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I cervelloni di Digital Foundry hanno eseguito la solita analisi tecnica impeccabile del titolo di turno: questa volta, è toccato alla versione Switch di Sniper Elite 3 Ultimate Edition, disponibile da qualche giorno per l’ibrida Nintendo. Il commento di Digital Foundry? Una conversione “superba”.

 

Sniper Elite III su Nintendo Switch gira a 918p in modalità Tv e 720p in modalità portatile, ma in entrambi i casi la risoluzione è “dinamica”, scendendo nel primo caso sino a 720p e nel secondo sino a 630p. Per quanto concerne il frame rate, il titolo sarà ancorato ad un solido 30 fotogrammi al secondo, che raramente scenderà al di sotto.

L’articolo Sniper Elite 3: Digital Foundry su edizione Switch proviene da GameSource.

goffredoIl Pd resta “leale” con i Cinquestelle, “non abbiamo altra scelta che cercare con loro un rapporto strategico, candidandoci a governare l’Italia anche per i prossimi cinque anni” e guardare ad un campo “più largo con la sinistra”, anche con Italia Viva ma solo se non intende acquistare spazio attraverso un conflitto con il Pd. Lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, Goffredo Bettini, ex parlamentare Pd, secondo il quale alle prossime elezioni occorrerà pensare ad un progetto a più largo respiro: “Non basta il rapporto con i 5 Stelle: occorre un campo più largo con tutta la sinistra, con le forze del cattolicesimo democratico e con le forze laiche e liberali. Anche Italia Viva può essere un alleato importante, se cerca però di conquistare voti nuovi; se lo spazio elettorale lo intende conquistare attraverso un conflitto con il Pd, sarebbe distruttivo e non costruttivo. Però guardo anche piu’ in là: guardo con attenzione i movimento dentro Forza Italia, che ha componenti allergiche a Salvini. Insomma non dobbiamo precluderci nulla”.

Bettini sottolinea che a questo punto va cambiata la legge elettorale: “Il maggioritario che abbiamo vissuto fino ad oggi è distorto. Senza il doppio turno non garantisce la volontà degli elettori e può portare a risultati sorprendenti e squilibranti. Comunque, se alla fine si arrivasse al proporzionale, decisiva rimane una correzione in senso maggioritario con uno sbarramento di accesso sufficientemente alto”.

Infine, quanto alla Lega, Bettini sostiene che “non è affatto finita. Le cause che le hanno permesso di crescere non sono state ancora bonificate. Tuttavia Salvini ha messo paura. Non è il fascismo. È il tipico esempio di un populismo che accetta le elezioni ma una volta vinte, imprime alla società una svolta autoritaria e illiberale. Insomma, non è Mussolini, è Peron. Ma lui ha sbagliato: quando ha chiesto i pieni poteri è andato fuori misura e ha allarmato gli italiani. Quindi , la possibilità di costruire un’alleanza larga per sconfiggerlo c’è. Superando l’autosufficienza di un riformismo tanto astrattamente puro, quanto incapace di guidare i processi reali”. 

In Germania sono stati profanati alcuni siti commemorativi di vittime di un grupposcolo di estrema destra. Lo riporta il quotidiano tedesco Welt am Sonntag che ha condotto un’indagine nelle otto città in cui si trovano i memoriali in ricordo delle vittime di Nsu, un gruppo neonazista xenofobo che tra il 2000 e il 2007 uccise una decina di immigrati e una poliziotta.

All’inizio di ottobre è stata abbattuta una quercia in onore della prima vittima, un venditore di fiori chiamato Enver Simsek, a Zwickau. È stata distrutta anche una panca di legno con un’iscrizione. Un altro memoriale era stato profanato a Zwickau nel 2016. Nel 2014, una targa commemorativa a Kassel è stata ricoperta di bitume e a Norimberga, nel 2017, un’altra targa è stata deturpata con una svastica.

Un memoriale a Rostock è stato vandalizzato tre volte negli ultimi cinque anni. Alcuni monumenti sono stati semplicemente rubati e uno è stato gettato in un fiume. “La profanazione dei memoriali alle vittime dell’Nsu è uno schiaffo ai defunti e non può essere tollerata dalla società”, ha dichiarato il ministro dell’Interno, Horst Seehofer al domenicale tedesco; e ha aggiunto che è necessario intraprendere un’azione decisa contro tutte le forme di estremismo di destra e xenofobia.

“La crisi siriana può essere affrontata soltanto con una risposta forte dell’Unione Europea che favorisca la stabilizzazione politica di quei territori”. Lo afferma la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, in un’intervista sul Corriere della Sera. Alla luce della minaccia del presidente turco Erdogan di mandare oltre confine milioni di profughi, Lamorgese sollecita quindi “un approccio europeo solidale” in quanto “non possono essere lasciati soli gli Stati più esposti”.

Dopo i vertici di Malta e Lussemburgo, Lamorgese ha registrato un “rinnovato clima di solidarietà” però, aggiunge, “adesso solo una risposta coordinata e condivisa a livello europeo può consentire una strategia efficace”.

L’importante è a suo avviso, avviare un sistema di gestione “più equo e bilanciato; un percorso complesso che auspico possa vedere progressivamente coinvolti il maggior numero possibile di partner europei”. Per la ministra, occorre innanzitutto il superamento “degli attuali squilibri nella ripartizione degli oneri tra gli Stati membri”, con l’introduzione di un meccanismo di redistribuzione dei migranti “basato su procedure di ricollocazione automatiche, veloci ed efficaci, far sì che non vi siano incertezze in merito alla gestione dell’accoglienza”.

Ancora: occorre una “politica migratoria e di asilo efficace” che richiede a sua volta “una strategia di rimpatri a livello europeo per coloro che non hanno diritto a rimanere. È necessario sottoscrivere nuovi accordi di riammissione e potenziare quelli esistenti. Tutto ciò senza escludere, anzi favorendo, i corridoi umanitari verso l’Europa per le persone più vulnerabili che finora ci hanno consentito di accogliere solo dalla Libia oltre 850 richiedenti asilo”.

Per la responsabile dell’Interno è necessario proseguire “nell’azione di sostengo alla stabilizzazione della Libia, impegnarsi per la realizzazione di un piano umanitario europeo oltre che per il rafforzamento della capacità di tutte le guardie di frontiera dei nostri partner africani ai fini di una gestione dei flussi dei migranti sicura e rispettosa dei diritti delle persone”.

Quanto invece alla situazione italiana, e alla mancanza di risorse lamentata dalle forze dell’ordine, Lamorgese assicura che sono state individuate ulteriori risorse necessarie a completare il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate”.

Stiamo mettendo in campo tutte le iniziative necessarie ma so bene – aggiunge – che c’è ancora tanto da fare nella consapevolezza che dietro quelle divise ci sono madri, adri, fratelli, figli, famiglie, che si sacrificano per consentire alle nostre forze di polizia di vegliare, notte e giorno, sulla nostra sicurezza ed incolumità, e verso i quali mi permetta di esprimere la mia profonda gratitudine”, ha detto al Corriere.

“L’uomo è come un algoritmo, non esiste una sua versione finale ma una che si può sempre ottimizzare e migliorare”. Francesco Marconi, 33 anni, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo del Wall Street Journal, mi ripete più volte questo concetto durante una chiacchierata sul suo ultimo libro uscito in Italia (Diventa autore della tua vita, 30 giorni per scoprire le tue aspirazioni e cominciare a raggiungerle, Rizzoli, 2019).

Background tecnologico solidissimo, esperto di intelligenza artificiale e machine learning, soprattutto applicate al mondo dell’informazione, Marconi racconta all’Agi di come gli italiani abbiano bisogno di maggior “self-confident”, fiducia in se stessi. “Spesso sono troppo umili, questo a volte può essere un vantaggio ma anche un grosso ostacolo quando si vuol provare a cambiare lavoro o iniziare un nuovo progetto”. Un passato ad Associated Press, un presente da ricercatore al Mit di Boston e al Wsj, Marconi nel 2017 è stato riconosciuto da MediaShift come uno dei 20 principali innovatori nell’ambito dei media digitali.

Ognuno di noi, quindi, è un algoritmo umano che per crescere “ha bisogno di dati, di input, di sollecitazioni che arrivano dall’esterno”. Tutto quello che serve per avviare un meccanismo di machine learning interiore in cui la componente umana, quella non fredda e asettica dei calcolatori, è ingrediente necessario: “Questo libro non è una serie banale di formule di auto-aiuto, né promette false illusioni. È un oggetto, fisico, che può essere usato nel momento del bisogno o, ancora meglio, che puoi regalare a una persona a cui tieni particolarmente e che è in cerca della sua strada”.

Marconi è nato in Portogallo, nelle sue vene scorre sangue italiano, e vive a New York. Pochi anni fa scrisse un articolo in cui illustrava il suo “metodo E.N.G.A.G.E.” dove raccontava quanto fosse importante arrivare a stringere un patto con sé stessi per provare a cambiare la propria esistenza e perseguire i propri desideri. Tra consigli ed esercizi, pause e respiri. Quell’articolo è diventato un libro di successo che ora sbarca nelle nostre librerie con un adattamento, C.R.E.A.T.I., che non perde efficacia.

“Non è una formula di marketing” dice Marconi “Io voglio che si crei una connessione tra chi lo compra e le persone che gli stanno intorno, alla community di riferimento. Ci si può lavorare sopra, può stare sul comodino o in valigia quando si viaggia. Non è una lettura tradizionale che si consuma in due giorni. Si può leggere anche solo un capitolo alla volta, con la cadenza viene decisa dal lettore. E non c’è limite di età, si può ripetere il processo ogni volta che serve”.

Nelle pagine ci sono aneddoti personali della vita di Marconi, storie di grandi uomini e donne come Steve Jobs e Victor Hugo, i creatori di Stranger Things e Zaha Hadid ma anche, se non soprattutto, dati e ricerche che scientificamente danno solidità alla narrazione dell’autore. Per spiegare bene le peculiarità del testo si può ricorrere a una frase che è uno dei piloni portanti delle teorie di un’altra grande ricercatrice, Brené Brown: “Stories are just data with a soul”. Dati e anima. Algoritmo e umanità.

Il nostro cervello, come sostiene il neuroscienziato Rick Hanson “è come il velcro per le esperienze negative e come il teflon per quelle positive”, ovvero tende a dare più risonanza e importanza alle prime rispetto alle seconde. Chi fa il mestiere del giornalista questo lo vede anche nel tipo di notizie che fanno presa nella mente del lettore. Ma non solo.

Come giornalisti sappiamo che tutti i giorni si leggono cose con una matrice fortemente negativa, dalle guerre ai terremoti, e a volte mi sembra che siamo circondati da troppe energie di questo tipo. Ci sono studi scientifici che dimostrano come l’essere esposto a positività permette a ciascuno di noi di crescere e di migliorarci. È difficile quantificarne l’impatto ma credo sia molto importante avere accanto persone dinamiche e creative. Tornando al concetto dell’algoritmo umano: se i dati che prendi all’esterno sono negativi anche il tuo processo di “machine learning” sarà altrettanto negativo. Meglio allenare questo processo di sviluppo con positività, creatività, collaborazione.

Nel libro ci sono tre capitoli dove suggerisce di coltivare la gentilezza, di eliminare la critica sistematica, di provare a distinguersi per essere riconoscibili. Bene, la provoco. Dobbiamo abbandonare i social come Facebook? O grazie a nuovi fenomeni come Tik Tok, i giovanissimi possono tornare a ricercare una propria identità?

Penso che tutto questo abbia a che fare con il tentativo di essere “autentici”. Una piattaforma come TikTok ti lascia essere davvero autentico e creativo, altre come Facebook o Twitter sono focalizzate nel promuovere la conformità. Oggi c’è una tensione sempre più forte tra il conformarsi alla società e il provare a essere autentici. Ma succede, a volte, di trovarsi davanti a quella che viene chiamata come “fake authenticy”. Questo è quello che si dovrebbe evitare. Essere autentici e, allo stesso tempo, essere grati per quello che si ha penso sia una soluzione che possa aiutare davvero le persone a concentrarsi sulle cose importanti.

Nel libro scrive anche quanto sia importante non essere interrotti e imparare a superare il disagio del silenzio. Viene citato uno studio di Microsoft che indica come ogni dipendente venga interrotto in media quattro volte ogni ora..

Sì, per me questa è certamente un qualcosa che riguarda la sfera sociale e l’interazione umana ma ha anche qualcosa di fisico. Pensiamo ad esempio a come sono disegnati gli uffici oggi. Al Wall Street Journal è tutto “open space” e io credo che questa non sia la forma migliore dove lavorare. Vieni interrotto troppe volte. Sarebbe importante creare una struttura dove si ha il tempo per essere al 100% focalizzati nel lavoro e parallelamente altri spazi per la connessione sociale e l’interazione con gli altri individui.

E suggerisce anche di mettere sempre per iscritto le proprie idee

Serve a dare forza e concretezza ai propri obiettivi. Io procedo così: li scrivo per averli sempre davanti e ogni giorno provo a fare una o due cose che mi permettano di procedere verso il loro raggiungimento. Se lo faccio per due o tre mesi, il risultato arriva più facilmente. È come costruire una casa: cominci con i mattoni e alla fine hai un edificio.

Pieno di post-it

Esatto.

Parliamo di deepfake. In Italia abbiamo visto da poco il caso del “falso” Renzi e molti ci sono cascati. 

Al Wall Street Journal abbiamo creato una squadra di media forensics dove ci sono 21 giornalisti che hanno imparato a fare la “detection” dei deepfake e altri video che promuovono l’odio. Stiamo continuando ad apprendere nuove tecniche per farlo ma quella che per me è più importante di tutte è continuare a seguire il processo tradizionale giornalistico: controllo e ricerca delle fonti. I deepfake, come ogni tecnologia, evolvono di continuo. Quando troviamo una soluzione potrebbe non bastare. Inizialmente in questi video non si vedeva sbattere gli occhi, ora è un’azione che questi volti fanno. È come un gatto che insegue il topo, non dobbiamo fermarci ma sviluppare sempre nuove tecnologie per combatterli. Il grande problema è che nel momento in cui tu hai identificato un deepfake come tale, lo stesso è già stato ampiamente visto grazie alle reti sociali che lo hanno condiviso. La sfida è anche quella di informare queste persone del fatto che hanno visto una fakenews.

Parliamo anche di fact-checking. Fondamentale, utile, molti lo apprezzano, ma non è diventato uno strumento di successo per le masse di lettori. Perché?

È molto importante per i giornalisti ma è un ingrediente base del nostro mestiere. Se non fai fact-checking non sei un giornalista o non puoi lavorare in un’agenzia. Se fai buon giornalismo, fai factchecking. È un elemento non dovrebbe distinguerti dagli altri. Penso che i giornalisti ne siano più ossessionati di quanto lo sia il pubblico. Una volta, nelle operazioni di marketing di un giornale americano, lessi “leggi il nostro giornale per proteggerti dalle fakenews”. Penso che sia una cosa molto importante per noi ma un po’ secondaria per i lettori.

Decisiva allora quella che nel libro diventa “la pepita”, ovvero quella capacità di vedere le cose in una maniera unica, trasversale, originale. Nel giornalismo e nella vita. Come la si trova?

Posso dirle come faccio io. Non posso trovare un’altra prospettiva quando sono totalmente preso dal lavoro che sto facendo. Devo diversificare le attività da fare ogni giorno. È molto difficile uscire dalla routine, dall’autopilota inserito. Ma è importante provare a farlo. Il tempo libero serve a sviluppare la creatività, a parlare con altre persone, a fare ricerca. Questo è il segreto.

“Ogni giorno è il giorno più importante della tua vita”, scrive.

A volte stiamo troppo concentrati nel voler raggiungere un grande obiettivo. Dovremmo invece avere un approccio maggiormente legato alla forma incrementale. Crescere giorno dopo giorno per creare la base del proprio futuro.

Nella prefazione leggo: “Ho lasciato l’Italia perché volevo diventare migliore. A volte penso di tornare una volta per tutte. Il motivo per cui non l’ho ancora fatto è che voglio tornarci nella migliore versione di me stesso”. Quando tornerà?

Non so ancora come risponderle. I 30 piccoli capitoli del libro sono disegnati in un maniera simile al processo in cui si sviluppa un’intelligenza artificiale. Sto ancora testando se l’algoritmo umano funziona e lo saprò solo in una versione di me più ottimizzata.

Dal mito Filippide ad Eliud Kipchoge, il primo uomo a correre una maratona sotto le due ore. Da quella tragica marcia da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria dei greci sui persiani conclusa con la morte di Filippide (era il 490 a.C.) all’odierna incredibile corsa contro il tempo tra le nebbie di Vienna, di anni ne sono passati 2.500.

Il fascino della maratona, una delle gare Regina di tutta l’Olimpiade, è rimasto intatto. Oggi tra i viali del Prater, grande polmone verde della capitale austriaca sulle rive del Danubio famoso per il suo parco divertimenti e la ruota (Riesenrad), Kipchoge ha fermato i cronometri in 1 ora 59’40″2, crono sensazionale ottenuto in condizioni favorevoli sia per quanto concerne il meteo che il supporto tecnico.

Il parco è dotato di alberi ad alto fusto che, in caso di vento, avrebbero fatto da barriera agli atleti. Studiato nei dettagli anche il tracciato, un anello di 9,4 chilometri da ripetere quattro volte. Il 34enne runner originario di un territorio dove sono nati i grandi campioni keniani, la contea dei Nandi a sud di Eldoret, è stato supportato da ben 41 lepri, ovvero atleti di caratura mondiale che per tutti i 42,195 chilometri si sono avvicendati al comando per dettare il ritmo ideale al fine di correre sotto le due ore.

Kipchoge con questa impresa, allestita attorno ad un evento dedicato per abbattere le due ore che è stato seguito da migliaia di persone, diventa l’uomo più veloce a correre una maratona. Non viene considerato record mondiale ufficiale che comunque resta nelle sue mani, quello corso di 2 ore 01’39 del 16 settembre dello scorso anno a Berlino.

Eliud, allievo dell’ex siepista keniano Patrick Sang, è stato supportato da nomi importanti dell’atletica mondiale dei giorni nostri, dall’etiope Selemon Barega, fresco vicecampione mondiale dei 5000 metri a Doha allo statunitense Matthew Centrowitz, campione olimpico in carica dei 1.500, passando per i fratelli norvegesi Jakob, Henrik e Filip Ingebrigtsen.

Per agevolare ulteriormente la riuscita della missione è stata predisposta un’autovettura che proiettava sull’asfalto un raggio laser di colore verde, rifornimenti dedicati, un seguito di tecnici in bicicletta dotati di computer sul manubrio e una precisa formazione di corsa del gruppo con continuo avvicendamento del pacemaker che doveva andare ad imporre il ritmo (2’50 a chilometro). “Mi sento molto bene, sono felicissimo” ha detto Kipchoge poco dopo aver tagliato il traguardo. Dopo Roger Bannister che ha percorso un miglio in quattro minuti nel 1954, ci sono voluti altri 65 anni prima che un uomo scrivesse una pagina di sport. Nessun essere umano e limitato e mi aspetto che dopo oggi più persone riescano a correre sotto le due ore. I 41 pacemaker sono tra i migliori atleti di tutto il mondo, a tutti voglio dire grazie per aver svolto il lavoro: assieme abbiamo fatto la storia”.

Ai fini statistici la prima miglior prestazione mondiale di maratona riconosciuta dalla Iaaf risale a 111 anni fa quando il 24 luglio del 1908 a Londra, nella prova olimpica, l’americano Johnny Hayes corse in 2 ore 55’18″4. A inaugurare l’albo d’oro dei primati della maratona poteva essere l’italiano Dorando Pietri che a Londra tagliò per primo il traguardo, 2 ore 54’46″4. Non fu così perché il corridore emiliano venne squalificato perché tagliò il traguardo sorretto da un giudice. Il primo record mondiale di maratona, così definito dalla Iaaf, è quello del 14 aprile 2002 quando a Londra lo statunitense Khalid Khannouchi terminò la gara in 2 ore 05’38. 

“Non sono in questo momento all’ordine del giorno patti regionali né tantomeno nazionali” con il Pd oltre quello siglato per le elezioni in Umbria. Lo ha detto Luigi Di Maio a Sky Tg24 nel giorno della kermesse per i dieci anni del Movimento 5 stelle. “A me più che i patti interessano i fatti. Il patto in Umbria con Zingaretti è che se vince Bianconi nessun assessore sarà delle forze politiche”, ha aggiunto, in riferimento alle aperture giunte, dallo studio di Otto e Mezzo, dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

 Ad ogni modo, aggiunge il ministro degli Esteri, “sia con Zingaretti che con Franceschini ci sono un clima e un rapporto ottimo. Devo dire pubblicamente che li stimo molto dal punto di vista politico e come lavorano. Certo ci sono meno vertici” rispetto al precedente governo con la Lega, “ma sono molto pù’ concludenti e soprattutto sono vertici in cui si avvia la strada e la si porta avanti. Io ero uno dei più scettici a fare il governo con il Pd, ma il rapporto di questo primo mese è di forte collaborazione con persone con cui si può lavorare bene”.

E Renzi? “Con Renzi ci siamo sentiti nelle occasioni cruciali, come quando mi ha chiamato prima della scissione, poi per il resto lavoro benissimo con i capi delegazione di Italia viva, come il ministro Bellanova. Certo tra di noi non è cambiato nulla, ciò che pensavamo l’uno dell’altro immagino sia lo stesso, ma lavoriamo alla prova dei voti, come sul taglio dei parlamentari, è stata una prova di fiducia nessuno scambio, era il primo punto per sederci al tavolo di governo. Quindi, meno dietrologia e piu’ fatti”.

A quanto si apprende, Luigi Di Maio e il cofondatore del Movimento, Beppe Grillo, entrambi a Napoli per Italia a 5 stelle, hanno avuto un “incontro cordiale a pranzo” a Napoli, dove è in corso la festa per i dieci anni dalla nascita del Movimento. 

In Europa ci sono più lavatrici che automobili. Ognuna contenente in genere tra 30 kg e 40 kg di acciaio e la qualità di costruzione e l’affidabilità cambiano da macchina a macchina. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, la longevità viene misurata in cicli di lavaggio, che vanno da circa 2.000 per macchine a basso costo a 10.000 per apparecchi di alta qualità. Più a lungo una macchina rimane funzionale, minore sarà il suo costo/lavaggio. Ma oggi se una lavatrice, una lavastoviglie o un frigorifero si rompono è spesso più comodo e facile sostituirlo che ripararlo. Con gravi danni per l’ambiente oltre che per le tasche dei cittadini.

Ora una direttiva Ue ha stabilito che dovrà essere più facili ripararli. Il 1 ottobre la Commissione ha adottato nuove regole per incoraggiare i produttori a progettare prodotti pensando all’economia circolare. Dalle lavatrici ai distributori automatici, la direttiva sulla progettazione ecocompatibile prolungherà la vita di molti apparecchi garantendo una più facile sostituzione dei pezzi di ricambio che i produttori dovranno immagazzinare per 10 anni e di cui dovranno garantire la consegna in tempi rapidi.

Infographic: Europe's Worst Offenders For Electronic Waste  | Statista 

La nuova direttiva va incontro alle lamentele delle associazioni dei consumatori secondo cui è più semplice ed economico sostituire alcune apparecchiature piuttosto che ripararle, a causa della mancanza di parti di ricambio, della complessità delle riparazioni o del prezzo elevato dei ricambi.

I rifiuti elettronici – dispositivi elettrici o elettronici scartati – sono ora la fonte di rifiuti in più rapida crescita al mondo. Vengono prodotte ogni anno circa 50 milioni di tonnellate (in Italia 6, tra i dati più bassi), ma solo circa il 20% viene smaltito in modo appropriato. Il passaggio a un modello di economia circolare, con un’enfasi sul riutilizzo piuttosto che sulla sostituzione degli articoli, potrebbe essere un modo per affrontare il problema, scrive il World Economic Forum che ha analizzato il problema.

Quelli cui saranno più gradite le nuove regole del “diritto alla riparazione” saranno probabilmente i tecnici delle riparazioni e della manutenzione. Mentre i produttori dovranno rendere ampiamente disponibili i pezzi di ricambio ai sensi della direttiva sulla progettazione ecocompatibile, dovranno solo fornirli a riparatori professionisti.

Quali sono gli elettrodomestici inclusi nella direttiva

  • frigoriferi
  • Lavatrici
  • lavastoviglie
  • Display elettronici (compresi i televisori)
  • Sorgenti luminose e alimentatori separati
  • Fornitori di energia esterna (gruppi elettrogeni e di continuità)
  • Motori elettrici
  • Frigoriferi con funzione di vendita diretta (ad esempio Frigoriferi nei supermercati, distributori automatici di bevande fredde)
  • Trasformatori di potenza
  • Attrezzature per saldatura

Non è Xavier Dupont de Ligonnés l’uomo arrestato all’aeroporto di Glasgow venerdì sera con l’accusa di aver ucciso la moglie e 4 figli. Lo riferiscono fonti citate da Le Figaro, dopo i dubbi sull’identità dell’uomo, che avevano indotto anche gli investigatori alla prudenza. Dupont, aristocratico uomo d’affari 58enne, noto come il mostro di Nantes, è ancora ricercato per aver sterminato la propria famiglia e e di aver seppellito le vittime nel giardino della loro elegante casa.

La polizia scozzese aveva fermato all’aeroporto di Glasgow un sospetto proveniente da Parigi, convinta che avesse trascorso parte della latitanza in Gran Bretagna. Ma il suo Dna non corrisponde con quello di Dupont.

L’ipotesi più accreditata è che Dupont si sia tolto la vita dopo aver ucciso Agnès Dupont de Ligonnès, 48 anni e i figli Arthur, 21 anni; Thomas, 18; Anne, 16 e Benoît, appena tredicenne. I corpi dei 5 furono trovati fatti a pezzi e l’autopsia stabilì che erano stati uccisi con una pistola da tiro calibro 22 due settimane prima che ne venisse denunciata la scomparsa.

A far pensare a un piano ben studiato erano stati il fatto che l’uomo avesse comprato da tempo i sacchi di juta in cui poi avrebbe nascosto i corpi e la calce con cui li avrebbe coperti prima di seppellirli, ma anche al fatto che avesse parlato co il proprio datore di lavoro e con la scuola dei figli di un prossimo trasferimento in Australia di tutta la famiglia. Quando la polizia aveva fatto irruzione nell’elegante abitazione, di cui Dupont aveva disdetto l’affitto, aveva trovato armadi e cassetti vuoti.

Le ultime ‘apparizioni’ di Xavier Dupont de Ligonnes vengono fatte risalire al 14 e al 15 aprile 2011, una decina di giorni dopo la data presunta della strage, e furono immortalate dalle telecamere di un distributore di biglietti e da quella di un albergo. Poi più nulla. Due anni fa una segnalazione secondo cui era stato visto a Messa vestito da monaco poco lontano dal luogo dell’ultimo avvistamento, si era rivelata infondata.

 

Il voltafaccia di Washington nei confronti dei curdi è il tassello di un piu’ ampio disimpegno dell’amministrazione Trump dal ruolo di leadership globale che porta anche gli alleati piu’ stretti, come Israele, a dubitare di poter continuare a contare sugli Stati Uniti. È quanto sottolinea all’Agi Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e professore associato presso l’Università di Nizza Sophia-Antipolis.

“Cambiare alleato succede, ma la presidenza Trump si mostra molto poco affidabile da questo punto di vista e crea così un problema di fondo perché tutti gli alleati degli Stati Uniti hanno ormai il sospetto, la paura o il timore che questa loro alleanza possa non essere più valida, a partire da un Paese chiave come Israele, e questo ha delle implicazioni piuttosto gravi”, osserva Darnis. “Gli israeliani” aggiunge, “non sono sprovveduti e nel momento in cui sorgono dubbi sulla capacità degli Usa di mantenere tutta una serie di impegni, anche militari, Israele, che è abituata a porsi lo scenario peggiore, ha già messo in conto di dover fare da sè, anche nei confronti della crescita del pericolo iraniano”. 

Va considerata, da questo punto di vista, anche “la debolezza del sostegno americano all’Arabia Saudita, altro alleato che dovrebbe essere ancoratissimo al cuore della politica trumpiana. Durante le vicende più recenti la reazione americana non è stata cosi’ forte”. Cio “è un fattore di entropia: siccome non c’è più la percezione di una potenza egemone, si aprono scenari pericolosi”.

“Senza una potenza egemone vince il disordine”

Secondo Darnis, non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che la Russia possa riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: “Mosca rimane una potenza limitata, che ha sicuramente giocato un ruolo realista e coerente nel campo siriano, dove fu già la ritirata strategica di Obama a lasciarle spazio, ma non dobbiamo pensare che la Russia possa proteggere un’area dove peraltro ha rapporti complicati con la Turchia”.

Se anche i curdi, come è stato affermato da alcuni loro leader militari, fossero costretti ad accordarsi con il capo del governo di Damasco, Bashar al-Assad in funzione anti-turca, “la Russia non avrebbe da guadagnare subito da un sostegno ai curdi; ne guadagnerebbe Assad, che era un leader molto indebolito, ma, più che guadagnarci davvero qualcuno, ci guadagnerebbero l’entropia e il disordine”. “Se una potenza egemone come gli Usa non c’è più, si torna a un gioco di piccole potenze dal sapore ottocentesco”, prosegue Darnis. 

La leadership di Washington, oltre che dalla Russia, non può essere rimpiazzata nemmeno dall’Unione Europea che “per ragioni politiche, anche pacifiste, è una potenza economica e diplomatica, ma non militare”. Gli unici che potrebbero aiutare i curdi contro l’offensiva turca sono Regno Unito e Francia e “hanno mezzi molto limitati”. La stessa debolezza, sottolinea Darnis, che ha consentito a Erdogan di ricattare l’Europa con la minaccia di spalancare le porte a milioni di profughi siriani. 

Quando l’Europa mollò Ankara

Ma che fare con la Turchia? Le radici dell’aggressività di Ankara, secondo Darnis, stanno nel “giro di boa funesto” che fu la chiusura di Parigi alla possibilità di un avvicinamento della Turchia all’Unione Europea, “non nella forma di un ingresso nella Ue, al quale probabilmente Erdogan nemmeno pensava, ma di un’associazione”. La chiusura ha invece creato “un’onda lunga di enorme diffidenza” tra Usa ed Ue da una parte e uno dei membri più forti della Nato dall’altra.

È possibile ipotizzare un punto di rottura? Difficile, dal momento che “non esiste una procedura di esclusione dalla Nato“, spiega Darnis. “Per entrare nella Nato bisogna anche rispettare criteri democratici di stampo occidentale”, conclude, “ma una volta dentro non c’è una corte di giustizia Nato. Ormai da anni alcuni membri osano dire che la Turchia non ha più posto nella Nato ma è molto complicato arrivare a buttarla fuori, con le conseguenze destabilizzanti che tale decisione avrebbe”.

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