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Un uomo entra nel supermercato con una busta piena di bottiglie di plastica e vetro vuote, si dirige verso una macchina e inserisce quei contenitori, uno dopo l’altro. Terminata l’operazione, la macchina eroga uno scontrino. L’uomo lo prende, si dirige alla cassa e riceve un corrispettivo in denaro.

Tra meno di due anni scene come queste diventeranno frequenti nei supermercati italiani. O almeno questo è l’auspicio dell’emendamento sul deposito cauzionale, inserito nel decreto Semplificazioni. Lo scopo è quello di incentivare al massimo il riciclo degli imballaggi abbattendo la dispersione dei rifiuti nell’ambiente.

Il deposito cauzionale entrerà in vigore dopo il decreto attuativo che dovrebbe essere emanato il 5 dicembre. Ma “per oleare tutti gli ingranaggi, mettere in moto la macchina organizzativa e prendere il via ci vorranno all’incirca 2 anni”, spiega all’AGI Leonardo Aldo Penna, deputato M5s, tra i firmatari della proposta di legge “Sistema di deposito cauzionale per imballaggi di bevande”, ora diventata emendamento.

“Il punto è dare valore a quello che ora non ha valore”, commenta Penna, spiegando nel dettaglio come funzionerà: “Nel momento dell’acquisto del prodotto il cliente pagherà un sovrapprezzo che poi riprenderà col conferimento nelle apposite macchine per il riciclo”. La tariffa è ancora da stabilire ma Penna assicura che oscillerà tra i 10 e i 15 centesimi. “Questo perché non deve essere né troppo bassa perché altrimenti non è motivante, né troppo alta perché altrimenti genera un rischio di speculazione nella vendita di imballaggi”, afferma Penna. 

E a chi afferma che dietro l’iniziativa si nasconda una “microtassa”, il deputato risponde che “bisogna paragonare questo sovrapprezzo alla moneta che inseriamo nel carrello per poterlo prelevare. È temporaneo, riprendiamo i nostri soldi non appena restituiamo il carrello”.

“Una tassa micro o macro – continua – non viene restituita. La cauzione nel sistema di deposito potrebbe configurarsi quasi come un noleggio dell’imballaggio quando il contenitore smette di essere utilizzato verrà restituito e la cauzione rientrerà in possesso di chi l’ha versata”.

Il deposito trasforma un imballaggio in un oggetto che ha un valore per il proprietario dell’imballaggio ma anche per un cittadino che trova quel rifiuto per strada e decide di conferirlo nei punti di recupero”.
Quali saranno? “Principalmente supermercati che guadagneranno grazie a una commissione di gestione, che si aggirerà intorno ai 3 centesimi a bottiglia, verrà loro riconosciuta per il servizio che offriranno. Le macchine saranno a carico dei distributori ma sono previsti già incentivi”. 

Il sistema del deposito cauzionale non ha nulla a che fare con il vuoto a rendere (Var) sparito in Italia dagli anni ’90. Eppure nelle scorse settimane in molti hanno fatto confusione. “Il vuoto a rendere, per intenderci, è la bottiglia (solo di vetro) che viene restituita per essere riempita di nuovo”.

Questa pratica, in uso anche in Italia fino agli anni ’80, è gradualmente scomparsa, parallelamente all’aumento dell’uso della plastica e della modalità di consumo basata sul concetto di ‘usa e getta’. “Negli anni ’90 la plastica era diventata il materiale più utilizzato in molti sistemi produttivi, persino negli indumenti, e la pratica dell”usa e getta’ era diventata il simbolo del benessere.

Perciò in Italia già nei primi anni 2000, il sistema del vuoto a rendere era praticamente scomparso, lasciando spazio al fenomeno contrario del vuoto a perdere che non prevede la restituzione dei vuoti”, ricorda Penna. Soltanto nel settore HoReCa (Hotel, Restaurant, Cafè) è possibile trovare tuttora sistemi Var.

“Mentre in Italia questa consuetudine stava scomparendo – continua il deputato – alcuni paesi d’Europa come la Svezia (prima in assoluto nel 1984), l’Islanda (1989), la Germania (1993), la Finlandia (1996) e la Norvegia (1999), anziché favorire l’espansione di sistemi “usa e getta”, incentivarono e normalizzarono il sistema di deposito cauzionale per ridurre i rifiuti, favorendo il riuso e migliorando il corretto riciclaggio dei materiali. Successivamente anche la Danimarca (2002), l’Estonia (2005), l’Olanda (2005), la Croazia (2007) e la Lituania (2016) adottarono il sistema di deposito nei loro stati. Nel 2014 in Italia è stata avanzata una proposta di legge per la reintroduzione di questo sistema e a fine 2015 veniva espresso il voto favorevole del Parlamento. Ciononostante, solamente il 25/09/2017, questa legge è stata resa effettiva.

Il deposito cauzionale previsto dall’emendamento è simile a quello in vigore nelle stazioni di alcune città per la raccolta di bottiglie di plastica. “Tuttavia nel caso del deposito cauzionale il sistema è circolare: io ho prodotto l’imballo e io lo riprendo”. 

“Il sistema – assicura Penna – si auto sorreggerà soprattutto grazie alle cauzioni non riscosse, le quali resteranno in pancia del produttore e verranno utilizzare per pagare la pubblicità, la logistica, la commissione di gestione per i distributori”. In secondo luogo, aggiunge Penna, “il sistema potrà contare anche sulla vendita di materie prime seconde che sono pulite, pure per il riciclo”.

Attualmente vi sono più di 40 sistemi deposito cauzionale attivi al mondo in diversi stati europei, Usa, Canada, Australia e Oceania. Nel 2020 all’incirca 291 milioni di cittadini avevano accesso a un sistema di deposito cauzionale ed è previsto che entro la fine del 2023 altri 200 milioni dovrebbero aggiungersi.

In Europa vi sono attualmente 10 sistemi attivi – Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Islanda, Lituania, Norvegia, Svezia e Scozia – e nei prossimi 5 anni altri 9 sistemi si aggiungeranno, come diretta conseguenza degli ambiziosi obiettivi di raccolta del Pet previsti dalla direttiva sulle plastiche monouso (Sup).

AGI – “È lecito domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati, oppure c’è stato anche un comportamento esasperante, esagerato, anche dall’altra parte? È una domanda che dobbiamo farci…”. Questa frase di Barbara Palombelli, ieri a Lo Sportello di Forum su Rete4, scatena una bufera alla Camera, destando l’indignazione di Pd e Iv. 

“No, non è lecito chiedersi se una donna abbia meritato di morire per mano di un uomo”, dichiara Laura Boldrini. “La causa dei femminicidi – puntualizza l’ex presidente della Camera – è una sola: l’idea di possesso verso le donne che spinge gli uomini alla violenza. Punto e basta”.

La deputata Pd giudica “gravissime le parole di Palombelli, pronunciate per giunta in tv. Ancora una volta, si impone il falso e pericoloso pregiudizio: le donne se la sono cercata. Basta, questa mentalià va sradicata”.

“È gravissimo che una giornalista come Barbara Palombelli, su una rete nazionale come Rete4, abbia affermato come sia lecito chiedersi, di fronte a 7 femminicidi negli ultimi 7 giorni, se le donne non abbiano avuto ‘un comportamento esasperante, aggressivo’ per meritarsi di essere uccise, aggiungendo che è una domanda che ‘dobbiamo porci per forza’. No, Palombelli, è proprio la domanda che non dobbiamo porci e che soprattutto una giornalista non dovrebbe porsi”, segnala anche Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio.

Nessun comportamento di una donna, per quanto esasperante all’interno della coppia, può giustificare la prevaricazione della forza maschile fino al femminicidio. Con queste parole Palombelli ci offende tutte e, da operatrice dell’informazione con una grande presa sul pubblico, rischia di vanificare la battaglia comune contro la violenza domestica e il femminicidio”, denuncia la senatrice Pd.

“È proprio questo lo stereotipo – prosegue Valente – che mina ogni battaglia contro il femminicidio e la violenza di genere. Vogliamo tornare al potere correttivo del pater familias nei confronti di moglie e figli? Io credo che questa, da parte di Palombelli, sia stata una voluta provocazione, per fare notizia. Cosa ancora più grave, perché i media e gli operatori dei media dovrebbero aiutarci nel contrasto, proponendo un modello di relazione tra uomo e donna basato sul rispetto dei diritti e sulla parità. E il primo diritto è vivere”.

“Parole gravissime quelle di Barbara Palombelli – dice anche Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza delle donne democratiche e responsabile Parità della Segreteria Pd – colpevolizzano le donne e banalizzano i femminicidi. Esattamente la narrazione tossica contro cui lottiamo”.

“La cosa che più sconcerta è che una giornalista attenta, sensibile e capace come Barbara Palombelli possa cadere vittima degli stereotipi piu’ atroci riguardo al femminicidio”, ragiona la senatrice di Italia Viva Donatella Conzatti, segretaria della Commissione sul femmincidio. “Come si fa – riprende – a dire ‘è lecito chiedersi se le donne hanno avuto comportamenti aggressivi o esuberanti o se gli uomini che le hanno uccise fossero fuori di testa’? Ogni giorno in Commissione femminicidio lavoriamo per promuovere una cultura di contrasto a simili stereotipi di genere, sentirli ripetere da una grande firma come Palombelli lascia davvero interdetti. Mi auguro che la giornalista possa presto tornare sulla vicenda per chiarire le sue frasi”.

Dichiarazioni di condanna sono state postate o pronunciate anche dalla sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Caterina Bini e dalla senatrice di Forza Italia, componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, Urania Papatheu.

In difesa della giornalista romana si è schierato il presidente di Noi con l’Italia, Maurizio Lupi: “Stiamo assistendo a un linciaggio mediatico e social indegno contro Barbara Palombelli. Solo chi è in malafede può ignorare le battaglie della giornalista contro la violenza e in difesa dei diritti delle donne, o addirittura pensare che con le sue parole abbia voluto in qualsiasi modo giustificare comportamenti violenti e cruenti. Figuriamoci”. Aggiunge Lupi:  “Alle volte basta una frase espressa male, equivocata o decontestualizzata per creare un mostro che tale non è, e infangare una persona. Questo manicheismo mediatico è un veleno per il dibattito pubblico”.

AGI – Il buco nello strato di ozono sopra il Polo Sud quest’anno è stato di poco più piccolo di quello dell’anno scorso che, a sua volta è stato tra i più grandi mai segnalati. Al momento, l’estensione massima del buco dell’Ozono così come è stata rilevata dai satelliti Sentinel-5P dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) è di circa 23 milioni di chilometri quadrati, appena due in meno del dato del 2020.

Si tratta di una superficie più grande del continente antartico. Il buco dell’ozono del 2021 è cresciuto notevolmente nelle ultime due settimane ed è ora più grande del 75% dei buchi dell’ozono in quella fase della stagione dal 1979. Antje Inness, uno scienziato senior dell’ECMWF, ha commentato: “Questa evoluzione dell’ozono è ciò che ci aspetteremmo date le attuali condizioni atmosferiche. I progressi del buco dell’ozono nelle prossime settimane saranno estremamente interessanti”. 

 Il responsabile della missione Copernicus Sentinel-5P dell’ESA, Claus Zehner, ha aggiunto: “Le misurazioni dell’ozono Sentinel-5P sono un contributo chiave al monitoraggio e alle previsioni globali dell’ozono nell’ambito del programma Copernicus. “Il monitoraggio del buco dell’ozono sopra il Polo Sud deve essere interpretato attentamente poiché le dimensioni, la durata e le concentrazioni di ozono di un singolo buco sono influenzate dai campi di vento locali, o meteorologia, intorno al Polo Sud. Tuttavia, prevediamo la chiusura del buco dell’ozono sul Polo Sud entro il 2050″.

Il Protocollo di Montreal è stato creato nel 1987 per proteggere lo strato di ozono eliminando gradualmente la produzione e il consumo di queste sostanze nocive, che sta lentamente portando al suo recupero.

Alcune delle sostanze dannose per l’ozono emesse dalle attività umane rimangono nella stratosfera per decenni, il che significa che il recupero dello strato di ozono è un processo molto lento e lungo. Il Protocollo di Montreal dimostra la forza dell’impegno internazionale per la protezione del nostro ambiente. I dati satellitari forniscono un buon mezzo per monitorare i cambiamenti dello strato di ozono su scala globale.

Le misurazioni dell’ozono dal satellite Copernicus Sentinel-5P estendono la serie temporale europea iniziata nel 1995 con il Global Ozone Monitoring Experiment (GOM). Questi dati possono essere utilizzati per il monitoraggio delle tendenze a lungo termine e fornire misurazioni dell’ozono solo tre ore dopo il tempo di misurazione al servizio di monitoraggio dell’atmosfera di Copernicus (CAMS), gestito dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) per il monitoraggio e la previsione dell’ozono. 

AGI – E’ da sempre la Salerno-Reggio Calabria, per molti invece è soltanto l’A3, da diverso tempo il suo nome è A2 del Mediterraneo, ma solo ora in tanti cominciano a chiamarla autostrada. Il collegamento stradale tra la città campana e quella dello Stretto, per anni al centro del repertorio dei comici o alla berlina in diversi film, oltre che nel mirino degli interessi delle organizzazioni criminali, da monumento simbolo di un Sud quasi senza speranza punta a diventare, anche grazie alla tecnologia, un modello di efficienza.

Il racconto

Il cronista dell’AGI ha ripercorso, prima, durante e verso la chiusura della stagione estiva, in un senso di marcia e nell’altro, i circa 450 chilometri del tracciato e la prima considerazione è più che evidente. I rallentamenti e le code sono un triste ricordo, i lavori di sistemazione e ammodernamento testimoniano che la Salerno- Reggio Calabria ha cambiato volto, soprattutto nel tratto campano e in quello lucano. In molte zone calabresi, evidenziano i tecnici, il problema dei problemi è il tracciato originale, ma i miglioramenti sono visibili.

“Per come la ricordo io – sottolinea Giuseppe, in sosta all’autogrill di Sala Consilina prima di riprendere il viaggio, destinazione Roma – il cambiamento c’è ed è notevole. Nulla da invidiare a certe autostrade, tra l’altro a pagamento, che si trovano al Nord”. Sono davvero tanti, semplici automobilisti occasionalmente su queste corsie, camionisti e agenti di commercio spesso su questa strada per ragioni di lavoro, a sottolineare che negli ultimi tempi l’autostrada ha cambiato volto.

Uno snodo cruciale

E la conferma arriva anche dalla Struttura territoriale Anas, che ha sede a Cosenza, che si occupa dell’A2 del Mediterraneo: “Nel tessuto viario italiano – sottolinea il responsabile della Struttura, l’ingegnere Francesco Caporaso – l’A2 è uno snodo cruciale per la funzionalità generale dei trasposti Nord-Sud. L’A2 quale evoluzione infrastrutturale della precedente “A3” Salerno- Reggio possiede i connotati geometrici e funzionali per la sua assimilazione alla categoria autostradale. Nel corso delle fasi di progressiva infrastrutturazione sono stati attuati interventi di ammodernamento, grazie ai quali l’autostrada ha visto progressivamente elevati i livelli di servizio, garantiti da piattaforma stradale a tre corsie oltre emergenza per entrambe le carreggiate sui primi 50 km e per gli ulteriori 326 km, circa, sezione stradale a due corsie oltre emergenza. Gli ulteriori 66 km compresi tra gli svincoli di Fisciano e Salerno, Morano e Sibari, Cosenza e Altilia, Pizzo e Vibo Valentia, sono stati interessati da interventi di project review e restilyng, a oggi in corso. L’Autostrada del Mediterraneo è gestita e presidiata in continuo mediante una Sala Operativa dedicata, che effettua, mediante sistemi di elevata qualificazione tecnologica, il monitoraggio dell’intera arteria autostradale. Tra i punti di forza Caporaso evidenza l’importante ruolo della tecnologia.

“La sala operativa – spiega – garantisce presidio 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno. Mediante una rete capillare di telecamere, oltre 1000, consente tempestività di intervento in tutte le situazioni che si manifestano, a garanzia degli standards di sicurezza per l’utenza in transito, attuando il coordinamento del supporto fornito dalla Polizia stradale e degli altri soggetti istituzionalmente coinvolti nella gestione degli eventi”. 

L’informazione all’utenza

“L’informazione all’utenza è garantita mediante gli oltre 150 pannelli a messaggio variabile presenti lungo il tracciato nonché attraverso tutti i canali di informazione attivati dall’Anas. Lungo l’arteria – prosegue il dirigente Anas – sono dislocati numerosi presidi tecnologici di acquisizione dati, gestiti mediante un sistema all’avanguardia per il rilevamento dei flussi di traffico in tempo reale: il sistema permette, infatti, attraverso 40 portali di monitoraggio, installati lungo tutto il tracciato, di conoscere i flussi di traffico che percorrono l’A2 fornendo un valido supporto decisionale nella gestione degli eventi, che si rivela particolarmente efficace in occasione dei periodi di picco del traffico come ad esempio “l’esodo estivo”, l’impiego del sistema ha consentito infatti di gestire flussi di significante volume prevenendo criticità di gestione lungo il percorso nord – sud e viceversa.

Confrontando i dati traffico degli ultimi tre anni, si nota un andamento crescente dei volumi, caratterizzato da picchi di 80.000 veicoli/giorno. Nel periodo di esodo luglio/agosto 2021, la rete di monitoraggio ha registrato +16% di veicoli totali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. E poi c’è il progetto Smart Road, che va avanti e che una volta completato rappresenterà un vero fiore all’occhiello.

“La realizzazione della Smart Road prosegue regolarmente – evidenzia Francesco Caporaso – in particolare sono in corso i lavori nel tratto che va dallo svincolo di Morano Calabro allo svincolo di Lamezia Terme, per una estensione totale di circa 135 km”.

Lo svincolo di San Giovanni 

“I lavori di completamento presso lo svincolo di Villa San Giovanni sono pure in avanzato stato di definizione, infatti i primi sistemi sono stati attivati, con considerevole anticipo rispetto al programma lavori. Sono state installate, le tecnologie Smart necessarie al controllo ed al monitoraggio del traffico nonché a dare informazioni all’utenza attraverso le più attuali tecnologie che consentono il dialogo tra i veicoli e la strada, nonché gli Hotspot Wi-Fi per garantire agli utenti la connettività, sistema DSRC (Dedicated Short Range Communications) che consentirà in un prossimo futuro l’implementazione di servizi innovativi ed interattivi di infomobilità, sicurezza e connettività, nell’ottica della gestione intelligente di tutte le infrastrutture stradali e lo sviluppo di servizi orientati al dialogo veicolo-infrastruttura e tra i veicoli stessi. Inoltre, sono in fase di avvio le progettazioni per il proseguo della Smart Road da Villa San Giovanni fino allo svincolo di Gioia Tauro e da Baronissi fino a Sala Consilina”.

Insomma, conclude il responsabile della Struttura territoriale, “Anas per l’Autostrada del Mediterraneo è alla continua ricerca dell’aumento dei livelli di comfort e sicurezza nonché del potenziamento della capacità trasportistica, con una particolare attenzione alla tutela del territorio e con l’intento di produrre il minor impatto ambientale. Nell’ambito del piano di valorizzazione turistica e culturale, inoltre, Anas ha implementato un percorso lungo l’Autostrada A2 suddiviso in “7 Vie”. L’obiettivo è quello di valorizzare le bellezze del Mezzogiorno, mettendo in evidenza gli itinerari religiosi, culturali naturalistici ed enogastronomici attraversati dal tracciato”.

Si volta pagina

Si volta pagina? Sembrerebbe proprio di sì. Dopo anni e anni di lavori infiniti, file chilometriche, disagi, tangenti e pressioni della ‘ndrangheta e di altre organizzazioni criminali, come testimoniato da alcune inchieste giudiziarie, annunci e promesse che non hanno trovato conferme nel tempo, forse siamo arrivati a un vero e proprio punto di svolta. Oltre agli ammodernamenti e ai lavori, in corso e da realizzare, si potrebbe questa volta ricominciare dal nome: non più solo A3, non più soltanto Salerno-Reggio Calabria e nemmeno A2 del Mediterraneo. Autostrada, finalmente. 

AGI – Scendono i nuovi casi (-14,7%), i ricoveri ordinari (-3,3%) e le terapie intensive (-1,6%). In ospedale ci sono quasi esclusivamente persone non vaccinate. Lo afferma la Fondazione Gimbe nel consueto monitoraggio settimanale sulla situazione Covid in Italia nella settimana 8-14 settembre. Gimbe rileva tutti i numeri in calo, compresi quelli di ricoveri e terapie intensive. Per quanto riguarda la campagna vaccinale: frenata delle prime somministrazioni (-200 mila rispetto alla settimana precedente), l’esitazione persiste soprattutto negli over 50.

Gimbe rileva inoltre che ci sono 10 milioni di dosi in frigo e ancora oltre 3 milioni di over 50 senza alcuna copertura. Per quanto riguarda le “cure domiciliari”: la disinformazione pubblica, secondo la Fondazione, confonde le persone e danneggia la salute. I numeri confermano l’efficacia dei vaccini nel ridurre decessi (96,3%), ricoveri ordinari (93,4%) e in terapia intensiva (95,7%). Ma con l’arrivo dell’autunno e la riapertura delle scuole, sostiene Gimbe, gli oltre 9 milioni di non vaccinati alimenteranno la circolazione del virus e l’aumento delle ospedalizzazioni.

Secondo la fondazione è “inaccettabile presa di posizione sulle ‘cure domiciliari’ di personaggi pubblici tra cui medici e politici che, sovvertendo il metodo scientifico, inducono le persone a rifiutare vaccini efficaci e sicuri e a fidarsi di protocolli terapeutici non autorizzati o di farmaci dannosi e controindicati”. In dettaglio, dal monitoraggio si evince che nella settimana 8-14 settembre 2021, scendono i nuovi casi (33.712 vs 39.511), i decessi (389 vs 417), i casi attualmente positivi (122.340 vs 133.787), le persone in isolamento domiciliare (117.621 vs 128.917), i ricoveri con sintomi (4.165 vs 4.307) e le terapie intensive (554 vs 563).

In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni: Decessi: 389 (-6,7%), di cui 52 riferiti a periodi precedenti Terapia intensiva: -9 (-1,6%) Ricoverati con sintomi: -142 (-3,3%) Isolamento domiciliare: -11.296 (-8,8%) Nuovi casi: 33.712 (-14,7%) Casi attualmente positivi: -11.447 (-8,6%)

“Continuano a diminuire i nuovi casi settimanali – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe – sia come numeri assoluti che come media mobile dei casi giornalieri che si attesta a 4.816”. Nella settimana 8-14 settembre 2021, rispetto alla precedente, 4 Regioni registrano un incremento percentuale dei nuovi casi e in sole 2 Regioni crescono i casi attualmente positivi.

Scendono a 56 le Province con incidenza pari o superiore a 50 casi per 100.000 abitanti: in Sicilia e Umbria tutte le Province raggiungono o superano tale soglia. Solo in 2 Province si contano oltre 150 casi per 100.000 abitanti: Siracusa (178) e Messina (168). In calo anche i decessi: 389 negli ultimi 7 giorni (di cui 52 riferiti a periodi precedenti), con una media giornaliera di 56 rispetto ai 60 della settimana precedente.

“Sul fronte ospedaliero – afferma Renata Gili, responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari della Fondazione Gimbe – dopo 8 settimane di aumento si registra una lieve riduzione dei posti letto occupati da pazienti COVID-19, che scendono del 3,3% in area medica e dell’1,6% in terapia intensiva”. A livello nazionale il tasso di occupazione rimane basso (7% in area medica e 6% in area critica), anche se persistono notevoli differenze regionali: per l’area medica si collocano sopra la soglia del 15% Sicilia (21%) e Calabria (17%); per l’area critica sopra la soglia del 10% Marche (13%), Sicilia (11%) e Sardegna (11%).

Iniziano a scendere anche gli ingressi giornalieri in terapia intensiva – spiega Marco Mosti, Direttore Operativo della Fondazione Gimbe – con una media mobile a 7 giorni di 36 ingressi/die rispetto ai 42 della settimana precedente”. 

AGI – “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”. E’ la consegna di Padre Pino Puglisi, chiamato affettuosamente 3P, sacerdote, educatore e compagno di migliaia di giovani, parroco di Brancaccio, ucciso dalla mafia 28 anni fa, il 15 settembre 1993, nel giorno del suo compleanno, e proclamato il 25 maggio del 2013 beato e martire della fede, in una Palermo che aveva accolto Papa Francesco. Oggi alle 18 la comunità si raduna per una Messa in cattedrale presieduta dall’arcivescovo Corrado Lorefice e l’omaggio “Un fiore per 3P”.

“Nessun è escluso dall’opportunità di impegnarsi per una realtà più degna dell’uomo. Le nostre iniziative e quelle dei volontari – diceva il prete – devono essere un segno per fornire altri modelli, soprattuto ai giovani, e cercare di smuovere le acque. In questa prospettiva ha senso anche premere sulle autorità amministrative perché facciano il loro dovere, tentare di coinvolgere il maggior numero di persone in una protesta per i diritti civili. Noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualcosa”. Per il suo omicidio sono stati condannati come mandanti i fratelli Graviano e come esecutore Salvatore Grigoli, convertito da quel sorriso che gli ha riservato padre Puglisi mentre veniva ucciso, collaboratore di giustizia.

“Dio ci ama sempre tramite qualcuno”

Lo diceva padre Pino Puglisi, marcando anche una identità esistenziale, vocazionale propria e da consegnare: abbiamo il compito di aiutare tutti a non essere esclusi dal gioco grande, complesso e bello della vita. Quanti bambini, giovani, adulti di Godrano, di Brancaccio, di ogni luogo che ha incrociato, si sono sentiti amati “tramite” e da padre Pino Puglisi? Migliaia… 

Era solo un sacerdote

Dalla sua parte aveva la bella notizia del Vangelo, la forza buona che deriva dal vivere con passione e autenticità una vocazione che si interseca con le traiettorie degli uomini, ovunque si trovino. Persino quelle dei suoi carnefici ai quali ha donato il sorriso che li ha cambiati. Una storia, quella di padre Pino Puglisi, gioiosa, anche drammatica, piena di relazioni belle. Che inizia molto prima dei tre anni di Brancaccio. Che indica ancora oggi alla sua amata Chiesa la strada per essere più Chiesa. E a ogni uomo la via per vivere con maggiore pienezza. Chi l’ha conosciuto da vicino racconta che per “3P” servire significava “camminare a fianco di Gesù e camminare con ogni persona a partire dal suo vissuto”.

Una passione bruciante sui sentieri della vita

Era uno al quale piaceva stare in compagnia a scherzare; che passava dall’altare alla griglia per arrostire, dopo aver prima raccolto la legna”. E che amava la natura. Quando viveva con i ragazzi i campi di “fraternità e preghiera”, la notte si partiva in fila indiana e lui con il sacco sulle spalle e il bastone, li guidava per i sentieri bui che già aveva perlustrato e gli faceva ammirare la luna e le stelle, le ranocchie e i fiori, le farfalle e gli insetti strani. Con lui “tutto era un’avventura”.Per 3P vivere era bello, sorridere era benefico. Attraverso l’umorismo sapeva riconoscere i suoi limiti, non si stupiva delle sue fragilità, non si scoraggiava mai e accettava la vita così come veniva, trattandola sempre come un dono. E ogni incontro era un dono. Amava la sua attività di educatore.

“Sono figli miei”

Mai, ad esempio, nonostante i suoi mille impegni, avrebbe rinunciato all’insegnamento nella scuola pubblica perché qui “trovi tutti i giovani così come sono”. Educazione era “aiutare a tirare fuori da ciascuno la sua personale ricchezza”. Per lui era prioritaria la persona; più che i contenuti, intendeva far passare la consapevolezza del loro potenziale, la passione per la vita, la responsabilità nei confronti della società e della Chiesa, il loro compito nel mondo, vissuto in uno stile di servizio. Già, perché tocca “a ognuno di noi realizzare, nel proprio ambito, questo pezzetto di fratellanza, pace e giustizia”.

Questo per 3P significa ‘vocazione’: “Chiamati a rispondere a Dio che ci invita a collaborare con lui”, quale che sia la strada di ognuno. Aiutare a “tirare fuori” e ascoltare veramente: forse in questo consisteva il suo segreto: ascoltare attentamente colui che chiede di parlare e comprenderlo. E quando a causa della stanchezza, soprattutto dopo che era stato nominato parroco di Brancaccio, era tentato di saltare qualche appuntamento, a chi lo invitava ad assecondare il suo bisogno di rallentare, in modo risoluto, tornando sui suoi passi, diceva: “Sono figli, sono figli miei”.

Dignità e giustizia

Cosa voleva padre Pino per i suoi figli? “Rispondere a quella fame più profonda, fame di senso, dignità, affetto, benevolenza, amicizia, lavoro onesto, giustizia, cultura”. Così, a Brancaccio in soli due anni avvia le missioni popolari, la scuola teologica di base, il gruppo biblico, la mostra vocazione itinerante, il Centro Padre nostro. Tesse una profonda rete di relazioni che, ad esempio, consente, dopo le stragi di mafia, un’ampia risposta della sua gente alla ‘Giornata della vita’, dedicata allo sport nelle strade del quartiere, e poi la partecipazione alla marcia antimafia nel centro città. Il ‘suo’ Dio ama tutti “e – ripeteva – si ostina a non perderci. Si sente impoverito, se anche uno dei suoi figli si allontana da lui e ci viene a cercare”.

La mafia? “Al massimo può uccidermi”

Questa certezza 3P la sentiva molto e da qui prendeva spunto e sostegno tutto il suo impegno, che non escludeva nessuno, neppure i mafiosi: condannata con nettezza la mafia e la violenza, il sacerdote aveva invitato gli autori e i mandanti delle intimidazioni e delle percosse al dialogo per capire perché si opponessero alle iniziative della parrocchia, perché non volessero che i loro figli crescessero nell’abbraccio accogliente e nella giustizia. Intendeva ricondurre tutti alla casa del Padre. “Al massimo che possono farmi, mi uccidono? E allora?”, era la risposta a chi si preoccupava per lui che in quel contesto aveva chiarezza della sua missione: stare con la gente che a lui era stata affidata con il compito di promuovere la persona secondo lo stile del Vangelo. E adesso che nel suo percorso si frapponeva una forza avversa, per essa l’unico modo di fermare 3P è stato quello di eliminarlo.

“Povero sono venuto, povero me ne vado”

Enza Maria Mortellaro, una delle giovani cresciuta con lui, in una emozionante testimonianza, ricorda l’ultima volta che ha visto padre Pino Puglisi, due giorni prima che fosse ucciso, quando già le minacce e le violenze erano segnali che facevano presagire il peggio, ma la cui portata aveva nascosto per proteggere chi gli stava attorno: “3P non aveva per nulla fretta di congedarmi, era come se volesse in qualche modo trattenermi. Me lo ricordo ancora, mentre tutti aspettavano, lui era con me alla porta, ha aspettato che salissi sulla macchina, che facessi inversione e, fino a quando non sono scomparsa alla sua vista, era lì a fianco della porta aperta, in piedi, sorridente. Con un gesto della mano mi salutava mentre io mi allontanavo. Ripensando ancora a quel momento, lo vedo ancora senza soprabito, senza borsa, senza fretta di andare a mangiare, e mi tornano alla mente le parole che mi ha consegnato: ‘Povero sono venuto, povero me ne vado'”. 

AGI – I legali del nonno Shmuel Peleg, agli arresti domicialiari in Israele, sostengono che non gli siano mai stati notificati il divieto di espatrio e tutti i provvedimenti relativi alla vicenda Eitan dal 10 agosto in poi. A sostegno della loro tesi, portano il documento del 10 agosto firmato dal giudice tutelare di Pavia, Michela Finucci, che rigetta la nomina a tutore di Peleg e invita il tutore, la zia Aya, “a domandare” al nonno del bambino “la consegna del passaporto” del piccolo “entro e non oltre il 30 agosto 2021”.

“Ritenuto quindi meno l’interesse di Samuel Peleg e di Esther Cohen a rimanere inseriti nel presente procedimento ed avere accesso agli atti esperiti successivamente al deposito telematico di detto procedimento – si legge nell’atto giudiziario letto dall’AGI – il giudice manda alla cancelleria perché compia quanto necessario al fine di non mantenere più inserite nel procedimento le parti indicate”.

Da queste ultime parole, secondo i legali, si evince che non avrebbero più potuto ricevere comunicazioni, mai  nemmeno notificate in altro modo, sul portale del processo civile telematico Polisweb. 

AGI – Per salvare i Pini di Roma da un parassita che sta uccidendo decine di piante alcune associazioni hanno organizzato il Coccinella Day con lo scopo di liberare l’insetto in grado di mangiare i parassiti.

Il progetto è promosso da sette associazioni che nel secondo municipio della capitale hanno deciso di interviene in maniera naturale mantenendo l’equilibrio biologico dell’ambiente.

I pini di Roma sono colpiti da un parassita originario del Nord America, la cocciniglia tartaruga.

“La Cocciniglia tartaruga si attacca ai rametti dei pini – ha spiegato all’AGI Massimo Proietti Rocchi, presidente della consulta del Verde del II municipio di Roma e organizzatore dell’iniziativa e dell’associazione Amici di Villa Leopardi – un fungo si attacca a questo parassita e di fatto colpisce la pianta che poi muore asfissiata. I pini malati si riconoscono perché hanno la parte bassa secca”.

Il progetto ‘Coccinella libera tutti’ per salvare i pini di Roma prevede l’acquisto di due tipi di coccinelle, la Exochomus quadripustulatus, che si nutre della Cocciniglia tartaruga maggiormente diffusa; e la Cryptolaemus Montrouzieri che si nutre di cocciniglie cotonose (pseudococcidi). 

“Il prossimo Coccinella day è in programma per la fine di settembre – ha aggiunto Proietti Rocchi – i primi ad utilizzare le coccinelle contro questi parassiti sono stati gli americani in California nel 1880. In tre anni hanno risolto il problema mentre da noi si vuole risolvere con l’endoterapia, attraverso trattamenti di abamectina che non guariscono la pianta e creano danni all’equilibrio biologico essendo una sostanza tossica”.

Le associazioni che promuovono il progetto sono sette: Amici di Villa Leopardi, Comitato Don Minzoni, Amici dei Pini di Roma, Parco Mario Riva Onlus, Comitato Via Mascagni, Aurelio Volontari Decoro Tredicesimo, Comitato Catalani Vessella. É stata, inoltre, messa in piedi anche una raccolta fondi on line finalizzata all’acquisto di 6.000 coccinelle per trattare 600 alberi.

Oltre a liberare le coccinelle nei principali parchi si organizzano anche incontri con i bambini per delle  lezioni di entomologia dove vengono mostrate le piccole casette di legno costruite per accogliere e proteggere le coccinelle.
Si stima che nella capitale ci siano circa 400mila pini nelle aree pubbliche e altrettanti nel privato.

“Il 70% dei pini romani è colpito da questo parassita – ha detto Proietti Rocchi – liberando le coccinelle abbiamo avuto ottimi risultati poiché si ricrea l’equilibrio biologico, sono simbolo di benessere  e rappresentano la fertilità del terreno. Una volta insediate sono poi in grado di riprodursi naturalmente, infatti ogni coppia svilluppa dalle 150 alle 300 uova”.

AGI – Secondo Or Nirko, marito della zia affidataria Aya, “serve una soluzione politica per riportare in Italia Eitan, quella giudiziaria prevede tempi troppo lunghi”. Spiega: “Eitan è stato tolto brutalmente alle persone a lui più vicine – ha detto parlando coi giornalisti fuori dall’abitazione dove il bambino viveva prima di essere sequestrato – quando stava con noi non andava nemmeno in bagno senza che la nonna non gli lasciasse un oggetto che testimoniasse il suo affetto, come gli occhiali”.

Infine, l’appello: “Per il benessere e la salute di Eitan, fate la cosa giusta per lui, fatelo tornare in Italia”.  Secondo alcune fonti giornalistiche israeliane, un’istanza per il rientro in Italia di Eitan sarebbe stata presentata al tribunale di Tel Aviv. 

AGI – C’è un misterioso “uomo con i baffi” nella vicenda del piccolo Eitan, il bambino – unico superstite della tragedia del Mottarone – rapito dal nonno che lo ha portato in Israele. Lo zio materno, secondo il quale la famiglia Peleg tiene Eitan come “un detenuto in una prigione di Hamas”, ha raccontato di incontri che il bambino avrebbe avuto con questo misterioso individuo mentre era affidato ai nonni materni.

Or Nirko in un’intervista a N12 ha sottolineato che le “possibilità di fare pace tra le due famiglie sono finite”. “Questa non è una battaglia legale ma un crimine serio: per la Convenzione dell’Aja è un sequestro”, ha affermato Nirko, sottolineando che “le autorità giudiziarie in Israele dovrebbero sapere che è stato rapito. La famiglia Peleg si rifiuta di dire dove si trovi, lo tengono in un buco“. 

Quanto al trattamento medico del piccolo Eitan allo Sheba Medical Center, come sostenuto dalla zia materna, Nirko ha risposto che sono andati a controllare e “non c’è nessun Eitan li'”. 

Dell'”uomo coi baffi” il piccolo avrebbe riferito agli zii dopo un incontro con i nonni materni. “Nel corso di una visita Eitan è stato tenuto due ore e mezza dentro la macchina da Ester Cohen (la moglie di Shmuel Peleg, nonna del bambino e anche lei indagata, ndr) e interrogato da una persona sconosciuta che non si è mai identificata e che ha detto che il suo lavoro è cambiare i baffi. Gli ha fatto un sacco di domande e Eitan era sconvolto quando è tornato a casa, aveva gli incubi”. Il bambino sarebbe stato “in agitazione tutte le volte che incontrava il nonno” che poi l’ha rapito.

“Andrebbe chiesto a Eitan con chi vuole stare, attraverso il suo ascolto e la verifica delle sue reali condizioni attraverso una consulenza tecnica, quindi in contraddittorio” dice all’AGI l’avvocato Sara Carsaniga, che fa parte del pool di legali che assiste il nonno del bimbo. Il legale ricorda che questa consulenza in precedenza era stata rigettata: “Il contraddittorio in Tribunale è stato sempre a favore di una parte sola”. 

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