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L'economia italiana "perde colpi e cresce l'incertezza": si avvertono segnali di rallentamento ciclico e si profila un progressivo indebolimento della ripresa. Una ripresa, sul futuro della quale pesa una crescente incertezza e incombono i forti rischi di peggioramento del quadro economico internazionale. Lo rileva l'Upb nella nota sulla congiuntura di ottobre. Nella prima parte dell'anno, si legge nella nota, "l'attivita' economica ha registrato un rallentamento, frutto di una battuta d'arresto degli scambi con l'estero, pure a fronte del marcato aumento degli investimenti. Le indicazioni congiunturali più recenti indicano che i segnali di rallentamento si sono consolidati, soprattutto nell'industria che dovrebbe essere rimasta pressoche' stazionaria nel trimestre estivo".

Qualcosa si muove a destra. Qualcosa si muove in quella destra che "non vuole morire salviniana", perché, prendendo in prestito le parole di Salvatore Merlo sul Foglio, “sicurezza, serietà e responsabilità non sono valori da estremisti di destra: la migliore cura per i razzisti e per chi campa elettoralmente con la paura sarebbe una destra civilizzata”. Impossibile una destra così? Beh, a un’osservazione superficiale sembrerebbe di sì. Ma poi si ripensa all’editoriale di Alessandro Sallusti che, parlando di Matteo Salvini sul “Giornale”, ha vagheggiato addirittura il rischio nazismo. E tornano in mente coloro non hanno non potuto applaudire la vice presidente della Camera, Mara Carfagna, quando, ricordando tra le altre cose che “la propaganda gonfia il consenso nell’immediato, ma non produce effetti sul medio periodo” ha 'silenziato' Matteo Salvini. Se infine ci si accorge di un evento previsto per il prossimo ‪27 ottobre, ci si può rendere conto che, invece sì, qualcosa sta davvero succedendo. Sotto traccia, senza clamori.

Dall’appello pubblico, apparso su Repubblica, del direttore artistico di Caffeina, Filippo Rossi, al “recupero della forza liberatrice di una buona destra, che sia antisalviniana, laica, inclusiva, una destra moderna, affidabile, autorevole ma non autoritaria, che si richiami a Paolo Borsellino”, che ha fatto registrare positivi riscontri e adesioni da tutta Italia, prende il via l’esperimento “Viva l’Italia. Discorsi per un’altra politica”. Tra i relatori, oltre a Luigi Di Gregorio, Antonio Rizzo, Adriana Galgano, anche un Piercamillo Falasca che in un post su Facebook spiega così la linea di confine: “Il patriota difende l'Italia e la sogna migliore, il nazionalista gonfia il petto, aggredisce gli altri e fa male al Paese”.

“Uno spazio per menti libere che vuole essere soprattutto un punto di ripartenza. Un laboratorio politico-sociale che invita alla riflessione e aspira a porsi come un contenitore di differenti esperienze, tutte accomunate da un forte disagio per i modi e i contenuti a cui al giorno d’oggi è stata ridotta la politica. Un’occasione per superare l’omologazione del pensiero e dare voce alla vivacità della diversità”, spiegano gli organizzatori. Sul palco del Teatro Caffeina di Viterbo, con Filippo Rossi e Chiara Moroni si alterneranno (sabato 27 ottobre) gli interventi e i contributi di professori, giornalisti e osservatori politici.

“Un’altra politica: sarà questo il tema intorno al quale ruoteranno gli interventi e i confronti – dice Rossi – dato che l’evento non ridurrà lo spettro della discussione unicamente a destra. È possibile oggi un’altra politica, pensata e praticata con ideali, realismo e concretezza? Crediamo che ci sia una forte necessità di cambiare nel nostro Paese soprattutto la politica intesa come massificazione del pensiero e rifiuto violento della diversità, strumenti troppo spesso usati per nascondere l’incapacità di combattere battaglie di civiltà sul piano sociale e culturale”. E ancora: “Matteo Salvini incarna alla perfezione un’estrema destra capace solo di esaltare i problemi senza trovare le soluzioni, capace solo di vivere sulle paure dei più senza scommettere sul coraggio di pochi. Salvini è la destra per come l’ha sognata la sinistra per anni: un incubo. Ma un grande paese come l’Italia non può sottostare senza reagire a questa idea caricaturale, deforme di destra. Un fenomeno da baraccone”.

“Viva l’Italia non vuole offrire ricette semplicistiche e solo apparentemente efficaci rispetto ad una politica che oggi sta costruendo una società deresponsabilizzata, iniqua, familista e bloccata – aggiunge il direttore artistico di Caffeina – vuole essere una proposta di metodo per riportare al centro del dibattito pubblico realismo e competenze, pensiero critico, inclusività e libero confronto”. Qualcosa si muove, nella scommessa che abbia ragione Flavio Tosi: “È evidente che si apre uno spazio per una forza europea, responsabile e seria. Troppi cittadini non sono più rappresentati…”.

E anche nel tentativo di dare qualche risposta all’esortazione di Aldo Cazzullo: "Serve la capacità di sentire il Paese, interpretare il sentimento popolare senza farsene condizionare, elaborare una proposta per le nuove generazioni guardando al domani e non al consenso immediato. Non sono processi che si improvvisano, o che si affidano alla pseudodemocrazia del clic. Ma già con le candidature alle prossime Europee il centrodestra, se ancora esiste, dovrebbe dare un segnale. L’alternativa è pagare all’ondata populista un prezzo altissimo”.

“Noi non abbiamo tutte le risposte. Ma sentiamo l’urgenza di porci le domande. Non vogliamo proporre ricette, ma coinvolgere in un metodo di discussione e di azione, tutti coloro che osservando la politica di oggi scuotono la testa”, spiega poi Chiara Moroni, docente all’Università della Tuscia, analista politico ed esperta di comunicazione. “Anche se la politica è afflitta da continue emergenze noi crediamo che sia possibile trovare ad esse soluzioni attraverso progetti e fini, politici e sociali, di più ampio respiro. Noi crediamo nella Politica”.

Tutta "la cruda verità" di Ankara sull'uccisione del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, avvenuta nel consolato saudita di Istanbul durante un interrogatorio, verrà fuori martedì, quando il presidente Recep Tayyip Erdogan relazionerà davanti al Parlamento. Lo ha annunciato lui stesso oggi durante un comizio a Istanbul, mostrando più di una perplessità sulla versione finora fornita da Riad. Perplessità che hanno portato la cancelliera tedesca, Angela Merkel, a "interrompere l'esportazione di armi verso l'Arabia Saudita" date le "circostanze attuali". Tuttavia la crescente pressione nei confronti del regno dei Saud non sembra avere effetti, o almeno non ancora, sulla linea difensiva di Riad.

"Il principe Salman non sapeva", giura Riad

In un'intervista rilasciata a Fox News, il ministro degli Esteri, Adel al Jubeir, in più occasioni portavoce ufficiale del regno, ha ammesso "l'errore gravissimo" promettendo di "punire i responsabili" ma ha confermato che "nessuno dei leader sauditi era a conoscenza dei fatti" compreso "il principe ereditario Mohammed bin Salman" verso cui negli ultimi giorni sono stati puntati gli indici, sia fuori che dentro l'Arabia Saudita. Inoltre rimane ancora senza risposta uno dei quesiti fondamentali: "Non sappiamo dove sia il corpo di Khashoggi, lo stiamo cercando", ha chiarito il capo della diplomazia saudita che, nel suo colloquio con Fox News, non si è mostrato particolarmente preoccupato per le ritorsioni sulle relazioni con Washington. "I rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti sono storici, strategici e importanti, supereranno la crisi", ha affermato con convinzione.

Washington resta cauta, l'Europa si irrigidisce

Sembra dare ragione a Jubeir il segretario al Tesoro americano, Steve Mnuchin, che qualche ora prima aveva affermato: "Sarebbe prematuro discutere di sanzioni e prematuro fare commenti finché le indagini non saranno completate", pur annunciando che non parteciperà alla "Davos del deserto", il Forum internazionale sugli investimenti che rischia un flop a causa delle diverse defezioni.

È più netta la richiesta invece di Gran Bretagna, Francia e Germania, secondo i quali una versione deve "essere sostenuta da fatti per essere considerata credibile". Per questo, secondo una dichiarazione congiunta di Londra, Parigi e Berlino, "rimane l'urgente necessità di chiarire esattamente cosa è successo il 2 ottobre – al di là delle ipotesi che sono state sollevate finora nell'indagine saudita, che devono essere sostenute da fatti per essere considerate credibili".

L'amicizia tra Kushner e MbS imbarazza Trump

Donald Trump, da parte sua, ha definito una "bugia" la narrazione saudita: "C'è stato un inganno e ci sono state bugie", ha denunciato il presidente americano in un'intervista telefonica al Washington Post, aggiungendo con altrettanta schiettezza che l'Arabia Saudita è un "alleato incredibile" degli Usa. Trump ha parlato anche delle eventuali responsabilità del principe ereditario, augurandosi che non sia coinvolto. "Nessuno mi ha detto che è responsabile e nessuno mi ha detto che non lo è, non abbiamo ancora definito questo punto… Mi piacerebbe che lui non fosse responsabile", ha detto. Quanto alla sintonia tra MbS e Jared Kushner, tirata spesso in ballo in queste ore, Trump si è limitato ad affermare che il proprio genero sta facendo "un buon lavoro" e che "si tratta di due ragazzi". "Jared non lo conosce bene. Sono solo due ragazzi che hanno la stessa età e che si piacciono, io credo", ha aggiunto.

Un nuovo redde rationem a Riad?

La versione ufficiale della morte di Khashoggi viene contestata perfino in ambienti molto vicini alla famiglia reale e avversi, in particolare, al principe ereditario, finito in una nuova faida, che questa volta potrebbe vederlo sconfitto. In questi circoli la narrazione alternativa a quella ufficiale, e molto simile a quella turca, arriva da una registrazione audio fatta ascoltare l'11 ottobre scorso dalle autorità di Ankara al principe Khalid al-Faisal, inviato da re Salman in Turchia: il giornalista, secondo quanto hanno riferito al Wall Street Journal due membri della famiglia reale saudita, fu "drogato, ucciso e fatto a pezzi" pochi minuti dopo il suo ingresso nell'edificio. La registrazione audio, ha affermato un'altra fonte interna a Corte, "è totalmente diversa da quella che indica una lite scatenata da un diverbio".  Alla morte accidentale del giornalista saudita durante una "discussione" che sarebbe scoppiata nel consolato a Istanbul non crede quindi neanche una parte della stessa famiglia reale, che in queste ore sembra apprestarsi a un nuovo regolamento dei conti interno.

Uno dei 15 uomini sospettati di far parte dello squadrone della morte giunto dall'Arabia Saudita in Turchia per uccidere il giornalista Jamal Khashoggi, è stato filmato con indosso gli stessi abiti che il giornalista indossava al momento dell'ingresso del consolato saudita di Istanbul, prima di sparire, lo scorso 2 ottobre. A rivelarlo un funzionario turco alla Cnn, ma la notizia è supportata dal fotogramma che mostra un uomo abbandonare il consolato saudita da un'uscita secondaria con indosso una barba finta e degli occhiali.

L'identità del finto Khashoggi appartiene per la Cnn al funzionario saudita Mustafa al-Madani, uno dei 15 sauditi identificati dalle autorità turche, giunti poco prima dell'appuntamento del giornalista e dissidente in consolato e tornati a Riad poche ore dopo la sparizione di quest'ultimo con voli privati. 

Nella lettera alla Commissione europea sulla manovra "abbiamo anticipato le ragioni per cui abbiamo impostato la manovra in questi termini, spiegato la direzione e gli obiettivi ma siamo disponibili a sederci a un tavolo". Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, incontrando la stampa estera. 
"Se un Commissario europeo dice che la manovra è da respingere ancora prima che venga scritta la lettera aggiunge però – quello è un pre-giudizio ed è inaccettabile. Tanto è vero che chi ha anticipato quel giudizio ha precisato 'quella è una mia opinione personale', ma le opinioni personali, quando si rappresenta una istituzione, andrerebbero evitate", ha continuato con un'allusione indiretta a Guenther Oettinger.
    "Noi diciamo – ha continuato il presidente del Consiglio – sediamo attorno a un tavolo ma consentiteci di spiegare". 

Favorito al secondo turno delle presidenziali del 28 ottobre in Brasile, l'elezione del candidato di estrema destra Jair Bolsanoro si preannuncia come una brutta notizia per l'ambiente, con ripercussioni sull'intero pianeta. Il programma di quello che è già stato soprannominato il 'Trump tropicale' parla chiaro: uscita dall'accordo di Parigi, abolizione del ministero dell'Ambiente che verrà accorpato a quello dell'Agricoltura e via libera ad un'autostrada che taglierà in due l'Amazzonia, più grande foresta pluviale tropicale e polmone verde del pianeta.

Come se non bastasse, Bolsanaro intende dare il proprio consenso all'apertura di miniere ed altre attività commerciali nelle zone indigeni – il 13% del territorio nazionale – facilitare al massimo le licenze per abbattere la foresta amazzonica oltre a stringere alleanze con i produttori di carni bovine e bandire dal Paese le Ong ambientaliste internazionali.

Idee estremiste contro l'ambiente

Proprio per le sue idee estremiste anti-ambientali, sotto la sua bandiera si sono radunati land grabber, fazendeiros, taglialegna e minatori illegali: un cospicuo bacino di voti negli Stati rurali del Brasile centro-occidentale e in quelli amazzonici. Da mesi il candidato di estrema destra, noto per le sue idee razziste, omofobe e anti-femministe, ha annunciato in caso di vittoria l'uscita dall'Accordo sul clima di Parigi, in linea con la decisione già presa dal suo idolo Trump. In base ad una teoria tutta sua, il leader del Partito Social-Liberale (PSL) sostiene che responsabile della deforestazione e del cambiamento climatico sia "la crescita esplosiva della popolazione, che coltiva la soia e alleva capi di bestiame, certamente non sul proprio terrazzo o nel cortile".

Nei suoi piani serve "una politica di pianificazione familiare per ridurre la pressione su quei fattori che portano al riscaldamento globale, possibile fine della specie umana" ha detto Bolsanoro al sito 'Climate Home News'(CHN). Secondo la stessa fonte, l'uscita dall'Accordo di Parigi significherebbe che il Brasile non sarebbe più impegnato a frenare le sue emissioni provenienti dalla deforestazione del suo polmone verde, fonte più grande di gas serra rispetto alla combustione di fossili. Per Bolsonaro l'accordo firmato nella capitale francese nel 2015 fa parte di "un complotto occidentale per creare stati separatisti amazzonici sostenuti dall'Onu, in cui il primo mondo sfrutterà gli indigeni mentre il Brasile perderà la sua sovranità e per noi non resterà nulla".

Per gli Indios si aprirebbe una pagina buia

E ora anche gli indios rischiano il peggio: il potenziale futuro presidente brasiliano ha esplicitato da tempo il suo razzismo verso le minoranze e le popolazioni indigene che "devono piegarsi alla maggioranza, adattarsi o semplicemente svanire". Per giunta, Bolsonaro è un nostalgico della dittatura militare, che spostò dalle loro terre gli indios, uccisi a fucilate o con le malattie in Amazzonia per costruire strade e dighe nella foresta, senza mai chiedere scusa per quei delitti. In caso di vittoria, proprio in nome della sovranità il leader di estrema destra aprirà le terre ancestrali indigene alle multinazionali, ai danni delle riserve che rappresentano una barriera importante per proteggere la foresta e la biodiversità.

Eppure l'articolo 231 della Costituzione brasiliana del 1988 afferma che le popolazioni indigene hanno "diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato". "Se vince, istituzionalizzerà il genocidio. Ha già detto che il governo federale non sosterrà più i diritti degli indigeni, come l'accesso alla terra. Siamo molto spaventati", ha dichiarato Dinamam Tuxà, coordinatore nazionale dell'Articulacao dos Povos Indìgenas do Brasil.

Altro pessimo segnale: Bolsonaro intende affidare la gestione dell'ambiente al ministero dell'Agricoltura, assegnandola ai politici della Bancada Ruralista, una delle lobby più potenti del Congresso Nacional, che si oppone alle demarcazioni delle terre indigene e chiede di ridurre le aree protette. Inoltre l'Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renovàveis (Ibama) sarà privato dei suoi poteri di dare licenze ambientali e con l'Instituto Chico Mendes de Conservacao da Biodiversidade (ICMBio) non potranno più controllare l'estrazione illegale, la deforestazione e il disboscamento. 

Tutti poteri che saranno "redistribuiti ad altre agenzie ufficiali", come già anticipato da Bolsonaro in campagna elettorale. Concretamente significa che l'Ibama non sarà più in grado di contrastare progetti controversi come la riapertura e l'ampliamento della BR-319 in disuso, un'autostrada di 890 km che taglia in due una delle aree più protette dell'Amazzonia, oppure la gigantesca centrale idroelettrica di Sao Luiz do Tapajòs, che inonderebbe il territorio degli indios Munduruku. 

Una vendetta personale

C'è chi poi vede in questi provvedimenti anche una vendetta personale: nel 2012 Bolsonaro è stato arrestato mentre pescava illegalmente in una riserva federale marina al largo della costa di Rio de Janeiro, costretto a pagare una multa di 2.700 dollari. Da allora, come deputato, ha preso di mira Ibama, arrivando addirittura a presentare una proposta di legge che proibisce ai suoi agenti di portare armi, anche se operano in alcune delle zone più pericolose del Brasile.

Guardando al domani, l'attuale ministro dell'ambiente brasiliano, Edson Duarte, è rimasto sconcertato dagli annunci di Bolsonaro. "Invece di diffondere il messaggio che combatterà la deforestazione e il crimine organizzato, dice che attaccherà il ministero dell'ambiente, l'Ibama e l'ICMBio. È come dire che ritirerà la polizia dalle strade, e l'aumento della deforestazione sarà immediato. Ho paura di una corsa all'oro per vedere chi arriva prima. Sapranno che, se occupano illegalmente, le autorità saranno compiacenti e concederanno concordati", avverte Duarte.

"Penso che si avvicini un periodo davvero buio per la storia del Brasile. Bolsonaro è la peggior cosa che possa accadere per l'ambiente", secondo Paulo Artaxo, ricercatore sui cambiamenti climatici dell'Università di Sao Paulo. Sul quotidiano francese 'Libèration' lo storico Jean-Baptiste Fressoz ha messo in guardia i lettori contro "l'affermazione globale di un nuovo asse autoritario e negazionista del riscaldamento globale", di cui si apprestano a far parte Bolsonaro e Trump, ma anche il presidente filippino, Ricardo Duterte, i populisti polacchi, l'estrema destra tedesca e i sostenitori della Brexit dura nel Regno Unito.

Maurizio Fugatti, leghista, sottosegretario alla Salute e candidato per il centrodestra alle elezioni provinciali in Trentino, dopo 61 sezioni scrutinate su 529, è in vantaggio col 43,59% sul candidato di centrosinistra Giorgio Tonini (28,09%). Poco sopra il 10% il governatore uscente Ugo Rossi. Per quanto concerne le liste, la Lega dopo 40 sezioni su 529 è al 25,62% davanti al Pd con il 15,57% e al Partito Autonomista Trentino Tirolese. Spoglio delle schede un po' a rilento.

Gli automobilisti che ogni giorno percorrono i 68 chilometri del Grande Raccordo Anulare di Roma potranno contribuire con i propri telefonini a monitorare lo stato di salute di ponti e viadotti grazie a una app messa a punto da Anas e Mit di Boston. Lo racconta oggi il quotidiano La Repubblica.

Negli smartphone ci sono accelerometri in grado di misurare lo spostamento del telefono sui tre assi e di registrare una serie di altri dati comprese le vibrazioni, racconta il quotidiano. Grazie a loro si può intuire la salute di una rete stradale, inclusi i ponti, oltre a quello dell’asfalto che li ricopre. Bisogna immaginare un’app, che Anas lancerà entro giugno, istallata su decine se non centinaia di miglia di smartphone che raccoglieranno dati, vibrazioni in particolare, collegandoli alla posizione stabilita dal gps. A Boston tre ricercatori tracceranno un "elettrocardiogramma" in costante evoluzione del Gra integrando le misurazioni di altri due tipi di sensori più sofisticati: i 1200 fissi che verranno istallati da febbraio e quelli mobili sulle dieci auto di servizio di Anas che circolano quotidianamente su Gra e A91. Quest’ultima collega la capitale all’aeroporto e fra le 24 opere tra viadotti, sottovia e cavalcavia, una è firmata dall’architetto Riccardo Morandi, lo stesso del ponte di Genova crollato questa estate.  

“Quello del Grande raccordo anulare e della Roma-Fiumicino, l’A91, è il primo passo”, racconta Gianni Vittorio Armani, capo di Anas, a Repubblica. “A febbraio completeremo l’istallazione dei sensori fissi collegati alla fibra ottica, che si uniranno a quelli mobili per un controllo costante dello stato strutturale”. 

Leggi qui l'articolo di Repubblica

Agi.it aveva raccontato nel dettaglio questa nuova tecnologia già ad agosto, pochi giorni dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Lo aveva fatto intervistando Carlo Ratti, responsabile del Senseable City Lab del Massachussets Institute of Technology. Ratti aveva raccontato nel dettaglio lo stato della ricerca condotta da Thomas Matarazzo e firmata fra gli altri dallo stesso Ratti e da Paolo Santi, ricerca che dimostra appunto come usando gli accelerometri presenti nei telefoni cellulari più evoluti e ormai diffusissimi, gli smartphone, si possano misurare le vibrazioni dei ponti, e da queste capire il loro stato di "salute strutturale”.

"Con una rete di smartphone il costo del monitoraggio dei ponti è quasi gratis – aveva detto Ratti –  Certo è come misurarsi la pressione dal medico, poi se si riscontrano anomalie occorre seguire un monitoraggio più preciso e approfondito. Ma intanto c'è un flusso di dati rilevanti e continui. Ora stiamo studiando di applicare il tutto al Golden Gate di San Francisco. La nostra ipotesi è che se domani Uber o Waze o Lyft dovessero inserire un sistema simile nella loro app improvvisamente in poche settimane avremmo una scansione completa dei ponti. Ma anche delle buche e lo stato dell’asfalto. Potrebbe essere una idea farlo anche a Roma se volessero…”.

Leggi qui l’articolo integrale di Riccardo Luna con l’intervista a Carlo Ratti

Un gol di Mauro Icardi in pieno recupero manda regala il derby all'Inter, che batte 1-0 il Milan e vola a 19 punti in classifica, a +7 dai cugini. Buon primo tempo dei nerazzurri, con una traversa di De Vrij (al 35'), un paio di occasioni nitide e il gol annullato a Icardi in avvio, per un fuorigioco confermato dal Var. Anche se dopo pochi minuti la squadra di Spalletti perde Nainggolan dopo un duro scontro con Biglia. Meno incisivo il Milan, che però si è visto annullare a sua volta un gol, quello di Musacchio, anche questo per fuorigioco stabilito con il Var. Nella ripresa il Milan balla ancora, con un rischioso retropassaggio di Biglia per Donnarumma che deve salvare con i piedi sulla linea di porta. Poi tutto sembra avviato al pareggio, quando al 92', nel secondo dei tre minuti di recupero, Icardi insacca di testa su cross di Vecino, sorprendendo Donnarumma. 

La Ferrari di Kimi Raikkonen ha vinto il Gran Premio degli Stati Uniti. Il pilota finlandese è arrivato davanti a Max Verstappen su Red Bull e Lewis Hamilton su Mercedes. Grande rimonta di Sebastian Vettel, finito in fondo al gruppo per un testacoda e arrivato quarto: per Hamilton la festa mondiale è rimandata. La prossima settimana si replica al Gp del Messico.

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