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Papa Francesco all’Angelus parla della nuova strage di migranti e delle responsabilità di chi l’ha causata. “Ho due dolori nel cuore: Colombia e Mediterraneo. Penso alle 170 vittime del naufragio nel Mediterraneo cercavano futuro per la loro vita. Vittime forse di trafficanti. Preghiamo per loro e per coloro che hanno responsabilità per quello che è successo”, ha detto il Papa.

Da due anni e mezzo pagano, ogni mese, 2.800 euro di affitto per i locali sulla via Cassia, in zona Giustiniana a Roma, dove sorgerà una casa-famiglia destinata a ragazzi autistici. Ma senza poter ancora utilizzare la struttura: l’inaugurazione è slittata di mese in mese a causa della lentezza dell’iter burocratico per l’autorizzazione del progetto. La residenza dovrebbe aprire ufficialmente il prossimo mese, seppur ancora tra mille difficoltà finanziarie. La storia di un gruppo di genitori, riuniti nell’Associazione Oikos, racconta tutte le difficoltà vissute dai familiari dei ragazzi autistici che vogliono assicurare un futuro ai propri figli fatto di abitare condiviso e servizi forniti da professionisti qualificati.

Nel 1998, Oikos ha aperto una prima casa famiglia a Roma, seguita negli anni successivi da una seconda, in totale le due strutture ospitano 16 ragazzi che vivono assieme, seguiti in ciascun appartamento da 4 assistenti, un medico coordinatore, un servizio cucina e pulizia, con spese in buona parte a carico delle famiglie. Ora l’associazione vorrebbe aprire questa terza residenza, sulla Cassia, ci sono già le adesioni di 5 ragazzi e altri 3 posti disponibili. Il Dipartimento Politiche Sociali del Campidoglio ha autorizzato l’apertura ma, denuncia l’associazione, mancano ancora le ‘determine’ delle Asl Rm1 ed Rm2 necessarie per ottenere i finanziamenti destinati dal servizio sanitario nazionale alle persone con questa patologia.

“In questi due anni e mezzo abbiamo pagato affitto e utenze senza poter utilizzare l’appartamento. Soprattutto abbiamo superato ostacoli, sia con il Comune sia con la Asl. Siamo delle famiglie che scelgono di investire di tasca propria per offrire servizi di qualità ai nostri figli ma ci troviamo di fronte a continui intralci burocratici”, spiega Francesca Trionfi, rappresentante dell’Associazione Oikos.

“Per i 5 ragazzi stiamo ancora attendendo – aggiunge – di avere la ‘determina’ dirigenziale della Asl necessaria per il finanziamento dei loro progetti individuali. Ci auguriamo che avverrà prima della inaugurazione, che sarà a febbraio”. La donna, e madre di una giovane ospitata in una delle strutture, sottolinea: “Nel nostro progetto non c’è alcuno scopo di lucro, siamo tutti genitori, tutto quello che arriva al livello di stanziamenti pubblici viene investito per la qualità di vita dei nostri ragazzi, che per loro è fondamentale. Fanno attività, piscina, cavallo, farli vivere insieme è risposta stupenda: mangiano, preparano cose, imparano l’uno dall’altro”.

Matteo Salvini e Claudio Baglioni si sono chiariti nel corso di un colloquio telefonico pochi giorni dopo le dichiarazioni del cantante sui migranti. Il contatto – anticipato dal ‘Corriere del mezzogiorno’ – è stato confermato da fonti del Viminale. Durante la conferenza stampa di presentazione del Festival di Sanremo, la settimana scorsa, Baglioni era stato molto critico sulla gestione del fenomeno migratorio da parte “dell’attuale governo e dei precedenti”. “La classe politica, quella dirigente e l’opinione pubblica hanno mancato paurosamente. Siamo un Paese incattivito, rancoroso, guardiamo con sospetto anche la nostra ombra, e questo è un disastro prima di tutto di ordine intellettuale”, aveva detto.

Poi, sulla tragica vicenda della Sea Watch e dei migranti, aveva aggiunto: “Se non fosse drammatica ci sarebbe da ridere. Non si può pensare di risolvere la situazione di milioni di persone in movimento e in situazioni di disagio evitando lo sbarco di quaranta persone, li prendo io o li prendi tu. Non credo che un dirigente politico oggi abbia la capacità di risolvere la questione, pero’ dovrebbe almeno saper dire la verità, e cioè che siamo di fronte a un grande problema e dobbiamo metterci tutti nella condizione di risolverlo”. Offesa, la replica di Salvini, arrivata via Twitter: “Canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo”. Poco tempo dopo il chiarimento su quello che da ambienti del Viminale viene ormai derubricato a “equivoco”. 

Quel giorno del 1779 Ned Ludd doveva essere particolarmente arrabbiato: chissà per quale motivo, forse perché canzonato da alcuni colleghi più giovani, fatto sta che si scagliò contro un paio di telai tessili a vapore finendo per distruggerli. Una reazione plateale a cui, una trentina di anni più tardi, si sarebbero ispirati alcuni lavoratori britannici che replicarono il suo gesto: cominciarono a distruggere i telai meccanici introdotti nel loro lavoro. Protestavano contro i propri datori di lavoro che avevano scelto di portare le macchine nella produzione perché temevano che sarebbero state la causa di disoccupazione e stipendi più bassi. Anche se la figura di Ned Ludd settecentesco è più che altro una leggenda, la rivolta di quelle persone porta proprio il suo nome: erano i cosiddetti luddisti.

I luddisti di oggi: esistono oppure no?

In un post del 5 gennaio sul suo blog, Beppe Grillo annuncia il ritorno dei luddisti: la riflessione dell’ex capo politico del Movimento 5 Stelle nasce da una serie di episodi accaduti negli Stati Uniti negli ultimi due anni a Chandler, in Arizona, dove le auto a guida autonoma della Waymo (una società legata a Google che proprio nell’area sta eseguendo i test) sono finite nel mirino di alcuni abitanti. Finora sono 21 i casi segnalati alla polizia locale, sacrive il sito Az Central del gruppo Usa Today, di cui alcuni piuttosto violenti: lanci di pietre, per esempio, e poi il caso di un uomo di 69 anni, Roy Leonard Haselton, che lo scorso agosto si è avvicinato con una pistola all’auto su cui c’era anche il guidatore.

Grillo scrive che “ancora oggi con il termine luddismo si indicano tutte le forme di lotta violenta contro l’introduzione di nuove macchine e ogni resistenza operaia al mutamento tecnologico”. Sulla definizione offerta dal comico genovese, in realtà, non c’è accordo: da una parte Treccani online non ne fa riferimento, dall’altra il dizionario del Corriere, in senso estensive del termine, lo cataloga effettivamente come “atteggiamento di chi si oppone all’automatizzazione industriale”, mentre Garzanti linguistica parla di “ogni tendenza sindacale contraria all’introduzione di processi di lavorazione automatici”.

Leggi il blog di Riccardo LunaQuelli che sparano alle auto senza pilota di Google

Da Unabomber a Stephen Hawking, ma il luddismo è un’altra cosa

In ogni caso, probabilmente, il termine più corretto con cui riferirsi al movimento filosofico di chi si oppone al rallentamento dello sviluppo di nuove tecnologie sarebbe neo-luddismo. Ma pur senza volerci addentrare in questioni puramente terminologiche, il cappello sotto cui coabitano gli oppositori allo sviluppo tecnologico racchiude persone di vario tipo: Ted Kaczynski, l’Unabomber statunitense che terrorizzò e uccise tra 1978 e 1995, per esempio era convinto che il cambiamento tecnologico stesse distruggendo la civiltà umana.

Ma anche una mente geniale come quella di Stephen Hawking nutriva qualche dubbio sull’Intelligenza Artificiale, una delle evoluzioni più ardite del nuovo millennio, arrivando a temere che “con la distruzione di milioni di posti di lavoro possa venir distrutta la nostra economia e la nostra società”. Proprio in quel discorso di Hawking, pronunciate (in collegamento video) al Web Summit di Lisbona nel 2017, s’intravedeva però l’altra medaglia – quella apparentemente buona – della tecnologia: “Le nostre Ai devono fare quel che vogliamo che facciano – diceva l’astrofisico di Oxford – e forse, con questi nuovi strumenti, riusciremo a rimediare ai danni che stiamo infliggendo alla natura e forse potremmo essere in grado di sradicare povertà e malattie”. Potenzialità enormi, grandi almeno quanto i rischi connessi allo sviluppo: in fondo, però, forse la tecnologia è soltanto l’estensione di noi stessi.

Come dichiarava al Tirreno, nel 2015, il professore della Loyola University di Chicago Steven Jones, “la tecnologia non è una qualche forza malevola esterna a noi stessi, a cui dobbiamo cedere responsabilità e controllo. È ciò che ne facciamo ed è modellata dalle istituzioni e dalle relazioni di potere che noi creiamo. Ciò di cui abbiamo bisogno è più responsabilità, più partecipazione, più processi decisionali etici, non meno tecnologia”.

Articolo aggiornato alle ore 13,40 del 19 gennaio 2018.

Sono stati arrestati i genitori della bambina rom di un anno e mezzo scomparsa il 23 dicembre dello scorso anno a Giorgino, alla periferia di Cagliari. Sono accusati di omicidio e occultamento di cadavere. La piccola era ‘sparita’ dopo un incendio del camper della famiglia mentre padre, madre e gli altri quattro figli della coppia – secondo quanto avevano raccontato agli inquirenti – erano a fare una passeggiata sul litorale. I vigili del fuoco, però, spento il rogo, non avevano trovato alcuna traccia della piccola all’interno del furgone. Tra le ipotesi, quella del rapimento per dissidi tra bosniaci e rumeni. Di fatto, il caso è rimasto avvolto nel mistero fino alla svolta di oggi che ha portato all’arresto della coppia.

Slavko Seferovic e Dragana Ahmetovic, entrambi di 28 anni, sono accusati, oltre che della morte della figlia Esperanza, anche di simulazione di reato e incendio doloso. I due sono stati fermati nella tarda serata di ieri nel campo rom di Carbonia e sottoposti tutta la notte a interrogatorio. Hanno negato ogni addebito ma gravi indizi a loro carico – secondo quanto spiegato dal dirigente della squadra mobile di Cagliari Marco Basile – sarebbero emersi da intercettazioni telefoniche. Non è ancora stato possibile, peraltro, stabilire il movente e le modalità dell’omicidio.

Dalle indagini è emerso che la bambina, il cui corpo non è stato ritrovato, era sparita dalla fine dello scorso novembre. I genitori avevano giustificato la sua assenza con la comunità rom parlando di affido a un istituto per motivi di salute. Circostanza poi negata alla polizia che ha anche rilevato pesanti incongruenze nella versione su quanto accaduto il 23 dicembre scorso. L’incendio al camper non sarebbe stato accidentale, come raccontato dalla coppia, ma lo avrebbe appiccato il padre della bambina.

Slavko Seferovic è stato infatti ripreso lo stesso giorno da una telecamera di un impianto di videosorveglianza di una stazione di servizio mentre comprava due euro di benzina con una bottiglia in mano. Il liquido infiammabile sarebbe stato quindi usato per incendiare il mezzo. Infondata – sempre secondo quanto emerso dalle indagini – anche l’ipotesi di un rapimento per una vendetta da parte di un gruppo rivale rumeno a causa di un presunto debito per questioni di droga. I due sono stati rinchiusi nel carcere di Uta in attesa dell’interrogatorio di garanzia. Nel frattempo proseguono le indagini della polizia per fare piena luce su una vicenda che presenta ancora diversi lati oscuri. 

Sono state annunciate oggi le materie della seconda prova scritta dell’esame di maturitàè 2019 che inizierà il prossimo 20 giugno.

La grande novità è che da quest’anno la seconda prova non riguarderà solo una materia caratterizzante l’indirizzo di studi, ma due.

In particolare, ci saranno latino e greco per il liceo classico, matematica e fisica allo scientifico, scienze umane e diritto ed economia politica per il liceo delle scienze umane – opzione economico sociale, discipline turistiche e aziendali e inglese per l’istituto tecnico per il turismo, informatica e sistemi e reti per l’istituto tecnico indirizzo informatica, scienze degli alimenti e laboratorio di servizi enogastronomici per l’istituto professionale per i servizi di enogastronomia. L’elenco completo delle discipline oggetto della prova è disponibile da oggi sul sito del ministero.

I ragazzi per affrontare la nuova prova potranno esercitarsi con delle simulazioni che si svolgeranno a livello nazionale il 19 febbraio e il 26 marzo per la prima prova scritta e il 28 febbraio e il 2 aprile per la seconda.

E’ la prima volta che il Miur organizza simulazioni di questo tipo. La volontà è quella di sostenere il più possibile ragazzi e docenti nella preparazione del nuovo esame di Stato. Con un’apposita circolare saranno fornite alle scuole tutte le indicazioni operative. Intanto il ministero ha già pubblicato, nel mese di dicembre, alcuni esempi di traccia, sia per la prima che per le seconde prove.

Per illustrare a studenti e docenti le nuove regole sono stati effettuati anche specifici incontri sul territorio. Lo stesso ministro dell’Istruzione Bussetti si è confrontato con oltre 300 studenti a Milano. Nuovi momenti di incontro saranno organizzati con i ragazzi a febbraio e marzo.

Il decreto con le materie, pubblicato oggi, illustra anche le modalità di svolgimento del colloquio orale che sarà, come sempre, pluridisciplinare. La commissione partirà proponendo agli studenti di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi che saranno lo spunto per sviluppare il colloquio.

I materiali di partenza saranno predisposti dalle stesse commissioni, nei giorni che precedono l’orale, tenendo conto del percorso didattico effettivamente svolto dagli studenti descritto nel documento che i Consigli di classe consegneranno come ogni anno in vista degli Esami. Il giorno della prova, per garantire la massima trasparenza e pari opportunità ai candidati, saranno gli stessi studenti a sorteggiare i materiali sulla base dei quali sarà condotto il colloquio.

Durante l’orale i candidati esporranno anche le esperienze di alternanza scuola-lavoro svolte. Una parte del colloquio riguarderà, poi, le attività fatte nell’ambito di ‘Cittadinanza e Costituzione’, sempre tenendo conto delle indicazioni fornite dal Consiglio di classe sui percorsi effettivamente svolti. Sia la prima che la seconda prova scritta, da quest’anno, saranno corrette secondo griglie nazionali di valutazione che sono state diffuse nel mese di novembre. Nel decreto con le materie pubblicato oggi sono individuate anche le discipline affidate a commissari esterni.

Due magistrati antimafia sono a processo su richiesta della Procura di Caltanissetta per rivelazione di segreto d’ufficio. I fatti si riferiscono alle indagini sulla cattura del latitante di mafia Matteo Messina Denaro, originario di Castelvetrano (Trapani) e ricercato dal 1993.

Si tratta di due fascicoli differenti, il primo aperto nel 2016 e l’altro nel 2017. Entrambi i procedimenti sono già al vaglio dei giudici del Tribunale nisseno: a fine gennaio uno dei due magistrati sarà processato con il rito abbreviato condizionato. Per l’altro la Procura di Caltanissetta aveva chiesto l’archiviazione, ma alcuni giorni fa il gip ha disposto l’imputazione coatta.

Chi sono i magistrati sotto accusa

I due magistrati accusati di rivelazione del segreto d’ufficio – apprende l’AGI da fonti qualificate – sono Maria Teresa Principato e Marcello Viola, all’epoca rispettivamente procuratore aggiunto di Palermo e procuratore capo di Trapani. In entrambi i procedimenti è imputato anche un appuntato di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, all’epoca applicato alla segreteria della Principato.

I fatti risalgono al 2015 e le indagini sono rimaste top secret per oltre un anno. I due magistrati all’epoca conducevano le indagini per la cattura del latitante Messina Denaro: la Principato (adesso applicata alla Direzione nazionale antimafia) in virtù dell’appartenenza alla Dda di Palermo con delega al territorio trapanese e titolare del pool di ricerca del capomafia; Viola (ora procuratore generale a Firenze) perché a capo della Procura di Trapani.

Un pen drive con atti riservati

La prima inchiesta nasce in seguito ad alcune perquisizioni nell’abitazione dell’appuntato della Guardia di Finanza in servizio presso la segreteria della Principato. Nell’ottobre 2016 le fiamme gialle indagando sul collega rilevarono un sms in cui si faceva riferimento alla consegna di una pen drive al magistrato Viola contenente “copia informatica di atti coperti da segreto investigativo” riguardante la cattura del latitante Messina Denaro.

L’episodio risaliva all’ottobre 2015, un mese dopo che il finanziere era stato allontanato dagli uffici della Procura per altre ragioni. Nonostante la pen drive non sia mai stata trovata, per questo episodio Viola e il militare della Finanza sono a processo per rivelazione del segreto d’ufficio. La Procura di Caltanissetta a maggio 2018 aveva chiesto l’archiviazione dei due per “insussistenza del reato” ma adesso il gip del Tribunale nisseno ha disposto l’imputazione coatta.

Nella richiesta di archiviazione i pm Pasquale Pacifico e Claudia Pasciuti avevano scritto che è “processualmente accertato un continuo rapporto di collaborazione e di scambio di atti tra le Autorità Giudiziarie di Trapani e Palermo” aggiungendo che, nel caso dell’appuntato in servizio alla sezione di pg, “l’allontanamento era intervenuto contro la volontà della Principato e i rapporti tra i due erano rimasti sostanzialmente identici”. I pm – in seguito alla decisione del gip – entro i primi di febbraio dovranno riformulare i capi di imputazione e chiedere il rinvio a giudizio dei due imputati.

Cosa è stato detto che non doveva essere detto

Il fascicolo di indagine sul magistrato Maria Teresa Principato è stato aperto a seguito di un interrogatorio da lei reso ai pm di Caltanissetta nell’ambito delle accuse a Viola e al finanziere. Il 9 ottobre 2017 la Principato venne ascoltata come persona informata sui fatti dal pm Pasquale Pacifico e al termine dell’interrogatorio telefonò all’appuntato della Finanza che per anni era stato applicato alla sua segreteria. “Indebitamente – hanno scritto i pm nella richiesta di rinvio a giudizio – rivelava al finanziere indagato notizie coperte dal segreto. Segnatamente riferiva all’indagato l’oggetto del procedimento penale e in particolare che lo stesso era relativo al rinvenimento nei dispositivi informatici di esso indagato di ‘dati sensibili’ concernenti l’attività lavorativa e la sfera privata della stessa”. Per questi fatti il pm Pacifico ha chiesto il rinvio a giudizio e il gup ha disposto il processo abbreviato condizionato all’interrogatorio di Maria Teresa Principato che ha chiesto la fonoregistrazione del suo esame.

Un tunisino di 32 anni è morto ieri pomeriggio a Empoli durante un controllo della polizia. Il magistrato Christine Von Borries sta ascoltando i poliziotti che hanno operato al fermo. L’uomo sarebbe morto mentre si trovava ammanettato.

Secondo alcune versioni, per evitare che scalciasse, gli agenti gli avevano anche legato i piedi. Dell’operazione esistono testimonianze e anche filmati dalle telecamere del money transfer, nel centro cittadino della cittadina in provincia di Firenze, in cui era in atto il controllo.

Il 32enne sarebbe stato in stato di alterazione e sarebbe entrato nel negozio tentando di cambiare una banconota, poi risultata falsa. Di fronte al rifiuto dei titolari, l’uomo ha dato in escandescenze, minacciandoli. E’ stata chiamata così la polizia e anche un’ambulanza del 118.

Gli agenti sarebbero riusciti subito a fermare il tunisino e a immobilizzarlo, ma l’uomo poco dopo avrebbe avuto un arresto cardiocircolatorio. La pm di turno della Procura di Firenze, Christine von Borries, nella sera del 17 gennaio si è recata sul posto e poi ha disposto l’autopsia per chiarire le cause della morte del tunisino. Il 32enne viveva a Livorno e sembra che soffrisse di problemi di alcol. Il magistrato ha disposto anche l’acquisizione delle immagini.

Se cerchiamo su Twitter “Tav 20 miliardi”, ci si accorge subito che il messaggio è passato. C’è chi vorrebbe che si spendessero per le scuole, chi per gli ospedali, chi per le forze dell’ordine. Peccato però che tutti i dati a disposizione dicono che la Tav all’Italia non costerà 20 miliardi di euro, ma 4,6. Eppure il governo insiste su questa cifra e, come racconta il Corriere della sera, si tratta di una strategia precisa volta a far passare il messaggio che il costo dell’opera è esorbitante e inutile, molto più di quanto non lo sia. 

“A ripeterle di continuo sembrano vere anche le bugie, figurarsi i numeri”, scrive il quotidiano di via Solferino.

“La Tav costa 20 miliardi” dice il ministro Toninelli. “Costa 20 miliardi” ripetono Di Maio e Bonafede. Ok, il Movimento 5 Stelle ha trovato il prezzo giusto per azzerare qualunque discussione e far passare l’alta velocità Torino-Lione come una ingiustizia ai danni dei contribuenti italiani, costretti a spendere una cifra abnorme. È una strategia di mercato, che infatti sta dando i suoi frutti.  Basta farsi un giro sui social orchestrati dalla Casaleggio&Associati per capire che quella somma deve diventare l’arma definitiva. Non è un semplice problema di Tav. È piuttosto la sensazione che ormai tutto, anche la realtà, possa essere piegato a piacimento per le proprie esigenze di sopravvivenza politica.

Eppure, come racconta il Corriere, la realtà è un’altra. E snocciola i numeri della Torino Lione, spiegando che il costo per l’Italia è di 4,6 miliardi, e che la quota italiana è “quasi completamente coperta con lo stanziamento deciso dalla Finanziaria del 2012”.

Sapere tutto: TAV, la verità dei fatti

Quanto ai desiderata dei cittadini che scrivono su Twitter, chiarisce il Corriere: “Potremmo spenderli per aggiustare strade e scuole, come sostiene Di Maio? No. In caso di sospensione dei lavori, i 2,5 miliardi già disponibili non possono essere dirottati su altri progetti, in quanto necessari per pagare la messa in sicurezza dei 25,5 chilometri di gallerie già realizzate, il ripristino delle aree di cantiere e la gestione dei contenziosi”.

 

Un cellula della mafia in Germania capace di muovere ingenti flussi di droga e denaro con la complicità di un avvocato e di esponenti infedeli delle forze dell’ordine che avevano stretto un patto scellerato con l’organizzazione criminale. Emerge anche questo dall’operazione antimafia “Extra Fines 2 – Cleandro” condotta tra Italia e Germania, dalla Polizia di Stato di Caltanissetta e dal Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma, coordinata dalle Direzioni distrettuali antimafia nissena e capitolina: ordine di carcerazione per 11 persone. Colpita duramente la cosca gelese di Cosa nostra. Oltre 100 gli uomini in azione nel Lazio, in Sicilia, in Campania e in Umbria, nonché a Colonia e a Mannheim. 

Leggi gli articoli di Giornale di Sicilia e La Sicilia

Il predominio sul mercato della droga

Gli arrestati sono indagati, a vario titolo, di avere fatto parte di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, reati commessi in Germania, a Roma e in Sicilia. In particolare, gli investigatori hanno ricostruito gli affari illeciti della cosca criminale, gestiti mediante una ‘cellula’ attiva in territorio tedesco, che il boss Salvatore Rinzivillo aveva affidato al suo luogotenente Ivano Martorana. Si occupava dell’approvvigionamento della droga, destinata ad essere smerciata nella Capitale e sulla piazza siciliana, dove il gruppo poteva contare, tra gli altri, su Riccardo Ferracane quale grossista. In tale contesto, sono emersi contatti con soggetti turchi di notevole caratura criminale, nonché con persone che hanno avuto rapporti con la ‘Ndrangheta reggina, tra i quali Antonio Strangio pregiudicato di San Luca, meglio noto come “TT” o “U Meccanicu”, all’epoca latitante all’estero e poi catturato, nel dicembre del 2017, nei pressi di Duisburg.

Infedeli e colletti neri

Marco Lazzari e Cristiano Petrone, da tempo in carcere, “infedeli appartenenti alle istituzioni”, sono accusati di concorso in fatti corruttivi, talora aggravati dall’agevolazione mafiosa, per aver messo a disposizione di Rinzivillo e Martorana, notizie riservate contenute nella banca dati Sistema d’indagine (Sdi) e in alcuni documenti, nonché per aver cercato di corrompere appartenenti a forze dell’ordine in servizio presso alcuni aeroporti italiani, ai quali promettevano vantaggi in cambio dell’omissione di controlli per facilitare l’esportazione in Russia di significative somme di denaro, da reinvestire in attività economiche col supporto dei vertice delle mafie locali.

I due erano già stati arrestati nell’ottobre 2017: all’epoca dei fatti contestati, l’ex carabiniere Lazzari lavorava per una delle agenzie dei servizi; Petrone, invece, l’altro militare arrestato, all’epoca era in servizio al Ros, ma da tempo era stato trasferito ad un reparto di rappresentanza. Ad entrambi la procura capitolina contestava l’accesso abusivo a sistemi informatici, ovvero ai database delle forze dell’ordine. Tra i destinatari delle misure di oggi, anche l’avvocato romano Giandomenico D’Ambra – già ai domiciliari – al quale sono contestati accertamenti commissionati a Petrone per acquisire, mediante la banca dati, informazioni di natura riservata sul conto di numerosi soggetti, del tutto ignari.

Ordini dal 41-bis

L’attività costituisce l’epilogo di una strutturata indagine che, alla fine del 2017, aveva già portato all’arresto di 37 persone e al sequestro preventivo di beni per oltre 18 milioni di euro e consentito di accertare l’operatività del clan, diretto dai reclusi Antonio e Crocifisso Rinzivillo (entrambi al regime del carcere duro), attraverso il fratello Salvatore – poi finito in manette e tuttora detenuto – il quale, a seguito dell’arresto dei congiunti, avvenuto nel 2015, era stato richiamato in Sicilia dalla Capitale al fine di riorganizzare le attività della famiglia e riaffermarne il predominio sul territorio.

Aveva intrapreso rapporti con altri esponenti mafiosi palermitani, trapanesi e catanesi, rilanciano il traffico internazionale di droga e di armi, le estorsioni e l’attività imprenditoriale, soprattutto nel settore edilizio e nel commercio di auto e prodotti ittici.

L’operazione in Renania

L’operazione è scattata in collaborazione con la polizia criminale e i reparti speciali tedeschi, attivati dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno, in sinergia con il II Reparto del comando generale della Guardia di finanza, per la cattura di quattro affiliati (i fratelli Nicola e Salvatore Gueli, Gabriele Spiteri e Giuseppe Cassaro), appartenenti alla cellula attiva nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Gli arrestati: Salvatore Rinzivillo, 59 anni, attualmente in carcere; Giandomenico D’Ambra, 48 anni, attualmente agli arresti domiciliari; Marco Lazzari, 49 anni, attualmente in carcere; Cristiano Petrone, 46 anni, attualmente in carcere; Ivano Martorana, 38 anni, attualmente in carcere; Riccardo Ferracane, 63 anni: Giuseppe Cassaro, 49 anni; Nicola Gueli, 37 anni; Salvatore Gueli, 44 anni; Gabriele Spiteri, 46 anni; una persona risulta ricercata. 

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