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Alla vigilia delle elezioni regionali in Catalogna, a pochi giorni dal referendum indipendentista in Corsica, al Sardegna compie un passo in direzione dell'indipendenza digitale. Secondo quanto scrive "L'Unione Sarda", la regione autonoma avrà il suo dominio e il potere di assegnare in autonomia gli indirizzi web con il suffisso ".srd".

La procedura è già stata avviata. A gestire il dominio sarà la Regione, con tanto di possibilità di assegnare i siti. "Entro sei mesi avremo la proprietà del dominio", dichiara a "L'Unione Sarda" l'assessore agli Affari generali Filippo Spanu, che nei giorni scorsi ha ricevuto dalla Giunta il via libera per il progetto.

Nadia Toffa è tornata a parlare in tv dopo il malore di due settimane fa a Trieste. In un'intervista al programma per cui lavora, Le Iene, ha esordito rassicurando tutti, e scherzando molto con l’intervistatore: “Sto bene porco cane!” ha urlato di gioia all'inizio dell'intervista. Toffa, 38 anni, ha parlato dal suo appartamento di Milano. Ha ricordato i momenti prima del malore: “Quella sera sono andata a mangiare, sono andata in camera e poi ho chiamato te che sei dietro la telecamera”, riferendosi all’intervistatore che ha ricordato che già in quella telefonata si era accorto che qualcosa non andava: “Rispondevi in ritardo alle domande, pensavo ti fossi fatta una canna” hanno scherzato. Poi Toffa ha ripreso il suo racconto. 

Il ricordo della sera del malore

"Dovevo tornare a Milano, ho fatto la valigia, ho messo il cappotto. Sentivo la necessità di riposarmi, volevo rimanere in camera a dormire, poi ho pensato che non era da me, non sono abituata a riposarmi, vado sempre di fretta, corro in continuazione. Quindi sono scesa nella hall dell’albergo e ho chiamato il taxi dalla reception. Sono caduta, e poi non ricordo niente”.

Nadia Toffa è caduta colpendo con il volto a terra, e ancora porta un evidente livido sulla parte destra della faccia. “Ha cambiato tutti i colori dell’arcobaleno. Era color ciclamino, poi ha cambiato in blu, marrone”. Il ricordo successivo lo ha in ambulanza: “Sentivo la sirena dell’ambulanza, non ero mai stata in un'ambulanza, la sentivo vicina e ho capito che ero io che ero in ambulanza. Lì ho ripreso conoscenza e ho riconosciuto un collega”. “Adesso ci rido ma ci sono tante persone che si sono preoccupate e me ne rendo conto, in primis i miei genitori,  se ci penso mi commuovo”.

La preghiera come conforto

“In quel momento non mi sono resa conto che ci stavo lasciando le penne. Mi ricordo che ho pregato. L’Ave Maria, il Padre Nostro e la preghiera a tutti i Santi. Non sapevo nemmeno di ricordarmela”. E ancora: “Ad un certo punto mi dicono che bisognava andare in elicottero a Milano. E siamo partiti. Quando il capitano sorvolava le città pensavo ai servizi che ho fatto nei vari posti su cui stavo volando”.

Dopo è stato il momento del ricovero al San Raffaele a Milano. “In ospedale, mi hanno ribaltato come un calzino. Stare in ospedale ti riporta un po' al succo delle cose. Non è la prima volta che vado all'ospedale perché ascolto poco i segnali del mio fisico. Ogni volta che ti ricoverano però ti riportano proprio all'essenza delle cose, rivaluti anche la fisicità, le cose basilari".

La telefonata di Berlusconi

“Un'altra cosa che mi ha stupita sono i messaggi ricevuti da parte di politici con cui ho un rapporto "conflittuale". È nel nostro mestiere da Iene battersi per tutelare diritti, parlare di salute, problematiche, difendere la gente, quindi andiamo senza paura di nessuno e affrontiamo chiunque. Sono arrivati messaggi anche di politici che ho affrontato in passato”, ha continuato Toffa, che ricorda la telefonata di Berlusconi: “Mi ha promesso un brunch, non sapevo mi conoscesse, mi ha detto che guarda Le Iene. Io pensavo stessi parlando con un suo imitatore”.

"Ho esagerato con il lavoro"

Ora Toffa, ha detto, è costretta dai medici al riposo assoluto. “Ho un marito impegnativo, si chiama le iene, è la mia vita. Quando noi parliamo di un argomento, facciamo show ma ci prendiamo carico di quell’argomento, è come se il problema fosse tuo. Ma mi devo fermare un po’. Ho ignorato i segnali di stanchezza del mio corpo e ne ho pagato le conseguenze”.

Chiuso un capitolo con la cattura di Igor Vaclavic il russo, il pericoloso latitante accusato di tre omicidi in Italia e di altrettanti in Spagna, ora c'è massima attenzione per chiudere il cerchio attorno a possibili complici o fiancheggiatori del killer serbo. La Procura di Bologna da mesi è al lavoro per individuare eventuali contatti (nuovi e del passato) che possano aver giocato un ruolo nella fuga di Norbert Feher, quello che poi si è scoperto essere il suo vero nome, all'estero. Già nei prossimi giorni potrebbero essere acquisiti nuovi elementi grazie all'analisi degli oggetti che il criminale aveva con sé durante la latitanza. Indagini sono state fatte in Serbia, Austria e Francia oltre che in Spagna, dove dall'estate scorsa i carabinieri erano presenti perché convinti che Igor si nascondesse nel Paese.

Sul fronte della giustizia, intanto, non si prevedono tempi brevi per l'estradizione in Italia di Norbert Fehrer poiché proprio in Spagna dovrà rispondere di tre omicidi. "La Spagna – aveva ricordato ieri il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato – non potrà non procedere per quanto riguarda i morti che ci sono verificati in quel Paese. Ci sarà la nostra richiesta di estradizione ma, come ovvio che sia, dovrà fare i conti per la tempistica con il fatto che la Spagna ha un procedimento penale per fatti gravissimi commessi in quel territorio". 

Feher ha ucciso giovedì sera tre persone, due agenti della Guardia civil e un pastore, nei comuni spagnoli di Albalate del Arzobispo e Andorra. È scattata subito dopo una caccia all'uomo che poco prima delle 3 di venerdì mattina ha portato all'arresto nella zona di Teruel, dopo che 'igor il russo' ha avuto un incidente stradale. Solo dopo l'arresto, grazie alla verifica delle impronte digitali, è emerso che la persona fermata è Feher, nato a Subotica, in Serbia, il 20 febbraio del 1981, ricercato in Italia per aver ucciso l'1 aprile il barista di Budrio Davide Fabbri e l'8 aprile la guardia volontaria Valerio Verri, e per il tentato omicidio dell'agente della polizia provinciale Marco Ravaglia (Il Tempo). 

Nei mesi della fuga sono stati certificati alcuni contatti con persone che operano nel mondo dei documenti falsi, in Francia. "Altri contatti, appunto, in Spagna, tra Madrid, Malaga e Valencia", scrive Quotidiano Nazionale. "Una zona che Igor conosceva, aveva già visitato in passato (come testimoniano anche i suoi post su Facebook) e le lettere dal carcere scritte a donne spagnole".

Ma risulterebbero anche contatti in Austria e gli inquirenti italiani hanno indagato a Vienna per giorni. "Contatti diretti e mediati, insomma, che hanno acceso i riflettori anche sul percorso solitamente fatto dalle badanti ungheresi verso l’Italia, attraverso l’Austria e sulle persone che operano in quel settore. Proprio l’Austria potrebbe essere stata la via di fuga usata da Igor per lasciare l’Italia e poi muoversi in Europa".  

Secondo Quotidiano Nazionale la fitta rete di contatti che si sta ricostruendo in queste ore aprirebbe diversi scenari: "Potrebbe avergli dato un ‘passaggio’ un amico, in auto. Oppure un camionista, magari serbo, in un’ottica di solidarietà tra connazionali". Ma è assai difficile al momento avere certezza, ma alcuni vertici del comando provinciale dei carabinieri di Bologna si troverebbero in questo momento in Spagna per ricostruire la trama dei legami e degli spostamenti. "Occorre sapere dai colleghi spagnoli di quali e quanti cellulari Igor disponesse al momento dell’arresto. Cellulari intestati a persone a lui note che lo hanno aiutato e gli spostamenti di quelle utenze potrebbero essere decisive per ricostruire i mesi di latitanza". 

La stampa deve salvaguardare il diritto all'oblio, abbandonando quel giornalismo che lavora "cercando cose superate vecchie e portandole alla luce". Incontrando i membri dell'Unione Stampa Periodica Italiana a quelli della Federazione Settimanali Cattolici Italiani, il Papa ha stigmatizzato infatti "le estemporanee campagne d'informazione, che lasciano trasparire l'intento di manipolare la realtà, a scapito della precisione e della completezza". Ci si fa guidare "dall'emotività surriscaldata ad arte al posto della riflessione ponderata", ha avvertito il pontefice, secondo il quale così si sfiora "la calunnia che è sensazionalistica o la diffamazione". "Sono peccati gravi – ha detto – che danneggiano il cuore del giornalista oltre che le persone coinvolte".

Secondo il Papa, "la società ha bisogno che il diritto all'informazione venga scrupolosamente rispettato assieme a quello della dignità di ogni singola persona umana coinvolta nel processo informativo, in modo che nessuno corra il rischio di essere danneggiato in assenza di reali e circostanziati indizi di responsabilità". "Si avverte l'urgente bisogno di notizie comunicate con serenità, precisione e completezza, con un linguaggio pacato, in modo da favorire una proficua riflessione; parole ponderate e chiare, che respingano l'inflazione del discorso allusivo, gridato e ambiguo", ha osservato Francesco nel suo discorso.

"La pubblica opinione non sia stordita e disorientata"

"È importante – ha affermato – che, con pazienza e metodo, si offrano criteri di giudizio e informazioni così che la pubblica opinione sia in grado di capire e discernere, e non stordita e disorientata". Se questo è doveroso per tutti i giornalisti, ancora più lo è per la stampa cattolica: "lavorare nel settimanale diocesano – ha spiegato il Papa – significa 'sentire' in modo particolare con la Chiesa locale, vivere la prossimità alla gente della città e dei paesi, e soprattutto leggere gli avvenimenti alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa. Questi elementi sono la 'bussola' del suo modo peculiare di fare giornalismo, di raccontare notizie ed esporre opinioni". "A queste esigenze – ha concluso – la media e piccola editoria può rispondere più facilmente. Partecipano a questa logica anche i settimanali diocesani iscritti alla Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), di cui ricorre in questi giorni il cinquantesimo anniversario. Essi possono rivelarsi utili strumenti di evangelizzazione, uno spazio nel quale la vita diocesana può validamente esprimersi e le varie componenti ecclesiali possono facilmente dialogare e comunicare".

Oltre 153 milioni di persone rischiano di ritrovarsi la loro abitazione sommersa, entro il 2100, a causa dell'innalzamento del livello dei mari. Questo se continueremo a utilizzare combustibili fossili al ritmo attuale, con i conseguenti effetti sul riscaldamento globale e lo scioglimento delle calotte polari. È l'allarme lanciato da uno studio pubblicato questa settimana da Earth's Future

​Senza un cambiamento nella maniera in cui utilizziamo l'energia, sostiene la ricerca, il livello medio dei mari potrebbe salire di 1,5 metri entro il 2.100, una cifra pari a circa il doppio di quanto stimato nel 2014 dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) delle Nazioni Unite. Un aggiornamento così drastico e legato a nuovi modelli che ipotizzano uno scenario non preso in considerazione dall'Ipcc, ovvero il collasso di larghe aree dei ghiacci antartici

Quali sarebbero le aree più colpite?

Se tale scenario si concretizzasse, l'innalzamento del livello dei mari "sommergerebbe aree che al momento ospitano oltre 153 milioni di persone", si legge nella ricerca. Il Sud Est Asiatico, dove già le acque salgono a ritmi molto superiori alla media, sarebbe l'area più colpita. La popolazione delle aree costiere di Cina, Bangladesh, India, Indonesia e Vietnam potrebbe quindi essere costretta, tra alcuni decenni, a un autentico esodo verso l'entroterra. 

È però corretto ricordare che si tratta di ipotesi basate su dinamiche fisiche complesse e parzialmente inesplorate. "Comprendere che qualcosa è una possibilità concreta non significa sapere quanto sia probabile", sottolinea Quartz. Quel che è certo è che, se riuscissimo a limitare l'incremento della temperatura globale sotto i due gradi centigradi, come previsto dall'accordo di Parigi, tali probabilità si ridurrebbero drasticamente.

Finisce l'esilio postmortem di Vittorio Emanuele III di Savoia e della moglie Jelena Petrovic Njegos. La salma della Regina Elena, in gran segreto, è stata traslata dal cimitero di Montpellier, in Francia, dove fu inumata il 28 novembre 1952, al santuario di Vicoforte, nei pressi di Mondovì, nel cuneese. E tra alcune settimane potrebbe essere raggiunta dal consorte, che riposa invece ad Alessandria d'Egitto.

Un trasferimento, quest'ultimo, destinato a sollevare polemiche, date le responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III nella tragica avventura bellica dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Elena aveva seguito il marito in esilio ad Alessandria e, rimasta vedova, si era trasferita in Francia per curare i gravi tumori dei quali soffriva.

"Profonda gratitudine a Mattarella"

La notizia è stata data, a traslazione avvenuta, dalla nipote Maria Gabriella con un comunicato all'agenzia France Presse: "A nome dei discendenti della coppia reale che ha vissuto i suoi 51 anni di matrimonio insieme agli italiani, nella buona e nella cattiva sorte, esprimo la più profonda gratitudine al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che ha favorito il trasferimento in Italia". Il Quirinale in una nota ha confermato di essersi mosso "sul piano diplomatico" per il rientro delle spoglie mortali degli ex regnanti.  

"Confido che il ritorno in Patria della Salma di Elena di Savoia, la Regina amata dagli italiani, concorra alla composizione della memoria nazionale nel 70esimo della morte di Vittorio Emanuele III (28 dicembre 1947) e nel Centenario della Grande Guerra", ha aggiunto Maria Gabriella. E alcuni quotidiani sostengono che proprio in quella data la salma del re potrebbe essere rimpatriata. A confermarlo a Repubblica il rettore della basilica, don Meo Bessone, che ha celebrato ieri la cerimonia per la sepoltura della regina nel santuario che, nelle intenzioni dei duchi di Savoia, avrebbe dovuto diventare il mausoleo della casata. Chissà se vi troveranno posto in futuro anche Umberto II e Maria José, che regnarono un solo mese prima della proclamazione della Repubblica e riposano nell'abbazia di Heutecombe, in Savoia. 

"I re e le regine d'Italia debbono riposare al Pantheon"

Un gesto di conciliazione che non tutti gli eredi hanno apprezzato. Per il principe Serge di Jugoslavia, bisnipote della regina, l'ultima dimora dei reali d'Italia non può che essere il Pantheon. "Nonno Umberto II e il bisnonno Vittorio Emanuele III si rivolterebbero nella tomba", dichiara Serge al Corriere, "i re e le regine d’Italia debbono riposare al Pantheon a Roma, e soltanto lì. È dal 1998, quando Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto hanno potuto far ritorno in Italia che mi faccio portavoce di questa battaglia: i sovrani d’Italia debbono poter riposare tutti al Pantheon. E poi in famiglia le decisioni si prendono discutendo, e invece in questo caso, se i fatti stanno così, nessun altro in famiglia ne era al corrente. Mia madre, Maria Pia, con me non ne sapeva nulla, neppure zio Vittorio Emanuele e tantomeno Emanuele Filiberto con i quali ho parlato: siamo tutti contrariati da questa iniziativa".

Gli italiani hanno bruciato alle macchinette da gioco 49 miliardi di euro in un anno. Nel 2016, secondo un'inchiesta realizzata dai quotidiani locali Gedi e dal Visual Lab in collaborazione con Dataninja, gli italiani hanno speso 95 miliardi di euro in gratta e vinci, lotterie, lotto, superenalotto, scommesse sportive, totocalcio, totogol, macchinette, ippica, bingo, gioco online. Ben oltre la metà di questi, circa 49 miliardi, sono stati giocati su Awp e Vlt (acronimi di slot machine e video lottery). 


I numeri

  • 354.904 slot machine
  • 54.242 videolottery
  • 49 miliardi spesi nel 2016
  • 95 miliardi se si includono tutti i giochi 
  • In Lombardia, Veneto e Lazio circa mille euro a testa

Il numero degli apparecchi attivi sul territorio è di oltre 400mila, così divisi: 354.905 slot e 54.262 vlt. Incrociando i dati dell'Istat sulla popolazione, quelli del ministero dell'Economia sui redditi e quelli della raccolta gioco dell'Ageniza delle dogane e dei monopoli (Aams) è stato creato un database in grado di mostrare dove e quanto si gioca in oltre settemila comuni italiani. 

 

Classifica regioni in base alle giocate pro capite 2016

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È la Lombardia a guidare la classifica nazionale delle regioni italiane che nel 2016 hanno giocato di più in assoluto su Slot e videolottery, seguita da Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Piemonte, Toscana, Puglia, Sicilia, Liguria.

In Lombardia, la raccolta dello scorso anno ha superato i 10 miliardi (10.383.102.030), a fronte di una popolazione di 10 milioni di persone (10.019.166). Più di 5 miliardi e 310 milioni sono stati ingoiati dalle slot, altri 5 miliardi e 72 milioni dalle Vlt. La Regione conta in totale 64.049 apparecchi (54.241 slot e 9.808 Vlt) ed è anche quella in cui la spesa pro capite è più alta: oltre 1000 euro a testa spesi in slot machine.

Seconda in classifica la regione Lazio: oltre 5 miliardi e 125 milioni giocati tra slot e Vlt (ripartiti quasi equamente tra i due tipi di apparecchi) su una popolazione che sfiora i 6 milioni di abitanti (5.898.124) e che può giocare su 40.609 apparecchi (33.649 slot e 6.960 Vlt).

In Veneto, terza in lista, nel 2016 sono stati giocati più di 4 miliardi e 662 milioni tra slot e video lottery. Quattro milioni e 900mila gli abitanti del Veneto che contano 35.088 apparecchi (29.860 slot e 5.288 Vlt). Segue l’Emilia Romagna con 4 miliardi e oltre 511 milioni spesi quasi equamente tra slot e Vlt che sono in totale 32.416 (27.098 slot e 5.318 Vlt) su una popolazione di circa 4 milioni 448mila persone.

Quinta in classifica la Campania: 5 milioni 839mila abitanti e 3 miliardi 868 milioni spesi. Sesto il Piemonte che conta 4.392 milioni di persone e 3 miliardi e 699 milioni giocati. Chiudono la classifica delle prime dieci Toscana (3 milioni 742mila abitanti e 3 miliardi 363 milioni giocati), Puglia, Sicilia e Liguria.

Negli Stati Uniti, Uber ha fatto scendere una grossa parte di pazienti dalle ambulanze. È quello che emerge uno studio condotto da David Slusky, professore di economia dell’università del Kansas e da Leon Moskatel medico dello Scripps Mercy Hospital di San Diego.  

La ricerca è la prima nel suo genere sull’impatto dei sevizi di noleggio auto sull’utilizzo delle ambulanze. In particolare i due studiosi hanno preso in esame 766 città americane collocate in 43 Stati in cui Uber ha fatto il suo ingresso tra il 2013 e il 2015. E comparando i dati pre e post l’avvento di Uber in ognuna di queste realtà è emerso che il tasso di chiamata delle ambulanze è crollato. Secondo i due ricercatori il calo è almeno del 7%. E le previsioni sono in rialzo: “Il divario dovrebbe cresce ancora e stabilizzarsi intorno al 10%-15%”.

Uber prende le distanze

Dal quartier generale di San Francisco di Uber arriva la risposta che, in un certo senso, prende le distanze dallo studio. “Siamo felici di essere utili alle persone e di aiutarle a raggiungere il posto in cui devono andare. Ma è importante sottolineare che Uber non è un sostituto del personale paramedico. Di fronte a un’emergenza di tipo medico invitiamo tutti a chiamare il 911”, ha sottolineato il portavoce della compagnia Andrew Hasbun.

“Solo un paramedico ti salva la vita”

Moskatel assicura che molti dei pazienti che vede arrivare in ospedale “tendono a essere molto bravi nel riconoscere i sintomi e nell’agire tempestivamente”. Non è della stessa opinione Paul Kivela, presidente dell’American College of Emergency Physicians che conta 37mila membri. “La maggior parte delle persone non è in grado di distinguere un problema innocuo da una situazione di rischio per la vita”, spiega Kivela. “Un paramedico è stato formato per riconoscere tutti questi casi ed è in grado di fare tutto ciò che è necessario nel tragitto fino in ospedale. Temo che si diffonda la convinzione che un autista di Uber possa farlo”.

La chiamata a carico di tutti

Slusky e Moskatel affermano tuttavia che in molti casi chiamare un taxi, Uber o chi per loro, si rivela la soluzione migliore per raggiungere in fretta l’ospedale. Altri invece, conti alla mano, arrivano alla conclusione che conviene il trasporto con Uber che pagare un’ambulanza. “Prima di chiamare un’ambulanza bisognerebbe fare alcune riflessioni”, suggerisce Slusky. Ad esempio “a quanto costa per i cittadini quella chiamata”. “Perché se vogliamo ridurre la spesa sanitaria dobbiamo trovare alternative più economiche”.

La situazione in Italia

In Italia le cose stanno diversamente. Il trasporto in ambulanza in tutti i casi urgenti, e quindi di malori, è gratuito e previsto da Servizio Sanitario nazionale. Oltre ai pazienti a rischio, possono  usufruire del trasporto a costo zero anche le seguenti categorie di persone:

  • Pazienti barellati per inabilità al controllo posturale del tronco anche in posizione seduta, controindicazioni o impossibilità alla posizione seduta, movimentazione del paziente sicuramente o potenzialmente pericolosa
  • Pazienti non deambulanti, portatore di inabilità temporanea o permanente in carrozzina ortopedica obbligata.
  • Soggetti affetti da patologie oncologiche in fase attiva a breve aspettativa di vita, non deambulanti e con necessità di terapie specialistiche esclusivamente in ambito ospedaliero
  • Pazienti con patologie oncologiche che necessitano di eseguire cicli terapeutici di chemio/radioterapia (certificazione del Medico specialista)
  • Pazienti con patologie moto-neuropatiche in fase post acute che necessitano di eseguire cicli riabilitativi (certificazione del Fisiatra o Specialista pubblico di competenza)
  • Soggetti impossibilitati a deambulare e non altrimenti trasportabili sofferenti delle seguenti patologie: tetraplegia; emiplegia; distrofia muscolare diffusa e invalidante
  • Soggetti uremici cronici in trattamento dialitico
  • Soggetti con qualsiasi tipo di invalidità accertata del 100 % ed indennità di accompagnamento in condizione di permanente non deambulabilità. 

Pur tra mille difficoltà e contraddizioni i centri storici italiani non sono solo un museo a cielo aperto ma restano ancora oggi un perno dinamico dell'economia del Paese. Rappresentano solo lo 0,06% del territorio nazionale e ospitano il 2,5% della popolazione (poco meno di 1,5 milioni di abitanti), ma il numero delle persone che ogni giorno vi lavora, nelle imprese, nelle istituzioni, nel terziario e nel settore del no profit è ben superiore al numero dei residenti ed è stimabile in 2,1 milioni di addetti.

In particolare, nei centri storici è concentrato: 

  • il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici del paese
  • il 14% dei servizi di produzione (credito e assicurazioni, attività immobiliari, informatica e attività connesse, ricerca e sviluppo, altre attività professionali, noleggio di macchinari e attrezzature) 
  • il 13,4% delle attività ricettive.

Il centro storico offre poi occasioni di lavoro in misura maggiore che altrove: infatti dispone di 2,2 posti di lavoro per residente in età lavorativa, mentre il resto della città registra un indice di 1,0 e il dato nazionale arriva a 0,7. Questi alcuni numeri tratti dalla prima indagine conoscitiva sui centri storici dei 109 capoluoghi di provincia italiani realizzata da ANCSA – Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici con la collaborazione di CRESME.

Perché questo studio

ANCSA ha realizzato questa indagine come primo significativo passo per la costituzione di un Osservatorio sui centri storici italiani dal quale trarre dati e informazioni quantitative e oggettive per meglio calibrare la proposta di nuove politiche urbane. "Da oltre 30 anni non si svolgono ricerche sulla situazione complessiva dei centri storici italiani – ha sottolineato il presidente di ANCSA, Francesco Bandarin – Questa dimenticanza è davvero preoccupante se si pensa alla importanza che essi hanno per l'economia e per l'immagine del Paese". 

Chi cresce e chi no

L'analisi mostra una realtà a macchia di leopardo: vi sono centri storici che stanno attirando popolazione e sono dinamici e in piena trasformazione, mentre altri versano in crisi profonda, in stato di abbandono, con gravi problemi gestionali e occupazionali. In Toscana, Umbria, Marche (esclusi i comuni di costa) e Lazio i centri storici vedono crescere la popolazione; in Veneto, parte della Lombardia, Abruzzo, Molise, parti della Puglia, il sud est della Sicilia, la Sardegna, la popolazione dei centri diminuisce.

Le città studiate vengono divise in 4 fasce: quelle in crescita, sia nei centri storici sia nelle altre parti, e tra queste al primo posto ci sono Prato (+38% la popolazione nel centro storico) e Roma (+15%); le città a trazione centro storico, dove la popolazione è in calo ma cresce nei centri storici, come Verbania (+44%); le città che crescono ma dove i centri storici perdono popolazione, come Ragusa e Ferrara; le città in calo, dove la popolazione scende in ogni quartiere, ovvero Napoli, Catania e Venezia. 

INFOGRAFICA 1

L'identikit di chi vive in centro

Immigrati, famiglie ristrette, anziani ma anche, a sorpresa, moltissimi giovani. Questo l'identikit degli abitanti dei centri storici italiani che emerge dalla ricerca condotta dall'Ancsa. I dati, di fonte Istat, si riferiscono al 2011: nei 109 centri storici esaminati sono censiti 174.151 residenti stranieri, il 3,8% dei 4,57 milioni di stranieri residenti in Italia ma è l'11% della popolazione residente nei centri storici. Nella parte di città non centro storico la percentuale di stranieri sulla popolazione è pari al 7,9%, la media italiana è 7,7%. Ovviamente anche qui la situazione si presenta a macchia di leopardo: nei centri storici di Modena, Roma, Brescia, Reggio Emilia, Prato un abitante su quattro è straniero. Lo scenario muta nelle città che offrono poche chance di lavoro, come Taranto, Bari, Potenza, Brindisi, Enna: qui la percentuali di stranieri sono bassissime. Ma sono basse anche a Sondrio, a Bergamo Alta, Matera e Salerno. 

Gli over 65 sono pari al 22,6% della popolazione residente in centro, è un valore alto – sottolinea l'indagine – ma inferiore a quello della popolazione anziana che risiede nella parte di città che non è centro storico (22,8%) e non distante da quello medio nazionale (20,8%). Pescara, Treviso, Venezia e Siena hanno il maggior numero di anziani, nel centro storico del capoluogo abruzzese gli over 65 sono addirittura il 52,2% della popolazione residente. Palermo, Taranto, Modena e Grosseto sono invece le realtà dove il processo di "ricentralizzazione" si e' basato soprattutto sulle fasce demografiche più giovani e in età lavorativa. 

INFOGRAFICA 2

Nella Città Vecchia di Taranto, dove molte attività produttive sono state avviate da giovani, gli anziani sono diminuiti del 31,6%. "Certamente i centri storici si presentano come luoghi dove nascono pochi bambini – sottolinea la ricerca – ma se misuriamo la dinamica tra 2001 e 2011 della popolazione con meno di 15 anni, vediamo come siano in atto interessanti fenomeni di crescita in alcune realtà" ad esempio nel centro storico di Verbania i giovani sono cresciuti del 68,8%, a Prato del 67,8%, a Latina del 37,6%. Di contro il centro storico di Siracusa ha perso nel 2011 il 34,3% dei giovani che c'erano nel 2011, Brindisi il 31,6%, Foggia il 27,7%. Sud, quindi, grande protagonista della crisi delle nascite.

Il 73% delle famiglie che abitano i centri storici dei comuni capoluogo è di piccolissima dimensione, composta cioè da uno o due persone. Il record lo detiene Roma, dove nel perimetro delle Mura Aureliane il 62% delle famiglie è composto da una sola persona. Seguono Genova (58,7%), Bologna (58,3) e Perugia (57,9). Il Sud resta il baluardo della famiglia tradizionale: nelle città pugliesi si registra infatti la percentuale più bassa di famiglie uni-nucleari tra i 109 centri storici esaminati, tutte con percentuali attorno a 30%. Ma tutto il Mezzogiorno presenta ancora valori più contenuti rispetto a quelli del Centro-Nord anche se è prevedibile che la situazione si adeguerà rapidamente. 

INFOGRAFICA 3

Attenzione al "rischio Airbnb"

"Da questa ricerca sono emersi dei numeri impressionanti sulla dinamicità economica dei centri storici italiani. Sono il motore dell'economia del Paese", ha detto il presidente dell'Associazione Nazionale Centri storico-artistici (Ancsa), Francesco Bandarin, "I centri storici italiani sono delle vere e proprie macchine occupazionali", ha aggiunto. Sottolineando il rischio che "con nuovi attori, quali Airbnb​, si trasformino in enormi villaggi turistici". "Sessant'anni fa – ha proseguito Bandarin – si fece una grande battaglia per i centri storici e si riuscì a fare delle importanti riforme urbanistiche negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso, ma ora bisogna intervenire sui nuovi fenomeni, come quello della gestione degli alloggi, e capire quale può essere il ruolo della tecnologia".

Il mistero dei tredici piedi in Columbia Britannica. Non è un noir ma cronaca, talora perciò più bizzarra. Sulle spiagge della provincia canadese affacciata sul Pacifico, vicino alla foce del fiume Jordan nella parte meridionale di Vancouver Island, la risacca ha restituito l’altro giorno un piede sinistro. E’ il tredicesimo negli ultimi dieci anni. Anche questo come gli altri, praticamente intatto, calzava una sneaker e gli era rimasta attaccata la gamba, però completamente scarnificata con le ossa di tibia e fibula.

L’uomo che ha fatto la scoperta, tale Mike Johns, passeggiava sulla spiaggia quando il suo cane è stato attirato dal reperto. Johns ha telefonato alla polizia portando intanto coscienziosamente il piede a casa, nel timore che le onde lo ributtassero nell’Oceano o fosse preda di selvatici.

Com’è possibile che nello stesso tratto di costa, nel corso di un decennio, siano stati trovati tredici volte piedi, non altre parti anatomiche, e perché sempre in scarpe da ginnastica?

Naufragi? Tsunami? Serial killer? 

Molte sono le ipotesi rimbalzate sulla stampa nordamericana dal 2007, quando cominciò il fenomeno.

C’è chi ha pensato a resti di catastrofi naturali (qualcuno addirittura congetturò sullo tsunami del 2004) o di naufragi, o che i piedi provenissero dagli aerei precipitati nell’Oceano. Altri hanno ventilato di un serial killer o sospettato del crimine organizzato. Non è mancato, è tipico di casi simili, l’intervento dell'ignoto buontempone che mette carne al fuoco: ha infilato una zampa di cane scheletrita in una scarpa e l’ha deposta sopra la battigia. C'è chi ha fatto lo stesso con ossa di pollo, come ha constatato, forse meno divertito che infastidito, il coroner della Columbia Britannica, Barb McLintock.

I tredici piedi non presentavano segni di traumi e nel tempo per otto si è stabilito il corpo di appartenenza e l'identità relativa (due, rinvenuti separatamente, appartenevano alla stessa persona); quelli non attribuiti sono tutti maschili. I resti cui è stato dato nome erano di persone che si sono uccise o sono morte in mare per cause accidentali. I piedi si sono staccati dai cadaveri, fluttuando a riva. Ma perché sempre in sneaker? Ipotesi plausibile è che il materiale di queste scarpe, leggero tuttavia durevole, preservi le estremità dalla decomposizione e funga da galleggiante.

Perché il fatto si registra con frequenza in quest’area della Columbia Britannica e non altrove? “Non ho una ragione veramente esaustiva per spiegarlo” ha riferito Andy Watson dell’ufficio del Coroner, suggerendo elementi quali le peculiarità geografiche e le maree della zona.

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