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Fortnite non è più il re. E a scalzarlo dal suo trono non ci ha pensato un gioco nuovo di zecca, ma un titolo del 2013, per di più pesantemente modificato dalla community dagli utenti, che dietro non ha neppure un circuito di eSport. E che richiede a chi lo sta giocando di attenersi a delle regole stringenti e che vanno nella direzione opposta rispetto a qualunque tipo di spettacolarizzazione. Un bel rebus che, per essere compreso, richiede di fare un passo indietro.

Secondo i dati del sito Sullygnome.com, negli ultimi sette giorni il gioco più visto in streaming su Twitch.tv nei canali in lingua inglese è stato Grand Theft Auto V, titolo di Rockstar Games uscito nel 2013, che grazie alle sue 15,7 milioni di ore di visualizzazione ha scalzato dopo un dominio infinito (e interrotto solo per un breve periodo da Apex Legends) il battle royale Fortnite, rimasto a 14,7 milioni di ore visualizzate.

La versione modificata che spopola nello streaming

Ma a rendere possibile questo originale sorpasso non è stato il “vero” Grand Theft Auto pensato dagli studi di Rockstar Games, bensì una sua versione modificata dalla community dei giocatori che ha trasformato il titolo, diventato famoso anche per i suoi eccessi di violenza, in un gioco di ruolo. La “mod” (così si chiamano le versioni modificate del gioco) GTA V RP funziona così: un numero limitato di giocatori, di solito una trentina, gioca in contemporanea su dei server dedicati, immedesimandosi nel proprio personaggio.

Personaggio che avrà così una storia alle spalle, degli obiettivi nella vita, una sua personalità e dei rapporti più o meno complessi e sviluppati con gli altri giocatori. Invece di sparare o darsi alle corse di auto con la classica leggerezza di un videogame, il giocatore dovrà quindi trovarsi un lavoro, affinare l’aspetto psicologico del suo “avatar”, contribuire a costruire una narrazione interessante e originale.

A fare esplodere nei giorni scorsi il fenomeno di Gta Rp è stato un server in particolare, chiamato NoPixel, popolato da alcuni degli streamer più famosi e seguiti di Twitch che si sono messi alla prova con questa particolare forma narrativa, via di mezzo tra videogame, serie tv e Grande Fratello. ​Summit1G con i suoi quasi 4 milioni di follower, Lirik dall’alto dei suoi 2 milioni e mezzo di fan sono solo alcuni dei nomi, noti alla community dei gamer, che hanno “streammato” la loro esperienza in GTA V RP.

La voglia di mettersi alla prova in un gioco di ruolo 

Riuscendo a ricamare anche trame piuttosto interessanti e curiose. È il caso dello streamer Sodapoppin (2,3 milioni di follower) che ha deciso di impersonare un ragazzo che cerca in tutti i modi di non violare la legge, rispettando ogni norma e cercando di risolvere controversie con la polizia e le gang in maniera pacifica. Una sfida davvero ardua come sa bene chiunque abbia mai giocato a Gta.

Per chi sta dall’altra parte dello schermo, lo spettacolo è del tutto inusuale rispetto agli standard della community dei gamer, più abituata ad appassionarsi per partite spettacolari o tornei internazionali che ad affezionarsi alla narrazione di una storia. Storia che, per di più, può essere approfondita seguendo i diversi personaggi, ognuno dei quali protagonista di uno streaming diverso. Difficile trovare un termine di paragone per questo tipo di sviluppo narrativo, via di mezzo tra reality show, videogame e serie tv interattiva. C’è persino chi ha costruito siti dedicati per ricostruire la linea temporale di tutti gli stream e recuperare gli “episodi persi”.

Il successo di questa versione alternativa di Grand Theft auto e la voglia di mettersi alla prova in un gioco di ruolo, imitando l’esempio dei vip di Twitch, ha subito prodotto le sue conseguenze. I gestori del server NoPixel hanno dovuto chiudere le pre-iscrizioni per i nuovi utenti, sommersi dalle richieste di entrare nel gioco.

Rami Shehata ha 14 anni e a chi gli chiede se si sente un eroe risponde candido: “Un po’ sì, ma non l’ho fatto per sentirmi un eroe, l’ho fatto per salvare i miei compagni”. È nato nel 2005 “in Italia” sottolinea il padre Khaled, “mentre noi siamo arrivati in Italia del 2001”. Una famiglia semplice, padre operaio e due figli: uno che va alle medie e uno che va alle superiori.

Nessuno dei due però ha ancora la cittadinanza: “Sono orgoglioso di mio figlio, spero che l’Italia gli dia la cittadinanza, e spero di prenderla anche io, perché a me piace questo Paese, è la mia seconda patria”. Rami quando racconta i momenti concitati del salvataggio, mentre Ousseynou Sy dirottava il bus da Crema verso Milano, intenzionato ad andare a Linate: “Ho nascosto il telefono, facendo finta di consegnarglielo ma poi tornando indietro. Cosi’ ho chiamato i carabineri”.

Rami ha riconosciuto bene la direzione che stava prendendo il bus: “Eravamo sulla Paullese, me ne sono reso conto”. E grazie a questa informazione le pattuglie dei carabinieri, coordinate a San Donato Milanese dal tenente Valerio Azzone, sono riuscite ad arrivare sul posto e bloccare lo scuolabus. “Tutto il bus era ormai pieno di benzina, lui aveva la pistola, il coltello e due accendini, poi ho sentito due colpi”.

Eppure, “nonostante tanta paura” Rami è riuscito a rimanere lucido, ha chiamato anche a casa e ha tranquillizzato i suoi compagni che si trovavano nel retro del bus: “Dicevo loro di stare tranquilli, che non ci avrebbe fatto del male”. E lo faceva per tenere tranquillo anche il dirottatore, tanto che si è rivolto anche a lui: “Gli ho chiesto perchè stava facendo quella cosa, ma lui mi ha guardato e non mi ha risposto”.

Nella seconda media della scuola di Crema che Rami frequenta, su 22 alunni quelli di origine straniera sono 6, ma nel momento in cui “doveva salvare 51 vite non ho pensato a queste cose”. Ai giornalisti che gli chiedono se si senta italiano, risponde: “Si’, metà e meta’”. 

Il 20 marzo del 1969 sulla Rocca di Gibilterra, John Lennon e Yoko Ono diventano marito e moglie. I due si erano cominciati a frequentare un anno prima ma la conoscenza risale al 1966, quando di passaggio da Londra John capitò per caso all’anteprima di una performance di Yoko all’Indica Gallery. Lui restò non solo affascinato ma anche parecchio divertito da quella donna con quei progetti artistici così all’avanguardia, così volutamente radical chic (e chic è una parola che le calza a pennello essendo lei figlia maggiore di Eisuke Gue Ono, futuro governatore della banca centrale nipponica).

Quella mostra prevede che ogni visitatore possa piantare un chiodo su un muro, John vuole essere il primo ma Yoko si oppone, poi con la mediazione del gallerista lei accetta, al prezzo di cinque scellini, lui le risponde che le darà cinque scellini immaginari se gli permetterà di piantare un chiodo immaginario. Nasce così una delle più impetuose storie d’amore della storia dello showbiz.

Nella primavera del ’68 lei rimane incinta, ma non è la prima volta, aveva già avuto una figlia nel 1963 dal jazzista Anthony Cox, Kyoko, che non vedrà dal 1971, anno in cui venne rapita dallo stesso padre, fino al 1998, quando le due si incontreranno di nuovo. Ma quella gravidanza con John non andrà a buon fine, così come le successive due del ’69 e del ’70, i più maliziosi pensano a causa dell’abuso di droghe da parte della coppia, che dovrà aspettare il 9 ottobre del 1975, proprio il giorno in cui John compie 35 anni, per vedere nascere Sean Tarō Lennon Ono.

Sono in molti, praticamente tutti, a pensare che quel matrimonio e quella dipendenza quasi ossessiva che Lennon aveva sviluppato nei confronti della compagna, furono la causa scatenante del divorzio tra i quattro Beatles. Se è la verità difficile a dirsi, certo è che l’influenza di Yoko su John era candidamente ammessa dallo stesso cantante. “Il nostro rapporto è davvero di professore e allievo. Sono io che ho la notorietà, ma è lei che mi ha insegnato tutto”.

Il rapporto tra John e Yoko, celebrato anche dal Beatle in diverse canzoni, una su tutte l’indimenticabile “The Ballad of John e Yoko”, non si sa fino a che punto abbia davvero deteriorato i rapporti all’interno della band, ma anche se vagamente malato, certamente tossico, fu amore vero, su questo non c’è dubbio. E questo amore, se da un lato contribuì al disgregamento di una delle più iconiche e fondamentali realtà della storia della musica, dall’altro cercò in tutti i modi di diffondere la pace, di innescare un attivismo che i due rappresenteranno, insieme, per sempre.

A chi, quando si parla di pace nel mondo, non viene immediatamente in mente il Bed-In di John e Yoko durante il loro viaggio di nozze? Quando sapendo che quell’evento avrebbe creato interesse mediatico intorno alle loro figure decisero di sfruttare la situazione per mettere su, ma sarebbe meglio dire giù trattandosi di un letto, una protesta non violenta contro la guerra in Vietnam, rimanendo due settimane nel letto della loro camera all’Hotel Hilton di Amsterdam, mentre la stampa di tutto il mondo lo presidiava convinta che prima o poi avrebbero anche fatto sesso in pubblico.

Invece no, John e Yoko, lì, in pigiama, volevano semplicemente parlare di pace, rispetto ad una guerra che stava sterminando giovani dall’altra parte del mondo. L’attenzione suscitata dalla loro protesta li spinge ad organizzare un altro Bed-In, stavolta a New York, ma John non può rientrare nel paese dopo quella denuncia per possesso di marijuana del 1968, così decidono di rinchiudersi in una camera alle Hawaai, ma il clima troppo afoso li convince a spostarsi più a Nord, a Montreal, dove rimangono sette giorni nella stanza numero 1742 del Queen Elizabeth Hotel.

Lì, costantemente filmati dalla Canadian Broadcasting Corporation, ovvero la tv di stato canadese, ospitarono alcuni dei principali intellettuali dell’epoca, come Timothy Leary, Murray the K, Tommy Smothers, Allen Ginsberg, Dick Gregory e Al Capp; e tutti parteciparono alla registrazione del brano “Give Peace a Chance”, lì, dentro la camera d’albergo trasformata in studio di registrazione. Il testo nacque dopo una risposta di John alla comprensibile curiosità di un cronista che gli chiese semplicemente cosa pensavano di ottenere standosene a letto, e lui rispose “All we are saying is give peace a chance” ovvero “tutto quello che stiamo dicendo è: date una possibilità alla pace”.

E nel dicembre del 1969 decisero di diffondere il loro messaggio con cartelloni pubblicitari sparsi in tutto il mondo, che dicevano “WAR IS OVER! If You Want It – Happy Christmas From John and Yoko”, “la guerra è finita se lo volete”. Se si pensa ai movimenti pacifisti, molti dei quali (anche quelli non troppo pacifisti) sponsorizzati di tasca loro da John e Yoko, è facile trovare chi si è impegnato e magari ha anche dato la vita per la pace nel mondo, è molto più complesso trovare qualcuno che più di John e Yoko abbia messo in evidenza la sciocchezza logica della guerra, dell’uomo che uccide un altro uomo.

Sean Lennon, anche lui divenuto poi musicista, nacque nel 1971 e John decise di allontanarsi da tutto e tutti per fare semplicemente il padre, così finì per allontanare anche Yoko, che non tornerà da lui se non nel 1975, mettendosi al suo fianco nella scrittura di nuova musica. E quando tutto sembrava riprendere per John, dopo anni di disavventure, tradimenti, alcolismo e depressione, arrivò invece la fine, freddato sulla porta di casa l’8 dicembre del 1980 da Mark David Chapman, che dirà poi “Anch’io volevo condurre una crociata contro l’ipocrisia del mondo degli adulti. Lennon era una truffa, tutto era finto in lui”, che non rappresenta niente se non il rovescio della medaglia inaspettato per l’attivismo di John.

Molti anni dopo, nel 2005, Rolling Stone esce con una copertina commemorativa, una foto scattata il giorno prima che sparassero a Lennon da Annie Leibovitz; in questa foto sono entrambi distesi a letto, John nudo che, avvinghiato a Yoko invece vestita, ad occhi chiusi, la bacia. Una delle tante immagini che faranno la storia, talmente iconiche che andranno poi ad oscurare tutto ciò che ne seguirà sulla figura di Yoko, la sua altalenante carriera di musicista e artista, i sospetti su quanto abbia sfruttato o meno vita e morte del marito, le sue controversie con Paul McCartney sulla paternità di certi testi della band… Insomma, niente che non fosse evidentemente pronta ad affrontare col suo carattere estremamente deciso.

La verità forse è che l’amore tra John e Yoko, anche se non perfetto, come tutti i veri amori, ha rappresentato per un lungo periodo storico la voce, i desideri e i sogni di un’intera generazione di ragazzi, tutti in pigiama, infilati con loro in quel lettone dell’Hilton di Amsterdam, tutti a gridare di quella pace che ancora oggi risulta concetto sempre più esotico, utopistico ma, soprattutto, purtroppo, lontano.  

 

Aggiornato alle ore 13.46 del 20 marzo 2019.

Il presidente dell’assemblea comunale capitolina, Marcello De Vito (M5s), e altre tre persone sono state arrestate questa mattina dai carabinieri del comando provinciale nell’ambito dell’inchiesta sulla realizzazione del nuovo stadio della Roma.

De Vito, che è destinatario di un’ ordinanza di custodia cautelare in carcere anche se al momento si trova nella sua abitazione dove è in corso una perquisizione, è accusato di corruzione per aver preso utilità dell’imprenditore Luca Parnasi promettendo in cambio di favorire il progetto per la costruzione dell’impianto sportivo nell’area di Tor di Valle.

Oltre ai provvedimenti restrittivi (due in carcere e due ai domiciliari), i carabinieri stanno eseguendo anche una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale nei confronti di due imprenditori. Tra i reati ipotizzati dalla procura c’è anche quello di traffico di influenze illecite nell’ambito delle procedure connesse alla costruzione di un albergo presso la ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere e alla riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali di Roma Ostiense.

L’indagine ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate da imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato ed un uomo d’affari, che fungono da raccordo con il Presidente dell’Assemblea comunale capitolina al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari. 

Le intercettazioni che il giudice ha definito ‘Illuminanti’

Marcello De Vito avrebbe voluto incassare subito la quota di denaro a lui spettante e proveniente dalle erogazioni del gruppo Toti e dall’immobiliarista Statuto. Soldi che finivano alla società Mdl, il cui titolare di fatto era l’avvocato Camillo Mezzacapo.

In una intercettazione telefonica, riportata nell’ordinanza del gip Maria Paola Tomaselli, l’esponente grillino, presidente dell’Assemblea capitolina dice “va beh, ma distribuiamoceli questi”, e Mezzacapo, convincendolo ad aspettare fino al termine del suo mandato elettorale, replica: “ma adesso non mi far toccare niente, lasciali lì… a fine man… quando tu finisci il mandato, io ci… se vuoi non ci mettiamo altro sopra se vuoi, eh. La chiudiamo, la distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà, non c’è più niente e allora però questo lo devi fa’ quando hai finito quella cosa” (continua a leggere).

 

Chi è De Vito

Quarantacinque anni, avvocato, Marcello De Vito è stato il primo candidato sindaco del M5s in Campidoglio. Nel 2013 sfidò Ignazio Marino, Gianni Alemanno e Alfio Marchini piazzandosi terzo con il 12,4% dei voti. Dopo due anni e mezzo alla guida dell’opposizione contro la giunta di centrosinistra, alla caduta di Marino si è ricandidato alle primarie del Movimento venendo però sconfitto da Virginia Raggi, poi divenuta sindaca.

Alle elezioni comunali del 2016 De Vito fu soprannominato “Mr. preferenze” del Movimento, con oltre 6.500 voti a suo favore, successo personale che lo ha spinto alla presidenza dell’Assemblea Capitolina.

Da sempre vicino all’ala più ortodossa dei 5 Stelle, quella che nel Lazio vede tra i suoi riferimenti la capogruppo in Consiglio regionale Roberta Lombardi, De Vito non ha mancato di esprimere le sue perplessità su alcune scelte della sindaca in questi quasi tre anni di governo pentasellato in Campidoglio. Sui social rivendica da anni come primo post fisso del suo profilo il “taglio agli sprechi” delle spese dell’Aula.

Di Maio: “Un insulto a tutti noi”

“Quanto emerge in queste ore oltre ad essere grave è vergognoso, moralmente basso e rappresenta un insulto a ognuno di noi, a ogni portavoce del Movimento nelle istituzioni, ad ogni attivista che si fa il mazzo ogni giorno per questo progetto”. È quanto scrive su Facebook Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 stelle. 

“Non è una questione di garantismo o giustizialismo, è una questione di responsabilità politica e morale: è evidente che anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile”.

“De Vito – sottolinea Di Maio – non lo caccio io, lo caccia la nostra anima, lo cacciano i nostri principi morali, i nostri anticorpi. Ciò che ha sempre distinto il Movimento dagli altri partiti è la reazione di fronte a casi del genere. De Vito potrà e dovrà infatti difendersi in ogni sede, nelle forme previste dalla legge, ma lo farà lontano dal Movimento 5 Stelle”.

Raggi: “A Roma non c’è spazio per la corruzione”

“Nessuno sconto. A Roma non c’è spazio per la corruzione. Chi ha sbagliato non avrà alcuno sconto da parte di questa amministrazione. La notizia dell’arresto di Marcello De Vito è gravissima: ho piena fiducia nella magistratura e nel lavoro dei giudici”. Lo scrive il sindaco di Roma, Virginia Raggi, su Facebook. 

Raggi aggiunge che “una cosa è certa: nessuna indulgenza per chi sbaglia. Ho dichiarato guerra alla corruzione e respinto i tentativi di chi vuole fermare l’azione di pulizia che portiamo avanti. Qui non c’è spazio per ambiguità. Non c’è spazio per chi immagina di poter tornare al passato e contaminare il nostro lavoro”. Infine, “avanti fino in fondo, senza se e senza ma, per la legalità”.

Fico: “Davvero terribile”

Il presidente della Camera Roberto Fico definisce “davvero terribile” l’arresto del presidente del Consiglio comunale in Campidoglio Marcello De Vito (M5s) nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.

“La corruzione è la cosa più deprecabile che un politico possa fare”, ha detto a margine di un convegno a Montecitorio su Ilaria Alpi. La corruzione “va condannata al cento per cento”, ma l’importante “e’ che la magistratura, come sta facendo, possa fare il proprio lavoro, e andare avanti nelle indagini. Bisogna avere piena fiducia nella magistratura”.

 

Marcello De Vito avrebbe voluto incassare subito la quota di denaro a lui spettante e proveniente dalle erogazioni del gruppo Toti e dall’immobiliarista Statuto. Soldi che finivano alla società Mdl, il cui titolare di fatto era l’avvocato Camillo Mezzacapo.

In una intercettazione telefonica, riportata nell’ordinanza del gip Maria Paola Tomaselli, l’esponente grillino, presidente dell’Assemblea capitolina dice “va beh, ma distribuiamoceli questi”, e Mezzacapo, convincendolo ad aspettare fino al termine del suo mandato elettorale, replica: “ma adesso non mi far toccare niente, lasciali lì… a fine man… quando tu finisci il mandato, io ci… se vuoi non ci mettiamo altro sopra se vuoi, eh. La chiudiamo, la distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà, non c’è più niente e allora però questo lo devi fa’ quando hai finito quella cosa”.

Per il gip, questa conversazione è “illuminante” perché chiarisce “in modo inequivocabile il patto scellerato che lega De Vito a Mezzacapo, dando chiara dimostrazione di come le somme confluite nella società Mdl, formalmente riconducibili solo al secondo, siano invece anche del pubblico ufficiale che appare, peraltro, impaziente di entrarne in possesso”. Un ‘format riuscito’ fino ad oggi, spiega il giudice, “grazie alla ‘congiunzione astrale’ e alla spregiudicatezza di chi ritiene, solo perché dotato di astratte credenziali sociali e/o professionali, di potersi muovere liberamente e impunemente in ambiti criminali”. 

Il giro del mondo di Luca Casarini non è ancora finito. A 51 anni l’ex big dei no-global italiani si trova a bordo della nave Mare Jonio della Mediterranea Saving Humans, ha i gradi di capo missione e lancia appelli per far sbarcare in porto i 49 migranti soccorsi il 18 marzo al largo di Lampedusa. Dietro di sé Casarini ha una lunga carriera che lui stesso definisce, nella biografia del suo blog sull’HuffPost, “un caleidoscopio”. Cioè un susseguirsi di immagini, di riflessi e composizioni, tanti sfaccettature di una stessa figura. Un mosaico di esperienze che l’hanno spesso portato al centro delle polemiche.

A guidare le Tute Bianche al G8 di Genova

Casarini nasce a Mestre, la propaggine di terraferma di Venezia, l’8 maggio del 1967. Cresce nel padovano, dove si diploma e si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche senza però mai laurearsi, e dove nel 1999 si candida addirittura sindaco. Alle urne raccoglie meno dell’1,5% dei voti. La politica, quella fatta di voti, tornerà soltanto molti anni dopo: i ‘90 sono il decennio dei centri sociali, che Casarini comincia a frequentare tra Padova e Marghera (nel veneziano).

Poi arrivano le Tute Bianche, il movimento nato a Milano di cui lo stesso Casarini prenderà la leadership. I viaggi, intese come manifestazioni, in tutto il mondo: “Siamo stati – e io personalmente in particolare – a Seattle, a Praga, a Nizza, a Quebec City e ovunque questo movimento si sia espresso”, racconta a settembre 2001 alla Commissione conoscitiva di Montecitorio che cerca di ricostruire l’accaduto a Genova, al G8. Già, perché un mese e mezzo prima, nei giorni dell’estate del 2001 dove la Superba diventa il palcoscenico dei grandi del mondo e della violenza, Casarini è spesso in prima linea come portavoce del gruppo che diventerà poi quello dei Disobbedienti.

La scomparsa e la carriera da “imprenditore ribelle”

Dopo Genova, per qualche tempo, di Casarini si perdono le tracce. Ricompare nel 2009, intervistato da La Stampa: ha appena aperto a Padova una “una società di consulenza su marketing e comunicazioni” chiamata “Nexus 7” perché se “Nexus 6 era il replicante di Blade Runner che si ribella, io sono il numero 7, mi ribello ancora di più”.

Nell’inverno del 2013, i giorni dei Forconi, parla al Fatto Quotidiano: “Gente pericolosa – commenta lui che dodici anni prima prometteva di abbattere il Muro della Vergogna, la linea rossa invalicabile di Genova – Espressione di un blocco sociale di destra che con il detonatore della crisi e il ‘catering’ di tifoserie e neofascisti ha trovato il suo momento di visibilità”.

Quattro anni più tardi, e siamo nel 2017, lo troviamo sul Corriere della Sera: “Non mi ricordo quante denunce ho preso, so che adesso devo essere a casa dalle 22 alle 7 del mattino, e se mi sposto devo avvisare la questura: è il risultato di una sentenza per l’occupazione di una casa a Mestre”, le sue parole.

Nel frattempo però ha di nuovo cambiato vita: si è rituffato in politica, candidandosi senza successo alle Europee del 2014 nella lista L’altra Europa con Tsipras, e si è anche trasferito. Dal 2012 è infatti a Palermo, con due figli, una compagna e uno spazio di coworking da gestire. I progetti di salpare li raccontava a Repubblica un anno e mezzo fa, poco dopo essere diventato membro della Direzione nazionale di Sinistra Italiana, il partito di Nicola Fratoianni: “Chiederò di andare su una nave Ong per salvare i migranti”, raccontava. Missione compiuta, grazie anche a una raccolta fondi che ha consentito di rimettere in acqua un rimorchiatore vecchio quasi cinquant’anni: “Andiamo ad aiutare chi fugge dai campi di concentramento libici”, raccontava lasciando il porto di Palermo. 

Falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia: sono i reati contestati, a seconda delle singole posizioni, a otto militari dell’Arma, coinvolti nell’inchiesta bis sui depistaggi legati al pestaggio di Stefano Cucchi, il geometra di 32 anni morto il 22 ottobre del 2009 all’ospedale Sandro Pertini, sei giorni dopo essere stato arrestato dai carabinieri per detenzione di droga.

L’avviso di conclusione delle indagini, atto che precede solitamente la richiesta di rinvio a giudizio, riguarda tra gli altri il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e il colonnello Lorenzo Sabatino, già responsabile del reparto operativo.

Il 415 bis è firmato dal pm Giovanni Musarò e dal procuratore Giuseppèe Pignatone. Secondo i pm, partì dall’allora comandante del Gruppo Roma Alessandro Casarsa, e poi a cascata a tutta la scala gerarchica dei carabinieri dell’epoca, l’input a modificare due annotazioni di servizio relative allo stato di salute di Stefano Cucchi.

Un uomo di 74 anni, Sesto Grilli, è stato trovato morto, legato e imbavagliato, questa mattina nella sua casa di San Lorenzo in Campo nel Pesarese. La morte potrebbe risalire a domenica sera. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, chiamati da un vicino di casa, che ha notato l’uscio dell’abitazione socchiuso e la luce accesa.

Da quanto si è appreso, il cadavere era a terra e legato a una sedia: con tutta probabilità l’uomo, che era imbavagliato con un nastro adesivo grigio, è caduto nel tentativo di liberarsi. Il corpo dell’anziano, che viveva da solo in un casolare di campagna, è stato esaminato dal medico legale. Le indagini sono coordinate dal pm Letizia Fucci. 
Sol

Il Teatro alla Scala restituirà i 3 milioni già versati dall’Arabia Saudita, mentre il sovrintendente Alexander Pereira resterà al suo posto fino alla naturale scadenza del contratto. Ad annunciarlo al cda è stato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che ha spiegato come la restituzione si sia resa opportuna “in quanto i bonifici non hanno rispettato le regole della donazione”. La decisione di restituire l’importo è stata quindi presa all’unanimità dallo stesso consiglio. “A oggi non sono state approvare altre forme di collaborazione – ha detto Sala – A oggi si torna al punto zero. Noi non abbiamo preclusioni, non c’è una black list. O il nostro governo ci dice ‘con questi non parlate’ oppure” la Scala valuterà di volta in volta i progetti. Restituiamo i soldi, se ci saranno altre possibilità di collaborazione le valuteremo, noi non chiudiamo le porte. Non esiste che diciamo che non parliamo con i sauditi”. Quanto a Pereira, Sala ha detto che “il sovrintendente certamente rimane al suo posto, il mandato scadrà tra un anno, a oggi non è in discussione”.

Il 18 marzo è nato FactCheckEu, progetto che riunisce 19 organizzazioni europee di fact-checking di 13 diversi Stati Ue. L’obiettivo è contrastare le bufale e le false informazioni di diffusione o di interesse europeo, in vista delle imminenti elezioni per il Parlamento europeo. Per l’Italia partecipano LaVoce.info e Pagella Politica, dal 2016 partner di Agi per la sezione di fact-checking.

Il sito del progetto raccoglie gli articoli di fact-checking dei diversi partner, fornisce la loro traduzione in inglese e, il più spesso possibile, anche nelle altre lingue dei partner.

Non solo: FactCheckEu propone anche un canale di comunicazione diretta tra i lettori e tutti gli interessati e chi verifica i fatti. Nella pagina principale, con grande evidenza, è presente una barra di digitazione per chi vuole fare una domanda direttamente ai fact-checkers. Il modello per questo innovativo strumento per avvicinarsi ai lettori è il progetto CheckNews della testata francese Libération.

L’imparzialità del progetto è garantita in primo luogo dal fatto che tutte le 19 organizzazioni che ne fanno parte hanno sottoscritto il Codice dei principi dell’International Fact-Checking Network (Ifcn), che fissa standard elevati di indipendenza e professionalità.

Le 18 organizzazioni coinvolte, oltre a Pagella Politica, raccolgono sia progetti indipendenti sia le sezioni di fact-checking di alcune delle testate più conosciute a livello europeo, tra cui Le Monde, Libération e l’agenzia di stampa AFP.

La lista completa:

  • 20 Minutes (Francia),
  • AFP Factuel (Francia),
  • CheckNews de Libération (Francia),
  • CORRECTIV.Faktencheck (Germania),
  • Les Décodeurs du Monde (Francia),
  • Ellinika Hoaxes (Grecia),
  • FactCheckNI (Irlanda del Nord),
  • Faktograf.hr (Croazia),
  • France 24 Les Observateurs (Francia),
  • TheJournal.ie (Irlanda),
  • lavoce.info (Italia),
  • Lead Stories (Belgio),
  • Maldita.es (Spagna),
  • Newtral (Spagna),
  • Observador (Portogallo),
  • Patikrinta 15min (Lituania),
  • TjekDet (Danimarca),
  • Viralgranskaren (Svezia).
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