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Slitta il rientro degli italiani che erano a bordo della nave da crociera Diamond Princess, inizialmente previsto per questa notte alle 2. Secondo quanto si apprende, il volo dell’Aeronautica militare con a bordo una trentina di italiani più diversi altri cittadini europei potrebbe essere in Italia nella giornata di domani o anche sabato.

Da quanto si apprende da fonti del ministero della Salute, il rientro degli italiani scesi dalla nave Diamond Princess sara’ effettuato non appena saranno stati completati tutti i controlli. La partenza potrebbe avvenire anche nella notte.

“China Is the Real Sick Man of Asia”, dice il titolo del Wall Street Journal che ha suscitato le ire di Pechino con l’espulsione di tre giornalisti della testata statunitense.

Più che un atto contro il pluralismo dell’informazione, o la decisione emotiva per un titolo razzista, quella della Cina è una reazione condivisa dalla coscienza collettiva nazionale. “Sick Man of Asia” (Dongya Bingfu ovvero Dung Aa Beng Fu nella pronuncia cantonese) era la dispregiativa definizione con cui l’Impero Cinese fu bollato nel consesso internazionale durante gli anni finali dell’ultima dinastia Qing. Il disfacimento statale e la relativa condizione semicoloniale che originarono quell’etichetta coinvolsero anche i singoli cinesi, in un momento storico di razzismo misto a ostilità per il “pericolo giallo”.

“Sick Man” non era purtroppo affermazione del tutto falsa. L’Impero britannico con le Guerre dell’oppio contribuì, per riequilibrare la sua bilancia commerciale, a diffondere se non a imporre la droga in Cina, tanto che il consumo di massa minò la salute della popolazione.

Fu il movimento politico dell’autorafforzamento (Ziqiang) che sulla fine dell’Ottocento si provò a cancellare l’etichetta di “Malati dell’Asia” anche diffondendo l’educazione fisica di massa, soprattutto le arti marziali. Fra gli eroi del periodo è tuttora celebrato nella Repubblica Popolare il maestro Huo Yuanjia, morto a Shanghai nel 1909 in circostanze misteriose ma attribuite dalla vox populi al veleno, che gli sarebbe stato propinato da un cuoco giapponese su mandato della diplomazia nipponica per stroncare un rappresentante della rinascita nazionale.

Poi è stata leggenda. E quindi cinema. Il cartello con la scritta “Sick Man of Asia”, riproposto dal titolo del Wall Street Journal, è al centro dell’epica patriottica che incarnò Bruce Lee nel film “Dalla Cina con furore” (“Fist of fury”) del 1972 (con successivi remake). I giapponesi provocatori consegnano, in bella cornice, la frase ingiuriosa calligrafata alla Scuola del defunto maestro Huo Yuanjia.

Il suo migliore allievo, Chen (Bruce Lee), riporterà il cartello nel dojo dei nemici e dopo averli sbaragliati li costringerà a rimangiarsi, letteralmente, la scritta offensiva. “Noi non siamo i malati dell’Asia”, griderà il Piccolo Drago come adesso ha strillato Pechino. Sono più patriottici che antidemocratici i sentimenti scaturiti per il titolo del Wall Street Journal.      

Serata di terrore ad Hanau, cittadina dell’Assia alle porte di Francoforte, dove nove persone sono state uccise in un attacco di matrice xenofoba contro due bar frequentati dalla comunità turca. Dopo ore di caccia all’uomo, il presunto killer è stato trovato morto nel suo appartamento; con lui è stato rivenuto anche il corpo di una donna, forse la madre.

La Bild ha riferito che è stata trovata una lettera e un video in cui l’uomo, indicato come Tobias R., confessava le sue azioni, sostenendo tra l’altro la necessità di distruggere certi popoli la cui espulsione dalla Germania ormai non è più possibile. Sulla strage indaga la Procura antiterrorismo.

I primi colpi d’arma da fuoco sono stati sparati ieri sera intorno alle 22 allo shisha bar Midnight, nel centro della città. Secondo testimoni, l’uomo è entrato e ha cominciato a sparare sulla gente che stava fumando il narghilè. Il killer si è poi spostato con un auto scura in una zona residenziale, nel quartiere di Kesselstadt, prendendo di mira l’Arena Bar & Cafè a Kurt-Schumacher-Platzin e aprendo il fuoco. In tutto hanno perso la vita otto persone, mentre una nona vittima è morta in ospedale per le ferite riportate.

Ingente il dispiegamento di forze dell’ordine, che dopo una serrata caccia all’uomo, nella notte hanno individuato l’appartamento del sospetto, nei pressi del luogo del secondo attacco. Dalle prime informazioni è un cittadino tedesco con regolare licenza di caccia; nella sua auto sono state ritrovate munizioni. Quando le forze speciali hanno fatto irruzione nell’appartamento, insieme al suo cadavere, hanno trovato anche il corpo di un’altra persona, forse la madre.

Profondo cordoglio è stato espresso dalla cancelliere tedesca, Angela Merkel, che su Twitter ha indirizzato i suoi “pensieri” alla “popolazione di Hanau” dove e’ stato “commesso questo terribile crimine”; il suo portavoce, Steffen Seibert. si è augurato che “i feriti si riprendano presto”. La deputata Katja Leikert, rappresentante della città, ha parlato di uno “scenario orribile”, mentre per il sindaco, Claus Kaminsky (Spd), è stata la “peggiore serata che si possa immaginare”. Il primo cittadino ha annunciato che “a causa delle strade bloccate e delle indagini in corso” due scuole resteranno chiuse oggi.

La settimana scorsa, a Berlino un uomo era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e altre quattro persone erano rimaste gravemente ferite in una sparatoria avvenuta all’esterno di Tempodrom, un centro per eventi nella capitale tedesca, dove era appena terminato uno spettacolo comico turco, ‘Guldur Guldur’.

I ristoranti cinesi in Italia stanno particolarmente soffrendo per la paura del contagio da coronavirus. Il dato è stato fornito dal presidente di Fipe, la Federazione Italiana Pubblici Esercizi di Confcommercio Lino Enrico Stoppani. Numeri alla mano, si sta verificando il crollo di 5.000 ristoranti cinesi. Tradotto, sono 2 milioni al giorno di mancato incasso e una perdita del 70% del fatturato. Questo senza considerare il venir meno del turismo cinese in Italia che da solo ‘vale’ 500 mila euro al giorno.

Finanziato tramite un’operazione di Crowdfounding, Wolcen: Lords of Mayhem ha passato circa quattro anni in Early Access, per vedere la luce solo pochi giorni fa, con un lancio che non è stato proprio dei più brillanti, vista la completa saturazione dei server che ha obbligato il team a bloccare gli accessi per i primi giorni, riuscendo a ripristinare un servizio decente senza non poche difficoltà. Wolcen: Lords of Mayhem è un RPG dalle caratteristiche simili – molto simili – a Diablo III, da cui prende spunto senza però innovare granché.

Wolcen: Lords of Mayhem

All’avvio del gioco abbiamo subito due possibilità: giocare in modalità storia offline oppure online. Infatti se creerete un personaggio online questi non potrà essere utilizzato nella modalità offline e viceversa, immaginiamo per problemi relativi a possibili modifiche al client da parte di malintenzionati. Una volta scelto se giocare online od offline verremo introdotti alla creazione del personaggio, che a differenza della versione early access ci permette di modificare vari tratti del nostro avatar, tra cui ovviamente sesso e aspetto. Scelto il nome del nostro eroe e avviata l’avventura iniziamo a scoprire qualcosa in più sulla trama, che purtroppo risulta comunque essere abbastanza piatta e poco ispirata per tutto il corso delle circa 20 ore necessarie a completare i tre atti disponibili.

Da bravi guerrieri, veniamo catapultati fin da subito in uno scenario bellico in cui il nostro esercito, o meglio l’esercito di Heimlock (inquisitore che ci ha cresciuti da piccoli, vista la perdita dei nostri genitori), è stato colpito da un’imboscata di arcieri. Completata questa prima fase la storia è ovviamente sempre la stessa: dobbiamo cercare e sconfiggere queste forze nemiche per salvare il nostro popolo. Come abbiamo già detto, la trama è veramente molto semplice e anche i dialoghi tra i personaggi non danno spunti interessanti da seguire, limitandosi quindi a scambi di battute che alla lunga finiscono per annoiare, senza dare nulla in più al giocatore in termini di lore.

Il gameplay è sicuramente l’aspetto più interessante del gioco, che come base riprende moltissimo lo stile di Diablo III, aggiungendo alcune caratteristiche distintive che rendono l’esperienza un po’ più personale. Non avremo infatti la possibilità di scegliere una classe unica ma durante l’avventura, in base al nostro stile di gioco, potremo decidere di sviluppare il ramo di un’abilità piuttosto che un’altra. Non saremo limitati nell’uso delle armi: potremo usare spade, pistole, archi, pugnali e così via, spesso combinandoli anche tra loro, decidendo se impugnare in una mano una pistola o una spada e nell’altra un’altra pistola o sempre una spada, ad esempio. Questo permette di sperimentare diversi stili di gioco, spesso anche interessanti e diversi rispetto al classico guerriero, arciere o mago.

Ovviamente, come in ogni RPG, ogni classe ha le sue abilità e in Wolcen: Lords of Mayhem la classica progressione è stata modificata, non avrete delle abilità native, bensì potrete far droppare ai nemici, o acquistare al market, degli Enneract, ovvero oggetti che renderanno disponibile una determinata skill (che può essere per arciere, mago o guerriero) in base ovviamente allo stile che vorrete sviluppare. Una volta utilizzati questi oggetti avrete a disposizione una serie di abilità da posizionare nei nostri slot, inizialmente limitate a 6, compreso l’attacco primario. Sarete liberi di cambiare quando vorrete le abilità equipaggiate, e sarà bene farlo visto che la loro progressione è separata dal livello del personaggio e tenderà ad aumentare solo quando saranno effettivamente equipaggiate.

Wolcen: Lords of Mayhem

Altro aspetto caratteristico di Wolcen: Lords of Mayhem è il “Gates of Fates” un immenso albero di abilità passive che potrà essere arricchito salendo di livello. L’albero è diviso in tre macro-zone: Soldier, Sentinel e Scholar e voi ovviamente potrete partire da qualsiasi punto e potrete espandervi in ogni direzione in base agli elementi che vorrete potenziare, siano essi relativi al danno, ai punti vita, alla magia o alla difesa. Queste abilità passive andranno a impattare su quello che è lo status madre del personaggio, caratterizzato da quattro elementi su cui distribuire i 10 punti abilità che otterrete ad ogni livello. Questi punti potranno essere distribuiti in Ferocity (che predilige l’attacco e il danno critico), Toughness (per aumentare punti vita e difesa), Agility (per aumentare la velocità d’attacco) e Wisdom (per migliorare gli attributi magici).

Per il resto il gameplay si attesta ai livelli di titoli dello stesso genere, grazie a un combat system interessante soprattutto per le abilità primarie, che risultano divertenti da usare soprattutto negli scontri più complessi. Non abbiamo apprezzato moltissimo le hit-box e il ritardo nell’esecuzione di alcune azioni, come ad esempio il dodge e alcune abilità, che però crediamo abbiano problemi da imputarsi a qualche errore di programmazione che verrà risolto in futuro, visto che erano limitati ad alcune abilità e si sono manifestati solo in alcuni casi limitati.

Wolcen: Lords of Mayhem

Come detto in apertura, il titolo vi garantirà circa 20 ore di storia principale, dove purtroppo vi troverete spesso ad affrontare lunghi scenari colmi degli stessi nemici e con drop per la maggior parte inutili. Il drop è infatti un’altra problematica di Wolcen: Lords of Mayhem: per via dell’inventario limitato e dei troppi oggetti diversificati (vista l’assenza di una classe principale) e distribuiti male nella rarità, vi troverete a raccogliere tutto per poi buttare le cose inutili a terra o al massimo venderle a un mercante. Sarebbe stato gradito un sistema di smaltimento come in Diablo, per rendere utile il drop di oggetti rari non utilizzati per via della classe o quelli deboli per il nostro livello.

Terminata la campagna principale avrete la possibilità di affrontare un’avventura “illimitata” combattendo nemici e boss già incontrati nella storia principale, in un’attività end game che sinceramente non è nemmeno malaccio, se non fosse che una volta raggiunti i titoli di coda difficilmente avrete ancora voglia di uccidere gli stessi nemici già affrontati migliaia di volte. Parlando invece prettamente del lato tecnico del gioco dobbiamo dire che siamo rimasti piacevolmente sorpresi: non si tratterà sicuramente del gioco con il miglior comparto artistico e grafico in circolazione, ma si difende sicuramente bene grazie ad ambienti curati anche se non troppo diversificati, il tutto con un’ottima gestione delle risorse che ci ha permesso di giocare tranquillamente a settaggi alti senza mai perdere frame.

Wolcen: Lords of Mayhem


Wolcen: Lords of Mayhem è un titolo che ha sicuramente avuto delle difficoltà nello sviluppo per via di un team limitato che è però cresciuto nel tempo ed è riuscito a sfornare un titolo interessante, anche se non brillante in quanto a originalità. Ispirato al re del genere, Wolcen: Lords of Mayhem mostra criticità sia sul fronte della trama che su quello del gameplay, che oltre al discorso di classi e abilità variabili non porta grandi innovazioni, lasciando al giocatore più di qualche domanda alla fine dell’avventura. Siamo rimasti comunque soddisfatti dal comparto grafico del gioco e nel complesso lo consigliamo agli amanti del genere che vogliono barcamenarsi in un’avventura fantasy RPG senza troppe pretese. Non ci sentiamo invece di consigliarlo a chi sperava di trovare un successore di Diablo o comunque un titolo innovativo per il genere.

L’articolo Wolcen: Lords of Mayhem – Recensione proviene da GameSource.

Negli ultimi mesi dell’anno passato, se ben ricordate, era stato pubblicato un teaser di un potenziale remake del primo capitolo di Gothic. Era chiaramente un test per tastare il terreno e comprendere quale fosse il potenziale del titolo: sembra che il testa abbia avuto successo, il remake si farà.

Gothic Remake ufficiale

THQ Nordic ha inglobato Piranha Bytes, lo studio che ha sviluppato il titolo originale, insieme all’IP, confermando che il remake sarà realtà. Piranha Bytes però non si occuperà del progetto, a farlo sarà un nuovo studio, creato per l’occasione, situato in Spagna, precisamente a Barcellona.
Non vi è ancora una data di lancio ma di sicuro il titolo non vedrà la luce nel 2020. Molto probabilmente verrà sviluppato per console di nuova generazione e su PC. Il titolo originale è uscito nel 2001, ambientato all’interno di una prigione magica nella zona mineraria di Khorinis, dove si sono formate diverse comunità e gilde fra cui il giocatore si deve districare.

L’articolo Gothic Remake: si farà, è ufficiale proviene da GameSource.

“Sapete qual è la cosa che mi è rimasta più impressa del governo ‘Conte 1‘? si chiede in un’intervista a la Repubblica il sottosegretario grillino a Palazzo Chigi Riccardo Fraccaro, per poi rispondere: “ Che mentre il premier lavorava ai dossier a Palazzo Chigi, Salvini andava in giro per le piazze a chiacchierare e tenere comizi”. Poi chiosa: “Come è andata lo sappiamo: chi faceva chiacchiere ha perso”.

Insomma, la stessa fine di Salvini, secondo Fraccaro, rischia di farla anche Renzi. Fraccaro poi aggiunge che vista la situazione politica “non bisogna avere paura del voto” e nel caso il premier Conte dovesse inciampare e poi cadere “riterrei giusto tornare ad ascoltare i cittadini” perché “non è mai sbagliato farlo”. “Meglio votare che vivacchiare”, sottolinea, anche se di mezzo c’è il referendum sul taglio dei parlamentari, che nulla osta a suo avviso: “Sento dire che non si può, ma in democrazia è sempre possibile votare. Ed è una via che va sempre rispettata” afferma nell’intervista. Poi però puntualizza: “Sì. Basta aspettare il referendum e poi si vota”, prefigurando la possibilità di andare alle urne anche a settembre.

Quanto alle prospettive di un elezione diretta del premier, come proposto da Renzi dalle poltrone televisive di Bruno Vespa, Fraccaro obietta solo che “a Palazzo Chigi sono già aperti dei tavoli sulle riforme” e pertanto “chi vuole, partecipa e propone”. Come a dire: quella è la sede più appropriata. Renzi è nel governo, venga a sedersi e proponga. È l’unico modo, tanto più che lui, il sottosegretario, non guarda la tv perché “io lavoro per il Paese e lo stesso fa Conte”.

Insomma, quelle di Renzi sono solo chiacchiere ma “è ovvio che così non si può andare avanti” sottolinea il sottosegretario a Palazzo Chigi che dice anche che “serve chiarire una volta per tutte le posizioni e bisogna farlo subito”. Quindi nel momento in cui la Repubblica obietta che però in questo chiarimento c’è anche la sfiducia al Guardasigilli Bonafede, Fraccaro si irrigidisce e intima: “Alfonso non si tocca”.

“L’allarme Coronavirus non deve farci rinunciare a un mercato importante come quello della Cina che era atteso in crescita di oltre il 10% quest’anno anche perché il 2020 è l’anno della cultura e del turismo Italia-Cina”. Lo afferma in un’intervista al Sole 24 Ore Giorgio Palmucci, il presidente dell’Enit – l’Agenzia per il turismo – che prova a immaginare un rimbalzo nei prossimi mesi per un settore che è forse più colpito dall’allarme coronavirus scoppiato a livello internazionale soltanto un mese fa.

E dato per assodato che gli arrivi da gennaio a marzo “ormai sono persi”, Palmucci dice semplicemente che “ora dobbiamo augurarci che si superi questa emergenza presto per poi concentrarci in un grande sforzo di tutti” – dal turismo alla moda, al lusso e al made in Italy – per cercare di “recuperare il possibile in quel mercato così promettente e chiudere almeno ai livelli dell’anno precedente”.

Enit, pertanto, continuerà a fare promozione su tutti i mercati (“Quest’anno la parola d’ordine è diversificare”, dice il presidente)- e continuerà a farlo anche in Cina “appena sarà possibile”, a emergenza coronavirus superata. Palmucci annuncia anche che “per ora l’apertura dei due nuovi uffici di Enit a Shanghai e Canton programmata per inizio 2020 è solo rinviata,” così come sono stati cancellati solo i primi di una ventina di eventi previsti da qui fino alla fine dell’anno in Cina. Però “a settembre a Macao ci sarà un importante evento di cui l’Italia è sponsor, lì conto di esserci” promette Palmucci, che prova a fare un bilancio della situazione presente dicendo: “Come Enit possiamo verificare gli arrivi negli aeroporti grazie a un accordo con Assoaeroporti che fa un costante monitoraggio e i numeri ci dicono che nel primo quadrimestre dovremmo attenderci un impatto negativo solo dal turismo cinese. Il resto dei turisti – commenta – continua ad arrivare come prima”. 

E i prossimi mesi come saranno? Non si corre il rischio di incappare in nuove cancellazioni di prenotazioni e arrivi? All’interrogativo il presidente di Enti risponde che per evitare questo rischio “è cruciale mandare il messaggio ovunque nel mondo che l’Italia è un Paese sicuro”. “Del resto – chiosa – siamo tra i Paesi che giustamente hanno preso più precauzioni di molti altri sul coronavirus”. Ad ogni modo l’impatto del forfait cinese è difficile da calcolare “anche se ovviamente ci sarà” ma poi Palmucci aggiunge: “Nonostante la grande crescita di questo turismo stiamo parlando dell’undicesimo Paese per arrivi. Su 430 milioni di presenze l’anno, 200 milioni arrivano dall’estero e il 5% di queste sono dalla Cina” quasi a minimizzarne l’impatto anche se l’attesa per quest’anno era di poter incassare tra i 700 e gli 800 milioni di euro da solo turismo cinese. Quindi sottolinea: “Siamo il Paese che ha aperto più voli con la Cina nell’ultimo periodo. Ripartiamo da lì”.

“Sono definitivamente assente”. Trent’anni fa, in una scena de Le Comiche, Renato Pozzetto provava a vendere una bara con segreteria telefonica incorporata. Al di là dello humor nero, la questione è seria: tra social network e intelligenza artificiale, è sempre più probabile che la nostra voce ci sopravviva. Pezzi consistenti della nostra eredità, ormai, non si toccano più. Eppure, si continua a badare molto all’eredità di quadri e armadi e poco a quella dei nostri dati. Una cosa cui bisognerebbe pensare per tempo, visto che non si può ancora dire: “Ehi Siri, sono morto”.

Un account è per sempre?

Il post mortem è stato discusso durante il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. “C’è un difetto significativo di progettazione nel modo in cui stiamo affrontando il fenomeno dell’aldilà digitale, con implicazioni globali”, ha spiegato Faheem Hussain, professore della Arizona State University. Per Hussain, il cui intervento è stato riportato da Geekwire.com e Financial Times, si discute molto di sicurezza dei dati e privacy ma “nessuno vuole parlare della morte” e del destino delle nostre informazioni. Se qualcuno mettesse le mani su un profilo di un defunto, potrebbe esserci un eterno “falso me” che vive sui social network, che “accumula dati”, “fa colloqui di lavoro su LinkedIn” o “parla con i miei familiari”. Un “io” fasullo, che però “mi rende praticamente vivo”.

Il Dna tramandato ai posteri

C’è poi un altro aspetto del post mortem, per ora meno popolare ma altrettanto attuale. Sono sempre di più le società che erogano servizi basati sulla mappatura del corredo genetico, come 23andMe. “Raramente pensiamo al destino del nostro Dna dopo aver effettuato i test”, ha sottolineato Stephanie Malia Fullerton, professoressa di bioetica alla University of Washington School of Medicine. Oltre al tema immediato della privacy, ce n’è un altro che riguarda l’aldilà: “Le nostre informazioni genetiche possono essere mercificate e continuare a creare prodotti commerciali anche molto tempo dopo la nostra scomparsa”. Fullerton ha quindi chiesto più attenzione sul tema e regole più stringenti. O, tanto per cominciare, una maggiore capacità d’intervento da parte dei familiari, che dovrebbero poter scegliere il destino dei geni della persona scomparsa. Come, in parte, fanno con gli account alcune piattaforme digitali.

L’eredità di Facebook

Facebook è un social network molto popoloso e ormai piuttosto anziano. Ed è quindi naturale che cresca il numero degli utenti deceduti. Non è un caso se proprio a Menlo Park, ormai da tempo, hanno creato una delle procedure più complete per la gestione post mortem degli account. L’utente può scrivere una sorte di testamento. Può, ad esempio, scegliere di eliminare il profilo dopo la sua scomparsa, indicando questa precisa volontà nelle impostazioni.

Nonostante i progressi della tecnologia, non è ancora possibile segnalare la propria morte. Per cui la cancellazione scatterà “quando qualcuno ci comunicherà il tuo decesso”, spiega Facebook. Verranno quindi eliminati, “in modo definitivo”, “tutti i messaggi, le foto, i post, i commenti, le reazioni e le informazioni” presenti sulla piattaforma. Se invece un utente ambisce a far sopravvivere il proprio profilo a se stesso, può nominare un “contatto erede”. Cioè un altro iscritto responsabile della trasformazione in “account commemorativi”. Il profilo non comparirà più tra i suggerimenti di amicizia e accanto al nome comparirà la dicitura “in memoria di”. Ma per il resto non cambia molto: in base alle impostazioni sulla privacy, gli amici potranno continuare a commentare e condividere ricordi.

Post mortem online: istruzioni per l’uso

Instagram ha una procedura diversa. Un parente può chiedere la rimozione o la trasformazione in account commemorativo (ma servono i documenti che attestino la morte e il legame). Il profilo non comparirà più nella sezione esplora ma, a differenza di Facebook, l’account commemorativo non può essere aggiornato o modificato.

Twitter non fornisce a nessuno e per nessun motivo i dati per accedere all’account del caro estinto. Se ne può chiedere la rimozione, passando però dalle carte, come il certificato di morte.

Simili sono le procedura per la chiusura dell’account di LinkedIn e Google. Big G offre però anche un’altra possibilità: l’utente può configurare la sorte del proprio profilo. Mountain View dichiara la morte digitale se l’account resta inattivo per un certo periodo (con opzioni dai 3 ai 18 mesi). Una volta arrivati a scadenza, in base alle ultime volontà, l’account verrà eliminato oppure sarà contattato un altro utente, con il quale condividere alcuni contenuti.

Il profilo di Apple (con tutto quello che c’è dentro, dalle app ai film), “non è trasferibile”. Può solo essere eliminato, inviando i documenti che attestino il trapasso.

Un team si occuperà di vagliare le richieste di chiusura account per Amazon. La piattaforma di e-commerce, però, bada al sodo: nella pagina dedicata, poche righe dopo aver fatto le condoglianze, chiede di fornire “un indirizzo e-mail e l’ultimo acquisto effettuato” se “desideri che eventuali buoni regalo ti vengano trasferiti”. Un coupon a futura memoria.

Finché chatbot non ci separi

Non c’è solo la gestione della vita biologica nell’aldilà digitale. Alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale ambiscono a sfumare il confine tra l’una e l’altro. Diverse società puntano a trasformare un timore (che i nostri dati ci sopravvivano) in una risorsa (ricreare interazioni realistiche anche dopo la morte). Funzionano un po’ come il software di “Be Right Back” (Torna da me), episodio di Black Mirror in cui una giovane donna interagisce con il compagno morto, ricostruito in chat grazie alla raccolta dei suoi dati online.

Eternime è una società statunitense che fa proprio questo. Gli utenti che si propongono mettono a disposizione quello (tanto) che si può sapere dalla loro attività online: foto, post, messaggi. Al momento del trapasso, Eternime impacchetta tutto e lo trasforma in un avatar con cui chattare. Secondo il fondatore Marius Ursache, “si muore tre volte”: “Quando non ci prendiamo cura di noi stessi, quando ci mettono nella tomba e quando il nostro nome è pronunciato per l’ultima volta”. L’obiettivo di Urache è evitare la terza. E se l’idea può sembrare inquietante, ci sono già 46580 persone che hanno deciso di provarci.

Ehi Alexa, riportalo in vita

HereAfter ha lo stesso obiettivo, ma ci mette di mezzo la voce e utilizza un altro strumento per la raccolta dei dati. La società registra (di persona) una sorta di audio diario. Chi decide di iscriversi racconta aneddoti, episodi del passato, consigli per il futuro, canzoni preferite. L’intelligenza artificiale li rimescola, creando un avatar da ascoltare tramite smart speaker. Basta scaricare un’app per interpellare la nonna defunta come fosse Alexa.

L’idea del co-fondatore James Vlahos è nata registrando la voce del padre, cui era stato diagnosticato un cancro. Da lì è nato “Dadbot”, un software installato sullo smartphone che interagiva con il figlio. “In questo modo ho sempre mio padre in tasca”, ha detto Vlahos. Anche l’idea di Replika è nata da un addio. La co-fondatrice Eugenia Kuyda aveva creato un chatbot partendo da migliaia di messaggi ricevuti da un amico scomparso, Roman. Tra il 2015 e il 2017, la startup ha ricevuto circa 11 milioni di dollari di finanziamenti e cambiato direzione. È sempre un bot che dialoga, ma si nutre delle discussioni con gli utenti (vivi). Un confidente digitale, per il presente. Qui, però, più che vicini a Black Mirror, siamo dalle parti di Her.

Oltre mille miliardi di euro in sette anni per continuare a finanziare la Politica Agricola Comune e la Politica di Coesione per le regioni più povere, lanciando al contempo nuovi progetti ambiziosi come l’European Green Deal, la trasformazione Digitale dell’economia, la politica di Difesa europea.

È questa la posta in gioco del negoziato tra i capi di Stato e di governo dell’Unione Europea che si aprirà domani nel Vertice straordinario dedicato al “quadro finanziario pluriennale” (il bilancio 2021-2027) dell’Ue.

La trattativa più difficile di sempre 

La trattativa viene descritta come “la piu’ difficile di sempre” a causa del cosiddetto “Brexit gap”: l’uscita del Regno Unito dall’Ue ha creato un “buco” di 10-12 miliardi l’anno (75 miliardi nei sette anni) che deve essere compensato con tagli e aumento dei contributi nazionali. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha proposto un bilancio 2021-2027 pari al 1,074% del Pil. Ogni Stato membro puo’ bloccare la trattativa grazie al diritto di veto: il Quadro finanziario pluriennale deve essere approvato dal Consiglio europeo all’unanimità. 

Gli schieramenti in campo

I “Quattro Frugali”: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia. Vogliono un tetto al bilancio Ue pari al 1% del Pil e chiedono di ridurre le risorse per Agricoltura e Coesione e aumentare i finanziamenti per Green Deal, Ricerca e Difesa. Inoltre, esigono una forma di “rebate”: uno sconto rispetto al loro contributo nazionale perché aumenta in modo sproporzionato a causa della Brexit.

Gli “Amici della Coesione”: Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Malta, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria. Insistono preservare il livello attuale di fondi per l’Agricoltura e la Coesione e si oppongono a preservare il “rebate” per i paesi più ricchi. Gli “Amici della Coesione” al loro interno sono divisi in sotto-gruppi, ciascuno con proprie priorità.

La Germania. Ufficialmente vuole un tetto al bilancio Ue pari al 1% del Pil. Ma la cancelliera Angela Merkel è disponibile a andare oltre, a condizione di ridurre le spese per Agricoltura e Coesione e aumentare i finanziamenti per Green Deal, Ricerca e Difesa. La Germania inoltre insiste sulla condizionalita’ per il rispetto dello Stato di diritto. Ai paesi che non rispettano i valori fondamentali – come democrazia e stato di diritto – dovrebbero essere tagliati i fondi.

I Quattro di Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia. Contestano la condizionalità sullo Stato di diritto, che potrebbero privare Polonia e Ungheria di una parte dei fondi Ue.

I Tre Baltici: Estonia, Lettonia, Lituania. Chiedono garanzie sul finanziamento del progetto ferroviario Rail Baltic.

Il Parlamento Europeo. Chiede un bilancio Ue pari l’1,3% del Pil. Teoricamente ha potere di veto e minaccia di usarlo. Ma storicamente gli eurodeputati hanno sempre accettato il compromesso raggiunto al Consiglio europeo.

La Commissione Europea. Ursula von der Leyen ha detto che con un bilancio al 1% del Pil non potrà finanziare l’Agenda strategica e le priorità dei prossimi 5 anni. Tuttavia non ha potere decisionale sul bilancio 2021-2027. 

 

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