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Una ragazza di 18 anni è stata violentata in un parco di Torino dove si era appartata con un amico all’uscita della discoteca Life. Un 30enne della Guinea, irregolare in Italia, ha minacciato la coppia con un coccio di bottiglia e ha abusato della giovane. La Polizia, allertata da un buttafuori del locale, è intervenuta e ha arrestato l’uomo prima che la violenza avesse un epilogo ancora più drammatico.

La ragazza, da poco maggiorenne, aveva raggiunto con un amico una panchina del parco Valentino. Dopo la violenza, l’aggressore è fuggito e ha tentato di nascondersi tra i cespugli lungo l’argine del Po, vicino a corso Massimo D’Azeglio, ma è stato arrestato dagli agenti in servizio di vigilanza nell’area del parco. L’accusa per lui è di violenza sessuale. I

n passato aveva gia’ avuto guai con la giustizia. La ragazza, ferita, senza scarpe e con il vestito strappato, è stata portata all’ospedale Sant’Anna in stato di choc.

Un neonato di quattro mesi è morto in seguito a una circoncisione eseguita in casa dai genitori di origine ghanese: il bimbo era stato portato venerdì all’ospedale di Scandiano, nel Reggiano, in arresto cardiaco. Le sue condizioni sono subito apparse gravissime ed è stato trasferito in eliambulanza all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dove è deceduto nelle prime ore di sabato, riferisce il Resto del Carlino. Si sono rivelati inutili i tentativi dei sanitari dei due ospedali di salvarlo. I carabinieri di Reggio Emilia hanno avviato un’indagine per fare luce sui fatti che hanno portato al tragico decesso. 

Nessuno ha visto o sentito nulla di quella tragica caduta, che forse resterà un mistero. Dopo un interrogatorio fiume in questura durato fino a sera, per il padre e la madre dei ragazzini, non è scattato nessun provvedimento: dalle loro versioni dei fatti, è risultata infatti compatibile la possibilità di una tragica fatalità per la morte dei due fratellini di 10 e 14 anni, volati ieri giù dall’ottavo piano del balcone di casa in via Quirino di Marzio, alla periferia di Bologna.

Il padre, che al momento della tragedia si trovava solo in casa con i ragazzini, è rimasto fermo sul suo racconto iniziale: Benjamin e David erano stati sgridati al rientro dalla spesa, per non aver riconsegnato tutto il resto, poi lui aveva tolto la chiave dalla serratura di casa in modo che non uscissero fuori ed era andato in bagno a fare la doccia.

A quel punto la tragedia: l’uomo – Eitz Chabwore, non si sarebbe accorto di nulla venendo poi avvisato da un vicino. Non ci sono testimoni della caduta: nessuno ha visto o sentito nulla, tanto da rendere difficile ricostruire l’accaduto. Sullo sfondo, una famiglia di origine keniota normale e integrata – i bimbi erano nati in Italia, entrambi i genitori lavorano – con un padre definito ‘amorevolè dalla moglie Lilian Dadda, che al momento della tragedia si trovava nel suo negozio da parrucchiera con i due figli più piccoli, un maschio e una femmina.

Un gruppo di fratellini che il vicinato, ancora sotto choc per l’accaduto, conosceva bene, vedendoli con la mamma uscire per andare a scuola o all’asilo. 

Due ragazzini, di 10 e 14 anni, di origine kenyana, sono morti dopo essere precipitati dall’ottavo piano di un palazzo a Bologna. La tragedia è avvenuta alle 10 di oggi in Via Quirino di Marzio, alla periferia della capoluogo emiliano. Sul posto il 118 e la Polizia con alcune volanti per accertare l’accaduto. 

I corpi dei due ragazzini sono caduti in un cortile interno del palazzo: a dare l’allarme i vicini, choccati dopo aver visto i copi dei due ragazzini. I soccorritori hanno tentato di rianimarli, ma si e’ subito capito che non c’erano speranze. Non si conoscono ancora le cause della tragedia: sul posto sono al lavoro numerose volanti della Polizia per ricostruire quanto accaduto. 

Il gip di Milano, Tommaso Perna, ha convalidato l’arresto di Ousseynou Sy, l’uomo che il 20 marzo scorso ha dirottato un bus con a bordo una scolaresca di Crema e poi gli ha dato fuoco. L’atto di convalida è stato depositato stamattina: il magistrato ha disposto la custodia cautelare nel carcere di San Vittore. Il gip ha confermato le accuse di strage, incendio, sequestro di persona e resistenza con finalità di terrorismo. 

Durante l’interrogatorio di ieri, Ousseynou Sy, il dirottatore dello scuolabus di Crema “da una parte, ha confermato quanto dichiarato in precedenza”, ovvero di avere compiuto il gesto per vendicare i bambini morti nel Mediterraneo. “Dall’altra, non senza una certa abilità, ha tentato di fornire un quadro in qualche misura viziato da una sorta di pregiudizio di natura psichica”. Lo scrive nell’udienza di convalida dell’arresto il gip

Non sarebbero dunque veritiere secondo il magistrato le affermazioni dell’indagato sulle “voci dei bambini morti” che sentiva e che gli avrebbero ispirato l’azione. La rappresentazione dei fatti fornita ieri a San Vittore durante le dichiarazioni davanti al gip e ai pm Luca Poniz e Alberto Nobili, oltre al suo avvocato Daniele Lacchetta “non può che ritenersi il frutto di una posticcia e maldestra opera di rivisitazione della realtà”.

Un tentativo “posticcio e maldestro” che peraltro non corrisponde alle dichiarazioni fornite subito dopo l’attentato ai pm: “Ciò al non troppo velato fine di poter contare sui benefici conseguenti ad una eventuale, dichiarazione di incapacità di intendere e di volere” aggiunge il gip. Che sottolinea di ritenere “improbabile” lo sconto di pena per vizio di mente. 

I palombari della Marina Militare sono intervenuti nelle acque di San Cataldo (Lecce) per neutralizzare 51 ordigni esplosivi risalenti alla seconda guerra mondiale, rinvenuti da un cittadino lungo il bagnasciuga. Dal 13 al 22 marzo, spiega una nota della Marina Militare, i palombari del Gruppo Operativo Subacquei (GOS) del Comando Subacquei ed Incursori della Marina Militare (Comsubin), distaccati presso il Nucleo SDAI (Sminamento Difesa Antimezzi Insidiosi) di Taranto, hanno condotto una delicata operazione, durante la quale sono stati neutralizzati 51 ordigni esplosivi e 54 munizioni.

“L’intervento d’urgenza del Nucleo SDAI – si legge – è stato richiesto dalla Prefettura di Lecce, a seguito del rinvenimento, in pochi centimetri d’acqua, di alcuni manufatti ricoperti da incrostazioni marine la cui forma ricordava quella di una bomba a mano. Le operazioni di bonifica, iniziate con una ricerca subacquea ad ampio spettro nell’area segnalata, hanno permesso di identificare e rimuovere 32 bombe a mano, 6 bombe da fucile, 3 spolette, 10 proiettili di piccolo calibro e 54 munizioni per armi di reparto, tutti risalenti all’ultimo conflitto”.

Gli ordigni individuati sono stati trasportati in un’ area di sicurezza, individuata dalla locale autorità marittima, dove, seguendo procedure tese a preservare l’ecosistema marino, sono stati distrutti. Al termine dell’operazione, il comandante del Nucleo Sdai di Taranto, il capitano di corvetta Mirko Leonzio, ha dichiarato: “Sulla base della richiesta della Prefettura siamo intervenuti a San Cataldo per verificare quanto segnalato da un cittadino circa la presenza di alcuni oggetti riconducibili a residuati bellici. Grazie a questa tempestiva segnalazione abbiamo avuto la possibilità di rimuovere un totale di 105 manufatti esplosivi che da oltre 70 anni giacevano nel bagnasciuga del litorale di San Cataldo. Voglio ricordare a chiunque dovesse imbattersi in oggetti simili che questi manufatti possono essere molto pericolosi e pertanto non devono essere toccati o manomessi in alcun modo, ma ne va denunciato immediatamente il ritrovamento alla locale Capitaneria di Porto o alla piu’ vicina stazione dei Carabinieri, così da consentire l’intervento dei Palombari di Comsubin al fine di rispristinare le condizioni di sicurezza del nostro mare”.

“Mia sorella Graziella è stata uccisa più volte, non solo dai mafiosi ma anche dallo stato e questo fino a pochi mesi fa. Graziella fu consegnata a quei due assassini. E chi copriva quella latitanza oggi è libero e rimangono degli assassini”.  A parlare con l’Agi è Piero Campagna, carabiniere, una vita spesa, con i suoi fratelli, a cercare la verità sull’omicidio della sorella Graziella.

Graziella era una diciassettenne di Saponara (Messina) che lavorava in una lavanderia a Villafranca Tirrena. La ragazzina fu rapita e uccisa il 12 dicembre 1985, crivellata da colpi d’arma da fuoco (fucile e pisola) esplosi da pochi metri di distanza in volto. Il corpo esanime della fanciulla fu ritrovato solo due giorni dopo.

Graziella Campagna fu assassinata perché aveva trovato un’agenda “verità” nel taschino di una camicia che si apprestava a lavare, era dell’”ingegnere Cannata”. Ma il documento svelava il vero nome dell’uomo: non Cannata ma Gerlando Alberti junior, nipote latitante del boss Gerlando Alberti. 

“Graziella mai e poi mai avrebbe ricondotto il nome al mafioso”, spiega Piero Campagna. “Mia sorella era una ragazza felice e senza grilli per la testa. Da quel giorno la mia famiglia non ha avuto più pace, nessuna felicità, le feste non esistono più e anche quando facciamo un sorriso è falso. A volte ci nascondiamo per i figli, per non fargli comprendere nulla ma non è così”. 

Piero Campagna racconta che il 12 dicembre del 1985 “è arrivato l’inferno”. Per l’uomo “non va dimenticato che la patente di uno dei due latitanti fu trattenuta per un mese in caserma e poi, quando hanno ucciso Graziella, venne tirata fuori. Se quella patente fosse stata tirata fuori, Graziella era ancora viva”.

Nel ricordo di Piero Campagna le passioni della sorella: “Graziella era una ragazzina che amava la vita, ricamava, aveva la prima nipotina ed il suo sogno era un futuro matrimonio e diventare mamma”.

Graziella Campagna (Wikipedia/Commons)

La rabbia di Piero Campagna pensando che uno dei due killer della sorella, condannati con sentenza definitiva all’ergastolo, fosse in semilibertà e arrestato nuovamente a Firenze, con un bar milionario a lui ricondotto dagli inquirenti. “Sarei potuto andare a prendere un caffè in quel bar a Firenze, e mi sarei trovato lui davanti senza saperne nulla. È una vergogna, è una vergogna che uno degli assassini di mia sorella fosse già libero”. 

Ed ancora “ma come si fa a concedere la libertà a chi in quella stessa città ha ucciso un gioielliere e due anni dopo, in Sicilia, una bambina di 17 anni”.

Piero Campagna non ha mai fatto carriera nell’Arma, anche per “colpa” di quelle indagini fatte in maniera autonoma per arrivare alla verità sulla morte della sorella. Ieri le lacrime hanno rigato il suo volto quando il prefetto di Messina, Maria Carmela Librizzi, ha svelato la targa nel salone più importante del Palazzo del Governo alla giovane ragazza. 

Ma la grandezza dell’uomo Piero Campagna sta anche nella chiosa finale: “A volte ho pensato anche di vendicarmi da solo. Ma per la famiglia in cui sono cresciuto e la divisa che porto ho capito che la strada giusta era quella della legalità. Ed alla fine ho avuto ragione ma lo Stato faccia piena verità e non ripeta scempi come quello di Sutera: per il perdono ci vuole il pentimento. Loro non si sono mai pentiti”. 

Una targa personale, della durata di 15 anni, riconducibile al proprietario e non più all’automobile: questa la proposta del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, deciso a portare a termine una norma inattuata dal 2010. “Si tratta di una di quelle innovazioni che avvicinano il mio Ministero alla vita di tutti, e di cui vado fiero”, ha detto in Senato. Ma di cosa si tratta nello specifico?

La targa esiste già

La targa personale, teoricamente, esiste da quasi nove anni, spiega il Sole24Ore. “La introdusse la “miniriforma” del Codice della strada (legge 120/2010), aggiungendo all’articolo 100 il comma 3-bis. Ma da allora non è mai stato emanato il Dpr (decreto del presidente della Repubblica) necessario come regolamento attuativo, che comunque non entrerebbe in vigore subito ma dopo dopo sei mesi”. Se lo schema di regolamento scritto ora sarà approvato definitivamente, “a partire dalla sua entrata in vigore chi acquisterà (anche in leasing o con patto di riservato dominio o usufrutto) un mezzo nuovo (autoveicolo, motoveicolo o rimorchio) dovrebbe ottenerlo completo di una targa nuova come oggi, ma quella diventerà la sua targa personale da quel momento per i successivi 15 anni, dopo i quali alla prima pratica burocratica che coinvolge la carta di circolazione dovrebbe chiedere il rinnovo della targa (verrebbe ristampata uguale)”.

E se si vuole cambiare auto?

Cosa succede se si cambia auto? Nulla. La targa personale vene trasferita sulla nuova vettura. Basta segnalare al concessionario che se ne possiede già una, in modo che il nuovo mezzo venga consegnato senza essere dotato di una targa ulteriore. Il che comporta un risparmio di 41,78 euro, ma il fastidio di staccare e riattaccare le targhe. “In caso di passaggio di proprietà di un usato, invece, la targa del mezzo dovrebbe restare al cedente, mentre l’acquirente dovrebbe mettere quella che aveva sul suo veicolo precedente (se non ne aveva o se intende tenersi anche il mezzo vecchio, dovrebbe chiedere una nuova targa)”.

Le eccezioni

Ci sono però dei casi particolari, spiega ancora il Sole. “Ovviamente la targa personale si trasferirà da un veicolo all’altro solo se si tratterà di mezzi soggetti allo stesso regime di targatura. Quindi, autoveicolo con autoveicolo, motoveicolo con motoveicolo e rimorchio con rimorchio”. Per “i veicoli d’interesse storico e collezionistico (quindi con le caratteristiche previste dall’articolo 60, comma 4, del Codice della strada) è prevista un’eccezione: manterranno sempre e comunque la targa attuale”.

Personale o personalizzata?

Si potrà scegliere il nome della targa come accade nel Stati Uniti? No. La targa voluta da Toninelli è personale non personalizzata. In realtà la targa personalizzata in Italia c’è già da 17 anni (Dlgs 9/2002, che introdusse nell’articolo 100 del Codice il comma 8). “Ma anche in questo caso mancano le norme attuative: a parte le difficoltà pratiche, si è reputato che interessasse a pochi”. E nonostante consentirebbe allo Stato di guadagnarci su, fissando prezzi anche di centinaia o migliaia di euro, non è mai andata in porto: “Il comma 8 limita fortemente la personalizzazione, imponendo che la sequenza alfanumerica resti in ogni caso di due lettere, seguite da tre numeri, seguiti da altre due lettere. A quanti può interessare?”

Quali sono i benefici?

Che cosa ci guadagnerebbe il cittadino, a fronte di tutto questo? Dovrebbe pagare più di rado i 41,78 euro necessari per avere una nuova targa perché se anche cambiasse veicolo frequentemente, dovrebbe solo ristampare la targa ogni 15 anni. “A ogni cambio di mezzo dovrebbe comunque versare tutti gli altri oneri attuali: diritti Motorizzazione, emolumenti Pra, imposta di bollo ed eventualmente la gravosa Ipt (Imposta provinciale di trascrizione)”. Da parte sua, nemmeno lo Stato non ci guadagnerebbe: “verrebbero stampate meno targhe, il che fa bene all’ambiente ma fa calare il lavoro per lo stabilimento del Poligrafico di Foggia (dove più volte in passato ci sono stati allarmi occupazionali) e gli introiti (i 41,78 euro di costo fissato per decreto comprendono un margine di guadagno)”.

Un morto nell’incendio divampato questa notte nella tendopoli che ospita i migranti a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, dopo l’abbattimento della vicina baraccopoli. La vittima, di cui ancora non sono state rese note le generalità, era da sola nella tenda in cui per cause in corso di accertamento si sono sviluppate le fiamme. 

Sull’accaduto indaga il commissariato di Gioia Tauro diretto dal primo dirigente Diego Trotta. Il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, ha convocato a San Ferdinando una riunione tecnica di coordinamento con le forze dell’ordine. La nuova tendopoli sorge a ridosso della vecchia baraccopoli, smantellata il 7 marzo, dove si erano verificati altri roghi che avevano causato tre morti.

Oggi è la Giornata mondiale delle foreste, i polmoni verdi della Terra. Secondo il WWF da loro dipende la vita di 1,6 miliardi di uomini, e l’80% della biodiversità terrestre. Tuttavia, l’esistenza di questi polmoni è messa sempre più a repentaglio dal cambiamento climatico e dall’azione dell’uomo. Secondo la Fao ogni anno si perdono 13 milioni di ettari, ma uno studio dell’Università del Maryland dello scorso luglio, basato su foto satellitari e pubblicato dalla rivista Nature, mostra invece che gli alberi sono in aumento. In zone, però, dove non eravamo abituati a vederli.

Il riscaldamento globale ha infatti fatto espandere le foreste nelle zone polari. Dove c’era la tundra, ora crescono gli alberi. Le zone montane hanno visto ugualmente ampliarsi la copertura di boschi, a causa delle temperature in salita e dello spopolamento. Le zone tropicali nello stesso periodo hanno subito le perdite di alberi maggiori.

I numeri 

Secondo il nuovo studio, la copertura mondiale di alberi, nei 35 anni dal 1982 al 2016, è aumentata da 31 a 33 milioni di chilometri quadrati, si legge sul Messaggero. L’aumento maggiore si è verificato  nelle foreste temperate continentali (+726 mila km quadrati), nelle foreste boreali di conifere (+463 mila km2) e nelle foreste umide subtropicali (+280 mila km2). Gli alberi risultano invece in arretramento nelle foreste umide tropicali (-373 mila km2), nelle foreste pluviali tropicali (-332 mila km2) e nelle foreste secche tropicali (-184 mila km2).

Il Brasile, scrive il Messaggero, “è il Paese che ha visto sparire più superficie alberata, -399 mila km2, più di Canada, Russia, Argentina e Paraguay messi assieme. Ma complessivamente, questa riduzione degli alberi nei Paesi caldi è stata compensata e superata dall’aumento nei paesi temperati”. Vedono invece un forte aumento della superficie alberata la Russia (+790 mila km2), la Cina (+324 mila km2) e gli Usa (+301 mila km2).

Secondo l’Istituto Europeo Forestale negli ultimi quarant’anni le foreste in Europa sono aumentate del 43%. Ciò non significa che la deforestazione non rimanga un problema. Alfonso Cauteruccio, presidente dell’associazione di giornalismo ambientale Greenaccord, afferma che “ogni minuto la deforestazione priva il mondo di una superficie pari a tutti i campi da calcio di Serie A e Serie B messi insieme. Un dramma globale dovuto soprattutto alla agricoltura intensiva e alle attività estrattive e minerarie”.

Cosa succede in Italia

In Italia gli alberi sono tornati a mettere radici, a riappropriarsi degli spazi un tempo verdi. È quanto emerge da primo “Rapporto sullo stato delle foreste in Italia”, presentato oggi in occasione della Giornata Internazionale delle foreste. Si tratta del primo monitoraggio, frutto di una interazione fra scienziati, tecnici e amministratori e guidato dal Ministero per le politiche agricole, in cui si fa il punto sullo stato dei nostri boschi. Le foreste, insomma, sono sempre di più. Dal 1936 ai nostri tempi si sono espanse del +72,6%. “

Non per politiche azzeccate ma semplicemente perché gli alberi invadono zone abbandonate, terreni una volta coltivati e oggi dimenticati a causa dello spopolamento e la corsa verso le città. “Da noi c’è un magnifico patrimonio forestale, solo che dobbiamo imparare a gestirlo e preservarlo” spiega a Repubblica Giorgio Vacchiano, ricercatore torinese di Scienze Forestali all’Università Statale di Milano indicato dalla prestigiosa rivista Nature tra gli undici migliori scienziati emergenti al mondo. “Per la prima volta dal Medioevo – spiega Vacchiano – le foreste hanno superato in superficie le aree agricole. Contiamo 10,9 milioni di ettari che occupano quasi il 40% della superficie nazionale. E la cosa straordinaria è che crescono molto velocemente”.

L’anno terribile per le foreste italiane

Se è vero che dal ’36 l’Italia ha visto aumentare le sue foreste, è anche vero che l’anno scorso sarà ricordato come l’anno orribile dei boschi italiani, colpiti dal peggior evento atmosferico di sempre: la tempesta Vaia. Con piogge e raffiche di vento stimate oltre i 150 km/h, Vaia ha provocato enormi danni in un’area complessiva di 42.500 ettari di foreste. Sono 494 i comuni coinvolti – tra Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e marginalmente Lombardia.

Si tratta dell’area – si legge su la Stampa – dove sono concentrate le foreste che producono due terzi del legno da opera italiano e la stima dei danni prevede che siano stati abbattuti almeno tanti alberi quanti se ne tagliano normalmente in 5-7 anni. Il danno si aggiunge a quelli già fatti negli scorsi anni dai cambiamenti climatici: nel 2016 a causa di gelate tardive, nel 2017 per incendi invernali e moria di vegetazione naturale dovuta alla siccità.

 

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