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Come se non le bastassero i quattro programmi di Canale 5 e i social in cui dispensa se stessa Barbara d’Urso, adesso si è messa a cantare, anzi a (ri)cantare. Con notevoli ambizioni, visto che  “Dolceamaro”, viene presentato come “la prima collaborazione della coppia più esplosiva della televisione italiana”. Cioè lei medesima (in modalità featuring) e Cristiano Malgioglio, il cantante opinionista del suo Grande Fratello 16, che la stakanovista di Canale 5 conduce insieme a “Pomeriggio Cinque”, “Domenica Live” e “Live, non è la d’Urso”. 

Un ritorno alle origini, visto che il brano è la versione moderna e remixata di “Dolceamaro”, cantato dalla D’Urso nel 1980, quando aveva solo 23 anni e non sapeva ancora che sarebbe diventata una regina del piccolo schermo. Quel 45 giri, inciso per l’etichetta discografica Targa,  venne utilizzato anche come sigla di coda di Domenica in, dove d’Urso affiancava Pippo Baudo, poi venne inserito dal web nel filone del trashismo musicale e di pari passo divenne una hit dei locali gay. Un culto rainbow di cui la conduttrice, sottolinea all’Agi è sempre stata “molto orgogliosa”. 

Malgioglio ha già detto che  la vostra canzone diventerà il tormentone dell’estate 2019, lei come la vede?

“Sono entusiasta, questo progetto ricalca un po’ quello di Raffaella Carrà con Bob Sinclar nel remix di “A far l’amore comincia tu”. E tra poco renderemo pubblico anche uno strepitoso video diretto da Gaetano Morbioli, già artefice di videoclip per Giorgia, Fiorella Mannoia e tra gli altri Tiziano Ferro. Però per me è un gioco, una versione moderna della mia unica esperienza musicale: ero una ragazza e quel brano è sorprendentemente diventato una hit iconica, soprattutto nel mondo gay, trasmessa in locali come il Plastic di Milano. Lo conosce un po’ tutto il mondo omosessuale, e questo mi inorgoglisce parecchio, ma è stato cantato anche da scolaresche, la rete è piena di video con interpretazioni varie”. 

L’aveva riproposto anche  nel 2017, esibendosi sul palco del Gay Village con Pino Strabioli, quando, circondata da ballerini a torso nudo cantava il  ritornello trash “Non finire, adesso proprio non finire, rimani ancora un po’ a sognare, ti prego ancora no amore”, col pubblico in delirio… 

“Io mi sono sempre battuta per i diritti civili, da anni sono a fianco dei gay e  recentemente mi sono spesa contro  il congresso delle famiglie di Verona”. 

Però al suo Grande Fratello 16, come se non bastasse la diffida di Cristiano De Andrè contro la partecipazione della prole,  ha arruolato tra i concorrenti il farmacista dietologo dei vip Alberico Lemme, poco politically correct sia verso i gay, sia verso le donne… 

“Ma Lemme fa il pagliaccio, è un furbacchione, quando dice “testa di donna” è evidente che scherza, lo fa ridendo. E quelli che lo criticano in pubblico, magari poi vanno nel suo studio in privato. Semmai sono più gravi le affermazioni sulla sua indifferenza all’eventuale morte dei suoi figli, dichiarata in una puntata del Grande Fratello tant’è che ha avuto un richiamo ufficiale”.

Il suo nuovo programma ha un fan politico, il vicepremier Matteo Salvini, che ha appena esternato la sua passione scrivendo in un tweet vergato durante la serata dell’incendio a Notre Dame, che il Grande Fratello lo rilassa. È un endorsement che le piace o la preoccupa?

“Non può che farmi piacere, visto  che il GF conduco io.  E poi i miei programmi sono bipartisan, da me è venuto un po’ tutto l’arco costituzionale. Scelgono le mie trasmissioni perché sono accogliente, ma non mi considero certo una spa. Dico le cose in modo gentile ma li incalzo, con Renzi ad esempio mi ero spesa molto per i diritti civili”. 

Ma essendo così apprezzata dai politici e così popolare in tv come sui social, non è stata mai corteggiata per una candidatura? 

“Mi hanno chiesto più volte di candidarmi, ma per ora  io mi dedico al mio pubblico, in fondo ho ancora tanti anni davanti a me per farlo. Non lo escludo, in un lontano futuro. Oggi amo più di ogni cosa la tv”.  

E se per un (improbabile) caso della vita un giorno dovesse farne a meno? 

“Andrei in crisi d’astinenza, non tanto per la tv in sé, quanto per il rapporto con il pubblico, io ho bisogno della gente”. 

La cosiddetta gente, però, ogni tanto le dà dei dispiaceri,  anche lei ha un bel seguito di odiatori. Nell’ ultima puntata del GF, andata in onda nella stessa serata del rogo di Notre dame, l’hanno rimproverata per essersi presentata in trasmissione avvolta in un boa di struzzo e per aver ignorato l’incendio. Come mai ce l’hanno così con lei?

“In realtà  dopo un blocco pubblicitario ho rivolto un pensiero “alla Francia e a tutti i pompieri ed i cittadini impegnati nel salvare la splendida Cattedrale di Notre Dame”.  Ma gli odiatori esistono, attratti soprattutto da quelli come me che hanno una personalità forte, e non si scagliano solo verso chi lavora in tv. Comunque va bene così, perché sarebbe noioso piacere a tutti. E per quando riguarda la puntata del GF nella serata di Notre Dame, Il Grande Fratello è un programma di intrattenimento e deve fare una trasmissione di lustrini, così come il Tg1 deve fare servizio pubblico. Il giorno dopo, nel mio Pomeriggio Cinque mi sono occupata a lungo dell’incendio di Notre Dame, perché quella è una trasmissione di cronaca, era quello il luogo adatto per parlarne. E comunque il mio dolore l’avevo comunicato sui social. Se poi mi si vuole criticare perché al GF indossavo un abito piumato e non un saio, beh, facciano pure”. 

A proposito di personalità forti, il GF la settimana prossima anziché andare in onda lunedì, si scontrerà martedì con l’esordio del talent The Voice di Raidue, condotto da un’altra personalità forte come Simona Ventura… 

“Sono contenta di andare in onda martedì, ma non per lo scontro con la Ventura, ognuno fa il proprio lavoro. Anche se mi ricordo che nel 2004 il mio Grande Fratello battè la terza serata del Festival di Sanremo condotto da lei. Questa volta magari vincerà the Voice e saremo uno pari”. 

Ma delle amiche-colleghe ce le ha? 

“Non sono in guerra con nessuna ma ho neanche rapporti con nessuna, perché con tutte le mie trasmissioni non ne ho proprio il tempo. Ho molta stima di Maria De Filippi, e con lei ci sentiamo per telefono, ci scriviamo, come con Silvia Toffanin”. 

Tra tv, social e adesso pure la musica po’ di tempo per lei le resta? 

“No, ultimamente ho dovuto rinunciare anche alla danza, che facevo al mattino. E mi manca, perché quando alleni il tuo corpo ti senti meglio. Ora alleno la testa”.

Il mito di Teseo e Arianna rivisitato in chiave cyber e trasformato in un App di edutainment, la prima del suo genere. Sono molti gli elementi che fanno di Cybercity Chronicles un videogioco diverso da tutti gli altri, a cominciare dal suo ‘papà’, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio, che l’ha ideato e sviluppato in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. 

L’app, scaricabile gratuitamente dai principali store online, è fruibile da tablet e smartphone con i più diffusi sistemi operativi e nasce nell’ambito della campagna “Be Aware Be Digital” promossa dalla Sicurezza nazionale e volta a sensibilizzare gli studenti italiani – ma anche i professori e le famiglie – ad un “uso positivo, corretto e consapevole di Internet, dei social media e delle nuove tecnologie”.

Si tratta di una action adventure ambientata nell’annus domini 2088. Cybercity è la prima città al mondo dove l’innovazione tecnologica si è così evoluta al punto da riscrivere la vita, le abitudini e le interazioni sociali dei suoi cittadini. Con le meraviglie della rivoluzione digitale lievitano però anche i rischi: l’”anima nera” è lo spregiudicato Asterio Taur, Ceo della omonima Taur Corp, assetato di potere, assurto al rango di governatore grazie all’uso criminale della rete e dei sistemi infrastrutturali della città.

Toccherà ai giovani agenti Tes e Diana, del Cybercity Security Department (CSD), provare a mettere in sicurezza la città e sconfiggere Taur con l’aiuto dell’assistente olografica Ar.i.a.n.n.a. (Artificial intelligence & augmented neural network assistant): l’uscita dal labirinto coinciderà con la restituzione della libertà digitale a tutti i cittadini di Cybercity.

Il gioco, pensato soprattutto per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado, ha un’interfaccia molto intuitiva: i giocatori – armati di Kit, Zainetto per gli oggetti raccolti in scena e Arsenale per le armi – per superare le sfide dei vari quartieri devono vincere delle quest, alcune obbligatorie, altre facoltative, e risolvere enigmi attraverso mini-game. Un’avvincente battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche per neutralizzare Mr. Spam, Rambot, Fisher, Troll, H4t3r, Flamer, Rocky Zoom e dribblare le minacce disseminate lungo i vicoli della città-labirinto.

L’obiettivo di Cybercity Chronicles – spiegano gli ideatori – è, quello di “creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie: far appassionare il giocatore al videogioco, coinvolgendolo nell’avventura, trasmettendogli nozioni ed informazioni utili alla sua crescita culturale e digitale”. Non a caso all’interno del game si trova un “Cyberbook”, un glossario per familiarizzare con i principali termini utilizzati nel mondo della cybersecurity.

“Allah Salah” è il riuscitissimo titolo di un quotidiano inglese sulle ultime imprese dell’attaccante del Liverpool, che nel 2015 è transitato alla Fiorentina (6 gol in 16 partite) e poi nel 2015-2017 alla Roma (29 gol in 65 partite), emigrando alla Premier League per 42 milioni di euro. “Allah Salah”, in questo pazzo pazzo mondo sarebbe stato troppo squillante, smodato, persino pericoloso se fosse stato abbinato ad altre icone del mondo musulmano. Ma non è questo il caso di Mohamed Salah Hamed Mahrous Ghaly, detto Momo, freccia egiziana dei Reds.

Finalista l’anno scorso e neo semifinalista di Champions, il fuoriclasse-uomo, il primo che dice cose controcorrente rispetto al politically correct, e lo fa ad alta voce, a testa alta: “Essere il primo egiziano in questa situazione, fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima… È qualcosa di differente. Anche se, lo ammetto, sento un po’ di pressione”.

La sua vita da star? “È una vita normale, la maggior parte della giornata la passo a casa, non mi piace nemmeno uscire”. La sua famiglia? La moglie, Magi, e la figlioletta, Makka (in onore alla Mecca, la città sacra). Il suo commento alla copertina di Time, la rivista che l’ha appena inserito fra le 100 persone più influenti? “È necessario un grande cambiamento nel modo in cui le donne vengono trattate nella nostra cultura. Non ci sono alternative. Io per primo, nella mia posizione, sento che devo sostenerle più di quanto abbia mai fatto prima, sento che meritano molto più di quanto non diamo loro oggi”.

Momo non ha paura. Nemmeno del pesante appellativo: Messi d’Egitto. “Avevo il diritto di scegliere il mio futuro”, disse già al padre, ex calciatore, che l’avrebbe voluto laureato. Ha rivendicato il diritto di crescita/maturazione/esplosione, dall’esordio nella prima serie egiziana nel maggio 2010, a 17 anni, nelle giovanili dell’Al-Mokawloon, al primo gol, solo la stagione successiva, da titolare in squadra. Quando non era ancora la luce del gioco: fantasia, imprevedibilità, velocità di testa e di piede, dribbling in accelerazione che si moltiplica trasformandosi in esaltazione, danza, gioia, estasi.

E anche al Mondiale Under 20 s’era fatto notare solo per un gol su rigore. Figlio di una cultura diversa, che nasce dalla parola umiltà e si evolve nel miglioramento continuo, fino a trasformare pian pianino in gigante il piccoletto di 1.70 che deve districarsi contro quegli armadi di difensori di 1.90. Grande dentro, con quella tecnica sopraffina anche quando le operazioni sono velocissime, e sempre feddissimo,  Mo annuncia al suo Egitto che si sente piccolo in quei confini, e vuole misurarsi con quelli dell’Europa.

Ci arriva subito, a 20 anni, per vincere il campionato svizzero. Ma l’Egitto non è ancora pronto. Non può vederlo baciare sulla guancia dalla miss del premio di miglior giocatore dell’anno col Basilea, griffati da 10 gol e 11 assist che cancellano il ricordo della star Shaqiri. E lui si ribella a quella chiusura mentale, ai dogmi musulmani contro il contatto fisico in pubblico tra persone di sesso diverso: “Mi hanno rovinato la gioia di quel momento, invece di pensare al premio hanno guardato solo al bacio di quella donna. In Svizzera mi applaudono, ovunque, invece dai miei connazionali ricevo critiche”.

Ma non è oltranzista e conservatore, anzi, è moderno e spiega volentieri: “Si vede bene, dal video, quanto fossi imbarazzato, Dio sa che io proprio non volevo farlo, non ho partecipato”. Sempre molto vicino alla sua gente, sempre uno di loro, anche se non era fisicamente in patria quando il paese soffriva i giorni peggiori: “Non c’è nulla di più importante del sangue dei connazionali. Non esulterò finché questo dramma non finirà”. Orgoglioso ambasciatore egiziano all’estero. Sempre, comunque.

Anche nel luglio 2014, quando il nuovo ministro dell’educazione ha anullato la deroga-Salah, minacciando un istantaneo e drammatico rientro in patria per assolvere agli obblighi di leva. Mo si è salvato per un soffio e solo per l’intervento del ct della nazionale, Shawky Gharib. Ma, anche da calciatore della Fiorentina, ha scelto la maglia numero 74 per ricordare le vittime della tragedia di Port Said. E, quando una ventina di circa dello Zamalek sono rimasti uccisi negli scontri con la polizia, ha twittato, impavido: “Sono d’accordo, biosogna riprendere in fretta il campionato, ma le vittime avranno giustizia in tempi rapidi?”.

Salah corre troppo veloce, soprattutto per i difensori più strenui, del suo Egitto. Così, nei preliminari di Champions 2013, Basilea-Maccabi Tel Aviv, è diventato un caso internazionale: nella prima partita, Mo ha dribblato davvero le tradizionali strette di mano tra le due squadre per allacciarsi le scarpe ed è stato davvero in forse giocherà nel ritorno in Israele. Aldilà delle parole, più o meno incontrollate, Mo invece di salutare gli avversari con la classica stretta di mano, gli ha offerto un pugno chiuso collettivo. Caricandosi coi fischi del pubblico segnando il 2-0 e contribuendo al decisivo 3-3, e pregando il giorno dopo nella moschea di Al-agsa, nella città vecchia di Gerusalemme.

Quand’è arrivato al Chelsea, dopo un anno a Basilea, Mo non era ancora pronto a Mou, inteso come Mourinho. Ha avuto bisogno del dopo-scuola nella serie italiana, come calcio e come di gestione dei media. Per diventare protagonista assoluto al Liverpool, dall’estate 2017, dov’è diventato subito capocannoniere della Premier con 32 reti, più di Shearer, Cristiano Ronaldo e Suarez (peraltro segnando contro 17 squadre diverse), miglior giocatore della stagione. Anche se poi ha lasciato la finale di Champions League col Real Madrid dopo mezz’ora è uscito dal campo, infortunato a una spalla dopo uno scontro con Sergio Ramos, abbandonando i Reds alla sconfitta.

E rimandando i sogni di gloria alla competizione di quest’anno. Intanto, ha donato 560 mila euro all’ospedale pediatrico de il Cairo per i bambini malati di cancro al midollo osseo, e altri 450 mila al villaggio di Nagrig, per un impianto di acqua potabile e un sistema di irrigazione dei campi. Perché Salah è un profeta, non solo per gli egiziani, ma per i musulmani tutti. E, quando i tifosi del Chelsea (la sua ex squadra) l’hanno beccato coi loro canti razzisti, lui ha reagito segnando il 2-0 con un tiro imparabile dettato dal magico piede sinistro. Poi s’è messo in una posa yoga, il “Tree pose”, che rappresenta il raggiungimento della pace interiore.

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per lo sviluppo di impianti di produzione di energia da moto ondoso su scala industriale. L’amministratori delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono, quello di Terna Luigi Ferraris e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato, nella sede Eni all’Eur di Roma, un accordo non vincolante per lo sviluppo e la realizzazione su scala industriale di impianti di produzione di energia dalle onde del mare.

L’accordo ha lo scopo di unire le competenze di ciascuna società al fine di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di immediata applicazione e utilizzo.

Secondo i termini dell’accordo, Eni (che controlla Agi al 100%) metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore.

“L’accordo di oggi – ha commentato l’ad di Eni, Claudio Descalzi – rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso. Questa intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”. 

Cdp promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte e, inoltre, metterà a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie, anche al fine di valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.  L’ad Fabrizio Palermo: “Il Piano Industriale di Cdp è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”. 

Fincantieri offrirà da parte sua le competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. Ha spiegato l’ad Giuseppe Bono: “Siamo onorati di partecipare a un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp. Fincantieri è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.      

Terna contribuirà invece a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – spiega l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris – Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”. 

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente, si valuterà l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile.

Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso.

Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo rilevante non solo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore ma anche e più in generale a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.  L’intesa potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto della normativa applicabile ivi inclusa quella in materia di operazioni tra parti correlate. 

“In pubblico la Raggi ci sosteneva. In privato, come dimostrano gli audio, mostrava un’altra faccia”. In un’intervista alla Stampa di Torino Pinuccia Montanari, ex assessore capitolino alla Sostenibilità ambientale, racconta la sua verità sul caso Roma. “Mi sono fatta l’impressione – dice – che a comandare (in Campidoglio, ndr) sia una lobby opaca. La sindaca non conta più molto, a quanto vedo. Pare eseguire le direttive delle persone che la circondano”. E anche Grillo “ha scarsa voce in capitolo”.

Il licenziamento di Bagnacani? “Vergognoso, come il mio isolamento. Cacciati perché portavamo avanti i valori del M5s”. Ama è un’azienda decotta? “Sciocchezze. È solida e ricca. Dal punto di vista industriale può essere una macchina da guerra. Ma Lemmetti (assessore al Bilancio, ndr) e Giampaoletti (direttore generale, ndr) avevano altre mire”. Quali? “Non lo so. Ma certo fa gola un business miliardario garantito per i prossimi 15 anni. Se paralizzata e sabotata, Ama può essere poi essere spolpata”.

“Tutto quello che abbiamo fatto, con fatica è stato condiviso con lei (la Raggi, ndr). E poi per strada la merda, per usare il suo linguaggio, c’è anche ora che lei si è liberata di noi. Ma non se ne parla più”. Roma capitolo chiuso, dunque? “Scriverò un libro: Titolo: ‘Assesso’ nun se po fa’”.

Arriva Pasqua: agnelli e capretti torneranno, come da tradizione, sulle tavole degli italiani? Affidando la risposta ai dati, abbiamo visto che oggi produciamo e consumiamo meno carne ovina e caprina rispetto al passato. Se i numeri del 2018 dovessero essere confermati, quest’anno dovrebbero andare al macello 2,8 milioni tra pecore e capre, un numero che, se si eccettuano piccole fluttuazioni, rimane stabile ormai da un lustro, ma che è in netto calo rispetto a dieci-quindici anni fa.

Secondo i dati sulla macellazione forniti dall’Istat, infatti, nel giro di dieci anni la quantità si è più che dimezzata. Le capre e le pecore macellate nel 2006 erano più di 6,8 milioni, nel 2018 non sono arrivate a 3. Il crollo ha toccato il punto minimo nel 2014 con 2,6 milioni di capi e dopo un biennio di lieve ripresa intorno ai 3 milioni, la quantità è tornata, seppur leggermente, a scendere.

 

 

La produzione nazionale di queste carni ha seguito di conseguenza lo stesso andamento. Le 61 mila tonnellate del 2006 sono diventate nel 2018 35 mila, quasi la metà. Capre e pecore rappresentano una quota molto circoscritta (1,53%) all’interno del settore della macellazione di carni rosse, che in Italia si basa prevalentemente su bovini (34,86%) e soprattutto su suini (63,36%).

 

 

La spesa per l’agnello degli italiani

Anche sul versante della spesa alimentare degli italiani la carne ovina è del tutto marginale. In alcuni periodi dell’anno come questo si possono raggiungere dei picchi, ma la spesa mensile media di una famiglia è solo di 2,47 euro. Si tratta di una parte relativamente piccola della spesa totale dedicata a tutta la carne, pari a 94,17 euro secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica del 2017.

L’analisi dei consumi ci dice inoltre che sul totale degli acquisti dedicati ai beni alimentari, la carne in generale è il 22,38%, in leggera diminuzione (-2 %) rispetto al 2014 con alcune differenze a seconda delle famiglie. Gli imprenditori spendono di più dei disoccupati, così come gli anziani rispetto ai giovani e le coppie con figli rispetto a quelle senza.

Il consumo di carne di agnello e capretto in Italia

Ma quanta carne ovina e caprina si consuma in Italia? Quando si parla di consumo di carne è difficile individuare dati reali su quanta effettivamente ne “mangiamo”. L’Istat non fornisce questo dato direttamente. Per poter fare riferimento comunque a delle quantità, la Commissione Europea ha elaborato il “consumo stimato”, ottenuto sommando alla produzione la differenza tra import ed export.

Con lo stesso ragionamento, a partire dai dati dell’Istat, si riesce a ottenere una stima del consumo di carne di agnello e capretti, così come di tutte le altre tipologie, anche in Italia. Come per la produzione, i consumi sono calati bruscamente, passando dalle oltre 90mila tonnellate del 2006 alle 56mila del 2018 toccando un punto minimo nel 2014.

 

 

La produzione, d’altronde, è alla base del calcolo ma nella situazione italiana non delinea un quadro completo. Per soddisfare il nostro fabbisogno, infatti, l’Italia effettua massicce importazioni uguali quasi alla quantità della sua produzione. Di contrasto, il livello delle esportazioni resta del tutto trascurabile seppur in aumento da alcuni anni a questa parte.

Il mercato europeo

A differenza del piano nazionale, il mercato europeo di queste carni è rimasto piuttosto stabile, senza evidenziare vistosi cedimenti durante gli anni della crisi economica. Sia la produzione sia i consumi stimati non hanno subito grandi variazioni. A essere cambiato è solo il rapporto tra i due fattori: gradualmente (al ritmo di un punto percentuale all’anno) siamo riusciti ad aumentare la copertura del nostro fabbisogno con la produzione interna, oggi arrivata al 90% rispetto all’84% del 2011.

La conseguenza è che abbiamo diminuito le importazioni di carne d’agnello dall’estero, in particolare dalla Nuova Zelanda e dall’Australia, che da sole arrivano al 90% dell’import.

Per quanto riguarda la carne di capra, i principali produttori europei sono in ordine la Grecia, l’Estonia e la Romania. Per quella di pecora, invece, Estonia e Romania restano al secondo e terzo posto, ma il Regno Unito è il primo.

 

 

Proprio a causa delle condizioni meteo sfavorevoli che si sono abbattute sui Paesi chiave come Regno Unito e Romania nell’ultimo anno c’è stato un lieve calo della produzione (-1,2%). Infatti, secondo la Commissione Europea la cattiva qualità dei pascoli avrebbe influito sul peso degli animali. Si tratta comunque di una frenata momentanea, la produzione di 862 mila tonnellate dovrebbe recuperare terreno nel 2019 e secondo previsioni di lungo periodo aumentare di 47 mila tonnellate per il 2030, grazie alla spinta della domanda interna.

Il consumo in Europa

Cosa succede invece a livello europeo? Secondo l’Outlook della Commissione Europea, il consumo complessivo di carne nell’Unione andrà calando. Ma se andiamo a vedere le tipologie di carne, quella di agnello aumenterà sia nella produzione che nel consumo. Ogni europeo ne mangerà nell’arco di un decennio 160 grammi in più all’anno. Un dato che, come detto, va controcorrente rispetto alle altre tipologie di carne.

 

 

In generale, infatti, il consumo personale dovrebbe calare di circa 600 grammi passando dai 69,3 kg di oggi ai 68,7 kg del 2030. La riduzione sarà particolarmente vistosa (-1,1 kg) nei primi 15 Paesi aderenti all’Unione in contrasto con i 13 Paesi entrati successivamente che invece vedranno un aumento del consumo (+0,9 kg), pur restando al di sotto del livello degli altri. Alla base di questo calo ci sarebbe una maggiore sensibilità a tematiche ambientali, l’incremento di vegetariani e vegani, la limitata disponibilità dei pascoli e l’invecchiamento della popolazione che necessita di diete meno ricche di proteine. Tuttavia, la Commissione precisa che questa riduzione ancora non è visibile sul piano statistico.

Il consumo nel mondo

Il successo dell’agnello non è messo in discussione neanche a livello internazionale. Tra il 2016 e il 2017 la carne ovina ha subito una lieve battuta d’arresto (-3%), ma la Fao prevede per il 2027 una crescita della produzione, trainata specialmente dalle performance dei Paesi in via di sviluppo. In particolare grazie agli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa che spingeranno l’attività pastorizia e gli allevamenti, nonostante i problemi legati alla desertificazione, all’urbanizzazione e alla disponibilità di pascoli. La stima per tutti i Paesi in via di sviluppo (+2,47%) è più alta rispetto a quelli sviluppati in cui comunque si registrerà una crescita (+0,54%).

L’aumento della produzione non riguarderà solo l’agnello. La produzione di tutti i tipi di carne lieviterà a causa dell’aumento della popolazione mondiale, un processo iniziato nella seconda metà del ‘900 e che oggi sembra inarrestabile.

 

 

Ci si aspetta un’esplosione della domanda in Africa, dove sta sorgendo una nuova classe media, così come è successo in Cina. L’aumento del consumo riguarderà non solo tutto il mondo in via di sviluppo, ma anche i Paesi già sviluppati con un ritmo, però, meno elevato. Ad esempio crescerà il consumo in Giappone che sta adottando una dieta sempre più occidentale e negli Stati Uniti dove la domanda non accenna a rallentare.

Oggi negli Stati Uniti si consumano 115.3 kg a testa in un anno. Sono superati solo dagli australiani che arrivano a 116,23 Kg. A seguire Argentina, Nuova Zelanda e molti Paesi europei. In questo contesto, se effettivamente le previsioni della Commissione troveranno riscontri numerici, l’Europa sarà l’unica a dare un segnale di cambiamento.

Fabio Fognini raggiunge la semifinale al Masters 1000 di Montecarlo sulla terra rossa: ha battuto in tre set il croato Borna Coric con il punteggio di 1-6, 6-3, 6-2. Con questo successo l’azzurro torna numero uno in Italia. Adesso Fognini è atteso da Rafa Nadal, che ha superato l’argentino Pella in due set, 7-6 (7-1), 6-3.

Il 5G si è acceso anche in Europa. Alla mezzanotte del 17 aprile, Ericsson e Swisscom hanno lanciato la prima rete commerciale del continente. Si parte da 54 città e comunità svizzere, tra le quali Zurigo, Berna, Ginevra, Basilea, Losanna e Lucerna.

Swisscom-Ericsson, la prima in Europa

Era tutto pronto. Mancava solo la licenza di offrire la nuova rete a livello commerciale, cioè non più come copertura teorica e sperimentale ma aperta ai clienti che abbiano uno degli smartphone 5G attualmente sul mercato. Una volta ottenuto, è bastato far “scattare l’interruttore”. Il maggiore operatore svizzero, utilizzando la tecnologia di Ericsson, promette di arrivare alla copertura nazionale (e del 90% della popolazione) entro la fine del 2019.

Leggi anche Sapere Tutto: La Rivoluzione del 5G

Come al solito, e visto che siamo ai primissimi passi, ci sono ancora diversi “imbuti”, a partire proprio dai dispositivi disponibili. Se infatti la rete c’è, mancano gli smartphone in grado di sfruttare il 5G. Quelli sul mercato sono pochi, e (tanto giovani quanto costosi) ancora meno ce ne sono in giro, nelle mani degli utenti.

Il periodo di transizione

Come Swisscom, anche Corea del Sud e Stati Uniti (con Verizon) hanno acceso le reti commerciali. Il ceo dell’operatore americano ha spiegato di non aspettarsi dal 5G offerto agli utenti un impatto significativo sul bilancio almeno fino al 2021. Ci sarà quindi un periodo di transizione piuttosto lungo. Secondo un’analisi di IDC, nel 2019 saranno venduti solo 6,7 milioni di smartphone 5G. Una quota minima (lo 0,5%) del mercato complessivo, con il 4G al 95,4%.

Nel 2023, però, l’ultima generazione alimenterà un quarto degli smartphone, contro il 71,7% del 4G. In altre parole: il 4G sarà ancora a lungo dominante, ma è comunque fondamentale partire, per innescare un circolo virtuoso: saranno le reti a spingere la vendita degli smartphone 5G (destinati a diventare uno standard e a calare di prezzo) e non viceversa.

“Garantiamo l’operatività dei vari fornitori con i dispositivi e le reti 5G- ha spiegato Arun Bansal, presidente di Ericsson in Europa e America Latina – consentendo l’ingresso sul mercato di più device 5G, in modo che i consumatori possano godere dei vantaggi dei servizi 5G”. È chiaro però che servono soluzioni adatte a un periodo di transizione. Huawei ha puntato sul chip Balong 5000, montato sul pieghevole Mate X, che compre contemporaneamente 2G, 3G, 4G e 5G. Swisscom ha adottato la soluzione software di Ericsson chiamata “Spectrum Sharing”. È un sistema che gestisce in modo flessibile lo spettro tra le frequenze 4G e 5G in base alla domanda di traffico.

Verso nuove applicazioni

Durante una conferenza tenuta a Zurigo lo scorso 10 aprile, Swisscom aveva già annunciato l’imminente lancio della rete e presentato l’ecosistema di partner. Gli abbonati Swisscom che hanno smartphone e router 5G nelle aree coperte dal segnale potranno usufruire di maggiore velocità e minori tempi di latenze. “Con il lancio della prima rete 5G commerciale in Svizzera – ha spiegato Urs Schaeppi, ceo di Swisscom – stiamo gettando le basi per nuove applicazioni e innovativi modelli di business. Questo non avrà rilevanza solo per la Svizzera, ma sarà anche stimolante per le persone che entreranno a far parte del mondo digitale, sia che esse vivano in città, in campagna o in montagna”. 

Il nuotatore azzurro Andrea Vergani è stato trovato positivo ad un controllo antidoping effettuato lo scorso 2 aprile ai campionati italiani assoluti di Riccione. La sostanza proibita è il THC Metabolita, principio attivo della cannabis. Il nuotatore, che nel 2018 ha conquistato la medaglia di bronzo ai mondiali in vasca corta ed è il detentore della miglior prestazione mondiale del 2019 sui 50 metri stile libero, è stato immediatamente sospeso dall’attività sportiva.

“Negli ultimi sei mesi milioni di studenti hanno scioperato ma niente è cambiato. Le emissioni stanno ancora crescendo, non c’è nessun cambiamento politico. Dobbiamo prepararci a lottare per lungo tempo, non basteranno settimane o mesi, ci vorranno anni”. Lo ha affermato l’attivista svedese Greta Thunberg parlando dal palco a piazza del Popolo a Roma in occasione della manifestazione Fridays for Future. 
“Ci dicono che stiamo perdendo le lezioni venendo qua – ha aggiunto – noi diciamo che stiamo cambiando il mondo. Lo stiamo facendo noi bambini per svegliare gli adulti e farli agire. Siamo stufi delle bugie e delle promesse non mantenute”.
“Dobbiamo decidere quale percorso intraprendere, noi siamo qui perché l’abbiamo deciso e aspettiamo che gli altri seguano il nostro esempio”. “Il problema principale – ha contunato Greta – è che niente viene fatto per arrestare la catastrofe ecologica”.

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