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Una ragazza di 19 anni, residente a Livorno, è morta poche ora fa in una discoteca di Sovigliana (Firenze), nell’empolese. Il sostituto procuratore Fabio Di Vizio, giunto sul posto per un sopralluogo assieme ai carabinieri, ha disposto l’autopsia, che dovrà chiarire, assieme agli esami tossicologici, le cause del decesso.

L’ipotesi più probabile è l’assunzione di stupefacenti e alcolici. La ragazza, Erika Lucchesi, ha accusato un malore intorno alle 4. Alle 4.13, secondo quanto riportano i siti di quotidiani locali, è partita una chiamata al 118. Ma i tentativi di rianimazione nella discoteca sono stati vani. Alla discoteca è arrivata anche la madre della giovane, che alla notizia ha accusato un malore. 

La discoteca in cui è avvenuto il decesso della giovane è il ‘Jaiss’, ubicato nel comune di Vinci ma vicinissimo a Empoli, locale di musica ‘techno’, molto in voga negli anni ’90, che proprio ieri sera aveva riaperto dopo un periodo di stop. La procura di Firenze ne ha disposto il sequestro probatorio. È in corso, da parte dei carabinieri e del reparto scientifico, una ricostruzione della serata della ragazza, anche attraverso le immagini delle telecamere del locale, e attraverso le testimonianze degli amici che hanno passato con lei la nottata nel locale.

Un agente di polizia penitenziaria in congedo è stato ucciso a colpi di pistola mentre era alla guida della sua auto a Lamezia Terme, in Calabria. Il corpo è stato trovato dai carabinieri della Compagnia Sambiase. Si indaga sul movente dell’agguato che dalle prime indagini non sarebbe riconducibile alla criminalità organizzata.

È morto all’alba il bambino di tre anni di Caramagna Piemonte, nel Cuneese, colpito da un vaso mentre giocava nel cortile della sua abitazione. Le condizioni del piccolo, che ha subito danni al torace e all’addome, eranoapparse subito gravi e a nulla è servito l’intervento d’urgenza a cui è stato sottoposto ieri. Sull’episodio indagano i carabinieri, che stanno cercando di ricostruire l’accaduto e individuare eventuali responsabilità.

Ha cercato di sgozzare la compagna, che voleva lasciarlo dopo aver scoperto che undici anni prima aveva ucciso una donna. La polizia di Torino ha arrestato un tunisino di 36 anni, Mohamed Safi, già in carcere per avere assassinato nel giugno 2008, a Bergamo, la 21enne Alessandra Mainolfi, uccisa con due coltellate all’addome. Per quel reato Safi era stato condannato a 12 anni di reclusione, dopo che il pm aveva chiesto 15 anni.

Ieri notte, intorno all’una, Safi e la vittima, una donna torinese di 43 anni con cui si vedeva da sei mesi, si trovavano su un bus in corso Giulio Cesare, nella periferia nord della città. L’uomo, recluso al carcere “Lorusso e Cutugno”, era in permesso di lavoro, un provvedimento che gli ha consentito di svolgere l’attività di cameriere in uno bistrot del centro, facendo ritorno al penitenziario alle due di notte. La vittima aveva chiesto a Saif un incontro per chiudere la storia, dopo che su internet aveva scoperto il motivo della sua carcerazione.

Appena scesi dal bus, l’uomo ha afferrato una bottiglia rotta nel tentativo di sgozzare la donna, che per fortuna aveva il collo coperto da una grossa sciarpa. Con ferocia, l’uomo ha inferto numerosi colpi al viso della 43enne procurandole profondi tagli al viso, tali da renderla irriconoscibile. Alla scena hanno assistito alcuni passanti, che hanno costretto l’uomo a fuggire via. La stessa vittima, gravemente ferita ma cosciente, ha indicato agli agenti elementi utili a identificare l’aggressore.

Said è stato bloccato pochi metri dopo, in via Leini’, completamente ricoperto di sangue e con ferite al volto provocate da una caduta avvenuta durante il tentativo di fuga. La vittima, subito soccorsa, è stata trasportata in ospedale e a breve verrà trasferita al Maria Vittoria per un complesso intervento di chirurgia maxillo-facciale.

Al momento dell’arresto Saif non ha detto nulla. Al contrario di undici anni fa, quando subito dopo avere ucciso Alessandra Mainolfi, aveva chiamato le forze dell’ordine dicendo “ho ucciso il mio amore”.

Prosegue il calo del numero di sacerdoti e suore cattoliche nel mondo, soprattutto in Europa, mentre aumentano i vescovi. Secondo i dati forniti da Fides, Il numero totale dei vescovi nel mondo è aumentato di 36 unità, raggiungendo quota 5.389. Anche quest’anno aumentano sia i vescovi diocesani che quelli religiosi. I Vescovi diocesani sono 4.116 (26 in più), mentre i vescovi religiosi sono 1.273 (10 in più).

Mentre il numero totale dei sacerdoti nel mondo è diminuito anche quest’anno, raggiungendo quota 414.582 (-387). A segnare una diminuzione consistente ancora una volta è appunto l’Europa (-2.946) cui si aggiunge quest’anno l’Oceania (-97). Gli aumenti si registrano in Africa (+1.192), America (+40) e Asia (+1.424). I sacerdoti diocesani nel mondo sono diminuiti globalmente di 21 unità  raggiungendo il numero di 281.810, con una diminuzione, anche quest’anno, in Europa (-2.048), maggiore rispetto al passato, cui si aggiunge l’Oceania (-36).

Gli aumenti si registrano in Africa (+959), America (+404) e Asia (+700). I sacerdoti religiosi sono diminuiti in complesso di 366 unità, confermando la tendenza degli ultimi anni, e sono 132.772. Consolidando la tendenza degli ultimi anni, crescono in Africa (+233) e in Asia (+724), diminuiscono in America (-364), Europa (-898), Oceania (-61). I diaconi permanenti nel mondo continuano ad aumentare, quest’anno di 582 unita’, raggiungendo il numero di 46.894. Si conferma anche la tendenza alla diminuzione globale delle religiose, di 10.535 unità, come l’anno precedente. Sono complessivamente 648.910.

“Amareggiata” e “delusa”. Sono i sentimenti che invadono il cuore e la testa di Fabiana Raciti, la figlia dell’ispettore di polizia, Filippo Raciti, ucciso il 2 febbraio 2007, nei disordini scoppiati nel giorno del derby Catania-Palermo. Aveva solo 40 anni. Per quel delitto è stato arrestato e condannato Antonino Speziale, che al tempo dei fatti era minorenne; dal 2012 è recluso nel carcere di Caltanissetta e tornerà in libertà nel 2021. Mercoledì sono apparsi all’alba, nelle strade di Palermo, diversi striscioni con la scritta “Speziale innocente”. Lo scorso 22 settembre un analogo striscione era stato piazzato sulla cancellata dello Stadio “Renzo Barbera”, subito rimosso dalla Digos che indaga sull’episodio.

(Filippo Raciti, foto MARCELLO PATERNOSTRO / QUESTURA DI CATANIA / AFP)

Atti che portano la firma del Centro sociale Anomalia, che ha organizzato per oggi anche un dibattito sulla “storia di una ingiusta detenzione”. Striscioni, iniziative, dice Fabiana all’AGI, che sono “un’offesa alla memoria di mio padre, un servitore delle istituzioni morto nell’adempimento del dovere”. Un mese fa Fabiana si è laureata alla facoltà di Giurisprudenza con una tesi dedicata al padre, dal titolo: “Sicurezza ed eventi sportivi: dal Trattato 218 del Consiglio d’Europa al Caso Raciti”.

“Ciò che mi preoccupa – aggiunge la giovane – è l’alleanza fra Palermo e Catania, tifoserie da sempre contrapposte che probabilmente hanno fatto un patto di non belligeranza, magari contro la polizia…”. Fabiana lancia un appello: “Non ci deve essere un altro caso Raciti. Anch’io pensavo che fossimo molto più avanti, ma ora sono delusa. Ritengo davvero grave quanto sta accadendo, perché si inneggia a un condannato ormai in via definitiva, ed è senza ombra di dubbio un un modo per attaccare la polizia”.

Ma l’impegno degli onesti e dei non violenti non si può fermare. Cosa è possibile fare ancora a favore dello sport sano? Fabiana Raciti risponde risoluta e convinta, chiedendo un atto di responsabilità collettiva: “Oggi, più che mai, è necessaria una cooperazione fra tutti coloro che organizzano e partecipano agli eventi: le società sportive, i gruppi dei tifosi, le autorità. Solo con una cooperazione più efficiente si possono superare le difficoltà. E poi bisogna fare di più nelle scuole, attraverso la formazione delle giovani generazioni. Certi gesti negli stadi sono il frutto di una sottocultura strisciante”.

Al suo fianco in questa battaglia, la mamma, Marisa Grasso: “Per me è stato ed è difficile parlare di questo fatto. Sono passati tanti anni… è stato complicato crescere i miei figli in questo clima. Ma non dobbiamo fermarci”.

Antonino Speziale è stato condannato in via definitiva a 8 anni per resistenza aggravata a pubblico ufficiale e omicidio preterintenzionale dell’ispettore capo di polizia Filippo Raciti, negli scontri al Massimino durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007.

Condannato ad altri sei mesi di detenzione per avere assistito a un allenamento del Catania mentre era sottoposto a Daspo, il ‘fine pena’ è previsto per l’aprile 2021. L’ultrà, che all’epoca dei fatti era minorenne e ha compiuto 30 anni a luglio, è detenuto dal 14 novembre del 2012 nel carcere di Caltanissetta. L’altro imputato dell’omicidio di Filippo Raciti è Daniele Natale Micale, condannato a 11 anni per lo stesso reato. Attualmente è in semilibertà per buona condotta dal dicembre del 2017.

La scarcerazione di Speziale è stata chiesta da alcune delle frange più controverse delle tifoserie ultrà, come una parte di quelle del Napoli, sospettate di essere infiltrate dalla camorra, come ha dimostrato l’episodio della maglietta con la scritta ‘Speziale libero’ indossata dal pregiudicato Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a carogna’, in occasione dell’incontro di Coppa Italia Fiorentina-Napoli, all’Olimpico di Roma.

Un clima di forte tensione, a seguito del ferimento del tifoso napoletano Ciro Esposito che mori’ in ospedale il 3 maggio 2014, dopo 50 giorni di agonia. In queste settimane a Palermo, all’esterno dello Stadio e in alcune strade, sono apparsi diversi striscioni con la scritta “Speziale innocente”, iniziativa sostenuta dal centro sociale Anomalia.

Un bambino di 6 anni è caduto dalla tromba delle scale a scuola questa mattina alle 9.45 a Milano. L’istituto scolastico ‘Pirelli’ di via Goffredo da Bussero, nella parte nord della città. Le sue condizioni sono gravi. Il bambino è stato soccorso in codice rosso dal 118 e portato al Niguarda.

La Procura di Milano indaga per lesioni colpose: il pm di turno, Stefano Ciardi, sta svolgendo accertamenti sui presidi di sicurezza nella scuola. Il piccolo ha riportato un gravissimo trauma cranico e si trova in prognosi riservata.

L’Italia è frammentata e divisa in tema di capacità di gestire e arginare le calamità naturali. A scattare questa fotografia è stato un gruppo di ricerca del Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), dopo aver elaborato un nuovo indice di resilienza ai disastri. Lo studio, dal titolo “Constructing a comprehensive disaster resilience index: The case of Italy” , ha analizzato 8092 comuni italiani, misurando la loro capacità di resistenza alle catastrofi. 

 “La nostra ricerca si sviluppa nell’ottica di fornire un quadro conoscitivo più completo e dettagliato della capacità di rispondere alle calamità su base geografica, in Italia. Sta poi alle istituzioni muoversi nella direzione giusta, collaborando a diversi livelli e coinvolgendo i portatori di interesse”, ha sottolineato all’Agi Mattia Amadio, uno dei quattro autori dello studio, attualmente ricercatore al CMCC e dottore di ricerca in Science and Management of Climate Change all’Università Ca’ Foscari.

Negli ultimi anni, i rischi legati alle calamità naturali sono aumentati a causa di diversi fattori, tra cui l’urbanizzazione non pianificata, la crescita demografica, il degrado degli ecosistemi e dei servizi ad essi connessi e, non ultimo, il cambiamento climatico. “L’Italia – si legge nel report – è altamente esposta ai rischi naturali: capire come la resilienza è distribuita sul territorio italiano è cruciale al fine di assegnare risorse adeguate per far fronte alle calamità”.

Quali sono gli strumenti per gestirle e limitarne i danni?

“Come racconta chiaramente la storia delle catastrofi italiane, il nostro è un paese soggetto principalmente a calamità di tipo idrogeologico (alluvioni fluviali, inondazioni costiere, flash-floods, frane e smottamenti) e geologico (terremoti, eruzioni vulcaniche). L’Italia è il primo beneficiario del Fondo Europeo di Solidarietà, che aiuta gli stati colpiti da emergenze a far fronte ai danni da calamità naturali”.

Questo significa che le catastrofi naturali si presentano più frequentemente nel nostro Paese?

“Non necessariamente, piuttosto indica una scarsa capacità di anticipare e prevenire il disastro, e di far fronte ad esso. Le ragioni di ciò sono molteplici, e come indica il quadro Sendai, il primo passo per far fronte ai disastri è capirli: solo conoscendo gli elementi in gioco si può pensare di preparare una risposta adeguata”.

Cos’è il Quadro Sendai?

“Il Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di catastrofi 2015-2030 (Sendai Framework) è il primo importante accordo dell’agenda di sviluppo post 2015. È stato approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite in seguito alla terza conferenza mondiale sulla riduzione dei rischi di catastrofi (WCDRR 2015) tenutasi a Sendai (Giappone) nel 2015. Il piano contiene sette obiettivi e quattro priorità d’azione”.

Quale è il suo fine?

“È un accordo volontario e non vincolante di 15 anni in cui si riconosce che lo Stato ha il ruolo principale di ridurre il rischio di catastrofi, ma anche che la responsabilità dovrebbe essere condivisa con altre parti interessate, compresi il governo locale, il settore privato e altre parti interessate. Il suo obiettivo è ‘la sostanziale riduzione del rischio di catastrofi e delle perdite di vite umane, mezzi di sussistenza e salute e delle risorse economiche, fisiche, sociali, culturali e ambientali di persone, imprese, comunità e paesi'”.

Lo studio analizza il tema della resilienza alle catastrofi della nostra Penisola. Ma che cosa si intende per “resilienza”?

“Con resilienza si intende la capacità di far fronte alla calamità, e di ritornare allo stato “normale” precedente ad essa. Nella nostra ricerca, la resilienza è stimata come somma di due componenti principali: la capacità di risposta alla calamità a breve termine (coping capacity) e la capacità di adattamento ad essa sul lungo termine (adaptive capacity)”.

Quali sono gli indici di cui vi siete serviti per condurre lo studio e trattare i dati ottenuti?

“Non esiste un metodo condiviso da tutti per misurare la resilienza. Oltre alle questioni teoriche, principalmente legate alla scelta degli indicatori, ci sono anche questioni metodologiche, ovvero come questi indicatori vengano combinati assieme per fornire un’unica misura. Metodi diversi possono portare a risultati finali anche assai diversi. La nostra ricerca è innovativa perché supera questi problemi esaminando diverse opzioni nella composizione dell’indice e fornendo infine una rappresentazione geografica unica a scala municipale, in modo tale che i responsabili amministrativi a tutti i livelli possano utilizzarla”.

Come avete ideato l’indice di resilienza alle catastrofi?

“L’abbiamo costruito tenendo conto di diversi elementi, tra cui accesso ai servizi, capacità economica, qualità delle istituzioni, condizioni abitative e densità di popolazione, coesione sociale, istruzione, ma anche stato ambientale e protezione degli ecosistemi. Abbiamo confrontato questo risultato con l’indice di vulnerabilità sociale precedentemente prodotto da ISTAT, e fornito una misura delle differenze tra le due rappresentazioni. Esse concordano nella maggior parte dei comuni, ma alcune aree mostrano differenze degne di nota”.

Per esempio?

“Sia l’indice di vulnerabilità sociale che l’indice di resilienza ai disastri evidenziano il divario Nord-Sud, dovuto principalmente a differenze economiche, istituzionali e di istruzione, ma si può notare una certa variabilità anche all’interno delle stesse regioni. I due indici mostrano invece discrepanze marcate localizzate principalmente in Lombardia, Trentino, Sardegna, Basilicata e Puglia.

Bassi punteggi di resilienza alle catastrofi sono localizzati in zone montane o di collina e sono in larga parte dovuti alle difficoltà di accessibilità ai servizi di risposta alle emergenze (ospedali e vigili del fuoco). Spesso in studi simili vediamo utilizzato il GDP come principale indicatore legato alla resilienza. Noi, invece, volevamo porre l’accento sul fatto che i fattori geografici possono influenzare la resilienza, così come la influenzano la capacità economica dei comuni, la coesione sociale e la solidità istituzionale. Se non si considerano tutti gli aspetti di un fenomeno, si rischia di trarre conclusioni sbagliate. Per questo è necessario confrontare modelli basati su approcci diversi (sensitivity analysis). Ciò aiuta a valutare la robustezza dell’informazione fornita al decisore”.

5Stelle e Italia viva di Renzi si preparano a una battaglia di emendamenti in Parlamento per cambiare la legge di Bilancio. Tra grillini e Conte adesso è scontro aperto, su più fronti. Ma anche tra le truppe di Renzi il premier non gode di un elevato gradimento e popolarità. Ma l’ordine in questa momento è di non attaccarlo frontalmente. Tregua armata in un quadro politico in movimento, perché sembra profilarsi all’orizzonte un asse Renzi-Di Maio. E la manovra potrebbe essere il banco di prova e il terreno sul quale far valer e le proprie reciproche posizioni. A partire dal “caso contanti”, Quota 100 e sugar tax. Intanto sul fronte turco, Erdogan sembra aver accettato sembra aver accettato le pressioni Usa per una tregua per il cessate ilo fuoco entro 5 giorni.

 

CORRIERE DELLA SERA

Emendamenti: la manovra è sotto assedio

Renziani e M5S vogliono cambiarla in Aula. Scontro su contanti, quota 100 e sugar tax

 

LA REPUBBLICA

120 ore per non morire

Trump e Erdogan uniti per imporre la resa ai curdi: tregua per consegnare le armi e andare via, poi i turchi avanzeranno

I leader del Rojava replicano all’ultimatum: pronti a rispettare il cessate il fuoco, ma non abbandoneremo il nostro popolo

La denuncia: “Attaccano con napalm e bombe al fosforo”. Ankara: non è vero

 

LA STAMPA

Erdogan cede agli Usa: è tregua

Intesa con Pence e Pompeo: 5 giorni di “cessate il fuoco”. I curdi andranno a 20 chilometri dal confine

 

IL SOLE 24 ORE

ArcelorMittal, cade lo scudo dell’immunità Blitz del M5S

Il caso Taranto. Accordo nella maggioranza: la norma sarà stralciata dal decreto salva-imprese

No comment dell’azienda L’allarme dei sindacati: alibi ad Arcelor per andar via

Su Whirlpool governo studia una sorta di golden power per fermare la cessione

 

IL MESSAGGERO

“Tagli Irpef dalla lotta all’evasione”

Manovra, Conte avvisa Di Maio: “Non ci sarà un altro Cdm”. Barricate di M5S e renziani

Scontro su contante, partite Iva e carcere agli evasori. “Tasse green”, risolta delle imprese

 

LIBERO QUOTIDIANO

L’Italia si ribella 

In piazza contro gli aguzzini Domani tutto il centrodestra sfilerà per dire no a una manovra che mette tanti piccoli balzelli e toglie le detrazioni a chi denuncia quel che guadagna. Salvini, Berlusconi e Meloni insieme

 

IL FATTO QUOTIDIANO

Ecco chi ci ruba 170 miliardi di euro all’anno

211 di economia “nera”, 60 di tangenti, 110 di evasione (84 Irpef da imprese e autonomi, Ires, Iva, Irap, 6 Irpef da lavoro dipendente)

 

IL FOGLIO

Boris trova l’accordo con l’Ue sulla Brexit. Ora fuori la lavagna: si va ai Comuni

Compromessi e flessibilità: così il pragmatismo ha vinto nel negoziato tra Londra e Bruxelles.

I dettagli e i calcoli I voti di 19 laburisti

 

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Manovra, ultimi fuochi

Conte stoppa Di Maio E Londra e Bruxelles s’accordano su Brexit

 

IL GAZZETTINO

“Io e la mafia: vergogna e paura”

Parla uno degli imprenditori veneti vittime delle cosche: “Omertà? No, ero terrorizzato”

“Non volevo apparire come quello che non paga, che non ce l’ha fatta. Ed ero minacciato”

 

LA NAZIONE

Partite Iva, rivolta nella maggioranza

Di Maio e centrodestra contro la manovra: “Autonomi e giovani nella morsa del fisco”. Cuneo, chi ci guadagna

 

IL MATTINO

Quota 100 svuota i Comuni, i vigili spostati negli uffici

Amministrazioni in tilt per la fuga dei dipendenti. Napoli, anagrafe in ginocchio

Manovra, tagli Irpef dalla lotta all’evasione. Conte a Di Maio: non a un altro Cdm

 

IL SECOLO XIX

“La nuova Banca Carige non lascerà la Borsa e punterà sul territorio”

Prima intervista con i tre commissari dopo il via al piano di salvataggio “Basta gigantismo, guardiamo a piccole e medie imprese e famiglie”

 

IL TEMPO

La fregatura dell’accordo di Malta

Migranti. La strombazzatissima intesa con la Ue sulla redistribuzione è un danno per l’Italia

Se in vigore, costretti a prenderne il doppio di quelli arrivati. Suicidio per far dispetto a Salvini

 

C’è il caso dell’amministratore delegato di una società britannica che ordina di eseguire immediatamente un bonifico a sei zeri verso una società ungherese, senza spiegare perché. Oppure c’è Mark Zuckerberg che dice con voce tranquilla che con i suoi social network ha il controllo totale delle nostre vite. E poi c’è Matteo Renzi, che in un ‘fuorionda’ fa pernacchie e gestacci al capo dello Stato.

Questi casi hanno almeno tre cose in comune: la prima è che sono situazioni inverosimili e la seconda è che qualcuno ha creduto fossero situazioni reali, facendosi molto male almeno nel primo dei casi elencati; la terza è che sono deepfake, video e audio creati con strumenti di intelligenza artificiale per far dire o fare a persone cose che quelle persone non hanno mai detto o fatto.

Come tutto ciò che è ‘fake’, falsificato, il deepfake ha avuto una buona eco sulla stampa mondiale. La paura è che, come accaduto con le fake news, presto i video falsificati possano diventare strumento di propaganda e diffamazione nei confronti di avversari politici. Un report di Deeptrace, società fondata ad Amsterdam da Giorgio Patrini, spiega che in realtà dei circa 15 mila video falsi che si possono trovare oggi in Internet, il 96% è porno. Circolano su siti specifici, con un audience piuttosto corposa: 134 milioni di visualizzazioni, hanno calcolato, e una curiosità: tutti i deep fake pornografici hanno come oggetto donne, rivela il report.

Questa sera a #Striscia un fuorionda esclusivo!
È lui o non è lui? Certo che non è lui >> https://t.co/EHD0R8lVeG pic.twitter.com/oR0AwYNlSi

— Striscia la notizia (@Striscia)
September 23, 2019

Il deepfake in politica

Video falsi di politici e candidati? Pochi, nell’ordine delle centinaia. Sono quelli che abbiamo visto più spesso, da Obama a Nancy Pelosi, da Trump a Renzi, ma non è un fenomeno così diffuso. Per ora. “Tutto potrebbe cambiare nel 2020 con le presidenziali americane. È lì che ci si aspetta l’esplosione del deep fake in politica”, spiega Patrini all’Agi.

In questi anni con Deeptrace hanno elaborato algoritmi in grado di individuare un video falso: modifiche dell’immagine, della voce, dei contenuti.  “Per ora la maggior parte dei video in circolazione sono di face swap”, scambio faccia, mettere il volto di un personaggio noto su un corpo che gli fa fare cose che non ha fatto. Un po’ come quello che è stato fatto con Renzi nel ‘Fuorionda’ di Striscia la notizia. Tecnicamente ancora imperfetto, anche se in molti ci sono cascati. Presto però non saranno più così imperfetti: “Ci sono diverse tecnologie in rapida evoluzione. C’è un trend che sta emergendo: siti a cui si possono inviare immagini o video, si chiede di modificare alcune parti, alcuni video, e dopo un paio di giorni di lavoro questi siti rimandano il video con le modifiche e dietro un piccolo pagamento te lo danno. C’è un mercato del deepfake che sta cominciando a raggiungere cifre importanti”. 

Patrini ha cominciato a lavorare ai deepfake dopo una formazione universitaria in apprendimento delle macchine e intelligenza artificiale. “Nel 2018 abbiamo fondato Deeptrace, ci siamo accorti che questi video avrebbero potuto avere un impatto enorme sulla società”. Il primo, più immediato, è che molti potrebbero essere portati a credere a cose che non sono mai successe. Ad attribuire a persone, non solo politici, cose che non hanno mai detto.

Il sospetto che ciò che vediamo in video non sia vero 

Ma c’è una conseguenza più subdola. I deep fake potrebbero farci dubitare di tutto ciò che vediamo in video? “Sì, può succedere”, commenta Patrini. “In un caso è giù successo”. Patrini si riferisce al caso del presidente del Gabon, Ali Bongo. Sparito dalla circolazione per qualche mese, ha deciso di riapparire al suo popolo in video dopo che cominciavano a circolare voci sempre più insistenti sulla sua morte. Il video era autentico, ma molti ritenevano fosse un falso, un  deepfake. “Il video, invece di stemperare le tensioni, ha infiammato le piazze. Con arresti, rivolte e polizia a sedare la sommossa. Abbiamo lavorato noi al caso del Gabon”, spiega Patrini. “È un caso singolare, che però racconta bene cosa potrebbe succedere se scompare la fiducia in quello che vediamo rappresentato in video”.

Le persone potrebbero cominciare a dubitare istintivamente della realtà di un video? “In un certo senso è così’”. Sempre che consideriamo un video ‘realtà’. Ora sappiamo che un video può essere artefatto, e con strumenti sempre più precisi e ingannevoli. Quindi tutto ciò che vediamo in video può essere falso. Come se ne esce? “I nostri sensi non bastano più. O meglio, non bastano più per come siamo abituati a usarli. Dovremmo affinarli, educarli, e imparare a capire quello che stiamo guardando”.

I tre video citati all’inizio avevano come primo fattore comune quello di essere inverosimili. Improbabili. L’intelligenza artificiale legge i pixel e vede le anomalie di montaggio audio video. L’intelligenza umana però può cogliere immediatamente la stranezza di un fenomeno. E farsi delle domande prima di credere istintivamente a quello che ha visto.

L’antidoto, per ora

“Quando vediamo un video un po’ troppo strano, dovremmo cominciare a controllare, stare più attenti”. Qualcosa che potremmo presto imparare a fare in automatico. Non fidarci troppo, controllare chi sia la fonte del video, cercare se è stato pubblicato da testate autorevoli, o commentato da giornalisti esperti del tema. “Noi ci occupiamo di scovare i deepfake, eppure sappiamo già che non ci sarà mai una tecnologia definitiva che possa porre fine al fenomeno”, conclude Patrini. Le uniche armi sono prestare attenzione, acuire l’intelligenza, educare i sensi. Se i deepfake dovessero riuscire a risvegliarci dal torpore con cui consultiamo i social e i video online, in futuro potrebbero addirittura avere anche un grande merito. Ma è solo la prospettiva più ottimistica. 

@arcangeloroc

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