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AGI – “Secondo stime molto ragionevoli, l’ipotetica tavola di mortalià del 2020 segnerebbe in provincia di Bergamo, per esempio, un ritorno alla speranza di vita della tavola all’anno 2000, cioè torniamo indietro di 20 anni. In molte altre province torniamo indietro di 10/15 anni”. Lo ha detto il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, intervistato al Forum Pa 2020, parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus.

“E’ stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante”, ha aggiunto. Secondo il numero uno dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”. La vera curiosità scientifica, per Blangiardo è quindi “capire come mai lì, questa è la sfida alla conoscenza e mi auguro che in tempi ragionevolmente brevi avremo delle risposte”.

A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.

AGI – Da oltre un mese sulle autostrade della Liguria, specialmente sul nodo genovese, regna il caos. Colpa dei molteplici cantieri di messa in sicurezza delle gallerie disseminati lungo A7, A12, A26, A10. Il piano di interventi, che ha subito una modifica e un’accelerata da fine maggio, dopo le nuove modalità indicate dal Mit ad Aspi, ha affossato – di fatto – la possibilità di muoversi nella regione.

Ogni notte, le squadre di tecnici e operai di Autostrade per l’Italia effettuano controlli approfonditi sulle gallerie. Quando emergono criticità tali da creare pericoli, si attiva la procedura di emergenza: così, alle 6 del mattino, invece di riaprire al traffico, la galleria controllata si mantiene chiusa, lavorando per risolvere il problema.

Le mancate o ritardate riaperture, i restringimenti di carreggiata, le deviazioni, creano però serpentoni d’auto che in alcuni casi, e con sempre maggior frequenza, superano i 10 km con picchi di 20 e mandano in tilt anche la viabilità urbana. Questo si traduce in ore in auto per spostarsi da una zona all’altra della regione o, addirittura della città.

Consumatori sul piede di guerra

E su questo le associazioni dei consumatori della Liguria hanno iniziato a far sentire la propria voce: dopo la lettera inviata ad inizio giugno a Palazzo Chigi, Regione Liguria, Mit, Aspi per chiedere una revisione del piano d’interventi, stanno ora predisponendo un’azione legale che verrà intrapresa proprio entro la fine del mese.

Lo dice all’AGI Furio Truzzi, presidente di Assoutenti Liguria: “Siamo stufi di essere ostaggio di questa situazione. Va bene il declassamento di alcuni caselli e l’esenzione del pedaggio, ci mancherebbe non l’avessero fatto: ma noi stiamo valutando con il nostro pool di legali quale sia l’azione giuridicamente più valida, o una class action o un’azione seriale, per chiedere un indennizzo o un risarcimento del tempo rubato dalla conduzione di questo delirio – dice – C’è del dolo nell’aver costruito questo sistema di assoluta impossibilità di mobilità sulle autostrade liguri, non sta a noi stabilirlo”.  “Ma dolo, colpa grave o colpa che sia – sottolinea Truzzi – dal punto di vista civilistico ci sono tutti gli elementi per chiedere al gestore delle opere un risarcimento: da un minimo di 100 a 200 – 300 euro in base alle ore che si è rimasti bloccati. Stiamo studiando delle fasce e abbiamo stimato 100 euro per ogni ora persa in coda. Sono poca cosa, ma stiamo lavorando per intraprendere entro il mese di luglio questa azione”.

Assoutenti, e con lei le altre associazioni di consumatori “unite e compatte” in Liguria si stanno muovendo su più fronti: si sta ad esempio raccogliendo anche materiale sulle modalità di esecuzione degli interventi di messa in sicurezza delle gallerie, spiega Truzzi: “Stiamo predisponendo un esposto alla procura della Repubblica, in via cautelativa, perché voci attendibili ci hanno riferito che la manutenzione in corso lasci un po’ a desiderare – dice – Sono voci, ma starà alla magistratura verificare che la sanificazione di queste gallerie sia fatta a regola d’arte, una volta per tutte. Oppure tra un anno e mezzo siamo di nuovo daccapo”. Quel che rileva il presidente di Assoutenti Liguria è che “la cosa più grave è questa assoluta inazione”: nella lettera inviata ad inizio giugno, si chiedeva infatti di rivedere il piano di lavori, “rinviando quel che si può rinviare ad altri momenti della stagione e pianificando i lavori h24 e 7 giorni su 7, galleria dopo galleria – evidenzia Truzzi – Di cantiere deve essercene uno solo che si muove, non 20 o 30 quanti sono ora. Insomma, abbiamo chiesto un cambio totale di gestione dell’affaire”.

Ma la situazione al momento non è cambiata: “Il gioco pesante – aggiunge Truzzi – è sulla pelle di chi vive le autostrade quotidianamente. Lo sanno anche le pietre che dietro ad un certo tipo di conduzione dei lavori c’è il braccio di ferro tra governo e Aspi”. Sono tantissime intanto le richieste di aiuto degli utenti pervenute all’associazione: “Tra mail, telefonate, neonati comitati, siamo oltre alcune migliaia. Ci auguriamo che come i 300 di Leonida, ci siano i 5mila-10 mila di Genova che riaffermino il sacrosanto principio che chi rompe paga: quindi chi ha rotto la viabilità in Liguria deve pagare”. Per i non liguri che si sono trovati nella “tempesta perfetta” della viabilità autostradale della regione, conclude Truzzi, “abbiamo una mail nessunoescluso@assoutenti.it che è la nostra e-mail di primo soccorso ed è a disposizione di tutti”.

AGI – Erano craniopaghe totali le due gemelline siamesi giunte a Roma dal Centrafrica. Unite per la nuca, con in comune la scatola cranica e gran parte del sistema venoso. Grazie a un intervento chirurgico straordinario, eseguito all’ospedale pediatrico ‘Bambino Gesù’, sono state separate con successo. L’intervento, spiegano dal nosocomio romano, è stato preparato in oltre un anno di studio e in più fasi chirurgiche.

Le gemelle erano affette da una tra le più rare e complesse forme di fusione cranica e cerebrale: avevano in comune le ossa dell’area posteriore del cranio e il sistema venoso. Ora stanno bene. Secondo i medici del ‘Bambino Gesù’, “è il primo caso in Italia – e probabilmente l’unico al mondo (in letteratura non sono descritte operazioni simili) – di intervento riuscito su una coppia di ‘craniopagi totali posteriori’.

Un anno di preparazione

È stato necessario oltre un anno di preparazione e di studio con l’ausilio dei sistemi di imaging avanzato e di simulazione chirurgica, culminato in tre interventi delicatissimi. L’ultimo, la separazione definitiva, il 5 giugno scorso, con un’operazione di 18 ore e l’impegno di oltre 30 persone tra medici e infermieri. A un mese di distanza – spiegano oggi i medici – le bambine stanno bene, hanno appena compiuto 2 anni e sono ricoverate nel reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale della Santa Sede in due lettini vicini, una accanto all’altra, insieme alla loro mamma”.

Nel luglio del 2018 la presidente del ‘Bambino Gesù’, Mariella Enoc, era in missione in Centrafrica, nella capitale Bangui, per seguire i lavori di ampliamento della struttura pediatrica voluta da Papa Francesco. È lì che incontra le due gemelline appena nate e decide di farsene carico, portandole a Roma, per dare loro maggiori possibilità di sopravvivenza. Ervina e Prefina erano venute alla luce pochi giorni prima, il 29 giugno, nel centro medico di Mbaiki, un villaggio a 100 km da Bangui.

Nessuna indagine prenatale: la mamma Ermine e i medici scoprono che si tratta di una coppia di gemelle siamesi solo al momento del parto cesareo. Il piccolo centro sanitario, però, non è attrezzato per prendersene cura, così la famiglia viene trasferita nella capitale centrafricana. La mamma e le gemelline sono arrivate in Italia il 10 settembre 2018 nell’ambito delle Attività Umanitarie Internazionali dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede. 

Dopo qualche mese trascorso al Bambino Gesù di Palidoro, dove iniziano il percorso di neuroriabilitazione, le piccole vengono trasferite nel reparto di Neurochirurgia al Gianicolo per gli studi sulla fattibilità delle procedure di separazione. Le prime indagini confermano che le gemelline godono di buona salute generale, i parametri neurologici e clinici sono nella norma. C’è però una differenza di pressione arteriosa: il cuore di una delle bambine lavora di più per mantenere l’equilibrio fisiologico degli organi di entrambe, compreso il loro cervello. 

Un caso raro

Ervina e Prefina sono unite per la regione parietale e occipitale del cranio, vale a dire un’ampia superficie della parte posteriore della testa che comprende la nuca. Hanno in comune ossa craniche e pelle; a livello più profondo, condividono la falce e il tentorio (membrane fibrose che separano i due emisferi cerebrali e questi dal cervelletto) insieme a gran parte del sistema venoso (la rete di vasi deputata al trasporto del sangue utilizzato dal cervello verso il cuore per essere riossigenato) che ha rappresentato la sfida più difficile per l’équipe di Neurochirurgia del Bambino Gesù nella pianificazione degli interventi.

Per questa particolare conformazione, le piccole rientravano nella rarissima categoria di gemelli siamesi craniopagi “totali”, uniti, cioè, sia a livello cranico che cerebrale. Tante cose in comune, ma non la personalità, diversa e distinta: Prefina giocherellona e vivace, Ervina più seria e osservatrice. Per farle conoscere, e riconoscere, anche attraverso il contatto visivo prima della separazione, nell’ambito del percorso riabilitativo viene utilizzato un sistema di specchi. Il caso di Ervina e Prefina è difficilissimo.

Per farle sopravvivere, da separate, bisogna studiare ogni aspetto, pianificare il minimo dettaglio. Con questo obiettivo, si è formato un gruppo multidisciplinare composto da neurochirurghi, anestesisti, neuroradiologi, chirurghi plastici, neuroriabilitatori, ingegneri, infermieri di differenti aree specialistiche e fisioterapisti. Viene coinvolto il Comitato Etico che condivide un percorso terapeutico che possa dare a entrambe le bambine le stesse chance di qualità della vita. Sulla base dell’esperienza maturata con i precedenti casi di siamesi separati con successo, l’équipe del Bambino Gesù mette a punto il programma.

Specchi per imparare a riconoscersi

Nel corso dei mesi anche le gemelline vengono preparate alla separazione: con la neuroriabilitazione raggiungono un livello di sviluppo cognitivo e motorio analogo a quello delle loro coetanee; con l’ausilio di numerosi sistemi posturali, che le aiutano a trascorrere le giornate nella migliore posizione possibile, affrontano le complesse fasi del trattamento; con il sistema di specchi imparano a riconoscere il volto e le espressioni dell’altra e a stabilire una relazione visiva. Prima di procedere con le fasi chirurgiche, il complesso caso delle gemelline di Bangui viene presentato e discusso anche a livello internazionale, a Nuova Delhi, in India, dove a febbraio 2019 si è tenuta la prima conferenza mondiale nel campo della chirurgia dei gemelli siamesi.

Nella storia dell’Ospedale è il quarto caso di separazione di siamesi: nel 2017 le gemelline algerine unite per il torace e l’addome (gemelle toraco-onfalopaghe) e le piccole burundesi, unite per la zona sacrale (gemelle pigopaghe). Negli anni 80, invece, la prima operazione del genere su due maschietti uniti sempre per il torace e l’addome. La grande sfida, per il buon esito della separazione, è il sistema venoso cerebrale, la rete di vasi sanguigni (seni venosi) che le gemelle condividono in più punti. La chirurgia sulle strutture venose del cervello è complessa e il rischio di emorragie e ischemie è elevato.

L’équipe di Neurochirurgia del Bambino Gesù decide di procedere per fasi: tre interventi delicatissimi per ricostruire progressivamente due sistemi venosi indipendenti, in grado di contenere il carico di sangue che viaggia dal cervello al cuore. Il primo intervento si è svolto nel maggio 2019: le gemelline entrano in sala operatoria per iniziare a dare forma alle nuove strutture venose autonome: i neurochirurghi separano una parte del tentorio e il primo dei due seni trasversi in comune che saranno assegnati a ciascuna delle bambine; poi, con materiali biocompatibili ricostruiscono una membrana in grado di mantenere divise le strutture cerebrali prima della separazione definitiva.

L’ultimo anno di studio del caso

A giugno 2019 il secondo intervento. L’équipe, coadiuvata dal gruppo di anestesia, separa i seni sagittali superiori (la metà posteriore dei canali venosi che corrono tra i due emisferi cerebrali) e il torculare di Erofilo, ovvero il punto di congiunzione dei seni venosi del cervello dove confluisce tutto il sangue che va al cuore. È una fase cruciale: lo spazio operatorio è di pochi millimetri e i neurochirurghi procedono con la guida del neuronavigatore.

Il 5 giugno 2020, un anno dopo, è il momento della separazione definitiva. Le bambine sono cresciute, la nuova architettura delle vene si è consolidata e funziona; la porzione di pelle necessaria a coprire il cranio di ciascuna delle piccole è stata ampliata con gli espansori posizionati qualche mese prima con una serie di interventi di chirurgia plastica e si può dare il via all’ultima fase. In sala operatoria è pronta un’équipe di oltre 30 persone tra medici, chirurghi e infermieri.

L’operazione è durata 18 ore

L’intervento dura 18 ore: prima vengono rimossi gli espansori cutanei, poi viene separato il secondo seno trasverso e il relativo tentorio; vengono infine divise le ossa del cranio che tengono unite le due bambine. Una volta separate le gemelline, l’operazione prosegue in due diverse camere operatorie, con due équipe distinte, per ricostruire la membrana che riveste il cervello (dura madre), rimodellare le ossa della scatola cranica e ricreare il rivestimento cutaneo.

Ogni fase del percorso delle gemelline, spiegano i medici, è stata studiata e pianificata con l’ausilio dei sistemi di imaging avanzato disponibili in Ospedale: TAC e risonanze magnetiche tridimensionali, angiografia 4D, software per la ricostruzione 3D, neurosimulatore. Con queste tecnologie, combinate tra loro, è stata ricreata in 3D la scatola cranica delle bambine con tutti i dettagli anatomici interni, compresa la rete vascolare. Contemporaneamente, è stato possibile valutare la funzionalità delle singole strutture del cervello, quantificare il flusso sanguigno e fare una previsione di come avrebbe funzionato il nuovo sistema dopo gli interventi.

In sala operatoria sono stati utilizzati i più avanzati sistemi di neuronavigazione, strumenti particolarmente utili in casi così complessi e rari che indicano al chirurgo, con precisione millimetrica, la posizione delle strutture più delicate. In conclusione: a un mese dalla separazione definitiva, le gemelline stanno bene.

Pochi giorni di monitoraggio in terapia intensiva e poi il ritorno in reparto, nella stanza con due lettini singoli. Il 29 giugno hanno festeggiato 2 anni, guardandosi negli occhi, muovendo le manine a ritmo di musica, in braccio alla mamma. Hanno superato operazioni difficilissime; le ferite impiegheranno del tempo a rimarginarsi; il rischio di infezione è ancora presente. Proseguono il programma di neuroriabilitazione e per alcuni mesi dovranno indossare un casco protettivo.

Ma i controlli post-operatori indicano che il cervello è integro. Il sistema ricreato funziona, il flusso di sangue si è adattato al nuovo percorso. Si trovano in una condizione – spiegano i medici del Dipartimento di Neuroscienze – che darà loro la possibilità di crescere regolarmente sia dal punto di vista motorio che cognitivo, e di condurre una vita normale, come tutte le bimbe della loro età.

La nascita di una coppia di siamesi è un evento raro e, tra le varie tipologie, i gemelli uniti per la testa (craniopagi) sono i più rari: 1 su 2,5 milioni di nati vivi, 5 casi ogni 100.000 gemelli, soprattutto femmine. Nella letteratura scientifica sono descritte solo poche decine di casi. 

Secondo i dati disponibili, fino a pochi anni fa il 40% dei craniopagi moriva alla nascita. Per il restante 60% l’attesa di vita non superava i 10 anni. Fino agli anni 60 i tentativi di separazione dei craniopagi totali avevano un tasso di mortalità vicino al 100%. Successivamente, con lo sviluppo tecnologico e con l’introduzione della chirurgia per fasi, sono aumentate sopravvivenza, attesa e qualità di vita. Negli ultimi 20 anni, in Europa, si ha notizia di due soli casi di craniopagi totali separati con successo: si tratta di due coppie di gemelli uniti per la sommità della testa (verticali) operati in più step a Londra. Nessun caso descritto in letteratura, invece, con le caratteristiche delle gemelline di Bangui, ovvero craniopaghe totali unite per la nuca (posteriori). 

AGI – L’Italia ha fermato i voli dal Bangladesh dopo che almeno 21 passeggeri in arrivo da Dacca sono risultati positivi al Covid-19. L’annuncio è stato dat dal ministro della Salute, Roberto Speranza. In accordo con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio – informa il ministero della Salute – è stata disposta una sospensione valida per una settimana durante la quale si lavorerà a nuove misure cautelative per gli arrivi extra Schengen ed extra Ue. “La quarantena per chi viene da Paesi extra UE ed extra Schengen è già prevista ed è confermata”, ha scritto Speranza su facebook, “ma dopo tutti i sacrifici fatti non possiamo permetterci di importare contagi dall’estero. Meglio continuare a seguire la linea della massima prudenza”.

A far scattare l’allarme rosso sono stati gli esami sui passeggeri del volo speciale diretto da Dacca atterrato lunedì pomeriggio all’aeroporto di Fiumicino, da cui sono emersi almeno una ventina di contagiati. “Una vera e propria ‘bomba’ virale che abbiamo disinnescato” l’ha definita l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato.

AGI – Un primario dell’azienda sanitaria Sette Laghi che in quel momento operava all’ospedale di Cittiglio, provincia di Varese, è stato sospeso perché avrebbe pronunciato insulti omofobi contro un paziente sedato e sottoposto a un intervento chirurgico.

La notizia è stata anticipata ieri sera dal tgr Lombardia. Nell’esposto presentato da una persona presente all’intervento, letto dall’AGI, si legge che il 25 marzo, in piena emergenza Covid, il primario “durante l’intervento, cominciava a innervosirsi senza motivo apparente, nonostante il paziente reggesse bene l’anestesia generale, tanto da cominciare in modo gratuito e senza motivo a insultare il paziente che in quel momento era in anestesia profonda profferendo ad alta voce le parole: “Ma guardate se io devo operare questo frocio di merda (….) Non è giusto che in questo periodo di emergenza debba perdere tempo per operare questi froci”.  

“I presenti – si legge nell’esposto inviato ai vertici della Asst Sette Laghi  di cui fa parte l’ospedale, al Tribunale per i diritti del Malato di Varese e all’Ordine dei Medici – rimanevano stupefatti, attoniti da tanta violenza verbale”. Di fronte alla reazione di uno di loro che chiedeva se avesse qualcosa contro gli omosessuali, il primario lo avrebbe invitato a lasciare la sala operatoria”. L’intervento si concludeva “con nervosismo e frettolosità”. L’Ordine dei Medici di Varese ha aperto un procedimento disciplinare, mentre non si registrano al momento commenti dall’azienda ospedaliera. 

AGI – “Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perche’ sento dentro che Dio mi chiede di indossarlo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima”. Silvia Romano, la volontaria rapita in Kenya nel novembre del 2018 e rimasta prigioniera dei terroristi in Somalia per un anno e mezzo, racconta per la prima volta la sua conversione in un’intervista con Davide Piccardo, esponente della comunità islamica e direttore del sito ‘La luce’.

Uno dei temi affrontati è proprio quello del concetto di libertà nella religione musulmana. “Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha – afferma – nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti. C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo”.

La giovane, oggetto di violenti attacchi sui social per la sua scelta di abbracciare l’Islam, racconta che, quando vedeva “le donne col velo in via Padova (la strada multi-etnica vicino a cui vive, ndr), avevo quel tipico pregiudizio che esiste nella nostra società, pensavo: poverine! Per me quelle donne erano oppresse, il velo rappresentava l’oppressione della donna da parte dell’uomo (…). Io non avevo paura del diverso e nemmeno ostilità, ma quel pregiudizio negativo c’era. Sicuramente, pur pensando certe cose non le avrei mai dette per evitare di ferire gli altri, ma si’, il pregiudizio lo avevo; per quello posso capire chi oggi, non conoscendo l’Islam, pensa queste cose. All’epoca ero una persona ignorante, non conoscevo l’Islam e giudicavo senza mai essermi impegnata a conoscere”.

Nell’intervista al sito ‘La luce’, Silvia Romano, la volontaria milanese liberata il 9 maggio dopo un lungo sequestro, spiega di avere pensato che “forse” Dio l’aveva “punita” quando arrivò nella prigione a lei destinata dai carcerieri in Somalia. “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? E’ un caso o qualcuno lo ha deciso? – ricorda – Queste prime domande credo mi abbiano gia’ avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da li’ un percorso di ricerca interiore fatto di domande esistenziali. Mentre camminavo, piu’ mi chiedevo se fosse il caso o il mio destino, piu’ soffrivo perche’ non avevo la risposta, ma avevo il bisogno di trovarla”.

La giovane chiarisce che quelle domande non la facevano sentire meglio, anzi: “Più mi facevo domande e più piangevo e stavo male; mi arrabbiavo perché non trovavo la risposta e andavo in ansia. Non avevo la risposta ma sapevo che c’era e ci dovevo arrivare. Capivo che c’era qualcosa di potente ma non l’avevo ancora individuato, però capivo che si trattava di un disegno, qualcuno lassù lo aveva deciso. Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito. Forse Dio mi stava punendo per i miei peccati, perché non credevo in Lui, perché ero anni luce lontana da Lui”.

Silvia rievoca il “primo momento in cui mi sono rivolta a Lui“, “a gennaio, quando ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perche’ volevo rivedere la mia famiglia; Gli chiedevo un’altra possibilità perche’ avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui”.  

AGI – ​Nessuno sa dire quando abbia cominciato a vestirsi da ghepardo, ma a un certo punto  è sembrato più antico del Duomo e più necessario del lago alla città di Como.  Lui, Aldo Capoferri, nemmeno sapeva spiegare perché avesse deciso di farsi confezionare su misura un abito con tanto di cappello maculato col quale girava per le vie del centro storico da un tempo ignoto, come si confà a un personaggio leggendario, quantificabile in molti anni.

L”uomo ghepardo’ spargeva meraviglia e leggerezza con un incidere lento, poco affine alla virtù principale del felino più veloce della terra. Nella sua flemma si dilatava un tempo incantato per un sorriso a tutti, e ai bambini e alle donne in particolare, ad alcune delle quali era solito portare quelle che scherzosamente amava chiamare “le rose del vicino”. 

Non rifiutava mai una foto o una battuta con i turisti e i passanti conquistati dalla sua dolcezza. Rifiatava osservando la città con sguardo bonario da un bar del centro che era diventato la sua postazione di ogni giorno.

Prima di mutarsi in ghepardo e concedersi una meritata pensione, Capoferri si era sperimentato in una moltitudine di lavori: muratore, contadino e cuoco della mensa mitica fabbrica Riva Rossi dove si costruivano i trenini. La venerazione dei suoi concittadini si era consacrata nella nascita di un gruppo Facebook, ‘I fan dell’Uomo Ghepardo’, con migliaia di iscritti. E’ morto a 91 anni, fino a qualche giorno fa ancora il suo mantello maculato splendeva vicino al lago. 

E’ morto nella notte al Campus biomedico a Roma il maestro Ennio Morricone, uno dei più grandi compositori al mondo. Aveva 91 anni. Nei giorni scorsi era caduto e aveva riportato una frattura al femore. 

“All’alba del 6 luglio si è spento con il conforto della fede, Ennio Morricone”. Lo comunica su incarico della famiglia, il suo legale ed amico avvocato Giorgio Assumma. “Il maestro ha conservato sino all’ultimo – aggiunge il legale – piena lucidità e grande dignità. Ha salutato l’amata moglie Maria che lo ha accompagnato con dedizione in ogni istante della sua vita umana e professionale e gli è stata accanto fino all’estremo respiro. Ha ringraziato i figli e i nipoti per l’amore e la cura che gli hanno donato. Ha dedicato un commosso ricordo al suo pubblico dal cui affettuoso sostegno ha sempre tratto la forza e la propria creatività. Il funerale si svolgerà in forma privata nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza”.

“Ricorderemo sempre, con infinita riconoscenza, il genio artistico del Maestro Ennio Morricone. Ci ha fatto sognare, emozionare, riflettere, scrivendo note memorabili che rimarranno indelebili nella storia della musica e del cinema”. Lo scrive il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, su Twitter, in ricordo del compositore scomparso.

AGI – Simbolo dell’emancipazione femminile e star incontrastata dell’estate, il bikini festeggia 74 anni. Bikini a fascia, monokini, a triangolo, con slip a vita alta, alla brasiliana o tanga: le donne di oggi possono trovare qualsiasi modello in vendita e sbizzarrirsi come meglio credono. Ma dietro a questo ‘must have’ e strumento di seduzione, considerato fino a qualche tempo fa scabroso, c’e’ una lunga storia.

Comparso per la prima volta nell’epoca greco-romana, lo troviamo su urne e affreschi del 1400 a.C.. Durante il I e II secolo d.C., il bikini non serviva per nuotare, perché all’epoca si nuotava nudi. Sembra che fosse usato per l’atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica. Le prime immagini dettagliate si trovano nella villa romana di Piazza Armerina in Sicilia: nella stanza delle dieci ragazze, un mosaico del III sec. d.C. raffigura delle giovani che indossano un costume a due pezzi e fanno diverse attività sportive.

Per la nascita del bikini bisogna però arrivare al dopoguerra: a preparare il terreno fu Coco Chanel che negli anni ’20 sdoganò abiti più corti, scollati e con pantaloncini staccati dalla parte superiore del vestito. Poi nel 1932 fu Jacques Heim a creare per primo un costume da bagno talmente succinto e ‘piccolo’ per gli standard dell’epoca. Decise di chiamarlo “Atome”, proprio per via delle sue dimensioni minute. Era comunque abbastanza ampio da coprire l’ombelico.

Bisogna aspettare gli anni ’40 per l’arrivo della vera ‘rivoluzione’: Louis Reard, un ingegnere che lavorava nel settore delle automobili, rileva l’attività di lingerie della madre e proprio nel luglio del 1946 crea il “bikini”, non a caso ribattezzato con lo stesso nome dell’atollo delle Isole Marshall, nell’Oceano Pacifico, utilizzato dagli Stati Uniti per misurare gli effetti delle esplosioni nucleari.

A parere di Reard, il lancio del bikini avrebbe avuto sul pubblico gli stessi effetti dirompenti di una bomba atomica. E così fu. Lo stilista fece fatica perfino a trovare una modella che accettasse di indossare il costume che aveva troppo poco tessuto e cosi’ ingaggio’ una spogliarellista del Casinò de Paris, Michelle Bernardini.

La presentazione ufficiale avvenne alle Piscine Molitor della capitale francese e fu accolta con stupore. Per quasi un decennio il bikini fece fatica a decollare. Fu fortemente osteggiato dal Vaticano che lo dichiaro’ “peccaminoso” e bandito da Spagna, Portogallo, Italia, Belgio e Australia. In molti Stati Usa restò fuori legge fino al 1959. Il grande successo arriva quando le dive del cinema iniziano a indossarlo.

Rita Hayworth, nel film Gilda del 1946, sfoggia un bikini molto provocante al punto tale che un soldato, affascinato, disegnò l’attrice in costume su una bomba. Da qui il soprannome di Rita l’Atomica. Marilyn Monroe, nel 1953, ne indossa uno rosso in “Come sposare un milionario”. E sempre nel 1953, per la prima volta, Brigitte Bardot sconvolge il pubblico del Festival cinematografico di Cannes sfoggiando, sulla spiaggia della Croisette, uno ‘striminzito’ bikini con stampa floreale: ha appena 19 anni ed è bellissima.

Poi nel 1956 ne indossa uno sul set del film ‘E Dio creò la Donna’. Da quel momento in poi, l’elenco sarebbe troppo lungo. Solo per citare altre attrici indimenticabili, nel 1956 Marisa Allasio ne veste uno che lascia ben poco all’immaginazione nel film di Dino Risi, “Poveri ma belli”. E chi non ha in mente quello indossato da Ursula Andress, la bond girl Honey Ryder, in “007 – Licenza di uccidere del 1962”? Infine, non si puo’ non ricordare Raquel Welch con il bikini di pelle sfoggiato nel film ‘Un milione di anni fa’, di Don Chaffey: è il 1966 e la Welch ha 26 anni.

AGI – Un agguato ha preso di mira nella notte di sabato una colonna di mezzi del Reparto Mobile della polizia di Stato diretta al cantiere della Tav di Chiomonte, in Valle di Susa: all’interno della galleria Cels, sull’autostrada A32, chiodi a tre punte hanno forato le gomme degli automezzi, ha denunciato il Siulp per il quale “poteva finire in una vera e propria tragedia”. Sull’episodio indaga la Digos.

Fortunatamente la fermezza degli autisti degli automezzi in colonna ha consentito di evitare il peggio per tutti”, prosegue il sindacato. Per il segretario generale del Siulp di Torino, Eugenio Bravo, occorre “agire nei confronti di questi malavitosi che, intrisi di ideologie violente e antistato, stanno elevando pericolosamente il livello dello scontro. L’unica risposta che uno Stato di diritto che salvaguarda la propria autorità e la propria volonta’ politica, non può che essere tolleranza zero”.

“Non è più possibile sperare in atti di responsabilità da parte di chi per decenni ha costretto le forze dell’ordine e l’Autorità dello Stato a continui e pressanti servizi di contenimento, prevenzione e repressione, per garantire la costruzione della Tav che, piaccia o non piaccia, e’ stata voluta dal potere legislativo che rappresenta i cittadini e la loro sovranità”.

Per questo motivo, secondo il segretario generale del Siulp Torino, “qualunque ulteriore tentennamento da parte delle Autorità, non potrà che essere considerato un’ulteriore debolezza da questi facinorosi che, si spera, si possano presto individuare e rinchiudere nelle patrie galere”. Il sindacato conclude chiedendo che “gli uomini delle forze dell’ordine siano messi in condizione di sicurezza e possano svolgere il loro lavoro attraverso misure che prevengano il più possibile l’esposizione a rischi personali”.  

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