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“Non è stata una decisione pilatesca, anzi. Abbiamo voluto dare la voce al Movimento”: così il ministro pentastellato per il Sud, Barbara Lezzi, ha commentato la consultazione online sul caso Diciotti in un’intervista al Corriere della Sera. “Non era questione di immunità”, ha sottolineato il ministro, “Salvini non ha rubato, non si è fatto i fatti suoi, non ha commesso reati che gli facessero avere un tornaconto personale”.

“Si è aperto un dibattito pubblico importante nel Movimento”, ha ricordato la Lezzi, “ed ecco perché abbiamo sentito la necessità della consultazione dei nostri iscritti: hanno partecipato oltre 50 mila persone, un gran successo. Nel nostro quesito abbiamo spiegato con chiarezza la differenza tra immunità e azione di governo”. “Io posso dire di avere la coscienza a posto”, ha assicurato la Lezzi, “dopo questo voto non si può dire certo che sono meno dura e pura”.

Le emoji non sono ancora una prova, ma in un futuro non molto lontano potrebbero diventarlo. Tra il 2004 e il 2018, le citazioni delle faccine nelle cause giudiziarie sono aumentate esponenzialmente. Eric Goldman, professore di diritto della Santa Clara University ha provato a tracciarle. Compito non semplice, perché il loro utilizzo non viene sempre registrato e non è sempre facile scovarlo nelle banche dati dei tribunali. Lo scorso anno, emoji ed emoticon sono state segnalate più di 50 volte. Nel solo 2018 si è quindi concentrato quasi un terzo delle citazioni complessive. E nel primo mese del 2019 le faccine sono spuntate in aula già tre volte.

Tacchi a spillo e soldi

Le comunicazioni digitali portate come prova sono molto frequenti. Ma al momento, ha spiegato Goldman a TheVerge.com, spesso i giudici decidono di omettere le emoji “pensando che non siano rilevanti”. Quando invece sono “parte fondamentale della comunicazione”. Basti pensare, ad esempio, a come cambi il tono della frase se include anche la faccina ammiccante dell’occhiolino. Un caso recente ha riguardato un tribunale dell’area di San Francisco. Negli atti c’era un messaggio diretto di Instagram, indirizzato a una donna e spedito da un uomo accusato di sfruttamento della prostituzione. Il testo non diceva nulla di che: “Teamwork make the dream work”, traducibile con “l’unione fa la forza”.

La frase era però accompagnata da alcune emoji: tacchi a spillo e sacchi di denaro. Secondo l’accusa, le icone indicavano l’esistenza di un rapporto economico. Per la difesa potevano invece riferirsi a una relazione amorosa. È stato chiamato a testimoniare un esperto di sfruttamento della prostituzione, che ha confermato come tacchi e soldi siano usati spesso in quell’ambiente per ordinare di “iniziare a lavorare”. E ha sottolineato che l’icona di una corona, spedita in altri messaggi, significasse il potere del protettore. Le emoji non sono state identificate come “prove”, ma sono state comunque ammesse come supporto alla tesi dell’accusa. Tanto che l’imputato è stato condannato.

Il precedente

Nei reati legati alla prostituzione o allo spaccio, con comunicazioni gergali e codici, le emoji potrebbero essere utili, sottolinea Goldman. Così come potrebbero esserlo nel diritto contrattuale. Nel 2017, una coppia israeliana è stata condannata a un risarcimento anche sulla base delle emoji. In cerca di una casa in affitto, aveva contattato il proprietario di un appartamento dicendosi “interessata” e pronta a “discutere i dettagli” prima della firma.

Il proprietario aveva dato per fatto l’accordo e sospeso la ricerca di alternative, anche perché il messaggio era accompagnato dalle icone di ballerine, indice e medio in segno di vittoria e da una bottiglia di champagne. Peccato che la coppia, dopo aver rimandato la firma per alcuni giorni, si fosse dileguata. È stata condannata perché “le icone trasmettevano grande ottimismo” e indicavano “il desiderio di affittare l’appartamento”.

Ostacoli e necessità

Il professore della Santa Clara University, oltre a sottolineare l’importanza delle emoji, indica i problemi che ne ostacolano l’utilizzo in tribunale. Per quanto ci sia un “nome ufficiale” per ogni faccina (quello del consorzio Unicode che vara le nuove icone) e quindi un senso originario, spesso il significato si evolve: cambia con l’uso, è gergale, soggettivo e acquisisce sfumature differenti in base al contesto.

È quindi complicato arrivare a una codifica definita. C’è poi un intoppo tecnico che complica le cose: la stessa emoji viene raffigurata in modo diverso sulle diverse piattaforme, che tendono a mitigare o accentuare alcuni tratti. I problemi ci sono, ma sono in parte comuni ad altri tipi di comunicazione. Basti pensare a come cambi un’intercettazione se ascoltata o trascritta. Nonostante la strada sia lunga, Goldman prevede quindi che in futuro le sentenze che tengono conto delle emoji aumenteranno: “I giudici devono essere consapevoli della loro importanza. Dobbiamo fare in modo che le emoji ottengano la giusta considerazione”.

Quaranta anni fa moriva “El Paròn”. Così veniva chiamato Nereo Rocco ancora oggi etichettato come l’inventore del calcio moderno. E se si vuole discutere, anche che è stato l’inventore del “catenaccio”, quel modo di giocare che come prima regola aveva quella di “distruggere tutto quello che si muove in area” e come seconda, più cerebrale e sottile, quella di marcare il centravanti avversario avendo le spalle protette da un uomo chiamato “libero”.

“È solo pallone”

Ma Rocco era anche, anzi soprattutto, un uomo bonario mimetizzato nei panni di un allenatore burbero e schietto. A ciò abbinava una forte carica umana di simpatia che spesso e volentieri esplodeva in innumerevoli fragorose risate accompagnate da perle di saggezza passate alla storia. Qualche esempio? “El calcio xe semplice: uno in porta e 10 fora” e se un allenatore avversario, di una squadra più titolata della sua Triestina, si augurava che “vinca il migliore” lui ribatteva “speremo de no…”. (Per la cronaca: l’incontro era con la Juventus).

A Trieste, ma non solo, è un’autentica istituzione. Basti pensare che lo stadio è intitolato a lui con all’ingresso della tribuna Pasinati un suo mezzo busto. E una statua che lo ritrae con la mano a coprire gli occhi dal sole, campeggia anche a Milanello, il centro d’allenamento del Milan. Insomma parlare di calcio senza nominarlo è difficile. Tanto che sul “Paron” sono stati scritti almeno una mezza dozzina di libri e da ultimo, su testo del giornalista-scrittore Paolo Marcolin, è stata anche rappresentata una commedia dal titolo senza sottintesi “Ciò mone xe solo futbol”.. come dire “Tranquilli ragazzi, è solo calcio”.

La Coppa dei Campioni si vince a tavola

Ma oggi – si chiedono in tanti – un tipo alle Nereo Rocco sarebbe ancora moderno, attuale oppure vecchio e superato? L’ultima “tavola rotonda” allestita con i figli Tito e Bruno ha convinto tutti: Nereo oggi, con i suoi concetti, la sua filosofia del calcio, il suo saper decidere e scegliere chi far giocare e chi no, sarebbe ancora il numero uno, pur in un mondo che non gira più come una volta. Anche perché lui con il suo Padova aveva trasformato undici “normali” in undici “fenomeni”, insomma un mago. “Ma papà prima di tutto – dice Tito – pretendeva che i giocatori fossero uomini. Il calcio veniva dopo. Era un’amante della famiglia, del gruppo, della tavolata, della compagnia. Là, in quelle situazioni lui faceva nascere le vittorie”.

Trieste lo ricorda

“Era un grande papà, un grande allenatore e un grande uomo – racconta il figlio Gruno all’Agi – E amava tantissimo la sua città”. E a una persona così, che quando usava il dialetto triestino era convinto di parlare una lingua universale, a 40 anni della sua scomparsa Trieste ha in allestimento alcuni appuntamenti importanti. Primo fra tutti una Santa Messa mercoledì 20 febbraio alle ore 19 nella Chiesa Notre Dame de Sion, cui parteciperanno figli, nipoti, amici e tifosi alabardati. Questi ultimi poi si ritroveranno tutti assieme domenica 23 febbraio allo Stadio dove prima della partita casalinga della Triestina, Nereo Rocco verrà ricordato dalla società alabardata con il suo amministratore delegato Maurizio Milanese ed altre personalità. Ci sarà anche uno scambio di omaggi-ricordo. Infine il “Paron” sarà ricordato questa sera al Teatro Miela nel corso della presentazione “1945, Checkpoint Trieste”, documentario prodotto da Sky Sport a cura di Matteo Marani presente all’evento.

Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

Focus di questo lavoro è la Trieste fra il 1945 e il 1948, gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.

Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.

Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni ’60/’70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch, ma dovette cambiarlo in Rocco nel 1925, sotto il fascismo.

Comincia da calciatore prima nelle giovanili poi in prima squadra con la Triestina e esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa per 1-0. Diventa titolare a 18 anni, occupando il ruolo di mezz’ala e gioca con gli alabardati otto stagioni, fino al 1937: 232 partite con 66 reti.

Nasce il Padrone

Passa quindi per 160 mila lire al Napoli. Con i campani in 52 partite, segna 7 reti. Conclude la carriera al Padova in Serie B, disputando 47 partite e siglando 14 reti. In totale Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol. Una partita anche in Nazionale, nel 1934, a Milano contro la Grecia, vinta dagli azzurri per 4-0. I veri successi arrivano però da allenatore. Identificato come l’inventore o almeno come colui che l’ha introdotto in Italia, del “catenaccio”, ha sempre rifiutato questa etichetta. Quando prende in mano la sua Triestina nel 1947 e la porta ai vertici del campionato, nasce la leggenda, Quella del paròn (“il padrone”). E le leggende, quelle vere, non muoiono mai.

Milan

Dopo due stagioni passa al Treviso in Serie B. Tre anni e viene richiamato alla guida della Triestina in A, ma viene esonerato nel corso della stagione 1953-1954. Viene allora chiamato a Padova in B: lo porta alla salvezza, poi alla promozione e nella stagione 1957-1958 addirittura al terzo posto. La ‘svolta’ quando viene ingaggiato dal Milan, con cui vince lo scudetto al primo campionato, con in squadra un giovanissimo Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962-1963), porta a casa la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Si trasferisce quindi al Torino per 3 stagioni per tornare, nel 1967-1968 al Milan con il quale conquista nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente arriva la seconda Coppa dei Campioni mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l’Estudiantes, conquista la Coppa Intercontinentale.

L’ultima panchina

Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972-1973 e la Coppe Italia nel 1971-1972 e nel 1972-1973, Rocco lascia il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passa alla Fiorentina dove ottiene un ottavo posto poi lascia. Ricopre successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 quando vince la Coppa Italia. Ha allenato in serie A 787 partite vincendo dieci trofei ufficiali (due Campionati, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale) col Milan.

La Voce del Padrone

Due anni dopo l’ultima panchina, si spegne dopo una breve malattia. Non è più tempo di catenaccio, al Milan sta per arrivare un signore chiamato Silvio Berlusconi e l’Italia si è innamorata di quella ciofeca confusionaria a 11 che gli olandesi hanno imposto al mondo, senza riuscire peraltro a vincere nemmeno un Mondiale. Si chiama “calcio totale”, ed ha il fascino apparente di una donna di gran classe mentre sotto sotto è solo (per dirla con Neno Fascetti) un bel casino organizzato.

Ma ad un certo punto, proprio contro l’Olanda, l’Italia allenata da Dino Zoff si trova a giocare una semifinale dell’Europeo del 2000, e gli azzurri sono esattamente nella condizione della Triestina di Rocco che incontrava la Juventus.

Inaspettato come un fenomeno soprannaturale, dagli spalti della curva si alza uno striscione che porterà quell’Italia all’insperata vittoria. Una parola, una sola: “Catenaccio!”. La voce della curva, di un popolo, di un Paese.

Soprattutto, la Voce del Padrone.

Si è spento nel tardo pomeriggio all’ospedale Sacro Cuore di Negrar, in Veneto, l’attore Giulio Brogi. Aveva 83 anni. Lo riporta l’Arena di Verona. Era nato a Verona il 13 maggio 1935 ed ha vissuto molto a Roma per fare poi ritorni in città negli ultimi anni. Ha dato notizia della perdita la sorella Fiorenza, anche lei attrice come il fratello e la sorella Giulia, quest’ultima scomparsa nel 2009. La sua ultima esibizione risale a questa estate quando Brogi ha recitato davanti ad un folto pubblico nel teatro all’aperto da lui ricavato nel bosco nei pressi della sua casa sulle colline della Valpolicella. Nel curriculum dell’artista il film premio Oscar “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino nel 2013 ma nella sua lunga carriera aveva lavorato con Liliana Cavani, i fratelli Taviani, Ermanno Olmi e molti altri; per la tv si ricorda  l'”Eneide” (1971) e “Il commissario Montalbano. Un diario del ’43” appena girato e trasmesso su Rai. 

Matteo Salvini agì per un “preminente interesse nazionale”: respinta la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri di Catania per i fatti del caso Diciotti. E’ il verdetto della Giunta per le immunità del Senato che dopo quattro sedute ha accolto (tra le grida di disapprovazione del Partito democratico) la proposta del presidente e relatore Maurizio Gasparri.

Sedici componenti l’organismo di Palazzo Madama hanno votato a favore, sei contro. La parola passa ora all’Aula di Palazzo Madama che dovrà pronunciarsi a maggioranza assoluta entro il 25 marzo. A sostegno del ministro hanno votato i quattro senatori della Lega, i quattro di Forza Italia (compreso Maurizio Gasparri), Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, Mainhard Durnwalder delle Autonomie e – compatti dopo il via libera degli attivisti – i sei rappresentanti del Movimento 5 stelle (la settima, Grazia D’Angelo, non ha partecipato ai lavori perché la notte scorsa ha dato alla luce una bambina, Giulia).

Chi ha votato per il processo

Contro la proposta Gasparri si sono invece espressi i quattro senatori del Partito democratico insieme a Pietro Grasso (Leu) e a Gregorio De Falco, ex M5s approdato al gruppo Misto dopo l’espulsione.

L’esito del voto è stato accompagnato dalla protesta dem. Un gruppetto di senatori del partito di opposizione ha mostrato cartelli con scritto ‘Vergogna’, ‘La democrazia del web’ e ancora ‘Decide Casaleggio’. La tensione è salita nel cortile del complesso di Sant’Ivo alla Sapienza quando il senatore 5S Michele Giarrusso è uscito dall’auletta della Giunta e si è rivolto ai contestatori mimando il gesto delle manette. “Sono quelli che hanno i parenti arrestati“, ha poi detto l’esponente pentastellato ai cronisti.

Un inedito che può fare giurisprudenza

Al di là delle polemiche, Maurizio Gasparri si è detto soddisfatto del lavoro svolto. Il caso Salvini, ha spiegato, è un “inedito” per la Giunta “stiamo creando un precedente, facciamo giurisprudenza. Abbiamo avuto un dibattito ricco di spunti e nelle prossime ore presenterò una relazione al presidente Casellati” che con i presidenti dei gruppi deciderà i tempi della discussione in Aula. Soddisfatto anche Giarrusso: “Abbiamo difeso l’azione del governo e la sua possibilità di operare nell’interesse dei cittadini”.

Commentando il voto dalla base del Movimento il senatore ha assicurato che “la piattaforma Rousseau è seria e controllata. Non abbiamo nulla da eccepire”. Duro invece il giudizio di Pietro Grasso, ex presidente del Senato, che in Aula presenterà una relazione di minoranza: “La Giunta ha stabilito un precedente pericoloso: il bene della libertà personale deve essere preminente rispetto a qualsiasi atto. Se si giustifica un atto politico senza valutare i mezzi con cui si realizza, significa dire che un governo può costringere la libertà personale dei cittadini per un fine assolutamente politico”, ha spiegato.

Maurizio Martina ha commentato infine su Twitter il responso attaccando il partito di Di Maio: “Forti coi deboli e servi dei forti. I vertici 5 stelle tradiscono i loro elettori e si consegnano a Salvini”. 

Boscalid, Chlorpyrifos, Fludioxonil, Metalaxil, Imidacloprid, Captan, Cyprodinil sono i pesticidi più diffusi negli alimenti campionati in Italia. Il dato positivo, in base all’analisi fatta da Legambiente attraverso il dossier ‘Stop pesticidi’ è che il 61% dei campioni risulta regolare e privo di residui.

Un risultato che però da solo non basta a far abbassare l’attenzione su quanti e quali residui di prodotti fitosanitari si possono rintracciare negli alimenti e permanere nell’ambiente. A preoccupare, infatti, non sono tanto i campioni fuorilegge, che non superano l’1,3% del totale, quanto quel 34% di campioni che seppur considerati regolari presentano uno o più residui di pesticidi.

Il dossier di Legambiente riporta i dati elaborati nel 2017 dai laboratori pubblici italiani accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti. Tali strutture hanno inviato i risultati di 9.939 campioni di alimenti di origine vegetale e animale, di provenienza italiana ed estera, genericamente etichettati dai laboratori come campioni da agricoltura non biologica.

L’elaborazione dei dati prevede la loro distinzione in frutta, verdura e trasformati. In questa edizione sono stati inseriti anche i dati sui campioni di origine animale, tra cui carne, latte, uova e omogeneizzati. La quantità di residui derivanti dall’impiego dei prodotti fitosanitari in agricoltura, che i laboratori pubblici regionali hanno rintracciato in campioni di ortofrutta e prodotti trasformati, resta quindi elevata. Ma il problema vero – evidenziato dal dossier Legambiente – è il multiresiduo, che la legislazione europea non considera come non conforme se ogni singolo livello non supera il limite massimo consentito, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.

Cos’è il multiresiduo: frutta e verdura

Il multiresiduo è più frequente del monoresiduo: è stato ritrovato nel 18% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 15% dei campioni con un solo residuo. Nel corso del convegno ‘Agricoltura libera da pesticidi’ organizzato da Legambiente in collaborazione con Alce Nero, che si è svolto oggi a a Roma, è stato evidenziato che la frutta, come negli anni passati, è la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo.

È privo infatti di residui di pesticidi solo il 36% dei campioni analizzati, mentre l’1,7% è irregolare e oltre il 60%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più di un residuo chimico. Il 64% delle pere, il 61% dell’uva da tavola e il 57% delle pesche sono campioni regolari con multiresiduo.

Le fragole, spiccano per un 54% di campioni regolari con multiresiduo e anche per un 3% di irregolarità. Alcuni campioni di fragole, anche di provenienza italiana, hanno fino a 9 residui contemporaneamente.

Situazione analoga per l’uva da tavola, che è risultata avere fino a 6 residui. I campioni di papaya sono risultati tutti irregolari per il superamento del limite massimo consentito del fungicida carbendazim. Per la verdura il quadro è contraddittorio. Da un lato, il 64% dei campioni risulta senza alcun residuo. Dall’altro, si riscontrano significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti, come l’8% di peperoni, il 5% degli ortaggi da fusto e oltre il 2% dei legumi, rispetto alla media degli irregolari per gli ortaggi (1,8%).

Ad accomunare la gran parte dei casi di irregolarità è il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i fungicidi, tra cui il più ricorrente è il boscalid. Inoltre, alcuni campioni di pomodoro provenienti da Sicilia e Lazio presentano fino a 6 residui simultaneamente, e un campione di lattuga proveniente dal Lazio addirittura 8.

Il multiresiduo nei prodotti di origine animale

Passando ai prodotti di origine animale, 11 campioni di uova italiane (il 5% del totale campionato) risultano contaminate dall’insetticida fipronil. Le sostanze più presenti nei campioni analizzati sono, nell’ordine: il boscalid, il chlorpyrifos e il fludioxonil.

Al quarto e quinto posto troviamo il metalaxil e il captan, entrambi fungicidi, mentre in sesta posizione l’imidacloprid, insetticida neonicotinoide di cui, per tutelare gli impollinatori, è entrato in vigore il divieto di utilizzo a partire dal 2019.

In generale, nel confronto tra i campioni esteri e italiani, quelli a presentare più irregolarità e residui sono quelli esteri: sono irregolari infatti il 3,9% dei campioni esteri rispetto allo 0,5% di quelli nazionali, e presenta almeno un residuo il 33% dei campioni di provenienza estera rispetto al 28% di quelli italiani.

Anche nei campioni di provenienza estera è la frutta la categoria in cui si osserva la percentuale più alta di residui: il 61% di tali campioni di frutta presenta almeno un residuo. Tra gli ortaggi, il 51% dei pomodori e il 70% dei peperoni esteri contengono almeno un residuo. Oltre alla percentuale più alta di multiresiduo, pomodori e peperoni presentano anche il maggior numero di irregolarità, rispettivamente il 7% e il 4% del totale analizzato.

Se lo scorso anno era un campione di foglie di tè verde, di origine cinese, a contenere il più alto numero di residui, ben 21, quest’anno il record è di un campione di peperone di provenienza cinese, con 25 residui di pesticidi. Al secondo posto c’è un campione di pepe, proveniente dal Vietnam, con 12 residui, seguito da una pomacea prodotta in Colombia con 15 residui diversi. 

L’agricoltura biologica

In particolare, 14 campioni presentano da 6 a 25 residui contemporaneamente. Di questi uno arriva dalla Grecia e 13 sono di provenienza extra-Ue. Sul fronte dell’agricoltura biologica, i 134 campioni analizzati risultano regolari e senza residui, ad eccezione di un solo campione di pere, di cui non si conosce l’origine, che risulta irregolare per la presenza di fluopicolide.

Non è possibile, allo stato attuale, sapere se l’irregolarità è da imputare a una contaminazione accidentale, all’effetto deriva o a un uso illegale del fungicida. L’ottimo risultato è ottenuto anche grazie all’applicazione di ampie rotazioni colturali e pratiche agronomiche preventive, che contribuiscono a contrastare lo sviluppo di malattie e a potenziare la lotta biologica tramite insetti utili nel campo coltivato.

In Italia, la percentuale di prodotti irregolari è passata dall’1% del 2007 all’1,3% del 2017, una leggera crescita, in linea con la percentuale europea di campioni irregolari, che l’Efsa stima nell’1,5% del totale. La media dei campioni analizzati in Italia nell’ultimo decennio, risultati regolari senza residuo è del 63% a fronte di una media europea del 54%.

Fare un confronto sul multiresiduo rimane impossibile, perché Efsa non fa ancora la distinzione tra campioni regolari con un solo residuo e campioni con più residui.

“Solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo – spiega il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti – raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione. Le conseguenze si esplicano nel rischio di inquinamento delle falde acquifere e nel possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale.

Effetti ai quali ancora oggi non si dà il giusto peso, nonostante numerosi studi scientifici abbiano dimostrato le conseguenze che l’uso non sostenibile dei pesticidi produce sulla biodiversità e sul suolo. Per questo – sottolinea ancora – auspichiamo che il futuro Piano d’azione nazionale sull’uso sostenibile dei pesticidi preveda obiettivi ambiziosi e tempi rapidi per la loro riduzione e il rafforzamento del sistema dei controlli sugli alimenti e l’adozione di misure a tutela della salute delle persone”.

La revisione del Piano d’azione nazionale

Secondo Legambiente la revisione del Pan per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari deve prevedere l’applicazione delle misure già fissate, ancora oggi spesso inattuate, mettendo al centro la tutela dell’ambiente e della salute, le produzioni di qualità, le competenze che derivano dal modello agro-ecologico e dall’agricoltura biologica e la sfida del cambiamento climatico.

Oltre a essere il settore più vulnerabile, l’agricoltura è una fonte importante di gas climalteranti, in particolare metano (CH4) e protossido di azoto (N2O). Secondo dati recenti dell’UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), questi due gas serra fanno insieme il 16,1% delle emissioni totali di gas a effetto serra e sono rispettivamente 10,6% e 5,5%.

“Anche la qualità delle acque è fortemente a rischio – aggiunge Daniela Sciarra, responsabile delle filiere agroalimentari di Legambiente e curatrice del dossier – come conferma l’Ispra nel suo ultimo rapporto, secondo cui i pesticidi sono presenti in oltre il 60% nelle acque superficiali e in oltre 30% di quelle sotterranee. Esiste pertanto una buona corrispondenza tra i residui riscontrati nelle derrate alimentari e quelli che si rinvengono nelle acque superficiali e sotterranee. Molto si può fare per ridurre i rischi e le conseguenze negative che un utilizzo non corretto dei pesticidi ha determinato e continua a determinare sull’ambiente. Va incentivato – conclude – il rispetto di fasce tampone, non soggette a trattamenti, dai corpi idrici per minimizzare il rischio di inquinamento dei corsi d’acqua, la diffusione di tecniche alternative al mezzo chimico e la tutela della biodiversità, che può determinare un miglioramento della resilienza e dell’equilibrio biologico nell’ambiente coltivato”. 

È morto Karl Lagerfeld, lo stilista e fotografo tedesco tra i grandi della moda. Famoso per gli occhiali scuri e lo stile stravagante, Lagerfeld è stato direttore artistico di Fendi e Chanel. Lagerferld aveva 85 anni, ma aveva sempre tenuto segreta la data esatta della sua nascita. 

Lagerfeld, nato presumibilmente il 10 settembre 1933 ad Amburgo, stava male da due settimane ed è deceduto in un ospedale di Parigi, secondo fonti vicine a Chanel. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni.

Soprannominato “il Kaiser della moda”, Lagerfeld aveva saltato due sfilate di Chanel durante la settimana della moda di Parigi, il 22 gennaio; e la casa di moda aveva motivato la sua assenza solo con la “stanchezza”.

Karl aveva lasciato da giovane la Germania con la madre, per trasferirsi a Parigi nei primi Anni ’50. “Volevo imparare a suonare il pianoforte a tutti i costi, ma dopo un anno di lezioni, mia madre mi ha detto: ‘Disegna, farai meno rumore’. Aveva ragione”, aveva raccontato in un’intervista a Liberation nel 2017. Appassionatosi al disegno, si fece subito un nome come illustratore di moda e fu poi assunto col ruolo di assistente dallo stilista Pierre Balmain. 

In seguito, lavorò come stilista per le case di moda francesi Jean Patou e Chloe’, prima di collaborare con Fendi, di cui nel 1965 divenne direttore artistico. Lo stesso ruolo gli venne affidato, nel 1983, dalla prestigiosa casa di alta moda Chanel, a 10 anni dalla morte della sua mitica fondatrice, Coco.
 

L’Istat lancia un nuovo indice sperimentale per analizzare, tramite Twitter, il sentiment italiano sull’economia. Si chiama Social Mood on Economy Index e fornirà analisi, derivate da campioni di tweet pubblici in lingua italiana, catturati in rete. I suoi risultati saranno forniti, in media, da 50 mila cinguetti al giorno. Le particolarità dell’Indice sono state illustrate, nella giornata di ieri, dal direttore del dipartimento produzione statistica dell’Istat, Roberto Monducci, intervistato all’interno del programma di Radio24 “Focus economia”, condotto da Sebastiano Barisoni. 

Un indice sperimentale

Secondo Monducci il nuovo indice rientra nella categoria di quelli ad alta frequenza che, basati su dati giornalieri e attraverso un filtraggio abbastanza complesso, “sono in grado di restituire una determinata informazione relativa all’atteggiamento della popolazione, coinvolta sul social media, nel corso del tempo, su temi economici”.

L’indice mira all’utilizzo, per fini statistici, dei cosiddetti big data: “Si inserisce in questo e fa parte di una batteria di indicatori sperimentali pubblicati dall’Istat ed esposti sul sito”. Non si tratta di statistiche ufficiali ma di statistiche che, secondo Monducci, “hanno un buon potenziale, soprattutto in termini di utilizzatori, per illustrare aspetti che finora sono stati poco indagati”.

L’idea dell’Istat è quella di sfruttare i tweet, utilizzando le opzioni che Twitter fornisce e che, in teoria, possono coinvolgere chiunque tra noi abbia un profilo attivo. I dati pubblici, resi poi  anonimi, sono elaborati dagli informatici e dagli esperti dell’ente. I grafici elaborati, e pubblicati sul sito, mostrano l’andamento di questo atteggiamento: maggiore è il valore dell’indice, migliore è il sentiment. I punti corrispondenti ai principali picchi ed alle principali valli dell’indice sono stati annotati ed evidenziati con un quadratino.

Come viene scelto il campione?

“Il filtraggio avviene sulla base consentita da Twitter, ovvero l’utilizzo dell’1% del volume dei tweet generati giornalmente”. L’Istat applica poi un filtraggio di 60 parole volto a intercettare i messaggi più attinenti ala ricerca. Non vengono considerati ad esempio quelli off topic, come il Festival di Sanremo, ma ci si concentra su temi più prettamente economici come l’analisi dei trend, mercato del lavoro, disoccupazione, spread, scelte del governo, politiche pubbliche.

Sono queste le conversazioni intercettate dal sistema e che sono in grado di trasmettere un segnale giornaliero continuo, ad alta frequenza, regolare e più immediato delle solite ricerche a carattere mensile o annuale. L’indice, inoltre, ci fornisce una riflessione “sulla reattività del pubblico presente sul social media riguardo a determinati eventi particolarmente importanti, come un dato impattante sulla disoccupazione, positivo o negativo, o l’uscita di un comunicato stampa”.

Un algoritmo condiviso

Per estrapolare questa mole di informazioni si mettono in comune, con altri istituti di ricerca e con la comunità scientifica internazionale, gli algoritmi prescelti. “Sull’utilizzo dei big data c’è un dibattito enorme” sottolinea ancora Monducci. “Per questo tutte le strumentazioni metodologiche,  livello europeo e internazionale, vengono sempre condivisi”. Un network attivo e impegnato nel testare la capacità di questi dati, come nel caso di quelli presi da Twitter, di fare notizia attraverso informazioni affidabili. Anche perché ci si muove, è ovvio, in un contesto diverso dalla statistica tradizionale e dalla solita stratificazione sociale rappresentativa. In questo caso stiamo parlando della comunità presente sui social media.

Quali sono i trend della ricerca

La frequenza giornaliera del Social Mood on Economy Index ha comportato per l’individuazione della componente stagionale l’utilizzo di una metodologia differente dallo standard Istat e una procedura di destagionalizzazione che ha garantito una maggiore disponibilità di informazioni e una migliore individuazione degli effetti dei giorni lavorativi e di altri eventi giornalieri che influenzano l’andamento della serie. Nella sezione “allegati” è riportata la serie storica giornaliera dell’indice, relativa al periodo che va dal 10 febbraio 2016 al 31 dicembre 2018.

Secondo quanto riportato dall’Istat: “La componente di trend mostra un andamento decrescente fino a ottobre 2017, mantenendo poi un andamento stazionario fino a 5 aprile 2018. Nel corso del 2018, l’indice ha registrato un andamento discordante: alla frenata segnata nel mese di maggio è seguito un andamento crescente fino a settembre. Tuttavia nei mesi successivi, nonostante una breve risalita in corrispondenza della prima metà di novembre, l’indice ha registrato nuovamente una brusca frenata ad inizio dicembre, mese in cui si è stabilizzato su un livello negativo”.

Per quanto riguarda le medie mensili, invece, “la serie destagionalizzata mostra un trend negativo nella prima parte del periodo fino a settembre 2017 dopo aver registrato un picco positivo a settembre 2016. La serie assume un profilo più altalenante nel corso del 2018 con una maggiore stabilità fino a maggio. Dopo i miglioramenti registrati a novembre, l’indice destagionalizzato diminuisce nell’ultimo mese”.

Il sindaco di Firenze Dario Nardella conferma l’ordinanza con cui ha disposto la chiusura dei minimarket del centro storico entro le 22, per contrastare – ricorda con in un tweet – il consumo eccessivo e la vendita selvaggia di alcol. “Controlli a tappeto: in una settimana già 9 sanzioni da 1000 euro per chi ha venduto alcolici dopo le 21”. aggiunge il primo cittadino. “Ora basta”.

Con 136 voti favorevoli e 101 contrari l’Aula del Senato ha approvato il ddl Collegi che riforma in parte le regole elettorali. Il testo passa ora alla Camera. Il provvedimento reca disposizioni per assicurare l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari. 

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