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Occupazioni arbitrarie di immobili nella Capitale: il prefetto di Roma adotta il programma degli interventi di sgombero. Lo si apprende da fonti del Viminale. Sono 23 gli immobili della Capitale arbitrariamente occupati, e sui quali gravano pronunce dell’autorità giudiziaria, contenuti nel programma degli interventi di sgombero approvato dal prefetto di Roma, ai sensi dell’art. 31 ter del “Decreto Sicurezza“, e che vanno ad aggiungersi ai 2 immobili per i quali la Prefettura ha già in corso le attività propedeutiche allo sgombero.

In un territorio dove il fenomeno delle occupazioni abusive presenta dimensioni di notevole entità – 82 immobili occupati abusivamente da più di 11 mila persone di diversa nazionalità- con evidenti criticita’ di ordine e sicurezza pubblica, oltre che sociali, è stato posto così un importante tassello per il ripristino di condizioni di legalità e sicurezza, a beneficio di tutta la collettività.

Il Viminale sottolinea che si dà finalmente concretezza alla strategia di contrasto al fenomeno delle occupazioni abusive, si pone un freno all’illegalità, dando esecuzione ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria e una risposta a chi rivendica il diritto di ritornare in possesso dei propri stabili.

Il Piano – al termine di un accurato lavoro istruttorio svolto dalla Prefettura con Regione, Comune e Questura – è frutto della condivisione in Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica delle priorità da tutelare, a salvaguardia dell’incolumità pubblica e privata, dell’ordine e della sicurezza pubblica, tenendo conto delle capacità assistenziali dell’Ente locale a favore delle fragilità. 

Nello specifico, viene dato particolare rilievo, nell’ordine, alle occupazioni ove la mancata esecuzione del provvedimento penale è stata ulteriormente sanzionata con una condanna al risarcimento del danno, alle occupazioni gravate dall’ordine di rilascio dell’autorità giudiziaria cui occorre prestare ottemperanza, a quelle gravate da sequestro preventivo.

Gli sgomberi contenuti nel programma partiranno dalla primavera del 2020, tenendo conto che, nei prossimi mesi, occorre procedere con i due sgomberi già in fase di predisposizione, di cui uno per il quale l’Amministrazione dell’Interno è stata condannata a un cospicuo risarcimento del danno di circa 260 mila euro al mese, con pignoramento dei fondi di 23 milioni di euro, e l’altro per il quale il prefetto di Roma si è già insediato quale Commissario ad acta, a seguito di provvedimento del giudice amministrativo.

Al fine di rendere compatibile l’esecuzione degli sgomberi con le capacita’ assistenziali dell’Ente locale il programma degli interventi è diluito in un arco temporale pluriennale, con una media di quattro interventi l’anno. Fermo restando ogni potere di intervento del prefetto in presenza di situazioni emergenziali, il Piano potrà comunque essere aggiornato in presenza di nuovi provvedimenti dell’autorità giudiziaria o per esigenze di incolumità o di ordine e sicurezza pubblica. 

Se i trasporti a Napoli sono un’opinione, tra luci e ombre di un sistema fragile e devastato dai conti in rosso, e solo in parte sanato per quanto riguarda quelli su gomma da un concordato, la funicolare è da sempre per i napoletani la certezza. Quattro linee monorotaia che con 3 chilometri di binari e 16 stazioni assicurano i collegamenti tra i tre strati della città, i quartieri sul mare, quelli a mezza collina e la parte alta del Vomero e dell’Arenella.

Una certezza che per una parte dei 55 mila utenti giornalieri della funicolare l’estate non sia un buon periodo. La linea della Centrale, la più antica, che risale all’800, il primo agosto 2016 fu sospesa per una manutenzione straordinaria all’impianto mai ammodernato prima; 10 mesi di tribolazioni per studenti, professionisti e casalinghe, ma anche per i turisti che volevano raggiungere Castel Sant’Elmo, la villa Floridiana o il museo di San Martino con la Certosa.

Quella di Mergellina, che collega Posillipo con il lungomare cittadino, anche questa estate come ogni anno ha uno stop dal 30 giugno fino a settembre per carenza di personale. Un situazione che ha generato proteste, come racconta un reportage del quotidiano Mattino, rispetto le quali, sempre dalle colonne del giornale, Nicola Pascale, amministratore unico di Anm, società che gestisce il sistema integrato dei trasporti cittadini, controllata al 100% da Napoli Holding, che è del Comune, ha un’unica risposta: “Il servizio è ridotto per il calo passeggeri, è commisurato all’effettiva domanda”.

Quanto alla navetta bus sostitutiva, il 621, dovrebbe passare ogni 20 minuti ma tarda di frequente ed è spesso talmente affollata da non poter essere utilizzata.

Il sindaco di Napoli, interpellato dall’Agi, fa sapere attraverso il suo portavoce che della situazione trasporti non parla. La I municipalità, ritiene la circostanza di “una gravità inaudita”, come dice il presidente Francesco de Giovanni, ma non ha voce in capitolo. “Come legale dell’Adiconsum partenopeo, ricevo costantemente lamentele da parte dell’utenza che, in buona sostanza, vorrebbe vedersi tutelata, ottenendo se non il rimborso degli abbonamenti o dei ticket acquistati, quantomeno un indennizzo per quanto quotidianamente è costretta a subire. E ne abbiamo avute anche per la funicolare di Mergellina. Purtroppo andiamo anche noi in difficoltà, dal momento che la tutela oggi giuridicamente possibile è minima se non inesistente”, spiega all’Agi l’avvocato Giuseppe Billi.

Nel caso di Anm, difatti, la “Carta della Mobilità prevede al massimo la possibilità di sporgere un reclamo e solo in seconda istanza alla Autorità di Regolazione dei Trasporti. Reclami che comportano solo l’avvio di procedure interne di verifica, ma non prevedono alcun benefit in favore dell’utenza. Piccoli spiragli a tutela dell’utenza potranno vedersi non prima di aprile 2020, allorquando diventerà operativa la class action introdotta dalla legge 31/2019”.

“Stiamo preparando un esposto che presenteremo la prossima settimana su tutti i disservizi del trasporto pubblico locale napoletano, dalla funicolare di Mergellina ai ritardi della Circumvesuviana e gli stop senza motivo della metropolitana”, anticipa all’Agi Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori cittadina. “Napoli ormai è una città di turismo – aggiunge – ed è inaccettabile che non garantisca servizi, non dico ai residenti che magari non vanno in vacanza anche per ragioni economiche ma a chi sceglie di visitare la terza città d’Italia, perché tutto il personale di una azienda va in ferie nello stesso periodo”.

“È fuori di ogni logica che il trasporto sia a scartamento ridotto perché il personale è in vacanza – gli fa eco Giuseppe Ursini, presidente del Codacons Napoli – Anm e Comune hanno una grande responsabilità e dovranno spiegare anche alla Corte dei Conti dove vanno a finire le risorse appostate per le spese di manutenzione di funicolari e metro’ che sono spesso fermi per mancanza di manutenzione. Certo che lo stop della funicolare di Mergellina ha generato proteste, ma solo attraverso i giornali. Gli utenti napoletani non si rivolgono davvero alle associazioni di tutela dei consumatori. Magari ci telefonano, ma poi prevale la volontà di arrangiarsi, e vedi la corsa al taxi collettivo o all’autostop che racconta il Mattino, ma soprattutto la ricerca di percorsi alternativi con le linee bus funzionanti…insomma la rassegnazione tradizionale partenopea”.

“Sì – annuisce Stornaiuolo – la tendenza è a pensare ‘tanto è così che deve andare’, e a cercare una propria soluzione personale”. Dunque non resta che il taxi, o l’attesa, magari giocando per ingannare il tempo qualche numero al lotto: quello della linea del bus che dovrebbe prima o poi arrivare, il 45 che è nella tradizione del tranviere, i minuti necessari per vedere il mezzo spuntare all’orizzonte, o il 10 che indica nella Smorfia l’attesa di una persona viva, per non perdere la speranza.

La conservazione delle specie in estinzione da oggi passerà anche da Wall Street. È questo il progetto nato dalla collaborazione tra la Zoological Society of London e la Conservation Capital: prestiti obbligazionari da 50 milioni di dollari focalizzati sulla salvaguardia dall’estinzione dei rinoceronti di Kenya e Sudafrica. Rhino-bond come, sono già stati ribattezzati. “Nell’ambito del programma – scrive Bloomberg – il bond quinquennale coprirà gli sforzi di gestione di cinque siti in Sud Africa e Kenya dove vivono circa 700 rinoceronti neri, ovvero circa il 12% della totalità di quelli rimasti. Agli investitori saranno restituiti il ​​capitale e un rendimento se il numero di animali aumenta. L’obiettivo è aumentare la popolazione di rinoceronti neri del mondo del 10%.

“Consideriamo questo come un cambiamento nel modello di finanziamento della conservazione”, ha dichiarato Oliver Withers, responsabile della finanza per la conservazione e dell’impresa presso la Zoological Society di Londra. Glen Jeffries di Conservation Capital ha ammesso che i rinoceronti neri sono stati scelti perché sono “numerabili, in pericolo di estinzione e carismatici”; un giro di prova dunque, in attesa di poter applicare questo sistema economico per sovvenzionare altre specie in via d’estinzione e i numeri che riguardano i rinoceronti neri sono effettivamente allarmanti: nel 1970 in Africa ne scorrazzavano circa 65 mila, ad oggi ne sono rimasti appena 5.500.

Ad aggravare la situazione negli ultimi anni anche l’intervento dei bracconieri, interessati a guadagnare dal mercato, soprattutto vietnamita e cinese, legato alla polvere di corno di rinoceronte, che da quelle parti si ritiene possa guarire il cancro e aiutare la virilità maschile.

I destinatari dei fondi posso spendere i soldi ricevuti come meglio credono, l’importante è che fino all’ultimo centesimo venga impiegato per la conservazione della specie. Un esperimento che rientra in quelli che tecnicamente vengono definiti “impact bond”, già utilizzati in passato con ottimi risultati per quanto riguarda il finanziamento per una serie di obiettivi umanitari, dall’educazione delle ragazze nell’India rurale a progetti di pesca sostenibile nelle Seychelles. Adesso bisognerà capire quanto possa risultare vincente l’intervento diretto di Wall Street, ma il meccanismo è semplice: rendere conveniente per i grandi investitori la salvaguardia di una specie.

Dalle prime ore dell’alba sono in corso due operazioni di polizia a Torino e Bologna nei confronti di un’associazione criminale nigeriana di tipo mafioso, da anni insediata in Piemonte ed Emilia Romagna. I provvedimenti restrittivi, emessi dalle Procure di Torino e Bologna colpiscono un elevato numero di appartenenti al culto “Maphite”, molto diffuso e potente, fino ad oggi rimasto all’ombra rispetto alle altre cosche. Tra i destinatari non solo i semplici “soldati” ma anche soggetti che ricoprivano un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione criminale.

In particolare, coloro che decidevano le nuove iniziazioni, gestivano la prostituzione, mantenevano i rapporti di forza con le altre organizzazioni criminali e organizzavano lo spaccio di droga nelle piazze cittadine. L’operazione di polizia ha impiegato più di trecento poliziotti, che in queste ore stanno eseguendo numerose perquisizioni.

Leggi anche: Quanto è potente la mafia nigeriana in Italia (e come fa soldi)

Una vasta operazione internazionale della Polizia è in corso dalle prime ore di questa mattina, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Reggio Calabria, per l’esecuzione di 14 provvedimenti di fermo emessi nei confronti di altrettanti soggetti affiliati alla ‘ndrina Muia, federata alla cosca Commisso di Siderno, accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ovvero al fine di agevolare la ‘ndrangheta.

M5S AVVERTE LA LEGA, COMMISSARIO A RISCHIO DOPO IL NO ALLA VON DER LEYEN
Il vicepresidente dell’Europarlamento Castaldo: con il no hanno violato il patto negoziato da Conte, un loro candidato difficilmente supererà le audizioni. Salvini critica i pentastellati: hanno votato insieme a un minestrone. E sul commissario esclude ripicche: non siamo al mercato. 

GARAVAGLIA ASSOLTO DALLE ACCUSE DI TURBATIVA D’ASTA
Il viceministro leghista era imputato in relazione a un appalto nella sanità per il vecchio ruolo di assessore all’Economia in Lombardia. Cinque anni all’ex vicepresidente della Regione, Mantovani. 

FONDI RUSSI, AL SENATO RIFERIRÀ CONTE IL 24 LUGLIO
Lo ha annunciato il Pd dopo la conferenza dei capigruppo. No di Salvini all’informativa in Aula: non parlo delle fantasie.

ADDIO AL MAESTRO CAMILLERI: IL PAPÀ DI MONTALBANO, HA RACCONTATO LA SICILIA AL MONDO
Lo scrittore e regista aveva 93 anni. Ha venduto 31 milioni di libri e le sue opere sono state tradotte in 120 lingue. Con il commissario di Vigata un successo mondiale anche in tv. Luca Zingaretti: mi hai spiazzato ancora. Mattarella: un vuoto nella cultura italiana. Conte: ha saputo parlare a tutti. Niente camera ardente e funerali privati.

MAFIA: MAXI BLITZ FRA PALERMO E NEW YORK, BLOCCATO IL RITORNO DEI NEMICI DI RIINA
Fra i 19 arrestati anche il sindaco di Torretta. L’indagine coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano ha svelato le connessioni tra Cosa nostra e i clan americani. Nel mirino le famiglie Inzerillo e Gambino. 

INDAGINE ANTITRUST DELLA COMMISSIONE EUROPEA SU AMAZON
Acceso un faro sul colosso dell’online per verificare se abbia gonfiato i prezzi usando i dati dei rivenditori indipendenti. 

INDUSTRIA, A MAGGIO CRESCONO ORDINI (+1,6%) E FATTURATO (+2,5%)
Istat: recuperato il calo di aprile. In termini tendenziali il dato resta negativo, pesa la contrazione del mercato estero. A giugno mercato dell’auto in flessione del 7,9%

A GIUGNO TEMPERATURE RECORD E TORNA IL CALDO AFRICANO PER IL WEEKEND
Il mese scorso 3 gradi sopra la media, solo nel 2003 era stato più bollente. In arrivo un nuovo anticiclone, porterà punte di 34 gradi al centro-nord. Toccati i 21 gradi ad Alert, il luogo abitato più a nord della Terra.

CANNABIS: FERMATA E RILASCIATA RITA BERNARDINI, “MI DOVEVANO ARRESTARE”
L’esponente radicale denunciata dai Carabinieri che le hanno trovato in casa 32 piantine: “Mi lasciano andare per oscurare la mia battaglia antiproibizionista”. 

TENNIS: ADDIO A BEPPE MERLO, INVENTÒ IL ROVESCIO A DUE MANI
Aveva 91 anni. Negli anni ’50 era stato due volte finalista a Roma e semifinalista a Parigi. 

I social creano dipendenza. Chi li usa tutti i giorni lo sa. Diventare schiavi delle notifiche, che avvertono quando qualcuno mette un like o un commento sotto a un post, può diventare una vera ossessione. Per raggiungere questo obiettivo, gli utenti vanno sempre più alla ricerca dell’attenzione e dell’approvazione esterna, contando una per una quelle che vengono chiamate reactions, e ponendo in secondo piano la validità e forza del contenuto proposto.

La prima piattaforma che vuole spezzare questo meccanismo è Instagram. Il social delle foto, di proprietà di Facebook, ha deciso di avviare alcuni test in diversi paesi, compresa l’Italia, togliendo la possibilità di vedere quanti “like” ha ricevuto un post. Si potrà sempre porre la propria approvazione davanti a un contenuto ritenuto particolarmente interessante ma scomparirà la possibilità di vedere quali siano i numeri complessivi raccolti fino a quel momento. Solo la persona che amministra l’account potrà vederli.

Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram ha spiegato qual è il traguardo finale di questi esperimenti: “Vogliamo che Instagram sia un luogo dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere se stessi. Ciò significa aiutare le persone a porre l’attenzione su foto e video condivisi e non su quanti Like ricevono. Stiamo avviando diversi test in più paesi per apprendere dalla nostra comunità globale come questa iniziativa possa migliorare l’esperienza su Instagram”.

L’esperimento di togliere i like ai contenuti era già stato annunciato da Instagram ad aprile durante F8, l’annuale incontro degli sviluppatori del gruppo Facebook. Allora, però, il test era limitato al Canada mentre ora si allarga ad altri contesti, nazioni, community.

Instagram is testing hiding like count from audiences,

as stated in the app: “We want your followers to focus on what you share, not how many likes your posts get” pic.twitter.com/MN7woHowVN

— Jane Manchun Wong (@wongmjane)
18 aprile 2019

 

“Unsocial media”

È Kaspersky Lab ad aver utilizzato questa definizione assai calzante. Le piattaforme social sono diventate sempre più delle vetrine che espongono oggetti anonimi, foto e frasi banali, video costruiti per creare scandalo e scalpore, pose superficiali e molto simili tra loro in cui la socialità, quella vera, è quasi scomparsa e le interazioni che si sviluppano non sfociano mai in discussioni mirate alla crescita degli individui coinvolti.

Il tutto è raccontato bene dai numeri raccolti da Kaspersky in una ricerca fatta qualche anno fa e che mostrava quanto questo meccanismo innato agisca in modo subdolo: il 61% degli utenti intervistati affermava, ad esempio, di stare sui social per sentirsi meglio ma il 57% confessava di non trovare quello che desiderava vedere; solo il 31%, cioè un utente su tre, non si preoccupava del numero di “mi piace” ricevuto quando pubblicava un post; il 24% degli uomini e il 17% delle donne addirittura si arrabbiava se non avesse ricevuto l’attenzione, espressa sempre in like, adeguata alle sue aspettative iniziali.

Poi ci sono altri due dati più preoccupanti. Pur di avere più like le persone mettono in discussione e in pericolo la propria privacy: la propria abitazione (37%), la propria mail personale (31%), lo stato della propria relazione (30%), il posto di lavoro (18%) e così via. Sui social, insomma, c’è tutto quello che ci riguarda. Spesso senza filtri.

Gli intervistati, infine, affermavano che per colpa dei social avevano iniziato a comunicare sempre meno con i genitori (31%) i figli (33%) i partner (23%) gli amici (35%) e i colleghi (34%). Questo accadeva due anni fa. Basta poco per capire che oggi questi numeri non sono affatto migliorati. Da allora le piattaforme hanno provato a trovare soluzioni per limitare questa escalation negativa.

La strada tracciata da Instagram

L’idea di base che sta alla base della decisione di Instagram è molto semplice: far sì che si smetta di pubblicare contenuti, spesso banali e comuni, che possano interessare indiscriminatamente una vasta e sconosciuta platea per concentrarsi maggiormente sulla propria individualità, il proprio modo di pensare e vedere il mondo. Essere apprezzati per quello che realmente si è e non perché si segue un modo di pensare standardizzato dal web e dagli influencer più in vista.

Ma non solo. Non ricevere l’approvazione del web è qualcosa che può generare insoddisfazione e, nei casi più gravi, una vera ossessione. Liberarsi dal giogo dell’astinenza da visibilità può sicuramente giovare alla salute psicofisica degli utenti. Il desiderio di far parte di un “gruppo sociale” ben definito, desiderio innato dell’uomo soprattutto in fase adolescenziale, si è spostato online. È sempre più forte, e in questo caso molto più semplice vista l’assenza di fisicità e immediatezza, la volontà di entrare a far parte di un “gruppo social”.

Poi c’è la questione esca. Ovvero il postare contenuti che servano solo a coinvolgere, nel caso più innocente, o ad aizzare, nel caso più indecente, una ampia comunità di persone verso determinati scopi: politici, economici, ludici. Tutto seguendo quell’istinto intrinseco e innato nell’uomo che, come scriveva Aristotele, è per sua natura un animale sociale. Eliminare la possibilità di vedere quante persone hanno già messo il loro like a questo tipo di post potrebbe essere il primo passo per limitare un fenomeno distorto che è sempre più presente. Anche in Italia.

C’è una frase che mi torna sempre in mente quando si affronta questo tema. È di Alda Merini e suona così: “Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri”. È un pensiero di rara bellezza se applicato al mondo reale. È un grande monito se applicato alle dinamiche che si sviluppano all’interno dei social network. Eliminare il desiderio disperato dell’approvazione altrui non può che essere una buona notizia. Vedremo se l’iniziativa di Instagram, sperando che sia imitata da altre realtà, riuscirà a deformare meno il pensiero, almeno online, di migliaia di utenti. 

Fu un lavoro corale quello che portò, nel 1969, missione Apollo 11 sulla Luna: vi lavorarono decine di aziende e 400 mila persone. Un’impresa che durò 8 giorni, 3 ore e 18 minuti (pari a 195 ore, 18 minuti e 35 secondi). Tra l’agosto 1958 e il luglio 1969, Urss e Stati Uniti eseguirono 73 missioni lunari di cui 41 fallirono. Ma la missione Apollo 11 fu la prima che arrivò all’ambito traguardo: lanciata il 16 luglio 1969 dal Centro spaziale Kennedy di Cap Canaveral alla presenza di un milione di persone, l’allunaggio avvenne il 20 luglio alle 22:56 (ora di Houston, ore 2:56 Gmt del 21 luglio) e il ritorno sulla Terra il 24 luglio.

Il razzo gigante Saturn V – che pesava più di 3000 tonnellate, era alto 110,6 metri e con un diametro di 10,1 metri – riuscì a mettere in orbita verso la Luna 45 tonnellate, il peso totale dei moduli di comando e di servizio dell’Apollo. La navicella coprì 393.309 chilometri per arrivare alla Luna.

Il Modulo di Comando e di Servizio (CSM, Command and Service Module) Apollo – che pesava più di 30 tonnellate – a bordo Neil A. Armstrong, Edwin E. Aldrin e Michael Collins – era costituito dal Modulo di Comando (Command Module, CM) ‘Columbia’ che pesava 6,5 tonnellate, a forma di cono con doppia parete a nido d’ape imbottito di alluminio che rinchiudeva la zona pressurizzata oltre ad un ampio scudo termico sopra la prima parete, consentendo al modulo di resistere al calore.

Lo spazio pressurizzato all’interno del quale i tre astronauti vissero durante la loro missione lunare era di appena 6,5 metri quadri. Il loro contatto radio si chiamava Odyssey. Columbia era il nome scelto in riferimento al romanzo “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne oltre ad essere una figura mitica negli Stati Uniti e forse anche un omaggio al navigatore Cristoforo Colombo.

Nel Modulo di Servizio (Service Module, SM) si trovavano invece tutti gli equipaggiamenti necessari alla sopravvivenza degli astronauti, tra cui il motore di propulsione principale, le fonti di energia, acqua e ossigeno. Lo stemma della missione Apollo 11 era l’aquila reale, con rami d’ulivo nelle sue grinfie, il rapace emblematico negli Stati Uniti.

Il Modulo Lunare (Lunar Module, LM) chiamato Eagle fu quello utilizzato da Armstrong e Aldrin nei pressi della Luna per scendere, soggiornare sulla sua superficie, tornare in orbita e poi,nel Modulo di Comando e Servizio, raggiungere l’astronave Apollo 11 a fine soggiorno. La capsula ‘Eagle’, soprannominata ‘la rana’, era comandata da un computer di 30 chili con un processore di 2,5 MHz, l’equivalente di una calcolatrice tascabile di oggi.

Il piano di discesa – 10 tonnellate – era una scatola ottagonale di 4,12 metri di diametro e 1,65 metri di altezza mentre il piano di risalita di 4,5 tonnellate comprendeva una cabina pressurizzata di 4,5 metri quadri. Il contatto radio era Aquarius. La permanenza nell’atmosfera lunare durò in tutto 21 ore e 36 minuti mentre l’uscita extraveicolare 2 ore e 31 minuti.

Dal sito dell’allunaggio, il Mare della Serenità, Armstrong e Aldrin percorsero un chilometro mentre nel frattempo Michael Collins, il pilota del Modulo di Comando e di Servizio, rimase in orbita lunare. Le tute utilizzate per la prima volta dagli astronauti di Apollo 11 dovevano resistere a temperature estreme, che di notte scendevano a meno 170 gradi.

In tutto i due astronauti raccolsero 21,7 chilogrammi di rocce lunari successivamente esaminate da 150 scienziati di diverse nazionalità. Le pietre lunari di più grandi dimensioni erano dei basalti ricchi in ferro e magnesio cristallizzati tra 3,57 e 3,84 miliardi di anni fa. Per il primo allunaggio la Nasa ha fortemente potenziato i suoi strumenti di trasmissione delle immagini della missione con antenne paraboliche di 64 metri collocate a Goldstone in California e a Parks in Australia, di ricezione dei segnali video emessi dalla superficie lunare.

L’allunaggio e i passi di Armstrong, il primo uomo a camminare sulla Luna, e Aldrin furono trasmessi in Mondovisione, seguiti in diretta da almeno 600 milioni di telespettatori, circa il 20% della popolazione mondiale. Un tasso di ascolto che sarà superato soltanto nel 2011 in occasione del matrimonio tra il principe William e Katherine Middleton, nozze che si tennero sotto gli occhi del 30% della popolazione globale. In tutto 36 emittenti televisive erano presenti nel centro di controllo di Houston, per un totale di .3497 giornalisti accreditati, dei quali 80 italiani. 

Un pusher del Pigneto è stato arrestato dai carabinieri grazie alla collaborazioni di cittadini del quartiere. Nel popolare quartiere diventato uno dei punti nevralgici della movida romana e dove la presenza di spacciatori è marcata

Un video registrato con lo smartphone mostra un uomo spacciare a due giovani è stato condiviso in tempo reale nel gruppo di messaggistica che comprende residenti del Pigneto e forze dell’ordine e ha permesso ai carabinieri della Stazione Roma Casalbertone di arrestare, in pochi minuti, un senegalese di 31 anni.

Acquisito il video, i militari hanno avuto a disposizione un identikit chiaro dello spacciatore, senza fissa dimora e con precedenti, e ne hanno seguito i movimenti in via del Pigneto, dove cedeva le dosi ai suoi ‘clienti’ camminando senza fermarsi mai, proprio per non destare sospetti. Quando lo hanno visto avvicinarsi a dei nuovi clienti, i carabinieri sono intervenuti e lo hanno bloccato, recuperando 4 dosi di cocaina e circa 270 euro in contanti.

In sindaco di Roma, Virginia Raggi consegnerà attestati di benemerenza ai cittadini e rappresentanti delle forze dell’ordine, per l’impegno profuso a favore del ripristino del decoro e della legalitèà fra le strade del quartiere.

Non è lui il capo della “tratta” ma adesso dopo tre anni di carcere si trova rinchiuso al Cie di Caltanissetta. Le accuse rivolte a lui riguardavano a un’altra persona. Pochi giorni fa la Corte d’Assise di Palermo lo ha condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma ne ha disposto la scarcerazione, disponendo il trasferimento Cie di contrada Pian del Lago come previsto dal “decreto sicurezza”.

Il fermo è stato convalidato dal gip nisseno ma venerdì la Commissione territoriale discuterà l’istanza di asilo politico. Si tratta di Medhanie Tesmafarian Behre, un falegname eritreo, detenuto in questi anni con l’accusa di essere Mered Medhanie Yehdego, l’uomo tuttora ricercato per essere stato uno dei capi della “tratta” dei migranti partiti dal corno d’Africa verso l’Europa.

La sentenza emessa lo scorso 12 luglio dalla Corte presieduta dal giudice Alfredo Montalto ha dichiarato “l’inefficacia della misura cautelari disposta nei confronti di Medhanie Tesfamarian Behre, con le erronea generalità di Mered Medhanie Yedhego – si legge nel dispositivo – con ordinanze emesse l’8 maggio 2015 e il 14 marzo 2016, rispettivamente eseguite l’8 giugno 2016 e il 22 novembre 2016, e per l’effetto ordina l’immediata scarcerazione di Medhanie Tesfamarian Behre se non detenuto per altra causa”.

La sentenza lo ha condannato per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” ma ha stabilito dunque il “non doversi procedere nei confronti di Medhanie Tesfamarian Behre” per un serie di reati, tra cui quello di essere a capo di una organizzazione di trafficanti.

“Che l’imputato sia un trafficante di esseri umani viene stabilito dalla sentenza della Corte d’assise che per questo lo ha condannato a 5 anni attraverso le prove raccolte successivamente all’arresto. Per il resto, attendiamo il deposito delle motivazioni”, cosi ha commentato il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi che in questi anni ha supportato l’accusa sostenuta in aula dal procuratore aggiunto Gery Ferrara. Il pm al termine della requisitoria, lo scorso 17 giugno, aveva chiesto la condanna a 14 anni di reclusione e 50 mila euro di multa “per Mered Medhanie Yehdego, alias Tesfamariam Medhanie Berhe”.

Era stato arrestato a Khartoum nel maggio 2016 su mandato della Procura di Palermo in collaborazione con la Nca britannica e la polizia sudanese e fu estradato in Italia a giugno dello stesso anno. Fin dal suo arrivo in Italia l’imputato – anche attraverso il suo legale, l’avvocato Michele Calantropo che ne ha chiesto più volte la scarcerazione – ha invocato l’errore di persona, sostenendo di essere un profugo eritreo, falegname, di nome Medhanie Tasmafarian Behre. E durante il processo i vari testimoni hanno escluso che si trattasse del “Generale” (questo il nomignolo dato al presunto capo della “tratta”).

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