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Davvero “una parte del Paese vuole convivere con le tangenti”, come spiega il presidente dell’Autorità Anticorruzione, l’Anac, Raffaele Cantone e titola la Repubblica l’intervista al Commessario nella sua edizione cartacea? Tra il vicepremier ministro dell’Interno Matteo Salvini e il Cantone è ormai scontro aperto. Anche ieri il primo è tornato a criticare il secondo: “Basta con i paletti, dopo un po’ le imprese chiudono”. Come se la colpa fosse sua o imputabile alle norme contro la corruzione. Maglia, per altro, tutt’altro che stretta se si considera il dilagare delle tangenti e il crescente e ricco sistema che le governa. Quasi un bollettino di guerra.

Quasi mesto, Cantone confessa al quotidiano che “il fatto che le imprese chiudano preoccupa anche me. C’entrano, però, poco i controlli. I dati dimostrano che gli appalti sono aumentati, a fermare i cantieri è altro…”, dice il commissario che quasi si stupisce per il tenore del crescente fastidio verso le regole e per gli attacchi all’autorità. Però prova anche a darsi una spiegazione: “Credo sia stata fatta passare l’idea che l’Anticorruzione aumenti il peso della burocrazia. Quando domando ‘Perché?’, non mi danno risposte o mi indicano cose che non dipendono da noi. Però così si diffonde il concetto che il problema non sono le tangenti ma l’anticorruzione, come Autorità e come movimento di pensiero. E questo viene usato strumentalmente da chi vuole le mani libere, ma soltanto sui fondi pubblici”.

Pur riconoscendo che il Parlamento ha approvato con lo Sblocca Cantieri “una legge molto rigorosa in materia”, Cantone tuttavia osserva che ciò che lo preoccupa in certi ragionamento è “l’idea che le regole non siano considerate un meccanismo utile per lo sviluppo di una normale società democratica, ma un impedimento”. E secondo Cantone è, questo, “un messaggio lanciato non solo da una parte della politica ma anche dell’imprenditoria e delle associazioni professionali”.

Come nel 2001, con la campagna per la deregulation “e le tante semplificazioni proposte negli anni che non hanno né risolto la lentezza dei cantieri né tantomeno evitato la corruzione, anzi purtroppo l’hanno amplificata”.

Insomma, l’Italia è un Paese che preferisce convivere con il sistema delle tangenti?, chiede l’intervistatore. Alla domanda Cantone risponde che “nel dibattito politico e imprenditoriale sempre più spesso la modalità del fare viene considerata prevalente sul come si fa. Rischia di passare la suggestione, già teorizzata in passato, che con certi sistemi di malaffare si possa convivere. E questa cultura del fare a tutti i costi giustifica il ruolo dei ‘facilitatori’, quelle figure che per superare un problema non mettono in campo soprattutto il bagaglio di relazioni e spesso di rapporti illeciti”.

Secondo il Commissario dell’Anac proprio “grazie a questi ‘facilitatori’, che si muovono borderline in vari mondi, il denaro delle mafie entra nell’economia attraverso un canale che spesso è difficile ostacolare con gli strumenti antimafia. Perché non usano l’intimidazione e la violenza tipiche dei boss, ma le bustarelle. La presenza sempre più massiccia della criminalità organizzata nell’economia si intuisce dall’aumento delle interdittive antimafia. Crescono di anno in anno, anche per una maggiore attenzione delle prefetture del Nord, lì dove prosperano gli investimenti”.

I numeri della corruzione

E infatti in materia di corruzione i dati che provengono dalle statistiche internazionali sono allarmanti. In particolare, in ambito Ocse, l’Italia è ritenuto il Paese con il più alto tasso di “corruzione percepita”, come emerge da una ricerca curata dall’Eurispes resa pubblica lo scorso gennaio. Un dato che sfiora il 90% e “rischia di provocare conseguenze concrete sull’economia nazionale in termini di fiducia nelle istituzioni e nei mercati” secondo il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, quando al Senato ha presentato la relazione sull’amministrazione della giustizia ricordando che “secondo la Banca Mondiale la corruzione costituisce uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo economico e sociale degli Stati, incidendo negativamente sulla crescita in misura stimata tra lo 0,5 ed l’1% annui”.

Tanto che nell’ultima graduatoria di Transparency International, l’Italia è al 69esimo posto, mentre l’85% degli italiani è convinto che “istituzioni e politici abbiano a che fare con la corruzione”. Tanto che l’Istat nel suo ultimo Rapporto sulla corruzione in Italia, secondo il punto di vista delle famiglie, stima che il 7,9% delle stesse “abbia ricevuto richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni nel corso della vita; il 2,7% le ha ricevute negli ultimi 3 anni, l’1,2% negli ultimi 12 mesi”. In tutto, si tratta di 1 milione 742 famiglie. 

Nell’ambito dell’inchiesta ‘Piazza Pulita’ della Procura di Busto Arsizio è stato messo agli arresti domiciliari il sindaco leghista di Legnano, Gianbattista Fratus. È quanto si apprende da fonti investigative. Ai domiciliari anche l’assessore alle Opere Pubbliche Chiara Lazzarini, mentre è finito in carcere  l’assessore al Bilancio e vicesindaco del comune di Legnano Maurizio Cozzi. Tra le accuse contestate anche quella di corruzione elettorale.

Il batterio della Xylella fastidiosa potrebbe diffondersi in tutta Europa. È quanto emerge da uno studio diffuso a Parigi dall’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. Lo studio conferma che attualmente non esiste “alcuna soluzione” per eliminare i batteri nelle colture e considera “cruciali” le misure messe in atto per “controllare” gli insetti che la trasmettono. Alcune esperienze “promettenti” sono in corso di valutazione in Brasile e in Puglia, continua l’Efsa, dove è stato rilevato il batterio per la prima volta in Europa nel 2013.

La Xylella Fastidiosa, considerata uno dei batteri più pericolosi per le piante in tutto il mondo e che causa malattie che possono portare alla morte, è presente principalmente nelle regioni costiere dell’Europa meridionale, ma secondo l’Agenzia ha potenziale di sviluppo nella “maggior parte” delle regioni dell’Unione Europea ad eccezione delle aree di alta quota. “Quasi tutta l’Europa è caratterizzata da climi che possono essere favorevoli alla creazione di Xylella fastidiosa” e le aree del Mediterraneo sono ad “alto rischio”, dice il rapporto.

Negli ultimi mesi, dopo l’Italia, la Francia e la Spagna, sono stati identificati nuovi focolai in Portogallo, afferma lo studio. In Francia, sotto varietà Multiplex Xylella è stato rilevato per la prima volta nel 2015. È presente in Corsica, e la regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, sugli alberi ornamentali e nella macchia mediterranea. Dopo Italia, Francia e Spagna, il batterio è stato identificato per la prima volta in Portogallo quest’anno, in uno zoo nella città settentrionale di Vila Nova de Gaia.

Lo studio dell’Efsa conferma che le piante più colpite sono gli ulivi, in particolare quelli di età superiore a 30 anni, seguiti dagli alberi di mandorla e di agrumi. La pianta più resistente sembra essere la vite, anche se è stata infettata negli Stati Uniti da Xylella fastidiosa.

Se la Terra fosse una casa con muri e soffitto, da oggi dispensa e frigorifero a disposizione dell’Italia per il 2019 sarebbero già completamente vuoti. E per una volta arrivare primi non è un vanto. Siamo solo al 15 maggio e il nostro Paese ha già raggiunto l’Overshoot Day – il giorno del sovrasfruttamento – cinque giorni dopo la media dei vicini europei ma due mesi e mezzo prima di quello ufficiale al livello planetario.

Il campanello d’allarme arriva dall’ultimo rapporto del Fondo Mondiale per la Natura (World Wide Fund for Nature, WWF) e del Global Footprint Network, pubblicato a meno di due settimane dalle elezioni europee. L’Overshoot Day della Terra intera si colloca di solito nel mese di agosto, ma nei fatti ogni anno arriva sempre prima. Nel 2019 quello della piccola Europa è arrivato ben prima, il 10 maggio, e oggi tocca proprio all’Italia.

Non è affatto una buona notizia per ciascuno di noi, ma soprattutto per il Pianeta blu. Vuol dire che lo Stivale ha già esaurito tutte le risorse naturali messe generosamente a disposizione da Madre Terra, ledendo così alla sua biocapacità, non consentendole di avere il tempo necessario per rigenerare gli ecosistemi.  

Che cos’è l’Overshoot Day e come si calcola

L’Overshoot Day si calcola confrontando l’impronta ecologica di ogni singolo cittadino – in questo caso italiano – con la biocapacità, cioè la capacità del Pianeta di rigenerare risorse naturali per ogni suo abitante. Secondo i ricercatori l’impronta ecologica “include le aree biologicamente produttive necessarie a produrre cibo, fibre e legname che la popolazione di quel paese consuma, ad assorbire i materiali di scarto – come le emissioni di CO2 – prodotti per generare l’energia che un Paese utilizza e a sostentare le infrastrutture che il paese realizza”.

Il nostro Pianeta è in grado solo in parte di rinnovare ciò che continuamente gli chiediamo: campi per coltivare cibo e fibre, nutrire gli animali, produrre oli e carburanti; foreste da cui ricavare legname e che sequestrino CO2; pascoli per allevare e produrre carni, latte, pelli e lana; pesci che già peschiamo oltre il consentito, suolo che occupiamo con nuove infrastrutture.

Sono tutte risorse alle quali ogni giorno italiani – e tutti gli altri abitanti del Pianeta – attingono a piene mani per svolgere tutte le attività necessarie alla loro sopravvivenza, dalla produzione di cibo fino alla costruzione di case ed infrastrutture. 

Se i ritmi di consumo degli italiani fossero quelli di tutti gli abitanti del pianeta, avremmo bisogno di 2,72 Terre per soddisfare tutte le nostre richieste. Molto di più del debito che già l’umanità intera sta accumulando, spendendo risorse che non ha, pari alle ricchezze naturali di 1,7 Terre, e che il pianeta non è più in grado di rigenerare.

Chi prima chi poi, ma l’Europa è un cattivo alunno

In base al rapporto WWF- Global Footprint Network, il vecchio continente che ospita appena il 7% della popolazione, sfrutta da solo il 20% della biocapacità terrestre. Dal 1961 al 2016 l’impronta ecologica dei Paesi membri dell’Ue è cresciuta, passando da 1,6 a 2,3 ettari globali (gha). L’impronta ecologica media del singolo residente in Europa è invece diminuita negli ultimi anni, dopo un picco nel 2007, in gran parte a causa della crisi economica.

In ciascun paese Ue, Italia compresa, la voce più costosa nella bolletta dell’impronta ecologica è quella delle emissioni di CO2, seguita dal fabbisogno di suolo e legname della foreste e dalla richiesta di terre da coltivare.

Globalmente il vecchio continente è un cattivo alunno, ma il meno virtuoso tra i 28 è il piccolo e ricco Lussemburgo, che ha consumato le sue risorse a disposizione dopo soli 46 giorni dall’inizio del 2019, esaurite lo scorso 16 febbraio. La Bulgaria è invece la nazione più parsimoniosa, che avrà risorse a sufficienza fino al 22 giugno.

Per l’Italia l’Overshoot Day è proprio oggi, così come dai vicini francesi e in Polonia.

Italiani, popolo di spreconi

In base al rapporto WWF-Global Footprint Network l’impronta ecologica di ogni italiano – l’area necessaria a provvedere a ciò che ciascuno di noi consuma – è di 4,4 ettari globali (gha) mentre la biocapacità che esiste realmente in Italia per ogni cittadino è di 0,9 gha. Nel 2019 ogni abitante dell’Italia sarà quindi in deficit con la Terra di 3,5 gha. Ancora una volta l’Italia fa peggio di altri paesi del Mediterraneo, quali Spagna, Grecia e Portogallo, che raggiungeranno la fatidica scadenza rispettivamente il 28, il 20 e il 26 maggio.

Storicamente la principale incidenza del debito accumulato dagli italiani col Pianeta riguarda il settore dei trasporti e la produzione di cibo, con un consumo troppo elevato di energia, acqua, terreni e foreste. 

Tutte le grandi potenze mettono a rischio la biocapacità

Se l’Europa fosse un unico paese, occuperebbe il terzo posto di questa classifica di cui non c’è da andare fieri. Insieme Cina, Stati Uniti, India, Russia e Brasile hanno la maggiore impronta ecologica del mondo. La Cina ha una impronta ecologica complessiva due volte più alta di quella di Europa e Stati Uniti, ma riportata ai suoi singoli cittadini è in realtà molto più bassa, essendo una nazione molto più popolosa. 

Per le sue foreste, il Brasile ha una delle più alte riserve di biocapacità del Pianeta, ma viene sempre più erosa a causa dalla crescente deforestazione dell’Amazzonia, primo polmone verde del Pianeta, in risposta all’aumento della domanda interne di risorse e sempre meno tutelata dal governo del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.

L’appello #MoveTheDate

Gli autori del rapporto allarmista invitano i singoli cittadini ad un uso più parsimonioso delle risorse naturali utilizzate quotidianamente per riuscire nel 2020 a spostare più in là la fatidica scadenza l’Overshoot Day, lanciando la parola d’ordine sui social #MoveTheDate. Un invito ad agire singolarmente e collettivamente per allontanare la data del “tutto esaurito” della Terra. Una parola d’ordine che sarà sicuramente rilanciata dalla giovane attivista svedese per il clima, Greta Thunberg, e dai milioni di giovani che ai quattro angoli del pianeta aderiscono ai suoi ‘Fridays For Future’. A cominciare, speriamo, da quelli italiani, uno dei gruppi più numerosi e attivi sulla scia di Greta. 

Accogliendo la richiesta della procura, il gip del tribunale di Catania ha archiviato la posizione del comandante Marc Reig Creus e del capo missione Ana Isabel Montes Mier della nave dell’Ong spagnola Proactiva Open Arms indagati per associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina per lo sbarco a Pozzallo (Ragusa), nel marzo 2018, di 218 migranti soccorsi al largo della Libia.

Resta pendente alla procura di Ragusa il fascicolo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violenza privata. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore distrettuale Carmelo Zuccaro e dai sostituti Fabio Regolo e Andrea Bonomo: in quell’occasione dispose il sequestro della nave perchè, “l’obiettivo primario era salvare migranti e portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente”.

Veniva contestato a Open Arms il “rifiuto di consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica” e che, “nonostante la vicinanza con l’isola di Malta, la nave proseguì la navigazione verso le coste italiane, come era sua prima intenzione”. L’Ong si è sempre difesa sostenendo di avere agito “in stato di necessità per salvare vite umane”. Il sequestro della nave fu convalidato dal Gip di Catania, ma soltanto per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il fascicolo, per competenza, fu trasferito alla procura di Ragusa che reiterò la richiesta di sequestro della Open Arms, rigettata il 16 aprile scorso dal Gip Giovanni Giampiccolo. La stessa Procura di Ragusa nello scorso dicembre ha notificato ai due indagati un avviso di conclusione indagine individuando come parte lesa il ministero dell’Interno. 

Aggiornato e corretto alle ore 15,00 del 14 maggio 2019.

“Antonio ci credeva e lo faceva per passione in modo ‘pulito’, con entusiasmo e riusciva sempre a motivare, argomentare ogni suo pensiero con senso critico, costruttivo. Lo dimostrava nell’impegno e dedizione verso il suo lavoro. Sempre”.

Il 15 maggio Antonio Megalizzi avrebbe compiuto trent’anni, ed a raccontare le sue passioni, senza retorica e con la voglia di restituirne la reale grandezza dei suoi sogni, sono i genitori Domenico e Anna Maria, la sorella Federica e la fidanzata Luana Moresco.  

Quell’11 dicembre Antonio era a Strasburgo per seguire l’assemblea plenaria del Parlamento europeo da volontario di Europhonica, primo format radiofonico universitario internazionale che segue le attività dell’Europarlamento. Il giorno della tragedia stava passeggiando nell’area dei mercatini quando, Cherif Chekatt, l’attentatore ucciso dalle forze speciali, gli ha sparato. 

Le parole dei familiari di Antonio rivelano quanto sia stato generoso e altruista nel dedicarsi sempre a chi chiedeva il suo aiuto, la sua conoscenza delle scienze umane e sociali, pronto a partire seduto in un pullman per conoscere e studiare sotto l’egida delle politiche europee. La sua voce era lo strumento per raccontare un’Europa diversa da chi la vorrebbe frammentata e incapace di ragionare come un’unica entità politico-economica: uno dei giovani radio-conduttori di Europhonica collegata a RadUni, l’associazione che riunisce le radio universitarie italiane.

“Amava la radio fin dai tempi del liceo e diceva sempre: ‘perché non mi hanno fatto nascere prima?’, sapendo come la radio fosse stata in passato un mezzo di comunicazione fondamentale – spiegano Federica e Luana – (con le quali Antonio aveva anche un ruolo di tutor nel creare progetti da condividere insieme, ndr), e si confrontava con i telegiornali di tutte le reti e ogni media per non farsi influenzare. Era un convinto pluralista dell’informazione”.

Antonio era attento a tutto e Luana racconta che “quando ho conosciuto Antonio era così attento alle parole tanto da aver perfino seguito a teatro un corso di dizione per parlare correttamente alla radio, e nel 2017 aveva anche iniziato un master in Studi Europei e Internazionali con l’intento poi di andare a vivere a Bruxelles. Ha fatto tutto questo per il giornalismo italiano”.

La sua meticolosità lo portava a “produrre il giornale radio delle sei di mattina prima di andare a lezione in facoltà e, appena conclusa, partiva per Rovereto. In radio dove faceva di tutto: speaker, autore, direttore artistico e commerciale, praticamente ogni ruolo complementare che potesse servire all’azienda.  Mai sazio di conoscenza, si era iscritto alla Magistrale a Trento con l’intento di comunicare meglio il lavoro dell’Unione Europea – spiegano entrambe Federica e Luana –, anche attraverso i social, per fornire a tutti gli strumenti per una più approfondita comprensione di una realtà complessa. Rispondeva ai commenti cercando di riportare dati oggettivi in un’epoca segnata dalla disinformazione e si dedicava ogni giorno a spiegare anche cosa fossero le fake news”.

La disinformazione sull’Europa era una delle sue più grandi amarezze. “Ne parlavamo spesso di quanta disinformazione e falsificazione delle notizie circolino soprattutto sui social come Facebook”.

“Antonio rispondeva personalmente a tutti, anche se non era della stessa idea. Scriveva delle mail per segnalare quando leggeva qualcosa che non corrispondeva alla realtà dei fatti. Per lui era un’esigenza inderogabile e ci spingeva ad essere migliori e fare sempre meglio”.

Nelle parole dei familiari anche qualche ricordo personale. “Dormiva cinque ore per notte e ricordo che si era preso un giorno libero da impegni per ripetere insieme a me lo studio per un esame – racconta la sorella Federica. A lui bastava un caffè per andare avanti per ore.  Anche quando siamo andati in montagna due giorni – prosegue Luana – ha trovato il tempo, oltre a lavoro e studio, per leggere un libro per piacere personale. Per lui la cultura non doveva essere una mera necessità accademica, bensì un bisogno vitale.

Per Antonio era importante la conoscenza e, nonostante avesse una vita frenetica, continuava ad informarsi 24 ore su 24 senza mai cedere alla stanchezza. Creava nuovi format e progetti da realizzare. In passato è riuscito ad ottenere 48 crediti in un mese e mezzo in vista della laurea triennale, continuando a dedicarsi al lavoro e alla scrittura”.

L’eredità di Antonio diventerà una Fondazione, mirata a ricordarne soprattutto l’impegno e lo studio. “La Fondazione non dovrà solo ricordare Antonio ma il suo intento deve essere quello di portare avanti i suoi progetti promuovendo formazione e informazione. Crediamo – spiegano i familiari – Crediamo in una scuola capace di formare uno spirito critico autonomo e consapevole dove ognuno possa esprimere le proprie idee in modo costruttivo. Ci dobbiamo impegnare a pensare di più, perché Antonio ci avrebbe detto di riflettere e di pesare le parole ogni volta prima di parlare. La scuola rappresenta il luogo di partenza per perseguire questi obiettivi ed è per questo motivo che la Fondazione si propone di collaborare soprattutto con il mondo scolastico ed accademico, in modo da accrescere la responsabilità civile e sociale dei giovani”.

Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, intervistato dal quotidiano la Stampa, il 12 maggio ha dichiarato che “il disagio si concentra nei grandi centri urbani. Lei sa quanti senzatetto sono certificati nella sola Roma? Diciassettemila su un totale nazionale di almeno cinquantamila”.

È un’affermazione che contiene una premessa corretta e due dati, uno giusto e uno sbagliato. Vediamo i dettagli.

Il disagio nelle grandi città

L’Istat ha pubblicato un rapporto nel dicembre 2015, contenente dati riferiti al 2014, intitolato “Le persone senza dimora”. Qui si legge che solo tra Milano e Roma vive il 38,9% dei senza dimora in Italia. Se a questa percentuale aggiungiamo quella di alcune altre grandi città italiane – Palermo (5,7%), Firenze (3,9%), Torino (3,4%), Napoli (3,1%), Bologna (2%) – si arriva vicini al 60%.

A livello generale poi, secondi i dati Istat, il 62,5% dei senzatetto vive in aree metropolitane e un ulteriore 32,6% in città con una popolazione compresa tra i 70 mila e i 250 mila abitanti. Appena il 4,1% vive in comuni capoluogo con popolazione compresa tra i 30 mila e i 70 mila abitanti, e lo 0,8% nei comuni periferici delle aree metropolitane.

Dunque è vero che il disagio si concentra soprattutto nei grandi centri urbani, come dice Tridico e come rileva anche la Caritas nel suo rapporto di fine 2018 sul fenomeno delle persone senza dimora.

I dati non sono particolarmente recenti, ma quello dell’Istat è l’ultimo censimento che è stato fatto su questa materia. Anche i rapporti più recenti stilati da altre istituzioni continuano ad attingere lì i dati.

Abbiamo contattato Walter Nanni, responsabile dell’ufficio studi di Caritas italiana, che ci ha confermato quanto sopra detto e ha aggiunto che «la situazione, probabilmente, è comunque rimasta molto simile negli ultimi anni, il fenomeno non è aumentato molto. Al massimo potrebbe esserci stato un aumento delle presenze straniere con gli arrivi di richiedenti asilo e migranti in Italia degli ultimi anni».

Gli stranieri, stando al citato rapporto Istat, nel 2014 rappresentavano già il 58,2% del totale.

Quanti vivono in Italia e quanti a Roma?

Ma veniamo ai due dati citati da Tridico, su quanti senzatetto vivono a Roma e in Italia.

Secondo l’Istat, nel 2014 vivevano in Italia 50.724 persone senza dimora. Quindi il dato citato da Tridico è corretto.

A Roma, sempre secondo l’Istat, nel 2014 vivevano 7.709 senzatetto. La capitale è la seconda città per numero di persone che vivono in questa condizione, dietro a Milano che ne ospita 12.004.

Il secondo numero citato da Tridico dunque, secondo la stessa fonte da cui proviene il primo numero – corretto – citato dal presidente dell’Inps, è sbagliato: a Roma i senza dimora sono intorno ai sette-ottomila, e non diciassettemila.

Come si legge nel già citato rapporto della Caritas di fine 2018, «una ricerca condotta precedentemente (DI CENSI, 2013), che includeva anche le situazioni di cosiddetto “barbonismo domestico” e quanti vivono in insediamenti non idonei – immobili abbandonati, accampamenti informali, roulotte, bivacchi in strada ecc. – aveva stimato un numero [di senzatetto che vivono a Roma n.d.r.] molto più alto, tra 14.000 e 16.000 individui».

Anche prendendo in considerazione questi numeri non si arriva ai 17 mila citati da Tridico, anche se ci si avvicina. Ma l’operazione sarebbe metodologicamente sbagliata, perché i 14-16 mila citati dalla Caritas non sono solo senzatetto in senso stretto, ma anche persone che hanno una casa ma vivono in condizione di “grave emarginazione” o che vivono comunque in alloggi non idonei. Considerando questa diversa definizione, non sarebbe più corretto il totale di 50 mila citato da Tridico.

Per ricapitolare, se è vero che in Italia vivono circa 50 mila persone senza fissa dimora, non è vero che più o meno un terzo di queste (17 mila) vivano a Roma. Nella capitale vive – secondo il rapporto dell’Istat – il 15,2% del totale, cioè circa 7.700 persone.

Conclusione

Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha ragione nel sostenere che il fenomeno dei senzatetto sia concentrato soprattutto – anche se non solo – nelle grandi città. Corretto poi il numero complessivo di persone prive di dimora che vivono in Italia: erano 50 mila nel 2014 e probabilmente i numeri non sono cambiati in maniera drastica, secondo quanto ci hanno riferito dalla Caritas.

Sbaglia invece Tridico nel quantificare i senzatetto che vivono a Roma: sono meno di 8 mila e non 17 mila. Nella capitale infatti non vive un terzo dei senzatetto in totale, ma poco più del 15%.

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2019-05-14 10:02:29 UTC
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Il disagio si concentra nei grandi centri urbani. Lei sa quanti senzatetto sono certificati nella sola Roma? Diciassettemila su un totale nazionale di almeno cinquantamila
Pasquale Tridico
Presidente dell’Inps
 

Intervista alla Stampa
domenica 12 maggio 2019
2019-05-12

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Si aprirà oggi, martedì 14 maggio, al Tribunale di Lecco il processo contro una presunta killer di gattini. La 41enne milanese residente a Lecco è accusata di aver ucciso 2 gatti e di averne maltrattati altri tre. L’Enpa si costituirà parte civile ricordando come la donna deve rispondere non solo dei reati di uccisione e maltrattamento di animali, ma anche di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. “A nostro avviso le prove raccolte a carico della 41enne sono schiaccianti. Naturalmente restiamo in attesa dell’esito del dibattimento, tuttavia – ha dichiarato l’associazione in una nota – auspichiamo una condanna esemplare e che T.A non venga ammessa al beneficio delle attenuanti”. 

Il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, e il pubblico ministero Alessandra Russo hanno convalidato il sequestro probatorio della nave Mare Jonio, della Ong Mediterranea, sbarcata venerdì a Lampedusa dopo avere salvato 30 migranti in acque libiche.

L’ufficio diretto da Luigi Patronaggio ha ratificato il provvedimento adottato su iniziativa della Guardia di finanza, ritenendolo necessario – sottolineano fonti della procura – per eseguire alcuni accertamenti sull’imbarcazione.

Gli inquirenti contestano al comandante e all’armatore della Mare Jonio il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e due violazioni del codice della navigazione.

Si tratterebbe, comunque, allo stato, di un sequestro necessario per proseguire le indagini e accertare i fatti. La procura invece non ha convalidato il sequestro preventivo della nave, eseguito sempre lo scorso venerdì, sempre su iniziativa della Guardia di Finanza. 

L’aver respinto l’ipotesi di sequestro preventivo è “un aspetto importante”, sottolineano dalla Mediterranea saving humans, perché “la Guardia di finanza, su input del Viminale, intendeva usare il ‘preventivo’ per bloccare la Mare Jonio e impedirgli definitivamente di reiterare il reato”.

La scelta della procura, secondo la Ong “è orientata dalla necessità di accertare i fatti e dunque di verificare attraverso un’indagine se vi sia o meno un reato”. 

Da leggersi in questo senso anche “la scelta di iscrivere nel registro degli indagati solo il comandante e il capo missione, e non l’intero equipaggio come pretendeva il Viminale. Come sempre noi siamo pronti a fornire ogni elemento utile per accertare la verità, certi di avere sempre rispettato il diritto e i diritti, oltre che la dignità della vita umana, al contrario di chi, da posizioni istituzionali, si rende complice della morte in mare o della cattura e della deportazione di donne uomini e bambini verso i lager di un paese in guerra come la Libia”.

 

Cinque persone accusate della rapina e dell’omicidio di Anna Tomasini, 89 anni, sono state arrestate dai carabinieri della stazione Casilina. La donna era stata aggredita nella notte tra domenica e lunedì scorsi nella sua casa in zona Montesacro, a Roma ed era morta il giorno dopo in ospedale a causa dei traumi riportati.

I cinque arrestati sono cittadini bosniaci provenienti dai campi nomadi romani di Villa Gordiani e via Salviati, si apprende da fonti investigative. Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri della stazione Casilina e dalla polizia.

Dopo la rapina i malviventi erano scappati in macchina facendo perdere le loro tracce. I cinque fermati sono accusati a seconda delle posizioni di rapina e omicidio.

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