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"Un modello di business innovativo e che rientra fra le massime fonti di informazione per le news provenienti dagli Stati Uniti". Con queste motivazioni il direttore dell'AGI, Riccardo Luna, ha ricevuto il premio giornalistico Amerigo 2017 per la sezione agenzie di stampa. Luna, si legge ancora nelle motivazioni "non manca di originalità: nel 2009 ha candidato Internet al premio Nobel per la Pace".

Luna ha voluto condividere il premio con i colleghi della redazione Esteri dell'Agi.  

Con Luna la giuria della nona edizione del premio ha assegnato riconoscimenti anche ad altri sette giornalisti per le sezioni quotidiani, periodici, radio, televisione, siti web, Twitter, under 35, oltre a un premio speciale ed al premio Europa a un giornalista di uno dei 52 Paesi europei. Il premio è conferito annualmente a giornalisti, professionisti e pubblicisti, che raccontano l'America agli italiani, contribuendo a mantenere, con il loro quotidiano impegno per un'informazione continua e a tutto campo, gli stretti legami tra il nostro Paese e gli Usa.

A partire dal 2009, anno della prima edizione, oltre 70 giornalisti hanno ricevuto il premio, organizzato da Amerigo, associazione che ha sede a Roma presso l'ambasciata degli Stati Uniti e che raccoglie gli international visitors italiani, ossia coloro i quali, fin dal dopoguerra, hanno partecipato agli scambi culturali promossi dal Dipartimento di Stato statunitense.

Gli altri premiati dell'edizione 2017 sono: Francesco Semprini de 'La Stampa' per la sezione quotidiani; Dario Fabbri, di 'Limes', per i periodici; Sylvia Poggiali, di 'Radio Europe', per la radio; Luca Rigoni, caporedattore esteri delle news di Mediaset, per la televisione; Valerio Nicolosi, freelance, per la fotografia; Paolo Messa, fondatore di Formiche.net, per i siti web; Davide Mancini, di 'Media Voxpop', per Twitter; James Fontanella-Khan, del 'Financial Times', per la sezione under 35. Premio speciale a Mario Sechi, del sito indipendente 'List' e premio Europa alla reporter televisiva ungherese Hesna Al Ghaoui.

La cerimonia si è svolta alla presenza del presidente nazionale di Amerigo, Vito Cozzoli, del segretario generale di Enam (European network of American alumni associations), Massimo Cugusi, del coordinatore del chapter fiorentino di Amerigo, Michele Ricceri, del console generale degli Stati Uniti a Firenze, Benjamin V. Wohlauer, accompagnato da Lillian Germanine Devalcourt-Ayala dell'ambasciata Usa a Roma. 

Igor il russo è stato arrestato. Il killer di Budrio, in fuga da mesi, è stato fermato in Spagna, durante un conflitto a fuoco con la Guardia Civil in cui due agenti sono rimasti uccisi, riporta il Corriere

L’operazione è avvenuta alle 3 della mattina, a Teruel, nella comunità autonoma dell’Aragona. Nel conflitto a fuoco morta anche una persona che abitava nella zona.

Igor era ricercato in Italia e all'estero per gli omicidi del barista di Budrio Davide Fabbri e della guardia ecologica volontaria Valerio Verri e sospettato anche dell'uccisione del metronotte Salvatore Chianese.

Chi è davvero Igor il russo

Igor Vaclavic è in realtà serbo ed è ricercato anche nel suo Paese per una rapina con violenza sessuale. Tra gli alias che ha usato c'è quello di Ezechiele Norberto Feher, nato a Sobotica.

Indagato per gli omicidi e su cui pende anche un mandato di cattura per alcune rapine avvenute, nel 2015 nel Ferrarese, Igor Vaclavic viene descritto come una sorta di "ninja" con arco e frecce e come un 'lupo solitario', soprannome riportato dalle cronache che, si dice, gli fu affibbiato in prigione. 

Finito in carcere due volte (nel 2007 e nel 2010) per alcune rapine, su di lui pende anche un mandato di arresto sempre per rapine commesse nel 2015 nel Ferrarese oltre che un decreto di espulsione non eseguito. 

I due omicidi a distanza di una settimana

La prima vittima di "Igor il russo" è Davide Fabbri, un barista ucciso il primo aprile con alcuni colpi di pistola che lo hanno raggiunto all'altezza del collo durante un tentativo di rapina nel suo locale nella frazione Riccardina di Budrio, in provincia di Bologna. Il killer è fuggito a piedi ed è poi scattata una caccia all'uomo nella zona. Un "fatto di una efferatezza e una gravità inaudite per Budrio e per qualsiasi altro territorio", aveva affermato il sindaco Giulio Pierini. 

Leggi anche: Uccide un barista per rubare l'incasso. Caccia all'uomo nel Bolognese

Il livello di inquinamento nelle città italiane è preoccupante. In molte, le polveri sottili (Pm10) sono ancora oltre la norma: al 10 dicembre 2017, il valore limite giornaliero è stato oltrepassato in 34 aree urbane, gran parte di queste localizzate nel bacino padano. Torino è la città con il numero maggiore di superamenti giornalieri (103). Situazione ancora più critica per l’ozono: nella stagione estiva, sempre 2017, ben 84 aree urbane vanno oltre l'obiettivo a lungo termine.

Nel 2016 il limite annuale per l’NO2 (biossido di azoto) è stato superato in 21 aree urbane, mentre va meglio per il Pm2,5 (25 µg/m³): solo 7 città superano il limite annuale. Questi i dati relativi all’aria, aggiornati al 10 dicembre 2017 e contenuti nella XIII edizione del Rapporto Ispra sulla qualità dell’ambiente urbano, presentato a Roma. Il report, che porta la firma del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), raccoglie i dati relativi a 119 aree urbane attraverso dieci aree tematiche: fattori sociali ed economici, suolo e territorio, infrastrutture verdi, acque, qualità dell’aria, rifiuti, attività industriali, trasporti e mobilità, esposizione all’inquinamento elettromagnetico ed acustico, azioni e strumenti per la sostenibilità locale, descrive la qualità delle vita e dell’ambiente nelle città italiane.

Più incidenti, ma meno vittime

Nel rapporto si legge che nel 2016 si sono registrati più incidenti, ma meno vittime sulle strade. Rispetto al 2015, nei 119 comuni, nonostante l’aumento degli incidenti (+0,5%) e dei feriti +(0,3%), il numero dei morti scende del 9,7%, a fronte di una diminuzione nazionale che supera il 4%. Il numero più alto di incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti si rileva a Genova (oltre 15 incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti), seguita da Firenze (13,4) e Bergamo (13). Il comune con il valore più basso è quello di Aosta con 1,4 incidenti ogni 1.000 autovetture circolanti.

In linea generale e nel lungo periodo (2007-2016), calano gli incidenti stradali nei 119 comuni passando da 112.648 a 81.967 (-27,2%). Su 119 comuni analizzati dal rapporto, 85 risultano caratterizzati da frane, mentre 34 ricadono prevalentemente in aree di pianura.

Quasi 24 mila frane

Complessivamente sono state censite 23.729 frane con una densità media sul territorio dei 119 comuni di 1,12 frane per chilometro quadrato (sia frane attive che non). Alcuni comuni ne hanno più di 9 per chilometro quadrato (Lecco, La Spezia, Lucca, Cosenza e Sondrio), mentre 14 presentano una densità compresa tra 3 e 9 frane (Pistoia, Torino, Vibo Valentia, Livorno, Ancona, Genova, Bologna, Bolzano, Fermo, Perugia, Catanzaro, Pesaro, Campobasso e Massa).

Dal 1999 al 2016, nei comuni in esame sono in atto 384 interventi urgenti per la difesa del suolo già finanziati, per un ammontare complessivo delle risorse stanziate di circa 1 miliardo e 476 milioni di euro. Le città che hanno ricevuto i maggiori contributi statali per la messa in sicurezza e la riduzione del rischio idrogeologico sono in assoluto Genova (354,52 milioni), Milano (171,06 milioni) e Firenze (106,18 milioni), mentre, tra i comuni che hanno il maggior numero di interventi finanziati spiccano il comune di Lucca con 21 interventi, seguito da Vibo Valentia (15), Terni (13), Genova e Messina con 12 interventi e dalle città di Milano, Firenze e Roma con 10.

La città con il maggior numero di interventi già conclusi è Lucca con 21, seguita dai comuni di Terni (13) e Messina (12). Le più alte percentuali di suolo consumato rispetto alla superficie territoriale si raggiungono, al 2016, a Torino 65,7%, Napoli 62,5%, Milano 57,3% e Pescara 51,1%. Tra il 2012 e il 2016 è la città di Roma, con oltre 13 milioni di euro all’anno a sostenere i costi massimi più alti in termini di perdita di servizi.

Il 90,4% delle acque di balneazione, si legge ancora nel rapporto Ispra, è classificato come eccellente e solo 1,8% come scarso. Su 82 province, 50 detengono solo acque eccellenti, buone o sufficienti e, in particolare, 26 hanno tutte acque eccellenti. In generale, comunque, il numero di acque eccellenti supera l’80% del totale provinciale in 65 casi. La presenza della microalga potenzialmente tossica, Ostreopsis ovata, durante la stagione 2016, è stata riscontrata almeno una volta in 32 province campione su 41, anche con episodi di fioriture, mentre il valore limite di abbondanza delle 10.000 cell/l è stato superato almeno una volta in 17 province.

In un caso è stato emesso il divieto di balneazione (Ancona) come misura di gestione a tutela della salute del bagnante.

Il verde? E' quasi un sogno

​Le percentuali di verde pubblico sulla superficie comunale restano piuttosto scarse, con valori inferiori al 5% in 96 dei 119 città analizzate, compresi i 3 nuovi comuni inclusi per la prima volta nel campione di quest’anno, nei quali il verde pubblico non incide più del 2% sul territorio. Solo in 11 aree urbane, prevalentemente del Nord, la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10; i più alti si riscontrano nei comuni dell’arco alpino, in particolare a Sondrio (33%) e a Trento (29,7%).

La scarsa presenza di verde si riflette ovviamente sulla disponibilità pro capite, compresa fra i 10 e i 30 m2 /ab nella metà dei comuni (compresa Guidonia Montecelio). A Giugliano in Campania, invece, si registra il valore minimo (2,2 m2 /ab).

In linea generale, le aree urbane “più verdi” sono quelle con una significativa presenza di aree protette: Messina, Venezia, Cagliari e L’Aquila. Un dato interessante che emerge dal rapporto Ispra è che diminuiscono le aree agricole, altro importante tassello dell’infrastruttura verde comunale: il trend della superficie agricola utilizzata negli ultimi 30 anni è negativo in ben 100 dei 119 comuni indagati, con valori percentuali compresi tra il -1,4% di Viterbo e il -83,7% di Cagliari. Le installazioni AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) statali e regionali presenti nei 119 comuni, ammontano a 938 (comprese quelle non operative ma con autorizzazione vigente) e sono situate in particolare nelle città di Forlì, Cesena, Ravenna, Modena, Prato, Brescia, Venezia, Verona e Torino. In particolare, sono 46 le installazioni AIA statali concentrate soprattutto a Venezia (7), Ravenna (7 di cui 6 operative), Brindisi (5), Taranto (4), Ferrara e Mantova (3). In particolare, la presenza maggiore di centrali termiche si rileva a Venezia (4), di impianti chimici a Ravenna (4 di cui 3 operativi). L’unica acciaieria integrata sul territorio nazionale è nel comune di Taranto.

Le installazioni AIA regionali sono invece 892 e vedono la città di Forlì con il maggior numero di impianti (pari a 58 di cui 44 operativi) seguita da Ravenna (50 di cui 46 operativi), Prato (47) e Cesena (45 di cui 36 operativi).

Su strada 37 milioni di vetture

Sul piano dell'inquinamento delle auto, si rileva che è ancora alto il numero delle auto euro 0: anche se in calo rispetto al 2015 di quasi 640 mila vetture, il numero delle auto da euro 0 ad euro 2 rimane di quasi 10 milioni, sugli oltre 37 totali. Nel 2016, è Napoli a presentare la quota più alta (28,3%) di auto intestate a privati appartenenti alla classe euro 0, contro una media nazionale del 10,1%. Varia poco invece, la composizione del parco per tipo di alimentazione rispetto all’anno precedente: Trieste, Como e Varese a continuano a detenere la quota più alta di auto alimentate a benzina, intorno al 70%, contro circa il 26-28% di autovetture a gasolio, mentre ad Isernia, Andria e Sanluri, circolano essenzialmente vetture a gasolio (dal 50 al 54% circa).

Dal 2012 al 2016 il parco auto alimentato a Gpl a livello nazionale segna +18,8%, con Parma e Lanusei che raggiungono le variazioni positive più alte, superiori al 40%, contro Villacidro e Sanluri che riportano, invece, contrazioni rispettivamente del 16 e 15%. Alle Marche, in particolare a Macerata, Fermo e Ancona, soprattutto grazie alla presenza di numerosi distributori in una limitata estensione territoriale, spetta il primato delle auto a metano circolanti (dal 13 al 18% circa).

È una Virginia Raggi inedita quella che si è presentata all'Opera di Roma per la Prima della Damnation de Faust di Hector Berlioz. Le immagini della sindaca, sfolgorante in un abito di Gattinoni, hanno spopolato su giornali e social network, abituati a mise ben più informali.

 

 

   Virginia Raggi alla Prima del Teatro dell’Opera di Roma

La voglia irresistibile di accendersi una sigaretta in aereo è costata l'arresto a una giovane americana, che ha movimentato un volo della Southwest Airlines tra Portland e Sacramento dando in escandescenze contro tutto e tutti. La scenata, ripresa da un passeggero col telefonino e rimandata dalla catena tv CBS, testimonia l'episodio di cui la compagnia ha diffuso la ricostruzione.

Valerie Curbelo, 24 anni, presa dalla voglia incomprimibile di fumare, si è chiusa nella toilette dell'aereo ma è stata tradita dallo smoke detector, provocando l'intervento degli assistenti di volo che le hanno ingiunto di tornare al suo posto.

La fumatrice, anziché accomodarsi, è esplosa in una crisi di collera, minacciando di uccidere chiunque fosse a bordo e invocando l'atterraggio. Valerie, stando al passeggero che ha filmato, ha anche spintonato un assistente di volo e per evitare guai peggiori è stata bloccata, per la restante mezz'ora di volo, da alcuni passeggeri e dall'equipaggio.

Prevedibile la conseguenza: al gate dell'aeroporto di Sacramento l'attendevano i poliziotti, che l'hanno arrestata e trasferita in prigione con la contestazione dei reati.

"Non ero in me"

La Southwest Airlines ha riferito che a bordo c'erano 136 passeggeri, e che nessuno ha subìto conseguenze di alcun tipo. La giovane, intervistata dalla CBS, ha spiegato di essersi accesa la sigaretta per un attacco d'ansia, motivando la successiva crisi e le minacce con un laconico: "Non ero in me".

Curbelo vive a Sandy in Oregon, nei pressi di Portland. Non ha voluto divulgare le ragioni del viaggio a Sacramento.

 

Il principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in virtù dei suoi titoli e della progenie – ebbe natali illustri, nobilissimi e perfetti – prese sempre sul serio il prestigio del sangue blu. Ben più dell'ingombrante alter ego di tutta la vita, che indossò a sua differenza il cortissimo nome di Totò. Il principe lo relegava a mangiare nella cucina del suo elegante appartamento ai Parioli, benché di Totò – diciamolo – fosse sostanzialmente il mantenuto. Però la casta è casta e va, sì, rispettata.

Dunque il principe don Antonio, a rari amici o conoscenti che si rivelassero particolarmente benemeriti, concesse anche titoli. Insignì, d'una di queste patenti, Fabrizio Sarazani, giornalista, drammaturgo e peraltro discendente da antica e nobile famiglia romana. La "Grande Bolla Magistrale", firmata dal principe, controfirmata da un notaio guardasigilli e da un gran cancelliere, sarà battuta presso la Casa d'aste Minerva Auctions a Roma.

Quell'anno con Yvonne

Il principe strinse un rapporto di stretta amicizia con Sarazani, il quale gli sopravvisse di vent'anni esatti: scomparve nel 1987. I due ebbero anche occasione di condividere esperienze professionali. Nel '49, lo stesso anno del conferimento del diploma, uscì il celebre film con Totò "Yvonne la Nuit", di cui Sarazani fu soggettista e sceneggiatore. La pellicola giunse nelle sale a novembre, la patente nobiliare è di qualche mese prima. Che fosse un atto di gratitudine di de Curtis collegato proprio a quel film? Chissà. 

Il diploma, che conferisce il titolo di Bali Gran Croce di Giustizia, è datato per la precisione 7 maggio 1949 e la base d'asta, per un appassionato del principe napoletano (o di Totò) è forse anche bassa: 200-250 euro. Salirà il prezzo? Dipende se e quanta battaglia ci sarà sul lotto nella prima tornata della vendita, fissata a giovedì 14 dicembre. Vanno all'incanto anche altri pezzi interessanti tra disegni e autografi, dall'immancabile Gabriele d'Annunzio a una lettera di Stanley Kubrick ad alcune caricature – parecchio ardite – schizzate da Federico Fellini.

I numeri parlano chiaro: in media ogni 32 ore sulle strade italiane muore un ciclista. L’utilizzo della bicicletta per i percorsi urbani si sta diffondendo sempre di più, ma non sempre prestando attenzione alle regole del codice della strada e, anche per questo, gli incidenti mortali che coinvolgono ciclisti sono aumentati secondo l’Istat del 9,6% in un anno. 

Le 5 imprudenze più comuni

Ma quali sono le regole più infrante? Facile.it ha voluto andare a fondo sul tema attraverso un sondaggio realizzato lo scorso novembre su un campione di circa 1.000 italiani maggiorenni. I risultati “tracciano il quadro di una lunga serie di gravi leggerezze, spesso pericolosissime”.

La top 5 delle regole più infrante dai ciclisti:

  1. Biciclette sprovviste di faretti e catarifrangenti (87%)
  2. Mancato utilizzo del casco (71%)
  3. Assenza dello specchietto retrovisore, presente solo su 3 bici ogni 10
  4. Zig zag fra i pedoni sul marciapiede
  5. Passeggiate senza giubbotto catarifrangente

Secondo Facile.it, i ciclisti “fanno le spese di imprudenze commesse da automobilisti con cui, in virtù della cronica scarsezza di piste ciclabili delle nostre città, sono costretti a condividere la carreggiata. Per questo motivo, però, sebbene il codice della strada non ne imponga l’uso ai ciclisti, sarebbe molto importante dotarsi di uno specchietto retrovisore”. L’assenza di corsie dedicate, inoltre, fa sì che molti ciclisti preferiscano il marciapiede alla strada, ma lo occupano in modo indisciplinato, facendo zig zag tra i pedoni: “Lo fa il 60% degli intervistati ed è l’unico caso in cui le donne ‘imprudenti’ rappresentino la maggioranza (51% vs 49%)”.

Il sesto pericolo: la troppa sicurezza di sé

Alle cinque imprudenze elencate, si aggiunge poi un sesto pericolo: la troppa sicurezza in se stessi. “Può essere pericolosa e dovrebbero ben saperlo il 33% di intervistati che, se vanno in bicicletta in gruppo non viaggiano in fila indiana, ma uno accanto all’altro o il 17% che, addirittura, viaggia senza mettere le mani sul manubrio”. In ultimo – fortunatamente con una bassa percentuale – Facile.it registra altre tre imprudenze: “il 9% degli intervistati porta con sé anche passeggeri maggiorenni; il 6% resta in sella alla bici anche quando ha il cane al guinzaglio e, con somma pigrizia e sprezzo del pericolo; il 4% si lascia trainare da un amico in auto tenendosi alla portiera”.

Oggi il paese di Lentigone di Brescello in Emilia è stato evacuato per il maltempo, in seguito all'esondazione dell'Enza.

​Certe cose sono scritte nel sangue, oppure nell’acqua. Brescello di suo è sanguigna, e al tempo stesso dominata dall’acqua. Non potrebbe essere altrimenti per una cittadina rifondata da Matilde marchesa di Toscana per fare gran dispetto al di lei cugino, l’Imperatore di Germania. Il fatto è che quelle fondamenta, oltre che nella perfidia femminile, affondano anche nelle insicure terre della bassa padana, impregnate d’acqua fino alle midolla. E la circostanza le rende per natura inaffidabili, se non addirittura infingarde.

Terra e fango di sotto, acqua di lato (a nord, a poche centinaia di metri), fuoco della perfidia di sopra: ecco la Brescello in cui i quattro elementi di Empedocle si uniscono pericolosamente quando dall’aria cade l’acqua che inzuppa la terra e scatena il fuoco che cova nel sangue degli uomini. Succede sempre, a Brescello, fin dagli albori della Repubblica, da quando cioè in città furono ambientati i duelli di Don Camillo e Peppone, che si fronteggiavano dal municipio e dalla chiesa di santa Maria Nascente, trincee posizionate dal Destino l’una di fronte all’altra, sulla piazza principale.

Diceva Giovanni Guareschi: "Per me, il Po comincia a Piacenza". Lui lo osservava guardingo,  con gli occhi sgranati del contadino, e lo chiamava “Il Grande Fiume”; nemmeno fosse il Mississippi. Oggi il Grande Fiume attraversa queste terre spesso  decaduto e trascurato, pronto a mugghiare e a portarsi via pezzi di argine, spallette, piloni di ponti. È successo a Piacenza, anni fa, ma anche pochi mesi fa non lontano da Parma.

Parcheggiato fuori l’inevitabile museo di Don Camillo e Peppone un carro armato Sherman, a memoria di quello che il primo teneva pronto perché non si sa mai, ed infatti il secondo in soffitta aveva i mitra. Set naturale dei cinque film tratti dai libri di Guareschi, Brescello, quelli con Gino Cervi e Fernandel. (Il sesto non fu completato perché Fernandel venne a mancare. Provarono a rifarlo un anno dopo con Gastone Moschin, ma non fu la stessa cosa. Infatti non lo avevano nemmeno girato a Brescello). 

Non fu la stessa cosa anche perché, di fronte alle esigenze di Guareschi, Brescello metteva a disposizione tutta se stessa, anima e corpo. Tanto da far da set naturale quando, nel 1951, il Grande Fiume ruppe gli argini con rabbia sfrenata, e scatenò quella che ancora adesso ci ricordiamo come l’Alluvione del Polesine. Guareschi colse la palla al balzo, e chiamò l’operatore, il Nasi, a fare le riprese dal vivo dell’acqua che aveva rotto gli argini anche nella Bassa reggiana, degli sfollati costretti a stare in piedi a centinaia sugli isolotti melmosi che emergevano incerti dai campi invasi dall’acqua, della stessa piazza di Brescello dove ci si spostava in barchino perché la strada era un metro più giù.

Poi, siccome era anche lui un sanguigno e un generoso, ci si mise di persona lo stesso Guareschi, complici gli stessi baffi, a far da controfigura a Gino Cervi. Ed il film (“Il ritorno di Don Camillo”) uscì nelle sale poco dopo unendo il racconto surreale delle storie della Bassa con le immagini reali della sciagura. Considerando anche l’epoca, ed il fatto che in quel film i morti trattengono il respiro per far dispetto ai preti non graditi ed i vivi vedono l’anima al diavolo per scommessa, “Il ritorno di Don Camillo” altro non è se non un piccolo capolavoro di Neorealismo Magico, come nemmeno Salman Rushdie avrebbe osato immaginarlo. 

Un capolavoro fin nelle battute finali, paradigmatiche di un Paese diviso e pronto alla scazzottata, ma mai incattivito. Un Paese che aveva ancora un’etica del lavoro, pronto a cedere alle tentazioni della rivalsa e della rivincita, ma mai desideroso di schiacciare l’avversario, quanto semmai di impartirgli una bella lezione. Un paese dove Peppone fa il suo dovere di sindaco fino in fondo, mettendosi a gestire l’emergenza e gli aiuti, e Don Camillo il suo di padre spirituale. E la mattina della domenica monta sul campanile i megafoni per farsi sentire da quella gente della Bassa che, intirizzita su un isolotto di fango, smoccola non per negare Dio (lo scrive Guareschi), ma per fargli dispetto in un momento di rabbia. E quindi non commette peccato, perché il Crocifisso parlante non se ne adonta.  

A questa gente costretta a fuggire di casa – nel ’51 come oggi – Don Camillo si rivolge da un megafono. Vale la pena di rileggere cosa dice a Brescello, e non solo: “Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera verso l’alto dei cieli. Non è la prima volta che il Fiume invade le nostre case. Un giorno però le acque si ritireranno ed il sole tornerà a splendere, e allora ci ricorderemo della fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili e con la tenacia che Dio ci ha dato ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, i fiori più belli e la miseria sparisca dalle nostre città e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere, così tutto sarà più facile ed il nostro Paese diverrà un piccolo paradiso in Terra. Andate, io resto qui per salutare il primo sole e portare a voi, lontano, con la voce delle campagne, il lieto annuncio del risveglio. Che Iddio vi accompagni. E così sia”.

     Un’altra Italia.

La bufala – quand'è carina – tira in pubblicità: è questo il risultato di una sapiente campagna lanciata da Burger King in Spagna. Come? Con una finta offerta di lavoro per la consegna dei panini a domicilio. Requisiti per il posto? Patente A e B (da minimo tre anni), licenza di scuola superiore, conoscenze di "letteratura, matematica, storia, geografia, politica, sport, al pari di altre materie di cultura generale" (previo superamento di una prova, è ovvio).

Basta? Macché: per consegnare whopper e chili bites si ritengono altresì necessarie capacità ludiche come "l'abilità nei videogiochi". Inoltre "si valuteranno attitudini musicali e di canto". A pie' dell'offerta, l'indirizzo mail. E sull'intestazione il marchio Burger King, tante volte si paventasse una burla. Ma a dire il vero hanno sospettato in pochi. I più, moltissimi, si sono sfogati sui social con ironia o con amarezza, stupore o indignazione.

"Ma che è, la Nasa?"

 Qualche commento in rete? Ecco qui:

"La metà dei nostri politici non sarebbe all'altezza di lavorare al Burger King".

"Non sapevo che si potesse cantare o giocare ai videogiochi mentre guidi. Quel che so è che potrebbero cominciare a pagare salari dignitosi".

"Quest'annuncio è per lavorare a Burger King o per fare l'animatore socioculturale alla Nasa?".

L'offerta, pubblicata sul quotidiano gratuito '20 minutos', è stata condivisa anche sulla pagina Facebook in spagnolo del colosso statunitense della ristorazione veloce e in breve è diventata primo trending topic su Twitter in Spagna, inducendo anche un parlamentare, il deputato di Podemos Iñigo Errejón, a una dichiarazione critica.

Obiettivo raggiunto: la responsabile marketing di Burger King Iberia, Bianca Shen, ha dichiarato a 'Verne' che "si tratta di un annuncio, non di un'offerta di lavoro. Fa parte di una campagna pubblicitaria", ammettendo che il polverone suscitato "era quanto speravamo. Siamo soddisfatti. Grazie a quest'annuncio siamo trending topic". L'azienda non teme che ci saranno ripercussioni negative: sbollito lo sbigottimento gli utenti possono farsi una risata. Perché in effetti, ad avere dieci decimi di vista e prestando inusitata attenzione, un minuscolo rigo in calce al "bando" avverte che è parte della campagna "Play for the Whopper". (Ma anche così, vai un po' a capire).

Già l'anno scorso a fine dicembre Burger King Iberia ne aveva inventata una, annunciando in un comunicato stampa che avrebbe ispanizzato il brand con l'aggiunta di una 'u': Burguer King.

Molti organi d'informazione abboccarono. Occorse anche in quel caso intervenire dopo per chiarire: è stato un gioco.

 

Medici, dirigenti sanitari e veterinari incrociano, oggi, le braccia per 24 ore, per protestare contro una situazione divenuta insostenibile a causa del “blocco dei contratti,”, di un “organico ridotto all’osso” e dei continui “tagli alla spesa”. E così, non certo a cuor leggero – sottolineano -, il 70% dei camici bianchi italiani (115 mila medici più circa 20mila dirigenti sanitari) ha deciso di scioperare per fare sentire la propria voce.  

I disagi: 40 mila interventi saltati

I disagi in quello che è stato ribattezzato il “Sanità day” ci saranno: non se ne accorgeranno i casi urgenti per i quali tutto funzionerà come al solito, ma tutti gli altri sì. Secondo l'Anaao, il principale sindacato degli ospedalieri, verranno sospesi "40.000 interventi chirurgici, centinaia di migliaia di visite specialistiche e prestazioni diagnostiche, il blocco di tutta l’attività veterinaria connessa al controllo degli alimenti". Ma è un sacrificio necessario, spiegano i medici la cui posizione si racchiude tutta nello slogan che hanno scelto: “La sanità chiude un giorno per non chiudere per sempre”.

Le iniziative

L’adesione è la più alta mai registrata negli ultimi anni e diverse sono le manifestazioni in programma. La principale è quella di Roma, dove i medici si ritroveranno dalle ore 11 davanti al Ministero dell’Economia in Via XX Settembre. Ma contemporaneamente andranno in scena proteste in ogni capoluogo di Regione. In tutto saranno oltre 50 le iniziative collaterali organizzate a livello locale, tra sit-in negli ospedali maggiori e davanti ai palazzi delle istituzioni. Perché la partecipazione è più forte.

Le questioni aperte

Il definanziamento del sistema sanitario. "L'aumento del fondo nazionale di un miliardo l'anno, quindi già piuttosto basso – sostiene Carlo Palermo di Anaao – è azzerato da una serie di misure previste in questa manovra e attese pure per il 2018. Per questo chiediamo che vengano approvati gli emendamenti alla Finanziaria che danno un po' di soldi alle casse della sanità".

Cure fuori-Regione e lunghe attese: “La diminuzione del perimetro della tutela pubblica sta provocando tra i cittadini attese più lunghe, maggiori diseguaglianze territoriali, crescita del divario tra chi può curarsi pagando e chi no. Ormai si declina il diritto alla salute in base alla residenza e la distanza tra Bolzano e Napoli si può esprimere in 700 km o in 4 anni di aspettativa di vita. E la situazione, che la legge di bilancio 2018 nemmeno prende in considerazione persa come è dietro bonus di ogni genere, è avviata a peggiorare".

 

Il mancato rinnovo del contratto: I medici attendono da 8 anni il rinnovo del contratto collettivo di lavoro (che è triennale) e denunciano il largo utilizzo del precariato per supplire alle carenze di organico.

Scarso numero di contratti di specializzazione: “Sono troppo pochi rispetto alla necessità di dottori da parte del sistema sanitario. Il tutto – denunciano i sindacati – rischia di mettere a rischio il servizio pubblico”.

Il precariato giovanile: Un’intera generazione di giovani è relegata dopo 11-12 anni di formazione in contratti di lavoro precari e atipici. “Nonostante ciò, dopo 8 anni di blocco, non si sente ancora il segnale di inizio per la discussione del contratto di lavoro”

Il quotidiano gestito con i sacrifici: Oggi negli ospedali si registra un "mancato rispetto delle pause e dei riposi, milioni di ore di lavoro non retribuite e non recuperabili, ferie non godute, turni notturni ad una età alla quale tutte le categorie, pubbliche e private, sono esonerate, reperibilità oltre il dettato contrattuale su più ospedali contemporaneamente, aumento dei carichi di lavoro festivi e notturni, progressioni di carriere rarefatte, livelli retributivi inchiodati al 2010 con perdite calcolate fino ai 50mila euro per i giovani e i livelli apicali. Una stangata senza eguali”.

Un lavoro usurante non riconosciuto tale: “Nonostante l’evidente costante peggioramento delle condizioni di lavoro dei medici – continua Anaao Assomed – il Governo non ritiene che la professione medica sia da considerare `lavoro usurante´: se non si prendono provvedimenti i cittadini rischieranno di essere curati da medici e dirigenti sanitari ultra-sessantacinquenni, demotivati che dovranno svolgere attività stressanti come se fossero a inizio carriera, magari in pronto soccorso o in sala operatoria”.  

 

 

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