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Erano legate tra loro con nastro adesivo da pacchi le gambe trovate ieri sera all'interno di un secchione di viale Maresciallo Pilsudski a Roma. Lo si apprende da fonti investigative. Al setaccio, da subito, i bidoni dell'immondizia della zona per cercare le altri parti del corpo che finora non sono state ritrovate. Sulla vicenda indaga la Squadra Mobile. Al vaglio della Polizia anche le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza del quartiere che potrebbero aver ripreso il responsabile. Dal primo accertamento medico legale sembra si tratti di gambe di una donna. Sarà, comunque, l'esame autoptico a fornire ulteriori elementi: come il dna della vittima o eventuali impronte digitali lasciate dall'assassino. Ancora da chiarire lo strumento utilizzato per tagliarle all'altezza dell'inguine. Non si esclude che possa trattarsi di un'ascia oppure di una sega. E' di questo momento la notizia che ci sarebbe un sospettato. Secondo quanto si è appreso, l'uomo sarebbe in queste ore interrogato in Questura. Sulla vicenda sono in corso indagini della squadra mobile di Roma diretta da Luigi Silipo. La procura ha aperto un'indagine per omicidio.
realizzato da: Mariacristina Massaro/AGF / AGF

Due gambe, sezionate all'altezza dell'inguine, all'interno di un cassonetto della spazzatura. E' l'agghiacciante scoperta fatta intorno alle 20 di ieri sera, in viale Maresciallo Pilsudski a Roma di fronte al galoppatoio, da una giovane che rovistava all'interno del contenitore. Gli arti apparentemente sembrerebbero appartenere ad una donna. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Polizia Scientifica per i rilievi di competenza. Sul caso indaga la Squadra mobile. Viale Pilsudski è la strada che unisce i quartieri Flaminio e Parioli e costeggia l'Auditorium e Villa Glori.

Il fatto avvenuto almeno un giorno prima

Secondo la ricostruzione della Mobile – scrive La Repubblica.it –  gli arti (legati da nastro adesivo per pacchi) sarebbero, però stati gettati la notte precedente, a giudicare almeno da un iniziale stato di decomposizione. Un elemento che potrebbe consentire di individuare l'autore del delitto che gli inquirenti avrebbero già capito essere un uomo.

Esiste un video dove si vede un uomo

Esiste un video, ripreso da una telecamera del palazzo, che ritrarrebbe un uomo aggirarsi intorno a quel cassonetto. Gli inquirenti stanno analizzando le immagini. "Secondo quanto si è appreso, il resto del corpo non c'era. Le gambe probabilmente sono state tagliate con un'accetta. Un uomo sarebbe stato visto allontanarsi dal cassonetto nella notte di lunedì. Forse parte della targa della sua auto è risultata leggibile da una prima analisi delle immagini. Un uomo sarebbe stato infatti ripreso da una telecamera di un esercizio commerciale".

Interrogatorio in Questura

Secondo il Messaggero in queste ore sarebbe in corso in questura l'interrogatorio di uomo che potrebbe essere un sospettato o anche soltanto un testimone.

Due precedenti simili

Il Corriere della Sera ricorda i precedenti, altri casi simili avvenuti nella capitale. "Nell’agosto del 2015, fu trovata un’altra gamba tagliata di netto, sotto il ginocchio che affiorò dal fiume Aniene sempre a Roma. Sul polpaccio c’erano un paio di tatuaggi: 'S.S. Lazio' e 'Oggi è un bel giorno per morire'. Tracce che portarono, dopo un paio di giorni, all’identificazione dell’arto. Dalle indagini, venne fuori una storia di regolamento di conti collegato al mondo dello spaccio e della droga nella malavita di San Basilio, in cui Gabriele Di Ponto, ultrà della Lazio con precedenti per rapina, ebbe la peggio. Non fu mai ritrovato il resto del corpo. Ma di macabro ritrovamento ce ne è stato anche un altro nell’aprile del 2011. Un camionista si fermò col suo mezzo mentre si trovava in zona Porta Medaglia all’Ardeatino incuriosito da un fagotto notato lungo la strada. Quando si rese conto di quello che aveva trovato, allertò le forze dell’ordine: il busto di una donna con le braccia ma senza gambe e testa. A nulla servì per identificarla, l’anello che portava e lo smalto rosso con dei dadi disegnati. Il giallo della donna mutilata è ancora senza soluzione e il suo assassino a piede libero".

Due gambe, sezionate all'altezza dell'inguine, all'interno di un cassonetto della spazzatura. E' l'agghiacciante scoperta fatta intorno alle 20 di ieri sera, in viale Maresciallo Pilsudski di fronte al Galoppatoio, da una giovane che rovistava all'interno del contenitore. Gli arti apparentemente sembrerebbero appartenere ad una donna. Sul posto sono intervenuti gli agenti della Polizia Scientifica per i rilievi di competenza. Sul caso indaga la Squadra mobile. 
Orrore a Roma a due passi da piazza Euclide, scrive l'edizione online del Messaggero. "All’interno di un cassonetto per l’immondizia sono stati trovati i resti di un cadavere sezionato: due gambe probabilmente tagliate con una sega e poi occultate nel contenitore di metallo. Il ritrovamento agghiacciante l’ha fatto una ragazza, ieri sera, su un tratto di viale Maresciallo Pilsudski, all’altezza di Villa Glori. La giovane è stata colta da malore quando ha realizzato cosa c’era nel cassonetto ed ha dato subito l’allarme. Sul posto è arrivata la polizia che sta procedendo per le indagini". 

"Siamo ancora sotto il tunnel ma vedo la luce". Così il ministro dell'Interno Marco Minniti, nel corso della tradizionale conferenza stampa di ferragosto che si è svolta al Viminale. Gli sbarchi dei migranti nel mese di luglio si sono più che dimezzati, passando dai 23.552 del 2016 agli 11.459 del 2017. Il trend sembra confermarsi anche ad agosto – ha detto il ministro. Come è stato per i Balcani, anche nel «Mediterraneo centrale e occidentale l’Europa deve affrontare la sfida unita e mettendo in campo risorse adeguate perché si è dimostrato che attraverso una azione coordinata è difficilissimo ma non impossibile» risolvere i flussi dei migranti. Secondo Minniti «siamo ancora sotto il tunnel, è lungo, ma per la prima volta io incomincio a vedere la luce alla fine del tunnel. Non so se sono troppo ottimista» ma l’auspicio è che si possa affrontare i flussi con "l'impegno, il coordinamento, la passione civile di un grande paese".

Il ritorno dell'ambasciatore italiano al Cairo segna una distensione importante tra due Paesi troppo vicini e con troppi interessi in comune per mantenere congelate a tempo indefinito le proprie relazioni diplomatiche, entrate in crisi in seguito all'omicidio, rimasto senza colpevoli, di Giulio Regeni. Ancora non si sa chi fossero e quali informazioni cercassero coloro che, il 3 febbraio del 2015, abbandonarono, in un fosso nella periferia della capitale egiziana. il cadavere del giovane ricercatore italiano, martoriato da giorni di torture. La decisione della Farnesina giunge però in risposta a un atteggiamento più collaborativo degli inquirenti del Cairo, che hanno inviato nuovi atti alla Procura di Roma. E la vicenda non smette di far discutere il Paese. C'è chi, soprattutto alla sinistra dello spettro politico, ritiene l'invio al Cairo di Giampaolo Cantini, nominato ma mai insediatosi, come un'offesa alla famiglia di Regeni, che non ha mai smesso di chiedere "tutta la verità". E c'è invece chi plaude a una ritrovata "realpolitik", al necessario riavvicinamento a un Paese che gioca un ruolo fondamentale nello scacchiere libico (il presidente al-Sisi è uno dei principali sostenitori di Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk). Un dibattito che si riflette nei commenti, di segno assai differente, pubblicati dai principali quotidiani.

Repubblica: "Il governo non si è assunto la responsabilità politica"

Sul fronte di chi critica la scelta del ministero degli Esteri troviamo La Repubblica che, in un articolo firmato dal direttore Mario Calabresi, parla di una decisione che "non può che lasciare stupiti e provocare amarezza". "Perché dalla verità siamo ancora distanti ma soprattutto siamo lontanissimi dalla possibilità di avere giustizia", prosegue Calabresi, "la sensazione è che ora tutto possa passare in secondo piano, che la morte di Giulio Regeni sia diventata di intralcio agli interessi nazionali.

"Tenere l’ambasciatore a Roma era considerato come il modo più efficace per fare pressione sul regime di Al Sisi. Il governo ha cambiato idea. Si può comprendere il perché", osserva ancora Calabresi," E qui entra in ballo l’interesse nazionale, che ancora una volta porta in Libia. Cercare di gestire la situazione libica e i flussi migratori senza avere rapporti diretti con l’Egitto — che è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie — è come giocare con un braccio legato. La nostra assenza al Cairo è stata sfruttata a fondo dai francesi e si capisce l’urgenza di porre rimedio. Ma allora perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché non avere il coraggio di assumersi la responsabilità politica del gesto? Dire con chiarezza: abbiamo bisogno di un ambasciatore in Egitto che agisca nel pieno delle funzioni per gestire la situazione libica. Spiegarlo alla famiglia e agli italiani. Non venderlo come un modo per accelerare la verità".

Per Il Fatto è "sfregio a ferragosto"

Ancora più duro Il Fatto Quotidiano che parla di "sfregio a ferragosto" e si concede come 'lead' "pagare moneta, vedere cammello". La testata diretta da Marco Travaglio ricorda la netta contrarietà della famiglia Regeni, che ha parlato di "resa incondizionata", afferma che "a oggi, dopo 18 mesi, non c'è stata alcuna vera svolta e parla di un "procedimento preso sulla fiducia". Il Fatto riconosce comunque che "rispetto all'8 aprile, quando il governo Renzi decise di ritirare l'allora ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, di strada ne è stata fatta parecchia. Sembrano lontani i tempi in cui sembrava di sbattere contro un muro di gomma, con i vertici istituzionali, al-Sisi compreso, impegnati a creare una serie di assurde spiegazioni, dal banale incidente stradale alla pista omosessuale".

La Stampa: "Un atto di responsabilità, era ora"

"C'è una sola vera spiegazione alla decisione del governo italiano di inviare l'ambasciatore al Cairo: l'Italia fa sul serio in Libia", sostiene invece Stefano Stefanini su La Stampa, in un editoriale intitolato "Realpolitik in versione mediterranea". "Era ora", scrive Stefanini, "la decisione, coraggiosa sul piano interno, è soprattutto un atto di responsabilità di politica estera. Stiamo imparando la lezione della realpolitik – ed è un valore aggiunto alla nostra credibilità internazionale ed europea". Sul caso Regeni "non facciamoci troppe illusioni", avverte La Stampa, è probabile che la controversia continui. Dovremo riuscire a gestirla separatamente dal resto dei nostri rapporti con l'Egitto – come fanno tutti i Paesi che fanno politica estera seria". Un punto di vista condiviso dal Messaggero che titola "Cairo, torna l'ambasciatore. Mossa per trattare in Libia" e sottolinea come l'invio di Cantini sia funzionale soprattutto a "riavviare il dialogo con Khalifa Haftar nel tentativo di normalizzare la situazione libica".

Sul fronte della Realpolitik anche il Corriere della Sera. "L'Egitto è troppo importante perché il nostro Paese potesse ancora rinunciarce ad avervi rapporti anche a livello di ambasciatori", osserva Maurizio Caprara, "il governo di Paolo Gentiloni ha deciso di allontanarsi da una rotta di collisione che non avrebbe dato risultati positivi, se mai ci saranno, neppure sull'jnquietante buco nero del caso Regeni".

"Non criminalizziamo la solidarietà. Questa campagna di accuse contro le Ong non porta lustro". Lo dice all'AGI Regina Catrambone, l'imprenditrice italo-americana co-fondatrice di Moas, Ong che in queste ore, è salpata nuovamente per dirigersi verso le aree Sar del Mediterraneo e continuare la sua missione umanitaria di salvataggio dei migranti. Una missione che intende continuare con la determinazione che l'ha sempre caratterizzata, da quando ha iniziato l'attività di soccorso nel 2014.

'Non siamo amati, non lo siamo mai stati'

"All'epoca – ricorda Regina Catrambone – c'erano solo la Guardia Costiera e Mare Nostrum, la più importante missione militare umanitaria svolta. E l'ha fatta l'Italia. L'Italia che per me, meriterebbe il Nobel per la pace per tutto quello che ha fatto nel soccorso ai migranti". Non avete paura, dopo che altre Ong, come Medici senza frontiere e Save the children, hanno sospeso le loro operazioni per timore di azioni ostili della Libia? "E perchè? Non c'è motivo", risponde Regina Catrambone, che spiega: "Lo sappiamo bene che quell'area di mare è difficile e abbastanza pericolosa. Non prendiamoci in giro. Lo abbiamo sempre saputo. Quello è un mare di conflitto, la sicurezza non c'è mai stata. Non capisco ora dove sia il problema. è scontato che è difficile lavorare lì. Noi del Moas siamo sempre stati attenti, abbiamo lavorato con disciplina e ordine e con moralità. Il nostro personale ha sempre saputo che ci sono dei rischi. Noi non siamo armati, non lo siamo mai stati e siamo apolitici. Per noi il clima non è cambiato".

'Il nostro motto sarà sempre: nessuno merita di morire in mare'

E Moas, sottolinea Catrambone, "ora, a maggior ragione, deve continuare ad assistere le persone perchè se qualcuno volesse partire, non ci sarebbe nessuno pronto a soccorrere e le persone morirebbero tutte. Il nostro motto è e sempre sarà: nessuno merita di morire in mare".

Scheda: Navi Triton al posto delle Ong, l'idea del Viminale

 La co-fondatrice di Moas ricorda che l'organizzazione "è stata la prima a firmare il Codice di condotta. Perchè – rimarca – abbiamo dato piena fiducia all'Italia, porta dell'Europa. E questo, per noi è un principio apolitico. Continuiamo ad andare avanti nello spirito iniziale della nostra missione, ovvero, tenere alta l'attenzione dell'Europa su quanto accade nel Mediterraneo. Quando parliamo della questione migranti, non dobbiamo parlare solo dell'Italia ma dell'Europa tutta. Altrimenti resterebbe solo un caso italiano. Ricordiamoci invece che l'Italia è una frontiera dell'Europa".

'Se venissero date loro vie alternative non morirebbero in mare'

Regina Catrambone sottolinea che Moas "non ha mai puntato il dito contro altri, ha sempre cooperato con tutti. Francamente – dice – non capisco tutto questo turbine mediatico che si è creato. I veri attori di tutto non siamo noi Ong, non siamo noi ad aver bisogno di attenzione ma le persone, quelle che rischiano di morire in mare. Se a loro venissero date vie alternative al mare, non morirebbero. Se ci fossero altre vie, ovviamente legali, tutto questo non accadrebbe.

Noi abbiamo accolto l'appello di Papa Francesco e dell'Italia che non voleva essere lasciata sola". Regina Catrambone ribadisce quindi che la "solidarietà non deve essere criminalizzata: sulle Ong è stato detto di tutto. Ma c'è un vento xenofobo che non mi piace, che soffia negli Usa e in Europa. La solidarietà non va fatta morire insieme alla misericordia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di sostegno e – conclude – dobbiamo fermare fermare questa campagna di criminalizzazione contro le Ong e questo vento xenofobo che non ci rappresenta". 

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