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Sono passati 30 giorni dal crollo del ponte Morandi a Genova e con l'avanzare do settembre il traffico si è fatto sempre più fitto in città. Ecco come si presentano le strade vicine alla Valpolcevera un mese dopo dal crollo del viadotto.

Articolo aggiornato alle ore 13,00 del 13 settembre 2018.

Sono stati gli stessi genitori a dichiarare che il loro figlio 14 enne sarebbe stato vittima di un gioco pericoloso, il black out, per cui si sperimenta la mancanza d'ossigeno fino allo sfinimento. Igor Maj, giovane climber e figlio di appassionati di scalata molto conosciuti a Milano, è stato trovato morto, con una corda al collo, nella sua stanza, lo scorso 6 giugno. Un suicidio, secondo chi ha indagato nelle prime ore.

È passata una settimana, e la morte di quel ragazzo – si legge sul Corriere della Sera – per quanto sostiene la sua famiglia, ha una spiegazione diversa dal suicidio. Lo racconterebbe almeno un video, tra le ultime pagine Internet visitate e rimaste memorizzate nella cronologia di navigazione del giovane rocciatore  un video che rientra nella categoria "cose pericolose in Rete" e parla di blackout, o "gioco" del soffocamento. 

La famiglia ha affidato al sito pareti.it, noto fra gli scalatori, un messaggio per spiegare la morte del figlio: "Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, devono saper trovare in voi una sponda, una guida che li aiuti a capire se e quali rischi non hanno valutato. Noi pensiamo di averlo sempre fatto con Igor, eppure non è bastato. Quindi cercate di fare ancora di più, perché tutti i ragazzi nella loro adolescenza saranno accompagnati dal senso di onnipotenza che se da una parte gli permette di affrontare il mondo, dall'altra può essere fatale".

"Igor era un bravo arrampicatore – si legge sulla pagina web – e soprattutto coraggioso, una qualità che è diventata merce rara tra i ragazzi e i ragazzini. Purtroppo non ha avuto paura a lasciarsi coinvolgere da un gioco che con la scalata non c'entra nulla e che sta diventando incomprensibilmente popolare tra gli adolescenti che hanno accesso a Internet, il cosiddetto blackout, o gioco del soffocamento". Lo abbiamo visto "crescere in falesia insieme ai genitori e lo abbiamo visto diventare un giovane uomo che strizzava le prese come noi e così lo vogliamo ricordare", scrivono i compagni di scalata. 

Cos'è il blackout game

Il 'blackout game', noto anche come 'gioco dello svenimento', è una sorta di gioco del soffocamento in cui le persone, spesso adolescenti sfidano la morte rimanendo il più a lungo possibile senza ossigeno. Un gioco macabro che può essere praticato da soli o in compagnia, usando corde o le braccia di un amico strette attorno al al collo. Lo scopo è quello di provare l’ebbrezza di quando si rimane senza ossigeno a 7.000 metri di altitudine oppure quando si sta per morire.

L’ultimo passo di questa sfida suicida è riuscire a perdere i sensi per poi rinvenire dopo pochi secondi in preda all’euforia, il tutto davanti ad una webcam che riprende in presa diretta. Il gioco è suddiviso in vari livelli e il giovane sarebbe arrivato fino al numero 5, uno dei più estremi, nel quale sarebbe dovuto riuscire a perdere i sensi e risvegliarsi dopo poco.

Basta digitare la parola 'blackout' sul web per rendersi conto che si tratta di una pratica molto diffusa tra i giovanissimi. I casi di cronaca sono numerosi, in passato si sono registrati a Bressanone, Rovigo e Padova – ricorda Il Giornale –  Sfide estreme, prove di coraggio tra giovani che vogliono dimostrare così di essere "forti".

È il giorno del decreto per Genova, che affronterà le emergenze create dal crollo del ponte Morandi, con agevolazioni alle famiglie sfollate e alle imprese rimaste danneggiate dalla tragedia. La partita vera però si aprirà dopo, con la revoca della concessione ad Autostrade, che sarà probabilmente al centro di una disputa legale, e l'affidamento dei lavori a un'azienda di fiducia dello Stato, individuata in Fincantieri. Che l'affido diretto sia contenuto o meno nel decreto non si sa ancora: le fonti di stampa su questo punto divergono ed è in corso un confronto con l'Unione Europea, che dovrà riconoscere le condizioni di eccezionalità che possono consentire al governo di saltare una nuova procedura di gara. Per quanto il vicepremier, Luigi Di Maio, abbia affermato di "fidarsene ciecamente", Fincantieri però non basta. Anche una testata non ostile al governo, come il Fatto Quotidiano, ha rimarcato che il colosso di Stato possiede una sola società specializzata in strutture in acciaio per grandi opere. Si tratta della 'Fincantieri Infrastructure', nata poco più di un anno fa, che ha nel portafoglio ordini per cinque ponti, quattro dei quali in Belgio, due di 123 e due di 128 metri, "nulla di paragonabile ai 1.182 metri del Morandi".

Perché Italferr

Un curriculum che lo stesso governo deve aver ritenuto non sufficiente. La notizia, che il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha dato ieri ai microfoni di Porta a Porta, è che "accanto a Fincantieri ci sarà probabilmente Italferr, che da decine di anni costruisce ponti". Impegnata nella costruzione delle linee per l'alta velocità, con una presenza internazionale consolidata (la prima commessa all'estero fu vinta nel 1987 per la costruzione della metropolitana di Lima), Italferr non garantisce solo ingegneri con maggiore esperienza. Il gruppo è controllato al 100% da Ferrovie dello Stato, i cui vertici sono stati sostituiti di recente dall'esecutivo, che avrebbe quindi maggiori capacità di influenza di quelle che potrebbe vantare su un vecchio grand commis della Prima Repubblica come l'ad di Fincantieri, Giuseppe Bono. 

Un doppio decreto per metter fuori Autostrade

L'unica cosa sicura, ha ricordato Toninelli, è che "Autostrade non metterà neppure una mattonella nella ricostruzione. Genova avrà un ponte velocemente ma non lo farà chi lo ha fatto cadere. Lo facciamo per le famiglie. Faremo di tutto per ricostruirlo entro il 2019 con il timbro dello Stato. Sono convinto che ce la faremo nonostante tutte le avversità". Ma come mettere fuori la società controllata da Atlantia, la holding dei "L’escamotage studiato dai giuristi del governo", rivela La Stampa, "è questo: due diversi provvedimenti, uno per la revoca della concessione, l’altro per la ricostruzione del ponte, utilizzando in entrambi i casi il decreto-legge, l’unico strumento legislativo capace di produrre l’effetto di diluire nel tempo il contenzioso che è alle porte. Soltanto i decreti-legge, infatti, sarebbero in grado di evitare sospensive a breve, quelle via Tar e Consiglio di Stato, quelle che il governo teme di più. Per contrastare i decreti-legge la lite giudiziaria verrebbe messa sui binari della Corte Costituzionale, con tempi molto più dilatati". 

 

Il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer ha annunciato che l’accordo con l’Italia per il rientro dei migranti arrivati alla frontiera tedesca è ormai cosa fatta.  “Mi hanno appena confermato che l’intesa c’è, mancano solo le firme del mio collega italiano Matteo Salvini e la mia”, ha dichiarato Seehofer questa mattina al Bundestag.

ll titolare del Viminale si era detto pronto a firmare l'accordo sui respingimenti se "a saldo zero" per quanto riguarda il numero dei richiedenti asilo da riprendere e quello da affidare alla Germania. La firma potrebbe essere apposta già domani a Vienna. Berlino ha già raggiunto analoghi accordi con la Spagna e con la Grecia, che prevedono che la Germania possa respingere migranti nei Paesi in cui precedentemente avevano già presentato una domanda d’asilo. Questi accordi sono frutto di un compromesso interno alla Grosse Koalition.

Leggi anche: I numeri dei respingimenti di migranti ai confini con la Francia

La trattativa con l'Italia è stata più complicata di quella con Atene e Madrid, e ha richiesto più tempo.Seehofer ha spiegato giorni fa che nel caso italiano l'intesa non porterà a una effettiva riduzione degli arrivi in Germania, dal momento – scrive Rainews – che Roma ha sempre chiesto di voler accogliere tanti migranti quanti Berlino fosse stata disposta ad accoglierel. "Sì, l'ho letto e riletto. Se c'è un accordo a saldo zero che consente all'Italia di rispettare le richieste di alcuni Paesi, in questo caso la Germania, senza avere un solo immigrato in più a nostro carico io firmo", ha detto il ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini. "Probabilmente già venerdì a Vienna potremo chiudere l'accordo in occasione del summit dei ministri dell'Interno europei", ha aggiunto. Il vertice di Vienna è venerdì 14 settembre e lì sapremo.

 

“La storia di Peppino e degli amici siciliani”. Chi non ha mai sentito questi versi nella colonna sonora del film “Cento passi”, scritta e musicata dai Modena City Ramblers? E la storia di Giuseppe Impastato, per tutti Peppino, doveva essere semplice, come quella di tanti “figli di”. Figli di cosa? Di padri di mafia. Il genitore di Peppino era Luigi – detto “Reginedda” – uomo d’onore e amico di Don Tano Badalamenti.

Peppino era un giornalista e militante dell’estrema sinistra. E, soprattutto, era un nemico giurato della mafia, che distruggeva con un fortissimo senso dell’ironia, dai microfoni del suo seguitissimo programma “Onda pazza” (Radio Aut), seguitissimo all’epoca in tutto il suo Paese, Cinisi. E fra un “don Tano che prega” e una canzone di Celentano, Peppino scardinava una delle cose più importanti, da sempre, delle mafie: quello che i boss definiscono “onore”. 

Se oggi Peppino fosse vivo, per molti – ne sono certo – sarebbe un “provocatore”. Lui, invece, sapeva sferzare i mafiosi con un feroce attacco alla loro politica nella sua città che definiva “Mafiopoli” e “Mafiettopoli”. 

La sua storia, appunto. La sua storia, nel bene e nel male, è stata al centro della storia del nostro Paese.

La notte tra l’otto e il nove maggio del 1978, quella “più buia della storia del nostro Paese”, mentre Roma ancora dorme, il presidente della Dc, Aldo Moro, sta per essere giustiziato dai terroristi delle brigate rosse. Mille chilometri più a sud, fra Cinisi e Terrasini, Peppino viene trascinato a forza fuori dalla sua macchina; il suo corpo, fracassato, viene legato ai binari della ferrovia e fatto saltare in aria con una carica di tritolo. 

Ed è da questo momento che, la storia di Peppino, si intreccia con i segreti del nostro Paese. Ad uccidere Peppino Impastato sono stati gli uomini di don Tano Badalamenti, ma le indagini vengono depistate dai carabinieri che, invece, dovevano trovare i colpevoli. È quanto scrive il Giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici, nell’archiviazione (quarant’anni e quattro mesi dopo l’uccisione) delle nuove indagini per la morte di Peppino Impastato. 

“Un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative” è quanto si legge, e riportato ieri mattina in esclusiva su “La Repubblica” in un articolo di Salvo Palazzolo. 

Ad essere archiviata, per favoreggiamento, è la posizione di Antonio Subranni, generale dei carabinieri ed uno dei condannati eccellenti del processo “trattativa Stato-mafia”. Con lui l’archiviazione per prescrizione è arrivata pure per i tre sottufficiali (rispondevano di concorso in falso) che la notte del delitto fecero perquisizioni nella casa di Impastato a Cinisi: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono. 

Siccome quelle di Peppino “il disgraziato” erano “minchiate”, la pista mafiosa non fu presa neanche in considerazione dai carabinieri. Ad essere accreditata, sin da subito, fu la pista che vedeva l’esponente di Democrazia Proletaria come una persona instabile sul piano psichico, sostanzialmente un terrorista, che si era suicidato. 

Ovviamente non era la verità, ma fu di un clamoroso depistaggio. La pubblica accusa di Palermo, rappresentata dai pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, aveva individuato in Subranni il responsabile principale del depistaggio. “Aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa”, scrive il gip, che parla di “vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative”. 

I misteri, le anomalie, non finiscono qui. Come in tante vicende che riguardano la storia del nostro Paese, anche la morte di Peppino è ricca – purtroppo – di altri punti interrogativi. 

Nel 1978, incredibilmente, risulta che Badalamenti fosse da poco diventato confidente dei carabinieri. Sì, il capomafia. Don Tano, o zu Tano. La sua “collaborazione”, secondo quanto risulta dalle indagini, fu gestita dal maresciallo Antonino Lombardo. Lo stesso che, il 4 marzo del 1995, si suicidò sparandosi un colpo di pistola nell’atrio della caserma “Bonsignore” di Palermo. E, misteriosamente, la notte che seguì il suicidio del maresciallo, come accaduto in tanti altri casi (borsa di Moro, memoriale di Moro, computer di Falcone, agenda rossa di Borsellino, tanto per citarne qualcuno), scomparve il suo archivio. Così come i documenti sequestrati in casa Impastato non sono mai stati ritrovati. Sequestrati è forse il termine sbagliato, visto che nel foglio dei carabinieri venne scritto “Elenco del materiale sequestrato informalmente a casa di Impastato Giuseppe”.

Sequestro informale? Informale non esiste in nessun codice di procedura penale. E fra questi, un foglio in cui vi sarebbe stato scritto “Voglio abbandonare la politica e la vita“, un “appunto” che per i carabinieri rappresentava la prova regina: “Impastato si voleva uccidere”.  

Ma per Giovanni Impastato, fratello di Peppino, la questione è sempre stata molto diversa, ad esempio riferisce: “Mio fratello poco prima di morire si stava interessando alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri”.

Misteri nei misteri. Una verità che ancora oggi, dopo oltre quarant’anni, manca. Un coinvolgimento di ufficiali e personaggi che, secondo la sentenza sulla trattativa, sono nell’area grigia del nostro Paese. Una verità che Peppino, ed i tanti che credono in lui, merita. E che oggi, però, con l’archiviazione si allontana sempre più. 

Ottantasette casi di malattia neuro-invasiva, 14 i decessi per West Nile in Emilia-Romagna, (di cui due a Modena, due a Bologna, tre a Ravenna e sette a Ferrara); 65 casi di forme febbrili e 22 casi di infezione senza sintomi in donatori di sangue, questi i numeri della West Nile in regione. Fra gli ultimi decessi comunicati, quello di un 82enne a Modena (deceduto, in verità, il 20 agosto) e di un 78enne a Ferrara.

Il 2018 un anno anomalo

Ad agosto sono state attivate misure straordinarie contro il virus, ma resta fondamentale la protezione individuale, in particolare per le persone anziane, già malate e debilitate (età media dei deceduti in regione, 80 anni, con range da 69 a 87): per il 2019 sono previsti più interventi in campo, sull' esperienza di quest'anno. "Una stagione, quella 2018, da considerarsi "anomala" – ha sottolineato l'assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi – non tanto per la quantità di zanzare-vettore (nella media), ma per precocità nella circolazione virale – in anticipo di circa un mese rispetto al passato -, elevata intensità della circolazione stessa in zanzare e uccelli e particolare aggressività del virus, con un alto numero di forme neuro-invasive ed elevata mortalità nell'uomo. 

Il virus ora si può considerare autoctono, e non è più importato

Questi casi di malattia da West Nile sono autoctoni, ovvero dovuti al virus circolante in Italia e non importato da viaggiatori al loro rientro, come accade ogni anno, ad esempio, per virus come Dengue o Chikungunya​. Il virus West Nile, come suggerisce il nome, non è originario dei nostri paesi. E’ stato isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, ma circola ormai anche in Asia, Australia, America ed Europa. I primi focolai importanti di infezione nell’uomo in Europa e negli Stati Uniti si sono registrati nella seconda metà degli anni 1990. In Italia si è iniziato a rilevarlo agli inizi degli anni 2000.

Ma negli uomini il virus non persiste

L'ecologia del virus è abbastanza complessa: il serbatoio naturale del virus sono numerose specie di uccelli selvatici, sia migratori che stanziali. Tuttavia West Nile non si trasmette direttamente da un individuo infetto all’altro, ma necessita di un vettore, che è rappresentato principalmente dalle zanzare del genere Culex (in particolare Culex pipiens), ma anche da Aedes albopictus (la zanzara tigre).

Queste zanzare sono presenti sia in ambiente silvano, dove possono acquisire il virus attraverso il pasto con il sangue di un uccello infetto, sia in ambiente urbano, dove possono trasmettere il virus all’uomo, ma anche ad altri mammiferi come cavalli, cani e gatti. Al di fuori degli uccelli, però, gli altri animali, uomo incluso, sono ospiti occasionali, in cui il virus non persiste e quindi non fungono da serbatoi naturali.

Non esistono vaccini, si può solo fare prevenzione

Dal 2013 a oggi, la sorveglianza veterinaria ha dimostrato la presenza del virus West Nile in diverse specie di uccelli stanziali in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, quali gazza e cornacchia grigia, spesso presenti anche in aree urbane, e ghiandaia. Ma anche in specie selvatiche migratorie quali storno, rondine, rondone, merlo. Quindi, la contemporanea presenza di serbatoi naturali (uccelli) e vettori (zanzare) fa sì che West Nile circoli nel nostro paese, causando ogni anno focolai di infezione, soprattutto nel periodo tra giugno e ottobre, coincidente con la massima attività delle zanzare e la maggiore densità sul territorio delle specie avicole serbatoio. Non esistono farmaci né vaccini, per cui la migliore arma è la prevenzione, ovvero difendersi dal morso delle zanzare.

A rischio anziani e soggetti immunocompressi

Va però anche ricordato che l’infezione da virus West Nile decorre in maniera asintomatica in circa l’80% dei casi. Nel restante 20% i sintomi sono generalmente di media entità: febbre, mal di testa, vomito, rash cutaneo, dolori muscolari. Solo in circa un caso su 100 si possono avere manifestazioni neurologiche gravi che nell’anziano e negli individui immunocompromessi possono anche essere letali (in circa un caso su 1000)

Soluzioni pratiche contro il West Nile

"Sono in atto delle sorveglianze da parte di tutti i presidi a livello territoriale che comportano una sorveglianza sugli uccelli, sulle zanzare e sull'uomo e che comportano condizioni anche in ambito veterinario, perché il virus può colpire anche i cavalli – ha spiegato Marco Libanore, direttore del reparto Malattie infettive del'Azienda ospedaliera di Ferrara -. Esiste uno stato di allerta, un piano nazionale di sorveglianza su controllo, monitoraggio e messa in atto di tutte le misure che possono prevenire contagi e trasmissioni sulle malattie trasmesse da insetti, da artropodi, perché oltre il West Nile c'è anche il Chikungunya, lo Zika virus, la Dengue, tutte quelle malattie che possono essere trasmesse da insetti e che si chiamano arbovirus.

Serve mettere in atto la disinfestazione da parte dei Comuni, segnalare se ci sono volatili che portano il virus, fare trappole per le zanzare per vedere se trasportano il virus. Segnalare dove ci sono stati casi, disinfestare le zone attorno per un raggio di 300 metri, evitare le acque stagnanti di sottovasi e fontane, usare di sera indumenti chiari e coprenti degli arti inferiori e superiori e usare repellenti tipo Autan". 

Papa Francesco sta per coronare il sogno di una vita, recarsi in Giappone dove intendeva andare come missionario negli anni '70 ma gli fu proibito dai superiori per ragioni di salute. "Approfittando di questa visita, vorrei annunciarvi la volontà di visitare il Giappone l'anno prossimo. Speriamo di poterlo fare", ha aggiunto a braccio incontrando i delegati dell'Associazione Tensho Kenoho Shisetsu Kenshokai" ai quali ha dato "il benvenuto a Roma, dal Papa". "Più di 400 anni fa, nel 1585, quattro giovani giapponesi – ha ricordato – arrivarono a Roma, accompagnati da alcuni missionari Gesuiti, per visitare il Papa, che era allora Gregorio XIII. Fu un viaggio straordinario, poichè era la prima volta che un gruppo di rappresentanti del vostro grande Paese veniva in Europa. I quattro giovani ebbero un'accoglienza meravigliosa, non solo da parte del Papa, ma anche di tutte le città e le corti che attraversarono: Lisbona, Madrid, Firenze, Roma, Venezia, Milano, Genova Gli europei incontrarono i giapponesi e i giapponesi incontrarono l'Europa e il cuore della Chiesa Cattolica. Un incontro storico fra due grandi culture e tradizioni spirituali, di cui e' giusto conservare la memoria, come fa la vostra Associazione".

Tre. Questo è il numero perfetto. Che sia in un giorno o in una settimana poco importa, gli esperti in diverse discipline sono stati inequivocabili sull’argomento: tre sono le volte che è più salutare ritirarsi in bagno per liberarsi. La rivista Quartz ha voluto chiarire una volta per tutte – portando pareri scientifici a supporto – quanto fosse vero che l'andare regolarmente in bagno, almeno una volta al giorno, sia sinonimo di ottimo stato di salute.

Per farlo ha contattato cinque esperti del settore e tutti e cinque hanno dato la medesima risposta: no. Possiamo finalmente dire addio quindi alla disperazione ogniqualvolta il nostro corpo non risponde alla nostra esigenza di liberarsi da indicibili pesi, negandoci quello che è universalmente riconosciuto come un insostituibile momento di riflessione privata, un magic moment di irrinunciabile valore.

Il primo a dire la sua è il gastroenterologo Christopher Hair, il primo anche a individuare nel numero tre quello perfetto e a spiegarci che il corpo umano in realtà è molto più complesso di quello che pensiamo; secondo le sue statistiche meno del 40% delle persone in ottimo stato di salute va in bagno regolarmente ogni giorno. Potrebbe essere un segnale negativo quando si va sotto le tre volte in una settimana, come nel caso di infezioni o addirittura tumori. Un indicatore insomma, ma che dobbiamo imparare a leggere.

È d’accordo anche Damien Belobrajdic, scienziato ricercatore, che sostiene che quando si va di corpo meno di tre volte a settimana si rischiano complicanze come emorroidi e ragadi anali. La stitichezza potrebbe essere causata da diversi fattori come l’utilizzo di farmaci contenenti oppioidi o antiacidi, oppure una dieta a basso contenuto di fibre. Ecco: fibre e assunzione di molta acqua potrebbero rivelarsi soluzioni perfette quando l’intestino proprio non ne vuole sapere.

Dan Worthley, gastroenterologo, riporta il risultato di uno studio fatto su 4.775 persone che confermerebbe la regola del tre. Rende nota anche dell’esistenza della Bristol Stool Form Scale, una sorta di guida che ci aiuta a studiare autonomamente le nostre feci per capire se c’è qualcosa che non va, e più che sulla frequenza lo studio si concentrerebbe sulla forma. La suddetta tabella distingue sette diversi generi di feci, dal primo (quelle più solide) al settimo (quelle praticamente liquide).

Jakob Begun, anche lui gastroenterologo, spiega che ogni settimana la persona media produce tra i 500 ei 1.100 grammi di feci. La frequenza della defecazione è governata da molti fattori tra cui la dieta, l'attività motoria intrinseca dell'intestino, la capacità rettale, i fattori comportamentali e il microbioma intestinale; e conferma che una persona che muove l'intestino meno di una volta al giorno ma non ha alcun fastidio, tensione o altri sintomi, è normale.

Un altro gastroenterologo, Vincent Ho, ci riporta il risultato di studi svolti nel Regno Unito e in Svezia che hanno rilevato che quasi tutti i pazienti avevano una frequenza di movimenti intestinali tra tre volte alla settimana e tre volte al giorno; quindi si pensa che questo sia il range da ritenersi normale su quanto spesso si dovrebbe andare in bagno. Anche i cambiamenti temporanei nella frequenza o nella consistenza dell'intestino sono normali. È noto che molti fattori non patogeni influiscono sulla frequenza dei movimenti intestinali, tra cui assunzione di liquidi, attività fisica, dieta, età e fattori sociali come l'imbarazzo nell'andare in bagno al lavoro.

Niente più vergogna quindi, l’importante è imparare a leggere il proprio corpo; con attenzione e mettendo da parte inutili allarmismi.

Almeno 1.130 migranti e rifugiati sono morti quest’anno al largo delle coste libiche nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. A riferirlo è l'Organizzazione internazionale per le migrazioni. Secondo i dati dell'Oim, tra il primo gennaio e il 9 settembre ci sono stati 1.549 decessi, lungo le cinque principali rotte marittime che attraversano il mar Mediterraneo, verso Italia, Grecia, Malta, Cipro e Spagna. Il numero di migranti e rifugiati che sono arrivati ​​in Europa quest’anno è di 73.696, quasi un terzo del totale dello scorso anno di 172.362 e quasi un settimo dei 348 mila registrati nel 2016.

Sulla ricostruzione del ponte a Genova "basterebbe chiarire il fatto che Autostrade, all'interno del consorzio di imprese, non può avere una posizione dominante, dev'essere l'ente pagatore con una quota molto bassa. Non possiamo escluderla, perché per legge deve essere Autostrade ad aprire il cantiere". Ad affermarlo è il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, in un'intervista a Repubblica in merito al crollo del ponte Morandi. "Toninelli mi insegue con i tweet, non so perché ha questa fissa, si vede che non c'è la moglie a casa…", ha ironizzato il governatore forzista. "Forse la polemica serve a mitigare un po' di errori che ci sono stati. Una commissione che continua a cambiare perché ogni giorno qualcuno si dimette non è un buon inizio per accertare la verità su quello che è successo", ha osservato Toti.

"Se qualcuno ha soluzioni più veloci le ascolto volentieri", ha sottolineato il governatore della Liguria, "finora ho sentito più no che sì. Ho sentito cose abbastanza vaghe, spesso dissociate dalla realtà dei fatti e del diritto. Una gazzarra inconcludente", afferma Toti. Per il governatore ligure il governo "vuole legittimamente rivedere le concessioni e il rapporto con la società Autostrade. Bene. Però Autostrade è una spa quotata in Borsa e partecipata da molte migliaia di italiani. Se qualcuno ha sbagliato non devono pagare i dipendenti o i piccoli azionisti, ma i vertici, le persone fisiche.

Toti si è detto contrario all'intenzione del governo di anticipare i soldi per il nuovo ponte e poi a rivalersi su Autostrade: "Che vantaggio ne avremmo? Per quale ragione i contribuenti italiani devono anticipare i soldi che potrebbe invece pagare Autostrade? E con quali rischi di ricorsi, che bloccherebbero anche il cantiere del ponte? È come se dopo aver subito un incidente stradale, invece di chiedere il risarcimento del danno decidessi di pagarmelo io e di attendere il risultato di una causa legale per avere indietro i soldi. Non capisco la logica". 

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