Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI   Il reparto di cardiologia dell’ospedale Sacco di Milano è stato svuotato dei pazienti a causa di un cluster di Covid. Oggi è stato dimesso l’ultimo paziente e sono in corso le operazioni di sanificazione. A quanto apprende l’AGI, sono diversi gli operatori sanitari risultati positivi al tampone del coronavirus, tra cui circa una ventina di infermieri e un medico.

Una settimana fa era stata riscontrata la positività di un’infermiera che lavora in cardiologia, sottoposta a tampone dopo avere manifestato blandi sintomi influenzali. In seguito erano stati effettuati test a tappeto da cui è emerso il contagio diffuso. (AGI)  

AGI  – La chiusura di strade e piazze nei centri urbani “richiederà la più ampia concertazione e collaborazione tra sindaco e prefetto”, “da esplicare in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica”, eventualmente esteso anche alla presenza dei responsabili delle strutture di prevenzione sanitaria territoriali. E’ quanto si legge nella circolare inviata ai prefetti dal capo di Gabinetto del Viminale, Bruno Frattasi, con indicazioni in merito alle misure del dpcm 18 ottobre 2020.

“In considerazione del fatto che la disposizione prevede che venga consentito comunque il libero accesso a esercizi commerciali e ad abitazioni private, e il conseguente deflusso – commenta Frattasi – appare indispensabile che” la chiusura di vie e piazze dei centri urbani “venga tempestivamente anticipata, da parte dell’autorità comunale, con adeguati mezzi comunicativi, sia alle associazioni di categoria, sia alla cittadinanza interessata”.

Un aiuto dai militari

L’attuazione dei provvedimenti di chiusura potrà beneficiare del concorso di unità militari, laddove presenti nell’ambito dell’operazione ‘Strade Sicure’, anche all’esito di una rimodulazione del piano d’impiego delle forze già in disponibilità”, precisa il Viminale. Quanto alla definizione “della forza pubblica, da impiegare nell’espletamento dei servizi, sarà oggetto di apposita riunione tecnica di coordinamento che i signori questori organizzeranno con le forze dell’ordine e gli altri attori della sicurezza territoriale, anche ai fini dell’individuazione delle aliquote di polizia locale che integreranno il dispositivo”.

Per un “principio di proporzionalità e adeguatezza”, potrà essere valutata l’opportunità di chiudere strade e vie nei centri urbani “solo in determinati giorni della settimana”, limitando le restrizioni “a quelli caratterizzati da un più intenso afflusso di persone”, dice il capo Gabinetto del Viminale. “Sempre in ragione dell’esigenza di contenere gli effetti della misura proporzionalmente a quanto ritenuto necessario a conseguire gli obiettivi del dpcm – continua la circolare – il provvedimento potrà anche disporre una chiusura parziale delle strade o delle piazze, restringendo, cioè, l’accesso senza interdirlo totalmente, con il contingentamento degli ingressi”.

Strumento nelle mani del sindaco

Ma di chi è la responsabilità? Tenuto conto che l’eventuale chiusura di vie e piazze nei centri urbani è diretta “ad una mitigazione del rischio di contagio da Covid-19, e che, pertanto, la sua finalità ispiratrice risiede nella tutela della salute pubblica, il relativo strumento di declinazione è da individuarsi nelle ordinanze del sindaco, quale Autorità sanitaria locale”, ai sensi dell’articolo 32 della legge 833/1978 e degli articoli 50 e 54 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali.

“Sono oggetto di divieto gli eventi e le competizioni riguardanti le discipline sportive di contatto di interesse provinciale. Sono inoltre vietate le attività sportive di contatto a carattere ludico-amatoriale“, ribadisce la circolare. “Con tale dizione – precisa la circolare – si intende qualunque attività sportiva di contatto effettuata a livello occasionale e spontaneo (ad esempio, le partite di calcetto tra amici). è opportuno chiarire, onde anche evitare pratiche elusive, che il tesseramento presso associazioni o società sportive dilettantistiche è condizione per l’esercizio degli sport di contatto purchè esso avvenga nel perimetro di eventi e competizioni riconosciute di interesse nazionale o regionale dai suddetti Comitati e dalle federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate ed enti di promozione sportiva”. Escluse dal divieto, invece, “le forme individuali degli sport di contatto, con la conseguenza che le relative attività di allenamento potranno continuare a svolgersi, purchè nel rispetto del distanziamento e delle altre misure di sicurezza. Solo a titolo di esempio, per il calcio, potrà essere svolto il lavoro individuale con la palla; per le arti marziali, l’allenamento con manichini; per la danza, le figure singole”. 

 “Qualora talune Regioni, in considerazione dell’andamento epidemiologico, dovessero adottare proprie ordinanze contenenti un regime più severo, si procederà a fornire indicazioni specifiche per i prefetti delle province interessate”, chiarisce la circolare.

Gli stop alle attività

 “Sono sospese tutte le attività convegnistiche o congressuali, con la sola eccezione di quelle che si svolgono con modalità a distanza”, precisa la circolare. Il documento richiama l’attenzione “sulla previsione che ha reintrodotto, per le pubbliche amministrazioni, l’obbligo di tenere le riunioni con modalità da remoto, salvo che sussistano motivate ragioni che ne giustifichino lo svolgimento in presenza. Le riunioni private sono ancora consentite in presenza, sebbene il loro svolgimento da remoto sia fatto oggetto di una forte raccomandazione. Si precisa che la distinzione fra riunioni private ed attività convegnistiche e congressuali, il cui svolgimento in presenza è sospeso, è da ascrivere ad alcuni elementi estrinseci, quali il possibile carattere ufficiale dei congressi e dei convegni, l’eventuale loro apertura alla stampa e al pubblico, il fatto stesso che possano tenersi in locali pubblici o aperti al pubblico”. “Elementi questi assenti, in tutto o in parte – conclude la circolare – nelle riunioni private, come, ad esempio, nelle assemblee societarie, nelle assemblee di condominio”.

Ristorazione da asporto fino alle 24

 “L’attività degli esercizi pubblici è consentita dalle ore 5 alle ore 24 con consumazione al tavolo, e dalle ore 5 alle ore 18 (e non più alle ore 21) in assenza di consumo al tavolo”, dichiara Frattasi, in relazione alle misure anti Covid del dpcm del 18 ottobre. La previsione tende ad evitare i “comportamenti elusivi (chiusura a mezzanotte ed apertura poco più tardi, ndr) che si erano già profilati nell’immediatezza dell’entrata in vigore del dpcm del 13 ottobre”. Il Viminale sottolinea “l’importante novità rappresentata dal numero massimo di 6 commensali per tavolo, specificato dalla previsione in commento. La stessa disposizione, al fine di agevolare le attività di controllo, introduce l’obbligo per gli esercenti di esporre all’ingresso del locale un cartello che riporti il numero massimo di persone ammesse contemporaneamente all’interno del locale stesso, sulla base delle linee guida e dei protocolli vigenti nel settore”. Altra novità riguarda la ristorazione con asporto: “Mentre tale attività era, infatti, prima consentita senza limiti orari, essa invece è esercitabile fino alle 24, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze”. Introdotti nella disposizione relativa agli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande che “restano comunque aperti” anche “quelli situati nelle aree di servizio e rifornimento carburante collocate lungo la rete autostradale”.

AGI – Gli immatricolati alle università italiane hanno ripreso a crescere (+3,2% nell’anno accademico 2019/2020) ma per colmare il gap che ci separa dalla media dei grandi Paesi europei ne servirebbero 7 mila in più ogni dodici mesi. È quanto emerge dal terzo rapporto AGI/Censis, elaborato nell’ambito del progetto “Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020”, incentrato sulle criticità del sistema universitario.

Obiettivo del progetto, “analizzare le difficoltà che l’Italia si porta dietro dal passato e i nervi scoperti che hanno comportato l’impreparazione ad affrontare al meglio l’emergenza legata all’epidemia del Covid-19, per guardare in modo costruttivo al futuro”.

I dati degli ultimi 12 mesi

Nell’ultimo anno accademico l’incremento degli immatricolati è stato del 3,2%: dopo un decennio di contrazioni, è continuato il trend positivo iniziato nel 2014-2015. Nello scorso anno la condizione di matricola universitaria ha accomunato il 51,8% dei giovani italiani in età corrispondente, a fronte di una media Ue 28 del 58,7% (il 6,9% in meno): per l’Italia eguagliare la media europea entro il 2025 significherebbe poter contare su un incremento medio annuo di immatricolati del 2,2%, equivalente in valore assoluto a circa 7 mila studenti in più, o del 2,6% qualora l’obiettivo fosse raggiungere la quota di immatricolati della Francia (+8.500 per anno).

“Tradotta in termini monetari – si legge nel rapporto – tale crescita è stimabile in un volume di spesa aggiuntiva, nel primo caso, di oltre 49 milioni di euro ogni anno e, nel secondo, di 59 milioni”. In sostanza, il sistema universitario nazionale, che “nel complesso è riuscito a contenere l’onda d’urto della pandemia, deve essere aiutato rimuovendo criticità interne ed esterne, anche perché l’educazione svolge una funzione determinante nell’incremento della mobilità sociale di un individuo”.

Poche matricole dagli istituti tecnici

Il rapporto mette in evidenza come gli studenti provenienti dall’istruzione tecnica o dall’istruzione professionale sono quelli che in Italia approdano di meno all’istruzione universitaria. Le università, prima del 2018, solo in alcuni casi offrivano corsi ad alto tasso di professionalizzazione, specie nelle aree ingegneristiche ed economiche.

Dal 2018/2019, segnala il rapporto, “il panorama universitario italiano è stato, invece, interessato da un’importante novità ancora in fase di consolidamento”, ovvero dall’avvio della sperimentazione delle cosiddette “lauree professionalizzanti“. Si tratta di percorsi progettati di intesa con il mondo delle professioni e del lavoro, che mirano a formare i professionisti necessari alle nuove esigenze dell’industria 4.0 o a settori quali, l’edilizia, la sicurezza, l’agroalimentare, solo per citare i principali. I numeri purtroppo dicono che la parte di popolazione giovanile coinvolta è ancora esigua.

Sebbene il numero di diplomati Its tra il 2013 e il 2018 sia cresciuto di oltre il 200%, passando da 1.098 a 3.536, rappresenta solo l’1,9% del totale dei possessori di un titolo di studio di livello terziario, dato dalla somma di laureati triennali e diplomati Its. I corsi di laurea professionalizzanti, ad accesso programmato – passati dai 15 dell’anno accademico 2018/2019 ai 31 del corrente anno accademico – hanno reclutato nei primi due anni accademici un numero complessivo di 1.291 studenti, iscritti nelle diverse università dove sono stati attivati.

L’Italia spende meno di tutti in Europa

Nel 2018 in Italia è stato speso per l’istruzione terziaria lo 0,3% del Pil, meno che in tutti gli altri 27 Stati membri dell’Ue. Nell’anno accademico 2018-2019 solo l’11,7% degli iscritti è risultato beneficiario di una borsa di studio, quota che non si distribuisce territorialmente in modo omogeneo (scende al 9,1% nel Nord-Ovest e al Centro e sale al 13,4% nel Nord-Est e al 15,3% nel Sud).

Non solo: “La ridotta erogazione di borse di studio fa gravare l’investimento sull’istruzione universitaria sulle famiglie di origine degli studenti, i cui redditi, già erosi negli anni della crisi economica, sono ulteriormente compromessi dalla pandemia”. Il Global Social Mobility Index 2020 colloca l’Italia al 34esimo posto di una graduatoria internazionale calcolata su 82 Paesi, dopo Israele e prima dell’Uruguay, ma lontana da Danimarca, Norvegia e Svezia, che occupano le prime tre posizioni.

L’educazione – ricordano gli autori del rapporto – svolge una funzione determinante nell’incremento della mobilità sociale, ovvero la possibilità che un individuo ha di realizzare le proprie potenzialità, a prescindere dal suo background socio-economico. “Da tempo nel nostro Paese l’istruzione universitaria ha ridotto la sua potenza di principale motore di mobilità sociale”: gli ultimi dati disponibili indicano che gli italiani di 30-44 anni laureati e con genitori non in possesso di un titolo di studio corrispondente sono solo il 13,9%, a fronte di una media Ocse del 32,3%.

Servono – osserva il rapporto – adeguati interventi di orientamento, investimenti e risorse“. Ma “se le misure previste del cosiddetto ‘decreto rilancio’ sembrano aver impedito per l’anno accademico in corso il paventato crollo delle immatricolazioni, non saranno certo sufficienti a garantire un effettivo ampliamento nell’accesso all’istruzione, che necessita di articolati interventi di lungo periodo, al fine di contrastare le iniquità strutturali che ancora condizionano lo sviluppo del capitale umano in Italia”.

Al penultimo posto per numero di laureati

Italia penultima in Europa per numero di giovani con un titolo di studio terziario. Secondo il rapporto, infatti, nel 2019 gli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni con un titolo di istruzione terziaria erano il 27,7% del totale, ovvero 13,1 punti percentuali in meno rispetto alla media Ue a 28, pari al 40,8%. Dopo l’Italia, soltanto la Romania con il 25,5%.

Nel nostro, come in altri Paesi Ocse, la domanda potenziale di istruzione terziaria è in effetti in aumento: nel 2018 i 15enni che manifestavano l’intenzione di proseguire gli studi dopo la maturità erano il 63,1%, una quota superiore di 22 punti percentuali rispetto a quella dei loro coetanei del 2009 (pari al 40,9%). Ma alle intenzioni purtroppo “non sempre seguono i fatti”, e la differenza con il numero di quanti poi effettivamente si laureano è “sintomo di processi di dispersione”. 

AGI – Coprifuoco in Campania da venerdì. È la richiesta che il presidente della regione, Vincenzo De Luca, si appresta ad avanzare di fronte all’incremento dei contagi da Covid-19.

 “Ci prepariamo a chiedere in giornata il coprifuoco, il blocco delle attività della mobilità da questo fine settimana” annuncia il governatore “Volevamo partire dall’ultimo week end di ottobre, ma partiamo ora, si interrompono le attività e la mobilità alle 23 per contenere l’onda di contagio. Alle 23 da venerdì si chiude tutto anche in Campania come si è chiesto anche in Lombardia.”.

La decisione vinee nel mezzo di un duro scontro tra De Luca e il sindaco di Napoli. “Penso ci siano stati errori molto gravi della Regione. Non è uno scaricabarile, i numeri parlano da soli” è l’attacco di Luigi de Magistris, ai microfoni di Rai Radio1.

“Le persone a casa sono sole, appena aumenta la febbre vanno in ospedale, il virus è fuori controllo, la medicina territoriale è stata smantellata già prima della pandemia. De Luca ha vietato anche ai medici di dire la verità – aggiunge – il tampone viene fatto dopo molti giorni”.

Quanto alle norme più restrittive nella regione per le ordinanze di De Luca concentrate sulla movida, per l’ex pm “il problema non sono i ragazzi. Non prendiamocela con i cittadini che hanno avuto in gran parte un atteggiamento responsabile. Andremo sicuramente al lockdown in Campania, sono rimasti 15 posti in terapia intensiva. Che tristezza chiudere le scuole appena riaperte. Adesso il tema centrale è facciamo presto”.

Poi però l’invito a “essere uniti”, “in questo momento” e un bravo al premier Giuseppe Conte per “la marcia indietro del governo”. “La gente sta capendo che bisogna essere responsabili ma non rinunciare subito agli altri diritti”.

In realtà anche nei confronti del premier il primo cittadino di Napoli non aveva risparmiato parole taglienti, stamattina in una intervista al quotidiano La Stampa. “Le parole di Conte hanno avuto un effetto devastante, siamo passati dalla pandemia al pandemonio”, ha detto de Magistris in riferimento al discorso di Conte di domenica sera. “Senza contare che questi coprifuoco settoriali sono inattuabili”.

Il sindaco si dice “sconcertato” e che il modo in cui s’è mosso il governo è “segno di grande superficialità” e, “nella migliore delle ipotesi c’è stata molta approssimazione dal punto di vista della comunicazione”. 

“Pandemia? No Pandemonio”

“È stato sbagliato quel messaggio, ansiogeno e lacerante, che rischia di acuire le tensioni sociali: i ragazzi additati come untori, le persone che si lamentano degli assembramenti, i commercianti che vedono la loro attività in crisi. E in quel modo inviti a tutti a rivolgersi al sindaco” e con la polizia municipale “siamo sempre in difficoltà, non abbiamo risorse per assumere nuovo personale”.

Poi puntualizza: “Chiudere una piazza non è la soluzione, perché la gente si sposterà in un’altra piazza vicina, come in un grande e inutile gioco dell’oca”. E de Magistris conclude: “Siamo qui a parlare di questo perché alla fine nel dpcm c’era poco altro”.

AGI – Per i cambiamenti climatici, il surriscaldamento e la tropicalizzazione sono arrivati in Puglia parassiti “alieni” mai visti prima, a causa dell’innalzamento esponenziale delle temperature anche nel 2020 che si classifica fino ad ora come l’anno più bollente mai registrato in Europa da 112 anni con un anomalia di addirittura 2,33 gradi rispetto alla media.

È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti Puglia, sulle specie aliene arrivate in Italia con il surriscaldamento, complici le barriere colabrodo, che hanno fatto strage nei campi coltivati in Puglia dove hanno trovato un habitat ideale, accanendosi su alberi, piante e frutti, dalla Drosophila Suzukii dei frutti rossi all’Aleurocanthus spiniferus che attacca agrumi e vite, dalla Xylella che ha fatto seccare 21 milioni di ulivi al punteruolo rosso che ha fatto strage di decine di migliaia di palme fino alla Tristeza degli agrumi, causando miliardi di danni in campagna con gravissimi effetti sul piano ambientale, paesaggistico ed economico.

Un autentico flagello è il batterio della xylella introdotto con molta probabilità dal Costa Rica attraverso le rotte commerciali di Rotterdam e ha devastato gli uliveti del Salento dove quest’anno sono andate perse quasi 3 olive su 4 in provincia di Lecce con il crollo del 73% della produzione di olio di oliva che non sarà certamente recuperata nell’annata 2019 – 2020, secondo un’analisi elaborata da Coldiretti Puglia sulla base dei dati del Sistema Informativo Agricolo Nazionale.

In provincia di Bari, BAT, Lecce, Taranto e Brindisi, secondo le rilevazioni degli ultimi mesi di BugMap, è stata segnalata la presenza della cimice asiatica particolarmente pericolosa per l’agricoltura perché prolifica con il deposito delle uova almeno due volte all’anno con 300-400 esemplari alla volta che con le punture rovinano i frutti rendendoli inutilizzabili, col rischio di compromettere seriamente parte del raccolto

Inoltre, la Puglia convive da anni con una virosi, l’alter ego della Xylella fastidiosa con le dovute differenze – di cui si parla poco, nonostante sia altrettanto virulenta: la ‘Tristeza’ degli agrumi, causata dal Citrus Tristeza Virus proveniente dall’Asia Minore, appartenente al gruppo dei Closterovirusche, per cui gli agricoltori sono costretti ad esportare agrumi con foglia sui mercati comunitari solo se accompagnati da passaporto delle piante, poiché il virus si trasmette attraverso la parte vegetale e non attraverso i frutti. 

 Danni sta facendo anche la Drosophila suzukii, il moscerino killer che colpisce le ciliegie e i frutti con colorazione dall’arancio al rosso con gli effetti che si vedono solo in un secondo momento sui frutti raccolti. Sotto accusa è “il sistema di controllo dell’Unione Europea con frontiere colabrodo – dice Coldiretti – che hanno lasciato passare materiale vegetale infetto e parassiti vari. Una politica europea troppo permissiva che consente l’ingresso di prodotti agroalimentari e florovivaistici nell’Ue senza che siano applicate le cautele e le quarantene che devono invece superare i prodotti nazionali quando vengono esportati con estenuanti negoziati e dossier che durano anni e che affrontano un prodotto alla volta”. 

AGI – Davanti ad una curva del contagio che s’impenna ogni giorno di più e ospedali che si riempiono inesorabilmente, “come in un déjà-vu nel giro di pochi giorni il Governo introduce ulteriori misure restrittive nel tentativo di frenare l’epidemia”.

Lo afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, secondo cui “la necessità di emanare due Dpcm in una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa“. 

Non essere riusciti a prevenire la risalita della curva epidemica quando avevamo un grande vantaggio sul virus – spiega Cartabellotta – oggi impone la necessità di misure di contenimento in grado di anticipare il virus. Tali misure devono essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la “non strategia” di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di Dpcm che, settimana dopo settimana, impongono la continua necessità di riorganizzarsi su vari fronti, spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che nessuno vuole e che non possiamo permetterci”. 

La prima componente della “non strategia” è farsi guidare dai numeri del giorno per definire l’entità delle misure di contenimento, senza considerare le dinamiche attuali dell’epidemia, molto diverse da quelle della prima ondata. Questo favorisce inesorabilmente l’ascesa dei contagi e vanifica gli effetti delle misure per varie ragioni:

I numeri riportati quotidianamente dal bollettino della Protezione Civile – spiega Gimbe – non rispecchiano affatto i casi del giorno perché dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni, in quanto:

  • – il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni (range 2-14 giorni); 
  • – secondo l’Istituto Superiore di Sanità il tempo mediano tra inizio dei sintomi e prelievo/diagnosi è di 3 giorni (settimana 7-13 ottobre), ma potrebbe allungarsi considerando i tempi di analisi di laboratorio e di refertazione. Peraltro, per i casi asintomatici non è noto perché la tempestività nella richiesta del tampone dipende dall’efficacia dell’attività di testing & tracing;
  • – la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non avviene in tempo reale: ad esempio, nella settimana 5-11 ottobre meno di un terzo dei casi è stato notificato entro 2 giorni dalla diagnosi, il 54% tra 3 e 5 giorni e il 14% dopo oltre 6 giorni; peraltro tale ritardo aumenta progressivamente per il crescente numero di casi.

La curva dei contagi ha ormai assunto un trend esponenziale: nella settimana 13-19 ottobre il numero dei casi attualmente positivi è salito da 82.764 a 134.003 (+53,7%) e il rapporto positivi/casi testati in una settimana è cresciuto dal 6,4% al 10,4%.

Trend che si riflettono sia sul numero dei pazienti ricoverati con sintomi, aumentati negli ultimi 7 giorni da 4.821 a 7.676 (+59,2%) e di quelli in terapia intensiva da 452 a 797 (+76,3%) con segnali di sovraccarico in diverse Regioni, sia sul progressivo aumento della letalità.

L’affanno del sistema di testing & tracing aumenta la probabilità di sottostimare i casi, perché l’espansione del bacino di asintomatici non isolati accelera ulteriormente la diffusione del contagio. Gli effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2-3 settimane, saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica. 

“La seconda componente – chiarisce ancora Gimbe – è il mancato allineamento tra le misure dei due Dpcm e quanto previsto dalla circolare del 12 ottobre del Ministero della Salute”. Nel documento “Prevenzione e risposta a Covid-19″ vengono delineati quattro scenari di evoluzione dell’epidemia in relazione a diversi livelli di rischio accompagnati da relative misure da attuare nei vari settori.

“Considerato che diverse Regioni – spiega il presidente Cartabellotta – sono ormai nella fase di rischio alto/molto alto, è inspiegabile che le misure raccomandate non siano state introdotte dal nuovo Dpcm, che ha seguito le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico, né attuate dalle Regioni, che hanno partecipato alla stesura del documento”.

La terza componente della “non strategia” è il mancato approccio di sistema basato su responsabilità e alleanza tra politica e cittadini, oltre che sull’efficienza dei servizi sanitari. “Numeri a parte – precisa Cartabellotta – il contenimento della seconda ondata doveva inevitabilmente poggiare, già alla fine del lockdown, su tre pilastri integrati: massima aderenza della popolazione ai comportamenti raccomandati, potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri e collaborazione in piena sintonia tra Governo, Regioni ed Enti locali”. 

AGI. – “Privilegiare per i bambini mascherine colorate e/o con stampe”. Il suggerimento rivolto alle famiglie è contenuto in uno dei due allegati all’ordinanza della Regione Lombardia datata 16 ottobre sulle nuove misure per la gestione e il contrasto alla pandemia.

Il capitolo è quello sui comportamenti da tenere nelle aree giochi, dove “la mascherina di protezione deve essere utilizzata da genitori, accompagnatori ed eventuale personale e dai bambini e ragazzi sopra i 6 anni di età”. E, in questo contesto, tra le ‘canoniche’ indicazioni sulla necessità di igienizzarsi, tenere pulite le attrezzature e ripensare gli spazi, si caldeggia di dotare i più piccoli di mascherine variopinte.

Non sono chiare le ragioni del consiglio, forse chi ha scritto si è spogliato per un attimo del ruolo istituzionale vestendo i panni di psicologo e pensando a come alleviare la fatica imposta ai bambini di coprirsi il volto.

“Credo che abbia un senso a livello simbolico più che psicologico – è il commento all’AGI della psicoterapeuta Gloria Volpato – Il mondo dei bambini è colorato e fantasioso, le mascherine colorate possono diventare un modo per esprimere le proprie preferenze di colore o di stile e rendere ‘personalizzabile qualcosa che è loro imposto'”.

Tuttavia, avverte Volpato, “se si pensa che fare questo sia sufficiente per aiutare i bambini ad attraversare l’emergenza, la misura rischia di essere collusiva con un sistema di omertà circa la sottovalutazione dell”infezione psichica’ in atto, per cui i bambini non sono né visti, né accompagnati nell’elaborazione. In questo caso, si rischia di essere di fronte a una forma di negazionismo psicologico”.  

AGI – Mentre la didattica è a distanza nelle scuole primarie e secondarie campane, due scuole di Salerno, la notte scorsa, sono state obiettivo dei ladri che, in un caso, hanno portato via decine di apparecchi telematici. Al liceo scientifico ‘Francesco Severi’ di via D’Annunzio, sono stati rubati venti personal computer portatili che erano destinati alle famiglie meno abbienti perché gli alunni potessero usufruire della didattica a distanza. Stando a quanto si apprende, non sarebbero stati portati via gli alimentatori dei pc. Sul posto, gli agenti della questura di Salerno che hanno avviato le indagini. Secondo una prima ricostruzione, i malviventi si sono introdotti nell’istituto scolastico dopo aver raggiunto un terrazzino. ì’, hanno rotto un vetro e hanno aperto la porta dalla maniglia interna.

L’altro furto si è verificato in un asilo di via Sichelmanno dove, però, la refurtiva sarebbe di poche decine di euro. Sono state portate via una cassa audio e una cassetta delle offerte che conteneva all’incirca 40 euro. 

AGI – Quando colpisce persone sane con meno di 70 anni d’età, Covid-19 uccide solo 1 persona su 2mila. Il tasso di mortalità stimato per l’infezione sarebbe quindi inferiore allo 0,05 per cento. Lo ha rilevato John Ioannidis, epidemiologo dell’Università di Stanford in una revisione di studi condotti sugli anticorpi.

La stima, pubblicata sul bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità, è ben 5 volte inferiore a quella effettuata dagli stessi scienziati in precedenza. Prima si parlava di un tasso di mortalità per tutte le fasce d’età pari allo 0,25 per cento. Per fare un confronto, l’influenza stagionale uccide circa lo 0,1 per cento.

Ioannidis è lo scienziato indagato a Stanford per aver presumibilmente sottovalutato la letalità del nuovo coronavirus, dopo aver scatenato l’allarme quando ha pubblicato uno studio in cui si affermava che il virus era 54 volte più diffuso di quanto si pensasse ad aprile. Il suo ultimo lavoro è già stato criticato da altri scienziati, secondo i quali sarebbero stati utilizzati i dati dei loro studi in modo errato e sarebbero state considerate popolazioni “inadeguate” allo scopo.

Lo scienziato ha basato la sua nuova stima sulle persone con meno di 70 anni di età coinvolte in 61 diverse ricerche condotte in tutto il mondo. Non ha presentato una stima ufficiale per il tasso di mortalità tra gli ultra-settantenni, ma ha suggerito che fosse intorno allo 0,25 per cento.

Gli esperti devono ancora concordare esattamente quanto sia letale il virus. L’Oms afferma che complessivamente lo 0,6 per cento di coloro che contraggono Covid-19 muore, ma gli scienziati ammettono che la malattia rappresenta un pericolo maggiore per gli ultra-settantenni. Anche l’influenza rappresenta una minaccia maggiore per gli anziani.

Il gruppo scientifico consultivo del governo per le emergenze (SAGE) ha valutato il tasso di mortalità per Covid-19 allo 0,5 per cento e gli accademici dell’Università di Oxford hanno utilizzato modelli i quali suggeriscono un tasso dell’1,4 per cento. Ioannidis si è concentrato sugli studi sugli anticorpi, considerati il modo migliore per scoprire la reale dimensione dei focolai di Covid-19.

La dimensione dei focolai in molti paesi rimane un mistero a causa della mancanza di test nelle prime fasi della pandemia. Gli anticorpi vengono prodotti in risposta alle infezioni e possono rimanere nel sangue per mesi dopo, poiché il sistema immunitario li immagazzina per ricordare come combattere diversi agenti patogeni. Questo significa che possono essere un utile strumento per determinare la prevalenza di una malattia.

Ma gli scienziati sono scettici quando si utilizzano questi dati perché non è chiaro per quanto tempo gli anticorpi rimangano effettivamente nel flusso sanguigno. E alcuni studi hanno suggerito che i pazienti che riportano solo sintomi lievi producono livelli appena rilevabili di anticorpi.

Nello studio di Ioannidis, all’interno del quale si sostiene sia stato sottoposto a revisione paritaria, sono state utilizzate 82 stime del tasso di mortalità ricavate da 61 studi condotti in tutto il mondo. La prevalenza di anticorpi nei campioni variava dallo 0,1 per cento nella The Bay Area, in California, al 53,4 per cento nel Barrio Padre Mugica, in Argentina.

Ioannidis ha preso i dati da ciascuna regione e ha diviso il numero di morti per Covid-19 per il numero di persone che si stima fossero infette, per ottenere un tasso medio di mortalità per infezione dello 0,27 per cento. Inoltre, afferma che, quando si esclude dal calcolo gli ultrasettantenni, il tasso di mortalità medio scende allo 0,05 per cento. Nella sua conclusione afferma che il tasso di infezione “variava sostanzialmente” tra le regioni, sostenendo che ciò potrebbe dipendere da molti fattori diversi.

Molte le critiche al lavoro. Gideon Meyerowitz-Katz dell’Università di Wollongong, in Australia, ha affermato che il basso tasso di infezione risultato è “semplicemente una conseguenza della bassa qualità della revisione stessa e ha molto poco a che fare con quando sono state fatte le stime”. La stessa Oms prende le distanze, sottolineando la propria estraneità alle “opinioni” che vengono pubblicate sul bollettino del loro sito. 

 

AGI – L’uccisione di una mamma cinghiale e dei suoi sei cuccioli da parte della Polizia provinciale sta creando un mare di polemiche tanto che la sindaca di Roma Virginia Raggi ha chiesto una commissione d’inchiesta sull’accaduto. “Perché è stato deciso di uccidere sbrigativamente una mamma cinghiale e i suoi sei cuccioli che avevano trovato riparo in un’area giochi dell’Aurelio, invece di salvare la loro vita date le soluzioni alternative che erano state offerte dalle associazioni”, dice l’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa) a Roma Capitale e Regione Lazio.

Attendiamo una risposta, anzitutto dal presidente della Commissione capitolina Ambiente, Daniele Diaco, che ha assistito all’anestesia e all’iniezione letale, al sindaco di Roma, Virginia Raggi, e al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti”, attacca la delegata dell’Oipa di Roma, Rita Corboli, secondo la quale “questo scempio va contro il sentire della stragrande maggioranza dei cittadini che volevano la famiglia salva in una riserva protetta in cui gli animali avrebbero potuto essere trasferiti una volta anestetizzati. Invece le istituzioni hanno preferito la soluzione più crudele”.

A ruota anche l’Enpa (Ente nazionale protezione animali) che definisce il fatto “una vergogna”. “A Roma la scorsa notte si è compiuto un vero orrore”. L’Enpa chiede di poter accedere agli atti per accertare responsabilità e si dice pronta a procedere per vie legali. “Abbiamo assistito a uno spettacolo orribile – sottolinea in una nota Carla Rocchi, presidente nazionale Enpa – dove i diritti degli animali ma anche quelli di cittadini che hanno lottato fino all’ultimo per la possibile salvezza di questa mamma con i cuccioli, sono stati calpestati in un modo vergognoso. Le soluzioni alternative c’erano eccome e sono state presentate innumerevoli volte sia in situazioni e contesti di ‘normalità” sia in quella ‘emergenziale’ di ieri. Le associazioni, infatti, si erano mobilitate per permettere lo spostamento dei cinghiali in un’altra zona ma non ci è stato permesso”.

Si preannuncia un’interrogazione parlamentare

La vicenda arriva in Parlamento. Sulla stessa linea dell’associazioni animaliste anche la senatrice di Leu Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto che definisce l’uccisione degli animali “un gesto gravissimo, di una vigliaccheria inaudita, perpetrato questa notte dalla polizia Provinciale che, incurante delle proteste degli abitanti e degli animalisti, ha abbattuto una mamma cinghiale con i suoi 6 cuccioli. Era possibile trovare una soluzione alternativa, concreta ed efficace per risolvere il problema degli ungulati metropolitani, ma evidentemente si è preferito ricorrere alla via più facile e anche più crudele. Per questo annunciamo un’interrogazione volta a far luce sulla vicenda”.

“La vicenda della mamma cinghiale uccisa con i suoi cuccioli in un’area giochi per bambini a Roma –  accusano i parlamentari del MoVimento 5 Stelle del tavolo Tutela Animali – non può passare sotto silenzio: ieri è andato in scena un inaccettabile spettacolo da film horror in piena città e davanti a bambini e famiglie. Un episodio gravissimo rispetto al quale vanno chiarite dinamiche e responsabilità”. “Bene ha fatto la sindaca di Roma Virginia Raggi a disporre la costituzione immediata di una commissione d’inchiesta amministrativa – aggiungono – dal canto nostro, noi parlamentari del MoVimento 5 Stelle faremo immediatamente richiesta di ricevere e visionare il report del servizio veterinario che ha predisposto ed effettuato gli abbattimenti”. “Non e’ possibile – riprendono i pentastellati – che la soluzione al problema della fauna selvatica che arriva nei centri abitati debba essere l’uccisione degli animali: bisogna utilizzare i metodi alternativi già previsti dalla normativa vigente e sperimentati in alcune aree del Paese. Oltre a individuare e sanzionare i responsabili di eventuali condotte irregolari, si dovrà fare in modo che in futuro casi analoghi siano gestiti correttamente e senza trasformarsi in una orribile mattanza”, concludono.

L’indignazione per l’accaduto è trasversale. “Sulla crudele ed inutile uccisione dei cinghiali vogliamo vederci chiaro. Presenteremo un’interrogazione per sapere perché si è arrivati a questa assurda decisione e chi l’ha presa. Se qualcuno crede ancora di stare nella Roma del Colosseo si sbaglia di grosso e ne pagherà le conseguenze”, dichiara il capogruppo Pd in Campidoglio Giulio Pelonzi. 

Raggi chiede una commissione d’inchiesta

La sindaca Raggi ha chiesto agli uffici la costituzione immediata di una commissione d’inchiesta amministrativa per fare luce sui fatti e valutare eventuali profili di responsabilità, ha comunicato il Campidoglio a seguito di quanto accaduto ieri sera nel parco Mario Moderni a Roma.

Polemica tra Regione Lazio e Comune di Roma

“Sono quantomai surreali le dichiarazioni fatte da parte di rappresentanti istituzionali del Comune di Roma su quanto avvenuto ieri nel giardino Mario Moderni di Roma. La decisione della telenarcosi e dell’eutanasia, previste dalla legge nazionale a salvaguardia della tutela e incolumità pubblica – che spetta, è bene ricordarlo, al sindaco della città – è stata assunta all’unanimità al tavolo tecnico, nato da un protocollo di intesa voluto dal prefetto di Roma per sopperire alle inefficienze dell’amministrazione competente”, attacca Enrica Onorati, assessore Agricoltura, Promozione della Filiera e della Cultura del Cibo, Ambiente e Risorse Naturali della Regione Lazio, che parla di “spettacolarizzazione e strumentalizzazione da parte del Comune di Roma”.

Flag Counter