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AGI – Il decreto Riaperture approvato ieri dal Consiglio dei ministri è basato su un ‘rischio ragionato’: è una decisione politica presa sul filo del rasoio se guardiamo ai dati della pandemia e alle coperture vaccinali, ma al tempo stesso un coraggioso atto di responsabilità del Governo per rilanciare numerose attività produttive e placare le tensioni sociali che affida ai cittadini una grande responsabilità”. Lo ha dichiarato il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta, nel rapporto settimanale sui contagi da Covid.  “Chiaramente – ha aggiunto – se le graduali riaperture saranno interpretate come un ‘liberi tutti’, una nuova impennata dei contagi rischia di compromettere la stagione estiva”.

Calano i casi, ma terapie intensive in affanno

Dal report emerge che nella settimana che va da 14 al 20 aprile c’è stata una riduzione di nuovi casi (-7,8%) e decessi (-17,5%). Continua ad alleggerirsi la pressione sugli ospedali, ma 12 Regioni rimangono sopra la soglia di saturazione per le terapie intensive. In particolare, si registra un calo di nuovi casi, 90.030 contro i 106.326 della settimana precedente, e di decessi (2.545 contro 3.083). In discesa anche i casi attualmente positivi (482.715 contro 519.220), le persone in isolamento domiciliare (456.309 contro 488.742), i ricoveri con sintomi (23.255 contro 26.952) e le terapie intensive (3.151 contro 3.526.

“La circolazione del virus nel nostro Paese – dichiara Nino Cartabellotta – rimane ancora sostenuta. Con la progressiva riduzione dei nuovi casi settimanali, i casi attualmente positivi, raggiunto il picco della terza ondata il 5 aprile (570.096), sono scesi a 482mila, numero molto elevato e sottostimato dall’insufficiente attività di testing & tracing”. Peraltro, il dato nazionale risente di eterogenee situazioni regionali: infatti, la variazione percentuale dei nuovi casi aumenta in 3 Regioni e crescono i casi attualmente positivi in 6 Regioni.

 “Gradualmente si allenta anche la pressione sugli ospedali – afferma Renata Gili, responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari della Fondazione – ma il numero di posti letto occupati, sia in area medica che in terapia intensiva è ancora elevato in numerose Regioni”. Nello specifico, in area medica, la curva ha raggiunto il picco il 6 aprile (con 29.337 casi) e ha iniziato la discesa con una riduzione del 20,7% in 14 giorni; tuttavia i numeri assoluti rimangono elevati (23.255) e l’occupazione da parte dei pazienti Covid supera il 40% in 4 Regioni.

Per quanto riguarda le terapie intensive, la curva ha raggiunto il picco il 6 aprile (3.743), ma la discesa è più lenta, con una riduzione del 15,8% in 14 giorni; restano occupati 3.151 posti letto e in 12 Regioni la soglia di saturazione supera il 30%. “Numeri ancora alti anche per i nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva – spiega Marco Mosti, direttore operativo della Fondazione – con una media mobile a 7 giorni di 182 ingressi quotidiani, seppure in diminuzione da un mese”. 

Cambio di passo nella campagna vaccinale

La campagna vaccinale registra un sensibile cambio di passo, ma per raggiungere l’obiettivo del commissario Figliuolo mancano oltre 180mila somministrazioni al giorno.  “Nelle ultime due settimane – spiega il presidente di Gimbe – sono state consegnate circa 5,7 milioni di dosi: numeri in crescita, ma ancora lontani dal garantire le 3,5 milioni di somministrazioni settimanali del Piano Figliuolo”.

In particolare, al 21 aprile (aggiornamento ore 7.38) il 18,8% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino (11.240.182) e il 7,8% ha completato il ciclo vaccinale con la seconda dose (4.654.357), con notevoli differenze regionali. Nonostante l’incremento del 35,5% delle dosi inoculate nelle ultime tre settimane, al 20 aprile la media mobile a 7 giorni delle somministrazioni rimane a quota 315.506 al giorno: oltre 180mila in meno delle 500mila previste dal Piano per metà aprile.

Rispetto alla copertura delle categorie prioritarie definite nell’ordinanza del 9 aprile del commissario straordinario, a fronte di notevoli differenze regionali, l’analisi del dato nazionale rileva:

  • over 80: degli oltre 4,4 milioni, 2.282.611 (51,6%) hanno completato il ciclo vaccinale e 1.336.007 (30,2%) hanno ricevuto solo la prima dose.
  • Soggetti fragili e loro caregiver: dal 20 aprile nel database ufficiale è stata aggiunta una specifica categoria di rendicontazione che riporta 1.847.928 dosi somministrate.
  • Fascia 70-79 anni: degli oltre 5,9 milioni, 284.113 (4,8%) hanno completato il ciclo vaccinale e 2.133.528 (35,7%) hanno ricevuto solo la prima dose.
  • Fascia 60-69 anni: degli oltre 7,3 milioni, 438.890 (6%) hanno completato il ciclo vaccinale e 965.448 (13,1%) hanno ricevuto solo la prima dose.

Al fine di garantire l’irreversibilità delle riaperture, pertanto, la Fondazione Gimbe “esorta Governo e Regioni ad elaborare una strategia esplicita e condivisa per arginare la verosimile risalita dei contagi e, soprattutto, un piano di medio-lungo periodo per uscire dalla pandemia che tenga conto, oltre che delle coperture vaccinali, di scenari epidemiologici e criticità mai risolte in 14 mesi di pandemia”.

AGI Un medico di base di Ancona è indagato dalla procura della repubblica per i reati di falso ideologico e lesioni personali: da quanto si è appreso dalla questura dorica, che sta conducendo le indagini, tre pazienti avrebbero parlato riferito di un comportamento anomalo “del professionista nel rilasciare la prevista documentazione attestante l’avvenuta vaccinazione, nonché un susseguirsi di inesattezze sul tipo di vaccino inoculato e le date del relativo richiamo”.

Lo studio dell’indagato è stato perquisito e, da quanto sarebbe emerso da una prima disamina della documentazione e dalle testimonianze, il medico di base, in possesso del vaccino Pfizer fornito dall’Asur Marche, avrebbe somministrato semplice soluzione fisiologica “a numerosi pazienti” invece che le dosi di vaccino “per motivi in corso di accertamento”.

Alcuni dei pazienti coinvolti sono stati già identificati dagli inquirenti, secondo i quali è ipotizzabile che vi possano essere “ulteriori mutuati ignari di aver ricevuto una vaccinazione fittizia basata su acqua fisiologica”. Le indagini sono ancora in corso, anche per individuare ulteriori ed eventuali violazioni.

AGI – Gli investigatori della Polizia di Stato hanno individuato e arrestato in Italia il complice dell’autore dell’attentato terroristico commesso in Francia a Nizza il 14 luglio 2016

Gli uomini della Polizia di Stato delle Digos delle questure di Napoli e Caserta, attivate dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione e con la collaborazione del Compartimento della Polizia postale e delle comunicazioni della Campania, hanno arrestato Endri Elezi, 28enne cittadino albanese colpito da mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità francesi poiché ritenuto responsabile di aver fornito armi a Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, autore dell’attentato terroristico commesso a Nizza.

L’uomo è stato localizzato a Sparanise (Caserta) sviluppando informazioni trasmesse dalla Direzione centrale e dalla Direzione centrale della Polizia criminale. 

 Nel 2016 il 14 luglio, data della presa della Bastiglia, festa nazionale francese, diventò per Nizza il giorno del più grave massacro a colpire la città dal dopoguerra. Erano le 22:34 quando la folla assiepata sulla Promenade des Anglais, poco dopo la fine dei fuochi d’artificio, venne falciata da un camion di 19 tonnellate lanciato a 90 chilometri all’ora, procedendo a zig zag per uccidere più persone possibile e non lasciare scampo a chi provava a rifugiarsi sul marciapiede.       

Alla guida c’era il trentunenne tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel, uno dei tanti estremisti islamici che nel recente passato hanno insanguinato le città europee. Le persone “caddero come birilli”, raccontarono i superstiti inorriditi. Provarono a fermarlo prima un ciclista che tentò di entrare nell’abitacolo e poi un motociclista che gettò il proprio mezzo di fronte alle ruote. A bloccare la folle corsa, durata due chilometri e tre minuti, fu la polizia che sparò contro la cabina di guida del veicolo, dentro il quale sarebbero poi stati trovati esplosivo e armi. Sulla Promenade rimasero 84 morti, tra cui 14 bambini, e 434 feriti, 52 dei quali in gravi condizioni. Altre due persone sarebbero morte successivamente per le ferite riportate, portando il bilancio finale a 86 vittime. 

 A distanza di un anno, non solo decine di feriti ancora soffrivano le conseguenze dei danni subiti ma 3 mila sopravvissuti, testimoni e familiari delle vittime ancora erano costretti a ricorrere a cure psichiatriche per guarire dalle cicatrici interiori, tormentati da insonnia e attacchi di panico.      

Due giorni dopo l’Isis avrebbe rivendicato la strage, perpetrata con una modalità che sarebbe stata replicata più volte, a Berlino il 19 dicembre 2016, a Londra il 22 marzo e il 4 giugno 2017, a Stoccolma il 7 aprile 2017. Come molti altri discepoli del califfato, Lahouaiej Bouhlel non aveva un passato da musulmano devoto. Secondo Francois Molins, il magistrato titolare dell’inchiesta, il giovane, con più di un precedente penale, si era radicalizzato di recente, aveva iniziato a frequentare la moschea da pochi mesi e, dopo il divorzio dalla moglie, dovuto alle frequenti violenze domestiche, aveva condotto una vita dissoluta, segnata dall’abuso di alcol e droghe. L’attentato, spiegò Molins una settimana dopo il massacro, era nondimeno stato pianificato da tempo, come avrebbe dimostrato il materiale trovato nel telefono del trentunenne.       

A quasi cinque anni di distanza dal massacro gli interrogativi rimangono però molti. Chi aveva accompagnato Lahouaiej Bouhlel nel suo cammino di radicalizzazione? Chi lo aveva aiutato a preparare l’attentato? Chi gli aveva fornito le armi? L’arresto a Sparanise del ventottenne albanese Endri Elezi potrà forse fornire alcune risposte. 

AGI Un orologio solare in miniatura in avorio di elefante databile tra la metà del II secolo a.C. e la fine del I secolo a.C., rimasto per anni nelle cassette dei materiali di scavo senza essere riconosciuto, è il ‘tesoro’ di un passato che svela nuovi dettagli sulla vita di Pisa in epoca romana, quando l’attuale Piazza dei Miracoli, a pochi passi dalla Torre pendente, era occupata da un complesso residenziale di domus

L’orologio, secondo gli esperti è un oggetto eccezionale per le sue dimensioni, per il suo stato di conservazione e per i dettagli di fattura che lo rendono un ritrovamento unico nel mondo greco-romano, era riemerso da una campagna di scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica per la Toscana, in collaborazione con l’Università di Pisa, tra il 1985 e il 1988.

Ma solo recentemente è stato riconosciuto, diventando oggetto dello studio di Emanuele Taccola, archeologo, e di Filippo Battistoni, storico, del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, che insieme a Jérôme Bonnin (Université de Lille 3) e Denis Savoie (Syrte, Observatoire de Paris, Universcience), due tra i massimi esperti internazionali di gnomonica e di misurazione del tempo nel mondo greco-romano.

La prima peculiarità che distingue l’orologio è la sua dimensione estremamente ridotta, con un’altezza e una larghezza di poco più di 5 cm, e l’eccellente stato di conservazione della griglia oraria, che rende ancora possibile misurare – anche se non in maniera precisa – il tempo. Una ulteriore specificità del manufatto è costituita dal materiale con cui è stato realizzato, l’avorio di elefante, che lo rende il secondo quadrante di questo tipo finora noto in letteratura, insieme a un altro esemplare di età tolemaica proveniente da Tanis, nel Delta egiziano, ricavato invece da un dente di ippopotamo. Gli autori ricordano che ad oggi sono 19 gli orologi in miniatura ritrovati e risalenti all’età greco-romana, e quello di Pisa è l’unico in avorio di elefante

Studiando il contesto di ritrovamento, gli studiosi hanno elaborato alcune ipotesi sulla funzione e sull’utilizzo della piccola meridiana d’avorio: considerando che il quadrante, pur aderendo a uno schema matematico, non avrebbe funzionato correttamente alla latitudine di Pisa, si è passati ad analizzare le implicazioni socio-culturali che il possesso e l’ostentazione di un manufatto del genere – costruito con un materiale pregiato – sottintendevano: “Per tutta l’età imperiale la piazza del Duomo di Pisa fu occupata da domus di alto livello, con pavimenti a mosaico e pareti affrescate, sicuramente appartenute a persone di alto rango – spiegano i ricercatori – Una connotazione analoga può essere ipotizzata anche per l’assetto residenziale tardo-repubblicano e il nostro orologio, ritrovato in uno strato da cui sono emersi oggetti databili in modo equivocabile alla fine del I sec. a.C., ne è una chiara testimonianza”.

Quella che emerge è dunque una funzione autocelebrativa in termini di ricchezza ed eleganza che gli abitanti di tali residenze, aderendo più o meno genuinamente a una élite colta e raffinata, intrisa del sapere filosofico greco, attribuivano a tali oggetti, volutamente posizionati negli ambienti di massima rappresentanza di domus e ville.

“La piccola meridiana d’avorio è un nuovo, importante tassello della storia antica di Pisa – concludono gli autori dello studio -. Pur non disponendo di informazioni più dettagliate sulla identità del proprietario, possiamo immaginarlo come uno degli abitanti del quartiere residenziale di Piazza del Duomo, e avere una conferma del tenore sociale di quest’area della città in età tardo-repubblicana, che continuerà a essere occupata per tutta l’età imperiale da domus di alto livello”.

AGI –  Il gip del tribunale di Velletri Ilaria Tarantino, pur non convalidando il fermo, ha disposto gli arresti domiciliari per Lorenzo Farina, 19 anni, e Christian Marozza, 18 anni, accusati di lesioni aggravate dai motivi abietti e futili in relazione al pestaggio del 17enne avvenuto cinque giorni fa a Colleferro, vicino Roma.

“Nel corso dell’udienza di convalida – scrive il magistrato nell’ordinanza cautelare – entrambi gli indagati hanno in sostanza ammesso gli addebiti e hanno confermato di essersi cambiati i vestiti dopo i fatti. Farina ha dichiarato che già in precedenza, circa un mese fa, vi era stata una discussione con dei ragazzi di Segni, in particolare con un amico del 17enne del quale non si ricordava il nome, per gli ‘sguardi’ a loro rivolti”.

E dal canto suo, anche Marozza ha “confermato che vi era già stata in precedenza una discussione con gli amici del giovane, pur non ricordando le motivazioni di tale lite. Sabato pomeriggio Farina si era avvicinato ai ragazzi di Segni e all’improvviso il 17enne aveva dato in escandescenze senza motivo. Lui lo aveva invitato a calmarsi spiegandogli che era loro intenzione chiarire pacificamente la questione. A quel punto Farina lo aveva colpito con un pugno”.

Marozza “ha negato di aver intimato alla vittima e a suoi amici di non venire a Colleferro e da ultimo ha dichiarato di essere profondamente pentito dell’accaduto”. Farina e Marozza lasceranno in queste ore il carcere di Rieti, dove erano detenuti, per fare rientro a casa. 

Nel motivare il provvedimento cautelare, il giudice spiega che “esiste il pericolo, concreto e attuale, che gli indagati commettano altri delitti della stessa specie e segnatamente che, ove non sottoposti a misure, possono perseverare nella realizzazione di gravi delitti con violenza alla persona. Ciò emerge dalle specifiche modalità e circostanze del fatto e dalla personalità degli indagati, desunta dalla condotta degli stessi tenuta in occasione dei fatti per cui si procede e delle pregresse liti avvenute sempre per i medesimi futili motivi. Gli indagati non hanno esitato ad aggredire la vittima colpendola con un pugno sul volto e facendola rovinare per terra e facendole sbattere la testa e hanno poi infierito colpendola con un calcio in pieno viso mentre era per terra, ponendo in pericolo la sua integrità fisica. Il tutto per banali motivi”.

Per il giudice, infine, deve osservarsi che “gli indagati, seppure formalmente incensurati, non sono nuovi ad episodi del genere, essendo già stati coinvolti in analoghe vicende, sempre ai danni del 17enne, dei suoi amici e di altri giovani del luogo”.

AGI – Fingendosi un vicino, si è introdotto in casa di un’anziana, in una zona isolata sulle alture di Voltri, nel ponente genovese, senza però mettere in conto di trovarsi di fronte ad una donna e ai suoi vicini molto agguerriti. Accortasi del raggiro, infatti, la padrona di casa ha subito tentato di chiudere la porta in faccia al malvivente, un pluripregiudicato italiano di 47 anni.

Ma questo, piuttosto corpulento, l’ha spinta da una parte e si è diretto verso la sua camera da letto. La vittima a quel punto ha iniziato ad urlare, chiedendo aiuto ed è stata sentita dalla vicina, anch’essa anziana, che è subito scesa dalle scale col suo bastone da appoggio. Entrambe hanno cercato di difendersi, anche picchiando il ladro con il bastone.

L’uomo ha continuato a spintonarle, rifiutandosi di allontanarsi e tentando di aprire le porte di tutte le stanze, provando anche a qualificarsi come appartenente alle forze dell’ordine, esibendo una carta d’identità, senza però convincere le due anziane. Altri vicini, sentendo il trambusto nell’abitazione, sono riusciti ad avvertire la polizia.

Accortosi di quanto stava accadendo, il rapinatore ha tentato la fuga, spintonando ancora una volta, stavolta con molta violenza, una delle due donne e facendola cadere. L’uomo è stato poi bloccato, prima dai vicini, poi dai poliziotti arrivati sul posto che l’hanno arrestato. L’anziana, accompagnata al pronto soccorso, ha ricevuto una prognosi di 6 giorni per trauma lombare.

AGI – Cresce la quota di italiani “panofobici”, quelli che hanno “paura di tutto”. Secondo l’ultimo “Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia” di Censis e Federsicurezza, sono oltre 6 milioni. In casa o fuori, “vivono costantemente in stato d’ansia”. Tra di loro prevalgono le donne: sono quasi 5 milioni, il 17,9% della popolazione femminile complessiva. Ma sono presenti anche tra i giovani: 1,7 milioni, pari al 16,3% degli under 35.

In crescita la violenza domestica

Da marzo a ottobre 2020, nei mesi del lockdown e delle restrizioni anti Covid, molte donne chiuse in casa sono state maggiormente esposte alla violenza di partner e conviventi: le richieste di aiuto al numero antiviolenza e stalking 1522 sono state 23.071, il 71,9% in più rispetto alle 13.424 dello stesso periodo di un anno prima.

 Le donne che hanno paura mettono in atto comportamenti che ne condizionano fortemente la qualità della vita: il 75,8% ha paura di camminare per strada e di prendere i mezzi pubblici di sera, l’83,8% ha paura di frequentare luoghi affollati, l’88,5% ha paura di incontrare persone sconosciute sui social network, il 76,3% ha paura di condividere immagini sul web, il 22,5% ha paura di stare a casa da sola di notte.

Cala il numero dei reati

Cala il numero dei reati: l’anno scorso nel nostro Paese – complice la pandemia – sono stati denunciati complessivamente 1.866.857 reati, il 18,9% in meno rispetto all’anno precedente: gli omicidi sono diminuiti del 16,4%, le rapine del 18,2%, i furti del 33%, i furti in appartamento del 34,4%.

Nonostante ciò, per due terzi degli italiani (il 66,6% del campione) la paura di rimanere vittima di un reato non è diminuita e per il 28,6% è addirittura aumentata.

In particolare, il 75,4% degli italiani dichiara di non sentirsi sicuro quando frequenta luoghi affollati (la percentuale scende del 67% tra i più giovani) mentre il 59,3% ha paura di camminare per strada e di prendere i mezzi pubblici dopo le 8 di sera (la percentuale resta al 59,8% anche tra i piu’ giovani). “Si tratta di sentimenti fortemente condizionati dalla paura del contagio”, spiegano gli autori del Rapporto. “La sfera sanitaria peserà sempre di più nelle nostre vite: quando le restrizioni saranno allentate, le piazze dovranno poter tornare a riempirsi in tranquillità”.

L’83,4% degli intervistati è convinto che si debbano applicare pene più severe per chi provoca risse e pratica atti di violenza fuori dai locali pubblici e nei luoghi della movida. Il 50,5% degli italiani esprime fiducia nelle guardie giurate e negli operatori della sicurezza privata ma il 55,7% e’ convinto che il settore avrebbe bisogno di un maggiore riconoscimento sociale. Il 62,8% e’ convinto che ci sia una scarsa consapevolezza da parte della popolazione in merito a quello che gli operatori della sicurezza privata fanno: la loro attivita’ e’ spesso misconosciuta. 

Aumentano i crimini informatici

E’ boom di reati informatici nell’anno della pandemia: nel 2020 sono state commesse 241.673 truffe e frodi informatiche, il 13,9% in più rispetto all’anno precedente (nel 2010 erano state solo 96.442). I rischi connessi all’utilizzo della rete “frenano la modernizzazione”, spiegano gli autori del Rapporto: un italiano su tre (il 31,3% del totale) non si sente sicuro quando fa operazioni bancarie online. Uno su quattro (il 24,9%) ha paura di utilizzare i sistemi di pagamento elettronici per fare acquisti in rete. E le percentuali salgono nettamente tra le persone piu’ avanti con gli anni e tra quelle con bassi livelli di istruzione. 

 

AGI – “Le prossime riaperture non sono un ‘libera tutti. Ci vuole un grande senso di responsabilità individuale per non sprecare quanto fatto in un lungo anno di sacrifici”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese intervenendo al dibattito “Legalità mi piace”, promosso da Confcommercio.

“Si tratta di un momento delicato, importante per far ripartire l’economia ma bisogna evitare di ricadere in una situazione difficile”, ha raccomandato il ministro. “Faremo i controlli e saranno rigidi ma non ci puo’ essere un operatore delle forze dell’ordine dietro ciascuno di noi”.

La titolare del Viminale ha parlato anche del disagio sociale ed economico legato alla pandemia. “Solo nei primi tre mesi di quest’anno – ha proseguito – abbiamo avuto 4.300 manifestazioni:”.

“E’ importante – ha concluso – poter esprimere il proprio disagio in modo civile, è facile urlare ma è facile anche che ci siano infiltrazioni e tentativi di strumentalizzare la protesta. Le nostre forze di polizia hanno saputo gestire queste situazioni coniugando al meglio la determinazione nel far rispettare le regole e quei principi di umanità cui non bisogna mai venire meno”.

AGI – Viceministro Pierpaolo Sileri, agli atti dell’inchiesta di Bergamo ci sono due mail lette dall’AGI, datate 15 e 21 aprile 2020, in cui il direttore dell’Ufficio Malattie trasmissibili del Ministero, Francesco Paolo Maraglino, risponde ad alcune sue richieste di precisazioni scrivendo che il Piano pandemico “è stato emanato nel 2006 ed è stato aggiornato con  specifici documenti inerenti la pandemia influenzale da A/H1N1 nel 2009-2010 (la cosiddetta suina, ndr). E’ tuttora vigente”. Non si è accorto che il piano non era aggiornato?
“Maraglino mi risponde dopo molte telefonate in cui gli chiedevo di mandarmi il Piano. Io a quel punto ho un documento ufficiale della direzione generale che mi dice che il piano è stato rinnovato nel 2009. Ma ho bisogno di sapere cos’altro è stato fatto, da medico annuso che c’è qualcosa che non va proprio riflettendo sull’esistenza, di cui non ho contezza, del Comitato nazionale pandemico citato nel Piano, una sorta di ‘testa’ che avrebbe dovuto coordinare tutte le attività pre-pandemiche. Nel frattempo viene da me Claudio D’Amario (direttore della Prevenzione del ministero da febbraio 2018 a gennaio 2020, ndr) e mi dice che sono state fatte riunioni, gruppi di lavoro interministeriali, esercitazioni e gli chiedo di fornirmi delle prove documentali di queste attività. D’Amario va oltre il 2009 e mi dice che il Piano è stato rinnovato al 2016 e che è pronto anche il nuovo. A maggio 2020 inoltre altre mail in cui chiedo ulteriori prove dell’aggiornamento. Nessuna risposta”.

Quando scopre che il Piano, come ormai acclarato anche dagli accertamenti della Procura, era ‘fermo’ al 2006?
“Vengo a sapere dai giornalisti del programma ‘Report’ che il piano è del 2006 e non è stato più aggiornato e integrato, come mi era stato detto da Maraglino, con i documenti del 2009. Le dico la verità: dal 2010 a oggi io non so cosa è stato fatto anche se l’ho chiesto e richiesto. So che a metà maggio mi è poi arrivata la bozza del nuovo piano attuale”.

Nella mail di metà aprile Maraglino fa riferimento anche a un “piano che mi risulta secretato e da valutare se parlarne, ma è molto importante”. A cosa si riferisce?
“Questa è un’espressione che mi ha fatto arrabbiare. Le sembra possibile che si scriva una frase così a un viceministro? Scusate, ma di che piano stiamo parlando?. E’ la testimonianza che nemmeno questo mi hanno detto. Io vengo a sapere quel giorno che c’è un piano di cui non sapevo nulla. Sono le proiezioni dello studio Merler o è un piano anti-Covid?. Io ancora non l’ho capito.

Lei è viceministro dal 2019. Prima dello scoppio della pandemia si era mai parlato del Piano al Ministero?
“Il ministero lavora a tanti dossier e protocolli, quando devono essere rinnovati viene fatto un appunto per il ministro, il vice o un sottosegretario con deleghe specifiche. Abbiamo trovato solo due appunti indirizzati agli allora ministri Lorenzin e Grillo a firma Guerra e D’Amario. Nel febbraio del 2020 in più riunioni della task force si parlò  del piano pandemico. Io peraltro ho avuto le deleghe solo il 25 agosto del 2020, dopo essere stato nominato viceministro nel settembre 2019, il che significa un potere in quella fase molto più limitato”.

Dal suo racconto sembra che lei fosse un “corpo estraneo” nel suo ministero. Perché non si è dimesso quando se n’è accorto o non ha denunciato quello che stava accadendo?
 “Mi sono fidato di ciò che mi hanno detto alcune ‘mele marce’, non nella parte politica ma in quella ‘tecnica’ e ho denunciato pubblicamente che il Piano era del 2006 appena l’ho scoperto. Lo stesso Guerra continuava a dire che il piano era del 2016 e verbalmente questo si sentiva dire nel ministero. Ho chiesto pubblicamente anche la testa del segretario generale. I documenti che erano sul sito parlavano di piano aggiornato al 2016 e, se a me e al ministro si dice che il piano era del 2016, per noi è del 2016. Ranieri Guerra quando se ne andò all’Oms mi disse che c’era un piano pronto. Una volta andato, mi ha chiesto di aiutarlo a capire se ci fosse questo Piano perché, una volta andato, non aveva più accesso ai documenti”.

E dov’era alla fine questo Piano?
“Va chiesto ai singoli, Ruocco (segretario generale del ministero, ndr), D’Amario e lo stesso Guerra. Io e il ministro Speranza abbiamo trovato quello che abbiamo trovato”.  

 

AGI – “Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale”, “ma non c’entra niente, non è vero niente che c’è stato uno stupro”. Lo dice Beppe Grillo in un video pubblicato su Facebook. “Dopo due anni sono stufo – aggiunge – allora arrestate anche me, ci vado io in galera”.

Mio figlio è su tutti i giornali come uno stupratore seriale insieme ad altri tre ragazzi. Io voglio chiedere, voglio una spiegazione perché un gruppo di ‘stupratori seriali’, compreso mio figlio non sono stati arrestati. La legge dice che gli stupratori vengono arrestati e messi in galera e interrogati in galera o ai domiciliari. Invece sono lasciati liberi per due anni, perche’? Perché non li avete arrestati subito? Ce li avrei portai io in galera, a calci nel culo”, aggiunge. 

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