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Aggiornato alle ore 12,30 del 13 settembre 2019.

È stato individuato dalla polizia nella notte, ad Andria, il presunto responsabile del ferimento mortale di Giovanni Di Vito, il 28enne tranese morto in ospedale in seguito all’accoltellamento avvenuto alla periferia della città ieri intorno alle 19. Si tratta di un 50enne di Andria. L’uomo, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, ha colpito Di Vito con una coltellata al petto, durante una lite scoppiata per una mancata precedenza all’altezza della rotonda di via Puccini ad Andria.

Portato al vicino ospedale Bonomo il 28enne è morto in serata. L’aggressione è avvenuta sotto gli occhi della moglie e del figlioletto di Di Vito, che erano in auto con lui, e di decine di passanti. Il presunto omicida sarebbe stato individuato dai poliziotti mentre era ancora nella sua auto, una Mercedes.

Un accoltellamento improvviso per una mancata precedenza a un incrocio. Poi la corsa disperata all’ospedale Bonomo. Il fatto è avvenuto ad Andria, città pugliese di 100 mila abitanti, dopo le 18.30.

La vittima – che guidava una Chevrolet – è morto nonostante i tentativi disperati di salvargli la vita. Troppo il sangue perso, troppo profonda la ferita che ha reciso l’aorta all’altezza del cuore. L’aggressione è avvenuta davanti a decine di passanti. Sono stati loro a soccorrere il malcapitato e trasferirlo d’urgenza al pronto soccorso del locale nosocomio dove è deceduto alle 20.30.

Gli agenti del Commissariato di Andria in collaborazione con la Squadra mobile di Bari, dopo aver esaminato le immagini di una telecamera di videosorveglianza della zona e ascoltato i testimoni oculari, hanno rintracciato nella notte il presunto assassino, ora detenuto nel carcere di Trani. Ha precedenti penali.

L’Italia è sempre meno giovane e sempre meno popolata. Entro 30 anni la situazione peggiorerà. E questo costituirà un grave problema di ordine sociale ed economico.

Il confronto con le ‘sorelle europee’ oggi

Attualmente l‘Italia conta 60 milioni di abitanti, la Francia 65, la Germania 83,5 e l’Inghilterra più di 67.

Lo Stivale ospita una popolazione con un’età media di 45,7 anni. Delle tre sorelle europee solo la Germania fa peggio (45,9 anni). Francia e Inghilterra invece si comportano meglio (rispettivamente 41,5 anni e 40,1 anni).

Il confronto con le ‘sorelle europee’ domani

Nel 2050 i numeri cambieranno, e non di poco. Soprattutto, quelli italiani prenderanno una piega ben diversa rispetto ai dati degli altri tre paesi. Tra 30 anni la popolazione del Belpaese scenderà a quota 54 milioni. Parallelamente, l’età media si alzerà arrivando a 53,6 anni.

E Francia, Germania e Inghilterra? La prima sarà popolata da 67,5 milioni di abitanti con un’età media che si aggirerà intorno ai 46 anni. La seconda sfiorerà gli 80 milioni, di età media di 49 anni. La terza, infine, ospiterà 74 milioni di cittadini, in media di 44,5 anni. Di questo passo, entro la fine del ventunesimo secolo l’Italia avrà perso il 50% della sua popolazione.

La poco felice prospettiva italiana

Sempre più italiani cercano fortuna all’estero. Sempre meno immigrati scelgono l’Italia come loro nuova casa. Sempre meno bambini nascono nel Belpaese. Nel 2018, il tasso di natalità ha qui raggiunto il record minimo di appena 449.000 nascite (il più basso mai registrato dal 1861), come si evince dall’ultimo rapporto annuale dell’Istat.

A ciò si aggiunge il problema dell’invecchiamento della popolazione. La presenza sempre più ingente di anziani implica una richiesta sempre maggiore di assistenza sanitaria. E questa, a sua volta, richiede sempre maggiori finanziamenti. Conseguenza naturale di questo quadro demografico è una forte stagnazione economica.

Essere madre in Italia non è facile

La natalità in Italia non è una questione di scelta ma di necessità, come riporta anche The Local. Le donne non sono attratte dall’idea di diventare madri perché non si sentono tutelate né supportate. Dinamiche ostili come mancanza di opzioni di assistenza all’infanzia, timore di perdere il proprio impiego, e scarsa  disponibilità di scelta degli alloggi rendono poco appetibile l’idea di avere un bambino.

I giovani lavoratori italiani

Una popolazione in continua diminuzione e sempre più anziana implica un decit della forza lavoro. Chiudono le aziende, e quindi le porte a chi desidera (ri)entrare nel mondo del lavoro. La disoccupazione giovanile in Italia ha toccato a luglio 2019 il 29%. E gli aspiranti lavoratori, che qui faticano a trovare un impiego, cercano fortuna all’estero. Questo fa diminuire ulteriormente la popolazione, e il problema demografico si amplifica.

Il nodo dell’assistenza sanitaria per gli anziani

Una popolazione anziana è una popolazione che ha bisogno di assistenza. Con meno italiani residenti e più emigranti in età lavorativa, circa l’80 per cento degli assistenti sanitari in Italia proviene dall’estero. Tuttavia, immigrare verso il Belpaese non è semplice: tra fine 2018 e inizio 2019 l’Italia ha respinto 24.800 richieste di asilo. Quindi non solo la popolazione del paese diminuirà e invecchierà, ma non sarà neanche in grado di fornire cure adeguate ai suoi anziani.

Una soluzione che arriva dalla Finlandia

Una possibile via per evitare di raggiungere questo traguardo poco rassicurante sarebbe rivedere il concetto di ‘vecchiaia’ . Ovvero ridefinire chi è ‘anziano’ e chi non lo è. In Finlandia, un paese che convive con preoccupazioni simili a quelle dell’Italia in fatto di invecchiamento della popolazione, è in corso un dibattito. Il dilemma è: 65 anni è da considerare un’età molto avanzata?

Alcuni esperti sostengono che al giorno d’oggi la vecchiaia dovrebbe iniziare una volta varcata la soglia degli 80 anni. In questo modo gli under 80 sarebbero ancora in grado di essere parte integrante del mondo del lavoro. E, da lavorativi attivi, lascerebbero all’Italia la possibilità di guardare al futuro con speranza.

La Generazione Z non conosce un mondo senza Internet. I più piccoli guardano cartoni sul tablet mentre mamma e papà cenano al ristorante, i fratellini più grandi giocano con lo smartphone, gli adolescenti trascorrono ore a guardare i video degli youtuber. A scuola molta didattica implica l’utilizzo del Web anche in aula. Mentre dal suono della campanella a quello del citofono di casa, i ragazzi lo usano per tenersi in contatto con i genitori. O forse è più vero il contrario. Ma è sano un uso così libero dello smartphone? A che età è giusto darlo ai bambini? Quale nazione lo utilizza in modo più giusto?

Panda Security ha condotto una ricerca negli Stati Uniti in base a questo quesito. Incrociando, poi, i dati Panda con quelli resi pubblici in Italia da Auditel-Censis sugli stili di vita delle famiglie italiane è possibile fare un confronto tra le due nazioni. 

Cosa accade oggi

Negli USA il 40% degli intervistati ritiene che i bambini dovrebbero aspettare fino alla scuola media (11-13 anni) prima di ottenere gli smartphone. Nonostante queste intenzioni ben il 25% dei minori al di sotto dei 6 anni ha accesso a telefoni, di questi la metà trascorre fino a 21 ore alla settimana sui dispositivi.

Le percentuali italiane risultano avere un trend simile a quelli statunitensi. Nonostante i buoni propositi dei genitori che individuano l’età della scuola media come l’età “giusta”, i dati raccolti mostrano una realtà diversa: all’età di 4-10 anni ne sono già in possesso il 12% dei minori, mentre se si considera la fascia 11-17enni l’86,4% dei ragazzi è effettivamente proprietaria di uno smartphone. Infine, il 49,6% dei 4-17enni utilizza in modo esclusivo il proprio cellulare, senza il controllo dei genitori.

Panda Security ha infatti evidenziato come la principale preoccupazione per l’utilizzo dello smartphone risulti essere l’eccessivo tempo di utilizzo e la dipendenza, con oltre il 34%, che teme il cyberbullismo e l’esposizione a nudità e violenza.

Quali problemi

La dipendenza sviluppata in tenera età può condurre ad avere problemi di salute e psicosociali importanti. Panda Security, in collaborazione con American Academy of Pediatrics, ha approfondito gli effetti da uso del cellulare sullo sviluppo cerebrale dei bambini. 

Età 4 – 6 anni: Gli schermi dei dispositivi mobili provocano una sovrastimolazione, producendo dopamina e adrenalina nel cervello, ancora in fase di sviluppo. Questo li rende molto coinvolgenti: tuttavia è importante non rimandare l’apprendimento delle abilità sociali che dovrebbero essere insegnate di persona piuttosto che attraverso uno schermo.

Età 7 – 11 anni: A questa età, i bambini cominciano ad acquisire maggiore indipendenza. Sono a scuola tutto il giorno e partecipano ad attività extrascolastiche dopo la scuola. Questa indipendenza può indurre i genitori a prendere in considerazione l’acquisto di un telefono per restare in contatto con il proprio figlio. Tuttavia questa è anche un’età in cui il bullismo può iniziare a diventare un problema e i telefoni con accesso a Internet e ai social media possono contribuire a creare delle vittime di questi comportamenti.

Età 12 – 14 anni: Il passaggio alla scuola media spesso viene accompagnato da uno smartphone. In termini di crescita cerebrale, questo è un momento in cui gli adolescenti stanno sviluppando abilità come la risoluzione dei problemi, il pensiero critico e il controllo degli impulsi. Se queste abilità sono riscontrabili, probabilmente è un buon indizio della possibilità di introdurre l’uso dello smartphone sotto supervisione.

Nella crescita e nell’educazione di un figlio è pressoché impossibile indicare un’età universale per fare certe esperienze.

7 regole per un uso sano

  1. È essenziale insegnare un utilizzo consapevole del telefono. Ecco 7 regole da seguire
  2. Cominciare con un telefono cellulare senza accesso a Internet.
  3. Non lasciarsi influenzare dall’età in cui altri coetanei del minore lo hanno ricevuto
  4. Creare una serie di regole iniziali sull’utilizzo dello smartphone e stabilire le conseguenze delle eventuali violazioni
  5. Impostare il parental control sul dispositivo.
  6. Controllare il tempo di utilizzo del cellulare nelle Impostazioni del dispositivo
  7. Pianificare delle attività di famiglia prive di tecnologia per stimolare le interazioni umane e apprendimento non digital.
  8. Con i bambini più grandi discutere apertamente dei pericoli degli smartphone.

Gli agenti della Squadra mobile di Roma ed i colleghi del commissariato Viminale stanno eseguendo un’ordinanza di applicazione di misura cautelare interdittiva a carico di 4 persone dipendenti di Metro Roma e Atac. Le accuse, a vario titolo, sono quelle di frode nelle pubbliche forniture e lesioni personali colpose aggravate. L’indagine è quella della procura di Roma sul grave incidente che causò il ferimento di numerose persone alla fermata della metro Repubblica il 23 ottobre 2018, nonché sulle cause che determinarono il guasto alla scale mobili della fermata metro Barberini il 21 marzo 2019.

L’indagine dei poliziotti della Polizia, coordinata dalla procura di Roma, è partita dopo l’incidente alla fermata della metro Repubblica avvenuto il 23 ottobre 2018. Quel giorno 24 tifosi Cska di Mosca che, arrivati nella Capitale per la partita di Champions League contro i giallorossi, rimasero feriti a causa del cedimento improvviso delle scale mobili. Ma non e l’unico guasto. Il 21 marzo 2019, infatti, hanno ceduto le scale mobili della stazione metro Barberini. Tanta la paura, ma fortunatamente nessun ferito.

Da anni, l’acqua pubblica è al centro del dibattito politico.

Già otto anni fa, il 12 e il 13 giugno 2011, gli elettori italiani avevano votato a favore dell’abrogazione di due norme in materia, in due diversi quesiti referendari: uno contro la possibilità di privatizzare la gestione dei servizi idrici, l’altro su un aspetto più complesso, ossia la remunerazione per il capitale investito dal gestore del servizio idrico. Nonostante la vittoria dei “sì” in entrambi i quesiti, da allora poco è cambiato nella gestione dell’acqua pubblica.

Adesso il Programma di governo, pubblicato il 4 settembre 2019 da Movimento 5 stelle, Partito democratico e Liberi e Uguali, dice al punto 22 che «bisogna approvare subito una legge sull’acqua pubblica». Una proposta di legge sul tema – a prima firma di Federica Daga (M5s) – è ferma da tempo in commissione alla Camera.

Ma, ad oggi, come viene gestita l’acqua pubblica in Italia e nel resto d’Europa? Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza.

Come è gestita l’acqua in Italia

Come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, nel nostro Paese le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico.

In base al decreto-legge n. 112 del del 2008 (art. 23-bis, co. 5), la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati.

Secondo i dati di Utilitalia (la federazione che rappresenta la quasi totalità degli operatori dei servizi idrici in Italia), nel 2017 – dati più aggiornati – oltre la metà degli abitanti residenti nel nostro Paese (il 53 per cento) riceveva un servizio erogato da società interamente pubbliche.

Poco più di tre italiani su 10 invece (il 32 per cento) lo riceveva da società miste a maggioranza o controllo pubblico, mentre un 12 per cento direttamente dall’ente locale (la cosiddetta “gestione in house, possibile solo a determinate condizioni, tra cui il capitale interamente pubblico della società affidataria).

Del restante 3 per cento, un 2 per cento della popolazione italiana era servita da società private e l’ultimo 1 per cento da società miste a maggioranza o controllo privato.

E nel resto d’Europa?

Nell’Unione europea, il settore idrico è regolato a livello comunitario  da diverse normative – come la direttiva quadro sulle acque e quella sull’acqua potabile – che delineano un quadro comune europeo, la cui attuazione però poi cambia a seconda dei Paesi.

In sostanza, queste regole comunitarie stabiliscono gli standard di qualità minimi che devono essere garantiti in tutti i Paesi membri. Come raggiungere questi livelli è lasciato alla discrezionalità dei legislatori nazionali.

All’interno del quadro comune di regole europee, di conseguenza, ogni Stato Ue ha le proprie peculiarità. Queste sono state raccolte nel rapporto The governance of water services in Europe, pubblicato a marzo 2018 da EurEau (la Federazione europea dei servizi idrici), che usiamo qui come fonte per vedere qual è la situazione nei principali Paesi europei.

Germania

In Germania, secondo i dati di EurEau, quasi il 40 per cento della fornitura idrica è sotto una gestione pubblica delegata: l’ente pubblico nomina una società controllata direttamente dall’ente pubblico per la gestione della rete idrica, che è di proprietà dello Stato.

Il restante 60 per cento, invece, è sotto gestione privata delegata. Rispetto al caso precedente, la società designata per la gestione dell’acqua non è controllata da un ente pubblico, ma è privata, e attraverso una gara ottiene una concessione con scadenza dopo alcuni anni.

Esiste anche una piccola porzione di acqua gestita direttamente dal pubblico, ma che non arriva neppure all’1 per cento del totale.

Regno Unito

Nel Regno Unito, la gestione dell’acqua cambia tra le singole nazioni.

In Inghilterra e Galles, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione privata diretta: la gestione e, a differenza dell’Italia, anche la proprietà delle reti idriche sono affidate a società private.

Le tariffe, però, hanno dei limiti che sono imposti dalla Water Services Regulation Authority (Ofwat), che è un ente governativo, indipendente, con il compito di controllare e regolamentare l’operato dei privati.

In Scozia e Nord Irlanda, invece, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione pubblica delegata.

Francia

Secondo i dati EurEau, i francesi – così come gli italiani – possono ricevere l’acqua da tre tipi di gestione diversa: gestione pubblica diretta; gestione pubblica delegata; e gestione privata delegata.

Come spiega un approfondimento del Gruppo Hera (che gestisce servizi idrici in alcune regioni italiane), in Francia la gestione dell’acqua è però caratterizzata «da una grande frammentazione» e «a volte nello stesso comune convivono per i diversi settori della filiera soluzioni diverse».

Come in Italia, le reti idriche francesi non possono essere date in proprietà a privati.

Spagna

I tre modelli presenti in Francia sono presenti anche in Spagna, dove il 10 per cento della popolazione riceve l’acqua da reti a gestione direttamente pubblica.

Un 56 per cento degli abitanti è servita con il modello della gestione pubblica delegata, mentre un 34 per cento da società private che hanno ricevuto in concessione la gestione dell’acqua pubblica.

Tiriamo le fila

Ricapitolando: in Italia, Germania, Francia e Spagna le reti idriche sono esclusivamente di proprietà dello Stato e vige un mix tra tre sistemi di gestione: pubblica diretta, pubblica delegata e privata delegata. Solo in Inghilterra e Galles esistono infrastrutture idriche gestite da privati e di loro proprietà.

Conclusione

In Italia le reti idriche sono pubbliche e la loro gestione nella quasi totalità dei casi è in mano al settore pubblico o a società dove il capitale privato rappresenta la minoranza.

Anche negli altri grandi Paesi dell’Europa continentale – Francia, Germania e Spagna – vige un sistema in cui la proprietà è solo pubblica mentre la gestione può essere pubblica, mista o privata. In due nazioni del Regno Unito (Inghilterra e Galles), le reti sono di proprietà privata e gestite da privati, anche se sulle tariffe e le regolamentazioni esiste un controllo da parte dello Stato.  

La Procura Regionale del Lazio della Corte dei Conti ha disposto l’archiviazione del procedimento riguardante il presunto uso indebito da parte dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini di 35 viaggi aerei a bordo di velivoli a disposizione della Polizia di Stato e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

Per la magistratura contabile, che ha trasmesso il fascicolo, per quanto di competenza, alla procura di Roma, “non sono emersi dall’istruttoria elementi sufficienti per sostenere in giudizio una contestazione di responsabilità amministrativa”. Il fascicolo era stato avviato sulla base di alcune notizie di stampa.

Via libera all’unanimità dal plenum del Csm alla delibera sul collocamento a riposo, per raggiunti limiti di età, del pm di Milano Ilda Boccassini. Il magistrato andrà in pensione dall’8 dicembre prossimo.

Boccassini, ex toga di Mani Pulite, è stata tra i magistrati impegnati a Caltanissetta nei processi sulle stragi mafiose del 1992. A Milano, dove è stata procuratore aggiunto, alla guida della Direzione distrettuale antimafia, si è occupata anche di importanti indagini quali quella su Imi-Sir-Lodo Mondadori che coinvolse l’ex ministro della Difesa Cesare Previti, nonché dell’inchiesta a carico dell’ex premier Silvio Berlusconi per il caso Ruby

La segreteria nazionale di Forza Nuova ha dato mandato al proprio ufficio legale di procedere contro Facebook Italia per il reato di diffamazione e per tutti i reati relativi all’attentato alle libertà di opinione commessi a danno del movimento. Lo annuncia una nota del movimento di Roberto Fiore. “Inoltre, l’ufficio legale raccoglierà tutte le richieste per danni avanzate dalle migliaia di persone che hanno visto le proprie pagine di interesse lavorativo cancellate. Il processo penale avrà la funzione di sollevare la questione politica ai pià alti livelli giuridici”.

“Solo allora – annuncia Roberto Fiore leader di forza Nuova – potremo sapere se Roma continua a splendere come faro del Diritto o se l’asse politico-mediatico Fiano-Zuckerberg avrà avuto la meglio anche sui diritti universalmente riconosciuti”. Nel frattempo i vertici del movimento fanno sapere che “sono previste altre dieci manifestazioni in altrettante città italiane per difendere il proprio diritto alla libertà di opinione e di pensiero. Catania, Catanzaro, Caserta, Foggia, Roma, Perugia, Ravenna, Verona, Torino, Milano saranno le dieci città su cui convergeranno i militanti”.

La cronaca quotidiana racconta spesso le storie, drammatiche, di donne che vengono assassinate dai propri mariti, ex, compagni, colleghi, parenti e via dicendo. Al fenomeno è stato dato il nome di “femminicidio” e negli anni recenti è stato raccontato come una delle emergenze dell’Italia.

Andiamo allora a vedere i numeri ufficiali, per inquadrare questo fenomeno.

Quante donne vengono uccise ogni anno

I dati Istat* sul numero di vittime di omicidio volontario arrivano fino al 2017, quando le donne assassinate sono state 115.

È il numero più basso degli ultimi anni: nel 2013 erano state 181, nel 2014 147, nel 2015 143 e nel 2016 137. Negli ultimi cinque anni c’è quindi stato un calo del 36,5 per cento.

Rispetto all’andamento complessivo degli omicidi – passati dai 502 del 2013 ai 368 del 2017 (-26,7 per cento) – il calo di quelli che hanno avuto come vittima una donna è stato più accentuato.

*Percorso: Giustizia penale > Autori e vittime dei delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria  > Sesso, età, cittadinanza / Tipo dato: numero di vittime di delitto / Seleziona periodo: 2013-2017

Le donne uccise nell’ambito familiare

I dati Istat che abbiamo appena visto sono relativi a tutti gli omicidi che hanno come vittime delle donne, ma quando si parla di “femminicidio” di solito si intende l’omicidio che avviene nell’ambito familiare e affettivo della donna (non, ad esempio, se rimane vittima nel corso di una rapina in banca).

Il Ministero dell’Interno fornisce dati aggregati secondo questo criterio nel suo “Dossier Viminale”, che analizza ogni anno l’arco temporale compreso tra il 1° agosto e il 31 luglio. L’ultima edizione copre il periodo 2018/2019 e allora gli omicidi in ambito familiare che hanno registrato delle donne come vittime sono stati 92 (il 63,4 per cento dei 145 omicidi in ambito familiare totali).

Nell’anno precedente (e, quindi, dal 1° agosto 2017 al 31 luglio 2018) le donne vittime di femminicidio sono state, ancora una volta, 92 (il 68,7 per cento dei 134 omicidi in ambito familiare).

Per gli anni precedenti il Viminale non ha aggregato i dati secondo questo criterio, e non ci è dunque possibile risalire più indietro nel tempo.

Un confronto internazionale

Vediamo ora qual è la situazione dell’Italia in un confronto con gli altri principali Paesi europei.

Per fare un confronto internazionale utilizziamo i dati raccolti dal Unodc, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, qui scaricabili (Homicide counts and rates). I dati relativi agli omicidi che hanno come vittime delle donne arrivano, per l’Italia, solo fino al 2016 e sono leggermente diversi da quelli Istat, a causa della metodologia utilizzata.

In ogni caso, per fare una comparazione che non venga viziata dalla maggiore o minore popolisità dello Stato preso in considerazione, guarderemo non al numero di omicidi in valore assoluto ma al tasso di omicidi rapportato alla popolazione.

Nel 2016 l’Italia ha registrato un tasso di omicidi con vittime femmine pari a 0,5 ogni 100 mila persone. Tra i grandi Paesi europei è quello nella situazione migliore, alla pari con la Spagna. Nel 2016, nel Regno Unito il tasso è stato infatti pari a 0,9/100 mila, in Francia a 1/100 mila e in Germania a 1,1/100 mila.

Conclusione

Il fenomeno dei femminicidi, in base ai dati del Viminale, è rimasto stabile negli ultimi due anni. Tuttavia, se guardiamo al totale delle donne vittime di omicidio, in Italia la situazione è nettamente migliorata negli ultimi cinque anni, più di quanto non sia migliorata in assoluto la situazione degli omicidi in generale.

Inoltre l’Italia, insieme alla Spagna, tra i grandi Paesi europei è quello che ha il tasso di omicidi con vittime donne più basso.

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

La qualità del vino italiano? “Sarà tra il buono e l’eccellente. Guardiamo al futuro con ottimismo e fiducia”, risponde con sicurezza il barolista Ernesto Abbona, presidente dell’Uiv, l’Unione italiana vini. “Ci sono differenze tra Comune e Comune, a volte anche tra vigna a vigna — spiega il presidente mondiale degli enologi Riccardo Cotarella — ed è, questo, il risultato del clima che cambia”: da temperato a caldo arido, una situazione che rende decisivo il ruolo degli enologi.

Ma a parte la qualità, che è fondamentale, se non forse tutto, per questo tipo di prodotto, è tuttavia la quantità della raccolta grappoli 2019 che fa da battistrada e che proietta l’Italia sul tetto del mondo. I dati della vendemmia in corso già lo confermano: secondo le previsioni, il Belpaese delle vigne produrrà 46 milioni di ettolitri di vino, 9 milioni in meno dell’anno scorso, pari ad una flessione del 16%.

Dopo l’abbondante vendemmia dello scorso anno le condizioni meteo difficili (in particolare un maggio freddo e piovoso ha rallentato il ciclo vegetativo della vite) la produzione italiana di vino 2019 si è un po’ fermata. Una flessione che tuttavia non rischia affatto di scalfire la leadership produttiva mondiale dell’Italia, se si considera che in Francia e Spagna (gli altri due principali produttori) sono previsti rispettivamente 43 e 40 milioni di ettolitri.

Perciò, se il 2017 era stato un anno terribile tra gelate, grandinate e alluvioni che avevano drammaticamente ridotto la quantità delle uve trasportate in cantina, il 2018 ha consentito invece ai vignaioli di riscattarsi, con una produzione record che ha sfiorato i 55 milioni di ettolitri. Questo 2019 è pertanto l’anno del ritorno alla normalità.

Favorito dall’inverno caldo, la primavera a tratti fredda e piovosa e l’estate siccitosa, in alcune zone, ciò che ha finito con il rallentare la maturazione dei grappoli. E così sono scomparse da regioni come il Piemonte e la Toscana, ad esempio, le vendemmie super anticipate, fatte a cavallo di Ferragosto.

“In un mondo, come quello del vino, popolato da associazioni e sodalizi spesso in contrasto tra loro, per la prima volta uniscono le forze tre capisaldi” si può leggere in un servizio apparso sul Corriere della Sera dei primi giorni di settembre: ovvero Assoenologi, che riunisce più di 4 mila professionisti; Unione italiana Vini, con 500 aziende che rappresentano la metà del fatturato italiano del settore; Ismea, l’ente pubblico che si occupa di ricerca e di credito per le aziende agricole.

Il risultato, alla fine, è che al posto di tre dossier, al ministero dell’Agricoltura e del Turismo ne è stato presentato uno soltanto e per di più congiunto. Si tratta di una mappa che indica, regione per regione, come sarà la raccolta delle uve e cosa ci può aspettare da questa annata: se tutto il vino venisse imbottigliato ci sarebbero la bella cifra di 6,1 miliardi di bottiglie a disposizione della vendita.

Ma per l’annata 2019, è anche la qualità, oltre che la quantità, ad essere assolutamente garantita. “Al momento – spiegano Ismea, Uiv e Assoenologi – lo stato sanitario delle uve raccolte si presenta buono con rari attacchi di peronospora e oidio” (le due principali malattie della vite). Ma “i primi riscontri analitici evidenziano gradazioni alcoliche nella norma, un buon rapporto zuccheri/acidità e un quadro aromatico favorevole” come riporta un analogo servizio pubblicato da Il Sole 24 Ore lo stesso 4 settembre.

Insomma, una vendemmia un po’ meno generosa — si può leggere nel dossier presentato dalle tre associazioni  — che però non preoccupa affatto i vignaioli perché sembra confermare anche per il 2019 la tendenza alla leadership mondiale dell’Italia. E la sua incontrastata tendenza ad essere il “Paese del vino” in assoluto.

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