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È del 9,2%, significativamente più alta della media mondiale, la letalità del coronavirus in Italia, che in grande maggioranza (poco meno dell’80%) riguarda soggetti sopra i 70 anni. È il dato dell’aggiornamento epidemiologico dell’Istituto Superiore di Sanità pubblicato oggi.

Si contano tra i 30-39enni solo lo 0,2% dei decessi, l’1% tra i 40-49enni, 3,6% nella fascia di età 50-59, 11,2% in quella 60-69, e poi il dato si impenna con il 35,3% dei decessi tra persone 70-79enni e il 39,7% nella fascia 80-89 anni. L’8,9% riguarda gli ultranovantenni.

Potrebbero essere tre, sostiene l’Iss, gli aspetti da considerare per giustificare un tasso cosi’ alto: tendenza a diagnosticare casi piu’ gravi (con sottostima del denominatore) in particolare in aree con trasmissione sostenuta, la struttura demografica diversa dalla Cina per soggetti over 70 (dato confortato anche dal fatto che la letalita’ e’ confrontabile con quella cinese fino alla decade 60-69 anni) e l’alta letalita’ in contesti fragili.

Tra le patologie più comuni osservati nei soggetti deceduti, ipertensione, diabete, cardiopatie, insufficienza renale. Nel complesso, il 2% dei deceduti non presentava altre patologie, il 21,3% ne aveva una, il 25,9% due e il 50,7% tre o più patologie. 

“Non sta crescendo la linea di contagi” e “penso stia per iniziare la discesa”. Lo ha detto il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, a proposito dell’emergenza coronavirus. Il governatore ha ribadito che “bisogna fare la media di almeno 5 giorni per avere una visione”, il che “conferma che quello di ieri è stato determinato da una situazione assolutamente particolare”.

Boris Johnos positivo al test

Il premier britannico Boris Johnson ha annunciato sul suo profilo Twitter di essere positivo al Cofid-19. “Nelle ultime 24 ore, ho sviluppato dei lievi sintomi e sono stato testato positivo al coronavirus”, si legge nel post di Johnson.

Johnson si è “autoisolato”, si legge ancora sul suo profilo Twitter, seguito da 1,8 milioni di persone. Ma, prosegue, “ma continuerò a guidare la risposta del governo via video conferenza per combattere questo virus”. 

La settimana scorsa, Downing Street aveva fatto sapere che in caso di contagio di BoJo, a prendere temporaneamente le redini del governo sarebbe stato il ministro degli Esteri, Dominc Raab.

Over the last 24 hours I have developed mild symptoms and tested positive for coronavirus.

I am now self-isolating, but I will continue to lead the government’s response via video-conference as we fight this virus.

Together we will beat this. #StayHomeSaveLives pic.twitter.com/9Te6aFP0Ri

— Boris Johnson #StayHomeSaveLives (@BorisJohnson)
March 27, 2020

I numeri in Italia

Dopo la frenata di mercoledì, tornano ad aumentare i casi di coronavirus in Italia. Il nuovo bilancio della Protezione Civile parla di 80.539 casi totali, 6.153 in più rispetto alla giornata precedente, che aveva fatto registrare 5.210 nuovi casi. I decessi invece salgono di 662 unità a quota 8.165 (683 in più il giorno precedente).

Le persone attualmente malate sono 62.013 (4.492 in più in 24 ore), i guariti 10.361 (999 in più in 24 ore). I ricoverati in terapia intensiva sono 3.612 in totale, 123 in più. Si conferma preoccupante la situazione in Lombardia, dove si sono registrati quasi 2.500 nuovi casi in un giorno. Il governatore Attilio Fontana si è detto “preoccupato”.

L’Organizzazione mondiale della sanità vede “segnali incoraggianti” in Europa anche se l’impressione è invece che continui inarrestabile la diffusione del coronavirus nel mondo. In tutto i malati si avvicinano al mezzo milione, 6 su dieci in Europa, e i decessi ai 20 mila.

Invece di continuare a fare (pochi) tamponi per scoprire chi, presentando sintomi, è positivo al Covid-19, c’è la proposta scientifica di puntare piuttosto su più semplici screening che rilevano gli anticorpi e scoprono chi è immune.

Se il coronavirus è attivo in Lombardia da ormai un paio di mesi, come sembra dalle ultime stime, ci sarà sicuramente una parte della popolazione, probabilmente il 10-15%, che ha sviluppato gli anticorpi e può tranquillamente proseguire le sue attività senza rischio.

Si tratta, secondo l’ex direttore del Policlinico di Milano, il professor Ferruccio Bonini, di adottare una diversa strategia di screening del Covid-19 che punti a trovare coloro che sono già immuni pur non avendo avuto i sintomi della malattia, almeno in Lombardia dove i casi si sono verificati per primi, permettendo a una parte delle attività collettive di riprendere prima che l’economia subisca danni irreparabili.

Assieme alla direttrice dell’UO di Epatologia, centro di riferimento della Regione Toscana per le malattie croniche e il tumore del fegato, Maurizia Brunetto, Bonini ha realizzato uno studio in proposito e lo ha illustrato all’AGI. Emerge che nel caso del nuovo coronavirus, il 60-75% dei pazienti è positivo per 9 giorni dal contagio. Dopo il nono giorno, solo il 40-50% dei pazienti rimane positivo. 

 “I dati scientifici pubblicati e ripetutamente confermati dai colleghi cinesi che hanno sperimentato e studiato l’infezione per primi, confermano anche per l’infezione da Sars-Cov-2 la validità di test molecolari per valutare la positività degli anticorpi, come accade per i virus HIV e HCV che circolano nel sangue – ha spiegato all’AGI – Il fatto che nonostante la disponibilità di test anticorpali di comprovata sensibilità tali test non siano usati per lo screening di prima battuta è un errore”. 

La procedura del test tramite tampone, osserva Bonino, “è gravata dal rischio di errore di campionamento fino al 20%, sicuramente molto più alto della probabilità di trovare un malato ancora negativo per l’anticorpo anti-Sars-Cov-2”.

Secondo lo scienziato, la cui carriera si è soprattutto concentrata su virus che colpiscono il fegato e la ricerca dei relativi vaccini, “il test anticorpale è molto meno costoso e potrebbe essere effettuato anche in laboratori periferici, per la semplicità della procedura e della strumentazione richiesta”. La sua caratteristica, in seconda battuta, è che tale test “dovrebbe essere fatto per sapere se un positivo per anticorpo ha un’infezione attiva o è immunizzato dopo avere avuto una infezione asintomatica.     

Secondo Bonino, “tale approccio a doppia via dovrebbe essere utilizzato almeno per lo screening e il monitoraggio del personale sanitario”. In particolare, sostengono i due professori, a Milano e in Lombardia “gli ospedali dovrebbero avviare una sperimentazione interna e testare tutto il personale e per controllo coloro della popolazione generale che vengono a fare prelievi o donatori presso i Centri Trasfusionali: (dopo consenso approvato da CE) ciò verificherebbe il livello di infezione e immunità effettivo nella popolazione Milanese oggi. Dato indispensabile per una strategia di intervento molto più efficace e anche tranquillizzante perché almeno il 10-15% della popolazione dovrebbe essere già immune e protetta e lavorare per far ripartire l’economia”. 

Individuare coloro che, tra il personale sanitario, risultino essere positivi per l’anticorpo e negativi per il tampone, rappresenterebbe inoltre un altro vantaggio: si eviterebbe che il personale ancora negativo, per entrambi i test, possa entrare a contatto con i malati.

I medici penitenziari, dopo le rivolte di inizio marzo, tornano a lanciare l’allarme sulla situazione nelle carceri legata al rischio coronavirus e non solo. Le misure prese, come i casi sintomatici dei nuovi ingressi messi in isolamento, i colloqui in modalità telefonica o video e la limitazione di permessi e libertà vigilata, “si sono scontrate con una realtà non semplice”,  sottolinea il Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – SIMSPe, Luciano Lucanìa.

“Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi rispetto all’effettiva capienza delle carceri, in grado di ospitare intorno ai 51 mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60 mila, di cui circa un terzo stranieri”. 

“Nel sistema carcere – aggiunge – ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l’emergenza coronavirus, già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull’economia. Nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata”.  

“Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale – evidenzia Lucanìa. – Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all’interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall’inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute”. 

Ad oggi tra i positivi al COVID-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. “Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell’ingresso dell’infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l’intero sistema – afferma Lucanìa – Credo che dovremmo invocare un forte comportamento pro-attivo e, oltre alle comuni misure di pre-triage. Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente”.

“Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell’attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori”.

Non solo Coronavirus, perché come emerso già nel Congresso SIMSPe di fine 2019, tra i detenuti continuano a prevalere patologie psichiatriche e infettive, la cui gestione e cura costituisce in larga parte l’attività di SIMSPe. La prevalenza di detenuti HIV positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale.

“Questi dati – spiega Sergio Babudieri, Direttore Scientifico  SIMSPe – indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di HIV non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l’infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l’aderenza alle terapie viene impedita l’infezione di nuovi pazienti”.

Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale.

Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera. 

Sono stati segnalati all’autorità giudiziaria i comportamenti tenuti dal sindaco di Messina, Cateno De Luca, perché censurabili sotto il profilo della violazione dell’articolo 290 del Codice penale (Vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali e delle Forze armate). La decisione è stata assunta dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Lo rende noto il Viminale.

La decisione di denunciare il sindaco di Messina “è stata assunta dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, a seguito delle parole gravemente offensive, e lesive dell’immagine per l’intera istituzione che lei rappresenta, pronunciate pubblicamente e con toni minacciosi e volgari”, comunica il ministero.

“Proprio in una fase emergenziale in cui dovrebbe prevalere il senso di solidarietà e lo spirito di leale collaborazione – sottolineano dal ministero dell’Interno – le insistenti espressioni di offesa e di disprezzo, ripetute per giorni davanti ai media da parte del primo cittadino di Messina all’indirizzo del ministero dell’Interno, appaiono inaccettabili, e quindi censurabili sotto il profilo penale, per il rispetto che è dovuto da tutti i cittadini – e a maggior ragione da chi riveste una funzione pubblica anche indossando la fascia tricolore – alle istituzioni repubblicane e ai suoi rappresentanti”.

Non c’è bisogno di scomodare la app per tracciare i cittadini positivi al coronavirus. Tutti noi cittadini, in senso più lato, siamo monitorati da tempo, indipendentemente dall’epidemia in corso. “E lo saremo sempre di più, oggi più di ieri e a ciò avrà contribuito l’intensificarsi dell’uso dei dispositivi elettronici connessi ad Internet”. Parola del generale Umberto Rapetto, già comandante del GAT della GdF e oggi, tra l’altro, direttore editoriale del magazine online INFOSEC.NEWS.

Intervistato dall’AGI, Rapetto chiarisce alcuni concetti: “Abbiamo dato poco peso al bancomat e alla carta di credito, ci siamo dimenticati del Telepass, ci siamo serviti di ‘hot spot’ o accessi gratuiti ad Internet nei luoghi pubblici, siamo stati felici del piccolo sconto ottenuto con le ‘fidelity card’, non abbiamo rimosso i ‘tag’ geografici alle foto, ci siamo entusiasmati con i navigatori satellitari e abbiamo lasciato che il nostro GPS spedisse a Google ogni nostra posizione per farci poi chiedere se quel posto ci è piaciuto davvero… Soprattutto, e ne sono certo, non abbiamo imparato la lezione”.

In che modo, consapevolmente o no, siamo finiti nelle mani del Grande Fratello? “Lo stare a casa – spiega il generale Rapetto – ha indotto a registrarsi a siti e servizi online, fornendo a realtè non necessariamente conosciute una serie di dati personali e l’inconsapevole autorizzazione a prendere appunti sulla nostra vita proprio a cominciare dall’uso di certe opportunità messe a disposizione dall’interlocutore. Inebriati dalla (transitoria ed effimera) gratuità delle proposte piovute sul web, non ci siamo accorti dell’acidità dell’acquazzone che si è rovesciato sugli utenti di Internet. Il munifico regalo del sale da parte di venditori di acqua sta funzionando”.

Per il grande esperto di frodi informatiche “l’impreparazione collettiva è stata l’humus e la fertilità è stata amplificata dall’erronea convinzione di saper dominare le tecnologie che molti hanno maturato con il disinvolto utilizzo di smartphone, tablet e pc. Tutti sono cascati nella micidiale trappola senza riflettere sul destino delle proprie informazioni e magari di tanti piccoli segreti che – finiti nelle mani di chissà chi – sono destinati ad essere utilizzati magari non proprio in conformità con i propri ‘desiderata’”.

“In un Paese in cui ci si appella ad un “Registro delle opposizioni”, nonostante il quale si viene subissati da telefonate commerciali anche nel cuore della notte, non ci si accorge di essere complici dei propri “carnefici”. Le informazioni non ci vengono solo scippate: siamo noi a generarle, a renderle pubbliche, a condividerle. Il drammatico #iorestoacasa – precisa Rapetto – si sta tramutando in un pericoloso #ioconfesso eseguito ‘coram populo’ e registrato da chi saprà speculare non solo economicamente su quel che abbiamo rivelato più o meno scientemente. Le “autorizzazioni” concesse alle tante app – spesso installate solo per noia – equivalgono al mettersi a nudo e a concedersi. Un briciolo di ritrosia probabilmente può non salvarci ma ridurre i danni in corso. Ci si chieda se davvero questa o quella app ci servono davvero, ci si domandi se si può fare a meno di certi contenuti o magiche chance che qualcuno ci vuole propinare. Un buon libro, di questi tempi, non racconterà mai a nessuno che lo abbiamo letto, dove eravamo quando lo stavamo sfogliando, quanto ci siamo soffermati su una pagina, quale opinione ne abbiamo e così a seguire. La dittatura digitale è dietro l’angolo e Orwell non merita di essere mortificato così tanto”, conclude Rapetto. 

Questa mattina il capo del dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha accusato sintomi febbrili e, a scopo precauzionale, ha lasciato la sede del dipartimento. A causa di questa lieve indisposizione, fanno sapere da via Vitorchiano, a partire da oggi, fino a data da destinarsi, la quotidiana conferenza stampa sull’emergenza coronavirus delle ore 18 è sospesa. Il dipartimento della Protezione Civile, continuerà a garantire la massima operatività le notizie saranno diffuse attraverso un comunicato stampa, niente diretta televisiva, almeno per oggi. 

Nei giorni scorsi era stato lo stesso Borrelli a dare notizia della positività di undici operatori della Protezione civile. Lui era risultato negativo al test.

Manifesti choc a Cagliari per ‘invitare’ le persone a non uscire di casa con  inevitabili attacchi al sindaco Paolo Truzzu che li ha fatti affiggere in tutta la città. Sono grandi sei metri per tre con uno stile che, per certi versi, ricorda quello dei messaggi contro il fumo sui pacchetti di sigarette, ma fortunatamente senza immagini.

I grandi pannelli bianchi sono apparsi nelle strade del capoluogo sardo con su scritto “Quando mio figlio è stato contagiato ho capito che dovevo rinunciare a quella spesa inutile”, oppure “Quando mi hanno portato in ospedale ho capito che dovevo rinunciare a quella corsa” e anche “Quando hanno intubato mio padre ho ripensato a quella passeggiata che non dovevo fare”. Una serie di ‘rimproveri preventivi’, firmati dal primo cittadino che ha voluto diffondere in questo modo il messaggio “meno usciamo, prima ne usciamo”.

La campagna di informazione istituzionale non è piaciuta ai più, almeno da quanto si evince dai social. C’è chi parla di “messaggi terroristici” e chi ricorda “che la maggior parte dei contagi sono avvenuti in ospedale e non per strada”. Altri bollano l’iniziativa come “pubblicità regresso” o come “narrazione paranoica”. Per molti è “inaccettabile” o “ingiusto” comunicare in questo modo per cui si chiede la promozione di una “campagna istituzionale semplice e diretta” per ribadire i motivi che impongono, in questo periodo, lo stare a casa.

Qualcuno suggerisce, semplicemente, di “rimuovere i manifesti”. Tra questi l’ex avversaria del sindaco alle elezioni comunali, Francesca Ghirra dei Progressisti, che “amareggiata e dispiaciuta” spiega che avrebbe preferito un utilizzo diverso delle risorse impiegate per la stampa dei manifesti come, ad esempio, “l’acquisto qualche dispositivo di protezione individuale”.

Non si è fatta attendere la replica del primo cittadino, sempre su Facebook. “Qualche sepolcro imbiancato, qualche vecchia gloria con il ditino sempre puntato, acide commentatrici, confusi giovanotti con uno strano concetto di democrazia”,. Così il sindaco di Cagliari ha definito chi lo ha criticato  “Sapevo che sarei stato attaccato, che avrei ricevuto gli insulti”, spiega, “ma voglio che, passato lo choc iniziale, si possa riflettere”.

“Mi preoccupo  – spiega il sindaco –  che tutti, oggi e domani, siano in ottima salute. Per riprendere in mano, dopo questa tragedia, il presente e il nostro futuro. Senza nessun intento di criminalizzazione dei cagliaritani, come qualcuno, dedito più alla propaganda e alla mistificazione, ha voluto far credere. Cagliaritani che nella maggior parte si comportano con correttezza. Ma il problema sono gli altri che rischiano di vanificare il lavoro di tutti. E allora mi faccio una domanda: se non siamo disposti ad affrontare una rinuncia in momento come questo, quando mai dovremo farlo?”. Il sindaco chiude il suo post ringraziando l’agenzia che ha lavorato “per spirito di servizio” ricordando che “la campagna non costa un euro al comune, così come le affissioni”.
 

Mentre Wuhan annuncia la fine delle restrizioni (prevista per l’8 Aprile), nel mondo il contagio accelera, soprattutto negli Stati Uniti e in Spagna. In molti paesi come l’India si estende l’invito a restare a casa, si prevede un lockdown globale che coinvolge 2,6 miliardi di persone. Per la prima volta nella storia le Olimpiadi vengono posticipate, saranno nel 2021, e per Shinzo Abe “Saranno la prova che l’umanità ha sconfitto il coronavirus”.

 

Il grafico mostra l’evoluzione dei volumi di conversazione da inizio epidemia ad oggi. Ogni picco corrisponde ad un evento che ha avuto forte impatto sull’opinione pubblica. Al centro la words cloud con le coppie di parole più utilizzate nelle ultime ore.

Analizzando le conversazioni generate nella giornata di ieri, 24 marzo, nella nuvola delle parole emergono tematiche legate al nuovo decreto di conte “multe fino” a 3mila euro per i trasgressori delle misure, e “più poteri” alle regioni, che adesso possono inasprire ulteriormente le misure di sicurezza per superare l’emergenza sanitaria. Sempre presente durante tutto il nostro periodo di osservazione, per la prima volta “terapia intensiva” appare centrale nelle conversazione sulla giornata di ieri, nonostante le prossime aperture di strutture ospedaliere è un leggero calo dei nuovi ospedalizzati in Lombardia, sono forti le critiche al sistema sanitario italiano percepito come vicino al collasso.

 

Restringendo il nostro punto di vista sui contributi creati da politici e partiti, nella giornata di ieri si sono alternate tematiche legate allo sciopero dei benzinai, a alle conseguenze del nuovo decreto che prevede la chiusura di tante attività produttive.  Tra i post dei politici sul Coronavirus, uno dei protagonisti di giornata è Guido Bertolaso; l’ex capo della protezione civile attualmente consulente dell’emergenza coronavirus, è stato trovato positivo all’infezione. Tanti i messaggi di vicinanza, 8,7% di menzioni tra tutta la classe politica nella sola giornata di ieri.

Sebbene il numero dei contagiati sia ancora preoccupante, l’andamento del sentiment nel corso delle settimane evidenzia una timida ripresa dell’ottimismo. Segno che forse stiamo arrivando all’apice della crisi, i post delle ultime settimane  contenenti solidarietà e speranza iniziano a superare il panico e l’incertezza delle prime settimane.

Il grafico mostra la distribuzione settimanale delle sentiment su covid19. La setiment positiva è in crescita, sintomo della reazione di coraggio e incoraggiamento degli italiani verso il proprio paese.

L’ottimismo viene anche confermato dall’analisi delle emozioni giorno per giorno. Non solo rispetto all’intero periodo, ma anche rispetto alla giornata di ieri, le emozioni positive sono ancora in leggero aumento rispetto a quelle negative (circa +3% di ammirazione e gioia e -5% di rabbia rispetto alla giornata di ieri.

 

Il grafico mostra la distribuzione delle emozioni elaborata tramite emotion analysis.

 

Ma chi sono gli utenti che parlano di Coronavirus? Abbiamo raccolto gli utenti che hanno utilizzato gli hashtag univoci del Coronavirus per circa 3 settimane. Dalla distribuzione per fasce di età emerge che tra i giovani, sono le donne a discutere di più dell’argomento (il triplo rispetto agli utenti di sesso opposto fino ai 24 anni).  

 

Il grafico mostra la distribuzione socio-demografica degli utenti che scrivono di #coronavirus

 

Nota: L’osservatorio web è realizzato utilizzando gli algoritmi proprietari di KPI6. I dati vengono raccolti tramite API dai principali social, aggregati ed elaborati in un unico ambiente di ricerca grazie alla scrittura di query di ricerca che comprendono tutti i principali hashtag, le menzione e le parole chiave legate al Covid-19. A partire da algoritmi proprietari di intelligenza artificiale vengono effettuate le elaborazioni che permettono di misurare il sentiment degli utenti, le emozioni rilevabili nei contenuti o le immagini più utilizzate. Dai dati così ottenuti vengono ricavate visualizzazioni grafiche grazie a programmi di terze parti come Instagram o flourish. Le visualizzazioni vengono aggiornate quotidianamente e rispecchiano fedelmente i dati di KPI6.

Qio trovate una panoramica completa quotidiana sull’osservatorio realizzato da KPI6 in collaborazione con AGI.

In Europa il numero dei contagiati dal virus Covid-19 ha superato quota 200 mila. Lo riferisce AFP che produce stime quotidiane sui contagi. I casi diagnosticati ufficialmente in Europa, secondo i calcoli di AFP, sono almeno 200.009, di cui oltre la metà registrati in Italia e Spagna (rispettivamente, 63.927 e 39.673).

Le vittime sono 10.732. L’Europa è il continente piuùcolpito dal coronavirus, seguita da Asia (98.748 casi di cui 3.570 morti), focolaio iniziale del contagio. L’agenzia francese avverte che il numero di casi diagnosticati ufficialmente riflette solo una parte di quello reale dei contagi, percé un gran numero di paesi fa i test solo sui malati che hanno bisogno di un ricovero ospedaliero. 

Intanto, in Italia, lunedì, per il secondo giorno consecutivo, è calato sia il numero di nuovi contagi da coronavirus che di nuovi decessi in Italia. L’ultimo bollettino della protezione civile parla di 63.297 casi totali, con un incremento di 4.789 unità (ieri erano 5.560) rispetto alla giornata precedente, e di 6.077 decessi, 601 in più in 24 ore (651 nella giornata precedente).

I casi attualmente positivi sono 50.418 (+ 3.780 rispetto a ieri, altro rallentamento), i guariti salgono a 7.432, 408 in più rispetto al giorno precedente, una crescita inferiore a quella di domenica.

I ricoverati in terapia intensiva sono 3.204, 195 in più rispetto alla giornata precedente. Quest’ultimo dato è in accelerazione (il bilancio di domenica segnava 152 persone in più in terapia intensiva). I ricoverati con sintomi sono 20.692 (+846), in isolamento domiciliare infine sono in 26.522 (+2.739). 

Nel dettaglio: i casi attualmente positivi sono 18.910 in Lombardia, 7.220 in Emilia-Romagna, 4.986 in Veneto, 4.529 in Piemonte, 2.358 nelle Marche, 2.301 in Toscana, 1.553 in Liguria, 1.414 nel Lazio, 929 in Campania, 771 in Friuli Venezia Giulia, 914 nella Provincia autonoma di Trento, 688 nella Provincia autonoma di Bolzano, 862 in Puglia, 681 in Sicilia, 605 in Abruzzo, 556 in Umbria, 379 in Valle d’Aosta, 343 in Sardegna, 280 in Calabria, 89 in Basilicata e 50 in Molise.

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