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C’è da un 33% a un 70% di rischio di avere almeno un caso in Europa, nelle prossime due settimane, del nuovo coronavirus della polmonite che ha paralizzato la provincia cinese dell’Hubei. E questo nonostante la massiccia chiusura al traffico decisa dalle autorità cinesi in vaste settori della provincia. La stima è dell’Inserm, l’Istituto nazionale francese di salute e ricerca medica, e si basa su uno studio condotto nelle ultime ore da un gruppo di ricercatori, la gran parte dei quali italiani (lo studio è scaricabile a questo link).

L’ipotesi di contagio è quella legata all’arrivo per via aerea di viaggiatori infettati dal virus e lo studio considera quindi come aree di maggiore rischio quelle con grandi hub aeroportuali internazionali. Occhi puntati quindi su Londra, Parigi e Francoforte ma anche su Roma, Milano, Madrid, Barcellona e Amsterdam.

“Fare previsioni è estremamente difficile”, riconosce Vittoria Colizza, laurea in fisica alla Sapienza e dottorato in fisica alla SISSA di Trieste, “e dipende tutto dalla sorgente, anche in considerazione che i numeri variano da un giorno all’altro”.

L’Italia è il quarto Paese più a rischio

Lo studio prevede due scenari: uno ‘a bassa esportazione’, ovvero che dalla Cina si esporti lo stesso numero di casi, sette, registrati fino a giovedì 23 gennaio tra i viaggiatori partiti da Wuhan nelle due settimane tra il 6 e il 20 gennaio; l’altro ad alta esportazione, compatibile con un maggior numero di partenze dalla Cina (anche fino a tre volte lo scenario minimo).

Secondo gli scienziati, a guardare i flussi di viaggiatori in arrivo dalla Cina, i Paesi più a rischio sono Gran Bretagna (dal 9% al 24% a seconda dello scenario), Germania (dall’8% al 21%), Francia (dal 5% al 13%), Italia dal 5% al 13%) e Spagna (dal 4% all’11%). Le aree meno a rischio sono l’Europa settentrionale e le nazioni dell’ex cortina di ferro. 

L’istituto francese si avvale di un team ‘REACTing’, una rete multidisciplinare di esperti, che lavora su malattie infettive emergenti per meglio preparare il Paese a rispondere un’eventuale epidemia. E ha approntato lo studio in vista dei casi che possano manifestarsi in Europa, in Francia in particolare: “Fare una valutazione del rischio serve ad approntare le strutture (a cominciare dai letti disponibili) ma anche a immaginare le contromisure per limitare la trasmissione del virus” spiega Colizza.

La Cina ha confermato un secondo decesso, causato dal misterioso coronavirus che ha paralizzato il Paese, al di fuori dell’area considerata l’epicentro dell’epidemia. La vittima risiedeva nell’Heilongjiang, una provincia al confine con la Russia, a più di 1.800 km da Wuhan, la città in cui si e’ registrata la stragrande maggioranza dei casi di infezione e decessi per il virus. Un altro caso era stato registrato a Hebei, la provincia che circonda Pechino.

Il bilancio delle vittime causato dal nuovo coronavirus apparso a dicembre in un mercato di Wuhan è dunque salito a 26 morti su un totale di 830 persone contagiate. Sul web circolano le immagini di diversi ospedali cinesi superaffollati, con i sanitari coperti interamente dalle tute bianche protettive.

Più di 41 milioni i cinesi confinati

Sono più di 41 milioni oramai i cinesi confinati nelle tredici città nella provincia cinese dello Hubei, dove si concentra il numero più alto di casi, a imporre restrizioni ai trasporti. Assieme a Wuhan, il capoluogo provinciale dello Hubei, dove ha avuto origine l’epidemia, ci sono altre tre città limitrofe – Huanggang, Ezhou e Chibi – a subire restrizioni. E poi ancora Huangshi, sempre nella provincia di Hubei, dove dalle 10, ora locale, sono sospesi tutti i collegamenti pubblici per impedire lo spostamento di persone.

Infine, secondo il Quotidiano del Popolo, anche a Xiantao, Enshi, Qianjiang e Xianning sono state adottate restrizioni di movimento. L’ultimo caso è quello di Yichang, che ha imposto restrizioni alla circolazione di mezzi pubblici dalle 14 di oggi, le sette del mattino in Italia.

Allerta al massimo a Pechino e Shanghai

Sono 29 i casi confermati di polmonite a Pechino, dove le autorità sanitarie locali hanno innalzato il livello di risposta alle emergenze sanitarie al grado massimo, il livello 1. Lo ha reso noto la Commissione per la Sanitàdella capitale cinese durante una conferenza stampa sul controllo e la prevenzione dell’epidemia. Dei 29 casi casi accertati, uno era in gravi condizioni ma è migliorato, mentre gli altri casi sono stabili. 

Anche le autorità sanitarie di Shanghai hanno innalzato il livello di risposta alle emergenze sanitarie al grado massimo. Nella metropoli presso il delta del Fiume Azzurro, Shanghai Disneyland ha annunciato la chiusura della struttura a partire da domani. 

I nuovi casi fuori dalla Cina

Due nuovi casi di polmonite da coronavirus sono stati confermati a Singapore, dove adesso sono tre le persone contagiate. Lo ha confermato il Ministero della Sanità della città-Stato asiatica. Un paziente è un uomo di 37 anni, figlio del primo paziente su cui è stato accertata la presenza del coronavirus, mentre il secondo è una donna di 53 anni arrivata a Singapore da Wuhan il 21 gennaio scorso, a bordo di un volo della compagnie aerea low-cost Scoot, che ieri ha annunciato la sospensione dei voli da e per la città cinese, da cui si è diffusa la polmonite da coronavirus.

In totale, sono 44 i casi sospetti registrati a Singapore, e riguardano persone dagli 1 ai 78 anni: tredici di loro sono risultati negativi ai primi test medici.

La Corea del Sud conferma il secondo caso di paziente affetto dal polmonite da coronavirus. A risultare positivo ai primi test è stato un cittadino sud-coreano di 55 anni rientrato nel Paese nella serata di mercoledì dall’aeroporto Gimpo, a ovest di Seul. L’uomo, spiega il Korea Centers for Disease Control and Prevention (Kcdc), lavorava a Wuhan ed era stato in una clinica locale lamentando mal di gola e altri sintomi. Il centro ha anche confermato che 25 altri casi sospetti sono, invece, risultati negativi ai test.

Il ministero della Sanità giapponese ha poi confermato un secondo cas​o. Si tratta di un uomo sui 40 anni residente di Wuhan arrivato in Giappone lo scorso 19 gennaio e poi ricoverato in un ospedale di Tokyo il 22 gennaio.

Sale infine a quattro il numero di casi accertati di pazienti affetti da polmonite da coronavirus a Hong Kong. Gli ultimi due casi risultati positivi ai test preliminari sono donne di oltre sessanta anni di età che erano recentemente state a Wuhan e sono attualmente ricoverate in due diversi ospedali della città.

Mentre tutti aspettano Kingdom Hearts III ReMind, ecco l’annuncio di Project Xehanort in arrivo su dispositivi mobile Android, iOS e Amazon entro la primavera 2020.

Per ora è solamente un nome in codice e Square Enix ha fatto partire un contest tramite l’account Twitter ufficiale del progetto e che premierà chi indovinerà il nome definitivo, aggiungendo l’hashtag #KHNameContest nel proprio tweet.

Non abbiamo molte informazioni in merito ma sembra che, in accordo con gli indizi diffusi su Twitter e sito ufficiale, il titolo sarà incentrato su una versione più giovane di Xehanort e probabilmente si focalizzerà sulla sua ascesa al potere e il suo avvicinamento all’oscurità (il sito ufficiale pone infatti il quesito: Perché è diventato il cercatore dell’oscurità?).

Kingdom Hearts Project Xehanort annunciato

Per quanto riguarda il contest, Square Enix premierà i 10 utenti che avranno indovinato o proposto il titolo più vicino a quello definitivo con ricchi premi, stando al sito ufficiale del gioco.

Considerando che il contest terminerà il 28 Gennaio 2020, aspettiamoci aggiornamenti e il titolo definitivo di Project Xehanort già dalle prossime settimane.

Nel frattempo potete ingannare l’attesa indovinando il nome di questo nuovo capitolo o rispolverare Kingdom Hearts III in attesa di ReMind.

L’articolo Kingdom Hearts: annunciato Project Xehanort proviene da GameSource.

 La “donna più ricca d’Africa” al banco degli imputati e un dirigente bancario trovato morto a Lisbona. Si profila come un giallo internazionale di prima grandezza la formale incriminazione, annunciata giovedì, di Isabel Dos Santos, figlia dell’ex presidente dell’Angola, Josè Eduardo Dos Santos. Le accuse sono gravi: riciclaggio, frode, appropriazione indebita, falsificazione di documenti e nepotismo. I capi d’imputazione riguardano il periodo di 18 mesi in cui la donna ha diretto l’azienda petrolifera di Stato, la Sonangol.

È stato il procuratore generale Helder Pitta Groz a rendere noto l’atto d’incriminazione, che segue le clamorose rivelazioni dei cosiddetti ‘Luanda Leaks’, la grande inchiesta realizzata dal Guardian e di un consorzio internazionale di reporter investigativi – del quale fanno parte anche la Sueddeutsche Zeitung e le emittenti tedesche Ndr e Wdr – che ha rivelato la storia delle immense fortune della donna, che si trova fuori dal Paese ma fa comunque sapere di respingere con nettezza tutte le accuse.

Il mistero del banchiere trovato impiccato

Oltre alla 46enne Isabel Dos Santos, la Procura angolana ha incriminato tra gli altri anche l’ex direttore finanziario della Sonangol, Sarju Raikundalia, un alto dirigente del Banco de Fomento Angola, Mario Leite da Silva, nonché un dirigente della banca Eurobic, il cui nome in un primo momento non è stato reso pubblico. Poche ore dopo l’annuncio del procuratore, da Lisbona è arrivata la notizia del ritrovamento del corpo del banchiere. A detta delle forze dell’ordine portoghesi, la prima ipotesi è quella di un suicidio, dato che il 45enne è stato ritrovato impiccato nel garage della sua abitazione. Tuttavia gli inquirenti fanno sapere di non escludere la pista dell’omicidio. Voci circa un suo precedente tentativo di omicidio, ad inizio gennaio, ad ora non hanno trovato conferma. 

L’uomo non solo era il direttore del settore ‘private banking’ della Eurobic, ma anche l’intestatario del conto di Isabel Dos Santos. Tra le altre accuse rivolte a Dos Santos malversamenti, influenza illegale e atti di nepotismo durante la sua guida del colosso petrolifero angolano. La donna d’affari viveva, dopo le dimissioni del padre, tra Londra e Dubai. La giustizia angolana ha reso noto di volere “prendere tutte le misure a disposizione” perchè la 46enne faccia rientro in patria e sia lì sottoposta al giudizio della magistratura. Suo padre, Jose Eduardo Dos Santos, aveva governato l’ex colonia portoghese – spesso definita come uno dei Paesi più poveri e corrotti al mondo – dal 1979 al settembre 2017.

Quasi cento società nei paradisi fiscali

L’inchiesta ‘Luanda Leaks’ fa emergere il sospetto che Isabel traesse “notevoli vantaggi’ dal sistema corruttivo in Angola. Secondo le accuse, la donna avrebbe approfittato “in modo sistematico” delle dinamiche nepotiste praticate nel Paese, con lo scopo di aumentare drasticamente il proprio patrimonio. Stando ai documenti emersi, Dos Santos, suo marito Sindika Dokolo e altre persone di fiducia del gruppo hanno fondato negli ultimi anni oltre 400 società, di cui quasi un centinaio in ‘paradisi fiscali’ come Malta, Mauritius oppure Hong Kong. Queste società avrebbero tratto vantaggi da commesse pubbliche angolane, ma anche con attività di consulenza e crediti.

Intanto, la banca Eurobic – che ha sede in Portogallo – ha reso noto che Isabel Dos Santos intende vendere le proprie quote nell’istituto: e non si tratta di briciole, dato che lei con una quota di oltre 43% ne è ad oggi l’azionista principale. A quanto affermano oggi i media portoghesi, la figlia del presidente nonché miliardaria ha nel tempo effettuato tramite la Eurobic trasferimenti di denaro d’origine “sospetta”. In effetti i conti della donna erano stati congelati già a dicembre. Non solo. Tutta la vicenda sembrerebbe girare intorno all’Eurobic.

Il conto di Dos Santos – che in Angola e in Portogallo spesso viene chiamata solo “la principessa” – tempo fa era stato completamente svuotato, peraltro in circostanze a dir poco dubbie: Stando alle ricostruzioni dei media, nel giro di poche ore complessivamente 52 milioni di euro erano stati trasferiti ad un conto off-shore. Dopo 38 anni al potere, Jose Eduardo dos Santos si era dimesso nel settembre 2017. Il suo successore, Joao Lourenco, ha promesso di lottare con decisione contro la corruzione. 

Dalle norme sulla cannabis light a quelle sui monopattini elettrici, sono poco meno di 900 gli emendamenti, sui 2004 presentati, al dl Milleproroghe dichiarati inammissibili dalle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Bilancio della Camera.

Tra le proposte di modifica respinte perché non strettamente attinenti alle materie oggetto del decreto si trovano quelle relative alla soppressione dell’equiparazione monopattini-biciclette, quelle che modificano la disciplina in materia di ritenute e compensazioni in appalti e subappalti ed estensione del regime del reverse charge per il contrasto dell’illecita somministrazione di manodopera e le norme per la liberalizzazione della cannabis light.

Inammissibili anche le proposte di modifica che miravano ad ampliare la platea dei beneficiari della cedolare secca sugli affitti.

Tra le proposte di modifica al decreto Milleproroghe dichiarate inammissibili ci sono anche quelle a firma di Lega e Forza Italia relative alla soppressione della sugar tax e della plastic tax, introdotte con la legge di Bilancio.

Stop anche alla norma che mirava a reintrodurre la possibilità di cedere il credito d’imposta derivante dalla detrazione fiscale per gli interventi relativi alla realizzazione di opere finalizzate al conseguimento di risparmi energetici con particolare riguardo all’installazione di impianti basati sull’impiego delle fonti rinnovabili di energia.

Inammissibile l’emendamento che anticipava al primo luglio 2020 il riconoscimento automatico dei bonus sociali per la fornitura dell’energia elettrica e del gas naturale. 

I nuovi pericoli per l’Italia? “La situazione libica è indubbiamente molto complessa e non disgiunta completamente dalla questione irachena”, per le quali va riservata “un’attenzione massima” dice Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, in un’intervista a Il Giornale, nella quale puntualizza che per l’Italia “non è prettamente un problema di immigrazione, è un problema di stabilità”.

Secondo Volpi, infatti, “si parla di 3 mila persone nei campi libici riconosciuti. In realtà la denuncia che viene fatta è un po’ fuori centro perché ci sono 600 mila persone nei campi illegali, quelli di chi fa la tratta degli uomini”, pertanto “il problema è un po’ più a sud”, ovvero la spinta viene dalla Nigeria per salire fino al Niger dove c’è una politica condizionata da poteri internazionali che spingono all’immigrazione verso nord”.

Quanto ai rischi di terrorismo, il presidente del Copasir assicura che “noi abbiamo un sistema di sicurezza e quindi di intelligence e di controllo di quelle aree che riguardano il terrorismo che è assolutamente efficace” e che pertanto “gli elementi di tensione storica permangono”, anche se – spiega – “in alcuni casi sono diventati assolutamente marginali e comunque controllati, come estremismo di destra o sinistra” e semmai, quel che più allarma è “l’internazionalizzazione delle forme di terrorismo”.

“L‘addio di Luigi Di Maio ha scosso tutti, ma siamo a un punto di svolta. È nato un percorso molto partecipativo e questa fase culminerà negli Stati generali”. Lo dice Davide Crippa, capogruppo dei 5 Stelle alla Camera, in un’intervista a La Stampa nella quale si augura che Di Maio “darà il suo contributo con l’esperienza e le capacità che ha maturato, ma non dobbiamo più legare un nome a un percorso politico” per concentrarsi invece “sul ‘cosa’ cambiare” per poi pensare “al ‘chi’, come ha detto Luigi”, spiega il capogruppo a Montecitorio.

Se l’era del capo politico solo al comando sia finita Crippa non lo sa con certezza. Risponde solo: “Valuteremo tutti insieme i pro e i contro” anche se è cosciente che “quando ci sono più persone a decidere, si rischia di ingessare problemi che vanno risolti rapidamente” e lui, per questo, si dice favorevole alla “collegialità”, anche se in passato “ai tempi del Direttorio, riconosco ci abbia portato alcuni problemi” ammette.

Quanto a Di Battista, Crippa si augura che “anche lui dia un contributo agli Stati generali”, poi però gli sembra quasi ovvio che “oggi la nuova forza di maggioranza cambi alcuni equilibri”. Verso dove è forse ancora presto per poterlo dire.

 

 

È risoluta Margrethe Vestager: «Non si possono concedere aiuti di Stato per fare ciò che dovrebbe fare chiunque altro, e questo è un principio generale, che non vale solo per l’Ilva. Se si vuole fare di più, questa è un’altra questione”. In un’intervista a La Stampa la vice presidente della Commissione europea si dice però favorevole a “discuterne” e interloquire, perché “anche nell’acciaio ci sono questioni molto interessanti legate alla de-carbonizzazione, tenuto conto che in futuro ci sarà bisogno anche di acciaio, quando saremo neutrali dal punto di vista climatico”.

Vestager aggiunge anche che come Commissione Ue “vogliamo cambiare il modo di fare le cose” ma che in ogni caso però ad un principio bisogna rimanere fedeli e sul quale non è possibile transigere: “Chi inquina paga”, dice, un obiettivo che “è ancora valido nella situazione dell’Ilva e, per quanto ne so – spiega –, le autorità italiane stanno ancora perseguendo il precedente proprietario per pagare la bonifica”.

Quanto agli aiuti di Stato, Vestager tuttavia pensa che in linea generale “andremo avanti con la revisione di alcune delle nostre linee guida sugli aiuti di Stato”.

 

Fu il volto cinese della lotta alla Sars nel 2003, quando “osò parlare” per sconfiggere l’epidemia che uccise oltre settecento persone, e oggi la Cina riversa su di lui le speranze per sconfiggere un altro focolaio di infezione, quello della polmonite diffusasi da Wuhan, nella Cina interna. Zhong Nanshan, lo pneumologo che per primo ha riconosciuto lunedì scorso davanti alle telecamere dell’emittente statale Cctv che il nuovo coronavirus è trasmissibile da uomo a uomo è oggi a capo della squadra di scienziati della Commissione Nazionale di Sanità che sta indagando sul rischio di contagio.

Zhong è considerato un esempio di integrità in Cina, per i suoi sforzi contro la Sars, identificata per primo dal medico italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Carlo Urbani. “A che serve essere i numeri uno al mondo per prodotto interno lordo, se mangiare, bere e respirare sono a rischio?”. Queste le sue parole nel 2003 all’emittente televisiva nazionale cinese, e nei giorni scorsi, dopo che il presidente cinese, Xi Jinping, ha ordinato tutti gli sforzi possibili per arginare l’infezione, a 83 anni, Zhong è tornato sotto i riflettori.

Oltre a dare la conferma della trasmissione del virus da uomo a uomo, lunedì scorso lo pneumologo cinese ha anche difeso gli sforzi del governo e dell’amministrazione di Wuhan nel contrasto al coronavirus, e aveva lanciato un avvertimento. “Dobbiamo prestare un’attenzione speciale agli ospedali”, aveva detto, “per evitare che cadano nella trasmissione tra umani e per evitare che diventino luoghi di diffusione del virus”, come poi è avvenuto con quindici casi di personale di una struttura ospedaliera di Wuhan.

Il primo successo del suo nuovo ruolo e del team di cui è a capo sarà legato a quella che definisce la “fase tre”: le prime due si sono ormai verificate – la trasmissione da animale a uomo e da uomo a uomo – ha detto. “Saremo nella fase tre quando avremo un chiaro diffusore del virus”. 

E’ un coronavirus nuovo, mai visto prima dell’inizio di questo focolaio a Wuhan tra metà e dicembre. Sappiamo come è fatto perché il virus è stato isolato lo scorso 7 gennaio e la sua sequenza genetica è stata diffusa il 12 gennaio, il giorno dopo la notizia del primo decesso.

È stato ribattezzato 2019-nCoV e dal 20 gennaio sappiamo che può trasmettersi da uomo a uomo. Provoca sintomi molto simili a una normale influenza con raffreddore, febbre, difficoltà respiratorie, ecc. Ad oggi queste sono le uniche informazioni certe che abbiamo sul virus cinese. Il resto, infatti, sono solo ipotesi, informazioni parziali e confuse.

Incerta è l’origine di questo focolaio. Molti dei casi iniziali hanno riferito un’esposizione al Wuhan’s South China Seafood City market, il mercato del pesce cittadino dove erano comunque esposti altri animali vivi. Potrebbe aver avuto origine nei pipistrelli o nei serpenti.

Le teorie si basano sull’esame della sequenza del genoma del virus e due studi indicano il ruolo probabile dei pipistrelli nell’origine del virus. Ci potrebbe però essere stato un “ospite intermedio” e uno studio del Journal of Medical Virology identifica i serpenti come il possibile colpevole. Ma nessuno studio spiega ancora come il virus potrebbe essere stato trasmesso dagli animali all’uomo.

Pochissime sono le informazioni sul numero dei contagi. Le autorità segnalano 571 casi confermati in 25 regioni e altri 393 sono casi sospetti. Ma molti mettono in dubbio queste stime. Considerata la popolosità di Wuhan, che conta 11 milioni di abitanti circa, si ritiene difficile credere che i casi di infezione siano solo qualche centinaio. Uno studio britannico parla di almeno 1.700 casi.

Le persone decedute sono invece 17, tutte nella provincia di Hubei, in Cina centrale, e con un’età compresa tra i 48 e gli 89 anni. Sembra che la maggior parte dei pazienti deceduti avesse problemi di salute pregressi come la cirrosi, il diabete, l’ipertensione arteriosa e malattie coronariche.

Dopo il primo caso segnalato fuori la Cina, precisamente l’11 gennaio in Thailandia, oggi arrivata a quota tre contagi, è stato segnalato un singolo caso a Hong Kong, Macao, Taiwan, così come negli Stati Uniti, in Giappone e Repubblica di Corea.

L’impossibilità di avere stime più accurate sul numero dei contagi ha reso difficile anche capire la reale contagiosità del coronavirus e la sua gravità. Sappiamo poco e nulla sulla durata della contagiosità e sui tempi di incubazione. Incertezza, quest’ultima, che ha sollevato qualche timore sul possibile arrivo di 2019-nCoV anche nel nostro Paese.

Wuhan in questo momento è stata messa in quarantena e sono stati sospesi i viaggi. Tuttavia, giovedì mattina all’aeroporto di Fiumicino è atterrato l’ultimo volo da Wuhan. I passeggeri sono stati sottoposti ai controlli sanitari e sono state avviate tutte le misure per rendere tracciabili i loro movimenti. Ma non conoscendo il periodo di incubazione, i test in aeroporto sono ritenuti insufficienti a garantire che i passeggeri e l’equipaggio non siano stati contagiati.

Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) non ha dichiarato lo stato di “emergenza pubblica sanitaria di rilevanza internazionale“. Pertanto non raccomanda alcuna restrizione a viaggi o a rotte commerciali. Ma ha diramato le seguenti raccomandazioni generali:

  1. Evitare il contatto stretto con soggetti affetti da infezioni respiratorie acute;
  2. Lavare frequentemente le mani, in particolare dopo contatto con persone malate o con il loro ambiente;
  3. Evitare contatti non protetti con animali di fattoria o selvatici;
  4. Persone con sintomi di infezione acuta delle vie aeree dovrebbero mantenersi a distanza;
  5. Coprire colpi di tosse o starnuti con fazzoletti usa e getta o con i vestiti;  
  6. Rafforzare, in particolare nei pronto soccorso e nei dipartimenti di medicina d’urgenza, le misure standard di prevenzione e controllo delle infezioni.

In Italia, il ministro della Salute ha riunito la task force per coordinare gli interventi nel nostro paese composta dalla Direzione generale per la prevenzione, dalle altre direzioni competenti, dai Carabinieri dei NAS, dall’Istituto Superiore di Sanità, dall’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, dall’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera), dall’Agenzia italiana del Farmaco, dall’Agenas e dal Consigliere diplomatico.

Si spera nei prossimi giorni di capire di più su 2019-nCoV. Sono pochi i precedenti di coronavirus noti, C’è la Sars, che si è originata sempre in Cina e che nel 2003 ha colpito diverse migliaia di persone, diffondendosi grazie agli spostamenti in aereo in diverse regioni del mondo e causando circa 800 vittime. Poi c’è il MERS-CoV, che nel 2012 è comparso nelle regioni del Medio Oriente e che al momento circola in 27 nazioni del mondo, sebbene l’80 per cento dei casi sia concentrato in Arabia Saudita. Si stima abbia causato circa 2500 casi di infezione con oltre 800 decessi. 

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