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AGI – Migliaia di dati sensibili custoditi negli archivi della Ussl di Padova sono finiti online dopo l’attacco della gang di hacker LockBit 2.0. L’azienda sanitaria si è sempre rifiutata di pagare il ‘riscatto’ dopo l’incursione subita un mese fa. L’ultimatum dei pirati del web scadeva sabato scorso ed era stato prorogato fino a domani. Ma, da quanto si è potuto verificare, decine di cartelle dell’Ulss6 Euganea, frutto della violazione del database avvenuta lo scorso dicembre, sono già state diffuse online.

L’AGI è riuscita a visionare i documenti nel Data Leak Site del gruppo hacker. All’interno di due cartelle denominate ‘Ulss2’ e ‘Ulss3’, ma apparentemente riguardanti sempre e l’Ulss6, compare di tutto: in 39 sottocartelle, contenenti fino a due mila ciascuna, si possono leggere esiti di tamponi, cedolini, buste paga, linee guida, esiti di esami e protocolli di cura.

Sono stati pubblicati anche referti medici per cure effettuate presumibilmente in pronto soccorso con tanto di denunce all’autorità giudiziaria che ricostruiscono aggressioni o ipotesi di reato. Tutto completo di nomi, cognomi, mail, con ogni tipo di dato sensibile e informazioni riservate. Ma si teme possa essere solo la punta di un iceberg visto che domani, secondo quanto annunciato, dovrebbe essere pubblicato la parte più consistente dei dati trafugati.

“Il caso purtroppo non è così sorprendente. Il nostro sistema sanitario è fortemente a rischio di cyber-attacchi”, spiega all’AGI Pierguido Iezzi, Ceo di Swascan, società del gruppo Tinexta Cyber che si occupa in cybersicurezza. “In un report pubblicato negli ultimi mesi del 2021 – sottolinea – avevamo evidenziato come, raccogliendo informazioni pubbliche e semipubbliche (web e dark/deep web), le aziende del settore sanità fossero da tempo fortemente a rischio. Il nostro team, infatti, aveva rilevato 942 vulnerabilità, 9.355 email compromesse, 239 IP esposti al pubblico e 579 servizi esposti su Internet. E questo su un campione di sole 20 aziende ospedaliere. In totale, l’80% degli ospedali analizzati era risultato essere potenzialmente a rischio”.

“Gli ospedali e le strutture sanitarie – osserva Iezzi – sono tra le realtà più a rischio. Questo per tre motivi principali: in primo luogo, il sanitario più di ogni altro comparto ha dovuto imprimere una svolta di digital transformation obbligata causa pandemia; in secondo luogo abbiamo la pressione stessa causata dall’emergenza Covid. Detto semplicemente: più pazienti e pi richieste in un lasso di tempo molto circoscritto; infine parte del personale non in prima linea è stato costretto allo smart working ‘di fortuna’ con strumenti e software spesso non allineate ai migliori standard”.

“Per loro natura”, spiega ancora Iezzi, “le cartelle e i dati sanitari sono tra i più completi disponibili oggi online. Una cartella sanitaria completa, sul Dark Web, può essere venduta anche a 1.000 dollari, proprio perché grazie ai dati in essa contenuti sono possibili una serie di attacchi potenzialmente devastanti, dai furti d’identità al ricatto”. 

AGI – “Si vedono segnali importanti di rallentamento dell’epidemia in Italia” ma “alla domanda se siamo arrivati al picco, la risposta potrebbe essere ‘ni'”. Ad affermarlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ai microfoni di Radio Cusano Campus. “Il tasso di positività dei tamponi molecolari è sceso, mentre quello degli antigenici è stabile intorno al 15% – spiega Cartabellotta – Questo è conseguenza del fatto che abbiamo situazioni differenziate da Regione a Regione, alcune potrebbero aver già raggiunto il picco. Ovviamente aspettiamo che questo rallentamento si consolidi, anche perchè in tanti sono tornati al lavoro e a scuola da pochi giorni dopo le feste di Natale”.

Fabio Ciciliano, componente del Comitato Tecnico Scientifico, sostine che “ci accorgeremo del picco quando questo sarà passato, in questo momento si stanno registrando degli incrementi settimanali che sono ridotti rispetto agli incrementi delle settimane precedenti, questo ci fa capire che la curva sta cominciando a piegarsi. E’ ovvio che, come accaduto nelle scorse primavere e nelle scorse estati, il virus si avvantaggia dei climi freddi dove le persone sono rinchiuse in ambienti ristretti. Quando le temperature si alzano, e le persone stanno più all’aperto, i virus respiratori e anche questo coronavirus, circolano di meno e la condizione epidemiologica migliorerà”.

“In questo momento – continua il presidente della Fondazione – stiamo continuando a vedere che rispetto al numero dei casi, oltre due milioni di attualmente positivi, la situazione ospedaliera sembra essere sostanzialmente sotto controllo. Gli ingressi in terapia intensiva sembra stiano flettendo, i tassi di occupazione ospedaliera si mantengono stabili. La situazione come al solito è molto variabile da Regione a Regione“. 

Ieri era intervenuto sul tema anche il ministro della Salute, Roberto Speranza: “Dobbiamo guardare al domani ma con piedi radicati nell’oggi: siamo in un picco e l’auspicio è che nei prossimi giorni ci sia ulteriore raffreddamento della curva, di cui si è visto già qualche primissimo segnale”. Per il ministro, “con questi numeri di contagi senza vaccini saremmo stati costretti a misure durissime. Il vaccino resta l’arma fondamentale: stamane avevamo l’89,91% di over 12 che aveva fatto la prima dose”. “In questa fase con tanti contagi la comunità scientifica ci dice che la persona contagiata deve stare in isolamento”, ha concluso. 

Anche per Sergio Abrignani, immunologo dell’Università Statale, “i dati ci dicono che siamo vicini al picco, sarà questione di giorni ma già c’è un appiattimento della curva“, ha detto al Tg1. “E dopo ci aspetta una convivenza con il virus e con la variante che fino a marzo-aprile avrà una coda che speriamo non sia troppo lunga. Ma confidiamo in nuovi farmaci, in nuovi vaccini contro le varianti. Insomma – ha concluso Abrignani – avremo un lento ritorno alla normalità”. 

 

AGI – Di storie, in questi dieci anni, ne abbiamo sentite tante. E in queste ultime settimane, nell’immediatezza dell’anniversario del naufragio della Costa Concordia, anche di più. In documentari, docufiction, podcast, libri sono state raccolte centinaia di testimonianze, ore e ore, pagine e pagine di racconti, di chi c’era, di chi l’ha vissuta sulla propria pelle e ne è scampato.  Ma anche di chi, anche se è sopravvissuto, non è riuscito ad andare oltre quella notte, perché nel disastro ha perso una persona cara.

C’è una storia, però, che nessuno aveva ancora raccontato perché i protagonisti erano troppo pudichi per farlo. ‘Pudicizia’, sì, una parola e un atteggiamento desueti che però meglio di qualunque altro rendono il sentimento che ha dominato il ricordo di quella notte e il vissuto di questi ultimi dieci anni. 

È il racconto dei nove vigili del fuoco del comando di Grosseto che per primi si calarono all’interno della nave che stava affondando, mentre tutti – letteralmente tutti, anche chi non avrebbe dovuto farlo – ne stavano uscendo. Otto uomini e il loro comandante che entrarono nella pancia fredda e buia di un gigante morente per impedire che portasse con sé altre vite

Una storia che Virginia Piccolillo, inviata del Corriere della Sera, con Luca Cari, responsabile della comunicazione in emergenza del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, ha raccolto nel volume ‘Apnea’, edito da Mondadori (pagg. 138, 18 euro) e da cui la casa di produzione Lux Vide trarrà una serie per Netflix. 

Perché ha scelto di raccontare proprio la loro storia?

Perché è inedita: non hanno mai parlato prima pur avendo vissuto quello che altri non hanno vissuto.

Cosa c’è di diverso tra la loro storia e quella delle altre decine di uomini, vigili del fuoco e non, che hanno esplorato il relitto della nave?

Chi è arrivato nei giorni successivi non ha vissuto il pericolo di restare intrappolato nel ventre del gigante. Già il giorno dopo la nave era monitorata, c’erano percorsi e vie di fuga e se la nave si fosse mossa sarebbero stati salvati. Loro no: sono entrati pensando di fare semplicemente una verifica perché nessuno immaginava che dentro ci fosse ancora qualcuno.

In che mondo si sono mossi?

Un mondo in cui si era persa la verticalità e si camminava sulle pareti, tutto era buio e freddo e l’unico rumore che si sentiva era quello terrificante della nave che scivolava lungo la roccia. Un mondo capovolto, dove i corridoi erano diventati pozzi in cui l’acqua saliva rapidamente. Pozzi in cui hanno trovato persone ferite gravemente, paralizzate dal terrore al punto di non essere minimamente collaborative con chi cercava di portarle in salvo. Una situazione in cui era più facile abbandonare gli altri e salvarsi la vita, un pensiero che non ha mai nemmeno sfiorato la loro mente. Oggi dicono che non poteva essere che così, che era il loro lavoro, ma sappiamo che non tutti, quella notte, si comportarono rispettando i dettami delle proprie responsabilità.  

Non erano solo loro nove però a prodigarsi per salvare le vite sulla Concordia

Certo, c’erano i soccorritori sulle murate e sulle imbarcazioni intorno al relitto, ma la loro prospettiva, il loro punto di vista non era quella degli uomini all’interno che, a ogni passo fatto su pavimenti instabili e precipizi che si aprivano all’improvviso, si domandavano come avrebbero potuto vivere il resto della vita se avessero lasciato al proprio destino chi poteva essere ancora salvato.

Apnea è una storia di eroismo in una vicenda che ha un pesante stigma di viltà

Qualcuno che ha lasciato centinaia di persone a bordo ed è scappato senza dare indicazioni su come soccorrerli, questo è un fatto. Ma la cosa bella è che in questa storia stranota di viltà e sbruffoneria ce n’è una sconosciuta di grande generosità. E la cosa straordinaria è che noi lo chiamiamo eroismo, ma per loro non è così: sono convinti che è quello che avrebbero fatto tutti

Lei ha seguito per lavoro vicende tragiche come il terremoto in Centro Italia, il disastro di Rigopiano, l’ondata di gelo del 2012 e i roghi degli ultimi anni. Sempre ha trovato i vigili del fuoco al lavoro. Assomigliano agli uomini che ha raccontato?

Tutti i vigili del fuoco che ho incontrato in prima linea sono così. Sono quelli che stanno lì a tirare fuori le persone dalle fiamme, dalle macerie, dall’acqua. Sono persone semplici, appassionate del loro lavoro che nonostante siano malpagate e non vengano mai premiate, continuano a dire che il loro è il mestiere più bello del modo perché salvare una persona riempie la vita. Purtroppo ogni tanto non va bene e rimane loro addosso il dolore degli altri. Anche questa è una cosa che li rende profondi: non hanno quel cinismo che si sviluppa come forma di difesa dal dolore e dall’orrore.

Perché non hanno parlato prima?

Hanno salvato almeno 60-70 persone che senza il loro intervento sarebbero morte. Ma nell’anima hanno un nodo che li lega a quelli che sono morti prima che arrivassero e che potevano essere salvati se solo dalla nave avessero dato prima l’allarme. Gli echeggia sempre questo pensiero nella testa: “potevo salvare anche loro”. Si fanno carico di responsabilità che proprio non hanno. 

Tra le persone che hanno salvato ce n’è una che li ha colpiti in modo particolare?

C’era una ragazza, una hostess che stava particolarmente male perché aveva una frattura scomposta e perdeva molto sangue. Era difficilissimo portarla in salvo e si sono inventati un modo fantasioso per riuscirci. Li ha colpiti molto il coraggio di questa ragazza che, quando finalmente è stata portata fuori dalla nave, ha chiesto di fermarsi un attimo: non credeva di poter passare dalla disperazione più totale a rivedere il mare.

Cosa vorrebbero adesso?

Il loro più grande desiderio è rivedere le persone che hanno salvato. Dopo quella notte non hanno più avuto notizie di nessuno.

AGI – è di due feriti il bilancio di uno scontro tra due fazioni di giovanissimi alle porte di Torino, e, se non fosse stato per l’intervento dei carabinieri di Moncalieri, sarebbe avvenuta una vera e propria guerriglia. I due gruppi, composti in larga parte da ragazzi tra i 13 e i 16 anni di età, che si erano dati appuntamento ieri sera al parcheggio della Coop di Nichelino. Da un lato circa 80 ragazzi del posto, dall’altro un centinaio di giovani di origine nordafricana, arrivati dal quartiere torinese Barriera Milano a bordo dei mezzi pubblici.

Prima che le due fazioni venissero a contatto, sono intervenute le pattuglie dei carabinieri di Moncalieri, che li hanno dispersi. Alcuni ragazzi si sono comunque affrontati, con il bilancio di due feriti lievi, entrambi minorenni proveniente da Torino.

I militari hanno identificato circa 50 persone. Un episodio analogo si è verificato sabato pomeriggio a Padova, dove decine di giovani italiani e stranieri si erano dati appuntamento nel centralissimo Prato della Valle per affrontarsi in una rissa. La polizia era però venuta a saperlo ed è intervenuta prima che tutto avesse inizio, bloccando i giovani. Decine di ragazzi sono stati identificati e alcuni sono stati multati perchè non indossavano la mascherina. 

AGI – “Certamente siamo in una situazione delicata e con numeri ancora crescenti per quel che riguarda l’incidenza d’infezioni. Tuttavia, la crescita percentuale dell’ultima settimana è stata inferiore alla precedente e, negli ultimi giorni, vi sono evidenze di chiara decelerazione della curva epidemica in linea con quanto osservato in altri Paesi. Nel Regno Unito si sta assistendo alla riduzione dei ricoveri”: Franco Locatelli, coordinatore del Cts, è ottimista sul contenimento dell’epidemia da coronavirus.

“La pressione sulle strutture sanitarie – aggiunge Locatelli – nelle ultime settimane è decisamente aumentata. Il rischio da scongiurare è di danneggiare i pazienti con patologie differenti dal Covid riducendo il numero di procedure mediche o chirurgiche. A questo rischio può contribuire anche un elevato numero di contagi tra gli operatori sanitari che è certamente non trascurabile. Non possiamo parlare però di ospedali vicini al collasso”.

“Nelle passate ondate come quella dello scorso inverno abbiamo avuto, pur in assenza di varianti così contagiose, numeri doppi di ricoverati sia nelle aree mediche sia nelle rianimazioni. E’ il frutto del largo numero di vaccinazioni effettuate: quasi 120 milioni di dosi somministrate e 26 milioni di persone che hanno ricevuto la dose booster sono numeri straordinari e hanno consentito di proteggere largamente dal rischio di malattia grave o addirittura fatale gli italiani”.

Quanto alla campagna di vaccinazione dei bambini, per Locatelli i risultati sono “più che apprezzabili”. “Il numero dei bambini vaccinati – dice – continua a crescere. Non si è osservato anche nel nostro Paese alcun segnale preoccupante sul profilo di sicurezza e questo dimostra quanto era giusto promuovere la vaccinazione anche in eta’ pediatrica”.

AGI – I medici possono scegliere la terapia domiciliare che vogliono per curare i pazienti malati di Covid.

Questo dice in sostanza una sentenza del Tar del Lazio che accoglie il ricorso di alcuni medici di medicina generale e specialisti disponendo l’annullamento delle linee guida dell’Aifa fatte proprie dal ministero della Salute, così come aggiornate il 26 aprile 2021, nella parte in cui “nei primi giorni di malattia prevede unicamente una ‘vigile attesa’ e somministrazione di antinfiammatori e paracetamolo e nella parte in cui pone indicazione di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da Covid”.

 Il contenuto della nota ministeriale “contrasta con la richiesta professionalità del medico e con la sua deontologia professionale imponendo, anzi impedendo, l’utilizzo di terapie eventualmente ritenute idonee ed efficaci al contrasto con la malattia Covid 19 come avviene per ogni attività terapeutica”.

I sanitari devono agire “in scienza e coscienza”

“È onore imprescindibile di ogni sanitario agire secondo scienza e coscienza, assumendosi la responsabilità circa l’esito della terapia prescritta quale conseguenza della professionalità e del titolo specialistico acquisito” puntualizzano i giudici accogliendo il ricorso firmato dall’avvocato Erich Grimaldi.

“Finalmente un punto fermo nella battaglia che portiamo avanti da due anni, è la fine della vigile attesa – commenta il legale che è anche presidente del Comitato Cura Domiciliare Covid-19 – Siamo riusciti a dimostrare che le linee guida ministeriali erano di fatto uno strumento per vincolare i medici alle eventuali responsabilità che derivano dalla scelta terapeutica. Il governo ha di fatto privato i cittadini delle cure domiciliari precoci paralizzando la sanità territoriale e portando al collasso il sistema ospedaliero”. 

AGI – “Quasi quasi non la riconosco la mia città, la mia Roma. Questa è una strada, l’Ostiense, da tempo piena di traffico, rumori. Guardala, ora. Che tristezza”. Francesco, 54 anni, titolare di un ristorante-pizzeria su via Ostiense, allarga le braccia davanti al cronista, è sconfortato: “Questa pandemia ci sta cambiando – dice all’AGI – e ci sta anche rovinando. Per due sere conscutive, la scorsa settimana, non ho visto un cliente, non abbiamo venduto neanche una pizza d’asporto. Così è dura, fai meno danni se non apri”. Un piccolo viaggio nella Roma alle prese con la viariante Omicron fotografa una Capitale inedita: poca gente in giro, poco traffico, molti locali chiusi, moltissimi asenza clientela.

Dalle zone più o meno periferiche al centro, la musica non cambia. “Temporary closed”, oppure “chiuso per ferie” quando va bene. Sconti per chiusura attività o scaffali già vuoti che si riempiono di polvere nei casi peggiori. Le vetrine delle attività commerciali del centro storico di Roma raccontano la difficile fase della pandemia di Covid che sta attraversando il Paese.

La quarta ondata, con la crescita senza precedenti del numero dei contagiati, fortunatamente non proporzionale al tasso di occupazione degli ospedali, sta mettendo a dura prova il commercio e le attività turistiche nelle città d’arte. Settori già provati dopo due anni di pandemia.

Chi si trova a passeggiare in questi giorni tra le vie dello shopping dei rioni monumentali di Roma a tratti può provare un dejavù: sembra quasi di essere tornati ai primi mesi dell’epidemia. I turisti sono spariti quasi completamente, soprattutto quelli stranieri. Mentre una fetta dei lavoratori è tornata in smart working, oppure si trova a casa tra contagi ed isolamenti fiduciari.

La Fiepet-Confesercenti di Roma stima che al momento quasi 600 attività commerciali siano chiuse in città per assenza di personale dovuta al Covid o alle quarantene. Molti di questi negozi sono in centro. I locali dei venditori di souvenir sono spesso vuoti, mentre alcune attività di abbigliamento hanno ripreso a chiudere tra le 14 e le 16, o anticipano lo stop serale, vista la scarsità di clienti tra ora di pranzo e l’orario dopo le 18.

C’è poca gente persino nei bar e nelle gelaterie. Alcuni ristoranti delle vie attorno ai palazzi della politica, spesso frequentati da parlamentari, staff politici e personale delle istituzioni, hanno affisso cartelli per avvisare che riapriranno direttamente il 24 gennaio, il giorno della prima chiama per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Altre attività hanno preferito prendere un mese di vacanza, perchè stare aperti avrebbe portato più spese che incasso, torneranno a mettere i tavoli in strada il 1 febbraio nella speranza che nel frattempo l’ondata di Covid dia una tregua. In questi due anni di pandemia il centro storico di Roma non è riuscito a reinventarsi.

Il modello di sviluppo seguito negli ultimi anni, basato soprattutto sulla rendita degli affitti, la ristorazione di bassa qualità e la proliferazione delle strutture ricettive, ha mostrato tutti i suoi limiti. Specialmente in un territorio che mediamente perde fino a 3mila residenti l’anno tra spese elevate e assenza di servizi. E allora, venuti meno turisti ed uffici, il centro si ritrova ad essere un museo a cielo aperto con ben pochi visitatori.

La Galleria Alberto Sordi, di fronte a Palazzo Chigi, è una delle situazioni dove la crisi del commercio in centro si percepisce con un colpo d’occhio. Da mesi hanno chiuso tutti i negozi ad eccezione di una libreria di una grande catena, un negozio di borse e valigie e una caffè. Il resto delle vetrine sono oscurate con adesivi in attesa di future riaperture.

A Via Nazionale non va meglio, qui decine di negozi da tempo hanno chiuso e sono rimasti vuoti. L’emergenza nel settore alberghiero ha i contorni di una bomba sociale pronta ad esplodere, le stime contano fino ad 8mila lavoratori che rischiano il posto di lavoro. Dei 1.280 hotel presenti in città al momento circa 350 sono chiusi, alcuni non hanno mai riaperto dopo il primo lockdown del 2020. Solo nelle ultime settimane due strutture di lunga tradizione come lo Sheraton all’Eur e il Majestic a via Veneto hanno annunciato i licenziamenti, oltre 200 persone potrebbero restare senza lavoro.

Del resto l’Osservatorio di Confindustria Alberghi stima a Roma nel 2021 un -58% nel tasso di occupazione delle camere. Il Campidoglio ha fatto appello al Governo perchè intervenga garantendo flussi di liquidità per retribuire i dipendenti in questa fase di contagi elevati e consentire agli hotel di non chiudere definitivamente. Palazzo Senatorio ammette che le dimensioni della crisi sono tali che il Comune da solo con le sue risorse non è in grado di intervenire efficacemente.

Non va meglio per i trasporti

Nelle piazzole di sosta riservate ai taxi si contano decine di vetture in attesa di clienti. Per ora non ne arrivano. (AGI)Rmy/Ros (Segue) (AGI) – Roma, 15 gen. – “Siamo davvero lontani dal solito giro di lavoro – sottolinea un tassista – intanto si vedono raramente turisti stranierei e, soprattutto, mancano le presenze quotidiane delle persone che vanno a lavorare, facendo la spola tra diversi uffici, e si spostano in taxi. è una situazione pesante, molto pesante”.

Lo smart working, la didattica a distanza, la paura del contagio, le mascherine, le regole per il gren pass: sono tanti i fattori che stanno cambiando le città, i tempi, l’economia e, soprattutto, la vita delle persone. Molte farmacie, per esempio, hanno ormai la fila riservata ai ‘clienti covid’, tra l’altro sempre affollata, e poi quella alla clientela di ogni giorno. C’è la corsa ai tamponi, e ogni giorno è sempre più difficile rifornirsi di quelli rapidi.

“Così non si può andare avanti – dice con forza Annalucia, barista nella zona di Piramide – con tutte queste norme la gente non entra nemmeno per prendere un caffè. La cosa incredibile è vche non abbiamo alcuna certezza. La mattina senti in tv he siamo viini alla svolta, il pomeriggio invece manca ancora qualche mese, la sera i numeri dei contagi e dei morti torna a fare paura. Forse è necessario un nuovo modo di comunicare, meno allarmismo”.

Su come la pandemia ha praticamente stravolto la Capitale Annalucia ha un esempio pratico e, ci tiene a precisare, assolutamente inedito. “L’altro giorno, per una questione di famiglia, sono andata in un ufficio che si trova sul Lungotevere. Incredibile, ho trovato parcheggio, di mattina, senza alcun problema”. Maledetto virus, ci stravolge la vita e ci porta anche a rimpiangere il traffico.  

AGI – Il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è 26,7 ogni 100 mila tra i non vaccinati, mentre è 0,9 ogni 100 mila per vaccinati booster, ovvero 38.1 volte superiore. Lo rende noto l’Istituto Superiore di Sanita’ nel report sull’andamento dell’epidemia di Covid in Italia.

Il tasso dei decessi tra le persone non vaccinate è pari a 42.4 ogni centomila. Quello dei vaccinati con ciclo completo e dose booster è 1.4. L’indice di rischio rispetto ai due valori di riferimento è 30.3.

Tra i 90 e 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale, si osserva una diminuzione dell’efficacia nel prevenire le diagnosi in corrispondenza di tutte le fasce di età. L’efficacia in tutta la popolazione con ciclo completo da 91 a 120 giorni è pari al 57,4% e scende al 34,0% oltre i 120 giorni.

L’efficacia, però, risale nei soggetti vaccinati con la dose aggiuntiva/booster a livelli simili rispetto a quelli osservati nei soggetti che hanno completato il ciclo entro 90 giorni (68,8%). 

Nel caso di malattia grave, l’efficacia fra vaccinati con ciclo completo da oltre 90 giorni, tra i 91 e 120 e oltre i 120 giorni si mantiene elevata, rispettivamente pari rispettivamente a 95,4%, 92,9% e 88,9%. Come nel caso delle diagnosi, l’efficacia risale nei soggetti vaccinati con dose aggiuntiva/booster a un livello (97,8%) leggermente più alto di quella osservata nei vaccinati con ciclo completo entro 90 giorni. 

Nel periodo 27 dicembre 2021 – 9 gennaio 2022, nella fascia in età scolare, sotto i 19 anni, sono stati segnalati 340.005 nuovi casi, di cui 1.245 ospedalizzati, 14 ricoverati in terapia intensiva e un decesso. 

Nell’ultima settimana si osserva un aumento dell’incidenza in tutte le fasce d’età rispetto alla settimana precedente, scrive l’Iss, e in particolare, l’incidenza nella popolazione di età 12-19 anni risulta pari a 2.489 casi per 100.000 contro 1.840 casi per 100.000 nella settimana precedente.

Nella classe di età 5-11 anni si evidenzia, a partire dalla seconda settimana di ottobre, una maggiore crescita dell’incidenza rispetto al resto della popolazione in età scolare. Nelle ultime due settimane si è osservato un forte aumento dell’incidenza in particolare per la classe di età 16-19 anni e un aumento piu’ contenuto nella fascia 16-19 anni. Nell’ultima settimana, rimane stabile la percentuale dei casi segnalati nella popolazione di eta’ scolare (20%). Il 31% dei casi in età scolare è stato diagnosticato nella fascia d’età 5-11 anni, il 59% nella fascia 12-19 anni e solo il 10% nei bambini sotto i 5 anni. 

AGI – In Italia il 3 gennaio scorso la variante Omicron era predominante, con una prevalenza stimata all’81%, con una variabilità regionale tra il 33% e il 100%, mentre la Delta era al 19% del campione esaminato. Sono questi i risultati definitivi dell’indagine rapida condotta dall’Iss e dal Ministero della Salute insieme ai laboratori regionali e alla Fondazione Bruno Kessler.

Per l’indagine è stato chiesto ai laboratori delle Regioni e Province Autonome di selezionare dei sottocampioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus. Il campione richiesto è stato scelto dalle Regioni in maniera casuale fra i campioni positivi garantendo una certa rappresentatività geografica e, se possibile, per fasce di età diverse. In totale, hanno partecipato all’indagine tutte le Regioni e complessivamente 120 laboratori regionali e il Laboratorio di Sanità Militare, e sono stati sequenziati 2632 campioni. 

Articolo aggiornato alle ore 10.27

AGI – Sembra vicina la svolta nel conteggio dei ricoveri Covid: accogliendo le richieste delle Regioni, il ministero della Salute avrebbe sul tavolo una circolare in cui si escludono i pazienti ricoverati per cause diverse ma positivi al Covid dall’elenco dei ricoveri e quindi dal relativo calcolo dell’occupazione dei posti letto in area medica.

La bozza della circolare, che sarebbe a firma della direzione generale della Prevenzione e di quella per la Programmazione sanitaria, sottolineerebbe che “il paziente ricoverato per cause diverse che risulti positivo al test per Sars-Cov-2, ma asintomatico per Covid 19, qualora sia assegnato in isolamento al reparto di afferenza della patologia per la quale si rende necessario il ricovero, pur essendo tracciato come ‘caso’ non sarà conteggiato tra i ricoveri dell’Area Medica Covid, fermo restando il rispetto del principio di separazione dei percorsi e di sicurezza dei pazienti”.

Se la decisione sarà effettiva, a partire dal primo febbraio il bollettino conterrà un nuovo campo, comprendente i “pazienti Covid ricoverati per cause diverse”: fino ad allora, questi saranno elencati nelle note generali. Rimane invariata, invece, la definizione di caso Covid: i pazienti ricoverati positivi, a prescindere dai sintomi, “vanno tracciati come casi e comunicati ai sistemi di sorveglianza esistenti”. 

Dal ministero di via Lungotevere Ripa precisano che “Relativamente alle odierne indiscrezioni di stampa si afferma che nessun atto formale è stato disposto al momento da parte del ministero della Salute. Fermo restando quanto riconosciuto ieri dall’Istituto Superiore di Sanià è ovviamente sempre aperta l’interlocuzione con le Regioni”. 

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