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Una ragazza di 18 anni è stata violentata in un parco di Torino dove si era appartata con un amico all’uscita della discoteca Life. Un 30enne della Guinea, irregolare in Italia, ha minacciato la coppia con un coccio di bottiglia e ha abusato della giovane. La Polizia, allertata da un buttafuori del locale, è intervenuta e ha arrestato l’uomo prima che la violenza avesse un epilogo ancora più drammatico.

La ragazza, da poco maggiorenne, aveva raggiunto con un amico una panchina del parco Valentino. Dopo la violenza, l’aggressore è fuggito e ha tentato di nascondersi tra i cespugli lungo l’argine del Po, vicino a corso Massimo D’Azeglio, ma è stato arrestato dagli agenti in servizio di vigilanza nell’area del parco. L’accusa per lui è di violenza sessuale. I

n passato aveva gia’ avuto guai con la giustizia. La ragazza, ferita, senza scarpe e con il vestito strappato, è stata portata all’ospedale Sant’Anna in stato di choc.

Un neonato di quattro mesi è morto in seguito a una circoncisione eseguita in casa dai genitori di origine ghanese: il bimbo era stato portato venerdì all’ospedale di Scandiano, nel Reggiano, in arresto cardiaco. Le sue condizioni sono subito apparse gravissime ed è stato trasferito in eliambulanza all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dove è deceduto nelle prime ore di sabato, riferisce il Resto del Carlino. Si sono rivelati inutili i tentativi dei sanitari dei due ospedali di salvarlo. I carabinieri di Reggio Emilia hanno avviato un’indagine per fare luce sui fatti che hanno portato al tragico decesso. 

Il vice presidente del Consiglio e ministro Luigi Di Maio ha firmato tre Memorandum d’intesa sulla Belt and road initiative, sul commercio elettronico e sulle startup, in occasione della visita di Stato in Italia del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Gli accordi fanno parte delle 29 intese, istituzionali e commerciali, che sono state sottoscritte oggi tra Italia e Cina nei settori del commercio, dell’energia, dell’industria, delle infrastrutture e del settore finanziario, al fine di promuovere un rafforzamento delle relazioni economico-commerciali tra i due Paesi, nel rispetto delle linee strategiche dell’Unione Europea e della nostra collocazione euro-atlantica.

“Il Governo italiano – ha dichiarato Di Maio – ha scelto un approccio trasparente nei confronti della Cina e dei nostri partner euro-atlantici, inquadrando i rapporti bilaterali all’interno dei princìpi che hanno tradizionalmente ispirato e continueranno ad ispirare la nostra azione internazionale. In tale contesto, è stato già attivato uno scrupoloso monitoraggio delle singole iniziative di collaborazione che saranno avviate a valle delle intese siglate oggi, per garantire che esse siano sempre promosse, mettendo al centro la difesa degli interessi nazionali e la protezione delle infrastrutture strategiche, prevenendo cosi’ il trasferimento di tecnologie in settori sensibili”.

BELT AND ROAD INITIATIVE: il memorandum, spiega il Mise, non ha valore di accordo internazionale e non dà pertanto luogo ad impegni giuridicamente vincolanti; il governo italiano raggiunge un’intesa quadro volta a individuare scopi, principi e modalità di collaborazione nel grande progetto di connettività eurasiatica.

Un progetto che l’Italia guarda con favore anche per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo. Gli obiettivi sono principalmente il rafforzamento dell’export verso l’enorme mercato cinese, anche per allineare i nostri flussi commerciali e di investimenti diretti esteri a quelli di altri Paesi Europei quali la Germania, la Francia ed il Regno Unito, che sono nettamente superiori ai nostri; il coinvolgimento delle imprese italiane per la realizzazione di progetti infrastrutturali lungo la nuova via della Seta; l’inclusione dei porti italiani nelle rotte del commercio internazionale. Il Memorandum definisce, inoltre, la collaborazione sulla Belt and Road in raccordo con i principi dell’Agenda 2030, dell’Agenda 2020 di cooperazione Unione Europea-Cina e della strategia dell’Unione Europea per la connettività euroasiatica.

“Questo accordo, quindi – sottolinea il Mise – non rappresenta alcun rischio per i nostri interessi nazionali e si pone in linea con le politiche adottate dalla Ue verso la Cina, che invece vengono tutelate, come nessun Paese Membro ha fatto finora nel suo dialogo con Pechino. Vengono, infine, promossi con forza i principi, condivisi in ambito europeo, di mutuo vantaggio, reciprocità, trasparenza, sostenibilità e tutela della proprietà intellettuale, sino a creare un vero e proprio level playing field”.

E-COMMERCE: si punta a promuovere la cooperazione tra le imprese e i consumatori del commercio elettronico operanti in Italia e in Cina, facilitando la cooperazione tra le Pmi e le grandi piattaforme di commercio elettronico nonchè condividendo le best practice e le innovazioni delle imprese di entrambi i Paesi.

STARTUP: la firma del memorandum si pone l’obiettivo di favorire la cooperazione scientifica e tecnologica tra startup italiane e cinesi. A questo scopo sono previsti scambi e collaborazioni tra le startup dei due Paesi, avendo come obiettivo finale l’ulteriore sviluppo della cooperazione bilaterale tra Italia e Cina.

Nell’intesa è prevista anche un’attività di promozione di parchi scientifici e tecnologici, cluster industriali e investimenti in venture capital che possano consentire alle start up innovative una prospettiva di crescita internazionale, attraverso lo scambio di conoscenze, di processi e di persone.

È inoltre posta grande attenzione al tema della proprietà intellettuale per evitare che le aziende vengano penalizzate dalla condivisione di informazioni di natura industriale che possano avere rilevanza di carattere competitivo. L’attuazione dell’accordo verrà seguita per la parte italiana dalla task force Italia-Cina, istituita presso il Mise, e per parte cinese dal dipartimento della Cooperazione Internazionale del ministero della Scienza e tecnologia.

“Io personalmente l’ho detto, non ho la prospettiva di lavorare a una nuova esperienza di governo. La mia esperienza di governo termina con questo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a margine di una visita alla centro di ricerca CNR a Lecce. “In questo momento abbiamo una grande chance, siamo al governo non si può passare in una prospettiva di governo futura, gli italiani ci renderanno conto di cosa abbiamo fatto oggi, ieri, domani mattina. Non bisogna pensare come la vecchia politica e iniziare a lavorare per un domani sarebbe una prospettiva completamente sbagliata”, ha aggiunto.

E poi aggiunge: “Non esiste per me una strategia per salvare il Movimento, stiamo parlando di sondaggi. I sondaggi di oggi potrebbero non essere quelli di domani o dopodomani. La cosa migliore è che io personalmente, tutti gli esponenti del Movimento 5 Stelle ma anche ovviamente gli esponenti della Lega lavorino per gli italiani”. Lo ho detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a margine di una visita nella sede della CNR di Lecce.

“In questo momento abbiamo una grande chance siamo al governo quello che dobbiamo fare e’ lavorare incessantemente senza sosta con la massima concentrazione per individuare l’interesse degli italiani”, ha aggiunto.

Elezioni regionali, tutto il Paese tiene gli occhi puntati. Dalla Basilicata giungeranno una serie di responsi ad altrettante domande. Elenchiamole:

1) Terrà il M5S, o confermerà le dubbie performances degli ultimi mesi in Abruzzo e Sardegna?

2) La Lega manterrà la spinta che le attribuiscono i sondaggi, riuscendo a conquistare ciò che era già un tabù ai tempi del governo Dini?

3) Quale sarà l’effetto Zingaretti sul Pd?

4) Berlusconi riuscirà ad arginare la fuga dei consensi?

La regione lucana è governata ininterrottamente dal centrosinistra dal 1995, anno in cui entrò in vigore il Tatarellum, la legge elettorale regionale che assegna la regione al candidato Presidente che arriva primo, indipendentemente dalla percentuale di voti ottenuta.

Nel 1995 vinse Dinardo, nel 2000 Bubbico, nel 2005 e nel 2010 De Filippo, nel 2013 Pittella.
Le urne resteranno aperte dalle 7 alle 23. La provincia di Potenza eleggerà 13 consiglieri, la provincia di Matera 7. 

Quattro i candidati presidente: Carlo Trerotola, sostenuto da una coalizione di centrosinistra composta da 7 liste; Vito Bardi, coalizione di centrodestra con 5 liste; Antonio Mattia, unica lista a sostegno, quella del Movimento 5 stelle; Valerio Tramutoli, singola lista ‘Basilicata possibile’. 

È vietato il voto disgiunto ed è possibile dare due preferenze, purché a candidati di sesso diverso.

Alla ricerca della prima volta

Se il candidato presidente sarà eletto almeno con il 40% dei voti, avrà garantiti almeno 12 seggi dei 20 a disposizione; con il 30%, 11 seggi; con meno del 30%, saranno garantiti solo 10 seggi (in questo caso la maggioranza sarebbe garantita dal seggio del presidente stesso).

In nessun caso, la lista o la coalizione che sostengono il candidato eletto potrà però avere più di 14 seggi.
La soglia di sbarramento per una singola lista è del 3%, per una coalizione è dell’8%. 

Se la coalizione non raggiungesse l’8% ma una sua lista superasse il 4%, quella singola lista sarebbe ammessa al riparto dei seggi.
A livello nazionale il centrodestra governa 10 regioni, il centrosinistra 9, inclusa la Basilicata. Nessuna regione vede il Movimento 5 Stelle al Governo.

Se la Basilicata andasse al centrodestra sarebbe una prima volta assoluta, che confermerebbe il trend favorevole al centrodestra dalle elezioni politiche in poi (Sardegna, Abruzzo, Molise, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia).

Nessun politico di professione

Quattro candidati, ma nessun politico di professione. Chiunque vinca, il nuovo presidente della Regione Basilicata, chiamata domani alle urne, sarà espressione della società civile e non direttamente di partiti o movimenti.

Gli schieramenti in campo, per quello che si profila come un importante test politico anche in funzione degli equilibri nazionali, propongono alla guida della regione lucana professionisti pronti all’impegno istituzionale.

A testimonianza della rilevanza dell’appuntamento, dopo le Regionali in Sardegna e in Abruzzo, e a ridosso delle Europee, c’è stata la presenza, costante e ripetuta, durante la campagna elettorale, di tutti i leader nazionali.
Il Movimento Cinque Stelle propone Antonio Mattia, 47 anni, di Potenza, laureato in giurisprudenza e gestore di un centro ludico-ricreativo per bambini e famiglie nel capoluogo lucano.

Mattia è sostenuto dalla sola lista pentastellata, dopo aver vinto vinto le “regionarie” sulla piattaforma Rousseau.  
A scegliere come candidato della coalizione di centrodestra l’ex generale della Guardia di Finanza Vito Bardi, 68 anni, potentino d’origine residente a Napoli, è stato Silvio Berlusconi in persona. Bardi ha un robusto curriculum: 4 lauree, un master e svariati incarichi di comando svolti durante la carriera militare.

A sostenerlo ci sono cinque liste: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Bardi Presidente-Basilicata positiva e Idea-Un’Altra Basilicata. 

A raccogliere la pesante eredità di Marcello Pittella, dopo gli scandali legati alla sanità, per il centrosinistra, è chiamato Carlo Trerotola, 61 anni, altro potentino, titolare di una farmacia nel capoluogo.

Con lui sette liste: Comunità democratiche-Pd, Basilicataprima Riscatto, Progressisti per la Basilicata, Psi, Lista del Presidente Trerotola, Avanti Basilicata e Verdi.

Completamente sganciato dai partiti è il quarto candidato governatore: Valerio Tramutoli, 61 anni, anche lui di Potenza. Docente di fisica dell’Università degli studi della Basilicata, corre con l’appoggio dalla sola lista “Basilicata possibile”.

 

Per raccontare certe storie bisogna avere moltissimo coraggio. Non importa se sei un’attrice e interpreti una delle donne più forti, indipendenti e intraprendenti del piccolo o piccolissimo schermo. Emilia Clarke è una donna molto coraggiosa, così come lo è la figura che interpreta, Daenerys Targaryen, nella serie cult di HBO, Game Of Thrones, tratta dai libri “A Song of Ice and Fire” di George R.R. Martin.

Quella che per i creatori è un misto tra Giovanna d’Arco, Napoleone e Lawrence d’Arabia. Emilia Clarke è una donna coraggiosa perché nel 2011, dopo aver terminato le riprese della prima stagione, ha subito un’aneurisma cerebrale che l’ha costretta a lottare per la vita. E due anni dopo ne ha subito un altro, ancora più grave. Pochi giorni fa, sulle pagine del New Yorker, ha deciso di raccontare questa storia insieme ad alcuni aneddoti che riguardano lo show televisivo più amato al mondo, giunto al suo ultimo capitolo.

Uno spogliatoio, la sofferenza, la caduta

A volte le cose peggiori accadono nel momento di massima felicità. Emilia Clarke aveva appena raggiunto l’apice di una popolarità inaspettata quando la sua vita è stata travolta. Le prime puntate di GoT hanno così tanto successo che gestire tanta visibilità diventa molto complicato. Soprattutto se non hai alle spalle esperienza simili. L’attrice sente di dover trovare un modo per combattere lo stress sempre più forte. Così decide di prendere un trainer e di iniziare un percorso fatto di esercizi specifici per curare fisico e spirito. L’11 febbraio del 2011, durante un allenamento, qualcosa va storto.

Durante un esercizio sente qualcosa di strano alla testa, come se “una fascia elastica stesse stringendo il cervello”. Decide di fare una pausa ma una volta tornata nello spogliatoio la situazione precipita: il dolore si fa lancinante, la sofferenza è al massimo. “In quel momento sapevo che il mio cervello si era danneggiato”. Prova a muovere gli arti per scongiurare la paura della paralisi e inizia a ripetere mentalmente le battute di Daenerys per non far assopire la memoria. Poi viene trovata da un’altra donna che la soccorre. L’ultimo ricordo è il suono di una sirena dell’ambulanza che la porta via.

Un passato di lotta e solidità familiare

Quando rischi la vita la prima cosa che ti viene in mente è quella di guardarsi indietro. Quella della Clarke è una famiglia solida. Il papà è un designer del suono che ha partecipato ad alcune importanti produzioni come West Side Story e Chicago. La mamma è vicepresidente di una società di consulenza e marketing.

Nessuno di loro aveva avuto un’esperienza con la fama e la notorietà. Emilia decide di diventare un’attrice ad appena 3 o 4 anni. Lei non lo ricorda, i suoi genitori sì. Salta in piedi alla fine di uno spettacolo, colma di eccitazione, non appena il sipario si chiude. “Mio papà non era contento. Conosceva diversi attori. Tutti nevrotici e abitualmente disoccupati”. Anche per lei gli inizi non sono stati facili. Piccole parti, pochi soldi. Aspettando il ruolo giusto ha lavorato in un pub, in un call center, in un “oscuro” museo dove “il più delle volte indicavo dove fosse il bagno”. In fondo a destra, of course.

La svolta con GoT

Nella primavera del 2010, Emilia Clarke riceve una telefonata dal suo agente. La HBO cerca nuovi interpreti perché il primo episodio pilota di Game Of Thrones non ha convinto. Vogliono provare altri attori. Cercano una donna misteriosa, quasi ultraterrena, con i capelli molto chiari, argentei. “Io ero inglese, avevo i capelli scuri, ero un po’ curvy”. Mentre si prepara per il provino, ricorda di aver avuto la pressione sempre debole, una bassa frequenza cardiaca e vertigini continue. Segnali facili da ignorare per chi, poco più che ventenne, non aveva mai avuto grossi problemi di salute. L’audizione, in un auditorio buio a Soho, è buona. Vola a Los Angeles per l’ultimo atto.

Alla fine del provino decisivo, chiede a Benioff se volesse vederla in altri panni. “Posso fare qualche altra cosa?”. La risposta è spiazzante: “Puoi ballare”. Pur essendo consapevole dei propri limiti, Clarke decide di accontentarlo: “Ho fatto il robot e una specie di pollo funky. Solo dopo mi sono resa conto che avrei potuto rovinare tutto”. E invece no. L’autore rimane colpito dal talento e dall’intraprendenza di quella piccola donna inglese. La parte è sua. Il resto è già storia della televisione.

La diagnosi

Ma cosa colpì Emilia Clarke in quello spogliatoio? La risposta non è confortante: emorragia subaracnoidea (SAH). Un tipo di ictus causato da un sanguinamento che avviene nell’area compresa tra l’aracnoide e la pia madre, due membrane che circondano il cervello. “Avevo subito una rottura arteriosa. Ho scoperto solo in un secondo momento che circa un terzo dei pazienti SAH muore immediatamente o nei momenti direttamente successivi alla crisi. Per quelli che sopravvivono è necessario un trattamento urgente per sigillare l’aneurisma. Un secondo sanguinamento potrebbe essere letale”. L’attrice inglese subisce un intervento urgente di tre ore dove “il mio cervello è stato riparato. Mi hanno spiegato che le prime due settimane successive sono decisive. Se passano senza che si manifestino ulteriori danni si hanno grandi possibilità di avere una ripresa quasi totale”. A ventiquattro anni, tutto questo, non è certamente una cosa facile da affrontare.

E anche la ripresa non lo è. “Venni colpita da afasia. Mi chiedevano il mio nome completo ma non lo ricordavo. Dicevo parole senza senso”. Per chi fa quello di mestiere, l’incubo peggiore. “Mi dicevo: io sono un’attrice. Ho bisogno di ricordare le mie battute. Al limite della disperazione chiesi allo staff medico di lasciarmi morire”. L’afasia dura una settimana. Emilia Clarke lascia l’ospedale dopo un mese. Poche settimane prima del ritorno sul set di Game of Thrones. “Mi avevano avvertito, però, che c’era un altro piccolo aneurisma nel cervello, dall’altro lato. E poteva scoppiare in qualsiasi momento”. Piccolo, dormiente, per ora da tenere sotto controllo.

Il ritorno e il secondo aneurisma

 Recitare è difficile. Clarke racconta di prendere la morfina tra le varie interviste e di sentirsi spesso debole e insicura. “Avevo una spossatezza mai provata prima. Moltiplicata per un milione”. Il primo giorno di riprese, nei Balcani, in lei vince la voglia di lavorare al più grande progetto mai avuto tra le mani. La notorietà è alle stelle. Le critiche, quasi tutte positive, esaltano quella eroina così contemporanea. “Ma dopo l’ultimo ciak di quella prima giornata ho faticato ad arrivare all’hotel per lo sfinimento”. Nessuno dei fan si è mai accorto di nulla: “È stata la stagione peggiore per Daenerys. Io sentivo di poter morire da un momento all’altro”. Nel 2013 il dolore è sempre più forte.

Tanto che l’attrice rinuncia ad un ruolo a Broadway. A New York, durante una visita, arriva la nuova brutta notizia: il problema al cervello è cresciuto, l’operazione è diventata necessaria. E stavolta non tutto va come avrebbe dovuto. Il sanguinamento è copioso. Tanto che si rende necessaria una seconda operazione, stavolta agendo sul cranio, senza perdere tempo. “Il recupero è stato più doloroso di una delle guerre combattute da Daenerys”. Alcuni pezzi del cranio dell’attrice vengono sostituiti da pezzi di titanio, una lunga cicatrice, ora nascosta, le attraversa la testa.

Clarke passa un altro mese in ospedale con la paura di ricadute e di conseguenze sulla memoria e sulla vista. “La mia mente ha bloccato quei giorni bui. Quasi non li ricordo”. Ma è per questo che oggi, dopo tanti anni, Emilia ha deciso di raccontare la sua storia. Perché ricorda di essersi aggrappata con forza all’idea di salvarsi. Di farcela. Di continuare. E anche ora che ha recuperato pienamente, non ha dimenticato quei giorni.

“Mi sto dedicando a un ente di beneficenza. Si chiama Same You e ha lo scopo di aiutare e fornire cure a tutte le persone che si stanno riprendendo da lesioni cerebrali o ictus”. Insomma, a poche settimane dall’inizio della fine di Game of Thrones, quella di Emilia Clarke è una storia a lieto fine che potrà essere di grande conforto a chi, invece, si ritrova all’inizio di un percorso molto difficile.

L’antica, reiterata, crociata di Rafa Nadal contro le superfici dure è giusta oppure è strumentale? Il tennis dovrebbe interrogarsi sul tema tanto caro a uno dei suoi protagonisti più famosi, importanti e vincenti, peraltro il simbolo dell’agonista ideale. Che però, ultimamente, con le ginocchia scricchiolanti, sta dribblando sempre più i campi più frequentati dal tennis moderno. Il mancino di Maiorca, campione di 11 Roland Garros, ma anche di due Wimbledon (su erba) un Australian Open e tre Us Open (sul duro), ha ragione, perfettamente ragione Ahinoi, lo show business, spinto dalla praticità yankee, ha preso decisamente il sopravvento, dagli Us Open del 1978. Quando lo Slam a stelle e strisce, dopo essere transitato dall’erba (1881-1974) alla terra (1975-1977), ha sposato decisamente il cemento.

Seguito, una decina di anni dopo, nel 1986, dagli Australian Open. Perché il cemento che non è vivo come le superfici storiche di racchette e palline, e rimanda rimbalzi sempre uguali, ma non pretende una tecnica particolare come terra ed erba, va bene per tutti gli stili, decide il punto, in media, entro quattro scambi, e, soprattutto, vanta il miglior rapporto costo-rendimento per gli organizzatori. È facile da impiantare, facilissimo come gestione e manutenzione, ed è anche il più versatile dei campi da tennis, perché aiuta la pratica di altri sport.

Fascite plantare, lesioni del tendine peroneo, fratture e micro-fratture, tendinite di Achille, distorsioni di ginocchia e caviglie e, un malanno specifico: la “gamba” da tennis: la rottura del muscolo gastrocnemio (i “gemelli” che insieme al soleo fanno piegare il piede), esattamente dove si congiungono muscolo e tendine, derivante da contrazioni forzate dei muscoli del polpaccio, per i frequenti, rapidi, stop e movimenti di partenza.

Come tutti gli sport, anche il tennis, salendo di livello, esaspera le situazioni fisiche, le forza, le disequilibra. E ginocchia e caviglie sono decisamente le parti anatomiche più a rischio sulle superfici che non consentono uno scivolamento naturale, come il cemento. Novak Djokovic non illuda: solo lui rulla sul duro come sulla terra rossa. Gli altri subiscono l’attrito col terreno e sollecitano estremamente le caviglie.

Perciò, ha ragione Rafa. Che, dopo il ritiro da Indian Wells per il ginocchio destro disastrato, ha detto le stesse identiche cose che diceva nel 2013: “L’Atp si preoccupa troppo poco dei giocatori. Per le future generazioni sarebbe meglio vedere una vita tennistica meno aggressiva, non solo per quello che succede durante la carriera pro con la racchetta, ma anche dopo. Per come è messo il fisico quando il tennis è finito.

Sarebbe bello, poi, giocare a tennis o a calcio con gli amici, ma non credo che sarà possibile perché i campi duri sono troppo duri per i nostri corpi e ci rendono difficile evitare gli infortuni. Il tennis è l’unico dei grandi sport dove bisogna giocare sul cemento, e non è un argomento per i giocatori, ma per i dottori. L’Atp dovrebbe cominciare a pensare a come allungare la carriera dei suoi atleti. Non riesco a pensare al calciatori che giocano sul cemento, non posso immaginare alcun altro sport con movimenti così aggressivi come il tennis che si giochi su superfici aggressive come le nostre. Siamo l’unico sport al mondo che fa questo errore, e non cambierà”. 

Rafa ha anche fatto riferimento a vecchi campioni che vanno in giro per i tornei dello Slam “camminando a fatica”. Come Boris Becker. Come tanti altri.

Già trentun anni fa uno studio specifico del professor Benno Nigg dell’università di Calgary, analizzando mille giocatori di tennis, aveva dimostrato che gli infortuni più gravi risultano da 5 a 8 volte superiori su superfici che hanno un alto attrito come l’asfalto e le superfici sintetiche, rispetto a quelle che permettono lo scivolamento. Se corri veloce e vuoi fermarti in fretta, devi far forza sul terreno e il terreno restituisce questa forza attraverso il tuo corpo, secondo la terza legge di Newton.

C’è poi il problema dei repentini e continui cambi di direzione. Che, su superfici con maggior attrito col terreno, sempre secondo quello studio particolareggiato, costringe l’atleta a bloccare il ginocchio in una posizione diversa, mantenendo più dritto, mettendo a rischio il legamento crociato anteriore. Nel 1979, la ricercatrice tedesca Von Salis-Soglio ha confermato che i giocatori di tennis hanno più infortuni alle gambe e alla schiena dopo aver giocato su campi duri piuttosto che su terra battuta. Nel 2005, gli studiosi sloveni Kristijan Breznik e Vladimir Batagelj, lo hanno confermato. Ma, come dice Rafa, “la storia non cambierà”. Quanto costerebbe ricreare e mantenere i campi di tennis in terra ed erba?

La Levi’s Strauss dopo 35 anni è tornata sul mercato azionario di Wall Street ed è stato un successo clamoroso, così come testimonia un articolo de Il Sole 24 Ore: “I jeans Levi’s sbarcano a Wall Street e volano, aprendo a 22,22 dollari per azione, sopra i 17 dollari fissati nell’ipo, un aumento del 32 per cento”.

“Per il produttore di jeans si tratta di un ritorno a Wall Street dopo quello del 1971, a cui seguì un delisting nel 1984. L’azienda puntava a una valutazione di circa 5,8 miliardi di dollari, ora nettamente superata e stando ai valori dei primi scambi vicina ai 9 miliardi”.

Un esordio che ha ben poco a che fare con la fortuna se si pensa che la Levi’s non ha solo brevettato il tessuto come capo d’abbigliamento ma ha praticamente inventato il mercato dei jeans nel mondo.

Tutto cominciò con un sarto del Nevada, Jacob W. Davis, che aveva realizzato un paio di pantaloni in denim commissionatogli da una donna per il marito. La sollecita massaia raccomandava la massima resistenza, dato che il consorte li avrebbe indossati per spaccare la legna.

Davis allora ebbe l’idea geniale di rinforzare le giunture con dei rivetti di rame, e fu così che iniziò la storia. 

Venne allora il 20 maggio del 1873, giorno in cui Jacob Davis e Levi Strauss ottennero il brevetto per i blue jeans.

Genesi dei “Genes” e origine del termine

Questi, all’inizio non erano neanche blu; pare infatti che i primi jeans prodotti da Levi Strauss fossero di un colore marroncino cachi e che una volta terminata quella stoffa gliene fosse spedita una del classico colore blu.

In realtà la storia dei jeans era iniziata secoli prima, nel XV secolo per l’esattezza, e non negli Stati Uniti ma proprio in Italia, a Chieri vicino Torino. dove infatti si produceva un tipo di tela blu usata per coprire le merci nel porto di Genova.

Tant’è che la traduzione di Genova in francese “Genes” sarebbe all’origine della parola Jeans. E anche la parola denim non sarebbe altro che un’americanizzazione della denominazione francese “serge de Nimes”, un tessuto nato nel medioevo a Nîmes, in Francia, con cui si facevano i calzoni indossati dai marinai genovesi.

I jeans diventano famosi ed iniziano a diffondersi durante la Seconda guerra mondiale, quando i soldati Usa li indossano fuori dagli orari di servizio.

Ai tempi ancora erano considerati come abbigliamento di scarsa qualità, l’etichetta non aveva una gran considerazione per la moda e i jeans erano ben lontani dall’essere il capo d’abbigliamento che noi tutti conosciamo oggi.

Molto famoso l’aneddoto risalente alla primavera del 1951, protagonista il cantante e attore Bing Crosby.

Questi amava i jeans e li indossava abitualmente nel tempo libero. Si presentò, al termine di una battuta di caccia nei boschi della Columbia Britannica, così vestito in un hotel di lusso di Vancouver.

Il portiere obbiettò che, presentandosi in jeans, non si poteva pretendere di alloggiare in quell’albergo e fu solo grazie ad un fattorino, che aveva riconosciuto il crooner più celebre d’America, che Crosby riuscì ad ottenere ospitalità.

La voce circolò in fretta così la Levi’s spedì all’artista un intero abito su misura confezionato totalmente in denim con un’etichetta molto particolare che diceva “Tuxedo Levi’s. Attenzione: al personale di tutti gli hotel. Questa etichetta garantisce al suo portatore di essere convenientemente ricevuto e registrato, con cordialità e ospitalità, in ogni momento e in qualsiasi condizione. Rilasciato a Bing Crosby. Firmato: l’Associazione degli albergatori americani”.

Oggi quello smoking è esposto al Northeastern Nevada Museum di Elko.

Dalle parate sulla Piazza Rossa ai problemi di ecosostenibilità

I jeans dovranno aspettare qualche anno per essere sdoganati come capo d’abbigliamento per tutte le occasioni, il 1955 per l’esattezza, quando James Dean li indossa in “Gioventù Bruciata”, diventando così il capo preferito da una generazione di ragazzi pronti, una decina d’anni dopo, a rivoluzionare il mondo.

Due anni dopo, in occasione del Festival Internazionale della Gioventù e degli Studenti di Mosca, anche i russi scoprirono il denim e fu rapidissima la diffusione dei jeans anche da quelle parti.

Il capo aveva conquistato il mondo fino ad essere quello che è oggi, con un mercato nel 2023 raggiungerà i 60,09 miliardi di dollari.

Un aumento che si tradurrebbe nella vendita annuale di circa 2 miliardi di jeans, con un aumento esponenziale che arriverebbe fino al 12,1% proprio nelle zone più disagiate del mondo, prima fra tutte quella del Sudamerica.

Una crescita talmente enorme che oggi ci si pone anche un problema sulla composizione del denim e sull’ecosostenibilità del jeans.

È stato calcolato infatti che da una balla di cotone si ottengono circa 215 paia di jeans, dunque se è vero che le coltivazioni di cotone coprono 34 milioni di ettari della superficie della terra e, secondo Ethical Consumer, utilizzano il 25% degli insetticidi del mondo e il 10% dei pesticidi, possiamo dedurre che produrre jeans non è sempre sostenibile.

Tant’è che la stessa Ethical Consumer ha studiato una guida online per l’acquisto dei jeans, classificando le varie marche disponibili sul mercato in base alla loro condotta etica, e secondo questa guida le due aziende più rispettose dell’ambiente sarebbero entrambe inglesi: la Howies e la Monkee Soil Association.

“Il Pd deve saper declinare i suoi valori in questo tempo della storia. Vengono oggi messi in discussione valori fondamentali, sociali, civili e umani. E questo vale anche per lo ius soli”. Walter Veltroni, intervistato da Repubblica, sottolinea che “su temi come questo non bisogna avere paura di mettersi controcorrente. La sinistra non deve mai avere paura di essere se stessa”. Alle primarie “ho votato per Zingaretti, con convinzione”, ha detto l’ex segretario del Pd.

“È stato sconcertante impiegare un anno per avere di nuovo un segretario. Ma ora c’è. E l’unica voce deve essere quella del leader. Quando dice che dobbiamo cambiare tutto, radicalmente, io lo prendo in parola”. Veltroni è convinto che si voterà presto: “Questo governo reggerà fino alle europee. Ci aspetta una manovra durissima e, davanti alla verità dei fatti, il governo non resisterà. E siccome non ci sono alternative possibili in Parlamento, si tornerà a votare”. Matteo Salvini “ha tutto l’interesse ad accelerare la fine del governo, perché tra poco la gente inizierà a chiedere conto delle promesse, a cominciare da quelle sull’immigrazione”.

Il voto anticipato converrebbe anche all’M5s “perché più dura questo esecutivo, più perdono voti e identità”. Per Veltroni “tra poco saranno i 5 stelle, e non il Pd, a dover decidere da che parte stare”, “nel senso che è ora di ricostruire in questo Paese un sano bipolarismo tra centrosinistra e destra”. 

E a proposito della necessità della sinistra di ritornare ai propri valori, Veltroni dice che considerare i colossi del web e della Silicon Valley un modello di progressismo è stato “un errore”, perché “da un lato questi soggetti hanno prodotto straordinarie opportunità di conoscenza e socializzazione. Dall’altro sono come le sette sorelle, le compagnie del petrolio contro cui combatteva Enrico Mattei. In dieci anni quattro soggetti – Facebook, Apple, Amazon e Google -hanno disarmato la democrazia e preso il controllo mondiale di ogni aspetto della nostra vita pubblica e privata. Ma il peggio è che con ogni movimento delle nostra dita questi colossi producono per loro una ricchezza della quale non restituiscono nulla, né sotto forma di tasse né sotto forma di garanzie di corretta informazione”. 

Nessuno ha visto o sentito nulla di quella tragica caduta, che forse resterà un mistero. Dopo un interrogatorio fiume in questura durato fino a sera, per il padre e la madre dei ragazzini, non è scattato nessun provvedimento: dalle loro versioni dei fatti, è risultata infatti compatibile la possibilità di una tragica fatalità per la morte dei due fratellini di 10 e 14 anni, volati ieri giù dall’ottavo piano del balcone di casa in via Quirino di Marzio, alla periferia di Bologna.

Il padre, che al momento della tragedia si trovava solo in casa con i ragazzini, è rimasto fermo sul suo racconto iniziale: Benjamin e David erano stati sgridati al rientro dalla spesa, per non aver riconsegnato tutto il resto, poi lui aveva tolto la chiave dalla serratura di casa in modo che non uscissero fuori ed era andato in bagno a fare la doccia.

A quel punto la tragedia: l’uomo – Eitz Chabwore, non si sarebbe accorto di nulla venendo poi avvisato da un vicino. Non ci sono testimoni della caduta: nessuno ha visto o sentito nulla, tanto da rendere difficile ricostruire l’accaduto. Sullo sfondo, una famiglia di origine keniota normale e integrata – i bimbi erano nati in Italia, entrambi i genitori lavorano – con un padre definito ‘amorevolè dalla moglie Lilian Dadda, che al momento della tragedia si trovava nel suo negozio da parrucchiera con i due figli più piccoli, un maschio e una femmina.

Un gruppo di fratellini che il vicinato, ancora sotto choc per l’accaduto, conosceva bene, vedendoli con la mamma uscire per andare a scuola o all’asilo. 

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