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Il 29 luglio il Corriere della Sera rivelava che il ministero dell’Istruzione stava pensando a legittimare l’uso dei cellulari in classe, un “uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche” secondo le parole del ministro Valeria Fedeli, oggetto di studio di un gruppo di lavoro a cui il Miur ha chiesto di “chiarire l’uso dei dispositivi personali delle studentesse e degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti ad un periodo troppo lontano da oggi”. 

Il gruppo di studio si è composto in queste settimane e entro gennaio consegnerà le proprie proposte. Dovranno rispondere a tre domande principali:

  • In che modo gli strumenti digitali influiscono sui processi di apprendimento?
  • Come le nuove tecnologie possono essere impiegate per innovare le metodologie didattiche?
  • Qual è lo stato dell’arte ad oggi, a due anni dall’introduzione del Piano Nazionale Scuola Digitale?

Il primo gruppo di lavoro si occuperà della valutazione dell’uso degli strumenti digitali personali (smartphonetablet) in classe; il secondo della mappatura delle metodologie didattiche innovative.

Chi compone i gruppi di lavoro

I gruppi sono composti da esperti di pedagogia digitale, esponenti del mondo accademico, docenti che si occupano di digitale rivestendo anche il ruolo di animatori digitali nelle loro scuole, studiosi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), filosofi, rappresentanti del mondo dell’istruzione, animatori digitali e tecnici del MIUR: una platea qualificata che si confronterà, a partire dai prossimi giorni, sull’incidenza della tecnologia sulla qualità dell’apprendimento delle studentesse e degli studenti.

Promuovere azioni di ascolto di esperti che, a vario titolo, operano nel settore e favorire momenti di confronto e dialogo per definire una posizione efficace sulla tematiche di approfondimento; valutare tutte le possibili implicazioni legate all’uso degli strumenti digitali personali in classe per finalità didattiche; mappare tutte le metodologie didattiche, provvedendo alla loro valutazione rispetto all’incidenza sulla qualità dell’apprendimento; formulare proposte; elaborare linee guida di carattere culturale e pedagogico per aiutare a comprendere le potenzialità delle nuove tecnologie nel determinare stili di apprendimento innovativi nelle studentesse e negli studenti e il modo in cui queste possono influenzare il linguaggio, la scrittura, il pensiero logico-matematico, la memoria e il suo esercizio: sono gli obiettivi al centro dei lavori dei due gruppi, la cui costituzione è prevista tra le misure del PNSD, annunciate a luglio scorso dalla Ministra Fedeli.

A gennaio gli esperti presenteranno e proporranno alla Ministra Fedeli le linee guida e i documenti esito dello studio e del confronto portato avanti in questi mesi. Il gruppo di lavoro sull’uso dei device personali in classe, in particolare, dovrà produrre un documento di carattere culturale e pedagogico che possa aiutare a valutare come le tecnologie e i dispositivi digitali personali possano interagire e determinare stili di apprendimento innovativi, influenzare il linguaggio, la scrittura, il pensiero logico-matematico, la memoria e il suo esercizio. 

Il gruppo sui device si riunisce il 27 novembre, quello sulla mappatura delle metodologie didattiche innovative il 23.

 

Primo gruppo: Mappatura delle metodologie didattiche innovative

  • Prof Domenico Aprile, docente di informatica
  • Dott.ssa Rosa Bottino, ricercatrice e direttore dell’Istituto Tecnologie didattiche
  • Dott.ssa Daniela Barca: Dirigente scolastico presso l’istituto comprensivo 3 di Modena
  • Prof.ssa Stefania Bassi, docente di scuola primaria
  • Prof. Giovanni Biondi, Presidente Indire
  • Prof. Battista Quinto Borghi, professore Facoltà di scienze della formazione, Università Bolzano
  • Prof.ssa Manuela Cantoia, professore psicologia applicata della comunicazione e dei gruppi virtuali
  • Dott. Damien Lanfrey, segreteria tecnica del ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca
  • Dott. Salvatore Giuliano, dirigente scolastico dell’Itis Majorana di Brindisi
  • Dott.ssa Simona Montesarchio, direttore Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica e l’innovazione digitale del Miur
  • Dott. Marco Orsi Dirigente scolastico e fondatore di Scuola senza zaino
  • Prof.ssa Emanuela Pulvirenti, docente di disegno e storia dell’arte
  • Prof. Benedetto Scoppola, professore di Fisica matematica presso l’Università Tor Vergata di Roma
  • Dott.ssa Donatella Solda, dirigente presso l’ufficio di Gabinetto dell’on.le ministro dell’Istruzione
  • Prof. Pier Cesare Rivoltella, professore di tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso l’università Cattolica di Milano
  • Prof.ssa Tyllia Urschitz, docente presso l’istituto comprensivo “Lorenzi” di Fumane (Vr)

 

Secondo gruppo, valutazione dell’uso dei device personali in classe:

  • Prof. Giovanni Boccia Artieri, professore di sociologia dei new media, Università degli studi di Urbino
  • Prof. Giovanni Baniolo, professore di filosofia della scienza, Università di Ferrara
  • Dott. Luca De Biase, direttore di Nova e esperto di digitale
  • Prof. Giovanni Caprioli, docente in comando presso la Direzione generale per interventi in materia di edilizia scolastica e l’innovazione digitale
  • Prof.ssa Daniela Di Donato, dovente di lettere in una scuola secondaria di primo grado
  • Prof. Adriano Fabris, professore di filosofia morale presso l’Università degli studi di Pisa
  • Dott. Antonio Fini, dirigente scolastico in distacco Università di Firenze
  • Dott. Damien Lanfrey, segreteria tecnica del ministero dell’Istruzione dell’università e della ricerca
  • Ing. Vittorio Midoro, ricercatore presso l’istituto per le tecnologie didattiche del Cnr
  • Prof.Elisabetta Nanni, docente e formatrice sulle tematiche del Pnsd
  • Dott.ssa Donatella Persico, ricercatrice Cnr
  • Dott. Giuseppe Pierro, dirigente Direzione generale per lo studente
  • Prof.ssa Maria Ranieri, Professoressa associata di didattica e pedagogia Università di Firenze
  • Dott.ssa Concetta Senese, dirigente scolastico liceo scientifico Ceccano
  • Dott.ssa Donatella Solda, dirigente presso l’ufficio di Gabinetto dell’on.le ministro dell’Istruzione
  • Prof. Giuseppe Veltri, professore associato presso l’università degli studi di Trento

Tre anni fa Barack Obama definì la Russia "un potere regionale". Forse un po' poco per una nazione che abbraccia due continenti. L'estensione territoriale della Federazione, per quanto immensa, non comprende però il Mare Nostrum, a meno che non si voglia prendere in considerazione la base militare di Tartus, in Siria. Sui social network in queste ore è un fiorire di lazzi nei confronti del candidato premier del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che, chiarendo al Tg1 le posizioni del suo partito in politica estera dopo il suo viaggio in Usa, avrebbe sottolineato come l'Italia sia un Paese "alleato degli Stati Uniti ma interlocutore dell'Occidente con tanti Paesi del Mediterraneo come la Russia".

Su Twitter i detrattori si sono subito scatenati. 

 

Cinguettii di dileggio anche dagli avversari politici. 

Alcune testate online, come "Giornalettismo", ci vanno giù dure.

Il problema è che il video che avete appena visto (così come altri che stanno girando) sarebbe, seppure impercettibilmente, tagliato. Di Maio avrebbe invece detto "tanti Paesi del Mediterraneo o come la Russia". 

Facendo un attento confronto con il video originale, pubblicato dal Messaggero, dal labiale appare piuttosto evidente che Di Maio pronunci la "o", sia pur abbassando la voce e "mangiandosela" un poco, esitazione dovuta probabilmente all'estrema delicatezza dell'argomento. Il video nella versione pubblicata dal Messaggero è stato condiviso, come replica alle polemiche, dallo stesso MoVimento su Facebook: "Noi la chiudiamo qui. Siamo buoni, per questa volta. Di sparare sulla Croce Rossa, davvero, non ci sembra il caso".

Nei mesi scorsi i governi hanno più volte fatto appello a Facebook e Google, ovvero i canali attraverso i quali la stragrande maggioranza degli utenti accede alle notizie (e alle bufale), perché si facessero carico della lotta alle fake news. Una responsabilità che le due aziende non vollero accollarsi: se proprio qualcuno doveva stabilire cosa è vero o cosa è falso, se ne occupassero i governi, argomentarono. Ma si trattava quest’ultima, per ovvie ragioni, di una strada politicamente non percorribile per le democrazie.

Facebook lanciò comunque alcuni esperimenti, come la possibilità di segnalare i post di bufale, rivelatisi inefficaci e parziali. Ma Mark Zuckerberg non tardò a comprendere la soluzione giusta: consentire al giornalismo professionale di sopravvivere e fare il proprio lavoro. Una presa di coscienza espressa in un post dello scorso 23 agosto destinato a fare la storia.

“"Non possiamo creare una comunità informata senza giornalisti”, scrisse Zuckerberg, “se sempre più persone leggono le notizie in luoghi come Facebook, noi abbiamo la responsabilità di contribuire a fare in modo che tutti abbiano una comprensione adeguata delle cose. Ma sappiamo anche che le nuove tecnologie possono rendere più difficile per gli editori finanziare il lavoro dei giornalisti, sui cui tutti noi contiamo. Per questo qualche tempo fa abbiamo lanciato Facebook Journalism Project. Il nostro obiettivo è lavorare più vicino alle redazioni, ma stiamo anche lavorando con ricercatori e università per aiutare le persone ad essere più informate e consapevoli delle notizie che leggiamo online".

La questione va dunque affrontata su due fronti. Da una parte occorre sostenere un’industria finanziariamente allo stremo che fornisce però a Menlo Park e Mountain View i contenuti di qualità. Il Facebook Journalism Project sarà lanciato entro fine anno e stimolerà gli iscritti a sottoscrivere abbonamenti alle testate che seguono (mentre è ancora in corso la trattativa tra Google e gli editori su nuove forme di sottoscrizione che garantiscano più entrate ai media). Ma come aiutare gli utenti a essere più “consapevoli”? Come educarli a comprendere se quello che leggono e affidabile o meno? E’ qua che entra in gioco The Trust Project.

The Trust Project è un consorzio di 75 testate giornalistiche americane ed europee che hanno elaborato otto “Indicatori di fiducia” in grado di consentire la valutazione della loro affidabilità. Il progetto è nato in ambito accademico ed è guidato dalla giornalista Sally Lehrman, a capo del programma di Etica del giornalismo al Markkula Center For Applied Ethics della Santa Clara University. Ed è coinvolto il meglio della stampa mondiale. Per citare solo alcuni nomi: il New York Times, The Economist, il Wall Street Journal, il Washington Post, la BBC, l’Associated Press, l’agenzia di stampa tedesca Dpa, e – per l’Italia – La Repubblica e La Stampa. Facebook, Google, Bing e Twitter – in qualità di partner esterni – si sono impegnati a mostrare un “Trust Mark” accanto alle testate i cui articoli vengono condivisi sulle piattaforme. Uno sforzo di trasparenza grazie al quale l’utente avrà tutti gli strumenti necessari per potersi fare, in autonomia, un’idea della credibilità di quello che legge.

Questi gli indicatori:

  1. Best practice. Quali sono i tuoi standard? Chi finanzia la testata. Qual è la sua mission. Gli impegni etici, il livello di pluralismo, l’accuratezza, la politica in fatto di correzioni et cetera.
  2. Competenze dell’autore. Chi ha scritto questo pezzo? Dettagli sull’autore dell’articolo e link ad altri suoi pezzi.
  3. Genere di articolo. Di cosa si tratta? Etichette che aiutino a distinguere tra articoli di opinione, analisi e contenuti promozionali o sponsorizzati.
  4. Citazioni e riferimenti. Un maggiore accesso alle fonti delle inchieste e degli approfondimenti.
  5. Metodi di lavoro. Perché i giornalisti hanno scelto di occuparsi di questo tema? Come sono state raccolte le informazioni?
  6. Le fonti sono locali? I giornalisti hanno avuto un accesso diretto?
  7. La testata dà spazio a voci di diverso orientamento? Ho di fronte una testata pluralista o schierata?
  8. Quale contributo possono dare i lettori? Gli utenti possono aiutare a stabilire le priorità e contribuire alla raccolta delle informazioni e alle correzioni?

Facebook ha appena avviato i testi con Vox e AP, che verranno seguite dalle altre testate nei prossimi giorni. Vicino agli articoli del News Feed, apparirà un’icona. Cliccandovi sopra, si potranno leggere le informazioni che i media hanno condiviso in merito al loro rispetto degli otto indicatori. Seguiranno nei prossimi mesi i testi di Bing, Twitter e Google, che mostrerà il “Trust Mark” in tutti i suoi canali che consentono di accedere alle notizie, da Google Search a Google News. Coinvolta anche la piattaforma di blogging WordPress, che elaborerà un plugin specifico per i media ritenuti affidabili.

“Precisione, credibilità, trasparenza: il cuore di una notizia e base del rapporto di fiducia con il lettore, essenziale oggi più che mai in tempi di scetticismo dilagante, fake news che dominano il dibattito pubblico e un'offerta vastissima e spesso ridondante, in cui orientarsi alla ricerca di contenuti di qualità è sempre più complicato”, spiega Repubblica, che partirà il 22 novembre in coincidenza con la sua nuova edizione, “Ci vorrebbe una bussola. Ed è quella che Repubblica vuole fornire, rendendo espliciti i propri standard professionali in nome di un'informazione tracciabile, che risponda a precisi principi etici a garanzia dei propri contenuti”.

“Non ci sono notizie vere e notizie false, perché quelle false non sono notizie. Non ci sono giornali che pubblicano notizie false (chi lo fa non pubblica un giornale), ci sono giornali che sbagliano. E poi ci sono giornali trasparenti e giornali che non lo sono: i primi, se sbagliano, non hanno difficoltà ad ammetterlo, a spiegare al pubblico perché, a correggere gli errori”, sottolinea il quotidiano torinese, “il giornalismo digitale non ha cambiato queste regole – che sono quelle del nostro mestiere da sempre -, però ha allargato a dismisura il mare magnum di quanto viene pubblicato. Mescolando testate giornalistiche e satira, notizie e pubblicità, cultura e gioco. La scelta la fa da sempre il pubblico: questione di fiducia. Satira, pubblicità e gioco non sono contenuti meno nobili di quelli prodotti dall’informazione, sono semplicemente diversi. Il problema è evitare che qualcuno spacci una cosa per l’altra”. 

 

"Io Suyash Dixit, primo del mio nome e protettore del regno, proclamo me stesso re del Regno di Dixit, mi dichiaro da oggi Re Suyash I". A giudicare dalla formula, deve essere un fan di Game of Thrones Suyash Dixit, l'indiano che – sul suo profilo Facebook – si è autonominato monarca di Bir Tawil, un'area desertica di 2.000 chilometri quadrati tra Egitto e Sudan.

In attesa che il Cairo e Khartoum risolvano le complesse dispute territoriali che hanno reso la zona terra di nessuno, l'intraprendente ad di Softinator, un'azienda che si occupa di programmazione, ha deciso di approfittarne. Si è recato tra le sabbie di Bir Tawil, ha simbolicamente piantato un seme nel terreno, e – già che c'era – ha dichiarato suo padre presidente. "Giuro di lavorare per la prosperità della mia gente", ha dichiarato su Facebook, invitando chi lo desiderasse a diventare cittadino del suo regno, "ora mi sa che è il tempo di scrivere una lettera all'Onu". 

​Secondo il diritto internazionale, la pretesa al trono di Re Suyash non potrebbe essere riconosciuta, giacché non è nato nell'area rivendicata. E questo non è il suo unico problema: già almeno due persone in passato hanno affermato la propria sovranità su quelle sabbie. Nel 2014 l'americano Jeremiah Heaton dichiarò quelle terre "Regno del Sudan settentrionale" per poter fare di sua figlia una principessa. Ed esiste in rete il blog di un sedicente "Re Giorgio Enrico I" che si è altresì proclamato "Re di Bir Tawil". Ma la concorrenza non spaventa l'intraprendente informatico: "So che altra gente lo ha fatto in passato ma questa adesso è la mia terra e, se la vogliono indietro, ci sarà una guerra (probabilmente intorno a una tazza di caffè a Starbucks)". Per evitare questi bellicosi scenari, si auspica che le Nazioni Unite prendano posizione quanto prima.

Fare il tassista per Uber non rappresenterà mai una grande opportunità di lavoro. Lo assicura uno studio pubblicato da Quartz e condotto da John Horton della NYU Stern e da due ricercatori di Uber, che per dimostrarlo si sono affidati a semplici teorie economiche.

Secondo gli studiosi, a nulla servirebbe un aumento delle tariffe da parte di Uber perché il mercato tornerebbe velocemente a uno stato di equilibrio, in cui i conducenti tornerebbero a guadagnare più o meno la stessa cifra di prima.

Dalla teoria ai fatti: “Immaginiamo che da 1 dollaro al minuto e 1 dollaro a chilometro si passi a due dollari per ognuno. In breve tempo, i conducenti guadagnerebbero di più perché le tariffe sono aumentate. Tuttavia dopo un po' si andrebbe incontro a due conseguenze:

1 Poiché Uber consente ai tassisti di guadagnare molto nell’immediato, questi lavoreranno di più.

2 Poiché Uber è più costoso, diminuiranno le prenotazioni.

Cosa significa?

Quando l’offerta sale ma la domanda cala c’è meno lavoro. Sebbene i conducenti si facciano pagare di più per una corsa, le ore totali di lavoro scendono. E nel giro di poche settimane (otto, per la precisione) il loro guadagno orario torna agli stessi livelli del periodo pre-innalzamento. In sostanza, a fronte di un aumento delle tariffe, i conducenti di Uber vedrebbero scendere il numero di clienti. D’altronde, Uber aveva utilizzato l’argomentazione opposta per difendere i tagli, sostenendo che i prezzi più bassi attirano i clienti.

“Studio ridicolo”

Ma c’è chi rigetta lo studio: l’Indipendent Drivers Guild, un sindacato che difende gli interessi degli autisti di New York, ha definito ridicole le tesi dei ricercatori.

“L’idea che Uber non abbia modo di aumentare lo stipendio dei conducenti è assurda”, ha dichiarato in un comunicato il direttore del sindacato Ryan Price. “La società sta intascando più soldi di quanto non abbia mai fatto. E se c’è margine di manovra per progetti di macchine volanti, c’è anche per l’aumento degli incassi dei conducenti”.

Con uno scarto di soli 22 voti, 227 a favore e 205 contrari, la Camera ha approvato la sua versione della riforma fiscale voluta dal presidente Usa Donald Trump. Il testo passa ora all'esame del Senato dove le cose sono più complicate perché la Camera alta sta lavorando ad una sua versione del testo ed anche perché alcuni senatori dello stesso Grand Old Party (Gop) non concordano con il principio. 
Il testo passato alla Camera prevede in sintesi un taglio delle tasse entro la fine dell'anno per 1.500 miliardi di dollari. Tagli che secondo i critici aiuteranno principalmente i piu' ricchi

Da marzo 2017 il matrimonio non è più una sistemazione economica definitiva. E vale anche per Veronica Lario. Un tempo l'amore finiva, le coppie scoppiavano, ma l'articolo 5 della legge sul divorzio garantiva comunque alla moglie il mantenimento del tenore di vita goduto durante la convivenza. Un fastidio per i miliardari, una rovina per modesti impiegati che si ritrovavano a non riuscire più a metter insieme il pranzo con la cena. Ma la storia cui si sono ispirati i giudici della Corte d'Appello di Milano per ribaltare la decisione di attribuire un assegno milionario alla ex signora Berlusconi non ha niente a che vedere con i poveracci, ma con un altro divorzio milionario: quello tra tra Vittorio Grilli, ex ministro dell'Economia nel governo di Mario Monti, e l'imprenditrice Lisa Lowenstein.

Da dove è cominciato tutto

Nel maggio 2017 i supremi giudici respinsero il ricorso con il quale l'ex moglie del ministro reclamava l'assegno di mantenimento già negato le con verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano nel 2014. Il mantenimento del tenore di vita precedente il divorzio non è più un diritto, stabiliva la sentenza 11504. Grilli, dopo la fine del matrimonio, aveva subito una contrazione dei redditi. Lowenstein poteva mantenersi da sola. Così la Cassazione stabiliva nuovi parametri in materia di assegno di divorzio: conta il criterio dell'indipendenza o autosufficienza economica, non il tenore di vita goduto nel corso delle nozze per assegnare l'assegno al coniuge che lo richiede. Il matrimonio cessa così di essere "sistemazione definitiva": sposarsi, scrive la Corte, è un "atto di libertà e autoresponsabilità".

"Tutto ruota proprio intorno a questo principio: quello della autoresponsabilità" dice all'Agi l'avvocato matrimonialista milanese Eliana Onofrio. "Prima si guardava la coppia prima e dopo il matrimonio, ma è una visione superata e non si valuta più una persona in  funzione dell’altra, ma come singoli individui. La domanda che il giudice si pone è: dopo il divorzio riesci a restare in piedi da solo? Hai di che mantenerti? Sono stati indicati i criteri, che inizialmente erano solo di carattere concettuale e ora sono fattuali: redditi, cespiti patrimoniali, capacità di lavoro effettiva (in relazione all’età, al sesso e al contesto economico) e la disponibilità di una abitazione. Tutti questi parametri vengono valutati insieme per valutare se c’è l’autonomia economica".

Sì, ma che cosa è indipendenza economica? Anche su questo sono intervenuti i giudici di Milano a mettere qualche paletto. Sono loro che hanno stabilito di utilizzare lo stesso criterio che viene seguito per il diritto ad avere o meno un avvocato d'ufficio: la soglia di reddito di mille euro al mese. In buona sostanza: se una donna guadagna almeno mille euro al mese e ha un tetto sopra la testa, non ha diritto all'assegno di divorzio. Anche se il marito è miliardario. E vale a Milano come a Palermo.

"Il concetto espresso dalla Cassazione" dice l'avvocato Onofrio, "è il superamento di quel rinvio a tempo indeterminato della dissoluzione dei vincoli patrimoniali di un matrimonio, che di fatto è un ostacolo alla creazione di un nuovo nucleo familiare, diritto sancito dalla Corte dei diritti dell'uomo. Quello che è successo negli ultimi sei mesi è che tutti i tribunali – non solo Milano e Roma, ma anche quelli minori – si sono adeguati in maniera supina all’orientamento della Cassazione. La prova che che non si è trattato di una semplice virata data della giurisprudenza su un caso, ma che il terreno sociale era pronto e anzi desideroso di questo cambiamento".

E che impatto ha avuto questo sulla vicenda Lario? "Tutta l’impostazione che è stata data al caso fin dall'inizio" dice ancora l'avvocato Onofrio, "partiva dal fatto che fossero stati spostati molto a lungo, con un elevato tenore di vita, e che la signora Lario si fosse dedicata a alla prole e alla famiglia e, di concerto con il marito, avesse abbandonato la carriera di attrice. Tutti criteri validi prima della sentenza di maggio della Cassazione".

Che succede ora 

A Veronica Lario rimane il ricorso in Cassazione, dove però la battaglia si preannuncia dura. Sono state diverse le pronunce che hanno confermato il valore della sentenza 11504, inclusa una della prima sezione (quella che l'aveva emessa) ma con composizione diversa e una della sesta sezione che è composta da giudici provenienti da diverse sezioni. E' difficile, quindi, che ci sia una sconfessione che comunque aprirebbe le porte al ricorso alle sezioni unite. Ma le cose potrebbero cambiare ancora: a un gruppo di parlamentari il criterio 'mille euro al mese' varato dai giudici di Milano e sposato un po' ovunque non piace e per questo è stato depositato un progetto di legge diretto a modificare i parametri per la determinazione dell'assegno di divorzio. Via il riferimento al tenore di vita, ma anche all'indipendenza economica. 

Il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso di 153 lavoratori di Almaviva dichiarando l'illegittimità del loro licenziamento. Lo riferisce la Cgil, sottolineando che il Tribunale ha inoltre prescritto la reintegra nel posto di lavoro.  "Le motivazioni della sentenza – afferma il sindacato – restituiscono una fotografia fedele della realta', dove e' finalmente chiaro chi ha subito un ricatto e chi ha scelto di esercitarlo.  Dal canto suo l'azienda rivendica la legittimità dei licenziamenti e annuncia ricorso. – "Ottima notizia il reintegro dei 153 lavoratori Almaviva e l'ordinanza del giudice che dichiara discriminatorio il loro licenziamento. Siamo con voi", scrive su Twitter la sindaca Virginia Raggi.

Nel secondo capitolo dedicato ai 100 anni dello Zingarelli abbiamo chiesto al curatore, il professor Mario Cannella, di parlarci dei fattori che portano all’accettazione dei lemmi stranieri, soprattutto inglesi, all’interno del nostro parlare quotidiano. Se parlassimo attraverso una metafora calcistica potremmo definire questi termini come “gli oriundi della lingua italiana”: quelle parole usate quanto, se non di più, delle loro corrispondenti originali ma di cui, oggi, “non potremmo più fare a meno”. Come sport o cocktail. Eppure, periodicamente, compaiono articoli che provano a sensibilizzare sulla necessità di difendersi da questa invasione mostrando come potremmo facilmente optare per la versione autoctona, più elegante e musicale.

Abstract – Sintesi

All Inclusive – Tutto compreso

Evergreen – Intramontabile

Backstage – Dietro le quinte

Killer – Sicario

Badge – Tesserino

Cash – Contante

Come si decide quando accoglierli

Il criterio per introdurre queste parole all’interno di un dizionario non si discosta di molto da quello che si usa per quelle italiane: frequenza d’uso, valore del suo significato, stabilità nel tempo.  Una particolare attenzione viene riservata a tutte quelle parole che nascono in rete e che, con grande facilità, entrano nella nostra vita quotidiana. Non tutte però sono destinate a permanere a lungo all’interno dei discorsi che facciamo. Sono numerosi anche derivati che arrivano da questa tipologia di lemmi. Gli esempi che il professor Cannella fa sono eloquenti: “resettare” (da reset) e Googlare (da Google). “Stiamo tenendo d’occhio anche whatsappare”, verbo che compare in moltissime chiacchierate, online e offline. 

Leggi la prima puntata: come si decide quando una parola entra nel vocabolario

Quando accade il contrario

In rari casi avviene anche il contrario, soprattutto quando non esiste la parola in italiano che sia in grado di combaciare perfettamente con l’originale straniera. Come per “Serendipity”. Provate a trovare l’equivalente nella nostra lingua di quel concetto che definisce la fortuna “di trovare per puro caso una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra”. Il lemma è stato utilizzato nel 1754, per la prima volta, dallo scrittore inglese Horace Walpole che faceva riferimento, probabilmente, all’antico nome dello Sri Lanka (Serendip). La soluzione è la creazione di una nuova parola, come Serendipità, che non sempre è destinata a entrare all’interno di un dizionario, o il mantenimento della versione straniera, come nei casi di Spam, Kitsch, Facepalm.

Viaggio nel tempo

Chiudiamo con una lista che mostra il momento preciso in cui alcune parole straniere che ben conosciamo sono entrate a far parte del vocabolario Zingarelli:

1994: Zapping, skinhead, airbag, karaoke

1997: Home page, roaming

2001: Coming out, mobbing, mailbox, call center, new economy

2002: Bipartisan, outlet, vintage, ebook, download

2003: Customer Care, touchscreen, tobin tax

2005: Champions League, road map, ONG

2007: Gay pride, reality, sudoku

2009: Bodyguard, ADSL, black bloc, googlare

2010: Social card, social network

2014: Hashtag, self publishing, fake

2015: Selfie, wedding planner, âgé

2016: Cooking show, tiki-taca, jihadista

2017: Stepchild adoption, emoji, cosplayer, business plan

 

 

 

La Corte d'appello di Milano ha stabilito di applicare il precedente del caso dell'ex ministro dell'Economia Vittorio Grilli nella disputa tra Silvio Berlusconi e l'ex moglie Veronica Lario. Grilli ottenne allora il diritto a non dover mantenere la moglie, in quanto economicamente autonoma, scardinando il principio dello "stesso tenore di vita". Veronica dovrà restituire, in base a quanto stabilito, il denaro ottenuto a partire dal febbraio 2014, oltre 60 milioni di euro. L'ex first lady potrà ricorrere ancora una volta alla Cassazione, che però difficilmente contraddirà se stessa (La Repubblica).

Ad aprile scorso Veronica Lario aveva segnato un punto a suo favorenell’infinita battaglia legale pre e post divorzio, ottenendo il pignoramento di 26 milioni di euro su alcuni conti personali del Cavaliere. Ora però la Corte d’Appello di Milano ha accolto l’istanza dell’ex premier di applicare la recente sentenza sull’assegno di divorzio della Cassazione, per cui conta il criterio dell’autosufficienza economica e non il tenore di vita goduto durante le nozze (Corriere della Sera).

I legali del leader di forza Italia hanno sostenuto che la ex first lady non avrebbe avuto diritto agli alimenti in quanto, avendo liquidità per 16 milioni, gioielli e società’ immobiliari tra cui quella che ha nome ’Il Poggio’, gode di certo di una determinata ’tranquillita’’ economica ed e’ autosufficiente (La Stampa). La perdita oggi, dell'assegno divorzile, è l'ultimo atto di una lunga battaglia legale che ha visto contrapposti Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Una lunga storia di scaramucce nei tribunali di Milano e Monza, dopo un matrimonio durato 27 anni. Queste le principali tappe.

Tutte le tappe della relazione Berlusconi-Lario 

15 novembre 1990: Silvio Berlusconi e Veronica, pseudonimo di Miriam Raffaella Bartolini, si sposano con rito civile celebrato dal sindaco Paolo Pillitteri a Palazzo Marino, sede del comune di Milano. Testimoni, per lo sposo, Fedele Confalonieri e Bettino Craxi e per la sposa Anna Craxi e Gianni Letta. L'inizio del loro rapporto risale comunque a una decina d'anni prima e la coppia, il giorno delle nozze, ha già tre figli: Barbara nata nel 1984, Eleonora (1986) e Luigi (1988).

31 gennaio 2007: Dopo un lungo periodo di voci su una crisi della coppia, Veronica scrive una lettera aperta a 'Repubblicà in cui chiede al marito "pubbliche scuse" per le parole galanti rivolte pubblicamente ad alcune donne alla cerimonia del premio televisivo dei 'Telegattì. – 12 novembre 2009: Il Corriere della Sera riporta la notizia del deposito in Tribunale, da parte di Veronica, di un "ricorso individuale con addebito" del marito. In sostanza un atto di richiesta di separazione per colpa. La notizia viene in un primo tempo smentita.

8 maggio 2010: Inizia davanti al presidente della nona sezione del Tribunale civile di Milano, Gloria Servetti, l'udienza di separazione. Si parla di un'intesa di massima su un assegno mensile di 300 mila euro e l'usufrutto a vita della villa di Macherio. – 21 settembre 2010: Diventa ufficiale la 'rotturà tra Silvio e Veronica sulle condizioni per la separazione.

28 dicembre 2012: Il giudice stabilisce in 3 milioni al mese, senza l'uso della villa di Macherio, l'assegno di mantenimento.

19 marzo 2013: Gli avvocati di Silvio Berlusconi presentano ricorso contra la decisione di primo grado.

10 aprile 2013: Anche Veronica si costituisce in appello

Luglio 2013: Berlusconi si rivolge al tribunale di Monza per il divorzio

22 ottobre 2013: Il tribunale di Monza stabilisce in 1,4 milioni l'assegno che il fondatore di Mediaset dovrà versare all'ex first lady

18 febbraio 2014: è il giorno dell'atto ufficiale di divorzio. Il Tribunale di Monza scioglie il matrimonio. Prosegue invece il contenzioso economico con l'appello ancora fermo a Milano.

15 settembre 2014: La Corte d'appello di Milano fissa in 2 milioni (riducendolo di un milione) l'assegno di mantenimento di separazione.

16 maggio 2017; La Cassazione conferma la sentenza di secondo grado.

16 nov 2017: La Corta d'Appello di Milano stabilisce che Veronica non ha diritto all'assegno da 1,4 milioni e deve anche restituirne 60 a cui non aveva diritto.

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