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Dal primo gennaio a oggi sono 97.293 i migranti sbarcati sulle coste italiane, il 4,15% in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso (101.507). E' quanto emerge dall'ultimo aggiornamento del Viminale. Mentre soltanto a luglio calano del 57% gli arrivi in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Lo riferisce Frontex, l'agenzia europea di Guardia costiera, secondo cui si tratta del livello più basso dal 2014 per il mese di luglio. Nei primi sette mesi dell'anno (agosto escluso, dunque, mentre i dati del Viminale sono aggiornati a oggi), continua Frontex, il totale degli arrivi in Italia è stato pari a 93 mila 900 migranti, in linea con lo stesso periodo dell'anno scorso. Leggi anche l'articolo del Sole 24 Ore

Le tabelle che seguono illustrano l'analisi del ministero dell'Interno italiano (I dati contenuti nel testo sono invece quelli di Frontex).

 

 

Gli sbarchi in Italia a luglio sono stati 10.160, precisa Frontex nel suo bollettino mensile, segnalando che il mese scorso sono stati rilevati 15 mila e 400 ingressi illegali lungo le quattro principali rotte migratorie nei paesi Ue: l'Italia ha più che dimezzato gli arrivi, mentre resta alta la pressione migratoria in Spagna, la più elevata dal 2009. Secondo l'agenzia "diversi fattori hanno contribuito al calo significativo delle attività sulla rotta del Mediterraneo centrale nelle ultime settimane: le peggiorate condizioni di mare nella prima meta' del mese, gli scontri nei pressi di Sabratah, in Libia, zona di partenza fondamentale.

 

 

 

Inoltre, una maggiore presenza della guardia costiera libica ha scoraggiato i trafficanti nell'invio di imbarcazioni con i migranti". Riguardo alla nazionalità dei migranti, i cittadini della Nigeria, Guinea, Eritrea, Sudan e Mali, "Costitiscono il maggior numero di migranti rilevati sulla rotta del Mediterraneo centrale il mese scorso.

 

 

Nei primi sette mesi di quest'anno, i nigeriani hanno rappresentato il più alto numero di arrivi, pari a uno su ogni sei migranti irregolari che raggiungono l'Italia via mare, seguiti da cittadini del Bangladesh, Guinea e Costa d'Avorio". In aumento invece gli arrivi sulla rotta del Mediterraneo occidentale: Il numero di persone che hanno attraversato "illegalmente" il Mediterraneo occidentale a luglio e' stato di 2300, quattro volte di più rsipetto a un anno fa. Ciò ha portato il numero totale per i primi sette mesi a circa 11.000, già oltre il numero complessivo per tutto il 2016".

 

 

Si conferma il trend del calo dei migranti sbarcati sulle coste italiane coinciso con il supporto tecnico-logistico garantito dall'Italia alla Guardia costiera libica e con l'entrata in vigore del Codice di condotta per le navi delle Organizzazioni non governative. A luglio – dopo cinque mesi consecutivi in cui il numero dei migranti sbarcati quest'anno era stato superiore a quello dei mesi corrispondenti del 2016 – per la prima volta il saldo è stato negativo, pari a -51,4%: in numeri assoluti, 11.459 migranti sbarcati a luglio 2017 a fronte dei 23.552 sbarcati a luglio dell'anno scorso.

 

 

Quanto al Mediterraneo orientale, il numero di migranti arrivati in Grecia a luglio si è attestato a 2.300, in calo di un quarto rispetto al mese precedente. Il calo riflette una "riduzione significativa di rilevamenti alle frontiere terrestri nella zona, mentre il numero di migranti che arrivano sulle isole greche del Mar Egeo orientale è in aumento. Nei primi sette mesi di quest'anno, 15.750 migranti circa sono sbarcati in Grecia, il 90% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016, in maggioranza siriani, iracheni e afghani.

 

 

Quasi del tutto esaurita infine la rotta balcanica: nel mese di luglio, secondo Frontex, la rotta dei Balcani occidentali ha visto un numero relativamente basso di rilevamenti di valichi di frontiera illegali, confermando la diminuzione graduale degli ultimi mesi.  

 

 

Leggi anche: Quattro migranti su dieci salvati e portati in Italia da imbarcazioni di Ong

Leggi anche: Il calo degli sbarchi c'è davvero, la collaborazione con la Libia paga​

 

 

Ma è ad agosto che, nonostante le condizioni meteo continuino a restare estremamente positive per i 'viaggi della speranza', gli arrivi hanno subito un forte ridimensionamento: i migranti sbarcati furono 21.294 ad agosto 2016, sono stati appena 2.080 nei primi quattordici giorni del mese in corso. Un risultato che si spiega anche con un considerevole numero di giorni con zero sbarchi: dall'1 al 10, e' accaduto in ben quattro occasioni (l'1, il 5, l'8 e il 9 agosto).

 

 

Scende dal cumulo di macerie stringendo tra le braccia un fagottino. Quasi lo culla come fosse un neonato. Lo porge a una donna. Con delicatezza. Lei lo stringe a sé e piange. Quel vigile del fuoco le ha appena restituito il ricordo di una casa che non c’è più. Sono vestiti. Un paio di jeans impolverati. Intatti. “Qui non si può stare” mi urla qualcuno. Sono lì imbambolata non so da quanto.

"Era una delle ville più belle del paese"

Ignoro chi sia quel signore che mi ha appena intimato di allontanarmi: non indossa divise, non è un pompiere né un soldato. L’esercito è poco distante e sorveglia l’ingresso del borgo distrutto – pietre polvere silenzio – chiuso ai non addetti ai lavori. Corso Umberto I finisce qui. Dentro si scava, è pericoloso. “I giornalisti possono entrare scortati dai vigili del fuoco” mi ha spiegato un alpino. Mi passa la voglia di presentarmi come giornalista: quando arrivi qui non sei più nessuno. Senti solo il dovere di disturbare il meno possibile. Prendere appunti su un taccuino invisibile. Memorizzare ogni parola, ogni gesto. Ti senti in colpa persino perché sei finita tuo malgrado a frugare nei ricordi intimi di gente che ha perso tutto. Non sai quante persone siano morte in quella casa da cui ora estraggono quel fagottino di vestiti. Non sai se quella donna che sta piangendo abbia perso i familiari. Non hai il coraggio di fare domande.

“Era una delle ville più belle di Amatrice”, mi racconta un vigile del fuoco, faccia da angelo. Gli avevo mostrato il tesserino. Aspettiamo la pattuglia che rientra da un servizio e poi ti portiamo dentro – dice. Non sa che nel frattempo potrei avere cambiato idea. Sulle immagini satellitari di Google map quella villa sembra uno chalet, era di recente ristrutturazione. Eppure è venuta giù insieme al borgo antico.

L'orologio che segna sempre le tre e trentasei 

Faccio un passo indietro, mi chiudo anche io nel silenzio. L’aria è stordente. Sole e polvere. Lo scalpiccio dei passi sulle pietre in frantumi. Il ronzio delle gru che si muovono nel cielo. Poco prima stavo scattando alcune foto alla Torre Civica di Amatrice rimasta in piedi. Tutto il resto intorno è polverizzato. L’orologio del Campanile segna le tre e trentasei. Quante volte lo hai letto sui giornali. Eppure a vederlo con i tuoi occhi, quel tempo fermo ti ferma il respiro. Un anno fa. La notte del 24 agosto. 297 morti. Le lancette segnano l’ora in cui tutto è finito – replicandola all’infinito.

“Sembra successo ieri”. A parlare è una signora accanto a me. Piange pure lei. “Tanti ricordi” sussurra. La signora è romana, veniva qui a trascorrere le vacanze. Ricordi di gioventù. “La festa del 28 agosto era bellissima. Ora non c’è più niente”. Se non ci fosse stato il terremoto, quattro giorni dopo Amatrice avrebbe festeggiato la cinquantesima sagra dell’amatriciana. Il borgo era pieno di gente – quella notte. “Ogni volta che torno mi sento male, ma la situazione migliora piano piano” mi scrive su whatsapp un amico di Amatrice. La rinascita. Spuntano rose sui rovi, nei giardini disfatti, tra i tetti crollati. 

Qualche giorno fa ha riaperto il supermercato Simply; si trovava in Piazza del Plebiscito, è rinato in località San Cipriano. Lì intorno sono sorti i primi moduli abitativi dove già vivono alcune famiglie. Gli altri sono in albergo nelle località costiere. Alcuni sono rimasti nelle tende spesso per loro volontà. Passando con la macchina poco fa ho visto una signora seduta fuori l’uscio della sua nuova casa. Fissava il vuoto. Il sindaco ha organizzato nei giorni scorsi il festival delle Ciaramelle. Lo leggo in un manifesto affisso vicino ai giardini pubblici. A pochi metri, dove si entra nell’inferno di polvere, sempre il sindaco ha fatto mettere un cartello di divieto di selfie. “Che orrore”. Ovunque macerie.

"Un anno e ancora siamo messi così" 

“Sembra successo ieri” la signora di prima aveva ragione. “I lavori vanno a rilento, io sono qui da un anno e ancora siamo messi così”. Quel vigile dagli occhi azzurri – faccia da angelo – ha visto cose bruttissime. Non ha molta voglia di raccontare, ma racconta ugualmente tra pause che sembrano infinite mentre poco distanti, le gru alzano cenere. “Quattro morti nella villa verde all’angolo che ora non c’è più”. Ora al suo posto c’è un giardino di pietre. “Il terremoto del 30 ottobre ha finito di distruggere quel poco che era rimasto in piedi. Non si capisce niente, un decreto dietro l’altro. Dopo un anno le macerie sono ancora qui. Il sisma ha avuto la potenza di un bombardamento. Ne ho tirati fuori di morti da lì sotto, quella notte”. Lui ricorda i suoi, non quelli dei colleghi. Ricorda anche quanti ne ha estratti vivi. “Oggi la responsabilità del recupero è spalmata su vari organi – aggiunge – non si capisce chi stia facendo cosa”. La mappa dell’orrore. Sui ritardi degli scavi incidono molti fattori. “Non sottovalutiamo lo smaltimento delle rovine – continua il vigile -. Poi la gente viene a fare richieste assurde: giorni fa una signora è venuta a chiederci di recuperare un materasso”. Dopo un anno. Un materasso. Ricordi.
 
Recupero la macchina parcheggiata davanti all’hotel Il Castagneto. Finestre aperte. Nel giardino dove cresce solo erba, sedie a terra rovesciate su un fianco. A pochi metri ancora case sventrate. Cucine che non hanno pareti. Balconi piegati. Montagne di pietre. Luoghi rimasti senza vita.

Retrosi, il borgo fantasma 

Risalgo verso Campotosto. Arrivo a Borgo Retrosi, sezione di Amatrice. Città fantasma. Qui non è morto nessuno. Grazie – si dice – al commerciante perugino Angelo Zaroli il quale aveva realizzato un albergo diffuso, Villa Retrosi, che inglobava l’intero borgo, prendendosi carico della restaurazione di circa 90 dei 114 edifici. Che quella notte hanno resistito al sisma. Tutti salvi i ventotto ospiti. Nessuna vittima tra i trentuno abitanti. I quali oggi sperano nel progetto Retrosi Rinasce per lo sviluppo di un piano di recupero. Le forti scosse dei mesi successivi (ottobre e gennaio) hanno finito di danneggiare ciò che restava. La strada che sale è un tappeto di ruderi. Ai suoi lati edifici di pietra in frantumi. Della piccola chiesa resta solo la facciata. Il rosone incornicia l’azzurro del cielo. Oltre non c’è più niente. Non sono piovute bombe. Eppure sembra la scena di un bombardamento. Polvere e silenzio.

Sopra la diga di Campotosto, il bellissimo lago artificiale nel cuore dei Monti della Laga. L’omonimo borgo non esiste più. Dal 2009. Il terremoto dell’Aquila lo ha distrutto. Ha retto solo il campanile. Anche qui.
 
Eppure negli ultimi anni Campotosto stava rinascendo. Lentamente. Poi il terremoto del 18 gennaio scorso è un duro colpo per una cittadina già provata. La neve che impedisce alla gente di uscire di casa. Il parroco che si lancia dal secondo piano per mettersi in salvo e cade sul morbido manto bianco; quell’omone tanto alto se la cava con qualche ferita, sopravvive a un infarto. Nessuna vittima. I campotostani ricominciano da capo. Erano cinquecento, sono rimasti in quaranta. In questi ultimi mesi hanno resistito al freddo. Il rischio di un “effetto Vajont” causato da una faglia che si era attivata sotto la diga dopo il sisma – hanno superato pure quello. Allarme rientrato.

"Lo stato ci ha abbandonato"

Nella piazza del comune, all’ombra della Torre, oggi sorgono alcuni prefabbricati: le poste, la farmacia. Un negozio di alimentari. La proprietaria si chiama Francesca, ha poco più di cinquant’anni. Mi prepara un panino al prosciutto e formaggio. Non mi sembra di averne mangiato uno più buono in vita mia. “Ho riaperto da qualche giorno”. Un’unica finestra che affaccia sul borgo in frantumi. “I turisti ci sono, vengono a visitare il lago. Certo, lasciano soprattutto i rifiuti che poi tocca a noi smaltire, ma un po’ si lavora”. Dietro al bancone, Francesca racconta. Capelli raccolti, occhi stanchi. “Mio padre era di Campotosto. Mio marito si innamorò del borgo, e così anni fa decidemmo di lasciare Roma e di trasferirci qui. Nel 2009 abbiamo perso tutto, casa e negozio. Poi mio marito è morto, e con mia figlia abbiamo ricominciato. Avevamo finalmente riaperto il negozio ma dopo la scossa di gennaio per la forte nevicata abbiamo dovuto ricomprare tutto. Ero a casa quella mattina”.

Francesca vive in uno dei moduli abitativi realizzati da Berlusconi dopo il terremoto dell’Aquila. “Le neve altissima, non riuscivo ad aprire la porta di casa, eravamo murate dentro. Per fortuna da noi l’elettricità non è saltata così abbiamo potuto riscaldarci, altrimenti saremmo morte di freddo”. Francesca ha riaperto il suo negozio all’interno di una struttura provvisoria, in attesa di un locale vero e proprio. Lavorerà solo pochi giorni. Poi, finito agosto, chissà. “Lo Stato ci ha abbandonato. Spalmano i decreti all’infinito, il governo non eletto non fa niente. Niente. Ma almeno siamo vivi. Da qui non me ne vado, troppi ricordi”. Un sorriso amaro si apre tra le pieghe del viso. Ha imparato a contenere la commozione  – Francesca.
 
Fuori, al sole, Oreste è seduto sull’unica panchina della piazza. “Che ci vuoi fare, è la natura. Campotosto era il borgo più bello d’Italia”. Questo signore anziano vive all’Aquila. Continua a venire qui in vacanza, si arrangia nel garage. “Almeno adesso fa caldo”. Campotosto si prepara già al prossimo inverno.  

 

Non poteva avvenire in un clima peggiore la visita del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, nelle aree del Centro Italia colpite dal sisma del 24 agosto. A quasi un anno di distanza dal disastro che ha ucciso quasi 300 persone e ne ha lasciate migliaia senza casa, esplode la rivolta dei sindaci dei comuni terremotati. Troppi ritardi nella consegna delle casette, passo di lumaca nella rimozione delle macerie e – soprattutto – promesse tradite sull'esenzione totale da tasse e contributi. Queste le accuse al governo, che si difende affermando di essere stato costretto a rispettare le norme europee sulle agevolazioni fiscali. Una replica che non basta alle comunità messe in ginocchio dal terremoto.

Il sindaco di Amatrice: "Ci hanno presi in giro"

A riportare bruscamente al centro del dibattito la sorte dei borghi devastati dalle scosse è stata un'intervista al sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, pubblicata domenica dal Messaggero. Il primo cittadino della località simbolo del dramma non ha usato mezzi termini: "Sull'esenzione da tasse e contributi ci hanno presi in giro. Ho studiato il bando pubblicato dal ministero dello Sviluppo Economico, non c'è quello che era stato stabilito. Ci avevano promesso l'esenzione dai contributi e dalle tasse per le imprese per due anni. E invece c'è solo un credito di imposta". E ancora: "Io avevo detto che la zona urbana franca doveva essere appannaggio soltanto dei 55 comuni che hanno una zona rossa (ovvero con case distrutte dal sisma), invece l'hanno allargata a tutti, perché poi la civiltà dei clientes parte dall'Antica Roma…". Parole che, secondo il quotidiano romano, sono state accolte dall'esecutivo con "imbarazzo palpabile".

Un complesso groviglio di competenze

"Nel governo parte un vorticoso giro di telefonate", ricostruisce il Messaggero, "Palazzo Chigi decide che a rispondere debba essere il Mise che ha emanato la circolare. Ma sull'emergenza e la ricostruzione delle zone terremotate c'è un complesso groviglio di competenze. Lo Sviluppo Economico si occupa degli incentivi e dunque ha dovuto scrivere la circolare contestata. L'Economia e Finanze è competenete sulla parte fiscale e sui fondi. Palazzo Chigi sovrintende e coordina. L'onere della replica tocca quindi al titolare del Mise, Carlo Calenda.

La replica di Calenda

A proposito dell'allargamento della zona franca a comuni senza zona rossa, il ministro chiarisce che "non era nel potere della circolare modificare l’estensione dei Comuni, così come disciplinata per legge". Sull’esenzione dai contributi e dalle tasse per le imprese, Calenda afferma poi che l’agevolazione per chi ha subito danni non è "un’esenzione totale di quanto dovuto", ma "un esonero di benefici fiscali e contributivi soggetti a un tetto in ragione del richiamo della norma di legge ai regolamenti comunitari de minimis e della fissazione per legge di limiti annuali alle fruizioni dei benefici". In poche parole, il governo aveva le mani legate. E a proposito della pubblicazione della circolare in agosto, anch'essa contestata da Pirozzi, Calenda spiega che "è stata motivata dall'urgenza di fornire indicazioni utili alle imprese e non determinerà alcuna lacuna conoscitiva. Il termine per presentare le domande scade il 23 ottobre".

Una risposta che a Pirozzi non basta: "Il Mise dice che i Comuni del perimetro della zona franca non li ha stabiliti lui, ma il decreto. Vero! E infatti avevo detto al governo che stavano allargando a macchia d'olio gli aiuti, che non era serio e che gli aiuti era giusto darli solo ai Comuni con zone rosse. Ora a causa di questa scelta, e lo scopriamo solo oggi, i soldi non bastano".

"Ma che pensano che stiamo a gioca'?"

Altrettanto duro il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci, che oggi accoglierà Gentiloni. "Prima le macerie, che non si è mosso un sasso per mesi. Poi le casette, che non arrivavano mai. Adesso la no-tax area, che se la rimangiano. Ma che pensano che stiamo a gioca'? Qui la gente non ce la fa più", dichiara Petrucci al Corriere. Più cauto il primo cittadino di Accumoli, Stefano Petrucci: "Non ho approfondito la norma, ma spero che ci possano essere ripensamenti".

Il commissario alla ricostruzione, Vasco Errani, ancora al Corriere, cerca di smorzare la polemica e giura che i patti verranno rispettati: "Per quello che riguarda la zona franca il governo ha assicurato che, per i prossimi due anni, entro i de minimis tutte le imprese non pagheranno né tasse né contributi. Come è noto è così che funzionano tutte le zone franche e io sono convinto che sarà così anche per le zone terremotate". Nessuna promessa tradita? "No, gli impegni presi dal governo saranno confermati", assicura Errani, convinto che, per quanto lunga, la strada della ricostruzione sia tracciata su fondamenta solide.

Appuntamento al 21 agosto, quando Errani presenterà il suo dossier, che ha l'obiettivo di dimostrare con i numeri l'impegno delle istituzioni. "Non ci sono ritardi", continua a giurare.

Dopo Sea Eye e Medici Senza Frontiere, è il turno di Save The Children. Sono salite a tre in ventiquattr'ore le Ong che hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio di migranti in mare dopo la decisione della Libia di istituire una zona di ricerca e soccorso (Sar) e limitare l'accesso delle navi umanitarie nelle acque internazionali al largo delle proprie coste. Come continuare a salvare vite umane nel Mediterraneo, se, dopo la pausa di questi giorni, riprenderà l'esodo di disperati verso le coste italiane? Nel caso, toccherebbe finalmente all'Europa fare la propria parte, utilizzando la flotta delle missioni Sophia e Triton. O almeno questo è il piano del Viminale secondo un retroscena apparso su 'La Repubblica'.

"Il far west è finito"

"Il far west è finito", dicono fonti del ministero dell'Interno, che non sembra preoccupato dalla "pausa di riflessione" delle Ong perché, spiega il quotidiano, "il flusso dei migranti si è temporaneamente placato". "Se dovesse riprendere in modo intenso – ragiona una fonte qualificata vicina al ministro Minniti – chiederemo alle missioni europee Sophia e Triton, e ai mercantili di passaggio, di aiutare la Guardia Costiera nei soccorsi. Esattamente come avveniva prima dell'arrivo delle navi umanitarie nel Mediterraneo".

Le accuse delle Ong

"Quella delle Ong è però una ritirata piena di accuse", sottolinea il giornale di Largo Fochetti, "alla Libia, innanzitutto, per le minacce subite dalla guardia costiera e per l'annuncio di Tripoli di voler creare una zona Sar molto ampia, nella quale sarà possibile entrare solo dopo aver avuto l'autorizzazione delle autorità libiche. Ma anche all'Italia e all'Europa 'corresponsabili e complici' del blocco che 'contribuirà ad aumentare i morti nel Mediterraneo'."

Altre motovedette per Tripoli

"Il piano Minniti sul rafforzamento del versante libico, nonostante le polemiche non si ferma", leggiamo ancora su La Repubblica, "sono arrivati al Viminale una ventina di progetti di sviluppo economico avanzati dai sindaci libici del Nord e del Sud, che l'Italia intende finanziare al più presto. Non solo. Il nostro Paese fornirà altre motovedette (si parla di sei) alla Guardia Costiera di Tripoli, oltre alle quattro già in uso". "Del resto il governo Sarraj è riconosciuto dall'Onu, possiamo collaborare", osservano dal ministero.

Sono tre le Ong che hanno sospeso le operazioni di soccorso ai migranti nel Mediterraneo: dopo Medici senza frontiere, la stessa decisione, sempre per motivi di sicurezza come scrivono Repubblica e La Stampa, è stata presa da Sea Eye e da Save the Children. Quest'ultima "sta valutando l'evolversi dell'intero scenario dopo la dichiarazione della Marina libica di voler estendere il controllo e il divieto alle navi delle Ong nelle acque internazionali che fanno parte della SAR zone e la nave Vos Hestia resta ferma a Malta in attesa di capire se ci sono le condizioni di sicurezza per riprendere le operazioni".

Sea Eye si ferma

Nella mattinata di domenica l'ong tedesca Sea Eye ha annunciato la sospensione delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo.

 

 

L'Ong ha "deciso di sospendere le missioni di soccorso programmate", "ci troviamo costretti a questa decisione a causa della mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo", "non possiamo piu' continuare il nostro lavoro, non possiamo garantire la sicurezza degli equipaggi", "l'espansione delle acque terrotiriali libiche e le minacce alle Ong non ci lasciano altra scelta", si legge in una serie di tweet.

Il rammarico di Save the Children

Save the Children "si rammarica di dover essere costretta a mettere in pausa le proprie operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo a causa delle decisioni dalla Marina Libica di controllare le acque internazionali in cui normalmente opera la nave di Save the Children con l'obiettivo di salvare vite umane. Si tratta di una situazione molto preoccupante per il rischio di sicurezza dello staff e per la reale capacita' della Vos Hestia di mettere in atto la propria missione di soccorso".

"Il nostro team di esperti a bordo della nave è preoccupato che in questa nuova situazione le imbarcazioni dei migranti saranno costrette a tornare in Libia e molti bambini e adolescenti moriranno prima di lasciare la nuova zona SAR libica. Secondo quanto riportato, infatti, le autorità libiche avrebbero spostato la loro zona di competenza SAR dalle 12 miglia nautiche alle 70 miglia dalla costa libica e le imbarcazioni su cui viaggiano i migranti sono di gomma molto leggera, imbarcano facilmente acqua e non possono portare abbastanza carburante". L'Ong afferma che "in questo momento non è chiaro se entrando in quella zona, l'operazione di ricerca e salvataggio di Save the Children potrebbe essere a rischio, ma ciò che è chiaro è che molte vite potrebbero essere messe in pericolo, con la diminuzione della capacità di soccorso e salvataggio in quel tratto di mare". Save the Children e' "pronta a riprendere le proprie operazioni nella zona di salvataggio, ma abbiamo il dovere di garantire la sicurezza del team e l'efficacia delle operazioni. Prima di poter riprendere la missione dobbiamo avere rassicurazioni in particolare sulla sicurezza del nostro personale, Se non le avremo saremo costretti a considerare la sospensione delle operazioni, anche se speriamo di non doverlo fare".

Leggi anche: Lo stop di Medici senza Frontiere

 

Dopo Msf e Sea Eye, anche Save the Children sospende i soccorsi ai migranti nel Mediterraneo. L'ong ha fermato a Malta la sua nave Vos Hestia a causa delle minacce libiche: "Le operazioni riprenderanno quando sarà possibile garantire la sicurezza".

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