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AGI  – Ha messo il veleno nella pasta al salmone che lui stesso aveva cucinato per la cena: il patrigno è morto e la mamma è ricoverata in gravi condizioni. Con queste accuse A.A.L., un 19enne di Faenza, è stato fermato nella notte a Bologna per omicidio.

Il giovane, che pare soffra di problemi psichici, non avrebbe agito d’impulso ma aveva pianificato da giorni l’assassinio. Il nuovo compagno della madre, 57 anni, è morto mentre la madre 56enne è ricoverata in rianimazione al Maggiore di Bologna, ma sembra non in pericolo di vita. I fatti sono avvenuti poco dopo le 21 di giovedì sera in un appartamento in via Costituzione a Ceretolo di Casalecchio di Reno, nel Bolognese.

Il patrigno avrebbe consumato l’intero piatto mentre la madre solo metà porzione e questo le avrebbe salvato la vita. La donna, spaventata, è riuscita a gridare aiuto dalla finestra del terzo piano dell’abitazione dove vive.

Una vicina, sentendo delle urla provenire dall’appartamento, ha avvisato i carabinieri. Poco dopo il portone d’ingresso si è aperto ed è uscita la donna in stato confusionale, accompagnata da due cagnolini, che diceva: “Ci ha avvelenato, ha ucciso il mio compagno”.

Nel frattempo il 19enne era uscito di casa. La ‘caccia’ all’uomo è durata meno di due ore: alle 23 il giovane è stato bloccato nei pressi dell’abitazione della nonna materna e ha subito manifestato l’intenzione di costituirsi.

Lungo il tragitto, aveva gettato il telefonino, che aveva messo offline per non essere rintracciato. Portato in caserma, è stato fermato per omicidio e tentato omicidio, e interrogato dal pm di Bologna Rossella Poggioli.

I militari, entrati nell’appartamento, hanno trovato il patrigno disteso sul divano e con le gambe appoggiate sulla spalliera. Ne è stata poi accertata la morte. I vicini, in lacrime, hanno raccontato di aver visto il giovane fuggire a piedi nudi e con un paio di scarpe in mano.

Aggiornato alle ore 12,00

AGI – “Sono almeno una cinquantina le persone che non ne avevano diritto e hanno ricevuto il vaccino o a cui è stato somministrato Pfizer e che avrebbero dovuto ricevere un diverso vaccino”. Così la comandante dei Nas di Cagliari, maggiore Nadia Gioviale, assieme al procuratore della Repubblica di Oristano Ezio Domenico Basso, ha sintetizzato i risultati della prima parte dell’inchiesta ‘Saltafila’, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 15 fra medici e infermieri, impegnati nelle vaccinazioni anti-Covid per conto della Assl di Oristano.

Fra i ‘beneficiari’ figurano anche esponenti delle forze dell’ordine, la cui posizione è al vaglio. Gli operatori sanitari sono accusati di aver favorito “in qualche modo, la somministrazione a soggetti che non rientravano nelle categorie individuate nel piano vaccinale”, ha precisato Basso, in particolare familiari e conoscenti. Le verifiche si sono inizialmente concentrate sul poliambulatorio di via Pira a Oristano (11 i medici e 4 gli infermieri indagati per abuso d’ufficio e peculato), poi gli accertamenti si sono estesi agli altri punti vaccinali dell’Oristanese.

La ‘corsa al volontariato’

È al vaglio degli inquirenti una sorta di “corsa al volontariato” che nel territorio della Assl di Oristano potrebbe aver animato alcune delle persone che hanno ricevuto il vaccino anti-Covid pur non essendo nelle liste delle categorie prioritarie secondo il piano nazionale e regionale. “Stiamo verificando la posizione di alcuni dirigenti pubblici che avrebbero dovuto ricevere AstraZeneca e invece hanno ricevuto Pfizer“, ha spiegato la comandante del Nas di Cagliari. Sarà accertato se ci siano “cause di giustificazione”, come ad esempio patologie o se gli stessi facessero parte di associazioni di volontariato, una delle condizioni che davano titolo alla vaccinazione prioritaria.

Le dosi non erano quelle ‘avanzate’

Peraltro, le dosi somministrate difficilmente potevano essere quelle ‘avanzate’, cioè destinate ad aventi diritto che poi non si erano presentati, come sostenuto da alcuni degli interessati finiti sotto inchiesta. Le vaccinazioni spesso venivano effettuate nelle prime ore del mattino, “in tanti casi anche a soggetti giovani, non affetti da patologie”, ha precisato Gioviale. Ora l’inchiesta ‘Saltafila’ si estende ad altri punti vaccinali. È stato già individuato anche un sedicesimo sanitario (ad oggi non iscritto nel registro degli indagati), sospettato di aver agevolato la somministrazione di vaccino a congiunti.

Quanto agli 11 medici e i 4 quattro infermieri indagati “avrebbero favorito la vaccinazione per soggetti che non rientravano nelle categorie individuate come prioritarie dal piano vaccinale”, ha spiegato il procuratore capo di Oristano. “Gli accertamenti non sono terminati”, e oltre al punto vaccinale di via Pira a Oristano sono in corso su tutto il territorio “di competenza del Tribunale di Oristano”. Quindi, le verifiche sono estese ai punti vaccinali allestiti dall’Ares-Ats, l’azienda regionale per la salute, a Oristano, Bosa, Ghilarza, Ales, Macomer e Sorgono: gli ultimi due sono in provincia di Nuoro. Inoltre, “l’analisi dei dati che vengono acquisiti, potrebbero portare a un aumento dei soggetti coinvolti e a una modifica, integrazione, correzione delle accuse mosse a questi”, ha preannunciato il procuratore. E si “andrà a vedere, con precisione, a chi attribuire le singole responsabilità”. 

AGI – Nell’attesa delle decisioni delle Agenzie Regolatorie europea ed italiana sul vaccino di Johnson&Johnson, la Sifo e la Società Italiana dei Farmacisti Preparatori (SIFAP) hanno pubblicato in anticipo le istruzioni sul siero “Janssen”, mettendole a disposizione di tutti gli operatori direttamente coinvolti nella campagna vaccinale. L'”Istruzione operativa”, fanno sapere le società, punta a “supportare con indicazioni chiare tutti i professionisti delle farmacie ospedaliere coinvolti nella gestione del vaccino, come già era accaduto con i vaccini Pfizer, Moderna e Astra Zeneca”.

Il vaccino Janssen – puntualizzano SIFO e SIFAP nel documento – viene distribuito in fiale multi-dose contenente 5 dosi da 0,5 ml, va conservato in congelatore ad una temperatura compresa tra -25 e -15 ed è da somministrare a pazienti adulti e adolescenti di età maggiore o uguale ai 18 anni. Il trattamento – precisa l’Istruzione – prevede la somministrazione di una sola dose da 0,5 ml. Il documento precisa che “il vaccino non deve essere miscelato nella stessa siringa con altri vaccini o medicinali. La sospensione non deve essere diluita prima della somministrazione. Al termine delle somministrazioni, la fiala con il vaccino residuo deve essere smaltita seguendo i protocolli standard”.

Coerentemente con le indicazioni che hanno già offerto nei mesi scorsi (quando si sono registrati casi di vaccinazioni scorrette e si è registrato l’allarme verso possibili contraffazioni e azioni illegittime), SIFO e SIFAP precisano che “prima di procedere allo smaltimento dei prodotti, è necessario rendere inutilizzabili le fiale sbarrando l’etichetta con una linea nera indelebile e adulterando la soluzione residua con un colorante (tipo eosina) o con altre modalità previste da procedure interne aziendali”.

Allo scopo di assicurare la tracciabilità del vaccino, si deve poi registrare per ogni somministrazione effettuata il nome del paziente, la denominazione del medicinale e il numero di lotto del farmaco somministrato. Per quanto riguarda la sorveglianza, SIFO e SIFAP confermano e sottolineano che le segnalazioni di eventuali reazioni avverse devono essere effettuate entro 36 ore da quando il medico o l’operatore sanitario ne viene a conoscenza. 

AGI – Nel corso della pandemia il 16,5% della popolazione italiana ha manifestato sintomi di depressioni, ma fra i più giovani si sale al 34,7%, più del doppio. È quanto emerge dalla ricerca “Gli italiani e il Covid-19. Impatto socio-sanitario, comportamenti e atteggiamenti della popolazione Italiana”, realizzato da Fondazione Italia in Salute e da Sociometrica. Il dato preoccupante, si legge nel rapporto, è confermato da un’altra differenza che si riscontra nel numero proporzionale di persone che avverte disagi psicologici: è il 27,1% nella media della popolazione, arriva al 40,2%, quasi il doppio, fra i giovani.

Il malessere si trasforma in un cambiamento di comportamenti: uscire di meno, vedere meno persone; fare meno cose, e questo disagio non si “compensa” con meccanismi di “addiction”. è evidente, per altro, il nesso causale: sono proprio quei comportamenti impediti o resi più difficoltosi, o auto-censurati che provocano il malessere. E di questo sembrano averne piena consapevolezza. Appunto senza “fughe” altrove. L’unico fattore che sembra meno impressivo sui giovani sono le difficolta del sonno che restano in linea con la media generale.

Il 7% degli italiani non vuole il vaccino, il 25% non vede l’ora

Sul vaccino, gli italiani mostrano un atteggiamento molto differenziato: il 7,5% non intende farlo, il 9,9% attende di capire di più, mentre il 7,6% vorrebbe poter scegliere quale vaccino fare. è quanto emerge dalla ricerca “Gli italiani e il Covid-19. Impatto socio-sanitario, comportamenti e atteggiamenti della popolazione Italiana”, realizzato da Fondazione Italia in Salute e da Sociometrica. Secondo l’indagine, un italiano su quattro “non vede l’ora” di fare il vaccino e il 40,5% attende tranquillamente il proprio turno. Le persone che pero’ hanno patologie di vario tipo vogliono tutte essere vaccinate, e anche dal punto di vista sociale ci sono significative differenziazioni, perché sono le persone più istruite a essere più favorevoli ai vaccini.

Due su tre evitano i mezzi di trasporto

Dall’indagine viene fuori inoltre che il 63,3% degli italiani (circa 2 su 3) evita di prendere qualunque mezzo pubblico e il 59,3% ha ridotto spontaneamente qualunque tipo di viaggio e spostamento. Il 71,0% della popolazione ha ridotto spontaneamente qualunque uscita con altre persone e in una misura pressochè pari, il 69,4%, ha rinunciato a frequentare o a invitare qualunque tipo di persone a casa propria.

La frequenza dei luoghi pubblici, dei negozi e dei ristoranti, anche se parzialmente aperti, è stata cancellata dal 53,5% della popolazione. Anche la pratica sportiva ha avuto un crollo, perchè il 29,1% della popolazione vi ha rinunciato spontaneamente. 

Al Sud il maggiore impatto psicologico

E sono soprattutto i residenti al sud che hanno avuto l’impatto psicologico e comportamentale più profondo, sebbene sia stato diffuso dovunque in Italia. Ad esempio, a evitare i mezzi pubblici c’è il 70,4% dei residenti al sud contro il 54,1% dei residenti nel nord ovest; a evitare qualunque spostamento fuori comune è il 62,5% dei residenti al sud contro il 54,6% sempre del nord ovest; a non invitare persone a casa è il 75,4% nel sud contro il 61,4% del nord ovest.

Viceversa, chi non ha cambiato nulla spontaneamente nei suoi comportamenti è il 7,2% nel nord est, il 6,1% nel nord ovest e solo l’1,4% nel sud. Si direbbe che a far cambiare di più i comportamenti è stata soprattutto la comunicazione più che il fenomeno in sè, visto che l’epidemia, almeno inizialmente, si è sviluppata soprattutto nelle regioni della Lombardia e del Veneto. 

35 milioni di italiani colpiti da disservizi per patologie non Covid

In un anno di pandemia, 35 milioni di italiani hanno avuto problemi a utilizzare servizi e prestazioni sanitarie per patologie non-Covid. Secondo l’indagine, oltre la meta degli italiani, esattamente il 52%, durante quest’ultimo anno ha dovuto fronteggiare ritardi, spostamenti e/o cancellazioni da parte del servizio sanitario. Le cancellazioni e rinunce hanno coinvolto circa 10 milioni di persone. Di queste circa 400mila hanno rinunciato (o visto cancellare) interventi di ricovero; 600mila non hanno potuto fare interventi chirurgici e circa 1 milione di persone non hanno avuto le prestazioni di day hospital.

La percentuale, che di per se e altissima, in quanto coinvolge la meta della popolazione, “diventa ancora piu pesante – se possibile – per alcune fasce di eta dei pazienti e per alcune aree del Paese. Infatti, se guardiamo all’eta degli intervistati, scopriamo che il massimo dei disagi nell’utilizzo dei servizi sanitari si registra nella fascia tra i 46 e i 55 anni e tendenzialmente nelle fasce piu alte dell’età“, si legge nel rapporto. Il servizio a cui hanno dovuto rinunciare maggiormente sono le visite specialistiche, cancellate o a cui hanno dovuto rinunciare circa 7 milioni di italiani. Da segnalare che la cancellazione o rinuncia delle visite specialistiche ha riguardato in specifico l’83,9% degli over 65 anni.

Disservizi soprattutto a Nord

Le cancellazioni e le rinunce legate a prestazioni sanitarie per patologie non-Covid in un anno di pandemia “si sono registrate soprattutto nelle regioni nord- occidentali, che comprendono la Lombardia, dove sono arrivate a incidere sul 45,1% della popolazione”. Quanto ai ritardi, “che comunque non hanno scongiurato la prestazione, i ritardi piu rilevanti si registrano nelle regioni del sud”, si legge nel rapporto. 

AGI – L’acqua clorata delle piscine potrebbe inattivare il coronavirus in soli 30 secondi. Questo è quanto emerge da uno studio, non ancora sottoposto a revisione, condotto dagli scienziati dell’Imperial College di Londra, che hanno studiato l’impatto delle diverse concentrazioni di cloro diluito in acqua su SARS-CoV-2.

In Inghilterra le piscine riapriranno questa settimana e il team sostiene che il rischio di trasmissione di Covid-19 attraverso l’acqua clorata è estremamente basso. “Abbiamo eseguito questi esperimenti nei nostri laboratori ad alto contenimento a Londra – afferma Wendy Barclay, dell’Imperial College di Londra – in questo modo siamo stati in grado di misurare l’infettività del virus e la sua capacità di attaccare le cellule”.

La ricerca, commissionata da Swim England, l’ente governativo inglese per gli sport acquatici, e dalla scuola di nuoto Water Babies, è stata condotta mescolando campioni di SARS-CoV-2 con acqua clorata. Stando ai risultati del gruppo di ricerca, la bassa infettività e la diluizione del virus suggeriscono che la possibilità di contrarre Covid-19 dalla piscina è trascurabile.

Gli esperti riportano, infatti, che una concentrazione di cloro di 1,5 milligrammi per litro e un indice di acidità compreso tra 7 e 7,2 possono ridurre l’infettività dell’agente patogeno di oltre mille volte in soli 30 secondi.

Gli autori hanno poi utilizzato diverse concentrazioni di cloro e livelli di pH per valutare scenari differenti, riscontrando che una concentrazione di cloro libero di 1,5 milligrammi per litro e un livello di pH di 7,0, come raccomandano le linee guida per il funzionamento delle piscine, sono sufficienti per rendere trascurabile la possibilità di contagio.

“Questi risultati – commenta Jane Nickerson, amministratore delegato di Swim England – supportano l’ipotesi che le piscine siano ambienti sicuri se si adottano le misure appropriate. È una notizia fantastica per gli operatori, i nostri membri e club che prendono parte alle attività sportive, i nuotatori e coloro che fanno affidamento sull’acqua per restare fisicamente attivi”.

“Siamo entusiasti di questi risultati – aggiunge Paul Thompson, fondatore di Water Babies – mentre ci prepariamo a ricominciare le lezioni e ad accogliere nuovamente bambini e clienti nelle piscine coperte del paese. Sappiamo che il nuoto ha molteplici benefici per la salute fisica e mentale sia per i bambini che per gli adulti di tutte le eta’ e non vediamo l’ora di riprendere le attività”.

AGI – “Il decreto introduce uno scudo penale per i vaccinatori che dimostrino di avere compiuto il proprio dovere professionale con rigore e rispetto delle regole ma ‘gli “esercenti le professioni sanitarie’ e gli ‘operatori di interesse sanitario’ saranno iscritti, come si usa di frequente dire, a titolo ‘prudenziale’, ‘cautelativo’ o ‘di garanzia’, nel registro degli indagati”.

È quanto sottolinea un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro analizzando il decreto 44 del 2021 precisando che “la causa di non punibilità stabilita dall’articolo 3 non appare sufficiente di per sé a proteggere dalla gogna del procedimento penale“.

L’approfondimento sottolinea che la legge entrata in vigore il 1 aprile “non tutela gli ‘esercenti le professioni sanitarie’ e gli ‘operatori di interesse sanitario’ dall’inevitabile avvio delle indagini preliminari nei loro confronti”, infatti l’autorità giudiziaria dovrà comunque accertare se la somministrazione del vaccino “è avvenuta nel pieno rispetto della normativa dettata in materia e se nella condotta di chi ha praticato l’intervento non vi siano altri aspetti di responsabilità colposa”.

“Nel caso in cui a causa della somministrazione del vaccino si dovesse verificare un evento, astrattamente riconducibile alla fattispecie delle lesioni personali colpose ovvero a quella dell’omicidio colposo – si legge nello studio dei Consulenti del Lavoro – gli esercenti le professioni sanitarie prima di essere dichiarati non punibili ai sensi dell’articolo 3, saranno ugualmente sottoposti a un procedimento penale, e magari vi potranno rimanere per qualche mese, se non per qualche anno”.

Per lo studio rimarrebbero esclusi dalla ‘scudo’ i datori di lavoro: “non si comprende – si spiega – per quale ragione, nel caso in cui nell’ambiente di lavoro fossero accertati casi di infezione, non potrebbe estendersi tale causa di non punibilità anche all’imprenditore ‘virtuoso’, quello, cioè, che si è scrupolosamente attenuto alle norme impartite per evitare la diffusione del contagio”.

L’appello dei Consulenti del Lavoro è quello di “prevedere per l’imprenditore una norma analoga a quella di cui all’articolo 3, che permetterebbe almeno di ‘compensare’ con una causa di non punibilità il rischio che questi corre nel mantenere aperta l’unità produttiva e i costi che sostiene per la costante bonificazione dell’ambiente di lavoro”.

AGI – Quindici avvisi di garanzia sono stati notificati dalla procura di Oristano a medici e infermieri impegnati nelle vaccinazioni contro il coronavirus per conto dell’azienda sanitaria locale. Abuso d’ufficio e peculato sono i reati contestati a coloro che hanno somministrato dosi del siero Pfizer a parenti e conoscenti, non inclusi nelle categorie indicate come ‘prioritarie’ nel piano di vaccinazione.

È quanto emerso dagli accertamenti dei carabinieri del Nas di Cagliari, l’ultimo dei quali lo scorso 8 aprile, quando era stato consegnato un dettagliato rapporto in procura, la quale aveva aperto un fascicolo.

Nel rapporto figurano anche le testimonianze dei sanitari. Giustificando il loro operato, medici e infermieri ora sotto indagine hanno fatto riferimento alle difficoltà di somministrazione dei vaccini: in alcune circostanze, le dosi sarebbero rimaste inutilizzate per l’assenza dei convocati.

Da qui il ricorso a persone conosciute, che hanno potuto raggiungere velocemente il poliambulatorio e ottenere la somministrazione del vaccino anti-Covid. Ciò per evitare la perdita delle fiale – si sono giustificati gli indagati coi carabinieri – come espressamente richiesto dal ministero della Salute.

Queste argomentazioni, evidentemente, non vengono giudicate plausibili dalla Procura della repubblica di Oristano, decisa ad andare avanti con l’inchiesta. Giovedì 15 aprile il procuratore capo di Oristano, Ezio Domenico Basso, sarà a Cagliari, per una conferenza stampa sui dettagli dell’operazione convocata nella caserma del comando Legione carabinieri Sardegna. Sinora l’Assl di Oristano non ha commentato ufficialmente la vicenda.

Stamane le procedure di vaccinazione sono proseguite nell’hub provinciale inaugurato martedì 14 aprile al nuovo palasport di Sa Rodia, dove nella prima giornata di attività sono state vaccinate 726 persone. 

AGI – Una donna di 65 anni, positiva al Covid, è da un mese in isolamento in una cella del carcere romano di Rebibbia, senza la possibilità di vedere nessuno, con soltanto una branda e un wc a disposizione. Una situazione che per la famiglia è tanto piu’ drammatica in quanto la donna, Giuseppina Cianfoni, “ha preso il Covid in carcere, dove si trova reclusa da due mesi per un vizio nel ricorso in appello presentato dal suo difensore tre giorni dopo la scadenza prevista“.

A raccontare la storia all’AGI è stata la figlia di Giuseppina Cianfoni, Rossella Anitori che oggi scrive alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. “Gentile Ministra della Giustizia Marta Cartabia, mi chiamo Rossella Anitori e sono la figlia di una persona attualmente detenuta. Mia madre si chiama Giuseppina Cianfoni ed è una delle oltre 70 persone ristrette in regime di isolamento a causa del Covid nel carcere femminile di Rebibbia. Sono ormai tre settimane che mia madre è chiusa in una cella“, spiega la figlia della donna nella lettera.

“Sono tre settimane che non respira una boccata di aria fresca. Che non alza gli occhi al cielo per vedere le nuvole. Che non si fa una doccia calda. Sono tre settimane che mia madre non incontra nessuno. E’ sola per 24 ore al giorno e non esce mai. Mia madre non e’ socialmente pericolosa”.

Rossella riferisce, quindi, i dettagli della vicenda giudiziaria che ha riguardato sua madre: “Dieci anni fa era dirigente dell’Ufficio della Conservatoria di Velletri ed  incappata in una spiacevole parentesi giudiziaria che purtroppo non è stato possibile chiarire ed è stata condannata in base all’articolo 319 quarter a 3 anni di reclusione. Dopo la laurea, quando ho studiato per l’esame da giornalista, ho appreso che le pene vengono irrorate secondo il principio del male minore e che anche i detenuti hanno dei diritti. E allora mi chiedo cosa ci fa mia madre in carcere e che fine hanno fatto i suoi diritti e quelli del resto delle donne e degli uomini internati con lei in queste condizioni”.

Rossella ricorda infatti che “l’isolamento è un regime di detenzione estremamente duro e gravemente, restrittivo della libertà personale che si utilizza come ultima ratio, come l’ultimo dei provvedimenti disciplinari, proprio perché è in grado di fiaccare anche gli animi più vigorosi. A causa del Covid mia madre ha trascorso più di un mese in isolamento, dove è tutt’ora. Come possiamo lasciare che questa tragedia per lei ed altre detenute si compia? Come possiamo accettare in deroga ad ogni legge che un essere umano sia trattato in questa maniera? La nostra Costituzione dice che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devo tendere alla rieducazione del condannato'”.

“Abbiamo dimenticato questi principi? Quale valore stiamo dando al tempo e alla vita di queste persone e quale considerazione ci aspettiamo che possano avere del sistema che li reclude e li tortura? Quale risorsa il carcere rappresenta oggi per la società? Perché non possiamo rinunciarci? Anche quando diventa ingiusto e inumano, quando l’applicazione della pena va oltre il precetto? Gentile Ministra chiedo l’immediata scarcerazione di mia madre, l’estensione delle misure alternative alla detenzione per quanti più detenuti e detenute possibili, che oggi più che mai si vedono privati dei loro diritti fondamentali e la fine di un carcere inutile, ingiusto e disumano. Rossella Anitori La figlia di Giuseppina Cianfoni, una persona detenuta in isolamento da oltre un mese nel carcere di Rebibbia”.

AGI – Oggi è la Giornata mondiale del Bacio, ma in tempi di Covid questo gesto di amore o di affetto così semplice, al pari di un abbraccio, è ormai finito nel dimenticatoio. Scienziati e studiosi ce lo hanno ufficialmente vietato per non alimentare il contagio, rimandandolo a chissà quando.

Di sicuro, la pandemia, oltre ad aver stravolto la vita e le abitudini di ciascuno di noi, ha avuto un impatto dalle conseguenze non ancora prevedibili sui giovani di età compresa tra i 14 e i 20 anni e, in particolare, sulla loro vita sentimentale che rischia di essere del tutto azzerata. 

ScuolaZoo, portale dedicato agli studenti, ha realizzato un sondaggio al quale hanno risposto 56 mila ragazzi e ragazze. La realtà che emerge da questa ricerca è tutt’altro che esaltante: solo il 30% di chi aveva una storia prima del lockdown è riuscito a mantenerla, mentre ben il 57% dei giovani interpellati non ha avuto un appuntamento (nemmeno virtuale) nell’ultimo anno.

Il 70% di chi ha risposto si è dichiarato single, ma il 40% ha detto di esserlo “per scelta degli altri”. E da quando c’è il Covid, il 74% dei giovani ha ammesso di non avere avuto modo di allacciare una relazione sentimentale per una serie di ragioni: perché non è interessato ad averne (il 19%), perché non sa come conoscere nuove persone (45%) e perché ritiene sia imprescindibile incontrarsi di persona (36%). 

E invece quel 26% che ha iniziato una nuova storia d’amore, come ha fatto? Il 64% ha conosciuto la persona sui social, ma solo il 5% su app di dating. Il restante 31% ha sfruttato in pieno le poche occasioni di socialità dal vivo che si sono presentate come la scuola in presenza, i viaggi consentiti durante l’estate del 2020 e chi addirittura al supermercato.

Tra coloro che avevano una relazione prima del lockdown ha resistito solo il 30%, mentre il 18% non ha retto agli ostacoli della lontananza e si è lasciato. Le difficoltà maggiori tra le coppie formate prima dell’era del Covid sono state il non potersi vedere per lunghi periodi di tempo (50%), il non sapere cosa fare senza uscire (25%) e i problemi di privacy visto che si sta sempre in casa con i genitori (7%).

Non solo amici e “cotte”,  tutti gli adolescenti di tutte le generazioni hanno avuto l’amore platonico che sognavano di baciare. Per chi batte il cuore della Generazione Z del 2021? Al primo posto Harry Styles e Dua Lipa, seguiti da Damiano dei Maneskin e Zendaya. Tantissimo successo poi per il comico Lillo, in super trend dopo il successo di LOL.

AGI – “Partiremo con una sperimentazione che avrà due direttrici: quella di coprire le varianti e quella di combinare diversi vaccini. Uno studio per andare incontro alle preoccupazioni di chi ha fatto la prima dose con AstraZeneca, che comunque ribadisco è un vaccino sicuro ed efficace” ma ha dei timori a fare la seconda dose sempre con AstraZeneca.

Lo ha detto il direttore sanitario dell’ospedale Spallanzani, Francesco Vaia parlando con i cronisti prima della firma del Memorandum con l’istituto Gamaleya e il fondo sovrano russo che è il proprietario di Sputnik. “E’ uno studio a 4 ‘bracci – ha spiegato Vaia – con 600 volontari che si sottoporranno per la seconda dose con Spuntik o Pfizer o Moderna“. 

“Chiederemo l’autorizzazione ad Aifa anche se il presidente Palù mi ha già detto che è favorevole. Anche il ministro Speranza è stato informato e quindi” superati questi passaggi burocratici “potremo iniziare la sperimentazione, credo già dalla prossima settimana” ha detto Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio.

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