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“Cara mamma, voglio scusarmi ancora per la rissa che ho scatenato… mi pento veramente di quello che ho detto e per il modo in cui mi sono comportato nei tuoi confronti”. Lo ha scritto tempo fa alla madre, Gabriel Natale Hjorth, il 20enne statunitense accusato, in concorso con il connazionale Finningan Lee Elder, dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega.

Il ragazzo aveva scritto la lettera alla mamma dopo che questa lo aveva scoperto a far uso di droghe.

“Nessuno è perfetto e tu mi hai dato una mano più di ogni altro in questa famiglia. Mi dispiace molto aver sottolineato le tue pochissime imperfezioni, specialmente perché io ne ho così tante. Ti amo con tutto il cuore e un giorno te lo dimostrerò completamente”, conclude il giovane difeso dagli avvocati, Francesco Petrelli e Fabio Alonzi.

La missiva è stata depositata in vista dell’udienza davanti al Riesame che era fissata per oggi, ma a cui i legali del giovane hanno rinunciato. ​

Blitz della Polizia di Stato di Torino, coordinata dal Gruppo criminalità organizzata della procura, nei confronti delle frange ultrà della Juventus. Nell’ambito dell’operazione denominata “Last Banner”, la Digos di Torino ha eseguito 12 misure cautelari nei confronti dei capi e dei principali referenti dei “Drughi”, di “Tradizione-Antichi Valori”, dei “Viking”, del “Nucleo 1985” e di “Quelli.. di via Filadelfia”, indagati a vario titolo per associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata.

Compiute anche 39 perquisizioni con la collaborazione delle Digos di Alessandria, Asti, Como, Savona, Milano, Genova, Pescara, La Spezia, L’Aquila, Firenze, Mantova, Monza, Bergamo e Biella, nei riguardi di 37 fra i principali referenti dei gruppi ultrà in questione (ed anche del “N.A.B. – Nucleo Armato Bianconero”), indagati nell’ambito della stessa indagine.

I capi ultrà della Juve avevano, secondo la Procura, “posto in essere una precisa strategia estorsiva” nei confronti della società bianconera. Strategia di cui esistono “incontrovertibili elementi probatori”. E’ quanto emerso dalle indagini della Digos durate oltre un anno e partite da una denuncia presentata dalla stessa Juventus.

In particolare – spiegano gli investigatori – “l’interruzione, alla fine del campionato 2017/18, di alcuni privilegi concessi ai gruppi ultrà ha infatti determinato, sin da subito, una ‘reazione’ dei leader storici che, hanno definito una capillare strategia criminale per ‘ripristinare’ quei vantaggi soppressi ed affermare nuovamente la posizione ‘di forza’ nei riguardi della Juventus”.

Accertata anche la “capillare attività” dei “Drughi” per recuperare centinaia di biglietti di accesso allo stadio per le partite casalinghe del club, “avvalendosi di biglietterie compiacenti sparse su tutto il territorio nazionale”. 

“E’ stata un’indagine lunga e paziente, che ha portato risultati importanti, ha trasformato la conoscenza generica in precise prove di precisi reati attribuibili a determinate persone. Non a un gruppo indistinto. Le indagini servono a questo, a raccogliere prove a carico di precise persone da portare davanti a un giudice” ha affermato il procuratore di Torino Paolo Borgna.

Questa attività potrebbe essere replicata anche in altre realtà sul territorio nazionale. Questa è la prima volta che singoli reati vengono contestati a singole persone. Il quadro che è emerso da questa indagine sicuramente non può essere un unicum che riguarda la Juventus” ha detto il questore di Torino, Giuseppe De Matteis. “Potrebbe essere” ha aggiunto “che anche in altre parti del territorio nazionale ci siano dei rapporti assimilabili a quelli che abbiamo riscontrato”.

L’indagine, ha spiegato il questore, “apre un canale investigativo che può essere un precedente per altre attività, perché non credo che questa sia l’unica situazione esistente sul territorio nazionale di contiguità tra il malaffare e il mondo deviato della tifoseria“.

“Gli arrestati sono persone che hanno fatto della violenza uno stile di vita” ha dettoil procuratore aggiunto Patrizia Caputo. “I simboli dell’estrema destra ritrovati sono un aspetto marginale. Siamo di fronte a persone con uno stile di vita violento. Il tifo è un pretesto. Si tratta di persone che sono state arrestate non perché commettevano reati fuori dallo stadio, ma all’interno, ai danni della Juventus”.

In particolare, si verificano estorsioni ai danni di tifosi. “Ci sono persone – ha spiegato Caputo – che si sono viste allontanare dai posti regolarmente pagati, con spintoni e reazioni violente. Questi personaggi violenti non si fermavano neppure davanti alla presenza di bambini”.

“Gli arresti sono il risultato di una brillante operazione della Polizia di Stato di Torino che ha potuto contare sulla denuncia fatta dalla società bianconera. Un aspetto, questo, che merita di essere sottolineato perché troppo spesso il rapporto tra certe frange del tifo e le società di calcio non è stato trasparente e corretto” sottolinea  il portavoce dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti. “Crediamo che questa ulteriore indagine “continua Lacquaniti” confermi ancora una volta che dietro gli estremisti del tifo calcistico si celino vere e proprie aggregazioni criminali e che debba essere definitivamente bandita ogni forma di tolleranza nei confronti di chi cerca di nascondersi come fenomeno di folclore. Ci sono ancora troppi segnali inquietanti nel mondo del calcio, come la faida che si sta consumando all’interno della curva nord dell’inter, così come l’omicidio del capo ultras della Lazio maturato in ambiti criminali”. 

“Ribadiamo la necessità” conclude il portavoce dell’Anfp “che l’impianto normativo costruito in questi anni non arretri nelle misure a carico di certi professionisti del disordine e del malaffare e auspichiamo che anche la giustizia sportiva favorisca le forme di collaborazione tra le società e le forze dell’ordine al fine di eliminare quelle zone che non possiamo più definire d’ombra ma che sono terra di conquista per vere e proprie forme di criminalità organizzata”.

Viene da evocarla, la terribile invettiva di Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no…”. Già perché nel campo di prigionia di Zawiya, città della Libia nord-occidentale, nella regione della Tripolitania, sembra di sentirlo il tormentato scrittore ebreo sopravvissuto alla Shoah, mentre un superstite del lager libico fissa su parole inquiete sguardi ancora pieni d’orrore: “Ho visto che un carceriere, tale Mohammed l’egiziano, una volta, ha sparato e colpito alle gambe un nigeriano, colpevole di aver preso un pezzo di pane. Ho avuto modo di vedere che, tante volte, nel corso della giornata, le donne venivano prelevate dai carcerieri per essere violentate”. 

La tortura, sistematica, le botte e percosse con bastoni, tubi di gomma, cavi elettrici. Ma anche privazione di cibo e acqua. Esseri umani resi schiavi e costretti a dissetarsi con acqua salmastra. Ricatti, stupri… e chi non pagava i carcerieri veniva venduto o ucciso. La tortura, in particolare, è il reato che la Dda di Palermo guidata da Francesco Lo Voi contesta a tre fermati dai poliziotti della Squadra Mobile di Agrigento, dopo che nel 2017 questa fattispecie di reato è stato introdotto nel codice penale italiano. “E’ la prima volta che, in tema d’immigrazione, viene contestato”, sottolineano gli investigatori della Valle dei Templi. 

I tre fermati sono Mohamed Condè, detto Suarez, 22 anni della Guinea, Hameda Ahmed, 26 anni, egiziana e il connazionale Mahmoud Ashuia, 24 anni, presi tutti nell’hotspot di Messina. I fermati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata a reati quali tratta di persone, violenza sessuale, tortura, omicidio, sequestro di persona a scopo di estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.  

Dalla prigione libica, allestita in una ex base militare, si usciva solamente se si pagava il riscatto. Chi non pagava veniva picchiato e torturato. “Io, per essere liberato, ho pagato 4.500 dinari libici”, racconta un altro dei migranti, giunto a Lampedusa ad inizio luglio scorso, dopo essere stato salvato da nave ‘Alex’ di Mediterranea Saving Humans. “C’erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. In questa struttura – racconta uno dei migranti ai poliziotti – nonostante ci fossero funzionari dell’Oim, l’Organizzazione internazioanle per le migrazioni, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Ho assistito alla morte di tanti migranti non curati”. 

Mohamed Condè si occupava di imprigionare i migranti, di torturarli e di riscuotere i riscatti che venivano richiesti ai familiari dei detenuti per la loro liberazione, fornendo anche il cellulare con cui potevano contattare i parenti; Hameda era il carceriere e torturatore; Ashuia il guardiano della prigione di Zawiya e picchiava brutalmente i migranti anche con un fucile.

“L’associazione capeggiata da tale Ossama” raccontano gli investigatori “è specializzata nella gestione di un illegale centro di prigionia, collocato in una ex base militare della città libica di Zawyia, dove centinaia di migranti, che tentavano di imbarcarsi per raggiungere le coste italiane, venivano privati della libertà personale e sottoposti a sistematiche vessazioni e atrocità al fine di ottenere dai parenti somme denaro quale prezzo della liberazione e della loro partenza verso l’Italia”. Chi non pagava veniva venduto ad altri trafficanti di uomini per il loro sfruttamento sessuale e lavorativo o talora ucciso”.

Una ulteriore conferma, sottolinea il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, “delle inumani condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione libici”. Così, avverte: “Si pone la necessità di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l’umanità“. 

Un impegno cui nessuno può sottrarsi, perché tutti ormai sanno cosa accade nei lager libici. Ritorna l’invettiva di Primo Levi: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”.​

La donna ‘piu’ bella del mondo’, il sogno erotico degli italiani che ha contribuito in maniera significativa a cambiare i costumi e la morale dell’Italia a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, Moana Pozzi, se ne andava 25 anni fa, il 15 settembre 1994. Una morte improvvisa, inattesa e sotto certi versi misteriosa, comunicata dai familiari dopo due giorni (fatto che la accomunò mediaticamente alla morte di uno dei più importanti filosofi del ‘900, Karl Popper, scomparso il 17 settembre 1994) e dopo che il suo corpo era già stato cremato.

Star incontrastata del circuito hard e simbolo di trasgressione e progresso nell’Italia dominata dalla Dc e dalla cultura cattolica, l’attrice si mosse in una Penisola alle prese con la fine della prima Repubblica e in quel periodo di cambiamento riuscì ad affermarsi oltre che per la bellezza, per le capacità di pensiero e lo stile di vita controcorrente.

La fama di Moana andà ben oltre il mondo a luci rosse: colta, di famiglia borghese e molto intelligente, fu protagonista anche in politica e in televisione. Osteggiata dai benpensanti e amata dal pubblico, non solo per le doti di attrice porno, si spense a soli 33 anni all’Hotel-Dieu di Lione per un tumore al fegato.

Come per ogni icona morta prematuramente, la sua dipartita scatenò teorie complottiste e derive dietrologiche secondo cui l’attrice non fosse morta, ma avesse deciso di scomparire e cambiare vita. Altri attribuirono la morte di Moana all’Aids, nonostante le conferme da parte dei medici sulle reali cause.

Moana era figlia di un ricercatore nucleare e una casalinga: una buona famiglia ligure che a tutto pensava tranne che il suo destino fosse nel mondo del porno, dove arrivò nel 1982, lo stesso anno in cui le fu affidata la conduzione di ‘Tip Tap Club’ su Rai2, un programma pomeridiano per bambini.

Secondo la morale dell’epoca le due cose erano inconciliabili e quindi venne allontanata dal programma. In un’intervista rilasciata a Roberto D’Agostino e riportata su Dagospia spiegò la coesistenza tra i due mondi con estrema naturalezza: “Io faccio tante altre cose che esulano dalla pornografia, fin da quando ho iniziato la mia carriera: interpretavo film porno, poi partecipavo a una trasmissione in tivù. Io credo di avere avuto il merito di dimostrare che questa separazione, volendo, non c’è. Dipende dalla persona; perché poi vedi che tante altre ragazze che fanno il mio stesso lavoro, non riescono ad andare al di là di quello. E’ bello essere un’artista che fa tante cose, no?”.

Nel controverso e scandaloso libro ‘La filosofia di Moana’ oltre a descrivere il suo pensiero, scrisse molto della sua vita e della sua infanzia: “Di sera non mi facevano uscire e io scappavo dalla finestra, mi proibivano di leggere libri spinti (Moravia era considerato osceno) e io lo facevo di nascosto, mi obbligavano a vestire da collegiale e io, uscita da casa, correvo da una mia amica a mettermi minigonna e tacchi alti. Non vedevo l’ora di diventare maggiorenne e di essere finalmente libera!”.

Nello stesso libro, oltre ad annoverare i suoi scrittori preferiti – Moravia, Kundera, Allan Poe, Marguerite Yourcenar e Anais Nin – raccontò di avere avuto tra i molti amanti il segretario del Psi Bettino Craxi che a suo dire l’avrebbe molto aiutata agli esordi, soprattutto per ottenere la conduzione di ‘Tip Tap’ (ma anche Luciano De Crescenzo e gli attori Harvey Keithel, Francesco Nuti e Andrea Roncati) e dava i voti alle capacità amatorie degli uomini con cui diceva di essere andata a letto, aggiungendo diversi aneddoti a riguardo.

Nel 1987 entrò nel circuito porno in maniera stabile grazie all’agenzia ‘Diva Futura’ di Riccardo Schicchi. Nello stesso anno, con lo spettacolo dal vivo ‘Curve pericolose’, divenne un nome e un volto noto anche al di fuori del circuito porno, soprattutto per il risvolto mediatico delle performance live e degli scandali giudiziari che ne derivarono.

Lo spettacolo vedeva la presenza di Moana e la collega Ilona Staller ‘Cicciolina’. Le due attrici si spogliavano e facevano al pubblico domande sul sesso. Bastò per essere denunciate per atti osceni in luogo pubblico, processate e condannate a sette mesi senza condizionale.

Quindi iniziò a partecipare a diversi programmi televisivi e la popolarità che ne derivò fece in modo che potesse esprimere sul piccolo schermo le sue idee in tema non solo di sesso, ma anche su argomenti di interesse sociale che costituiranno il nucleo primordiale della sua esperienza politica.

Nel 1992 si candido’ col ‘Partito dell’amore’ fondato da Riccardo Schicchi e, in piena Tangentopoli, partecipo’ a ‘Tribuna elettorale’, talk show Rai, in quanto leader di quel movimento. L’esperienza politica non ebbe un successo concreto in termini numerici, ma ebbe una grande importanza per l’Italia perché fu la prima esperienza di un un movimento che aggregava persone unite da un sentimento di antipolitica. Inoltre valse a Moana una vasta popolarità all’estero dove i giornali le dedicarono diverse pagine.

In un’intervista del 1992 spiegà come la politica fosse stata sempre presente anche nei suoi spettacoli come “forma di protesta contro la morale borghese”, per “entrare nelle case dove le persone pensavano non sarei mai entrata”. Intervistata da Pippo Baudo, l’anno prima della sua morte, rispose alle domande delle donne presenti in studio. Quando le venne chiesto come si sarebbe vista a 50 anni, disse: “Mi immagino ancora una donna piacente, mi darò da fare per continuare ad esserlo. Dopo non mi immagino più…”.

Dopo la sua morte e le conseguenti speculazioni il mito di Moana continuò a vivere nei ricordi di chi l’aveva conosciuta. Una testimonianza intima sull’attrice si ritrova in una dichiarazione rilasciata nel 2009 da Paolo Villaggio (suo amico di vecchia data: nel 1984 le aveva trovato una particina nel film di Sergio Corbucci ‘A tu per tu’ girato con Johnny Dorelli), a 15 anni dalla morte dell’attrice: “Moana Pozzi era frigida. Odiava il sesso, provava disgusto per tutti quegli uomini che le slinguettavano addosso. Era schifata da quella pletora di sacerdoti pedofili, politici democristiani, quel mondo di corrotti che le girava attorno. In realtà li fustigava con distacco, questa era la sua forza”.

Poi aggiungeva: “Moana non solo non ha conosciuto la sessualità ma è stata frigida anche sentimentalmente. Non ha mai amato veramente nessuno. E’ rimasta ingabbiata nella sua ambizione. Il suo vero obiettivo è stato l’avere non l’essere. Voleva essere felice, ma ha imboccato l’autostrada del successo inteso come guadagno”. E concludeva il suo pensiero: “Sinceramente non ha capito qual era la strada giusta per raggiungere la felicità. Per lei, nata in un quartiere povero, era fare soldi in qualunque modo, anche rischiando l’infelicità”.

Nello stesso anno Sky realizzò una miniserie sulla Pozzi interpretata da Violente Placido, ‘Moana’, due puntate che andarono in onda senza ottenere un grande successo. La serie strutturata in due parti racconta la storia di Moana dal successo alla morte e si conclude con alcuni spezzoni dell’intervista fatta da Baudo e, quasi come un testamento, l’ultima frase che pronuncia è indicativa della sua carriera: “No, non sono pentita. Ne parlavo proprio con mia madre giorni fa, le ho detto: mi dispiace che ti dispiaccia, ma rifarei tutto ciò che ho fatto”.

Orrore sulla strada statale Torino-Pinerolo: una bambina di sei anni e il padre di 42 hanno perso la vita dopo che la Mini d’epoca su cui viaggiavano è stata tamponata mentre era ferma sulla corsia d’emergenza, vicino a uno svincolo.

Alla tragedia ha assistito la moglie e madre delle due vittime che si trovava su un’altra vettura e ha tentato invano di estrarli dall’auto in fiamme. E’ accaduto poco dopo le 8,30 vicino all’uscita di Riva di Pinerolo: anche la Yaris che ha tamponato la Mini ha preso fuoco, ma il conducente è riuscito a mettersi in salvo. 

La vittima era diretta a un raduno d’auto storiche insieme alla moglie che viaggiava a pochi metri di distanza su una seconda Mini d’epoca insieme all’altra figlia neonata della coppia di Orbassano. La donna, la cui vettura non è stata coinvolta nell’incidente, ha assistito allo scontro e ha tentato invano con la forza della disperazione di salvare il marito e la figlioletta. Le fiamme le hanno bruciato parte della capigliatura, ma non ha potuto fare nulla se non dare l’allarme, prima di essere ricoverata in stato di shock. 

L’incidente è avvenuto prima dell’uscita di Riva di Pinerolo in direzione di Pinerolo, all’altezza del km 24, dove il conducente della Mini d’epoca aveva accostato, forse per un problema. Un tratto di autostrada e’ stato chiuso con uscita obbligatoria a Piscina.

“Anche un drone rudimentale può diventare un’arma. Dobbiamo preoccuparci? Di certo l’uso di questi strumenti tecnologici non aiuta a ridurre la minaccia terroristica”. Così Gianandrea Gaiani, direttore di ‘Analisi Difesa’, rivista online di politica e analisi militare italiana, e consigliere dall’agosto 2018 al settembre 2019 per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno, risponde all’AGI a proposito dell’attacco con droni da parte dei ribelli houthi dello Yemen a danno di due importanti installazioni petrolifere dell’Arabia Saudita.

“La tecnologia dei droni si sta diffondendo a macchia d’olio – osserva – e a uso terroristico c’è già”. Il problema, spiega, “riguarda non solo la Difesa e l’aspetto militare. Quanto accaduto in Arabia Saudita dimostra che gli obiettivi civili sono a rischio”. La minaccia di una ‘guerra dei droni’ tocca tutti e pone il problema della sicurezza. “I droni possono essere rudimentali strumenti capaci di essere usati anche da privati, che con 3 mila euro possono comprare un drone e utilizzarlo per ‘sbirciare’ in ambasciate o altrove; o possono essere grandi droni armati. In ogni caso c’è una grande facilità nel reperirli”.

Ci dobbiamo preoccupare? “Certo, anche se – spiega – abbiamo aziende che hanno già messo a punto dei sistemi anti droni”. Come difendersi? “I droni possono essere intercettati – risponde Gaiani – abbattuti con un sistema di disturbi elettronici. Quelli grandi li puoi rilevare anche abbastanza bene, mentre per quelli piccoli devi creare un sistema a cupola, intorno all’obiettivo. Ma per creare queste difese elettroniche, devi capire quale obiettivo devi proteggere”.

È questo il punto: bisogna capire quali siano gli obiettivi civili quelli da considerare a rischio. Secondo l’esperto, “si dovrebbe varare un programma per individuare gli obiettivi sensibili, sia militari sia civili”. Chi dovrebbe farlo? “Penso che dovrebbe essere varato a livello della presidenza del Consiglio, mettendo in sinergia i vari ministeri. Secondo me – sostiene – bisognerebbe decidere di affidare la gestione di un sistema di questo tipo ad una società pubblica”.

Rischia di finire sotto processo una donna di 44 anni, sposata, che – secondo l’accusa – quattro anni fa avrebbe avuto diversi rapporti sessuali con un ragazzo che, all’epoca dei fatti, aveva 14 anni.

La procura di Macerata ipotizza per lei il reato di violenza sessuale e cessione di stupefacenti ed ha chiesto il rinvio a giudizio: l’udienza davanti al gup è fissata per il prossimo 9 ottobre. La vicenda ricorda quella della donna di Prato che rimase incinta di un minorenne figlio di amici di famiglia.

E’ stata la mamma dell’allora minorenne a denunciare i fatti: il figlio, che aveva un’amicizia con una coetanea, figlia della donna, aveva comportamenti strani e frequentava quella casa sempre più spesso e sempre più a lungo. Messo alle strette, le ha confessato di aver avuto rapporti sessuali completi con la mamma della sua amica di scuola.

Nel corso dell’indagine preliminare, sarebbe emerso da una chat che tra i due ci sarebbe stato anche un consumo di marijuana, ma gli inquirenti non ne hanno trovato tracce perquisendo la casa della donna che, difesa dall’avvocato Annarosa Belsanti, ha negato tutto. 

Dopo sei giorni di attesa in mare con a bordo 82 migranti soccorsi al largo delle coste libiche, le autorità italiane hanno assegnato alla Ocean Viking un porto sicuro a Lampedusa. Si sta valutando ora se farla entrare direttamente nel porto dell’isola o se fare il trasbordo dei migranti su motovedette della Guardia Costiera. Le ong che gestiscono l’imbarcazione di soccorso, Medici senza frontiere e Sos Mediterranee, hanno espresso “sollievo” per il sospirato via libera del Viminale dove c’è ora un nuovo ministro, Luciana Lamorgese.

Il Governo assegna un porto sicuro a #OceanViking e i migranti saranno accolti in molti Paesi europei. Fine della propaganda di Salvini sulla pelle di disperati in mare.Tornano la politica e le buone relazioni internazionali per affrontare e risolvere il problema delle migrazioni pic.twitter.com/ymBCuSVBzO

— Dario Franceschini (@dariofrance)
September 14, 2019

“La Ocean Viking ha appena ricevuto istruzioni dal Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma di procedere a Lampedusa, designata come Luogo di sicurezza per gli 82 sopravvissuti salvati in due operazioni Sar” l’8 settembre, ha twittato Sos Mediterranee. “Por fin”, finalmente, ha esultato un’altra ong, Open Arms. “C’è voluto un po’, ma finalmente alla Ocean Viking è stato assegnato un porto sicuro. Piccoli segnali di discontinuità”, ha commentato Matteo Orfini, ex presidente del Pd.

Giovedì scorso una donna incinta di nove mesi e suo marito erano stati evacuati verso Malta dopo che la donna aveva sviluppato “gravi complicanze”. La decisione dello sbarco arriva dopo la visita del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Bruxelles e l’annuncio della “grande disponibilità a trovare subito un accordo, ancorché temporaneo” per la gestione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo.

Il nuovo governo riapre i porti, l’Italia torna il CAMPO PROFUGHI d’Europa.
Ministri abusivi, che odiano gli Italiani. pic.twitter.com/5WL7jLnARR

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi)
September 14, 2019

Il giorno dopo la Commissione europea ha annunciato un “accordo per la ripartizione” delle persone a bordo della Ocean Viking tra alcuni Paesi dell’Ue che si sono offerti. Nel frattempo, nel piano a lungo termine, la Germania si dice pronta ad accogliere un quarto dei migranti salvati nel Mediterraneo e approdati in Italia. Lo ha confermato ieri il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer in un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung, spiegando che un’analoga disponibilità è stata manifestata dalla Francia.

Questa proposta per una soluzione temporanea della suddivisione dei migranti fra i Paesi europei verrà presentata, a detta della SZ, al vertice dei ministri degli Interni dell’Ue fissata per il 23 settembre a Malta per essere esposta ufficialmente al Consiglio europeo di ottobre. A Italia, Francia, Germania e Malta che sono intenti a fissare un primo e provvisorio regolamento per la suddivisione delle quote, dovrebbero seguire altri Paesi, afferma il ministro dell’Interno del governo di Angela Merkel.

“La nostra aspettativa – ha spiegato Seehofer – è che altri Stati si aggiungeranno”. Stando ai dati del ministero federale dell’Interno, negli scorsi dodici mesi sono stati 561 i profughi salvati nel Mediterraneo che sono giunti in Germania passando dall’Italia, un quarto di quelli soccorsi. 

Molti ci commenti sulla decisione del Viminale di consentire l’ingresso della nave a Lampedusa, una decisione che segna una svolta nella politica italiana dell’accoglienza, salutata con grande soddisfazione da molti esponenti della maggioranza e naturalmente con toni molto diversi da Matteo Salvini e da esponenti di opposizione.

Ha dichiarato David Sassoli, presidente dell’Europarlamento: “Non bisogna mai rinunciare all’umanità e poi non si deve pensare che prendendosela con poche persone si possa risolvere un problema come quello dell’immigrazione. Continuiamo ad avere una base volontaria invece noi dobbiamo averla strutturata. Ecco la differenza: non rinunciare certamente all’umanità ma avere meccanismi in cui la solidarietà viene codificata”.

“Siamo convinti – ha risposto Sassoli da Cesenatico a margine della giornata di studi della Summer School – che ce la faremo ad avere un’Europa che affronta il problema dell’immigrazione. Ma in questo momento abbiamo bisogno di regole precise, anche per dare ai Paesi del sud del Mediterraneo la certezza che il fenomeno viene condiviso con altri. Abbiamo apprezzato moltissimo lo sforzo della Germania e degli altri Paesi”.

Un bambino di 4 anni è caduto da un balcone al secondo piano di una palazzina salvandosi però miracolosamente grazie al gesto di un giovane 20enne che lo ha afferrato al volo. Secondo quanto riporta un quotidiano locale, il fatto è avvenuto questa mattina nel Lodigiano, a Casalmaiocco. Protagonista del salvataggio, un addetto alla stazione di benzina e autolavaggio situata in un piazzale antistante l’abitazione del piccolo, lungo la strada provinciale 159. Il giovane nell’afferrare il bimbo è caduto a terra riportando qualche ferita.

A quanto si è potuto ricostruire sembra che il piccolo sia sfuggito al controllo dei genitori arrampicandosi pericolosamente, ma la scena è stata notata dalle persone presenti alla pompa di benzina; in due si sono avvicinati al balcone e uno di essi è riuscito a prendere al volo il bimbo. Sul posto sono intervenuti i soccorsi, rivelatisi per fortuna inutili, anche se il bimbo è stato portato all’ospedale di Vizzolo Predabissi per controlli. 

È stato aperto un nuovo filone d’indagine sulla tragedia del ponte Morandi. False attestazioni sui controlli dei viadotti autostradali prima e dopo il crollo. La Guardia di Finanza di Genova sta eseguendo 9 misure cautelari, perquisizioni e sequestri nell’ambito dell’indagine “bis”, scaturita dalla principale inchiesta sul disastro di Genova del 14 agosto del 2018 che ha provocato la morte di 43 persone. L’ordinanza è firmata dal giudice Angela Maria Nutini su richiesta dei pubblici ministeri Walter Cotugno e Massimo Terrile che indagano sul disastro.

L’inchiesta “bis”, scaturita dalle indagini sul crollo del ponte, aveva portato a 15 indagati tra dirigenti e tecnici di Aspi e Spea. Nel mirino della magistratura i monitoraggi su alcuni viadotti, tra cui il “Paolillo” in Puglia. Nel mirino degli inquirenti, la fondatezza dei report sullo stato dei viadotti che, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbero stati “edulcorati”. Oggi sono stati eseguiti 3 arresti e 6 interdittive.

La Guardia di Finanza ha spiegato che “gli approfondimenti effettuati hanno fatto emergere gravi indizi di colpevolezza in ordine ad atti pubblici redatti da pubblici ufficiali ed afferenti alle attività di controllo sui viadotti Pecetti (A26) e Paolillo (A16), reiterati anche successivamente al crollo del Ponte Morandi, per i quali sono state emesse le odierne ordinanze”. 

Sempre secondo quanto riferito dagli inquirenti: “In alcuni casi, sono emerse falsificazioni e/od omissioni concordate, finalizzate ad occultare agli ispettori del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti elementi rilevanti sulla condizione dei manufatti ed il loro stato di conservazione, in occasioni di attività ispettive e nell’ambito della vigilanza ministeriale, che avrebbero comportato una verifica globale dell’opera ed altre misure precauzionali”

Secondo quanto trapela, sono finiti ai domiciliari Massimiliano Giacobbi (Spea), Gianni Marrone (direzione VIII tronco) e Lucio Torricelli Ferretti (direzione VIII tronco). Le misure interdittive – si tratta di sospensione dai pubblici servizi per 12 mesi – riguardano invece tecnici e funzionari di Spea e Aspi: Maurizio Ceneri, Andrea IndovinoLuigi Vastola, Gaetano Di Mundo; Francesco D’Antona e Angelo Salcuni. Le misure cautelari decise dalla GdF di Genova hanno avuto come effetto il crollo di Atlantia in Borsa. Il titolo è in ribasso del 5,65% a 22,70 euro per azione.

Autostrade ha risposto con una nota che sottolinea come “i viadotti Pecetti e Paolillo sono sicuri”. In particolare, prosegue il comuniato, “sulla scorta delle informazioni fornite dalle direzioni di Tronco competenti, la società ha inviato lo scorso 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture e Trasporti un report contenente il dettaglio degli interventi manutentivi realizzati e delle verifiche effettuate sui viadotti della rete, tra cui il Pecetti e il Paolillo. In nessun caso è stato riscontrato alcun problema riguardante la sicurezza di questi e altri viadotti oggetto di indagine, che sono stati verificati anche da società esterne specializzate in tale tipo di monitoraggi, oltre che dai competenti uffici ispettivi del Ministero”.

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