2019 dai magistrati di piazzale Clodio si fa riferimento agli altri cinque che avrebbero avuto un ruolo nella vicenda di Regeni. In particolare, si chiedeva di “mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security che risultano in stretti rapporti con gli attuali cinque indagati”. 

“A 4 anni dalla morte di Giulio Regeni non possiamo più accettare tentennamenti”, affermano i deputati M5s in commissione Esteri. “Per questo bene ha fatto la Farnesina ad esprimere tutta la delusione per l’incontro di ieri tra la procura di Roma e quella del Cairo: un incontro, appunto, deludente e che ha palesato, ancora una volta, la mancata collaborazione delle autorità egiziane che, invece di fornirci le agognate risposte che tanto invochiamo, ha incredibilmente avanzato pretese nei nostri confronti chiedendo persino lumi sulla presenza di Regeni sul loro territorio. Ciò è per noi inaccettabile. Dall’Egitto pretendiamo maggiore rispetto”.

“In questo tempo Al Sisi ci ha abituato alle sue promesse a cui non è mai seguito nulla di concreto, continuano i pentastellati. “Ieri ci è giunta solo l’ennesima conferma che le autorità egiziane non hanno nessun interesse nella ricerca della verità non rispondendo alla rogatoria che la nostra procura ha mandato al Cairo nell’aprile del 2019. Ora serve un segnale di discontinuità rispetto al passato. In tal senso, l’impegno della Farnesina va nella giusta direzione: esigiamo rispetto per la famiglia Regeni”, concludono i 5 stelle.

AGI E’ stata ritrovata smarrita per strada dai carabinieri, con una bambola per mano,  mentre cercava la mamma, rimasta chiusa con la sorellina che muove i primi passi in ascensore mentre rientrava a casa. E’ successo a Carpi.

Beatrice, una bimbetta di 4 anni, capelli biondi e occhi azzurri, aveva voluto salire le scale da sola, rientrando dalla passeggiata al parco, per dimostrare in qualche modo di essere già grande. Sul  pianerottolo, però, non ha trovato la  mamma e la sorellina ad aspettarla, si è spaventata ed è tornata sui sui passi per cercarle.

Per strada, cammina per molti minuti, confusa, non sapendo in che direzione andare, venendo notata da alcuni passanti che chiamano il 112. Sul posto arrivano due carabinieri e due agenti di polizia: la bimba è confusa ma non verserà una lacrima, si tranquillizza con qualche caramella. 

Nel frattempo l’ascensore è ripartito e in Centrale Operativa arriva la chiamata della mamma disperata, ma non c’è nessun dramma. “Signora, ce l’abbiamo noi la bambina, ora gliela portiamo a casa”.

Così Beatrice sale sull’auto di servizio, allanciandosi da sola la cintura di sicurezza:  “Ho un po’ di fame nel pancino”, l’unica cosa che dirà. A casa c’è la mamma che l’aspetta a braccia aperte.

 

AGI – Processare i presunti autori del duplice omicidio dell’agente Nino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio. A sollecitarlo è la procura generale di Palermo che ha chiesto il rinvio a giudizio per i boss Antonino Madonia e Gaetano Scotto con l’accusa di duplice omicidio e per Francesco Paolo Rizzuto per il reato di favoreggiamento aggravato. La sera del 5 agosto 1989 l’agente della polizia di Stato Antonino Agostino e la giovane moglie Giovanna Ida Castelluccio furono uccisi a colpi di arma da fuoco davanti all’ingresso dell’abitazione estiva della famiglia Agostino, a Villagrazia di Carini (Palermo). A sparare furono due killer giunti a bordo di una moto di grossa cilindrata, successivamente rinvenuta parzialmente bruciata non distante dal luogo dell’eccidio. Ida Castelluccio si trovava in stato di gravidanza. Da allora, in attesa della verità, il papà del poliziotto, Vincenzo Agostino, non si è più tagliato la lunga barba bianca.

Insomma, dopo 31 anni arriva la svolta. Le indagini si sono rivelate sin da subito particolarmente complesse, principalmente per alcune evidenti anomalie. In primo luogo, risultava assente un qualsiasi movente plausibile. Dalle prime investigazioni ed in specie dalle dichiarazioni dei suoi ‘superiorìi’ Nino Agostino appariva essere un agente addetto al servizio Volanti del commissariato di Palermo – San Lorenzo, che non aveva mai svolto attività investigativa nè, tantomeno, ricoperto incarichi sensibili. Nessuna ombra del resto, vi era mai stata sulla sua vita professionale. In secondo luogo erano stati sottratti alla conoscenza della magistratura documenti essenziali per l’accertamento della causa dell’omicidio, mediante la distruzione di manoscritti di Agostino ritrovati nel corso di una perquisizione eseguita dopo il duplice delitto.

L’accertamento dei fatti è stato altresì ostacolato dalla iniziale reticenza di vari soggetti informati della segreta operatività di Agostino nell’ambito di una struttura di intelligence, nonchè dall’assenza di dichiarazioni di collaboratori di giustizia, indici entrambi del regime di segretezza che aveva caratterizzato l’ultimo segmento di vita della vittima e le ragioni della sua uccisione che dovevano restare occulte anche all’interno di Cosa nostra.

Nella complessa ricostruzione della procura generale di Palermo, basata sulle indagini condotte dalla Dia e su inedite dichiarazioni di collaboratori di giustizia, di persone informate, su intercettazioni e su risultanze investigative acquisite nell’ambito di un’attività di coordinamento con altre procure, è emerso che l’agente Agostino, ha assolto anche ‘mansioni coperte’, che esulavano dai suoi compiti ordinari istituzionali, con particolare riferimento a iniziative svolte insieme a esponenti di spicco dei Servizi di sicurezza ed apparentemente finalizzate alla ricerca di grossi latitanti di mafia. Acquisite dichiarazioni da parte di alcuni collaboratori di giustizia sugli esecutori materiali del delitto, indicati in Gaetano Scotto e Antonino Madonia, nonchè in ordine al movente, “ambientato nel torbido terreno di rapporti opachi tra componenti elitarie di Cosa nostra ed alcuni esponenti infedeli delle istituzioni.

È emerso che Agostino faceva parte, insieme a Emanuele Piazza, Giovanni Aiello (detto ‘Faccia da mostro’), Guido Paolilli (anche lui agente della polizia di Stato che aveva provveduto a reclutare lo stesso Agostino), e altri componenti allora apicali dei Servizi di sicurezza, di una struttura di intelligence che, “in fase di reclutamento”, spiega la Dia, “veniva rappresentata con la finalità della ricerca di latitanti, ma che in realtà si occupava di gestire complesse relazioni di cointeressenza tra alcuni infedeli appartenenti alle istituzioni e Cosa nostra”. 

È venuto fuori, pure, “da molteplici prove”, che Agostino aveva, nell’ultima parte della sua vita, compreso le reali finalità della struttura cui apparteneva (alla quale aveva offerto una pista molto seria – legata a familiari della moglie – per pervenire alla cattura di Salvatore Riina a San Giuseppe Jato), e se ne era allontanato poco prima del suo matrimonio, fatto che era stato posto a fondamento della decisione di uccidere lui e la moglie.

In particolare, sono oggetto della istruttoria rapporti di appartenenti alle istituzioni con Madonia, incontrastato capo del mandamento di Resuttana, e Scotto, anche lui appartenente allo stesso mandamento e da sempre indicato come trait d’union con appartenenti ai Servizi di sicurezza. Le prove raccolte riguardano non solo dichiarazioni di collaboratori di provata fede (come Vito Galatolo, Giovanni Brusca, Francesco Marino Mannoia, Francesco Di Carlo, Giuseppe Marchese, Francesco Onorato) ma anche di testimoni vicini ad Agostino, colleghi e familiari. Ulteriori conferme sono scaturite dalle intercettazioni che hanno dimostrato il coinvolgimento della struttura in alcuni importanti depistaggi.

Dalle indagini condotte dalla Dda di Palermo e acquisite dalla procura generale, sono emersi anche rapporti di Agostino con Giovanni Falcone nella fase in cui questi stava conducendo investigazioni delicatissime sulla ‘pista nera’ per l’omicidio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella. Nel contesto delle nuove indagini è emersa la figura di Francesco Paolo Rizzuto, detto “Paolotto”, nel 1989 ancora minorenne, amico personale di Antonino Agostino. Come risulta in atti, al momento del duplice omicidio si trovava sul posto e la notte precedente aveva partecipato con Antonino ad una battuta di pesca. Successivamente, i due avevano dormito presso l’abitazione estiva degli Agostino a Villagrazia di Carini. La mattina dopo, Agostino si sarebbe recato in ufficio, mentre Rizzuto si sarebbe attardato presso gli Agostino.

In merito, è stato grazie alle investigazioni condotte dalla Dia di Palermo che è stato possibile raccogliere prove, attraverso attività tecniche riservate, che ora sono al vaglio del gup, sul fatto che Rizzuto, in piu’ occasioni, avrebbe reso dichiarazioni false in ordine a quanto accaduto nel giorno e nel luogo in cui fu commesso il delitto e, in generale, su quanto a sua conoscenza. Tramite intercettazioni è risultato che ha dichiarato a un parente di avere visto Agostino a terra sanguinante e di essersi sporcato la maglietta indossata piegandosi sul corpo ormai esanime dell’amico, per poi fuggire buttando via l’indumento, precisando di non aver mai riferito tale circostanza quando venne sentito, poco dopo l’omicidio. 

“La famiglia Agostino finalmente puo’ darsi pace. Mia moglie, che diceva sempre che non avrebbe riposato in pace senza verità e giustizia per Nino, finalmente potrà dormire serena in cielo“. Lo ha detto all’AGI Vincenzo Agostino, papà del giovane agente. “La notizia della richiesta del processo non è solo per la famiglia Agostino, ma per tutta l’Italia. Finalmente abbiamo trovato persone oneste che hanno fatto giustizia”, ha spiegato il papà di Nino, con la voce rotta dall’emozione.

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