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AGI –  I ristoratori di Tni (Tutela nazionale imprese) Italia che da questa mattina bloccavano l’autostrada A1 all’altezza di Incisa-Firenze con una manifestazione, hanno liberato la strada e permesso al traffico di riprendere.

“Stiamo rientrando – conferma il leader di Ristoratori Toscana e Tni, Pasquale Naccari – abbiamo parlato con la Polizia che era arrivata e abbiamo lasciato libera la strada, stavamo provocando del disagio alle persone ed era giusto dargli la possibilità di muoversi”.  La manifestazione di protesta contro le nuove regole per le riaperture dei ristoranti ha preso il via questa mattina con un centinaio di persone e si è protratta fino alle 14.30.

In seguito alla presenza di persone sulle carreggiate Autostrade aveva disposto la chiusura dei tratti Firenze sud- Incisa verso Roma e Valdarno-Incisa verso Bologna, con code di 6 chilometri in una direzione e 5 chilometri verso l’altra. Adesso il traffico è tornato a fluire regolarmente.

“Serve buone senso nelle regole per le riaperture, noi non ci fermiamo – ribadisce Naccari –  se non avremo risposte a breve organizzeremo altre manifestazioni e proseguiremo nei prossimi giorni a bloccare l’Italia se l’Italia non si prenderà cura di noi.

Sono 14 mesi che lo Stato ci ha abbandonato”. Durante la protesta un manifestante è stato investito da un’auto che ha forzato il posto il blocco ed è stato portato in ambulanza al pronto soccorso. Il ristoratore ferito, Antonio Alfieri di Sassuolo, è in buone condizioni. L’automobilista invece è stato fermato dalla Polizia stradale al casello di Barberino del Mugello e denunciato per lesioni volontarie. “Antonio sta bene – informa il leader di Ristoratori Toscana e Tni – ha solo qualche contusione, nulla di grave fortunatamente.

Massima solidarietà nei suoi confronti e speriamo si riprenda presto. Un pazzo squilibrato lo ha investito ma noi ribadiamo siamo persone pacifiche, vogliamo solo lavorare, ci sta la rabbia per la fila ma questa è una follia”.

AGI – Alla vigilia dell’attuazione del Pnrr è sempre più centrale il dibattito su come mettere realmente in cantiere i progetti che compongono il piano. Ne abbiamo parlato con Marco Carlomagno, segretario generale di FLP, la Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche, che ha organizzato un evento digital per fare una ricognizione su sfide e prospettive della Pubblica Amministrazione, e che ha visto anche gli interventi del Ministro Renato Brunetta e del presidente dell’INPS, Pasquale Tridico.

In che senso la PA è strategica nell’attuazione del PNRR?

La Pubblica Amministrazione, in un paese democratico, è garanzia di rispetto delle regole, di convivenza democratica, di sicurezza, di istruzione, formazione e ricerca scientifica, di fruizione e conservazione di beni storici e culturali, di servizi sociali e sanitari accessibili a tutti. È un fattore di creazione di valore, che permette alle aziende di dispiegare le loro potenzialità. Le riforme imposte dal Recovery plan necessitano di una PA che funzioni sempre meglio, che sia capace di progettare le azioni e di riuscire a realizzarle accompagnando il Paese verso una stagione di rilancio economico indispensabile dopo le tragedie della pandemia.

Quali sono gli interventi necessari per trovarci alla resa dei conti con una PA efficiente?

La digitalizzazione è indubbiamente il fattore di modernizzazione delle nostre Amministrazioni. Ma gli interventi non possono limitarsi alle dotazioni tecnologiche. Le risorse del recovery fund devono essere l’occasione per un concreto rilancio delle nostre Amministrazioni, per decenni governate solo dalla logica dei sacrifici e della riduzione dei costi. Questo ha portato a situazioni ingestibili in termini di organici e di ricambio generazionale, di riconoscimento delle professionalità e delle carriere, di digitalizzazione dei processi e di formazione degli addetti.

C’era bisogno di assunzioni, uno dei primi atti del ministro Brunetta è stato un bando per 2.800 posti. Una buona notizia?

Come FLP chiediamo da tempo un’inversione di rotta nelle politiche di reclutamento. Serve una straordinaria stagione di assunzioni per rafforzare gli organici ormai al collasso, permettere il ricambio generazionale, e accrescere le competenze, risolvendo una volta per tutte l’annosa questione del precariato, armonizzando la normativa italiana con quella europea (come impone la sentenza della Corte di Giustizia Europea del novembre 2014).

Qual è quindi la vostra valutazione?

Manca personale per almeno 500.000 unità e l’età media dei lavoratori pubblici è di 56 anni, una situazione drammatica. Le prime iniziative del Ministro Brunetta vanno nella giusta direzione dal punto di vista delle velocizzazione delle procedure e del superamento di mega-concorsi generici, indirizzandosi verso la ricerca di specifiche e mirate professionalità. Non concordiamo con la previsione di contratti a tempo determinato e pensiamo che le nuove assunzioni debbano andare di pari passo con una riscrittura degli ordinamenti professionali e degli inquadramenti.

Si è parlato di “ attrazione di talenti”…

Non è pensabile attrarre talenti con stipendi di poco superiore a mille euro al mese e con percorsi di carriera negati. Per questo proponiamo di prevedere un doppio canale di assunzioni: uno per i giovani che al termine del loro percorso formativo devono potersi inserire nel mondo del lavoro assumendo posizioni iniziali; e un secondo per coloro con esperienze lavorative qualificate, di cui la PA necessita per attuare processi di innovazione e modernizzazione, da assumere in posizioni avanzate.

Il tema delle competenze nella PA è diventato un adagio, spesso il centro non conosce le potenzialità dei suoi lavoratori, esiste un modo per valorizzarle veramente?

Vanno innanzitutto create banche dati delle competenze perché le Amministrazioni non conoscono e non mappano le competenze del personale. Inoltre, è necessario cambiare radicalmente l’approccio sulla formazione, oggi vissuta come un mero adempimento e non come fattore di accrescimento professionale, implementando l’offerta attraverso partnership con l’Università e gli enti della ricerca.

Sul lato della semplificazione quali sono le priorità?

Definizione chiara dei livelli di governo (statali, regionali, comunali, ecc.) che creano incertezza del diritto e della normativa applicabile, semplificazione delle procedure e riduzione degli adempimenti burocratici da parte di cittadini e imprese, attuazione del principio once only (no a richiesta continua documenti già in possesso delle Amministrazioni), interoperabilità delle banche dati e digitalizzazione dei processi con l’implementazione degli accessi da remoto e tramite app.

Parliamo di smart working

Il lavoro agile adottato in questa fase di emergenza è stato di fatto un lavoro da remoto, svolto in gran parte con le dotazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, e con modelli organizzativi che nulla hanno a che vedere con le forme di lavoro agile come dovrebbero essere intese a regime. Ma numerose sono state le esperienze positive, non solo nella capacità di erogare servizi e prestazioni, ma anche a limitare l’estendersi della pandemia e a produrre notevoli vantaggi nella conciliazione vita-lavoro. La resistenza più forte verso questo processo è venuta dai settori più arretrati tecnologicamente.

Cosa serve per implementare lo smart working nelle pubblica amministrazione? 

Serve una vera rivoluzione digitale che passi attraverso interventi infrastrutturali quali quelli della banda larga su tutto il territorio nazionale, le dotazioni informatiche delle Amministrazioni in termini di numero e di qualità, la digitalizzazione dei processi in gran parte ancora cartacei, la creazione e l’interoperabilità delle banche dati. 

Ma come diceva prima non tutto passa dalla tecnologia…

Sì, è vero. A questo si deve accompagnare un processo di modifica organizzativa che adegui gli assetti alle nuove tecnologie e alle nuove forme di lavoro. Bisogna accorciare i livelli di responsabilità, diminuire l’eccessiva gerarchizzazione delle strutture. Bisogna privilegiare un’organizzazione più orizzontale e meno verticale, in cui aumentino i livelli di responsabilità, il lavoro per team. In cui si premino le innovazioni, le proposte, si valorizzino i tanti talenti presenti. Vanno ridisegnati i fabbisogni delle Amministrazioni e riscritti gli ordinamenti professionali per adeguarli alle sfide del cambiamento.

In sintesi, quindi, la valutazione è positiva?

Sì, è un’esperienza da non disperdere, ma è necessario regolamentare alcuni istituti come l’orario di lavoro, la fascia di contattabilità e il relativo diritto alla disconnessione. La previsione che la prestazione resa in modalità agile non varia lo status giuridico del lavoratore. Le strumentazioni informatiche andranno rese dalle Amministrazioni come le licenze d’uso, i programmi e le applicazioni software necessari all’attività da svolgersi da remoto. Dovranno essere garantiti, con l’adozione delle necessarie misure di sicurezza, l’accesso alle banche dati, nonché il ricorso a strumenti come i sistemi di videoconferenza e call conference per la partecipazione da remoto a riunioni e incontri di lavoro

AGI –  Il Governo si assume un po’ di rischi annunciando le riaperture dal 26 aprile, ma “è, un rischio ragionato e per questo chiedo una mano“. Il ministro della Salute Roberto Speranza, ospide di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più su Rai3, spiega la decisione di allentare le misure dalla prossima settimana. “Siamo in una situazione diversa, possiamo permetterci alcune aperture – spiega il ministro – abbiamo puntato agli spazi all’aperto nel mese di maggio. Abbiamo scelto la scuola che credo sia l’architrave della nostra società da cui ripartire anche per dare un segnale di fiducia ai nostri ragazzi fino adesso in dad. Mancano poche settimane alla fine dell’anno scolastico, vogliamo che tornino in presenza i ragazzi“, aggiunge.

Per quanto riguarda il parametro Rt del contagio, dice ancora Speranza, “dipende dai nostri comportamenti e, a costo di risultare noioso, penso che quando dal 26 aprile si aprirà una nuova fase, avremo bisogno di ancora più attenzione. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti”. Il ministro comunque si dice ottimista: “Penso che nel giro di qualche mese avremo numeri di vaccinazione più alti che ci consentiranno di andare verso la normalità” per questo motivo, aggiunge, “in questa fase e nelle prossime settimane, devono guidarci fiducia e prudenza”

Il motivo della scelta di riaprire, ribadisce poi, è legato al fatto che “siamo in una fase che inizia a diventare diversa e il primo motivo è la campagna di vaccinazione che va avanti. Abbiamo superato 15 milioni di somministrazioni, negli ultimi tre giorni abbiamo fatto un milione di somministrazioni. C’è una accelerazione e abbiamo adottato misure molto dure nelle ultime settimane”. Secondo Speranza, “gli elementi vaccinazione e le misure adottate, ci mettono nelle condizioni di costruire una road map che deve farci guardare con un po’ di fiducia al futuro, alle prossime settimane, ma serve appunto, ancora tanta prudenza. Quindi – conclude – ora dobbiamo guardare avanti ma con i piedi ben piantanti per terra e fare un passo alla volta altrimenti si rischia di tornare indietro”. 

Speranza: indagine su report Oms proverà nostra trasparenza

Roberto Speranza e Mezz’ora in più su Rai3 parla poi delle indagini sul report Oms: “Emergerà la trasparenza delle istituzioni e del governo italiano”, dice il ministro ricordando che “le scelte sono dell’Oms che decide cosa pubblicare e non noi” e di essere stato il ministro che “ha aggiornato il piano pandemico che era del 2006”.

“Non buttiamo questa materia dentro la conflittualità politica e non usiamola come una clava”, ha aggiunto Speranza. “Non lo meritiamo”. Il ministro ribadisce di avere “massima fiducia nella magistratura. Ma sulla pandemia il paese deve essere unito”.  Speranza ricorda poi che all’epoca dei fatti, “con assoluta onestà eravamo di fronte a una situazione incredibile, non avevamo gli strumenti adatti e sicuramente le scelte prese nei comuni come quelli lombardi o veneti sono state dure. Eravamo di fronte a una novità e non c’era il manuale delle istruzioni”.

“Ho provato a dire in piu’ occasioni, quel rapporto è rispettabilissimo, è una fotografia del contagio. Riconosce alcuni meriti al nostro paese ma è un documento dove non c’è nulla di particolarmente rilevante per noi che in quelle ore eravamo occupati con gli ospedali pieni”. dice ancora il ministro della Salute.  “E’ stato l’Oms a decidere di ritirarlo. Le istituzioni italiane  – aggiunge  – hanno preso atto di quel documento ma noi non abbiamo funzioni in questa partita. Sono dinamiche interne a Oms. Attenzione a non dare una lettura distorta di una cosa che è molto più lineare di quanto sembra. Penso che questa materia vada tolta dall’agone politico”. Speranza sottolinea che “nei primi giorni di marzo abbiamo fatto scelte radicali ma giuste e tanti paesi ci hanno imitato. Sono disponibile a chiarire ma dico no al conflitto politico”.

AGI – Un conto è vedere, un altro guardare, azione che implica un atto di volontà. Guardando si capisce ciò che si vede, e se si guarda a Dio si è stupiti. Lo ha detto Papa Francesco durante la recita del Regina Caeli, rivolgendosi per la prima volta dopo molte settimane alla gente tornata a radunarsi in Piazza San Pietro.

Nelle settimane dopo la Pasqua, ha ricordato prendendo spunto dal racconto evangelico, ai discepoli di manifesta Cristo in un incontro la cui descrizione “contiene un particolare”. Questo: “gli apostoli per la grande gioia ancora non credevano”. Sopraffatti dalla gioia, insomma, non riuscivano ancora a capacitarsi di cosa fosse successo. Solo dopo aver capito che cosa succedeva avanti ai loro occhi, passarono dal vedere al guardare e questo permise loro di essere “stupiti” da ciò che vedevano. Questo perché “l’incontro con Dio va oltre la gioia, giunge allo stupore”. 

“E’ bene non dimenticare questo stato d’animo”, ha commentato il Pontefice, “lo stupore: è tanto bello“.

Dopo  dure settimane di restrizioni, chiusure e zone rosse, a causa della pandemia, Francesco è tornato così ad affacciarsi alla finestra del suo studio per ricordare una sfumatura spesso dimenticata del percorso dell’anima a Dio.

Ma c’è anche un aspetto concreto della fede, ha ricordato prima della preghiera mariana: anche nel Vangelo Cristo di appalesa e si lascia toccare, oltre che vedere, e mangia – atto materiale per eccellenza – con gli apostoli. Ugualmente questa è la giornata in cui ci si vede, ricorda il Papa, senza la mediazione dello streaming.

“Grazie a Dio possiamo ritrovarci di nuovo in questa piazza per l’appuntamento domenicale e festivo, quasi sospira, “Vi dico una cosa: mi manca la piazza quando devo fare l’Angelus in Biblioteca. Sono contento”. La catechesi ruota attorno a tre verbi, che caratterizzano la pagina odierna del Vangelo, in cui si narra lo stupore dei discepoli di Emmaus e degli altri riuniti nel Cenacolo, quando Gesù appare loro salutandoli con “Pace a voi!”. Essi credono di vedere un fantasma ma Cristo mostra le sue ferite e dice: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi”.

Poi per convincerli, chiede del cibo e lo mangia sotto i loro sguardi sbalorditi. D’altra parte, sottolinea il Pontefice, l’incontro con Cristo vivo stupisce sempre e sempre riempie di gioia, anzi, va oltre l’entusiasmo, oltre la gioia, è un’altra esperienza che si comprende solo se vissuta in prima persona.

“Guardare, toccare e mangiare – afferma il Pontefice – sono le tre azioni che possono dare la gioia di un vero incontro con Gesù vivo”, tre verbi di amore che mettono al riparo da tentazioni come l’indifferenza, la distanza da chi soffre, l’isolamento. Infatti “Guardare non è solo vedere, è di più, comporta anche l’intenzione, la volontà. Per questo è uno dei verbi dell’amore. La mamma e il papà guardano il loro bambino, gli innamorati si guardano a vicenda; il bravo medico guarda il paziente con attenzione… Guardare è un primo passo contro l’indifferenza, contro la tentazione di girare la faccia davanti alle difficoltà e alle sofferenze degli altri”.

Il secondo verbo su cui il Papa si sofferma è “toccare”.

Gesù, nel brano del Vangelo, invita infatti i discepoli a toccarlo per constatare di non avere di fronte un fantasma e lo stesso fa con noi, indicandoci che la relazione con Lui e con i fratelli “non può rimanere a distanza”. In altre parole “non esiste un cristianesimo a distanza. L’amore chiede la vicinanza, il contatto, la condivisione della vita. Il buon samaritano non si è limitato a guardare quell’uomo che ha trovato mezzo morto lungo la strada: si è chinato, gli ha medicato le ferite, lo ha caricato sulla sua cavalcatura e l’ha portato alla locanda. E così con Gesù stesso: amarlo significa entrare in una comunione di vita, con Lui”.

Quanto al mangiare, che esprime bene la nostra umanità nella sua più naturale indigenza, cioè nel bisogno fondamentale di nutrirsi, Francesco rimarca anche che tale azione, se fatta insieme, in famiglia o tra amici, diventa anche essa espressione di amore. Di esempi che ritraggono Gesù presente in questa dimensione conviviale ce ne sono molti nel Vangelo, al punto, afferma il Pontefice, che “il Convito eucaristico è diventato il segno emblematico della comunità cristiana”. Da qui, l’esortazione finale a tutti i cristiani a lasciarsi trasformare dall’amore di Cristo per poter amare e dunque guardare, toccare e nutrire gli altri come nostri fratelli e sorelle.

Infatti “uesta pagina evangelica ci dice che Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva. Essere cristiani non è prima di tutto una dottrina o un ideale morale, è la relazione viva con Lui, con il Signore Risorto: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo Amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli e sorelle“.

AGI – Sono stati arrestati dalla polizia i due giovani fermati ieri sera perché sospettati di aver picchiato un 17enne a Colleferro, Lorenzo C., la stessa cittadina in provincia di Roma dove l’estate scorsa fu pestato e ucciso Willy Monteiro Duarte. Sono due amici di 18 e 19 anni che abitano a Colleferro e sono finiti in manette con l’accusa di lesioni gravissime. I due sono stati portati al carcere di Rieti.

In base a quanto ricostruito da chi indaga, avrebbero colpito il ragazzo a calci e pugni. I due sarebbero poi scappati dopo che il ragazzo, sbattendo la testa contro un’auto in sosta, ha perso i sensi per alcuni minuti.

I poliziotti hanno rintracciato i due giovani ieri sera nelle loro abitazioni. All’arrivo degli agenti si erano già cambiati i vestiti. Gli abiti indossati durante il pestaggio sarebbero stati ritrovati e sequestrati. La vittima, originaria di Segni, un paese vicino a Colleferro, era in strada con gli amici quando è stato raggiunto dagli aggressori. Sembra si conoscessero e forse avessero già avuto discussioni in passato.

La procura di Velletri ha aperto un fascicolo per lesioni gravissime. Il 17enne, dopo un primo ricovero presso l’ospedale di Colleferro, si trova ora in prognosi riservata all’ospedale San Giovanni.  La vittima ha riportato varie fratture alla mandibola, al naso ed una lacerazione del labbro. Non sarebbe in pericolo di vita.

Sono al vaglio degli investigatori del commissariato di Velletri i cellulari dei due giovani arrestati. L’obbiettivo è acquisire elementi utili alle indagini: foto, video, ma anche messaggi WhatsApp. 

Forse aggressori erano più di due

“Penso che ad aggredirmi erano più di due”. Lo avrebbe raccontato Lorenzo C., 17enne, aggredito a Colleferro ieri a chi ha avuto modo di parlare con lui. “In passato ho difeso un amico da una presa in giro”, avrebbe riferito. Il pestaggio sarebbe stato una sorta di “vendetta” legata a quell’episodio. Il giovane di Segni e i due aggressori arrestati si conoscevano perché praticano la stessa arte marziale. Il fatto che fossero più di due i responsabili dell’aggressione, malgrado da fonti investigative risulta che i testimoni ascoltati fino a ora non avrebbero riferito di un terzo soggetto presente, è però avallata dal parroco di Colleferro, Luciano Lepore, che all’AGI dichiara: “C’era un terzo giovane in auto, insieme ai due fermati. Dovrebbe aver ripreso la scena – racconta – mi hanno detto che la polizia ha sequestrato i telefonini per vedere le immagini. Da quanto ho capito, due sono scesi dall’auto e hanno picchiato il ragazzo, mentre il terzo è rimasto in macchina per filmare con il cellulare”.

Il parroco: aggressione per motivi legati alla droga

Credo ci sia ancora la droga dietro all’aggressione. Come per Willy“. Così all’AGI il parroco di Colleferro, Luciano Lepore, in relazione al pestaggio di Lorenzo C., 17enne, che ora si trova in prognosi riservata all’ospedale San Giovanni. “È il mio pensiero, – aggiunge – sono convinto che ci sia questo alla base della brutale aggressione”.

Sindaco Colleferro: è un episodio isolato

“Per fortuna è finita meglio che con Willy, il ragazzo picchiato in questo caso è fuori pericolo. Ci tengo a dire che la nostra comunità è estranea a questo tipo di violenza. Credo che alla base di questi atti di violenza ci sia la solitudine di alcuni ragazzi, dopo un anno di lockdown. C’entra anche questo. Sono però episodi isolati che vanno condannati con fermezza”. Così all’AGI il sindaco di Colleferro, Pierluigi Sanna, in relazione al pestaggio del 17enne avvenuto ieri nella città dei Castelli Romani.

AGI – Il leader della Lega, Matteo Salvini, è stato rinviato a giudizio nel caso Open Arms. Il processo coimincerà il prossimo 15 settembre davanti alla seconda sezione del tribunale di Palermo. 

“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Articolo 52 della Costituzione. Vado a processo per questo, per aver difeso il mio Paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l’Italia. Sempre”, ha commentato Salvini sui suoi profili social. 

 “Siamo felici – ha scritto su Twitter Open Arms – per tutte le persone che abbiamo tratto in salvo durante la #Missione65 e in tutti questi anni. La verità del #Med è una, siamo in mare per raccontarla”.

 L’udienza preliminare non deve valutare se sussiste o meno la responsabilita’ penale dell’imputato, ma se vi sono elementi sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio e non ci sono elementi per decidere un proscioglimento. E – a quanto si apprende – secondo il gup gli elementi per un proscioglimento non c’erano. 

AGI – Decine di sindaci della provincia di Cosenza hanno accolto l’invito lanciato dal primo cittadino di Cosenza, Mario Occhiuto, e hanno partecipato ad un sit-in davanti all’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale dell’Annunziata di Cosenza. I primi cittadini hanno poi siglato anche un documento comune. “E’ un’iniziativa che abbiamo preso tutti assieme per smuovere l’immobilismo che regna nella gestione dell’ospedale di Cosenza ma anche della sanità calabrese in generale. Abbiamo chiesto la riapertura dell’ospedale militare da campo – ha detto Occhiuto, parlando di quello che ormai è solo un centro vaccinale – perché i cittadini rischiano la propria pelle”.

La pandemia ha aggravato la situazione

“L’ospedale cosentino, che dovrebbe avere 709 posti, ne ha solo 450 e 150 di questi sono utilizzati per le cure Covid – ha detto Occhiuto – a svantaggio di tutte le altre patologie”. “E’ gravissima la questione del personale, era grave anche prima del Covid e adesso è tragica: il pronto soccorso ha 7 medici e non 18 come previsto dalla pianta organica – ha detto ancora Occhiuto – e i turni negli altri reparti sono massacranti”.

“Chiediamo di assumere subito il personale, come doveva essere fatto già in passato, e aumentare i posti letto in terapia intensiva – ha concluso Occhiuto – perché i posti che ci sono oggi sono stati realizzati a scapito di quelli di altri reparti, non sono aggiuntivi. E va anche accelerata tutta la procedura delle vaccinazioni”.

Presente anche il presidente della Provincia, Franco Iacucci. “I sindaci hanno più sentimenti: il primo è di grande preoccupazione per la situazione che viviamo, ma poi abbiamo anche tanta voglia di dare il nostro contributo fattivo – ha detto Iacucci – vogliamo dare una mano nel grande rispetto dei sanitari e di chi sta operando alacremente. Vorremmo che la lotta alla pandemia fosse affrontata con più determinazione e più razionalità, dobbiamo lottare meglio e noi abbiamo anche il problema che i malati ordinari non hanno più risposte per le loro patologie”.

“Noi pensiamo che dovrebbero essere utilizzate anche le strutture dismesse che ci sono sul territorio – ha detto Iacucci – liberando i posti dell’ospedale di Cosenza per altre patologie. Io stesso ho prenotato una risonanza magnetica e mi hanno dato appuntamento per il 4 dicembre – ha aggiunto – e se uno avesse una patologia grave, forse non ci arriverebbe al 4 dicembre. Mi sembra che la Regione non abbia sensibilità nell’affrontare questi problemi”.

Il documento dei sindaci

“Con la mobilitazione odierna dei sindaci della provincia di Cosenza intendiamo sottoporre ancora una volta, in maniera energica e senza ulteriori indugi o procrastinazioni, la grave emergenza sanitaria e gli annosi deficit strutturali e di organico che riguardano la sanità a Cosenza e in provincia, all’attenzione dell’opinione pubblica, dei rappresentanti del Governo nazionale, dei parlamentari calabresi, perché facciano propria e promuovano questa autentica battaglia, del Governatore della Regione Calabria e delle autorità sanitarie regionali e provinciali”: così si legge nel lungo documento firmato dai sindaci della provincia di Cosenza.

Il documento è stato inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, al Ministro della Sanità Roberto Speranza, ai deputati calabresi, ai Consiglieri regionali e al Presidente facente funzioni della Regione Calabria Nino Spirlì, al Commissario Straordinario per la Sanità in Calabria Guido Longo, al Commissario straordinario dell’Azienda Ospedaliera Isabella Mastrobuono e al Commissario straordinario dell’Azienda sanitaria provinciale Vincenzo La Regina.

Per i sindaci quella attuale è una situazione “insostenibile” della quale “bisognerà farsi immediatamente carico uscendo dal pericoloso immobilismo delle autorità sanitarie preposte che rischia di ledere irrimediabilmente il diritto alla salute, valore essenziale e costituzionalmente tutelato, dei cittadini che appartengono alle nostre comunità”. “Ciò premesso, non possiamo, nel contempo, non rivolgere un particolare plauso ed apprezzamento all’indirizzo dei medici e di tutto il personale sanitario in servizio all’Ospedale dell’Annunziata, – scrivono i sindaci – che, in prima linea, stanno profondendo enormi energie per contrapporsi al dilagare della pandemia, non risparmiandosi in alcun modo nel prestare soccorso ai tanti pazienti covid che giungono all’Annunziata, tante volte già in condizioni critiche”.

Due ospedali a Catanzaro, uno a Cosenza

“E’ paradossale che, mentre Catanzaro è giustamente dotato di due ospedali, Cosenza, che è una delle province più grandi d’Italia, ha un unico Ospedale Hub che deve servire tutta la provincia, – si legge nel documento – con soli 450 posti letto (ne dovrebbe avere 709), 150 dei quali sono stati convertiti in posti Covid. Ciò comporta una notevole e grave riduzione dei servizi di assistenza ai pazienti con patologie diverse e, in generale, dei servizi ambulatoriali ordinari. Non si registrano situazioni meno drammatiche all’interno degli Spoke e della rete ospedaliera provinciale. Gli Spoke di Corigliano-Rossano e Paola-Cetraro stanno contribuendo in maniera determinante per resistere all’urto della terza ondata pandemica, avendo allestito nei due presidi circa 80 posti di degenza covid con altrettanto sacrificio del personale medico ed infermieristico, mentre nel P.O. Di Rossano il Pronto Soccorso è diventato ormai da settimane un reparto aggiunto in cui si curano e si tengono sotto osservazione solo ed esclusivamente pazienti con difficoltà respiratorie colpiti dal virus”.

Inoltre, scrivono sempre i sindaci, “non sono stati realizzati i posti di terapia intensiva e subintensiva previsti dal DCA 91 cosi come non sono stati realizzati i percorsi all’interno dei Pronto Soccorso, ma anche in questo caso il problema principale rimane la carenza di personale che rendeva ogni reparto precario già prima dell’emergenza pandemica e che il Covid-19 ha reso ancor più palese. Serve quindi che l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza attui un piano straordinario di assunzione che consenta non solo di supportare e consolidare i reparti di pneumologia-covid, di rianimazione ed i Pronto Soccorso, ma anche di consentire di erogare a pieno regime, all’interno degli Spoke e della rete ospedaliera provinciale, l’assistenza sanitaria per tutte le altre patologie”.

Pertanto i primi cittadini chiedono “di incrementare immediatamente il personale sanitario dell’Ospedale, in particolare nell’Unità operativa complessa di medicina e chirurgia d’accettazione e d’emergenza (Pronto soccorso) e nei reparti dedicati alla cura del covid, con l’assunzione del personale aggiuntivo necessario; di avviare immediatamente un piano straordinario di assunzioni di personale medico, infermieristico ed assistenziale”.

Ma nel documento si chiede anche di aumentare le terapie intensive, riaprire immediatamente l’Ospedale militare da campo dell’Esercito, accelerare, in ogni modo possibile, la campagna vaccinale a Cosenza e in provincia e anche accelerare il più possibile le procedure per la realizzazione del costruendo ospedale della Sibaritide.

AGI – La campagna vaccinale accelera e, con ieri, tocca il record giornaliero di 347.279 dosi somministrate. Un cambio di ritmo sottolineato dal ministro della Salute Roberto Speranza già nella sua informativa di giovedì alla Camera. Secondo il report settimanale del governo, nell’ultima settimana sono state oltre 10,1 milioni di prime dosi somministrate, una media di 291mila al giorno. Le dosi inoculate sono l’83,8% di quelle consegnate (14,3 su 17,1 milioni).

A oggi, gli over 80 che hanno ricevuto la prima dose di vaccino sono il 76,09% e quelli già immunizzati poco meno della metà (il 45,19%) mentre quasi un quarto, il 23,9% – in numeri assoluti poco più di un milione – è ancora in attesa della prima dose. Le percentuali di immunizzati cominciano a essere davvero considerevoli – in media tre su 4 – sia tra gli operatori sanitari sia tra gli ospiti delle Rsa.

Incassati i successi per queste categorie, il grosso della campagna vaccinale è tutto da realizzare. Solo un italiano su 6 oggi ha ricevuto la prima dose di vaccino anti-Covid. Preoccupa soprattutto che tra i 70-79enni, ovvero coloro che sono più a rischio, quelli che hanno ricevuto la prima dose sono il 30,14%, quelli che hanno avuto entrambe le dosi appena il 3,4%. Mentre 4,2 milioni di persone appartenenti a questa fascia d’età sono ancora in attesa della prima. Tra gli obiettivi più ardui del governo c’è quello di somministrare entro giugno “la prima dose al target sopra i 60 anni, dove si sono concentrati il 95% dei decessi”.

Eppure l’obiettivo, ribadito dal commissario per l’emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, resta quello di vaccinare ogni giorno mezzo milione di persone. Per riuscirci, però, è fondamentale che sia rispettato il calendario delle forniture.

Tra dicembre e marzo sono arrivate 14 milioni di dosi, da qui a giugno dovremmo riceverne oltre il triplo, sempre stando alle previsione del commissario Figliuolo. Ma il ritmo con cui si procederà a immunizzare gli italiani dipenderà molto dalle valutazioni dell’Ema sul siero Johnson & Johnson, attese per martedì.

AGI –  La responsabile europea della comunicazione dell’Oms, Cristiana Salvi, definisce “un’altra accusa” l’affermazione che “c’è voluto fino all’8 marzo perché il governo proibisse le visite dei familiari agli ospiti nelle residenze per anziani”.

E’ quanto si legge  nella chat dell’11 maggio del 2020, di cui l’AGI è in possesso, tra la stessa Salvi, il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra, e Francesco Zambon, l’allora funzionario della sede di Venezia che coordinò il rapporto sulla gestione italiana della pandemia, della cui pubblicazione si discute.

Il report venne poi pubblicato due giorni dopo sul sito dell’Oms da cui venne rimosso nel giro di poche ore. 

“Tracciamento con carta e penna? È politicamente scorretto”

Nel dossier i ricercatori osservano che, anche senza l’input governativo, “circa l’80% di questi istituti avevano già proibito le visite attraverso iniziative autonome nelle due settimane precedenti ma, nel frattempo, in molte residenze si era diffusa l’infezione e si erano creati dei cluster”. Sempre per Salvi, dire che il tracciamento nella prima fase della circolazione del Covid venne fatto “con carta e penna” nella totale “improvvisazione” era  una considerazione “politicamente scorretta”.

Prima che venisse centralizzato il sistema di tracciamento, si legge nella versione dei ricercatori che Salvi vorrebbe correggere, “sorsero iniziative in tutto il Paese in un mosaico di sistemi improvvisati nell’ambito dei quali si utilizzavano carta e penna o un foglio di calcolo Excel ad hoc. I criteri variavano da luogo a luogo, bisogna arrivare alla metà di marzo prima che i dati del tracciamento venissero raccolti in una piattaforma di base sul web”. 

“Si possono abbassare i toni?”

E’ sempre Salvi a chiedere agli autori “Si possono abbassare i toni?” in relazione all’affermazione che “mentre si mettevano a punto i criteri per i test, il tracciamento e l’isolamento che sarebbero stati formalizzati in un dpcm, ciascuna regione procedeva per proprio conto”.  

“Potenzialmente offensiva dal punto di vista politico” viene ritenuta dalla Salvi l’affermazione di Zambon e gli altri in cui si riconosce “l’efficacia del sistema sanitario pubblico Veneto e la capacità di far fronte come comunità all’emergenza”.

Una valutazione sull’efficienza della Regione guidata dal leghista Luca Zaia che potrebbe “sollevare il disappunto del governo”.      

AGI – Mentre l’indice Rt continua a scendere, 3 Regioni restano ancora rosse – Val d’Aosta, Puglia e Sardegna – e la Campania diventa arancione. E’ quanto emerge dal monitoraggio settimanale della cabina di regia Iss-ministero della Salute. Questa settimana l’Rt si attesta allo 0,85, contro lo 0,92 di quella precedente. 

Tutte le altre Regioni restano arancioni anche se 13 di queste sarebbero già da giallo (fascia però temporaneamente cancellata). Puglia e Val d’Aosta rimangono in rosso per l’alta incidenza, superiore alla soglia dei 250 casi settimanali su centomila abitanti, mentre la Sardegna deve aspettare almeno un’altra settimana con un Rt sotto quota 1,25. Obiettivo già raggiunto dalla Campania, che aspira alla zona arancione, con Rt e incidenza tornati (non di molto) sotto soglia.

Valori da potenziale zona gialla, invece, per Abruzzo, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Provincia di Bolzano, Provincia di Trento, Umbria e Veneto, che dovranno comunque aspettare le decisioni governative delle prossime settimane su un eventuale ripristino della fascia di rischio più basso.

Secondo il report, nell’ultima settimana si osserva un’ulteriore diminuzione del livello generale del rischio, con una Regione (Calabria) che ha un livello di rischio alto, 16 con una classificazione di rischio moderato (di cui quattro ad alta probabilità di progressione a rischio alto nelle prossime settimane) e tre Regioni (Abruzzo, Campania, Veneto) e una Provincia Autonoma (Bolzano) che hanno una classificazione di rischio basso.

Cinque Regioni (vs otto la settimana precedente) hanno un Rt puntuale maggiore di 1. Tra queste, una Regione (Sardegna) ha una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo 3. Due Regioni (Sicilia e Valle d’Aosta) hanno una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo 2. Le altre Regioni hanno una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo uno.

Nell’ultima settimana di monitoraggio “si osserva una forte diminuzione nel numero di nuovi casi non associati a catene di trasmissione (32.921 vs 46.302 la settimana precedente)”. La percentuale dei casi rilevati attraverso l’attività di tracciamento dei contatti è in aumento (37,0% vs 34,9% la scorsa settimana). E’, invece, in lieve diminuzione il numero di casi rilevati attraverso la comparsa dei sintomi (38,1% vs 39,6%). Infine, il 24,9% è stato diagnosticato attraverso attivita’ di screening.

Rimane alto il numero di Regioni che hanno un tasso di occupazione in terapia intensiva e/o aree mediche sopra la soglia critica (14 Regioni contro le 15 della settimana precedente). Il tasso di occupazione in terapia intensiva a livello nazionale è sopra la soglia critica (39%), anche se il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è in diminuzione da 3.743 (06/04/2021) a 3.526 (13/04/2021).

Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale è anche sopra la soglia critica (41%) ma in diminuzione. Il numero di persone ricoverate in queste aree passa da 29.337 (06/04/2021) a 26.952 (13/04/2021). 

In lieve calo, invece, l’incidenza in Italia, scesa da 185 a 182 casi settimanali per centomila abitanti. “L’incidenza è in lieve calo – si legge nel report – ma resta elevata e ancora ben lontana da livelli (50 per 100.000) che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e tracciamento dei loro contatti”.

“Il forte sovraccarico dei servizi ospedalieri – si legge ancora nel testo – l’incidenza ancora troppo elevata e l’ampia diffusione di alcune varianti virali a maggiore trasmissibilità richiedono l’applicazione di ogni misura utile al contenimento del contagio”.

E quindi, l’avvertimento: “E’ fondamentale che la popolazione eviti tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie. Si ricorda che è obbligatorio adottare comportamenti individuali rigorosi e rispettare le misure igienico-sanitarie predisposte relative a distanziamento e uso corretto delle mascherine. Si ribadisce la necessità di rispettare le misure raccomandate dalle autorità sanitarie compresi i provvedimenti quarantenari dei contatti stretti dei casi accertati e di isolamento dei casi stessi”.

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